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Michele di Pisa

GESU' DI SRINAGAR

Andata e ritorno
Giunto all'et in cui alle fantasticherie di ricchezze e successi futuri cominciava a preferire il crogiolarsi segretamente nei ricordi d'infanzia, s'era indotto a contraddire il proposito di non tornarci mai pi. In breve, aveva deciso di trascorrere la vacanza di quell'anno nella terra dove era nato e dove aveva trascorso la prima met della sua vita. Mentre l'aereo manovrava per avvicinarsi alla pista di Punta Raisi, da dove 30 anni prima se n'era staccato ("scacciato", sosteneva, "come la moneta buona che viene sospinta fuori mercato da quella cattiva"), inseguiva i ricordi che, dall'obl, l'anticipata visione di quelle opalescenze di mare gli regalava. Si sforzava di catalogarli, di completarli, di organizzarli secondo l'ordine delle visite programmate: ai parenti e agli amici residui che pensava o sperava incontrare, alle case, alle strade, ai monumenti e alle terre. Una fantasmagoria di rimembranze gli affollava la mente, intrecciandosi, concatenandosi, rincorrendosi o rifluendo come i tanti rivoli d'una fonte sorgiva che si disperde per mille rigagnoli, e non possibile seguirli tutti o, inseguitone uno, non disperdersi nei meandri degli altri. Ma non sospettava quante altre memorie avrebbe risvegliato la vista d'una sola pietra riconosciuta, un suono riascoltato, un profumo d'infanzia resuscitato davanti a una porta o un campo, l'eco d'un nome o d'un detto rivangati per caso. Ogni ricordo s'impastava con gli altri, li reiterava, li rettificava se non li smentiva, sicch non gli era agevole ricostruirli con storica certezza, n fissarne le date, o almeno le epoche. La sua terra era l e, dall'alto, poteva ammirarne i colori stretti tra le opposte sagomature di monti e di coste, mentre ascoltava gli accenti e la cadenza a tratti sgraziata degli altri viaggiatori che cominciavano ad agitarsi in vista dell'atterraggio. Era tornato. Ma perch non l'aveva fatto mai prima? Per invidia o rancore verso chi non aveva dovuto partire? Per paura che tutto fosse cos profondamente mutato e di riscoprirsi straniero, per la seconda volta e per sempre, nella sua stessa terra natale? Non sapeva rispondere. N serviva. Ora era l. Andando a Palermo, era finalmente tornato.

Abissi primordiali
L'occhio della sfinge Il suo incubo d'infanzia aveva forma e aspetto d'una scura voragine: nel sonno saliva, saliva, saliva sempre pi in alto; poi, d'un tratto, precipitava in una scarpata abissale. Il tonfo era tale da mozzargli fisicamente il respiro e, mentre disperatamente dirupava verso l'interminabile vuoto, sentiva il proprio essere caricarsi di tutti i mali e di tutte le colpe del mondo. Al massimo dellangoscia, arrivava di soprassalto un risveglio liberatore e, nel sonno, mentre annegava nel nulla infinito, aveva coscienza che stava sognando e che al culmine di quell'affannoso patire si sarebbe finalmente svegliato; perci si sforzava d'affrettare la liberatrice catarsi, lasciandosi precipitare senza opporre pi resistenza, anzi agevolando il riflusso che inarrestabilmente lo trascinava verso il fondo. Terrorizzato, tremante, madido di freddo sudore, ma salvo, si ritrovava nel suo lettino dalla testata impiallacciata di radica e le sbarre laterali di legno marrone. Alla sinistra c'era il lettone in mogano dei genitori, dove spesso dormiva nel lato del padre impegnato in lontani cantieri, con al centro il fratellino pi piccolo al quale invidiava quel posto d'onore. In alto, vivaci ghirlande di frutti e di fiori riempivano il vuoto decorativo fra i profili di quattro sfingi affrescate al centro di ciascun lato del soffitto graziatamente bombato. Non rammentava pi che disegno ci fosse al centro della volta, nel punto da cui pendeva il lampadario. E non rammentava neppure com'era fatto il lampadario. Ricordava solo che c'erano. Gli occhi dolci e severi dei quattro volti di donna con le ali e il corpo di leone, che intravedeva nell'oscurit della notte appena scalfita da un lumino perpetuo di devozione, lo rassicuravano e, spesso, gli evitavano di gridare per cercare rifugio sotto le coperte del lettone, tra le braccia della madre allarmata. Quando aveva la febbre, l'incubo veniva preceduto dal rumore del camion di un tale che la gente chiamava Polpettone. Il mezzo veniva per condurlo fino al cantiere del padre, come quella volta che aveva trascorso quasi due mesi a Contessa Entellina e aveva cominciato a parlare albanese. Soffriva il motore rombargli dentro la testa; sentiva il suo corpo espandersi fino a confondersi con le ruote stridenti del camion. Delirava. Sua madre accorreva a lenire i suoi quaranta e pi gradi di morbo con panni bagnati. Ma, non appena riusciva, o credeva di prendere sonno, rovinava penosamente in un'ancor pi abissale scarpata. Una lettura, da adulto, gli spiegher che quel sogno insistente, quell'incubo, era da connettere con qualche trauma della primissima infanzia. Forse suo padre, forse qualcuno dei suoi numerosi cugini aveva provato a lanciarlo per aria, come si fa spesso con i bambini, per acchiapparlo dopo una mezza caduta. Molti ci ridono e gridano: "Ancora, ancora!". Quel lancio, invece, togliendogli ogni certezza, avrebbe potuto turbarlo per tutta la vita. Ma, per quanto si sforzasse, non ricordava nessun lancio e nessuna mezza caduta. E, d'altronde, come avrebbe potuto? La foto rimossa Il suo pi primordiale ricordo legato all'anziana e malata nonna paterna, della quale

riusciva a rievocare un poco edificante risveglio, con la madre che la ripuliva delle feci rilasciate inopportunamente durante la notte. Pi grande, credeva di rivederla ancora, imbragata in quel vestito nero che la faceva rassomigliare ad una monaca, seduta (o in piedi?) accanto al tronco della pergola d'uva nera, davanti la casa, sul lato cortile. Forse, per, non era la nonna che cos ricordava, ma una foto che la ritraeva in quel punto e in quella posa, e che invano avrebbe ricercato mille e una volta nei cassetti del vecchio com, o nella confezione di latta d'un omaggio natalizio dove aveva riposto tutte le reliquie di famiglia. Oppure ricordava il giorno in cui l'immagine era stata ripresa da un fotografo ambulante col suo trespolo per camera oscura e gli sviluppi in un catino zincato. Della nonna ricordava anche il giorno dei funerali. In casa, sul divano e sulle poltroncine post liberty, piangenti e fasciate in vestiti di lutto di qualche taglia prima, c'erano tutte le zie. Poteva citarne ancora la disposizione: in corrispondenza della testa del feretro c'era la zia Paolina, poi Maria, Antonietta e infine Rosa, che con le altre non legava molto. In quella foto mnemonica non c'era suo padre. In compenso ricordava chiaramente un tale mezzo gobbo e pelato che s'affaccendava a preparare corone di fiori. Metteva chiaramente a fuoco, poggiato per terra sotto la pergola, un grande ovale di legno e di paglia tenuto insieme con fili di rafia e questo tale che c'infilzava con meccanica precisione rametti di foglie e steli di fiori fino a coprirne ogni parte. Pi tardi, verso i sedici-diciassette anni, volle verificare l'esattezza di queste reminiscenze e il padre gli conferm che le ghirlande erano state allestite nel cortile della casa. Col tempo, tuttavia, i suoi ricordi, vividi e chiari fino all'et adolescenziale, cominciarono a sfocarsi, a opacizzarsi, a stingersi, se non cancellarsi del tutto come l'emulsione delle prime foto a sviluppo istantaneo. E quando, in et matura, provava a rintanarsi in quell'infanzia, tutto sommato felice, non riusciva pi a riottenerne neppure un'ombra confusa. La sola cosa precisa, come la sinopia d'un affresco rimosso, era il ricordo di questi ricordi. E il suo incubo del precipizio. Quello s. Quello sarebbe rimasto sempre vivo e presente, forse perch troppe volte reiterato e sofferto anche nella vita cosciente. L'orco della mano verde Anche in et canuta gli capitava, e con una certa insolente frequenza, di patire incubi notturni. Durante le conseguenti ore d'insonnia, provava a collegarne la ricorrenza con il livello di tensione della giornata trascorsa, con le crescenti difficolt gastriche, o con quell'ernia iatale che, come acido solforico, gli ulcerava l'apparato digerente fino all'esofago, facendogli dimenticare perfino il concerto di pifferi giapponesi (acufonia, la chiamava il medico), tortura dei suoi timpani a ore alternate. Ma qualsiasi tentativo di stabilire con queste, o altre coincidenze, una qualche relazione vagamente sensata non approdava a nessuna consistente congettura, e si dissolveva nel sopore finalmente ritrovato. Satana, il diavolo che gli si materiava nel sonno, e col quale doveva contrastare senza riuscire a scamparne, era la sola costante dell'incubo. A parte gli scenari, che potevano mutare, il copione era irrimediabilmente lo stesso. Nel

sogno il demonio era sempre in agguato ed egli ne presagiva la presenza sino all'attimo cruciale in cui era fatale affrontarlo. Cercava d'intimorirlo e scacciarlo a furia di Pater, ma questi gli si soffocavano in gola mentre provava a gridarli per farsi meglio ascoltare. "O Patr imn", sbiascicava allora stentatamente, sperando che in greco l'orazione fosse pi potente e infallibile esorcismo. Inutilmente, nel sogno, sforzava anche segni di Croce che non riusciva neppure a iniziare, bloccato da un'improvvisa paralisi che gli attanagliava le nervature del braccio. Nel sonno esprimeva la sua paura con rantolii affannati, smanie, freddi sudori, movimenti improvvisi, tremori delle braccia e della mandibola, finendo con lo svegliare la moglie (e ce ne voleva per scuoterla dal suo dormire profondo!). Lei capiva, gli dava uno scossa, avvolte amorevole, avvolte stizzita per il forzato risveglio e, affrancatolo dal tormentone, lo riportava alla pi quieta e tranquilla realt della stanza da letto. Ma se lei gli chiedeva che cosa lo avesse atterrito, le uniche parole che riusciva a farsi cavare di bocca erano: "Nulla, un incubo". Teneva tutto per s, quasi fosse un inconfessabile segreto, un segno di debolezza, di bigotteria d'infanzia. Poi si rifugiava sulla sua sponda di letto come se avesse fretta di riprendere sonno. L'incubo di satanasso non era di quelli che affondano le radici nei fatti della sua primissima infanzia. Almeno, non riusciva a ricordare nulla che giustificasse una tale supposizione. Certo, l'educazione materna gli aveva iniettato nel sangue una dose di sano amore di Dio e di repulsione per il demone Suo nemico. Ma le sole paure d'infanzia che ricordava erano legate alle favole con cui la zia nubile lo incantava quando andava a trovarla dai nonni. Erano storie di streghe e di orchi a turbare la quiete delle serate d'inverno, complice il lume a petrolio, al quale occorreva appellarsi quando, al primo accenno di vento o di pioggia, la luce elettrica andava via e latitava per ore. Esitando all'interno del tubo di vetro, la fiamma proiettava sulle buie pareti figure paurose e, in ogni ombra non immediatamente collegabile con una sedia, o un vaso, o con l'agitarsi d'un braccio, gli sembrava vedere un orco in agguato. L'atterriva, in particolare, la terribile storia d'una Mano Verde che sette indifesi fratelli avrebbero dovuto a turno ingoiare, non riuscendoci mai, tanto era vomitevole, per sfuggire all'orchessa pi cattiva che orco malvagio avesse potuto sposare. Il tirannosauro Non appena la sua precoce capacit di lettura gli consent di affrancarsi dalle favole orali, i mostri e i lupi mannari dei nuovi racconti letti in "Cento e una novella" cominciarono a sembrargli meno spaventosi, imprigionati com'erano tra le lettere e gli inchiostri stampati sul candore della carta. Di paura, invece, gli sembr di morire un pomeriggio d'inverno (quel tiepido inverno dell'isola, che pare primavera, e la cui nostalgia gli agguantava spesso la gola). Era seduto su un sediolone alto, col sussidiario aperto sul piano di lavoro d'una sega a nastro, retaggio ancora invenduto d'una impresa di sedie del padre, abortita perch gli altri due soci d'opera sempre pi spesso costruivano a spese dell'azienda, ma vendevano in proprio. Oggetto dello studio era la preistoria del Pianeta al tempo in cui gli unici suoi abitanti di rilievo erano le varie famiglie di sauri. L'intrigava un gigantesco tirannosauro Rex, stampato a tutta pagina sul libro di testo, quando, a un tratto, come un raptus lo colse il timore che quell'orrenda figura, sfuggita dal libro, si fosse acquattata nell'ombra del vano illuminato a met da una lama di luce solare

del residuo tramonto. Rinchiuse precipitosamente il volume urlando d'orrore, mentre un enorme e terribilissimo tirannosauro verde si materializzava dal fondo buio dell'angolo pi nascosto della casa. Terrorizzato e tremante, fugg di precipizio verso il centro del cortile, oltre la pergola, quietandosi soltanto tra le braccia della madre, accorsagli incontro allarmata da tanto gridare, e spaventatissima anche lei per chiss quale indicibile sciagura gli fosse inaspettatamente capitata. Esorcismo infinito Altri momenti di paura li aveva vissuti nella chiesetta contigua all'orfanotrofio delle suore domenicane. Qui officiava Padre Graziano, un cappellano con la fama di santo, scappato, qualche anno prima con gli altri connazionali da una Tunisia sull'orlo d'una rivoluzione che poi non ha avuto ragione di scoppiare. Sant'uomo certamente lo era e, per conseguente plebiscito popolare, doveva anche essere ascoltato ed autorevole esorcista. Perci, quando in paese si era manifestato un caso di nevrosi epilettica, l'indemoniata venne immediatamente condotta nella chiesetta delle suore per esservi esorcizzata. I tentativi di liberare l'invasa si reiterarono per un paio di mesi, perch il demonio, mai completamente scacciato, pervicacemente tornava a riabitare la donna, non appena questa rimetteva piede nella sua misera casa. La poveretta veniva sradicata al mattino dalla sua spelonca, dalla parte degli ovili. Volenterosi energumeni la sollevavano a braccia. Attraversavano le due file arruffate di scalcinate casupole che dirupavano precariamente verso valle lungo viuzze melmose. La trascinavano fino alla chiesa dove il santo prete officiava in quel suo latino francesizzante, seguiti da frotte di vicini, curiosi e devoti. Facendo parte al contempo di tutti i tre gruppi, lui non poteva mancare. Ma qual era la sua paura quando, all'offertorio, o all'elevazione o all'agnus, la donna si riversava sui marmi grigiastri dell'impiantito, tra le file mal disposte di seggiole col fondo di cordicella intrecciata, dimenandosi, contorcendosi, gridando anatemi che pi blasfemi non se n'erano mai sentiti, o parlando lingue misteriose, ignote anche al santo, il quale pur conosceva l'arabo del "papessatn, papessatn, aleppe!" La donna ululava come lupa ferita. Sbavava. Si scorticava il volto con le unghia. Si tormentava le carni. Si lacerava le vesti. Si straziava i capelli. Si martoriava tra dilanianti dolori. Le sue urla, senza significato apparente, violentavano il sommesso brusio d'avemmarie recitate in crescendo dalle suore, nascoste alla vista degli astanti da una fitta cortina di listelle di legno intrecciate. Lo spasimo si protraeva per una decina di minuti, che la drammatica tensione dell'evento e l'elettrizzata atmosfera dell'ambiente facevano sembrare una mezza eternit. Finch la donna, spossata, rantolando s'accasciava e, apparentemente riappacificata con Dio, veniva ricondotta ai parenti, convinti (o sperando) che l'esorcismo passivo del santo avesse prodotto il suo effetto. Il tormento dur tutta un'estate, o un autunno, finch non si esaur lentamente per stanchezza, o per noia, o perch un dottore dei matti chiamato dalla citt ci aveva messo del suo per facilitare l'opera del santo esorcista. Ma quella era paura quasi programmata, prevista, attesa, in un certo senso cercata. Non fu, invece, per nulla programmato, n previsto, n tanto meno cercato, anche se un

po' meritato, il terrore di quella domenica di maggio al castello. Il castello dell'emiro I ruderi che con decaduta superbia sovrastano il paese erano per lui e i suoi amici un magico ritrovo. Costruzione araba, doveva essere era stato un avamposto militare, poi ampliato in fortezza e successivamente in palazzo residenziale dei signori del posto. Gli anziani dicevano che da qualche parte c'era nascosto un pentolone traboccante di marenghi d'oro (ma in seguito avrebbe sentito ripetere la stessa storia per tanti altri castelletti e castellucci e palazzi sbriciolati dal tempo e dall'incuria dell'uomo). La fantasticheria di trovare il tesoro, e ancor pi il fatto che, a parte qualche raro pastore, nessun adulto ci mettesse mai piedi, facevano di quel luogo l'ambiente d'elezione per i giochi pi sfrenati. La storia misteriosa del maniero che aveva dato nome al paese lo affascinava. Stando a quanto diceva e scriveva nei suoi libri autopubblicati l'arciprete Romano, non doveva essere l'unica costruzione araba della zona. A pochi chilometri di distanza, sulla strada che porta in citt, c'erano i resti (che dico? due mezzi muri a elle) d'un altro fortino del genere: il castelletto di Bassano, oggi completamente spazzato via dalle mine che hanno spianato l'altura su cui sorgeva, nella pi generale e colpevole indifferenza dei paesani, dei sindaci e delle sovrintendenze alle belle arti, pi sensibili alle esigenze di ghiaia, prodotta macinando le pietre del colle, che a quelle della storia. Nella stessa contrada avrebbe dovuto trovarsi anche una costruzione religiosa: una moschea o un marabout. Ma, per quante ricerche avesse fatto durante la magnifica stagione delle scuole elementari, quando il tempo gli abbondava e questi gli sembravano argomenti nobilissimi ai quali dedicare le ore sottratte alle partite di calcio quasi mai giocate, nulla aveva trovato. Neanche un indizio. Neanche un vecchio contadino che gli raccontasse come, mentre s'aggobbava sulla terra rossa, quasi africana, di quelle colline, gli si fosse rivoltata sotto la zappa una pietra, un manufatto, un calcinaccio che potesse far sospettare la presenza d'antichi edifici. In giro chiedeva notizie anche d'una mitica Nova Calcedonia, sito fenicio che doveva sorgere sull'altura della piccola centrale idroelettrica, in vista dell'ultima valle dell'Eleuterio e del mare vicino. Di Nova Calcedonia qualcuno diceva d'avere uno zio, un cugino o un vicino che aveva trovato monete e sapeva con certezza dove andare a scavare. Ma non gli era mai riuscito di incontrare zii, cugini o vicini che ne sapessero davvero qualcosa o che, sapendo, fossero pronti a parlarne, per timore di noiose complicanze con l'ufficio delle tasse o la sovrintendenza alle belle arti. Come nessuno sapeva fornire indizi pi concreti del vago "ho sempre sentito dire" a proposito d'un orto botanico saraceno (o normanno, o d'epoca posteriore). Sarebbe dovuto rigoglire nella spianata che spalleggiava la vecchia fabbrica di pomodori pelati, fallita quand'egli era ancora bambino, pare, per un contratto di fornitura contestato da certi mercanti inglesi. Se qualcosa c'era ed riemersa in superficie, stato certamente molti anni dopo, quando in tutta quell'area spuntata a mo' di casbah una fungaia di appartamenti verticali, con le stanze una sull'altra e le scale al posto dei corridoi, senza progetti regolatori, n veri disegni lottizzatori.

Il castello, dunque, era l'unica testimonianza concreta del passato meno prossimo del paese. L'origine saracena dovrebbe essere fuori discussione. E ne avrebbe avuto indiretta conferma durante una memorabile vacanza in Giordania, dove godette voluttuosamente la visita a Petra, per poi arrostirsi per quindici giorni sulla spiaggia rovente di Aqaba che, in confronto, coloro che camminano sui carboni ardenti come se passeggiassero su un tappeto di foglie e fiori. Scendendo da Amman verso il Mar Rosso, dopo avere ammirato gli scavi di Jerash, pot visitare pi d'uno di quella sequenza di castelli del deserto eretti tra il settimo e l'ottavo secolo da un califfo di Damasco per creare una stabile struttura amministrativo-militare lungo la principale direttrice carovaniera della regione. Soprattutto a Kerak si stup per le rassomiglianze della costruzione con il "suo" castello e teorizz che anche in Sicilia, qualche secolo dopo, i saraceni avessero presidiato con analoghe fortezze le principali arterie di traffico. Ma, a parte quello di Misilmeri, il fortino, o quel che era, di Bassano e il castello di Carini (noto soprattutto per la tragedia d'amore d'una sua bella castellana, ma che non aveva mai visitato, n sapeva se fosse d'origine araba) non conosceva altri siti che potessero avvalorare una tale congettura. Del complesso originario di Misilmeri (in arabo il nome del paese significa appunto Castello dell'Emiro) era rimasto in piedi un grande muro bianco da cui si dipartivano due accenni di volta che lasciavano ipotizzare che la costruzione si sviluppasse su due o tre piani. I terremoti, ma ancor pi l'incuria e i saccheggi di quanti in passato avevano avuto bisogno di gratuiti laterizi e altro materiale per le proprie misere case, avevano provveduto a sgretolare la facciata contrapposta, contribuendo ad innalzare di qualche metro l'altezza naturale della collinetta. Dietro questa parete principale, ma con essa confuso per chi guarda dal paese, e in posizione pi bassa apparentemente d'un piano, c' un secondo muro in pietra di fattura totalmente diversa. Rivedendoli con occhio di adulto, le differenze dei due manufatti fanno pensare a un rifacimento parziale o un ampliamento dell'impianto iniziale. Da bambino non ci aveva fatto mai caso. L'intrigava maggiormente un cunicolo formato da una delle pareti rovinate un po' pi a sinistra in direzione del paese. Lo estasiava anche una colonnina con capitello di marmo dalla quale s'allungava il cordone d'una volta che un tempo s'inarcava a partire da un'altra parete ancora in piedi a met tra il rudere centrale in cima alla collinetta, e quel secondo muro d'epoca diversa (ma non sapeva se antecedente o successivo), che in prospettiva gli s'appiattisce sopra. Il cunicolo era un nascondiglio perfetto per qualsiasi gioco. Inoltre si prestava egregiamente agli esperimenti di bombe sfollagente tentati con i pi imprevisti acidi ammoniacali e veleni dai nomi misteriosi, sottratti da un cugino al padre farmacista: dovevano servire nel caso in cui un'inopinata vittoria dei comunisti, alleati di Stalin, avesse richiesto azioni di resistenza e guerriglia. (Ovviamente non conosceva e non usava questi termini, ma il senso di certe sue arringhe ai compagni di gioco era lo stesso). E, magari, scavando si sarebbe potuto arrivare al pentolone di marenghi d'oro, che non poteva che essere o l o, bene in vista, e pertanto perfettamente nascosto, su una di quelle apostrofature di volta del rudere maggiore. Il capitello in marmo bianco conferiva pregio e nobilt alla costruzione e lasciava fantasticare storie di emiri potenti e battaglieri, come quel Giafar al quale intestata una via a Palermo, e di valorosi normanni. In cuor suo, perci, aveva deciso che quella parete doveva essere appartenuta alla cappella di corte di certi principi di Cattolica i quali hanno avuto in feudo per qualche

secolo il castello e tutto il suo contado. Rivolto verso il paese c'era un grande spiazzo di rocce e calcinacci. In origine doveva essere un grande cortile, o una piazza d'armi, o entrambe le cose. Da adulto, ogni volta che almanaccava un ritorno al paese (dove, naturalmente, sarebbe stato accolto come un messia, e acclamato immediatamente sindaco), poneva la questione del castello e dello spazio antistante tra i punti principali del suo programma elettorale: il primo in assoluto era il piano regolatore, perch una reggia in una casbah una reggia dimezzata e, molte case della nuova Misilmeri sono regge, all'interno, che l'ambiente dimezza. In quello spiazzo vedeva un teatro all'aperto, un'agor per dibattiti, incontri, sagre e fiere dei prodotti tipici, con il vino e le salsicce di San Giusto in testa, e corse di cavalli, con un Palio dei Normanni destinato a rilanciare su scala nazionale la notoriet e l'immagine del paese, ma da fare svolgere in un apposito percorso sulla strada per Belmonte, al Piano Stoppa (ma non sapeva quanto s'era inurbato): pensava a qualcosa come il Sambodromo di Rio o lo Scioperodromo che qualche politicante fantasioso, prima o poi, proporr per risolvere parte dei problemi del traffico romano. Si rammaricava perch, n la Regione che, come l'asino di Buridano, era gi paralizzata dall'eccessiva dovizia di archeologia greca e romana ereditata dalla storia, n il comune, impegnatissimo a ignorare quel mezzo secolo di disastro edilizio stratificato in ogni ogni angolo del paese e delle terre vicine, tranne un impianto di illuminazione, nulla avessero fatto per valorizzare quell'architettura saracena che il tempo inesorabilmente scalcinava. Ma al contempo si consolava perch, per riverso, nulla avevano fatto per degradarlo o comprometterlo con impropri interventi. Il fantasma del Corpus Domini Quando ci rimise piedi, dopo quasi cinquant'anni d'assenza, ebbe la sensazione d'esserci arrivato con una speciale macchina del tempo. Tutto era ancora come quella domenica di maggio, quando n'era fuggito atterrito, che quasi ne moriva di crepacuore. Anche i ciuffi sempreverdi di capperi, le cui radici danno mano alle intemperie a corrodere le costruzioni incurate dall'uomo, sembravano gli stessi di allora. Ogni pietra era al proprio posto, ogni cappero aggrappato al solito calcinaccio, il cunicolo segreto ancora inesplorato, ed anche quel masso srotolato in direzione della "cappella" era immobile nello stesso avvallamento da dove quella domenica gli si era sparato davanti uno fantasma bianco come un lenzuolo e un qualcosa d'azzurro sotto, che l'urgenza di scappare gli imped di capire essere una normalissima maglietta. Il pomeriggio si avviava al tramonto e il paese era in brulicante fervore per la processione del Corpus Domini. Le finestre e i balconi delle vie principali erano addobbati con le coperte delle feste sottratte ai lettoni. L'arciprete, avvolto da uno sfarzoso piviale, incedeva su un tappeto di fiori, proponendo l'Ostensorio all'adorazione dei fedeli e ripetendo la benedizione solenne davanti a tutti gli altarini baldacchinati, allestiti qua e l dalle famiglie pi devote. Bambine in camiciola bianca e gonnellina blu spargevano petali di rosa davanti al gruppo sacerdotale, il quale avanzava con passo cadenzato sotto il baldacchino ricamato d'oro e foderato di rosso, portato a turno dai membri della Confraternita del Santissimo Sacramento. Come sempre, la processione era aperta dai gonfaloni, dai labari, dagli stendardi, dalle bandiere e dai gagliardetti, seguiti dai soci delle varie organizzazioni parrocchiali, in fila per due. In testa, prima d'ogni altro, gli aspirantini con la sciarpa di seta bianca a tracolla e lo

stemma col giglio sul cuore. Seguivano le Figlie di Maria, i ragazzi dell'Azione Cattolica e le varie confraternite alle quali erano praticamente associati tutti coloro che, non possedendo una tomba di famiglia, volevano garantire a s stessi e ai propri congiunti, se non proprio un posto in paradiso, almeno un loculo nel colombario cooperativo della congregazione, quando sarebbero passati a miglior vita. Il baldacchino (o la statua del santo, secondo ricorrenza) stavano a met processione, quasi a fare da spartiacque tra i fedeli organizzati in congreghe, confraternite o associazioni, e il resto della popolazione che seguiva disordinatamente, accalcandosi come fiumana prima, poi sempre pi alla spicciolata, senza inni o canti precisi con cui glorificare il Signore, recitando autonome litanie (le donne), o discutendo del raccolto e degli affari (gli uomini). Con la sciarpa di seta a tracolla, in testa al primissimo gruppo, quasi a guidare tutta la cerimonia, oppure vestito con la tunica rossa e la cotta bianca di chierichetto, magari agitando il turibolo con gli incensi a ridosso del baldacchino, avrebbe dovuto esserci lui, delegato parrocchiale degli aspirantini e, se qualcuno avesse chiesto alla madre dove si trovasse Nicola a quell'ora, quella avrebbe giurato senza esitare: "Alla processione." Invece -Nicola non ricorda pi per quale precisa impellenza-, tutto il gruppo pi stretto di amici si era autoconvocato per la medesima ora in cima al castello per dirimere una qualche urgente diatriba sorta in mattinata appena dopo la messa grande. Non era cosa da farsi. Arrampicandosi a lunghi passetti sulle rocce che degradano dal posto convenuto, avvertiva un senso profondo di colpa e disagio per l'inopportuna defezione e si riprometteva, sistemata la faccenda con i compagni di giochi, di raggiungere al volo il suo gruppo e rimettersi in corteo, recitando qualche Ave in pi per penitenza. "Faremo in fretta", aveva appena rassicurato s stesso e qualche fedelissimo, quando ormai a una decina di metri dal masso convenuto, dall'anfratto emerse, terrorizzandolo, un'improvvisa figura bianca e bluastra, agitandosi nel pi assoluto silenzio, scomparendo e ricomparendo reiteratamente dietro il rudere. Sent il sangue gelarsi nelle vene. Le gambe sembrarono spezzarsi. Avvert i capelli rizzarsi sulla cute e una forte stretta alle tempia. La voce gli si paralizz in fondo alla gola. Sent di morirne e ritrovarsi, dannato, nel pi profondo degli inferi. Premon un castigo divino per avere disertato la funzione. E quando finalmente riusc a gridare "un fantasma, un fantasma!", anche gli altri che, essendo un po' indietro, non avevano scorto lo spirito bianco e non potevano giudicare quanto fosse terribile quella visione se non dalla subitanea cianosi del suo volto, contagiati dal panico, se la diedero a gambe levate, ansimando e gridando per il terrore e la disperazione. Corsero precipitosamente quel centinaio di metri di dislivello che separa il castello dal resto del paese. Si infilarono per stradine e scorciatoie. Inseguirono l'eco dei canti devoti. Si fecero largo tra la fiumana dei fedeli, fino a raggiungere e superare il baldacchino e riprendere i posti di competenza nella processione. E quando mai l'avevano lasciata! Con i denti che letteralmente gli battevano per la paura, Nicola si accalor a cantare il "T'adoriamo Ostia divina" con tutta la voce che poteva (cio, appena un filo). Cerc conforto nel rosario e nelle litanie. S'infervor a chiedere il perdono di tutti i suoi peccati. S'adoper in tutti i modi e con tutte le orazioni a lui note di rimuovere dalla memoria il ricordo di quell'ombra bianca del castello. A cena non mangi neppure, preoccupando la madre, che dal suo volto esangue intu chiss quale malanno. La notte che ne segu fu tutta un'insonnia. Si girava e rigirava nel suo lettino accomodato nella saletta d'ingresso di casa, in cima alla scala di Corso 24 Aprile. Di giorno quella branda la madre s'industriava a farla apparire divano, predisponendo i

cuscini a spalliera e ricoprendola con una stoffa di raso giallo. Ma a lui, quella notte, sembrava una rovente graticola di San Lorenzo. Non mise pi piede al castello. Non riusciva neppure a guardarlo. E, quando, recandosi alla Cottanera, doveva passare sul versante opposto della valle, percorreva di corsa, e tutto d'un fiato, il viottolo a strapiombo tra le rocce e i fichidindia, che dalle ultime case della strada degli ovili portava fino all'obitorio e, da qui, alla strada di Belmonte. E neppure quando, qualche anno pi tardi, Saruzzu, l'autore della bravata, gli confess che tutto era stato tramato per fargli paura, riusc a riprendere confidenza e coraggio e tornarci a giocare.

