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LEuropa oltre i mari

0. Un viaggio dal passato


Per oltre cinque secoli, dalla met del Quattrocento, lEuropa ha impresso il suo segno al resto del mondo con lespansione coloniale. Rivisitarne lideologia serve soprattutto per scoprire le profonde radici del nostro presente. Sulla definizione di colonialismo e di altri concetti affini, quali colonizzazione e civilizzazione, incise fortemente la coscienza che i colonizzatori ebbero di se stessi. In primo luogo la convinzione di assolvere a una missione. I conquistatori soffrirono privazioni spesso drammatiche, in ambienti lontani e ostili. Per sopravvivere bisognava attribuire un segno positivo alle proprie fatiche, identificare la conquista con la civilizzazione, immaginare di lavorare per lUmanit. A ci servi egregiamente lidea di Stato nazionale che dallEuropa si espande e conquista territori, e nel fare ci distribuisce benefici al genere umano. Nel 1887 per il tenente cartografo belga Jrme Becker, nel Congo per conto del colonialismo del suo paese, poter dire di aver portato oltremare la civilt appariva la pi valida delle ricompense, una medaglia morale che cancellava (o nobilitava) qualunque ignominia commessa dal conquistatore. Le ignominie belghe nel Congo stavano diventando in quegli anni uno scandalo. Ci che distingueva quel tenente dai conquistadores iberici di tre secoli prima, che per questi ultimi civilizzare significava cristianizzare, ovvero accrescere insieme la potenza della Chiesa e del re cristianissimo. Il tenente belga si appellava a unautorit nuova, al sentimento della bandiera cio della patria. Trovava insomma il proprio sostegno nellidea moderna della nazione come Stato nazionale. Al tempo dei conquistadores solo monarchie forti, grandi potenze terrestri e navali, potevano aspirare a un impero coloniale. Adesso per ambire a possessi coloniali bastava il solo titolo di nazione. Era esso che legittimava a estendere il dominio fin dove lo consentivano le forze della nazione. Il Belgio esisteva come Stato nazione da appena mezzo secolo, aveva un re di seconda fila e occupava in Europa uno scarso ruolo politico. Per contava, perch era una nazione. Negli insediamenti e nella politica coloniale era rinvenibile una costante discrepanza tra il progetto e gli esiti. Tutto ci, di regola, veniva taciuto dalla pubblicistica coloniale. La quale, proprio per conferire allideologia espansionistica una coesione che questa non aveva, si precipitava a esibire limmagine di unopera civilizzatrice coerente, pianificata in ogni dettaglio e di controllatissima attuazione pratica. Essendo dunque il colonialismo colorato di tanti elementi disparati e contradditori, non sorprendono le difficolt di definirlo. Le definizioni hanno rispecchiato epoche e ideologie differenti. Ai tempi di sir Seeley, il fondatore britannico della storiografia coloniale moderna, la colonia sembrava talmente una semplice appendice della madrepatria che era bastata la definizione, del tutto generica, di comunit che derivava da unaltra e che con questultima conserva un rapporto di dipendenza politica (1883). Dietrich Schfer, allinizio del Novecento il primo autore tedesco di storia coloniale, dovette gi precisare meglio. I colonialismi moderni si stavano infatti differenziando nazionalmente e ogni nazione (soprattutto se arrivata in ritardo

come la Germania) dovette costruire un suo proprio primato di valori. Bisognava dunque introdurre lidea della vera attivit colonizzatrice, intesa come un agire dotato di finalit consapevoli rivolte ad ampliare la potenza politica nazionale. Dopo la Seconda guerra mondiale, quando il buon nome dei nazionalismi ed espansionismi cal ed essi subirono un qualche deprezzamento, la difesa del colonialismo cambi tono. In unaccezione pi moderna le colonie si potrebbero forse meglio chiamare territori che sono dominati e controllati per un lungo lasso di tempo da una potenza straniera a fini economici, politici, militari o altri, applicando violenza p minacciandola, e le cui popolazioni autoctone sono state in molti casi annientate o rese schiave, o in alternativa totalmente private di diritti o comunque non equiparate ai cittadini della potenza dominante (Stoecker 1994). Anche questa definizione coglierebbe per solo uno degli aspetti della colonizzazione, quello dei fatti oggettivi. Per una organizzazione complessa come quella occidentale non bastava (se non in singoli casi, ad esempio nei riguardi dei pellerossa americani o degi aborigeni australiani) che le terre da dissodare e da destinare poi allinsediamento venissero procacciate armi alla meno e, quando occorreva, espellendone gli abitanti. LOccidente, come ebbe a notare Norbert Elias, aveva bisogno da un lato di inserire quei popoli nel tessuto della sua propria organizzazione, quella della divisione del lavoro, e dallaltro che vi si inserissero in una doppia veste, cio sia come forza-lavoro, sia come consumatori (1988). Quando esisteva questa doppia veste, il rapporto tra colonizzatori e colonizzati ebbe effetti di lunga durata. Esso modific in varia misura la coscienza e concezione del mondo sia del colonizzatore che del colonizzato. Gli effetti influenzarono anche le complicate vicende, tuttora nientaffatto concluse, della cosiddetta decolonizzazione. Sui modi del colonialismo influ fortemente ci che ne pensavano le singole potenze coloniali. Lespansione coloniale ebbe a connotato generale comune il principio di potenza camuffato da missione di civilt. La raffigurazione di che cosa fosse la potenza, del fine a cui doveva mirare e di come fosse fatta la civilt, dipendeva per dai connotati dellideologia nazionale. Lo stesso avvenne nel campo degli interessi economici materiali. Qui fu lo sviluppo e levolversi della rivoluzione industriale, diverso da paese a paese, a imprimere le sue peculiarit alle rispettive ideologie coloniali. Il nucleo forte delle ideologie coloniali nazionali, dopo qualche preludio nel Settecento, appartiene allOttocento. Ha per intensamente continuato a riprodursi fino a met del Novecento, e non per nulla morto. Se non si sa quali spiriti ideologici abbiano animato i cinque secoli del colonialismo moderno, impossibile capire quel che nei paesi toccati dalla cosiddetta decolonizzazione poi accaduto a ritmi accelerati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Quelle ideologie plurisecolari inoltre non sono affatto estinte e continuano a inquinare il nostro presente.

1. Nascita e fatiche di un mito moderno 1. Tecnologia e cristianesimo


Un testo significativo del filosofo tedesco Leibniz afferma come le realizzazioni tecniche degli europei venissero interpretate quale superiorit dellelemento divino esistente nei cristiani, piuttosto che nei persiani e nei cinesi. Prova ne

sono gli strumenti inventati dagli europei per conoscere il cielo e la terra, ma soprattutto per misurare il tempo. Effettivamente il prodigioso orologio meccanico divent uno status symbol. La Cina aveva ingombranti orologi ad acqua, riservati a imperatori e astrologi, ma non orologi meccanici tascabili e di uso comune. Nozioni esatte sul tempo erano infatti considerate uno strumento di dominio, dunque da precludere al popolo. Neanche il mondo islamico le favoriva. La superiorit europea si esprimeva anche in altri aggeggi, come le armi da fuoco di cui i cinesi, inventori della polvere da sparo, non svilupparono la produzione. In certi campi della tecnica il primato europeo era innegabile. La carta inventata dai cinesi era passata agli arabi, ma sempre con sistemi di produzione strettamente manuali. Prima che arrivasse in Europa, nessuno pens di meccanizzarne la produzione. Europea era stata agli inizi del Trecento linvenzione degli occhiali, importantissima perch consent di allungare di molto la vita produttiva di un individuo. Lattivit economica europea pi dinamica erano le spedizioni navali e lespandersi dei mercati. Crebbe la convinzione che gran parte dei risultati dipendesse dagli strumenti tecnici, e che questi fossero illimitatamente perfezionabili. In realt i risultati della tecnica non dipesero soltanto dagli strumenti, bens dal retroterra culturale di chi li usava, e dagli orientamenti complessivi della societ civile. Nel 15 secolo, a fronte della nave ammiraglia di Colombo lunga appena 30 metri, i cantieri cinesi costruivano giunche lunghe 130 metri, di tecnologia molto avanzata. Con esse lammiraglio Zheng He, in spedizioni del 1405-33, percorse il Mar della Cina nonch lOceano indiano sino allArabia e allAfrica orientale. Secondo tesi periodicamente riaffioranti, avrebbe persino raggiunto nel 1421 il continente americano e poi circumnavigato il globo toccando lAustralia, la Nuova Zelanda e lAntartide. Con quei requisiti la Cina avrebbe potuto diventare egemone almeno nel Mare cinese meridionale e nellOceano indiano. Dove invece, appena centanni dopo, furono le navi europee a dominare. La mancata espansione marittima della Cina, unica nazione paragonabile allora allEuropa per risorse e organizzazione del territorio, una questione aperta. Anche di fronte a unaltra marineria tecnologicamente ottima, quella araba, c da chiedersi perch le navi di Sinbad il marinaio e dei suoi successori non portarono a un dominio arabo del mondo. Braudel osserv che, appunto, non basta la tecnica da sola. Lespansione europea mai sarebbe avvenuta senza laffermarsi delle citt capitalistiche dellOccidente. Sono state esse la forza propulsiva che port allaffermarsi della tecnica europea e delle sue applicazioni. Fattore primario fu insomma il tipo di organizzazione della societ civile occidentale, unito allatteggiamento mentale che vi si accompagnava. Certo, lespansione coloniale fu anche animata dallimpulso di diffondere il cristianesimo. I navigatori e colonizzatori, oltre allidea di essere superiori per civilt, avevano la convinzione di propagare la vera religione. Per limperatore cattolico Carlo V lobiettivo primario delle spedizioni di scoperta e conquista fu la conversione degli infedeli. Siamo noi, oggi, a sapere che dietro quelle convinzioni stavano basilari processi sociali ed economici.

2. Lespansionismo cristiano
I portoghesi in Brasile, sul golfo di Guinea e in India, gli spagnoli nei Caraibi e in Messico, gli inglesi sulle coste della Virginia, i francesi sul fiume San Lorenza, gli olandesi nelle Molucche e a Giava. LEuropa occidentale aveva vissuto tra l11 e il 13 secolo una stabilizzazione e attuazione pratica abbastanza ampia delle idee e norme morali cristiane. Sarebbe stato strano che lespansione europea oltremare di due secoli dopo non si accompagnasse al zelo missionario, anzi non ne venisse addirittura giustificata. Nella penisola iberica, del resto, proprio la cristianizzazione degli infedeli, arabi ed ebrei, o, se non riusciva, la loro eliminazione oppure ghettizzazione, era diventata gi precedentemente un fattore di coesione nazionale. Zelo missionario e autoritarismo politico si coniugavano a meraviglia nei documenti dellepoca. Il regio archivista portoghese Zurara, descrivendo ne 1444 il trasferimento di una partita di schiavi neri da Lagos nel Benin al Portogallo, si rallegrava della facilit con cui quei pagani si erano convertiti al cristianesimo. Anzi ne giustificava la cattura proprio con la necessit di salvarne le anime. Secondo la testimonianza del domenicano spagnolo Las Casas, il celebre autore della Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie (1542), nella pratica, un distaccamento armato si fermava di notte a un miglio da un villaggio, il bando di sottomissione veniva letto agli alberi, un notaio certificava il disubbidiente silenzio degli indigeni, e allalba si invadeva il villaggio per ridurre in schiavit gli abitanti. Il versante religioso del colonialismo nel Nuovo Mondo ebbe anche altri aspetti. Present, sin dallinizio, molteplici speranze in un Paradiso terrestre ritrovato o da riedificare. Colombo vide la propria impresa come il preludio a una riedificazione della Gerusalemme amica nel Nuovo Mondo. Una nuova societ nella cui costruzione coinvolgere persino gli indios. La colonizzazione inglese trov grande sostegno nel biblismo dei protestanti. Robert Gray -nellopuscolo A Good Speed to Virginia (1609) lesse lappello di Giosu agli ebrei, popolo eletto, di estendere il loro territorio come un comando divino di allargare la colonia della Virginia mediante guerre contro i pellerossa. Comunque la colonizzazione aveva per Gray anche un preciso obiettivo politico. Lemigrazione nel Nuovo Mondo gli sembrava lunica ricetta per unInghilterra sovraffollata, dunque minacciata di miseria e sovversione. Nel 1634 il diario di Winthrop, primo governatore della colonia del Massachusetts, registr come un segno di Dio il vaiolo che faceva strage dei pellerossa: come se il Signore avesse voluto in questo modo intestare a noi la propriet delle terre su cui stiamo. Sempre corredata da citazioni bibliche, continuer ancora nel Settecento limmagine degli indigeni americani che sono barbari perch sudditi di Satana. Il diabolico selvaggio era del resto un luogo comune. Di ritorno da una spedizione decennale in Oriente il giardiniere tedesco Georg Meister descriveva nel 1692 gli ottentotti del Capo di Buona Speranza come gente la cui abilit nellallevamento del bestiame deriva da un patto con il demonio. Ancora nel Settecento inoltrato, si giudicava un paese extraeuropeo sulla presenza o assenza della fede cristiana. In testi ottocenteschi, ad esempio dellesploratore francese Denis, prevalse lidea che il successo delle riduzioni (missioni dei gesuiti) fosse dipeso non tanto dallo spirito religioso, quanto da un paternalismo assistenziale consono

allanimo indigeno. Se applicato ad un popolo europeo, il governo dei gesuiti sarebbe stato assurdo ed in breve abbattuto, mentre invece si adattava perfettamente al carattere degli Indigeni, suppliva alla loro inferiorit ed era per quegli uomini fanciulli una benefica tutela. Lidea della benefica tutela corrispondeva alle istanze della pedagogia coloniale ottocentesca. Le tesi sulla minorit dellindigeno saranno, un secolo dopo, il bersaglio delle analisi di Freyre, il grande critico del colonialismo portoghese. Originariamente lincivilimento si richiamava a valori religiosi cristiani. Essi resteranno in primo piano finch non prender forma lidea che la civilt moderna da recare oltremare sarebbe consistita invece nei valori laici impersonati dallo Stato nazione. Freyre fa sua losservazione, presente gi in storici dellOttocento, che proprio il Portogallo, grazie alla sua precoce unit politica e giuridica, appare come la prima nazione completa nellEuropa del 16 secolo. Agli inizi per lidentit collettiva era pur sempre rappresentata ancora dalla religione. Il portoghese riteneva suo uguale soltanto il correligionario, e in Spagna oltre alla religione doveva esserci anche la purezza di sangue. Erano idee che, lentamente, cambiarono soltanto quando nei libri contabili dei mercanti crebbero le cifre dei profitti, e si cominci a capire meglio da dove quei graditi segni positivi nascessero.

3. Il commercio reca civilt


Certe idee sui rapporti politici collettivi, sorte originariamente nelle citt comunali, cominciarono a diffondersi e penetrarono anche nella visione di qualche filosofo, come Spinoza nel 1670 a proposito della prosperit commerciale della citt di Amsterdam, e di Voltaire nel 1733 sulla Borsa di Londra. Luno rimarcava che nella floridissima Amsterdam convivono uomini di tutte le nazionalit e di tutte le religioni. Ai quali non interessa la confessione religiosa del partner commerciale, ma soltanto se costui sia ricco o povero, e se sia solito agire in buona o cattiva fede. Voltaire constatava che nella Borsa londinese il giudeo, il maomettano e il cristiano trattano luno con laltro come se fossero della medesima religione, e non danno lappellativo dinfedeli se non a coloro che fanno bancarotta. Nelle colonizzazioni continuarono a svilupparsi, a differenza che in quelle iberiche. Celebri passi del Manifesto del partito comunista (1848) di Marx ed Engels descrivono la borghesia come portatrice di un progresso scaturito dai commerci. I prodotti delle manifatture europee apparvero ben presto nei luoghi pi disparati in soli tre anni 1658-61 gli armaioli di Birmingham vendettero oltre 5.500 moschettoni sulla Costa dOro. Uno dei primi effetti della civilt europea era stato di potenziare quel mercato. Essendo s europeo il trasporto della merce nera per mare, ma affidato ad arabi e africani il compito di procurarla, si capisce quanto quel traffico dovette condizionare idee e comportamenti delle popolazioni indigene. Nacque una vera e propria rete globale di rapporti economici e sociali. Schiavi africani vengono deportati nelle Americhe, cinesi e bengalesi reclutati a forza per le colonie olandesi dellAsia sudorientale dove essi costruiscono Batavia, bambini irlandesi sono venduti come servi nelle Indie occidentali. Gli europei copiarono prodotti tessili indiani e porcellani cinesi, bevevano la cioccolata degli indios americani e ne fumavano il tabacco. Dalla globalizzazione selvaggia nacque una catena di orrori. Contro di essi protesteranno alcuni intellettuali del secolo illuministico, tra cui Herder.

Il colonialismo incontr anche ostacoli interni. Alla chiusura delle colonie verso lesterno si affiancava allinterno una piramide di gerarchie etnici stico-razziali costruite sui criteri del sangue. NellAmerica spagnola stavano al vertice i creoli (cio gli spagnoli nati in colonia); sotto i loro meticci, cio il gruppo etnico dei piccoli funzionari, sorveglianti capi locali e bottegai; alla base gli indios per il lavoro manuale. I portoghesi non potevano permettersi la limpieza de sangre. Una madrepatria che ancora allinizio del Cinquecento contava meno di un milione e mezzo di abitanti, poteva reggersi oltremare soltanto grazie a mescolanze etniche, le quali infatti diventarono la regola. Fu in compenso tanto pi rigida lidentit religiosa, come unico criterio dellidentit nazionale rimasto. Ogni straniero andava bene, purch cattolico. Non si commercia per a lungo se il partner percepito come un nemico religioso. N si fa navigazione e commercio se a un certo punto, in patria, vengono a mancare tecnici, esperti e scienziati a causa di persecuzioni di fede. A Lisbona, nel 1506, il primo pogrom antiebraico fece duemila vittime. Gi ebre fuggirono portandosi via capitali, esperienza commerciale, spirito di impresa e conoscenze scientifiche: dal 16 secolo non cerano pi astronomi nel Portogallo, e il primato scientifico pass agi olandesi. Spinoza e Voltaire, insomma, non avevano torto a rimarcare che uneconomia commerciale doveva anzitutto emanciparsi da ipoteche religiose confessionali. E stato notato che fu in particolare il sistema commerciale olandese a incrementare, a livello ideologico, un inarrestabile processo di disgregazione della concezione biblico-cristiana, e parallelamente, sul piano economicosociale, a sviluppare elementi decisivi per decretare la morte del sistema feudale europeo. Ma se, sulla scia degli scambi e dei traffici, arrivavano insieme ai valori di civilt anche gli orrori del commercio di rapina e della tratta degli schiavi, bisognava forse condannare tutto lo spirito commerciale in blocco? Alla fine del Settecento lilluminista francese Condorcet, nel suo Saggio di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, esponeva una filosofia della storia basata sui benefici del libero commercio. Il postulato fondamentale era che le moderne idee della democrazia avrebbero corretto gli orrori del commercio di rapina.

4. La naturale inferiorit delle genti di colore


Lassioma dellinferiorit degli indigeni dovuta a natura e destino vi fu subito. Il letterato portoghese Magalhens spiegava ad esempio che alla lingua dei tupiguaran brasiliani mancano tre lettere, la F, la L e la R perch essi non hanno n Fede, n Legge, n Re. Ci avrebbero pensato gli europei a imporre civilt e morale. Lobiettivo primario, cio la conversione al cristianesimo, apr uno spinoso quesito, teologico ma con forti risvolti giuspolitici. Quei selvaggi cos inferiori per morale e intelligenza, sarebbero davvero, con il battesimo, diventati uguali ai bianchi? A motivare la disparit-inferiorit degli africani soccorreva la Bibbia. Gli abitanti dellAfrica discendono da Cam, figlio di No, che aveva deriso la nudit del padre ubriaco e venne perci maledetto. Era unidea espressa nel Cinquecento, non per su basi bibliche, anche dal geografo arabo Alhassan, conosciuto come Leo Africanus, in una sua

Descrizione dellAfrica, aveva definito i negri la gente pi lussuriosa che esistesse sotto il cielo. La dottrina dellafricano, pari a un animale, diffusa ne mondo islamico, influ sicuramente sui mercanti arabi che procacciavano gli schiavi per la tratta. La bestialit degli indigeni giustificava ottimamente anche gli orrori di genocidio nella colonizzazione del Nuovo Mondo. Ma per un altro verso, se i cristianizzandi non venivano considerati esseri umani, perdeva senso ogni cristianizzazione missionaria. Quando Las Casas chiese per gli indios una tutela giuridica pari a quella dei sudditi europei, era la cristianizzazione missionaria che soprattutto gli stava a cuore. Ne 1550, in un convegno di giuristi e teologi a Valladolid che fece scalpore, la sua arringa per luguaglianza degli indios dur cinque giorni, senza peraltro smuovere gli obiettori. Fu il dibattito tardo scolastico spagnolo sulla schiavit, quello del gesuita Suarez e della sua scuola, a respingere almeno in teoria la dottrina dellindio schiavo per natura. Un passo iniziale in questa direzione laveva fatto, sin dallepoca dei primi conquistadores, il domenicano Vitoria. Costui si era chiesto se gli strumenti della conversione potevano servire nelle colonie anche per una rifondazione generale della societ civile. Occorreva salvaguardare sia le istanze spirituali dellopera missionaria, sia gli interessi temporali dei colonizzatori. Si teorizz dunque che la conversione cambia la vita spirituale ma non la vita civile, dove lo schiavo resta schiavo e il padrone padrone. Del resto, lapostolo Paolo aveva separato radicalmente lo spirituale dal materiale, affermando che ciascuno deve vivere nella condizione assegnatagli dal Signore e nel quale si trovava quando Dio lo ha chiamato. Chi si opponeva a una parit tra colonizzati e colonizzatori anche limitata allessere entrambi cristiani battezzati, poteva ugualmente ricorrere alla Bibbia. Questa parla della creazione delluomo due volte: una volta dicendo che Dio crea gli uomini e ordina loro di riempire la terra, e una seconda volta raccontando la creazione di Adamo ed Eva, associata sempre alla superiorit etica e spirituale che i discendenti di Adamo hanno sullaltra stirpe. Ne deriv la teoria dei pre-adamiti, creati prima di Adamo, diffusisi poi per conto loro e di bassa moralit perch cos li aveva gi etichettati la Bibbia. Sul governo delle colonie le ripercussioni furono immediate. Se infatti gli indigeni portavano il marchio della discendenza pre-adamitica, essi meritavano un trattamento coercitivo che ne reprimesse gli istinti malvagi. Langlicano Morgan Godwyn, in un opuscolo intitolato Lavvocato dei negri e degli indiani, denunci nel 1680 il rifiuto dei piantatori di far battezzare i loro schiavi. Langlicano affermava lappartenenza dei negri al genere umano: infatti hanno sia la capacit di ridere che il discorso, cio due facolt peculiari delluomo, e posseggono luso della ragione perch sono capaci di commerciale. Un secolo pi tardi, gli illuministi diranno che i negri possiedono luso della ragione, per in forma rattrappita perch non stato insegnato loro come usarla, e perch la diversit tra le razze comporta diversit di indole e talento. Cos nelle Ricerche filosofiche sugli americani (1786-69) dellolandese De Pauw, collaboratore dellEncyclopdie diderotiana, cerano dichiarazioni sullinferiorit razziale congenita e dunque naturale degli indigeni, appena mitigate dalla denuncia illuministica dei genocidi perpetrati dai colonizzatori. E anche il filosofo Kant, sebbene molto esplicito nel protestare contro le barbarie colonialiste, era ben convinto della naturale superiorit degli europei. Uno dei meriti che comunque ebbero in questa fase storica il giusnaturalismo e

il cosmopolitismo fu di esser stati un freno almeno ideologico allespansionismo europeo pi brutale.

