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luglio 2011

europe and asia strategies

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Tempo di soldatini

Giuliano Cosa dir Benedetto XVI a Kirill Zhang Ode al canto comunista Ricucci Cartoline dalla Libia Viti Il Giappone raccontato da Michishita

Astarita . Barbangelo . Confortin . De Steffani . Di Pasquale . Donini . Elia Ferro . Gersony . Garusi . Guarascio . Lancini . Libardi . Magnanini . Mancini Midlarz . Orlandi . Patimo . Pavicic . Polese . Romano . Rukaj . Sabahi . Tacconi
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SIPARIO

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he lEuropa fosse prigioniera della miopia e della modesta caratura della propria classe dirigente era cosa nota. Ma era difficile prevedere che la vicenda del debito sovrano greco finisse per essere gestita in modo tanto abominevole. Un problema che poteva essere risolto allorigine con un modesto esborso finanziario rinviando a un momento successivo la definizione di nuove e pi stringenti regole di buona amministrazione stato trasformato in un Moloch capace di ingoiare lintera costruzione europea. Nel frattempo si assistito a una performance degna del teatro dellassurdo, in cui ciascun protagonista recitava, a uso e consumo del proprio elettorato, la parte del virtuoso o del pragmatico, del rigoroso o del flessibile, del custode delle regole o dellinnovatore Pensando al mondo globalizzato che avanza e alla ferocia della competizione che ne determiner le gerarchie, non resta che dire: povera Europa!

Tempo di soldatini

Una giovane donna appartenente al Kachin Independence Army, il braccio militare della Kachin Independence Organization, un gruppo politico composto da una coalizione di sei trib etniche della Birmania.
Ap Photo, foto di N.H. Guan.

Il Dossier di questo numero estivo dedicato ai Balcani dopo la cattura di Ratko Mladic. Ma la vicenda del boia di Srebrenica stato soltanto il chiodo giornalistico a cui appendere unanalisi che richiedeva da tempo di essere aggiornata. Il Dossier stato curato da Jurica Pavicic, Raffaella Patimo, Cecilia Ferrara, Marjola Rukaj, Marina Gersony e Matteo Tacconi. Il servizio di copertina invece dedicato a uno dei temi pi dolorosi della nostra epoca: quello dei bambini soldato. Larticolo di Claudia Astarita sul Myanmar, ma il problema riguarda evidentemente molte altre parti del mondo, dallAfrica al Sudamerica. Ricco e abbondante, stante la stagione, lo spazio dei reportage. Segnaliamo in particolare quelli di Emanuele Confortin e Francesca Donini sui traffici di droga e armi nellEstremo Oriente; di Amedeo Ricucci sulla Libia; di Lijia Zhang sulla Cina e di Danilo Elia sullEstremo Nord. Per la cultura, infine, merita una menzione il bellarticolo di Massimo Libardi sulla Vienna di Sigmund Freud. V.B.

approfondimenti . eventi e seminari . news . arretrati


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sommario

PAGINA

[EDITORIALE] [GUERRA]

di SERGIO ROMANO

DOSSIER

Cartoline da Tripoli

6 14 20 26

di AMEDEO RICUCCI dalle quotazioni in nero delleuro che si capisce come va la guerra

I Balcani dopo la cattura di Mladic

[CRIMINALIT 1]

Kabul: il cortocircuito droga-terrorismo

di FRANCESCA DONINI Le due facce di una stessa medaglia

[CRIMINALIT 2]

La nuova India invasa da eroina e oppiacei

di EMANUELE CONFORTIN Dai poverissimi ai top manager, in India c una droga per tutti

66 72 77 82 88 93 96 102 108 112 116 122 126 132 136

Europa: Croazia stella numero 28 di JURICA PAVICIC La convergenza economica conviene ai Balcani di RAFFAELLA PATIMO Viaggio nel nuovo fascismo serbo testo e foto di MARJOLA RUKAJ La banalit del male da Eichmann a Mladic di CECILIA FERRARA Cera una volta la Jugoslavia testo di MATTEO TACCONI foto di IGNACIO COCCIA Slavoj Zizek, lElvis del pensiero filosofico di MARINA GERSONY Fra i dervisci del Kosovo PORTFOLIO FOTOGRAFICO di RAFFAELE CONIGLIO
[ASIA]

[AFGHANISTAN]

Fare skateboard a Kabul


di FRANCESCA LANCINI

Panghsang, dove i bambini fanno la guerra

In Afghanistan la possibilit di un futuro migliore passa da Skateistan, il villaggio dello skateboard


[WEBMANIA]

di CLAUDIA ASTARITA Wa State, lo Stato illegale con lesercito di giovanissimi

[CINA 1]

Ode al canto comunista

Miss tatara lapidata? No, solo una web bufala


di FERNANDO ORLANDI

30 34

testo e foto di LIJIA ZHANG Visita al museo del canto rivoluzionario

Dopo la finta blogger lesbica siriana, un altro caso scuote le certezze assolute nella Rete
[GIAPPONE 1]

[CINA 2]

Ingegneria demografica ed effetti collaterali

Ue-Giappone: effetto tsunami sugli scambi

di FRANCESCO GUARASCIO Ecco come cambiano le relazioni commerciali, allinsegna della liberalizzazione

di NICOLETTA FERRO I cinesi fotografati dal sesto censimento

[MEDIO ORIENTE]

Lacroix: lArabia Saudita non soltanto petrolio

numero

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[GIAPPONE 2]

Il Giappone secondo Michishita

a cura di FARIAN SABAHI Intervista allautore di Awakening Islam

38 42 44 48 56 64

di STEFANIA VITI KAWACHI Cosa fare dopo lo tsunami e dopo Fukushima

[TURCHIA]

I progetti folli di Recep Erdogan

RUBRICA [RUSSIA]

Cose dellAltro mondo a cura di FRANCESCA LANCINI

di GIUSEPPE MANCINI Con progetti ambiziosi verso il centenario della repubblica

Cos dir Benedetto XVI quando incontrer Kirill


di CRISTINA GIULIANO

[TENDENZE]

Che cosa muove le rivoluzioni colorate

Sar lincontro del secolo. Ma se non accadr ora, non accadr mai
[REPORTAGE 1]

di ABEL POLESE La difficile interpretazione delle rivolte del Sud del Mediterraneo

Quando Lenin puntava al Polo Nord


testo e foto di DANILO ELIA

[DIRITTI]

Rebiya Kadeer: Terrorista io?

Viaggio a Spitsbergen, lisola dove nessuno clandestino


[REPORTAGE 2]

di ALESSANDRA GARUSI La leader degli uighuri rigetta le accuse di terrorismo del governo cinese

A Kiev, rileggendo La guardia bianca


testo e foto di MASSIMILIANO DI PASQUALE

[LITUANIA]

Vilnius: la rivincita del Baltico

di ALEXIA DE STEFFANI La nuova urbanistica della capitale lituana

Cosa rimasto dei luoghi raccontati da Bulgakov


[CULTURA] RUBRICA

Vienna sul lettino di Freud

Numeri in libert a cura di CARLOTTA MAGNANINI

144 152 156

di MASSIMO LIBARDI Non un caso che la psicanalisi sia nata nella capitale austriaca

[LEADER GLOCALISTI] Cereria Terenzi: quando lItalia funziona


a cura di ANTONIO BARBANGELO Intervista al presidente del gruppo, Paolo Terenzi

RUBRICA

Letture pilotate a cura di Alessandro Giulio Midlarz


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EDITORIALE
li europei e gli americani provano piacere e soddisfazione quando gli eventi del terzo mondo sembrano confermare la loro superiorit politica e morale. Non appena i giovani sono scesi nelle piazze dellAfrica del Nord, dello Yemen e del Bahrein per protestare contro i loro governi, lOccidente ha salutato lavvento nel mondo arabo della sua democrazia. Democratici, infatti, erano gli slogan gridati dai dimostranti di fronte alle telecamere. Ma una manifestazione popolare che voglia suscitare simpatia e solidariet, dal Tibet a Bengasi, deve parlare, oggi, possibilmente in inglese il gergo della ortodossia democratica nelle sue diverse articolazioni occidentali. La realt meno semplice e lineare: le proteste arabe sono state anzitutto la forma contemporanea della rivolta popolare contro il padre padrone. Hanno parlato democratico perch la vera rivoluzione degli ultimi decenni, quella della tecnologia delle comunicazioni, ha creato un mercato mondiale in cui il prodotto si vende meglio quando impacchettato nei colori dellideologia dominante dellOccidente, vale a dire di quella parte del pianeta che la maggiore fornitrice e consumatrice mondiale di ideologie destinate ad assicurare la felicit delle societ future. Attenzione, questo non significa che i giovani manifestanti fossero ipocriti e opportunisti. Pensarlo sarebbe un insulto alla loro spontaneit e al loro coraggio. Significa, tuttavia, che alle origini del fenomeno vi sono anzitutto alcuni mutamenti delle societ arabe negli ultimi decenni.

di Sergio Romano

Un manifestante egiziano regge un cartello che invita a protestare anche su Facebook.

sul trono i loro figli. E avevano ceduto al pi pericoloso dei sentimenti: quello della propria impunit. Vi era quindi nelle societ arabe una massa di malumore che aspettava, per esplodere, soltanto una scintilla. Dopo il suicidio di un giovane tunisino, il tam tam degli sms ha riempito le piazze. Ma Facebook e Twitter non possono sostituire la progressiva formazione di un progetto politico. Diffondono appelli, trasmettono sentimenti, suscitano solidariet e desiderio dimitazione, ma creano folle senza leader, movimenti senza spina dorsale. Il potere non riesce sempre a schiacciarli e a disperderli, ma nel momento in cui disposto a trattare non trova di fronte a s alcun interlocutore. Prima di salutare lavvento della democrazia converr quindi ricordare che il potere e le sue leve rimarranno ancora per qualche tempo con importanti differenze da un Paese allaltro nelle mani delle Forze armate (soprattutto dove sono una credibile istituzione nazionale), dei notabili (l dove esistono) e delle organizzazioni islamiche (soprattutto l dove sono riuscite a creare i rudimenti di uno Stato assistenziale). La democrazia unipotesi di lavoro, un traguardo possibile, una speranza. Non una certezza.

Manifestanti yemeniti protestano contro il regime arrampicati su un enorme cartellone durante la preghiera del venerd. Lo slogan invita il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, ad andarsene.

sultani, come i leader arabi sono stati definiti in un recente articolo di Foreign Affairs, non sono stati sempre e necessariamente tiranni odiosi e inumani. Hanno promosso la scolarizzazione delle ultime generazioni e ridotto il tasso di analfabetismo. Hanno modernizzato il sistema delle comunicazioni, promosso la diffusione della telefonia mobile, favorito sebbene con alcune restrizioni i collegamenti a internet. E hanno creato le condizioni per lo sviluppo delleconomia, con tassi di crescita che erano, nel caso dellEgitto, appena inferiori al 5% Vi era quindi nelle societ arabe, alla vigilia delle proteste, una generazione che aveva un diploma, un telefono cellulare, una playstation, uno sguardo sul mondo pi largo di quello della generazione precedente e pi aspettative di quante ne avessero avute i loro padri e i loro nonni. Ma i sultani, nel frattempo, erano fisicamente e moralmente invecchiati. Avevano privatizzato le imprese statali in famiglia, creando una vasta cerchia di clienti e sodali. Avevano tollerato livelli di corruzione considerevolmente superiori a quelli gi piuttosto elevati delle tradizionali societ arabe. Avevano permesso alle loro famiglie di pescare a piene mani nelle risorse del Paese. Si preparavano a installare

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Cartoline da Tripoli
tutto in Tunisia.

GUERRA

A concludere affari doro sono rimasti in pratica solo i cambiavalute in nero, che lavorano pi o meno alla luce del sole, offrendo tassi molto allettanti rispetto al cambio ufficiale, grazie ai tanti connazionali sono gi 250mila che lasciano ormai la citt per andarsene allestero, soprat-

Sono loro, i trafficanti di denaro, i veri padroni del vecchio suq che sta dietro
una trovata di stampo sovietico, ha pensato bene di regolamentarle in base alle categorie professionali. Quando, perci, dallanello della tangenziale intravedi una lunga striscia nera e bianca puoi star certo che si tratta della la dei taxi. Se vedi invece una macchia colorata, con macchine di cilindrata medio-alta, si tratta della la dei medici o degli avvocati. E cos a scendere, lungo la scala sociale, no ai pulmini bianchi o grigi che assicurano i (pochi) trasporti collettivi e alle auto scalcagnate dei poveri cristi, dai colori ormai sbiaditi. Tutti in la, da mattina a sera. Peccato, per, che questo ingegnoso sforzo organizzativo serva a ben poco. Non evita infatti le risse, che scoppiano improvvise e furibonde, ma soprattutto non elimina la corruzione, che si insidia lo stesso per via dei poliziotti e dei miliziani, i quali, armi alla mano, le le dovrebbero disciplinarle e invece le sfruttano per arrotondare lo stipendio, favorendo gli uni o gli altri. Chi pu, risolve il problema ricorrendo al mercato nero. Ma la Tunisia ha bloccato il grosso del trafco, che passava dal posto di frontiera di Ras Jdir. E i tir sono fermi alla dogana, ormai vuoti, mentre i trafcanti di Ben Guardne che da sempre gestiscono il contrabbando con la Libia sono costretti a incrociare le braccia e possono solo imprecare. A peggiorare il tutto ci sono poi le sanzioni dellOnu, che si sono dimostrate piuttosto efcaci al riguardo, soprattutto dopo che a met giugno sono state
Un supporter senegalese di Gheddafi mostra unimmagine del leader libico nella caserma di Bab al Azizia a Tripoli.
Epa / Corbis / M. Messara

la Al Sahaa al Hadra, la famosa Piazza Verde gi Piazza Italia diventata il simbolo della rivoluzione del 1969.

Ed dalle quotazioni

in nero delleuro e del dollaro che capisci come va la guerra e laria che tira.
di Amedeo Ricucci

he i tempi siano bui lo si capisce subito dal prezzo di una corsa in taxi, schizzato da tre a dieci dinari nel giro di qualche settimana. Ma Ibrahim, il ragazzo al volante, ci spiega subito che non di furto si tratta, bens di un legittimo risarcimento per la penuria di carburante, che obbliga ormai i cittadini di Tripoli a code estenuanti, lunghe diversi chilometri, davanti ai pochi distributori aperti. Guardi che si lavora non pi di due giorni a settimana aggiunge e negli altri si costretti a stare in la e a bivaccare. Per non perdere il turno, ci diamo il cambio io e i miei fratelli. Ma un sacricio inutile, perch quando alla ne arrivi davanti al distributore non puoi mica fare il pieno. No. Ti danno al massimo cinque dinari, che corrispondono a 33 litri. E con quelli lavori uno o al massimo due giorni, poi sei costretto a rifare la la. Se vai in giro per Tripoli, le le non si pu fare a meno di vederle. Ce ne sono ovunque, nei quartieri popolari come in quelli residenziali. Anche perch il governo, con

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estese ad altri sei porti libici, oltre a Tripoli e Misurata, impedendo cos ogni tipo di rifornimento. la guerra, bellezza. E il suo primo effetto tangibile, oltre che paradossale, laver trasformato la Libia, che tra i primi esportatori di greggio al mondo il primo in Africa in un Paese ormai a secco, senza pi benzina per i propri abitanti. er il resto, almeno allapparenza, la vita a Tripoli scorre lenta e sonnacchiosa come sempre. Nei bar del centro, allombra degli edici in stile coloniale costruiti negli anni Trenta dagli italiani, pieno di gente che fuma il narghil e beve un caff dopo laltro, scambiando quattro chiacchiere per ammazzare il tempo. Mentre, invece, nel quartiere di Gargaresh, a ovest, si pu ancora scegliere il pesce fresco e farselo cucinare seduta stante, nelle trattorie popolari che affollano la zona. At-

tenzione, per: ormai c da prenotare, perch i clienti scarseggiano. E questo spinge molti esercizi commerciali ad aprire a singhiozzo, secondo orari di guerra che uno straniero fa fatica a decifrare. Allinizio della crisi, ad esempio, a met febbraio, erano stati costretti alla serrata fornai e panettieri, per la fuga in massa dei lavoratori egiziani, che avevano il monopolio del settore. E cos niente pane, per qualche giorno. Poi stata la volta di antiquari, gallerie darte, ristoranti e altri esercizi non di pubblica utilit, che campavano con la ricca clientela occidentale, tornata in patria da un giorno allaltro. Niente pi superuo, quindi. E adesso, soprattutto da quando i bomUna veduta di Tripoli da un appartamento usato probabilmente dai cecchini di Gheddafi nel corso degli scontri con i ribelli.

bardamenti della Nato sono diventati diurni, oltre che notturni, cominciano a chiudere anche le botteghe del suq, perch i tripolini ormai vanno poco in giro e non hanno certo voglia di fare acquisti. Finisce perci che si tira su la saracinesca del proprio negozio solo su richiesta, per uno scatto di orgoglio o per non lasciarsi sopraffare dalla noia (e dalla paura). A concludere affari doro sono rimasti in pratica solo i cambiavalute in nero, che lavorano pi o meno alla luce del sole, offrendo tassi molto allettanti rispetto al cambio ufciale, grazie ai tanti connazionali sono gi 250mila che lasciano ormai la citt per andarsene allestero, soprattutto in Tunisia. Sono loro, i trafcanti di denaro, i veri padroni del vecchio suq che sta dietro la Al Sahaa al Hadra, la famosa Piazza Verde gi Piazza Italia divenVigili del fuoco allopera alla Peoples Hall in Gargaresh Road.

tata il simbolo della rivoluzione del 1969. Ed dalle quotazioni in nero delleuro e del dollaro che capisci come va la guerra e laria che tira. Il trend negativo del dinaro libico da questo punto di vista la spia tangibile del fatto che sul lungo periodo il regime di Ghedda sar condannato dai suoi stessi connazionali. Game over, come direbbero gli analisti. Ma le oscillazioni del dinaro sono quotidiane, con scarti ancora piuttosto ampi, a riprova del fatto che il Colonnello ha ancora qualche carta da giocare. E comunque, almeno alla Borsa del popolo, nessuno ancora disposto a vendere la pelle dellorso prima che venga catturato. Daltra parte, per rendersi conto che il regime non ancora alla frutta, basta aguzzare la vista per rendersi conto del numero impressionante di sgherri di Ghedda che si aggirano per la Piazza Verde e nelle viuzze della citt vecchia. Poliziotti, miliziani, agenti dei servizi e informato-

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ri vari presidiano, infatti, con discrezione tutti i punti sensibili della citt, per evitare brutte sorprese. E non hanno tutti i torti. A met febbraio, appena qualche giorno dopo linsurrezione di Bengasi, a irrompere a sorpresa sulla Piazza Verde erano stati infatti, a migliaia, gli abitanti di Fashlum, Tajura e Suq Al Jumaa, quartieri popolari e periferici, che del regime di Ghedda ne avevano abbastanza e volevano unirsi ai loro fratelli della Cirenaica. La reazione del Colonnello fu brutale: centinaia di morti ci dicono fonti attendibili e diverse migliaia di arresti, nel corso dei rastrellamenti che sono seguiti alle manifestazioni di piazza. Oggi delle proteste di febbraio non restano pi tracce, se non sulle mura annerite dellex ministero degli Interni, dato alle amme, oppure nei muri screpolati dalle rafche di kalashnikov, o ancora nelle scritte anti Ghedda cancellate in fretta e senza lavorare di no. Ci dicono anche che di notte, nei quartieri caldi, c gente che applaude ai bombardamenti della Nato, sperando che siano sempre pi duri; ma a parlarcene niente nomi, per favore un farmacista che poi spa-

Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen.

Libici fanno acquisti al mercato del pesce mentre sono in corso gli attacchi aerei della Nato.

risce, saltando lappuntamento per unintervista in video, sia pure con la garanzia di un passamontagna calato sul viso. E c anche chi giura di aver visto in giro, a pi riprese, dei gatti ridipinti con i colori della bandiera ribelle quella rossa, nera e verde della monarchia senussita su cui i miliziani di Ghedda farebbero fuoco senza piet. Ma c il rischio che si tratti dellennesima trovata della propaganda, quella che, da una parte e dallaltra della barricata, avvelena n dallinizio questa strana guerra. difcile, ad esempio, capire quante siano le vittime civili dei bombardamenti della Nato, che dal 19 marzo si susseguono senza sosta. Ogni tanto il regime prova a convocare una conferenza stampa e spara delle cifre. Sono quasi 800 morti e pi di 4mila feriti, ci disse allinizio di giugno il portavoce del governo, Ibrahim Mussa. E a queste cifre spieg poi vanno aggiunti i morti in divisa, di

cui per le forze armate libiche non vogliono fornire i numeri esatti, per ovvi motivi. In realt, limpressione che si ha girando per Tripoli che i bombardamenti siano di una certa precisione e che i cosiddetti danni collaterali siano limitati, se non altro rispetto ad altre guerre. a prova, sia pure indiretta, la fornisce la stessa tv libica, che con i funerali andrebbe volentieri a nozze un vero e proprio must, per le tv arabe e invece stata costretta a rimandare per giorni e giorni le esequie pubbliche degli undici imam uccisi a Brega a met maggio: forse lunico vero errore sugli oltre 5mila obiettivi centrati dalla Nato in 11mila missioni sui cieli della Libia, effettuate nei primi tre mesi di guerra. N campeggiano sugli schermi della tv di Ghedda le immagini di grandi distruzioni, quanto meno di infrastrutture

civili, che paiono invece essere state risparmiate. Piuttosto, si punta in tv sulle immagini delle manifestazioni di sostegno al fratello leader, Muhammar Ghedda, segno che i danni e i lutti non sono n tali n tanti da poter essere utilizzati come collante emotivo a favore del regime. Questo non vuol dire che i bombardamenti siano solo dei fuochi darticio. Quando il cielo di Tripoli si tinge di rosso e si sente, dopo qualche secondo, il boato sordo delle esplosioni c, infatti, poco da star tranquilli, anche se si in casa o in albergo. Tripoli piena di installazioni militari ci ha urlato in faccia un civile ferito, incontrato in ospedale dopo i bombardamenti del 22 maggio e stanno tutte in mezzo alle abitazioni civili, nei quartieri pi popolosi. Come facciamo a stare tranquilli? E come posso tranquillizzare i miei gli? Ci capitato per, diverse volte, di vedere i danni provocati dai bombardamenti e siamo rimasti a bocca aperta per la precisione dei colpi. Valga un solo esempio: ledicio che ospita, anzi ospitava, il Comitato generale del popolo per le ispezioni e il

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controllo amministrativo, un blocco di cemento armato di una decina di piani, in pieno centro, stato centrato e completamente distrutto la notte del 21 maggio da un missile Tomahawk lanciato da una nave. Non sappiamo se era un legittimo target militare oppure un edicio civile, come si sono premurati di spiegare a noi giornalisti i funzionari del governo. Certo che ledicio stato sventrato dal primo allultimo piano, mentre negli edici circostanti, tutti vicini e tutti abitati da civili, nemmeno i vetri sono andati in frantumi. Pi o meno analogo il metodo dei bombardamenti su Bab Al Azizia, lenorme complesso residenziale che ospitava la famosa tenda e anche gli ufci di Muhammar Ghedda, oltre a tutta una serie di hangar, depositi, caserme ed edici, sia militari che amministrativi, della catena di comando del potere libico. In piedi, dopo almeno un centinaio di attacchi della Nato, rimasto in quella zona ben poco, con un numero di vittime tutto sommato contenuto. Ma va detto anche che questa enorme potenza di fuoco aveva un valore soprattutto simbolico. Va perci valutata secondo diversi criteri di efcacia. Serviva infatti a mettere il ato sul collo del Colonnello, a farlo sentire braccato e insidiato n dentro le mura di casa. E doveva inoltre scoraggiare quella fauna composita e un po folcloristica di suoi sostenitori, che n dallinizio delle ostilit campeggia davanti al complesso di Bab Al Azizia sotto tende improvvisate, inneggiando a Ghedda giorno e notte e sdando a petto nudo, anzi a colpi di clacson, i missili e le bombe della Nato. l colpo docchio, quando si passa l davanti, vale la sosta. Ammassati davanti a quello che tutti sanno essere un bersaglio dichiarato della Nato, bombardato giorno e notte, ci sono infatti donne e uomini, giovani e anziani, bianchi e neri, tutti l a simboleggiare lunit del popolo libico e la sua straordinaria variet. Bisogna dire che in questo genere di spettacoli la macchina della propaganda del regime riesce a dare il suo meglio. Ma in realt non bastano un po di tuareg con i turbanti in testa e le cartuccere a tracolla, n qualche gruppo di donne vocianti e con i vestiti sgargianti, per far credere che la Libia profonda e la Libia intera stiano dalla parte del Colonnello. Cos come non serve raccontare le solite bugie di guerra. Esempio: quando la Nato ha fatto fuori quattro corvette e una fregata della Marina militare, la notte del 20 maggio, a noi giornalisti stato spie-

gato, col favore delle tenebre, che si trattava di imbarcazioni da diporto, addirittura di yacht turistici; e quando invece, con la luce del giorno, abbiamo scoperto la verit, guardando allibiti le mitragliatrici, i cannoni e i vani portamissili sui relitti ancora fumanti, i funzionari del governo hanno tentato lennesima piroetta, dicendo che si trattava di imbarcazioni della Guardia costiera, addette al pattugliamento in mare contro gli emigranti clandestini. Miseria della propaganda, si dir. Ma forse anche la spia di una strana guerra, in cui nessuno n il regime di Ghedda n la Nato affonda del tutto i colpi. Perch non pu permetterselo. Il problema vero capire, in effetti, quanto questa guerra pu andare avanti. E su questo le opinioni sono divergenti. Secondo John Burns, giornalista del New York Times, due volte Premio Pulitzer, da due mesi a Tripoli, la verit che i leader della Nato hanno ben capito che c un solo modo per archiviare in fretta questa guerra: ed quello di uccidere Ghedda. Certo, non lo ammetteranno mai, perch la Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite autorizza la Nato solo a proteggere i civili. E il problema sta quindi nellaggirare quella risoluzione. Ma io mi chiedo: possibile continuare a bombardare, con lo scopo, nemmeno tanto segreto, di uccidere il leader di uno Stato sovrano? Secondo me, un gioco che potrebbe durare ancora diversi mesi. Burns convinto che i libici, da soli, non riusciranno mai a sbrogliare la matassa, ormai troppo aggrovigliata, di questa pasticciata guerra civile. C troppa paura dice e al momento la stragrande maggioranza dei libici preferisce non esporsi. Perch Ghedda in passato ha dimostrato di poter essere molto violento e molto crudele, pur di mantenere il potere. E rischiare, ora, non ha senso. Certo, negli ultimi dieci anni la Libia cambiata, Ghedda ha rinunciato alle armi chimiche e nucleari, si aperto allOccidente e alle compagnie petrolifere. Ma la gente non ha dimenticato. E quegli stessi che per ore ti tessono le lodi del fratello leader Muhammar Ghedda, sanno perfettamente di cosa capace. Preferiscono, perci, stare a guardare. Nel frattempo continuano le grandi manovre. Prima fra tutte la trattativa fra le oltre duecento trib che compongono la realt libica e la cui pax clamorosamente saltata dopo il 17 febbraio e gli avvenimenti che si sono da allora susseguiti. A dire il vero i capi trib si riuniscono un giorno s e laltro pure, a Tripoli come a Bengasi, con un sfoggio di abiti tradizionali che magari

pu suscitare linvidia di qualche stilista a corto di idee, ma che non incanta di certo i libici, n riesce a condizionarne le scelte in questa difcile crisi. S, perch avr pure ragione chi dice che le trib costituiscono lossatura della societ libica, ma altrettanto innegabile che al giorno doggi per i libici lappartenenza e la fedelt si declinano sulla base di interessi molto pi compositi, che rispecchiano solo in parte quelli della tradizione. Non a caso Ghedda fa il furbo e prova a rimescolare le carte, distribuendo ai capi trib nuovi privilegi e un sacco di regalie. Ma i risultati appaiono al di sotto delle aspettative, tant che questi simpatici vecchietti in abiti tradizionali vengono dati in pasto tutti i giorni alle telecamere, senza per che la trattativa faccia segnare dei risultati concreti, tali cio da far superare lo stallo militare. on che a Bengasi vada meglio. Aveva fatto scalpore a ne aprile un appello alluscita di scena del colonnello Ghedda lanciato dallex nouveau philosophe Bernard-Henry Levy e sottoscritto cos si diceva dai rappresentanti di tutte le pi importanti trib libiche. Poi, per, si scoperto che questi sedicenti capi trib rappresentavano al massimo la propria famiglia, magari un po allargata, e che in ogni caso la loro rma in calce a uno stupido pezzo di carta non aveva alcun valore. Tutto lavoro sprecato, insomma: comera peraltro facile prevedere, se solo a Parigi avessero letto con pi attenzione le memorie di Lawrence DArabia o avessero frequentato con maggiore assiduit le trib di questo enorme scatolone di sabbia, quale ancora oggi a Libia, secondo la famosa denizione che ne diede il nostro Gaetano Salvemini. Sulla credibilit dei ribelli di Bengasi anche John Burns ha le sue riserve. A Tripoli ci dice la gente ha paura di passare dalla padella alla brace. E questo per un motivo molto semplice: perch sanno benissimo che molti dei leader del Cnt (Comitato nazionale di transizione, NdR) di Bengasi appartenevano no allaltro ieri alla classe dirigente pi vicina a Ghedda. Erano perci corresponsabili di quanto accadeva. E allora la gente si chiede: come possiamo afdare a loro il nostro futuro? A loro che sono stati il nostro passato? Il risultato che, da una parte e dallaltra, a prevalere, pi che i fatti, sono i mantra, ovvero le invocazioni. Qui a Tripoli i fan di Ghedda continuano a ripetere in ogni occasione Allah, Muhammar, Libia, Abbas, che si pu

tradurre con Allah, Ghedda, Libia e nientaltro, sorta di variante locale del nostro Dio, Patria e Famiglia di mussoliniana memoria: pi che uno slogan una dichiarazione di fede e la speranza che basti a salvare il Colonnello. A Bengasi, invece, continuano a dire tutti i giorni, ormai da mesi, che Ghedda ha le ore contate, sperando che questa preghiera serva ad accelerare i tempi della guerra: e in questo sono scimmiottati pi o meno allunisono dai vari leader politici e militari della Nato, i quali sperano forse che nessuno, nei rispettivi Paesi, faccia i conti in tasca a questa missione in Libia, sia in termini di durata che di costi. Lunico testimone che alla ne ci sembra attendibile, oltre che disinteressato, Bruno Dalmasso, il custode del cimitero italiano di Tripoli. un uomo mite ma caparbio, che ha passato diciotto anni della sua vita a contare, uno per uno, i morti italiani sul suolo libico, civili e militari. Poi ne ha raccolto scrupolosamente le ossa, che il tempo e lincuria degli uomini avevano disperso in mezzo alle sterpaglie. E inne si adoperato, assieme alla sua compagna etiope, per dare a tutti questi morti una degna sepoltura. Nel nuovo cimitero, inaugurato nel 2008, ci sono adesso quasi 8mila salme fra tombe singole e ossari comuni che nalmente riposano in pace. Abbiamo fatto quello che andava fatto afferma Bruno, non senza orgoglio e devo dire che i libici, a cominciare dalle autorit di Tripoli, ci hanno aiutato molto. Anche per questo aggiunge non me la sono sentita di partire, in febbraio, come hanno fatto tutti gli altri italiani. Qui ho un sacco di amici. E non volevo mancar loro di rispetto, fuggendo. Sulla crisi libica e sulla guerra della Nato Bruno ha le idee chiare. E un cruccio. Sopporto i bombardamenti come tutti dice ma ritengo che intervenire sia stato un errore. La crisi un affare interno, che i libici dovevano poter risolvere fra loro, senza interferenze. Mi addolora lidea che il nostro Paese stia dalla parte di chi li bombarda. Spero solo che la Libia possa tornare ad avere la pace che merita. E vorrei che fosse lItalia a spianare la strada. Perch i libici, nonostante tutto, amano ancora lItalia. Dallinizio della crisi il cimitero stato gi profanato diverse volte: prima sono entrati i ladri, che pensavano di portar via chiss quali ricchezze e si sono dovuti accontentare di qualche cianfrusaglia. Poi stata la volta dei vandali, che hanno imbrattato i muri con scritte minacciose. Ma Bruno pazientemente resiste. E siamo certi che non moller.

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Kabul: il cortocircuito droga-terrorismo

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In Afghanistan a gestire il traffico della droga e i relativi proventi la criminalit organizzata. Ma non potrebbe farlo senza lappoggio di taliban e gruppi terroristici ad essi alleati.

Infat-

tazione la criminalit, forte dellappoggio di taliban e gruppi terroristici ad essi alleati. Infatti, nel contesto afghano, droga e terrorismo sono due facce della stessa medaglia: se vero che il terrorismo funzionale al business della droga, poich lattivit dei narcotrafcanti trova terreno fertile in una situazione di profonda insicurezza, altrettanto vero il contrario, essendo la droga una delle migliori fonti di nanziamento disponibili. tuttavia necessario fare le dovute distinzioni e sfatare qualche luogo comune. Anzitutto, resistenza armata, insorgenza, eleColtivatori doppio guardano un soldato americano che attraversa i loro campi prima di uno scontro a fuoco con i talebani a Howz-e-Madad, nella provincia di Kandahar.

ti, nel contesto afghano, droga e terrorismo sono due facce della stessa medaglia: se vero che il terrorismo funzionale al business della droga, poich lattivit dei narcotrafficanti trova terreno fertile in una situazione di profonda insicurezza, altrettanto vero il contrario, essendo la droga una delle migliori fonti di finanziamento disponibili.

menti antigovernativi e via dicendo, non vogliono dire per forza taliban. La guerriglia antigovernativa in Afghanistan non un blocco monolitico chiaramente identicabile nellelemento talebano, ma composta da un vasto range di attori, che agiscono ognuno per il proprio scopo: i taliban per ricostituire lEmirato islamico dAfghanistan, instaurare la sharia, la legge islamica, e ritornare al potere pi forti di prima; i cosiddetti gruppi di mujaheddin, eredi dei leader che combatterono contro linvasione sovietica del 1979, che non fanno parte dei taliban e non sono per nulla interessati allideologia islamista, lottano per il controllo del territorio e per il potere; qualche elemento militante di al Qaeda, che mantiene ancora una base al conne afghano-pakistano, persegue la stra-

di Francesca Donini

ono 900 le tonnellate di oppio e 375 quelle di eroina esportate ogni anno; 123mila ettari di terra coltivata a papavero nel 2010; 12mila tonnellate di oppio stoccate in localit sconosciute che, da sole, potrebbero provvedere al fabbisogno mondiale di oppio ed eroina per circa due anni; 2,3 milioni di afghani coinvolti nella coltivazione di oppio, che corrispondono al 14% circa della popolazione rurale. Numeri da capogiro. Ma non tutto, perch quello delloppio afghano non solo un trafco a livello internazionale, una vera e propria economia illegale che in Afghanistan ha raggiunto un valore pari al 60% delleconomia del Paese: un narcostato. Si tratta di dati che non hanno bisogno di essere interpretati, perch basta leggere quella lunga la di zeri e ci si rende subito conto delle reali dimensioni del problema. A questo punto, considerando che, dati alla mano, lAfghanistan produce il 92% delloppio di tutto il mondo, la domanda : ma tutte queste migliaia di tonnellate quanti miliardi di dollari producono? E soprattutto, chi se li intasca? In Afghanistan a gestire questa enorme mole di droga e i relativi proventi e a occuparsi di organizzarne lespor-

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tegia del jihad globale, di cui lAfghanistan costituisce un importante tassello; inne vi sono alcuni gruppi terroristici locali, nati sulla scia del qaedismo, ma di fatto indipendenti. Queste diverse entit, oltre a servirsi di importanti ussi di denaro proveniente dallestero, condividono limportante canale di nanziamento costituito dal narcotrafco. E qui arriviamo al secondo luogo comune: non ci sono prove di un coinvolgimento di massa dei taliban e dei gruppi terroristici nel trafco di droga. In pratica, a controllare e gestire il narcotrafco non sono i taliban n tanto meno al Qaeda, bens la criminalit organizzata. Il fatto che il crimine in costante contatto con le diverse forze insorgenti: collaborano tra di loro per il raggiungimento di obiettivi a breve e medio termine come lattacco a un convoglio Nato o americano e talvolta si confondono luno con laltro. Tuttavia, a differenza del modello colombiano, in cui le Farc sono diventate il braccio armato dei narcos, in Afghanistan taliban e terroristi si mantengono indipendenti dal sottobosco del cri-

Un padre raccoglie oppio con il figlioletto in braccio, a Fayzabad, Badakhshan, Afghanistan. Secondo lUfficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), la coltivazione di papaveri nella regione del Badakhshan pi che raddoppiata.

mine. Questo non signica che non si servano gli uni degli altri per i propri scopi, seppure assai diversi, e questo vero soprattutto per quanto riguarda il trafco di droga, linfa vitale per entrambi. a collaborazione tra narcotrafcanti e guerriglia favorita anche dai legami tribali o familiari che intercorrono tra gli uni e gli altri, per cui talvolta il miliziano taliban, quando non impegnato nei combattimenti, partecipa attivamente alla coltivazione e alla vendita delloppio. Daltronde, in una societ cos mili-

tarizzata come quella afghana, non deve sorprendere che anche la criminalit faccia uso di tattiche paramilitari, tipiche del terrorismo. Per, mentre per i taliban lo scopo degli attentati cacciare linvasore straniero e tornare al potere in nome dellideologia islamista di cui sono portavoce, per la criminalit organizzata colpire uomini e mezzi dellIsaf non rappresenta una missione politica, quanto piuttosto un sistema per proteggere il proprio business, minacciato non solo dal governo di Kabul (perlomeno in linea teorica), ma soprattutto dalle forze internazionali. Certo che, senza la protezione e il coinvolgimento dei taliban e dei gruppi terroristici, i narcotrafcanti afghani avrebbero vita pi difcile, ma daltro canto, senza il boom del narcotrafco, la recente ripresa talebana sarebbe stata impossibile. I taliban ricoprivano un ruolo importante nel controllo del trafco di droga gi dalla met degli anni Novanta, durante il loro feroce regime. Nonostante i divieti imposti dal Corano (che proibisce espressamente di entrare in contat-

La raccolta tradizionale delloppio un lavoro lungo e impegnativo. I papaveri di un campo non fioriscono tutti insieme, e il lavoro si svolge quindi nellarco di una decina di giorni. Il momento migliore per estrarre loppio arriva qualche giorno prima della piena maturazione della capsula che viene incisa leggermente: si lavorano una ad una con uno speciale coltellino a pi lame.

to con qualsiasi tipo di sostanza stupefacente, a cominciare dallalcool), i taliban compresero la portata del business della droga e incoraggiarono la coltivazione delloppio, promettendo ai maggiori narcotrafcanti libert dazione in cambio della loro sottomissione al regime. Fu solo con le prime sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza dellOnu che il regime, temendo un ulteriore isolamento dalla comunit internazionale, che avrebbe ridotto il usso di denaro proveniente da generosi nanziatori esteri, impose il divieto assoluto di coltivare, consumare (ma, attenzione, non di trafcare) oppio ed eroina. Fu la campa-

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gna di eradicazione pi efcace che si fosse mai vista, che fece precipitare a livelli minimi la produzione di droga. Tuttavia, dopo lintervento Usa e Nato in Afghanistan, i taliban subirono pesanti perdite e, forti della loro alleanza con i narcotrafcanti, incentivarono la coltivazione nelle aree sotto il loro controllo, portando alle stelle la produzione di oppio e trasformandola in unimportante fonte di nanziamento: per dare unidea, si stima che nel biennio 2006-2007 il guadagno totale, derivante dalla produzione e dal trafco di oppio ed eroina, si sia attestato tra i 200 e i 400 milioni di dollari, tutti conuiti nelle casse delle forze insorgenti e della criminalit organizzata. ggi, a dieci anni dallintervento della coalizione in Afghanistan, il ruolo dei taliban nel narcotrafco non cambiato: non un caso che i maggiori centri di produzione di oppio si trovino nelle provincie di Helmand e Kandahar, storiche roccaforti talebane e in cui si registra la pi alta attivit dinsorgenza del Paese. Per meglio comprendere la reale portata del coinvolgimento dei taliban e dei gruppi terroristici loro alleati basta lasciar parlare i numeri: dieci anni fa, durante il regime, i taliban guadagnavano dai 75 ai 100 milioni di dollari allanno, tassando le coltivazioni di oppio; oggi ricavano circa 125 milioni di dollari allanno solo dalle tasse imposte sul commercio nelle aree sotto il loro controllo. I guadagni aumentano in modo esponenziale se si aggiunge il pizzo imposto ai laboratori che trasformano loppio in eroina e al trafco di precursori chimici. Tutto questo senza contare il guadagno ricavabile dal trafco e dalla produzione di oppio in Pakistan, che ammonta a circa 1 miliardo di dollari. Quella del terrorismo in Afghanistan una macchina ben oliata, forse un po confusa, ma non cos caotica come potrebbe sembrare, che tuttavia ha bisogno di benzina continua per poter sopravvivere. Questa benzina la droga. E quando si tratta di milioni di dollari fruscianti, poco importa che il Corano vieti espressamente qualsiasi tipo di attivit legata alle sostanze stupefacenti. Ma come si traduce sul campo questa connessione tra terrorismo, droga e criminalit? In un Paese come lAfghanistan avere il potere signica avere il controllo delle risorse e tutti i principali attori sul campo, siano essi criminali, terroristi o politici corrotti, mirano ad avere un ruolo nel narcotrafco, perch controllare le rotte della droga signica avere in mano il Paese. come se la distanza tra busi-

ness e ideologia si stesse accorciando sempre di pi. Poich le strade della criminalit e quelle dei taliban per il contrabbando di armi, droga e combattenti spesso coincidono, i diversi soggetti coinvolti hanno scelto di instaurare un vero e proprio rapporto di collaborazione, anzich ostacolarsi reciprocamente, assumendo in questo modo il controllo totale. In realt i proventi della droga non si limitano al trafco o allesportazione dei carichi oltre conne, ma comprendono altre notevoli entrate derivanti dalle varie quote di tassazione e vendita a livello locale. Il contadino, non di rado costretto con la forza e lintimidazione a coltivare loppio, deve versare lushr, una tassa del 10% sulla produzione che poi verr spartita fra taliban e narcotrafcanti. Questa tassa viene pagata dalla quasi totalit dei contadini nelle provincie del Sud e dellOvest del Paese, sotto controllo delle forze insorgenti e in cui viene prodotta la quasi totalit delloppio afghano. Secondo i dati forniti dallUnodc (United Nations on Drugs and Crime) si stima che nel triennio 2005-2008 il ricavato di questa tassa ammontasse a 200 milioni di dollari e che il 30-50% sia conuito interamen-

Coltivazione di papaveri in Afghanistan.

te nella casse dei taliban. Laddove questi ultimi non hanno il controllo del territorio il ricavato della tassa viene suddiviso tra i signori della guerra e la criminalit organizzata. Alla luce di ci, considerato che al Qaeda certamente presente in Afghanistan, ma non detiene il controllo del territorio, non sembra che essa sia direttamente coinvolta nel narcotrafco al pari dei taliban. Ovviamente ci non vale per gli altri gruppi jihadisti suoi alleati, che invece si autonanziano attraverso molte attivit illegali, prima fra tutte proprio il trafco di droga. I taliban e le altre fazioni terroriste offrono la protezione dei carichi che devono attraversare il conne afghano o che il contadino deve vendere al trafcante locale, in cambio di partite di armi o di una percentuale sui proventi della vendita. Tuttavia i taliban impongono tasse anche ai narcotrafcanti in cambio dellassoluta garanzia che il carico giunger a destinazione senza alcun tipo di problema: la zakat, una tassa del 2,5% sul carico di droga, viene

riscossa in modo sistematico nelle aree sotto controllo dellinsorgenza, soprattutto ai trafcanti di livello pi basso. Tuttavia, in Afghanistan non sono solo i terroristi e i signori della droga a trarre benecio da questo impressionante trafco illegale: secondo il ricercatore americano Andrew Wilder circa 17 membri del parlamento sono narcotrafcanti veri e propri e circa altri 24 sono in qualche modo, direttamente o indirettamente, legati ai signori della droga: colletti bianchi e barbe nere, dunque. Del resto, lintera questione relativa al problema del narcotrafco non si esaurisce certo entro i conni afghani, ma coinvolge lintera regione. Infatti il denaro generato dalla droga non si limita a nanziare taliban e criminali afghani, ma nisce nei Paesi limitro, andando a sostenere tutti quei gruppi terroristici che rendono profondamente instabile larea, come il Movimento indipendentista islamico uzbeko, i ribelli del Beluchistan, in Pakistan, il Partito islamico del Turkmenistan e via discorrendo. Senza un immediato intervento lintera Asia centrale rischia di essere invasa da un mare di droga e terroristi, con gravi ripercussioni a livello geostrategico.