A rima baciata
Lussuria Con gli occhi della memoria vedeva la bottega del fornaio don Tanu, in cima all'acciottolato che portava agli ovili. Riassaporava il profumo delle fascine di potature d'ulivo con cui il forno veniva alimentato. Riconosceva e riaspirava l'odore della pasta lievitata e della farina di grano duro appena impastata. Riascoltava don Tanu sgolarsi sotto due baffetti velati di bianco, sudato come se fosse appena uscito da un bagno turco che non sapeva neppure cosa fosse, con la lunga pala di legno davanti alla bocca del forno a impartire ordini al riottante garzone e alla moglie ribelle. La quale donna Margherita, tutta compressa in camicette scollate e in gonne due taglie pi strette che mal contenevano le curve dei seni ubertosi e del suo tondo e sodo ancheggiare, s'indaffarava nervosa con i setacci a separare la crusca, davanti alle madie per preparare la pasta, davanti al tavolone per darle forma di pane, davanti al garzone per gettargli occhiate golose. Ricordava anche tutte le storie che si dicevano in giro sulla tresca della mora e matura fornaia e del quasi imberbe garzone, e le liti con il marito scornato che, una sera, voleva ammazzarli entrambi a palate e bruciarli vivi nel forno. Come aveva, in effetti, tentato di fare il giorno in cui li aveva sorpresi su un pagliericcio d'una stalla vicina, l'uno sull'altra beatamente impallati a godersi il riposo dopo i furori d'una guerra d'amore. Ma, a dir loro, sembrava che il fornaio fosse in torto a seguire l'anonima voce che gli indicava quel luogo e quell'ora, invece di stare a bottega a sfornare e infornare la pala, con le comari in attesa ciarliera. E ricordava anche d'avere deciso di prendere diligente memoria di tutti i litigi e delle quotidiane flagranze che le vicine ogni giorno ne raccontavano come fosse una storia a puntate, o una telenovela senza tv, cos da grande ne avrebbe scritto un romanzo. La bottega del Monaco Il mulino, il forno e i droghieri facevano parte dei suoi doveri d'infanzia. Al mulino ad acqua di don Santo si recava mediamente ogni due settimane con il suo sacchetto di grano all'andata e di farina al ritorno. Mentre la macina andava, lui seguiva con mimetizzato disgusto il figlio del mugnaio il quale, con la fionda, faceva stragi di lucertole e gechi che s'imbiancavano dietro enormi e farinose ragnatele, quando non andava a nidi, raccontando della sua fidanzatina Rachela, che era l'unica bionda della classe, e al saggio scolastico stava al centro del coro mentre le altre bambine cantavano "Ma come balli bene bella bimba, bella bimba, bella bimba". Per farsi vedere coraggioso, pizzicava anche lui le lucertole per la coda, ma non aveva mai il coraggio di staccargliela con una pietra, n di amputare delle ali le mosche colte al volo, n di tendere trappole di vischio ai pettirossi per ingabbiarli e sentirli trillare. Al forno andava una o due volte la settimana, perch il pane doveva essere sempre fresco e sua madre ne faceva fare al massimo due o tre per volta. Tutti i santi giorni, invece, c'erano in programma un paio di corse dal droghiere di turno. Quand'era pi piccolo frequentava la bottega del "Monaco" (ma titolare ne era la moglie la quale, bench in apparenza ci sentisse perfettamente, veniva chiamata "a Surda"). Il negozietto era sulla strada principale, a una trentina di metri da casa sua, e non occorreva attraversare lo stradone. Quando fu pi cresciuto, prese a frequentare un'altra botteguccia in piena piazza del paese, e ricordava perfettamente il volto ricamato di nei e di rughe, gli aculei canuti e riottosi delle ciglia setolose e spesse, l'andatura ondeggiante, quasi sciancata come una figurina del Guardi, e la parlata

pomatosa e molle, ma non il nome del gestore. Infine venne il turno di don Giustino Sciarabba, il quale era anche un esponente di spicco del partito, consigliere comunale e assessore. Il negozio del Monaco era un antro largo poco pi d'un portone e profondo due o tre volte tanto. Accatastati nel pi caotico dei disordini che avrebbe fatto venire i crampi allo stomaco a qualsiasi odierno ispettore delle Ussl, c'erano esemplari spesso unici di tutte le merceologie possibili e allora immaginabili. I vari tipi di spaghetti e di pennette erano in una scansia in precario bilico su lattone aperte di sapone di Marsiglia, azzuolo e lisciva. La mortadella, solo insaccato che, a parte le salsicce seccate, avesse in paese un certo mercato, s'appastava col caciocavallo e il formaggio olandese. Gli aghi sfusi bisognava cercarli in mezzo ai bottoni, alle spagnolette e alle matassine di cotone colorato. C'erano picconi, zappe e "lancedde", sacchi aperti di ceci, lenticche e fagioli secchi. Formaggio incannestrato, cio pecorino siciliano, formelle di ricotta e primosale. E pettini, forcine, mollette in grande confusione. Poche saponette, cipria, borotalco. Non ricordava se avesse anche spazzolini e dentifrici. Forse no. Tutte quelle merci erano esposte al tatto e alla vista degli avventori e alla merc di moscerini, mosche e mosconi. Gli odori, non costretti da coperchi, vetri o sportelli, si miscelavano anarchicamente come un'orchestra che contemporaneamente accorda i suoi cento strumenti in attesa del primo tocco di bacchetta del maestro direttore, n si poteva capire quale prevalesse sugli altri. Lui andava a comprarci gli spaghettoni a etti nella gialla carta di paglia, salsina di pomodoro a grammi in opaca carta oleata, formaggio olandese a spicchi in carta bianca e spugnosa, marmellata di mela cotogna marca Santarosa a pezzi industrialmente confezionati, sardine salate a unit in mezzi fogli di giornale. Quello che aspetta il fico in bocca Fin d'allora gli era venuta la mania del collezionare. Si era sotto Natale, e il piccolo presepio in cartoncino fustellato, omaggio di qualche casa di medicinali allo zio farmacista, aveva fatto il suo tempo. I moccoli, collocati a mo' di luminarie tra i vari gruppi di personaggi, avevano bruciacchiato numerose figure. La cera aveva invasato il disegno dell'erba e delle stradine. Le figurine non stavano pi in piedi e inutilmente provava a sorreggerle con puntelli di canna o d'altro cartone, incollati con acqua e farina. Quando, perci, nell'unica vetrinetta a vetri, appesa ad un'anta del portone d'ingresso della bottega, insieme a collane di latta stampata e pettinini d'osso, gli si rivelarono alcune figurine da presepio in terra cruda dipinta, rest folgorato dall'improvvisa visione. Le desider immediatamente. Ne chiese il prezzo, che allora nessun commerciante scriveva accanto alla merce. "Cinque lire l'una", improvvis distrattamente il Monaco, in quale fino a quel momento non aveva deciso quanto ci dovesse guadagnare. Era una piccola fortuna, comunque accessibile. La mancetta dei nonni della domenica seguente fu gelosamente tesaurizzata. Chiese finanziamenti alla madre. E, arrivato che fu alle quindici lire, corse dal Monaco ad assicurarsi i tre personaggi chiave del presepio: e cio un Ges bambino che faceva tutt'uno con la mangiatoia, una Madonnina color rosa e blu e un San Giuseppe in piedi col bastone fiorito, alto, s e no, un terzo di spanna. I suoi acquisti successivi furono un asino bigio, sdraiato su un verde basamento d'erba, e un impasto marrone che avrebbe dovuto essere un bue. Seguirono pastori, pecore, donne filanti, con brocche o fagotti sulla testa. E un arrotino, un mastro falegname e un venditore di caldarroste. I pezzi forti erano due: "lo spaventato" (che colloc sopra la grotta, fatta di carta marrone da

imballo, a meravigliarsi per quello scenario di muschio e rametti, mentre si faceva scudo con la mano destra dai bagliori d'una cometa di cartoncino ritagliato e colorato di giallo acquerello) e "quello che aspetta il fico in bocca", sinonimo di tanta gente che aspetta sempre che la manna gli cada dal cielo senza neppure fare la fatica di raccoglierla, e che sistem sdraiato sotto un rametto di mandarini cinesi nel ruolo di pianta di fichi. Per l'epifania fece in tempo ad acquistare tre re magi inginocchiati e a deporli davanti alla grotta prima che la loro festa passasse. Quelli a cammello li avrebbe acquistati il natale seguente. Ad ogni statuina che gli vendeva, il Monaco, al quale il nomignolo veniva dall'essere stato novizio tonsurato in qualche convento di cappuccini, gliene spiegava la storia e il significato. Aveva, cos, appreso che il primo presepio era stato inventato e voluto da San Francesco d'Assisi. Negli oratori delle chiese principali del paese, parroci e cappellani facevano a gara ad allestire giganteschi presepi animati, azionati da nastri e carrucole, ma nessuno, a dire del Monaco, poteva superare quelli delle chiese e delle case devote di Napoli, nei cui fiumi scorreva acqua vera e le statue erano alte almeno due spanne, o erano addirittura di corallo, materiale che il nostro non sapeva cosa fosse, ma il cui nome gli suonava come di cosa rara e preziosa. Mentre le comari aspettavano con la bottiglina in mano per un'oncia d'olio, tre misure di fave secche, o un etto di sapone, il Monaco parlava, parlava di sconosciute chiese di Palermo dove i frati facevano miracoli di presepi, si sottolineava intercalando frasi in latino, proseguiva con un'insalata di episodi biblici e tratti da un suo personale vangelo, per poi concludere esprimendo lode e ringraziamento a Dio per questo suo tanto sapere, con una frase che in paese era diventata proverbiale, tante volte e in tante occasioni era solito ripeterla. In siciliano (con la "d" semplice pronunciata "r" come fanno gli americani con la lettera "t") suonava cos: "Ma vidi chi gran sorta di ciriveddu mi va dduna lu Signuri, ca iu stessu mi nn'addugnu e mi nni preu!" In italiano lo stesso concetto potrebbe essere stato espresso con queste parole: "Ammirate quale grande mente ha voluto concedermi il Signore, che io stesso me ne rendo conto e me ne compiaccio!" La litania del banditore La 'za Ticchia era una vecchietta tutta a nero, senza figli, n nipoti, n terre o case ereditate dal padre o dal marito, n pensione di sorta, ingobbita dai dolori reumatici, incartapecorita e rimpicciolita dagli anni, che una dignitosa indigenza obbligava a restare attiva e arzilla. Gestiva una specie di tavola fredda a quattro passi dalla bottega del Monaco. Un mazzo di foglie secche d'alloro, appeso a un chiodo sul muro esterno, all'altezza della traversa dell'ampia porta, stava a segnalare che vendeva anche vino al dettaglio. Uno stuzzicante profumo d'olive schiacciate, in salamoia con origano e aglio, ravvivava l'appetito arretrato e robusto dei carrettieri in attesa davanti al magazzino dei prodotti agricoli all'incanto. All'interno del buio negozio c'erano anche vasoni di vetro con peperoni sott'aceto, qualche piatto con melanzane alla parmigiana, una botticella di vino bianco e due tavoli traballanti con quattro sedie ancor pi sgangherate; ma il pi delle volte gli avventori preferivano mangiare in piedi, o seduti, con le gambe penzoloni, sul pianale dei propri carretti. Quando non aveva clienti, la qual cosa, tranne a mezzo giorno in punto, era la regola, la 'za Ticchia se ne stava seduta davanti l'ingresso della bottega. Chiacchierava a grande voce con donna Vincenzina, una vedova dal grande gozzo come allora se ne vedevano tante, la quale campava con una pensioncina di guerra, allevando polli e vendendo uova. Tutto il suo gran da fare era discorrere con la 'za Ticchia, recitare rosari e curare che non si spegnesse mai il lumino acceso davanti alla foto d'un giovane soldato col fez che doveva essere stato suo marito.

La galleria degli specchi Un giorno che gli spaghetti presentavano incontestabili tracce d'azzuolo, la madre di Nicola decret che non avrebbe pi tollerato tanta rovinosa anarchia. Per qualche giorno invi il figliolo a far la spesa da un lontano parente, bottegaio all'altezza delle cappellette della Madonna delle Grazie, la pi piccola della quali era un marmo del Gaggini che, tornandoci una quarantina d'anni dopo, scopr essere stata trafugata nell'indifferenza generale delle autorit e dei paesani. Ma, per l'et di Nicola, quel negozio era troppo distante, per cui ripieg presto su un'altra botteguccia in piena piazza Comitato. Qui era possibile trovare anche quaderni, matite, gomme, girandole di carta colorata appuntate a bacchette di legno, figurine con i calciatori, un fucilino a molla, ventagli di paglia intrecciata per attizzare il fuoco delle cucine a carbone. E, naturalmente, carbone, ddt e pompe per il ddt. All'angolo opposto, dall'altro lato della strada, c'era il negozio di barbiere di suo zio Manuele, il quale abbassando un po' il pavimento, dal volume di due alti locali, ne aveva ricavato quattro: due stanzette al piano terra, per la bottega e un minuscolo salotto; altre due di sopra, ma tanto basse che per camminarci bisognava quasi chinarsi. A queste accedeva da una scaletta di legno seminascosta e qui mangiava e dormiva con tutta la famiglia. Accanto al salone, e in parte sfruttandone i muri esterni per esporci il Giornale di Sicilia, La Sicilia del Popolo, L'Ora e qualche settimanale, c'era un edicola. Ogni sua corsa dal nuovo droghiere comprendeva sempre una deviazione dallo zio barbiere e una sbirciata alle riviste illustrate esposte dall'edicolante. Del salone di barbiere gli piaceva soprattutto il gioco degli specchi contrapposti che coprivano tutte le pareti libere da porte o armadietti, ma non riusc mai a contare quante volte, in quelle interminabili gallerie d'inganno, la sua immagine vi si moltiplicasse di fronte e di nuca. Perdeva subito il conto e gli occhi gli si scombussolavano, per cui doveva distrarre lo sguardo, ora sui vasetti di vetro con le sanguisughe per i sempre pi rari salassi, ora sulla tendina d'un armadietto ad angolo sul cui ricamo erano appuntate, con spille da sarto, decine e decine di coloratissime farfalle imbalsamate. Altrettanto avvincente era la visita al giornalaio. Osservava, senza capirci molto, le copertine delle riviste illustrate (certamente si trattava della Domenica del Corriere e della Tribuna Illustrata), chiedeva spiegazioni agli altri lettori di passaggio, sfogliava gli angoli di qualche raro giornale a fumetti. Fu davanti a questa edicola che apprese della bomba di Nagasaki, pubblicata in copertina da tutte le riviste. L'immagine di quella nuvola a fungo lo turb fortemente, anche perch in casa il padre, in chiesa l'arciprete, al salone gli avventori e lo zio Manuele, in quei giorni, non parlavano d'altro.

La bomba di Nagasaki Ricordava la paura per le poche bombe inglesi cadute vicino al paese e per le numerose incursioni aeree annunciate dall'altoparlante a tromba del municipio e il suo correre a rintanarsi con la madre nella saletta d'ingresso, come se quella fosse un rifugio inviolabile e a prova di bombe. Le quali, come raccontavano gli sfollati, finivano sempre sui palazzi dei quartieri a mare della citt, perch agli inglesi interessava soprattutto affondare le navi alla rada. Ricordava anche la festa per lo sbarco degli americani: se ne stava in balcone a vedere sfilare l'interminabile colonna di camion, cannoni e carri armati e gridava agitando la mano: "Al Jan,

caraml!". E quelli a lanciargli gallette, biscotti, caramelle dal sapore di cola medicale, o pacchetti di sigarette Pall Mall per il padre. La festa per tale munifica processione dur parecchi giorni. Quella nuova terribile bomba, per, riusciva a inquietarlo. Davanti alle copertine col fungo della prima atomica trascorse lunghi minuti, prima di ricordarsi che doveva andare a comprare i fiammiferi, o gli spaghetti o il cacio da grattugiarci sopra. Il formaggio era per lui un'irresistibile tentazione e non gli riusc mai di portarlo integro a casa come il droghiere gliel'aveva tagliato e pesato. Gli piaceva (e come gli piaceva!), e se lo sbocconcellava con quei dentini da topo, sperando che la madre non s'accorgesse. E se lei gli faceva notare le mancanze, lui subito a darne la colpa al bottegaio che doveva essersi sbagliato sul peso, o a un ragazzaccio che l'aveva fatto cadere.

"Contrordine, compagni!" Appreso a leggere e a scrivere, prima dalla cugina Sara che, in attesa di un incarico fisso alle medie aiutava la famiglia impartendo ripetizioni private, poi dal maestro Fasola, come "uditore esterno" della prima classe elementare, cominci a frequentare l'edicola di don Turiddu Marchese, a met strada tra la strettoia di Piazza Comitato e le due cappellette della Madonna delle Grazie. Qualche portoncino prima abitava Adele, la biondina per la quale, lei ignara (ma quanto?), adolescente, era letteralmente impazzito. A lei aveva dedicato sonetti a rima baciata e alternata, in italiano, francese, inglese e spagnolo, esametri in latino e pentametri in greco. E, quando, finalmente gli riusc di rassegnarsi che la ragazza avesse un amore col quale si sarebbe effettivamente sposata, e di smetterla di passeggiare davanti al suo balcone perennemente socchiuso, su e gi come se il paese cominciasse dalla piazza e finisse alle Grazie, ricicl quasi tutti i suoi versi, regalandoli agli amici che volevano stupire le proprie conquiste. Il pi assiduo fruitore delle sue rime, fu l'amico Pippo il quale, lavorando ai telefoni, aveva scambi affettuosi con ragazze d'ogni parte dell'isola. Nell'edicola di don Turiddu Marchese, ogni mercoled, non appena arrivava col bus della Ditta Restivo, era il primo (ma non l'unico) ad acquistare il Corriere dei Piccoli, che leggeva per strada quasi tutto d'un fiato. Ancor prima di arrivare a casa, aveva esaurito le storie di Cirillino, di Tamarindo, di Bib, Bib e il Capitan Cocoric e dell'eterno fortunato vincitore di milioni Sor Bonaventura di Tofano (ma il nome dell'autore lo apprese solo da adulto). Lo stuzzicava anche una rubrica sponsorizzata, si direbbe oggi, dalla societ Arrigoni. S'intitolava "Qui da me golosi" e aveva un il disegno fisso d'un golosastro il quale si calava dentro un enorme barattolo che avrebbe dovuto essere di marmellata. Ma non la leggeva mai: gli piaceva soltanto che ci fosse. Qualche anno pi tardi avrebbe aggiunto la lettura d'un altro settimanale, l'Avventuroso, che scambiava con l'Intrepido acquistato dal cugino Nicola, figlio della zia Rosa. Ricordava ancora le storie a fumetti dell'Ultimo dei Mohicani e quella, un po' horror, dell'Uomo Invisibile. Questi due racconti lo avevano impressionato non poco e, anche da adulto, avrebbe saputo ridisegnarne, una ad una, quasi tutte le scene. Di tanto in tanto acquistava anche il Vittorioso con i salami di Jacovitt, ma questa rivista gli piaceva s e no. Il Monello, di cui era assidua lettrice la cugina Franca, non l'attraeva.

Altre pubblicazioni che l'intrigavano erano Candido e il Travaso delle Idee, e don Turiddu, il quale aveva cominciato a volergli un gran bene come fosse un suo nipotino, gli consentiva perfino di staccarli dalla parete alla quale erano appesi in esposizione, per sfogliarli pi agevolmente. Quando usciva, leggeva anche i titoli e le vignette dell'Uomo Qualunque. Ma non era in grado di comprendere n il senso di quella testata, n il significato di quell'omino schiacciato da una pressa dentro la U iniziale di Uomo, n i titoli a scatola in rosso. Del Travaso gli piacevano soprattutto le vignette settimanali della serie "Contrordine compagni", ma non sempre le capiva. Una che lo aveva mandato in visibilio illustrava il solito agitprop ansimante verso un gruppo di attivisti i quali, con bandiere e striscioni, incitavano le scarpe e le tomaie a portare in parlamento i rappresentanti del Fronte del Popolo: correva a informarli che la frase dell'Unit "bisogna aumentare la propaganda tra le suole" conteneva un errore di stampa, e che l'ordine corretto del partito era di fare campagna tra le suore. Poi un giorno il Travaso non lo trov pi e pass ad altre letture. Cominci precocemente anche a scrivere e pubblicare. La prima testata sulla quale appose la sua firma si chiamava La Nostra Scuola: un numero rimasto malinconicamente unico, stampato a colori, ma con un fuori registro che peggio non si poteva. Vi pubblic una storia di San Giusto protettore di Misilmeri, in rappresentanza della terza classe elementare. Quell'articolo segnava l'inizio d'una pubblicistica che, ad epoche alterne, avrebbe riempito molte ore della sua vita, fino a diventare la sua occupazione definitiva. Il secondo articolo lo scrisse pochi mesi dopo per l'Angelo della Parrocchia, un settimanalino di quattro pagine con la predica dell'arciprete, alcuni annunci di servizio (battesimi, matrimoni, funerali e orari delle messe) e qualche contributo volontario, come la sua storia del Castello pubblicata in due puntate, o un'orribile poesia in un tentato stile e linguaggio del Metastasio che stava studiando a scuola.

Giochi proibiti Sui gradini laterali dell'alta scalinata della chiesa madre, oggi mal ridotti e sbocconcellati, frotte di ragazzetti in pantaloncini cortissimi e camiciole di cotone, ricavati dagli abiti smessi dai grandi, giocavano "a palmo" con i bottoni, "a mucchietto" con le monete da una lira, da uno, dieci o cinquanta centesimi, ormai fuori corso del regno, o "a hpah" con le figurine dei calciatori. Per vincere al palmo bisognava accostarsi al bottone dell'avversario almeno d'un palmo della propria mano. Il primo tiro si faceva lanciando; per quelli successivi bisognava schioccare l'indice, inizialmente impedito dal pollice per dargli maggiore vigore, contro il proprio bottone. Per giocare a mucchietto, invece, bisognava impignare le monetine su un tondino di ceramica o legno e fare in modo che la ben levigata moneta di lancio facesse slittare il tondino e s'incuneasse al suo posto. Si vincevano le monete che rimanevano su quella di lancio. I tiri seguenti si facevano con le stesse tecniche e regole del gioco dei bottoni. I ragazzi che giocavano "a hpah" con le figurine Panini, prima le inpilavano accuratamente, dopo averle leggermente inarcate come tegole, poi con uno sbuffo compresso, dal cui suono il nome del gioco, con la guancia incollata al granito e quasi soffiando sul sasso, s'industriavano a farle rivoltare col disegno all'ins. Pippo Palermo, figlio di don Ciccio Palermo, ossequiatissimo commerciante d'agrumi e, per un certo periodo, anche capo mafia locale, era campione indiscusso di tutte le specialit. Lui lo ammirava, lo seguiva, lo invidiava, essendone di tanto in tanto gratificato con i suoi surplus di bottoni, monetine e figurine di calciatori, che perdeva in quattro e quattr'otto, giocando contro lo stesso generoso donatore.

I ritardi causati da tali digressioni di percorso spesso sconvolgevano la sequenza cronologica delle incombenze familiari. Come una sera quando sua madre era rimasta senza un solo fiammifero e non poteva accendere il fuoco per la cena. "Nicola, ti prego, fai presto ch tuo padre sta per tornare", gli si era raccomandata la donna, conoscendo le debolezze del figlio. Lui corre, si ferma velocemente all'edicola, procura i fiammiferi, va in estasi davanti a una partita a mucchietto che l'amico Palermo stravinceva, si mette a giocare con gli altri. Per quanto tempo? Ancora non sa, ma ricorda benissimo due sonori ceffoni piovuti dall'alto proprio mentre stava finalmente vincendo. Suo padre era tornato da un pezzo, e di Nicola neppure l'ombra, tanto che cominciavano a preoccuparsi perch non era mai accaduto che fosse tardato cos. E il padre, e il nonno materno, e i compagni di cortile, tutti a cercarlo nei posti dove pensavano potesse essere andato. Dai bottegai, non s'era visto. Dallo zio Manuele neppure. Nemmeno davanti l'edicola. Solo un vociare di ragazzi, che strepitavano per l'esatta distanza tra due monetine, attir l'attenzione del padre verso quell'angolo nascosto della scalinata laterale della chiesa. E che stizza nel vederlo tranquillo a giocare! E che sberle per ricordargli il dovere disertato! Ma lui, l'acqua lo bagnava e il vento l'asciugava. Impassibile ("santo che non suda", lo definiva suo nonno Giovanni), neanche a carezzarsi la vampa stampatagli in viso dalla mano nodosa di mastro don Nicola. Come se quei ceffoni non lo riguardassero. E suo padre a farne ulteriore motivo di bile. E d'altri ceffoni. I giovanotti dell'Azione Cattolica Un giorno d'inverno, il segaligno tabaccaio che abitava dall'altro lato della strada, una cinquantina di metri pi in gi verso la piazza grande, vendette la sua bottega odorante di trinciati per trasferirsi dalla figlia pi grande, maritata da anni ad un orologiaio di citt. Da quando il figlio ventenne s'era impiccato al soffitto (perch leggeva troppi fumetti, sent dire alle donne), il pover'uomo non era pi in s. Sragionava. Figlia e genero furono dunque costretti a fargli svendere in fretta la licenza di sali e tabacchi, che di quel passo, prima o poi, avrebbe chiuso lo stesso. Il nuovo gestore, avendo anche comprato un ambiente pi prossimo alla piazza Comitato, diede subito la disdetta al proprietario del locale, il quale doveva essere lo stesso avvocato che abitava "verticalmente" nei piani superiori. L'ex tabaccheria non rimase sfitta per molto. Anticipando, o iniziando, l'emigrazione dai campi che avrebbe caratterizzato il ventennio seguente, don Giusto Sciarabba, detto Giustino, aveva ottenuto dal comune una licenza di droghiere e quel locale con le stanze che degradavano verso la valle dell'Eleuterio gli andava a pennello. Nella sua nuovissima bottega ci sarebbe stato posto anche per matite e quaderni, spazzolini e dentifrici. E, avendo chiuso i battenti i due pastifici del paese, avrebbe fatto arrivare anche i primi spaghetti e lo zucchero confezionati in fabbrica in sacchetti di carta. Democristiano della seconda mezz'ora, lo Sciarabba non era n ex (fascista o separatista), n ancor meno mafioso e neppure comunista bolscevico. E tanto bastava per far parte della cerchia ristretta di amici e conoscenti frequentati da mastro don Nicola padre. Piccoletto, nervoso, buon parlatore, ma piuttosto leccato, aveva anche un folto retroterra familiare. E, cosa che non guastava, di voti. Quando i giovanotti dell'azione cattolica s'erano iscritti in massa al partito e, contandosi subito maggioranza, avevano dato lo sfratto alla vecchia guardia un po' laica dei padri fondatori, don Giustino aveva provato ad opporsi all'ostracismo con tutti i suoi voti. Ma, gratificato da quella non

programmata promozione a droghiere che gli faceva fare un salto di casta, s'era subito arreso "perch, alla fine, quei giovanotti baciapile potevano avere buone idee e migliori intenzioni." Suo padre ne aveva sofferto. Il professore pure. Anche il medico Polizzi ne era sconvolto e, con humour tutto inglese, sanciva che "nessuno aveva il diritto di 'spellarlo' dal partito". Si rammentavano vicendevolmente, come se gli altri non lo sapessero o, per un'improvvisa amnesia, se ne fossero scordati, la pilatesca risposta del precedente arciprete che, invitato a far votare per la repubblica, prima, e per la lista democratico-cristiana alle successive elezioni dell'assemblea costituente, proclamava che "la Chiesa non poteva schierarsi", ma votava e incoraggiava a votare per il re e il partito monarchico. E se qualcuno glielo faceva notare, era sempre pronto a sofisticheggiare che anche "il pidocchio ha la tosse". "Fati piaciri a porci e limosina a parrini", cio a preti, si lamentava il giovane Sucato, in ci ripreso dal Professore, perch l'avere accolto nel partito quei sagrestani dell'Azione Cattolica non era n un concessione, n un favore: in democrazia era un atto dovuto. Qualunque uso quei baciapile, avvezzi ad avere quattro facce come il caciocavallo, avrebbero fatto delle tessere. Per mesi non parlarono d'altro. Sempre a rimestare che quella democraticissima estromissione dalla sezione era un affronto, e che la nuova segreteria aveva subito cominciato ad arruolare senza ritegno ex fascisti, ex monarchici, ex separatisti e mafiosi (non ex) d'ogni famiglia. D'altra parte, messi al bando i Traina, i Cortese e i Guastella, quello era l'andazzo di tutto il partito in Sicilia. E, dopo le fugaci meteore degli amici dei Restivo, dei Carollo e dei Fasino, presto sarebbero arrivati i Gioia, i Lima e i Ciancimino. Minoranze attive "Tutto prevedibile", sosteneva il Guastella, i cui discorsi a dire il vero non sempre risultavano chiari e immediati alla maggior parte dei suoi sparuti ascoltatori. "Spesso le democrazie non sono il governo delle maggioranze, ma esattamente il loro contrario". E agli increduli, che solo per rispetto, evitavano di fare troppe obiezioni, portava l'esempio lontanissimo degli Stati Uniti d'America, dove una elezione su due viene vinta sempre da una sparutissima minoranza di persone senza precise idee politiche che, dopo di essersi bevuto il cervello per anni con il baseball o con i pettegolezzi del National Inquirer, vanno a votare in base alle emozioni dell'ultimo minuto, schierandosi ora con l'uno, ora con l'altro dei due grandi partiti di quel paese. Tornando ai giovanotti rampanti del partito, il Professore teorizzava un "governo delle minoranze attive", le quali disponendo di tempo e di mezzi, riuscivano agevolmente a influenzare le maggioranze amorfe o, comunque, pigre e disattente. Tra le sue minoranze attive, il Professore annoverava senza tante distinzioni gli studenti che hanno tempo da vendere (e quelli dell'Azione Cattolica facevano parte di questa categoria), gli impiegati pubblici che si danno alla politica, in quanto finiscono col farne una professione senza doversi preoccupare di lavorare per campare come tutti gli altri comuni mortali, e pi pericolosi di tutti, essendo in grado di arruolare i primi e corrompere i secondi, i gruppi di malaffare. Guastella aveva una rara ed acuta intuizione della politica della sua epoca. Un altra sua tesi che agli altri riusciva indigesta riguardava i separatisti, perch non si capiva bene se fosse a favore o fosse contro. Europeista convinto, sbagliando, profetizzava che di l a vent'anni, Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Belgio e Olanda sarebbero diventati uno stato unico sull'esempio americano. Perci non c'era nulla di strano, (anzi lo riteneva utile ed auspicabile), se ad unificazione compiuta, si mettesse mano ad un'opera di disarticolazione degli stati nazionali, in particolare di quelli francese e tedesco, con l'obiettivo preciso di rafforzare l'unit del continente. In questa prospettiva poteva esserci spazio anche per un indipendentismo vero, per cui quell'autonomia che era stata concessa alla Sicilia per disinnescare la bomba del MIS, gli sembrava troppa e troppo poca al contempo: troppa per l'epoca, troppo poca in prospettiva. Come dimostrarono gli anni

seguenti, quando molte ardite concessioni restarono lettera morta, o vennero attuate in ritardo e in modo annacquato. La tessera del fascio Mastro don Nicola nonno, lo zio prete, il padre del professore, fratello del pi noto filosofo Guastella, e il giovane avvocato Traina, poi membro dell'assemblea costituente, erano stati tra i fondatori della sezione locale del Partito Popolare di don Luigi Sturzo. E, poich "la fede senza le opere morta", s'erano anche dati da fare, e avevano investito gran parte del proprio per mettere in piedi una piccola cassa rurale aderente all'organizzazione delle cooperative bianche. La banchetta voleva essere "l'inizio della rinascita economica del paese", come scrisse l'avvocato in una roboante lettera di presentazione alla quale don Luigi Sturzo rispose di pugno con apprezzate parole d'encomio e d'auguri. Ma, con l'avvento del fascio e la politica di cancellazione delle cooperative, bianche o rosse che fossero, anche la cassa rurale di Misilmeri fu votata alla soppressione per far posto a una pi allineata agenzia del Banco di Sicilia. E l sfumo gran parte del patrimonio liquido di mastro don Nicola il quale ne mor qualche anno dopo, amareggiato, ma non di crepacuore, "perch i soldi non sono tutto e le idee valgono di pi." Ma quello non fu l'unico danno patito per l'avvento del duce. Non avendo aderito al partito fascista, l'impresa con la quale generazioni di mastri don Nicola, dall'originaria Linguaglossa a Palermo, avevano raddrizzato, allargato e asfaltato "trazzere" di buona parte dell'Isola, venne esclusa da ogni gara d'appalto e, per sopravvivere, dovette dedicarsi a quel po' di edilizia civile che i tempi e l'economia del luogo permettevano. Vecchio burocrate cresciuto all'insegna del "frangar non, flectar", l'ingegnere del genio civile incaricato dell'epurazione d'ufficio, lo supplicava di iscriversi al Fascio, cos solo per formalit, ma lui, mastro don Nicola figlio, pi testardo d'un mulo: sempre a dire di no, che piuttosto avrebbe chiuso la ditta. Come, in effetti, poi sarebbe avvenuto.