5. Le ideologie della superiorit


Educare gli indigeni affinch, grazie al libero commercio con gli europei, uscissero gradualmente dallo stato di minorit, rientrava nel pedagogismo illuministico. Sin dagli albori coloniali aveva invece agito un paternalismo specificatamente religioso. Non solo quello di Las Casas nella sua protesta cristiana contro la distruzione degli autoctoni. Furono in generale i domenicani a formulare progetti di riforma coloniale. Quello di Francisco de la Cruz, ad esempio, partiva del presupposto che essendo gli indigeni dei nios, bambini, da un lato hanno bisogno di verit religiose elementarissime (un Dio che premia e castiga), dallaltro per devono passare attraverso lesperienza della schiavit per apprendere i rudimenti di una societ politica strutturata. Sicch il loro servaggio nelle encomiendas, le terre date in affidamento feudale ai signorotti coloniali, e che Las Casas condannava, egli lo apprezzava come uno strumento di educazione. Prima di lui il domenicano Vitoria aveva invece elaborato norme che pi rapidamente, manu militari, trasformassero gli indios in sudditi obbedienti: ai quali, poi, spettavano per anche tutti i pochi diritti dei sudditi. I civilizzatori lamentavano comunque la difficolt della loro opera. I missionari lavevano sperimentato anche nellAfrica australe, presso gli ottentotti. Uno di loro, Georg Schmidt, in suoi diari del 1739-40, osservava come neanche le frustate servissero contro lignoranza della propriet privata presso gli ottentotti che si ostinavano a conservare una propriet collettiva di bestiame e di orti. Questa, agli occhi del missionario, implicava infatti non solo uninosservanza delletica protestante del lavoro, ma anche il pericolo di una societ comunista. Poche generazioni dopo, nella letteratura di viaggio ottocentesca, comparve lidea che, avendo gli indigeni resistito con tanta ostinatezza a tutti i tentativi europei di sollevarli al livello occidentale, evidentemente essi hanno fatto tutti i progressi di cui sono capaci. Sicch, ricacciati nelle loro foreste dalle progressive invasioni, semplicemente un giorno la loro stirpe sparir. In Inghilterra la pedagogia coloniale ebbe un tono diverso. Il carattere mercantile della societ civile e una lunga tradizione di pragmatismo culturale avevano prodotto lidea che il primato dovesse dipendere dal sapere tecnico e pratico. La pedagogia civile e politica verso loltremare sottosviluppato non aveva dunque limiti perch traeva linfa dalla continuit degli sviluppatori tecnologici. Lelemento della superiorit tecnologica compare persino nella predicazione religiosa. Nellammirazione degli indigeni per i precetti della Bibbia pesava, secondo Harriot, il fatto che fossero contenuti in un libro scritto, venissero cio manifestati attraverso lo strumento tecnico della scrittura, il quale per i selvaggi gi prodigioso e magico di per s. La cosa colp i contemporanei. Giordano Bruno dopo il suo soggiorno a Londra menzion il Britanno (1591) come quel nuovo uomo moderno che, a fronte delluniformit politica e religiosa imposta coercitivamente dal colonialismo spagnolo, unisce allalto livello della sua civilt tecnica il sollicitus labor e lamicizia con gli indigeni. Comune a ogni variante delle ideologie espansionistiche era lidea del merito

degli europei, in quanto erano stati loro a scoprire lAmerica e non viceversa o lOriente. A tutte le motivazioni dellespansione si accompagnava poi lidea della superiorit tecnologica. Perci nei popoli colonizzati la resistenza antieuropea si present spesso come unopposizione globale alla tecnica occidentale. La si negava in nome di unaltra ideologia della superiorit, quella delle tradizioni conoscitive antiche. Se gli europei infatti riconducevano la propria superiorit alla rivoluzione scientifica, avvenuta soltanto in Occidente, gli intellettuali cinesi o indiani opponevano come un titolo di merito proprio lassenza di una tale rivoluzione in Asia.

6. Il cosmopolitismo anticolonialista:Kant e Condorcet


Il colonialismo di rapina venne denunciato nellEuropa continentale dagli intellettuali illuministi, inizialmente in Francia, poi anche in Germania. Ma prima ancora il filosofo tedesco Christian Wolff, in posizione del tutto isolata cio senza seguito, aveva dedotto dal diritto naturale la illiceit di imporre ad altre popolazioni qualunque forma di cultura e istituzione. Se in un territorio esistono abitanti, essi hanno un diritto di sovranit illimitato sia sulle loro forme di religione che sullorganizzazione del territorio, ed illecito un intervento che volesse dar loro un assetto statuale simile a quelli europei. Herder scrisse con allusione agli indios nelle miniere sudamericane e agli schiavi neri nelle piantagioni che a causa di unidea sbagliata di civilizzazione, lEuropa ha subto uno sviluppo economico distorto e alienazioni spirituali. Lilluminista Forster, nel suo resoconto della seconda spedizione di James Cook nel Pacifico, osservava che le imprese coloniali non solo sono costate innumerevoli vite di indigeni, ma al di l di ci vi il danno irrecuperabile che alle popolazioni stato inferto dallo stravolgimento dei loro principi etici. Poich per lespansionismo europeo appare inarrestabile, balen a Forster lidea che almeno il progresso dovesse essere attuato dalle popolazioni stesse, con autonome forze locali. Lidea torner alla ribalta nella prima met dellOttocento, nella stagione degli esploratori di matrice positivista. Occorrerebbero dunque assetti di governo che consentano alla popolazione una gestione autonoma e partecipativa della cosa pubblica. Su questaspetto insister sullonda della Rivoluzione francese il filosofo Kant che di questa rivoluzione condivise certamente la celebre Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino. Come punto darrivo ideale Kanta auspic una repubblica universale, su scala mondiale, o almeno una lega permanente ed estesa di Stati di diritto. Le potenze coloniali erano invece lopposto degli Stati di diritto come li concepiva Kant. Tutte, occupando terre non loro, vi introdussero truppe straniere e oppressero gli indigeni. Nel fare ci, esse non solo ipocritamente ostentarono una grande religiosit, ma addirittura, mentre commettevano ingiustizie, si mostravano al mondo come le nazioni elette in fatto di ortodossa osservanza del diritto. Questa condanna del colonialismo di rapina si fondava su unistanza etico-giuridica. Ogni costituzione civile deve, riguardo alle persone che vi appartengono, essere conforme al diritto cosmopolitico: nel senso che uomini e Stati che stanno tra loro in un rapporto esterno di influenza reciproca devono venire considerati cittadini di uno Stato umano universale (Kant). La forma che il diritto cosmopolitico concretamente assume il diritto di visita, ovvero il diritto di uno straniero che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente finch egli dal canto suo si comporta pacificamente. Il diritto di visita scaturisce dal fatto che sul globo

terrestre, che sferico, gli uomini non possono tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro al possesso di una porzione determinata della terra. Esiste dunque un diritto sulla superficie, spettante in comune al genere umano, che gli Stati commerciali violano grossolanamente quando il visitare terre straniere e popoli stranieri per essi sinonimo di conquistarli. Parti del mondo tra loro lontane possono solo con gradualit entrare reciprocamente in pacifici rapporti. La novit kantiana era il collegamento tra il fenomeno oggettivamente inarrestabile dellespansione europea, e i principi dello Stato di diritto. Su altri punti esistevano dei precedenti. Diderot aveva distinto tre tipi di rapporto con le terre doltremare: se il paese straniero abitato, il nuovo arrivato ha soltanto il diritto allospitalit, e ogni intervento su quella realt straniera gli vietato; se il paese fosse parzialmente abitato, ci si pu insediare solo nelle parti non abitate, intrattenendo un buon vicinato con gli autoctoni delle altre; un illimitato diritto alla presa di possesso c solo se il paese totalmente senza abitanti. Che un territorio, per occuparlo, dovesse essere vuoto era la base per lacquisizione di propriet terriera gi nel Trattato sul governo civile (1960) di Locke, tra laltro con riferimento specifico alle terre americane. In realt nessuna di quelle regioni era davvero vuota. Semplicemente non aveva la densit di abitanti familiare allosservatore europeo. A costui la scarsa popolazione dellAsia centrale, delle due Americhe; o in parti del Sudafrica, sembrava un chiaro segno di arretratezza. Locke aveva identificato gli indici di civilt con gli indici di produttivit agraria esistenti nelleconomia europea. Se lEuropa dellet moderna, secondo Kant, ha fatto colonialismo di rapina, ha per inventato anche lantidoto, cio lo Stato di diritto da realizzare su scala mondiale. Nel 19 secolo, e anche dopo, tutti questi ingredienti comporranno quel colonialismo pi o meno liberale che nella Gran Bretagna proceder allinsegna del fardello delluomo bianco, ovvero della sua responsabilit politica e morale verso le genti di colore. Nel Saggio del 1795, Condorcet afferma che, grazie ai principi conquistati con la Rivoluzione francese e allespandersi delle idee democratico-liberali di matrice illuminista, gli insediamenti doltremare diverranno colonie di cittadini che diffonderanno in Africa e in Asia i principi e lesempio della libert, i lumi e la ragione dellEuropa. In Condorcet interessante la previsione della complessit dei futuri rapporti dellEuropa con i popoli doltremare. Vi saranno due categorie di paesi verso cui lEuropa dovr svolgere la sua politica: quelli che accetteranno relazioni bilaterali, e i paesi invece ostili. Se leuropeo civilizzatore incontra ostilit, le cause possono essere due. Pu trattarsi di popolazioni che la durezza del clima allontana dai piaceri di una civilt perfezionata, oppure sono popoli di barbarie innata che non conoscono altra legge che la forza, altro mestiere che il brigantaggio. Condorcet non si pronuncia su come questi due tipi di popoli refrattari verranno trattati dai civilizzatori. Rileva soltanto che i progressi di queste due ultime classi di popoli saranno pi lenti, accompagnati da maggiori sconvolgimenti. Pu perfino darsi che, come popoli, non sopravvivranno allincivilimento europeo. Negli illuministi si trovava la descrizione, pi o meno, delle quattro grandi giustificazioni o dei quattro miti coloniali come sono stati chiamati che avevano accompagnato il colonialismo sin dalle origini. Ovvero la terra vuota da occupare, la superiorit razziale dei bianchi, la missione del civilizzare, e lautoreferenziale mandato religioso a legittimare il tutto. Il quadro disegnato e

denunciato da Condorcet si dispiegher in pieno nel 19 secolo, let doro del colonialismo moderno. Si andr puntualmente dalla conclamata missione di civilt indirizzata verso popoli pi o meno condiscendenti fino alle spedizioni punitive contro i refrattari, e dalle assimilazioni interetniche fino alla scomparsa pi o meno rapida di intere popolazioni autoctone.

2.libert, egalit, fraternit 1. Le contraddizioni del 1789


La Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino dellagosto 1789, primo celebre atto della Rivoluzione francese, enunciava allarticolo 1 che gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti. La sintesi della rivoluzione era il trinomio libert, uguaglianza, fraternit. I primi due termini presupponevano il terzo, ovvero che da parte di tutti i membri della societ civile vi fosse il riconoscimento reciproco della pari dignit umana di ciascuno. Nella manciata di possedimenti isole caraibiche e dellOceano indiano, e qualche base costiera in India rimasti alla Francia dopo la perdita del Canada nel 1763, leco di queste idee fu lenta e incerta. Nel 1788 illuministi filantropi come Condorcet, lavvocato Brissot, il marchese Lafayette e il chimico Lavoisier avevano fondato, sullesempio di unanaloga associazione inglese, una Societ degli amici dei neri. Nellopinione pubblica di massa la questione coloniale non esisteva. Loltremare era stato considerato un affare esclusivo della Corona, e nelle colonie pareva indiscutibile il diritto di avere schiavi. Per Brissot luguaglianza giuridica con i bianchi era da concedere solo a quegli uomini di colore che fossero, come i bianchi, gente libera, proprietaria e contribuente. Il titolo di proprietario cancellava dunque la discriminazione razziale. Nel 1791 il girondino Claviere, a nome della Societ degli amici dei neri, ammoniva lAssemblea che sarebbe stato imprudente esporre qualsiasi classe di padroni al disprezzo dei loro schiavi, giacch ad esempio nelle Antille, dove un terzo degli schiavi era di propriet di mulatti, tutti i padroni dovevano venir messi sullo stesso piano indipendentemente dalla quantit di sangue europeo che scorre nelle loro vene. Condorcet gi nelle sue Riflessioni sulla schiavit dei neri del 1781 aveva argomentato come nel nuovo tipo di economia, nel capitalismo, gli schiavi non fossero pi redditizi. Ma liberare subito i neri sarebbe stato come abbandonare a se stessi dei bambini neonati. Insomma, la schiavit doveva continuare addirittura per motivi umanitari. Solo dopo linsurrezione degli schiavi a Haiti nel 1791, guidata dal generale nero Toussaint LOuverture, si avr nel 1794 il decreto di abolizione generale della schiavit. Dur fino a che Napoleone nel 1802 decret il ritorno alle leggi e ai regolamenti anteriori al 1789, cio al famigerato Code noir (il Codice Nero) di Luigi XIV sugli schiavi. Lespansionismo in seguito indosser volentieri il mantello della civilizzazione. Tra i giovani intellettuali liberal-democratici eredi della Dichiarazione del 1789 e perci oppositori della schiavit tuttora solida nelle Antille ad esempio Victor Hugo si approvava la spedizione di Algeri del 1830 in quanto avrebbe portato allAfrica modernit e progresso. Leroux, direttore nel 1830 del periodico saint-simoniano Le Globe, propagandava lidea di Saint-Simon che lespansione oltremare sarebbe stata il primo passo verso luniversale associarsi di tutti gli uomini, finalit ultima della storia. Agiva la credenza in una superiorit della civilt francese, costituita dai principi del 1789. Perci la

Francia, a differenza di altre potenze coloniali europee, ebbe precocemente un colonialismo di sinistra.

2. Colonizzare civilizzare
Nel 1836-37 usc a Parigi unopera storico-geografica ed etnografica importante, intitolata Oceania, la quinta parte del mondo. Lautore Domeny de Rienzi, esploratore del Pacifico, un con la sua concezione del progresso il tardo illuminismo di Condorcet alle idee del positivismo. Rienzi non chiamava gli indigeni figli della natura, convinto che non esistesse gente fuori da ogni consorzio umano. Ovunque luomo vive in societ e possiede i mezzi per il proprio perfezionamento. Capita che la strada del progresso non sia sempre lineare e che lumanit possa anche temporaneamente regredire. Essa tuttavia poi riprende la sua marcia e torna a perfezionarsi. Il grado di perfezione dipende dal raggiungimento dei canoni europei. i selvaggi, che da quelle regole sono lontani, hanno i tratti caratteriali della paura, dellipocrisia, del furto, delle superstizioni, della ferocia e persino del cannibalismo. Vanno perci redenti dando loro la libert moderna. Saltano agli occhi alcune peculiarit del discorso. Da un lato la descrizione dei selvaggi dellOceania assomiglia a quel che tre secoli prima gli spagnoli avevano detto degli indios americani. Con una differenza sostanziale: se per spiegare le barbarie degli indios si era fatto ricorso al peccato originale e al potere del diavolo, adesso gli elementi caratteriali negativi ricevono spiegazioni razionalistiche laiche. Vengono fatti dipendere dallarretratezza della societ civile e delleconomia, in particolare dellagricoltura. Perci il rimedio non pi redenzione religiosa, bens lo sviluppo economico della societ civile e il loro recupero a regole politico-istituzionali modellate sui principi liberal-democratici del 1789. I popoli lontani si potranno conoscere meglio fornendo loro degli aiuti. incrementando la zootecnica e le attivit produttive invece che devastando i loro paesi, con lo sforzo di istruirli e non di asservirli che leuropeo guadagner fiducia. Lappello cosmopolitico, senza discriminazioni razziali, si rivolge semplicemente a quellanimale chiamato uomo. Tuttavia, questo programma si rivolge a un protagonista specifico: lo Stato nazionale, lunico dotato di massimo potere decisionale e dei corrispettivi strumenti politico-civili. Ecco allora che la missione di civilizzare terre lontane si presenta a Rienzi in perfetta sintonia con la preminente istanza dellespansione e grandezza di una sola nazione, nel suo caso la Francia. Dunque la conquista francese di Algeri del 1830 viene gi valutata come un nuovo provvidenziale estendersi oltremare della civilt europea. I rapporti dovranno poggiare su due basi che sono lo scambio di idee e lo scambio dei bisogni, e cos non solo questi popoli saranno resi migliori e perci pi felici, ma il loro avvenire sar consono ai destini della Francia. Era, alla lettera, quanto aveva auspicato lilluminista Condorcet. Vale la pena di soffermarsi sullassunto che colonizzare significhi portare i benefici della religione eterna. Si tratta della religione cristiana. Lautore per ne auspica una forma priva di bigottismo, e vicina invece il pi possibile alle istanze di unetica razionale: in un certo senso dunque una religione pi come veicolo di civilt che di dogmi. Quel veicolo gli sembrava esserci pi nello spirito missionario cattolico che in quello protestante. Sulla simpatia del geografo francese per le missioni cattoliche, e lantipatia per

quelle protestanti, influ sicuramente un elemento ormai di primo piano. Nella corsa coloniale le missioni protestanti inglesi e olandesi, fungevano da ottima rete di appoggio per future basi della Gran Bretagna e dellOlanda o di consolidamento di quelle esistenti, ostacolando dunque la nazione francese nella corsa alle isole in Oceania.

3. Il disegno dellintegrazione etnico-culturale


Rienzi postulava la mescolanza delle razze come una necessit: lorganizzazione delle forme di societ dipende dai rapporti che esistono tra e diverse razze umane, ed principalmente dalla mescolanza di esse che risultano, e risulteranno in avvenire, i mutamenti pi importanti. Un giorno le razze saranno tutte mescolate, listruzione sar pi diffusa e minori saranno le disuguaglianze nelle condizioni di vita. La differenza tra le razze scomparir per solo in tempi lunghi. Al momento vige la grande legge la quale vuole che da circa duemila anni la razza bianca domini per intelligenza e forza le razze di pelle gialla e ramata, cos come questultime dominano le razze nere: e ci fino a quando un incrocio universale e una lunga educazione non abbia prodotto, in epoca probabilmente lontanissima, una fusione da cui scaturir o un equilibrio oppure lunit. Da subito comincerebbero invece i benefici dellassimilazione culturale: il re hawaiano Tamea-Mea, di inizio Ottocento, era gi un perfetto re filosofo. Schierato contro le superstizioni, egli cre un codice religioso e civile pi giusto e umano. Soprattutto si rivel abile uomo politico. In Oceania si ebbero del resto, registrate da Rienzi, riforme che addirittura sopravanzavano lEuropa, come a Tahiti nel 1823 labolizione della pena di morte, argomentata con richiami al cristianesimo evangelico. Si trattava di una pedagogia coloniale di eurocentrismo moderato. LEuropa doveva limitarsi a dare la spinta iniziale allevoluzione moderna che poi sarebbe proseguita per proprio conto. Significava presumere che tutti i paesi del globo avrebbero attraversato, sia pure in tempi diversi, pi o meno le stesse fasi di sviluppo sperimentate dai paesi europei. Il gradualismo chiamava in causa levoluzione psico-biologica: lo sviluppo dellintelligenza ha cio luogo soltanto nella misura in cui lorganizzazione cerebrale a svilupparsi da padre in figlio. Ma poich si tratta di processi lunghi, che richiedono intere generazioni, non tutte le popolazioni indigene riusciranno a compierlo e dunque a sopravvivere sino allassimilazione completa. Lavevano gi detto Diderot e Condorcet.

4. Assimilare, associare, dominare


LAlgeria francese, dal 1848 dichiarata un prolungamento amministrativo del territorio metropolitano, non fu solamente il trampolino per lespansione francese ottocentesca in Africa, ma diede anche inizio a miti coloniali di vita lunghissima. La costruzione di miti, si sa, richiede che determinati aspetti della realt comune vengano trasfigurati a manifestazioni di una realt diversa, portatrice di valori perenni. Il primo mito fu quello della grande missione civilizzatrice che a nome dellEuropa la Francia svolgerebbe in Algeria. In realt il dissodamento delle terre lavevano gi fatto decine di migliaia di immigrati, gli affittuari spagnoli, italiani, maltesi, svizzeri e tedeschi. I proprietari francesi stavano nei centri urbani a condurre una vita il pi possibile parigina.

Altri miti servirono a mascherare il quotidiano scontro con gli indigeni, rinfocolato da ogni assegnazione di terre ai coloni, il che significava di solito la cacciata di altrettante famiglie arabe. Gi allindomani della conquista, nel 1833, i colonialisti avevano spiegato che gli arabi non conoscono altra legge che quella del pi forte, e pertanto ci voleva la mano autoritaria alla quale la Francia, si diceva, era legittimata persino dalla storia. Lidea di associare gli indigeni alla politica della nazione metropolitana dar vita a una scuola di pensiero coloniale simile a quella che in Gran Bretagna si chiamer dellindirect rule. Con il dominio indiretto prassi applicata nellAfrica inglese soprattutto da Lugard, governatore della Nigeria dal 1914 al 1919, e poi da lui teorizzata lamministrazione coloniale avrebbe controllato i sudditi utilizzando le istituzioni tradizionali e, se istituzioni locali utili non esistevano, sarebbero state create. NellAlgeria annessa alla Francia e dunque di assetto amministrativo centralizzato, si arriv agli inizi del Novecento a caute forme di decentramento amministrativo per gli indigeni, ingabbiate per in una gerarchia di notabili la cui nomina spettava ai comandanti militari dei dipartimenti, e in parte addirittura al ministro della guerra. Unaltra scuola di pensiero consigliava una strada diversa, quella dell assimilazione. Questa, in prospettiva, avrebbe dovuto inglobare le colonie nella nazione francese sotto la parola dordine della libert, uguaglianza e fraternit. In questottica il governatore dellIndocina Sarraut auspicher ununica Francia nella quale dunque i circa 48 milioni di abitanti dei possedimenti doltremare erano chiamati a fare tuttuno con la popolazione metropolitana. Sennonch il diventare cittadini francesi riguarder solo casi individuali: in particolare, dopo la Grande Guerra, qualche migliaio di ex combattenti dei reparti coloniali. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale possedeva la cittadinanza della repubblica solo lo 0,5% degli indigeni dellAfrica occidentale francese. Sia lassociazione che lassimilazione escludevano in via di principio lindipendenza dei territori coloniali. Di fronte a ci, nacque gi sul finire dellOttocento una terza dottrina. Quella di proclamare senza infingimenti che la civilt andava esportata e imposta con la forza, semplicemente in nome della superiorit della razza bianca. In dato contesto non stupisce il discorso tenuto alla Camera nel 1885 dallex premier Jules Ferry, durante i cui governi il dominio francese si era allargato a Tunisia, Madagascar e Annam. Ferry disse che se la sinistra obietta alla politica coloniale di voler imporre la civilizzazione a colpi di cannone, la sfida a sostenere fino in fondo la sua tesi delluguaglianza, libert e indipendenza delle razze inferiori. Non ci riuscirebbe, perch comunque favorevole allespansione coloniale, sia pur fatta con i traffici e il commercio. Diffondere la modernit estendendo i commerci era stata la parola dordine di illuministi come Condorcet. Essa torner alla ribalta nel positivista Comte, e in esploratori come Rienzi o Brazza. Questultimo, di origine italiana, dopo aver operato per il consolidamento e ampliamento del domini francese nellAfrica equatoriale mediante accordi con i capotrib, sar poi governatore del Congo francese nel 1888-94. Sostenitore della missione civilizzatrice, Brazza ne assegnava il merito a tutte le nazioni europee senza distinzioni. Per Ferry il fatto che lopera civilizzatrice di Brazza si fosse svolta senza il ricorso alla forza, non significava nulla. Se a un certo punto i capotrib, violando gli accordi, avessero assalito le basi francesi, anche i fautori dei pacifici commerci le avrebbero difese con le armi e poi imposto il protettorato

alle trib ribelli: altrimenti sarebbe stata la civilt intera a esser compromessa. Che lincivilimento proceda con i cannoni o con il commercio del tutto secondario, lobiettivo primario lobbedienza degli indigeni.