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Lapresse

La nuova India invasa da eroina e oppiacei


carriera nelle societ informatiche.

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Sostanze narcotiche di ogni genere e provenienza circolano in quantit, soprattutto nelle grandi metropoli del business, coinvolgendo ogni categoria sociale, dai poverissimi costretti a vivere per strada, ai top manager e agli uomini di spettacolo, passando per gli studenti e i giovani in

A seconda dellestrazione sociale e delle disponibilit

matori indiani delle nuove droghe: giovani impiegati, dirigenti di multinazionali, la donna nubile seduta al tuo anco in un lounge bar, operatori di call center che ricevono dieci chiamate allora, studenti sottoposti alla pressione dei corsi professionali, teenager incollati a internet e il ragazzino che ti sta di anco. Anche le droghe classiche godono di ampio consenso in India, come la cocaina, diffusa soprattutto negli ambienti elitari, dove il danaro non un problema. Tuttavia, a dominare la classica degli stupefacenti pi utilizzati sono gli oppiacei, ovvero eroina, oppio, morna e brown sugar (escludiamo dal conto droghe leggere quali marijuana e hashish, che in India, sebbene illegali, sono tollerate dalle autorit).
Un sadhu, santone indiano, che fuma cannabis.

La diffusione degli oppiacei


ornando alle stime del World Drug Report, nel corso dellultimo decennio, in India lincidenza dei consumatori di oppiacei passata dal 22% al 42% sul totale degli utilizzatori di droghe. Le stime parlano di almeno 1 milione di eroinomani, cui si sommano circa 674mila assuntori di oppio. Tanto basta a trasformare lElefante nel principale divoratore asiatico di oppiacei, primato conteso alla Cina, altrettanto interessata dal boom delle droghe, soprattutto nelle citt industriali della costa orientale. Secondo il National Drug Detoxication and Treatment Centre di New Delhi, lIndia ha da tempo superato il punto di non ritorno nellassunzione di eroina e, come logica conseguenza, si intensicata anche la diffusione dellHiv/Aids. La piaga degli oppiacei si estende da Nord a Sud, propagandosi sul territorio

economiche degli utilizzatori, le droghe reperibili nel mercato variano in modo considerevole. Gli studenti e i neolaureati sono i consumatori pi attivi e, secondo il World Drug Report, redatto nel 2010 dallo United Nations Office on Drugs and Crime, avrebbero una predilezione per le droghe sintetiche, come il cristal, il Dmt, la ketamina e la pi nota ecstasy, solo per citarne alcune.

di Emanuele Confortin

D S

opo il tramonto i vicoli di Calcutta vengono lentamente avvolti dalloscurit. Una manciata di lampioni e le ammelle dei fornelli a kerosene che proiettano pallide luci sulle pareti ammufte degli edici, segnando la direzione in una laterale di Sudder Street. A lato della via, poco lontano da un grosso cumulo di riuti, tre ragazzi indiani seduti a terra discutono tra loro, incuranti del mondo che li circonda. Qualche passo ancora e le sagome avvolte dalla penombra si fanno un po pi chiare, rivelando qualche altro dettaglio. Hanno il viso nerissimo, coperto da una pesante patina di sporcizia, cos come i capelli e gli abiti lisi. Difcile denirne con esattezza let, ma sembrano avere poco pi di ventanni. Il dialogo acceso e riguarda una si-

ringa, apparentemente priva di ago, che due di loro continuano a sottrarsi a vicenda, mentre il terzo si china con la testa su una carta stagnola aperta in una mano, sniffando qualche cosa con una cannuccia. La scena piuttosto eloquente e in pochi istanti racconta una delle peggiori piaghe che sta sgurando il volto della Nuova India. La massiccia diffusione delle droghe divenuta un fenomeno incontrollabile prima ancora che il governo intuisse la seriet del problema. Sostanze narcotiche di ogni genere e provenienza circolano in quantit, soprattutto nelle grandi metropoli del business, coinvolgendo ogni categoria sociale, dai poverissimi costretti a vivere per strada, ai top manager e agli uomini di spettacolo, passando per gli studenti e i giovani in carriera nelle societ informatiche. A seconda dellestrazione sociale e delle disponibilit economiche degli utilizzatori, le droghe reperibili nel mercato variano in modo considerevole. Gli studenti e i neolaureati sono i consumatori pi attivi, e secondo il World Drug Report, redatto nel 2010 dallo United Nations Ofce on Drugs and Crime, avrebbero una predilezione per le droghe sintetiche, come il cristal, il Dmt, la ketamina e la pi nota ecstasy, solo per citarne alcune. Particolarmente diffuso anche lutilizzo di farmaci liberamente reperibili in commercio, quindi legali e pi economici, assunti da soli, mescolati tra loro, oppure assieme a sostanze alcoliche. Recentemente lautorevole settimanale India Today ha stilato lidentikit dei consu-

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Afp / Getty Images / D Chowdhury

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Dove si produce loppio


n India la diffusione delle coltivazioni illegali di papavero da oppio si intensicata sul nire del XX secolo, per effetto in primis del momentaneo declino delle produzioni in Afghanistan, da dove oggi proviene quasi il 90% delleroina mondiale. Allepoca i taliban avevano imposto e fatto rispettare il divieto della raccolta delloppio perch giudicato haram, proibito, da una fatwa decretata nel 2000 dal mullah Omar. Nel contempo il governo indiano aveva iniziato a ridimensionare lestensione delle produzioni legali (usate, come detto, anche per alimentare il narcotrafco), passate dai 21.141 ettari della stagione 2003-2004, agli 8.770 ettari del 2004-2005, per arrivare sotto gli odierni 5mila ettari, riducendo drasticamente anche gli apporti illegali. In breve, territori che no ad allora avevano funto da direttive commerciali degli oppiacei, si sono trasformati in terre di coltura autonome. Larea in questione riguarda prevalentemente il Nord, con concentrazioni rilevanti in prossimit dei conni, dal Nordovest al Nordest, disegnando una vasta falce ribattezzata Mezzaluna doro indiana, riprendendo il nome delloriginale compresa tra Afghanistan, Pakistan e Iran. Gli Stati coinvolti sono il Jammu & Kashmir, Himachal

Un contadino fuma oppio da un narghil.

Pradesh, Uttarkhand, Bihar, Jharkhand, West Bengal, Manipur e Arunachal Pradesh, mentre al Sud sono state individuate piccole colture in Karnataka.

a partire dalle grandi citt e, a differenza delle altre droghe, senza distinzione di et, casta, posizione o salario, sebbene esistano delle difformit in quanto a qualit. Ecco che ai pi facoltosi viene spacciata la merce migliore, o se vogliamo garantita, mentre nei bassifondi, tra i pi poveri, sono distribuite dosi di eroina a 100 rupie luna (1,60 euro), tagliate pi e pi volte, di scarsissima qualit e spesso letali.

Un bambino indiano legge insieme con la madre nel portone di un negozio a Calcutta mentre, accanto, un tossicodipendente assume eroina. Gli eroinomani sono una vista comune per le strade dellIndia metropolitana, dove c un allarmante aumento di incidenza di infezione da Hiv.

Il favore di confini indefiniti


oppio prodotto in India viene in parte trafcato oltre i conni, in Bangladesh a est e in Pakistan a ovest, assieme ai precursori, ovvero le sostanze chimiche impiegate nella rafnazione, per poi tornare lungo le stesse rotte sotto forma di eroina. La maggior parte della pasta di oppio ricavata viene trasformata in territorio indiano, allinterno di minuscoli laboratori, spesso afdati a tecnici poco o per nulla esperti, dove sono frequenti le visite di consulenti itineranti, non necessariamente indiani, che tengono corsi di formazione sulla rafnazione, a prezzi che arrivano anche a 50mila rupie (790 euro). Dalle analisi condotte dal Central Bureau of Narcotic (cui spetta anche il compito di monitorare il territorio e trovare le coltivazioni illegali), leroina prodotta in India ha una purezza limitata, variabile tra il 20% e il 60% (quella afghana dal 65% al 90%) e viene venduta a un

Loppio tra passato e presente


a gravit della situazione ha colto il governo indiano alla sprovvista, mettendone in evidenza lincapacit di denire politiche adeguate a fronteggiare il fenomeno delle tossicodipendenze. Quello che New Delhi ha vissuto come un problema nuovo, in realt, fa parte del dna della nazione, per secoli detentrice del monopolio della produzione di oppio in Asia centro me-

ridionale. Una delle prime fonti scritte a citare le qualit delloppio coltivato in India il Dhanvanatari Nighantu, un trattato medico del X secolo. Durante il XVI secolo le coltivazioni del Nord erano controllate dallimpero Moghul e, secondo un testo dellepoca, lAin-e-Akbari, il prezioso narcotico tanto in voga nelle corti dei maharaja, veniva prodotto su una supercie di un milione di metri quadrati. Al termine della dominazione islamica, dal XVIII secolo in poi, il business delloppio pass nelle ma-

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ni della Corona britannica, no allindipendenza nel 1947. Oggigiorno, in base ai dettami dello United Nations Single Convention on Narcotic Drugs del 1961, lIndia lunica nazione al mondo ad essere autorizzata allestrazione di pasta da oppio. Il controllo delle operazioni spetta al Central Bureau of Narcotic di New Delhi, che ogni autunno concede licenze annuali a un numero ristretto di produttori scelti, localizzati in tre stati settentrionali: Madhya Pradesh, Rajasthan e Uttar Pradesh. Al termine del raccolto la pasta (o lattice) di oppio viene consegnata agli unici due laboratori autorizzati alla lavorazione, nelle citt di Ghazipur e Neemuch. Fino a qualche anno fa una cospicua parte delloppio qui prodotto veniva dirottata dai trafcanti nel mercato illegale, per essere poi trasformata in eroina. La risposta di New Delhi stata lintensicazione dei controlli, in particolare la misurazione dei campi coltivati a papavero, aggiungendo anche dei minimi da produrre, 53 chilogrammi per ettaro in Rajasthan e Madhya Pradesh, contro i 46 chilogrammi dellUttar Pradesh, pagati 2.100 rupie (33 euro) per ogni 100 chili di prodotto.

prezzo al chilo che oscilla tra le 700mila rupie (11mila euro) e un milione e mezzo di rupie (23.700 euro). I grossisti poi tagliano ripetutamente il prodotto, ottenendo anche 15 chilogrammi di dosi da un solo chilogrammo di eroina, mettendole sulle strade con appena il 2% di principio attivo.

Il caso di Lalgola
er comprendere meglio il gioco di equilibri che determina il business delleroina lungo i conni indiani opportuno osservare il caso di Lalgola, piccola cittadina del distretto di Murshidabad, in West Bengal, situata vicino al Bangladesh. In queste zone rurali il mensile di New Delhi Tehelka ha recentemente condotto unapprofondita indagine, dalla quale emerge con chiarezza la facilit con cui i narcotrafcanti riescono a muoversi a ridosso della frontiera, qui particolarmente indenita per effetto di dense foreste, risaie e corsi dacqua che ridisegnano il paesaggio dopo ogni monsone. Nei dintorni di Lalgola normale che un contadino indiano abbia propriet terriere in Bangladesh e viceversa, per cui, in base ad un accordo tra New Delhi e Dacca, ai locali viene garantita una certa libert di movimento. Assieme a sementi, animali da traino e attrezzature agricole che ogni giorno si spostano tra India e Bangladesh, passano anche pasta di oppio, eroina, precursori e, ovviamente, armi, esseri umani, guerriglieri, merci di contrabbando etc. Alla ne del XX secolo Lalgola fungeva esclusivamente da centro di smistamento degli oppiacei trafcati dal Triangolo dOro (Birmania, Thailandia e Laos) via Bangladesh, per essere poi immessi nelle rotte verso lEuropa, mentre nella direzione opposta viaggiavano i precursori. Negli ultimi dieci anni Lalgola ha acquisito crescente autonomia, intensicando in modo esponenziale la coltura del papavero da oppio e perfezionandosi anche nella produzione di eroina, destinata in gran parte a Calcutta, considerata la capitale indiana del consumo e del trafco di oppiacei.

mansiscono le autorit e i politici, oliando il meccanismo. I proprietari terrieri ricevono dal coltivatore una somma di circa 20mila rupie (317 euro) anticipate, per un bigha di terreno concesso in usufrutto (il bigha ununit di misura usata in India per calcolare la supercie dei terreni agricoli e varia a seconda delle zone, equivalendo a circa 1.331,4 metri quadrati). Si tratta del quadruplo rispetto a quanto si otterrebbe, a ne stagione, da una coltura tradizionale; inoltre, il fatto che la vita del papavero da oppio vada da ottobre a marzo, lascia altri sei mesi per seminare verdure o legumi. Ogni proprietario terriero aftta ai coltivatori mediamente dieci bigha. I braccianti che lavorano la terra e permettono la crescita del papavero, ricevono 15mila rupie (237 euro) a bigha. Esiste un prezzario anche per gli agenti di polizia, cui spettano 5mila rupie (circa 80 euro) a bigha. Il supporto della Panchayat (lett. assemblea dei cinque, lorgano decisionale che governa uno o pi villaggi) viene retribuito con 10mila rupie per bigha (160 euro). Inne ci sono i braccianti e gli estrattori (anche donne e bambini), tradizionalmente sfruttati nella societ rurale indiana, allinterno della quale per chi svolge il lavoro duro nei campi gi abbastanza riuscire a mangiare ogni giorno. Tra i papaveri da oppio, per, diventano qualcosa di simile a operai specializzati, la cui maestria basilare per garantire qualit, purezza, quindi protti. Per queste gure la coltura delloppio offre la rara possibilit di uscire dalle soffocanti dinamiche della casta, riscattandosi socialmente. Inoltre ottengono un salario altrimenti irrealizzabile, di 400 rupie al giorno, rispetto alle 100 rupie ottenute con altre colture. Dopo tutti questi costi il narcotrafcante che commissiona la produzione in grado di intascare anche 50mila rupie (792 euro) nette per ciascun bigha.

Di no alla droga, lo slogan di una manifestazione contro luso di droghe.

La crociata dellantidroga
a quando il governo di New Delhi ha realizzato la gravit del problema delle tossicodipendenze, ha cercato di reagire alla meno peggio. Oggigiorno manca una strategia nazionale efcace con cui sensibilizzare la popolazione, a tutti i livelli, afnch inizi a vedere nelle droghe un nemico da combattere, deleterio per il singolo, la famiglia e la comunit. Le uniche iniziative in tal senso sono state limitate allistituzione e al nanziamento di alcuni centri di disintossicazione, specializzati nella cura delle dipendenze, e non nella prevenzione. In parallelo viene data crescente rilevanza ai servizi an-

Oppio, per il bene di tutti


e la voracit del mercato interno ha creato i presupposti per lestensione dei territori coltivati a papavero, ad aver dato continuit al business sono senza dubbio la corruzione endemica e la razionalizzazione delle diverse fasi, che garantiscono lauti guadagni per tutti. A forza di mazzette i narcotrafcanti am-

tidroga, per intercettare i trafci di eroina (e di tutti i narcotici in generale), quindi trovare e distruggere le coltivazioni illegali di oppio. Questultima attivit spetta al Central Bureau of Narcotic che ogni anno, ad autunno, sguinzaglia i propri agenti sul territorio alla ricerca dei campi coltivati, spesso occultati in zone remote e difcili da scovare. Pur avvalendosi di spie inltrate, di ex trafcanti pentiti e del monitoraggio satellitare, i risultati non sono ancora sufcienti, ma migliorano di anno in anno. Nel 2008 sono stati individuati e distrutti 736 ettari di coltivazioni. Nel 2009 sono niti nelle mani del Central Bureau of Narcotic 2.238 ettari, mentre lo scorso anno 3.083 ettari, che avrebbero prodotto 5mila chilogrammi di eroina. Secondo le stime ufciali il volume delle colture giunte a raccolto sarebbe almeno dieci volte maggiore. Gli scarsi risultati derivano senza dubbio dal numero esiguo di ispettori, appena 673 per un territorio,

lIndia intera, grande quasi quanto lEuropa. Un forte limite contrapposto anche dallomert delle popolazioni residenti nelle aree di produzione, in buona parte interessate ai cospicui guadagni offerti dalloppio. Per questo, durante la distruzione di terreni operate dalla polizia, si sono vericate sommosse popolari dei proprietari terrieri e dei contadini, talvolta sostenute anche da alcuni politici locali, tutti ignari del fatto che la coltura delloppio in India sia illegale. Lincapacit di risolvere il problema nella realt ha spinto le autorit a cercare una soluzione tipicamente indiana, spostando la questione a un livello pi astratto, quello della celluloide e dei teleschermi. Il Central Bureau of Narcotic ha indetto un bando per la realizzazione di un lm a tema, entro giugno 2011. La speranza delle autorit quella di far conoscere alla popolazione le conseguenze legali connesse alla produzione delloppio, mostrando anche gli effetti devastanti delle droghe. Cos facendo una delle pi gravi piaghe sociali dellIndia moderna potrebbe non essere risolta dalla prevenzione della polizia, ma dalle suggestioni di un nuovo polpettone made in Bollywood.

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Epa / Corbis / R.P. Singh

Fare skateboard a Kabul


straliano di 36 anni, arrivato in Afghanistan.

AFGHANISTAN

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Sono passati quattro anni da quando Oliver Percovich, skater e ricercatore in scienze sociali au-

Un tempo breve per fondare nella capitale

uno dei progetti per bambini di maggior successo: Skateistan, il villaggio dello skateboard, che offre gioco, ma anche istruzione e possibilit di un futuro migliore.

di Francesca R. Lancini

uando appoggi lo skate su quella strada polverosa, circondato da montagne e cieli popolati da nuvole scure, prov un fremito. Stava per lanciarsi in uno dei territori pi affascinanti del mondo, anche se tra i pi martoriati. L gli occidentali non giravano da soli: vivevano barricati o avevano le sembianze di soldati. Eppure non fu lincoscienza a spronarlo, ma il desiderio di rompere le barriere con una popolazione che poteva avere bisogno delle sue idee e delle sue competenze. A quella passeggiata sulla tavola ne seguirono molte altre. Kabul lo ripag presto del suo coraggio. Sono passati quattro anni da quando Oliver Percovich, skater e ricercatore in scienze sociali australiano di 36 anni, arrivato in Afghanistan. Un tempo breve per fondare nella capitale uno dei progetti per bambini di maggior successo: Skateistan, il villaggio dello skateboard, che offre gioco, ma anche istruzione e possibilit di un futuro migliore. Oliver ha raggiunto questo risultato grazie a una combinazione di qualit insolite in un operatore umanitario e che, al contrario, forse dovrebbe essere la regola: fantasia e pragmatismo. Lidea originale dello skate, che ha introdotto per primo in Afghanistan, gli ha permesso di avvicinarsi per gradi alla popolazione, senza alcuna forzatura. I ragazzini si dirigevano verso quel pezzo di legno come attratti da una forza magnetica. Chiedevano cos insistentemente a Oliver di provarla da spingerlo a tenere lezioni quotidiane presso una fontana abbandonata dal tempo dei russi. Il gioco aveva ridato vita a un luogo desolato. Skateistan non un progetto calato dallalto da un occidentale, ma stato generato dai bambini stessi, racconta Percovich in una lunga telefonata. I ragazzini domandavano di fare skate con me. Ho seguito semplicemente il loro entusiasmo. Lidea di proseguire stata loro. Fu soprattutto lattenzione a un dato demograco a colpirlo: il 50% della popolazione afghana ha meno di 16 anni e il 68% non ancora 25. Quando ho visto queste statistiche mi sono chiesto perch non cerano progetti di sviluppo importanti per i giovani. Ho quindi pensato di crearne uno. Lo skateboard era la cosa che pi mi poteva legare a loro. In Afghanistan difcile invecchiare: laspettativa di vita media intorno ai 45 anni e il tasso di mortalit infantile il pi alto del pianeta. Lo skateboard, che non richiede grandi mezzi per essere praticato, si adatta bene a un contesto sociale cos povero. Grazie al lavoro di Skateistan non mai stato percepito, inoltre, come uno sport

riservato solo ai maschi, ma accolto come un gioco che unisce e pu essere praticato da tutti. Una priorit stata superare le discriminazioni fra maschi e femmine, e fra bambini di diversa estrazione sociale ed etnia, continua Percovich. Le bambine non possono praticare sport pubblicamente. Attivit come il calcio o la pallavolo sono riservate ai ragazzi. Lo skateboard qualcosa di veramente nuovo per gli afghani e per questo, dialogando con le loro famiglie e stando molto attenti alle loro regole, siamo riusciti a far venire anche le ragazze. Inoltre non si basa sulla competizione, ma sulla condivisione di una passione comune. Secondo il fondatore di Skateistan molto importante che lo skateboard non sia visto come uno sport occidentale, legato a una specica subcultura: Non possiamo introdurre la musica o labbigliamento che di solito lo accompagna. Non sarebbero accettati dai genitori. A noi basta una tavola con le ruote, il resto deve restare in Occidente. daccordo anche Max Henninger, un altro skater trentenne, responsabile della comunicazione di Skateistan, che raggiunse Percovich a Kabul un mese dopo il suo arrivo. Nel mondo occidentale lo skateboarding viene spesso considerato qualcosa contro lestablishment. Si dice che molti skater prendano droghe, che siano demotivati o che non vogliano raggiungere alcun obiettivo nella loro vita. Questa percezione, sebbene distorta, per fortuna non la si avverte in Afghanistan. Max tedesco e ha alle spalle anni di lavoro nella cooperazione del suo Paese: Skateistan un progetto educativo, che ha la missione di togliere i bambini dalla strada e di farli stare insieme nonostante le differenze. Un grande problema lo scontro fra etnie: pashtun, hazara, tagiki, uzbeki, aimak, turkmeni, baluci. C un razzismo reciproco. e attivit dellong si svolgono in gran parte nello Skate Park, un palazzetto multifunzionale che i ragazzi di Skateistan sono riusciti a far costruire nel 2009 grazie al sostegno del Comitato olimpico nazionale afghano. Lo frequentano regolarmente pi di 300 minori, che oltre allo skate possono praticare altri sport introdotti di anno in anno e frequentare gratuitamente diversi tipi di corsi scolastici, a seconda delle esigenze. Il programma Back to School pensato per inserire nella scuola pubblica coloro che non lhanno mai frequentata o che lhanno abbandonata. Si tratta soprattutto dei bambini di strada, orfani o provenienti da famiglie povere e

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Skateistan

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Ap Photo / R. Maqbool

sfollate da anni di guerra. Li vedi ovunque a Kabul. Vendono cianfrusaglie, chiedono lelemosina, lavano le auto per mantenere se stessi e le loro famiglie allargate, fumano colla per sopravvivere alla durezza della strada o sono addirittura costretti a prostituirsi. Una tragedia senza numeri: non esistono statistiche in merito, ma si ipotizza che gli street children possano essere moltissimi, se si tiene conto che Kabul ha 5 milioni di abitanti, che la met di questi sono sotto i 16 anni e che molti di loro non hanno ssa dimora o trascorrono quasi tutta la loro giornata in condizioni precarie. Henninger spiega: Purtroppo non ci sono studi statistici sulla popolazione afghana. Le Nazioni Unite cercano di condurre delle indagini, ma nessuna di queste afdabile. Gli ideatori di Skateistan denunciano la scarsit di progetti dedicati ai giovani, che sono il presente e il futuro dellAfghanistan. A causa della corruzione molti soldi che arrivano qui passano da diversi canali e non vengono impiegati nello sviluppo del Paese, accusa Percovich. Non esiste un ministero per la Giovent, anche se la pi importante risorsa del Paese su cui investire. pi facile occuparsi di altre categorie che dei bambini. Enormi responsabilit, per, avrebbero anche le organizzazioni internazionali. Henninger ne certo: Non cos difcile interagire coi bambini afghani, devi solo farlo. In Afghanistan il problema della cooperazione internazionale allo sviluppo la perdita del legame con la gente. Si nasconde dietro alte mura e nestre protette. Noi abbiamo deciso di riprendere contatto con la popolazione per conoscerne da vicino problemi e necessit. Lavoriamo sul terreno, alla base, coi bambini, ma anche coi loro genitori, che giusto che sappiano cosa accade a Skateistan. E sono proprio loro a creare intorno a noi una rete virtuosa che ci protegge. Spesso ci chiamano e ci dicono: Oggi meglio che non usiate questa strada, fate attenzione. Un altro aiuto possibile e lo ha capito anche il regista Kai Sehr, che ha trascorso un anno nella capitale afghana per realizzare il documentario Skateistan. Quattro ruote e una tavola a Kabul, vincitore al Festival di Berlino del premio Cinema for Peace: Mentre lmavamo non avevamo alcuna protezione. Come potevamo richiederla se questi ragazzi che ci ospitavano non lavevano? Non abbiamo mai avuto problemi a riprendere al-

laperto. Anzi, le persone volevano comparire nellobiettivo. Dovevamo solo stare alla larga dai convogli militari. Naturalmente tutti a Skateistan sono consapevoli di trovarsi in un territorio di guerra e per questo prendono delle misure di sicurezza, ma solo quelle indispensabili. La polizia afghana protegge le loro strutture e lorganizzazione locale per la sicurezza invia loro rapporti sulla situazione della viabilit e del conitto. dieci anni dalla cacciata dei talebani dal potere le condizioni generali del Paese sono peggiorate. Dallottobre 2001, quando le forze di Stati Uniti e alleati sono giunte nel Paese asiatico, spinte dal trauma dell11 settembre, il terrorismo non stato cancellato. I talebani si sono riorganizzati e rafforzati. Diversi rapporti dicono che le vittime sono in aumento, anche se non possibile stabilire il numero esatto di morti e feriti. Secondo il Wall Street Journal la sicurezza in Afghanistan si deteriorata da quando Obama ha inviato altri 30mila soldati. Larea pi pericolosa rimane il Sud, ma gli insorti nel frattempo si sono posizionati anche nel Nord e nellOvest. La chiave del nostro successo insiste Percovich ascoltare gli afghani. Forse perch non lo si fa abbastanza che la situazione sta peggiorando. In zone del Nord che erano tranquille quando sono arrivato, nel 2007, ora si combatte. Come su questa stessa rivista ci aveva raccontato Nancy Dupree, il rischio pi grande che lAfghanistan, a furia di essere occupato, diventi un Paese completamente dipendente dagli aiuti. Noi prosegue Percovich non regaliamo nulla, ma creiamo delle opportunit. Non diamo lo skate, ma insegniamo a usarlo. Gli afghani devono diventare attori del cambiamento, come gi accaduto per altre popolazioni povere in India, Taiwan, Cina, Corea del Sud, dove sono emerse delle capacit imprenditoriali. Bisognerebbe, per, che anche limmagine dellAfghanistan cambiasse rispetto alla propaganda politica e militare dei vari schieramenti. Da esperto di comunicazione Henninger sottolinea: Un enorme problema la rappresentazione dellAfghanistan nei media occidentali, dove trovi solo notizie orribili e relative alla guerra. Noi stiamo avendo unesperienza diversa. Stando con le persone abbiamo capito che la maggior parte vuole solo vivere in pace e non preoccupasi ogni giorno della propria

PER SAPERNE DI PI skateistan.org: il sito con tutte le info sullong Skateistan. skateistanthemovie.com: portale dove si pu vedere il trailer del documentario dedicato al progetto umanitario. middleastnow.it: festival internazionale di film e documentari sul Medio Oriente, che lo scorso marzo ha presentato in anteprima a Firenze il documentario Skateistan. Quattro ruote e una tavola a Kabul di Kai Sehr.

Skateistan

Skateistan

sopravvivenza. La situazione complessa. Nel documentario di Kai Sehr si vede un religioso sciita radicale che ha elaborato la legge secondo cui le bambine si possono sposare a 12 anni. Lui stesso, per, ci ha detto che praticare sport, per le donne, in linea con ci che scritto nel Corano. Muoversi fra le contraddizioni di una realt tanto diversa arduo, ma non bisogna rinunciare. Non ho mai avuto paura conda Percovich ma spesso mi sento frustrato e stanco. C tanto lavoro e cerco di farlo al meglio. Ogni giorno emergono ostacoli da scavalcare e formulari da compilare. Servono molta comprensione, passione ed energia.

Miss tatara lapidata? No, solo una web bufala


zione per lapidazione in obbedienza alla legge islamica, violata per aver partecipato a un concorso di bellezza.
di Fernando Orlandi

WEBMANIA

Dopo quello di Amina, la finta blogger lesbica siriana, un altro caso scuote le certezze assolute nella Rete quale fonte di notizie: la morte di Ekaterina Koren, una giovane tatara di 19 anni.

Per molti giorni, nonostante le smentite e la mancanza di riscontri, sul web si parlato di esecuma anche perch si tratta del primo episodio di questo genere in Crimea, penisola dellUcraina. Le news riferivano infatti che Ekaterina (Katya) era una tatara di Crimea.

Non era vero.

I tatari di Crimea
tatari di Crimea sono una popolazione che vanta una lunga storia e un insediamento antico di secoli nella regione. Dal 1441 al 1783 ebbero anche un loro Stato, il khanato di Crimea, tributario e alleato dellimpero ottomano e per questo in continuo conitto con la Moscovia e la Confederazione polacco-lituana. Nel 1783, dopo la vittoria della Russia sugli ottomani, la Crimea venne dapprima occupata e poi annessa allimpero russo. La successiva colonizzazione zarista, con lesproprio delle terre, gener un massiccio esodo della popolazione rurale. Un secolo dopo, da un milione che erano, i tatari erano rimasti allincirca in 200mila. Dopo la guerra civile e la presa del potere da parte dei bolscevichi i tatari vennero falcidiati dalla carestia del 19211922 (mor circa il 15% della popolazione). Nel 1941 la Crimea venne occupata dalle truppe tedesche e tre anni dopo, a seguito della riconquista da parte dellArmata rossa, i tatari vennero accusati di collaborazionismo con gli ex occupanti e per questo Stalin ordin la loro deportazione nel maggio del 1944. Vennero brutalmente trasferiti soprattutto in Asia centrale, principalmente in Uzbekistan, ma anche in Kazakistan e in altre regioni. Deportazione, malattie e mancanza di cibo li decimarono. Nel 1956, dopo il 20 congresso del Pcus e il cosiddetto Rapporto segreto di Nikita Krusciov, le popolazioni deportate nel 1944 (fra queste ceceni, ingusci, calmucchi, balkari, karaciai, tedeschi del Volga, greci del Mar Nero,

curdi del Caucaso e turco-mesketi) ottennero il permesso di ritornare nei loro luoghi di origine, ma ai tatari questo non venne concesso. Negli anni Sessanta prese cos vita un movimento nazionale che rivendicava i diritti negati alla popolazione. Le loro petizioni divennero un sorta di modello per il nascente movimento di tutela dei diritti umani in Unione Sovietica, per il dissenso. Poterono rimpatriare legalmente solo nel 1989 e ancora oggi la loro situazione non facile, colpiti come sono da discriminazioni, disoccupazione, problemi legati alla concessione della terra e carenza di infrastrutture. Sunniti di scuola hanata (quella prevalente nellimpero ottomano), i Tatari di Crimea non hanno mai fomentato esplosioni di radicalismo. Per questo motivo la lapidazione di Ekaterina Koren non poteva non attrarre lattenzione: lislamismo fondamentalista, con la brutale applicazione della Sharia, stava mettendo le sue radici anche allinterno delle tolleranti comunit musulmane dellUcraina? Proprio per questo motivo, si era deciso di dedicare attenzione a questa vicenda. Soprattutto in Crimea vivono circa 250mila musulmani e mai nel passato si erano segnalati episodi di violenza religiosa.
Una litografia ritrae i curdi che combattono contro i tatari.

Cos accaduto
e notizie ci informavano che la diciannovenne Ekaterina Koren aveva partecipato a un concorso di bellezza locale e successivamente era scomparsa. Il suo corpo, straziato dalle pietre veniva rinvenuto dopo una settimana. Le indagini si indirizzavano verso tre giovani musulmani, che lavrebbero uccisa proclamando che la sua esecuzione era dettata dalla legge islamica. Ad esempio, il titolo dellagenzia lanciata nella pagina web del TgCom alle 14:47 del 31 maggio esplicito: Partecipa a una gara di bellezza, lapidata. Nei giorni successivi la notizia spariva dai mezzi di informazione del nostro Paese. Raccogliendo materiale per questo articolo, poco a poco emersa una realt di segno ben diverso. Le notizie inizialmente circolate sono state smentite dagli inquirenti. La diciannovenne stata s assassinata da un suo compagno, ma non c stata alcuna lapidazione n i motivi erano religiosi o legati a conitti interetnici. Lassassino, un compagno di scuola sedicenne, era mentalmente disturbato oltre che invaghito della bella ragazza, che aveva resistito ai suoi approcci e forse a un tentativo di violenza carnale e per questo lha colpita mortalmente con un sasso.

egli ultimi giorni di maggio la terribile notizia della lapidazione di una giovane tatara di Crimea, rimbalzata da un sito internet allaltro, ripresa dai mezzi di informazione internazionali, dal Telegraph ai notiziari della Cbs, ha destato sconcerto anche nel nostro PaeEkaterina Koren se. Accompagnava la notizia una fotograa, quella di Ekaterina Koren, 19 anni, grandi occhi, in posa con un abito scollato, spalle e braccia scoperte. Unimmagine come quella di molte ragazze desiderose di partecipare a un concorso locale di bellezza: le mani sui anchi, le labbra rosse, orecchini e collanina bianca che risaltano sullincarnato scuro, le unghie lunghe laccate color madreperla. La cronaca raccontava del ritrovamento del corpo della ragazza, sepolta in un boschetto non lontano da Ichkinskoi, lapidata. Lapidata in obbedienza alla legge islamica, violata per avere partecipato a un concorso di bellezza, dove si era classicata settima. Una notizia che colpisce immediatamente non solo per lefferatezza del gesto,

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Historical Picture Archive / Corbis

Una ricerca accurata nei siti web dellUcraina, sia in lingua russa che in ucraino, permette di ricostruire la terribile vicenda. La prima cosa che balza agli occhi che, quando negli ultimi giorni di maggio la notizia esplode in internet e sulle pagine dei giornali anglosassoni, gi da tempo esiste una versione ufciale da parte delle forze di polizia. Infatti il 25 maggio un comunicato in russo e in ucraino, pubblicato sul sito ufciale della Prima direzione del ministero degli Interni ucraino nella Repubblica autonoma di Crimea (www.crm-mia.gov.ua), riferiva che il cadavere era stato rinvenuto il 18 maggio, quindi immediatamente identicato e presentava i segni di colpi violenti inferti al capo oltre che quelli che denunciavano un tentativo di strangolamento. Informava inoltre il documento che un sedicenne, compagno della vittima, aveva confessato lomicidio. Queste informazioni erano disponibili gi molti giorni prima che la stampa internazionale si occupasse della vicenda. Successivamente emerso, inoltre, che la diciannovenne, di origini russe, non musulmana bens cristiana ortodossa. Lassassino, di origini tatare, era stato adottato allet di due mesi da una coppia agiata di genitori, lui musulmano e lei cristiana. Ha raccontato il padre adottivo che, come gli inquirenti, esclude ogni motivazione religiosa: Mio glio, come ogni musulmano, stato circonciso; per, a 6 anni, stato battezzato come ha chiesto sua madre, cristiana ortodossa. Cos libero di abbracciare la fede che vorr quando sar grande. Mustafa Abdlcemil Qirimoglu, presidente del Mejlis, il parlamento dei tatari di Crimea, ha accusato i mezzi di informazione di avere deliberatamente distorto i fatti. Yusuf Erdoglu, inviato a Kiev del quotidiano turco Zaman, ha osservato che i mezzi di informazione sono stati sottoposti al test dellislamofobia su scala mondiale, perch molti siti hanno ripreso la notizia senza controllare i fatti, persino in Turchia. Con una punta di deciso cattivo gusto, post mortem, Ekaterina Koren diventata anche una pagina di Facebook (http://www.facebook.com/prole.php?id=100002441753816), prontamente rimossa.

Una cerimonia funebre tatara.

Un tataro di Crimea.

Gli inganni del web


a velocit con cui si diffondono le informazioni e le possibilit offerte da internet sono sotto gli occhi di tutti. Si pensi al ruolo svolto nei mesi scorsi dai social network nel mondo arabo o alle recenti rivelazioni in merito a un progetto segreto del governo

statunitense per superare la censura esercitata sulla Rete nei Paesi non democratici. Uniniziativa di grande portata che ricorda quella, analoga, intrapresa da Radio Free Europe e Radio Liberty nel corso della Guerra fredda: le onde radio che superavano la Cortina di ferro. Ma il web pone anche problemi di gerarchia delle informazioni e di attendibilit delle stesse. Anche nel caso di Amina, la blogger lesbica siriana perseguitata a Damasco (A Gay Girl in Damascus), molti giornalisti si sono fatti ingannare,

forse perch la storia era troppo bella e appetibile per non sfruttarla. Amina oggi lo sappiamo non esisteva, ma via email era stata intervistata persino da Cnn e Guardian. Aveva architettato tutto Tom MacMaster, un quarantenne barbuto, attivista pacista e studente alluniversit di Edimburgo. Dopo essere stato scoperto ha ammesso al Guardian: Lho fatto per vanit. Certo, la moltiplicazioni delle fonti e dei canali ha profondamente trasformato il sistema dellinformazione, divenuto una sorta di torre di Babele, rendendo la verica dei fatti riportati sempre pi difcile. Il problema poi ulteriormente aggravato dalla necessit di non bucare la notizia, pubblicarla in tempo reale, nella pagina web ancora prima che entri nella scaletta di un telegiornale o la si trovi stampata il giorno dopo. Un problema che sembra non trovare soluzione.

Il forum Jezebel ha ospitato una discussione in cui la storia di Ekaterina Koren stata messa in relazione con lislamofobia e con una vicenda risalente ad alcuni anni addietro, le nozze pedole di massa di Gaza, anche questa rivelatasi un falso. La notizia, artatamente costruita, ricorda poi anche un altro episodio, quello del ventottenne John Joe Thomas, cristiano, che in un sobborgo di Philadelphia uccise con delle pietre il settantenne omosessuale Murray Seidman, dopo essere stato una giornata con lui. Thomas sostenne in seguito di averlo fatto in nome del Vecchio Testamento. La stampa scrisse che Thomas aveva interessi personali e forse aveva anche avuto una relazione omosessuale con Seidman. LAssociated Press interpell persino dei biblisti, in difesa del sacro testo. Nella discussione su Jezebel stata posta la domanda: cosa sarebbe accaduto se John Joe Thomas fosse stato musulmano e avesse tentato di giusticarsi facendo riferimento alla Sharia?

Corbis / L. de Selva

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Corbis / E. Kashi

Ue-Giappone: effetto tsunami sugli scambi


pleta liberalizzazione degli scambi.

GIAPPONE . 1

Il disastro giapponese di marzo stato un vero e proprio terremoto anche per le letargiche relazioni commerciali tra Europa e Giappone, che sembrano ora lentamente dirigersi verso una com-

Ma, come per ogni sisma, il rischio di lasciarsi dietro

delle vittime alto. Il motivo da ricercare nelle reciproche incomprensioni e diffidenze.

Il Giappone e lEuropa hanno una lunga storia di dispute commerciali non risolte, ammette un alto funzionario della Commissione europea.

di Francesco Guarascio

e televisioni della Sony, le macchine fotograche Canon e le auto Toyota sono onnipresenti nei mercati europei, cos come i giapponesi vanno matti per i prodotti di lusso italiani, i macchinari tedeschi e la gastronomia francese. Ma questo non deve trarre in inganno: gli scambi tra Unione Europea e Giappone sono infatti ben al di sotto del loro enorme potenziale e nellultimo decennio hanno anzi conosciuto un sostanziale declino. Il Giappone la terza pi grande economia del mondo e uno dei maggiori attori commerciali su scala globale. Nel 2009 ha esportato merci e servizi per un valore di quasi

400 miliardi di euro, pari ad oltre il 6% dellintero export mondiale. Per aver un termine di paragone, 400 miliardi di euro rappresentano circa un terzo dellintero Prodotto interno lordo italiano. Di questa enorme torta soltanto una piccola fetta giunge in Europa, per un valore di circa 65 miliardi di euro, pari ad appena il 4,3% delle importazioni complessive Ue, secondo i dati della Commissione europea. Un volume ancor pi ridotto di prodotti europei arriva in Giappone. Degli oltre 380 miliardi di euro spesi da Tokyo per limport, soltanto 44 vanno nelle tasche di imprenditori europei. Di conseguenza il Giappone soltanto il sesto partner commerciale dellUe, dopo Stati Uniti, Cina, Russia, Svizzera e Turchia. E rischia di perder presto posizioni di fronte alla crescita impetuosa degli scambi con potenze emergenti come India, Corea del Sud e Brasile. In luogo di un ume impetuoso scorre un timido torrente. E il usso anzi si riduce visto che lexport nipponico verso lEuropa calato del 30% nellultimo decennio, secondo le rilevazioni di Eurostat, lufcio statistico dellUe. Il motivo da ricercare nelle reciproche incomprensioni e difdenze. Il Giappone e lEuropa hanno una lunga storia di dispute commerciali non risolte, ammette un alto funzionario della Commissione europea. Tra i due blocchi il pi chiuso senza dubbio il Giappone, come dimostra la bilancia commerciale bilaterale, che strutturalmente in rosso per lEuropa, con un decit di svariati miliardi di euro. Nonostante il Giappone sia un membro dellOrganizzazione mondiale per il commercio (Omc) dal 1995 e si sia di conseguenza impegnato allo smantellamento progressivo dei dazi sullimport, resta ancora una roccaforte, estremamente ben protetta, contro lo sbarco di operatori stranieri, siano essi esportatori o anche investitori. I giapponesi giocano su due livelli. vero che non ci sono molte barriere per accedere, ma poi subentrano complicazioni burocratiche di vario genere che bloccano tutto, spiega Michael Karnitschnig, portavoce per gli Affari esteri del presidente della Commissione europea JoAfp / Getty Images / J. Thys

s Manuel Barroso. Per esempio, esporti unautomobile a costi competitivi, ma poi lautorit che controlla il trafco stradale non rilascia il permesso di circolazione perch il freno, o semplicemente la forma del nestrino, non sono in linea con minuziose direttive sulla sicurezza, aggiunge il portavoce. Sono le cosiddette barriere non tariffarie, per le quali i giapponesi hanno sviluppato negli anni una grande perizia e creativit. Molti casi pendono allOmc contro misure adottate dalle autorit nipponiche in difesa della propriet intellettuale o per la tutela dei consumatori, che per spesso nascondono intenti esclusivamente protezionistici. Un caso famoso riguarda le limitazioni allimport di carne suina per preoccupazioni in tema di sicurezza alimentare: il problema che la carne di maiale il principale prodotto di esportazione europea in Giappone. C da dire, comunque, che in questo campo le autorit europee non mancano di ingegnosit e si trovano anche loro a far fronte a svariati reclami. Sia il Giappone che lEuropa hanno barriere non tariffarie, ma il Giappone pi aperto dellUnione Europea per quanto riguarda i dazi doganali, commenta il portavoce del ministero degli Esteri giapponese, Satoru Sato. e in materia di barriere tariffarie si pu dire che la partita sia aperta, nel settore degli investimenti stranieri i giapponesi non hanno invece rivali. Il Giappone , tra i Paesi pi industrializzati del mondo, quello che conta di gran lunga il pi basso tasso di investimenti stranieri, spiega un alto funzionario della Commissione europea. Gli investimenti stranieri nel Paese del Sol Levante ammontano infatti a meno del 3% del Pil nipponico, mentre nellUnione Europea rappresentano il 30% del Pil aggregato dei Paesi membri. In parole povere, mentre le aziende giapponesi, americane o arabe hanno vita relativamente facile nellacquisire gruppi europei, lo shopping delle imprese europee in Giappone risulta invece unoperazione pi che ostica. E infatti gli investimenti Ue nellarcipelago asiatico sono passati da un valore di oltre 5,5 miliardi di euro nel 2007 a un saldo negativo di oltre 4 miliardi nel 2010. LEuropa in sostanza si sta ritirando dal mercato giapponese. Questo meccanismo protezionistico particolarmente sviluppato per gli appalti pubblici: risulta infatti quasi impossibile a unazienda europea partecipare a una gara giapponese per una commessa di qualunque genere. Si

Il primo ministro giapponese Naoto Kan, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione europea Jos Manuel Barroso durante la conferenza stampa del 20 summit Europa-Giappone a Bruxelles nel maggio scorso.