I rintocchi dell'Ave Maria


Suora Rosa Nel conventino attiguo al Collegio c'era una suora che non era domenicana come le altre. Suora Rosa era una monaca di casa. Ma non di quelle che, non avendo trovato marito, tentavano di dare dignit alla propria solitudine incupendosi con lunghe gonne nere attestanti una spesso involontaria vocazione alla verginit. N come altre che, condannate a vivere nubili da un'infatuazione giovanile, o da pi tarde delusioni amorose, cercavano d'assicurarsi un'autonoma sussistenza, aprendo e gestendo improvvisate e minuscole aule materne con poche sedioline basse per i bambini del rione. Per voce e venerazione popolare, Suora Rosa era una santa, e come tale viveva, quasi completamente integrata nella piccola comunit dell'ordine di San Domenico, che al Collegio aveva in cura un orfanotrofio con una trentina di sfortunate bambine, la scuola materna (l'asilo, come la gente lo chiamava) e la sezione femminile delle scuole elementari. Per le suore e le orfanelle, Suora Rosa era una benedizione di Dio. Conosceva tutti in paese, ed aveva libero accesso alle case pi ricche come a quelle pi misere. Quando bussava, immancabilmente accompagnata da due ragazze (una di esse ora sarebbe professa in un convento di Roma), tutte le porte si aprivano e anche i pi laici e di cuore scorbutico spalancavano magazzini, dispense e portafogli perch "anche quelle creature hanno il diritto di mangiare." Col pieno consenso della Madre superiora, una parte di quanto otteneva veniva dirottato verso altre porte, dove il bisogno non era inferiore, anche se spesso occultato da ingannevoli apparenze di benessere, se non d'opulenza. Piccola, asciutta, avvolta in uno smunto grembiulone scuro sopra una veste nera fino ai piedi, uno scialle color antracite lavorato all'uncinetto sulle spalle incurvate dal tempo, i capelli canuti accrocchiati dietro la nuca, il volto solcato da rughe profonde di penitenze e di anni, Suora Rosa percorreva le strade del paese con passo malfermo e sofferto, appoggiandosi alle due giovanissime accompagnatrici, salutando e salutata, benedicendo ("santu e riccu!") chi rispettosamente le si rivolgeva con un "assa benedica!", informandosi sulla salute di chi sapeva ammalato, dei bambini, delle madri in attesa, chiedendo delle fidanzate che preparavano il velo per le nozze vicine, dei lavori nei campi. Nulla le sfuggiva e quello che non le veniva riferito, perch non se ne presentava motivo, lo intuiva, lo sapeva ugualmente, con quei suoi occhi sereni e pungenti che scavavano in fondo ai pensieri pi arroccati e nascosti. Scioglieva dubbi, confermava certezze. Incoraggiava i timidi, scoraggiava gli avventati. Incitava gli ignavi, raffreddava quelli troppo focosi. Da alcuni prendeva, ad altri dava. Ad alcuni chiedeva, ad altri offriva. Elogiava i generosi e i pi ligi al dovere, redarguiva i pigri e gli avari. Se qualcuno faceva un torto alla moglie, lo apostrofava severa; se una ragazza civettuola, o una moglie lussuriosa scandalizzavano per comportamenti o relazioni licenziose, andava a trovarle e, in privato, rimbrottandole, le incitava a una vita virtuosa. A volte i suoi interventi moralizzatori non avevano l'effetto sperato, ma non risultava che qualcuno non l'avesse ascoltata contrito e compunto, n tanto meno l'avesse mai messa alla porta, salvo poi continuare la vita di prima. Non faceva miracoli. Non annunciava prodigi. Agli ammalati senza speranza e ai disperati senza risorse prometteva soltanto e chiedeva preghiere. Le orfanelle

Lui conosceva bene Suora Rosa. La vedeva per strada, o in casa quando lei veniva a trovare il padre malato, o al Collegio quando cominci a frequentarne l'asilo o si recava a vendervi uova. Chiamava per nome le due orfanelle che l'accompagnavano e numerose altre delle sventurate bambine ospitate dalle domenicane. Le riconosceva soprattutto per quei capelli a treccina, quel grembiulino tutto nero e quelle camicette pure nere che sembravano la rclame d'un detersivo surreale. Le seguiva con gli occhi quando, giovanissime donne dolenti, figlie di morti che spesso non avevano neppur conosciuto, o pur conoscendoli non avevan potuto o saputo dover piangere, ad ogni funerale venivano condotte in fila per due a recitare rosari di requiem davanti a feretri estranei e, cos, consolarne i congiunti in cambio di qualche elemosina e della commiserazione di sconosciute signore: triste cerimonia che si ripeteva, ogni due novembre, anche al cimitero dove, a gruppetti di tre o di quattro, distratte dai balocchi e dai giochi degli altri meno infelici coetanei, facevano il giro delle sepolture, offrendo litanie di requiem e ottenendo, la suora che le accompagnava, piccole elargizioni. La peste aviaria Nicola ebbe la prima esperienza d'impresa in et tenerissima. Aveva cominciato con il tesaurizzare le sue magre economie domenicali nell'acquisto d'una pollastra grigia e bianca che si rivel presto una buona ovaiola. Vendeva alla madre le uova che lui stesso sorbiva, facendole uno sconto per il becchime e la pulizia della gabbietta della ruspante. Accumulando mancette e ricavi di vendita, continu a investire in altre pollastre fino ad averne quattro, forse cinque, e nella gabbia non c'era pi posto. Tutti i vicini senza proprie risorse di polli erano stati avvisati. Ma il maggiore sbocco ai suoi incipienti commerci, complice la zia Rosina, lo trov al catasto, affollato (cos gli pareva) da funzionari e segretarie che venivano tutti i giorni in corriera dalla citt e, perci ben disposti verso ogni cosa acquistata a buon prezzo nelle ore d'ufficio. Altro importante cliente all'ingrosso, per suggerimento della monaca santa, si rivel il Collegio delle domenicane. Le quali, prima d'acquistare, si divertivano a fargli decantare la sua mercanzia e in particolare a fargli dire che quelle erano "uova di gallo rosso". Come fossero le uova dei galli rossi neppure lui lo sapeva, ma lo slogan funzionava, perci continuava a ripeterlo con convinzione crescente. Dietro quell'esclusivo attributo mercantile c'era un'equivocata assonanza: parlando in siciliano strettissimo, lingua che a lui era vietata, una vicina di casa esperta di polli, gli aveva suggerito di dire alle suore che le sue erano uova "a ddu russi", ossia con due tuorli, quindi di maggiore pregio nutritivo e commerciale. Lui, invece, aveva capito "di addu russu", e cio di gallo rosso, come quello dispettoso e aggressivo al quale la stessa vicina si ostinava a non tirare il collo perch, pensava lui, certamente doveva avere una funzione taumaturgica sulla uova delle sue pollastre. Da qui lo strano slogan pubblicitario che mandava in visibilio le vecchie domenicane e le maliziose impiegate dell'ufficio del catasto. Poich negli affari tutto fa brodo (ogni ficatedd' i musca sustanza, cio anche un fegatino di mosca pu essere utile, come si dice in siciliano), cominci a vendere anche al dettaglio. Ma senza dover raccontare del gallo rosso. La crescita esponenziale dell'allevamento convinse il padre a costruire una gabbia pi grande e pi alta sotto la pergola del cortile interno, chiamato Paternostro dal nome del proprietario originario, nonno del noto giornalista televisivo. La nuova gabbia poteva contenere anche venti galline e, in attesa che l'impresa diventasse un'industria, sembrava bastante. Ma, come spesso succede con le attivit pi brillanti, un evento improvviso e imprevisto intervenne a bloccare la spirale d'aumento di uova, di polli e di nuovi

clienti: nel giro d'un mese, una delle periodiche ondate di peste aviaria contagi, annientandoli, tutti i grandi e i piccoli allevamenti del paese, compreso quello dell'attonito e impotente Nicola. Delle sedici galline gi fatte e delle pi giovani pollastre, neppure una riusc a scampare all'improvvisa moria o alla preventiva padella (ch, almeno, si recuperava qualcosa). Cos miseramente ebbe fine la sua prima esperienza d'affari, dalla quale trasse due radicate e profonde lezioni: che non esistono imprese con ciclo di vita infinito e che, per non perderci troppo, bisogna sempre evitare di mettere tutte le uova nello stesso paniere, n tutti i polli nello stesso pollaio. Il racconto di questa esperienza, pi tardi, avrebbe convinto lo psicologo incaricato della selezione di sceglierlo per un lavoro direttivo in una multinazionale americana. Dove trov gli stessi principi codificati nelle teorie sui cicli di vita dei beni e la diversificazione strategica degli investimenti. L'inizio del tunnel Continu a frequentare il Collegio anche dopo la moria dei suoi polli. C'erano sempre le suore del gallo rosso, le orfanelle, le bambine delle elementari e soprattutto i nuovi compagni della scuola materna. Grembiule bianco col nome di battesimo ricamato in azzurro sul petto, cestino con due fette di pane, un pezzo di cotognata e un mandarino, poche lire per comprare, durante l'intervallo, i rottami delle ostie preparate dalle suore per le chiese dei dintorni, il primo giorno d'asilo fu un piccolo dramma. Lo aveva accompagnato in bici il cugino Nicola il quale, abbandonatolo alle suore della portineria, se n'era filato via verso altri giochi e compagni. Attraverso il largo corridoio delle elementari, una delle due suore portinaie lo accompagn fino alla piccola aula, affacciata su un orto pi interno che lui non immaginava esistesse. Un'altra suorina lo aiut a installarsi in un piccolo banco, accanto a bambini vocianti che non aveva mai visto o sentito. Nessuno dei quali s'era dato pensiero per il nuovo arrivato, salvo uno che, senza n bih e n bah, s'era messo a frugare nel suo cestino e, con con un paio di morsetti decisi, gli aveva ingoiato d'un colpo mezza marmellata di mela cotogna. Sconvolto per tanto misfatto, il nostro s'era messo a frignare, strillare e scalciare, e c'era voluta una buona dose di briciolame di ostie, oltre a tutta la diplomazia della suora preposta alla classe, per riuscire a calmarlo. Quell'inizio infelice, il mattino seguente, diventava robusta ragione per opporsi con ogni forza di voce e di gambe alla rinnovata tortura: "un infausto presagio, a dire d'una zia gelosa, d'allergia per la scuola e gli studi", che in effetti poi stata smentita. Nei giorni seguenti, tra resistenze sempre meno convincenti e sempre pi rare e fugaci diserzioni, lentamente si rassegn a percorrere intero il tunnel di classi, compagni, insegnanti, presidi, docenti, esami e pagelle fino alla laurea ed oltre.

Radio Londra Quasi attaccato al collegio, dopo la cappelletta della Madonna di maggio, c'era la casa della zio Giusto. Vi si saliva da una scala dagli alti gradini, la cui prima mezza rampa sconfinava completamente dalla costruzione, invadendo per quasi un metro il marciapiedi. Al piano terra viveva e operava un anziano bottaio, sempre agitato come una bottiglia d'acqua selz. Il lavoro era tanto, ma non sapeva farsi pagare, perci a chi gli chiedeva come andassero gli affari monotamente rispondeva che "spingeva il fumo con la stanga". Cio senza alcun guadagno. Altre volte esprimeva lo stesso concetto dicendo che andava "n'arreri n'arreri comu u curdaru", per significare che, invece di fare progressi, procedeva all'indietro come i mastri cordai quando

attorcigliano le filacce di canapa. E proprio per questo, ai curiosi che si fermavano a guardarlo mentre s'affaccendava a mettere i cerchi arrossati dal fuoco attorno alle doghe d'una botticella o un barile (le botti grandi le montava a domicilio), irrimediabilmente si metteva a sbraitare come se fosse stato punto dalle vespe. Dall'altro lato della strada c'era la bottega del maniscalco, davanti alla cui forgia Nicola si incantava a guardare il ferro arrossarsi tra i carboni roventi e diventare tenero e malleabile come ricotta sotto i colpi decisi di mastro Giacomino. Lo zio Giusto, che lo stesso della paglietta sfondata, faceva il sensale di vini e l'ingresso buio del suo bilocale (se cos si pu dire) era sempre invaso da bottiglie e bottigline, campioncini da fare assaporare e immediatamente sputare ai commercianti di citt per lasciarne appurare le qualit d'alcol e d'abboccato. Grande quasi quanto l'ingresso, c'era un'alcova. Un arco con capitelli a fiori, chiuso da cortine, la separava dalla stanza principale, che faceva da cucina e soggiorno. Il letto era d'ottone. Anzi, d'alpacca. Al centro della stanza grande, sovrastato da un lampadario di rame giallo con coppe a forma di tulipani in stile liberty o floreale, c'era un tavolo tondo della stessa epoca e fattura. Appiccicati alle tre pareti libere, un buffet, una grande vetrina dove erano in perenne esposizione i pochi servizi di caff e di rosolio ricevuti in regalo per le nozze, e una radio. Questa consisteva in un vero e proprio armadietto con gli sportelli in vetro dipinto, all'interno del quale erano collocati, senza fare economia di spazio, un pannello per la selezione delle emittenti (ne ricordava ancora i nomi: Roma, Palermo, Londra, Monteceneri, Cincinnati...), l'altoparlante con una chiave di sol in legno a protezione d'una tela marrone che ne ricopriva la tromba, una mensola libera per riporci i dischi e vecchie copie del Radiocorriere. Quella specie di monumento lo zio Giusto lo aveva acquistato, unico in tutto il paese, verso la fine degli anni 20, quando ancora non era sposato o era l l per sposarsi, dopo aver posseduto una radio a galena che funzionava senza corrente. Durante la guerra, don Giusto era tra i rari che, tenendo basso il volume, all'alba, mentre molti ancora dormivano, poteva ascoltare e poi confidare al barbiere, le trasmissioni di radio Londra, col segretario del fascio che lo teneva d'occhio da tempo, salvo poi farsi informare dal ruffiano di turno sulle disfattiste menzogne della propaganda nemica. Ma quello non era l'unico pezzo di Hi-Tech di cui don Giusto andasse fiero con gli amici e donna Carolina, sua moglie, con le vicine di casa e le amiche d'infanzia. Per il matrimonio, un cognato emigrato in America gli aveva inviato in regalo un super compatto grammofono a corda con cassa di legno, braccio a scomparsa e tromba incorporata, che oggi farebbe infollire qualsiasi patito di modernariato. Donna Carolina lo teneva in esercizio con dischi di polke e mazurche, dono, anche questi, del fratello emigrato. La lettura, l'alta tecnologia e la mania di comprare, stravolgere, stancarsene subito e vendere terre erano le grandi passioni dello zio Giusto. Spirito laico, per non dire ribelle, la Bibbia l'aveva letta pi volte e, nelle discussioni sapeva sempre citare il passo giusto dei Proverbi o del Pentateuco. Leggeva romanzi: i Miserabili di Hugo erano come una seconda Bibbia ma, a giudicare dai volumi trovati e gettati alla sua morte, conosceva anche Nievo, Pellico e Mazzini, il fornaretto di Venezia e i Beati Paoli stampati in America e firmati William Galt, pseudonimo semianagrammato di Luigi Natoli. Leggeva libri di devozione (pochi), di politica estera (chiss come, aveva una copia del Libro Verde di Sonnino, preludio all'entrata in guerra nel '15), e di diritto (possedeva e consultava spesso i codici civile e penale del regno). S'appassionava ai grandi processi. S'incuriosiva di tutto. "Unni u tocchi tocchi, sona", dicevano di lui gli avventori del barbiere, paragonandolo ad un pianoforte ben accordato che, ad ogni tasto sfiorato, emette la giusta melodia. E, in effetti, non c'era

argomento sul quale non sapesse dire appropriatamente la sua. Mattiniero com'era, arrivava sempre per primo a scorrere i titoli del Giornale di Sicilia che il barbiere, per ragioni di pubbliche relazioni nei confronti dei clienti in attesa, era obbligato a procurarsi ogni giorno. Trascorrendo giornate intere nel salone del cerusico, che usava come ufficio dove incontrare i paesani che avevano vino da vendere e i commercianti che non sapevano dove comprarlo (e, quando venivano a saperlo per altre vie, non si rivolgevano a nessuno), aveva occasione di riprendere pi volte il giornale, rileggerne pi attentamente le notizie, approfondire l'editoriale del direttore (allora si diceva "il fondo"), o l'elzeviro di pagina tre. Quando andava in citt a trovare certi mercanti all'ingrosso, il che mediamente gli capitava ogni paio di settimane, non perdeva mai l'occasione per acquistare la copia pi recente che trovava del Corriere della Sera. Qualche rara volta comprava anche La Stampa. Non gli piaceva, invece, il romano Giornale d'Italia, anche se questo era sempre disponibile. Al pomeriggio, poi, stupiva con inedite notizie dal Continente i villani che occupavano le sedie sul marciapiedi del barbiere, chi in attesa della trimestrale rapata, chi per ammazzare il tempo senza andare al bar dove bisognava spendere per almeno un caff. Donna Carolina, che con i suoi biondi capelli e la carnagione bianca da nordica, da giovane doveva essere stata una ragazza bellissima, non leggeva nulla. Neppure la Bibbia. Non avendo figli, si limitava a far girare i soliti dischi di tanghi, Gigli e Caruso sul grammofono americano, ad ascoltare musiche charleston e fox-trot alla radio, a fare marmellate di mela cotogna di cui Nicola era goloso, a coltivare i suoi gelsomini e a curarli come fossero persone viventi. Mai coppia fu tanto diversa nel carattere e negli interessi. Lui, don Giusto, che la sera andava a dormire all'ora delle galline, al mattino s'alzava prima che i galli cantassero; a lei piaceva dormire fin verso le nove, e la sera non aveva mai sonno. Lui aveva un'insana passione per l'accumulazione e il risparmio; a lei, cui da bambina il denaro non era stato mai lesinato, piaceva soprattutto collezionare belle stoffe e scarpette da passeggio. Lui si muoveva veloce, con furia, come fosse sempre inseguito dal tempo. Lei era compassata, lenta, snervante. Non appena sposati, seguendo un'usanza che gi ai tempi di Nicola bambino, tranne che a Belmonte in casa del nunnu, s'era ormai persa, la giovane coppia aveva preso a mangiare minestre e secondi nello stesso piattone. Dur poco. Lui, infatti, in tutto furioso e di fretta, regolarmente vuotava lo scodellone prima ancora che quella iniziasse a sedersi. Lo zio Giusto, come forse s' detto, era il fratello del nonno materno, il quale abitava a un centinaio di metri in direzione della Chiesa Nuova. La lunga fila di case a cubetti sovrapposti era interrotta da un solo angiporto che dava su un chiasso chiuso di misere case, detto appunto "a 'Nchiusa". Qui, vicino ad una fontana d'acqua freschissima c'era anche una fogna all'aperto dove quanti ancora non erano allacciati alla rete fognante (ed erano i pi), tutte le mattine che Dio mandava, andavano a svuotare orinali e cantari (o pitali che dir si voglia). Operazione, questa, che incombeva su tanti dei suoi piccoli amici che Nicola guardava con aria di aristocratica superiorit. L'orinale di Garibaldi La casa del nonno era su tre livelli. Al piano terra, altissimo, la cucina-soggiorno e una botticella di vino da vendere al dettaglio, delle cui perdite, raccolte in un grosso boccale posto sotto la gocciolante cannella, il nostro ometto s'inciucc pi d'una volta. Al piano superiore, al quale si accedeva per mezzo d'una scala a pioli e poi d'un'altra mezza scala in mattoni, c'erano le camere da letto. Il secondo piano era vuoto, perch le travi di poco conto,

indebolite dai tarli e macerate da infiltrazioni d'acqua piovana, non sopportavano pesi e minacciavano di franare, come in effetti sprofondarono un giorno in cui, per grazia dell'Immacolata, nessuno era in casa. La nonna materna era nata a Belmonte e l aveva vissuto fino alla conclusione della prima guerra di Libia, quando conobbe il compagno d'armi del pi giovane dei suoi fratelli, in licenza dopo anni di fronte. Pare che sia stato amore a prima vista. Tant' che, nonostante il giovane soldato fosse gi vedovo e padre d'un ragazzino, che la guerra aveva voluto crescesse in casa del fratello libero da incombenze militari, lo sposalizio fu celebrato pochi mesi dopo il primo incontro. Non da escludere, per, che la giovanissima Maria Cappello, oltre che dall'innamoramento, sia stata spinta verso un cos veloce matrimonio anche dall'ansia di uscire da una casa dov'erano met di mille a contendersi lo stesso pane, la stessa minestra e lo stesso spazio per respirare. Cos come, qualche anno prima, avevano fatto tre dei suoi fratelli e Benigna, la sorella pi cara, quando s'erano imbarcati su un piroscafo nella speranza di fare fortuna in America. Dove un certo benessere lo avevano certamente raggiunto, a giudicare dei pacchi di vestiario dimesso, tavolette di cioccolata fondente, giocattoli e pupazzi di pelouche che, in particolare Benigna, un mese s un mese no, si faceva carico d'inviare a turno ai numerosi nipoti subito dopo la guerra. Un paio di volte all'anno, col bel tempo, nonna Maria e nonno Giovanni si recavano a Belmonte a trovare i parenti di lei. Anche Nicola era della partita. S'avviavano con le prime luci dell'alba, dopo una veloce colazione in piedi a base di pane bianco e panelle. Ai crocicchi delle strade, i venditori di caff, veri bar ambulanti, strillavano la propria mercanzia, sbilanciando ritmicamente, come fossero turiboli, i loro cilindrici contenitori di liquore nero, perch quel pendulo moto tenesse viva la brace del caminetto di latta incorporato alla base e la temperatura del liquido restasse costantemente qualche grado al di sotto del punto d'ebollizione. Il panellaro, che tutti conoscevano soltanto col nomignolo di "Vent'Once", inondava la pungente arietta del mattino col suo profumo di frittura di pastette di farina di ceci (le panelle, appunto), rascature (crocchette fatte con gli avanzi della stessa pasta) e crocchette di patate, dette cazzilli. Dalle stalle e dalle case, contadini con asini o muli, e braccianti con la zappa agganciata alla spalla velocemente svirgolavano sull'acciottolato sdruccioloso delle stradine verso il lavoro dei campi. Come una Sacra Famiglia sulla via dell'Egitto, portavano una valigetta di cartone per il cambio, una cesta con mezzo pane caldo e quattro frutti in croce, una bottiglia d'acqua per il viaggio, un parapioggia nero per ripararsi, pi tardi, dai raggi martellanti del sole e un asciugamani fresco di salvia seccata per asciugarsi dalla faccia e dalla fronte i rivoli di polvere rossa impastata a sudore. A piedi salivano fino alla via degli ovili. Seguivano in bilico per il viottolo che portava all'obitorio, stretto tra piantoni di ficodindia e la china d'una valletta perpetuamente secca. Superavano un ulteriore valloncino laterale. S'arrampicavano per una stretta trazzera impraticabile anche per i muli e, finalmente, raggiungevano la strada asfaltata che congiunge il paese, attraverso i vigneti del Piano Stoppa, con la statale che da Palermo porta a Gibilrossa e, di l, a Belmonte Mezzagno. Lui ricordava quella strada quand'era ancora cantiere e suo padre lo conduceva con s, sperando, forse, di inculcargli la passione per le costruzioni e, magari, indirizzarlo, pi grande, verso gli studi d'ingegneria. In apparenza l'asfalto stancava di meno delle stradine dei campi che, per, abbreviando le curve, accorciavano di quasi un buon terzo lo spazio che li separava dalla statale di Gibilrossa. Andando parlavano dell'accoglienza che avrebbero ricevuto all'arrivo, di chiss quant'erano cresciuti i vari cuginetti-nipoti, dell'uva del Piano Stoppa che quell'anno era matura anzitempo e avrebbe dato un buona vendemmia e forse anche un buon vino, delle scarpe che provavano i piedi

della nonna Maria, dell'acqua nella bottiglia diventata calda come brodaglia di pollo. Ad ogni rumore somigliante a un cigolio di ruote si giravano indietro e strabuzzavano gli occhi nella speranza che fosse un carretto. Invano. Su quella strada, che, come avrebbe scoperto, sarebbe diventata una delle arterie principali della nuova Misilmeri, allora passavano rari carretti e ancor pi rare automobili. Infatti, dopo che lo zio farmacista, arresosi all'impresa titanica di prendere una patente di guida, aveva venduto la sua, oltre a quelle del medico-sindaco e d'un ricco mercante di mandorle, in paese era rimasta soltanto una Fiat Balilla usata come vettura da nolo. Solo qualche raro mulo, ogni tanto, o qualche somaro o altri disgraziati a piedi nella stessa direzione di marcia, o in senso contrario, e un "ha, ha!" di saluto o un "buon giorno" o un "che caldo quest'oggi!", cui si rispondeva con un altro "ha, ha!" o un altro "buon giorno" o un "c' da morirne!" Segnando col dito l'obelisco eretto sulla collina di Gibilrossa, l nonno ricordava al nipote l'epigrafica frase pronunciata da Garibaldi a Bixio per annunciargli e ordinargli la presa della citt: "Nino, domani a Palermo!" Lui la conosceva a memoria, come anche sapeva che la proprietaria della casa dove il generale dorm l'unica notte trascorsa in paese, aveva conservato come rara reliquia un orinale usato dall'eroe e tutto il suo prezioso contenuto fino a totale evaporazione e anche dopo. Camminavano e parlavano, parlavano e camminavano, sperando che il tempo passasse pi in fretta e la strada s'accorciasse sotto i loro piedi. Le cose si mettevano meglio quando, finalmente, dopo curve e ghirigori, arrivavano in localit Coda di Volpe, che il punto in cui la strada intercomunale confluisce in quella statale. Cento metri prima, cento metri dopo, qui capitava sempre un carretto diretto a Belmonte al quale chiedere un passaggio mai negato fino alla "grande metropoli", come il nonno scherzando diceva. Accomodati alla meglio su qualche sacco di carrube o legumi secchi (lui e la nonna), o sul pianale del carro con le gambe penzoloni dietro lo scodinzolare del mulo (il nonno accanto al carrettiere), dimenticavano le vigne del Piano Stoppa, mentre il nuovo paesaggio di terra meno rossa e di collina offriva visioni di stoppie, rari vigneti e mandorli spogli e rinsecchiti.

"Saudade" Belmonte Mezzagno s'annunciava polveroso e vociante fin dalla curva che nascondeva il cimitero alla vista delle ultime case. Superata la quale, la strada in discesa e il peso del carro sospingevano il quadrupede ad accelerare il passo. Il carrettiere frenava. Poi, dopo l'ultima curva, finalmente s'entrava soddisfatti in paese, mentre gli occhi di nonna Maria, pi mobili e scattanti del suo solito, passavano in rassegna i volti delle donne ai balconi o sugli usci di casa, per riconoscere e salutare le amiche di giovent, le vicine di casa o di banco alla messa. I Cappello abitavano all'angolo della piazza del paese, dove la strada sembrava concludersi ai piedi della chiesa madre del posto, senza che si capisse se ci fosse un prosieguo verso altre destinazioni, n come arrivarci. Giunti davanti la casa, i tre pellegrini scendevano dal carretto, tanti ringraziamenti al carrettiere, un invito cortesemente declinato a bere un bicchiere d'acqua fresca in famiglia, e gi si sentivan le voci di qualche nipote che da un balcone, o da una finestra, o dall'angolo d'una strada li aveva visti arrivare. Il primo saluto era per il patriarcale genitore di nonna Maria che anche dai figli si faceva chiamare "nunnu". Poi era uno sfilare di zie, zii, nipoti, cugini, cuginette, vicine e vicini di casa, vecchi amici e tutto uno sbaciucchiamento e un continuo "ma quant' cresciuto Nicola dall'ultima volta?!" e un

"dovreste venire pi spesso, che non lo si riconosce pi, tant' cambiato!", finch, essendo ormai mezzogiorno, il nunnu invitava tutti a festeggiare gli arrivati con una solenne tavolata. Nicola veniva sballottolato dalle braccia d'una zia (o pro-zia) alle manine di qualche cugino che lo tirava a vedere i suoi pochi balocchi o quant'era bravo a camminare con gli occhi chiusi sul muretto della fontana delle lavandaie. Insensibile alla stanchezza del mattino, lui abbracciava, sbaciucchiava, scivolava via, si lasciava riacchiappare, andava, guardava, provava, rideva, giocava e, finch il sole era alto, tutto era bello e piacevole. Il sentimento cambiava in sconforto al suonare dell'Ave Maria. Pi forte della "saudade" portoghese, gli prendeva il magone del cortile lontano, dell'odor di cucina a carbone, della madre che preparava la cena di ceci o fagioli, del fratellino che, non sapendo ancora parlare, lo chiamava "Re, Re", del padre che, tornando in bici dal cantiere (quando c'era un cantiere e non era lontano), con il suo tipico fischio in do e sol, annunciava il suo arrivo mentre imboccava il portoncino che dava sulla strada principale del paese. Con gli occhi arrossati per le lacrime che non riusciva a versare e un nodo in gola che sembrava strozzarlo, appoggiava la sua bionda e ricciuta testolina sul grembo di nonna Maria e, mentre quella continuava a informare e informarsi con le sorelle e le amiche, lentamente s'addormentava sfinito dal lungo viaggio, dal grande giocare e da quel senso di vuoto che neanche le carezze d'un esercito di nonne, zie e cugini potevano colmare.