5. Un francese, ovunque egli sia, segue unicamente le usanze del proprio paese
la massima che nessun francese dovesse mai piegarsi a usanze straniere, era la linea di condotta vantata da Chateaubriand nel suo resoconto di un viaggio in Medio Oriente del 1811. Il rifiuto di qualunque usanza turca, compresa quella di togliersi le scarpe entrando nelle case, lo motivava con la tesi che i turchi, per loro natura, sono globalmente barbari e dispotici. In ci li sorregge lislam, un culto contrario alla civilt, favorevole allignoranza, al dispotismo, alla schiavit, e perci nemico del cristianesimo. Per Saint-Simon, nel suo Della riorganizzazione della societ europea scritto nel 1814 assieme allo storico Thierry, il compito della futura Europa unita appariva insieme progressista e razzialista. Lesportazione del modello Europa sarebbe per dovuta avvenire in maniera pacifica, come voleva anche Comte. Questi nel suo Sistema di politica positiva affermava che la presidenza dellumanit stata irrevocabilmente conferita allOccidente, in virt dei valori che esso incarna. Va dunque gradualmente superato il sistema coloniale puro e semplice, e occorre perfino una dignitosa restituzione dellAlgeria agli arabi. A questa continuazione del democraticismo di Diderot e Condorcet si affiancava per, ed era la novit rispetto alle radici illuministiche, un eurocentrismo ormai razzialistico. Per Comte, infatti la razza bianca impersona lintelligenza speculativa, la gialla il lavoro attivo , la nera il sentimento. Tuttavia larmonia totale del mondo esige lintimo concorso delle sue tre razze, non il loro scontro. Era stata pure la convinzione dellesploratore Rienzi. Insomma, secondo questideologia della concordia razziale, il futuro Stato mondiale comtiano avrebbe potuto avere le sue fabbriche a Hong Kong e a Tokyo, le sue universalit a Parigi e Londra e le sue feste nelle pianure africane. Lidea di uneuropeizzazione da costruire mediante acquisizione di consensi fu affossata dal razzialismo, che la priv di spazi ed efficacia ancor prima che il diplomatico Gobineau scrivesse il suo Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane (1853-55). Nel quale, sorretta da assurdit biologiche, fantasticherie romantiche e sogni espansionistici, campeggiava la teoria dellimpermeabilit delle razze inferiori ai valori della superiore razza ariano-europea. Erano peraltro idee che gi circolavano. Il giovane Renan, nellopera Lavvenire della scienza (1848), aveva parlato di uneterna infanzia delle razze inferiori. Pi tardi dichiarer che la natura ha creato una razza di operai, ed la razza cinese; una di lavoratori della terra, e sono i negri; una di padroni e di soldati, ed la razza europea: sicch la conquista di un paese di razza inferiore ad opera di una razza superiore che vi si insedia per governarlo, non ha nulla di scandaloso. Insomma, il razzialismo entrava in campo non appena si trattava dellespansione coloniale. La dottrina dellinvalicabile barriera tra colonizzatori e colonizzati non solo per toglieva senso a qualunque missione civilizzatrice, la quale era pur sempre la facciata ideologica dellespansione europea, ma nelle colonie costituiva anche un serio intralcio alla quotidianit amministrativa. Se ne render conto un nazionalista come Barrs che, per un verso, era un acceso teorico della

separazione di stirpi ed etnie, per un altro, sapeva che nelle colonie occorreva un ceto medio indigeno collegato ai colonizzatori: il che rivela quante contraddizioni contenesse letnocentrismo. Nessuno, se intendeva promuovere unlite locale, poteva permettersi un caparbio attaccamento soltanto alle usanze del proprio paese come voleva Chateaubriand. Occorrevano massicce dosi di reciproco adattamento, e tra ladattamento e lassimilazione tanto temuta dagli etnocentrismi non esisteva una separazione fissa e stabile. Barrs riconosceva apertamente che i missionari rappresentavano un indispensabile supporto della penetrazione coloniale. Ma essi nemmeno quel compito avrebbero potuto assolvere se non si fossero presupposte negli indigeni facolt positive di apprendimento. Proprio queste contraddizioni del razzialismo erano state notate da un intellettuale che nel discorso coloniale si collocava dentro il filone liberaldemocratico inaugurato da Condorcet: Tocqueville. Sulla civilizzabilit dei primitivi non nutriva dubbi. Durante il suo viaggio americano del 1831-32 le vicende del popolo cherokee gli avevano mostrato che gli indiani hanno la possibilit di incivilirsi. Purch la missione civilizzatrice dei bianchi non tolga agli indigeni la dignit. Se la Francia gliela togliesse in Algeria, sarebbe la fine. In un Rapporto sullAlgeria per la Camera dei deputati, della quale fece parte dal 1839 sui banchi del centro-sinistra, affermava che se dovessero conquistare le popolazioni indigene non per innalzarle verso il benessere ma per soffocarle, si porrebbe tra le due razze una questione di vita e di morte, in cui due popoli dovrebbero combattersi senza piet, e uno dei due dovrebbe morire. La profezia si sarebbe avverata un secolo dopo, nel 1954-62, al tempo della sanguinosa guerra dellAlgeria per lindipendenza. Il razzialismo, denunciava poi Tocqueville, contraddice tutti gli scopi di una colonizzazione bene intesa. Eppure, gi in uno Studio sullAlgeria del 1841, commissionatogli dalla Camera e frutto di unispezione nella colonia, il Tocqueville filosofo della storia e denunciatore delle colonizzazioni di rapina, fin per convivere senza pena con il Tocqueville parlamentare della grande nation. Qualche concessione ai colonizzati e alle loro abitudini si poteva farla, purch per sempre meglio splendesse la superiorit europea. Questa era anche lidea che maggiormente correva nellopinione pubblica. A diffonderla ci pensavano, dallultimo ventennio dellOttocento, i romanzi coloniali. In quelli fortunatissimi di Pierre Loti, pseudonimo di un ufficiale di marina, il protagonista, a differenza di Chateaubriand, non solo si adegua alle usanze alle usanze locali e si toglie le scarpe entrando nelle case orientali, ma impara le lingue. Lo schema era semplice: leuropeo intreccia una storia passionale con unindigena, ma poi tutto finisce perch lui ritorna nel proprio paese di alta e superiore civilt o muore, oppure a morire lei le tre eventualit rinviano tutte allincomunicabilit di fondo tra le culture. Aver provvisoriamente assunto unidentit extraeuropea adattandosi ai costumi e amoreggiando con lindigena, per il protagonista una parentesi di estraneazione. Lincommensurabilit delle culture costantemente sottolineata. Se infatti si integrassero, diminuirebbe il coefficiente di esotismo che rende tutto cos stimolante. Ad aumentarlo e rafforzarlo serve, nei romanzi di Loti, la descrizione delle genti straniere secondo stereotipi gi diffusi e consolidati. In Turchia gli sguardi sono cupi, pieni di oscurit; a Tahiti gli indigeni, primitivi e ospitali, vivono in un ozio assoluto e in eterna fantasticheria; il Giappone un mondo di idee per noi assolutamente chiuso, abitato da cervelli orientati in un senso contrario a quelli occidentali; in Africa la donna si connota per volutt e

depravazione sessuale. Erano luoghi comuni presenti anche in altre letterature europee di argomento esotico-coloniale, come la popolare Madame Butterfly (1904) delloperista italiano Giacomo Puccini.

3. il caff di giava 1. Un dinamico colonialismo mercantile


In una lettera del 1814 il filosofo tedesco Hegel si compiacque della fine del blocco continentale napoleonico. Tornavano i prodotti doltremare, e dalle caffettiere riprendeva a scorrere il rivoletto scuro del vero Giava. A Giava non era esistito il caff prima che gli olandesi ne portassero le piante dallArabia, facendone poi un rinomato marchio commerciale. Per i Paesi Bassi calvinisti lespansione oltremare era coincisa con la loro lotta per liberarsi dal dominio spagnolo cattolico, iniziata nel 1566. Proclamando la totale libert di navigazione e di commercio, avevano cominciato col togliere al Portogallo, unito alla Spagna dal 1580 a 1640, buona parte dei possedimenti in Africa e Asia. La Compagnia riunita delle Indie orientali (VOC), fu istituita nel 1602. Le esigenze della Compagnia avevano trovato un buon teorico in Grozio, il creatore del diritto internazionale. I suoi studi sul diritto di guerra e di pace e sulla libert dei mari si svolse sin dal 1604 su commissione della VOC. Forte di una flotta di 160 vascelli, la Compagnia fond Batavia nel 1619, estromise inglesi e portoghesi dalle Isole delle spezie, e nel 1652 tolse ai portoghesi il Capo di Buona Speranza, mandando poi contadini olandesi, i boeri, a colonizzare il retroterra. Dal 1621 esisteva anche una Compagnia delle Indie occidentali che penetr nei Caraibi e nelle terre costiere atlantiche del Sudamerica, strappando a spagnoli e portoghesi ricchezze mal custodite. Il commercio di caff, t, tabacco e spezie sar per lungo tempo un monopolio degli olandesi. Verso i possedimenti olandesi andarono parecchi tedeschi, invogliati da parentela linguistica e affinit di confessione religiosa. Vi giunsero anche perch i principi tedeschi, soprattutto nel 18 secolo, vendevano i sudditi come soldati delle potenze marinare che, come lOlanda, li impegnavano poi nelle colonie. Nella Germania dellOttocento la familiarit con le colonie olandesi aveva dunque una storia ormai lunga. Rispetto alle dimensioni della madrepatria lespansione oltremare olandese fu del tutto sproporzionata (come del resto lo era stata precedentemente lesperienza portoghese). Si rivel fattibile perch la si condusse con pragmatismo e parsimonia. Non si tratt soltanto di portare in Olanda prodotti esotici, divent una routine anche inserirsi in ogni possibile mercato locale, purch vantaggioso. Nel Seicento, secolo doro dellOlanda, il poeta Joost van Vondel diceva giustamente che la gente di Amsterdam, sempre attirata dal denaro, inseguendo il profitto esplora ogni porto del mondo. Gli spedizionieri dalla barba rossa furono di tale utilit che per loro i porti cinesi e giapponesi, spesso vietati ad altri occidentali, erano generalmente aperti. Del risultato potevano essere contenti i soci della Compagnia, la quale sin dalla sua fondazione distribuiva dividendi annui intorno al 18-20%. Oltre allutile finanziario cera anche altro. Gli olandesi accumularono un enorme patrimonio di sapere geografico. Nel 1615-16 Schouten raggiunse Giava, dopo aver doppiato il Capo Horn e attraversato il Pacifico; nel 1642-43 Tasman, per conto della VOC, scopr lisola poi chiamat Tasmania, nonch le isole Tonga, Figi e Nuova Zelanda, e infine le coste occidentali dellAustralia.

Quanto per le pretese della VOC di controllare lintera area ponessero anche ostacoli allo spirito di esplorazione si vide con a spedizione di Roggeveen. Egli nel 1722 scoprir lisola di Pasqua, ma a Giava venne messo in prigione perch accusato di non aver navigato agli ordini della Compagnia. Esplorazioni geografiche, mappatura commerciale e finalit coloniali e militari erano dunque un tuttuno.

2. tra spirito dimpresa e mentalit consociativa


La VOC, finch la sua bancarotta non costrinse nel 1799 il governo olandese a rilevarla, si comport sempre come una sorta di Stato sovrano, allo stesso modo delle altre Compagnie commerciali dellepoca, inglesi e francesi. Fino a tutto il 18secolo la Compagnia mir primariamente al buon andamento del commercio. I trattati con i sultanati garantivano che i prodotti esotici andassero esclusivamente ai mercanti olandesi, e lasciavano a quei sovrani lesercizio del potere sui sudditi secondo i loro vecchi usi. Questa prassi precorse la politica dellindirect rule, del dominio indiretto, esercitata dagli inglesi in India nellOttocento e successivamente in Africa. Limitare al minimo lingerenza nella vita indigena fu daltronde una necessit. Le basi commerciali erano insediamenti piccoli e isolati. La presenza europea si limitava ai pochi funzionari della VOC, generalmente pagati male e desiderosi di tornare in patria appena possibile. Era dunque esclusa ogni assimilazione degli indigeni. Vigeva una rigida separazione razziale e il divieto per i funzionari, pena lesclusione dal diritto alla pensione, di sposare donne indigene; ed evidente che ci favorisse prostituzione e concubinaggio (questultimo ufficiosamente incoraggiato dalla VOC sin dal 1652). Nella mentalit coloniale le conseguenze di questa barriera istituzionale allassimilazione durarono a lungo. Ancora nei primi decenni del Novecento i meticci eurasiatici nelle Indie orientali olandesi figuravano nellimmaginazione pubblica degli europei come prove tangibili della mancanza di autocontrollo dei coloni olandesi del passato. Solamente dalla seconda met dellOttocento cominci qualche insegnamento residenziale stabile, si form insomma luomo coloniale olandese vero e proprio. Ma anche nelle isole di Giava e Madura, le principali vecchie basi commerciali, i residenti europei del 1905 costituiranno appena lo 0,2% della popolazione. Il carattere anzitutto mercantile dei possedimenti influenz anche latteggiamento verso lislam, cio verso la religione che dal 15 secolo aveva soppiantato in tutto larcipelago le credenze magico-animiste autoctone. Ai missionari calvinisti mandati in colonia dalla Compagnia era vietato occuparsi dei musulmani. Volerli convertire avrebbe interferito con i proficui traffici ispirati al criterio gi descritto da Spinoza a proposito dei mercanti di Amsterdam: ovvero che non la fede religiosa del partner commerciale conta, bens il suo tener fede ai contratti. La Compagnia si era perci mostrata sempre tollerante verso i sentimenti religiosi dei partner islamici, come del resto verso le credenze di chiunque, purch non fosse cattolico. Nacque riguardo al colonialismo nederlandese una tesi singolare: gli olandesi non si sarebbero curati molto di diffondere la cultura europea, la propria lingua e il cristianesimo perch non credevano a una missione civilizzatrice nelle colonie, ritenendo invece ovvio che gli indonesiani fossero gente certamente diversa da loro, ma non necessariamente di livello inferiore. E avrebbero, con tale politica, raggiunto risultati impressionanti. Certo, ai tempi della

Compagnia, il partner olandese non dubitava minimamente di essere superiore a qualunque socio indonesiano. Il dilemma se bastasse consociare, o occorresse anche assimilare, percorse lOlanda coloniale di tutto lOttocento e Novecento.

3. La ethiek e il dominio
Lasciare agli indigeni le tradizioni, incluso luso locale delladat, il vecchio diritto consuetudinario, confluiva con la prassi olandese di adoperare i tratti feudali premoderni delladat quando ci conveniva ai fini coloniali. Il lavoro agricolo coatto imposto ai villaggi, cio uno strumento tradizionale del notabilato indigeno, era stato usato gi dalla VOC, e venne ripristinato dal governo per la coltivazione delle grandi piante commerciali, la canna da zucchero, lo zenzero, il tabacco, il caff e il t. Per le casse dello Stato, svuotate nel 1830 dalla secessione del Belgio industrializzato, fu la ciambella di salvataggio. Durante la seconda met dellOttocento era cresciuta per ogni potenza coloniale la necessit, di fronte alla concorrenza delle altre, di riqualificare la propria politica in termini di missione etica. Ci urgeva tanto pi per lOlanda perch occorreva rimediare con un mantello ideologico alla sproporzione tra il nano europeo e il suo gigantesco impero coloniale. Il mantello fu la proclamazione della ethiek o etica di comportamento, e della ethische politiek o politica etica come prassi nelle colonie. Nel suo discorso del 1901 agli Stati generali la giovane regina Guglielmina enfatizz la nuova missione morale a cui il governo delle Indie si accingeva: la nazione olandese avrebbe pagato ai colonizzati il suo debito donore. Nel 1930 Kat Angelino, autorevole teorico del colonialismo olandese e portavoce del ministero degli affari coloniali, scriveva che una nazione europea pu imporsi su un popolo meno evoluto in due modi, o con il pugno di ferro o esibendo i propri meriti reali. Questultima la soluzione scelta dagli olandesi, impegnati ad adattare tutte le capacit dellOccidente alle condizioni orientali. Il compito che la storia mondiale ha riservato allOlanda la costruzione di una sintesi positiva tra Occidente e Oriente. Battere sul tasto della sintesi culturale conveniva solo a una parte dei soloni. Intorno al 1920 gli olandesi in tutte le Indie orientali erano lo 0,35% della popolazione dellarcipelago, comunque pi di quanti fossero in proporzione nelle loro colonie asiatiche gli inglesi o i francesi. Per i blijvers, ovvero i nati in colonia che vi volevano restare e mettere radici, la missione civilizzatrice divent una bandiera. Serviva a giustificare la loro permanenza. Apprezzavano perci certamente quel che il penultimo governatore, Bonifacius De Jonge, amava dire negli anni 30. Cio che nei confronti degli indonesiani egli si sentiva come un padre la cui numerosa prole non ancora matura per lindipendenza e quindi avr bisogno dei tutori per altri trecento anni. Un altro gruppo di coloniali, minoritari ma in ascesa negli anni 20 nel loro Club patriottico reazionario e razzista, erano i trekkers, quelli cio che nellarcipelago stavano temporaneamente, in trek o trasferta, per far fortuna e poi tornare in patria. La scelta della ethische politiek comportava invece lidea della consociazione, lidea che i fratelli indonesiani, come li chiamava Kat Angelino, fossero nella gestione degli affari una sorta di soci di minoranza. E che dunque non si dovesse urtarli esibendo linnato senso di superiorit degli olandesi. Rispettando le organiche diversit di vita indonesiane gli

amministratori olandesi sarebbero riusciti a svolgere le funzioni giuste adoperando gli strumenti giusti e le relazioni giuste. La ethische politiek produsse un incremento dellistruzione pubblica elementare degli indigeni, ma in un sistema scolastico rigidamente separato per razze. Le lingue dinsegnamento erano quelle locali, circa trecento, ma come lingua duso generale cominci s prevalere il malese. Regn invece grande diffidenza verso lapertura agli indonesiani di istituti superiori in lingua olandese. Educare un ceto indigeno alla familiarit con la cultura occidentale e alla padronanza colta di una lingua occidentale, avrebbe dato al sentimento nazionale indonesiano pericolosi strumenti tecnici di sviluppo. Un ceto medio indigeno di cultura occidentale non aveva peraltro quasi nessun campo di attivit: leconomia era diretta da europei e da cinesi, e per i medici e avvocati indonesiani semplicemente non esistevano clienti sufficienti. Analoghi steccati per recintare la popolazione indigena esistevano nelle rappresentanze politiche. Nel 1916 si istitu un Consiglio del popolo che ebbe funzioni soltanto consultive, e poi qualche prerogativa di interventi sul bilancio. Quel che lo connotava davvero era il sistema elettorale, indiretto e congegnato in modo da ribadire accuratamente la discriminazione razziale anche sul piano politico. Il bilancio complessino sulla politica etica rileva che dagli anni 20 in poi, a causa del suo carattere paternalistico, essa and sempre di pi verso un indirizzo conservatore, nonch apertamente repressivo nei confronti lindipendentismo indonesiano.

4. Il multiculturalismo paternalista
Lapartheid, la separazione praticata dagli olandesi-boeri nel Sudafrica, poggiava sullassioma della superiorit bianca, dedotto dalla Bibbia. Nelle Indie orientali la separatezza era pi sofisticata, a pretesa scientifica. La sua traduzione in ideologia coloniale conteneva elementi che potevano piacere sia ai trekkers che ai blijvers. La regola aurea era pur sempre che chi sta in cima alla scala evolutiva assegna gli spazi vitali a chi sta pi in basso. Haeckel aveva formulato nel 1866 una presunta legge biologica: lontogenesi, cio lo sviluppo dellindividuo, sarebbe unabbreviata ricapitolazione dellevoluzione della specie. Ovvero, gli uomini primitivi, ad esempio gli aborigeni australiani, assomigliano dal lato psicologico pi alle scimmie e ai cani che agli europei altamente civilizzati, sicch anche il loro valore individuale di vita da valutare in conformit. Poich fino agli anni 1930 si avvistavano regolarmente negli altipiani di Sumatra creature erette e pelose, gli oranghi chiamati dagli indigeni uomini della foresta (orng hutan), nacque davvero tra i coloni il quesito se non si trattasse di individui appartenenti a qualche ignoto gruppo etnico autoctono, ipotizzabile come una tappa intermedia tra la scimmia e luomo nella linea evolutiva. La ricerca dell anello mancante era stata una fissazione di inizio secolo. In chi non respingeva gli indonesiani biologicamente verso le scimmie, vigeva tuttavia unaltra particolare convinzione: per gli indigeni la linea evolutiva aveva in ogni caso subto una lunga stasi. Secondo Nieuwenhuis essi erano fermi al Medioevo, dal quale certo sarebbero usciti anche loro prima o poi. Dellindigeno si tracciava un quadro contradditorio, e lunico profondo tratto comune sembrava lindole primitiva. Da qui nasce il dubbio se fosse stato

meglio lasciare gli indigeni al loro adat. Ma allora che fine avrebbe fatto la missione civilizzatrice? Il dilemma lo risolsero i professori universitari. Tutto dipendeva da come si giudicava ladat. La scuola degli indologiprodusse montagne di studi sul diritto locale, ispirati allesigenza di conservare le primordiali identit culturali di centinaia di gruppi etnici diversi. LEnciclopedia delle Indie olandesi aveva dato delladat una definizione totalmente generica: esso linsieme degli usi e costumi che guidano ogni aspetto della vita indigena. Agli amministratori, peraltro, serviva conoscere bene le differenze culturali del mondo indigeno per poterlo governare, in quanto alluomo bianco punto darrivo della scala evolutiva spettava di governare i localismi. Tutto ci, allatto pratico, significava consolidare, se non addirittura favorire e promuovere le antichissime frammentazioni della societ indonesiana. Se quelli che Kat Angelino chiamava fratelli indonesiani restavano nel loro Medioevo ancora un bel po, ci significava che per uguale tempo potevano restare nelle Indie gli olandesi a distribuire con il contagocce le idee moderne, per non scatenare i sentimenti nazionalistici. I nazionalisti indonesiani capivano invece benissimo la necessit di impadronirsi degli strumenti della modernit, innanzi tutto culturali, togliendoli agli olandesi e servendosene in proprio. Non solo per contro i padroni coloniali, ma anche contro i localismi e le tradizioni consacrate indigene. Il multiculturalismo praticato per paternalismo o per infatuazione, oppure per trarre profitti politici e sociali dalla frammentazione di usi e costumi, fu esiziale sia agli olandesi che agli indonesiani. Agli olandesi perch non elaborarono nessuna prospettiva o ipotesi di transizione per il momento in cui avrebbero dovuto ammainare la bandiera. Agli indonesiani perch nel tentativo di recuperare il tempo perduto, travisarono gi strumenti del mondo moderno al cui uso non erano addestrati.

4. il pope e il cosacco 1. Il destino a est


Limpero russo ebbe una sua particolarit. A est degli Urali, alle spalle della Russia europea, si estendeva la Siberia, grande come un continente. A limitare lespansione cerano soltanto ostacoli naturali o Stati capaci di contrastarla (Giappone e Cina). Lavventura oltremare cominci quando i russi, affacciatisi sul Pacifico, stabilirono a met del Settecento basi commerciali in Alaska; e poi si spinsero sino alle isole Marshall e alle Hawaii. I possedimenti in America furono per effimeri: vennero venduti agli Stati Uniti nel 1867, e la Russia torn potenza coloniale continentale. Simile in ci, del resto, proprio gli Stati Uniti nel lontano West. Durante lOttocento era convinzione comune che dalla colonizzazione russa sarebbe venuta alla Siberia una benefica occidentalizzazione. Lo pens anche il giornalista americano George Kennan, che visit nel 1885 la Siberia sino ai confini della Mongolia cinese. Voleva documentare il trattamento dei prigionieri e deportati politici. Nel suo resoconto la denuncia degli orrori della deportazione non intacc la constatazione che la presenza russa rappresentasse comunque un fattore di civilt. Traspirava invece il rammarico per il sistema poliziesco, ostacolo per un processo di civilizzazione altrimenti pi rapido. Nel cuore della Siberia, Kennan aveva notato labisso di epoche e culture tra i villaggi russi e le cosiddette province delle steppe, gli aoul o

accampamenti di tende dei chirghisi e tartari nomadi, cio degli oltre tre quarti degli abitanti. Il giornalista sottoline il primitivismo di quelle popolazioni, i loro orizzonti culturali limitati. Ma cerano anche altri contesti, ad esempio quello della citt di Semipalatinsk, di 15mila abitanti, che aveva una biblioteca pubblica di buon livello, frequentata persino da qualche autoctono. I risultati dellacculturazione di pendevano per totalmente dal caso, dalla fortuita esistenza di biblioteche, dallaccidentale grado di rigore o rilassatezza del sistema poliziesco. Omsk, un capoluogo grande il doppio di Semipalatinsk, non aveva n un giornale locale n una biblioteca. Una sostanziale casualit caratterizzava daltronde ogni cosa, a cominciare dalla possibilit di positivi rapporti dei colonizzatori con gli autoctoni. Si tratt, salvo eccezioni, di due mondi istituzionalmente separati, generalmente senza scambi di usi e costumi, e collegati tra loro solo attraverso le autorit militari o gli agenti governativi e commerciali presso i gruppi tribali indigeni. Era stata una conquista specificamente militare sin dalla fine del 16 secolo. Cio da quando i cosacchi avevano conquistato oltre gli Urali un ricchissimo territorio di sfruttamento per la potente famiglia di mercanti Stroganov, forte quest0ultima di una licenza di monopolio concessale dallo zar Ivan IV il Terribile. A quellepoca i cosacchi, ovvero i contadini russi e ucraini che in fuga dalla servit della gleba avevano fondato a Moscovia meridionale libere comunit militari, erano ormai diventati preziosissime truppe di tutela e ampliamento delle frontiere. La conquista della Siberia sar la loro epopea. Qui vi avevano costituito la cosiddetta frontiera militare, in continuo spostamento verso est. Finite poi le necessit militari, le guarnigioni restarono in Siberia come strumenti per lordine interno e il controllo delle popolazioni indigene. A sud il sistema della frontiera militare continu invece per consentire lespansione coloniale verso le terre dei kazachi, calmucchi, tartari e chirghisi; e fino a tutto lOttocento per le mire su Persia e Afghanistan. Gli insediamenti si assomigliavano: un agglomerato di robuste case di tronchi, adatte anche alla difesa, strade larghe e pulite, limmancabile chiesa ortodossa al centro e, ovviamente, sempre unassenza di contatti con il mondo esterno delle popolazioni indigene. Al giornalista americano ricordavano il Far West, i villaggi delle praterie circondati da aguzze palizzate contro gli attacchi dei pellerossa. Nemmeno nelle citt vi era stata reale integrazione tra autoctoni e colonizzatori. Daltronde le idee politico-culturali offerte dai colonizzatori potevano difficilmente servire alla costruzione di rapporti di consenso dal momento che la civilizzazione veniva teorizzata come unimposizione di regole nuda e cruda. Altrettanto espliciti erano i compiti a sostegno della colonizzazione svolti dalla Chiesa ortodossa e dai suoi preti, i pope. Una diversa forma di cultura esisteva s in Siberia, per giunta a livelli di rispettabile modernit e presente in quasi ogni maggiore citt e villaggio. Ma si trattava dei deportati politici, ai quali era vietato esercitare un qualsiasi mestiere intellettuale, dunque anche di diffonderne il sapere tecnico.