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mentato il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, al termine del vertice. La tragedia giapponese ha certamente favorito uno smussamento delle posizioni pi rigide. Mai come in questo momento Tokyo ha bisogno di dare una scossa a uneconomia tornata in recessione. Anche se un accordo ancora ben lontano dallessere rmato, leffetto annuncio fondamentale per instillare una rinnovata ducia in un Paese piegato da uno dei terremoti pi forti mai registrati e allo stesso tempo dalla peggiore catastrofe nucleare dopo Chernobyl. interesse per laccordo precede tra laltro la sciagura di marzo. Da ben prima le autorit giapponesi avevano avviato una decisa campagna di avvicinamento allUe, spinti dalla necessit impellente di recuperare il distacco con i rivali coreani. La Corea infatti riuscita a strappare nel corso del 2010 il pi ambizioso patto commerciale mai siglato dallUe, che permetter a prodotti coreani, dai cellulari Samsung alle auto Hyundai, di accedere duty free al mercato europeo. Per il Giappone il patto Ue-Corea rappresenta un grave colpo, visto che lindustria coreana una diretta concorrente di quella giapponese in diversi settori di punta, inclusi automobili e prodotti elettronici. Se le motivazioni giapponesi sono quindi piuttosto ovvie, non si pu dire lo stesso di quelle europee. Persino il commissario Ue al Commercio, Karel De Gucht, noto per posizioni apertamente liberiste, ha mostrato cautela sul negoziato con i giapponesi. Non c nessun termine. I negoziati prenderanno il tempo che sar necessario, ha detto il suo portavoce John Clancy. Molti Stati, Italia compresa, sono titubanti. Certo, un accesso facilitato al mercato giapponese sarebbe una grande conquista. LItalia esporta soprattutto accessori di lusso, che per sono destinati a una clientela ristretta a causa dei prezzi resi proibitivi dai dazi nipponici. Non a caso, quando arrivano in Europa, i turisti giapponesi fanno incetta di beni di lusso che, seppur costosi, sono di gran lunga pi economici che a Tokyo o a Osaka. Senza dazi il potenziale di crescita dellexport made in Italy enorme. Allo stesso tempo, per, un usso rafforzato di prodotti giapponesi verso lEuropa potrebbe mettere in ginocchio alcune industrie nostrane, quella automobilistica in testa. Siamo lieti che lUnione Europea mantenga una linea cauta su un eventuale accordo di libero scam-

stima che, prima del terremoto, il mercato giapponese degli appalti valesse oltre 700 miliardi di euro ed pi che probabile che le attivit di ricostruzione gonno ulteriormente la spesa pubblica. Una torta che fa ovviamente gola alle aziende europee, soprattutto nei settori dove sono pi competitive, come i trasporti, le apparecchiature mediche o le tecnologie verdi. Tutte queste recriminazioni europee, dalle barriere non tariffarie agli appalti inaccessibili, sembrano ora per la prima volta in diversi anni oggetto di un serio tentativo di soluzione. Durante il 20 vertice bilaterale tra le due potenze, svoltosi a Bruxelles a ne maggio, i leader dei due blocchi hanno infatti concordato un ambizioso ruolino di marcia, che potrebbe sfociare nel lungo termine in un accordo di libero scambio. Tra i punti sui quali emersa unintesa c il comune intento di eliminare i colli di bottiglia che ostacolano il usso degli scambi. Il premier giapponese Naoto Kan si impegnato personalmente ad apportare le modiche legali e amministrative necessarie ad abolire barriere non tariffarie e altri stratagemmi protezionisti. Dopo il via libera politico, adesso la palla passa ai tec-

Il primo ministro giapponese Naoto Kan.

Una giovane donna in kimono esce dal negozio di Gucci.

nici. Per un periodo imprecisato, che potrebbe durare tra i sei e i dodici mesi, esperti europei e giapponesi cercheranno di stabilire i contorni di un eventuale accordo di libero scambio, portando avanti quello che in inglese chiamato scoping exercise. Gli europei dicono di voler arrivare no a una liberalizzazione completa del commercio bilaterale, abbattendo interamente le tariffe doganali, mentre i giapponesi sono da sempre stati molto pi cauti. Al termine di questa fase iniziale Tokyo e Bruxelles potrebbero lanciare dei negoziati formali, un contesto nel quale le parti cercheranno di limare i contrasti esistenti e di modicare reciprocamente le norme che impediscono un libero usso di merci e servizi. Ad accordo raggiunto, comincerebbe una lunga fase di ratica. Abbiamo fatto un importante passo avanti nelle nostre relazioni commerciali. Ci stiamo incamminando verso un accordo di libero scambio tra Ue e Giappone. Il percorso ancora lungo, ma lobiettivo ora chiaro, ha com-

bio con il Gippone, ha commentato lAssociazione europea dei produttori di autoveicoli, Acea, immediatamente dopo la conclusione del vertice Ue-Giappone di maggio. LItalia ha gi subito il duro colpo dellaccordo con la Corea, che favorir laccesso in Europa di auto in prevalenza del segmento medio-basso, in diretta concorrenza con la Fiat. Se anche i giapponesi riuscissero ad abbattere i prezzi di vendita, molte fabbriche in Europa rischierebbero la chiusura o, nella migliore delle ipotesi, la delocalizzazione della produzione. Le conseguenze sullimpiego in Europa si farebbero sentire. I tre disastri / Le tempeste diventano un mite vento / Un nuovo vento di umanit: con questo auspicio in forma di haiku (componimento poetico tradizionale giapponese) Van Rompuy ha salutato la conclusione dei lavori del vertice nippo-europeo. Per il Vecchio continente lauspicio che il vento resti di umanit e non muti in divino, che in giapponese si traduce con kamikaze.

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Afp / Getty Images / Y. Tsuno

Ap Photo / E.K. Brown, Pool

Il Giappone secondo Michishita


Che cosa fare dopo lo tsunami e dopo Fukushima.

GIAPPONE . 2

Lo stato dei rapporti fra Giappone e Cina.

Lamicizia condizionata con gli Stati Uniti.

La spina della Corea del Nord.

Il soft power

nella politica estera di Tokyo.

Ecco il pen-

siero di uno dei pi noti intellettuali giapponesi contemporanei, Narushige Michishita.


di Stefania Viti Kawachi

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P. Ghirotti

l Giappone stato il Paese pi avanzato dellAsia per oltre un secolo e per molti versi continua a esserlo. Lo speciale legame con gli Usa nel dopoguerra e una crescita economica senza precedenti durante gli anni Settanta e Ottanta hanno fatto del Giappone la seconda economia del mondo, posizione che ha tenuto no allo scorso anno, quando stato superato dal Pil della Cina. Ma questo non stato che lultimo atto, tangibile, di un lento declino iniziato molti anni fa, nello stesso momento in cui il Sol Levante ha raggiunto il punto pi alto della sua epoca doro. Dopo lo scoppio della bolla economica degli anni Ottanta, gli anni Novanta sono stati vissuti nella magnicenza di un passato recente che si faceva fatica a credere nito: le opportunit si sono trasformate in occasioni mancate e quegli anni sono stati soprannominati il decennio perduto. Di pari passo con lespandersi delleconomia, anche il tessuto sociale inizi a cambiare. In una societ ancora prevalentemente maschilista le donne attuarono una rivoluzione silenziosa: meno matrimoni e meno legami, pi istruzione e maggiore indipendenza economica divennero i loro nuovi valori. Parallelamente a quanto accaduto in altri Paesi sviluppati, in pochi anni il Giappone si trovato ad affrontare un drastico calo delle nasci-

te e, contemporaneamente, un aumento della popolazione anziana. Una situazione che molto difcilmente cambier nel prossimo futuro e che deve ancora presentare il proprio conto alla societ, perch meno giovani equivale a dire minor produzione e dunque minor competitivit. Nonostante questo, il nuovo millennio si aperto per il Giappone con ampie aspettative e gli anni Duemila avrebbero veramente potuto essere quelli della riscossa, se il Sol Levante, come met del mondo, non fosse incappato nel vortice delle crisi economiche e nanziarie. Nel frattempo anche il panorama internazionale ha subito un cambiamento radicale e trasformato gli equilibri internazionali dellarea panasiatica. A scuotere i vecchi assetti stata lesponenziale crescita della Cina, diventata in breve tempo leader industriale e commerciale della regione, con un parallelo aumento delle sue capacit sul piano militare. I problemi con la Corea del Nord, congelata da decenni nelle sue posizioni anacronistiche di pericoloso isolamento, sono ben lungi dallessere risolti. Il secondo decennio del nuovo millennio si apre con un annus horribilis, quello in cui larcipelago nipponico stato colpito dal pi grande disastro naturale dellepoca moderna. Una tragedia che il Giappone potrebbe usare come opportunit per rinascere, scegliendo la strada delle riforme, troppo a lungo rimandate, ma che sembrano ormai inevitabili. Il Giappone dunque oggi a un bivio. east ne ha parlato con uno dei pi noti intellettuali giapponesi, Narushige Michishita, professore associato al National Graduate Institute for Policy Studies (Grips) e Direttore dellInstitutes Security and International Studies Program (Sisp). Michishita stato di recente in Italia, dove ha tenuto un ciclo di conferenze alla Paul H. Nitze School of Advanced International Studies (Sais) a Bologna e allIstituto affari internazionali (Iai) di Roma.

Professor Michishita, quali sono le strategie che il Giappone pu adottare per fronteggiare la crescita economica e militare della Cina? l Giappone, come del resto molti altri Paesi asiatici, ha solo da guadagnare dalla crescita economica della Cina e il governo giapponese propende per una strategia di collaborazione piuttosto che di sda. Per rinvigorire leconomia si sta, inoltre, lavorando per migliorare i rapporti con gli altri Paesi asiatici sia attraverso le istituzioni gi esistenti, come lAsean, sia stringendo relazioni bilaterali. Dal punto di vista militare la Cina sta rinforzando le sue capacit e sta ampliando la sua inuenza. Per la difesa spende 90 miliardi di dollari (+12% rispetto allo scorso anno) mentre il budget del

Minamisoma, peschereccio arenato ai bordi di una risaia.

Giappone di 50 miliardi di dollari: la Cina spende dunque il doppio del Giappone in armamenti. La strategia giapponese quella di proteggersi dalla possibile emergenza di una Cina aggressiva e irresponsabile, ma anche quella di mantenere rapporti amichevoli. Lo scorso anno, durante lincidente nelle isole Senkaku, il Giappone ha agito in modo molto cauto: la Guardia costiera giapponese ha arrestato il marinaio cinese ubriaco, ma quando il premier Wen Jiabao ha chiesto il suo rilascio, il governo giapponese lo ha liberato per evitare ulteriori tensioni. Il Giappone sta spostando le truppe di terra dal Nord al Sud e incrementando il numero dei sottomarini da 16 a 22 (National Defence Program Guidelines). Stiamo inoltre cercando di creare legami pi stretti con Paesi come la Corea del Sud, il Vietnam, lIndia, lAustralia e lIndonesia per una migliore cooperazione militare.

I cinesi sono stati tra i primi a mandare mezzi e personale in aiuto delle popolazioni colpite dallo tsunami. Lo stesso fece il Giappone tre anni fa dopo il terremoto in Sichuan. Inoltre, per la prima volta nella storia, i residenti cinesi in Giappone hanno organizzato eventi per la raccolta di fondi per le popolazioni colpite, circostanze il cui valore simbolico stato riconosciuto da entrambi i governi. I rapporti commerciali tra i due Paesi sono inoltre molto forti e stanno crescendo ancora. Lei pensa che gli sviluppi interni e quelli nelle politiche internazionali potrebbero influenzare la politica dimmigrazione del Giappone? La popolazione giapponese sta invecchiando e si sta riducendo rapidamente: oggi gli over 65 sono pi del 20% e si prevede che la percentuale salir al 30% nel 2023. Dai 127 milioni di persone di oggi la popolazione giapponese nel 2050 scender a 95 milioni. Viste queste premesse, accettare gli immigrati una delle opportunit politiche pi promettenti. Il numero dei lavoratori stranieri in Giappone ha, in effetti, fatto un balzo in avanti, e si passati dalle 630mila unit del 1996 alle 925mila del 2006. Il tasso di disoccupazione continua comunque ad essere alto (perlomeno per gli standard giapponesi), al 4,6% e questanno il tasso di occupazione dei laureati ha raggiunto il suo picco negativo, che stato del 91%. Accettare dunque un largo numero di immigrati non pi una scelta politica opzionabile. Larticolo 9 della Costituzione del Giappone ripudia la guerra. Il Giappone non ha truppe vere e proprie in senso formale, ma solo Forze di autodifesa (Sdf - Self-Defence Force). Lei pensa che il suo possa essere chiamato un Paese pacifista? Non penso che pacista sia la parola pi adatta per de-

scrivere lapproccio giapponese alla politica di sicurezza internazionale. Preferisco dire che la politica del Giappone stata isolazionista ed eccezionalista, molto simile a quella degli Usa prima della Seconda guerra mondiale. I pacisti non supportano o nanziano le guerre. Noi lo facciamo. Nel 1991 il nostro contributo agli sforzi bellici in Iraq stato massiccio: 13 miliardi di dollari. Abbiamo inoltre supportato ancora la guerra in Iraq nel 2003. I politici giapponesi e la gente non vogliono mettere le proprie truppe in pericolo in nome di una pace internazionale vagamente denita. Personalmente mi piacerebbe vedere il Giappone pi dinamico e impegnato nella sicurezza internazionale, ma le vecchie e comode abitudini sono difcili a morire.
I rapporti tra Giappone e Usa stanno vivendo un nuovo momento positivo. Gli Stati Uniti hanno fatto del loro meglio per aiutare il Giappone dopo lo tsunami del Tohoku con la loro Operation Tomodachi. Daltra parte anche i rapporti bilaterali Cina-Usa sembrano farsi sempre pi forti. Cosa ne pensa? i sono buone e cattive notizie nelle relazioni tra Usa e Giappone. Le buone notizie sono che abbiamo lavorato anco a anco per lemergenza tsunami e questo prova che la nostra una alleanza che funziona. Inoltre la Cina sta crescendo rapidamente e sta diventando pi assertiva nella regione, e questo incoraggia gli Usa e il Giappone a rafforzare la loro strategica alleanza. Le cattive notizie arrivano dal fatto che la Cina sta diventando molto forte e sta provando a creare una partnership strategica con gli Usa. Nel peggiore dei casi gli Usa rimpiazzeranno il Giappone con la Cina quale partner strategico in Asia. Non succeder facilmente, ma il Giappone dovr allo stesso tempo sviluppare una partnership strategica con la Cina, rafforzando allo stesso tempo il suo

molto forte in Giappone. Alla gente piacciono la moda italiana, il cibo e molte altre cose. Personalmente adoro lopera italiana e le Ferrari!
Secondo lei quali saranno gli sviluppi con la Corea del Nord? Larsenale nucleare e missilistico della Corea del Nord sta crescendo in modo lento, ma stabile: possiede dalle 4 alle 8 bombe nucleari e una certa quantit di missili che possono raggiungere il Giappone in dieci minuti. La Corea del Nord per lAsia quello che lIran per lEuropa. Pu essere molto pericolosa per tutto il mondo perch produce armamenti che esporta in molti Paesi. Per affrontare la Corea del Nord abbiamo approntato sistemi balistici, rafforzato le misure di difesa civile e ci siamo consultati con gli Usa in modo da mantenere la credibilit dellestensione al Giappone del cosiddetto ombrello nucleare. La Germania ha appena annunciato che rinuncer allenergia nucleare e che fermer i suoi impianti entro il 2022. La Svizzera entro il 2034. Come vede il futuro della politica energetica del Giappone? Il primo ministro Naoto Kan ha annunciato che il governo giapponese continuer a promuovere luso pacico dellenergia nucleare. In ogni modo la costruzione di nuovi impianti nucleari diventato un problema politicamente difcile. Probabilmente inizieremo a guardare con occhio pi serio alle energie rinnovabili, mantenendo lopzione dellenergia nucleare nel caso in cui le rinnovabili non dovessero soddisfare del tutto i nostri bisogni. Il Giappone appena stato colpito dal pi grande disastro naturale dellepoca moderna, ma alcuni esperti dicono che questa pu essere anche unoccasione di rinascita e cambiamento. Lei come vede il futuro del Giappone? Io sono piuttosto pessimista. Stiamo affrontando molte difcolt nello stesso momento: invecchiamento e ridimensionamento della popolazione, un grande debito scale, la Corea del Nord con le sue armi nucleari e la crescita della Cina, una classe politica debole e instabile. Per penso che qualche volta essere pessimisti possa servire di pi che essere ottimisti. per questo che chi parte da una posizione di pessimismo non sprecher nemmeno uno sforzo o una opportunit per rendere il Giappone una grande e attraente nazione.

QUI SOPRA Minamisoma, le Japan Self-Defense Forces,

Forze di autodifesa in pattugliamento nella no entry zone.


A FRONTE Doraemon, uno dei personaggi pi celebri dellanimazione

giapponese, nominato nel 2008 ambasciatore degli anime nel mondo dal ministro degli Esteri giapponese Komura.

valore di alleato pi importante per gli Usa nella regione.


Qual il ruolo del soft power nella politica estera del Giappone? Il soft power un aspetto molto importante per la politica estera del Giappone. Pu aiutare a creare consenso tra la comunit internazionale e sentimenti positivi tra le societ civili. questo il motivo per cui Doraemon, il protagonista del famoso manga, stato nominato primo Anime Ambassador del Giappone. Il Giappone considerato un Paese molto cool e il suo life-style pu essere usato per accrescere i sentimenti positivi nei suoi confronti e per aumentare la sua visibilit nella societ civile. Ma non dobbiamo diventare troppo compiacenti. Partendo dagli effetti positivi del nostro soft power, dobbiamo uscire e creare partnership pi importanti e sostanziali con i Paesi nel mondo, Italia inclusa. LItalia ha un soft power

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rubrica

COSE DELLALTRO MONDO a cura di Francesca Lancini


NELLOMBRA DI MAO Anche Mao Tse
Tung aveva un ghostwriter.Voci di questo tipo circolano sempre di pi in Cina. Il Grande Timoniere non avrebbe scritto da solo il Libretto Rosso, ovvero la bibbia della societ marxista-leninista, materialista e atea da lui voluta. Soprattutto su internet si ipotizza che il suo segretario Hu Qiaomu e altri gli abbiano dato una mano. Lo stesso Hu, del resto, ha detto in pi occasioni di aver assistito Mao nella stesura di articoli e di aver appreso lo stile poetico dal defunto presidente. Chi cresciuto con la dottrina maoista, per, non ci crede. No, no, no, dice un uomo di 60 anni. Se fosse vero, sarei davvero deluso. Ognuno della mia generazione lo amava, completava la nostra anima. Deve esserci un errore, veramente, lui era troppo importante. I pi giovani, invece, sono pi scettici. Sono sicuro che le idee originarie (del Libretto Rosso, NDR) erano di Mao, ma sul fatto di averlo scritto e messo insieme, chi pu pronunciarsi? Forse qualcuno lo ha aiutato a scegliere il materiale, a registrare i suoi discorsi, a scrivere le bozze, questo genere di cose, dichiara una donna di 29 anni. Del Libretto Rosso furono pubblicate 5 miliardi di copie durante la Rivoluzione culturale, un periodo di violento fervore ideologico che dur dal 1966 al 1976, anno della morte di Mao. Il culto della sua personalit crebbe anche grazie a questo volumetto di sue citazioni. Le Guardie Rosse potevano punire severamente chi ne veniva trovato sprovvisto. Fu tradotto in numerosissime lingue e inviato gratuitamente allestero a chiunque ne facesse richiesta. Nelle universit e nei campus occidentali molti hipster marxisti-leninisti si vantavano di averlo letto. Oggi Mao una figura ancora riverita in Cina il suo volto campeggia sopra la porta della Citt Proibita ma anche ingombrante. Lattuale leadership deve fare i conti al tempo stesso con lidolatria di Mao e con la pesante eredit politica da lui lasciata, fra purghe, campi di lavoro e altre misure di stampo stalinista. zione della Comunit di SantEgidio, e con un processo alla controversa figura di Henry Kissinger, ex segretario di Stato Usa durante le presidenze di Nixon e Ford. Il 10 ci si sposta nella capitale per parlare di 11 settembre 2001 e sicurezza del sistema internazionale attuale. Non manca uno sguardo sul ruolo delle donne nei conflitti e, il giorno successivo, un incontro sullo sviluppo sostenibile, adeguato cio ai Paesi di intervento. Il 12 ci si concentra sul tema caldo del conflitto libico con il dibattito Libia. La sconfitta della diplomazia. In chiusura si segnala la conferenza su come affrontare i cambiamenti climatici e quella sulla politica estera europea. Per saperne di pi www.festivaldelladiplomazia.it.

TUTTI PAZZI PER IL KUNG FU Portato alla ribalta dal mitico Bruce Lee negli anni Settanta, oggi il kung fu vive una sorta di rinascita, ma non priva di rischi. La disciplina che riunisce le arti marziali ci-

nesi continua a ispirare Hollywood, con i cartoon Kung fu Panda I e II (in uscita) o il recente remake di Karate kid, che per questa volta parla di un ragazzino afroamericano alla scoperta del kung fu a Pe-

FESTIVAL DAUTUNNO Che strade


sta percorrendo la diplomazia dopo le rivelazioni del team di Julian Assange? Unoccasione per scoprirlo la seconda edizione del Festival della diplomazia, che questanno si intitola proprio La diplomazia oltre wikileaks. Gli incontri si terranno tra Firenze e Roma dall8 al 14 ottobre. L8 e il 9 nel capoluogo fiorentino si parte con una discussione sulla diplomazia della convivenza e la partecipa-

TURISTI ESIGENTI Su Twitter, uno dei


social network pi popolari, si tornato a parlare della sindrome di Parigi. Pare che ogni anno una dozzina di turisti giapponesi sia colpita da uno shock culturale visitando la capitale francese. Lambasciata giapponese a Parigi continua a tenere aperta, 24 ore su 24, una linea telefonica per i connazionali che soffrono di

questo disagio psichico. Giunti nella magica Paris, sognata attraverso il film Amlie e le pubblicit, i viaggiatori del Sol Levante spesso restano delusi. Le loro aspettative sono cos elevate che quando incontrano un cameriere scortese o un taxista che si ostina a parlare francese piombano in una terribile demoralizzazione. Per i giapponesi, di solito

molto educati e provenienti da una societ in cui raramente i toni diventano rabbiosi, lesperienza nella loro citt da sogno, che si trasforma in un incubo, pu essere veramente troppo. Cos spiegava il fenomeno Caroline Wyatt in un articolo per la Bbc del 2006. La sindrome di Parigi sarebbe stata scoperta venticinque anni fa da Hiroaki Ota, uno psichiatra giapponese che lavorava in Francia. Il giornale francese Nervure, invece, le ha dedicato un articolo nel 2004. Di solito la cura a questo alto tasso di stress drastica: lasciare Parigi il prima possibile e non tornarvi mai pi. In passato altre sindromi hanno catturato lattenzione di scrittori e psichiatri: prima fra tutte la sindrome di Stendhal, che afflisse lautore francese quando si trovava a Firenze. Tanta arte in una sola citt gli provoc reazioni psicosomatiche, tra cui anche allucinazioni. La psichiatra Graziella Ma-

gherini vi dedic un libro nel 1979, dopo aver riscontrato tale disturbo in un centinaio di visitatori del capoluogo toscano. Nel 2000, inoltre, il British Journal of Psychiatry si occupato della sindrome di Gerusalemme, una sorta di ossessione religiosa di cui si sono ammalati alcuni turisti della Citt Santa. Sembrerebbe che questi pazienti non avessero una storia di psicosi alle spalle, ma viene naturale chiedersi se anche qui non siano in gioco delle aspettative e una certa predisposizione alla suggestione. Con larrivo dellestate e delle vacanze il Guardian si divertito a giocare sullargomento: Sindrome di Parigi, sindrome di Gerusalemme dove la prossima? Allimprovviso si scoperto che ogni citt provoca i suoi effetti: dalla repulsione verso le metropoli pi pericolose allentusiasmo verso quelle in cui si sono trascorsi momenti felici, tra le quali la stessa Parigi.

chino. Queste pellicole non sono tanto lontane dalla realt. Al tempio di Shaolin, casa del kung fu da mille e cinquecento anni, arrivano continuamente ragazzini che sognano di diventare degli eroi delle arti marziali. Lantichissimo monastero buddista, situato nella periferia polverosa di Dengfeng, nella provincia povera dellHenan, ospita 60mila studenti di unet compresa fra i 5 e i 40 anni. Tutti sognano una carriera di successo. Wang Yumin, per, che cura le relazioni esterne del sito, dice che i valori sono altri: Storicamente Shaolin rappresenta giustizia, rettitudine, empatia e amore. Fino al XIII secolo, infatti, stato dimora di monaci guerrieri noti per le loro virt e abilit marziali. Il momento pi buio lha vissuto nel corso del Novecento: nel 1928 un signore della guerra fece incendiare il complesso monastico e negli anni Sessanta la Rivoluzione culturale di Mao distrusse ci che di glorioso era rimasto. Ventanni dopo, tuttavia, con lapertura della Cina al mercato, anche Shaolin diventato unoccasione di business. Nel 1982 il campione di kung fu Jet Li vi gir un film e nel 99 labate Shi Yongxin trasform Shaolin in una meta di turismo di massa e in un marchio conosciuto in tutto il mondo. Solo allalba sembra di rivivere le atmosfere mistiche di un tempo. Verso le 4 un religioso rompe un silenzio incantato, bussando alle porte degli allievi. Seguono colazione, pratiche zen e meditazione. Poi alle 8 il trambusto. Le porte di Shaolin si aprono, permettendo lingresso a turisti e curiosi. I monaci eseguono performance per loro, rinunciando spesso a raccogliersi in preghiera. Per labate-manager Shi si tratta solo di tramandare cultura e tradizioni e di fare un dono agli umani di tutto il mondo.

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Afp / Getty Images / J. Demarthon

Chine Nouvelle / Sipa / W. Song

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Cosa dir Benedetto XVI quando incontrer Kirill


Lincontro del secolo: se non avverr ora, non accadr mai, qualcuno dice. stiene che meno se ne parla, meglio .

RUSSIA

Qualcun altro so-

Intanto la Chiesa cattolica e il Patriarcato di Mosca

moltiplicano i contatti e gli incontri a livello di vescovi e cardinali. quello che sarebbe gi dovuto accadere: il faccia a faccia tra Benedetto XVI e Kirill, capi di due Chiese diverse per ununica fede. Quella in Cristo.

Per arrivare pronti a

di Cristina Giuliano

Hilarion Alfeyev, metropolita di Volokolamsk, presidente del dipartimento delle Relazioni esterne e membro permanente
AP Photo / P.P. Cito

del Santo Sinodo del Patriarcato di Mosca, sullo sfondo, osserva papa Benedetto XVI durante un concerto dedicato al pontefice dal patriarca Kirill di Mosca, nella sala Paolo VI in Vaticano.

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AP Photo / Ria Novosti, A. Druzhinin, Pool

un lm da vedere Luomo venuto dal Cremlino, anche conosciuto come Nei panni di Pietro. Del 1968, diretto da Michael Anderson, si ispira a un romanzo di Morris West. Un metropolita, Kirill Lakota, arcivescovo di Leopoli, dopo ventanni di gulag, viene liberato grazie a un accordo tra il Vaticano e il governo sovietico. Portato a Roma da padre David Telemond un teologo nei guai per le sue dottrine eterodosse ricevuto dal Santo Padre che lo eleva alla porpora cardinalizia. Alla morte del pontece, viene eletto papa con il nome di Cirillo. La ction cinematograca non la realt. Bench il lm ebbe il merito di prevedere, con quasi dieci anni di anticipo, la venuta di un pontece dal blocco sovietico, ossia lelezione di Giovanni Paolo II. Da allora molto cambiato nel delicato gioco di equilibri fra oriente e occidente della fede. Wojtyla era un predestinato, ma era polacco e non poteva essere il papa del tanto atteso incontro con un patriarca ortodosso russo. E nella realt di oggi luomo che viene dal Cremlino (o meglio da Mosca) decisamente un altro Kirill: capo della Chiesa russa, successore di Alessio II. Prima considerato pi aperto nellintrattenere il dialogo con il Vaticano rispetto al suo predecessore. Ma una volta intronizzato, il ruolo lo ha inevitabilmente portato su posizioni molto diverse. Quando era ancora il metropolita di Smolensk e Kali-

ningrad, Kirill ebbe tre incontri con papa Benedetto XVI. Il 25 aprile 2005, il giorno dopo la messa di insediamento del Pontece, sottoline la necessit di cooperazione da parte delle due Chiese per difendere i valori cristiani nellEuropa attuale. Il 18 maggio 2006 si rec di nuovo a Roma per benedire la nuova chiesa del Patriarcato di Mosca, situata poco lontano dalla basilica di San Pietro. Dopo aver incontrato Benedetto XVI, afferm di aver avuto con lui una conversazione molto importante sulle prospettive dello sviluppo delle nostre relazioni e che era giunto il momento per le nostre Chiese di lavorare insieme, in primo luogo per conservare il cristianesimo in Europa. Lultimo appuntamento del 7 dicembre 2007, quando Kirill ha visitato nuovamente il Vaticano.
Il primo ministro russo Vladimir Putin e il patriarca ortodosso Kirill durante una riunione prima delle celebrazioni per la Giornata dellalfabeto cirillico, a Mosca nel maggio scorso.

A Notre-Dame de Paris, un passo troppo audace


attuale patriarca ha una notevole propensione per la comunicazione, conosce bene i media, sa come usarli. Gi volto noto alla tv russa e da ministro degli Esteri della Chiesa ortodossa, molto attivo nel dialogo ecumenico. Un ruolo cresciuto con il ponticato di Benedetto XVI. Noi ortodossi russi ci sentiamo molto vicini al suo modo di pensare, dichiar Kirill in unintervista allAvvenire qualche tempo fa, ricordando daver conosciuto personalmente Joseph Ratzinger nel lontano 1974, quandera professore universitario in Germania. E non un mistero: da braccio destro di Alessio II, sempre stato un interlocutore molto apprezzato dal Vaticano. Fin troppo, per lala pi conservatrice dellortodossia, che diger male alcuni episodi. In particolare la visita organizzata de facto da Kirill dellancora in vita Alessio II a Parigi. Alcuni esponenti del Patriarcato rimasero scandalizzati per lingresso a Notre-Dame de Paris, con la

preghiera solenne davanti alle reliquie della Passione. Unanomalia per una Chiesa ancora giovane, desiderosa di affermare la propria identit e comunque vulnerabile nella sua unit. Eppure quellottobre 2007 fu un momento di grandi speranze : 3mila fedeli cristiani, cattolici e ortodossi, raccolti nella cattedrale. Il Salve Regina intonato insieme, accompagnati dal maestoso organo di uno dei templi pi suggestivi al mondo. Oltre 300 esponenti delle rispettive gerarchie religiose: cardinali, arcivescovi, metropoliti, vescovi, canonici, sacerdoti, abati e priori dei monasteri, religiosi delle comunit pi disparate. Tutto era stato preparato con grande attenzione. Il Laudate Dominum riecheggiava tra le pareti gotiche, mentre Sua Santit Alessio II veniva accolto presso il portale centrale della cattedrale da monsignor Andr Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, e monsignor Patrick Jacquin, rettore, arciprete della cattedrale. Il dono del Patriarca fu licona della Madre di Dio di Vladimir. E ancora la processione nella navata nord: nella cappella di Saint-Denis, per venerare licona di san Dionigi, la Sacra corona di spine e altre reliquie della Passione. Tutto sembrava perfetto, o quasi. Lultimo passo prima di un evento epocale, che da allora, comunque ancora tarda a venire. Potrebbe in realt accadere in qualsiasi momento, anche apparentemente per caso. Potrebbe, se i sommovimenti allinterno della Chiesa ortodossa non fossero cos forti. Se in Siberia, in Moldova o in Ucraina lortodossia non portasse alcuni sacerdoti a posizioni fortemente conservatrici e talora molto critiche rispetto alle scelte del Patriarcato di Mosca. Se non ci fosse unattenzione cos alta da parte della stampa. E ancora, se non pesasse sulla gura di Kirill regista e fautore della cerimonia a Notre-Dame de Paris quellormai lontano pomeriggio dautunno.

GLI UOMINI NUOVI DELLA DIPLOMAZIA E DEL DIALOGO Benedetto XVI ha nominato il nuovo nunzio apostolico nella Federazione russa: monsignor Ivan Jurkovic, arcivescovo titolare di Corbavia, finora nunzio apostolico in Ucraina. La nomina ha avuto luogo due giorni dopo ludienza del papa al presidente della Federazione russa, Dmitri Medvedev, il 17 febbraio. Il 30 marzo Sua Santit Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha ricevuto nella sua residenza il nuovo ambasciatore dItalia a Mosca, Antonio Zanardi Landi, in precedenza ambasciatore presso la Santa Sede. Il diplomatico portava in dono dallarcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, una parte delle reliquie di san Pantaleo e dei santi martiri di Aquileia. Molto attesa a Mosca ledizione del libro del giurista italiano Carlo Cardia Lidentit religiosa e culturale europea. La questione del crocefisso, di cui gi avviata una traduzione russa. Prefazioni di Franco Frattini e Gianni Letta.

Il patriarca ortodosso russo Kirill durante le celebrazioni per la Pasqua nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca.

Il papa riceve il patriarca Kirill, metropolita di Smolensk e Kaliningrad.

Salti di qualit nel segno del crocefisso


ivenuto patriarca, tra le volute dincenso e i canti solenni della liturgia orientale, Kirill ha dovuto dimostrare alla propria Chiesa lesatto contrario rispetto a quanto il mondo cattolico si aspettava da lui. Sedicesimo patriarca di Mosca, anche il primo postcomunista. Colui dal quale le gerarchie pretendono un rafforzamento, non solo numerico, della Chiesa ortodossa minacciata dal secolarismo e dallindifferenza alla religione. Un compito che Kirill ha ben presente e che, per

molti aspetti, lo mette in sintonia con papa Ratzinger. Benedetto XVI ha pi volte lanciato messaggi per il dialogo ecumenico. Nel febbraio 2009 il pontece aveva afdato una lettera al cardinale Kasper per Kirill, dove indicava stima e vicinanza spirituale e ribadiva lauspicio per buoni rapporti di reciproca accoglienza. In questi anni si sono inoltre susseguite due visite del leader del Cremlino, Dmitri Medvedev, in Vaticano. Lultima lo scorso febbraio. Non si attendevano grandi annunci dopo quella del 2009, che ha portato allallacciamento dei pieni rapporti diplomatici. Per quanto riguarda i rapporti con lo Stato russo, i problemi riguardano il riconoscimento del ruolo della Chiesa cattolica russa e alcune questioni legate alla restituzione di beni espropriati dallallora Urss. Probabile che se ne sia parlato. Ma stato soprattutto il particolare e stretto legame che in Russia esiste tra lo Stato e la Chiesa ortodossa a dare alla visita del presidente anche un signicato per il rapporto tra il Patriarcato di Mosca e il Vaticano. Per contro, i rapporti tra la Chiesa ortodossa russa e lo Stato italiano hanno fatto un salto di qualit quando il Pa-

triarca di Mosca espresse piena solidariet al premier italiano Silvio Berlusconi, sulla sentenza di Strasburgo che vietava il crocesso nelle scuole. Una sentenza contro la quale il governo italiano aveva subito fatto ricorso trovando, tra laltro, il sostegno di altri dieci Paesi membri del Consiglio dEuropa, Russia in prima la.

Un incontro possibile
ua Santit possibilista. Nel libro intervista Luce del mondo manifesta chiaramente la speranza di vedersi con il patriarca di Mosca: Matura sempre pi il contesto in cui potr avvenire lincontro. E si compiace per il gesto compiuto da Kirill che, nel quinto anniversario del suo ponticato, ha promosso un concerto diretto dal metropolita Hilarion, presidente del dipartimento delle Relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Questultimo ha espresso il proprio desiderio che si possa arrivare a un incontro non tra un qualsiasi papa e un qualsiasi patriarca, ma proprio tra papa Benedetto XVI e il patriarca Kirill. Quindi pi che possibile, ma avverr solo dopo la soluzione dellannoso conitto tra cattolici e ortodossi in Ucraina, aveva sottolineato Hilarion. Secondo lui, il ponticato di Benedetto XVI gode della

considerazione positiva dei vescovi russi perch difende la tradizione cristiana. Lo stesso Kirill ha condato al cardinale Koch di volere lincontro e di volerlo con questo pontece, che stimato. Ma vuole anche che sia ben preparato e la mentalit dei fedeli sia pronta. Solo cos si tratter di un vero passo avanti. Intanto si rafforza la posizione del patriarca a oltre due anni dalla sua intronizzazione e sicuramente, se la Chiesa ortodossa fosse pi unita, la tranquillit per il tanto agognato traguardo sarebbe maggiore, la risonanza sulla stampa acquisirebbe unimportanza minore e resterebbero semplicemente difcolt per il cerimoniale e il protocollo. Risulterebbe infatti bizzarro che Kirill incontrasse il papa prima di far visita in Siria e Libano, secondo quanto prevede la tradizione rispetto alle diverse Chiese ortodosse sorelle. Doveva andarci il 6 novembre 2010, ma poi il programma cambiato. Dissero che a Beirut la situazione non era stabile, ma quando lo ? Certo il sistema di sicurezza e la forma solenne di ogni spostamento di Sua Santit elaborato, per non dire ridondante: Kirill viaggia con due aerei. Chi organizza la sua agenda non sa, a volte, a che santo votarsi. Sarebbe meglio afdarsi al caso. Anzi, alla Provvidenza.

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Osservatore Romano / Lapresse

AP Photo / A. Zemlianichenko

REPORTAGE . 1

A 78 di latitudine Nord, nella terra spazzata dai venti polari da cui partirono Nobile e Amundsen, Barentsburg il punto in cui Urss e Occidente si toccavano con mano.

Oggi rischia di scom-

Quando Lenin puntava al Polo Nord

parire.

Trovare lisola di Spitsbergen, in questa specie di finisterrae, non facile.

for-

se lultimo posto abitato al mondo in cui chiunque pu stabilirsi senza lobbligo di alcuna formalit: nessun permesso di soggiorno, n visto n passaporto. bandiera norvegese e non fa parte di Schengen, questisola d alla sovranit un senso diverso da quello cui siamo abituati noi, nel senso che qui serve niente, neanche a chi ha bisogno del visto per entrare in Europa. nessuno clandestino.

Perch, anche se sventola la

Qui

testo e foto di Danilo Elia

Busto di Lenin nella piazza di Barentsburg.

u Spitsbergen, isola di permafrost a un passo dal limite della banchisa polare, non ci sono strade n ferrovia e, bench vi siano tre insediamenti abitativi stabili, Longyearbyen, Ny-lesund e Barentsburg, la popolazione pi cospicua costituita dagli orsi polari. Spitsbergen appartiene alla Norvegia, ma non del tutto: Oslo esercita la propria sovranit sullisola nei limiti di un trattato internazionale siglato negli anni Venti da una quarantina di Paesi, tra cui lItalia. Secondo il Trattato delle Svalbard chiunque pu stabilirvi insediamenti abitativi e sfruttarne le risorse, ma di tutti i Paesi rmatari solo uno, oltre la Norvegia, ha pensato di venire n qui su a cavare carbone: la Russia. Nella piccolissima piazza di Longyearbyen, sul monumento ai minatori, svetta la bandiera norvegese, ma qualche chilometro di costa pi a ovest il tricolore russo a sventolare su un busto di Lenin. I sovietici hanno costruito due villaggi a Spitsbergen, con tanto di Casa del popolo, palazzo dei Soviet, qualche statua di Lenin, la Rivoluzione dOttobre cui intitolare le due piazze principali (le uniche) e altre amenit del genere. Furono edicate cos, con la tipica architettura costruttivista, due citt minerarie, Pyramida e Barentsburg: qualche centinaio di abitan-

ti in tutto, russi e ucraini, minatori con le loro famiglie. Col crollo dellUrss e il passaggio alla Russia i fondi destinati sono crollati, nch nel 1998 Pyramida stata abbandonata e lattivit estrattiva proseguita solo nella miniera di Barentsburg. Tutto a Spitsbergen ruota attorno al carbone, di cui il sottosuolo ricchissimo. Larcipelago, 350 milioni di anni fa, si trovava vicino allequatore ed era ricoperto di foreste: i movimenti delle placche continentali lo hanno spostato no a queste latitudini settentrionali, sommergendo le foreste sotto milioni di metri cubi di roccia, che ne hanno fatto un carbone fossile di ottima qualit. Anche se oggi il turismo ecologico e la ricerca scientica costituiscono altre voci della bilancia commerciale, lattivit mineraria lunica ragione che spinge una comunit di duemila persone a vivere per sei mesi allanno nella lunga notte polare. ongyearbyen il capoluogo amministrativo dellisola e sede del sysselmannen, il governatore: un mucchio di case colorate lungo una via perpendicolare alla costa, un albergo, un supermercato, un pub, un museo e perno ununiversit. Tuttintorno resistono le vecchie teleferiche in legno per il trasporto del carbone dalle prime miniere: roba degli inizi del XX secolo, archeologia industriale a tutti gli effetti, soggetta a norme di tutela, secondo le quali qualunque oggetto antecedente al 1964 considerato di interesse storico, anche un troncone di binario torto. un avamposto umano in una terra inospitale: tra queste cime dal prolo frastagliato come una la di canini, nellepoca doro della corsa al Polo, alcuni esploratori hanno travato la gloria, molti la morte, altri ambo le cose. Da qui, 85 anni fa, Nobile e Amundsen partivano a bordo del dirigibile Norge per sorvolare il Polo Nord. Un grado di latitudine pi a nord, nel villaggio di ricercatori di Ny-lesund, un busto ricorda Amundsen, mentre il pilone di attracco del dirigibile po-

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IN ALTO A SINISTRA Barentsburg, il monumento ai minatori

AL CENTRO Longyearbyen, veduta

davanti al piccolo museo storico. Liscrizione dice: Il lavoro del minatore nella pace delle persone e nei razzi spaziali. O minatore, con la tua mano robusta dai a tutti calore e luce.
QUI A SINISTRA La scalinata che sale dal molo verso la piazza centrale.

della periferia dellabitato dal ghiacciaio che la sovrasta.