Michele di Pisa I tre poderi

I sapori del vento

"Ecco la Cottanera!", disse l'amico Giusto divertito dalla sua smania ricognitiva. Accost l'auto alle gramigne rinsecchite fra le frange e le titubanze del ciglio dell'asfalto; spense il motore. Tornando a sbalzi dalle selci e dai ciottoli grigi della breve mulattiera del castello, s'erano immessi sulla vecchia strada di Belmonte in direzione del paese. Superata quella che, secondo i suoi ricordi, era stata una gola di grotte e cave di ghiaia, con la mente e con gli occhi si impegn a trovare il punto, un tempo a lui familiare, dal quale, attraverso antichi e tormentati uliveti, un sentiero s'inerpicava arrancando fino alla Casa Rossa dei Bonomo. Da qui il viottolo precipitava verso la desolazione d'una conca eternamente asciutta, dove non crescevano neppure le canne. Poi, costeggiando il tracciato che avrebbe dovuto essere dell'acqua, stretto tra fitti roveti di more e accenni di muretti di confine, diventava trazzera (cio mulattiera), lambendo il podere della Cottanera. Dopo aver proseguito per quasi un chilometro, Giusto aveva imboccato un'altra strada asfaltata che lui non poteva conoscere. Ancora un svolta, e poi quell'annuncio atteso e temuto. Uscirono dall'aria condizionata della vettura. Immerso nell'afa, si gir e rigir cercando un appiglio, una pianta familiare, un masso noto da cui ripartire per collocare nella mappa catastale dei suoi ricordi quel trepidato, ma ugualmente insospettato scenario. Riconobbe, forse, l'ultima valle: quella fronteggiante il podere, prima che il terreno s'impennasse per trovare un pi dolce declivio, un centinaio di metri pi in alto, dopo la fila di frassini da manna d'un confinante villano e biloso, i tre piantoni di sorbe, i mandorli giovani e l'uliveto saraceno. Cerc con lo sguardo l'ulivo decano, ai cui piedi facevano base e depositavano il cesto col pane e la cinchinedda con l'acqua. Nulla. Tutto sembrava sconvolto, cancellato, distrutto da quell'inopinato bailamme di villette abusive con l'intonaco rifinito a met, e svettanti spuntoni di tondino di ferro regalati alla rugine a testimoniare velleitari progetti di raddoppiarne i volumi. Tornato a Palermo rivide gli ulivi ultracentenari e contorti della Cottanera in una vecchia foto insenapita, nella quale si specchiava bambino nell'atto d'impettorirsi tra due filari di viti da vino, mentre s'apriva una strada fra pampini, grappoli e tralci. Il podere aveva la forma d'una T sbilanciata. Un viottolino centrale lo percorreva in verticale, consentendo l'accesso anche ai campi vicini. La vigna era nell'ala di destra in posizione quasi pianeggiante. Nell'ala sinistra, separato da un piccolo sommaccheto utile a rassodarne i ripiani, declinava una fetta di terra solitamente coltivata a frumento, o a fave, o a pomidoro di collina (puma d'amuri siccagni, cio "pomi d'amore" coltivati a secco, senza irrigarli, come dicevano e preferivano per la conserva di salsa quelli del paese). Tranne i primi piantoni di sorbe, le quali, se non stavano a lungo in mezzo alla paglia, legavano i denti e lasciavano un saporaccio in bocca, quasi tutta la zona centrale era uliveto che la primavera ingentiliva con chiazze di giovani piante di mandorlo cavaliere. C'erano anche un fico e un pero che facevano frutti piccolissimi, ma di squisita dolcezza, e un sorbo selvatico di insipide bacche rosse, cresciuto quasi orizzontalmente a met d'un alto sbalzo di confine. Tanta variet concentrata in un podere cos piccolo (ma allora gli sembrava un

continente), rispecchiava il gusto e la curiosit di mastro don Nicola, suo nonno paterno, che lo aveva acquistato un po' per investimento e un po' per svago e, nel tempo in cui non era in giro per cantieri (aveva trasformato in strade statali numerose mulattiere della provincia), si divertiva a sperimentare nuovi tipi di coltivazioni. Nel Giardinetto -il non tanto piccolo orto dietro la Fontana Grande che chiudeva in bellezza la piazza principale del paese- aveva tentato la coltivazione dei banani e dei datteri. Le banane venivano su molto bene e mastro don Nicola aveva deciso di piantarne anche al Feudotto Canneto. I datteri, invece, non arrivavano a maturazione completa. Ma con quel sapore di semiacerbo ai ragazzi piacevano. Tant' che, quand'era stagione, sul muretto di cinta dell'appezzamento, in qualsiasi ora del giorno se ne potevano vedere a gruppetti nell'atto di scavalcare con in mano inequivocabili pennacchi biondo-scuri. In compenso, le palme erano da andarne orgogliosi e, lavorate a ricamo dalle mani virtuose d'una lontana parente monaca di casa, la domenica prima di pasqua facevano un figurone da destare l'invidia generale perch nessuno, nemmeno il Cardinale a Palermo, ne aveva di pi belle e pi finemente intrecciate. Per il resto, il Giardinetto forniva lattughe, borragini, cicorie, finocchi, zucche e zucchine d'ogni tipo (lunghe, corte da friggere, da fare ripiene, a forma di popone), melanzane, qualche pomodoro per l'insalata, fagioli bianchi, gialli o neri, da mangiare verdi o da mettere a seccare per l'inverno, e quant'altro potesse servire in cucina per una famiglia di dieci o undici persone, compreso lo zio prete e la sorella monaca, in qualsiasi stagione dell'anno. Al Feudotto aveva sperimentato anche i mandarini e i kaki: al mercato erano una novit e si vendevano bene. La Cottanera, non essendo irrigua, serviva soprattutto per il grano duro, che bastava per mangiarci tutto l'anno alla sua numerosa famiglia e a quella non meno affollata del mezzadro. Di olio se ne spremeva da vendere. La prima misura Che penitenza, per, la raccolta delle olive! Se ne ricordava bene del mal di schiena e di gambe a camminare arricciato sulla punta dei piedi, o ginocchioni con la terra, le foglie cadute e gli spuntoni che si stampavano sulla tenera pelle, per raccogliere uno ad uno i frutti caduti per maturazione o il vento, e metterli nel paniere e, quando questo era pieno, travasarlo in un sacco di juta da portare in spalla fino al paese! Non capiva perch mai non stendessero sotto ogni pianta un'enorme coperta con un buco al centro sicch in un batter d'occhio si sarebbe potuto ammucchiare tutte le olive cadute. Ma neanche suo padre, quando andavano con le scale, le pertiche e i braccianti accottimati all'alba sulla piazza del paese per la raccolta finale, lo prendeva sul serio. E, se insisteva, gli intimava di smettere di vaneggiare con quell'idea bislacca (che poi quanto fanno oggi con delle reti nere tutti gli olivicoltori), perch non s'era mai visto nulla di simile, e di stare attento a non perdersi sul campo neanche una drupa. A casa le olive venivano ammucchiate in un angolo vuoto tra un secretaire di poco conto appartenuto alla zio prete e un'alta specchiera con ripiano di marmo e colonnine stile impero, pezzo forte dell'arredamento domestico. Ogni paio di giorni si provvedeva a irrorarle di sale perch non si insecchissero fino al raccolto grande, quando venivano trasportate a cestoni al trapeto, qualche metro pi in l nello stesso cortile di casa. E che festa vedere le macine girare frangendo le drupe mature e intingere una fetta di pane appena sfornato nell'olio affiorante dalla polpa marrone! La prima misura era per la festa dell'Immacolata, della cui confraternita, come tantissimi

altri in paese, seguendo le tradizioni di famiglia, il padrone del trapeto era membro e suo padre devoto. Il resto dell'olio che, spremuto dal torchio, colava galleggiando sull'acqua del pozzetto di raccolta, veniva portato a casa con l'otre e qui riversato nella giara dalla quale si attingeva secondo bisogna. La sansa restava al frantoio. La Casa Rossa L'incombenza delle raccolte di mezzo era sua, della madre e del primo fratello. Un paio di volte la settimana, appena tornato da scuola, una fumante scodella di minestra di cavolo, e via con i panieri al braccio verso la Cottanera. A volte, per due o tre lire, veniva anche donna Graziedda, la moglie di compare Tot, il quale abitava una tana di due stanzette senza finestre n aria, incastrate tra la cucina della zia Antonietta e una stalla da carrettieri, un fondaco, nello stesso cortile. E veniva spesso anche Pinuzzu, con quelle sue braghette cortissime, riesumate dai vestiti dismessi da qualche parente. All'andata resocontava alla madre la giornata di scuola. Se per caso era piovigginato, tutti stavano attenti a raccogliere le lumache, le quali escono sempre con l'acqua lasciando una striscia argentea di bava sulle zolle imbrunite dall'umido. Lui andava avanti trotterellando, richiamato dalla madre quando s'allontanava troppo e lei lo perdeva di vista. Superate le cave, gli piaceva correre fino alla Casa Rossa (che poi era color rosa magenta) e sedersi ad aspettare su una panchina di pietre e cemento, a sinistra d'una delle porte d'ingresso della costruzione. La madre e il fratello, pi piccolo di quasi due anni, gli intimavano a gran voce: "Torna indietro. Rimani con gli altri!". Ma lui, come se si sfiatassero per dar manforte al vento. Solo una volta torn indietro correndo: perch era stato spaventato dalla vista d'un serpentello nero issato a spirale in mezzo al viottolo. Quasi sempre, come se stesse giorno e notte a far la posta ai passanti, coppola scura, giacca e gil di velluto a coste blu o marrone, lupara in spalla, dal folto dell'uliveto emergeva imponente, ma non per questo spaventosa, la figura di Ciccione, proprietario, col fratello, di quelle terre e di tutto quello che c'era. "Non si preoccupi, signora", assicurava ossequioso alla donna. "Qui siete pi al sicuro che a casa." E c'era da credergli. A memoria d'uomo alla Cottanera non s' mai saputo di furti o altri atti violenti. Perch nelle terre dei Bonomo neanche un Bonomo poteva sgarrare . Mafiosi d'un'altra etica e generazione, manifestavano una diffidente ostilit verso lo stato dei funzionari, giudici e carabinieri, evitando con maniacale ossessione che costoro, eccezion fatta per le questioni di catasto, avessero una qualche ragione d'immischiarsi nelle loro faccende, n tanto meno di mettere piede nelle loro propriet. Non era raro, poi, che nei paraggi dell'enorme casone si vedessero facce sconosciute che, scorgendo i passanti, si ritraevano in casa o si giravano con le spalle verso il viottolo, o armeggiavano a capo chino sotto il portichetto funzionante da stalla, o si schermivano dalla vista dietro qualche ulivo gigante. "Latitanti", commentava il padre la sera, quando la moglie gli riferiva l'incontro. E la consegna per tutti era di non dir nulla a nessuno. Una volta che attorno alla casa rossa c'era grande assembramento di uomini, cavalli e lupare (a pensarci, sembrava una scena da western, ma allora l'unico film che lui aveva visto al Cinema Emiro, dietro le Grazie, condottovi dal nonno materno, era "l'Angelo Azzurro"), Ciccione venne loro incontro a scusarsi per tanta confusione: non c'era nulla di

cui allarmarsi e, per loro maggiore tranquillit, li avrebbe accompagnati per un bel pezzo; ma, al ritorno, che facessero un'altra strada! L'Onorevole ha parlato Quella stessa sera in paese corse voce che da qualche parte nei paraggi s'era svolta una grande riunione di mafia, alla quale aveva presenziato Giuliano in persona. Il quale Giuliano non era n la prima, n l'ultima volta che lo si vedeva da quelle parti. Durante la campagna per l'elezione della prima assemblea regionale, fresca d'autonomia e di statuto speciale, era stato anche in paese, nel palazzotto del medico-sindaco il cui fratello, avvocato di titolo ma non di foro, era candidato per il Movimento Indipendentista Siciliano. Ed era alle spalle del neo-deputato quando questo, a elezioni avvenute, affacciato al balcone tra un tripudio di "ippipp urr" e uno sventolio di bandiere giallorosse e pugni aperti a numero tre a significare "Trinacria Vince", nel suo unico discorso alla folla rumorosa e mareggiante dei paesani, non seppe dir altro che un "sono commosso, commosso, commosso", ripetuto tre volte tra gli applausi osannanti della folla, anch'essa emozionata perch l'onorevole avvocato aveva finalmente parlato. (A dire della gente, la seconda e ultima volta che l'onorevole prese la parola, fu durante una delle pi calde sedute dell'Assemblea Regionale: con piglio deciso, rivolto a un commesso, avrebbe chiesto che si aprissero le finestre per far smaltire il fumo). Dal balcone di fronte, con le persiane socchiuse come per lutto e la luce della stanza spenta tipo coprifuoco, sdraiato nel suo letto di convalescenza, con attorno gli altri pi fanatici del partito democratico cristiano a tenergli compagnia e condividere l'amarezza della sconfitta, il padre di Nicola tendeva l'orecchio senza capire. "Cosa sta dicendo?", chiese al professore, il quale se ne stava incollato alla persiana. E quello: "Che commosso". Per tradizione, nella famiglia di Nicola i primi figli maschi hanno sempre portato quel nome con grandissima confusione di tutti, e in particolare degli impiegati dell'ufficio del registro, soprattutto quando le generalit anagrafiche venivano declinate con la paternit al posto della data e del luogo di nascita. Si verificava con una certa ricorrenza, infatti, che assieme ad un Nicola fu Nicola nonno, a comprare e vendere intervenissero anche due Nicola di Nicola, l'uno padre e l'altro figlio. La legge che impose la declinazione delle generalit con la data e il luogo di nascita in sostituzione della semplice paternit (per chi ne aveva una da esibire, s'intende), venne fatta per evitare queste confusioni e le conseguenti evasioni delle tasse di successione, essendo possibile in questo modo evitare la reintestazione al figlio dele propriet del padre. Fatta questa precisazione, torniamo a mastro don Nicola padre, le cui sofferenze, quella sera, non erano solo morali. Infatti, com'era ormai successo ad ogni altra elezione a partire dal referendum per la repubblica, la domenica prima del voto, assieme al nipote Pino e al professore Guastella, segretario del partito, era stato ostentatamente provocato e malmenato da una squadraccia di separatisti, sotto gli occhi allarmati dei fedeli che uscivano dalla messa grande. A severo monito dei futuri votanti. L'eccitazione d'avere un candidato locale aveva spinto un picciotto d'azione, non bene informato dai capi, a sferrargli anche un gran calcio alle reni. E, ammalato com'era di calcoli, mastro don Nicola ne pat una terribile colica contro cui nulla poterono gli infusi di fiori di ficodindia seccati di cui era abituale consumatore. Fu pi potente una puntura calmante del medico-sindaco, accorso immediatamente al suo capezzale per scusarsi e

curarlo con tutta la scienza che sapeva. Non che temesse di farne una vittima. N lo preoccupava l'idea remota d'un'informativa d'ufficio del maresciallo dei carabinieri. Il quale, al contrario, s'era premurato a visitare le vittime dell'aggressione, scongiurando di non rovinare con una denuncia avventata tanti ragazzi e padri di famiglia, forse un po' esaltati dal clima politico, ma in fondo brava gente, onesta e lavoratrice. Il medico-sindaco, a cui merito va detto che in tutta la sua carriera non s'era mai fatta pagare una sola visita essendo gi ricco di suo, era contrariato perch tra le due famiglie, se non amicizia, c'era sempre stato riguardo reciproco. Del gruppo dirigente della sezione era stato risparmiato solo don Santo, che aveva un cognato mafioso e tale sarebbe stato egli stesso se fosse stato meno loquace e avesse avuto un fegato o un pensare diversi. La trebbia ribelle La Cottanera gli era rimasta nel cuore. E come poteva dimenticare quelle domeniche assolate di giugno quando il mezzadro organizzava la mietitura, assoldando (adduvannu) braccianti per consentire al padre di essere presente e dare una mano senza perdere una sola giornata di cantiere? Partivano alle prime luci dell'alba e lui, ancora imbambolato dal sonno, avanzava misurando la propria lunghissima ombra accorciarsi sul viottolo rosso di terra e d'aurora, man mano che il sole montava alle spalle. Gli uomini avanti con le falci in spalla e i panieri al braccio. Le donne indietro con passo pi lento, portando fagotti di pentole, piatti, posate, pane, formaggi, spaghetti e quant'altro serviva per far da mangiare. I bambini, un po' in avanscoperta e un po' in retrovia secondo il gioco che stavano facendo, portavano al braccio lancedde e cinchinedde (cio le tipiche brocche di latta di diversa misura, preferite in paese a quelle pi fresche di terracotta), con l'acqua per la giornata. Le lancedde erano affidate ai ragazzi pi grandi o portate a dorso di mulo; i pi piccoli, a turno, svogliatamente trascinavano le cinchinedde, palleggiandosene vicendevolmente l'incombenza: "Prendila, ora tocca a te". "No, io l'ho portata prima, tocca a quell'altro". "Ma se poco fa l'avevo io!". "No, tu un bel pezzo che te ne scansi". E cos di seguito fino all'intervento decisivo di qualche adulto. Arrivati nel podere, sua madre indicava il grande ulivo ai cui piedi depositare il vettogliamento, l'acqua e le misere giacche dei braccianti. La moglie del mezzadro preferiva un ulivo minore. Dal paese, che non era molto lontano e cominciava a svegliarsi, arrivavano indistinte e ovattate le voci di venditori ambulanti di caff caldo ("Caf cvuru!") o calde panelle ("Cvuri, cvuri sunnu!), di madri che chiamavano i figli arroccati chiss dove a quell'ora, di ragazzi che gridavano ad altri ragazzi. Intanto, dato un ultimo colpo di mola alle falci, gli uomini si mettevano all'opera, procedendo con passo uguale e senza perdere neanche una spiga. Ai bambini toccava, di tanto in tanto, soccorrerne qualcuno con la cinchinedda dell'acqua, prima che la sete lo sfinisse: bevevano al collo della brocca di tola, o versando quant'acqua ci stava nel coperchio del recipiente, che sembrava fatto a posta per far le veci d'un mezzo bicchiere. Tra un servizio e l'altro correvano in mezzo alle stoppie le cui punte, strisciando contro le indifese gambette, lasciavano segni biancastri e piccole lacerazioni epidermiche.

Poi, di nascosto, andavano a rubare la manna al vicino biloso. Oppure si ingozzavano di perine dolcissime. E comunque disubbidivano a tutte le ingiunzioni delle madri, le quali a turno se ne mostravano teatralmente disperate, implorando con i toni di voce e coi gesti la commiserazione delle altre per tanta disgrazia di figli. Sul ciglio d'un alto sbalzo che separava il vigneto dalla arnie d'un apicoltore, c'era un enorme geranio del quale ricordava chiaramente l'odore pungente assieme al ronzare delle api e dei calabroni che ci volavano sopra e ne traevano il nettare. E ricordava anche come una volta, sospinto da un'istintiva pulsione, ne stacc un pennacchietto di fiori per farne un omaggio galante alla figlia minore del mezzadro, in questo deriso da un giovane bracciante che lo seguiva con la coda dell'occhio, perch quelli, in paese, venivano chiamati fiori di morto. A mezzogiorno erano spaghetti per tutti. L'improvvisata cucina consisteva in tre o quattro sassi disposti a ferro di cavallo, davanti ai quali le donne trafficavano cantando e sparlando. Si mangiava seduti per terra, su un macignetto, addossati alle piante, o su qualche gobbone scoperto delle grandi e serpeggianti radici dell'ulivo. Se i piatti o le forchette non erano bastanti, si trovava sempre qualche volontario, lusingato dal privilegio di farsi scodellare la propria razione su una pala concava di ficodindia nettata degli aculei spinoni bianchi, o di ricavarsi una forchetta da un nodo di canna tagliata a due punte con un paio di colpi secchi impartiti, zacchete e zacchete, da sinistra a destra e da destra a sinistra, con un coltello a serramanico. A dorso di mulo i grossi covoni di frumento tumminia venivano portati alla trebbia, vicino al campo sportivo. Poi s'aspettava il turno che, con quella cinghia di trasmissione del motore a gasolio, perennemente ribelle e propensa a saltare, sembrava non dovesse mai arrivare. Lui seguiva il padre in queste imprese da grande con attenzione devota. Per strada gli chiedeva perch non facessero come tanti altri proprietari che si vedevano passando, i quali risolvevano autarchicamente il problema della trebbiatura, stendendo le spighe su un'aia e facendoci ammulinare sopra due asini bendati e legati ai due estremi d'un'asta, affinch le sgranassero con la frizione degli zoccoli. Il padre gli rispondeva che la trebbia era pi veloce e che quella stessa domanda gliela aveva fatta anche l'anno prima. Lui annuiva apparentemente convinto. Ma avrebbe preferito ugualmente gli asini e la spulatura al vento con i vagli e gli stacci. Quando l'enorme marchingegno rossastro, tra sbuffi, sbandate, sussulti e ripensamenti della cinghia, cominciava finalmente a triturare i covoni della Cottanera e a sputare la paglia da un lato e il frumento dall'altro, suo padre affondava una mano nel sacco come per soppesare la qualit della messe. "Buon'annata", commentava soddisfatto, in questo confortato dal mezzadro o da qualche altro proprietario in attesa del turno. Toccava, poi, a lui affrettarsi al mulino di don Santo, qualche chilometro dopo la stazione, per farsi macinare il primo sacchetto. E, l'indomani, con la farina del frumento nuovo, gli avrebbero fatto una bel panetto speciale a forma di zampa di bue e cos nominato. Arsura Quel grano se lo sentiva anche merito suo. Non perch ci avesse sudato come per la raccolta delle olive, ma per tutte le orazioni e i fioretti che aveva offerto al buon Dio, perch inviasse un po' d'acqua durante gli inverni di siccit.

Ricordava, in particolare, un'annata che il Padreterno sembrava avesse deciso di togliersi il pensiero e d'abolire nuvole e piogge una volta per tutte. I contadini, e per riflesso le famiglie e l'intero paese, erano in ambasce. Non pioveva che non pioveva da mesi e le zolle, da cui affioravano i primi germogli di grano (i "lavuredda", come si dice laggi), sembravano impietrirsi. Una vera calamit. In tempi futuri la si sarebbe affrontata inviando delegazioni al Governo per ottenerne compensi forse pi generosi dello stesso mancato raccolto. Ma, allora, in quell'Italia appena uscita dalla guerra e tutta da ricostruire, nemmeno a parlarne. L'unica speranza era riposta nell'intervento della Provvidenza. L'arciprete ci s'infervorava durante la predica. La gente ne parlava nei crocicchi. Occorreva una novena di preghiere speciali e, se la siccit fosse continuata, si sarebbe fatta anche una solenne processione della Croce fino ai campi pi vicini. Anche i ragazzi erano mobilitati e, qua e l nel paese, a piccoli gruppi di tre o di quattro, organizzavano processioncine con tappa davanti a tutte le cappelle e le cappelline per implorare la pioggia. Per dare pi forza alle orazioni si cingevano la testa con coroncine di spine di rovo che s'arruffavano con i capelli ricciolini e, quando le si toglieva, strappandoli, facevano male davvero. Portavano in processione croci senza Crocifisso e cantavano: Signiruzzu, chiuviti, chiuviti i lavuredda su morti da siti e mannatinni una bona senza lampi e senza trona! Che vuol dire: Signore Iddio, piovete, piovete il frumento appena germogliato sta per morire di sete, e mandatene una (pioggia) buona senza lampi e senza tuoni! Le processioni sciamavano senza sosta finch, stanco, o mosso a piet da tanta insistente devozione, o sospinto da altre sue esigenze d'atmosfera, il Padreterno non lasciava ingravidare il cielo quasi tropicale dell'Isola con le nuvole che gli crescevano da qualche altra parte, a lenire l'arsura dei campi e sospendere o, almeno, rinviare l'iniziata saharizzazione. Rinaldo in campo Cottanera era anche vigna di uva bianca e nera da vino. E di mandorle. E sorbe. E, naturalmente, anche di fichidindia che crescevano spontanei lungo molti limitari di confine. Fatta eccezione per un piccolo quantitativo ad uso domestico, arrivata la loro stagione, mandorle, uva e sorbe venivano vendute al mercato. Qui il banditore cominciava la sua velocissima litania di prezzi, piazzandosi davanti ai cestoni di canna intrecciata e di vimini, detti cartedde, contenenti la mercanzia messa all'incanto. Gli acquirenti, a cerchio, rilanciavano sollevando campioni di merce, palpando, assaggiando un chicco o un frutto (se non erano ulive da schiacciare in salamoia, n sorbe che bisognava raccogliere acerbe e vendere mezze mature) e commentando tra loro. La bottega del banditore era una specie di magazzino, o garage, sulla via principale a

poche decine di metri dalla casa di Nicola, ma dall'altro lato dell'asfalto. Negozi analoghi in paese ce n'erano altri due o tre, raggruppati nei pressi della Fontana Nuova che l'impresa di suo padre aveva rifatto. Davanti al magazzino del banditore sostavano a crocchio i carrettieri insieme a lunghe file di muli, asini, carretti e carrettini e, da piccolo, per lui era uno spasso osservare le scene dipinte sui laterali e le spalliere dei carri. Erano storie di crociati, di paladini di Francia, scene della Bibbia come avrebbe dovuto essere stata riscritta (ricordava in particolare un battesimo di Davide), oppure di operette come "la Fanciulla del West" di Rossini che, data al Teatro Massimo o al Politeama agli inizi del secolo, deve avere impressionato molto qualche mastro decoratore di Corso dei Mille. Come apprese pi tardi quando gli venne la smania di raccattare cose vecchie, e di spalliere se ne fece un piccolo museo, ce n'erano di varie scuole e provenienze. Noti erano i Corrao e i Monteleone di Palermo, gli Scir di Castelvetrano, le scuole di Bagheria e di Calatafini, per non parlare delle numerose botteghe della Sicilia Orientale che Nicola non poteva conoscere. Ma il maestro dei maestri era Cronio, i cui capolavori possono essere ammirati al museo etnografico Pitr. I carrettieri! Certamente stata composta da uno di loro la canzone popolare che, ripresa da Modugno nel suo "Rinaldo in Campo", diede al paese due briciole di notoriet non dovuta a lutti di mafia: celebra la ripida salita della vecchia strada, che, fiancheggiata da pini di mare, faticosamente sbuffa da Portella di Mare fino alla prima casa cantonale, costruita da suo padre quando lui era ancora bambino. "A l'acchianata di Musilumeli, si rumpi u pitturali e la catina", cantava la gente quando cantava: tanto era aspra quella salita e lo sforzo dell'animale causava la rottura del pettorale e della catena che lo teneva legato al suo carico. Quei canti, quel tu-tn tu-tn delle grandi ruote, quel cian cian cian di campanelle e sonagli che addobbavano il collare e il pennacchio dei cavalli, quel discutere a gran voce da un carretto all'altro, all'alba, quando attraversavano il paese dalla Case Nuove, dopo le carceri, fino all'altro estremo dov'era la cappellina di San Giusto, in direzione di Palermo o in senso inverso, svegliavano i pi pigri e incoraggiavano i solerti. Molti dei quali, a piedi, a dorso d'asino, o di mulo, o in bicicletta, o con la corriera, erano partiti per le loro occupazioni da una bella pezza. La novena di Natale La parte di mandorle e d'uva destinata alla casa per lo pi doveva servire per i buccellati, che sono i dolcetti di Natale di cui Nicola era ghiottissimo. Le mandorle erano poste a seccare su larghe pale di legno e il cocente sole di luglio, arricciandoli, gi le mondava dei malli. I grappoli d'uva venivan bolliti, quindi messi ad appassire, ciondolanti a coppie a cavallo d'una canna tesa tra due spalliere di sedie, alla meno insolente calura d'ottobre. Quando l'uva era ben passa, seguiva la saporosa incombenza della disossazione, che impegnava anche qualche volenterosa vicina e la nubile zia. Godendo gli ultimi assaggi dell'ancor caldo tramonto, sedevano a cerchio sotto l'antica pergola, che gi cominciava a spogliarsi dei pampini arrossati di ruggine. La zia narrava terribili storie di draghi, d'orchi e di streghe e intanto, chicco dopo chicco, toglievano gli acini, aiutandosi chi con le unghia, chi con i denti. Anche lui dava una mano entusiasta, ma i chicchi di cui s'ingozzava avanzavano quelli riposti nello zuppierone orbati di seme, e il suo aiuto non era un grande guadagno. L'uvetta gi pronta veniva impastata con le mandorle, preventivamente tostate e sbriciolate dalla madre, qualche chiodo di garofano e cannella. Se ne faceva una specie di

salsiccione dolcissimo che a Natale (nella quantit che soprabbondava all'irresistibile goloseria del piccolo Nicola) avrebbe formato il ripieno dei buccellati. La cui lavorazione lui seguiva in ogni fase, sorvegliando che tutto avvenisse secondo rito, senza nulla scordare. Aiutava la madre a pulire il ripiano del tavolo. Andava a comprare lo strutto. Curava i fratelli pi piccoli affinch non affondassero le mani nella farina o nella chiara dell'uovo. Procurava la buccia d'arancia da bollire con l'acqua. Correva dalla zia Carolina per la frutta candita, e dalla zia Rosa per una palla d'impasto di fichi secchi. Faceva qualche sgorbietto di dolce con la rotellina della pasta. E, soprattutto, si faceva carico di portare al forno le teglie e di riportarle, la sera, a cottura avvenuta. Sgambettava velocemente alla e dalla bottega del fornaio 'zu Tanu, per una sdrucciolosa viuzza pavimentata da rustici mosaici di sassi, con il suo dolcissimo peso issato sulla testa e tenuto in equilibrio con entrambe le mani, e quasi sveniva per il languoroso profumo che ne emanava. Rientrava in casa trafelato e ansimante, come se quella sfornata fosse tutta opera sua. Poi, assaggiato un dolcetto, si rinfrancava davanti al caldano d'ottone, posto sull'uscio in attesa che la legna e il carbone si facessero brace, mentre fumi e faville coloravano l'aria con essenze di potature di mandorli e sarmenti. Dalle strade vicine, intanto, arrivavano le prime nenie dei suonatori in giro per le cappelle, gi inghirlandate di rametti e frutti d'arancio, ad accompagnare la novena che precedeva il Natale. Lui se ne stava sull'uscio ad assaporarne le note pungenti di gelido vento e a fare il verso al pe-pe-p della tromba. Poi li seguiva rincorrendo i compagni di gioco.