2. Le visioni imperiali, ovvero come civilizzare gli alieni


Nella colonizzazione siberiana prevalse per quasi tre secoli il criterio fissato da Ivan nella carta agli Stroganov: sfruttare quelle terre vuote al massimo, senza progetti a lungo termine che ne rigenerassero le risorse. Imporsi agli autoctoni non era difficile. I ciukci del nordest siberiano tiravano le frecce non ai cavalieri

cosacchi ma ai cavalli, ritenendoli incarnazioni di spiriti maligni. N in Siberia esisteva un concorrente europeo che potesse rendere la vita difficile ai russi. Sino a tutto il 18 secolo il principale ricavato siberiano fu lo yasak, il tributo in pelli pregiate o cosiddetto oro morbido. Pi tardi arrivarono i giacimenti di oro vero, ma con le tecniche estrattive primitive. Daltronde erano rudimentali anche i sistemi dellagricoltura, non diversi da quelli della madrepatria russa in generale. Agli indigeni il colonizzatore poteva imporsi perfino con lo scarso sapere tecnico che si portava da casa. Lovvio problema era come civilizzarli, con quali strumenti e criteri. Le stesse conversioni al cristianesimo erano un veicolo di civilizzazione assai precario. Sino allOttocento il missionario ortodosso era in Siberia una presenza occasionale, non un protagonista. Del resto, finch dur lo yasak, non era vantaggioso convertire gli indigeni. In teoria infatti un cristiano era dispensato dallo yasak. Fenomeni assai frequenti erano la formale conversione cristiana e il mantenimento pratico di rituali sciamanici, ai quali ricorrevano volentieri anche i coloni russi, soprattutto se si erano uniti a ragazze indigene, cristianizzate dufficio allatto del matrimonio. Nei matrimoni misti la cultura autoctona si conservava di solito negli usi e costumi dei figli, solo nominalmente cristiani. Il battesimo, comunque, non toglieva agli indigeni il loro essere inorodtsy, letteralmente alieni o estranei. Era questa, a cominciare dal 1822, la definizione legale dei nomadi siberiani: ovvero popolazioni soggette s a tributo ma non alle leggi dellimpero, e che perci conservavano i loro costumi e ordinamenti. In seguito ricevettero quella denominazione tutti i popoli non russi che limpero incontrava nella sua espansione. Agli inizi del Novecento quel termine giuridico, originariamente neutro, si trasform in un marchio di discriminazione razzista. Lavventura siberiana ricever solo alla fine dellOttocento progetti pi organici e proiettati verso tempi lunghi. E ci in risposta ai mutamenti capitalistici avvenuti nelleconomia della Russia metropolitana e alla necessit geopolitica di partecipare alla competizione coloniale mondiale. Nel frattempo unelaborazione di visioni imperiali classiche cera stata nel Caucaso e nellAsia centrale. La visione imperiale da propagandare costitu qui uno strumento indispensabile. Dallaltro lato della frontiera militare non cerano infatti le primitive e sparpagliate trib siberiane. Cerano societ civili di notevole coesione culturale islamica, collocate da secoli nella sfera dinfluenza dellimpero ottomano e di quello persiano. Ci fu dunque la mobilitazione della Chiesa ortodossa, efficace puntello politico dellimpero, e della filosofia e delle scienze. Limpresa caucasica fu sin dagli inizi, cio dalla fine del Settecento, unimpegnativa vicenda militare che termin formalmente nel 1864, accompagnata dalla deportazione di decine di migliaia di islamici. Limpresa era stata condotta da un impero che si considerava erede sia di quello bizantino, sia della lotta storica contro lislam che andava respinto il pi lontano possibile dai paesi della cristianit. Le istituzioni della Chiesa ortodossa affiancavano la conquista e funzionarono non tanto come centri di attivit missionaria religiosa, quanto semplicemente come simboli dellidentit storica dellimpero russo. Dellislam nel Caucaso si occuparono altri, ovvero gli intellettuali, che misero in piedi unoperazione ideologico-politica emblematica. Si dichiar che lislamicit dei caucasici era dovuta solo alla conquista turca, e la provvidenziale mano russa li avrebbe liberati per restituirli alla loro vere essenza.

Le idee che circolavano sullargomento in Europa erano pi o meno analoghe. Le qualifiche di solito riservate ai russi, il loro essere crudeli e barbari, vennero adesso usate per le genti asiatiche e caucasiche che via via dovevano venir civilizzate dai russi. La Societ per la restaurazione dellortodossia fondata a Tblissi nel 1860, e attivissima nellorganizzare scuole cristiane per gli inorodtsy musulmani, dichiarava sin da nome che si voleva restituire la regione alle presunte origini cristiane. Nella realt dei fatti invece si preparava, diventando palese nel Novecento, una intensa russificazione affidata al tradizionale trinomio di zarChiesa-esercito.

3. Dal Turkestan a Tsushima


La penetrazione nellAsia centrale ebbe rispetto al Caucaso connotati coloniali pi classici. La spinta geopolitica verso larea britannica dellIndia fu lingrediente dichiarato. Nella pratica si ebbe la semplice conquista, nuda e cruda: da un lato loccupazione militare del Turkestan russo e dallaltro vi fu la trasformazione di Burkhara e Khiva in protettorati dello zar. Sulla linea da seguire nei confronti degli inorodtsy, se quella delle imposizioni oppure di una pi morbida autocrazia illuminata, regnava incertezza. Il governatore cosacco di Orenburg al confine con lAsia centrale, postulava nel 1865 che si dovesse costringere gli autoctoni a conformarsi ai costumi e alla lingua della madrepatria russa. Al generale Kaufman, governatore del Turkestan dal 1867, sembr invece essenziale ottenere la fiducia degli indigeni mediante un trattamento paziente e gentile dei chirghisi, e un sincero desiderio di migliorarne la posizione sulla base delle nuove leggi. Ovvero, invece di optare per una russificazione coatta, fonte di temibili rivolte, il generale pensava che ci si dovesse limitare a far sperimentare ai musulmani i vantaggi della superiore cultura russa, insieme anche a un formale rispetto per la loro religione. Sicch egli viet alla Chiesa ortodossa di svolgere nel Turkestan attivit missionaria. La russificazione dei nuovi territori fu dovuta non tanto allacquisizione di valori russi da parte degli indigeni, quanto allimmigrazione della vecchia Russia. Arrivarono contadini in numero crescente, soprattutto dopo il collegamento ferroviario. La colonizzazione rurale serv, oltre a tener sottomessi i nomadi sottraendo loro le terre di pascolo, anche al dichiarato scopo geopolitico di consolidare la presenza fisica russa alla frontiera con la Cina. Ma fondamentalmente le due comunit di russi e inorodtsy restarono tra loro distanti. Nellaltra direttrice di espansione, quella siberiana, si erano nel frattempo delineati sviluppi nuovi. Il capitalismo russo in formazione cominci a vedere la Siberia come un promettente sbocco di merci, purch la si dotasse di buone vie di comunicazione. La ferrovia transiberiana, entrata progressivamente in servizio nel 1896-1903, avrebbe consentito alla Russia di partecipare sul Pacifico alla guerra economica tra le grandi potenze. Il ministro degli esteri nel 1897 aveva insistito sulla necessit di mostrare il pungo di ferro in generale a tutti i popoli orientali, ma in primo luogo alla Cina, vista come spaventosa entit barbara, nemica del progresso. Tutti a cominciare dai progettisti della Transiberiana erano convinti dellinevitabilit dello scontro armato, dapprima con la Cina, poi con il Giappone. A illudersi sulle proprie forze non fu peraltro la sola Russia. Le si sovrastimava anche in

tutte le capitali europee. Fu dunque unenorme sorpresa quando in poco pi di un anno, dal 1904 al 1905, lesercito e la flotta giapponesi inflissero allimpero zarista disfatte rovinose. Per risorse materiali e umane mobilitate, e per il numero delle vittime, fa la prima vera guerra moderna del 20 secolo. Nella quale un popolo asiatico ritenuto tanto inferiore aveva profondamente umiliato una grande nazione europea. Il fatto che una razza di colore vincesse una razza bianca sconvolse di colpo le teorie ottocentesche sulla gerarchia delle razze. Si stava dunque incrinando il dominio europeo sul mondo? Da un lato la guerra russo-giapponese innesc, nellimmediato, la rivoluzione del gennaio 1905 in Russia. Per un altro verso il trionfo giapponese era destinato, in tempi medio-lunghi, a suscitare lidea nellintera area coloniale del sud-est asiatico che dal dominio bianco ci si potesse liberare.

5. rule, britannia! 1. La nazione al di l dei mari


Lavventura inglese doltremare cominci quando Elisabetta I istitu le cosiddette Compagnie Privilegiate, con azionariato nobiliare e borghese e magari la sovrana stessa tra gli azionisti. Avevano il monopolio commerciale in aree vastissime, dalla Russia allimpero ottomani e alle coste dellAfrica occidentale. Il famoso inno Rule Britannia confer allespansionismo il fascino ideologico di unavventura che si presumeva sempre positiva, di enorme vantaggio per tutti i popoli. Cos almeno assicurava nel 1804 il periodico Edinburgh Review, spiegando che il grande e fondamentale principio del governo britannico consisteva nel far s che gli abitanti delle colonie diventassero da ogni punto di vista sudditi. Su come costruire la strada del dominio e percorrerla, le idee divergevano. Intorno alla met dellOttocento il liberale e liberista Cobden diceva che un colonialismo espansionista avrebbe danneggiato non solo gli interessi veri del commercio britannico, ma anche qualunque missione civilizzatrice. Unicamente il commercio avrebbe portato alla gente di paesi meno illuminati i semi dellintelligenza, e sarebbe stato da solo un messaggio di libert, di pace e di buon governo. Civilizzazione era dunque sinonimo di mondializzazione del commercio, e la civilt da diffondere era ovviamente quella britannica. Robinson Crusoe, leroe dellomonimo romanzo di Defoe del 1719, fa della sua isola deserta una piccola Inghilterra, e nel servo Venerd si costruisce limpero coloniale. Ma questa globalizzazione civilizzatrice, chiamata anglobalizzazione, davvero sarebbe stata possibile senza imporre con la forza la regola del British Empire? In realt nessuna delle forme che lavventura oltremare assunse avrebbe potuto esserci senza i supporti istituzionali. Neanche il dinamismo mercantile degli inizi era nato dalla sola domanda commerciale. A sorreggerlo furono le scorrerie di avventurieri poi nobilitati a pirati dello Stato come sir Francis Drake, la cui spedizione del 1577-80 nel Pacifico, contro le colonie spagnole, ripag in bottino sessantasette volte il costo dellimpresa. Ancor meno si sarebbe potuto rinunciare agli strumenti istituzionali pi in l, tra Ottocento e Novecento, nellepoca doro degli apparati industrial-militari, delle comunicazioni di massa e del grande mercato finanziario. Certo, nellespandersi dellempire ebbe un suo ruolo il volontariato missionario delle Chiese protestanti. Ma anche i missionari vedevano la civilizzazione come

anglicizzazione. Cos pure il corpo dei funzionari civili coloniali straordinariamente esiguo in rapporto alla vastit dei territori e dei compiti, compensava questa proporzione con una professionalit di proverbiale eccellenza. Ma era resa possibile dalla robustezza degli apparati istituzionali e, ideologicamente, da un dogma della superiorit lungamente consolidato. Alla fine dellOttocento il dominio auspicato dal Rule Britannia era diventato realt. La flotta militare, la Royal Navy, dominava i mari incontrastata. La marina mercantile aveva il monopolio delle comunicazioni a lunga distanza. Il dominio navale crebbe in proporzione alle innovazioni tecnologiche: se a met dellOttocento i velieri impiegavano quattro mesi da Londra a Sidney, nel 1914 una nave a vapore ci metter meno di un mese. Ma ci naturalmente richiedeva su tutte le rotte un moltiplicarsi di basi per il carbone e di stazioni per il telegrafo. Lespansione coloniale inoltre irrobust ulteriormente lidentit nazionale. Nella seconda met dellOttocento erano emigrate dallEuropa circa 23 milioni di persone, probabilmente 10 milioni venivano dallInghilterra e dallIrlanda. Erano sparsi ovunque, oltre ad aver popolato specialmente lAustralia e la Nuova Zelanda. Nellopinione pubblica si formarono, largamente accettati, nessi profondi tra imperialismo e patriottismo, e ci cre laccattivante convinzione che limpero fosse insieme unesaltante avventura e una nobilitante responsabilit. La premessa era che i paesi occidentali civili avessero, di fronte agli indigeni, prerogative che questi per natura non possedevano. Il cosiddetto social darwinismo, cio la dottrina del farsi largo a gomitate da parte dei pi forti e dei pi dotati, non era farina di Darwin. Egli aveva tra laltro bollato non solo il grande crimine dello schiavismo, ma pure il fatto che lo si fosse tollerato tanto a lungo anche nelle nazioni pi civili. Eppure neanche lui dubitava dellanima globalmente civilizzatrice dellindustrialismo capitalistico.

2. Sahib a est di Suez


la locuzione a est di Suez (a coniarla fu Kipling) divent significativa soltando dopo lapertura del canale di Suez nel 1869. Prima, per arrivare in India, un sahib inglese come si chiamavano nellIndia coloniale i bianchi dalla voce araba e hindi sshib signore- impiegava tre mesi doppiando il Capo di Buona Speranza. Con la societ civile indiana la East India Company aveva evitato di interferire per buoni due secoli. Farlo, avrebbe danneggiato gli interessi commerciali, come sapeva anche lomologa Compagnia olandese. Mercanti e soldati inglesi avevano anzi imparato le lingue locali e adottato costumi indigeni, spesso attraverso le loro mogli o amanti indiane, qualcuna anche di nobile casato. Dallimpatto positivo che la sessualit orientale ebbe sugli europei esistono documenti i quali, non a torto, elogiano anche le prostitute, essendo la prostituzione in India e Giappone una professione onorata, e svolta apertamente, mentre le puttane britanniche erano invariabilmente rozze e sporche. Sino agli inizi dellOttocento pot anzi sembrare che pi che unanglicizzazione dellIndia si fosse avuta, entro certi limiti, qualche indianizzazione. La Compagnia vietava s la cristianizzazione missionaria degli indigeni perch ne sarebbero nate frizioni nocive al commercio. Ma un alto funzionario della

Compagnia aveva richiamato, nel 1808, una questione generale di principio: lautorit sovrana inglese ha il dovere di tutelare gli abitanti indigeni nel libero e indisturbato possesso delle loro opinioni religiose. Gi a quellepoca, dunque, lidea della tutela coesisteva con quella della missione di civilt. Lo storico John Malcolm, futuro governatore dellIndia centrale, sosteneva nel 1803 la necessit di una guerra preventiva contro un maragi locale perch in tal modo si sarebbe introdotta la naturale progressiva crescita della civilt. Il domini coloniale, insomma, avrebbe dato ai colonizzati sicurezza e libert, con in primo piano la garanzia dei loro diritti. Parecchie cose cambiarono nel 1813 quando il parlamento dovette rinnovare la Carta di concessione della Compagnia. Un gruppo di pressione antischiavista impose una nuova legge sullIndia, lo East India Act, che apr la porta non soltanto ai missionari, ma a una anglicizzazione massiccia. Ne nacquero scontri frontali con la societ civile indiana: il vietare nel 1829 il sati, luso di bruciare le vedove sulle pire funerarie dei mariti, fu come prendersela non con il motivo religioso, ma sociologico profondo per cui nelle caste povere il sati risolveva in radice il problema del mantenimento economico delle vedove. I sogni di unimminente India britannica furono crudamente dissipati dallIndian Mutiny, il grande Ammutinamento Indiano cominciato nel 1857 quando reparti indigeni passarono per le armi i loro ufficiali inglesi nel nordest del paese. La rivolta si estese a macchia dolio, con brutalit da entrambe le parti, fino alla repressione un anno dopo. Nei colonizzati e, soprattutto, negli europei limpressione del Mutiny fu comunque tale che ad esempio Marx consider quegli eventi una sorta di prima guerra indiana dindipendenza. La Corona impar invece la lezione, al di l della retorica nazionale che riemp la stampa di peana patriottici sulleroismo dei militari e civili britannici. LIndia Act del 1858 tolse alla Compagnia lamministrazione della colonia, istitu un ministero per lIndia, garant la non ingerenza negli affari religiosi e, soprattutto, sostitu alla penetrazione nei principati dei ragi una politica di cooperazione. La modernizzazione e loccidentalizzazione furono affidate alla costruzione di strade e ferrovie. Durante il regno della regina Vittoria, dal 1876 imperatrice delle Indie, limpronta ufficiale fu il paternalismo illuminato. Tra le raffigurazioni del paternalismo vittoriano spiccano quelle del giornalista, poeta e romanziere Kipling. Nato a Bombay, impar dalla nutrice lo hindi prima ancora dellinglese. Dopo studi di giornalismo in un collage della madrepatria, fu poi al servizio dellidea imperiale per lintera vita. Il protagonista del suo romanzo Kim (1901) un ragazzo di strada, un orfano irlandese capace di mentire come un orientale, ma anche dotato, diversamente dagli orientali, della positiva impazienza delluomo bianco. Egli vagabonda per lIndia al seguito di un lama buddista, viene poi praticamente adottato da funzionari britannici e infine, aiutando il servizio segreto, contribuisce a sventare un colpo di mano dei russi nei territori di confine del nordovest. La sua metamorfosi, attraverso tanti pittoreschi incontri con il mondo indiano, non consiste nel diventare egli un sahib, ma nel rendersi conto di essere un sahib. Kim fu dunque una sorta di vetrina della benefica attivit tutoria degli inglesi, meglio se indiretta invece che diretta: cio da attuare incrementando economia e trasporti, e da affidare a funzionari bene addentro nelle realt indiane. E ad esempio unistituzione britannica, il museo di arti e manifatture indiane a Lahore, a mostrare agli indigeni la loro propria cultura; ed il curatore del museo a spiegare al monaco buddista i dettagli del buddismo e a

regalargli un paio di occhiali nuovi (sicch con occhiali britannici anche il buddista vedr meglio). Circa leconomia, ne ovvia protagonista la grande rete ferroviaria costruita dagli inglesi allo scopo di raggiungere e sfruttare le ricchezze di un intero subcontinente, ma anche, nellottica del tutore vittoriano, come mezzo per promuovere lunit moderna dellIndia. Una convinzione dominava comunque tutto: lo scopo era avvicinare lIndia allOccidente. A produrre lavvicinamento sarebbero stati i progressi della civilt occidentale, a cominciare da quelli tecnici grazie ai quali si accorciavano i tempi necessari a raggiungere lIndia.

3. Dal Capo al Cairo


Africa signific a lungo, per tutti i paesi marinari europei, solo una serie di basi logistiche costiere sulla via dellIndia. Servivano anche a imbarcare merce esotica, tra cui gli schiavi destinati alle piantagioni in America e allindustria dello zucchero nei Caraibi. Il movimento per labolizione della schiavit, vivissimo nellInghilterra della seconda met del Settecento, si svolse in concomitanza con lavvio della rivoluzione industriale, nella quale, come aveva insegnato Adam Smith, la mano dopera redditizia non lo schiavo ma il lavoratore salariato. Verso la fine del 18secolo giocava anche il contrasto di interessi tra i produttori inglesi di zucchero nelle colonie in Asia e nelle Indie inglesi occidentali: a differenza che nei Caraibi, lo zucchero si produceva in Asia senza schiavi neri e costava di meno. Sicch nei Caraibi, per non darla vinta ai concorrenti, si tacciava gli abolizionisti, e si accusavano i missionari protestanti di sobillare gli schiavi. Effettivamente lantischiavismo fu unefficace arma di pressione usata dallampio movimento politico-religioso che voleva mobilitare la cristianizzazione missionaria anche per civilizzare lAfrica. Le leggi inglesi di abolizione della tratta degli schiavi (1807) e poi della schiavit in generale nella madrepatria e nelle colonie (1831), rafforzarono lidea che a tutta lAfrica bisognasse estendere il trinomio della cristianizzazione-civilizzazione-anglicizzazione. Ne furono emblema le vicende del medico Livingstone il quale, gi missionario della London Missionary Society, divent nel 1848 esploratore in Africa per conto di imprese insieme imperiali e cristiano-umanitarie. Dopo esser stato il primo europeo a vedere le cascate dello Zambesi, egli si convinse che lAfrica potesse trovare la via. Bisognava dunque introdurvi i benefici del libero mercato, comperando cio quel che veniva prodotto dalla libera forza-lavoro africana invece di trasformare i negri in lavoratori coatti. La realt della penetrazione coloniale mostr un volto ben diverso. Prese forma il disegno, non tanto di missione civilizzatrice quanto squisitamente geopolitico, di unAfrica britannica che unisse dal sud al nord, dal Capo al Cairo, tutti i territori direttamente o indirettamente controllati. Gli ostacoli costituiti dalle repubbliche boere del Transvaal e dellOrange e dallAfrica orientale tedesca verranno eliminati rispettivamente con la guerra anglo-boera nel 1899-1902 e dalla Grande Guerra nel 1918. Gli appelli alla missione di civilt servirono a costruire miti a ideali a uso dei colonizzatori. Ma a funzionare in concreto nella politica quotidiana fu il puro principio di potenza. Essendo a fine Ottocento meno di seimila i funzionari coloniali britannici sparsi per tutto il globo, la politica pratica rimase in gran parte nelle mani di condottieri di frontiera o, in Africa, di societ commerciali.

A dettare legge fu in fin dei conti lassioma espresso nel 1893 dal conservatore Salisbury, pi volt primo ministro che spetta allimpero britannico impadronirsi delle parti non occupate del mondo, prima che se ne impadroniscano altri. Il principio di potenza si impose facilmente perch stava perdendo terreno il dogma classico dellespansione coloniale, ovvero chessa avrebbe creato la ricchezza di una nazione perch i territori oltremare sarebbero stati il luogo di fruttuosi e costanti investimenti. A fine Ottocento era invece chiaro che le colonie assorbivano pi di quanto rendevano. I miraggi sul radioso futuro erano stati molti. La premessa era che il Sudafrica fosse gi di per s una terra dei bianchi, una loro patria, e i colonizzatori avessero soltanto da prendere possesso di quel che sin dallinizio era loro propriet. Giocava lassunto classicamente colonialista che ogni terra lontana fosse vergine e in attesa, semplicemente, del suo vero padrone. I padroni bianchi, si diceva per anche, doveva sbrigarsi a prendere dimora nel continente nero, farlo nel maggior numero possibile e moltiplicarsi in fretta.