IN ALTO A DESTRA La piazza del paese col monumento al minatore. QUI A DESTRA Il corso pedonale.

trebbe ricordare Nobile. Oggi basta mostrare un biglietto al check in a Oslo e imbarcarsi sul volo di linea giornaliero della Sas: niente di pi facile. nge fa la guida. una robusta ragazza tedesca che parla un po di italiano. Vuole studiare a Pisa, dice. La incontro nel cottage che ospita tutti i servizi dello spartano campeggio, ai margini della pista di atterraggio dove ho montato la mia tenda: un paio di prese elettriche, docce fredde, una cucina affollata di viaggiatori vestiti come alpinisti. Trascorre qui i quattro mesi estivi accompagnando piccoli gruppi di avventurosi su per i ghiacciai, con il fucile a tracolla e la pistola nella fondina. Non obbligatorio, ma tutti ti consigliano di afttare unarma se intendi allontanarti dallabitato, e non occorre il porto darmi. La scorsa settimana stato abbattuto un orso mi racconta e solo due anni fa c stata lultima vittima, una ragazza che era salita proprio quas-

s, e indica la vicina collinetta sormontata dalle antenne satellitari, che somigliano a gigantesche palle da golf. tremendamente vicino al campeggio. Lei sorride e si stringe nelle spalle. Gli orsi polari sono affamati, aggressivi e velocissimi: quando ti utano non stanno a pensarci due volte prima di assalirti. Le regole di ingaggio prevedono un solo sparo in aria prima di puntare e abbattere. Se troppo vicino si pu fare a meno anche del colpo in aria: inutile sperare di metterli in fuga. C una sola strada sullisola, meno di quattro chilometri dallaeroporto allabitato. qui che ci sono gli unici due cartelli stradali al mondo che indicano pericolo orsi, uno per ogni estremit della strada, ma io non riesco a scovarli. La strada passa per rovine industriali arrugginite: una grossa gru, che si vede anche dal satellite, e pure un cannone risalente alla Seconda guerra mondiale. Si combattuto persino qui: i tedeschi hanno occupato lisola con loperazione Zitronella e prima di abbandonarla hanno bombardato Longyearbyen e Barentsburg. Cammi-

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no con un lungo stecco teso in mano, come un manico senza ombrello: in questa stagione le sterne artiche nidicano e per difendere i loro nidi si trasformano in terribili picchiatori coi loro piccoli becchi. Pare che lo stecco sia sufciente a distoglierle dalla picchiata. Sono incredibili questi uccelli: piccoli quanto una rondine, migrano per due volte lanno da un Polo allaltro. Volano per 70mila chilometri ogni anno, due milioni e mezzo di chilometri nellarco di una vita, quanto basta per andare tre volte sulla Luna. E tutto per vivere due estati lanno. La Polargirl salpa da Longyearbyen per Barentsburg al mattino presto: linsediamento russo sulla stessa costa di quello norvegese, ma nessuna strada li collega e lunico modo per giungervi via mare. Limbarcazione naviga tra scogliere abitate da colonie di pulcinella di mare e ghiacciai che sinfrangono nellacqua. Le foche galleggiano indolenti sui blocchi di ghiaccio come rotonde bagnanti su materassini gonabili. La navigaQUI A SINISTRA Lingresso di una miniera abbandonata nelle vicinanze

zione dura qualche ora e gi alla vista del villaggio latmosfera cambia. Il molo sembra cadere a pezzi: una rampa di 220 gradini sconnessi porta n su alla piazza Lenin, dove un grosso murale inneggia agli eroi e alle eroine delle miniere. Barentsburg ora lunico villaggio russo dellisola, non solo nel senso che abitato da russi come una chinatown da cinesi: qui proprio Russia. C quel che resta di tutta liconograa sovietica, si paga in rubli (anche se in realt gli abitanti usano delle carte elettroniche), allufcio postale si comprano francobolli russi e la domenica si va a messa nella chiesa ortodossa, una piccola struttura in legno con le cupole a cipolla, che sembra costruita coi ammiferi. Un pezzetto di Russia in Norvegia. leg accoglie il gruppo di visitatori sul battello e ci tiene subito a precisarlo: Barentsburg, come la vediamo oggi, non che unimmagine sbiadita di quel che era quando la popolazione era il doppio di Longyearbyen, i bar erano pieni, la Casa della cultura proiet-

di Longyearbyen. Nel tempo lattivit estrattiva si spostata verso nuovi giacimenti lontano dallabitato, come quello di Svea, che il pi grande, 60 km a sud, dove i lavoratori vengono portati con piccoli aerei.
IN BASSO A SINISTRA La finestra di unabitazione a Barentsburg.

AL CENTRO Il parco giochi a Pyramida offre solo trespoli per i gabbiani. IN BASSO A DESTRA Un deposito al molo di Pyramida. QUI A DESTRA Le lingue dei ghiacciai si sciolgono nel mare

nellestate artica. Le foche, come placide bagnanti, non sono infastidite pi di tanto dalla sparuta presenza umana.

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QUI A SINISTRA Il Lenin

nella piazza di Barentsburg.


A FRONTE Il simbolo dellArktikugol,

la compagnia mineraria russa, nella piazza Oktjabrskaja di Pyramida.

tava lm ogni sera e pure i norvegesi venivano i ne settimana a bere vodka con caviale. Dal disfacimento dellUrss i fondi destinati al villaggio sono andati progressivamente diminuendo. Il colpo di grazia lo ha dato un incendio sotterraneo, divampato nel 2006, che ha costretto ad allagare la miniera e a sospendere lattivit estrattiva. Ci vorranno anni per svuotarla e tornare a cavare, cos nel frattempo molti degli abitanti sono tornati nelle proprie citt in Russia. Il bar 78 parallelo chiuso per ristrutturazione e mancanza di clienti: restano circa 400 abitanti per far s che non vada in malora tutto quanto. Per le quattro strade non sincontra nessuno. pomeriggio, la giornata dagosto mite, la temperatura intorno allo zero, qualche anno fa ci sarebbero stati dei bambini a giocare nelle aiuole e le mamme a chiacchierare sulle panchine. Ora intravedo un uomo in lontananza entrare da una porta, e nientaltro. Sulla principale ulitsa Starostina passa una Lada: la stessa che ho visto prima al molo, sar lunica auto nel villaggio? A pensarci bene, sembra uno scherzo il segnale di divieto di sorpasso al lato della strada. Eppure, quando la Cortina di ferro era ancora ben salda, era qui, a un passo dal Polo, che le due ideologie che governavano il mondo si ritrovavano faccia a faccia. Questo era lunico posto al mondo in cui Unione Sovietica e Occidente capitalista si toccavano con mano. Gli abitanti di Barentsburg potevano andare allOvest, a Longyearbyen, ma solo accompagnati da un agente del Kgb in borghese. Guai a ccare troppo il naso nei negozi, tra le riviste patinate, meno che mai avvicinarsi alla chiesa. Viceversa Barentsburg doveva far mostra di s, svolgere il ruolo di vetrina dei progressi del comunismo per i vicini

norvegesi. Oggi il contrasto con Longyearbyen ancora pi stridente: il capoluogo dellisola il simbolo del benessere norvegese, persino in una terra che non fatta per gli uomini, dove il crimine assente, il turismo la seconda voce di entrata e gli stipendi sono un terzo pi alti di quelli in patria, gi tra i pi alti del mondo. Anche qui non ce la passiamo male, dice Oleg Un minatore prende il doppio che in Ucraina, ma non dice che parliamo di cifre quattro volte pi basse dei norvegesi. A Barentsburg i visitatori possono spendere le loro corone norvegesi: qualche souvenir soviet-kitsch o una matrioska nel negozio Polar Star, oppure spedire una cartolina dallufcio postale. I pi convinti possono prendere anche una stanza nellHotel Barentsburg per una quarantina di euro, senza acqua calda n servizio in camera. Oleg non scherza: i russi nora si sono limitati a dare il benvenuto ai turisti portati dalle compagnie norvegesi, che la sera ritornano a Longyearbyen, ma arrivato il momento di fare di Barentsburg un centro autonomo per i turisti che vogliano venire direttamente qui, accompagnati da organizzazioni russe. Qualcuno ci crede davvero, ma il gap col capoluogo sembra lungi dallessere colmato. Intanto nel Palazzo dello sport la piscina olimpionica arrugginisce, mentre tre ragazzotti fumano le loro sigarette Prima vicino allentrata e rivolgono unocchiata annoiata al gruppo che torna dal battello. sabato sera a Longyearbyen: il pub Kroa gi pieno di gente, c quasi tutto il paese. Fuori sembra mezzogiorno. Il sole in questa stagione non si avvicina nemmeno un po allorizzonte. Il lungo giorno polare pu essere alienante quanto i sei mesi di buio invernale. difcile dormire: il bioritmo scandito articialmente dalle lancette dellorologio e a volte si pu essere preda di una sorta di jet lag e non capire se giorno o notte. Inge e gli altri ragazzi del campeggio vanno in discoteca, certamente la pi a nord del mondo. nella kinohuset, uno stanzone

che fa da cinema, luogo dincontro, bar. Verso la mezzanotte dei grossi teli neri vengono calati lungo le alte nestre per creare un po di penombra e parte la musica, un misto di pop norvegese e anni Ottanta da ballare con gli scarponi da montagna. er il lungo viottolo che va in centro passando per il cimitero qualcuno barcolla gi sbronzo. Il cimitero antico, nel senso che pu avere qui questo aggettivo, ma soprattutto nel senso che nessuno viene pi seppellito sullisola. Le sette tombe nel piccolo recinto custodiscono i morti della spagnola che colp pure qui, mentre oggi fortunatamente i decessi sono scarsissimi (non ci sono vecchi a Spitsbergen e le uniche morti sono accidentali) e le salme vengono portate in patria, in un posto decisamente pi agevole da raggiungere per chi desidera deporre un ore. Naturalmente non c neppure un carcere sullisola. Eppure qualcuno che fa vita da recluso c: sono i cinque superstiti di Pyramida. Vicino al molo dattracco del battello, sotto un obelisco copiato dai disegni di Tatlin, il carrello che nel 1998 ha tirato fuori lultima tonnellata di carbone dalla miniera diventato un monumento. Chiusa la miniera, linsediamento non aveva pi ragione di esistere e i suoi abitanti sono stati rispediti in fretta a casa. Le rigidissime regole ambientali norvegesi, valide su tutto larcipelago, prevedono il ripristino dei luoghi naturali nei siti abbandonati. Questo signicava la demolizione di Pyramida, con il trasporto di tutti i materiali in Russia. Il costo sarebbe stato stratosferico, cos i cinque sopravvissuti, che vivono in due moduli abitativi come sulla Lu-

na, sono lescamotage per non dichiarare ufcialmente disabitata Pyramida, che nel frattempo sta diventando meta turistica, come un sito archeologico del XX secolo dopo Cristo. I russi se ne sono andati e sono arrivati i gabbiani. Pare che abbiano sempre una gran fretta quando si tratta di andarsene da qualche posto, e anche qui hanno fatto i bagagli e sono usciti di casa lasciando luscio socchiuso e ogni cosa al suo posto, come se fossero andati a fare due passi in giardino. Gli sgabuzzini del Palazzo dello sport traboccano di caschi e mazze da hockey, nel bar dellHotel Pyramiden, da un poster ancora appeso al muro, ammicca il sorriso di Alla Pugaciova, nel guardaroba del teatro le grucce penzolano solitarie. Seduta sui gradini della Casa della cultura, Karianne, una forte norvegese che accompagna il gruppo col fucile a tracolla, guarda le aiuole sulla piazza e scuote la testa: Si sono portati anche lerba dalla Russia, mi dice. Penso che sia una battuta e rido. Ma invece vero. stata trapiantata dalla Novaja Zemlia. un tipo infestante, si sta diffondendo anche fuori da Pyramida. Lequilibrio ambientale alle Svalbard fragilissimo e i norvegesi prendono la cosa molto seriamente. Oltre a norme ambientali molto severe ci sono una serie di precauzioni che chiunque viene qui dovrebbe seguire. Allarrivo in aeroporto c qualcuno che ti spazzola le suole delle scarpe per rimuovere ogni elemento contaminante che ti puoi portare dietro dal continente; io devo ogni mattina spostare la mia tenda per non soffocare la microora che c sotto e ho un sacchetto in cui mi riporter dietro tutti i riuti. Il busto di Lenin qui pi solitario che altrove, sotto un cielo che si sta abbassando sempre di pi; le altalene nelle aiuole sono trespoli per gli uccelli. Il guano copre ogni cosa, i gabbiani popolano a migliaia ogni sporgenza sugli edici di mattoncini ocra e il loro garrito riempie il vuoto spettrale. Pyramida ricorda il set di un lm di Hitchcock, limmagine chiara di come potrebbe apparire una citt dopo la scomparsa delluomo. Anzi, Pyramida la miglior candidata a lasciare tracce della civilt contemporanea agli archeologi del futuro: il clima rigido preserva le strutture, questi palazzi fatti per non durare saranno ancora qui tra cinque secoli. E solo a qualche chilometro di distanza, sotto il controllo norvegese, il Global Seed Vault, limmensa cassaforte scavata nel permafrost, conserva sottozero tutti i semi delle specie vegetali conosciute. proprio da queste citt abbandonate che un giorno potrebbe rinascere la vita sulla Terra.

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rubrica

NUMERI IN LIBERT a cura di Carlotta Magnanini


AUDIENCE DIGITALE In Europa crescono gli spettatori tv. Ma solo dei nuovi canali digitali. La televisione tradizionale invece resta (pi o meno) spenta. E lItaMATTRACCO Possiedi un super yacht di 55 metri? La marina pi costosa al mondo in cui parcheggiarlo italiana. Cos come la seconda al mondo. A dire il vero pure la terza. 2.585 euro: la tariffa giornaliera (in alta stagione) di un posto barca nella Marina grande di Capri. 2.574 euro: la tariffa giornaliera a Porto Cervo; 2.100 euro: la tariffa giornaliera a Portofino e sulla Costiera amalfitana. Dopo gli italiani, in quarta posizione c Puerto Jos Banus a Marbella (2.069 euro al giorno), seguito da Ibiza (1.643 euro) e SaintTropez che, pur essendo la marina pi costosa in Francia, costa la met rispetto a Capri: 1.356 euro. In Croazia la Marina Aci, vicino al resort di Split, si piazza in nona posizione con 1.001 euro al giorno, mentre nellisola di Saint Thomas, Isole Vergini, gli euro scendoFonte Engel&Vlkers no: 889 al giorno. PENALIT 6,5: la percentuale di voti persi da un politico coinvolto in uno scandalo sessuale negli Usa. 7,7: la percentuale di voti persi da un repubblicano; 4,9: la percentuale di voti persi da un deFonte New York Times mocratico. MELE IN CORSO 7 milioni di dollari: quanto ha speso la Apple per costruire il cubo di vetro del negozio sulla Fifth Avenue, a New York. 6.661.000 dollari: quanto spender nei prossimi mesi per rimuoverlo (e rimetterlo al suo posto), causa lavori di ristrutturazione. FonteHuffington Post EMISFERI GENEROSI I cuori pi doro sul pianeta? Sono gli australiani e i neozelandesi quelli che, in percentuale, si dedicano maggiormente ad opere di beneficenza. 1. Australia 57% della popolazione attiva nella charity e negli aiuti al prossimo in genere 2. Nuova Zelanda 57% 3. Irlanda 56% 4. Canada 56% 5. Usa e Svizzera 55% 6. Regno Unito 53% 7. Austria 52% 8. Sierra Leone 50% 9. Malta 48% 10. Islanda 47% LItalia 29ma con il 41% . FonteWorld Giving Index

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DOSSIER

lia si conferma come il Paese pi teledipendente. Tempo pro capite di visione giornaliera (in minuti) e relativo incremento percentuale: Ue 228, 2,7%; Italia 246, 3,4% ; Francia 212, 3,4%; Spagna 234, 3,5%; Germania 223, 5,2%; Regno Unito 243, 8,0%.
Fonte ITMedia Consulting

I Balcani dopo la cattura di Mladic


PAGINA

66 . Europa: Croazia stella numero 28 di Jurica Pavicic 72 . La convergenza economica conviene ai Balcani di Raffaella Patimo 77 . Viaggio nel nuovo fascismo serbo testo e foto di Marjola Rukaj 82 . La banalit del male da Eichmann a Mladic di Cecilia Ferrara 88 . Cera una volta la Jugoslavia testo di Matteo Tacconi foto di Ignacio Coccia 93 . Slavoj Zizek, lElvis del pensiero filosofico di Marina Gersony 96 . Fra i dervisci del Kosovo PORTFOLIO FOTOGRAFICO di Raffaele Coniglio

FASCINO BIONDO Nonostante le campagne antitabagismo, le sigarette continuano a essere tra i vizi pi gettonati. 12 mi-

lioni: il numero di sigarette fumate ogni minuto nel mondo. 50%: percentuale dei fumatori (uomini) nei Paesi sviluppati. 5,4 milioni:le vittimedel fumo allanno, destinate a diventare 7 milioni nel 2020. 44 miliardi di dollari: i profitti nel 2010 per le 4 principali multinazionali di tabacco (Philip Morris, British American Tobacco, Japan Tobacco e Imperial Tobacco).
Fonte The Independent

SOS IN TAVOLA Dallaviaria alle mozzarelle blu, fino allultima E.Coli, le emergenze alimentari negli ultimi anni hanno causato danni per miliardi di euro. Per lesattezza, 5. Manzo agli ormoni (1988): 150 milioni di euro; mucca pazza (1994-2001): 2.600 milioni; diossina (1998-2010): 370 milioni; afta epizootica (2001): 200 milioni; peste suina (2002): 250 milioni; aviaria (2003-2008): 750 milioni; influenza suina (2009): 250 milioni; mozzarella blu (2010): 120 milioni; batterio killer/Escherichia coli (2011): 150 milioni.
Fonte Los Angeles Times

CITTADINI VIRTUALI Giacarta vi sembra forse pi affollata di Nuova Delhi? Il fatto che il cyberspazio moltiplica i residenti. Su Facebook il numero di iscritti falsifica il numero dei residenti nelle rispettive citt. Ecco quali sarebbero le 10 metropoli pi popolate al mondo (e le rispettive percentuali di residenti nel sito), secondo il social network: 1. Giacarta 17.484.300 abitanti (80,2% iscritti su Facebook) 2. Istanbul 9.602.100 abitanti (85,5%) 3. Citt del Messico 9.339.320 (50,6%) 4. Londra 7.645.680 (91,9%) 5. Bangkok 7.419.340 (89,5%) 6. Buenos Aires 6.568.940 (53%) 7. Ankara 6.549.680 (171,9%) 8. Kuala Lumpur 6.514.780 (119%) 9. Bogot 6.400.520 (86%) 10. Madrid 5.961.500 (116%).
Fonte Facebook

SEX ADDICTION La dipendenza dal sesso una vera e propria malattia. E, come tale, va curata. Ma non in una clinica qualunque... 40mila dollari: il costo di un trattamento per guarire (dura un mese) nel centro Sierra Tucson, in Arizona. 7.500 dollari: il costo di un trattamento di soli 15 giorni al Sexual Recovery Institute di Los Angeles. 12: i passi che portano alla disintossicazione (tanti quanti quelli degli Alcolisti anonimi). 10mila: le donne avute da George Simenon. 12.775: le donne avute da Warren Beatty (una al giorno per 35 anni).
Fonte Los Angeles Times
I. Coccia

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I Balcani dopo la cattura di Mladic


FIGURA 1 Crescita di alcuni Paesi europei nella seconda met del Novecento
60.000

DOSSIER

La convergenza economica conviene ai Balcani


di Raffaella

Patimo

Lanalisi macroeconomica evidenzia gli sforzi compiuti dai Paesi balcanici per mantenere i cosiddetti fundamentals nei parametri Ue, pur se con esiti diversi. Linflazione sembra essere un problema comune, tranne che per Albania e Bosnia-Herzegovina. Il rapporto deficit/Pil pare essere sotto controllo, anche se, a causa di aumentate spese pubbliche infrastrutturali dellultimo anno, proprio Albania e BosniaHerzegovina hanno superato la soglia. Come prevedibile, il rapporto debito/Pil non costituisce un problema e si pu ipotizzare che i criteri per il processo di associazione potranno costituire un utile limite alla sua crescita. Ma resta aperto il tema delle libert fondamentali.
72 . east . europe and asia strategies

er comprendere la necessit e lopportunit di ununione economica e istituzionale tra i Paesi dei Balcani (Pb) e quelli aderenti allUnione Europea pu essere sufciente partire dallo sviluppo economico e istituzionale avvenuto nellultima met del secolo appena trascorso per i due gruppi di Paesi. Mentre, infatti, nasceva la Repubblica federativa popolare di Jugoslavia (1946) e Hoxha nel 1944 diventava primo ministro dellAlbania (Paesi che, partendo da livelli diversi di sottosviluppo, avevano sperimentato la catastrofe della Seconda guerra mondiale), i Paesi europei, tra i pi aspramente impegnati nel conitto mondiale, avviavano il dialogo che li avrebbe portati a unirsi dapprima nella Ceca (1952) e nella Cee poi (1957). noto che lintegrazione economica porti reciproci vantaggi ai partecipanti, cos come dei costi dovuti allarmonizzazione delle istituzioni e delle regole, nonch alla transizione delleconomia di mercato, se provenienti da economie centralizzate come nel caso dei Pb. La stessa teoria economica si divisa sulle modalit del raggiungimento di tale integrazione: i liberisti, da una parte, coerenti con la loro politica del laissez-faire, gli istituzionalisti, dallaltra, certi che i vantaggi avrebbero potuto essere condivisi da tutti i partecipanti solo nella certezza del diritto, nellindipendenza della giustizia, nellapplicazione trasparente delle regole di mercato e con uninequivocabile distribuzione dei diritti di propriet. Pertanto, lassenza di istituzioni adeguate o, peggio, lambiguit delle istituzioni pubbliche e della societ civile comportano una cattiva distribuzione dei vantaggi derivanti dallintegrazione economica, quando non peggiori risultati per categorie deboli o non organizzate. In questottica lanalisi delle dinamiche recenti delle economie dei Paesi balcanici e dellUe, ma soprattutto quella dei processi di adeguamento e armonizzazione istituzionale, pu contribuire a far luce sulle necessit dellarea balcanica, sulle opportunit delladesione allUe e sui possibili rischi collegati ad essa, sia in caso di adesione sia nel (remoto) caso di mancanza di adesione. La recente performance internazionale mostra come i tassi di crescita non solo divergono tra Paesi e aree geograche pi o meno omogenee, ma i risultati in termini di disuguaglianze di reddito tra Paesi e nei Paesi quali-

Belgio Francia
50.000

Germania Germania Ovest


40.000

Germania Est Lussemburgo


30.000

Paesi Bassi Albania


20.000

Bosnia-Erzegovina Croazia
10.000

Italia Serbia e Montenegro


0
1950 1952 1954 1956 1958 1960 1962 1964 1966 1968 1970 1972 1974 1976 1978 1980 1982 1984 1986 1988 1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006 2008

Jugoslavia

Fonte Elaborazione su dati del Conference Board and Groningen Growth and Development Centre, Total Economy Database, giugno 2009.

ca la convergenza in termini di maggiore o minore desiderabilit. In modo, per certi versi, a volte dissimile da quanto messo in atto con lallargamento a Est (2004 e 2007), in questa nuova strategia di allargamento il ruolo delle istituzioni dei singoli Paesi diventa fondamentale nel gestire tempi e modi della transizione, nonch del coordinamento tra stabilizzazione interna e progressiva associazione allUe. Daltro canto, la crisi globale internazionale rischia di rallentare, pur se non di vanicare, gli sforzi messi in atto sia dallUe che dai Balcani per il raggiungimento di una prosperit economica.

Convergenza istituzionale e principio di condizionalit


l nuovo Approccio regionale comprende un insieme di Paesi da allora pi noto come nuova entit geopolitica con il nome di Balcani occidentali ovvero i Paesi del Sudest Europa: lex Jugoslavia (Slovenia esclusa) pi lAlbania. In cambio di assistenza nanziaria, preferenze commerciali unilaterali e accordi di cooperazione rafforzata, lUe ha ancorato ogni possibilit di progressione nelle re-

lazioni bilaterali al vericarsi di condizioni democratiche, subordinando, cos, le relazioni internazionali e segnatamente quelle di carattere economico e commerciale alla democratizzazione delle istituzioni dei Paesi. Queste condizioni principali sono state identicate dal Consiglio europeo (1997) in: 1) principi democratici; 2) diritti umani e Stato di diritto; 3) rispetto e protezione delle minoranze; 4) riforme per leconomia di mercato. Questo principio di condizionalit europea ha davvero segnato la via per una nuova strategia dellUe nei Balcani, assieme ai diversi incentivi previsti, da accordare in risposta a comportamenti adeguati e una politica regionale comune trasversale, diventata nel corso del tempo un prerequisito fondamentale tra i criteri di condizionalit. Lo strumento fondamentale di questa politica regionale rafforzata divenuto il Patto di stabilizzazione e associazione (Psa), contenente il duplice obiettivo di promuovere la stabilit e la cooperazione regionale, nonch unintegrazione economica ed eventualmente politica attraverso la candidatura allUnione. evidente come ci sia un mix di strumenti e obiettivi istituzionali ed eco-

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R.s. Gobesso

I Balcani dopo la cattura di Mladic

DOSSIER

nomici, in armonia con i criteri dettati a Copenaghen nel 1993 per laccesso di ogni nuovo membro allUe, nellintento di applicare un ben noto principio nella storia dellintegrazione europea, cio che la cooperazione economica preceda e faciliti quella politica, in unottica di stabilit duratura. Si , a tal proposito, parlato di condizionalit severa o sbilanciata, al peggio di condizionalit esterna pi severa della condizionalit interna, ossia del genere applicata dal Patto di stabilit e crescita (Pcs) per i Paesi membri dellUe. Come se, dopo lEuropa a due velocit (espressione coniata negli anni Novanta in seguito alle decisioni prese per lallargamento ai Peco) esistesse la possibilit di unEuropa a due registri, uno per i primi o i nuovi membri, un altro per quanti stanno per accedere allUnione. Incidentalmente, si fa qui notare che la riforma del 2005 del Pcs stata elaborata dopo che le sanzioni previste per la procedura di decit eccessivo per Francia e Germania non erano state applicate in toto. in atto, dopo le note vicende che hanno investito la non pi credibile clausola di no bail out, unulteriore riforma di dette regole, volte a sanare questo doppio binario, su cui vecchi, nuovi e futuri Stati membri si trovano a coesistere.

Dallanalisi sulla situazione di convergenza istituzionale si evince che, ad oggi, lo status di candidato potenziale, o Paese ufcialmente candidato, non produce uno slancio netto per i progressi delle istituzioni dei Balcani. I capitoli non ancora chiusi nel processo di adesione per la Croazia, pur essendone stato pubblicizzato lingresso per il 2013 (J.M. Barroso, 10 giugno 2011), riguardano ambiti cruciali quali riforma giudiziaria, politica della concorrenza, disposizioni nanziarie e parit di bilancio. La decisione, poi, di concedere al Montenegro, ma non allAlbania, lo stato di candidato, si basa e trae la sua giusticazione su documenti (i Progress reports) attraverso cui la Commissione europea sottolinea limportanza e lurgenza della soluzione di problemi fondamentali quali la riforma e lindipendenza del potere giudiziario, da un lato, e dellaltro la lotta alla corruzione, condicio sine qua non per il buon funzionamento delle istituzioni e il corretto andamento di uneconomia di mercato. La cooperazione interregionale tra i Balcani formalmente iniziata anche se, in vista di unarea di liLa firma del Trattato di Roma in Campidoglio nel marzo del 1957 a Roma.

bero scambio regionale, essa non potr prescindere da un irrobustimento delle attivit produttive prima ancora che commerciali. Dallanalisi sui dati macroeconomici si possono evidenziare gli sforzi compiuti dai Paesi per mantenere i fundamentals nei parametri Ue, pur se con esiti diversi. Anche in questo caso non vi sono differenze degne di nota tra i Paesi candidati e i Paesi potenziali candidati. Linazione sembra essere un problema comune, tranne che per Albania e Bosnia-Herzegovina. Il rapporto decit/Pil pare essere sotto controllo, anche se, a causa di aumentate spese pubbliche infrastrutturali dellultimo anno, proprio Albania e Bosnia-Herzegovina hanno superato la soglia. Come prevedibile, il rapporto debito/Pil non costituisce un problema e si pu ipotizzare che i criteri per il processo di associazione potranno costituire un utile limite alla sua crescita. I progressi nelle quattro libert fondamentali per ladesione a un mercato comune sono ancora limitati, anche se segnali positivi vengono dalla libert di stabilimento nei Paesi balcanici, utile per

linsediamento di imprese dai Paesi Ue. Gli indicatori del mercato del lavoro sono ancora insoddisfacenti, ma consentono aspettative positive per il futuro, se vero che la base occupazionale ha ancora ampie possibilit di crescita. Questo ci porta anche a riettere sulla bont dellindicatore Pil pro capite come rivelatore della crescita: se ci rapportassimo invece al Pil prodotto per lavoratore occupato, potremmo avere una misura della produttivit che lascia adito ad aspettative di crescita ancora migliori rispetto a quelle stimate. Ma tali Paesi sono pur sempre nel mezzo di una crisi internazionale.

Alcune riflessioni conclusive

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R.s. Gobesso

processi di trasformazione politica e sociale seguiti alla caduta del Muro di Berlino (1989) e il processo di sfaldamento della ex Jugoslavia hanno sicuramente contribuito a impedire la convergenza per anni. Tuttavia, a partire dal Psa sottoscritto tra lUe e i Pb, sembra che il processo si sia innestato, pur se permane una certa debolezza e pertanto si rendono necessarie opportune misure di accompagnamento, di carattere FIGURA 2 Tendenza stimata sulla crescita e la convergenza del Pil pro capite strutturale e congiunturale. dei Paesi balcanici nellipotesi di tasso di crescita invariato [FIGURA 2] al valore medio 2000-2008 Le stime di crescita si basano 31.000 sullipotesi di permanenza nellimmediato futuro (2015 e 2020) dei medesimi ritmi di svi26.000 AL luppo che hanno caratterizzato il periodo 2000-2008. KR 21.000 Il coefciente di variazione MK ponderato (un indicatore utile per valutare lipotesi di conver16.000 SR MN genza) diminuisce con il progredire degli anni e ci consente di BS affermare che le aspettative a 11.000 IT medio termine, nella ipotesi di mantenimento delle tendenze SLO 6.000 in atto, non sono contrarie allidea che le economie dei Paesi GR considerati convergano per quel UE 27 0 che riguarda i rispettivi Pil pro 2005 2010 2015 2020 capite. Fonte Elaborazioni e stime proprie su dati del Conference Board and Groningen Growth and Development Centre, Total Economy Database, giugno 2009. Con riferimento al periodo

Afp / Getty Images

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DOSSIER

1995-2009 e alle prospettive pi immediate, la convergenza dei Pil pro capite appare confermata, sia in ascesa che in discesa, a causa della crisi internazionale. In ogni caso tale convergenza sicuramente un fatto nuovo rispetto agli ultimi decenni del XX secolo e sembra indicare che le modiche istituzionali necessarie al percorso di adesione non stiano rallentando il trend ascendente delle economie balcaniche e non stiano ostacolando il processo di convergenza tra Paesi. [FIGURA 3] Questo non vuol certo dire che i tempi degli eventuali catching-up saranno brevi e che i singoli processi saranno simultanei. Sullintero processo, infatti, pesano le incertezze derivanti dalle politiche economiche che lUe e i governi europei pongono in atto per fronteggiare gli effetti della crisi nanziaria internazionale, dellattacco speculativo alleuro, della crisi greca e dei cosiddetti Pigs, della pesante manovra di bilancio posta in essere dal governo italiano etc. Si tratta in generale di politiche restrittive, che sicuramente frenano il ritmo di crescita dei Paesi europei
FIGURA 3 Tassi di crescita del Pil reale, 1995-2009
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che le hanno poste in essere, ma che altrettanto sicuramente rallenteranno il ritmo di crescita dei Pb che sono tutti molto aperti verso lEuropa. Il quadro andrebbe sicuramente completato con considerazioni di carattere distributivo. Non bisogna dimenticare, inoltre, che la convergenza dei processi di sviluppo dei Paesi che si affacciano sullAdriatico dipende molto da decisioni e da dinamiche che sono di stretta pertinenza dellUe e che molto potrebbe essere fatto per rendere la convergenza pi veloce e agevole, nonch per correggere eventuali sperequazioni sul nascere. La recente crisi nel Mediterraneo meridionale, inne, rende ancora pi necessario e auspicabile il processo di integrazione istituzionale ed economica di Paesi che solo poco pi di un decennio fa erano impegnati in guerre fratricide. La capacit delle economie balcaniche di stabilizzare la propria crescita e di vedere la progressiva affermazione delle forze di convergenza sulle forze di divergenza dipende, dunque, da un mix di fattori cos strettamente interrelati e non divisibili da far pensare alla soluzione di un gioco a somma positiva per tutti.

Viaggio nel nuovo fascismo serbo


testo e foto di Marjola

Rukaj

Obraz, Dveri, Nasi: i movimenti sono tanti ma il credo politico quello di sempre. Nella Serbia indifferente e apatica, la Corte costituzionale ha dichiarato illegale lassociazione di estrema destra Nacionalni Stroj (Fronte Nazionale). Un cambiamento di rotta con chi non aveva ancora

prima vista non difcile entrare in contatto con i giovani di estrema destra in Serbia. Esistono diverse associazioni, sono tutte ben strutturate, con una gerarchia interna e servizio segreteria che smista i contatti. evidente che abbiano una vita pubblica molto attiva e che stiano volentieri sotto i riettori. Una tra le pi in vista si chiama Obraz, che vuol dire volto, unassociazione che non fa mistero di essere appoggiata dalla Chiesa ortodossa serba e da uomini daffari arricchiti durante la guerra degli anni Novanta. Impossibile rintracciarli, nonostante i numerosi tentativi. Ci dipende dal fatto che attualmente i capi dellassociazione sono sotto arresto, in seguito ai disordini causati dai tifosi serbi a Genova durante la partita Italia-Serbia, nellottobre 2010. Obraz forse la pi nota, ma non lunica. Provo a contattare i Dveri, che vuol dire corte reale, e si riferisce con un senso di nostalgia e frustrazione a una Serbia aristocratica e gloriosa, proiettata nel passato secondo i canoni della mitomania nazionalista di oggi molto lontano

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fatto i conti con il passato? O una reazione tarMontenegro

diva di fronte al crescente potere dellestrema destra? Abbiamo cercato di capirlo andando a parlare direttamente con i neofascisti serbi.

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Croazia Fyrom

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1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010

Albania Bosnia-Erzegovina Kosovo (under Unsc res. 1244/99)

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Serbia Italia
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Ue 27
Fonte Elaborazioni su dati Eurostat, 2011.
R.s. Gobesso

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DOSSIER

dalla realt storica che farebbe tuttaltro che comodo ai nazionalisti. I tentativi per rintracciarli si trasformano in un calvario burocratico che dura circa una settimana. Risponde una segretaria quasi simpatica, che si appunta i miei dati. Mi richiama, esige di conoscere previamente le domande che ho intenzione di porre durante lintervista. Vogliono avere il tempo di studiarsi la scaletta. Dopo qualche giorno, ancora altri accertamenti. Inne, nessuna risposta. La storia si ripete in maniera meno spettacolare con altre associazioni di minor importanza. Finch riesco a farmi accettare dai Nashi 1389, un movimento il cui nome riconduce inequivocabilmente ai loro colleghi russi, i giovani parapolitici di Putin, appunto i Nashi, ma che per sottolineare lidentit serba puntano tutto sul famigerato 1389, lanno della scontta dei serbi e dei cristiani balcanici da parte dei turchi ottomani. Con voce pacata, seria e impassibile il loro leader, Misha Bacic, mi concede un appuntamento senza fare domande. Bisogna andare nei loro ufci a Zemun, una zona urbana che una volta era una cittadina asburgica, dallarchitettura mitteleuropea, ordinata e accogliente. Oggi Zemun periferia della Belgrado odierna, caotica e in continua espansione. anche il luogo dove hanno trovato rifugio e in se-

guito hanno messo radici molti serbi, provenienti da tutte le ex repubbliche jugoslave, da una guerra allaltra, durante gli anni Novanta, portando con s le loro frustrazioni e il loro nazionalismo accanito, tipico delle zone transfrontaliere dei Balcani. Non a caso si trova proprio qui la sede principale dei Radicali, il partito nazionalista serbo, ora rifondato con il nome di Naprednjaci (progressisti), pi accattivante, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche. Un mondo molto diverso dal centro di Belgrado. qui lhabitat ideale dei giovani di estrema destra. Basta scendere dal tram che collega il centro di Belgrado con Zemun per capire di essere molto lontani dai quartieri frequentati dai giovani europei e globalizzati di via Knez Mihailova, che non aderiscono alle subculture, non hanno nulla da dire sulla politica, ma cercano a tutti i costi di seguire fanaticamente le mode del momento, per sembrare pi normali e occidentali possibile. Per le vie e viuzze ben ordinate di Zemun, dei machi mediterranei sfoggiano con orgoglio la n troppo evidente muscolatura, con magliette aderenti e messaggi nazionalisti, come Il Kosovo Serbia. Altri portano la croce ortodossa con le quattro C, che sarebbero delle S in alfabeto cirillico, acronimo che sta per il detto Solo lunit sal-

va i serbi, che per alcuni studiosi del fenomeno sono soltanto degli ornamenti medievali senza alcun signicato. Altri, con le teste rasate, indossano magliette con delle enormi cartine che includono quasi tutti i Paesi balcanici sotto lo stesso Stato, con i conni reali e immaginari di quella che fu la massima espansione del regno dei Nemanjic, intorno al 1300. Unepopea durata in tutto una trentina danni, ma che nutre e mantiene in vita il nazionalismo e il populismo di chi non ha offerte politiche migliori. a sede del movimento Nashi 1389 si trova al centro di Zemun, a pochi passi dalla sede dei Radicali. Da lontano vedo arrivare un ragazzo basso, scuro, vestito completamente di nero. Non sorride, laconico, ma disponibile. Misha Bacic, ha laspetto di un ragazzo mediterraneo, non un serbo tipico lo stereotipo lo vorrebbe estremamente alto, di carnagione chiara e corporatura atletica. Mi guida negli ufci, allinterno di un edicio neoclassico. Vi si trovano delle stanze a met tra un centro sociale e una sede di partito vero e proprio. Ha preparato una cartellina di opuscoletti da darmi, e anche delle foto di Ratko Mladic, che mi allunga a parte, commentando senza pathos: leroe, il pa-

ladino del popolo serbo, che ha lottato contro i nemici della serbit in Bosnia. Sono delle foto che rafgurano Mladic, nella sua uniforme da militare, in un ritratto di quei giorni in cui a Srebrenica si stava consumando il pi efferato dei crimini mai commessi nei Balcani dal dopoguerra, mentre il generale si procurava un posto donore tra i padri della nazione serba. Mi invita a fotografare i poster sulle pareti, messaggi euroscettici, altri contro il presidente Tadic e i suoi alleati. Poi si siede dietro la scrivania. Non faccio in tempo ad accendere il mio registratore che la porta del suo ufcio si apre ed entra una ragazza poco pi che ventenne. bella e riservata, mi saluta brevemente e si sistema in una delle poltrone di fronte alla scrivania. Dopo pochi secondi bussano di nuovo alla porta. Questa volta entra un uomo, sulla quarantina, altissimo, dalle spalle larghe, lo sguardo aggressivo, potrebbe passare per un pugile in carriera. Si siede su una sedia, guardandosi intorno. Lintervista avr dei testimoni. Come nei migliori lm di spionaggio. Ma senza che faccia in tempo a rivolgere la mia prima domanda, Misha tira fuori un foglio su cui si segnato tutto quello che vorrebbe dire, ssa un punto indenito sulla parete di fronte e inizia a presentare lassociazione, abbassando di tanto in tanto gli occhi per leggere tra le righe. Fa una sorta di discorso ben preparato, che sicuramente avr recitato tante altre volte. Parole chiave: Serbia, orgoglio serbo, i serbi che sono il popolo prescelto, il popolo celeste, il regno di re Lazar che dovrebbe ritornare ai serbi, lEuropa imperialista e antiserba, la Russia che dovrebbe essere il vero obiettivo della Serbia e altri alleati ben pi importanti dellUnione Europea, che la Serbia avrebbe in giro per il mondo: la Cina, il Brasile, lIndia, lIran, la Libia e tante altre alleanze storiche della schiera dei non allineati, passate in eredit alla Serbia dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Lintervista si rivela unimpresa. A ogni mia domanda inizia a reagire con nervosismo: mani che si agitano, occhi che evitano di guardarmi, mentre gli altri ascoltano in silenzio con attenzione. Le risposte piovono uguali, tutti clich del nazionalismo serbo. Ci autonanziamo. Siamo tutti giovani che non si riconoscono in questa Serbia che si sta svendendo agli occidentali, alla Nato, ai suoi nemici, solo ed esclusivamente per far comodo agli

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DOSSIER

interessi personali di Boris Tadic e dei suoi simili. Ma il governo di Boris Tadic, come giustamente nota uno dei migliori conoscitori del nazionalismo serbo, Eric Gordy, non si dissociato dal nazionalismo. Oltre al partito dei liberal-democratici in Serbia, tutti gli altri partiti sono nazionalisti: basti pensare a come hanno reagito nei confronti del Kosovo, afferma lo studioso statunitense. Non basta, afferma Misha Bacic. Il Kosovo andava difeso, anche con le armi. elle prossime elezioni politiche, i Nashi 1389 si presenteranno come un vero e proprio partito. Lobiettivo quello di far cambiare politica alla Serbia. Il programma elettorale propone soluzioni a tutte le frustrazioni che avviliscono i cittadini serbi. Iniziando con le tesi classiche sulla formazione della grande Serbia, che dallattuale territorio si estende a tutta la Federazione serbo-bosniaca, no a sconnare nellAlbania meridionale e, naturalmente, con il Kosovo che si trova nel cuore dello Stato serbo. Eccola la cartina della Serbia, questa qua, interviene la ragazza che assiste allintervista, indicando la maglietta che ha addosso, su cui si vedono i conni della Grande Serbia e il volto sfumato di re Lazar, uno dei pi gloriosi capi medievali balcanici. L dove ve-

di il naso di re Lazar si trova il Kosovo, quindi proprio al centro dello Stato serbo, spiega sorridendo. La realizzazione di questo progetto far parte del programma elettorale dei Nashi 1389, una volta entrati in politica. Verrebbe naturale chiedersi come pensano di realizzare un simile progetto. Continuando quello che Ratko Mladic e altri eroi hanno fatto negli anni Novanta, spiega Misha Bacic, e mi indica il suo collega alto e corpulento. Lui, ad esempio, ha fatto la guerra. stato in Kosovo. Il ragazzo si alza: la sua corporatura imponente, in piedi, ridimensiona la stanza. Su una parete sono appese delle foto, di ragazzi armati in divisa. Io sono questo qui, indica. Mi spiega che faceva parte dellesercito jugoslavo, che ha partecipato ai conitti degli anni Novanta e che ora si trova senza lavoro, sospeso dallesercito. Perch questo regime, oggi, non li vuole quelli come me, commenta. Si riferisce al regime di Boris Tadic: oltre ad imputargli scarso amore per la Serbia, gli rimproverano politiche economiche sbagliate. Noi vogliamo una Serbia senza oligarchi, vogliamo nazionalizzare tutte le aziende vendute e costruire uno Stato sociale dove possano vivere in maniera dignitosa anche gli operai, commenta Misha Bacic riferendosi al futuro programma elettorale.

Lo stesso programma sociale che proporr anche il Partito dei progressisti, gli ultranazionalisti il cui leader spirituale, Vojislav Seselj, attualmente sotto processo al Tribunale internazionale dellAja. I sondaggi indicano che questo partito populista e nazionalista vecchio stampo, guidato de facto da Tomislav Nikolic, sta maturando sempre maggiori consensi tra la popolazione, e che dunque ha molte probabilit di andare al potere alle prossime elezioni politiche. La Serbia sta vivendo oggi una delle crisi economiche pi pesanti dalla caduta di Milosevic. Ci fa s che le classi pi povere, la popolazione che vive fuori Belgrado, vedano in Nikolic una soluzione, spiegano a pi riprese gli esperti dellautorevole settimanale serbo Ekonomist. Lo stesso vale per i giovani, che sono tra i pi colpiti da questa crisi. Le nostre la aumentano di giorno in giorno, afferma Bacic. Aderiscono giovani che vogliono dire la loro in politica, prendendo per mano il destino della propria terra. Ma vengono anche molti membri delusi degli altri partiti. Puntiamo ad attrarre sempre pi questa categoria di persone. Se riuscissero a superare la soglia di sbarramento, i Nashi 1389 si alleerebbero proprio con i radicali di Tomislav Nikolic, per fare della Serbia un Paese diverso e, nella peggiore delle ipotesi, creando anche nuovi disordini

nei Balcani. La giornalista investigativa Brankica Stankovic, che ora vive sotto la protezione della polizia dopo aver ricevuto diverse minacce di morte, va molto oltre nella sua analisi dei giovani di estrema destra in Serbia. Non sono che delle marionette in mano ad altri oligarchi, che vorrebbero avere maggiore controllo sulle risorse del Paese. Chi li nanzia, chi li ha mandati a Genova, chi sostiene tutte le loro campagne di sensibilizzazione?, si chiede la giornalista. Misha Bacic non vuole commentare. una traditrice della nazione, pagata dalla Cia, dice infastidito, mettendo ne allintervista. Teol Pancic, un altro giornalista investigativo che ha ricevuto numerose minacce di morte, analizzando le associazioni di estrema destra in Serbia si domanda come mai forze dellordine e politici li tollerino. Nelle ultime settimane, per, i fatti non sembrano dargli ragione. Nella Serbia indifferente e apatica, allimprovviso, la Corte costituzionale ha dichiarato illegale lassociazione di estrema destra Nacionalni Stroj (Fronte nazionale). forse la dimostrazione di un cambiamento di rotta, in una Serbia che non ha ancora fatto i conti con leredit degli anni Novanta? Oppure si tratta semplicemente di una reazione tardiva, a riprova del crescente potere dellestrema destra?