La guerra delle spose


L'Arciprete Un cos plenario congresso d'amici d'infanzia, come quello organizzato da Giusto, non s'era mai fatto. Neanche per il funerale dell'Arciprete (che arciprete non era da pi di trent'anni) e, oltre a Nicola, mancava il solito Saru. Gi, l'Arciprete! Se n'era quasi scordato. Anche se tra i duemila e pi titoli della sua libreria non mancavano i suoi monumentali volumi sul paese e, ogni tanto, gli capitava di riaccarezzarne le copertine mentre cercava qualche altro testo per diletto o lavoro. "E quand' morto?" Ne ricordava chiaramente l'ingresso solenne in paese, con in testa al corteo due alfieri a cavallo bardati in costume spagnolo, i preti del paese e di quelli vicini con la cotta, la stola e il piviale, il sindaco con la fascia tricolore, il consiglio comunale al completo, l'anarchicheggiante fanfara del maestro Piazza, il gonfalone del municipio, le bandiere e i gagliardetti delle associazioni, i labari delle congregazioni, i balconi addobbati con fiori e coperte ricamate come per la festa del Corpus Domini e un fiume straripante di fedeli, ruffiani e curiosi. Il neo arciprete si faceva strada tra due ali di folla vociante, dispensando strette di mano e benedizioni e, contemporaneamente, aiutando le ragazze del coro a non stonare troppo sul venit del "Benedictus qui venit in nomine Domini". Dal balcone di casa, sovraffollato come per la corsa dei cavalli, Nicola non s'era perso un solo istante di festa e tanto giubileo aveva contribuito a collocare l'Arciprete, e tutta la sua categoria, in una specie di raggiungibile Olimpo. Il corteo era partito dalla cappella di San Giusto, un bel pezzo dopo le ultime case, dove l'arciprete era giunto da Palermo con la macchina del medico-sindaco, e s'era concluso con un Te Deum laudamus cantato a tre voci, e la benedizione solenne impartita con l'ostensorio tutto d'oro e d'argento delle grandi ricorrenze dall'altare maggiore della chiesa madre. Per settimane era proseguito il pellegrinaggio in parrocchia delle famiglie venute a conoscere e farsi conoscere. Orgoglioso, distaccato come un lord inglese e allergico ad ogni gesto che potesse far sospettare un qualche cenno di sottomissione, suo padre non era andato: tanto "le occasioni di conoscersi non sarebbero mancate." Il suo primo incontro diretto col nuovo prelato fu durante una riunione degli aspirantini. L'assistente della sezione, una giovane vedova, brutta e saporosa come uno scorfano, che aveva trovato nelle attivit di parrocchia un motivo di vita e di mistici orgasmi, essendo vicina di casa dei nonni, e avendo avuto modo di conoscere bene Nicola, lo aveva proposto per la vacante carica di delegato, col compito di redigere i verbali delle assemblee, e cio dei fervorini del cappellano e dei silenzi imbarazzati dei convenuti. L'arciprete non fece obiezioni e il nostro venne cooptato e arruolato tra gli intimi della nuova gestione parrocchiale. Di l, il passo a chierichetto con la tunichetta rossa come un cardinale, e la cotta bianca e merlettata, fu breve e quasi automatico. La rivolta dei cappellani Il nuovo arciprete si rivel molto attivo. Riorganizz le associazioni di parrocchia. Pubblic un foglietto settimanale. Spinse i giovani universitari dell'Azione Cattolica a irrompere, con la delicatezza d'un'orda di tartari, nella locale sezione della Democrazia Cristiana, il cui segretario era troppo laico, se non ateo, e successivamente nel comune ancora in mano ai separatisti. Avvi un

programma di restauri della chiesa e degli oratori. Sostitu le sedie di corda intrecciata, per usufruire delle quali bisognava pagare tre lire, con gratuite panche di legno, finanziate dalle famiglie pi abbienti, in cambio del diritto d'inciderci il nome. Mise lapidi a perenne (?) memoria dell'arciprete che queste cose aveva realizzato. E intanto riuniva, rimbrottava e stimolava i suoi cappellani che non facevano lo stesso nelle chiese minori. Ma in ci forse sbagliando. Fatta eccezione per padre Graziano che, sant'uomo, si occupava solo di malati, anziani e miserabili, e lo stimolava a sua volta con richieste d'elemosine e di interventi per i pi disperati, gli altri tre preti mal digerivano tanto sconvolgente attivismo. E vai dal Cardinale oggi, torna domani, vacci da solo e ritornaci in gruppo, le trame dei tre religiosi cominciarono ad aprirsi una breccia convincendo, prima, qualche amico monsignore di curia, poi lo stesso porporato di origine mantovana a sparpagliare il paese in quattro parrocchie. Nell'interesse dei fedeli e per loro propria maggiore autonomia. La quale decisione di Sua Eminenza arriv come un fulmine in una giornata di scirocco, in occasione d'una di quelle periodiche visite pastorali, solitamente riservate a cresimare i fidanzati alla vigilia delle nozze, e a offrire al presule un modesto bagno di folla locale. Fu cos che Padre Vincenzo della Chiesa Nuova (che nuova non era pi), Padre Tanino di San Francesco e Padre Vittorio della nuovissima chiesa di San Gaetano salirono al rango di parroci senza dovere cambiare paese come solitamente avveniva e avviene per queste promozioni.

Gibilrossa Nella piccola goticheggiante Chiesa Nuova, fatta costruire per voto dalla sua stessa famiglia, padre Vincenzo c'era quasi nato. Da trenta o quarant'anni, tutte le mattine ci diceva dieci minuti scarsi di messa. C'era quasi invecchiato. Ma nessuno avrebbe mai detto che nutrisse ambizioni di sorta. S'era solo accodato ai mugugni degli altri come il trombone che, in una banda di paese, fa zumpapph dietro al primo clarino. Paonazzo di pelle, carnacciuto per non dire sugnoso, la sottana imbrodolata e impiastricciata di tabacco da fiuto, con i primi tre bottoni allentati, pi d'un'asola sposata a quello sbagliato e il colletto rigido sempre per sghimbescio attorno a un collo taurino, ogni pomeriggio scendeva verso la chiesa madre. Qui aspettava il tramonto in compagnia dell'anziano Superiore e di qualche altro autorevole confratello della congregazione dell'Immacolata, tutti seduti e puntellati con una seconda sedia tenuta davanti come appoggio o a mo' di leggio, sul secondo pianerottolo in cima all'ampia scalinata. Recitava il breviario, commentava i passanti, s'accaldava sulle notizie di stampa. La gente diceva che fosse smodatamente goloso di fichidindia, frutto dagli effetti astringenti, e che una volta ne avesse fatto una tale indigestione da non riuscire ad andare di corpo per giorni e giorni, sicch c'era voluta tutta la scienza di lassativi e clisteri del medico-sindaco per dargli la stura. Quando non s'occupava della chiesa o dei passanti, seguiva distrattamente i poderi ereditati dal padre, il quale, essendo egli prete, gli aveva lasciato le terre pi grame: come le macerie dell'exconvento e della chiesetta di Gibilrossa e le contigue pietraie della Montagna Grande. Anni dopo, quando i neo-ricchi del paese avrebbero preso la fregola di costruirsi case in campagna, facendo a gara a mettere maniglie d'argento anche alle porte dei bagni, Gibilrossa, essendo collina con vista sul mare, sarebbe diventata la zona pi desiderata e desiderabile e quelle aree si sarebbero fortunatamente rivalutate. Con grande soddisfazione di nipoti e pronipoti, visto che la buon'anima non le aveva mai svendute. Se per l'anziano prete la Montagna Grande era solo un'inutile grande pietraia, buona sola per pagarci le tasse, per Nicola e i suoi amici era la sfida alla cima pi alta dei dintorni, l'avventura, il safari. La scalata era d'obbligo almeno una volta l'anno. E almeno una volta l'anno, tutti gli aspiranti

dell'Azione Cattolica s'arrampicavano per le ripide scarpate del piccolo monte, sgolandosi con pi alpine canzoni fino alla croce di legno (ma c' ancora?) della cima pi alta. Il safari avveniva in tre tappe: la prima fino al convento semidiroccato di Gibilrossa, con visita alla Madonna della cripta, nascosta tra i calcinacci della cappella; la seconda fino ad una grotta che loro sapevano, a tre quarti di montagna, e all'interno della quale sgorgava un'acqua freschissima che, con quel caldo, sembrava ancora pi dissetante; poi c'era il rush finale, con le gambe che non ne volevano sentire pi di andare avanti, qualche conato di vertigini guardando verso valle, il cuore che faceva patapn patapn, la gola secca per la recuperata arsura e per il respiro diventato grosso e affannoso. La cima finalmente raggiunta compensava ogni fatica e dava loro coscienza d'essere una piccola, eletta e privilegiata aristocrazia. La Chiesa Nuova era dedicata alla Madonna del Mese di Maggio. E l'unica processione che non partisse dalla chiesa madre, era organizzata dall'omonima confraternita. L'aspetto pi originale di questa devozione era la recente tradizione dei baldacchinetti: ombrellini quadrati che i quartieri tendevano a una certa altezza in mezzo alla strada nei punti in cui era previsto che la statua sostasse, per consentire ai fedeli affacciati ai balconi, o davanti l'uscio di casa, di spargere petali di rosa e ammirare meglio la Vergine e ai portatori di cambiare posizione o turno, o rinfrancarsi con qualche bicchiere di vino generosamente offerto dalle famiglie pi abbienti. Le spose contese La convivenza fra l'arciprete e i tre nuovi parroci non s'annunziava felice. Affrancati dal rapporto di dipendenza gerarchica, i tre sacerdoti si diedero a organizzare la propria autonomia, che era (o avrebbe dovuto essere) anche di libri parrocchiali, battesimi, funerali e matrimoni. Per i libri, non c'eran problemi: bastava rivolgersi agli stampatori e rilegatori giusti. Pi complesso e difficile fu inculcare nella gente che, da quel giorno, prima di battezzare qualcuno, o sposarsi, o morire, bisognava sapere qual era la propria parrocchia. E anche a saperlo, vai a togliere dalla testa delle spose o dei parenti dei morti che non potevano pi andare a maritarsi nella chiesa principale del paese o che avrebbero dovuto seppellire i propri defunti alla chetichella, senza che il campanone della chiesa madre rintoccasse per l'ultimo saluto e darne notizia, come fossero scomunicati o senza Dio! Nei matrimoni il lungo corteo, che dalla casa della sposa attraversava il paese fino alla chiesa madre, era una specie di marcia trionfale dell'Aida. Affacciate festosamente ai balconi, agli angoli delle strade, sulle porte di casa, o nascoste dalle gelosie se a lutto, tutte le ragazze da marito dovevano vedere e ammirare la sposa avanzare vittoriosa al braccio del padre o, in mancanza, d'uno zio o d'un fratello maggiore, con le bambinedamigelle che sostenevano il lungo velo e gli invitati che lanciavano confetti bianchi ai ragazzini che s'accalcavano lungo il tragitto. Tutte le ragazze da marito e anche quelle maritate dovevano vedere e, magari, criticare, se cos gli piaceva, l'acconciatura dei capelli, il corpetto dell'abito bianco o i ricami del velo, tutti fatti rigorosamente a mano da qualche sorella, o zia, o cugina. Amiche sincere o gelose, ex rivali e spasimanti delusi, parenti affiatati o preclusi per liti d'invidia o di roba, vicini cordiali o astiosi, tutti dovevano assistere al trionfo della sposa che saliva solenne la scalinata della chiesa grande, mentre l'organo suonava un Ciaikoski o uno Schubert orrendamente adattati e lo sposo aspettava impomatato e nervoso davanti l'altare. In Tunisia, come avrebbe scoperto da adulto, si portavano in processione anche i regali. Questi, in paese, rimanevano esposti sui tavoli e sui lettoni per qualche settimana prima dell'evento.

Cosicch chiunque si recava a omaggiare, mettiamo, un servizio da caff o di posate, poteva contare quanti altri analoghi servizi da caff (o posate) erano stati offerti alla sposa, da chi, di che fattezza e, essendosene fatta una cultura andando in giro con l'obiettivo di coniugare il costo pi basso con la qualit pi vistosa, anche di che prezzo. Alla vigilia delle nozze, le case delle maritande sembravano improvvisati negozi di porcellana con vasellame di tutti i tipi e per tutti gli usi che, ad ogni nuova sposa, cresceva in quantit e valore a indicare che ci si allontanava dagli anni bellici e s'avvicinava una qualche parvenza di benessere. L'usanza delle liste di nozze si sarebbe consolidata molto pi tardi. La cocciuta preferenza delle spose a celebrare i matrimoni nella chiesa madre divenne presto motivo d'attrito fra i parroci. Perch in questo modo, quella che avrebbe dovuto diventare la maggiore risorsa economica delle neonate prepositure rimaneva ancora appannaggio e reddito del dimezzato arciprete. Lo stesso valeva per i battesimi e i funerali. La guerriglia tra gli ecclesiastici and avanti per anni. Dapprima strisciante, poi sempre pi allo scoperto. Fino al punto che, nelle feste grandi, come Natale, Pasqua o San Giusto, per latitanza degli altri sacerdoti (ufficialmente impegnati anche loro a dire messa grande nelle proprie parrocchie), accanto a un padre Graziano che faceva il diacono, il posto di suddiacono dovette essere affidato al chierichetto pi alto. E questo, vestito di tunica e dalmata, ma senza manipolo, come un Santo Stefano, solo un poco pi imberbe, cantava l'espistola in latino e accompagnava l'officiante arciprete come fosse stato un chierico vero. La gente mormorava che era uno scandalo e il sindaco si rec in commissione pi volte a Palermo senza mai riuscire a parlare con il Cardinale Arcivescovo. Al quale parlarono, invece, gli altri parroci per lamentare la concorrenza sleale dell'arciprete, "che non voleva accettare e boicottava le nuove parrocchie", accaparrandosi matrimoni, battesimi e funerali e lasciando loro, dei sacramenti disponibili, solo quelli gratuiti, e cio le estreme unzioni, le confessioni e l'Eucarestia. (La cresima e il potere di ordinare preti appartenevano e appartengono ai vescovi). E, testardo com'era nelle sue decisioni, Sua Eminenza dava loro ragione. Sicch alla fine, dopo alcuni anni di picche, ripicche e denunce alla curia, l'eminentissimo porporato ed ermellinato arcivescovo decret di porre fine alla guerra delle spose rimuovendo dal paese la pietra dello scandalo. Quando la notizia si riseppe, a decisione irrevocabilmente gi presa, ci furono commissioni ufficiali e spontanee che andarono in curia per perorarne la revoca. Alcune vennero ricevute. Altre dovettero contentarsi di qualche segretario, d'un monsignore di terzo livello o d'un pi modesto beneficiale. Ad ufficializzazione del trasferimento, si venne a sapere che non c'era ragione di mugugnare: col suo pieno gradimento e consenso l'Arciprete era stato promosso canonico della Cappella Palatina, con titolo di monsignore, diritto di mitra e mantella viola e che, per la nuova dignit conferitagli, sarebbe venuto a officiare a Palermo presso un convento di suore. Versione, questa, che fu confermata dallo stesso Arciprete durante un'affollata e commossa messa d'addio. Ma il Cardinale e i tre parroci minori non avevano tenuto in conto due piccoli segni dei mutevoli costumi: con l'accresciuto benessere (o l'attenuato malessere), in paese aumentava, fino a inflazionarsi, il numero dei multitaxi e delle automobili da noleggio, mentre una nuova moda s'andava affermando tra le spose novelle: quella d'andare in chiesa sfoggiando strombazzanti cortei di macchine, per le quali la distanza che separava le case, anche pi lontane, dalla piazza del paese era troppo breve, e si cominciavano a prenotare le pi monumentali chiese di citt. La Cappella Palatina figurava ai primi posti nella classifica delle preferenze. La concomitanza di questi fattori avrebbe trasformato la decisione curiale in un piccolo boomerang. Con l'alta mitra bianca e la fodera viola sotto i merletti della tunica, tale e quale un vescovo, le

fotografie dei matrimoni celebrati da Monsignore Arciprete nella Cappella Palatina erano da fare invidia alle amiche rimaste ligie alle cerimonie di paese senza corteo di macchine, n ricevimento al Jolly. Roba da ricchi! E poich tutti, pi o meno, ricchi si credevano di gi, o speravano diventare al pi presto, o almeno volevano sembrarlo, in men che non si dica si registr una consistente migrazione di spose e di relativi motorizzati cortei verso la cappella reale del palazzo normanno. Monsignore (ma la gente continuava a chiamarlo Arciprete, dando del semplice Padre Tizio o Padre Caio ai suoi successori nella carica) riceveva i familiari degli sposi promessi nel suo salotto al piano terra nella stessa casa a stanze sovrapposte dov'era nato, all'angolo della stradina a elle che scendeva verso il chiassetto e la fontana delle lavandaie, detti "di Chimardi". Gli amici dello sposo e gli altri parenti, che li accompagnavano come se non conoscessero la strada, sostavano in attesa nella piazzetta antistante la chiesa del Collegio. Fissato il giorno, conciliando gli impegni dei campi o delle botteghe con l'agenda dei matrimoni di Monsignore, ai familiari incombeva l'obbligo di pagare alla parrocchia di competenza, oltre alle offerte d'obbligo per le pubblicazioni, anche una piccola tassa per il permesso di celebrare il rito in un'altra chiesa: una beffa, pi che una consolazione, per quei parroci che avevano sollecitato la promozione a canonico del concorrente arciprete proprio con l'obiettivo di accaparrarsi intera la torta dei matrimoni. Senza risolvere del tutto, per altro, il problema della preferenza dei fedeli per i battesimi e, soprattutto, per i funerali che, non avendo bisogno di particolari permessi, si continuarono a celebrare nella chiesa madre.

La teoria dell'ape regina


Era arrivato da solo poche ore e la notizia doveva aver fatto il giro di buona parte del paese. Nicola ne ebbe un primo vago sospetto mentre scendeva a piedi verso la piazza grande, incrociando gli sguardi ostentatamente distratti e indifferenti con cui si sentiva misurato da quanti incontrava. Un ragazzino, del quale non cap bene di chi fosse figlio n a quale famiglia appartenesse, ebbe l'ingenuo ardire di chiedergli apertamente: "Tu sei Nicola?" Ma non fece in tempo a riscuotere la risposta, perch un omone mai visto, con uno scappellotto ben assestato, aveva gi provveduto a reprimere tanta sfacciataggine, dispensando contemporaneamente all'ospite un largo sorriso di scusa. La conferma del tamtam fatto dai vecchi compagni di scuola la ebbe al bar che fu dei Piazza, dove suo padre, la sera, era solito incontrare amici, fornitori e dipendenti: mentre si sforzava di risolvere il sempre amletico dubbio se tentare il suo sistema digestivo con un caff strettissimo o una tazza di t, un tale gli porse tre o quattro volumetti dicendo che erano omaggio del poeta Lo Bue. "Gaspare Lo Bue, non lo ricordi?". Nicola non ricordava. In terza pagina del volumetto dal titolo "Amuri e puisia", il poeta si presentava dietro due magnifici baffi, con alle spalle una fiera di coppe, targhe, medaglie, premi e diplomi. Ma neanche questo aiut Nicola a ricordare. Una presentazione di cortesia dell'avvocato Santo Platino, che in giovent contendeva all'arciprete Romano il ruolo di coscienza storica del paese, lo collocava in una specie di piccolo Parnaso di poeti locali; ma per Nicola quei nomi significavano poco, per non dire nulla. Prov a sfogliare il pi voluminoso dei libretti. Nica, nicuzza mia, bidduzza e duci si lu meli 'ncilippatu c'ammi piaci russa, 'nfucata comu un forti luci, tu sula mi rimetti un cori 'n paci. Per un istante l'attacco (Piccola, piccolina mia, carina e dolce) gli fece tornare a mente il Rosa fresca aulentissima di Ciullo d'Alcamo. Ma solo per un fugacissimo istante. Prov a tradurre anche gli altri versi per la moglie, ma si blocc subito davanti all'espressione meli 'ncilippato (miele candito): che senso aveva? Prov a sfogliare ancora. Scorse con gli occhi altre strofe dalla metrica piuttosto soggettiva, in un siciliano corrotto dalle esigenze di rima o imbastardito dalla troppa tv. Molto meglio i versi spontanei di 'zu Tanu, l'anziano contadino-filosofo-poeta che abitava all'angolo del cortile Paternostro con la figlia, il genero e due nipoti! Il ricordo di 'zu Tanu gli apr un altro squarcio. Ne rivide il volto stampato da solchi lunghi e profondi, la risata mezzo sdentata, il cranio lucido senza neppure una reliquia di capello, la postura ad arco che sottolineava una brutta scoliosi, appesantita dalla fatica della zappa, dal fardello degli anni e dai reumi mal curati. Risent l'eco di quel suo parlare cadenzato, quasi si esprimesse in versi infiorettati da involontarie rime, in un siciliano inframmezzato da americanismi, subito corretti da una impellenza di purezza di lingua. Sembrava che in lui perennemente confliggessero due anime: l'americana pragmatica e spiccia, e quella sicula (che al contempo araba, greca e latina). Gli vennero a mente le sue tesi forti, per le quali era oggetto di scherno nei bar e, per questo, rimbrottato dal genero e dalla figlia. Avendo trascorso in America buona parte della sua giovent, 'zu Tanu era l'unica persona nel raggio di molti chilometri che parlasse correntemente l'americano. Ci dava a Nicola una forte ragione per frequentarlo assiduamente, sospinto com'era da quella smania d'evasione e di lingue straniere che

covava fin dalla pi tenera et. Fu un vero peccato -si rimmaric dopo tanti anni- non avere mai preso nota anche delle sue improvvisazioni poetiche, con i versi che fluivano freschi senza alcun bisogno di aggiustamenti e correzioni, le rime spontanee e naturali, senza forzature, n deviazioni dal tema. Ma anche gli altri pi adulti, e lo stesso arciprete che ne apprezzava e lodava la scioltezza poetica, perch non ne avevano mai fissato su carta almeno uno strofa? Ascoltando 'zu Tanu, il piccolo Nicola aveva imparato a rotolare con la lingua le erre, a mangiarsi le ti, a impastare consonanti e vocali. E, poich 'zu Tanu non sapeva n leggere n scrivere, aveva dovuto sviluppare un proprio alfabeto fonetico per annotare a margine dei quaderni di scuola il glossario brucculinese che andava quotidianamente imparando. Il ritorno dei marziani In quegli anni era frequente parlare di dischi volanti e la Domenica del Corriere e la Tribuna Illustrata avevano dedicato pi d'una copertina agli avvistamenti di Ufo. Di marziani si parlava spesso anche nei bar e nei saloni di barbiere. Da qui le notizie si diffondevano verso i crocicchi, le botteghe e le fontane, dove le donne e i bambini sostavano per rifornirsi a turno di mercanzie o dell'acqua, o semplicemente per stare in compagnia. Come un'eco, poi, corrette, aggiustate e ampliate dalla fantasia popolare, tornavano a meravigliare quegli stessi che, leggendole di prima mano da un trafiletto del Sicilia o de L'Ora, avevano dato l'avvio a quella metamorfosi informativa di ritorno. Succedeva spesso, cos, che un avvistamento di dischi volanti segnalato, mettiamo, a Latina, prima di sera diventasse una missione di marziani recatasi a Roma in grandissimo segreto per visitare il Papa. Le opinioni della gente erano variegate. Molti prendevano queste notizie per oro colato, sostenuti da quell'incrollabile fede in tutto ci che provenga da una fonte stampata. Altri erano scettici. I pi, invece, le ascoltavano con indifferenza, essendo maggiormente preoccupati dall'urgenza di tirare a campare. Forte delle sue quattro o sei traversate dell'Atlantico, sull'argomento 'zu Tanu aveva sviluppato una sua particolare teoria che, pur accettando gli Ufo, i dischi e i sigari volanti, tendeva a ricondurre il fenomeno a dimensione umana. Per 'zu Tanu, i marziani, in quanto specie, non esistevano. Non potevano esistere. Certamente si trattava di umani, emigrati chiss quando e con quali mezzi, verso altri pianeti, come gli europei e i neri che avevano popolato l'America, e che dal loro nuovo mondo tornavano di tanto in tanto verso la Terra, come per rivedere discretamente i parenti rimasti al paesello d'origine. In questo modo 'zu Tanu riusciva a conciliare perfettamente l'incontestabilit delle notizie sugli Ufo riportate dalla stampa, con l'ancora pi incontestabile verit rivelata agli uomini dal primo capitolo della Genesi. L'apiario Per darsi una certa autonomia finanziaria di toscani e di mancette alle nipoti, ma soprattutto perch le api lo intrigavano, 'zu Tanu aveva installato alcune arnie lungo il ciglio di confine d'un piccolo appezzamento coltivato a grano in localit Braschi, e qui trascorreva gran parte delle sue giornate, quasi che, vigilato perennemente dal proprietario, l'alveare producesse miele migliore e in maggior quantit. In realt, come un entomologo di professione, se ne stava a osservare i comportamenti dello sciame. Frattanto fantasticava una sua particolare visione sul futuro della specie umana che, a suo dire, prima o poi, avrebbe finito col rassomigliare al mondo delle api, con poche femmine in grado di procreare, altrettanto pochi maschi in grado di ingravidare le prime e una massa di soggetti dal sesso incerto, capaci soltanto di spassarsela e di lavorare.

'Zu Tanu trovava conferma alla sua tesi nel numero, a suo dire, crescente di gay in America e in quello delle coppie con pochi o senza figli anche in paese. In un periodo in cui il machismo era un valore indiscusso e l'omosessualit fortemente repressa, o almeno pudicamente nascosta, questi discorsi strampalati di 'zu Tanu suscitavano l'ilarit generale degli avventori dei bar e della gente raccolta in piazza a capannello ad ascoltare e a dire ciascuno la sua. Ma ci che faceva pi sbellicare era un'altra trovata del contadino-filosofo-poeta. Sosteneva, infatti, che in rapporto alla dimensione corporea, gli esseri pi intelligenti del creato sono le formiche e le api e che, se qualche scienziato pazzo fosse riuscito svilupparne una razza della nostra stessa statura, questa avrebbe preso il sopravvento ed eliminato la specie umana dalla faccia della Terra. Il salutatore A periodi, le teorie di 'zu Tanu erano tra gli argomenti pi dibattuti da quella nutrita schiera di sfaccendati, in organico stabile presso i tre o quattro bar del paese, i saloni di barbiere e le due o tre sezioni di partito o sindacato, occupati soltanto ad ammazzare il tempo nell'attesa delusa che qualcuno li accottimasse per qualche lavoretto in campagna o nei rari cantieri. Tra questi c'era un Tizio, impiegato fisso della sezione del Fronte del Popolo, il quale si sforzava di dare senso alle sue giornate standosene perennemente a cavalcioni su una sedia piantata all'ombra d'una bandiera rossa, sotto l'occhio vigile d'un manifesto di Garibaldi, davanti la grande porta del locale. Cavalcando il suo scanno all'incontrario, ne usava la spalliera come un balconcino dal quale dominava la vista sul corso XXIV Aprile e ne controllava i passanti. Affacciato al suo poggiolo, con le spalle rivolte al muro, questo Tizio era in perenne agitazione. Si sbracciava. Sventolava le mani. Allungava il collo come se qualche centimetro di pi avesse potuto allargargli di tanto la visuale sulla strada. Regalava sorrisi. Chiamava per nome. Si sgolava in saluti. Si prodigava in riverenze e complimenti verso quanti intravedeva passare. Anche pi volte nella stessa giornata, si informava sui bambini che facevano la rosolia o gli orecchioni, sulle ragazze che si preparavano a maritarsi, sulle case o le terre da vendere e da comprare, sui lavori nei cantieri o nei campi. Se qualcuno passava dall'altro lato della strada, o era di fretta, o la pensava politicamente in modo visceralmente diverso, si limitava a qualche "ahah!", a un finto scatarro, o a qualche sguardo ammiccante, aspettando di incassarne almeno un altro "ahah!", un mezzo sorriso, un cenno di mano o di capo a titolo di ricevuta di ritorno. A qualunque ora del giorno il Salutatore era l, a cavallo della sua seggiola, come se quell'avamposto politico fosse il centro d'accoglienza del paese, e lui l'addetto alle relazioni pubbliche, incaricato di far sentire a proprio aggio quanti scendevano verso la piazza Comitato, o ne stavano risalendo. Come campasse era un piccolo mistero. Forse riceveva periodiche somme da uno zio scapolo emigrato in America. Forse godeva d'un piccolo sussidio per una presunta invalidit civile. Forse era il partito a passargli un minuscolo mensile per quell'attivit di contatto (questo, almeno, era il sospetto malizioso di mastro don Nicola padre). Oppure erano contemporaneamente e parzialmente vere, ma imprecise, tutte queste ipotesi. Che fine aveva fatto? Quando Nicola chiese notizie, nessuno seppe rispondergli. La sezione del Fronte del Popolo, subito diventata del PCI e ora del PDS, era stata trasferita da epoca immemorabile. Del Salutatore che tutti conosceva, riveriva e intratteneva non si ricordavano pi. Neanche il nome era sopravvissuto. Come se non fosse mai esistito!

Qualcuno che credeva di conservarne ancora uno sbiaditissimo ricordo disse che, se non era morto, probabilmente era andato a invecchiare da una sorella pi giovane a Villabate. E, d'altra parte, chi avrebbe dovuto salutare oggi, visto che anche per fare cento metri, la gente non riesce pi a fare a meno della macchina? Passeri e calabroni Quando 'zu Tanu passava, il Salutatore aveva una tripla ragione d'esagitarsi. Oltre al proprio, infatti, aveva da passargli i saluti dello zio americano, che aveva scritto proprio in quei giorni per ripetere, insieme a pochi nuovi dollari , le stesse vecchie frasi di tutte le altre lettere passate; inoltre doveva scusarsi se, la volta precedente, qualche buontempone infiltrato tra gli ascoltatori lo aveva offeso insinuando che forse lo scienziato pazzo delle api fosse proprio lui, e chiedendogli, tra le rumorose e vuote sganasciate degli altri, se, come primo passo, non avesse gi tentato di incrociare i passeri con i calabroni.