4. Il fardello delluomo bianco


La poesia di Kipling The White Mans Burden, Il fardello delluomo bianco, del 1899, alludeva alla guerra americano-spagnola appena conclusa. Lidea era che al vecchio mondo coloniale mercantile della Spagna e del Portogallo subentrasse una missione imperiale anglosassone moderna, di ampio orizzonte. Ognuna delle sette strofe cominciava con lesortazione per luomo bianco ad aver pazienza, a non esibire minacce ma pronti a selvagge guerre per la pace. Dietro la maschera dellamabile autorevolezza indossata dalluomo bianco c sempre lesplicita disponibilit a usare la forza. Dirsi investiti di tale autorit era unautoinvestitura, la quale, per avere efficacia morale, doveva nobilitare la semplice conquista appellandosi a una teoria intorno alla speciale relazione tra la geografia da un lato e i popoli civili o rispettivamente incivili dallaltro. Si trattava dunque di chiarire da dove linvestitura gli derivasse. Per la destra reazionaria consisteva nella superiore assenza metafisica delluomo bianco (dovuta dunque a un privilegio creazionistico), per la sinistra liberaldemocratica nasceva da un particolare tipo di evoluzione storica. Le due posizioni si contrapposero nella diatriba del 1849-50 tra lo storico romanticoreazionario Calyle e il libera-democratico Stuart Mill sulla questione dei negri nelle Antille e Bahamas britanniche, cio sul problema del loro lavoro pi o meno coatto nelle piantagioni. Nella scala carlyliana il nigger (usato in senso dispregiativo) occupava un posto di poco superiore a quello della bestia da soma. Allapice stava il padrone bianco, per superiorit di natura. La replica di Mill riconobbe s il divario tra africani ed europei, ma senza imputarlo a una differenza di razza, dunque originaria o naturale. Leuropeo andato s pi avanti nella storia del perfezionamento umano, ma solo grazie a una combinazione fortunata e straordinaria di circostanze. La gerarchia delle razze un prodotto della storia: e semmai i neri africani possono venir migliorati non gi forzandoli a lavorare contro la loro volont, ma facendoli partecipare ai benefici della civilt europea. Assodata comunque la superiorit dei bianchi sui non-civilizzati e sui semicivilizzati, bisognava capire come esercitarla, se con una nuda e cruda politica di potenza, oppure in un modo diverso, di elevazione educativa dei non-

civilizzati. I due orientamenti coesistevano. Nella realt delle cose il guanto di velluto e il pugno di ferro coesistettero solo nel senso che nei momenti decisivi il pugno si presentava senza guanto. Lugard, il governatore della Nigeria, suddivideva le popolazioni dellAfrica tropicale britannica in trib primitive, comunit avanzate e africani europeizzati: le trib, poich prive di qualunque barlume di cultura, erano da amministrare con interventi diretti; nelle comunit avanzate, beneficate storicamente dallinfluenza sociale e politica dellislam, ci si doveva avvalere dellautorit dei capi locali; gli africani europeizzati, che avevano studiato avvocatura e giornalismo in Inghilterra, sarebbero diventati preziosi funzionari coloniali. Era il modello anglo-indiano, di indigeni ormai lontani dai loro conterranei per istruzione e moduli di pensiero, ma che dalla loro gente conoscevano comunque la lingua e i costumi.

6. la bibbia e il fucile 1. La legge del popolo di Dio


al seguito dei calvinisti olandesi, colonizzatori del Capo di Buona Speranza dal 1652, arrivarono nel 1687 ugonotti francesi sottrattisi alla persecuzione religiosa. Erano agricoltori della Francia meridionale, pi vivaci e intraprendenti dei contadini (boers) olandesi. Ma tutti avevano come bussola culturale le usanze patriarcali e la radicata diffidenza verso le attivit industriali. Nel bagaglio dei coloni primeggiava il Vecchio Testamento biblico, che conteneva unideologia di occupazione territoriale a base etnici stico-religiosa. Al Popolo Eletto era garantito il possesso della Terra Promessa, una volta cacciati o annientati i precedenti abitanti. Si sapeva inoltre che gli autoctoni di pelle nera discendevano da Cam, il figlio maledetto di No. Nella realt qualche patto con gli ottentotti e i boscimani bisogn farlo. Non fossaltre per la forza-lavoro (lavoratori domestici e braccianti agricoli). La soluzione fu che non sarebbero stati schiavi nel senso classico della parola (la schiavit era formalmente vietata negli statuti adottati dalle comunit boere dal 1837 in poi), ma qualcosa di simile a servi della gleba. Divent regola limpiego, perch ritenuti pi malleabili, di bambini (il cosiddetto avorio nero) e di giovani di entrambi i sessi fino ai venticinque anni. Molti rimasero in servit perpetua. Scheibert, un maggiore dellesercito tedesco, elogi, come modello da imitare, labilit dei boeri nellavere rapporti corretti con gli indigeni, mantenendoli a debita distanza, ma nel contempo trattandoli in modo giusto e umano. Essendo il negro indietro nella cultura di molte generazioni, la sua collocazione naturale quella di servo; e dunque poich il venir governato per lui un bisogno, bianchi e neri convivono in pace. Naturalmente armonia o trattamento giusto e umano non esistevano. Se ne accorse nel 1888 la Societ missionaria berlinese, di radici pietistiche, che denunci nel suo Bollettino lostilit boera verso le missioni, e i guasti eticoreligiosi nati dal sistema del servaggio dei neri. Nellintera storia boera lo schiavismo mascherato da paternalismo patriarcale gioc un ruolo funesto. Ovviamente per i colonizzati, ma anche rendendo un pessimo servizio ai colonizzatori perch imped loro di stare al passo con i tempi. I boeri trasfigurarono a dimensioni bibliche la loro lunga migrazione, cominciata ne 1835, dalla colonia del Capo ormai britannica verso linterno, fino allOrange, al Nata e al Transvaal. La prima ondata dellesodo, lepico Grande

trek attraverso il fiume Orange, venne paragonata alla fuga degli ebrei dallEgitto. Sennonch la libert che si ripromettevano togliendosi dallautorit inglese, era soprattutto quella di poter tenere dei negri come lavoratori coatti. Labolizione della schiavit in tutte le colonie britanniche nel 1834, e dunque lequiparazione di bianchi e neri, fu percepita come un cataclisma. Anche la vittoria del 1838 nel Natal, dove 464 trekker avevano sbaragliato oltre 10mila zul, divent nella successiva elaborazione mitica il segno non della superiorit dei fucili e dei cannoni boeri, bens della benevolenza divina. In realt le ricerche sul Grande trek non mostrano nei trekker, al di l del tradizionale linguaggio biblico delle loro cronache, particolari convinzioni di essere esecutori di una missione divina. Ma la saga delloriginaria protezione divina aiut a costruite unidentit nazionale. Agli inglesi i boeri apparivano affetti da tribalismo patriarcale, dunque da situare a un livello poco superiore a quello degli indigeni, e perci colonizzatori incapaci di civilizzare, ma utili come strumento di polizia a beneficio di una societ bianca di pi alta civilt. La pi alta civilt, quella dei vincitori della sanguinosa guerra anglo-boera, si rivel semplicemente una politica pi moderna di separazione tra le razze. Il boero sotto amministrazione britannica divent appunto uno strumento di polizia adattissimo a erigere barriere tra bianchi e colorati. Agli afrikaner del Novecento, ormai diventati anglo-boeri, letnicismo di stirpe collegato al biblismo li costrinse ancora per quasi lintero secolo alla teoria e prassi della separatezza razziale. E proprio lesperienza dellapartheid ha indotto non pochi sudafricani delle giovani generazioni a vedere nella Bibbia un documento delloppressione coloniale, a leggerla con gli occhi di chi dalle proprie terre stato estromesso da un Popolo Eletto.

2. Il Destino manifesto
Il richiamo alla volont divina cera stato anche in unaltra nazione di pionieri, gli Stati Uniti americani, con per qualche differenza. Intanto il Dio a cui nel 1776 si appellava la Dichiarazione dindipendenza delle colonie inglesi dAmerica era pi o Dio dei filosofi deisti (il garante delle leggi di natura e dei diritti naturali) che quello biblico autoritario, e la superiorit dei valori americani veniva fatta discendere dalla teoria e prassi degli strumenti politici repubblicani e liberal-democratici. Il tono giusto per diffondere il messaggio lo trover nel 1839 il giornalista newyorkese OSullivan, di idee romantico-populiste e razziste. In un articolo intitolato La grande nazione del futuro, dichiar che agli Stati Uniti, non appesantiti da nessun passato storico, erano destinati a espandersi in un emisfero intero, e che proprio Dio gli aveva scelti per questa missione di benevolenza. Larticolo verr poi riproposto nel 1845 alla vigilia della guerra con il Messico che consentir agli Stati Uniti di arrivare al Pacifico, e far guadagnare allautore la fama di araldo del Manifest Destiny, del destino manifesto della nazione. Il suo periodico dava voce alle idee di movimento, la cosiddetta Giovane America, teso alla scoperta di autonome radici americane e a unespansione politica che ne diffondesse i valori. Otto anni dopo il commercio verso lAia verr garantito dalla squadra navale del commodoro Perry che nel 1853 costrinse il Giappone ad aprire dopo due secoli i suoi porti alle navi occidentali. Sulla colonizzazione come inarrestabile marcia verso lOvest non esistevano

dubbi, sin da quando alla fine del 17 secolo i primi mercanti penetrarono nei territori indiani. Un secolo prima, con un analogo processo di colonizzazione continentale, i cacciatori di pelliccia russi avevano aperto alla loro nazione lEst. La novit del Manifest Destiny di OSullivan stava in una premessa: la comunit destinata da Dio a popolare lAmerica dallAtlantico al Pacifico sarebbe stata, rigorosamente, soltanto bianca. Nellarticolo del 1845 in cui caldeggiava lannessione del Texas, spieg, a proposito dei negri del Sud degli Stati Uniti, che pur nelleventualit di un loro futuro senza schiavit, mai vi sarebbe stato un amalgamazione sociale di essi con la popolazione bianca perch questa avrebbe opposto giustamente allintegrazione ostacoli insuperabili. Egli propose come soluzione assolutamente umanitaria la pulizia etnica. Bisognava bandire la razza negra, smistarla tutta verso il Messico e lAmerica centrale e meridionale, dove hanno gi tanta mescolanza di sangue da non scandalizzarsi per una razza in pi. Nei confronti della Negro race la pulizia era tuttavia irrealizzabile. Nei confronti dei pellerossa, percepiti dai coloni come una minaccia vera al loro insediamento sul territorio, il ripulimento ebbe successo. Cerano stati anche orientamenti pi blandi: il sigillo della Compagnia della baia del Massachusetts fondata nel 1629 raffigurava un indiano sulla cui bocca usciva un fumetto con la scritta Venite e aiutateci, il che suggeriva lidea del selvaggio buono, da prendere sotto tutela. A differenza dei francesi, che nei loro possedimenti nordamericani si limitarono ad avamposti e basi commerciali, gli inglesi si insediavano per coltivare a terra. Occupare terre risultava facile se si poteva dimostrare che non appartenevano a nessuno. Per dimostrarlo bastava ricorrere alla norma codificata secondo cui la dimora vacante spetta a chi la occupa. Una terra senza segni di coltivazione priva di padrone, e si pu di diritto impadronirsene per coltivarla. Locke, nel secondo dei suoi Due trattati sul governo (1960), teorizz che la terra, se lasciata incolta come la lasciano gli indiani cio non messa a frutto dal lavoro, priva di utilit per il genere umano, mentre chi si impossessa, arandole, delle waste lands (nel duplice senso di terre vuote e di terre sprecate), nientaltro che un benefattore dellumanit. Cerano qui almeno tre finzioni concettuali: che una terra non coltivata fosse vuota, che lacquisizione di propriet tramite coltivazione riguardasse soltanto il diritto individuale privato, e che tra gli indiani non si usasse coltivare i campi. In realt nella Nuova Inghilterra del Seicento i coloni avevano appreso tecniche di coltivazione proprio dagli indiani; presso gli amerindi funzionava benissimo la propriet non individuale ma collettiva della terra; e la dottrina che ogni terra non coltivata fosse waste land era semplicemente una utile giustificazione per sottrarla agli indigeni. Proprio sulla terra vuota promessa da Dio ai suoi eletti avevano giocato nel Seicento i predicatori religiosi della Nuova Inghilterra, e tale dottrina sar poi proseguita dai presidenti degli Stati Uniti. La civilizzazione verr misurata di regola sullindice di acquisizione dei selvaggi allagricoltura, e il diritto agrario dimpronta lockeana applicato allespansione coloniale diventer fonte di spiegazione, e insieme di giustificazione, per ogni occupazione di presunte terre vuote. Come far anche Tocqueville nei due libri La democrazia in America (1835-40) dove raccolse le esperienze del suo viaggio americano, affermando che gli indiani occupavano il vasto paese ma non lo possedevano, poich solo con lagricoltura luomo si appropria del suolo. Malgrado Tocqueville registrasse segni di incivilimento presso i cherokee una

lingua scritta, un autogoverno e addirittura un giornale e li attribuisse alla presenza di meticci, la sua conclusione fu pessimistica. Agli indiani, per assomigliare agli europei, sarebbe occorso un lasso di tempo che i bianchi per non concedevano. Sicch a proposito della razza indiana dellAmerica egli pensava che sarebbe scomparsa quando gli uomini bianchi si saranno stabiliti sulle rive dellOceano Pacifico. La profezia si avver con qualche ritardo, sebbene non completamente. Le ultime spinte ai territori indiani avvennero quando, dopo la fine della guerra di Secessione del 1861-65, la corsa verso lOvest riprese fragorosa. Si svolse sotto il segno di un messaggio del presidente Andrew Johnson al Congresso del 1867: se il selvaggio oser resistere, la civilt con i dieci comandamenti in una mano e la spada nellaltra imporr la sua immediata eliminazione. Nellanno 1900 i pellerossa superstiti negli Stati Uniti saranno meno di 250mila, a fronte al milione e mezzo del 17 secolo. Oggi, risaliti a circa 2 milioni, restano la minoranza pi emarginata.

3. La pi potente e gigantesca energia esistente al mondo


Proprio mente la fase della frontiera continentale volgeva al termine, sopravvenne, a complicare le cose, la dottrina che i valori del Manifest Destiny si dovessero esportare ovunque nel mondo. Laveva sostenuto nel 1885 il reverendo Josiah strong. Tutto si basava sulla razza anglossassone, essendo essa la rappresentante della maggiore libert, del pi puro cristianesimo, della civilt pi elevata. E inoltre, poich le spiccate caratteristiche di questa razza sono emerse in America meglio che altrove, la conclusione era ovvia: la pi potente e gigantesca energia esistente al mondo si sta creando appunto in America. Sembr comprovata pure dallesito della guerra del 1898 contro la spagna, sconfitta in quattro mesi a Cuba e nelle Filippine. Nei Caraibi gli Stati Uniti acquisirono Puertorico, e a Cuba, neorepubblica nominalmente indipendente, diritti di protettorato e di basi navali. Alle presenza nel Pacifico gi esistenti (le Samoa dal 1878 e le Hawaii dal 1893), si aggiunsero lisola di Guam e le Filippine. Lintera impresa venne descritta come una benefica espansione degli ideali americani di civilt. Sennonch le speranze dei nazionalisti filippini in un loto governo costituzionale e indipendente furono tradite subito, e gli indipendentisti di Emilio Aguinaldo incominciarono contro la colonizzazione una guerriglia che dur dal 1899 a 1902. La pacificazione fece 250mila vittime, ma la vicenda spinse un gruppo di democratici (tra cui lo scrittore Mark Twain) a dar vita a una Lega anti-imperialista americana. Condannando lestensione della sovranit americana con metodi spagnoli, si denunciava anche che lespansione imperialistica portava al tradimento delle istituzioni interne degli Stati Uniti. Se un governo pu creare deliberatamente una condizione di guerra in qualsiasi punto della terra e chiedere a tutti i cittadini di sospendere il proprio giudizio e di fornire nel contempo il loro appoggio unanime, allora la democrazia stessa risulta essere in pericolo. Tuttavia, in messaggi del 1904-05 di Theodore Roosevelt al Congresso, si affermava lunico desiderio degli Stati Uniti ovvero che le altre repubbliche del continente fossero felici e prospere. Durante la sola presidenza Roosvelt gli interventi senza dichiarazione di guerra svolti dallAmerica in qualit di poliziotto benevolo e progressista andarono poi molto al di l del continente americano, arrivarono in Siria, Corea e Marocco.

4. Missioni cristiane e dintorni


Colonizzazione e cristianizzazione erano intrecciate sin dallinizio. In realt il rapporto tra i missionari e la politica delle nazioni coloniali stato assai complesso. Il denominatore comune dellattivit delle differenti missioni, cattoliche e protestanti, fu il rango nominalmente prioritario assegnato allevangelizzazione. Via via che nellEuropa moderna fu lo Stato nazionale ad assumere il monopolio del potere politico, la Chiesa cattolica cominci a prendere almeno formalmente le distanze dagli strumenti costrittivi violenti. Consider i valori morali una specie di potere alternativo con il quale riservarsi ancora un ruolo di guida. Lobiettivo era dunque di toccare il maggior numero possibile di persone, e lo si fece anche attivando i canali istituzionali locali. Nei missionari protestanti, dimpronta metodistico-pietista e quindi orientati a rapporti personali capillari con il convertito, agivano piuttosto intenzioni di riforma sociale e dunque una maggiore vicinanza agli strati poveri. Ma anche qualche missione cattolica form maestri di scuola e artigiani indigeni pensando allincivilimento anzitutto come a una trasmissione dei saperi tecnici di base. Sul legame delle missioni con i loro rispettivi Stati nazionali va ricordato che le missioni cattoliche, essendo di regola in simbiosi con la politica coloniale dei paesi per definizione cattolici, non potevano dare supporto ufficiale al colonialismo delle nazioni protestanti; e lo stesso valeva per le missioni protestanti nei riguardi dei paesi cattolici, ma al di l di ci si sapeva che politica coloniale e cristianizzazione dovevano comunque procedere di conserva. Sia le missioni che le potenze coloniali si consideravano portatrici di civilt. Spesso per non coincideva interamente il concetto di civilt, o quello dei mezzi con cui introdurla. Avendo i missionari una migliore conoscenza del territorio e delle popolazioni, capitava chessi si opponessero a determinate misure dei governi coloniali e diventassero portavoce degli indigeni, o almeno mediatori tra la popolazione locale e lamministrazione. Ma la gente di colore, pur resa civile, avrebbe dovuto comunque restare in un universo separato da quello dei bianchi. In favore della separatezza etnica si potevano mobilitare apposite dottrine. Per i tedeschi era particolarmente facile, ad esempio, data la loro familiarit con il concetto di valore della stirpe, letnicismo populista influenz le idee soprattutto dei missionari tedeschi in Africa e in Oceania. Secondo Merensky della Missione berlinese presso Transvaal, occorreva estirpare sin dalla radice quei costumi inconciliabili con il cristianesimo, ma lasciare intatta ogni altra usanza popolare. Il circolo vizioso consisteva nel trattare le forme socio-religiose indigene con le griglie dottrinali di una religione europea e poi dichiarare come forme vere e positive delletnicit di popolo indigena soltanto gli aspetti che combaciavano con le griglie, e rifiutare tutti gli altri. Cera anche un altro paradosso: si guardava agli indigeni come a gente primitiva, vicina alla natura, dunque da governare con paternalismi autoritario-patriarcali e da tenere a un livello economico preindustriale. Agendo cos si sarebbe rispettata proprio l essenza della stirpe di quelle popolazioni, come voleva letnicismo populista. Agli indigeni si dovevano insegnare solo quelle nozioni che serviranno a inserirli nella societ bianca come gente subordinata. Di fatto per gli indigeni percepivano la vita quotidiana nelle missioni come una partecipazione evidentissima alla modernit. Lavorare presso le missioni significava cibo, alloggio, sicurezza. Gli

oggetti duso europei come le armi, le ferrovie, ma anche i manufatti semplicissimi come le scatole di latta, potevano sembrare manifestazioni di poteri spirituali prodigiosi. Tanto che nei giovani linteresse per la Bibbia nacque spesso dallidea che proprio l si trovasse a fonte del sapere superiore degli europei. era un idea diffusa ovunque vi fossero missioni. Lattivit missionaria si consolid generalmente in aree dove come nellAfrica nera, nelle isole minori del sudest asiatico olandese e in Oceania aveva il supporto del braccio coloniale governativo e le religioni autoctone erano deboli perch formate da segmenti locali che poco comunicavano tra loro. In Cina e Giappone, finch non arriv il sostegno delle cannoniere e delle pressioni diplomatiche occidentali, il successo rimase circoscritto perch dipese solo dalla personale capacit di persuasione dei missionari.

7. civilizzare loriente 1. LEldorado cinese


In Oriente era stato lunghi anni (1275-92) il mercante veneziano Marco Polo, tra laltro stimato consigliere dellimperatore mongolo Kubilay Khan in Cina. Dal suo resoconto, Il Milione, lOccidente aveva saputo per la prima volta notizie dettagliate su quelle terre. In seguito vennero i giornali di bordo dei portoghesi e degli olandesi, nonch le missioni dei gesuiti a cominciare da quella di Matteo Ricci, ospitato alla corte di Pechino per nove anni fino alla sua morte nel 1601. Tra il Seicento e il Settecento i resoconti dei gesuiti erano serviti alle riflessioni sulla Cina di filosofi come Leibniz e Wolff. Entrambi consideravano la filosofia confuciana un esempio pratico di illuminismo. Per Wolff larte di governo cinese, autocrazia illuminata e paterna, coinciderebbe con la ragione umana, essendo fortunato solo quello Stato in cui governano i filosofi. Una valutazione pi disincantata la diede un paio di generazioni dopo lilluminista Voltaire. Voler civilizzare i cinesi sarebbe, data lantichit della loro cultura, unassurdit. Certo, hanno uno sviluppo moderno delle scienze pi lento di quello europeo a causa probabilmente del culto degli antenati, dunque la resistenza delle tradizioni. Ma si pu essere nulli in scienze e ottimi in morale, e gli europei dovrebbero mettersi alla loro scuola proprio nelle arti morali, illustrate da Confucio, benefico interprete della pura ragione. Ne discendeva il diritto della Cina a gestire in sovranit il proprio assetto culturale e politico, anche espellendo i gesuiti (avvenne dopo il 1736) se la loro predicazione minacciava le leggi imperiali. Centanni dopo, gli intellettuali non idealizzavano pi nulla dellOriente. In epoca di rivoluzione industriale premeva solo la rapida corsa verso le aree vergini da aprire al mercato, ovvero da civilizzare secondo i modelli occidentali. La prima esportazione su larga scala di questi modelli furono le guerre delloppio del 1840-42 e del 1857-58, con le quali la Gran Bretagna costrinse limpero cinese a importare oppio chessa coltivava in India. Marx, il quale sapeva come lideologia abbellisse di lustrini le realt pi crude, smascher le flagranti contraddizioni di cui si macchiava il governo inglese, col suo cristianesimo ipocrita e con le sue pretese di esportare civilt. Lipocrisia comunque cadde assai presto. Il quotidiano Daily Telegraph dichiar semplicemente che i cinesi devono finalmente imparare a rispettare gli inglesi, che sono loro superiori ed giusto che siano i loro padroni. La Cina delle molte ricchezze e del debolissimo potere statuale, sembr a met

dellOttocento un favoloso mercato: Francia, Gran Bretagna e Russia prima, Germania, Stati Uniti e Italia poi, si impadronirono di concessioni territoriali, diritti extraterritoriali ed esenzioni doganali. Gli stranieri avevano ruolo e privilegi. Nel 1875 cominci, inoltre, leldorado della costruzione e gestione delle ferrovie. L Impero di mezzo (come lo chiamavano i cinesi ritenendolo il centro del mondo) era a fine Ottocento uno Stato praticamente semicoloniale, oltre ad aver appena perso il protettorato sulla Corea strappatogli dal Giappone con la guerra lampo del 1894. Avvenne a questo punto quello che dopo le guerre delloppio fu il secondo grande scontro con lOccidente, cio la rivolta dei Boxer. Fin per anchessa con un accrescimento del predominio occidentale. Una societ segreta, cosiddetta dei Pugni della concordia e della giustizia (i boxer come ironizzarono gli occidentali), accese nel 1900 la minaccia del malcontento di contadini impoveriti dallindustrializzazione, di ex soldati e di ceto medio decaduto, che vedevano nei privilegi degli stranieri la radice della miseria sociale, e nellattivit delle missioni una scandalosa ingerenza negli affari interni del paese. Segu luccisione di circa 30mila convertiti cristiani e 200 missionari, e lassassinio dellambasciatore tedesco. Poi per 55 giorni lassedio alle legazioni occidentali a Pechino, infine lo sbarco di un corpo di spedizione internazionale che sottomise nuovamente la Cina allo status di protettorato semicoloniale. La vicenda ebbe aspetti di rilievo. Si vide in primo luogo che quando oltremare gli interessi di tutte le potenze coloniali si trovavano minacciati a pari livello, era realizzabile un intervento militare congiunto. In un secondo luogo quella guerra mostr agli occidentali la nascita di un nazionalismo cinese. In terzo luogo rinfocol la contrapposizione tra i cosiddetti valori dellOccidente e la barbarie orientale. La mitologia della superiorit europea e dellinferiorit cinese fu particolarmente evidente nei libri per le scuole e nella letteratura e pubblicistica per la giovent. I libri di lettura per le scuole informavano che i cinesi odiano gli inglesi come odiano tutti gli stranieri. E questostilit a costringere gli occidentali alla mano forte perch il non usarla verrebbe interpretato dalla mente orientale come debolezza, non come magnanimit o giustizia. Nel 1900-1901 viene usata proprio la mano pesante. Di contro a meno di trecento uomini persi dalle potenze coloniali nelle operazioni belliche, le vittime cinesi furono alcune decine di migliaia tra Boxer e soldati, e oltre centomila tra i civili. I giovani cinesi, se hanno la fortuna di imparare il sapere tecnico occidentale nelle scuole missionarie, mostrano forti capacit imitative, sono perci adattissimi a compiti subordinati. Allinizio del Novecento lunica strada per loccidentalizzazione della Cina sembrava dunque la sua cristianizzazione. Forse sarebbe servita anche a neutralizzare il pericolo giallo, le masse sterminate di cinesi pronte, si pensava, come un vero Impero del Male a sommergere lOccidente.