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DOSSIER

La banalit del male da Eichmann a Mladic


di Cecilia

Ferrara

Citare Eichmann solo in apparenza una forzatura. Nei Balcani il tempo non scorre in maniera lineare, qui si accartoccia e forma pieghe che si sovrappongono. Basta prendere un quotidiano di questi giorni (fine giugno 2011) e osservare come lapertura sia dedicata alla ricerca dei resti di Draga Mihailovic, il capo dei cosiddetti cetnici, ovvero i partigiani monarchici e anticomunisti che furono eliminati dai titini subito dopo la vittoria sui nazisti. Mihailovic stato un nazionalista che ha ispirato molto la retorica dellultima guerra, un personaggio controverso, eppure non viene trattato con alcuna distanza storica, anzi se ne parla con gli

acconta Hanna Harendt che, durante il processo ad Adolf Eichmann, che si tenne a Gerusalemme nel 1962, una delle prove utilizzate per denire la volont delluomo di voler sterminare gli ebrei fu lordine impartito a Fritz Rademacher, reggente della Serbia occupata da Hitler, di fucilare cento tra ebrei e zingari per ogni tedesco ucciso dai partigiani. E questo non perch gli ebrei (75mila circa nel regno di Jugoslavia) o i rom fossero ribelli, ma semplicemente perch erano gi pronti in campi di concentramento. Tra laprile e il novembre del 41 furono uccisi circa 5mila uomini, l8 dicembre furono internati i restanti ebrei di Belgrado, ormai solo donne e bambini, nel salone costruito pochi anni prima per le Fiere internazionali della capitale. Da dicembre, nella Fiera di Belgrado, circa 5mila donne, anziani e bambini ebrei e 1500 rom furono tenuti in condizioni siche terribili, no a che lo stesso Eichmann non mise a punto nella conferenza di Wannsee (gennaio 1942)

lidea della soluzione nale. A Belgrado furono mandati dei camion allestiti come camere a gas mobili e dal marzo 42 si iniziarono a uccidere 100 internati al giorno, prelevati dalla Saimste. La Jugoslavia fu il primo Paese ad essere Judenfrei. La soluzione nale era stata completata prima ancora che negli altri Paesi occupati da Hitler fosse iniziata. Nei Balcani il tempo non scorre, come in altri posti, in maniera lineare, qui si accartoccia e forma pieghe che si sovrappongono. Basta prendere un quotidiano di questi giorni (ne giugno 2011) e osservare come lapertura sia dedicata alla ricerca dei resti di Draga Mihailovic, il capo dei cosiddetti cetnici, ovvero i partigiani monarchici e anticomunisti che furono eliminati dai titini subito dopo la vittoria sui nazisti. Mihajilovic stato un nazionalista che ha ispirato molto la retorica dellultima guerra, un personaggio controverso, eppure non viene trattato con alcuna distanza storica, anzi se ne parla con gli stessi toni con cui si potrebbe raccontare un fatto di cronaca nera avvenuto pochi mesi fa. Per quanto possa apparire paradossale raccontava un attivista di Belgrado non abbiamo superato il trauma della battaglia di Kosovo Polje del 1389. Chi oggi vuole parlare della guerra degli anni Novanta deve parlare della Seconda guerra mondiale, dellattentato di Sarajevo e dellinvasione ottomana del Quattrocento. Per questo non strano che nei giorni successivi alla cattura del criminale di guerra pi ricercato in Europa, Ratko Mladic, venga in mente Hanna Harendt. Eichmann, lideatore della soluzione nale per gli ebrei, era un uomo normale dicevano gli psichiatri con rapporti affettivi familiari assolutamente nella regola. La scrittrice tedesca lo ritrae come un vecchio grigio, insignicante. Allo stesso modo i primi ritratti di Mladic, catturato lo scorso 26 maggio dopo sedici anni di latitanza pi o meno supportata dai vari governi serbi, rafgurano un vecchio con il cappellino da baseball e laria stupita. Ha problemi alla mano per colpa di un ictus (forse due), soA FRONTE Karl Adolf Eichmann,
Dpa / Corbis

pravvissuto a un infarto ed anche lui ha rapporti ottimi con la famiglia: la moglie e il glio al suo anco da subito, i nipotini che lo vanno a trovare nella cella di Belgrado. Entrambi sono perfette incarnazioni della banalit del male descritta dalla Harendt. Questo vecchio, questo nonno, il mostro che il Tribunale penale internazionale dellAja attendeva di catturare da anni con unincriminazione per genocidio, di guerra e contro lumanit, accusato di aver ordinato e organizzato la pulizia etnica della popolazione non serba attuata in Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995 e per la strage di Srebrenica. Questuomo lo stesso che si faceva riprendere dalle telecamere, l11 luglio 1995, mentre salutava la liberazione della Srebrenica serba. Questo vecchio con laria stupita lo stesso che dava le caramelle ai bambini e rassicurava le donne, mentre mandava i loro padri e i loro mariti alla morte nel pi grave eccidio compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale:

stessi toni con cui si potrebbe raccontare un fatto di cronaca nera avvenuto pochi mesi fa.
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ufficiale delle SS, criminale di guerra.


A DESTRA Il generale serbo Ratko Mladic.

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Corbis / D. Turnley

I Balcani dopo la cattura di Mladic

DOSSIER

il massacro di circa 8mila uomini, bambini e anziani musulmani che cercavano di scappare da Srebrenica, enclave protetta dallOnu. Oggi il boia dei Balcani, il macellaio di Srebrenica, in carcere in Olanda, allAja, sotto processo. E se nella prima apparizione davanti al tribunale ha cercato di prendere tempo, recitando la parte dellanziano malato, chiedendo venia alla corte perch il suo stato di salute non gli permetteva di essere abbastanza veloce nel capire le accuse, verso la ne della prima udienza in aula tornato ad essere il generale arrogante di un tempo. Io sono il generale Ratko Mladic ha dichiarato con rabbia tutti sanno chi sono. Ho difeso il popolo serbo e oggi difendo me stesso. Non ho paura n dei giornalisti, n del pubblico. Ecco, scriveranno i giornalisti di tutto il mondo nei loro reportage dallAja, cos lo avevamo incontrato sulle colline di Sarajevo. Quando Eichmann

venne arrestato e processato, leffetto pi importante si veric non in Israele, bens in Germania. Nella repubblica federale di Adenauer si registr un susseguirsi di processi a esponenti del regime nazista, molti dei quali vivevano senza aver cambiato nome, o addirittura avendo fatto carriera nellamministrazione pubblica. Il passato tornava insomma, ma ancora attraversando le aule giudiziarie, senza un dibattito vero e proprio sul perch e sul come la Germania era diventata nazista. Per quello si sarebbe dovuto attendere il 1968. Lo stesso sta avvenendo nei Balcani, con alcune differenze importanti: anzitutto, la guerra stata regionale, interstatale, dunque ogni presunto criminale di guerra arrestato, condannato, estradato o liberato, suscita reazioni di carattere nazionalista da parte dei serbi o dei
Srebrenica, rifugiati.

croati o dei musulmani. Non solo non esiste un dibattito, ma nemmeno la consapevolezza del fatto che i crimini di guerra sono stati commessi nei dieci anni di conitto nella ex Jugoslavia, dal 1991 al 2001.

Rekom, la commissione regionale per la verit e la giustizia


he i processi non bastino per confrontarsi con il passato e per la riconciliazione lo sanno bene gli attivisti dei diritti umani, che da anni combattono contro il nazionalismo dei propri connazionali. I processi sui crimini di guerra sono fondamentali, perch mettono insieme i fatti, ma da soli non sono sufcienti: occorre un dibattito sul passato, afnch si possa avere un impatto reale sulla societ. A dirlo Natasha Kandic, storica attivista e presidente del Centro per il diritto umanitario di Belgrado, che dal 1991 collezio-

na prove e dati sui crimini di guerra commessi nella ex Jugoslavia. La Kandic denisce larresto di Mladic lavvenimento storico pi importante dalla ne della guerra, ma mette in guardia contro ogni eccessivo trionfalismo. La leadership serba ha dimostrato, soprattutto con questo atto, quanto si voglia impegnare per entrare in Europa, ma il timore che i nostri politici diranno che hanno fatto il loro dovere per la giustizia internazionale e aspetteranno un premio dallUnione Europea. E nessuno far le domande fondamentali: perch Mladic accusato? Quali delitti gli sono imputati? Per non lasciare inevase queste domande, da almeno due anni oltre 1700 tra ong per i diritti umani, media, associazioni legate alla Chiesa, associazioni di veterani e
Srebrenica, rifugiati.

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Sygma / Corbis / J. Jones

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Sygma / Corbis / J. Jones

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non hanno dimenticato le tragedie provocate da dieci anni di guerra. I tribunali per i crimini di guerra hanno come unico scopo quello di punire i colpevoli, utilizzando le vittime unicamente come testimoni. Rekom dar voce alle vittime con momenti di ascolto pubblico e confronto e non solo alle vittime coinvolte in crimini di guerra, ma anche a chi ha sofferto dalla guerra in senso generico, dagli sfollati a chi dovuto fuggire allestero per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria. naltra questione che verr affrontata quella dei dispersi. Ad oggi spiega ancora Stojanovic sono 16mila le persone di cui non si conoscono ancora le circostanze della morte. Un tentativo simile a Rekom era gi era stato compiuto con la Commissione per la riconciliazione, quella messa in piedi dalla Repubblica Federale di Jugoslavia nel 2001, nellentusiasmo del dopo Milosevic, ma che scomparve senza fare rumore e senza aver fatto nulla di concreto, appena due anni pi tardi. Quando abbiamo iniziato il lavoro con Rekom, una commissione interstatale e con lappoggio dei governi, in una regione come la nostra insomma, molti di noi pensavano che non si sarebbe mai fatto nulla, confessa Zarko Puhovski, professore di Filosoa alluniversit di Zagabria ed ex presidente dellHelsinki Committee croato, nonch dissidente storico del regime di Tito. E allora perch impegnarsi in una cosa del genere? Quello di cui abbiamo bisogno in questa regione dice Puhovski qualcosa che si chiama affrontare il passato, cosa che non stata fatta in nessuno posto, n in Serbia n in Croazia n in BosniaHerzegovina. Oggi abbiamo la possibilit di renderlo se non effettivo, almeno possibile, con una commissione che porti avanti una raccolta di dati che riguardano i fatti e le persone morte durante la guerra e non solo in seguito a crimini di guerra. Dobbiamo evitare assolutamente continua il losofo croato che si verichi ci che avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale, ovvero non sapere esattamente quante persone furono uccise e lasciare che i numeri venissero manipolati per essere fonte di discussioni spiacevoli durante il periodo della Jugoslavia e dopo. Alla luce di questo noi cercheremo di rendere il pi possibile precisi i fatti e, soprattutto, di dare un nome alle vittime:

Una donna musulmana bosniaca prega sulla tomba di un suo parente, vittima del massacro di Srebrenica, al Memorial Center di Potocari a 120 km da Sarajevo.

Demotix / Corbis / N. Piezzi

delle vittime di guerra, hanno formato la Coalizione per Rekom, un consorzio regionale che ha intrapreso un lungo cammino fatto di incontri e discussioni con vari gruppi di interesse in tutta la ex Jugoslavia per lavorare sulla riconciliazione. Lo scopo quello di costituire la prima Commissione per la verit e la giustizia di dimensione interstatale, con una campagna che parta dal basso (la raccolta di un milione di rme), ma che abbia lappoggio politico ed economico e la disponibilit a fornire i dati sulla guerra da parte dei governi dei Paesi coinvolti. La commissione si chiamer Rekom e sar formata da venti personalit provenienti da tutta la regione, la cui indipendenza e afdabilit sia stata precedentemente approvata da tutte le parti in causa. Rekom seguir i modelli delle commissioni per la verit e la giustizia che hanno agito in molte altre zone del mondo dallArgentina al Sudafrica in cui sono stati violati i diritti umani e

Il Memorial Center di Potocari che ricorda il genocidio del luglio 95: un massacro di migliaia di musulmani bosniaci da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite. Le vittime furono quasi 10mila.

avr il compito di utilizzare tutte le fonti di informazione esistenti per stabilire la verit dei fatti accaduti tra il 1991 e il 2001 nella ex Jugoslavia, dare dignit alle vittime e dare un nome e una storia ai dispersi: nessun potere giuridico se non quello di trasmettere prove ai tribunali, nel caso in cui venga fuori una notizia di reato non ancora accertata ma unicamente informativo, anche se nel senso pi ampio del termine. I cittadini dei Balcani dice Lazar Stojanovic, responsabile della comunicazione della Coalizione per Rekom

non diremo 2.054 o 2.055 morti, ma ci saranno i nomi e i dati di base di queste persone, sia civili che militari, che hanno cessato di vivere a causa della guerra. Certo non facile tornare a parlare del passato in un Paese come la Croazia, che dovrebbe diventare il 28 membro dellUnione Europea nel luglio del 2013. La situazione della Croazia si pu paragonare a quella della Germania allinizio degli anni Sessanta: i tedeschi stavano vivendo un boom economico forte ed erano molto felici di dimenticare quello che era successo nella Seconda guerra mondiale, nch non arriv la generazione del Sessantotto, che obblig la societ tedesca ad affrontare il passato, per ragioni sociali, morali e psicologiche. I giovani hanno iniziato a chiedere al padre e alla madre: che cosa hai fatto durante la guerra? E come persona uno pu mentire alla polizia, ai giudici, ai giornalisti, ma molto difcile farlo con il proprio glio o glia. Il vero lavoro di Rekom sar quindi quello di preparare il terreno per la generazione di ragazzi che fra cinque, sei anni cominceranno a chiedere: doveri, pap, negli anni Novanta?.

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Ap / Lapresse

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DOSSIER

Cera una volta la Jugoslavia


testo di Matteo Tacconi foto di Ignacio

Coccia

Ventanni fa, nelle regioni croate della Krajina, della Lika e della Slavonia, serbi e croati iniziarono a farsi la guerra. Le conseguenze del conflitto pesano ancora su queste terre: villaggi fantasma, rivoluzioni demografiche, profughi mai rientrati e fabbriche abbandonate. Viaggio oltre le linee del fronte della guerra che ha ucciso la Jugoslavia.

ungo la statale che conduce a Knin tagliando le vallate carsiche della Krajina, marca arida e brulla della Croazia schiacciata tra il litorale dalmata e la Bosnia, si susseguono casolari diroccati, chiesette che cadono a pezzi e borghi disabitati. La strada costeggia la ferrovia che portava un tempo a Belgrado, ora non pi in funzione. Nelle stazioni abbandonate, tra binari arrugginiti e spiazzi polverosi, saggirano cani randagi. Il cielo plumbeo e il vento che arriva delle montagne dinariche, le cui sagome tozze si stagliano prepotenti allorizzonte, ulula a pieni polmoni scuotendo i rami spogli degli alberi. La Krajina ha tutto laspetto di una terra di nessuno. Limpressione che la vecchia linea del fronte serbo-croato, sebbene siano trascorsi ventanni esatti dallo scoppio della guerra tra Zagabria e Belgrado, passi ancora di qui. Il conitto, la grande scossa che fece capitolare la Jugoslavia, fu inevitabile. Gli uomini forti dei due Paesi, Franjo Tudjman e Slobodan Milosevic, la vedevano in maniera opposta. Il primo puntava allindipendenza dalla Jugoslavia, ormai divenuta una Serboslavia. Il secondo a creare una Grande Serbia federando tutti i territori balcanici dove i propri connazionali costituivano lo zoccolo duro della popolazione. Krajina, Lika e Slavonia, le tre regioni croate che contavano una signicativa presen-

za serba, con punte pi o meno forti, dovevano dunque nire sotto il controllo di Belgrado. Milosevic arm i serbo-croati, li ubriac di propaganda e incoraggi nel 1990 la nascita di unentit autonoma in Krajina, a trazione ultranazionalista e con Knin, capoluogo regionale, capitale. Piazz al potere i pi devoti lealisti e cre una milizia, guidata da Milan Martic. La risposta di Tudjman fu la Costituzione del dicembre 1990, che revoc ai serbi una discreta manciata di diritti. Lanno dopo arriv la dichiarazione dindipendenza. Knin proclam la controsecessione e inglob Lika e Slavonia (lo Stato fantoccio prese il nome di Repubblica serba di Krajina) con lausilio dei militari e dei paramilitari di Belgrado, che provarono a spostare il fronte in avanti, scatenando lartiglieria su Dubrovnik, Zadar, Sisak, Vinkovci, Karlovac e persino Zagabria. Tudjman mise in piedi in fretta e furia un esercito, cercando di contenere loffensiva e giurando di riprendersi pi avanti le terre scippate. A ogni costo. A confronto laltra guerra che si combatt in quellanno, tra Serbia e Slovenia, fu una bazzecola. Dur appena dieci giorni e Milosevic, visto che da quelle parti i serbi si contavano sulle dita di una mano, ci simbarc soltanto a scopo dimostrativo. che ngendo di impedire lindipendenza di Lubiana volle mandare un messaggio preciso ai croati: scordatevi Krajina, Lika e Slavonia.

ka come un rullo compressore (il 15 aprile il Tribunale penale dellAja sullex Jugoslavia lha condannato a 24 anni di reclusione per crimini di guerra), queste terre si svuotarono. Per almeno 200mila serbi scatt lesodo. La met non ha pi fatto rientro. Knin divenne una citt fantasma e Zagabria, bramosa di croatizzarla e di farne il simbolo della riscossa, la ripopol mandandoci a vivere i connazionali scappati dalla guerra di Bosnia e alcuni coloni provenienti dalla stessa Croazia, ai quali diede casa e lavoro, riferisce Dragan Gligora, giornalista in forza a Radio Knin. La testata trasmette dalla stessa palazzina dove no al 1995 ha operato lemittente di regime serba. Ledicio ospita inoltre ununiversit, una biblioteca e una scuola di musica. Gli sforzi profusi dal governo per fornire servizi ai nuovi abitanti di Knin sono stati notevoli. Ma pi che di servizi c bisogno di lavoro. Gli impieghi pubblici, infatti, non bastano a dare uno stipendio a tutti, leco-

I tassisti di Knin
rrivo a Knin. La guerra ha trasgurato la citt, a livello demograco. Oggi la maggioranza nettamente croata. In passato, invece, il 90% della popolazione era composta dai discendenti dei serbi che, esuli dalla Bosnia conquistata dagli ottomani, vennero ingaggiati dagli Asburgo come gendarmi di frontiera, in cambio di terre da coltivare. I miliziani di Martic, nel 91, fecero piazza pulita dei croati, stanandoli dalla loro case, esortandoli alla fuga o, peggio ancora, massacrandoli. Qualche sventurato rimase a lungo rinchiuso nel carcere della citt vecchia, oggi un ammasso di edici pencolanti, appollaiato ai piedi della rocca che domina Knin dallalto. Dopo la riconquista da parte croata, avvenuta nellagosto 1995 con lOperazione Tempesta, orchestrata dal generale Ante Gotovina, che pass sulla Krajina e sulla Li-

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nomia privata non decolla e le fabbriche, dopo la guerra, non hanno pi riaperto. Fa eccezione la Tvik, storico produttore di materiali ferroviari. Ci sgobbano per appena 300 operai, rispetto ai 3mila dellera prebellica. I profughi serbi tornati dopo il 95, circa il 20% dei 15mila residenti, faticano ancora di pi a sbarcare il lunario. Anche se il loro diritto al ritorno stato grosso modo garantito, scontano la croatizzazione e devono arrabattarsi alla meglio. La vedi quella macchina?, mi dice Marko Kalat, la mia guida in citt, indicando una vettura sgangherata che sfreccia sulla strada che porta in centro. Al volante c uno dei tassisti privati serbi di Knin. Se qualcuno deve andare in Serbia salta su, si fa accompagnare e poi si fa venire a riprendere. La prestazione senza fattura, chiaro.

Gli affittacamere della Lika


a Knin a Korenica, nel cuore della Lika. Mi lascio dietro una schiera di contrade, sia croate che serbe, piene di case vuote. Lunica oasi in questo deserto Gracac, borgo devastato da Gotovina, ora rimesso nuovo e frequentato da cacciatori. Italiani, in particola-

re. Sacquartierano nelle riserve della zona e impallinano quaglie e beccacce, minforma un tizio che ospita nel suo casolare i cultori dellarte venatoria. Unaltra mezzora di tragitto e giungo a Korenica. Lungo la lama dasfalto che seziona questo centro abitato di 2mila anime (prima del conitto erano il doppio) spuntano numerosi cartelli multilingue che reclamizzano stanze private in aftto: rooms, zimmer, camere, sobe, chambres. Lampia offerta di alloggi non deve sorprendere. Questa porzione di Lika uno dei luoghi pi turistici del Paese. I 16 specchi dacqua, le foreste e le cascate del vicino parco naturale di Plitvice calamitano ogni anno migliaia di visitatori. La gente del posto, mettendo la propria dimora a disposizione dei vacanzieri, trova cos modo di raggranellare qualche soldo. Il turismo una risorsa, ma anche, forse soprattutto, una necessit. Perch in zona il lavoro unemergenza. Qualcuno rimpiange i vecchi tempi della Jugoslavia, quando a Korenica, racconta Milan Prica, afttacamere serbo, cerano cinque aziende statali che davano da mangiare a tutte le famiglie, si stava tranquilli e non mancava nulla. Il conitto ha scombussolato tutto, annientan-

do le infrastrutture economiche, drenando la popolazione e rimescolando, come a Knin e come in tutti i vecchi distretti serbi della Croazia, gli equilibri etnici. Fu proprio nella Lika che ci sinizi a sparare addosso: il 31 marzo 1991, la domenica di Pasqua, davanti alla biglietteria di Plitvice. Quel giorno caddero il poliziotto croato Josip Jovic e quello serbo Rajko Vukadinovic, le prime due vittime della guerra. Percorrendo il sentiero ricoperto di foglie umide, che si srotola subito dopo lingresso del parco, sarriva al memoriale, un massiccio cilindro di metallo luccicante, eretto in nome di Jovic. Non c nulla, invece, a ricordare la morte di Vukadinovic. La memoria, qui come nel resto dei Balcani, ancora monopolio indiscusso dei vincitori.

LHiroshima croata
unga tirata no alla Slavonia, passando da Zagabria e percorrendo tutto il anco orientale della Croazia, spianato dal ume Sava. Dopo sei ore ecco Vukovar, citt bagnata dal Danubio al conne con la Serbia. I segni della guerra sono ancora visibili, molto pi che altrove. Il tessuto urbano disseminato di rude-

ri e le pareti delle case che non sono state rase al suolo sono ancora sfregiate dalle crepe causate dalle granate. Negli ultimi tempi sono stati ricostruiti alcuni edici, tali e quali a comerano una volta, in stile barocco. Emergono, posticci, in mezzo a una selva di caseggiati sbrindellati. Il conitto tocc a Vukovar il suo apice. Il 25 agosto 1991, 50mila militari serbi strinsero dassedio la citt, presidiata da una sparuta guarnigione croata composta da appena 1800 uomini. Malgrado la netta inferiorit numerica, resistettero no al 18 novembre. Quasi tre mesi. Incredibile. La difesa di Vukovar oggetto di studi persino allaccademia militare americana di West Point, mi spiega Cristian, guida del memoriale che sorge nella vicina frazione di Ovcara, dove i serbi, nei cortili di unex azienda agricola, giustiziarono 264 civili. Qui i presidenti croato e serbo, Ivo Josipovic e Boris Tadic, si sono incontrati nellaprile 2010, in uno dei pi bei gesti riconciliatori del dopoguerra balcanico. Serbia e Croazia hanno fatto passi da gigante, da questo punto di vista. A stimolarli stata la comune causa europea, con Zagabria pronta a entrare nellUe nel 2013

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e Belgrado sempre pi sulla giusta carreggiata. Il bilancio dellassedio di Vukovar fu spaventoso: 22mila profughi, 50mila case distrutte, tre miliardi di dollari di danni e almeno 1700 morti, molti dei quali riposano nel cimitero monumentale di guerra, una radura piena di lari di croci bianche situata ai margini del centro abitato. Lo visito e mimbatto in una comitiva di pellegrini-patrioti venuti da Zagabria, che depongono corone di ori sui sepolcri di Ivo, Mato, Mijo e Niko Soljic, quattro fratelli, martiri della causa croata, che morirono in difesa di Vukovar. Con la caduta della citt si chiuse la prima fase della guerra. Zagabria e Belgrado stipularono un cessate il fuoco sponsorizzato dallOnu, che allinizio del 92 invi nei territori in mano ai serbi un contingente incaricato di garantire lo status quo. Nei tre anni successivi il campo di battaglia si spost in Bosnia, dove Tudjman e Milosevic continuarono a farsi la guerra, salvo poi accordarsi, in segreto, per spartirsi il Paese e ghettizzare la maggioranza musulmana. La guerra in Croazia riprese con la vittoriosa campagna di Gotovina nella Krajina e nella Lika. La Slavonia, invece, rimase sotto amministrazione Onu no al 1998, quando venne riassegnata a Zagabria. Tutti, a Vukovar, hanno una storia da narrare. Zeljko Diberto, nella cui locanda pianto le tende, afferma che in

quei tre mesi dassedio Vukovar era ridotta come Hiroshima e rammenta gli anni trascorsi come profugo a Norimberga, dove ha lavorato nei capannoni della Siemens. Mirjana Dermadi, direttrice di Radio Vukovar, ricorda di come riusc miracolosamente a tagliare la corda, incinta, prima della resa del 18 novembre. Andrika Mikic, presidentessa del Center for Peace, rievoca la Vukovar jugoslava, citt modello dove convivevano decine di etnie croati, serbi, bosniaci, cechi, ucraini, austriaci, ungheresi, albanesi, ebrei e il 60% dei matrimoni erano misti. Quel mosaico di popoli un ricordo lontano. Anche da queste parti, solita storia: spopolamento, croatizzazione e rientro limitato dei profughi serbi. Consola, comunque, il fatto che tra maggioranza e minoranza i rapporti siano cordiali. Non consola, invece, lo stato delleconomia, che non va. In questottica la vicenda della Borovo, il pi grande complesso calzaturiero della Jugoslavia, dice tutto. Nel 1991 sfornava 23 milioni di paia di scarpe e impiegava 23mila operai. Adesso loutput di cento volte inferiore e le maestranze ammontano a poco pi di mille unit, barricate allinterno dellunica ofcina tornata a produrre. Le altre, reperti giurassici scarnicati dalle bombe, giacciono silenziose in quellimmenso ossario industriale che il perimetro della Borovo.

Slavoj Zizek, lElvis del pensiero filosofico


di Marina

Gersony

Il capitalismo sta per finire: e adesso? Se lo chiede Slavoj Zizek, filosofo, sociologo e grande divulgatore di Lubiana, chiamato anche philostar, o lElvis del pensiero filosofico, per lirruenza verbale, il look stazzonato e citando un suo recensore, Davide Goldfuss il fascino felicemente inelegante e inattuale che trasuda per (pro)vocazione.
CHI ZIZEK lavoj Zizek (Lubiana, 21 marzo 1949) fra i pi innovativi e carismatici pensatori del nostro tempo. Laureato in Filosofia alluniversit di Lubiana, insegna nella sua citt natale e in molti atenei americani ed europei. Nel 1990 stato candidato alle elezioni presidenziali del suo Paese con il Partito democratico liberale (oggi Liberaldemocrazia di Slovenia). Regolarmente invitato come conferenziere in numerose universit di tutto il mondo, autore di numerosi volumi, tra i quali Benvenuti nel deserto del reale (Meltemi, 2002), Tredici volte Lenin (Feltrinelli, 2003), Il soggetto scabroso (Raffaello Cortina, 2003), Lepidemia dellimmaginario (Meltemi, 2004), Leggere Lacan (Bollati Boringhieri, 2009). Ha pubblicato, per Ponte alle Grazie, i suoi due maggiori successi in Italia e nel mondo: In difesa delle cause perse (2009) e Dalla tragedia alla farsa (2010), nonch lultimo libro, Vivere alla fine dei tempi (2011).

ersonaggio complesso e controverso, ossessionato da se stesso e dalla sua intelligenza bulimica e mai scontata (Non sono un anticapitalista a priori n tantomeno, come mi dipingono, un nostalgico), nonch citato come il possibile losofo della terza via, Slavoj Zizek noto per le sue tesi radicali e la sua personale Weltanschauung che uttua disomogenea, ma a suo modo coerente nelle contraddizioni tra caos, aneddoti, paradossi e provocazioni. Argomenti mai banali, al massimo discutibili, con un linguaggio che alterna alto e basso e spazia, zigzagando, da Platone a Paris Hilton, dal cinema hollywoodiano alla psicoanalisi lacaniana, passando per Marx, Heidegger, Lenin e ideologia postideologica. Il suo ultimo libro, Vivere alla ne dei tempi, edito da Ponte alle Grazie, unopera uviale, ricca di intuizioni e spunti che si alternano tra schiaf e carezze per indagare una modernit da lui mai condannata a priori: oltre 600 pagine balcanicamente prorompenti, come un lm di Kusturica che sezionano il cadavere-mondo giunto al capolinea. Scrive lintellettuale che impazza su Facebook e su Youtube: La premessa di questo libro semplice: il sistema capitalista globale si sta avvicinando a un apocalittico punto zero. I suoi quattro cavalieri dellapocalisse comprendono la crisi ecologica, le conseguenze della rivoluzione biogenetica, gli equilibri interni al sistema stesso (problemi con la propriet intellettuale; imminenti lotte per le materie prime, cibo e acqua) e la crescita esplosiva delle divisioni ed esclusioni sociali. E allora come uscire da questa impasse che annuncia tempi funesti? La formula per scongiurare lApocalisse, suggerisce lintellettuale sloveno per nulla pessimista, esiste e non neppure complicata, sempre che il lettore propenso alla rivoluzione riesca a districarsi tra le pagine gustose e stordenti di questo sua ultima opera mondo. Stop dunque al pensiero debole e avanti con rigore, sacricio e disciplina per dare delle risposte universali alle grandi questioni contemporanee. Si tratta, sostiene Zizek, di prendere atto del fatto che stiamo vivendo un lutto, ossia la morte di un sistema degenerato tra turboeconomie allegro-creative, laissez faire, mala gestione della libert e cattiva interpretazione della democrazia (lequivoco nel nostro modo di accogliere o subire le retoriche

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in Cina.

roppo complicato? Rafnata retorica di cui oggi meno che mai si sente il bisogno? Forse s, forse no. Di fatto il viaggio verso la rinascita deve passare attraverso una rielaborazione del passato che, per lautore, (in)consapevolmente, parte dalle sue radici esteuropee e dalla storia recente, ossia dal ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino che avrebbe dovuto costituire un momento nodale di riessione. La gente voleva capre e cavoli, osserva. Volevano libert capitalistico-democratica e abbondanza materiale, senza dover pagare il prezzo di una vita in una societ del rischio; ovvero senza perdere la sicurezza e la stabilit di un tempo, (pi o meno) garantite dai regimi comunisti. Come venne fatto doverosamente notare dai sarcastici commentatori occidentali, la nobile lotta per la libert e la giustizia si rivel pi che una voglia di banane e pornograa. In pratica, un doppio op. Zizek sora, saltabecca e si sofferma su varie tematiche, che tesse tra profonda maestria e divertissement, spaziando dalla globalizzazione fragile al suo riverbero sulla crisi economico-nanziaria, dal fondamentalismo religioso allantisemitismo sionista, per passare alla difesa di un Marx non marxixta, no alla crescita esplosiva delle esclusioni sociali. E ancora: il controllo digitale sulle nostre vite, ledonismo e il narcisismo portato agli eccessi, i cambiamenti climatici, le catastro natu-

MODERNIT DELLAPOCALISSE proposito di Apocalisse, sempre per rimanere in tema, segnaliamo il libro di Jean-Pierre Filiu, storico, arabista e professore associato allIstituto di studi politici di Parigi. Nel suo ultimo saggio, Lapocalisse nellIslam (Editore ObarraO, traduzione di Luisa Cortese, 2011, pagg. 324, 19,50), il delegato della Federazione internazionale dei diritti delluomo in Libano nel 1984 e membro del Gabinetto dei ministri degli Interni e della Difesa francesi, affronta il tema di come le credenze di un popolo sulla fine del mondo condizionino il suo modo di agire nel presente. Dalla rivolta della Mecca nel 1979 alla Seconda guerra del Golfo, dalle minacce nucleari del regime iraniano allescalation di terrore di al Qaeda, la storia recente del mondo islamico pervasa da innumerevoli correnti di pensiero rivolte a unimminente apocalisse, capaci di influenzare stili di vita e determinare orientamenti politici. Forme diffuse di propaganda rielaborano motivi della tradizione coranica, intrecciandoli con figure e temi estranei allimmaginario islamico: lAnticristo e il Mahdi, lArmageddon, lApocalisse cristiana, lantisemitismo dei Protocolli dei Savi di Sion, le profezie di Nostradamus, i dischi volanti del Triangolo delle Bermude. Vincitore del premio Augustin-Thierry 2008 come miglior opera di storia contemporanea.

rali e il loro impatto traumatico sui nostri corpi e sulle nostre menti. Per nire con le bugie che usiamo raccontarci: Non ci crediamo davvero. Le pratiche ecologiche, come lacquisto di prodotti biologici, ci aiutano a sentirci meglio. unideologia narcisistica, sempre pi evidente in un mondo dove il caff senza caffeina, la birra senza alcol, il formaggio senza latte, i nostri volti liftati senza pi espressione. E, a proposito di destra e sinistra, osserva da un lato lascesa di un certo populismo di destra, che un tratto comune a tutti i Paesi presi dal vortice della globalizzazione (e che ha integrato nei suoi programmi molti punti appartenenti tradizionalmente alla sinistra), dallaltro una sinistra incapace di rinnovarsi e che ha perso terreno in diversi Paesi europei oppure come nella stragrande maggioranza dellEuropa dellEst che si celata dietro le maschere arroganti di nuovi padroni e manager: Se il capitalismo veramente migliore del comunismo, allora perch siamo ancora cos disgraziati?. La questione centrale oggi : chi dar espressione al disagio di questo tempo globale, sempre pi simile a se stesso e che, per reazione, ha prodotto localismi impensabili solo qualche decennio fa? Verr lasciato al nazionalismo populista perch lo sfrutti a suo vantaggio? qui che sta il grande compito della sinistra che nonostante possa suonare pessimistico e un po modesto, deve dirigersi verso un terreno neutrale, moderato,

per certi versi conservatore e moralista. Per sintetizzare lo Zizek-pensiero: Se la sinistra non si muove, lo far la destra. E assai peggio. E per concludere, ecco una storiella sullesistenza di Dio, per noi che viviamo alla ne dei tempi: Il Dio che abbiamo qui piuttosto come quello che si trova nella battuta bolscevica su un propagandista comunista di talento che, dopo la sua morte, si trova mandato allinferno. Subito cerca di convincere le guardie a lasciarlo andare in paradiso. Quando il Diavolo nota la sua assenza, va da Dio per chiedergli che il propagandista venga riportato allinferno. Tuttavia, non appena il Diavolo inizia a parlare comincia con Mio Signore Dio lo interrompe dicendo: Primo, io non sono il tuo Signore ma un compagno. Secondo, sei pazzo a parlare a uninvenzione? Io non esisto nemmeno! E terzo, sbrigati, altrimenti mi perdo la riunione di partito. Questa , secondo Zizek, la sorta di Dio di cui oggi ha bisogno la sinistra radicale... Per dirla con il critico Davide Goldfuss, non si tratta di essere daccordo o meno con il losofo di Lubiana, ma di lasciarsi sedurre e trasportare dal suo genio sregolato. Basta saperlo dosare, perch il rischio di naufragare nel suo eloquio dilagante e di uscirne confusi alto. Anche se i numerosi spunti possono essere utili a riettere sulle domande che ci dobbiamo porre per cambiare qualcosa, noi, umanit del nuovo millennio.

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della democrazia). Il lutto va dunque elaborato consapevolmente attraverso il classico e collaudato modello psicoanalitico, passando attraverso le cinque fasi della negazione (in questo caso ideologica), della rabbia, della contrattazione (con il ritorno della critica delleconomia politica), della depressione (passaggio obbligatorio) e inne dellaccettazione. In questo modo, teorizza la philostar, potremo superare la crisi e uscire da questo mood malinconico e turbato. Come affrontare il tutto? In modo concreto, sostiene, cio con una mobilitazione comune per escogitare delle soluzioni verso un nuovo inizio: Dobbiamo pensare veramente a come funziona lautorit: abbiamo sempre pi bisogno di gente che pensa, di veri intellettuali che si pongano domande pi riessive. Come dire: oggi i loso sono merce rara e sempre pi necessaria per riettere su temi che lo sbrato dibattito odierno cerca caparbiamente di evitare.

A SINISTRA

Jacques Lacan psichiatra e filosofo francese, uno dei maggiori psicanalisti del secolo scorso.
A DESTRA

Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek incontra gli studenti della Peoples University

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PORTFOLIO FOTOGRAFICO
di Raffaele Coniglio

dervisci rappresentano uno dei fenomeni pi rilevanti nella storia della spiritualit islamica e in particolare della dottrina mistica del sufismo. Nellodierno Kosovo vive un imprecisato numero di fedeli che appartengono a diversi ordini tra loro distinti: i bektashi, i kadri, gli havleti, i nakshipendi, i rifai, i saadi e gli shazeli.

Tutto ebbe inizio con i bektashi, ordine che prende il nome dal suo fondatore Hunqar Haji Bektash Veli, nato nellIran orientale. Lordine dei bektashi interessante per molte ragioni: per il peso che ha nella cultura turca, ma anche perch rappresenta un superamento delle differenze tra le tradizioni musulmane di sunniti e sciiti, il che lo fece diventare una delle istituzioni pi importanti dellimpero, con centri spirituali nella citt del Cairo, in Anatolia, nel Turkestan e nella citt imperiale di Istanbul. Nel 1826 il sultano turco Mahmud II cominci a eliminarne i seguaci con il pretesto che avevano accumulato e abusato del loro potere. Da Atatrk in poi, non essendo ben visti in Turchia i dervisci cominciarono a spostarsi e diventarono una forza significativa in Albania. Dal 1925 i bektashi albanesi si staccarono da quelli turchi e Tirana inizi a rappresentare una sede importante per lordine nei Balcani. Una volta allanno, il 22 marzo, i dervisci dellordine rifai di Prizren, nel Sud del Kosovo, celebrano il Nevruz (nuovo giorno) che segna linizio della primavera, ovvero il primo giorno dellanno secondo il calendario persiano. Durante questo rituale i dervisci pregano per la pace e la tolleranza e con il volto trafitto da grossi spilloni cantano litanie e danzano in cerchio. Coltelli, aghi e spille di ogni dimensione sono lelemento che caratterizza questo particolare ordine e rappresentano un modo per purificarsi e avvicinarsi alla via del Signore. I dervisci di Prizren, come tutti gli altri, si considerano musulmani e, insieme a loro, siamo nello stesso mare. Loro nuotano. Noi preferiamo andare sottacqua, come dice Shejh Adrihusejn, il capo dellordine rifai di Prizren.
Kosovo: la voce del coniglio www.raffaeleconiglio.blogspot.com Una volta allanno, il 22 marzo, i dervisci dellordine rifai di Prizren, nel Sud del Kosovo, celebrano il Nevruz (nuovo giorno).

Fra i dervisci del Kosovo


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Coltelli, aghi e spille di ogni dimensione rappresentano un modo per purificarsi e avvicinarsi alla via del Signore.

Durante questo rituale i dervisci pregano per la pace e la tolleranza e con il volto trafitto da grossi spilloni cantano litanie e danzano in cerchio.

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Panghsang, dove i bambini fanno la guerra


militari a capo del regime, gli edifici governativi e i checkpoint ai confini.

ASIA

Siamo a Wa State, un vero e proprio Stato illegale allinterno di una nazione, il Myanmar, in cui i bambini da tempo non iniziano nemmeno le scuole per servire la patria, imparando a utilizza-

un checkpoint poco lontano da Panghsang, una cittadina arroccata sulle montagne del Myanmar orientale, poco lontana dal conne con lo Yunnan cinese, una ragazzina che avr s e no 14 anni, vestita con ununiforme verde oliva su cui spiccano il distintivo dellesercito Wa o United Wa State Army (Uwsa) e la mitragliatrice portata con disinvoltura in vita, controlla con cura i documenti di chi vuole attraversare i conni di questo Stato ribelle. Siamo a Wa State, un vero e proprio Sta-

IN BASSO Una giovane donna appartenente

re, appena possono reggersi in piedi, armi automatiche con cui saranno chiamati a proteggere i

al Kachin Independence Army, il braccio militare della Kachin Independence Organization, un gruppo politico composto da una coalizione di sei trib etniche della Birmania.
A FRONTE Alcuni ribelli Shan bruciano pacchi di anfetamine al confine

Spesso le reclute

pi giovani non hanno nemmeno 6 anni, ma a Wa State non fa effetto a nessuno vedere questo esercito di giovanissimi allopera ventiquattrore su ventiquattro.

tra Birmania e Thailandia. Il Triangolo dOro, zona montuosa che comprende il Myanmar, la Thailandia e il Laos, produce il 60-70% di oppio e di eroina immessi nel mercato mondiale.

di Claudia Astarita

to illegale allinterno di una nazione, il Myanmar, in cui i bambini da tempo non iniziano nemmeno le scuole per servire la patria, imparando a utilizzare, appena possono reggersi in piedi, armi automatiche con cui saranno chiamati a proteggere i militari a capo del regime, gli edici governativi e i checkpoint ai conni. Spesso le reclute pi giovani non hanno nemmeno 6 anni, ma a Wa State, una sorta di rifugio per commercianti criminali e trafcanti di droga, non fa effetto a nessuno vedere questo esercito di giovanissimi allopera ventiquattrore su ventiquattro. Wa State si trova allinterno del famoso Triangolo doro, larea montuosa che si estende tra Birmania, Cina, Laos e Thailandia dove viene prodotta una buona parte delloppio e delleroina che giungono sui mercati illegali della droga. Questo Stato senza leggi e senza regole abitato da circa 600mila persone che si occupano soprattutto di trafco di armi, droga, neonati, uomini e spose allinterno

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dello stesso Triangolo il produttore principale di stupefacenti il Myanmar. Poi ci sono i giocatori dazzardo a Panghsang stato costruito un casin che resta aperto tutto il giorno e tutta la notte gli avidi commercianti cinesi e i ribelli che vogliono mettersi al sicuro dagli esponenti della giunta militare cui, evidentemente, hanno fatto qualche sgarbo. A Yangon, la citt pi importante della nazione, quando ci si riferisce a Wa State si parla della regione speciale numero due (la prima Kokang, sempre nel Nordest del Myanmar, un territorio occupato da guerriglieri ribelli appartenenti a diverse minoranze etniche), abitata da uno dei 135 gruppi etnici locali che rivendica maggiore autonomia. La minoranza Wa, invece, sostiene di aver iniziato a chiedere lindipendenza dagli anni della decolonizzazione, tanto da aver approttato dei due decenni di tregua militare e relativa non interferenza da parte della giunta per dar vita ad uno Stato vero e proprio, con una propria bandiera, un governo e un sistema tributario au-

tonomo. La capitale Panghsang, una cittadina di 50mila persone che, per la maggior parte, si sono arricchite con il trafco illegale di armi e droga e possono ora permettersi automobili costose e appartamenti eleganti. Arrivare nella capitale di Wa State molto pi complicato di quanto si possa pensare. Le autorit del Myanmar vietano laccesso agli stranieri, indipendentemente dalla loro nazionalit, quindi lunico modo per raggiungere Panghsang attraversare su zattere di bamb il ume Nam Ka, che separa lex Birmania dallo Yunnan cinese. ui capi dellesercito Wa, che da anni si arricchiscono con la droga, Washington ha posto taglie che raggiungono anche i due milioni di dollari, nella speranza di stroncare al pi presto il perno del trafco di stupefacenti del Sudest asiatico. Del resto, anche se

Gli abitanti di un villaggio su una strada che porta da Nandeng alla regione Wa della Birmania.

complessivamente il numero di campi coltivati ad oppio nel Triangolo dOro signicativamente diminuito (dal 60% al 5% dellintera produzione mondiale secondo lUfcio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine), stata unidea dei generali dellesercito Wa quella di mettere in commercio la Ya ba (letteralmente pillola della pazzia), la metanfetamina pi diffusa in Asia. economica e facile da confezionare, tanto che le fabbriche del Myanmar riescono a produrre anche 10mila pillole allora, subito vendute ai trafcanti del Bangladesh, della Cina, del Laos e della Thailandia, sempre a corto di rifornimenti visto che si tratta di una droga che crea facilmente dipendenza e anche pericolosi disturbi psichici nel medio periodo. A Panghsang nessuno lo ammette, ma la maggior parte della popolazione rurale di Wa State impiegata nel settore degli stupefacenti. Gli altri lavorano per i cinesi. Un dato di fatto che sempre pi difcile da nascondere visto che il consumo di Ya ba aumentato anche allinterno dei conni di questo Stato ribelle, e gli effetti sono evidenti. Del resto,

si tratta di metanfetamine che costano poco (circa un euro a pillola, un quinto rispetto al prezzo di vendita nella Repubblica popolare), e anche loppio viene fumato senza remore sia in campagna che in citt. Le autorit locali lo sanno e non hanno nessuna intenzione di porre ne a questa pericolosa abitudine. Anche perch i bambini raramente fanno uso di stupefacenti, quindi, una volta completato laddestramento, si confermano come la risorsa pi afdabile per i ribelli a capo dellesercito. e la forza lavoro locale inizia a perdersi nel tunnel della droga, anche i cinesi, i commercianti pi attivi della zona, potrebbero iniziare a temere ripercussioni per le loro attivit. Ma anche vero che il giorno in cui non ci saranno pi braccia per lavorare nelle piantagioni di gomma, nelle miniere di rubini che

Soldati appartenenti alla United Wa State Army pattugliano le strade deserte di Nandeng.