L'Incontro
Saruzzu Non era facile riconoscere in quelle canizie e calvizie, in quei volti appassiti di gente in pensione o quasi, in quei corpi appesantiti o sformati dal lardo, dagli acciacchi e dagli anni, i bambini con i quali aveva giocato, studiato, corso, riso, pianto, forse anche litigato, mezzo secolo prima. Perfino Giusto gli faceva la stessa impressione e, certamente, anche lui a quelli altri. All'appello mancava soltanto Saruzzo, il "fantasma" del castello. "Abita a Trapani, gli spiegarono, e non siamo riusciti a chiamarlo." Meglio cos. Almeno di lui potr continuare a conservare il ricordo di ragazzetto nervoso, magrissimo, con gli occhi e i capelli castani, braghe corte e maglietta azzurra di cotone, che allora nessuno chiamava T-shirt, saltellante come un capretto tra le rocce della collina del castello ad acchiappare pettirossi col vischio, capace di scappare dal collegio e farsela a piedi da Palermo a Gibilrossa, e poi gi sino al Piano Stoppa, dove suo padre aveva una vigna, e infine sino al paese, ma non a casa, mentre parenti, carabinieri, guardie giurate, parroci, sagrestani e amici lo cercavano con ansia e trepidazione. Nella sua memoria, solo Saruzzo rimarr sempre bambino come nella foto di classe della terza elementare con la maestra Giardina. Gli stucchi del Serpotta Nell'ampio terrazzo della casa di campagna, in localit Braschi, alcuni chilometri appena fuori del paese in direzione di Bolognetta, alla cena organizzata da Giusto con i vecchi compagni d'infanzia per festeggiare Nicola, c'era un ospite in pi. Era don Silvio, loro compagno di scuola alle medie, ora arciprete e animatore della locale tv. "Perch non vieni a trovarmi in parrocchia?", gli chiese. E lui, che ne aveva gi l'intenzione: "Vengo domani." Salire le scale della chiesa madre gli dava la sensazione di tornare nel grembo materno alla ricerca dell'Io bambino. I larghi gradini di pietra, il primo pianerottolo a met scalinata, la seconda rampata di scala e il pianerottolo prospiciente il grande portale con in cima il rosone preludevano l'ingresso in una specie di tempio del tempo, dov'era depositato tutto il suo passato d'infanzia. Superato il secondo pianerottolo, dove cappellani, confratelli della congregazione dell'Immacolata e sfaccendati sedevano per prendere l'ultimo sole, recitare il breviario e contare i passanti, entrando non vide il grande fonte battesimale davanti al quale era stato fatto cristiano. "L'avevano gettato in una specie di discarica", gli spieg pronto don Silvio, il quale lo aveva ripristinato vicino all'altare maggiore. In quei trenta o quarant'anni d'assenza, l'interno del tempio era stato stravolto. L'abside del coro si scalcinava per l'umidit secolare. Il solenne altare di marmo era stato asportato e sostituito con una costruzione moderna issata l dove prima una magnifica balaustra separava gli officianti dai fedeli. Il coro con gli scanni in legno era stato smantellato, e successivamente recuperato dal nuovo arciprete nella contigua cappella della Congregazione dei Trentatr. Allo stesso modo era stata riattivata la balaustra, risistemata davanti alle prime due cappelle laterali. Sulla sinistra, vicino all'altare si ergeva il fonte battesimale, che lui invece ricordava davanti la prima cappella a sinistra di chi entra. Le lapidi poste dall'arciprete Romano, quando, lui ancora bambino e partecipe testimone, aveva rifatto i pavimenti di marmo e riscoperto una piccola cripta centrale, erano state divelte a vantaggio

dei marmi di altri nuovi arcipreti. Dell'organo che accompagnava i matrimoni e i funerali di tutto il paese, s'era persa ogni traccia. L'urna d'argento con le ossa del protettore, un presunto Sanctus Justus, martire cagliaritano, omaggiato secoli prima ai e dai signorotti del posto, era stata oggetto d'un furto sacrilego e, dopo il ritrovamento, non ancora del tutto restaurata. Unici punti fermi erano i grandi stucchi barocchi forse di Giacomo Serpotta, rappresentanti i quattro evangelisti, San Pietro e San Paolo, e i puttini bianchi svolazzanti sulle pareti delle cappelle. Il palio di San Giusto Martire vero o presunto (di quale morto i parenti e gli amici non scrivono sulla lapide essere stato Santo e Giusto?), scoperto o fantasticato in un tempo in cui la smania per le reliquie contagiava clero, mercanti, castellani e masse devote, San Giusto proteggeva il paese da sempre. Pace o guerra, abbondanza o carestia, la sua festa grande cadeva l'ultima domenica di agosto che, del resto, in tutta l'Italia, prima che si scoprissero le villeggiature al mare o in collina o le ferie all'estero, sempre stato mese di sagre religiose e, poi, di festival dei giornali di partito. La kermesse durava tre giorni: dal venerd alla domenica. Il quarto, si andava in scampagnata, si direbbe fuori porta, in direzione di Palermo, dove c'era e c' ancora, inghiottita da un quartierone di case, un cappella, quasi una chiesina, dedicata al santo. Un paio di domeniche prima, dopo un anno di raccogliere oboli tra i frequentatori delle piazze e dei bar, il comitato organizzatore faceva sfilare per le strade tamburi, labari e pal, e dal numero di questi ultimi si poteva sapere quante corse di cavalli si sarebbero disputate lungo il percorso principale del paese nei tre giorni di festa. Su tutte le curve dell'asfalto, e in specie su quelle strettissime all'imbocco e all'uscita dalla piazza Comitato, il cui pezzo forte la grande fontana con tredici bocche d'acqua progettata e scolpita dal Civiletti, venivano scaricati carretti di sabbia rossa per non fare scivolare i cavalli. Le piazze del paese si riempivano di edicole profumate e colorate da mille tipi di torrone, frutti di marzapane cassatine e caramelle filate. Alle quali si aggiungevano i banchettini ambulanti dei venditori di semi salati di zucca e di ceci abbrustoliti (in siciliano calia) e, attaccati a questi, per lenirne provvidenzialmente l'arsura, precarie mescite d'acqua insaporita da secche spruzzate d'anice, o zamm che dir si foglia. Alle Grazie sostavano i venditori di stiggioli, ossia di budella di capra (o maiale?) arrosolate alla brace su fornelli mobili, il cui acre profumo riempiva pesantemente l'aria, destando languorini gastrici anche in coloro che non li apprezzavano. Non molto lontano, attorno ai carboni ardenti e alle pentole maleodoranti, s'affaccendavano i venditori di pani c'a meusa (panini con milza, che oggi possibile gustare solo a Mondello e in poche altre rosticcerie). "Assa trasi, assa trasi", sbraitavano verso i passanti per invitarli a entrare nella loro improvvisata e del tutto ideale tavola calda. E agli avventori, che s'accalcavano davanti al banchetto sventolando le pattuite dieci o quindici lire: "A voli schetta o maritata?" Cio: la milza la vuole semplice, o sposata ad una fettina di ricotta? Su altri banchetti mobilissimi (a scomparsa, nel caso una guardia curiosa volesse vedere), si poteva giocare alle tre carte: "Questa vince, questa perde, questa vince" e gli allocchi, prima vincevano due tiri, poi ci lasciavano pure la camicia. Le botteghe dei macellai s'affollavano di gente smaniosa d'assaggiare la prima salsiccia dopo la stagione pi calda e di sancire una volta per tutte, ma senza mai trovare un accordo, quale beccheria avesse la ricetta migliore. I sarti a domicilio avevano un gran da fare a prendere misure, mostrare le pi recenti raccolte di figurini francesi stampate a Milano, sforbiciare sulle pezze odorose di telaio, imbastire, correre dal cliente a provare, cucire, stirare perch, il giorno del santo, mezzo paese voleva sfoggiare un abito nuovo.

L'occasione era propizia per annunciare matrimoni, presentarsi a suoceri o consuoceri, nominare padrini di cresima, visitare parenti e dare in chiesa meno avare elemosine. Per l'arciprete e le pie donnette, il clou della festa era la messa grande, seguita da un buon quarto d'ora d'assordante tatat bum-bm che preludeva i fuochi d'artificio della sera. Al pomeriggio si portava in processione l'urna d'argento col teschio e le due tibie del santo ma, a pensarci bene, mancava quella devozione convinta e commossa che si sprigionava nell'aria per la festa dell'Immacolata. Per la maggior parte della gente, in paese, il culmine della sagra era la corsa dei cavalli, che ora non s'usa pi perch il prefetto l'avrebbe vietata (o convincentemente sconsigliata), pare per scoraggiare qualche organizzazione di scommesse clandestine.

La paglietta della festa La casa di Nicola aveva un balcone sulla strada principale e da l si potevano vedere sbucare i cavalli in uscita dalla curva della piazza e seguirli comodamente fino al Collegio e oltre, perch la strada era dritta fino all'arrivo e, se non fosse stato per la gente che subito invadeva tutta la corsia, quasi si sarebbe potuto intravedere qual era il cavallo vincente, o almeno avere conferma di quelli perdenti. Mezz'ora prima che la gara cominciasse, ma alcuni anche pi in tempo, mentre ancora sua madre non aveva finito di sciacquare e riporre i piatti e le posate del servizio bello usato per il pranzo, arrivavano trib intere di zii, parenti, vicini e conoscenti a contendersi quei centodieci centimetri per tre metri scarsi di balcone da dove seguire le corse. Un anno, che era venuto anche lo zio Giusto, non riuscendo con tanta folla a vedere i cavalli, Nicola se n'era rimasto all'interno della casa alla ricerca d'altre pi accessibili amenit. E quella che pi lo colp fu la paglietta nuovissima dell'anziano fratello del nonno materno, appena comprata in citt, e della quale il proprietario era fierissimo. Cappelli cos rigidi non ne aveva mai visto, perci gli sembr doveroso provarne la consistenza sedendocisi sopra come fosse uno scannetto. Il disastro fu immediato e invano tent di risistemare con cura la reliquia sulla stessa sedia dalla quale l'aveva prelevata ancora integra. Quando, a corse finite, gustato a mo' di commiato il tradizionale bicchierino di rosolio, lo zio Giusto fece per incappellarsi con la paglietta non pi tale, il misfatto venne subito allo scoperto tra l'ilarit generale e la stizza mal celata del malcapitato zio. N ci volle molto a scovare il colpevole che se ne stava compunto dietro una sedia ad aspettare rassegnato l'ineluttabile e meritata condanna. "Ccacc Nicola" Un altr'anno fu lui a rimanere scornato per una simile scelleratezza. A suonare scampoli della Tosca, sul palchetto di legno eretto al centro della piazza grande, era venuta la banda di Belmonte, nella quale i parenti della nonna materna, dal direttore al suonatore di piatti, erano maggioranza e, con essa, una folla di cuginetti di secondo, terzo e quarto grado. I giovani congiunti, mentre gli adulti guardavano i cavalli in corsa, s'accalcavano attorno al suo "Ccacc Nicola", ossia il cavallino a dondolo di legno e cartapesta, regalatogli dal nonno Giovanni in occasione della festa dei morti, in memoria e lode degli ascendenti di parte materna. L'orda dei cugini faceva ressa attorno al dondolante simulacro d'equino e gi pugni, spintoni e graffi per arrampicarcisi sopra. Il pi cresciuto di tutta la ciurma, il cugino Nicola, s'impose con la ragione delle sue braccine pi forti e, sedato l'arrembaggio, con diplomatica equidistanza, ne fece sistemare contemporaneamente tre o quattro sulla groppa del dondolante destriero. Rimasto escluso dall'allegra compagnia, il nostro Nicola si mise a frignare a gran voce che il

giocattolo era suo e che scendessero tutti e lo lasciassero in pace. Di fronte a tanta vibrata protesta, il cugino Nicola ebbe un guizzo di genio e, sollevatolo con ogni sua forza, lo iss sulla coda al vento del cavallo, anch'essa di cartapesta, ma non rafforzata da alcuna anima di legno. La quale svolazzante appendice, non potendo reggere il peso, fran subito per terra assieme allo scornato cavaliere. Primi passi Un'altra festa di San Giusto rimasta impressa nella sua memoria fu quando, sempre durante le corse, il suo fratellino, che a poche settimane dalla nascita aveva dovuto subire sofferenze tremende per via d'una osteomielite alla gamba sinistra e, operato e rioperato all'Ospedale dei bambini di Palermo, sembrava non dovesse mai camminare da solo, finalmente riusc a gettare i primi passi senza aggrapparsi alle sedie. Fu lui a notarlo per primo e a darne, felice, la lieta notizia agli astanti. I quali, dimentichi dei cavalli al galoppo, in quei primi incerti passetti, cos avanti negli anni rispetto alla media degli altri bambini, trovarono un pi impellente motivo di doppio rosolio. E via alle commozioni per la grazia del Santo, elogi alla madre e lodi, incitamenti e mancette al piccolo eroe, che ormai si esibiva con rinfrancata perizia. I balocchi dei morti Passato San Giusto, i venditori ambulanti di torrone, semini e calia tornavano in paese per la festa dei morti. Tornavano in compagnia d'una folla d'altri venditori di pupe e sangiorgio di zucchero, bambole di celluloide, fucili a molla, Pulcinella che battevano i piatti azionati dalla frizione di due rotelle e cavallini di cartapesta, carrettini di legno, zufoli, trombette, pistole, macchinine e motorette di latta stampata. Solo nel paese dei balocchi se ne potevano trovare di pi belli e in maggiore quantit. Stabilivano i loro quartier generali sulla piazza grande, alle Grazie o alla Fontana Nuova e, sopraggiunta la sera, illuminavano la mercanzia con grossi lampioni ad acetilene. E anche in mancanza degli archi con le luminarie in serie, riservati alle feste pi grandi, le vie e le piazze, buie fin dall'avemmaria, ne assumevano ugualmente pi caldi e luminosi colori. Gli innamorati acquistavano bambolone di zucchero per le spose promesse. I padri, i nonni e gli zii compravano giocattoli per i pi piccini. La mattina del due novembre, prima di andare al cimitero a portare candele e fiori di crisantemo, e recitare un rosario sulle tombe dei propri cari, tutti i bambini e le fidanzate dovevano trovare un regalo. Le ragazze sapevano bene da chi arrivava e a chi dovevano dare un furtivo grazie di baci. I bambini si alzavano prestissimo per censire i doni depositati la notte assieme a dolcetti, fichi secchi e qualche rara caramella, ma agli adulti era d'obbligo dir loro che tutti quei doni erano stati portati dai parenti defunti. Questa tradizione, contribu moltissimo a rendergli familiari e amati nonni e bisnonni, che conosceva e riconosceva dalle foto tarlate appese alle pareti delle stanze e per le storie raccontate in famiglia, e tutti gli altri parenti passati a miglior vita. E, che delusione, quell'anno in cui, essendo in strettezze economiche, suo padre, per risparmiare un giocattolo, gli svel il grande segreto e lo condusse con s a comprarne solo per gli altri fratelli! Aveva sette anni e andava per gli otto. Al cimitero, quel giorno, era tutto uno sparare di fucilini e pistole, un agitare di bambole e cavallini di cartapesta e non si riusciva mai a capire se quella fosse una festa per i vivi o un lutto per i morti.

Germogli di grano Ugualmente ambigua era, il venerd santo, la peregrinazione da una chiesa all'altra per celebrare la morte in croce del Cristo. Ai piedi degli altari si preparavano i lavuredda che erano specie di presepi della crocifissione fatti con tappetini di frumento appena germogliato. Per il "Monaco" erano un'allegoria della resurrezione, perch prima di germinare e diventare spiga, il seme deve morire, ma al contempo erano un'implicita preghiera perch non mancasse l'acqua, e il raccolto fosse abbondante. Ed pi con questa speranza che i devoti venivano a deporne rettangolini staccati dai propri poderi davanti alla croce o alla bara del Cristo Ges. Lui ricordava, come se fossero di ieri, queste peregrinazioni da una chiesa all'altra e la gente che s'accalcava per vedere e toccare i lavuredda, e la processione con le candele in mano per tutto il paese dietro la bara del Cristo morto, mentre la banda del maestro Piazza suonava lente, cadenzate, sfilacciate, ma ugualmente struggenti note di marce funebri. Le stesse che accompagnavano ogni altro funerale e che, per associazione d'idee, rattristavano pi per il ricordo dei propri cari defunti, che per la passione e la morte del Nazzareno. Sabato di resurrezione Ma il lutto del venerd santo era di brevissima durata e gi al mezzogiorno del sabato - lui non ha mai capito come facesse l'arciprete e la chiesa intera a dire che quello era il terzo giorno dalla crocifissione-, cio appena diciotto o venti ore dopo il rito della morte, con la messa solenne del sabato e la "calata della tela", il Cristo veniva dichiarato risorto e il periodo quaresimale concluso. Al Gloria in excelsis Deo tutte le campane venivano slegate e, in un'orgia di dan dan dan, gli aiutanti del sagrestano slegavano e lasciavano cadere il telone sul quale varie tonalit di nero lasciavano indovinare in controluce l'immagine d'una grande crocifissione. Cadendo, il sipario scopriva la vista d'una statua di Ges trionfante sulla morte, e i fiori e le luci dell'altare maggiore che, per per tutta la quaresima, il lenzuolone aveva celato. Da come la tela calava gli astanti traevano auspici sui raccolti dell'anno: abbondanza, se l'ammaino era dolce; carestia se, invece, era tormentato e rabbioso. In quello stesso momento -se ne ricordava benissimo- a casa, sua madre (ma chiss quante madri) con un bastone di scopa batteva tra le gambe delle sedie, sotto i piedi dei tavoli, dei letti e degli armadi con tutta la forza che poteva, intimando a Satanasso, che chiss perch avrebbe dovuto annidarsi in cos scomodi nascondigli, di abbandonare la casa perch Cristo era risorto. E invece del Christs ansti dei greco-albanesi, ad ogni colpo di scopa, mentre a lui si accapponava la pelle, intimava: "Nesci fora bruttu 'bbreu, ca Ges risuscitau". Letteralmente significa "esci fuori brutto ebbreo, perch Ges risuscitato" e la dice lunga sul tipo di identificazione inconscia fatta in passato da una certa chiesa tra il demonio e il popolo di David. Sua madre, ovviamente, non sapeva che il cognome del marito potrebbe essere d'origine ebraica. Col sabato santo si riponevano le battole o troccole, che negli ultimi quaranta giorni sagrestani e volenterosi avevano agitato agli angoli di tutte le strade per fargli emettere il loro sgraziato tatat in sostituzione del din don dan delle campane legate per la quaresima. Un anno, che il padre era in vena, anche lui ebbe una piccola troccola, fatta da una tavoletta di legno contro la quale, agitando, al posto delle maniglie di ferro di quelle pi grandi, battevano due tavolette laterali legate da un filo di spago. Le vera festa di pasqua veniva celebrata al mattino della domenica. Verso mezzogiorno, dalla chiesa del Collegio si avviava, in direzione della chiesa madre, una prima processione con una Madonna piangente, ammantata d'un velluto nero finemente ricamato in oro.

In direzione opposta, con partenza dalla chiesa madre, procedeva una processione pi grande con un Cristo risorto. Entrambe le statue erano issate su leggere basi di legno di forma quadrata, i cui angoli venivano appesantiti da enormi mazzoni di fiori, primizie, nastri e bandierine, addobbati a forma di pigna. All'inizio, le due processioni procedevano, lente e dolenti, ciascuna per proprio conto e percorso. Poi, arrivate l'una in vista dell'altra, e avendo la Madre scorto il figliolo risorto, i portatori si lanciavano in corsa, con le statue in precario equilibrio, per simularne l'incontro tra due ali di folla osannante. Il drappo luttuoso dell'Addolorata, lasciato cadere con tempestivo sincronismo, sottolineava il momento dell'abbraccio, dopo di che le due processioni, congiunte e giubilanti, percorrevano insieme le strade principali del paese. L'incontro tra le due statue avveniva quasi davanti al balcone di casa sua e, da piccolo, non ci fu anno che Nicola ne perdesse un solo fotogramma.

Mafia
Festa in casa Il matrimonio della zia Rosina fu celebrato in casa. L'altare era stato allestito nello stanzonesoggiorno che dava sul cortile, ma subito dopo la cerimonia, officiata dallo zio prete, venne immediatamente smontato per fare posto a una pi laica tavolata per il pranzo di nozze. Il portoncino che d sul corso era stato inghirlandato con drappi e fiori freschi. Il balcone con una vistosa coperta ricamata a mano. "Roba da ricchi!", commentava la gente in paese. E cos lasci che si dicesse mastro don Nicola nonno, sebbene fosse di natura schivo e poco incline, se non allergico, all'ostentazione. Gl'importava soprattutto nascondere ai pi il compromesso faticosamente raggiunto con la mafia del paese per consentire alla figlia Rosina di sposare l'uomo che amava. La ragazza era stata oggetto della corte asfissiante d'un picciotto, focoso nei sentimenti come nell'uso della lupara. Il quale spasimante, male avvezzo com'era a non sentirsi mai dire di no, minacciava spropositi se la Rosina, che preferiva le attenzioni e le serenate magistralmente suonate al mandolino da un giovane agricoltore di nome Filippo, si fosse sposata con altri. Per dirimere la questione c'erano state ambascerie tra la famiglia del giovanotto, i capimafia del paese, e padre Cosimo che, essendo sacerdote, rappresentava pur sempre una non minore autorit. Che la ragazza avesse il diritto di sposare chi pi le aggradava sembrava scontato anche per logica mafiosa. Semmai, sarebbe spettato al padre imporle uno sposo. Ma mastro don Nicola, il quale a Misilmeri era arrivato da Linguaglossa seguendo il tracciato delle mulattiere che andava asfaltando, e ci si era fermato per amore d'una brunetta diventata sua moglie, non ci pensava neppure. Come un macigno, per, si poneva il non trascurabile problema della mafiosissima famiglia dello spasimante respinto. La quale, in un matrimonio appariscente e sfarzoso, avrebbe letto un affronto alla propria onorabilit e autorevolezza: una taggiatina di faccia, uno sfregio sul volto: molto pi che uno schiaffo morale. La cosa migliore, suggeriva con apparenza moderna e liberale il capomafia d'allora, sarebbe stata una tranquilla fuitina: cosa fatta capo ha, e la famiglia dello spasimante deluso -sapeva, ma non diceva- avrebbe potuto lasciare intendere che era meglio cos, perch la ragazza non era seria e chiss con quanti altri aveva fatto la smorfiosa prima di quella fuga d'amore. Una specie di autocalunnia che, come il carbone, seppur non tinge, sporca lo stesso col fumo del sospetto: u carbuni, s'un tinci, mascaria. Fu per trovare una pacifica mediazione tra la pretesa mafiosa della fuitina organizzata, e una festosa e fastosa cerimonia nuziale come mastro don Nicola poteva permettersi e avrebbe preferito, che padre Cosimo escogit il compromesso della cerimonia tutta in casa, senza corteo fino alla chiesa madre e con gli invitati selezionati e contati in funzione dello spazio disponibile e della necessit di non strafare: una mezza soddisfazione per l'arrogante famiglia dello spasimante respinto, ma agli occhi degli ignari una sciccheria aristocratica di cui le comari avrebbero potuto spettegolare, raccontandosi il disegno dell'abito della sposa cucito da un sarto di Palermo (quelle che l'avevano visto o ne avevano avuto una descrizione di prima mano), i regali ricevuti anche da quanti per ragioni di spazio e di convenienza non erano stati invitati (ed erano i pi), i nomi e l'abbigliamento dei presenti, le portate del pranzo. Un capolavoro di diplomazia rurale di cui padre don Cosimo discretamente s'inorgogliva, mentre ciascuno poteva rabbrividire secondo la propria apprensione e fantasia per chiss quali e quanti lutti ne sarebbero derivati senza quella geniale trovata. Anche il battesimo del primo figliolo di Rosina e Filippo dovette essere celebrato tra le mura domestiche, sempre per non offendere con inopportuni cortei la suscettibilit dell'ancor non rassegnato spasimante respinto e dei suoi sempre pi mafiosi e rancorosi familiari.

Al monsignore amico di padre Cosimo, fatto venire appositamente da Palermo con mantella viola e mitra canonica, si spieg che la scelta del luogo era dovuta alla sciatica che affliggeva in quei giorni il padrino, mastro don Nicola junior, non consentendogli assolutamente di percorrere quei cento metri scarsi che separavano la casa dalla Chiesa Madre. La gente che non sapeva la trov un'altra sciccheria che solo chi ha un prete in casa e tanto denaro da spendere poteva permettersi. Questi episodi, ascoltati mille volte dalla bocca del padre, che all'epoca dei fatti era solo un ragazzotto spassoso e alle discussioni degli adulti prendeva poca parte, illustra perfettamente l'inevitabile rapporto di convivenza (ma non di sottomissione, n tanto meno di appartenenza) tra la famiglia di Nicola e la mafia. Per altro quelli erano tempi in cui i mafiosi siciliani consideravano disdicevole la pratica americana del "pizzo", per cui l'impresa di strade di mastro don Nicola nonno, e quel che ne sopravvisse con mastro don Nicola padre non dovettero mai pagare la protezione di nessuno. Ciascuno (ma soprattutto la parte dei Nicola) si sforzava di praticare un indifferente e civile vicinato, evitando con cura d'interferire e, soprattutto, di appastarsi con gli altri. Solo "Buon giorno", "Buona sera" e "Come vanno le cose?", senza aspettare n dare troppo peso alla risposta, n facendola precedere da quel "Parrannu cu ttia" ("parlando con te", o meglio, "in tutta confidenza") che conferisce al colloquio un tono di complice familiarit, come se agli altri non si direbbero le stesse cose. Ma non fu sempre cos. Una certa smagliatura c'era stata da parte dei cugini Picone ai tempi in cui commerciavano in vino e, come tutti coloro che trafficavano in qualcosa, gareggiavano per primeggiare nel popolarissimo sport dell'evasione del dazio. E non era una semplice questione fiscale, a giudicare dai racconti funamboleschi di fughe dai posti di blocco, inseguimenti per stradine secondarie e raggiramenti dei dazieri, simili a imprese cinematografiche di tanti apprendisti Al Capone. Fughe, inseguimenti, raggiramenti ed evasioni che comportavano inevitabili e crescenti dosi di connivenze, favoreggiamenti e omert, terreno di coltura elettivo della mafia organizzata. Doruccio Il primo (e ultimo) parente pienamente mafioso fu il cugino Calcedonio, assurto giovanissimo ai vertici della mafia palermitana e membro influente della Cupola: un'ascesa troppo fulminea, e altrettanto fulmineamente conclusa la sera d'un Capodanno, quando il gruppo di fuoco d'un clan rivale lo spense davanti a una tabaccheria di piazza Malaspina. I giornali scrissero che indossava un cappotto color pelo di cammello. Addosso non aveva armi. Come si conviene a un vero capo. Il padre di Calcedonio, fratello di mastro don Nicola nonno, voleva che studiasse e sognava per lui una vita da medico o ingegnere. E infatti il ragazzo frequentava il liceo con un certo profitto. La sua sarebbe stata una normale vita borghese, se qualcuno non gli avesse messo in testa di racimolare qualche soldo smerciando, senza farne un mestiere, poche stecche di sigarette di contrabbando tra i compagni di scuola e gli amici di bar: s'arrangiava, come tanti giovanotti, e meno giovanotti, di quel dopo guerra. L'occhio lungo d'un maresciallo (o d'un brigadiere) della finanza segn una svolta imprevista nella vita del giovanissimo Calcedonio. Fermato mentre tornava a casa in bicicletta con il corpo del reato sotto la giacca, ebbe l'infelice idea di mollare i libri al maresciallo e darsela a gambe per non farsi acchiappare. Qualcuno ne protesse la fuga, facendone ipso facto un latitante. Sia pure ai margini dei margini, era dunque entrato nel giro mafioso che in quegli anni cominciava ad allargare la sfera d'interessi dalle terre al contrabbando e, successivamente, alle costruzioni.

Cos, si diceva in famiglia, era iniziata la carriera mafiosa di Calcedonio, chiamato vezzeggiativamente Doruccio. Tra i motivi della sua morte, sempre in famiglia, si parlava d'una sua riluttanza a coinvolgere la mafia siciliana nel traffico della droga, cosa che scombinava i progetti di certi compari americani, venuti a incontrarlo di persona al ristorante dell'Albergo delle Palme assieme a un gruppo di corleonesi rampanti. Ma chiaro che Doruccio di queste cose non poteva parlare n con la madre (il padre era morto da anni), n con i pi lontani cugini. Nicola lo ricordava di carattere allegro, amicone, sicuro di s, se non temerario. Come quando, latitante, si recava a consegnare forniture di vino Adelkm (senza dazio) alla stazione dei carabinieri del rione Oreto. E a lui che si meravigliava e quasi lo riprendeva per tanta imprudenza, con quella parlata spavalda e sgangherata copiata dagli abitanti del rione Calsa, diceva: "Ma di cosa ti preoccupi? Sono tutti amici. Tu, piuttosto, laureati presto, e ti faremo onorevole". Una domenica che si rec a Caccamo per una formalit di assemblea dei giovani democristiani, in compagnia di Pippo Insalaco, allora ragazzotto e portaborse del ministro Restivo, Nicola ebbe modo di avere un vago sentore della considerazione di cui godeva Doruccio negli ambienti mafiosi. Ad accoglierli davanti al chiuso locale della sezione c'era il segretario e sindaco Panseca insieme al fratello arciprete e monsignore. I quali, sentito il cognome dell'accompagnatore dell'Insalaco col quale avevano familiarit consolidata, vollero subito conoscerne la provenienza e, con precise domande, anche le parentele. Stabiliti, quindi, i rapporti con "l'amico Doruccio", non si quietarono fintantocch non ebbero entrambi quei giovanotti ospiti a cena, perch l'assemblea "era come se fosse stata fatta". Un'estate, all'aeroporto di Marsiglia, Nicola e due suoi amici di viaggio pietivano davanti a uno sportello dell'Air France tre posti per arrivare a Parigi. Inflessibile uno stewart ripeteva che l'aereo era pieno e non c'era nulla da fare: "Je regrette, monsieur, y-a pas de places!" Poi, chiss come, letto il cognome di Nicola sul biglietto, aggiunse: "Vous connessez monsieur Doruccio?" Avutane conferma, i tre posti in aereo spuntarono come d'incanto. Senza spiegazione, ne commenti. In un'altra circostanza, fu Doruccio a farsi sentire da suo padre perch calmasse "certi bollori giovanili" del troppo giacobino Nicola. Seguendo il programma delle sue assemblee con i ragazzi meno rassegnati del partito dello Scudo Crociato, s'era messo in testa di arringare i presenti contro lo mafia e le sue negative conseguenze per lo sviluppo economico dell'Isola. Dopo avere sperimentato l'effetto di questi temi a Cefal, dove contava parecchi amici ansiosi anch'essi di cambiare il mondo con un colpo di ginocchio (come si dice in Sicilia per indicare le cose fatte in modo troppo sbrigativo e facile), e l'uditorio era propizio, Nicola ripet l'esperimento ad Altofonte. Qui la mafia era forte e radicata, ma il discorso tenuto in parrocchia fu ugualmente un piccolo successo oratorio. Nel tentativo di alzare il tiro, tra il preoccupato sbigottimento dei candidati ascoltatori, decise che la terza assemblea sul tema mafia si sarebbe svolta nei locali dell'associazione dei commercianti di Corleone. Per latitanza dell'uditorio, tuttavia, la conferenza dovette essere rinviata a miglior data. E fu una fortuna per Nicola l'avere lo stesso cognome di Doruccio, perch quella sera pot arrivare a Palermo senza che la malsicura 500 Fiat del partito subisse incidenti di sorta. "Ma che stemperi questi bollori -telefon Calcedonio, tutto sommato divertito da tanta intraprendente imprudenza-. Il vento in Chiesa piace, solo se non spegne le candele!"