2. Il Giappone, unoccidentalizzazione pilotata


Per Pierre Loti i giapponesi nella Cina del 1900-01 erano eroici piccoli soldati che distruggono e uccidono come in altri tempi le orde barbariche. Ed noto che a qualche ufficiale tedesco ripugn dover scambiare il saluto militare con i giapponesi temporaneamente alleati, ma pur sempre scimmie gialle.

In Russia voci di stampa liberali ritenevano invece il Giappone illuminato e civilizzato. Lo consideravano uno Stato parlamentare, vicino pi degli altri asiatici al progresso europeo. Sicch lOccidente non avrebbe dovuto pi vendere al Giappone le armi, perch questo sarebbe poi stato di ostacolo allespansione russa in Oriente. Le idee di un Giappone moderno liberale nacquero proprio in Occidente grazie alle iniziative riformiste di Mutsuhito, mikado (imperatore)dal 1867 e meijitenno (sovrano illuminato) come appellativo postumo. Lincontro con la tecnologia europea era avvenuto tre secoli prima, per puro caso, quando i portoghesi, naufragati nel 1543 sullisola giapponese di Tanegashima, introdussero cristianesimo e sapere tecnico occidentale, questultimo sotto forma di armi da fuoco. Le quali, chiamate poi esse stesse tanegashima, rivoluzionarono la tattica militare nelle fasi finali del lungo conflitto (14821600) per lunificazione feudale del Giappone, e furono in seguito ottimamente riprodotte dagli armaioli di un paese che ne divent anche alacre esportatore. I protagonisti della predicazione cristiana cattolica, i gesuiti, diedero dei giapponesi giudizi contrastanti, e ci rifletteva linstabilit dellintera situazione missionaria. Lidea che gi uomini, in quanto creature di Dio, sono titolari di individuali diritti di libert, dovette apparire altamente sovversiva. Il rimedio giapponese fu la soppressione fisica di circa 40mila cristiani in risposta a una sollevazione cristiana antifeudale del 1637-38 nellisola di Shimabara. Nonch la chiusura di tutti i porti agli stranieri per oltre due secoli, fino al 1854. La licenza di commerciare rimase ai soli olandesi, immuni dal sospetto di voler unire alle merci la predicazione religiosa, e meritevoli di privilegi anche perch proprio in vista di scopi mercantili avevano fornito aiuti nella repressione della rivolta cristiana. Venner per confinati entro il perimetro dellisolotto artificiale di Deshima nel porto di Nagasaki. Fu solamente da questosservatorio che lOccidente pot costruirsi per un paio di secoli un suo proprio limitatissimo panorama del Giappone, e viceversa fu anche lunica fonte di conoscenze sullOccidente disponibile ai giapponesi. Averle fu di vitale importanza quando, aumentata la popolazione allinizio del Settecento a oltre 25 milioni dopo un secolo di pace, balz allordine del giorno la necessit di aumentare la produttivit agricola. Ci richiedeva per nozioni europee. Yoshimune, dal 1715 shogun (ovvero supremo capo feudal-militare, in rappresentanza della divinizzata figura simbolica dellimperatore), fece arrivare migliaia di libri olandesi rigorosamente limitati per alle scienze naturali. Il Giappone ebbe cos in quel periodo molte pi notizie sullEuropa che lEuropa sul Giappone. Intanto per unoccidentalizzazione sia pure pilotata e selettiva, si stava svolgendo. Persino negli ambienti del confucianesimo tradizionale vi fu ormai chi poneva soltanto la condizione che le riforme fossero controbilanciate da un rafforzamento delloriginario spirito dei samurai, la casta dei guerrieri di piccola nobilt del 9 secolo. Quando nel 1853-54, nella baia di Tokyo, i cannoni statunitensi del commodoro Perry e poi negli anni a seguire quelli di altre squadre navali occidentali forzarono laccesso degli stranieri ai porti giapponesi, il processo di sia pur discontinue aperture allOccidente era insomma avviato da tempo. Dalle cannoniere occidentali il riformismo occidentalizzante venne semplicemente accelerato. Si mosse a pieno regime quando Mutsuhito abol lo shogunato, istitu per il mikado poteri assoluti di governo, e poi li utilizz per trasformazioni che nel lungo periodo del suo regno (fin nel 1912) fecero del Giappone una monarchia costituzionale ereditaria e impressero ai gangli vitali del paese un

assetto funzionale copiato palesemente da modelli europei. I barbari bianchi, inquietanti da sempre anche perch luniformit dei nasi e del colore della pelle rendeva cos difficile distinguerli tra loro, ebbero adesso il ruolo di maestri. La storia per non si ferm qui. Nella prima met del Novecento, almeno per qualcuno in Occidente, proprio il discepolonipponico divent una fonte di ispirazione. Lantropologo Gnther, uno dei teorici del razzismo nazista, asseriva in tutta seriet la lontana comunanza di stirpe ariana che unirebbe i giapponesi agli antichi germani, prima che questultimi fossero migrati da oriente verso ovest. Un altro tipo di impulsi provenienti sempre dal Giappone come nuova potenza nazionale, influenz fortemente lAsia dei popoli colonizzati. Il leader nazionalista indiano Nehru ricorda quanto nel suo paese i successi giapponesi nella guerra del 1904-05 avessero diminuito il senso di inferiorit di cui la maggior parte dei giapponesi soffriva, e come analoghi echi vi fossero stati anche tra i nazionalismi persiani. I nazionalisti indonesiani videro nella battaglia di Tsushima il simbolo della capacit asiatica di vincere il dominio coloniale europeo e di riscattarsi dalle umiliazioni. Non aveva torto la stampa russa quando gi nel 1904 inorrid di fronte allo sconcertante risveglio delle innumerevoli trib dellAsia, le cui capacit distruttive e creative mai prima erano state messe alla prova. Lo slogan dell Asia agli asiatici, cio della liberazione del continente dal dominio coloniale occidentale, fu durante la Seconda guerra mondiale un tema caro alla propaganda nipponica.

3. LAmmalato del Bosforo


Limpero ottomano, durante la spedizione francese in Egitto del 1798, aveva sperimentato con quale efficienza una nazione europea moderna sconfiggeva le truppe delllite militare egiziana, i mamelucchi. Nelle guerre coloniali limpiego razionalmente organizzato di una forza militare occidentale garantiva di regola il successo, se non si commettevano errori elementari di tattica. Il capitano della Royal Navy Frankland (1829) e lingegnere inglese Barkley che costruiva ferrovie in Bulgaria, a distanza di quasi cinquantanni luno dallaltro disegnavano un quadro generale di primitivit in Turchia. Nulla di civilizzato poteva nascere, data linefficienza dellamministrazione statale e lassenza di tecnologia, industria e infrastrutture. In quei resoconti cera il sentimento eurocentrico della superiorit. Le virt tradizionalmente attribuite al buon selvaggio (la spontaneit, lattaccamento alla famiglia, lospitalit verso lo straniero) apparivano in simbiosi con la pigrizia, lapatia, la slealt nei commerci e lindifferenza verso il futuro, dipendendo questultimo soltanto da Allah. Gli occidentali pensavano che questa mescolanza caratteriale non si sarebbe modificata mai. Sicch lingegnere Barkley, pur incaricato per mestiere di provvedere al progresso tecnico di quelle contrade, dubitava che la modernit potesse mai entrare nellanimo turco. Il turco non vuole cambiamenti, desidera al contrario che tutto resti immobile. Nella migliore delle ipotesi occorrer un cammino di intere generazioni prima che un qualsiasi miglioramento possa diventare visibile. Sarebbe necessaria una modernizzazione s delle istituzioni, ma soprattutto della famiglia: in primo luogo la liberazione della donna dalla sottomissione, quella per cui le viene fatto credere di essere stata creata esclusivamente per dare piacere alluomo, e che anche le sue aspettative nellaldil sarebbero dipese dalla grande richiesta che vi sar in Paradiso di ur che sappiano

accudire ai bisogni degli angeli maschi. Qualche risultato si ebbe alla fine del periodo dei cosiddetti ordinamenti utili o tanzimat del 1839-76. Rimase tuttavia il circolo vizioso per cui gli ammodernamenti (sia dellamministrazione civile che nellesercito) con cui contrastare le mire di protettorato messe in campo dal colonialismo europeo, innescavano per un altro verso lindipendentismo conservatore delle tante nazionalit dellimpero che alle modernizzazioni si opponevano come a un pericolo. I lamenti britannici sulla stagnazione ottomana esprimevano unopinione pubblica diffusa. Cera la convinzione, condivisa nel 1877 dallo storico e pubblicista Freeman, che le presunte riforme dei turchi non servissero a niente, per la loro intrinseca natura, e la cose confermata dallintero corso della storia maomettana. Poich daltra parte occorreva una decisa battaglia della civilt onde impedire alle barbarie di riprodursi alle porte dellEuropa, la vera ricetta sarebbe stata che gli venissero tolte quante pi parti possibile: o sottraendoli territori direttamente, oppure infiltrando di occidentalismo colonialista i gangli dellimpero. Linfiltrazione ebbe per gli effetti precari di una modernit importata. Nellimmediato lappoggio occidentale alle minoranze cristiane compromise la politica dei riformatori turchi. Rafforz cio la convinzione premoderna che lidentit politica di una popolazione dovesse dipendere dallidentit religiosa. Approfond dunque il solco tra musulmani e non musulmani, aggravato dai privilegi economici che i cristiani derivavano dagli appoggi europei. e indebol il tentativo ottomani, gi di per s problematico, di far nascere unidea moderna di cittadinanza non legata alla professione di fede religiosa. Su un altro fronte, quello del sapere scientifico e tecnologico gli intellettuali, specialmente arabi, riconobbero invece la superiorit occidentale. Deprecavano che la civilt araba, di contro alla velocit di sviluppo di quella europea, su muovesse con la lentezza di un mulo; e di questo ritardo incolparono linettitudine e corruzione degli ottomani. Istanbul divent per gli intellettuali siriani il simbolo di un Oriente arretrato, la cui ostentazione di sfarzo celava abissi di ignoranza. Nasce cos il nazionalismo arabo moderno. A complicarne lorigine e proseguo fu il groviglio delle influenze europee dirette e indirette, che tutto avrebbero potuto desiderare fuorch la nascita di quel nazionalismo. Il colonnello Lawrence, il Lawrence dArabia, nel 1916 organizz la celebre rivolta beduina per scardinare limpero ottomano da sud e sostituirlo con una presenza preferibilmente britannica, ma alla quale si aggiunse poi anche quella francese. Nellimmediato il calcolo riusc, che per le conseguenze fossero proficue tuttaltro discorso.

4. I privilegi della rivoluzione industriale


Sulla Cina c una profezia di Marx de 1850. Con lapertura ai mercati occidentali, avvenuta nel 1842, stato spinto limpero pi antico e stabile della terra alla vigilia di un rivolgimento sociale che, in ogni caso, avr conseguenze importantissime per la civilt. Mezzo secolo dopo, nel 1912, una Repubblica cinese di insegna borghese e impronta occidentalizzazione sorregger davvero, ad opera di Sun Yat-Sen, medico cinese esiliato politico in Europa, e del suo partito popolare nazionalcinese (il kuomintang). Non fu la predicazione cristiana a far da levatrice alla modernit in Cina, bens

la penetrazione della rivoluzione industriale. I socialisti pensavano che in generale la storia dei paesi extraeuropei per compiersi e raggiungere laltezza dei tempi, avrebbe dovuto percorrere pi o meno quelle tappe e attraverso cui si era sviluppata lEuropa. Sennonch oltremare le potenze coloniali erano state attentissime a esportare della rivoluzione industriale solo i prodotti, i manufatti. Le merci non si dovevano produrre oltremare, ma soltanto vendere.semmai da quelle terre poteva affluire oltre al denaro dei prodotti venduti anche mano dopera a buon mercato, e talora le due cose si integravano a meraviglia. Fu per decenni, tra lOttocento e il Novecento, il caso dei coolie asiatici, indiani e cinesi. Fuggendo dalla miseria dei loro paesi, assoldati teoricamente con contratti a termine, ma spesso in lavoro coatto, insomma in condizioni simili a una riedizione della schiavit dei neri, i coolie erano sparsi in grandissimo numero nel mondo dei colonizzatori. I problemi sorgevano quando per razzismo ideologico e motivi sociali quei cinesi venivano percepiti come un pericolo. Il motivo allarmante che essi, accettando ogni tipo di lavoro e salario, sono temibili concorrenti dei lavoratori bianchi e dunque una pericolosa fonte di conflitti sociali. Pretendono infine diritti politici, cosa inqualificabile. NellOccidente serpeggiava dunque paura di fronte allimprevista dinamica delle forze chesso aveva suscitato esportando lindustrialismo. Tutto andava bene finch oltremare funzionavano tre ingranaggi: anzitutto lillimitata possibilit di ottenere materie prime; poi la collocazione di una quantit enorme di merci moderne alla cui concorrenza lartigianato indigeno non poteva reggere, e le quali imponevano praticamente il lavoro salariato con cui procurarsi il denaro per comperarle; e in ultimo la conduzione della ferrovia riservata agli europei.

8. al popolo del nord il mondo appartiene 1. Il colonialismo filosofico


Nella Germania dellOtto e Novecento le idee sul colonialismo risentivano di due realt: da un lato lirrisolto conflitto nella cultura tedesca tra modernit ed elementi arcaici, e dallaltro larrivo del paese con molto ritardo allunit nazionale e dunque anche sulla scena coloniale. Un filosofo di impronta illuminista come Kant riteneva che la supremazia europea, di cui peraltro non dubitava, dovesse attuarsi in maniera morbida. Certo, nella razza bianca lumanit possedeva la sua massima perfezione, ma il primato doveva derivarle dallo spirito conoscitivo e dalla curiosit scientifica. E il popolo europeo lunico ad avere una tale mobilit di spirito e brama di apprendimento da viaggiare per il mondo allo scopo di conoscere le genti e i loro caratteri nazionali. Ci fornisce la prova lampante della limitatezza di spirito di tutti gli altri popoli. Per Kant questo benefico dinamismo andava per esportato con cautela e gradualit, anzitutto rispettando le relazioni rigorosamente pattizie da istituire con le genti extraeuropee. Non condivise quindi la prassi colonialista ispirata al principio di potenza. Una generazione dopo gli intellettuali persero questa cautela e utilizzarono fantasiose concezioni metafisiche avvalorate come dogmi. Friedrich Schlegel, uno dei padri del movimento romantico tedesco, illustr nel saggio Sulla lingua e sapienza degli indiani (1808), lassioma secondo cui ogni popolo che fuori dalla linea di migrazione del ceppo indo-europeo da oriente a occidente condurrebbe unesistenza priva di senso. Quei paesi, privi di vera identit, sono

giustamente un oggetto soltanto per la colonizzazione e lattivit missionaria europea. E poich il colonizzatore li civilizza, gli anche lecito dominarli. Di l a poco il geografo Carl Ritter addurr per la superiorit della civilt europea il paragone con il sole: poich esso sorge a oriente e nel suo corso descrive un arco luminoso che passa per il mezzogiorno e va fino al lontano occidente, tutto ci che sta a occidente ha il privilegio del maggiore sviluppo addirittura per ragioni naturali. Sempre per far risaltare lEuropa come lentit pi perfetta, costru poi un legame immediato tra la conformazione fisica dei continenti e il loro peso culturale: se lAfrica appare come un tronco senza membra, e lAsia si mostra ramificata su tre lati, ma con prevalenza del tronco, non pu esservi dubbio che ogni genere di superiorit spetti invece allEuropa la quale si mostra articolata in tutte le direzioni. La tesi della corrispondenza tra lelemento geografico-fisico e quello spirituale raggiunger lapice in Hegel, gran sacerdote dellidealismo tedesco della prima met dellOttocento. LAfrica raffigurava il momento iniziale del percorso dello spirito del mondo, cio lunit astratta, priva di differenze. LAsia, in quanto antitesi tra laltopiano e le grani valle percorse da ampi corsi dacqua, il secondo momento, quello delle distinzioni. LEuropa, momento terzo e unificante, lunit dellAfrica e dellantitesi dellAsia. La maggior parte del mondo e dei suoi abitanti non dunque mai entrata veramente nella storia. In questultima si colloca pienamente soltanto lEuropa che ha perci rispetto al resto del globo tutti i diritti che spettano alla storia. I negri sono sempre stati cos, un elemento astorico incapace di sviluppo e di cultura. Cina e India si sono elevate a paesi civilizzate almeno fino a un certo punto. Nella realt dei fatti eurocentrismo ed etnicismo erano qualcosa di molto pragmatico, semplicemente un utile strumento ideologico del colonialismo.

2. La corsa dellultimo momento


Allepoca di queste teorie filosofiche non esisteva unesperienza coloniale tedesca. Essa arriv quando i territori oltremare occupabili erano ormai pochissimi, e dur appena un trentennio, dal 1884 alla Grande Guerra. Bismarck, il cancelliere che nel 1870-71 aveva unificato la Germania sotto legida di Prussia e promosso lincoronazione imperiale di Guglielmo I, voleva consolidare la posizione continentale del Reich prima di passare a rischi coloniali. Li affront nel 1884-85, in concomitanza con la Conferenza del Congo a Berlino dove si fece arbitro delle controversie africane tra Belgio e Francia, e pot quindi far mostra di essere un colonialista moderato e rispettabile. A societ private tedesche di mercanti, finanzieri e avventurieri che gi operavano in Africa e nel Pacifico venne dunque accordata la protezione della bandiera. Quando il nation-building, ledificazione dello Stato nazionale, avviene in ritardo le conseguenze sono di solito due: anzitutto ci si appoggia allelemento identitario della nazione apparentemente pi comodo, cio la comunanza etnica; in secondo luogo si prende come caratteristica primaria dello Stato nazionale quella pi visibile, cio la potenza coloniale. Il geologo Dieffenbach, esploratore in Nuova Zelanda nel 1839, spieg allAssemblea nazionale di Francoforte che la fondazione di grandi colonie in Africa, oltre ad accelerare la necessaria trasformazione della situazione commerciale tedesca, avrebbe anche dato sostentamento alle masse e agli intellettuali disoccupati. Le colonie erano dunque esibizione di potenza verso lesterno e panacea per i problemi

nazionali interni. Ne deriv che il colonialismo come beneficio per i colonizzati, un tema che in altri paesi ebbe incidenze non trascurabili, rimase in secondo piano. Dopo lunificazione cambi tutto. Si continuava, certo, a parlare anche di missione di civilt, ma ci che importava davvero emerge dal volume La Germania come potenza mondiale del 1910, in cui unassociazione patriottica celebr i quarantanni del Reich. Le colonie, vi si diceva, sono soltanto un profitto; servono per ricavare materie prime, collocare prodotti industriali e insediare il maggior numero possibile di famiglie tedesche. Si richiamava la superiore civilt soltanto per giustificare in suo nome le repressioni contro gli indigeni, sempre necessarie quando si scontrano allimprovviso cultura e barbarie. Si tratt in realt di veri e propri genocidi. Ma per quante declamazioni si facessero sul roseo futuro economico oltremare, le colonie non segnarono mai vere cifre positive nei libri contabili. Lunica fonte costante di profitti venne dalle distillerie di pessimo alcool per gli indigeni (Bismarck ne possedeva quattro). Anche lemigrazione dei tedeschi verso le colonie fu un fallimento.

3. Lesportazione delletnicismo
Un romanzo di grande successo dello storico, giurista e poeta Felix Dahn Una lotta per Roma (1876), che celebrava le spedizioni dei goti in Italia, insegn a generazioni di lettori che dal paese del nord ogni forza proviene, al popolo del nord il mondo appartiene. Al popolo nordico-germanico incombeva dunque un unico vero compito, quello di conservare e tramandare la propria etnicit razziale, la quale si doveva intendere nella maniera pi semplicistica possibile, come purezza di sangue. La regola principale dellemigrante non era perci instaurare rapporti bilateralmente proficui con gli indigeni ma di riprodurre, nel nuovo ambiente, un pezzo di terra tedesca. La bussola ideologica, anche di chi contestava i divieti imposti dalla madrepatria (come quello dei matrimoni misti), era dunque sempre letnicismo. A Samoa nel 1912, il medico militare tedesco dellisola sollev vanamente lobiezione che i polinesiani, provenienti dallIndia, sarebbero affini ai popoli ariani non solo per origine, ma anche in gran parte per sangue. La superiorit bianca veniva esaltata soprattutto dai medici coloniali e dai geografi, mentre la posizione dei missionari restava pi sfumata e vi furono anche alcune proteste contro le brutalit verso gli indigeni. Ma a parte queste voci isolate, in linea generale vigeva un patto: lo Stato avrebbe pensato a governare le colonie, lattivit missionaria invece alla colonizzazione interiore e a instillare agli indigeni anzitutto la sottomissione dellanima. Lantropologo Fischer, in seguito autorit del razzismo nazista, ribad ne 1913 che ogni popolo europeo che ha accolto il sangue di razze inferiori che siano negri, ottentotti o altri ha pagato questaccettazione di elementi inferiori con il proprio declino spirituale e culturale. Una generazione prima della Grande Guerra, le colonie tedesche ebbero comunque il merito di mostrare senza abbellimenti lessenza ideologica dellespansionismo europeo, ovvero la base razzista di esso, solo superficialmente nascosta dai proclami di civilt.

4. Una lettera coloniale rivelatrice


Il tono generale del colonialismo tedesco era dunque quello celebrativo.

Analoghi entusiasmi, di stampa soprattutto, si erano avuti in occasione delloccupazione austro-ungarica della Bosnia musulmana, autorizzata da uno dei Congressi berlinesi che doveva appianare i contrasti russo-turchi. Le operazioni militari durarono mesi, contrastate dalla resistenza popolare: la sola conquista di Sarajevo richiese 13mila austriaci contro 6mila ribelli, e fu una carneficina. I disegnatori facevano del loro meglio per mostrare che i bosniaci erano senzaltro una razza inferiore. Un bel paradosso, visto che i contingenti militari reclutati in seguito in Bosnia avranno nellesercito austroungarico la fama di corpi dlite. Il colonialismo circol nella pubblicit commerciale e in sontuose esposizioni di prodotti industriali per loltremare. Questultimi mediavano lidea che la colonizzazione, lungi dal minacciare lesistenza di quelle popolazioni, produceva al contrario la loro umanizzazione. Eppure lintera cultura del Reich tra Ottocento e Novecento mostrava lo squilibrio tra lelogio della modernit e la celebrazione di valori arcaici, patriarcali e razziali di stirpe, attribuiti soprattutto al ceto contadino. Una letteratura coloniale praticamente non vi fu, impedita sia dal boicottaggio contro gli autori, sia dalla psicologia auto censoria dellautore-suddito. Vi influ anche la complessive indecisione dellopposizione socialdemocratica riguardo al problema coloniale. Rimase solo qualche romanziere pacifista a chiamare in causa i mali del colonialismo. Lesempio maggiore quello dello scrittore di avventure esotiche Kar May, che verso la fine dellOttocento, nel suo racconto Et in terra pax, narrava di un gruppo di viaggiatori in Estremo Oriente, tra cui un missionario inizialmente di debole dogmatismo etnico-religioso. A contatto con intellettuali cinesi illuminati, cominciano a capire le ragioni delle altre civilt. Alla fine i viaggiatori si affilieranno tutti a una societ segreta universale fondata da un cinese e da un inglese con la meta della pace mondiale e del superamento dei conflitti di razze e nazionalit. A Hans Paasche and peggio. Diventato pacifista dopo aver assistito da ufficiale di marina alle repressioni in Africa orientale del 1906, denunci il militarismo e il colonialismo di rapina. E pur non essendo mai contrario a un colonialismo mitigato, di indirizzo etico, fu ucciso nel 1920. Per la Germania dei simboli di potenza anche un portavoce del colonialismo umanitario era un nemico da eliminare.