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hanno preso il posto di alcuni campi coltivati ad oppio, nei bar, nei ristoranti o nei negozi, si potr sempre contare sui trasferimenti di manodopera cinese dallo Yunnan. Tant che gli imprenditori pi lungimiranti hanno gi iniziato a costruire nuovi dormitori nei pressi delle loro attivit principali. Il fatto che Pechino sia uno degli alleati pi forti della giunta militare che governa il Myanmar non ha impedito ai cinesi di consolidare la propria presenza in questo Stato ribelle, dove la moneta di riferimento lo yuan e la lingua pi diffusa il mandarino. Del resto, letnia Wa una delle minoranze pi forti anche nello Yunnan. Anzi, c chi convinto che gli abitanti dello Stato Wa discendano tutti dai cinesi, ricordando che gi alla ne degli anni Cinquanta circa un terzo della popolazione Wa dello Yunnan abbandon la Repubblica popolare per rifugiarsi dai parenti oltreconne, sfuggendo cos al giogo del comunismo. Molti pi trasferimenti furono registrati negli anni Sessanta, quelli della Rivoluzione culturale, mentre oggi tanti commercianti trovano pi comodo spostarsi a Panghsang quotidianamente, un pendolarismo che assicura il benessere dellenclave Wa in Myanmar.

Donne di etnia wa preparano loppio perch venga fumato.

Una donna di etnia wa raccoglie loppio.

er i cinesi aprire un bar, un ristorante o un negozio a Panghsang conveniente per due motivi: la concorrenza inferiore e il passaggio dei trafcanti di droga e dei maniaci del gioco dazzardo garantisce introiti maggiori. Per non parlare di chi lavora nel mondo della prostituzione: dove ci sono casin in cui circolano soldi e droga, chi gestisce le squillo ha vita facile. Anche i trafcanti di stupefacenti amano fare affari a Panghsang: conoscendo gli spacciatori giusti riescono ad accumulare scorte di oppio, eroina e Ya ba a prezzi stracciati. Pi la minoranza Wa si arricchisce in questo Stato ribelle pi i cinesi Han iniziano a interessarsi alle opportunit economiche offerte da questo angolo remoto dellex Birmania. Li Yianmei, un birmano di origini cinesi, ammette che da quando sono arrivati gli Han la quantit di investimenti si moltiplicata. Le strade sono state quasi tutte pavimentate, sono stati costruiti ospedali e abitazioni lussuose e, in generale, il livello medio delle infrastrutture e dei servizi migliorato molto. Ecco perch i crimina-

li sparsi in tutto il Paese vengono a rifugiarsi qui: sono ricchissimi e amano vivere in abitazioni lussuose, fare acquisti in negozi alla moda e concedersi massaggi speciali. Tutti privilegi impossibili da avere al di fuori di Wa State dove, cosa non meno importante, la giunta non pu arrestarli. Insomma, un rifugio ideale da ogni punto di vista. Per i criminali sicuramente s, ma non per i bambini soldato costretti a pattugliare giorno e notte le strade della capitale. Molti di loro sono orfani, altri vengono dai villaggi circostanti, ancora oggi raggiungibili solo percorrendo a piedi polverosissime mulattiere, dove le famiglie vivono da sempre in capanne di legno e bamb. Senza istruzione, denaro, speranza e futuro, i giovani e i giovanissimi dellex Birmania pi povera sono le reclute perfette di questo esercito guidato da delinquenti senza scrupoli. Un destino, questo, che non facile giudicare migliore o peggiore di quello riservato ai neonati Wa spesso rubati alle famiglie per essere venduti per un massimo di duecento eu-

ro a coppie straniere senza gli o alle adolescenti pi graziose, che niscono con lessere sfruttate come prostitute nei locali o nelle sale da gioco per un compenso che sora al massimo i venti euro al giorno. Chi lavora per i cinesi guadagna meno lo stipendio medio di cinque, massimo sei euro al giorno ma pi passa il tempo pi le famiglie spingono i gli a collaborare con gli imprenditori dello Yunnan anzich con i generali. Questo perch avere un rapporto privilegiato con i cinesi permette di avere accesso a quegli alimenti di base come sale, zucchero e riso che la giunta non fa pi arrivare a Wa State. Da quando i generali dellesercito Wa si sono riutati di trasformarsi in una forza militare di conne dipendente dal regime, per continuare a vivere nellillegalit, i militari di Yangon hanno proibito qualsiasi tipo di attivit commerciale con questa enclave. Solo per i cinesi continuano a chiudere un occhio. Forse convinti che, prima o poi, quando la droga avr denitivamente assorbito tutte le energie dei locali, generali inclusi, proprio grazie al sostengo di Pechino, il pi afdabile alleato del Myanmar in Asia, sar possibile riprendere velocemente il controllo di questo territorio.

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Corbis / C. Loviny

Ode al canto comunista


In tutto il mondo sono pochi i musei dedicati a una canzone o a un gruppo musicale.

CINA . 1

Certo,

c il museo dei Beatles a Londra, dedicato alla band pi amata in assoluto; e si spera che un giorno, a breve, venga inaugurato il museo degli Abba a Stoccolma dedicato ai successi, allabbigliamento e alla storia del leggendario gruppo pop svedese.

lano su una parete rossa, sullo sfondo di una falce e martello anchessi dorati. Essendo nata in Cina e conoscendo i testi a memoria, mi venuto naturale cantare ad alta voce, con gran divertimento del personale del museo. In linea con lo spirito rivoluzionario e in controtendenza rispetto alleconomia di mercato, lingresso libero. Il museo si compone di tre distinti spazi. Fotograe, documenti e statue di cera illuminano i visitatori sulla storia del canto, sul suo compositore Cao Huoxing e sulla storia gloriosa del Partito comunista cinese. C anche un palcoscenico di 400 metri quadrati. E per vivacizzare

lambiente scorre una proiezione animata di diapositive che raccontano come Cao ha composto il canto. ellottobre 1943 Cao, giovane rappresentante della compagnia propagandistica Iron Blood si trovava a passare per il villaggio. La compagnia aveva messo in scena spettacoli nelle campagne per mobilitare le masse, perch si unissero alla rivoluzione e combattessero linvasore giapponese. In risposta alla rivendicazione dei nazionalisti secondo cui senza nazionalisti non ci sarebbe la Cina, Cao, che si trovava nel tempio del villaggio, butt gi e com-

In Cina esiste il museo del canto

rivoluzionario Senza Partito comunista non ci sarebbe la Nuova Cina.

Visitarlo stata

unesperienza straordinaria, anche per una cinese come me.

testo e foto di Lijia Zhang

imponente edicio, una struttura moderna di mattoni grigi e cemento dipinto di bianco, svetta un po bruscamente a met anco del Monte Xiayun nella Contea di Fangshang, alla periferia orientale di Pechino. il museo di Senza Partito comunista non ci sarebbe la Nuova Cina, interamente dedicato a questo canto rivoluzionario. Quando poco tempo fa, in un pomeriggio di sole, io e un amico ci siamo andati in verit dovrei dire ci siamo inerpicati, visto che il monte, coi suoi 2161 metri sopra il livello del mare, denito il tetto di Pechino abbiamo scoperto di essere gli unici visitatori. Lampio parcheggio era deserto. Yaotangshang, un tranquillo villaggio montano, non segnato su nessuna carta turistica. Ma ora destinato a passare alla storia come il luogo che ha dato i natali al canto rivoluzionario pi famoso della Cina. Il complesso museale sembra una base rossa in miniatura. Ai piedi del monte tre bandiere nazionali sventolano al vento gelido. Dentro al museo, nella sala principale, pentagrammi musicali del canto, di color oro, bril-

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pose questo canto: Senza Partito comunista non ci sarebbe la Cina. Il Partito comunista lavora duro per il popolo e si batte per salvare la Cina. Ha indicato al popolo la strada per la liberazione. Ha guidato la Cina verso un fulgido futuro. Ha combattuto contro i giapponesi per pi di otto anni. Ha migliorato lo standard di vita del popolo. Ha organizzato covi di guerriglia oltre le linee nemiche. Pratica la democrazia e ha portato molte buone cose. Senza Partito comunista non ci sarebbe la Cina. Con questa canzone gli abitanti del villaggio accompagnavano una danza tradizionale con nastri colorati.

Quando i comunisti ebbero la meglio sui nazionalisti, il canto vivace, con il suo testo musicale ritmato e la melodia allegra, divenne un grosso successo poi diffusosi in tutto il Paese. Un giorno, nel 1950, quando il presidente Mao sent sua glia cantarlo, sugger di aggiungere la parola nuova davanti a Cina. Questo contribu ad aumentare il successo del motivo e a fargli guadagnare lo status di canto numero uno del partito. l sito web riporta che il comune e la contea di Fangshan, una regione povera rispetto agli standard di Pechino, hanno investito pi di 10 milioni di yuan nella costruzione del museo. Nel 2001 sul posto era stato costruito un modesto museo per celebrare l80 anniversario della fondazione del Partito comunista cine-

se. Dopo essere stato promosso a Base di educazione patriottica di Pechino, il governo locale ha deciso di riqualicare il museo. Come se non bastasse, nel giugno del 2008 c stata lapertura di un altro museo dedicato a questo canto; si trova nella provincia di Hebei, luogo natale di Cao Huoxing. In tutto il mondo sono pochi i musei dedicati a una canzone o un gruppo musicale. Certo, c il museo dei Beatles a Londra, dedicato alla band pi amata in assoluto; e si spera che un giorno, a breve, venga inaugurato inaugurato il museo degli Abba a Stoccolma dedicato ai successi, allabbigliamento e alla storia del leggendario gruppo pop svedese. In questo museo interattivo sar possibile vivere e registrare il proprio sogno di interpretare un vocalist degli Abba. Gli organizzatori hanno tutte le ragioni per sentirsi ottimisti riguardo al successo del museo. Ma chi ha voglia di scalare una montagna e raggiungere un villaggio in mezzo al nulla per visitare questo museo dedicato al canto del partito? Il personale, che ci ha pazientemente mostrato ogni angolo del museo, ha detto che nel 2008 i visitatori sono stati circa 50mila, soprattutto alunni delle scuole impegnati in programmi di educazione patriottica. l Partito comunista cinese conta quasi 80 milioni di iscritti, un quarto dei quali al di sotto dei 35 anni. In barba a ogni previsione, questa fascia ha dato prova di grande resistenza. Se da un lato il partito ha allentato il controllo su taluni aspetti e ha concesso maggiore libert personale al popolo, dallaltro ha intensicato i propri sforzi per assicurarsi la lealt della popolazione,

dei giovani in particolare. Ha destinato fondi per costruire o potenziare musei il cui scopo promuovere il sentimento patriottico dei cittadini o alimentare il loro attaccamento nazionalista. Un museo commemorativo dello Stupro di Nanchino stato costruito inizialmente nel 1985 e poi riqualicato nel 1995 per acquisire standard avanguardisti. Nelle scuole, nelle universit e nelle organizzazioni governative si tengono con regolarit concorsi canori di canti rivoluzionari. E canti popolari quali LEst rosso e Socialismo grande compaiono nelle liste di brani dei karaoke. Nella fase preparatoria del 90 anniversario della fondazione del Partito comunista cinese, unondata di canzoni rosse si sta abbattendo sul Paese. In alcuni casi i cittadini anziani sentono la nostalgia per alcuni aspetti della vita comera in passato. In altri la febbre delle canzoni rosse incoraggiata e organizzata invece dal governo, in particolare a Chongqin, nella provincia di Sichuan, ora soprannominata la capitale rossa. Durante il lungo viaggio di ritorno a Pechino, mi sono ritrovata a cantare Senza Partito comunista non ci sarebbe la Nuova Cina. Non so perch, ma quel motivo mi era entrato in testa e non se ne voleva pi andare.

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Ingegneria demografica ed effetti collaterali


La nuova Cina saluta il suo miliardo 339 milioni e pi di abitanti.

CINA . 2

Quello che si svolto lin-

verno scorso il sesto censimento che il Paese ha effettuato nellera postrivoluzionaria e sicuramente il pi accurato.

Lo sforzo messo in atto da Pechino stato senza precedenti: 6 miliodelle volte, a soffermarsi sul carattere oppressivo della norma, vista come strumento di ingerenza governativa nella sfera privata dei cittadini. Pur essendo questa una componente innegabile, se la si osserva in una prospettiva storica pi ampia, la disposizione smette di essere un semplice metodo di controllo della natalit e risulta la punta delliceberg di un progetto politico, neanche troppo sotterraneo, volto a ottimizzare la qualit della popolazione cinese, divenendo una componente fondamentale di un pi complesso progetto per traghettare il Paese verso la modernit. Per capire questo aspetto della legge del glio unico necessario fare un passo indietro nel tempo e tornare alle particolari circostanze storiche che hanno fatto da sfondo al suo affermarsi. Il controllo della popolazione ha da sempre costituito una parte fondamentale delle politiche del governo cinese. La legge del glio unico non va quindi considerata come un evento isolato, bens quale risultato di un insieme di iniziative nellambito della pianicazione familiare prese dal partito a partire dagli anni Cinquanta. Nel periodo iniziale di Mao le politiche erano indirizzate al raggiungimento dello sviluppo economico, migliorando la salute della madre e del bambino, e incoraggiavano le famiglie cinesi a procreare con il motto: pi gli hanno, pi gloriose sono le madri. Le cose mutarono velocemente: Mao stesso inizi a parlare della necessit di una pianicazione demograca e negli anni che vanno dal 1952 al 1966 le campagne educative subirono una virata, iniziando a fare pressione sulle famiglie perch pianicassero gravidanze pi tardi e aprendo la via alle prime forme di contraccezione che divenne in Cina diffusissima, arrivando a coinvolgere il 71% delle donne, una me-

dia altissima per un Paese asiatico. Ebbe quindi inizio una terza fase che va dal 1971 al 1979 che vide lintroduzione di target regionali e provinciali diversicati, ma tutti miranti a porre un freno alle nascite. Slogan come uno meglio, due al massimo divennero comuni. Con la morte di Mao e la successione di Deng Xiao Ping la crescita economica del Paese divenne un imperativo e la sovrappopolazione una zavorra che rischiava di impedirne il decollo. Nel 79 si cap che ai proclami doveva sostituirsi una politica di pianicazione seria ed equilibrata: rimaneva per da chiarire a chi afdare larduo compito di elaborarne le basi. In una situazione normale si sarebbe fatto appello agli
Un poster cinese pubblicizza un futuro felice per una coppia con ununica figlia.

scienziati sociali. Di loro purtroppo nellera post Mao non rimaneva che una pallida traccia, decimati comerano stati dalle repressioni. Nonostante ci, uno sparuto gruppo di redivivi esperti di statistica avvi un tentativo per impostare le scelte demograche del Paese nella cornice del marxismo. Usciti dallisolamento culturale in cui erano stati tenuti, privi di mezzi e di supporti tecnologici su cui basare le proprie asserzioni, riuscirono comunque a individuare nello squilibrio tra crescita della popolazione e risorse disponibili il nodo della questione. n un concatenarsi di eventi degni della pi intricata delle spy story, parallelamente agli sforzi degli scienziati sociali, unaltra impresa, estremamente strutturata, aveva inizio. Facendo riferimento a Song Jian, ingegnere militare ed esperto di difesa, proiet-

ni di emissari coinvolti nella raccolta delle informazioni e una propaganda martellante che ha fatto da sfondo alle operazioni.
di Nicoletta Ferro

P S

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In Pictures / Corbis / B. Lewis

er tracciare un prolo dellattuale situazione demograca cinese il pi possibile aderente alla realt sono state introdotte alcune novit rispetto ai precedenti censimenti. Per la prima volta ci si posti come obiettivo quello di coinvolgere nelle operazioni di conteggio alcune categorie prima non considerate. Si tratta degli stranieri residenti nel Paese, ma soprattutto dei lavoratori migranti, registrati questa volta nel luogo di residenza reale e non pi in quello a cui fa riferimento il loro Hukou (il permesso di residenza). Inne, con le ovvie difcolt che unoperazione del genere pu comportare, si cercato, attraverso la promessa di privacy e sconti sulla registrazione, di includere nella conta anche i bambini non registrati. Questi ultimi appartengono alla categoria, coniata dalla studiosa di demograa cinese Susan Greenhalgh, delle persone non pianicate (hei renkou, la popolazione nera), individui nati in violazione della legge che impone un glio unico per nucleo familiare e quindi al di fuori di quel progetto di ingegneria demograca voluto dal governo. Rappresentano una fetta sommersa della societ priva del diritto allistruzione e ai servizi sanitari, garantito dal permesso di residenza a cui non possono aspirare. Parlare di legge del glio unico in Cina equivale, il pi

renza di maggiore autorevolezza rispetto alle speculazioni degli scienziati sociali al governo non rimaneva che prendere posizione e organizzarsi per implementare la norma. Il resto storia: limplementazione della legge stata demandata nel tempo ai governi provinciali e locali, permettendo una diversicazione nei metodi di applicazione che ha aperto la strada a soprusi e coercizioni (controlli sullo stato delle gravidanze, aborti forzati). Nata come misura temporanea, nel 2002 stata ufcialmente codicata con il nome di Legge sulla popolazione e la pianicazione familiare. a pianicazione demograca cinese ha segnato una scontta per le scienze sociali, private di un ruolo bench minimo nellelaborazione denitiva della legge. Un fatto che a suo tempo pass inosservato, ma che oggi mostra le sue conseguenze. Gli effetti negativi della legge del glio unico sul tessuto sociale cinese hanno trovato nei dati raccolti dal censimento unulteriore conferma. A livello generale esiste e si sta aggravando uno squilibrio tra i sessi, causato dalla preferenza per i maschi, tipica di molte realt asiatiche e particolarmente accentuata in Cina, dove la stima di 118/100 a sfavore del sesso debole. Ci nisce per dar luogo a una carenza di donne in et da marito, che in futuro rischia di creare ulteriori sfasamenti sociali signicativi. Fonti governative prevedono, infatti, che nel 2020 almeno 40 milioni di uomini cinesi non riusciranno a trovare moglie, con conseguenze importanti sullordine sociale e il rischio di alimentare il mercato dei matrimoni combinati allestero o addirittura la tratta delle spose, fenomeni gi vericatisi. Allo squilibrio tra i sessi si va ad aggiungere quello generazionale: la Cina non cresce pi e la popolazione invecchia. Labbondanza di forza lavoro a basso costo, su cui si basato il decollo economico cinese, sta gi subendo una contrazione. La diminuzione della popolazione attiva non potr non avere effetti sul sistema pensionistico, che dovr quindi trovare nuovi canali per alimentarsi. Da non sottovalutare, inne, sono i circa 100 milioni di gli unici prodotti dalla legge: gli del benessere economico, viziati e iperprotetti dalle famiglie, su di loro si riversano cure e aspettative eccessive che, secondo Sun Yunxiao, sociologo distintosi di recente per le sue aspre critiche alleducazione familiare odierna, darebbero vita a meccanismi perversi con effetti particolarmente disastrosi sui tanto desiderati gli maschi.

Un bambino accovacciato in piazza Tiananmen a Pechino sventola una bandiera della Cina durante la festivit del 1 maggio.

tato come i missili di cui si occupava ai pi alti livelli della gerarchia politica del Paese, venne organizzato un gruppo di esperti di ben diversa estrazione. Matematici, ingegneri aerospaziali ed esperti militari, lunica comunit scientica risparmiata dalle repressioni maoiste, si ritrovarono con un obiettivo: utilizzare le proprie competenze per elaborare una politica demograca per il Paese. Forti di un accesso libero alle pi avanzate tecnologie disponibili a quel tempo e liberi di attingere alle esperienze straniere in materia, elaborarono un complesso contromodello matematico che, dando sostanza alle proiezioni sulla crescita della popolazione, svelava le possibili catastroche conseguenze che un aumento sostenuto

avrebbe prodotto nel Paese. Ispirandosi alle idee elaborate dal Club di Roma, che teorizzavano lapplicazione della cibernetica allo studio di sistemi complessi come quelli sociali, il gruppo di Song niva per presentare la Cina a rischio di un collasso autoprodotto, allargando i timori al panorama internazionale. Urgeva porre un freno a una potenziale degenerazione e venne individuata la soluzione attraverso lutilizzo delle stesse tecniche che Song applicava per pianicare la traiettoria dei missili teleguidati. In fondo si trattava di sostituire un paio di variabili, aggiungerne delle altre e il gioco era fatto. Le proiezioni fornivano ununica e incontrovertibile indicazione: imporre alla popolazione una rigida politica del glio unico e farlo al pi presto. Song fu abile a sfruttare il potere e il guanxi (sistema di relazioni interpersonali) conquistata a livello governativo. Davanti a tanto allarmismo e a modelli matematici comprensibili a pochi ma certamente con unappa-

Una mamma con tre bimbi, una rarit in Cina.

In seguito ai risultati resi pubblici dal censimento, le voci di un possibile congelamento della legge si rincorrono. Ma, come spesso accade in Cina, i segnali sono confusi. Ad ogni passo in avanti in questa direzione, seguono commenti ufciali che vanno in quella opposta. In una situazione del genere fare delle previsioni appare difcile. Quel che sta invece emergendo, almeno per quanto concerne le aree urbane, un quadro nuovo. Con uninazione galoppante, che non sembra dare segni di rallentamento, le difcolt e i costi dellaccesso al sistema sanitario, scandali continui che minano la sicurezza alimentare, un mercato immobiliare impazzito e quello del lavoro sempre pi competitivo, molte coppie cinesi non sembrano poi cos convinte di volere un eventuale secondo glio.

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Corbis / K. Nomachi

Corbis / D. Azubel

Lacroix: lArabia Saudita non soltanto petrolio


glio il mondo islamico.

MEDIO ORIENTE

Alle prese con la guerra e linstabilit in Medio Oriente, lOccidente sta cercando di capire me-

Per farlo necessario soffermarsi sul ruolo dellArabia Saudita, sa-

lita recentemente alla ribalta per le manifestazioni delle donne al volante.

east ha intervi-

stato Stphane Lacroix, un accademico della facolt di Scienze politiche delluniversit di Parigi, autore del volume Awakening Islam. The Politics of Religious Dissent in Contemporary Saudi Arabia (Harvard University Press, 2011). Si tratta di un volume che trae spunto da documenti poco conosciuti, in lingua araba, nonch da numerosi viaggi effettuati nella penisola e da interviste con numerosi membri del movimento radicale islamico saudita.
a cura di Farian Sabahi

uenza in Egitto e in Yemen per condizionare i futuri sviluppi.


Fino a che punto la societ saudita omogenea? molto pi diversicata di quanto si possa pensare. LArabia Saudita composta da regioni diverse e tra queste lHejaz e la regione di al Ahsa hanno mantenuto una forte identit locale. Quale Islam praticato in Arabia Saudita? Coesistono diverse correnti islamiche: oltre al wahhabismo ovvero quellIslam dominante e ufciale che reclama la puricazione del credo musulmano e consiste in unestensione dellhanbalismo a livello legale (il che si traduce in un estremo rigorismo sociale) vi anche una presenza signicativa di sunniti non wahhabiti, nonch di sciiti sia duodecimani sia ismailiti e di su. Per quanto possa sembrare sorprendente, nellultimo decennio lHejaz stato testimone di un revival del susmo. Quali difficolt deve affrontare la comunit sciita? I duodecimani vivono perlopi nella provincia orientale, ricca di petrolio. Vi poi un altro gruppo, di dimensioni minori, a Medina. Gli ismailiti risiedono principalmente nel Najran, vicino al conne yemenita. In Arabia Saudita gli sciiti, che i wahhabiti tradizionali accusano
Pellegrini musulmani radunati ad Arafat, nel sudest della citt saudita della Mecca.
Afp / Getty Images / M. Hams

rofessor Lacroix, qual il ruolo dellArabia Saudita nel Medio Oriente che sta emergendo dopo mesi di proteste? LArabia Saudita il maggior esportatore di greggio al mondo e, al tempo stesso, qui si trovano i due luoghi pi santi per i musulmani, Mecca e Medina. Negli ultimi decenni lArabia Saudita si imposta come attore chiave nelle relazioni internazionali del Medio Oriente, attraverso una diplomazia abbastanza attiva. Oggi, il regime saudita sta cercando di usare la propria inuenza per frenare lentusiasmo delle rivoluzioni arabe, che ritiene estremamente preoccupante. La misura pi visibile presa dai sauditi stato linvio di truppe in Bahrein lo scorso marzo. Ma i sauditi stanno anche usando la loro in-

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di empiet, hanno sofferto discriminazioni n dagli albori del regno: determinati lavori sono loro preclusi e vi sono notevoli restrizioni alla loro pratica religiosa. La situazione leggermente migliorata con re Abdallah, che stato il primo a dare lavvio a un dialogo nazionale con i rappresentanti di tutti i gruppi religiosi presenti nel Paese. Oggi gli sciiti possono praticare la loro fede un po pi apertamente e, per esempio, le cerimonie di Ashura [durante le quali si commemora la morte dellImam Hossein nel 680 d.C.] sono tollerate nei villaggi sciiti, cosa che non succedeva prima del 2004. Detto questo, nei confronti di questa minoranza restano forti discriminazioni sociali ed economiche.
In quale misura il movimento radicale islamico saudita diverso da quello presente negli altri Paesi del Medio Oriente? In Arabia Saudita lIslam radicale si sviluppato a partire dagli anni Sessanta. diverso dal wahhabismo tradizionale, che generalmente sottomesso al regime. LIslam radicale saudita peculiare perch, mentre altrove lintegralismo emerso al di fuori dello Stato e contro di esso, in Arabia Saudita si sviluppato allinterno del-

In questimmagine tratta da un video di Charge.org, una donna saudita alla guida della sua auto. Il 17 giugno 2011 diverse donne si sono messe alla guida sfidando coraggiosamente la regola saudita che consente solo agli uomini di guidare.
A DESTRA

Musulmani sciiti si battono il petto durante il rito dellAshura ad Al-Qatif, a est di Riyad.

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Afp / Getty Images / M. Ahmed

lo Stato e ne ha utilizzato le strutture e le risorse per crescere ed estendere la propria inuenza. In Arabia Saudita lIslam radicale stato essenzialmente il risultato della cooptazione, allinterno delle istituzioni statali, dei Fratelli musulmani in esilio. Sono stati loro a portare la cultura dellattivismo politico islamico che prima in Arabia Saudita non esisteva e a far nascere il movimento noto come Risveglio islamico, che ha rapidamente preso piede nelle scuole e nelle universit saudite, in cui i Fratelli musulmani hanno esercitato una notevole inuenza. Nonostante sia un movimento di importazione

Ap Photo / Change.org

presto diventato un fenomeno interamente saudita, con leader e intellettuali locali che hanno aggiunto una dimensione wahhabita.
Un capitolo del suo libro sui giovani: in quale misura quelli sauditi sono simili e al tempo stesso diversi dai loro coetanei nel resto del Medio Oriente? Sono diversi nel senso che lArabia Saudita un Paese estremamente conservatore e questo tratto si riscontra anche tra i giovani. Inoltre, molti di loro fanno parte del movimento del Risveglio islamico, o ne sono comunque inuenzati. Al tempo stesso lArabia Saudita risente della globalizzazione e, di conseguenza, tanti sono permeabili a idee pi moderate, tant che nel regno emerso un movimento liberale che, sempre pi spesso, cerca di prendere la parola e invoca, tra le altre rivendicazioni, anche maggiori libert in ambito sociale. Il 17 giugno le saudite si sono messe al volante, sfidando il divieto di guidare. Il tam tam partito dai social network e su internet le donne del regno hanno postato le loro immagini e i video al volante. In quale misura questa presa di posizione pu avere qualche influenza nel garantire maggiori diritti alle saudite? Non la prima volta che le saudite si mettono al volante. Nel 1990, per esempio, 47 donne si misero alla guida delle loro auto a Riyad per protestare contro il divieto. A quel tempo il movimento del Risveglio islamico era estremamente forte e lopinione pubblica non era pronta ad accettare la sda. Certo, difcile sapere che cosa pensano i sauditi, ma vi sono segnali a favore di un cambiamento graduale. Sempre pi donne discutono nella possibilit di guidare e tante altre invocano la disobbedienza civile. Per il regime la situazione imbarazzante, soprattutto per limmagine che ne ricava lOccidente. E quindi non sarei sorpre-

A FRONTE

Il ministro degli Esteri saudita, principe Saud-al-faisal (a destra) con il suo omologo del Bahrein, lo sceicco Khaled bin Ahmed al-Khalifa, al suo arrivo a Riyad in maggio in occasione dellincontro del Gulf Corporation Council dei ministri degli Esteri, per discutere la situazione.
A DESTRA

Attiviste del gruppo ucraino per i diritti delle donne manifestano


Afp / Getty Images / F. Nureldine

di fronte allambasciata saudita a Kiev contro la legge che vieta alle donne dellArabia Saudita di guidare.

so se, prima o poi, le autorit saudite decidessero di permettere alle donne di guidare.
I blogger stanno cambiando il Medio Oriente, ma lArabia Saudita sembra diversa dal resto della regione. Per esempio, nel giorno in cui gli attivisti hanno annunciato le proteste, a presentarsi allappuntamento stato solo Khaled al Johani, un blogger che stato arrestato pochi minuti dopo aver rilasciato unintervista alla Bbc in cui chiedeva maggiore democrazia e descriveva il Paese come unenorme prigione. Secondo lei vi sono speranze per i blogger sauditi? Come altri Paesi della regione lArabia Saudita ha i propri attivisti presenti su Facebook, che utilizzano questo social network per difendere i diritti umani e innescare il cambiamento. Firmano petizioni e una di queste, rivolta al cambiamento democratico nel rispetto dellIslam, stata lanciata nel febbraio 2011 e approvata da oltre 7mila persone in rete. Questo attivismo online non si per ancora tradotto in azioni sul campo. Il pi grande successo degli attivisti su Facebook stata lorganizzazione di un paio di dimostrazioni in cui stato chiesto il rilascio dei prigionieri politici. Il punto di incontro era di fronte al ministero degli Interni, ma a queste dimostrazioni hanno partecipato solo poche decine di persone. Inoltre lap-

pello a una rivoluzione saudita per l11 marzo fallita del tutto e a presentarsi allappello stato soltanto Khaled al Johani. Probabilmente sperava di utilizzare lopportunit della presenza mediatica occidentale per far passare il suo messaggio.
Come spiega questo fallimento? Lappello per la rivoluzione era stato lanciato da un gruppo sconosciuto e sostenuto da alcuni attivisti in esilio a Londra, ma impopolari nel regno. Hanno invece avuto maggiore successo le dimostrazioni organizzate dagli sciiti nella provincia orientale per domandare il rilascio dei loro prigionieri politici e mostrare solidariet al movimento di protesta in Bahrein [dove il 70% della popolazione sciita, ma la dinastia regnante sunnita]. In Arabia Saudita queste dimostrazioni sciite, a cui hanno partecipato diverse migliaia di persone, sono per state locali e confessionali. Per queste ragioni decisamente improbabile che si possano diffondere al di fuori della provincia orientale

del regno. Hanno infatti attirato pochissimo sostegno sia dai sunniti sia da parte degli attivisti pi progressisti di Facebook.
C qualche speranza di cambiamento sociale in Arabia Saudita, oppure lOccidente rester complice dei dittatori a causa del petrolio e dello spauracchio di al Qaeda? In questi anni la minaccia di al Qaeda sta diminuendo. Sebbene vi siano stati alcuni attacchi isolati, in Arabia Saudita non vi sono stati attentati dal 2005. Lultimo colpo seppur simbolico initto ad al Qaeda stata luccisione di Osama bin Laden, lo scorso 2 maggio. Questo signica che i governi occidentali non potranno pi usare lo spauracchio del terrorismo come hanno fatto in passato. Ma il petrolio resta un fattore chiave. E quindi lArabia Saudita rimarr strategicamente cruciale per i Paesi occidentali e in particolare per gli Stati Uniti. Di conseguenza Washington non potr tollerare alcun cambiamento che rappresenti una minaccia ai suoi interessi nella regione.

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Ap Photo / S. Chuzavkov

Turchia: i progetti folli di Recep Erdogan

TURCHIA

Folli sono i progetti che il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, ha presentato per Istanbul, per Ankara, per Izmir, per Diyarbakir durante la campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 12 giugno, vinte a valanga dallAkp che ha sfiorato la maggioranza assoluta dei voti (49,9%) e ha ottenuto un ampio mandato (326 seggi su 550 dellunica Camera) per formare il terzo governo monocolore di fila.

Progetti ambiziosi e visionari, uno degli elementi carat-

terizzanti di un programma elettorale che guarda al futuro per rendere ancor pi dinamico e moderno il Paese in occasione del centenario della repubblica voluta da Atatrk.
di Giuseppe Mancini

Turkpix / LaPresse / A. Ozluer

Il premier turco Tayyip Erdogan.

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Paul Photography

stato il Kanal Istanbul a spingere i mass media turchi a denire folli anche gli altri progetti del riconfermato primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan. Il Kanal Istanbul un Bosforo bis, unidea non nuova, ma gi lanciata nel 1994 da Blent Ecevit col nome di Istanbul Kanali Projesi e che del resto gi circolava in epoca ottomana: un canale articiale da scavare alla periferia occidentale di Istanbul in parallelo a quello naturale, dal Mar Nero al Mare di Marmara, attraverso i distretti di Catalca e Silivri (landamento esatto del percorso non stato annunciato). Sar lungo circa 40 chilometri, largo 500 metri e profondo 25: sar una sorta di autostrada uviale per decongestionare il Bosforo e il centro della citt, annualmente invaso da circa 50mila navi, tra cui pericolosissime petroliere. Per realizzarlo sono previsti un biennio di studi approfonditi per nalizzare il percorso con i relativi punti di attraversamento, poi circa otto/dieci anni di lavori e, in totale, 10 miliardi di dollari. Il leader dellAkp non ha citato la fonte: ha invece dichiarato di averci pensato sin da quando negli anni 1994-1998 era sindaco di Istanbul e di essersi convinto dopo le rovinose inondazioni del 2007 e 2009. Ma per Erdogan il Kanal Istanbul non sar solo un canale, perch ha illustrato un progetto complesso e articolato che avr un impatto positivo, almeno nelle intenzioni sullenergia, sui trasporti, sui lavori pubblici, sullagricoltura, sulloccupazione, sullurbanizzazione. Un

progetto che serve a proteggere lambiente, a preservare la natura, il mare, le aree verdi, la ora e la fauna di Istanbul e della sua regione. In pi, come suggestivamente suggerito dallanimazione in 3D proiettata, lungo il canale prevista la realizzazione di centri per mostre e congressi, di impianti sportivi, di nuove aree urbane, del pi grande aeroporto turco, a Silivri. Consentir di trasformare il Bosforo liberato dal trafco navale pesante e dai carichi potenzialmente devastanti (petrolio, gas naturale liquefatto, agenti chimici) in attrazione turistica, riservato alle escursioni in barca e agli sport acquatici. Il Kanal Istanbul non dannegger le risorse idriche sotterranee o di supercie ha proseguito il premier e non creer in alcun modo problemi di scarsit idrica a Istanbul e, anzi, servir proprio a prevenire nuovi disastri, allagamenti o incidenti nel Bosforo come quello, esplicitamente citato, della petroliera rumena Independentia, che nel 1979 caus 43 morti nello scontro con unaltra nave, riversando in mare 100mila tonnellate di petrolio. Bruci per 27 giorni appestando la citt. Il 25 maggio (con maggiori dettagli nei giorni seguenti), il premier ha poi lanciato, direttamente nella capitale, il suo folle progetto per Ankara, annunciando anche nel frattempo la costruzione, nellarea metropolitana di
Una veduta di Ankara.

Istanbul, di due nuovi insediamenti urbani da un milione da abitanti da una parte e dallaltra del Bosforo per trasferirvi la popolazione di alcune zone della citt maggiormente soggette a rischio sismico e inadeguatamente protette. Le trasformazioni previste per la romana Ancyra sono eclatanti: non roboanti promesse elettorali, ma progetti gi in rampa di lancio. In primo luogo, la costruzione del pi grande centro medico dEuropa: due ospedali generici, 19 cliniche specializzate, 7mila posti letto, un campus per la ricerca davanguardia; in pi, verranno potenziate le strutture dei centri termali, per farne la capitale della salute e del benessere. In secondo luogo, una forte espansione dellindustria militare, fondata sulla messa in produzione di carri armati (2013) e jet (2022), sullattivazione di un centro per la ricerca spaziale e sui satelliti, di uno per la ricerca sui radar e la guerra elettronica (spesa prevista, 100 milioni di dollari per ognuno) e di un centro nanziario per rendere pi agevoli le esportazioni. In terzo luogo, interventi di sviluppo urbano e una nuova citt da mezzo milione di abitanti Gneykent (Citt del Sud) destinata a ospitare chi oggi vive in baraccopoli da smantellare.

poi Erdogan ha annunciato la costruzione di tre linee della metropolitana, nuovi collegamenti ferroviari suburbani, il miglioramento delle rete

viaria con la realizzazione di tre nuovi tratti autostradali (Ankara-Samsun, Ankara-Nigde e Ankara-Izmir) la centralit nel sistema ferroviario ad alta velocit, la trasformazione delluniversit Yildirim Bayezid in centro scientico che accoglier studenti e ricercatori da tutto il mondo, un nuovo stadio da 45mila spettatori (previsto per gli Europei del 2016, poi assegnati alla Francia), un avveniristico centro eristico, il pi grande zoo del Medio Oriente, nonch il primo giardino botanico della Turchia. Il premier non ha nascosto la sua compiaciuta ambizione: Grazie a questi progetti, faremo di Ankara una capitale riconosciuta come esemplare in tutto il mondo. Ulteriori progetti riguardano ancora Istanbul: la completa pedonalizzazione (il trafco automobilistico verr convogliato in tunnel sotterranei) di piazza Taksim nel cuore della citt europea e la ricostruzione della caserma degli artiglieri di epoca ottomana abbattuta nel 1940 (al suo posto, prima uno stadio e oggi un parco); la trasformazione di Yassiada e Sivirada isole dellarcipelago dei Principi di fronte alla sponda asiatica della citt (la prima, tristemente famosa per il processo a Menderes nel 1960) in luoghi della memoria dotati di musei e biblioteche, di centri congressi e alberghi. Lintervento che caratterizzer, invece, Izmir, lantica Smirne illustrato sempre con lausilio di animazioni digitali il progetto

Un treno in Turchia.

Izkaray: un collegamento che consentir di tagliare il golfo di Izmir grazie a un viadotto di 4 chilometri e mezzo e un tunnel sottomarino di un chilometro e mezzo; e poi nuovi collegamenti autostradali e ferroviari ad alta velocit, con tempi di percorrenza sensibilmente ridotti, nuove linee della metropolitana, un nuovo porto per le navi da crociera da quattro milioni di passeggeri allanno, lespansione del porto di Candarli, destinato ai container per farlo diventare una delle prime dieci basi logistiche al mondo, nove nuovi porticcioli per gli yacht e il recupero del porto dellantica Ephesus. Lintento di queste trasformazioni quello di rendere Izmir una metropoli sempre pi integrata con il resto dellAnatolia e col Mediterraneo, che aspira a ospitare dopo la delusione del 2015 lExpo del 2020. iyarbakir, citt sulle rive del Tigri, simbolo del caldo Sudest curdo, benecer invece di un programma di interventi nel suo centro storico, il restauro della cinta muraria e di circa 500 case coi materiali tradizionali (altre 1200 realizzate ex novo prenderanno il posto delle bidonville oggi esistenti, in turco gecekon-

du). La citt avr un nuovo aeroporto civile, un nuovo stadio da 30mila spettatori, due nuovi ospedali, un nuovo collegamento autostradale con Sanliurfa (lEdessa di Abramo); potr contare sulla diga di Silvan per aumentare il proprio potenziale agricolo e sul progetto Dicle per rivitalizzare in armonia tra natura e architettura larea lungo il Tigri. Lo sviluppo economico e una ritrovata vivibilit dovrebbero fungere da antidoto al separatismo e alla violenza. Ma non tutti hanno apprezzato: gli architetti, gli urbanisti, gli ambientalisti, le organizzazioni di categoria si sono scatenati per contestare nellinsieme e punto su punto la frenesia progettuale dellAkp; hanno organizzato conferenze, hanno inondato i mezzi dinformazione di comunicati, di interviste, di editoriali infuocati. Alcune delle critiche pi dure e categoriche sono arrivate da Tayfun Kahraman, urbanista e segretario della Camera degli architetti e degli ingegneri turchi (Tmmob), che ci ha spiegato come la Turchia ha bisogno di grandi progetti, ma non di quelli di cui abbiamo letto e che verranno realizzati. Soprattutto per quanto riguarda Istanbul, la spesa superer enormemente quella annunciata: risorse nanziare da destinare ad altre citt dellAnatolia, per riequilibrare la distribuzione del reddito e contrastare limmigrazione dilagante verso Istanbul. E Kanal Istanbul provocherebbe danni incalcolabili, distruggendo i delicati ecosistemi delle foreste superstiti del Nord e rendendo inutilizzabili i bacini acquiferi da cui la citt dipende. Ma non verr mai realizzato, secondo Kahraman, perch comporterebbe un tempo di percorrenza eccessivo rispetto al Bosforo e il transito sarebbe scoraggiato dal pagamento di un salato pedaggio. Il giovane architetto Yasar Adnan Adanali, che anche attivista e autore di un grafante blog, contesta soprattutto la mancanza di consultazione riguardo i progetti per Istanbul, che non trovano posto nel master plan approvato nel 2009: N la societ civile, n le forze politiche, n gli istanbulioti hanno preso parte al processo decisionale che ha prodotto questa follia. E rincara la dose, riferendosi alla ricostruzione della caserma degli artiglieri di Selim III a piazza Taksim: Non sappiamo a cosa servir il nuovo edicio: probabilmente troveranno il modo di trasformarlo in centro commerciale, come altri che stanno spuntando un po ovunque in Turchia, soprattutto a Istanbul. Ahmet Vek Alp architetto e urbanista, candidato a sindaco di Istanbul per quattro volte con vari partiti invece apprezza lapproccio di Erdogan ed , anzi, ancora

Afp / Getty Images / M. Ozer

La tomba di Atatrk ad Ankara.

pi folle e visionario, capace di progettare un viadotto di 90 chilometri tra lAnatolia e lisola di Cipro e un viadotto nel Mar di Marmara uttuante, ancorato solamente ai fondali, unalternativa ecologica al terzo ponte sul Bosforo che collega i due aeroporti sulle sponde asiatica ed europea dela citt: 15 minuti, con un treno a levitazione magnetica che corre a 300 allora. Per il professor Alp il successo dellAkp si spiega anche grazie a questimmagine di concretezza: Erdogan, uomo coraggioso capace di cambiare il mondo e di suscitare nuovi entusiasmi, e il cui merito stato quello di attivarsi per trasformare alcune idee pi volte proposte in progetti operativi. Alp non contrario in via di principio al Kanal Istanbul, ma crede che le controindicazioni pratiche siano ineludibili: limprevedibile impatto sullequilibrio idrologico ormai consolidato tra Mar Nero e Mar di Marmara e il rischio di farlo saltare, modicando il gioco delle correnti sotterranee o, peggio ancora, portando in supercie lidrogeno solforato depositato sul fondo del Mar Nero porterebbero a una devastazione dellecosistema apocalittica, che coinvolgerebbe anche gli altri Stati rivieraschi. Progetti folli, lucide critiche.