I sapori del vento


I tre poderi "Ecco la Cottanera!", disse l'amico Giusto divertito dalla sua smania ricognitiva. Accost l'auto alle gramigne rinsecchite fra le frange e le titubanze del ciglio dell'asfalto; spense il motore. Tornando a sbalzi dalle selci e dai ciottoli grigi della breve mulattiera del castello, s'erano immessi sulla vecchia strada di Belmonte in direzione del paese. Superata quella che, secondo i suoi ricordi, era stata una gola di grotte e cave di ghiaia, con la mente e con gli occhi si impegn a trovare il punto, un tempo a lui familiare, dal quale, attraverso antichi e tormentati uliveti, un sentiero s'inerpicava arrancando fino alla Casa Rossa dei Bonomo. Da qui il viottolo precipitava verso la desolazione d'una conca eternamente asciutta, dove non crescevano neppure le canne. Poi, costeggiando il tracciato che avrebbe dovuto essere dell'acqua, stretto tra fitti roveti di more e accenni di muretti di confine, diventava trazzera (cio mulattiera), lambendo il podere della Cottanera. Dopo aver proseguito per quasi un chilometro, Giusto aveva imboccato un'altra strada asfaltata che lui non poteva conoscere. Ancora un svolta, e poi quell'annuncio atteso e temuto. Uscirono dall'aria condizionata della vettura. Immerso nell'afa, si gir e rigir cercando un appiglio, una pianta familiare, un masso noto da cui ripartire per collocare nella mappa catastale dei suoi ricordi quel trepidato, ma ugualmente insospettato scenario. Riconobbe, forse, l'ultima valle: quella fronteggiante il podere, prima che il terreno s'impennasse per trovare un pi dolce declivio, un centinaio di metri pi in alto, dopo la fila di frassini da manna d'un confinante villano e biloso, i tre piantoni di sorbe, i mandorli giovani e l'uliveto saraceno. Cerc con lo sguardo l'ulivo decano, ai cui piedi facevano base e depositavano il cesto col pane e la cinchinedda con l'acqua. Nulla. Tutto sembrava sconvolto, cancellato, distrutto da quell'inopinato bailamme di villette abusive con l'intonaco rifinito a met, e svettanti spuntoni di tondino di ferro regalati alla rugine a testimoniare velleitari progetti di raddoppiarne i volumi. Tornato a Palermo rivide gli ulivi ultracentenari e contorti della Cottanera in una vecchia foto insenapita, nella quale si specchiava bambino nell'atto d'impettorirsi tra due filari di viti da vino, mentre s'apriva una strada fra pampini, grappoli e tralci. Il podere aveva la forma d'una T sbilanciata. Un viottolino centrale lo percorreva in verticale, consentendo l'accesso anche ai campi vicini. La vigna era nell'ala di destra in posizione quasi pianeggiante. Nell'ala sinistra, separato da un piccolo sommaccheto utile a rassodarne i ripiani, declinava una fetta di terra solitamente coltivata a frumento, o a fave, o a pomidoro di collina (puma d'amuri siccagni, cio "pomi d'amore" coltivati a secco, senza irrigarli, come dicevano e preferivano per la conserva di salsa quelli del paese). Tranne i primi piantoni di sorbe, le quali, se non stavano a lungo in mezzo alla paglia, legavano i denti e lasciavano un saporaccio in bocca, quasi tutta la zona centrale era uliveto che la primavera ingentiliva con chiazze di giovani piante di mandorlo cavaliere. C'erano anche un fico e un pero che facevano frutti piccolissimi, ma di squisita dolcezza, e un sorbo selvatico di insipide bacche rosse, cresciuto quasi orizzontalmente a met d'un alto sbalzo di confine. Tanta variet concentrata in un podere cos piccolo (ma allora gli sembrava un

continente), rispecchiava il gusto e la curiosit di mastro don Nicola, suo nonno paterno, che lo aveva acquistato un po' per investimento e un po' per svago e, nel tempo in cui non era in giro per cantieri (aveva trasformato in strade statali numerose mulattiere della provincia), si divertiva a sperimentare nuovi tipi di coltivazioni. Nel Giardinetto -il non tanto piccolo orto dietro la Fontana Grande che chiudeva in bellezza la piazza principale del paese- aveva tentato la coltivazione dei banani e dei datteri. Le banane venivano su molto bene e mastro don Nicola aveva deciso di piantarne anche al Feudotto Canneto. I datteri, invece, non arrivavano a maturazione completa. Ma con quel sapore di semiacerbo ai ragazzi piacevano. Tant' che, quand'era stagione, sul muretto di cinta dell'appezzamento, in qualsiasi ora del giorno se ne potevano vedere a gruppetti nell'atto di scavalcare con in mano inequivocabili pennacchi biondo-scuri. In compenso, le palme erano da andarne orgogliosi e, lavorate a ricamo dalle mani virtuose d'una lontana parente monaca di casa, la domenica prima di pasqua facevano un figurone da destare l'invidia generale perch nessuno, nemmeno il Cardinale a Palermo, ne aveva di pi belle e pi finemente intrecciate. Per il resto, il Giardinetto forniva lattughe, borragini, cicorie, finocchi, zucche e zucchine d'ogni tipo (lunghe, corte da friggere, da fare ripiene, a forma di popone), melanzane, qualche pomodoro per l'insalata, fagioli bianchi, gialli o neri, da mangiare verdi o da mettere a seccare per l'inverno, e quant'altro potesse servire in cucina per una famiglia di dieci o undici persone, compreso lo zio prete e la sorella monaca, in qualsiasi stagione dell'anno. Al Feudotto aveva sperimentato anche i mandarini e i kaki: al mercato erano una novit e si vendevano bene. La Cottanera, non essendo irrigua, serviva soprattutto per il grano duro, che bastava per mangiarci tutto l'anno alla sua numerosa famiglia e a quella non meno affollata del mezzadro. Di olio se ne spremeva da vendere. La prima misura Che penitenza, per, la raccolta delle olive! Se ne ricordava bene del mal di schiena e di gambe a camminare arricciato sulla punta dei piedi, o ginocchioni con la terra, le foglie cadute e gli spuntoni che si stampavano sulla tenera pelle, per raccogliere uno ad uno i frutti caduti per maturazione o il vento, e metterli nel paniere e, quando questo era pieno, travasarlo in un sacco di juta da portare in spalla fino al paese! Non capiva perch mai non stendessero sotto ogni pianta un'enorme coperta con un buco al centro sicch in un batter d'occhio si sarebbe potuto ammucchiare tutte le olive cadute. Ma neanche suo padre, quando andavano con le scale, le pertiche e i braccianti accottimati all'alba sulla piazza del paese per la raccolta finale, lo prendeva sul serio. E, se insisteva, gli intimava di smettere di vaneggiare con quell'idea bislacca (che poi quanto fanno oggi con delle reti nere tutti gli olivicoltori), perch non s'era mai visto nulla di simile, e di stare attento a non perdersi sul campo neanche una drupa. A casa le olive venivano ammucchiate in un angolo vuoto tra un secretaire di poco conto appartenuto alla zio prete e un'alta specchiera con ripiano di marmo e colonnine stile impero, pezzo forte dell'arredamento domestico. Ogni paio di giorni si provvedeva a irrorarle di sale perch non si insecchissero fino al raccolto grande, quando venivano trasportate a cestoni al trapeto, qualche metro pi in l nello stesso cortile di casa. E che festa vedere le macine girare frangendo le drupe mature e intingere una fetta di pane appena sfornato nell'olio affiorante dalla polpa marrone! La prima misura era per la festa dell'Immacolata, della cui confraternita, come tantissimi

altri in paese, seguendo le tradizioni di famiglia, il padrone del trapeto era membro e suo padre devoto. Il resto dell'olio che, spremuto dal torchio, colava galleggiando sull'acqua del pozzetto di raccolta, veniva portato a casa con l'otre e qui riversato nella giara dalla quale si attingeva secondo bisogna. La sansa restava al frantoio. La Casa Rossa L'incombenza delle raccolte di mezzo era sua, della madre e del primo fratello. Un paio di volte la settimana, appena tornato da scuola, una fumante scodella di minestra di cavolo, e via con i panieri al braccio verso la Cottanera. A volte, per due o tre lire, veniva anche donna Graziedda, la moglie di compare Tot, il quale abitava una tana di due stanzette senza finestre n aria, incastrate tra la cucina della zia Antonietta e una stalla da carrettieri, un fondaco, nello stesso cortile. E veniva spesso anche Pinuzzu, con quelle sue braghette cortissime, riesumate dai vestiti dismessi da qualche parente. All'andata resocontava alla madre la giornata di scuola. Se per caso era piovigginato, tutti stavano attenti a raccogliere le lumache, le quali escono sempre con l'acqua lasciando una striscia argentea di bava sulle zolle imbrunite dall'umido. Lui andava avanti trotterellando, richiamato dalla madre quando s'allontanava troppo e lei lo perdeva di vista. Superate le cave, gli piaceva correre fino alla Casa Rossa (che poi era color rosa magenta) e sedersi ad aspettare su una panchina di pietre e cemento, a sinistra d'una delle porte d'ingresso della costruzione. La madre e il fratello, pi piccolo di quasi due anni, gli intimavano a gran voce: "Torna indietro. Rimani con gli altri!". Ma lui, come se si sfiatassero per dar manforte al vento. Solo una volta torn indietro correndo: perch era stato spaventato dalla vista d'un serpentello nero issato a spirale in mezzo al viottolo. Quasi sempre, come se stesse giorno e notte a far la posta ai passanti, coppola scura, giacca e gil di velluto a coste blu o marrone, lupara in spalla, dal folto dell'uliveto emergeva imponente, ma non per questo spaventosa, la figura di Ciccione, proprietario, col fratello, di quelle terre e di tutto quello che c'era. "Non si preoccupi, signora", assicurava ossequioso alla donna. "Qui siete pi al sicuro che a casa." E c'era da credergli. A memoria d'uomo alla Cottanera non s' mai saputo di furti o altri atti violenti. Perch nelle terre dei Bonomo neanche un Bonomo poteva sgarrare . Mafiosi d'un'altra etica e generazione, manifestavano una diffidente ostilit verso lo stato dei funzionari, giudici e carabinieri, evitando con maniacale ossessione che costoro, eccezion fatta per le questioni di catasto, avessero una qualche ragione d'immischiarsi nelle loro faccende, n tanto meno di mettere piede nelle loro propriet. Non era raro, poi, che nei paraggi dell'enorme casone si vedessero facce sconosciute che, scorgendo i passanti, si ritraevano in casa o si giravano con le spalle verso il viottolo, o armeggiavano a capo chino sotto il portichetto funzionante da stalla, o si schermivano dalla vista dietro qualche ulivo gigante. "Latitanti", commentava il padre la sera, quando la moglie gli riferiva l'incontro. E la consegna per tutti era di non dir nulla a nessuno. Una volta che attorno alla casa rossa c'era grande assembramento di uomini, cavalli e lupare (a pensarci, sembrava una scena da western, ma allora l'unico film che lui aveva visto al Cinema Emiro, dietro le Grazie, condottovi dal nonno materno, era "l'Angelo Azzurro"), Ciccione venne loro incontro a scusarsi per tanta confusione: non c'era nulla di

cui allarmarsi e, per loro maggiore tranquillit, li avrebbe accompagnati per un bel pezzo; ma, al ritorno, che facessero un'altra strada! L'Onorevole ha parlato Quella stessa sera in paese corse voce che da qualche parte nei paraggi s'era svolta una grande riunione di mafia, alla quale aveva presenziato Giuliano in persona. Il quale Giuliano non era n la prima, n l'ultima volta che lo si vedeva da quelle parti. Durante la campagna per l'elezione della prima assemblea regionale, fresca d'autonomia e di statuto speciale, era stato anche in paese, nel palazzotto del medico-sindaco il cui fratello, avvocato di titolo ma non di foro, era candidato per il Movimento Indipendentista Siciliano. Ed era alle spalle del neo-deputato quando questo, a elezioni avvenute, affacciato al balcone tra un tripudio di "ippipp urr" e uno sventolio di bandiere giallorosse e pugni aperti a numero tre a significare "Trinacria Vince", nel suo unico discorso alla folla rumorosa e mareggiante dei paesani, non seppe dir altro che un "sono commosso, commosso, commosso", ripetuto tre volte tra gli applausi osannanti della folla, anch'essa emozionata perch l'onorevole avvocato aveva finalmente parlato. (A dire della gente, la seconda e ultima volta che l'onorevole prese la parola, fu durante una delle pi calde sedute dell'Assemblea Regionale: con piglio deciso, rivolto a un commesso, avrebbe chiesto che si aprissero le finestre per far smaltire il fumo). Dal balcone di fronte, con le persiane socchiuse come per lutto e la luce della stanza spenta tipo coprifuoco, sdraiato nel suo letto di convalescenza, con attorno gli altri pi fanatici del partito democratico cristiano a tenergli compagnia e condividere l'amarezza della sconfitta, il padre di Nicola tendeva l'orecchio senza capire. "Cosa sta dicendo?", chiese al professore, il quale se ne stava incollato alla persiana. E quello: "Che commosso". Per tradizione, nella famiglia di Nicola i primi figli maschi hanno sempre portato quel nome con grandissima confusione di tutti, e in particolare degli impiegati dell'ufficio del registro, soprattutto quando le generalit anagrafiche venivano declinate con la paternit al posto della data e del luogo di nascita. Si verificava con una certa ricorrenza, infatti, che assieme ad un Nicola fu Nicola nonno, a comprare e vendere intervenissero anche due Nicola di Nicola, l'uno padre e l'altro figlio. La legge che impose la declinazione delle generalit con la data e il luogo di nascita in sostituzione della semplice paternit (per chi ne aveva una da esibire, s'intende), venne fatta per evitare queste confusioni e le conseguenti evasioni delle tasse di successione, essendo possibile in questo modo evitare la reintestazione al figlio dele propriet del padre. Fatta questa precisazione, torniamo a mastro don Nicola padre, le cui sofferenze, quella sera, non erano solo morali. Infatti, com'era ormai successo ad ogni altra elezione a partire dal referendum per la repubblica, la domenica prima del voto, assieme al nipote Pino e al professore Guastella, segretario del partito, era stato ostentatamente provocato e malmenato da una squadraccia di separatisti, sotto gli occhi allarmati dei fedeli che uscivano dalla messa grande. A severo monito dei futuri votanti. L'eccitazione d'avere un candidato locale aveva spinto un picciotto d'azione, non bene informato dai capi, a sferrargli anche un gran calcio alle reni. E, ammalato com'era di calcoli, mastro don Nicola ne pat una terribile colica contro cui nulla poterono gli infusi di fiori di ficodindia seccati di cui era abituale consumatore. Fu pi potente una puntura calmante del medico-sindaco, accorso immediatamente al suo capezzale per scusarsi e

curarlo con tutta la scienza che sapeva. Non che temesse di farne una vittima. N lo preoccupava l'idea remota d'un'informativa d'ufficio del maresciallo dei carabinieri. Il quale, al contrario, s'era premurato a visitare le vittime dell'aggressione, scongiurando di non rovinare con una denuncia avventata tanti ragazzi e padri di famiglia, forse un po' esaltati dal clima politico, ma in fondo brava gente, onesta e lavoratrice. Il medico-sindaco, a cui merito va detto che in tutta la sua carriera non s'era mai fatta pagare una sola visita essendo gi ricco di suo, era contrariato perch tra le due famiglie, se non amicizia, c'era sempre stato riguardo reciproco. Del gruppo dirigente della sezione era stato risparmiato solo don Santo, che aveva un cognato mafioso e tale sarebbe stato egli stesso se fosse stato meno loquace e avesse avuto un fegato o un pensare diversi. La trebbia ribelle La Cottanera gli era rimasta nel cuore. E come poteva dimenticare quelle domeniche assolate di giugno quando il mezzadro organizzava la mietitura, assoldando (adduvannu) braccianti per consentire al padre di essere presente e dare una mano senza perdere una sola giornata di cantiere? Partivano alle prime luci dell'alba e lui, ancora imbambolato dal sonno, avanzava misurando la propria lunghissima ombra accorciarsi sul viottolo rosso di terra e d'aurora, man mano che il sole montava alle spalle. Gli uomini avanti con le falci in spalla e i panieri al braccio. Le donne indietro con passo pi lento, portando fagotti di pentole, piatti, posate, pane, formaggi, spaghetti e quant'altro serviva per far da mangiare. I bambini, un po' in avanscoperta e un po' in retrovia secondo il gioco che stavano facendo, portavano al braccio lancedde e cinchinedde (cio le tipiche brocche di latta di diversa misura, preferite in paese a quelle pi fresche di terracotta), con l'acqua per la giornata. Le lancedde erano affidate ai ragazzi pi grandi o portate a dorso di mulo; i pi piccoli, a turno, svogliatamente trascinavano le cinchinedde, palleggiandosene vicendevolmente l'incombenza: "Prendila, ora tocca a te". "No, io l'ho portata prima, tocca a quell'altro". "Ma se poco fa l'avevo io!". "No, tu un bel pezzo che te ne scansi". E cos di seguito fino all'intervento decisivo di qualche adulto. Arrivati nel podere, sua madre indicava il grande ulivo ai cui piedi depositare il vettogliamento, l'acqua e le misere giacche dei braccianti. La moglie del mezzadro preferiva un ulivo minore. Dal paese, che non era molto lontano e cominciava a svegliarsi, arrivavano indistinte e ovattate le voci di venditori ambulanti di caff caldo ("Caf cvuru!") o calde panelle ("Cvuri, cvuri sunnu!), di madri che chiamavano i figli arroccati chiss dove a quell'ora, di ragazzi che gridavano ad altri ragazzi. Intanto, dato un ultimo colpo di mola alle falci, gli uomini si mettevano all'opera, procedendo con passo uguale e senza perdere neanche una spiga. Ai bambini toccava, di tanto in tanto, soccorrerne qualcuno con la cinchinedda dell'acqua, prima che la sete lo sfinisse: bevevano al collo della brocca di tola, o versando quant'acqua ci stava nel coperchio del recipiente, che sembrava fatto a posta per far le veci d'un mezzo bicchiere. Tra un servizio e l'altro correvano in mezzo alle stoppie le cui punte, strisciando contro le indifese gambette, lasciavano segni biancastri e piccole lacerazioni epidermiche.

Poi, di nascosto, andavano a rubare la manna al vicino biloso. Oppure si ingozzavano di perine dolcissime. E comunque disubbidivano a tutte le ingiunzioni delle madri, le quali a turno se ne mostravano teatralmente disperate, implorando con i toni di voce e coi gesti la commiserazione delle altre per tanta disgrazia di figli. Sul ciglio d'un alto sbalzo che separava il vigneto dalla arnie d'un apicoltore, c'era un enorme geranio del quale ricordava chiaramente l'odore pungente assieme al ronzare delle api e dei calabroni che ci volavano sopra e ne traevano il nettare. E ricordava anche come una volta, sospinto da un'istintiva pulsione, ne stacc un pennacchietto di fiori per farne un omaggio galante alla figlia minore del mezzadro, in questo deriso da un giovane bracciante che lo seguiva con la coda dell'occhio, perch quelli, in paese, venivano chiamati fiori di morto. A mezzogiorno erano spaghetti per tutti. L'improvvisata cucina consisteva in tre o quattro sassi disposti a ferro di cavallo, davanti ai quali le donne trafficavano cantando e sparlando. Si mangiava seduti per terra, su un macignetto, addossati alle piante, o su qualche gobbone scoperto delle grandi e serpeggianti radici dell'ulivo. Se i piatti o le forchette non erano bastanti, si trovava sempre qualche volontario, lusingato dal privilegio di farsi scodellare la propria razione su una pala concava di ficodindia nettata degli aculei spinoni bianchi, o di ricavarsi una forchetta da un nodo di canna tagliata a due punte con un paio di colpi secchi impartiti, zacchete e zacchete, da sinistra a destra e da destra a sinistra, con un coltello a serramanico. A dorso di mulo i grossi covoni di frumento tumminia venivano portati alla trebbia, vicino al campo sportivo. Poi s'aspettava il turno che, con quella cinghia di trasmissione del motore a gasolio, perennemente ribelle e propensa a saltare, sembrava non dovesse mai arrivare. Lui seguiva il padre in queste imprese da grande con attenzione devota. Per strada gli chiedeva perch non facessero come tanti altri proprietari che si vedevano passando, i quali risolvevano autarchicamente il problema della trebbiatura, stendendo le spighe su un'aia e facendoci ammulinare sopra due asini bendati e legati ai due estremi d'un'asta, affinch le sgranassero con la frizione degli zoccoli. Il padre gli rispondeva che la trebbia era pi veloce e che quella stessa domanda gliela aveva fatta anche l'anno prima. Lui annuiva apparentemente convinto. Ma avrebbe preferito ugualmente gli asini e la spulatura al vento con i vagli e gli stacci. Quando l'enorme marchingegno rossastro, tra sbuffi, sbandate, sussulti e ripensamenti della cinghia, cominciava finalmente a triturare i covoni della Cottanera e a sputare la paglia da un lato e il frumento dall'altro, suo padre affondava una mano nel sacco come per soppesare la qualit della messe. "Buon'annata", commentava soddisfatto, in questo confortato dal mezzadro o da qualche altro proprietario in attesa del turno. Toccava, poi, a lui affrettarsi al mulino di don Santo, qualche chilometro dopo la stazione, per farsi macinare il primo sacchetto. E, l'indomani, con la farina del frumento nuovo, gli avrebbero fatto una bel panetto speciale a forma di zampa di bue e cos nominato. Arsura Quel grano se lo sentiva anche merito suo. Non perch ci avesse sudato come per la raccolta delle olive, ma per tutte le orazioni e i fioretti che aveva offerto al buon Dio, perch inviasse un po' d'acqua durante gli inverni di siccit.

Ricordava, in particolare, un'annata che il Padreterno sembrava avesse deciso di togliersi il pensiero e d'abolire nuvole e piogge una volta per tutte. I contadini, e per riflesso le famiglie e l'intero paese, erano in ambasce. Non pioveva che non pioveva da mesi e le zolle, da cui affioravano i primi germogli di grano (i "lavuredda", come si dice laggi), sembravano impietrirsi. Una vera calamit. In tempi futuri la si sarebbe affrontata inviando delegazioni al Governo per ottenerne compensi forse pi generosi dello stesso mancato raccolto. Ma, allora, in quell'Italia appena uscita dalla guerra e tutta da ricostruire, nemmeno a parlarne. L'unica speranza era riposta nell'intervento della Provvidenza. L'arciprete ci s'infervorava durante la predica. La gente ne parlava nei crocicchi. Occorreva una novena di preghiere speciali e, se la siccit fosse continuata, si sarebbe fatta anche una solenne processione della Croce fino ai campi pi vicini. Anche i ragazzi erano mobilitati e, qua e l nel paese, a piccoli gruppi di tre o di quattro, organizzavano processioncine con tappa davanti a tutte le cappelle e le cappelline per implorare la pioggia. Per dare pi forza alle orazioni si cingevano la testa con coroncine di spine di rovo che s'arruffavano con i capelli ricciolini e, quando le si toglieva, strappandoli, facevano male davvero. Portavano in processione croci senza Crocifisso e cantavano: Signiruzzu, chiuviti, chiuviti i lavuredda su morti da siti e mannatinni una bona senza lampi e senza trona! Che vuol dire: Signore Iddio, piovete, piovete il frumento appena germogliato sta per morire di sete, e mandatene una (pioggia) buona senza lampi e senza tuoni! Le processioni sciamavano senza sosta finch, stanco, o mosso a piet da tanta insistente devozione, o sospinto da altre sue esigenze d'atmosfera, il Padreterno non lasciava ingravidare il cielo quasi tropicale dell'Isola con le nuvole che gli crescevano da qualche altra parte, a lenire l'arsura dei campi e sospendere o, almeno, rinviare l'iniziata saharizzazione. Rinaldo in campo Cottanera era anche vigna di uva bianca e nera da vino. E di mandorle. E sorbe. E, naturalmente, anche di fichidindia che crescevano spontanei lungo molti limitari di confine. Fatta eccezione per un piccolo quantitativo ad uso domestico, arrivata la loro stagione, mandorle, uva e sorbe venivano vendute al mercato. Qui il banditore cominciava la sua velocissima litania di prezzi, piazzandosi davanti ai cestoni di canna intrecciata e di vimini, detti cartedde, contenenti la mercanzia messa all'incanto. Gli acquirenti, a cerchio, rilanciavano sollevando campioni di merce, palpando, assaggiando un chicco o un frutto (se non erano ulive da schiacciare in salamoia, n sorbe che bisognava raccogliere acerbe e vendere mezze mature) e commentando tra loro. La bottega del banditore era una specie di magazzino, o garage, sulla via principale a

poche decine di metri dalla casa di Nicola, ma dall'altro lato dell'asfalto. Negozi analoghi in paese ce n'erano altri due o tre, raggruppati nei pressi della Fontana Nuova che l'impresa di suo padre aveva rifatto. Davanti al magazzino del banditore sostavano a crocchio i carrettieri insieme a lunghe file di muli, asini, carretti e carrettini e, da piccolo, per lui era uno spasso osservare le scene dipinte sui laterali e le spalliere dei carri. Erano storie di crociati, di paladini di Francia, scene della Bibbia come avrebbe dovuto essere stata riscritta (ricordava in particolare un battesimo di Davide), oppure di operette come "la Fanciulla del West" di Rossini che, data al Teatro Massimo o al Politeama agli inizi del secolo, deve avere impressionato molto qualche mastro decoratore di Corso dei Mille. Come apprese pi tardi quando gli venne la smania di raccattare cose vecchie, e di spalliere se ne fece un piccolo museo, ce n'erano di varie scuole e provenienze. Noti erano i Corrao e i Monteleone di Palermo, gli Scir di Castelvetrano, le scuole di Bagheria e di Calatafini, per non parlare delle numerose botteghe della Sicilia Orientale che Nicola non poteva conoscere. Ma il maestro dei maestri era Cronio, i cui capolavori possono essere ammirati al museo etnografico Pitr. I carrettieri! Certamente stata composta da uno di loro la canzone popolare che, ripresa da Modugno nel suo "Rinaldo in Campo", diede al paese due briciole di notoriet non dovuta a lutti di mafia: celebra la ripida salita della vecchia strada, che, fiancheggiata da pini di mare, faticosamente sbuffa da Portella di Mare fino alla prima casa cantonale, costruita da suo padre quando lui era ancora bambino. "A l'acchianata di Musilumeli, si rumpi u pitturali e la catina", cantava la gente quando cantava: tanto era aspra quella salita e lo sforzo dell'animale causava la rottura del pettorale e della catena che lo teneva legato al suo carico. Quei canti, quel tu-tn tu-tn delle grandi ruote, quel cian cian cian di campanelle e sonagli che addobbavano il collare e il pennacchio dei cavalli, quel discutere a gran voce da un carretto all'altro, all'alba, quando attraversavano il paese dalla Case Nuove, dopo le carceri, fino all'altro estremo dov'era la cappellina di San Giusto, in direzione di Palermo o in senso inverso, svegliavano i pi pigri e incoraggiavano i solerti. Molti dei quali, a piedi, a dorso d'asino, o di mulo, o in bicicletta, o con la corriera, erano partiti per le loro occupazioni da una bella pezza. La novena di Natale La parte di mandorle e d'uva destinata alla casa per lo pi doveva servire per i buccellati, che sono i dolcetti di Natale di cui Nicola era ghiottissimo. Le mandorle erano poste a seccare su larghe pale di legno e il cocente sole di luglio, arricciandoli, gi le mondava dei malli. I grappoli d'uva venivan bolliti, quindi messi ad appassire, ciondolanti a coppie a cavallo d'una canna tesa tra due spalliere di sedie, alla meno insolente calura d'ottobre. Quando l'uva era ben passa, seguiva la saporosa incombenza della disossazione, che impegnava anche qualche volenterosa vicina e la nubile zia. Godendo gli ultimi assaggi dell'ancor caldo tramonto, sedevano a cerchio sotto l'antica pergola, che gi cominciava a spogliarsi dei pampini arrossati di ruggine. La zia narrava terribili storie di draghi, d'orchi e di streghe e intanto, chicco dopo chicco, toglievano gli acini, aiutandosi chi con le unghia, chi con i denti. Anche lui dava una mano entusiasta, ma i chicchi di cui s'ingozzava avanzavano quelli riposti nello zuppierone orbati di seme, e il suo aiuto non era un grande guadagno. L'uvetta gi pronta veniva impastata con le mandorle, preventivamente tostate e sbriciolate dalla madre, qualche chiodo di garofano e cannella. Se ne faceva una specie di

salsiccione dolcissimo che a Natale (nella quantit che soprabbondava all'irresistibile goloseria del piccolo Nicola) avrebbe formato il ripieno dei buccellati. La cui lavorazione lui seguiva in ogni fase, sorvegliando che tutto avvenisse secondo rito, senza nulla scordare. Aiutava la madre a pulire il ripiano del tavolo. Andava a comprare lo strutto. Curava i fratelli pi piccoli affinch non affondassero le mani nella farina o nella chiara dell'uovo. Procurava la buccia d'arancia da bollire con l'acqua. Correva dalla zia Carolina per la frutta candita, e dalla zia Rosa per una palla d'impasto di fichi secchi. Faceva qualche sgorbietto di dolce con la rotellina della pasta. E, soprattutto, si faceva carico di portare al forno le teglie e di riportarle, la sera, a cottura avvenuta. Sgambettava velocemente alla e dalla bottega del fornaio 'zu Tanu, per una sdrucciolosa viuzza pavimentata da rustici mosaici di sassi, con il suo dolcissimo peso issato sulla testa e tenuto in equilibrio con entrambe le mani, e quasi sveniva per il languoroso profumo che ne emanava. Rientrava in casa trafelato e ansimante, come se quella sfornata fosse tutta opera sua. Poi, assaggiato un dolcetto, si rinfrancava davanti al caldano d'ottone, posto sull'uscio in attesa che la legna e il carbone si facessero brace, mentre fumi e faville coloravano l'aria con essenze di potature di mandorli e sarmenti. Dalle strade vicine, intanto, arrivavano le prime nenie dei suonatori in giro per le cappelle, gi inghirlandate di rametti e frutti d'arancio, ad accompagnare la novena che precedeva il Natale. Lui se ne stava sull'uscio ad assaporarne le note pungenti di gelido vento e a fare il verso al pe-pe-p della tromba. Poi li seguiva rincorrendo i compagni di gioco.

Racconti possibili
Il pane di San Pietro "Quando Ges andava per il mondo, raccontava la zia Anna, di tanto in tanto si divertiva a fare qualche scherzo all'apostolo preferito Pietro, il quale, chiss perch, aveva fama di essere alquanto scansafatiche. "Un giorno che erano giunti, stanchi ed affamati, ai piedi d'una altura, il Nazareno ordin agli apostoli di prendere una pietra dal greto del torrente e portarla fino in cima alla collina. Il pi giovane di tutti, San Giovanni, che era ubbidientissimo e pendeva sempre dalle labbra del Maestro, cerc il masso pi grosso che c'era e, caricatoselo sulle spalle, si avvi verso la cima. Gli altri apostoli, fecero lo stesso, calibrando la pietra in funzione delle proprie forze e della devozione verso i desideri del Maestro. Solo San Pietro, che come s' detto, evitava di stancarsi troppo, non comprendendo l'utilit di quell'invito, cerc un sassolino piccolo, piccolo e, per far meno fatica, l'infil nella bisaccia. "Arrivati che furono in cima, Ges disse ai discepoli di sedersi in cerchio alla turca col proprio sasso davanti, quindi alz gli occhi verso il Padre Suo, benedisse le pietre e immediatamente le trasform in pane che tutti poterono mangiare accompagnandolo con qualche pescetto seccato che avevano con s. "Figuratevi San Pietro con quel suo sassolino pi piccolo d'un pisello, trasformato in una minuscola briciola! E, meno male, che il giovane San Giovanni era un tipo generoso e aveva trasportato quel masso, diventato un panone che, da solo, sarebbe bastato per tutti! "Appresa la lezione, il primo degli apostoli, un'altra volta che il Maestro, trovandosi ai piedi d'una diversa collina, invit tutti a prendere un sasso e portarselo in cima, si scelse il macigno pi grosso che gli riusc di trovare e, mentre Ges sorrideva divertito, si spezzava la schiena per trascinarlo fino al cocuzzolo della montagnetta, pregustando una scorpacciata di pane e pesce secco come non ne faceva da giorni. "Ma, arrivati che furono in cima, il Figlio di Dio invit i discepoli a depositare per terra la propria pietra e a sedercisi sopra, perch aveva un discorso importante da fare. E, infatti, tra la delusione un po' stizzita del vecchio San Pietro, fece loro quello che sarebbe passato alla storia come il Discorso della Montagna." Come la gru di Chichibio Un altro racconto del vangelo apocrifo della zia Anna voleva un San Pietro piuttosto affamato che s'era recato al mercato per comprare un pollo alla brace per la cena di Ges e degli altri discepoli. Punto dall'irresistibile languore che l'odore del pennuto attizzava, San Pietro non seppe resistere e, data una sbirciatina intorno per vedere se qualcuno osservasse, stacc fulmineamente una coscia del pollo e, con uguale sveltezza, la spolp fino all'ultimo brandello. Poi, ricomposto e riavvolto il tutto con una foglia di banana, si avvi verso il campo dove gli altri l'aspettavano per la cena. Figuratevi la meraviglia del Maestro quando, fatte le parti per soddisfare tutti gli apostoli, si accorse che mancava proprio la coscia sinistra che intendeva destinare a Pietro! "Un pollo con una coscia sola?! -esclam Ges rivolgendosi al capo dei suoi apostoli.- Tu ne sai qualcosa?" E come un Chichibio ante litteram, subito Pietro di rimando: "Signore, se non lo sai Tu che l'hai creato, come posso saperne io che sono una Tua povera creatura?" Ges ci rise e gli diede il fegato e i rognoncini del pollo che ancora non aveva assegnato a nessuno. Le iperboli di Sidoro Agnello La letteratura infantile di Nicola era fatta di racconti edificanti come quelli appena riferiti, favole di fate e di orchi (i terribili mammaddau), o delle storie iperboliche di un certo Sidoro Agnello. Questi era un contadino-poeta con la passione dell'assurdo. Se avesse potuto studiare, certamente sarebbe stato un cultore di storie impossibili come quelle di Gargantua e Pantagruel, di Gulliver e, in particolare, del Barone di Muenchhausen con le quali, i suoi racconti, avevano parecchie affinit. Con molta probabilit, sarebbe anche diventato un apprezzato (se non famoso) scrittore umoristico. Ma, sapendo a malapena leggere, scrivere e fare di conto, poteva comporre e diffondere le sue storie solo oralmente, creando una specie di genere letterario che, in paese, quand'avevano voglia di ridere, erano in molti ad imitare, cercando di copiare anche il pathos recitatorio, le intonazioni di voce e le smorfie del suo volto di contadino un po' goffo e stralunato. Nicola non ricordava bene nessuna sua storia originale, per cui anche lui, per dare senso compiuto ai suoi