9. avorio e caucci 1. Il Congo, immensa propriet privata


Nei resoconti ottocenteschi il Congo incuteva stupore, per il fiume gigantesco, la difficolt di stabilirne il corso e la vastit della foresta equatoriale. Stanley, lavventuriero con la frenesia dellAfrica, aveva esplorato negli anni 1879-84 il bacino del Congo per conto del re belga Leopoldo II. Costui era alle prese con un progetto unico nella storia coloniale moderna, quello di prendersi nellAfrica centrale una regione grande ottanta volte il Belgio, ma non per il suo paese bens come esclusivo possesso personale. Per preparare il terreno, nel 1876 invit a Bruxelles per una conferenza sullAfrica trentasette geografi dei maggiori paesi europei. Dopo tre giorni nacque lAssociazione internazionale africana (AIA), con una propria bandiera come fosse gi uno Stati. LAIA avrebbe tracciato strade verso linterno, fondato stazioni di ospitalit, di scienza e di pacificazione come strumento per labolizione della tratta degli schiavi, istituito la pace fra i capotrib mediante arbitrati giusti e imparziali.

Laccento posto sullaltruistica esplorazione scientifico.umanitaria mascher egregiamente il fatto che si stavano gettando le basi di unimpresa colonialista senza precedenti. Inoltre lOccidente colonialista vedeva con favore lapertura del Congo alle leggi del libero mercato. Un sovrano di seconda fila in Europa, dove purtroppo gli toccava fare il monarca costituzionale pur odiando personalmente la democrazia parlamentare, realizz in Africa il suo sogno dellautocrazia assoluta. In cambio, certo, il neonato Stato Indipendente del Congo avrebbe dovuto incoraggiare listituzione delle missioni e di centri scientifici, ma soprattutto garantire la piena libert del commercio. Se sino a tutto il Settecento i negrieri si erano riforniti nel Congo per la tratta degli schiavi, nella prima met dellOttocento era subentrato il commercio dellavorio, con profitti enormi perch spesso alla fornitura di avorio gli indigeni venivano costretti con la forza. Ancora di pi il lavoro coatto fu importante nel successivo ventennio coloniale 1890-1910, quello che Edmund Morel chiam lepoca della gomma rossa, ovvero il caucci grondante di sangue. Il caucci aveva cominciato a interessare i mercati mondiali dopo che lamericano Goodyear ebbe inventato nel 1839 il processo di vulcanizzazione della gomma. Linglese Dunlop fece il resto con la produzione nel 1888 del primo pneumatico per lindustria, in rapida espansione, delle biciclette e automobili. Per la materia prima occorreva solamente la landolphia, un rampicante spontaneo nella foresta equatoriale, semplicemente da incidere per raccoglierne il lattice. Avendo poi imposto agli abitanti dei villaggi lobbligo di pagare le tasse in gomma estratta, i concessionari del caucci avevano un profitto che non di rado arrivava al 700% annuo. Anche dopo il periodo leopoldino ogni estrazione, raccolta e trasporto delle risorse africane continuer a basarsi su un impiego minimo di tecnologia e di capitale e un massimo profitto ottenuto con lo strumento del lavoro manuale indigeno.

2. Le mistificazioni colonialiste
Leopoldo non mise mai piede nel suo possedimento, che veniva governato da Bruxelles. Lamministrazione non amava che si parlasse di lavoro coatto, in quanto sarebbe stato in contraddizione con uno dei punti forti della propaganda, cio la redenzione degli schiavi. Importava invece sottolineare che tutto quel che avveniva nel Congo era unopera di civilizzazione. Sicch la pubblicistica esibiva come temi dominanti lindolenza e pigrizia dellafricano, la necessit di liberarlo da questo male e dunque di educarlo alla civilt (occidentale) assuefacendolo ai valori etici del lavoro. Nel 1888 il colonnello Albert Thys, direttore della Compagnia del Congo per il commercio e lindustria e amico personale del re Leopoldo, spiegava come il negro fosse un commerciante nato, il che fornisce speranze di successo allimpresa africana. Il suo senso commerciale infatti lo incoraggia ad avvicinare luomo bianco, a entrare in rapporto con lui e a diventare suo alleato. In questo contatto tra le razze non dobbiamo sopprimere la razza nera ma civilizzarla e, in seguito, emanciparla. Thys somministrava questa propaganda coloniale nelle conferenze che teneva in Belgio, ma nel Congo la realt era lesatto opposto. Leo Frobenius, un etnologo autodidatta e poi luminare alluniversit di Francoforte, aveva guidato nel 1904-06 una spedizione in Congo. Da osservazioni sul lavoro degli indigeni, sia volontario che regolamentato,

concluse che rispetto al prodotto del lavoro regolamentato, quello del lavoro volontario costa tre volte e tre quarti di pi. Poi present la sua scoperta: ovvero che gli schiavi e le donne sarebbero, data la loro condizione di vita dipendente e regolamentata, i pi promettenti soggetti di una buona evoluzione futura dellAfrica. In costoro si scorge benissimo il prodotto pi bello del lavoro culturale, cio il senso del dovere. Cera chi invece pensava che insegnare ai congolesi la retta via era fatica sprecata, come Stanley, chiamato dagli indigeni bula matari, lo schiacciasassi, per la sua brutalit. Sotto le dipendenze di Leopoldo II, Stanley sostenne che per gli indigeni lunico ruolo era quello di uomini di fatica. In tale contesto ideologico, i trattati con cui si mostrava di aver acquistato territori dai capotrib erano naturalmente una truffa. Stanley racconta ad esempio di aver fatto firmare nel 1884 a due capotrib una carta con cui in cambio di una pezza di stoffa al mese e di qualche dono immediato, promettevano di cedere in perpetuo allAIA la sovranit e tutti i diritti di governo di ogni loro territorio, di aiutare con prestazioni dopera ogni lavoro e attivit dellAssociazione e di trasferire ad essa la propriet assoluta di ogni cosa. Levidenza della truffa stava nel fatto che i capotrib, oltre a non capire transazioni di quel genere perch estranee ad assetti socio-economici di possesso collettivo, neanche avrebbero potuto effettuarle proprio perch non erano titolari individuali di terre. Stanley si vantava di aver concluso almeno 450 simili trattati. Lespropriazione pi sbrigativa venne allindomani del 1885 con i decreti delle cosiddette terre vacanti. Ricevettero questo nome quelle non abitate secondo i parametri europei. cos oltre due tersi del Congo diventarono demanio privato della Corona e la restante parte and in concessione a compagnie private purch versassero al re il 50% dei profitti. Ai congolesi espropriati delle fonti di sostentamento non rimase che piegarsi al lavoro coatto.

3. Tra lavoro forzato e genocidio


la vicenda congolese celava qualcosa di peggio del razzismo e del paternalismo, e lo confermeranno un impiegato inglese di compagnia marittima e un console britannico. George Williams, un nero americano ex pastore della Chiesa Battista, poi giornalista e nel 1890 viaggiatore per sei mesi nel Congo, non incontr il paternalismo bens orrori che per sfruttamento e oppressione degli indigeni assomigliavano a una Siberia del continente africano. Denunci che nelle stazioni governative dellAlto Congo la forza-lavoro era composta da schiavi di ogni et e di entrambi i sessi. Alla fine del 1890 una compagnia di Liverpool che gestiva la rotta CongoAnversa, distacc in Belgio un proprio funzionario, Edmund Morel. Costui si meravigli che navi arrivate colme di prodotti coloniali, soprattutto avorio e caucci, ripartissero per il Congo senza nessun controvalore in merci di largo uso, ma cariche generalmente di armi ed equipaggiamento militare. Insomma il lavoro per produrre la gomma non riceveva contropartita, era lavoro forzato. Morel denunci gli orrori sia con la sua pubblicistica e campagna di propaganda, sia attraverso la combattiva Associazione per le riforme nel Congo da lui promossa nel 1904. Le atrocit emersero drammatiche, come la prassi delle mani mozzate: dovendo gli emissari dimostrare di essere stati persuasivi, esibivano come prova le mani tagliate degli africani per non aver

fornito le quote. Poich queste prove fisiche occorreva poi trasportarle a notevoli distanze, le si affumicava per evitarne la decomposizione. Contro gli orrori scoppiarono rivolte indigene, seguite da atroci repressioni. Un rapporto sulla situazione nel Congo, commissionato dalla Gran Bretagna nel 1903 al suo console locale, lirlandese Roger Casement, conferm tutte le atrocit. La stampa colonialista belga si inalber e giustific i negri visti senza mani dal console come persone sfortunate, colpite da cancro alle mani che perci avevano subito unamputazione. Morel ebbe cos il sostegno non solo da Casement, ma anche da un folto gruppo di personalit britanniche, memori delle battaglie antischiaviste. Non contestavano la presenza europea in Africa, volevano soltanto che fosse umanitaria e filantropica. Morel credeva nel libero mercato come ricetta per far progredire lAfrica e gli africani, influenzato in ci dalla riformatrice sociale inglese Mary Kingsley. Costei, singolare figura di viaggiatrice progressista in Africa, aveva espresso tolleranza verso gli indigeni, e biasimo ai funzionari coloniali che ignorano gli usi locali e ai missionari che distruggono le basi culturali degli africani. In Africa gli europei pi illuminati sarebbero i mercanti, perch per vendere devono adeguarsi allottica indigena e rispettarla. Agli obiettivi dellAssociazione per le riforme nel Congo si unirono autori di rilievo come Mark Twain, particolarmente indignato per lappoggio del governo americano a Leopoldo II, e Conrad. La propaganda dellAssociazione riformista acquist risonanza internazionale, ma soprattutto sincontr con le proteste delle potenze coloniali verso la politica monopolistico-personale del re belga. Cos nel 1908 Leopoldo II dovette risolversi (dietro congruo indennizzo) a trasferire il Congo da sua propriet privata a propriet del Belgio. Intanto per aveva prodotto un disastro demografico. La morte per caucci infier del resto ovunque vi fossero landolphia e concessionari per sfruttarla. Anche nel Camerun tedesco, nellAfrica equatoriale francese e nellAngola portoghese la popolazione fu dimezzata nel trentennio 1884-1914.

4. La Civilizzazione Totale
Al caucci si affiancarono dopo il 1908 le resine e lolio di palma. Nel 1913 si aggiunger lestrazione di rame nel Katanga e il ritrovamento di diamanti nel Kasai. Intanto nel 1908 lo Stato aveva vietato il lavoro coatto. Cess dunque formalmente la consegna forzata di gomma e di altri prodotti naturali, e la tassazione in denaro rimpiazz il lavoro forzato. Ma il denaro per pagare le tasse lindigeno poteva procurarselo soltanto piegandosi a qualsiasi condizione di lavoro. Nei villaggi il reclutamento di manodopera per le miniere e le piantagioni continu quindi ad avere tutti i connotati della costrizione. E quando da una cauta liberalizzazione del mercato nel 1910-15 stavano nascendo iniziative commerciali indigene, queste, a smentita dei dogmi sulla pigrizia degli africani, crebbero ben presto al punto che, per timore di concorrenza, il governo si affrett a restringerle di nuovo. Negli anni 30 nacque, formulato dal governatore Ryckmans, il progetto della cosiddetta Civilizzazione Totale, retto da un paternariato autoritario. Il dominio del colonizzatore era giustificato dal servizio (sinonimo del kiplinghiano fardello delluomo bianco)che egli svolgeva, quello di recare la civilt. Cos il cerchio si chiudeva e si tornava alle costrizioni leopoldine, nuovamente mascherate da benefici. Questo avr almeno tre deleterie ripercussioni nei

tempi lunghi. Anzitutto la Civilizzazione Totale disgreg la societ civile nei villaggi, con la popolazione stabile scissa tra chi, in particolare le donne, lavorava nella raccolta e consegna dei prodotti naturali e chi, circa la met degli abitanti, lavorava a salario per gli europei, lontana dal villaggio nelle piantagioni o nei centri minerari e urbani. In secondo luogo lautorit conferita ai capotrib per decreto governativo e secondo parametri belgi eludeva i tradizionali canoni di prestigio, qualit personali e consenso a cui quella carica era subordinata. In terzo luogo la sfera propriamente politica, la partecipazione alla politica di largo orizzonte, rest vietata ai congolesi ritenuti antropologicamente capaci soltanto di identit etnico-tribali. Le quali furono per lo pi una costruzione artificiosa, infatti gli oltre 6mila territori tribali esistenti vennero ristrutturati in 432 grandi monoetnie, generalmente fantasiose e in ogni caso imposte dallaltro. Letnia acquista dunque in senso lato il significato di ghetto, ovvero trova la peggiore accezione possibile. Cospicui fattori internazionali intralceranno dopo il 1960 lintero corso della decolonizzazione nel Congo. Vi si aggiunse la puntigliosa riluttanza belga a preparare una classe dirigente indigena, tanto che nellanno dellindipendenza il Congo non aveva n ufficiali superiori, n medici, ingegneri e agronomi congolesi. C un dato di fatto che sembra suggerire quanta influenza continuassero a esercitare gli etnicismi colonialisti inventati nella prima met del Novecento. Il capo del primo governo dopo lindipendenza Lumumba aveva espresso qualche istanza di nazionalit congolese sovra etnica e mor assassinato nel 1961. Mentre durer oltre trentacinque anni il potere di Mobutu che si appoggi proprio alle etnie.

10. nellafrica romana e cristiana 1. Un colonialismo velleitario


I lavori del canale di Suez avevano interessi per lAfrica anche nel neonato Stato unitario italiano. In effetti, il Canale laveva progettato lingegnere Negrelli, un genio italico anche se appartenente alla minoranza italiana della monarchia asburgica. E nel 1870 larmatore Rubattino acquist da un sultano locale la baia di Assab all0estremit meridionale del Mar Rosso. In realt lItalia non aveva bisogno di colonie quando nel 1882 rilev da Rubattino i diritti su Assab, n quando tre anni dopo un corpo di spedizione di 3mila uomini e sedici unit navali occup Massaua in Eritrea (nominalmente egiziana). Ma le piaceva atteggiarsi a grande potenza e partecipare alla corsa verso lAfrica, anche se solo per un paio di scali nel Mar Rosso, per i quali cerano anche progetti di bassa lega, come rendere Assab una colonia penitenziaria per deportare i sovversivi di Milano dopo le cannonate del generale Bava Beccaris del 1898. Gli inizi del colonialismo italiano , confusi e inefficienti come le condizioni interne del paese, ebbero in compenso una fiorente retorica. A superare la scarsit delle forze avrebbero provveduto i valori della civilt, dei quali lItalia diretta erede sia della romanit antica che delluniversalismo cristiano- era ovviamente fornita, molto di pi di qualunque altra nazione europea. Su come incivilire, le opinioni erano per divise, al pari che nelle altre nazioni europee. Secondo Gustavo Bianchi, per aprire lEtiopia alle importazioni bisogna introdurre anzitutto un po di civilt, e con essa i bisogni che quei popoli non hanno, e poich le loro qualit principali sono orgoglio, malafede e finzione,

neanche il commercio si otterr senza imporre un minimo di civilt con la forza. Lincivilimento, quali ne fossero i modi, avrebbe portato anche vantaggi estetici, soprattutto a proposito delle donne di colore. Si preparava cos il mito, tanto gradito ai coloniali dItalia, erotico-esotico sulla appetibile disponibilit delle donne del Corno dAfrica. La sottovalutazione militare dei selvaggi, produsse dei veri disastri. Quando da Massaua, tradizionale sbocco dellAbissinia sul mare, si volle penetrare verso linterno i coloniali si scontrarono con gli etiopi, spesso meglio armati e di solito ottimamente condotti. Innumerevoli furono le sconfitte, tra cui Adua nel 1896, dove il generale Baratieri condusse 17mila uomini al suicidio contro 120mila abissini, perdendo oltre il 50% degli uomini (Napoleone a Waterloo ne perse il 29%). La sprovvedutezza di quelle spedizioni militari dipese in gran parte dallideologia che le ispirava, derivate da un colonialismo superficiale. Le reazioni alle sconfitte militare furono prevedibili. Dai pulpiti delle chiese si predicava che i caduti, versando il loro sangue sulla terra dei barbari, avevano aperto quelle selvagge contrade alla pure e vera religione di Cristo. I letterati nazionalisti, invece, trasfigureranno quei caduti a semidei. Solo poche voci segnaleranno che nelle sconfitte sullaltipiano eritreo giocava, semplicemente, il fatto che gli italiani erano invasori. In una lettera sul Resto del Carlino del 1887 al sindaco di Roma, il nazional-democratico Carducci osserv che gli abissini hanno ragione a respingere gli italiani, come gli italiani hanno respinto e respingerebbero gli austriaci. Dopo Adua il governo autoritario di Crispi naufrag sotto le indignazioni anticolonialiste dellopinione pubblica e del parlamento. Il partito colonialista, oltre al vessillo del vendicare Adua, puntarono sulla necessit di spazio vitale. Questo perch, gi nel 1891 il deputato liberale Martini futuro primo governatore civile dellEritrea - aveva dichiarato che largomento della civilizzazione non reggeva. Proprio nel caso degli eritrei ed etiopi copti, infatti, non si tratta di trib selvagge e idolatre, bens di un popolo cristiano da secoli, la cui compagine politica secolare. Tuttavia, n lEritrea n la Somalia diventeranno colonie di popolamento. In Somalia era stata la paragovernativa Societ Grafica Italiana, fondata nel 1867, ad operare una sovvenzionata penetrazione colonialista e ci mentre mancava, ventanni dopo lUnit, una soddisfacente mappatura del territorio metropolitano. I viaggi verso linterno assomigliavano pi che altro a prese di possesso militari. Lo scopo reale dellEritrea e della Somalia era fornire un ponte per invadere lAbissinia.

2. Tripoli, bel suol damore


Il sociologo italo-tedesco Michels nel 1914 chiam il colonialismo italiano imperialismo della povera gente, mentre per il socialista Labriola di una politica della popolazione, che avrebbe permesso ai lavoratori italiani di trasferirsi in una regione straniera non pi come emigranti, dato che andrebbero a popolare una nuova patria. Quando nel 1911 il governo Giolitti us il pretesto di violenze anti-italiane in Cirenaica per dichiarare guerra alla Turchia e sbarcare fanti di marina a Tripoli, il binomio missione di civilt ed esibizione di potenza strarip da ogni lato. E Pascoli, per loccasione, afferm che lItalia, tornando doverano i coloni dorici e le legioni romane, adempiva il suo dovere di contribuire allumanizzazione e

incivilimento dei popoli. Per far firmare all Ammalato del Bosforo nel 1912 la sovranit italiana sulla Libia, ci vollero un corpo di spedizione cresciuto a pi di 100mila uomini, oltre un anno di combattimenti in Africa, e nellEgeo loccupazione del Dodecaneso. N limpresa era terminata, perch durante la Grande Guerra il territorio controllato in Libia si ridusse praticamente alle sole citt costiere. Per imporre la pacificazione occorreranno repressioni ed episodiche concessioni di limitata autonomia agli arabi, campagne militari antiguerriglia e deportazioni di popolazioni. In Cirenaica la riconquista vide campi di concentramento per 100mila persone, circa la met della popolazione, e uno sbarramento di filo spinato di 300km fatto costruire dagli indigeni impediva chi i libici fuggissero in Egitto. La conclamata colonizzazione di popolamento fu una faccenda complicata, anche perch scoraggiata dal concetto secondo cui qualsiasi trasmissione di valori culturali verrebbe impedita dallabissale differenza biopsichica esistente tra i colonizzatori e gli arabi. Dalla Guida della Libia del Touring Club, i futuri coloni imparavano a non fidarsi mai dellarabo, a dargli invece sempre prova di fermezza anzich deccessiva bont. Lelenco dei caratteri psicofisici degli arabi assomigliava alle qualit attribuite da Cesare Lombroso ai delinquenti abituali. La contraddizione si apriva insanabile tra lasserita incolmabile inferiorit araba, e daltro lato la crociata dellincivilimento unita negli ultimi anni della colonia alla politica delle limitate concessioni paternalistiche e dellinnalzamento, per ragioni di prestigio, delle province di Tripoli, Misurata. Bengasi e Derna al rango di province metropolitane. Fu su tale contraddizione che la colonizzazione si aren.

3. Faccetta nera
Anche limpresa etiopica ebbe la sua canzone. I soldati che invasero nel 1935 lAbissinia promettevano alla faccetta nera, bellabissina, di darle leggi e un Re. Luoghi ideologici vecchi e nuovi dunque si mescolavano. Malgrado unenorme superiorit di mezzi, compresi gli aerei da bombardamento e invadendo senza dichiarazione di guerra perch meglio si capisse che lavversario era un selvaggio, ci vollero sette mesi per arrivare ad Addis Abeba, e perdite inaspettate. La citt fu occupata nel 1936 e lAfrica Orientale Italiana, poi Impero, comprendeva cos Eritrea, Etiopia e Somalia. Fin in realt solo la guerra campale. La guerriglia contro gli occupanti continu endemica, come pure la feroce repressione, fino a saldarsi con gli eventi della Seconda guerra mondiale che nel 1941 porteranno al crollo dellImpero. Sicch gli storici parlano spesso di ununica guerra italo-etiopica dal 1935 al 1941. Secondo una stima etiopica quei sei anni fecero pi di 750mila vittime tra militari e civili, quasi un decimo della popolazione abissina di allora. Tra i miti militari nuovi un tema che serv a celebrare il genio italico fu lo sforzo industriale e logistico-militare. Ma chi ammirava la quantit di armi e materiale usata in africa orientale ignorava che buona parte non proveniva dal lavoro italico delle italiche industrie, bens dallestero dove fu acquistata attingendo alla riserva aurea. La mitologia intorno al colonialismo fascista fu senza dubbio complessa, soprattutto quando coinvolgeva idee antiche. Il cappellano centurione delle camicie nere Giuliani, un frate domenicano poi caduto al fronte, vedeva il colonialismo come lavverarsi dei desideri dei grandi missionari italiani, del Cardinale Massaia e del Monsignor Comboni. Ma questa era unidiozia,

soprattutto perch Massaia e Comboni avevano dato il loro contributo allespansione europea in Africa costruendo i loro rapporti con i dignitari indigeni secondo le regole della cauta diplomazia paternalistica. Il padre cappuccino Massaia fu nel 1876-79 un ascoltato consigliere di Menelik, e in tale veste aiut certo la penetrazione commerciale italiana, ma con la prudenza del caso. Combini avanz lidea di salvare lAfrica con lAfrica ovvero di promuovere istituzioni ecclesiali soltanto indigene onde coinvolgere gli africani nel loro proprio riscatto. La colonizzazione imperiale, negava invece un certo credito morale agli africani, e perseguiva lassioma della totale inferiorit biologica dei colonizzati. Nel colonialismo prefascista prevaleva ancora la tesi che tra le razze vi fosse una gerarchia di civilt s, ma dovuta essenzialmente a cause storico-sociali, mentre la gerarchizzazione delle razze costituiva la base della geopolitica fascista. Dal 1936 divennero pi drastiche le separazioni razziali in ogni campo, dalle abitazioni ai trasporti e ai luoghi pubblici. La contraddizione fu che tra le due societ comunque si auspicava una feconda collaborazione. Il contrasto avrebbe potuto avere esiti drammatici se fosse avvenuto linsediamento di una popolazione bianca di 12milioni di persone tanto sognato, ma alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli italiani insediati erano meno di 200mila.

4. Il deus ex machina
I letterati sbarcati nellimpero affermarono lidea del che gli italiani hanno nel sangue da millenni il bisogno di affermare una civilt, e proprio grazie a tale antichit essi sanno civilizzare meglio degli altri. E non tanto nei simboli del cristianesimo si trovano i contenuti di civilt da portare, quanto in quelli ben pi circoscritti del cattolicesimo. Lintellettuale sa comunque che civilizzare sar difficilissimo. Il colono, come gi il soldato, un deux ex machina, parente delle divinit che nel teatro antico, con un congegno meccanico, venivano calati dallalto sulla scena per sciogliere i nodi intricati. Il maggior nodo in tal caso era il comportamento verso gli indigeni: alcuni suggerivano di scrivere un buon trattato di pedagogia coloniale, chi auspicava la nascita di una classe dirigente coloniale non solo attiva ma colta, e altri affermavano che solo facendo lavorare gli indigeni si pu elevarli moralmente. Cera anche chi voleva soprattutto fare degli indigeni dei soldati perch nel porre a contatto il loro nativo spirito guerriero con la disciplina europea, con un senso nuovo di gerarchia e di Stato, gli italiani avrebbero istituito quel primo collegamento tra la loro anima e quella europea. E in effetti il corpo di militari indigeni rappresentava lunica parte indigena soddisfacentemente integrata. Lintegrazione si ferm a questo livello. Per chi doveva svolgere soltanto mansioni servili bastava un rudimento di scuola elementare e laddestramento a un mestiere. Ma se il colonizzatore non sapeva costruire rapporti pi coinvolgenti con la societ civile, allora dopo la fine del suo dominio non rimaneva pi nulla. Oggi infatti esiste ancora unAfrica francofona e unAfrica anglofona, ma non unAfrica italofona. La guerra di Abissinia era avvenuta quando la talpa della storia gi preparava il tramonto delle colonie.