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Murat Taner

Che cosa muove le rivoluzioni colorate


state aiutate economicamente e diplomaticamente.

TENDENZE

ti a tutto questo forse il caso di soffermarsi su altre regioni, dove simili strategie sono state sperimentate e perfezionate prima di cadere apparentemente nel dimenticatoio, per poi essere riprese in Egitto pochi anni dopo.

Lascesa e lapogeo delle rivoluzioni colorate


attenzione del mondo si concentr sulla Serbia nellottobre 2000, quando i bulldozer sfondarono le barricate fuori Belgrado e i manifestanti, invaso il parlamento, costrinsero il presidente Milosevic al-

In Occidente tendiamo a dare enfasi alla componente democratica e popolare delle rivolte ultime quelle della sponda sud del Mediterraneo dimenticando che spesso tali rivolte sono

La situazione pi complessa di quel-

Supporter libici della rivoluzione contro Gheddafi raccolti nella piazza di Bengasi nel maggio scorso durante le preghiera del venerd.

lo che sembra e la verit, molto probabilmente, si trova nel mezzo: non sono i singoli attori ma la loro sinergia a generare cambiamento a livello politico e sociale.

le dimissioni. In pochi capirono la rilevanza, in termini geograci e geopolitici, di quelle proteste. Eppure, un semplice sguardo a quanto era successo in alcuni Paesi limitro negli anni precedenti avrebbe confermato il carattere atipico degli eventi serbi e la loro potenziale pericolosit per molti regimi. Nel 1998 in Slovacchia si erano svolte elezioni che molti vedevano come lultima possibilit di liberarsi del governo nazional-populista di Vladimir Meciar e intraprendere il cammino di avvicinamento allUe. La campagna civica Ok98, pensata per garantire un corretto svolgimento delle elezioni, aveva due componenti: una negativa e una positiva. Da una parte si volevano rendere gli elettori coscienti della reale natura po-

Le rivoluzioni colora-

te hanno cambiato pelle e regione geografica, ma il loro impatto si sta rivelando ancora difficile da interpretare.

di Abel Polese

alla ne del 2010 riceviamo continui aggiornamenti su movimenti rivoluzionari in Egitto, Libia, Bahrein o in qualche altro Paese di cui i giornali parlavano poco o nulla prima dellinizio della primavera araba. Leggiamo di manifestanti disarmati che fronteggiano carri armati in Siria, di rivolte di strada nel Golfo e di proteste piegate con la forza in Libia o in Arabia Saudita e sembra irreale che sia cominciato tutto pochi mesi fa. Certo, avevamo letto delle proteste in Iran nel 2009 e 2010; nel 2005 la Rivoluzione dei cedri aveva attirato lattenzione sul Libano. Ma, per il resto, il Medio Oriente non sembrava maturo per essere teatro di una nuova ondata di rivoluzioni popolari. Eppure, a chi ha letto e scritto delle rivoluzioni colorate in altre regioni la retorica dei regimi spodestati, dellOccidente, dellopposizione e della gente in piazza non suona poi cos nuova. Basta spostarsi di poco non solo nel tempo, ma anche nello spazio. innegabile il fatto che i recenti eventi in Africa e in Medio Oriente rivestano unimportanza storica, ma per capire come siamo arriva-

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pulista e dannosa del governo; dallaltra si volevano motivare gli elettori ad andare alle urne. Le nuove generazioni erano la grande incognita. Una bassa afuenza, come quella del 1994, avrebbe probabilmente dato la vittoria a Vladimir Meciar. Per questo motivo la campagna civica mirava innanzitutto ai giovani e, per invogliarli ad andare a votare, non diceva votare un vostro dovere, bens voting is cool (votare co); il messaggio non era trasmesso tramite comizi ma attraverso concerti rock (iniziativa rocking the vote). In realt si pu ritrovare una forma di genesi della campagna Ok98 in Romania e Bulgaria nel 1996 e 1997, ma in Slovacchia che si comincia a perfezionare e applicare su base nazionale una strategia poi esportata in Serbia, Georgia e oltre. Restava solo unincognita: cosa sarebbe successo se il regime non avesse accettato la scontta elettorale? La risposta oggi la conosciamo. Un piano B era stato preparato per i casi in cui i risultati delle elezioni fossero stati falsicati. Nel caso serbo, per esempio, i manifestanti

Una studentessa libanese mostra la bandiera nazionale con il cedro racchiuso in un cerchio nero.

avrebbero dato allopposizione la legittimit politica che i risultati elettorali avevano negato. n pochi anni la geopolitica mondiale ha vissuto cambiamenti di unintensit e una rapidit senza precedenti. Nel dicembre 2003 centinaia di migliaia di persone occuparono il centro di Tbilisi, in Georgia, in segno di protesta contro la falsicazione dei risultati delle elezioni. Dopo giorni di inutili negoziati entrarono in parlamento con una rosa in mano, per dimostrare la volont di non usare armi, e costrinsero il presidente Shevarnadze alle dimissioni. La Slovacchia era un candidato allUe, la Serbia era comunque in Europa, ma il fatto che le rivoluzioni colorate avessero passato la frontiera dellex Urss ne mostrava il carattere unico e ri-

voluzionario. Per capire meglio la natura e limportanza delle rivoluzioni colorate opportuno spiegarne dinamiche e meccanismi caratteristici. Un primo elemento comune riscontrabile nelle diverse esperienze rivoluzionarie un governo che gode solo di un supporto passivo della popolazione. Supporto passivo secondo la denizione di Gene Sharp la mancanza di volont di intraprendere azioni contro un governo anche se non si soddisfatti del suo operato. Mancando lelemento della contestazione, anche un governo impopolare pu sopravvivere grazie allinerzia della popolazione, o alla sua incapacit di proporre alternative. Le classi politiche negli spazi postsocialisti si sono spesso rivelate capaci di manipolare elezioni ed elettori in maniera tale da restare in parlamento non per i propri meriti politici, ma per la loro capacit di riciclarsi. Con un governo ampiamente impopolare sufciente che gli elettori votino secondo i loro desideri per mettere in discussione una classe politica. Il problema che non tutti vanno a votare, ma anche che come predicava Stalin non importante come si vota, ma come si contano i voti. Per contrastare questa capacit di restare al potere, le rivoluzioni colorate presentano una serie di strategie altamente innovative. In primis c lorganizzazione di una campagna civica per monitorare lo svolgimento sia della campagna elettorale che della conta dei voti, al ne di assicurarne la correttezza. Nellambito di questa campagna, di estrema importanza luso dellumorismo per attirare lattenzione, veicolare un messaggio e smascherare le menzogne della classe politica. Poster, videogiochi, concerti, fumetti, lm sovietici ridoppiati, tutto pu essere usato per mostrare la vera natura di un regime. Leader della societ civile e dellopposizione, aiutati anche da esperti internazionali, organizzano degli exit poll indipendenti che, nel caso, saranno usati per dimostrare la falsicazione dei risultati. Se il governo ignora la scontta o manipola i risultati si passa alle proteste di strada. Migliaia di persone che occupano il centro di una capitale per protestare contro la falsicazione dei risultati elettorali non possono semplicemente essere ignorate. Una volta in strada, per, bisogna fare in modo che la folla non si disperda, coordinare le azioni di protesta e mantenere viva unatmosfera che il freddo, il tempo o le forze dellordine possono rovinare in ogni momento. Per facilitare la gestione delle masse, leader e politici sono spesso invitati a partecipare a formazioni organiz-

La bandiera dellopposizione ucraina sventola di fronte alla cattedrale di Santa Sofia, simbolo della capitale ucraina, a Kiev nel dicembre del 2004, al 12 giorno della Rivoluzione arancione.

zate allestero (training a Budapest per leader serbi di Otpor) o allinterno del Paese (training a Evpatoria per attivisti ucraini di Pora). Inne, innovativo anche il nuovo uso di telefoni cellulari o internet, divenuti ormai strumenti per una comunicazione pi efcace e in tempo reale da parte dei manifestanti. n aspetto estremamente importante lutilizzo di tecniche di disobbedienza civile, che hanno la non violenza come denominatore comune. Ispirandosi ai 198 metodi di azione non violenta classicati da Gene Sharp, i leader dei movimenti civili cercano in tutti i modi di evitare luso della forza. Questa strategia

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serve ad attirare la simpatia internazionale e a mostrare il carattere non ideologico delle proteste, ma anche a minimizzare il numero dei pretesti forniti alla loro repressione violenta. Le tecniche di cui sopra non potrebbero funzionare senza il supporto domestico e internazionale che si concretizza attraverso: a) uninterazione fra politica e societ civile che non ha precedenti, almeno negli spazi postsocialisti e b) una strategia internazionale di promozione della democrazia attraverso il potenziamento della societ civile. Il diffondersi delle rivoluzioni colorate gett nel panico buona parte dei regimi postsovietici. Nel 2004 la Open Society fu invitata a lasciare lUzbekistan, i controlli sulle ong si intensicarono in tutta la regione e la lista degli individui indesiderati o pericolosi cominci a includere attivisti di Otpor e Kmara. Tutto questo non ferm la campagna civica Pora in Ucraina e gli eventi che portarono alla Rivoluzione arancione nel novembre 2004, considerata la rivoluzione perfetta, senza morti n feriti e con una sorta di Woodstock politica nel centro di Kiev, durata tre settimane. Il fatto che un Paese strategicamente importante come lUcraina avesse abbandonato la sfera dinuenza di Mosca risultava preoccupante per molti regimi postsovietici e i timori si rivelarono fondati. Nel marzo 2005, in seguito a falsicazioni elettorali, si registrarono violenze nel Sud del Kirghizistan. Gli scontri arrivarono no alla capitale e costrinsero il presidente alle dimissioni e alla fuga: le rivoluzioni colorate erano arrivate in Asia centrale. Poco importava che le proteste kirghise non avessero niente a che fare con quelle georgiane o ucraine in termini di organizzazione e di rilevanza politica: gli eventi in Kirghizistan furono la prova denitiva che ogni campagna elettorale era un rischio per i regimi locali che si adoperavano per evitare il propagarsi del virus colorato. Nel maggio dello stesso anno un gruppo di manifestanti si riun a Andijan, nellUzbekistan orientale, per protestare contro lincarcerazione di alcuni imprenditori locali. Per evitare il diffondersi delle proteste, i leader uzbeki optarono per una soluzione radicale del problema e aprirono il fuoco, uccidendo un numero di manifestanti stimato tra meno di 200 (fonti governative) e 5mila (fonti indipendenti). Gli eventi di Andijan mostrarono una nuova tendenza, un nuovo modo di limitare lazione delle proteste non violente, rispondendo con la violenza. Successive insurrezioni in Armenia, Azerbaigian e Bielorussia furono sof-

focate unilateralmente, servendosi dellintervento delle forze dellordine. Ciononostante, le rivoluzioni colorate avevano cominciato a tracimare, giungendo al di l degli spazi postsovietici. Nel marzo 2005, in seguito allassassinio dellex primo ministro libanese Raq Hariri, una serie di proteste portarono alle dimissioni del premier allora in carica. Il Libano rappresenta unesperienza riuscita nel novero di quei movimenti che, ad esempio, hanno destabilizzato il Nepal, la Birmania o, pi recentemente, Xinjiang e Tibet in Cina, ma anche lIran a partire dal 2009. Gli stessi attivisti di Pora, Otpor o Kmara non hanno mai negato lesistenza di circuiti internazionali per la formazione di rivoluzionari. Basti pensare, fra le altre cose, alle varie traduzioni del libro From Dictatorship to Democracy di Gene Sharp, pubblicato in lingue come farsi, arabo, russo, serbo etc. nche se senza unopposizione non possibile immaginare un cambiamento politico, non c motivo di minimizzare il valore della gente comune che in molti casi scesa in piazza, consapevole dei rischi che stava correndo e ha vissuto per giorni nel timore di un intervento delle forze dellordine. In alcuni casi le proteste sono state represse, in altri, migliaia di piccoli Davide hanno scontto il Golia del regime e questo perch c una sostanziale differenza tra unopposizione che accusa il governo di frode elettorale e unopposizione che a sostenere una simile tesi porta in piazza centinaia di migliaia di elettori. Alla luce di tutto questo, ci che stiamo osservando nel mondo musulmano storicamente importante, ma non necessariamente inaspettato o nuovo. La storia sembra ripetersi e i leader spodestati pronunciano pi o meno le stesse parole usate dai presidenti di Georgia o Kirghizistan, biasimando lOccidente, le forze internazionali, la Nato. Da parte occidentale si tende a dare enfasi alla componente democratica e popolare delle rivolte, dimenticando che spesso queste sono state aiutate economicamente e diplomaticamente. La situazione pi complessa di quello che sembra e la verit, molto probabilmente, si trova nel mezzo: non sono i singoli attori, bens la loro sinergia a generare cambiamento a livello politico e sociale. Le rivoluzioni colorate hanno cambiato pelle e regione geograca, ma il loro impatto si sta rivelando ancora difcile da arginare, anche se non sono pi una sorpresa. Dalla Serbia sono pas-

Attivisti del Pora, il partito dei giovani che ha partecipato attivamente alla Rivoluzione arancione, con le loro bandiere durante una manifestazione di fronte alla residenza del presidente Viktor Yushchenko.

sate al Kirgizistan per essere esportate no alla Birmania, passare nuovamente per il Kirghizistan e sconvolgere la geopolitica del Medio Oriente. Alzi la mano chi in grado di prevedere il prossimo passo: lunica cosa certa che non si fermeranno in Siria.

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Rebiya Kadeer: Terrorista io?


za di un drago.

DIRITTI

Sessantatr anni, i capelli bianchi, lunghi, raccolti, laspetto esile, Rebiya Kadeer mostra la for-

Allaccusa di Pechino di essere una terrorista, la leader degli uighuri rispon-

de indignata: Non sono una terrorista, malgrado il governo cinese mi abbia definito tale. cono lo stesso di Sua Santit, il Dalai Lama, perch lotta per il Tibet. che battermi pacificamente per la sopravvivenza degli uighuri, una delle popolazioni turcofone pi antiche del mondo, che oggi rischia di scomparire.

Di-

Non faccio nientaltro

mente per la sopravvivenza degli uighuri, una delle popolazioni turcofone pi antiche del mondo, che oggi rischia di scomparire. E aggiunge: Lo Xinjiang talmente inquinato che la tubercolosi diventata la principale causa di morte; uomini e animali sono fuggiti a causa della siccit sempre crescente e del deserto che avanza. Gli effetti dellinquinamento ambientale prodotto dalla Cina hanno creato un allarme mondiale. Dragon ghter. One Womans Epic Struggle for Peace with China, la biograa scritta con la collaborazione della giornalista tedesca Alexandra Cavelius, un libro esplosivo. A proposito del boom economico cinese, ad esempio, la Kadeer dice: Quello che Pechino non rivela allesterno che il suo successo non avviene secondo

le regole della giustizia. E un sistema senza giustizia un sistema senza speranza. La giustizia, la pace e la prosperit possono essere raggiunte solo attraverso il rispetto dei diritti umani. Capire questa situazione nellinteresse dellOccidente e degli altri investitori stranieri in Cina. Altrimenti rischiano di perdere tutto il loro denaro, come accaduto a me. Fino al 1997 Rebiya era una donna daffari di successo, esibita da Pechino come una cittadina uighura capace di lavorare in armonia con le autorit cinesi. Aveva iniziato aprendo delle lavanderie, che nel tempo sono diventate
Una bimba appartenente alla minoranza uighura passa in prossimit delle forze di sicurezza cinesi in una strada di Urumqi, in Cina.

di Alessandra Garusi

Ap Photo / Keystone / S. Di Nolfi

ono una donna di umili origini, nata in un piccolo villaggio fra le miniere doro dei monti Altai nel bacino del ume Tarim (Xinjiang, Asia centrale). La mia terra un punto di incontro fra etnie diverse, dove lEuropa sincontra con lAsia e la Russia, lungo lantica Via della Seta. Da 6mila anni questa la patria della minoranza pacica degli uighuri, circa 20 milioni di persone sparse su tutto il pianeta e oggi private di ogni forma di indipendenza culturale, economica e religiosa. Sto parlando e lottando a nome loro: voglio essere la madre di tutti gli uighuri, la medicina che li cura, il pezzo di stoffa con cui si possono asciugare le lacrime, il mantello con cui possono proteggersi dalla pioggia. Il mio nome Rebiya Kadeer. Questo nome proprio come quello del Dalai Lama per il Tibet turba i sogni di Wen Jiabao. il nuovo nemico pubblico numero uno di Pechino, una pericolosa terrorista. Diversamente la pensano Human Rights Watch e la Fondazione norvegese per i diritti umani, Rafto, che lhanno premiata durante la sua detenzione nelle carceri cinesi. Sessantatr anni, i capelli bianchi, lunghi, raccolti, laspetto esile, ma la forza di un drago. Questa sarebbe una terrorista? La sua smentita arriva secca come laffondo di una spada: Non sono una terrorista, malgrado il governo cinese mi abbia denito cos. Dicono lo stesso di Sua Santit, il Dalai Lama, perch lotta per il Tibet. Non faccio nientaltro che battermi pacicaAp Photo / E. Dalziel

Rebiya Kadeer, politica cinese naturalizzata statunitense, attiva nella difesa dei diritti umani e della comunit uighura della regione nordoccidentale dello Xinjiang, nella Repubblica popolare cinese.

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un impero da 30 milioni di dollari. Faceva inoltre parte della Conferenza politica consultiva del popolo, uno dei club in cui siedono i migliori per il regime cinese. Dopo un massacro di uighuri nel 1997, tuttavia, qualcosa cambi per sempre: inizi a protestare. Finita in carcere nel 1999 per aver rivelato segreti di Stato a una potenza straniera (stava per entrare in un hotel dove avrebbe dovuto incontrare una delegazione del Congresso Usa, NdR), la Kadeer trascorse sei anni in carcere prima di essere liberata nel 2005, a poche ore dallarrivo in Cina di Condoleezza Rice. Il regime voleva offrire un gesto di distensione al segretario di Stato americano, e quella donna sembrava del tutto innocua. Da allora per Rebiya, che madre di undici gli e ha numerosi nipoti, diventa unimplacabile attivista per i diritti del suo popolo. Nessun altro uighuro ha sperimentato la patria da cos tante prospettive diverse: da bambina rifugiata, da povera casalinga, da multimiliardaria, da alto funzionario della Conferenza politica consultiva del popolo, da prigioniera politica per molti anni, da dissidente politica in esilio. Rebiya Kadeer aveva un anno quando i comunisti, sotto Mao Zedong, si presero la sua terra il 1 ottobre 1949. Un anno dopo, il 7 ottobre 1950, fu la volta del Tibet. Nel 49 nella sua terra viveva un milione di cinesi; oggi sono otto milioni. er prima cosa il governo cinese tent di recidere il legame fra gli uighuri e la religione musulmana, forse intuendone la forza. Nelle carceri cinesi i prigionieri politici sono costretti a ripetere questo ritornello: Dio non esiste. Ancor oggi la pratica dellIslam fortemente ristretta dalle autorit cinesi, racconta Rebiya. Costoro controllano tutte le moschee, ne vietano laccesso, puniscono severamente chi si riuta di bere o di mangiare durante il Ramadan. Eppure quello degli uighuri un Islam moderato, che ha poco o nulla in comune con quello praticato nei Paesi arabi musulmani. Anche noi siamo vittime dell11 settembre, dice la Kadeer dal proprio ufcio di Washington, proprio perch la Cina in quella occasione riusc a insinuarsi nella guerra al terrore dellamministrazione Bush. E gli attivisti per lautonomia dellEst Turkistan furono bollati come esponenti dellislamismo radicale, legati a doppio lo ad al Qaeda. Allepoca anche Rebiya era detenuta e ricorda: Eravamo in 64, compresa la sottoscritta; dopo lattentato alle Torri, ne arrivarono altri 30 di prigionieri politici.

Da Bush a Obama la virata stata netta. Lattuale presidente americano molto preoccupato della situazione dei diritti umani in Cina, conferma la Kadeer. Ne ha parlato sia pubblicamente che privatamente durante la visita di Hu Jintao alla Casa Bianca lo scorso gennaio. Ma nemmeno in America la situazione sicura: oltre un migliaio di agenti segreti sarebbero stati mandati negli Stati Uniti soltanto per neutralizzare gli attivisti per i diritti umani. La stessa Kadeer ha subito un primo tentativo di assassinio il 19 maggio 2006. Rischia di essere uccisa ogni giorno, in qualsiasi momento. Ma lei non ha paura. Dice: Ho toccato la mano dellangelo della morte cos tante volte: s, i miei telefoni sono controllati anche qui in America; s, mi tengono costantemente docchio; s, sono minacciata anche qui. Riguardo le continue minacce di morte, tuttavia, fatalista. Risponde seraca: I gave myself to the care of God. Inshallah. Quando si riesce a sopravvivere quasi sei anni nella prigione di Beijing Street, due dei quali in isolamento, in condizioni che eufemistico denire brutali, si diventa quasi invincibili. Il carcere mi ha reso forte, ammette la stessa Rebiya. Ogni giorno acquisto sempre pi forza. Nelloscurit totale della sua minuscola cella, per non impazzire, lei parlava ai suoi gli, discuteva col marito Sidik Rouzi (dissidente politico uighuro, imprigionato per otto anni e oggi rifugiato negli Stati Uniti, NdR), ma soprattutto rivolgeva domande a Dio. n uno di quei terribili luoghi di detenzione, oggi, ci sono due dei suoi gli: Alim, condannato a sette anni e Ablikim, a nove. Mentre la glia Rushengl agli arresti domiciliari. Entrambe le condanne sono arrivate il giorno dopo lelezione della Kadeer alla carica di presidente del Congresso mondiale uighuro. vergognoso, commenta Rebiya. La Cina il solo Paese al mondo che punisce i gli per le colpe dei loro genitori. E aggiunge piano: Non mai stato facile, n mai lo sar, essere la madre di tutti gli uighuri. Da quando nata, la sua famiglia le ha ripetuto questo mantra: Tu non ci appartieni; appartieni invece allintero popolo degli uighuri. E cos stato. Per i miei connazionali esigo i diritti umani fondamentali: questo il nostro obiettivo. Tutto il resto si svilupper a partire da l. Continua: Stiamo combattendo una battaglia difcile contro un avversario forte. Vogliamo che Wang Lequan, lex segretario del Partito comunista cinese nello Xinjiang,

Kadeer stata eletta presidente del Congresso mondiale uighuro nel 2006.

venga giudicato da un tribunale penale internazionale per i massacri commessi contro gli uighuri il 5 luglio 2009. Rebiya Kadeer fa nomi e cognomi. Non ha paura di niente. E a differenza del Dalai Lama di cui condivide pienamente lapproccio nonviolento e pacico si capisce quanto la sua pazienza sia limitata. Non aspetter cinquantanni, dice senza mezzi termini. Un giorno la glia Akida le ha chiesto: I nonni sono scappati, tu sei scappata, noi siamo scappati... Quanto continuer cos? La vita adesso. E adesso difcile, se non impossibile, per un uighuro ottenere un passaporto in Cina. Un uomo o una donna che desiderino recarsi allestero, devono essere qualicati come puliti. Nella prospettiva cinese ci signica che la sua famiglia non deve aver mai avuto coinvolgimenti politici. A volte i funzionari dellAn Chuan Ting (i servizi segreti cinesi) controllano indietro no a quattro generazioni. Di conseguenza ci sono molti uighuri negli Stati Uniti che sul piano privato sostengono la Kadeer e la sua causa, ma non lo farebbero mai in pubblico. Vivono nella paura oggi, come in passato. Vogliono rimanere puliti. Altrimenti li rispediranno a casa. Proprio l Rebiya vuole tornare, ma da donna libera, da una che ha vinto. Quando le si chiede una previsione riguardo al futuro, assicura: Credo che torner nella mia terra. Per tutta la vita mi sono sempre lasciata guidare dai sentimenti. Perci mi do di ci che sento. Quando ho sentito di farcela, ce lho sempre fatta: ho sentito per molto tempo che la nazione degli uighuri, un giorno, sarebbe stata indipendente, libera, democratica, non settaria, multiculturale. Quando era piccola, il pa-

dre le raccontava sempre la storia di una formichina che aveva suscitato lo stupore e lammirazione di un uccello, essendo riuscita ad attraversare distanze enormi: Ognuno di noi ha il potere di svelare i segreti del mondo, nch abbiamo il coraggio e la ducia in noi stessi. Dopo un attimo di silenzio il padre aggiungeva con voce grave: Nessun ostacolo insormontabile. Nessuno scopo troppo nobile. Per questa ragione difcilmente qualcuno potr fermare Rebiya Kadeer.

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Ap Photo / M. Graham

Vilnius: la rivincita del Baltico


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LITUANIA

La capitale della Lituania ha assistito a un radicale sconvolgimento del proprio assetto urbano con la creazione di una spessa periferia-dormitorio, dominata dalle uniformi residenze operaie. Blocchi residenziali isolati di cinque o sei piani, in cui la libert progettuale appare ridotta ai

non solo del proprio assetto socio-economico, ma anche del proprio tessuto urbano. Durante questo periodo, soprattutto in seguito alla massiccia ondata migratoria di manodopera russofona, le citt lituane sono andate incontro a una rapida crescita: conformemente ai principi della cultura progettuale sovietica Vilnius ha assistito a un radicale sconvolgimento del proprio assetto urbano, con la creazione di una spessa periferia-dormitorio, dominata dalle uniformi residenze operaie. Blocchi residenziali isolati di cinque o sei piani in cui la libert progettuale appare ridotta ai minimi termini dai vincoli imposti dalle geometrie dei pannelli prefabbricati utilizzati per la costruzione.
Vista del nuovo Centro direzionale

minimi termini dai vincoli imposti dalle geometrie dei pannelli prefabbricati utilizzati per la costruzione.

Questo tipo edilizio ha costituito la cifra distintiva della stagione progettuale do-

da una delle colline su cui si sviluppa la citt.

Questo tipo edilizio ha costituito la cifra distintiva della stagione progettuale dominante no alla ne degli anni Ottanta, dando origine a un tessuto urbanistico ripetitivo e di scarsa qualit. Una stagione che ha consegnato alla citt una vocazione eminentemente industriale, ribadita dal Piano del 1990, redatto nel momento stesso in cui i suoi presupposti politici, economici e culturali iniziavano a sgretolarsi. Esemplicativa di questo periodo la costruzione del quartiere residenziale Khrushchovkas, voluto dallallora segretario del Partito comunista, Nikita Krusciov, per dare una risposta alla rapida crescita demograca dellarea baltica. Il quartiere, caratterizzato dalla successione omogenea di elementi prefabbricati, sorge a Lazdynai, unarea periferica della citt. Allindomani dellindipendenza il rinnovamento del patrimonio edilizio, soprattutto in relazione a un suo pos-

minante fino alla fine degli anni Ottanta, dando origine a un tessuto urbanistico ripetitivo e di scarsa qualit.

Una stagione che ha con-

segnato alla citt una vocazione eminentemente industriale, ribadita dal Piano del 1990, redatto nel momento stesso in cui i suoi presupposti politici, economici e culturali iniziavano a sgretolarsi.

di Alexia De Steffani

aggio 2004: la Lituania entra a far parte dellUnione Europea. Lo stesso mese viene portata a termine la costruzione del nuovo centro amministrativo della citt di Vilnius lEurope Commercial and Ofce Centre situato lungo il ume Nris, sulla riva opposta rispetto a quella del centro storico, ma in continuit visiva con esso grazie alla monumentale prospettiva offerta dalla Gedimino perspekta. Poco pi di dieci anni prima 11 marzo 1990 la Lituania, prima tra le repubbliche baltiche, aveva ottenuto lindipendenza dal blocco sovietico. Negli oltre cinquantanni di dominio sovietico il Paese aveva conosciuto una profonda alterazione,

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Nuovi grattacieli per uffici e residenze.

sibile adeguamento in funzione di migliori standard ambientali, qualitativi e di risparmio energetico, si imposto come uno dei temi chiave allinterno del dibattito architettonico. Gli anni Novanta hanno pertanto segnato unimportante fase di transizione, contrassegnata da radicali mutamenti sia nella vicenda politica ed economica che in quella urbanistica e architettonica. Nuove istanze di modernizzazione e trasformazione si sono imposte con urgenza allinterno dellagenda cittadina. Lingresso nellUnione Europea ha oltremodo sottolineato la necessit di ricongiungersi, non solo metaforicamente, con lEuropa occidentale attraverso un adeguamento e una diversicazione della propria struttura economica e attraverso un progetto urbano, capace di allineare Vilnius agli standard auspicati dalla Ue. La costruzione del nuovo centro amministrativo della

Riqualificazione del centro storico: Gedimino perspekta e piazza della cattedrale.

citt deve essere letta proprio allinterno di questo scenario. Il progetto ha segnato una fase importante allinterno della storia della citt e del Paese, ora in piena transizione verso una progressiva privatizzazione delle aziende, una diversicazione delleconomia e una conseguente ristrutturazione degli impianti industriali. al 2000 nuovi settori sembrano aver surclassato la tradizionale base economica: se prima era lindustria seguita dallagricoltura, dalla costruzione e dai trasporti a trainare leconomia lituana, le ultime statistiche hanno sottolineato come il settore dei servizi sia passato dal 40% del Pil del 1992 al 62,8% del 2008,

distinguendosi quale ambito trainante insieme al commercio, ai trasporti, alle comunicazioni e al mercato immobiliare. Ecco allora che il nuovo centro cittadino rappresenta limmagine sica di questo cambiamento. Gli edici verticali segnano una decisa rottura allinterno del tradizionale skyline cittadino e i singoli interventi parlano un linguaggio sempre pi conforme alle tendenze dellarchitettura internazionale, dimostrando una sostanziale indifferenza al contesto. Lintero complesso si svolge attorno a una piazza centrale la Europe Square nodo capace di organizzare diverse torri per ufci e residenze, imperniate attorno allo Europe Business Centre Tower (Et), vero punto focale non solo del quartiere, ma dellintero prolo urbano. Analogamente le vicende che hanno accompagnato questo progetto rivelano i recenti cambiamenti che hanno investito il mercato immobiliare lituano. Dal 2000 Vilnius stata teatro di sempre pi frequenti investimenti stranieri, che hanno favorito una rapida crescita del settore delle costruzioni: la maggior parte degli interventi ha

riguardato la costruzione di centri commerciali, strutture ricettive, centri per gli affari e nuove infrastrutture. Signicativa in questo senso la costruzione dellAkropolis Shopping Centre, il pi grande centro commerciale dellintera area baltica, che ha posto Vilnius al centro di una rete commerciale regionale. Parallelamente, la municipalit ha rivolto la propria attenzione e le proprie risorse verso progetti tesi a incentivare uno sviluppo della citt quale centro degli affari e rinomato polo tecnologico (Airport Business Park, il centro logistico di Vilija). Solo negli ultimi anni i capitali hanno iniziato a essere indirizzati verso il comparto residenziale, grazie alle favorevoli condizioni poste dal mercato immobiliare: nuove torri per appartamenti stanno oggi sorgendo nelle aree periferiche e alcune aree industriali, situate in prossimit delle aree centrali, sono oggi in fase di riconversione. Tuttavia, il rapido sviluppo degli investimenti in campo immobiliare, sempre pi spesso, si traduce in un abbassamento della qualit architettonica: i nuovi complessi sono intesi come fonte di reddito e non come elemento di qualicazione urbana, comportando una ripetizione di clich progettuali che hanno come unico effetto quello di appiattire limmagine urbana. Il 1998 segna un momento importante nella recente sto-

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ria urbanistica della citt: viene redatto il primo Piano urbanistico dopo quello sovietico del 1990. Le proiezioni di questo documento arrivano no al 2005, proponendosi come obiettivo principale la riconversione di una citt prevalentemente industriale quale quella ereditata dagli anni della dominazione sovietica in una moderna capitale europea, dove ampio spazio viene ritagliato ad attivit quali la ricerca scientica, gli affari, i servizi e il turismo. Al contempo la municipalit ha dato avvio alla redazione di un Piano strategico (con proiezione no al 2011), con lobiettivo di coniugare le istanze a lungo termine della pianicazione tradizionale con quelle a breve/medio periodo, proprie della trasformazione urbana. Il Piano strategico enfatizza non solo il ruolo di capitale politica di Vilnius, ma soprattutto quello di nodo strategico internazionale a livello economico, scientico e culturale. Ecco allora che lincremento della competitivit internazionale, attraverso un ammodernamento delle in-

Evento organizzato sulla sponda del fiume Nris in prossimit del nuovo Centro amministrativo.

Nuovi grattacieli nei pressi della Galleria darte moderna.

frastrutture delle comunicazioni e una diversicazione economica, diventa lobiettivo prioritario. llinterno di questo orizzonte progettuale, ampio spazio riservato al tema della riqualicazione e rigenerazione del centro storico della citt. Il Piano sottolinea infatti la necessit di ripristinare ed eventualmente ricostruire, laddove necessario, tutti quei monumenti, espressione dellidentit storica della citt entrata a far parte del Patrimonio mondiale dellUnesco che sono stati distrutti, o adibiti ad altro uso, nel corso dei decenni precedenti. A dimostrare la rilevanza strategica attribuita alla rivitalizzazione del centro storico, unintera parte del Piano

stata esplicitamente elaborata, facendo ricorso alla consulenza di unequipe internazionale, al ne di garantire la messa in atto di una coerente strategia e di un omogeneo progetto per lintera area centrale. Nonostante le difcolt economiche connesse alla crisi nanziaria russa, il biennio 1998-1999 segna un momento saliente nella storia di questa operazione. In tale periodo viene condotta una capillare azione di restyling dellintero centro, con una riqualicazione diffusa degli spazi pubblici non solo le piazze e le strade principali, ma anche la caratteristica rete minuta di corti interne e operazioni di make-up urbano, quali il ripristino e la tinteggiatura delle facciate, nonch la realizzazione di un adeguato sistema di illuminazione pubblica. Tutti questi interventi hanno contribuito a consolida-

re limmagine del cuore storico, trasformandolo in un centro di attrazione turistica, nucleo pulsante della vita cittadina, tanto diurna quanto notturna. Gi negli anni Settanta, nel pieno della dominazione sovietica, la citt aveva conosciuto lelaborazione di un progetto di riqualicazione del centro ben diverso. La proposta era tesa alla conversione della citt antica in una specie di parco a tema, dove la principale attrazione erano unarchitettura e unidentit nazionali ormai alterate. Cardine di questo progetto doveva essere la conversione dei monasteri e delle chiese, ormai sconsacrati, in musei e luoghi ricreativi. Il 1988 ha per signicato linterruzione di questo processo, seguita dalla riappropriazione da parte dei diversi ordini religiosi degli edici conscati. Tema fondamentale dellepoca postcomunista stato la restituzione dei beni espropriati a partire dal 1945, che ha comportato lemergere di una serie di nuovi problemi. Una volta rientrati in possesso di quanto loro un

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tempo sottratto, i legittimi proprietari hanno constatato uno stato di degrado tale da richiedere cifre esose per uneventuale riqualicazione. Ne conseguita una massiccia campagna di aftto di questi immobili per ni commerciali: dalla ne degli anni Novanta il centro storico stato completamente infrastrutturato, al ne di rispondere efcacemente a una domanda turistica in piena crescita. Contemporaneamente si assistito a una crescente privatizzazione delle aree centrali. Nonostante la vivace attivit che ha interessato la citt vecchia in questi anni, il dibattito in merito alla conservazione non si giovato di contributi innovativi, almeno no a quando, nel periodo compreso tra il 1999 e il 2001, la costruzione di un hotel (Novotel) sulla Gedimino perspekta larteria principale della citt non ha riportato lattenzione sullannosa questione della regolamentazione del rapporto tra pubblico e privato. Avvantaggiandosi della poco chiara normativa, ledicio stato realizzato sul sedime di un edicio storico preventivamente demolito dimostrando una totale impermeabilit al contesto. In seguito al cambio di governo avvenuto nel 2000, anche gli indirizzi in materia di sviluppo urbano sono mutati sensibilmente: il centro storico della citt stato reinterpretato quale preziosa risorsa per il rilancio dellindustria turistica. In questottica, il Piano strategico ha delineato alcune linee guida tese al ripristino di una serie di attivit artigianali e commerciali tradizionali e ha iniziato a lavorare al ne di incrementarne lofferta culturale. Lultimo decennio ha cos rivoluzionato profondamente la struttura urbana tradizionale, denendo una nuova gerarchia e risignicando i tradizionali spazi pubblici. Analogamente a quanto fatto da altre citt europee di medie dimensioni, anche Vilnius ha scoperto nellultimo decennio le potenzialit del turismo urbano, soprattutto in relazione alla necessit di riconvertire uneconomia che no agli anni Novanta poteva essere denita eminentemente industriale. Sposando dunque politiche urbane ormai consolidate e per certi versi abusate, anche la municipalit lituana ha dato avvio a unattenta azione di marketing urbano, intravedendo nei medi e grandi eventi una concreta possibilit di attrarre non solo investimenti, ma anche lattenzione di una pubblicistica specializzata, affermandosi cos come una sempre pi rinomata meta turistica. Dalla ne degli anni Novanta la citt ha saputo organiz-

zare una variegata offerta culturale, contestualmente alle sopradescritte azioni di recupero del centro storico, veicolata dallorganizzazione di innumerevoli festival ed eventi: Vilnius Festival, National Song Festival, Vilnius Days, Vilnius Jazz Festival. Al contempo la municipalit ha dato nuovo vigore al Litexpo, il centro eristico della citt, ora attrezzato per ospitare non solo eventi culturali, ma anche congressi e una molteplicit di attivit legate agli sviluppi del mercato nanziario. Lapice di questo processo stato indubbiamente raggiunto dalla proclamazione della citt quale Capitale europea della cultura nel 2009, lo stesso anno in cui il Paese ha celebrato il proprio millesimo anniversario. Sebbene la proclamazione sia avvenuta in un periodo di recessione economica, il che ha signicato una sostanziale impossibilit da parte della municipalit di dare avvio a consistenti progetti architettonici e urbanistici, levento ha comunque costituito unimportante occasione per attirare i riettori meditatici su Vilnius. La Lituania aveva richiesto tempestivamente questo titolo n dal 1985, anno di istituzione dello stesso, ma solo nel 2005 le stato ufcialmente attribuito per lanno 2009, insieme alla citt austriaca di Linz. Ospitare un simile evento non ha signicato solamente attrarre risorse economiche e attenzione mediatica, ma stata unoccasione per la municipalit per ridenire i propri strumenti e le proprie strategie progettuali. Grazie a questa opportunit Vilnius ha saputo rafforzare limmaTeatro dellOpera e del balletto.

gine che aveva progressivamente costruito a partire dalla ne del decennio precedente. Una delle principali eredit di questo evento, insieme alla riqualicazione di alcuni spazi pubblici principalmente localizzati nellarea vicina al ume Nris, stato lavvio di un calendario permanente di iniziative, concepito in parziale continuit con il programma messo a punto in occasione dellanno in cui la citt stata Capitale della cultura. egli ultimi anni la capitale lituana ha saputo rinnovare la sua offerta culturale anche grazie allimplementazione della propria dotazione museale: nel 2009 la Galleria nazionale darte contemporanea fondata durante il periodo sovietico ha riaperto le porte al pubblico. Analogamente il governo lituano ha bandito un concorso, vinto dallarchitetto Zaha Hadid, per la realizzazione di un nuovo museo il Guggenheim Hermitage Museum e del relativo centro culturale a Vilnius. La costruzione di questo nuovo museo, la cui ultimazione prevista per il 2013, dimostra come anche Vilnius abbia abbracciato la strategia dei grandi progetti, legati alle rme dellarchitettura, al ne di rilanciare la propria immagine urbana. A maggior ragione questo progetto stato concepito come un landmark strategico, capace di operare unideale saldatura tra il passato della citt e il suo nuovo slancio internazionale. Il 2010 stato un anno importante per la municipalit di Vilnius: un anno di decisioni da prendere e strategie da disegnare. Un nuovo Piano strategico (2010-2020) stato messo in lavorazione, sia per tirare le la degli interventi nora compiuti sia per denire nuovi indirizzi. Se la fama della citt era stata nora legata al suo patrimonio storico e architettonico, oggi Vilnius vuole affermarsi quale porta internazionale della Lituania. Situata alla conuenza della cultura occidentale con quella orientale, Vilnius ha saputo sfruttare la sua storica vocazione interculturale per incoraggiare una moderna politica di cooperazione internazionale, al ne di rilanciarsi sul mercato globale in seguito alluscita dalla dominazione sovietica. Negli ultimi anni la citt ha conosciuto uno sviluppo molto rapido, dapprima allinsegna dellindividualismo e delliniziativa privata, poi indirizzato da unattenta pianicazione. Le recenti politiche municipali si sono dimostrate molto sensibili in materia di sostenibilit, adeguandosi a un trend sempre pi sostenuto in seno allUnione Europea e incoraggiando la valorizzazio-

ne di un patrimonio ambientale sapientemente trasformato in risorsa strategica. Incremento della competitivit internazionale, sviluppo di una nuova economia, creazione di una societ progressista e sviluppo di una moderna rete di comunicazione sono i quattro precetti che sembrano aver guidato le pi recenti scelte dellamministrazione locale. Oggi Vilnius appare come una citt fatta di frammenti, dove antico e moderno, tradizione e innovazione si pongono continuamente in un rapporto dialettico e talora dicotomico. Il processo di trasformazione promosso dalla citt, a partire dallultimo decennio del XX secolo, si consumato tra istanze di rimozione di una memoria spesso difcile da conservare e processi di valorizzazione di una cultura e di una tradizione storica variegata e fortemente transculturale. Se vero che larchitettura costituisce un attendibile termometro delle trasformazioni politiche, economiche e sociali di un Paese, questo particolarmente evidente a Vilnius, dove lindipendenza ha marcato un passaggio fondamentale: uscita dalla dominazione sovietica, la citt ha iniziato una rapida corsa verso la modernizzazione e lintegrazione modernizzazione economica e urbana e integrazione non solo culturale, ma anche nei confronti di politiche proprie dellUnione Europea, di cui entrata a far parte solo nel 2004. Tutto questo ha comportato un adeguamento, spesso solo formale, a canoni e tendenze tipicamente occidentali, tanto da far guadagnare a Vilnius la fama di centro che ha conosciuto il pi rapido sviluppo economico e urbano fra quelli appartenuti allex blocco sovietico. I pesanti processi di costruzione e trasformazione che hanno segnato gli ultimi ventanni sono uninteressante cartina di tornasole degli stravolgimenti politici, economici e culturali che hanno investito la Lituania contemporanea. Le recenti vicende urbane che hanno modicato la morfologia della citt sono evidenti segni di una cultura urbanistica del XXI secolo: la rivitalizzazione della citt storica, la rapida espansione della citt con la ricerca di un nuovo policentrismo specializzato, la crescita verticale e ladozione di linguaggi internazionali, sono evidenti segni di una volont di conformarsi a una visione tipica dei Paesi occidentali. Attingendo a un men di strategie e repertori ben collaudati, Vilnius ha saputo raggiungere il pi rapido tasso di crescita e sviluppo dei Paesi baltici, accogliendo pienamente le istanze della globalizzazione.

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Vienna sul lettino di Freud

CULTURA

Pur escludendo una diretta discendenza tra il clima della citt e le sue idee, Freud caratterizza Vienna per unatmosfera di sensualit e dimmoralit sconosciuta ad altre citt ed proprio sulla base di questo elemento che Bruno Bettelheim ne La Vienna di Freud lega indissolubilmente le nuove idee alla citt: Non un caso che la psicoanalisi sia nata a Vienna e a Vienna sia giunta alla maggiore et.

Luomo senza qualit, di Robert Musil, il conte Leinsdorf riporta lopinione del Cardinale, che si lamenta che la gente frequenta questi medici alla moda pi dei nostri confessionali e che si fa commentare i propri peccati segreti perch ci prova gusto. [] Ma quello che i loro medici miscredenti si immaginano di aver scoperto semplicemente [] ci che la Chiesa ha sempre fatto n dagli inizi: scacciare il diavolo e guarire gli indemoniati. Karl Kraus la denisce pi una passione che una scienza e, in un notissimo aforisma, denisce la psicoanalisi quella malattia di cui ritiene di essere la terapia. Riportando un giudizio diffuso, Egon Friedell, autore della monumentale Kulturgeschichte der Neuzeit, sostiene che Freud un poeta, non uno scienziato e che la
Una veduta depoca di Am Hof Platz.