11. Le colonie dei socialisti 1. Lumanitarismo socialista e liberal-democratico


NellOttocento lidea della civilt da portare oltremare lavevano condivisa, con rare eccezioni, anche i socialisti. In primo luogo i cosiddetti socialisti utopistici, discendenti culturali della generazione che aveva formulato i principi illuministi della Rivoluzione francese. Generalmente, grazie a quelleredit, non usavano argomenti etnico-razziali. Il sansimoniano Pecqueur, nel suo trattato Economia sociale (1837), vedeva nellespansione civilizzatrice di ogni nazione il volere della Provvidenza per il bene del mondo. Egli assegnava ai bianchi il primato di civilt, e sarebbe stata proprio loccidentalizzazione del mondo a ridurre via via, grazie alleducazione e al meticciato, anche le disparit razziali. Unobiezione isolata fu quella del comunista Blanqui il quale, in scritti del 184870, ammoniva che nessun intervento dallesterno avrebbe potuto sostituire levoluzione spontanea di un popolo. Quesiti sullesportabilit di un modello di civilt, o almeno sui tempi e ritmi da adottare nellesportazione del modello, stavano emergendo a met dellOttocento anche nellarea dellumanitarismo liberal-democratico, che condivideva con quello socialista talune idee di eredit illuministica. Spicca qui Stuart Mill, il teorico del governo rappresentativo e della libert politica che per trentacinque anni (1823-8158) diresse nellEast India Company lufficio per la corrispondenza con la colonia. Sui rapporti tra la metropoli europea e i possedimenti oltremare ebbe dunque informazioni di prima mano. Ne ricav che se si volevano riforme coloniali, occorreva procedere in armonia con i costumi e le istituzioni locali. La superiorit politico-culturale europea si compendiava per Mill nellinvenzione del governo rappresentativo. Ci si doveva perci occupare delle condizioni di trasmissibilit della democrazia rappresentativa a realt geografico-storiche diverse da quelle occidentali. Mill afferma che, per le colonie, il paese dominante europeo avrebbe dovuto mettere a disposizione governatori in grado di far valere lesperienza consumata dalle nazioni pi progredite. Occorreva insomma un dispotismo illuminato in funzione di pedagogia politica. Ovviamente lavanzamento non poteva fermarsi a questa fase di iniziale dispotismo. Per Mill lobiettivo era, al contrario, leducazione al governo democratico rappresentativo. Sennonch solo tra grandi difficolt e in modo imperfetto un paese pu essere governato da stranieri, in primo luogo perch gli abitanti non credono che quello che viene fatto da uno straniero vada a loro vantaggio. Paternalismo illuminato, salvaguardia della dignit umana dei colonizzati, la necessit di funzionari integerrimi e conoscitori della societ indiana, costituiranno un luogo comune fino al Kim di Kipling e oltre. Circa le forme e tempi che lintroduzione della democrazia rappresentativa avrebbe potuto assumere in India, Mill tacque. Sicuramente a tutti nellOttocento avrebbe giovato una analisi scientifica del colonialismo la quale procedesse in modo globale, ovvero ne rilevasse la struttura economico-sociale non meno che i complicati risvolti politici, culturali e ideologici. Ma nellOttocento una tale analisi non esisteva.

2. Le leggi marxiste della storia


Nemmeno i testi canonici del marxismo aiutavano molto sulla questione delle colonie. Ci porr subito non pochi problemi a chi nellazione politica e

ideologica si ispirava a Marx e a Engels. Quel che si leggeva nel Manifesto del partito comunista lasciava supporre che le colonie fossero, in fondo, una faccenda puramente borghese. Nel Capitale di Marx cera il rilievo importante che sin dallinizio gli orrori e i genocidi del sistema coloniale moderno avevano costituito quei momenti fondamentali dellaccumulazione originaria che poi, pi o meno in successione cronologica, si distribuiranno specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda , Francia e Inghilterra. Il colonialismo moderno apparteneva a pieno titolo alla fenomenologia del capitalismo, anzi lo aveva aiutato a nascere, ed era subordinato, come questultimo, allinsieme delle leggi che regolano una formazione economico-sociale storica. Propriamente per lanalisi marxiana rest circoscritta agli effetti dell accumulazione originaria tra i colonizzatori. Lo riconobbe il vecchio Engels nellautocritica che egli fece in sue lettere di fine Ottocento, dove confess che il problema del colonialismo stato trascurato da tutti pi di quanto meritasse. Le colonie come tali rimasero in Marx ed Engels un tema sostanzialmente episodico, affidato ad articoli di giornale. Engels, in una sua corrispondenza del 1848 per la rivista The Northern Star, aveva definito la conclusione della conquista francese di Algeri un progresso della civilt, perch tutte quelle nazioni di liberi barbari appaiono molto fiere viste a distanza, ma, a guardarle da vicino, dopotutto preferibile il borghese moderno. Engels si era anche rallegrato dei territori conquistati dagli Stati Uniti in Messico. Sebbene nellimmediato quella guerra avesse giovato innanzi tutto solo alla borghesia statunitense, per il Messico rappresentava comunque un progresso. Sicch nellinteresse del suo stesso sviluppo che in futuro sia posto sotto la tutela degli Stati Uniti. A proposito degli inglesi in India c un giudizio lapidario di Marx. LInghilterra deve assolvere una doppia missione, una di struggitrice, laltra rigeneratrice: ovvero annientare la vecchia societ asiatica e porre le fondamenta materiali della societ occidentale in Asia. Persino la Russia zarista, bestia nera di Marx ed Engels per la minaccia liberticida chessa impersonava, veniva giudicata progressista nei confronti dellOriente. Dopo la morte di Marx, fu Engels che i dirigenti dei partiti socialisti chiesero lumi anche sulla questione coloniale. Il succo delle risposte era che ci si doveva occupare solo di quei problemi coloniali che fossero direttamente collegati, nel senso di favorirla, con la futura rivoluzione proletaria in Occidente. Accattivanti scenari sembrava preparare ad esempio il capitalismo coloniale che penetrava in Cina, ultimo grande mercato disponibile e quindi anche lultima valvola di sicurezza della sovrapproduzione. Dopo infatti, cessata quella valvola, il capitalismo si sarebbe avvitato su se stesso e avviato al tracollo. Una spinta in tal senso sarebbe venuta anche dallimmigrazione in massa di manodopera cinese verso i paesi capitalisti e la loro concorrenza con la manodopera americana, australiana ed europea sulla base del concetto cinese di un livello di vita tollerabile che notoriamente il pi basso di tutto il mondo, agiranno finch il sistema di produzione capitalistico non sar stato rivoluzionato. Per Engels le colonie vere e proprie erano i territori occupati dai popoli europei per risiedervi, ovvero Canada, Colonia del Capo, Australia. Queste colonie, fortunatamente, si renderanno tutte indipendenti dalla loro madrepatria, uscendo cos dalla questione coloniale (ma non sarebbero uscite affatto dal problema vero, cio dalla subordinazione degli indigeni ai bianchi). Pi complicato si presentava il futuro in India, Algeria e possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, ovvero paesi sottoposti al dominio europeo ma abitati da

indigeni. Questi paesi, dopo la vittoria del socialismo in Europa e America dovranno esser portati il pi rapidamente possibile allautonomia. Presumibilmente vi succederanno rivoluzioni, ma bisogner lasciar che seguano il loro corso e non immischiarsi. Dunque rapporti organici tra il proletariato europeo e i popoli delle colonie (o ex colonie) non esistono in realt n prima n dopo la vittoria socialista. Sono due orizzonti essenzialmente separati.

3. La Seconda Internazionale
Nei partiti e movimenti operai dei ventidue paesi che nel 1889 diedero vita a Parigi alla cosiddetta Seconda Internazionale i teorici del marxismo si attennero allidea che le formazioni economico-sociali storiche rispondessero a leggi di sviluppo immanenti. Vi apparteneva anche la convinzione della sostanziale superiorit etico-civile dei paesi industriali borghesi. Daltra parte la stessa teoria di partenza, il socialismo di Marx ed Engels, era eurocentrica: nel senso preciso di esser nata dalle condizioni sociali e ideologiche dellEuropa e di essersi diffusa partendo dallEuropa. Karl Kautsky, custode del marxismo nel partito socialdemocratico tedesco, si appellava nel 1907 al metodo della civilizzazione pacifica, la quale poteva diventare parte di un singolare progetto delle socialdemocrazie europee. Si trattava di esperimenti di colonizzazione in Africa che avessero dei risvolti in qualche modo socialisti. Nel 1890 Labriola aveva proposto che in Eritrea le terre da coltivare si assegnassero non a monopolisti o a societ, bens ai contadini: non esistendo in Eritrea tradizioni e diritti acquisiti, sarebbe stata unottima occasione per un esperimento di socialismo pratico. Anche Engels approv. Ma non badarono ai diritti acquisiti che su quelle terre avevano da sempre gli indigeni, n si mostrarono consapevoli che tutta la faccenda sarebbe equivalsa a unespropriazione nuda e cruda degli autoctoni. Lattrativa esercitata da quelle fantasie mostra quanto i lettori socialdemocratici fossero concettualmente disarmati in tema di colonie e colonialismo. Daltra parte nella teoria coloniale della Seconda Internazionale essi trovavano soltanto incertezze. La sinistra volle labolizione pura e semplice delle colonie perch a nessun popolo lecito opprimere un altro. I revisionisti pensavano invece a riforme in favore di indigeni tutelati da un diritto coloniale internazionale, e ci perch lidea della colonizzazione sembrava comunque legata allobiettivo universale di civilt perseguito dal movimento socialista. Contro lautodeterminazione per gli indigeni e labbandono delle colonie pesarono le obiezioni di Kautsky. Nel diverbio giocavano principi di filosofia della storia. Lo scontro fu tra chi pensava che dallevoluzione socio-economica non si potesse saltare nessuna tappa e che le condizioni del socialismo nascessero dalle fasi mature e sviluppate delleconomia capitalistica (compresa quindi la colonizzazione),, e chi invece, come la sinistra, ipotizzava per i paesi coloniali unemancipazione che non passasse necessariamente attraverso laffermarsi del capitalismo. La convinzione pi diffusa in tutta lInternazionale era la prima. La storia, dunque, doveva compiere il suo corso. Un fatto nuovo era stata negli eventi coloniali tra la seconda met dellOttocento e gli inizi del Novecento la forte resistenza armata di talune popolazioni africane alla colonizzazione. Veniva in sostanza emergendo un nesso oggettivo tra questione coloniale e questione nazionale. Non erano forse nazionali, in un certo senso, le battaglie indigene contro la penetrazione

straniera? Molto pi problematico fu stabilire che cosa nelle terre coloniali fossero le nazioni e il loro livello di sviluppo, o anzi quali parametri quello sviluppo andasse commisurato, e a quale storia futura esse potessero quindi aspirare. Kautsky confess nel 1882 a Engels che tutto era cos difficile perch, a suo parere, i principi europei valgono incondizionatamente soltanto per i popoli dellambito europeo di civilt. Labriola riteneva che la gara per conquistare le colonie, oltre ad essere di vantaggio per i lavoratori perch andrebbero a popolare quelle terre, comunque sempre legittima l dove, in quelle terre, non esistono nazionalit vitali. Equivaleva a dire che le popolazioni che si lasciavano colonizzare non erano vitali, e che dunque la colonizzazione sarebbe stata un bene pure per loro perch le avrebbe finalmente vitalizzate. Nella Seconda Internazionale mancava per il requisito indispensabile anche a unottica del genere, cio che si concepissero progetti e disegni concreti di unamministrazione coloniale socialista. Per elaborarne le linee sarebbero stati necessari contatti concreti con le colonie, e invece ci si limit alle fonti dinformazione ufficiali. La denuncia delle brutalit coloniali fu comunque una costante nei partiti socialdemocratici, anche da parte di chi sottolineava le finalit in ultima analisi benefiche della colonizzazione. Spicc tra costoro Bissolati, che nel 1912, in un intervento parlamentare, prometteva agli indigeni e al mondo musulmano di compiere la colonizzazione della Libia in modo civile, da intendersi come offerta di condizioni favorevoli per cui quei popoli possano meglio svilupparsi secondo i caratteri della loro stirpe. Bissolati, pur essendo stato tra i fondatori del PSI, ne venne espulso, insieme al suo gruppo, per lappoggio dato allimpresa libica. Rifiutare in Italia lappoggio a una guerra coloniale non fu cosa semplice per i socialisti, ma fu una chiarificazione di principio che altri partiti della Seconda Internazionale non ebbero. Andrea Costa e il segretario del partito Turati ebbero la conferma del collegamento tra lespansionismo coloniale in politica estera e il rafforzamento del reazionarismo in quella interna con la repressione militare del 1898-99 delle proteste popolari contro il malgoverno. Lesito fu deludente perch soprattutto nelle regioni rurali del sud la propaganda governativa sulla presunta ricchezza delle terre africane aveva fatto pressa. Il movimento socialista scont qui, come in generale ovunque nellInternazionale, linconcludenza delle sue teorie sul colonialismo.

4. Eurocentrismo socialista e Russia sovietica


Anche nel Marxismo della Russia sovietica lanalisi del colonialismo continuer ad avere caratteristiche eurocentriche. Lapproccio alla questione coloniale allindomani della Rivoluzione dottobre sovietica del 1917, discese dallimpostazione che il partito operaio russo (bolscevico dal 1912) aveva dato alla questione nazionale. Per scardinare limpero plurinazionale zarista era ottima cosa far leva sui vasti territori abitati dalle nazionalit soggiogate. Nacque perci la dottrina che essenziale per una nazione fosse la sua struttura territoriale. Durante gli anni della Grande Guerra la dottrina territorialista venne estesa da Lenin a una concezione globalmente mondiale della politica. La rivoluzione socialista nei paesi capitalisticamente sviluppati, cos diceva la tesi, avrebbe innescato rivoluzioni per lindipendenza nazionale nei territori coloniali e semicoloniali oppressi; e ogni movimento di liberazione nazionale nella

periferia coloniale sarebbe stato utilizzato dal proletariato dei paesi occidentali per indebolire limperialismo. Collegare la rivoluzione socialista alla questione coloniale divent una parola dordine della Terza Internazionale (1919), la lega mondiale dei partiti comunisti patrocinata da quello bolscevico russo. Comunque il proletariato vittorioso dei paesi metropolitani non avrebbe imposto il socialismo agli altri popoli, ma solo garantito a essi lautodeterminazione: era la tesi di Engels del 1882. Sarebbe poi stato lesempio del paese socialista a far da motore della rivoluzione socialista dei paesi ex-coloniali. Tutto ci poggiava sulla premessa che alla rivoluzione sovietica del 1917 sarebbe dovuta seguire necessariamente una rivoluzione socialista globale, dapprima in Europa e poi nel mondo intero. Tale prospettiva si era per dissolta gi allinizio degli anni 20. Delle nazionalit siberiane, caucasiche e dellAsia centrale, soggiogate dallimpero zarista e poi partecipi al suo rovesciamento, Lenin aveva esaltato i meriti rivoluzionari, sottolineando che si potevano trarre utili insegnamenti dallazione di quelle nazionalit. Il paternalismo in versione socialista, il quale spiegava ai popoli coloniali come diventare nazioni moderne, si era dunque attenuato. Alle nazionalit ex-coloniali, come a tutte le nazionalit dellUnione sovietica, la Costituzione del 1936 riconosceva a livello teorico il diritto di uscire liberamente dallUnione, ovvero il diritto allautodecisione. A livello pratico esse subirono la russificazione. La si giustific con largomento che solo tramite la lingua e la cultura russa si sarebbe potuto diffondere quel pi generale spirito sovranazionale sovietico che avrebbe tenuto ovunque lontano i localismi reazionari. Insomma, per i riabilitatori russi lingresso nella prigione zarista immetteva i popoli oppressi a contatto con la pi avanzata vita economica e culturale della Russia e con il robusto movimento rivoluzionario del popolo russo, aprendo le porte alla circolazione della cultura progressista. Perci la russificazione non fece che ridestare, per reazione, proprio quei nazionalismi etnici. Le varie territorialit nellUnione sovietica accuratamente coltivate a livello giuridico-istituzionale e amministrativamente abbinate alle rispettive nazionalit-finirono per diventare esse, ognuna per s, la vera realt, e lUnione un guscio formale. Quando questa forma implose per motivi politici endogeni, il vuoto venne puntualmente colmato da quei nazionalismi territoriali che avevano nel frattempo messo solide radici. Ovvero il socialismo, invece di portare le popolazioni ex-coloniali a una nazione moderna di cittadinanza nonetnica, dopo un lungo giro, aveva prodotto lesatto contrario, cio sentimenti nazionali etnico-arcaici.

12. Leredit dellOccidente 1. Esperienze globali, tecnologia, rivoluzioni


Oltremare lespansione europea produsse effetti profondi. C chi da tempo aveva intuito lirreversibilit del cammino verso loccidentalizzazione del mondo. Nel 1848, in piena rivoluzione industriale, Marx ed Engels disegnarono nel Manifesto del partito comunista gli effetti mondiali del dinamismo borghese. Il quale, spingendosi per tutto il globo terrestre, produce un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni luna dallaltra. Per il solo fatto di esportare se stessa, cio le proprie attivit e i relativi valori e saperi, la

borghesia europea diceva di recare la civilt. Il mondo extraeuropeo assimil limportazione. Dopo le iniziali fasi di imitazione piatta, perch dovuta a coazione, subentrarono nel paese coloniale o semicoloniale i fenomeni di appercezione attiva, delladattamento dei prodotti materiali e spirituali stranieri alle esigenze indigene. Una volta che ad esempio i portoghesi ebbero introdotto nel Giappone medievale le armi da fuoco, la dinamica cammin da sola, sino alle corazzate che a Tsushima affondarono la flotta russa. Sul mondo extraeuropeo si riversarono massicciamente le conseguenze della rivoluzione scientifica e di quella industriale. Ne erano ingredienti costitutivi le idee laiche sia della conoscibilit critica del mondo, sia dellorganizzabilit della convivenza umana secondo un sistema di diritti naturali generali. I principi della Rivoluzione francese, invece, ebbero inizialmente echi extraeuropei effimeri, ma nellOttocento e Novecento quei principi diventarono unispirazione duratura. Un ultimo aspetto consiste nei grandi flussi migratori che dai paesi pi o meno lungamente coloniali o semicoloniali arrivano oggi in Occidente. Al cospetto di quei flussi lOccidente raccoglie ci che ha seminato.

2. Etnicit, etnie, etnocentrismo


Letnicit e le etnie esprimono identit di appartenenza reali, caratterizzate da comunanza linguistica, tradizioni storico-culturali condivise e patrimoni ideologici di ben definita genesi e localizzabilit. Letnicismo e letnocentrismo, come teorizzazione di alterit radicali e insormontabili tra gruppi di popolazione, tuttaltra cosa. Non ha sempre bisogno di ricorrere al razzismo palese e biologico; ha per sempre come ingrediente basilare lapartheid, la separatezza come dottrina del recinto. Se lessenza di un popolo racchiusa in una profonda anima etnicista non assimilabile a nessunaltra, la si potr ovviamente capire solo con i veicoli altrettanto extrarazionali dellintuizione, dellistinto, del sentimento. Se dunque le etnie sono insondabili profondit, esse proprio in ci sono equiparabili, ovvero sono epifenomeni di quellunica spiritualit intuitiva che costituisce essa lessenza del genere umano. Agli ideologi delletnicismo le astuzie della realt giocarono per un brutto tiro. La presunta fissit delle etnie tradizionali, qualunque dimensione esse avessero, sub linedito fenomeno della cosiddetta mobilit orizzontale che gli sviluppi capitalistici del colonialismo produssero dopo la fine della Grande Guerra. Si tratt della migrazione, stagionale o definitiva, di centinaia di migliaia di lavoratori salariati verso le fonti di guadagno, cio generalmente verso le zone costiere e le citt. A cominciare dagli anni 20 del Novecento furono in Costa dAvorio e Nigeria circa 200mila persone allanno ad abbandonare le savane dellinterno. V da aggiungere e fu un fatto anchesso di crisi dei sistemi monoetnici che le influenze del diritto e della religione dei colonizzatori recarono mutamenti profondi a famiglia, matrimonio e soprattutto ruolo della donna. Con il diffondersi della monogamia, del divorzio e della famiglia mononucleare che esce dal clan, il ruolo della donna cambi, sebbene ci non garantisse automaticamente un miglioramento del suo status. Questa non fu una peculiarit delle societ extraeuropee. Analoghi mutamenti profondi della societ civile erano avvenuti ovunque in Europa durante la rivoluzione industriale, anchessa caratterizzata da massicce migrazioni interne, inurbamenti e mescolamento di popolazioni. Ogni qualvolta esistevano nazioni nel senso di grandi comunit linguistiche e

culturali storicamente consolidate, furono queste, come era successo pure nellepoca storica della nascita degli Stati nazionali in Europa, a spingere verso un proprio sigillo politico, di indipendenti Stati nazionali appunto. Fu cos in Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco, in generale magrebina; ma anche in India, Indocina e America latina, ovunque insomma vi fossero nazioni linguisticoculturali sufficientemente ampie e di storia comune e condivisa. Non cos nellAfrica nera, tribalmente frastagliata, dove la proclamazione dello Stato (cio dellindipendenza politica) precedette la formazione della nazione.

3. Decolonizzazione contraddittoria
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale circa un terzo della popolazione del globo viveva ancora sotto un governo coloniale, oggi meno dello 0,1%. Sulla decolonizzazione come movimento storico generale che a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale e nellarco di un quarantennio elimin nellarea coloniale classica i governi e assetti non indigeni, incisero numerosi fattori. Il fattore pi lontano era stato il coinvolgimento delle colonie in quella Grande Guerra del 1914-18 dove gli uomini bianchi avevano perduto allimprovviso il loro prestigio scannandosi tra loro a milioni. Levento innesc mutamenti radicali nella coscienza degli indigeni. Il dominio, infatti, si reggeva sul nimbo di separatezza e soprattutto intoccabilit dei bianchi, un attributo della loro superiorit accuratamente coltivato e adesso infranto. Il paternalismo tutorio cominci rapidamente a sgretolarsi quando le truppe coloniali riportarono a casa la consapevolezza delle proprie moderne capacit.

4. Nuovi e vecchi fardelli


Uneredit dellOccidente nei territori coloniali con forti conseguenze negative fu la norma teorico-pratica seguita abbastanza costantemente dagli occidentali di ricorrere, per capire contenuti di sapere esotici, a regole di classificazione a essi totalmente estranee. Ci fu cos una forzata occidentalizzazione di quei contenuti, anche dal punto di vista linguistico. Quando infatti quasi tutti i colonizzati devono imparare la lingua del colonizzatore, ci crea per la prima volta uno strumento di comunicazione unitario tra le molteplici etnie e aree linguistiche di un territorio. Ma ad esse proprio attraverso quel veicolo arrivavano informazioni anche su quelle idee di nazionalismo e democrazia, di socialismo e comunismo, importate dallOccidente. Via via che linfluenza dellOccidente colonizzatore penetr in aree islamiche, laprirsi di esse a idee occidentali si present particolarmente complicato. Se lOccidente aveva coltivato una scienza dellislam dal 17secolo a scopi colonialisti, nellislam non vi fu una corrispondente scienza dellOccidente. Il motivo era teologico. Con gli infedeli, a rigore, non si intrattengono rapporti, n si impara la loro lingua se non armandosi di molta cautela. Il Dio dellislam parla solo arabo, non poliglotta come il Dio cristiano, che in veste di Spirito Santo elargisce il dono delle lingue. Un altro lascito con cui il mondo extraeuropeo non pot fare a meno di confrontarsi fu la cultura giuridica occidentale moderna, nel campo del diritto sia privato che pubblico. Lordinamento di propriet e di sistema creditizio in economia per il primo, e le regole dello Stato di diritto per il secondo. Per gli indigeni dunque una corretta informazione delle cose occidentali diventava una questione esistenziale. Il contatto con lindustrializzazione costrinse a modificare concezioni categoriali

ancestrali, ad esempio la percezione de tempo. Se il tempo ha un inizio e una fine indefiniti, ci pu far entrare nei progetti il futuro. Inoltre questo tempo misurabile, e la misurazione consente il processo lavorativo industriale caratterizzato da disciplina collettiva coordinata. Ma in India e Asia orientale predominavano antiche concezioni del tempo per cicli, basate cio sul costante ripetersi di segmenti temporali pi o meno lunghi ma sostanzialmente omogenei e indipendenti tra loro. E nella concezione islamica il tempo era s lineare, ma non calcolabile perch una nuova determinazione da parte di Allah ne era sempre possibile. Da ci se ne dedusse linnata inferiorit mentale degli asiatici.