Al tempo di Freud il clima culturale di Vienna era tale da favorire, in un

psicoanalisi ha un difetto catastroco: gli psicoanalisti, esattamente. La psicoanalisi non una scienza, la fede di una setta, e non scienza perch fattualmente inconfutabile: improbabile convincere gli psicoanalisti della falsit di una diagnosi. Qui, in un contesto diverso, anticipata la pi nota obiezione alla scienticit della psicoanalisi, quella esposta da Karl Popper in Congetture e confutazioni, dove sostiene che la teoria di Freud non scientica perch non falsicabile: non c alcun comportamento umano immaginabile che possa contraddire la psicoanalisi. Il rapporto tra le teorie di Freud e la cultura viennese si pone dunque da subito in un modo complesso e contraddittorio: in realt i li che uniscono Vienna alla psicoanalisi sono pi stretti e intrecciati di quanto Freud voglia ammettere e lo stesso riuto delle nuove teorie, espresso ad

modo che non trova riscontro nel resto del mondo occidentale, una sorta di fascinazione nei confronti sia della malattia sia delle problematiche sessuali.

di Massimo Libardi

Austrian Archives / Corbis

igmund Freud, in uno scritto del 1914, perentorio nel negare lipotesi che la psicoanalisi possa essere sorta solo in una citt come Vienna, in unatmosfera di sensualit e dimmoralit sconosciuta ad altre citt e in particolare che la psicoanalisi non sia altro che il rispecchiamento, e in un certo senso la proiezione teorica, di queste particolari condizioni dellambiente viennese. Perch queste dichiarazioni cos nette? La risposta nella formazione ottocentesca e positivistica di Freud e dunque nella sua visione della scienza nellambito della quale vuole porre la psicoanalisi, anche se proprio questa contribuir in modo deciso a modicare quel paradigma. Infatti il dibattito sulluniversalit e la scienticit della psicoanalisi si apre subito. Per il primo aspetto il punto cruciale rappresentato dal complesso di Edipo, che svolge un ruolo fondamentale nella strutturazione della personalit e nellorientamento del desiderio. La domanda che si pongono antropologi come Bronislaw Malinowski se il modello di sviluppo psichico descritto da Freud possa valere al di fuori della famiglia borghese, coniugale, cos come si strutturata nella societ occidentale o in culture matrilineari come quelle studiate dallantropologo polacco. Sulla scienticit della psicoanalisi un dibattito che aperto ancora oggi molti dei rappresentanti della cultura viennese si pronunciano in modo categorico. Ne
Corbis

Sigmund Freud nel suo studio.

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Austrian Archives / Corbis

Austrian Archives / Corbis

esempio da Wittgenstein, nasconde in realt delle consonanze profonde.

Un cartolina depoca che illustra, con la tecnica della silhouette, gli svaghi del Variet.

Due suonatrici di arpa.

Una modella posa a dorso nudo.

Unatmosfera di sensualit
ur escludendo una diretta discendenza tra il clima della citt e le sue idee, Freud caratterizza Vienna per unatmosfera di sensualit e dimmoralit sconosciuta ad altre citt ed proprio sulla base di questo elemento che Bruno Bettelheim ne La Vienna di Freud lega indissolubilmente le nuove idee alla citt: Non un caso che la psicoanalisi sia nata a Vienna e a Vienna sia giunta alla maggiore et. Al tempo di Freud il clima culturale di Vienna era tale da favorire, in un modo che non trova riscontro nel resto del mondo occidentale, una sorta di fascinazione nei confronti sia della malattia sia delle problematiche sessuali, una fascinazione che investiva tutti gli strati della societ, no alla corte imperiale, che era il centro propulsore della vita sociale viennese. Le origini di questo caratteristico ed esclusivo interesse di tutta la cultura possono essere fatte risalire

alla storia stessa della citt, ma in special modo alle attivit e agli atteggiamenti prevalenti presso le lite culturali viennesi negli anni che precedono di poco e che accompagnano la nascita delle rivoluzionarie teorie di Freud sulla nostra vita emotiva. Se, come scriveva Kraus, le vie di Vienna sono lastricate di cultura, quelle delle altre citt, dasfalto, molta di questa cultura riguardava proprio la sfera sessuale ed emotiva. Tra gli autori pi noti ricordiamo Richard von Krafft-Ebing, tedesco di nascita, la cui Psycopatia sexualis esce a Vienna nel 1886. Si tratta del primo tentativo di studio sistematico, quasi enciclopedico, dei comportamenti sessuali devianti: lopera ebbe un vasto successo di pubblico, nonostante che i passi giudicati scabrosi fossero stati tradotti in latino. In Austria pubblica lo scrittore galiziano Leopold von Sacher Masoch, che deve la

sua fama ai romanzi erotici (a partire da Venere in pelliccia, del 1870) nei quali viene descritto quellorientamento sessuale che proprio Krafft-Ebing chiam successivamente masochismo. E viennese Otto Weininger, la cui opera Sesso e carattere ebbe un successo strepitoso. Si tratta solo della punta di un iceberg. Come nota Nike Wagner la letteratura sessuologica internazionale citata da Weininger offre un panorama del livello delle ricerche in questo campo a partire dalla met del secolo XIX. sufciente elencare qui i testi classici pi autorevoli del tempo, utilizzati in parte anche da Weininger, per avere un quadro dellampia diffusione che ebbe a registrare il tema sesso e carattere. E Musil nota come la letteratura che affrontava tali questioni divenne ben presto un vero e proprio genere: Gi allora erano usciti molti di quei libri che, con la pura mentalit di un maestro di ginnastica, parlano di rivoluzione della vita sessuale e vo-

gliono aiutare la gente ad essere sposata e tuttavia contenta. In quei libri luomo e la donna non erano deniti in altro modo se non come i portatori di ghiandole riproduttrici maschili o femminili o anche i partner sessuali e la noia fra i due, che doveva essere scacciata grazie ad ogni sorta di svago sico-spirituale, stata battezzata problema sessuale. Vienna si misero a punto non solo il metodo analitico, ma tutti i metodi moderni per il trattamento dei disturbi mentali: terapia farmacologica e terapie di shock. Del resto, Vienna presentava una situazione sociale in cui il disagio psichico era ampiamente diffuso. Bettelheim analizza i proli dei protagonisti della corte imperiale: dallimperatrice Sissi, nei cui comportamenti ravvisa una forma di anoressia nervosa, che ingenerava irrequietezza, riuto del cibo e del sesso e lo

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Lebrecht 3 / Lebrecht Music & Arts / Corbis

stesso suo incessante viaggiare senza meta da un capo allaltro dEuropa viene visto come uno dei sintomi pi chiari della sua nevrosi; a Rodolfo e Maria Vetsera, no allo stesso imperatore Francesco Giuseppe, con la sua dedizione nevrotica al lavoro. Ma soprattutto nelle classi alte e nella borghesia che questo disagio si manifesta. Una delle caratteristiche salienti della vita austriaca era la spaccatura tra lapparenza e lintima realt della vita, che investe tutti gli aspetti: dallabbigliamento allarchitettura alla vita degli individui. Come osserva Edward Timms, descrivendo la Vienna di Karl Kraus, nella capitale asburgica n de sicle un paludato moralismo vittoriano coesisteva con le pi appariscenti ostentazioni erotiche da parte di ufciali dellesercito in pompa magna o di donne del demi-monde. [] Raramente, nella storia, si vericata una simile vistosa coesistenza tra la promiscuit istituzionalizzata e le

Immagine degli anni Venti del Prater di Vienna con la ruota panoramica e il parco dei divertimenti.

Una rappresentazione di Liebelei di Arthur Schnitzler.

convenienze del moralismo borghese e del conformismo religioso.

Il doppio
uesto disagio al centro delle opere di Arthur Schnitzler. Schnitzler studia medicina seguendo le orme del padre, ma rimane incerto tra la professione e la vocazione dello scrittore, cui si dedicher completamente solo dopo la morte del genitore. assistente dello psichiatra Theodor Maynert, uno dei maestri di Freud. E allo stesso tempo frequenta il caff Griensteidl, dove si riunisce il gruppo dello Jung Wien: Her-

mann Bahr, Felix Salten, Peter Altenberg, Richard BeerHoffmann, Alfred Polgar e Hugo von Hofmannsthal. Nei suoi racconti vi unosmosi tra i personaggi e Vienna, tanto che il personaggio principale che assorbe e ingloba tutti gli altri diventa la citt stessa. Schnitzler racconta gli amoretti come suona il titolo (al singolare, per) di una delle sue opere teatrali pi note e che dest scandalo tra i rappresentanti della borghesia cittadina (giovin signori) e le fanciulle dei sobborghi; gli adulteri e soprattutto la dicotomia tra realt e illusione, tra seriet e gioco, vita e commedia, vita e menzogna, che affonda nelle radici barocche di Vienna. La sua descrizione della belle epoque asburgica, con la sua incredula e cinica sensualit, il malinconico e dispe-

rato carpe diem erotico, per cui la vita una giostra dinganni senza ne, ha una profonda consonanza con la ricerca di Freud. Tuttavia i due non si frequentano, ma a distanza seguono con interesse i rispettivi campi di indagine. Nella lettera inviata allo scrittore per il suo sessantesimo compleanno, Freud si chiede con tormento, per quale ragione io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarLa e di avere un colloquio con Lei. La risposta sorprendente: Io ritengo di averLa evitata per una sorta di paura del doppio. La lettera prosegue esprimendo i motivi di questa paura: Ogni qual volta mi sono immerso nelle Sue belle creazioni, ho sempre creduto di riconoscer dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi ed esiti che sapevo essere miei. Il Suo determinismo, il Suo scetticismo che la gente chiama pessimismo il Suo essere dominato dalle verit dellinconscio, dalla natura pulsiona-

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Una veduta dello studio di Freud.

so e morte costitu il lo conduttore di gran parte dellarte e della letteratura viennesi, e inne della psicoanalisi. Nellarte il pensiero ossessivo della sessualit e della morte si ritrova nelle opere dei massimi artisti viennesi, come Gustav Klimt ed Egon Schiele.

Il nuovo sapere
e ora torniamo al punto di partenza, ovvero al riuto di Freud di legare allambiente viennese la nascita della psicoanalisi, possiamo a ragion veduta riconnettere questa posizione al suo desiderio di fare della psicoanalisi una scienza posta allinterno del paradigma classico. Invece la psicoanalisi a tutti gli effetti un tassello della grande cultura mitteleuropea e condivide con essa la costruzione di un diverso paradigma del sapere. Del rapporto tra Freud e la cultura mitteleuropea e in particolare del rapporto Freud-Wittgenstein si occupato Aldo Gargani, uno dei pi importanti loso italiani del secolo scorso, scomparso nel 2009. Infatti, nonostante le molte riserve sollevate nei confronti di Freud, Wittgenstein dichiara nel suo Nachlass di potersi considerare un discepolo di Freud. Questa discendenza deriva dalla concezione del losofo austriaco del lavoro losoco come analisi, come terapia linguistica destinata a dissolvere i falsi problemi della losoa tradizionale, piuttosto che a risolverli. La lettura di Freud fatta da Wittgenstein tende a distruggere le mitologie esplicative costruite dal padre della psicoanalisi, sostituendole con una rete di possibilit interpretative. Non difcile notare che la posizione della psicoanalisi, con il suo rapporto univoco tra signicante e signicato, del tutto estranea alla cultura viennese, la

le delluomo, il suo demolire le certezze culturali convenzionali, laderire del suo pensiero alla polarit di amore e morte, tutto questo mi ha colpito con uninsolita e inquietante familiarit [...]. Cos ho avuto limpressione che Ella attraverso lintuizione ma in verit attraverso una rafnata autopercezione sapesse tutto ci che io ho scoperto con un faticoso lavoro sugli altri uomini. Credo, anzi, che nellistinto Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo, cos sinceramente obiettivo e impavido, come nessuno prima di Lei. Non questo il luogo per analizzare il rapporto di Schnitzler con le teorie di Freud. Basti segnalare alcune perplessit contenute in una serie di fogli riuniti da Schnitzler sotto il titolo Psicoanalisi e conservati fra le carte postume nella biblioteca delluniversit di Cambridge: Non nuova la psicoanalisi, ma Freud. Cos come non era nuova lAmerica, ma Colombo. Nei suoi appunti incrina la validit di molti dei capisaldi freudiani: il complesso di Edipo, il complesso di castrazione e persino linterpretazione dei sogni. A questo proposito Schnitzler non solo ritiene spesso arbitraria la simbologia onirica, cos minuziosamente codicata da Freud, ma sostiene: Solo quei fenomeni che sono passati nella nostra coscienza sono utilizzabili per linterpretazione dei sogni. Erroneo , secondo lo scrittore, linteresse ec-

cessivo degli psicoanalisti per linconscio: [La psicoanalisi] parla di conscio e inconscio, ma tralascia troppo il medioconscio []. Il medioconscio [...] costituisce il campo pi vasto della vita psichica e spirituale; da l gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio o precipitano nellinconscio []. La rimozione avviene molto pi spesso in direzione del medioconscio che dellinconscio. Ma al di l delle differenze teoriche indubbia una consonanza: in Schnitzler la psicoanalisi si fa canto, scriveva Italo Alighiero Chiusano. Ed propria questa consonanza che fa di Vienna lhumus ideale per le teorie della psicoanalisi. Non solo la letteratura ad occuparsi di questa costellazione. Osserva Bettelheim che durante quegli anni di lenta morte dellimpero, dunque, sessualit e distruzione coesistevano in sinistro accostamento in molti aspetti della cultura viennese []. Linterconnessione tra ses-

cui caratteristica la distruzione dei rapporti univoci di signicazione e la creazione di nuovi e pi complessi linguaggi. A questo proposito Wittgenstein osserva che quando Freud parla di certe immagini per esempio limmagine di un cappello come simboli, o quando dice che limmagine signica una certa cosa, sta parlando di interpretazione, e di ci che chi sogna pu essere portato ad accettare come uninterpretazione. Ovvero, come precisa Gargani, sta parlando di interpretazione, non sta denotando una referenza. Ci vuol dire che non riconosce lidentit di un punto di vista precostituito, ma accetta un altro modo di vedere, un diverso paradigma. Linterpretazione si costituisce mediante il dialogo, mediante un atteggiamento non passivo del paziente, cui non si chiede un riconoscimento di una costruzione proposta dallanalista, ma un ascolto attivo, costruttivo. Non esistono dati neutrali, obiettivi e immediati, come non esiste un rapporto referenziale univoco. Da qui nasce la dimensione narrativa della psicoanalisi, che la avvicina al nuovo statuto dei saperi sorto nella Vienna tardoasburgica, caratterizzata dalla elaborazione letteraria in termini di metafore delle stesse strutture concettuali e teoriche pi astratte. Il valore della narrazione reso magistralmente nella novella di Musil Il merlo. Due uomini, A1 e A2, amici dinfanzia, dopo essersi persi di vista si incontrano e A2 narra tre episodi della sua vita. A1 lo ascolta e alla ne chiede: Vorresti forse suggerire cerc di sapere A1, guardingo che tutto questo ha un signicato comune? Dio mio rispose A2, successo per lappunto cos; e se ne conoscessi il senso, non avrei avuto bisogno di raccontarti nulla.

Corbis / P. Aprahamian

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Cereria Terenzi: quando lItalia funziona


pendenti e 850 operatori per la rete distributiva. ma di prodotti che comprende, tra laltro, candele, profumatori, lampade catalitiche e sassi dal respiro naturale.
G G

LEADER GLOCALISTI

La Cereria Terenzi ha oggi uno stabilimento di 17mila mq a San Giovanni in Marignano, a due passi dalla sede amministrativa, rimasta a Cattolica, un fatturato 2010 di 8 milioni, circa 100 diDai laboratori romagnoli esce una gam-

portante mercato per noi. In quali altri paesi esportate? In prevalenza nel mercato europeo. I principali? Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Russia, Olanda, Svizzera, Germania, nei Paesi scandinavi. Anche in Cina, malgrado il cambio sfavorevole. Abbiamo avviato progetti interessanti negli Usa e in Canada e siamo in fase di esplorazione o prime trattative a Singapore, in Giappone e in Thailandia.
Ci sono spazi nel mercato thailandese? S, perch il Paese dove, tipicamente, il massaggio abitudine diffusa nel costume e assume quasi la forma del rito. Per questo mercato abbiamo inventato una candela cosmetica da massagI NUMERI gio, dermatologicamente testata. Anno di nascita: 1968

tone, non sbiancato chimicamente. I coloranti sono a base di pigmenti naturali; profumi ed essenze sono a norma Reach (Registration, evaluation and authorisation of chemicals), certicate da enti come Ral o Ifra (International Fragrance Association). Le norme europee nel nostro settore sono giustamente molto rigorose, in particolare la direttiva 95/CE del 2001.
Per produrre candele occorre fare ricerca? Certo. Noi abbiamo un laboratorio di R&S dove lavorano dodici persone. Ogni anno investiamo circa il 12% del fatturato in ricerca. La maggior parte dei consumatori non immagina che una candela possa inquinare. vero. Non c informazione su questo tema, n molta sul nostro settore: lhome fragrance. Insieme a Giunti editore abbiamo pubblicato un libro sulla storia della candela La luce perfetta. Le candele fra tradizione e innovazione che si propone di informare il consumatore per fare acquisti sicuri. Una sorta di guida alla qualit. stato tradotto in quattro lingue: italiano, inglese, francese e spagnolo. Vediamo la rete commerciale. Mi occupo personalmente della direzione commerciale e seguo con il mio team lo sviluppo dei progetti speciali. Sono afancato da due responsabili. Allestero contiamo su distributori specializzati nel canale del lusso e ufci di rappresentanza. Noi abbiamo sei brand, ma come se ciascuno fosse unazienda a parte, che opera con proprie regole e proprie strutture commerciali. Chi sono i vostri competitor italiani? Ci sono oltre 300 operatori nel settore, sparsi sullintero territorio nazionale. Si tratta di realt molte diverse tra loro: si va dal piccolo negozio, che magari ha una produzione propria, allindustria che rafna le materie prime. Le aziende di medie dimensioni, come la nostra, sono una decina, in prevalenza al Nord. E quelli esteri? I produttori europei, specie quelli della Germania, hanno caratteristiche differenti dalle nostre: sono di grandi dimensioni, con produzioni massive concentrate su pochi prodotti. Oggi, inoltre, si stanno affacciando nuovi

Ecco come Pao-

Fatturato di gruppo (2010): 8 milioni. Utile netto consolidato ante imposte (2010): 3,5%. Numero dipendenti: 100. Quota export: 8% sul fatturato.

lo Terenzi, presidente del gruppo, racconta questo nuovo caso di successo imprenditoriale allitaliana.
G a cura di Antonio Barbangelo

Lei quando entrato in azienda? Nel 1993, avevo 25 anni. Ma conosco queste stanze e i nostri laboratori da quando ero bambino. Naturalmente, da piccoli giocavamo con le candele. Come cambiarono le candeline per le torte di compleanno quarantanni fa? Nostro padre Evelino ebbe unidea innovativa: realizzare candele con materie prime per uso alimentare. Oggi questa cosa pu sembrare ovvia, ma nel 1968 pareva qualcosa di atipico. In quel periodo la parafna per candele proveniva dal riciclo di scarto da idrocarburi.

a storia imprenditoriale della Cereria Terenzi inizia verso la ne degli anni Cinquanta. Siamo a Cattolica, in provincia di Rimini: Guglielmo Terenzi, insieme al fratello, inizia a produrre candele destinate al mondo votivo e religioso. Nel laboratorio muove i primi passi anche il glio Evelino, che alcuni anni dopo, nel 1968, sceglie di aprire una sua azienda, in una stanza di 16 metri quadri accanto alla casa paterna. Evelino inizia a fabbricare candele in grado di stare a contatto con gli alimenti, come le torte per compleanno. Abbandona cos il vecchio sistema di fusione della cera a vapore e mette a punto un nuovo processo che utilizza lacqua calda; pi impegnativo e costoso, ma compatibile con lambiente e attento alla salute dei clienti. Il sistema ha successo e anche pap Guglielmo decide di seguirlo nella nuova impresa. Da allora molta acqua passata sotto i ponti del Marecchia (che sfocia poco sopra Cattolica). Lazienda, inoltre, realizza progetti di marketing sensoriale e creazioni di logo olfattivo. Per le buone pratiche di responsabilit socia-

Principali Paesi export: Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Russia, Olanda, Grecia, Svizzera, Germania, Cina.

Paolo Terenzi.

le dimpresa, nel 2007 ha ricevuto il Sodalitas Social Award, ed stata selezionata per il 3 Csr Europe Enterprise 2020 Marketplace di Bruxelles. Vendiamo sia attraverso sei brand della nostra societ, sia con produzioni private label, per case come Acqua di Parma, Ferragamo o Richard Ginori, spiega Paolo Terenzi. Esportiamo circa l8% del fatturato. Dove avete iniziato con lexport? In Francia, circa dieci anni fa, con piccoli clienti, aggiunge il presidente. La Francia ancora oggi un im-

Perch tanta attenzione a questi aspetti? Le candele possono essere fonte di inquinamento indoor e possono provocare anche malattie polmonari, perch producono particolati e polveri sottili. Lallarme stato sollevato da autorevoli enti internazionali, quali lEpa (Environmental Protection Agency), lagenzia Usa per la protezione dellambiente e da varie associazioni di consumatori nel mondo. Voi come vi muovete? Utilizziamo solo parafna rafnata al 100% per uso alimentare e idrogenata, priva di benzene e di toluene: sostanza che non nociva per la salute. Lo stoppino in co-

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competitor dellEst Europa, con bassi costi di mano dopera. una vera spina nel anco per questo mercato, che dopo aver subito la fase di produzione cinese con costi assurdamente ridotti allosso, ora deve fare i conti con un nuovo fronte della concorrenza, in qualche misura squilibrata.
Dove acquistate le materie prime? Hanno subito variazioni di prezzo? Le nostre materie prime vengono dalla Germania, dove hanno le migliori parafne rafnate. Le quotazioni sono determinate da un listino internazionale, denito alla Borsa di Rotterdam. Da oltre un anno stiamo subendo aumenti, legati alle speculazioni sul petrolio e i suoi derivati. Solo nei primi tre mesi del 2011 laumento medio della materia prima ha subito un incremento superiore al 30%. Quali sono i principali eventi espositivi nel settore a cui partecipate? Le nostre ere di riferimento sono il Christmas World di Francoforte, dedicato alla decorazione della casa e del Natale, e lExsence di Milano, evento riservato alla profumeria artistica mondiale. Ma assistiamo anche i nostri distributori esteri nelle ere dei rispettivi Paesi: per esempio al Giftrends di Madrid, o in altri eventi di settore nei Paesi scandinavi. E le previsioni di consumo cosa dicono? In Italia il mercato delle candele presenta una curva in fase crescente, soprattutto se consideriamo il gap di consumo rispetto ad altri Paesi europei. Si prevede una crescita del consumo pro capite no al 2015. Dovremmo arrivare ai valori attuali della Francia. Chi sono nel mondo i maggiori consumatori di candele? In Europa sono gli svedesi. Nel 2010 nel Paese scandinavo sono stati consumati 4.400 grammi pro capite, in Germania 1.850, in Francia 960, in Italia 125. Spagna e Portogallo sono sui nostri livelli, Olanda e Belgio si attestano intorno ai 700 grammi. Negli Usa sono poco sopra ai consumi della Svezia. Quali potenzialit presenta per voi il mercato svedese? Abbiamo siglato una partnership con unazienda svedese specializzata nel settore, che si svilupper soprattutto nellambito dei profumi e del marketing sensoriale.

Lobiettivo di raggiungere, con il nostro partner, un giro daffari di 1,5 milioni di euro entro il 2013.
Ha parlato pi volte di marketing sensoriale. Ci spieghi meglio. Lolfatto, come leva di comunicazione, un senso poco utilizzato. Tutta la comunicazione commerciale e la pubblicit sono incentrate sulla vista e ludito. Mentre gli specialisti in questo campo ci dicono che la leva di acquisto del consumatore medio inuenzata per l86% proprio dallodore. La nostra azienda realizza progetti di marketing sensoriale e creazioni di logo olfattivo. Sono progetti che si svolgono, in genere, nellarco di 24 mesi. Creiamo essenze personalizzate nei nostri laboratori, intrecciando le funzioni e le propriet di prodotti come diffusori a osmosi o candele in grado di catalizzare le polveri. Come si crea un logo olfattivo? Si elabora un logo olfattivo in funzione del target che si vuole raggiungere. Prendiamo un caso storico di scuola, come il profumo legato al marchio Borotalco: laroma dolce della vanillina richiama quello dei pasticcini mangiati in famiglia la domenica e di creme al latte preparate per i bambini; simboleggia la tenerezza della mamma nei confronti del proprio glio. Creare un logo olfattivo unoperazione molto delicata: non solo lodore scelto deve esprimere i valori dellazienda, ma anche ottenere il pi vasto consenso possibile. Ma non esistono odori universali: un odore piacevole per qualcuno potrebbe produrre un effetto di disgusto per altri; ecco perch pi ristretto il target dei consumatori a cui si rivolge il prodotto, pi semplice sar il compito di creare il suo logo olfattivo. Ci sono aziende che effettuano operazioni molto complesse con il contributo di studi psicologici prima che un certo odore diventi la rma olfattiva di un prodotto. Qual stata lesperienza pi interessante di marketing sensoriale allestero? Un progetto che ha permesso nel 2010 lapertura del primo wine bar sensoriale in Giappone, a Hiroshima. Come nato il tutto? Da un viaggio di lavoro a Dubai di due anni fa. In aereo ho conosciuto lexport manager di una nota azienda vinicola italiana, che mi raccontava delle sue difcolt nel far conoscere il vino in Paesi di cultura

Evelino (scomparso), Tiziana e Paolo Terenzi.

differente rispetto a quella europea. Mi venuta unidea: bisognava usare il vocabolario dellemozione e dellolfatto, non quello della ragione, parlando magari di propriet organolettiche. Cos abbiamo costruito un percorso olfattivo con tre diverse aree allinterno del wine bar; il consumatore che le attraversa pu comprendere meglio un vino che parla romagnolo attraverso i profumi. un modo per fare branding intorno al vino.
Rimaniamo in Asia. Quando avete scoperto il mercato cinese? Nel 2008. Proprio nel periodo in cui era allapice in Cina lexport di candele scadenti e nocive a prezzi stracciati. La mancanza di controlli e normative nel Paese asiatico ne favoriva la vendita in Italia e in Europa. I nostri clienti cinesi erano e sono ben consapevoli del problema, perch forniscono i monasteri buddisti del Paese, che utilizzano quanti enormi di candele. E linquinamento era ben visibile, con effetti spiacevoli sui monaci. Cosa vi hanno chiesto i clienti del Paese asiatico? C un aspetto che mi ha colpito: i clienti cinesi erano poco interessati al prezzo, ma estremamente rigorosi su certicazioni e prove dei fumi delle candele in laboratorio. In altre parole, mentre tutta lEuropa correva a comprare candele cinesi scadenti a prezzi bassi, nel Paese dei mandarini si riutavano di acquistare ci che vendevano a noi europei, cercando invece la qualit. Allinizio

non hanno comprato il design italiano, ma la candela pi classica e semplice del mondo: la lumella tea light, con il contenitore in alluminio. Volevano solo la qualit e la sicurezza per la salute dei monaci. La prima fornitura stata inviata per aereo: un pallet con circa 40mila candeline. Oltre alle schede tecniche e agli esami di laboratorio hanno voluto la bandiera italiana sulla confezione. Da quellordine di prova ne sono arrivati altri. Oggi larticolo si evoluto in una candela, sempre in un contenitore di alluminio, che deve ardere per tutto il tempo della funzione religiosa.
Facciamo qualche previsione. un mercato che pu esprimere altre potenzialit? Certo. Non solo legato alle candele per i monasteri. Sono player concreti, attenti alla sostanza. E tecnicamente preparati: conoscono le materie prime impiegate nei processi di produzione. Naturalmente questo mercato offre molte altre opportunit, specie nel settore del lusso. Dallultima era in Germania abbiamo ricevuto numerose richieste per questa linea (il brand Tiziana Terenzi); ora stiamo valutando quale sia il migliore partner sul territorio cinese per la distribuzione. Anche con lazienda vinicola fortemente orientata al Far East stiamo realizzando candele per degustazioni dedicate al mercato cinese, che saranno lanciate nel secondo semestre dellanno. Tutto lascia pensare che in Asia ci siano ampi spazi di mercato da esplorare.

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rubrica

LETTURE PILOTATE a cura di Alessandro Giulio Midlarz


Mark B. Smith Property of Communists. The Urban Housing Program from Stalin to Khrushchev
presentato da Alessandro De Magistris

Tiziana Cavasino e Herta Elena Rudolph (a cura di) Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dallEuropa dellEst
presentato da Francesca Lancini

Stefano Bottoni Un altro Novecento. LEuropa orientale dal 1919 a oggi


presentato da Carla Tonini

Win Tin e Sophie Malibeaux


postfazione di Cecilia Brighi

Una vita da dissidente


presentato da Farian Sabahi

Northern Illinois University Press, De Kalb, 2010 / 252 pagine / 40 $

Caravan Edizioni / 208 pagine / 12,50

Carocci Editore / 404 pagine / 27,00

O Barra O Edizioni / 232 pagine / 16,00

uesto libro, davvero eccellente, fornisce un decisivo apporto alla storia urbana dellUnione Sovietica del secondo dopoguerra. Pone attenzione agli sviluppi del rapporto tra sfera pubblica e privata (uno degli aspetti pi interessanti del saggio) e alle linee di continuit e rottura tra epoca staliniana e destalinizzazione, osservate sotto langolatura privilegiata del nodo abitativo e delle risposte che a esso vennero date. Per molti versi il lavoro pu essere letto come lepilogo di un altro recentissimo e notevolissimo contributo storiografico, parimenti meritevole di segnalazione, sulla vita nelle citt della tarda fase dello stalinismo: The Hazards of Urban Life in Late Stalinist Russia, scritto da Donald Filtzer,

uno tra i massimi studiosi della materia. Basando e articolando la narrazione su un corposo e variegato repertorio di fonti, dalle pubblicazioni specializzate e di divulgazione alla letteratura e al cinema, lo studioso, docente presso lUniversit di Leeds, spinge in profondit lesplorazione e lanalisi di aspetti decisivi di quella vera e propria seconda rivoluzione, destinata a dare una casa individuale a decine di milioni di persone. Rivoluzione che segn molti elementi cruciali della storia sovietica e, in particolare, il rinnovato compromesso che il regime cerc di stringere con il Paese, dopo la scomparsa del dittatore, per rispondere allinsostenibile quadro in cui ancora viveva larga parte della popolazione a dieci anni dalla fine del conflitto mondiale. In parte frutto di scelte gi impostate a partire dagli anni della guerra e nella tarda fase dello stalinismo, questo programma rinnovatore fu inquadrato, pi di quanto non venga sottolineato dallo stesso Mark Smith, in un vasto alveo di riforme, innanzitutto sanitarie. E lungi dal limitarsi a ridisegnare le caratteristiche dello spazio domestico, mir ad affermare un nuovo modello di citt capace di promuovere una coscienza sociale e, soprattutto, un livello di vita adeguato a sostanziare e promuovere la modernizzazione varata dal Partito comunista agli albori degli anni Sessanta.

e strade, gli odori, le case, leccitazione e il pianto, i sogni e la desolazione: c un podi tutto in questa antologia di racconti che la piccola casa editrice indipendente di Roma ha scelto per riunire quattordici storie minimali dellEuropa dellEst. Quello che fino a ventanni fa era per molti un ammasso indistinto di identit e di pensieri, in queste pagine diventa un mondo familiare e respingente, che si articola e si distingue nelle sensibilit e nelle riflessioni di undici giovani e quasi esordienti scrittori rumeni, cechi, polacchi, croati, ungheresi e persino greci. La scelta della forma racconto si rivela azzeccata, laconica a sufficienza per calarsi senza filtri nei condomini di Cracovia, nei nightclub di Brno, sui tram di Bucarest e per le strade di Salonicco, per osservare le vite degli altri, ascoltare le inquietudini dellanima o il desiderio di assaggiare il miglior grosz di Budapest. [] dentro tutto, mettici dentro tutto, faceva s con la testa, come se la muovesse al ritmo del buzuki, uno di fronte allaltro i due uomini di centoventi chili, fuori la nuvoletta di gas di scarico, anche la paprika, sorrideva il greco, s, faceva lungherese, eh gi, ha detto il greco, cos la vita, lasciamo che sia piccante il doppio.

siste unEuropa orientale come regione distinta dal resto del continente e le cui caratteristiche storiche principali sono larretratezza economica e culturale? I tentativi, fatti dagli studiosi dellarea, di definirne i contorni geografici e sociali sono sempre finiti in giochi di inclusioni ed esclusioni che hanno complicato, piuttosto che facilitato, la comprensione delle vicende dei Paesi esteuropei. Dopo il 1919, e fino alla Seconda guerra mondiale, gli Stati indipendenti dellEuropa orientale furono parte integrante dellOccidente, di cui adottarono i modelli politici (costruzione dello Stato nazionale), economici (crescente ingerenza dello Stato nella sfera economica) e culturali (fascismi, comunismi, socialdemocrazie). Se la rottura con lOccidente c stata, come mostra il libro di Bottoni, questa intervenuta alla fine della Seconda guerra mondiale, quando la regione stata conquistata dallArmata Rossa ed divenuta, nei successivi quarantanni, il laboratorio della trasformazione radicale della societ e della costruzione delluomo e della donna nuovi. Questo progetto ha richiesto una dose di violenza straordinaria, necessaria a sradicare le culture e le tradizioni europee di questi Paesi e a imporre un modello unico e omologante di vita. E, tuttavia, n la violenza dei primi anni n i tentativi

di aggiustamento ai bisogni delle societ esteuropee, fatti a partire dagli anni Sessanta, sono serviti a mantenere in vita i regimi comunisti, che dagli anni Settanta hanno iniziato il lento declino che li ha portati alla scomparsa dalla scena politica dopo il 1989. La storia di Bottoni, basata sulla storiografia pi recente, sfata soprattutto il mito dellavvenuta omologazione dei Paesi dellEst durante il comunismo e mostra come i regimi si sono inseriti nella regione con modalit differenti, alle quali le rispettive societ hanno risposto con strategie diversificate. Solo mettendo in luce le diverse esperienze si comprende la molteplicit delle scelte fatte dai governi nel post 1989 per costruire sistemi democratici ed economie di libero mercato. Tutto sommato, conclude Bottoni, lEuropa orientale gode oggi di unapprezzabile stabilit istituzionale: i partiti estremisti e xenofobi hanno raggiunto consensi notevoli senza mai minacciare seriamente la scena politica. Come il resto dellEuropa, oggi la regione soffre dei problemi legati alla disoccupazione giovanile, al calo demografico e alla necessit dintegrare i gruppi minoritari presenti nei Paesi.

l mio capo sanguinante ma indomito la citazione, tratta dalla poesia Invictus di William Ernest Henley, che ha accompagnato il dissidente birmano Win Tin durante la sua lunga detenzione. Laveva scritta sui muri della sua cella, che ha lasciato il 23 settembre 2008 dopo diciannove anni di torture e vessazioni. Giornalista e fondatore, con il Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, della Lega nazionale per la democrazia in Birmania, lanziano Win Tin stato vicepresidente del sindacato degli scrittori del suo Paese. Nella sua testimonianza insiste sulla nostra responsabilit personale perch latteggiamento di ognuno di noi importante.

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CHIUSO IN REDAZIONE il 30 giugno del 2011

WHOS WHO
Un grazie affettuoso a quanti hanno collaborato a questo 37 o numero di east. Ecco i loro profili.
CLAUDIA ASTARITA, laureata in Scienze internazionali e diplomatiche; master in International Affairs presso lIspi, attualmente dottoranda presso il Centro di studi asiatici della Hong Kong University e ricercatrice associata presso il Centro studi francese sulla Cina di Hong Kong. Collabora con Panorama.it. ANTONIO BARBANGELO, giornalista, ha lavorato per Gente Money, Banca Finanza, Italia Oggi, LImpresa. autore del libro Pausa caff (Egea), sul mercato della distribuzione automatica. EMANUELE CONFORTIN, giornalista pubblicista, esperto di India e Asia meridionale. Ha collaborazioni con lArena di Verona, Peace Reporter, Area, il Mulino e il Gazzettino. Gestisce il blog www.indika.it. ALEXIA DE STEFFANI, laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano, frequenta il dottorato in Urbanistica presso lo Iuav di Venezia. MASSIMILIANO DI PASQUALE, laurea alla Bocconi, ha lavorato a Londra nel marketing. Membro dellAisu (Associazione italiana di studi ucraini), collabora con Affari Italiani, Liberal, Vie dellEst, Avvenire, Osservatorio dei Balcani e Metropoli de la Repubblica. FRANCESCA DONINI, laureata in Relazioni internazionali comparate allUniversit Ca Foscari di Venezia con una tesi su Terrorismo e narcotraffico, conosce larabo e il persiano ed ha collaborato con lUfficio dellAddetto per la difesa presso lAmbasciata dItalia in Pakistan. DANILO ELIA, avvocato, si occupa di viaggi. Ha scritto La bizzarra impresaper Vivalda editori, tradotto in tedesco dal National Geographic e, di prossima uscita, Mediterraneo per Argonauta. Scrive per Plein Air e Azione, periodico svizzero. CECILIA FERRARA,giornalista, dopo una lunga carriera in radio a Firenze, si trasferita prima a Sarajevo e poi a Belgrado, scrivendo come freelance e lavorando per la cooperazione italiana allo sviluppo. Corrispondente dalla Serbia per Osservatorio Balcani, collabora con riviste e quotidiani tra cui Venerd di Repubblica, Il Manifesto, Avvenire e altri. NICOLETTA FERRO, studiosa di sviluppo sostenibile, da tre anni vive a lavora a Shangai per la Fondazione Eni. ALESSANDRA GARUSI, fotogiornalista specializzata in Medio ed Estremo Oriente. Ha collaborato con varie testate italiane e straniere: LIndipendente, D. la Repubblica delle donne, Anna, The Tablet, Peace Reporter. Nel 1994 stata corrispondente da Londra per LEuropeo e il Giornale. MARINA GERSONY, giornalista, saggista e regista. Ha lavorato in Rai con Enzo Biagi e con il Tg3. Ha collaborato con varie testate fra cui Panorama e il Giornale. Ha scritto Europa low cost e Ci siamo, con O. Bitjoka. CRISTINA GIULIANO, giornalista, corrispondente da Mosca per lagenzia di stampa ApCom. Collabora anche con Bbc Russia. FRANCESCO GUARASCIO, lavora a Bruxelles per lagenzia di stampa Thomson Reuters e collabora con diversi media in lingua inglese specializzati in affari europei e internazionali. Ha realizzato reportage in Afghanistan, Caucaso meridionale, Myanmar, Thailandia e diversi Paesi dellEst Europa. FRANCESCA LANCINI, giornalista specializzata in attualit internazionale e tematiche del Sud del mondo. Collabora con varie testate italiane e con il mensile francese Le Monde Diplomatique. Dal 2009 lavora anche come documentarista. MASSIMO LIBARDI, vicepresidente del Centro studi sulla storia dellEuropa orientale. Si occupa di storia e della cultura della Mitteleuropa. CARLOTTA MAGNANINI, giornalista, scrive su Marie Claire, la Repubblica, lEspresso e sul suo blog Scarpette Rosse. Ha pubblicato due romanzi: Lo shopping compulsivo e Il business matrimoniale. GIUSEPPE MANCINI,storico delle relazioni internazionali, giornalista, analista politico. Vive a Istanbul e lavora come freelance. ALESSANDRO MIDLARZ, giornalista e fotografo freelance, si occupa di tematiche ambientali e geopolitiche. autore di reportage di viaggio e collabora con varie testate italiane. FERNANDO ORLANDI, esperto di Guerra fredda e dei rapporti con il mondo comunista. Dal 1999 dirige il Csseo (Centro studi sulla storia dellEuropa orientale) di Levico Terme. RAFFAELLA PATIMO, ricercatrice di Economia politica presso il Dipartimento per lo studio delle societ mediterranee alla facolt di Scienze politiche delluniversit di Bari. JURICA PAVICIC,da anni collabora con il quotidiano Jutarnji List. Come scrittore, ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello internazionale. ABEL POLESE, ricercatore presso luniversit di Edimburgo. anche ricercatore associato allUniversit della Marmara. Si occupato delle rivoluzioni nei paesi dellEuropa Orientale e ha curato, con Donnacha Beachin, il volume The Colour Revolutions in the Former Soviet Union: Successes and Failure(Routledge, London and New York 2010). AMEDEO RICUCCI, inviato Rai, ha seguito i pi importanti conflitti degli ultimi ventanni, ha vinto il premio Ilaria Alpi. Ha scritto La guerra in diretta. Il volto nascosto dellinformazione televisiva (Pendragon, 2004). MARIOLA RUKAJ, giornalista, corrispondente dellOsservatorio Balcani, collabora con varie testate italiane e tedesche. Collabora con lIstituto di slavistica e studi esteuropei dellUniversit Humboldt di Berlino. FARIAN SABAHI, Ph.D. alla School of Oriental and African Studies di Londra, insegna Storia dei Paesi islamici e Culture e politiche dellIslam allUniversit di Torino. Ha scritto Storia dellIran e Storia dello Yemen. Editorialista del Sole 24Ore, collabora con Radio Popolare. MATTEO TACCONI, giornalista, si occupa di Europa centrorientale, area postsovietica e Balcani. Collabora con il quotidiano Europa. STEFANIA VITI KAWACHI, giornalista, laureata in Lingua e letteratura giapponese allUniversit Ca Foscari di Venezia; ha vissuto in Giappone per lungo tempo. Collabora con numerose testate tra cui Fashion, GQ Italia e Il Messaggero. LIJIA ZHANG, scrittrice e pubblicista. In Italia ha pubblicato Socialismo grande! (Cooper, 2009). Collabora dalla Cina con varie testate internazionali. VITTORIO BORELLI, direttore di east, ha lavorato per Quotidiano dei Lavoratori, Secolo XIX, Espansione, Panorama e il Mondo, del quale stato anche condirettore. Ha pubblicato Diario di un militante intorno a un suicidio (Feltrinelli, 1979) e Banca padrona (Rizzoli, 2005).
Un particolare ringraziamento allintellettuale giapponese Narushige Michishita; a Rabya Kadeer, leader degli uighuri, una popolazione asiatica di origini turcofone; a Paolo Terenzi, presidente della Cereria Terenzi e a Estera Miocic, che ha tradotto dal croato larticolo di Jurica Pavicic.
ERRATA CORRIGE Le foto dei bambini della Ce-

east . europe and asia strategies


anno VII - n. 37 - luglio 2011

DIRETTORE RESPONSABILE Vittorio Borelli, direttore@eastonline.it COMITATO SCIENTIFICO Presidente Federico Ghizzoni
Aldo Bonomi, Emanuele Bevilacqua, Vittorio Borelli, Massimo Cacciari, Seyda Canepa, Ferruccio De Bortoli, Giovanni Moro, Fabrizio Onida, Lapo Pistelli, Sergio Romano, Renato Ruggiero, Giuseppe Scognamiglio, Danilo Taino

COMITATO CORRISPONDENTI
M. Bennigsen, L. Gudkov, U. Gurot, W. Jagielski, P. Matvejevic, M. Ovadia, S. Ozel, F. Sabahi, G. Schpflin, V.Tismaneanu, L. Tomba, L. Zhang

COMITATO EDITORIALE
S. Chiarlone, M. Colandrea, A. Cipolla, A. Delli Colli, E. Fenili, F. Gori, D. Revoltella

cenia, pubblicate su east n.36, sono di Fabrizio Naciaretti di OnOff Picture e non di Cecilia Tosi, autrice del testo.

COORDINAMENTO EDITORIALE Giuseppe Scognamiglio RESPONSABILE TECNICO Cisco Vilalta PRODUCT MANAGER Paola Tassi EDITING Pierfrancesco Borzone TRADUZIONI S. Garavelli, E. Miocic ART DIRECTOR Roberto steve Gobesso

east una testata di UniCredit S.p.A.


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