ricordi, era obbligato a improvvisare. Con tante scuse per il contadino-poeta per l'inevitabile banalizzazione e la mancanza di quell'estro creativo che dava anima alle sue storie doc. "Un giorno, che avevo voglia di vino, inventava Nicola alla maniera di Sidoro Agnello, mi sono recato in campagna per raccogliere un grappolo d'uva. "Non appena arrivato nel podere, da una vite piccola, piccola, che sembrava un filo d'erba, ho visto pendere un grappolo d'uva gigante, i cui chicchi sembravano tanti meloni. 'Bedda Matri Maria (Madonna bella Maria), mi sono detto, e come faccio per portarlo a casa?' "Senza perdermi d'animo, allora, ho fatto un fischio alla mia cavalla, rimasta in stalla in paese, per ordinarle di raggiungermi subito in campagna con tutto il carretto. E, infatti, la bestia, sentito il mio richiamo, s' bardata da sola e legatasi, sempre sempre da sola, al carretto, mi ha raggiunto prima ancora che io finissi di fischiare. Sembrava fosse arrivata volando, come l'unicorno di Orlando all'opera dei pupi. "Caricato tutto quel ben di Dio sul carro, per non affaticare troppo la bestia, ho tagliato via e lasciato per terra sul ciglio della strada un paio di grossi racimoli, cos, se fosse passato qualche poveraccio, quella sera avrebbe risolto il problema della cena e gliene sarebbe avanzato anche per il resto della settimana. "Col grosso del grappolo ben assicurato sul carro per mezzo di corde, finalmente ho fatto ritorno verso casa, fermandomi solo un paio di minuti davanti al frantoio. Qui mi son fatto spremere tutta quell'uva, ricavandone una botticella di mosto. E, intanto che mi avvicinavo verso casa, quello era gi fermentato sicch, quella sera ho potuto pasteggiare con vino novello e soddisfare cos la mia voglia." Le storie di Sidoro Agnello erano fatte cos. La gente, naturalmente, ci rideva. Ma c'era chi lo prendeva sul serio. In specie sua moglie Sas, la quale era ingenua e credulona come San Tommaso d'Aquino, e spesso lo prendeva alla lettera. Come quando, rincasando, lui la redarguiva apparentemente furioso, perch "prima di partire dal podere, lontano solo un paio di chilometri, col suo fucile aveva tirato un colpo secco contro la campana della chiesina di San Giusto per, cos, avvisarla di buttare gli spaghetti in pentola, perch lui stava arrivando." E lei, che ancora non aveva acceso il fuoco, mortificata a scusarsi perch "forse era stata distratta da qualche comare e a quel suono di campana non aveva fatto alcun caso, ma il giorno seguente sarebbe stata pi attenta". Simili alle storie di Sidoro Agnello, ma per un certo verso ancora pi fantasiose, erano quelle di Giovannino Lo Forte detto o encu, per via che, dopo lo sbarco USA del 45, si era fatto tanto amico degli americani da essere egli stesso identificato dalla gente come uno yankee. Il gigante nano Anche la zia Anna, di tanto in tanto, si divertiva ad inventare storie. Nicola ricordava ancora i titoli, ma non le trame, delle favole del Cammello Camillo, del Leone Leonida e del Calamaro Calimero. Di quest'ultimo racconto ricordava vagamente che il cefalopodo sapeva parlare e, per averlo rimesso in libert, il sensibile e, pertanto, indigente pescatore che l'aveva catturato venne premiato con l'indicazione esatta dell'ubicazione del tesoro d'un antico galeone affondato secoli prima in quello stesso mare: fortuna che lo trasform per incanto nel pi ricco armatore di quei mari e gli consent di sposare la figlia d'un re. Ma la storia che a Nicola era rimasta pi impressa riguardava uno sfortunato gigante nano. Troppo piccolo per essere considerato un vero gigante, era al contempo troppo alto per stare tra gli uomini normali. I primi lo deridevano e lo trattavano come una sottospecie. Gli altri lo temevano e gli erano ostili. A dire il vero, nel mondo dei giganti, quelli nani non sono una rarit. Anzi, a dire delle male lingue, sarebbero pi numerosi di quanto si potrebbe supporre, se non in maggioranza. Solo che, utilizzando ingegnosi sistemi di trampoli e vestiti ovattati, e soprattutto grazie alla complice omert dei consimili, quasi sempre riescono a dissimulare la propria misera condizione. Per contro, anche nel mondo dei nani veri, di tanto in tanto nascevano, e ancora nascono, esseri che, in rapporto ai propri simili, potrebbero essere considerati giganti; sicch tra gli umani normali, gli studiosi del racconto erano divisi in due grandi partiti: da un lato coloro che consideravano il nostro un gigante nano a tutti gli effetti, e pertanto meritevole d'ogni disprezzo oltre che di ogni innata ostilit; dall'altro la scuola di pensiero di quelli che, invece, disquisivano trattarsi d'un nano gigante, quindi degno di quell'ammirazione che di solito si riserva agli animali da circo, senza per rinunciare a starsene guardinghi alla larga. Una sparutissima minoranza che non influiva minimamente sull'opinione pubblica, infine, era propensa a considerarlo un uomo ordinario, solo qualche spanna pi alto della media, ammesso a frequentare il mondo dei giganti per essere con essi in qualche modo apparentato. Per chi abitato ai sofismi degli uomini colti, anch'essi spesso oscillanti tra la condizione di aspiranti giganti e quella di presunti o sedicenti tali, la differenza non era da poco.

Del resto della storia, Nicola ricordava ben poco. Si sovveniva soltanto delle infinite varianti con cui la zia Anna di volta in volta gliela reinventava, tra le proteste degli altri fratelli ogni qualvolta il racconto contraddiceva o si scostava troppo dalle precedenti versioni. La tiritera della zia Anna Quando la zia Anna era stufa di raccontare le favole di cui Nicola non era mai sazio, tirava fuori la solita tiritera siciliana del re bef: "C'era una volta e c'era un re bef, biscotto e min. "Questo re bef, biscotto e min aveva una figlia befiglia, biscotta e meniglia. "La quale figlia befiglia, biscotta e meniglia aveva un ucello befello, biscotto e minello. "Un giorno l'ucello befello, biscotto e minello fugg, lasciando nel pi profondo dolore la figlia befiglia, biscotta e meniglia. "Allora il re bef, biscotto e min eman un bando biscotto e tuo nonno: "Chiunque avrebbe trovato l'uccello befello, biscotto e minello avrebbe ottenuto in sposa sua figlia befiglia, biscotta e meniglia. "A trovare l'ucello befello, biscotto e minello stato un tignoso bavoso, biscotto e minoso il quale subito corse dal re bef, biscotto e min reclamando in sposa sua figlia befiglia, biscotta e meniglia..." Nicola non ricordava pi come continuasse la tiritera, n se avesse una qualche conclusione, logica o illogica che fosse. Ricordava solo che se ne stufava subito e protestava perch voleva ascoltare una storia vera. La zia Anna allora, ripetendo due volte ogni verso, ma con intonazione diversa, cantava: - Maria che fai in giardino? Dondindondella. - Nel giardino colgo l'erba. Dondindondella. - Con l'erba cosa fai? Dondindondella. - L'erba la do alle capre. Dondindondella. - Le capre cosa fanno? Dondindondella. - Le capre fanno il latte. Dondindondella. - Col latte cosa fai? Dondindondella. - Il latte lo do ai soldati. Dondindondella. - I soldati cosa fanno? Dondindondella. - I soldati fanno la guerra. Dondindondella. - La guerra cosa fa? Dondindondella. - La guerra ha ucciso mio fratello. Dondindondella. Con questa nota triste la cantilena si concludeva, anche quando a cantarla erano a turno bambini e bambine disposti a doppio girotondo. La guerra era una piaga troppo fresca e molte donne non avevano ancora smesso il lutto per qualche figlio, marito, fidanzato o fratello caduto sul fronte o del quale, in mancanza di pi precise notizie, si diceva fosse disperso nella steppa russa, con ci aggrappandosi all'insensata speranza che, per qualche miracolo, un giorno o l'altro potesse resuscitare dal nulla. Cosa che, invece, successe al primo marito della giunonica donna Concetta, quella che abitava quattro mura di terra cruda e di pietre in cima alla seconda o alla terza traversina della cosiddetta "Strata 'n Chianu", parallela della via principale. Resurrezione e morte del fu Pietro Cucchiara Finita la guerra, Pietrino Cucchiara non sembrava avere alcuna intenzione di tornarsene a casa. Nel paesino della Bielorussia dove aveva trascorso, imboscato, gli ultimi anni del conflitto, s'era legato a una giovane donna, e ne aveva avuto un bambino. Pensava di rifarsi una vita come un qualsiasi Popov. Il suo progetto, per, venne stravolto dall'inopinato ritorno del legittimo sposo della donna, anch'egli soldato, ma sul fronte tedesco. In breve, dovette decidersi a raccogliere i suoi stracci e tornare al paese, regalando il figliolo al vero Popov. Ch con la polizia di Stalin non c'era tanto da scherzare. Lasciata la Russia Bianca, non si sa bene n come n perch, il Cucchiara rimase a vagare per mezza Europa altri due anni. Fatto sta che, quando arriv in paese come un Ulisse di terza scelta, e senza alcuna odissea con cui celebrarsi, l'ancor giovanile moglie Concetta aveva fatto in tempo a ottenerne dal tribunale la dichiarazione di morte presunta, e dal ministero una pensione di vedova di guerra. Questo, per, sarebbe stato il meno se nel frattempo la donna, che non somigliava neanche alla lontana a Penelope, non avesse

cercato consolazione alla propria vedovanza di legge tra le braccia nodose e robuste d'un maturo Turiddu detto Fascella, parente alla lontana di quel don Ninu Palermo, indiscusso capomafia del paese. Anzi, per far le cose per bene, ma senza rinunciare alla pensione, come molte altre donne nella stessa condizione, aveva ottenuto dalla Curia, in queste cose comprensiva se non complice, una speciale dispensa che le aveva consentito di risposarsi col suo nuovo uomo solo secondo il rito religioso. Il ritorno del primo e legittimo marito, dunque, era quanto mai tardivo e inopportuno. Investito del problema ancor prima che la notizia si diffondesse e arrivasse in maniera consistente alle pur discrete orecchie del maresciallo dei carabinieri, don Ninu Palermo si ritrov tra le mani una delle pi inconsuete e bollenti patate della sua carriera di capomafia rurale. "U sceccu d'unni si curca si susi" (l'asino si alza dallo stesso posto dove si corica), ripeteva spesso anche a sproposito per affermare che tutto deve avere una sua logica come due pi due che deve fare sempre quattro. Per prima cosa, perci, parl col fu Pietrino Cucchiara, il quale, imbragato com'era in un puzzolente ciarpume senza n forma n colore, gli sembr il fantasma del picciotto Cucchiara che credeva di conoscere. Con poche domande spicce e senza fronzoli che non ammettevano reticenze n giri di parole, appur i motivi di un cos prolungato sbandamento. Apprendendo che il ritorno alla moglie legittima era dovuto al fatto che, dopo avere girovagato come un barbone senza casa n meta, oramai non sapeva pi in quale altro luogo andare a parare. Dopo tanti anni e tante traversie, del resto, donna Concetta per lui era solo un ricordo: il suo cuore era rimasto in Bielorussia dalla donna che gli aveva dato un figlio e nei confronti di Turiddu Fascella non provava nessunissima gelosia. Voleva soltanto continuare a campare. Magari ricominciando da zero. Il saggio Palermo con donna Concetta non volle parlare. Non ce n'era motivo. Parl a lungo, invece, col cugino Turiddu. Poi, completata in quattro e quattr'otto l'istruttoria, fece convocare don Giovanni Bonomo per dirgli di ospitare il fu Cucchiara nella sua casa alla Cottanera. Badando bene di non fargli incontrare anima viva. Giusto il tempo di avvisare qualche amico e predisporne l'espatrio clandestino in America. Come in effetti avvenne di l a qualche mese, con il duplice risultato di non turbare i nuovi affetti dell'acquisita cugina Concetta e non dovere imbarazzare gli storici e gli impiegati dell'ufficio anagrafe con un terzo caso di resurrezione, dopo quelli di Lazzaro e del Nazzareno. Una ventina d'anni dopo il vecchio Palermo venne a sapere che il fu Pietrino Cucchiara, ormai diventato Vincent Scimone, o qualcosa di simile, dal nome d'un picciotto del Bronx provvidenzialmente e tempestivamente ammazzato da una famiglia avversaria quasi in vista di quel trapianto d'identit, era morto solo come un cane, com'era sempre sopravvissuto, in un ospedale del New Jersey. Definitivamente di cirrosi epatica. La stessa parente del Cucchiara-Scimone che pass la notizia all'ex capo mafia s'incaric d'informarne anche donna Concetta, sempre pensionata di guerra e ufficialmente vedova Cucchiara, perch passasse i suoi ultimi anni con questo rimorso. Fu la stessa donna Concetta, preoccupata per la pensione, a parlarne con l'avvocato zio di Nicola. E questi ne lasci traccia in una vecchia cartella intestata semplicemente "Caso Cucchiara", che Nicola pot leggere e distruggere assieme a tutte le altre pratiche di studio, durante la sua memorabile vacanza a Palermo, qualche anno dopo la morte dello zio. Perch lo studio in mogano acquistatogli a suo tempo dal suocero era stato lasciato al fratello di Nicola, Giovanni, e occorreva liberarlo dei libri (pochissimi) e degli incartamenti processuali (anch'essi poco numerosi), per fare posto ai testi di medicina e alle cartelle cliniche pi esemplari che lo avrebbero riempito nella sua nuova ubicazione. Ma, a parte le quattro o cinque persone che sapevano tutta la storia, Pietrino Cucchiara rimase per tutti disperso e presumibilmente morto nella steppa russa.

Il piccolo "coso" di donna Graziedda Pi allegro della Dindondella e garbatamente lascivo era il canto di donna Graziedda, l'impagliatrice di sedie che abitava la seconda casa del cortile, accanto alla pergola e prima del portoncino che saliva fino all'appartamento del medico Leto. -Maritu miu ch'aviti, ca siti siddiattu, cu mmia siti allagnatu, dicitimi picch.

- E tu chi fai la locca e finci d'un sapiri, dimmi cu c'era aeri dintra lu lettu to'. - E mi paria chi era, pi 'na cusuzza tanta, allagnarivi di tantu e vutarivi di dda. Il canto riproduce un duetto tra una coppia di sposi. Dandogli del voi, come si usava un tempo, Lei chiede al marito le ragioni del suo malumore. L'uomo, al quale il motivo di essere triste (siddiatu) non manca, dice alla moglie di non fare la finta tonta (locca), perch lei sa benissimo con chi lo ha tradito il giorno precedente. La donna non nega la circostanza, ma ne minimizza la portata, dicendo che per un coso piccolo cos (e donna Graziedda, ammiccando, portava il dito sul polso per indicare la lunghezza dell'oggetto dello scandalo), non vale la pena fare tutta quella scena. E intanto la cantante, spostando il dito all'attaccatura del braccio, mimava la "spropositata" reazione del marito tradito, che nel canto le volge le spalle per sottolineare il proprio malessere.

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Quei baci rubati sotto le bombe Alla Cappella Palatina, non per moda ma per convenienza, s'era sposato anche lo zio avvocato. Nicola ricordava ancora l'evento. Dalla sua casa di via Villa Florio, la fidanzata era arrivata davanti alla storica reggia dei Normanni con un corteo d'una decina di carrozzelle, come se ne vedono ancora a Palermo a uso dei turisti. L l'aspettava lo sposo, impaziente dopo quasi dieci anni di continui rinvii (un po' per il servizio militare, un po' per la guerra e un po' per le sue personali titubanze, ch con la professione faceva fatica a ingranare e non aveva i mezzi per affittare e arredare una casa). In tutto quel tempo, le uniche tenerezze che avevano potuto scambiarsi erano stati un paio di baci rubati, una sera, tra lo stridore lancinante delle sirene d'allarme, in un affollato e maleodorante scantinato adibito a ricovero antiaereo. Fuori infuriava una tempesta di bombe inglesi che stava cancellando dalla cartina topografica i palazzi pi belli e sontuosi del mandamento della Piet. A causa del coprifuoco, ma ancor pi per i danni alle linee, s'era verificato un improvviso e propizio black out. Cos, tra le urla isteriche delle donne, i pianti di bambini impauriti e le voci concitate degli uomini che indicavano agli ultimi arrivati qualche angolo meno affollato o invitavano gli altri alla calma, il giovane avvocato aveva finalmente trovato l'occasione a lungo inseguita e agognata per abbracciare per la prima volta la sposa promessa, e baciarla ripetutamente sotto gli occhi non vedenti dell'attentissima e circospettissima madre di lei. Baci che, nonostante la drammaticit della circostanza, dovettero avere un sapore speciale se, ormai vedova e anziana, la zia Giuseppina ne raccontava sempre ai nipoti come della trasgressione pi dolce e memorabile della sua giovent. A trovare una soluzione ai perenni rinvii dell'avvocatino fu il suocero, un arricchito commerciante all'ingrosso di oli e di vini, il quale aveva lasciato il paese in giovanissima et: per un tempo che avrebbe dovuto essere transitorio, ma che poi si consolid fino a diventare definitivo, alla giovane coppia sarebbero state ritagliate due stanze nella grandissima casa dei genitori di lei: una camera da letto arredata in perfetto stile veneziano, tutt'ora ammirata e concupita da numerosi nipoti di secondo grado, e uno studio in mogano scuro, stile ministero, per riceverci i mai numerosi clienti. Tutto a spese e gusto del suocero. Risolti questi non minori problemi di logistica e finanza, il matrimonio era dunque fissato. Davanti l'ampio ingresso della costruzione arabo-normanna lo sposo aspettava scrutando tutte le carrozzelle in transito per la via del Cssaro, soprattutto se si inoltravano tra la lussureggiante botanica mediterranea dell'antistante Piazza Bonanno. I suoi pochi parenti erano arrivati per tempo con la Balilla da nolo di Polpettone. Incassati come sardine in scatola (che dico? Sottovuoto spinto), uno in braccia dell'altro, come ancora non riusciva a capacitarsi abbiano potuto fare, erano riusciti a starci in otto adulti pi due bambini. Tanto il viaggio non era lungo e in poco pi di mezz'ora sarebbero arrivati. E meno male che, tranne il nonno materno, il quale in altro periodo e con altra alimentazione sarebbe stato grasso, erano tutti secchi come chiodi. Sicch sul sedile di dietro, disposti come un incastro a coda di rondine, se n'erano seduti quattro (nonna Maria, mastro don Nicola padre, sua madre e lo zio Giusto). La zia Carolina e la zia Anna, poi morta ancor prima di entrare al Carmelo, s'erano sistemate in braccio al marito, o a met sulle gambe della nonna e quelle di sua madre. Polpettone, l'autista, era quello pi comodo. Alla sua sinistra, il nonno doveva tenere sulle gambe i bambini, cio Nicola, che preferiva starsene in piedi rischiosamente appiattito contro il parabrezza, e suo fratello Giovanni. Immaginate, ora, i vestiti fatti su misura dal sarto per la ricorrenza, dopo quaranta minuti di tanta impastata! Anche i cappelli col velo, noleggiati dalle donne il giorno prima in un negozio di via

Libert (a Nicola era rimasta impressa una piccola vasca con pesci rossi nel minuscolo giardino antistante), sembravano sgualciti. Ma alla fine erano arrivati sani e salvi, e anche in anticipo. Appena usciti da quella tortura a quattro ruote, tutti a sgranchirsi muscoli e tendini per quei quindici o venti chilometri d'anchilosi e le donne, disperate, a stirarsi addosso i vestiti col palmo della mano, a rifarsi la cipria e il rossetto o a ritoccarsi i capelli freschi di domestica permanente. Lo sposo era arrivato in carrozza in compagnia del sacerdote celebrante, suo amico d'infanzia. Nell'attesa Nicola scopr e collaud soddisfatto, nello spiazzale antistante il Palazzo, un insospettato campo di gioco e di corse. Le quali dovettero essere bruscamente interrotte all'arrivo delle carrozzelle della sposa e del suo corteo. Al braccio d'uno zio materno, mediatore di case e di terre, ch il padre era morto di subito, cio d'infarto, quasi alla vigilia delle nozze, la sposa sal bianca e mestamente raggiante, seguita dal piccolo corteo di parenti, per l'ampia e solenne scalinata che porta al primo piano della reggia. Percorse l'enorme ballatoio balaustrato di marmi dai mille colori, raggiunse l'ingresso della cappella, poi s'incammin tra le due file di banchi fino all'altare. Qui, ad accoglierla, c'era lo sposo. L'imponente figura del Cristo Pantocrator dell'abside e la fantasmagoria di mosaici bizantini, che occupano tutte le pareti interne e quella esterna della cappella, costituivano, e costituiscono, uno scenario ideale per pronunciare i fatidici "s". Per una pi profonda commozione delle spose e delle intabarratissime mamme, che a queste cerimonie spesso vanno pi disposte al pianto che al riso. Impegnato oltre modo a correre per il ballatoio, o a ridiscendere le scale verso l'uscita, o a salire per la contigua scalinata che porta a quella Sala d'Ercole, che poi sarebbe diventata sede del consiglio regionale della Sicilia (spagnolescamente definito parlamento, con i consiglieri che si attribuiscono e pretendono l'aggettivo di onorevole), Nicola non fu presente n al "s", n per il resto della funzione. L'unico istante in cui la sua presenza venne autorevolmente reclamata dal padre fu per la foto ricordo. Profumo di quaglie Anche il Traina s'era sposato nella fastosa cappella della reggia normanna. Il ricordo del racconto di questa cerimonia, ascoltato cento volte dal padre e da altri testimoni oculari, gli tornava alla memoria perch diventato proverbiale. L'avvocato Giuseppe Traina (Peppino, per gli amici) era un appassionato studioso di storia e, di conseguenza, bibliofilo raffinato. Come politico non gli riusc mai di fare carriera: quand'era giovane perch c'era il fascio e lui era un testardo popolare; quando venne la repubblica perch, a parte l'elezione all'Assemblea costituente, quando perfino gli elettori erano impreparati al voto di scambio, non riusc mai ad apprendere l'arte d'arruffianarsi i votanti. Lui ne attribuiva la colpa ai massoni e, in parte, ai mafiosi; per cui, per traslazione, tutti i suoi avversari dovevano essere inevitabilmente o massoni, o mafiosi. I peggiori erano entrambe le cose. N c'era via di scampo. Ma, essendo quella un'epoca in cui nessun procuratore della repubblica si preoccupava di tali quisquilia (e quanti erano costretti ad occuparsene lo facevano soprattutto per ridimensionare, minimizzare o, addirittura, annichilare i problemi), le accuse dell'avvocato trovavano il tempo che trovavano: e, cio, nessuno, rimanendo solo innocue parole, neppure calunniose: un mezzo complimento, si sarebbe detto. Deluso ed emarginato dall'attivit politica, l'avvocato si rifugiava sempre pi in un suo mondo di libri, manoscritti polverosissimi, raccoglitori prelevati da tutti gli archivi dell'isola, da spulciare, analizzare, confrontare, sunteggiare in quaderni di scuola con la copertina nera della premiata ditta Mammana, o sui fogli protocollo usati per le istanze, i ricorsi e gli appelli in tribunale. Per fare un piacere a suo padre, ma anche perch era interessante ascoltarlo, almeno una volta al mese, quand'era al liceo, Nicola andava a trovarlo. Prima di salire, sostava davanti all'edicola

all'angolo della strada per leggere gli ultimi titoli del giornale L'Ora e, cos, rifornirsi di argomenti nuovi con cui stuzzicare la loquacit dell'avvocato, mentre pungenti ondate di fritto esalanti da una vicina friggitoria sopraffacevano le sue reminiscenze di panelle, crocchette, arancine di riso e nappe di melanzane fritte, tagliate perpendicolarmente con quattro colpi a croce che lasciavano intero solo l'attacco del picciolo, e chiamate volgarmente quaglie. Intanato nel suo appartamento di propriet dell'Istituto Case Popolari, al quinto piano senza ascensore, in via Quintino Sella a Palermo, l'anziano avvocato avanzava malfermo tra pile di libri, accastellati secondo un ordinato disordine cosmico, del cui segreto era unico e geloso guardiano. Libri nel saloncino d'ingresso (sulle sedie, in una specie di cristalliera, sul pavimento, perfino sulla cappelliera); libri nel corridoio, impilati per terra, come se il soffitto e, con esso, l'intera volta celeste dovessero essere tenuti in piedi da tali malformate colonne di carta, e non c'era spazio neppure per un quadro o una stampa e, se ce n'erano, non si riusciva a vederli; libri in soggiorno, in camera da letto e, naturalmente, in studio. Entrare nel quale era un'impresa: solo uno strettissimo varco consentiva all'avvocato di trascinarsi fino alla sua consunta poltrona, dietro la scrivania sovrastratificata di volumi, carte, mappe, fogli d'appunti, incartamenti di processi, caffettiere vuote e tazzine di caff dove annegava i suoi mozziconi di sigarette e con essi il cattivo umore per i massoni che non smettevano di perseguitarlo; ed era un problema trovare quei pochi decimetri quadrati dove provvisoriamente poggiare le pigne dei volumi archiviati sulla sedia che urgeva liberare per il giovane ospite. "Anche il dorso (u cozzu) dei libri fa cultura", gli spiegava l'anziano Traina. "Perch, la cosa importante non aver letto tutto lo scibile umano, ma sapere dove andare a trovare quel tanto che serve, al momento in cui serve." E in quel marasma di carta, l'avvocato ci riusciva benissimo. O, almeno, lasciava che gli altri lo credessero. Mafiosi e massoni a parte, i discorsi dell'avvocato tornavano spesso sui lavori della Costituente. Non era per nulla soddisfatto della Carta approvata e nei suoi "errori concettuali" vedeva la fonte di tutti i mali del Paese. Il punto pi debole, una specie di peccato originale, era la mancanza d'una effettiva separazione dei poteri. Non digeriva, in particolare, l'assoluta specularit dei poteri delle due Camere, che invece avrebbe voluto specializzare per competenze: una, la Camera Bassa, come la chiamava all'inglese, per la nomina e il controllo delle attivit del governo e le "leggi di spesa"; l'altra, quella Alta, per le Leggi con la elle maiuscola. In forza del suo credo nella separazione dei poteri, voleva anche che il Presidente del Consiglio e i suoi ministri non potessero far parte di alcun ramo del parlamento. Era anche favorevole all'elezione diretta del premier e del suo vice e preconizzava che, superata una certa soglia di voti, i candidati al premierato non eletti con una significativa percentuale di voti potessero sedere di diritto per tutta la legislatura tra i banchi della Camera Bassa. Criticava aspramente anche la legge elettorale che, a suo dire, erano invertita. Avrebbe voluto, infatti, un sistema strettamente proporzionale per il Senato (ma con collegi minuscoli, minuscoli) ed un rigido sistema maggioritario per la Camera. Infine pretendeva che i candidati alle varie elezioni non venissero proposti dai partiti, ma spontaneamente da un numero minimo di elettori e che, poi, fossero gli stessi candidati a dichiarare a quale formazione politica intendessero collegarsi, sicch in uno stesso collegio si potessero avere in concorrenza anche pi candidati richiamantisi allo stesso partito, indipendentemente dai seggi in palio e senza che le segreterie avessero nulla da dire, n tanto meno da fare. Nicola ascoltava con devozione e andava faceva proprie le annotazioni del vecchio Traina. Ma ancora non sapeva, come avrebbe scoperto in maturit da un'intelligente pubblicazione elaborata dai computer dell'Ibm, che i contributi propositivi dell'avvocato per la redazione della Carta Costituzionale erano stati nulli e che nessun articolo n proposta di emendamento riportava il suo nome, neppure ammucchiato insieme a quelli di altri. A chi mai aveva esposto, allora, tutta quella sua architettura costituzionale? Se l'avesse saputo

allora, Nicola probabilmente avrebbe trovato un modo garbato per chiederlo al diretto interessato. Lo sposo smarrito La moglie del Traina era morta da un pezzo e l'avvocato, rimasto in cura dell'unica figlia, viveva di studi e di storia. Gran parte del suo quel cartame proveniva dalle bancarelle mobili di libri usati: due o tre in tutta Palermo. Ce n'era una, in specie, che aveva sempre roba di prim'ordine. Generalmente sostava all'angolo tra Piazza Bologna e il Corso Vittorio Emanuele, che le persone d'una certa et continuavano a chiamare Cssaro. Spesso ci si trovavano chicche. Lo stesso Nicola, negli anni in cui frequentava il liceo Vittorio Emanuele, situato in una traversina della stessa via, aveva potuto acquistarvi, fra l'altro, un messale stampato a Venezia nel 1540 con caratteri di legno e capilettera istoriati con immagini di profeti, angeli e santi. L'avvocato ci perdeva le giornate. E anche qualche processo, arrivando in tribunale a sentenza gi emessa. Conoscendolo, infatti, pi d'una volta avversari senza scrupoli gli avevano teso tranelli di libri o di polemiche di politica e storia sulla via del Palazzo di giustizia, con l'obiettivo maligno di farlo dichiarare contumace o, quantomeno, per rinviare di qualche anno l'udienza. Che fosse un genio distratto inutile dirlo. E anche da giovane viveva sognando e inseguendo date, personaggi e avvenimenti di qualche secolo prima. Il presente poteva aspettare. E rimanda oggi, rimanda domani, s'era ridotto che la mattina del matrimonio non aveva ancora il cappello, senza del quale, pare, la cerimonia non si poteva assolutamente celebrare. Comprare un Borsalino, significava andare fino ai Quattro Canti, che una volta era il centro del centro della citt, non lontano dalla Cappella normanna. Perci un parente coi piedi per terra s'affrett a convocare una carrozzella da nolo per farlo correre subito a rimediare la mancanza. Una corsa veloce: andare, provare, pagare e tornare. E, infatti, cos avvenne, tranne che per l'ultima operazione. Finalmente incappellato con un Borsalino fiammante, il giovane sposo usc alla ricerca d'un'altra carrozza, percorrendo un bel pezzo di Cssaro verso piazza Bologna dove queste solitamente sostavano. Ma, il diavolo, sotto le sembianze della solita bancarella di libri vecchi, quel giorno volle metterci la coda e divertirsi alle sue spalle. Il posteggio era deserto e, in attesa della prima carrozzella, lo sposo bibliofilo cominci a scartabellare tra gli ultimi arrivi, ch era morto qualcuno e i parenti avevano avuto fretta di svuotarne la casa. Sfoglia un libro, scorrine un altro, il tempo passava. Immaginarsi la sposa, arrivata in chiesa per tempo, mentre il promesso non si faceva vedere! Immaginarsi anche i familiari dello sposo, ch erano le undici suonate e Peppino doveva ancora tornare col Borsalino nuovo. Le undici. Le undici e un quarto. Le undici e mezzo. E di Peppino Traina nessuna novella. Tra la Cappella Palatina e la casa dello sposo cominci un frenetico andirivieni di cavalli, carrozze e parenti, chi per sapere cos'era successo, chi per cercare lo sposo smarrito, chi per informare che non c'erano nuove. Alla fine, un messaggero, mentre risaliva il Cssaro verso la Palatina, scorgendo qualcuno intento e beato a sfogliare una bancarella di libri, ebbe un sospetto felicemente confermato dalla tempestiva frenata del cocchiere: s, era proprio Peppino, che caricato quasi di forza sul fiacre, venne velocemente condotto all'altare davanti al quale la sposa aveva consumato tutto il suo belletto in un pianto dirotto. Da quel giorno, in paese, per dare dello smemorato a qualcuno bastava dire che era un altro avvocato Traina. Di Nicola lo dicevano spesso.

La vedova vergine Per una strana associazione d'idee, queste memorie di spose gli evocavano l'immagine di Nen detto Senza. Il quale, quando rientrava in paese, fucile in spalla e una ghirlanda di tordi e pernici a tracolla, sembrava un Cesare trionfante di ritorno dalla campagna delle Gallie. Vedendolo incedere marziale e solenne col carniere traboccante di prede, qualcuno, accennava con un'alzata di mento e di occhi agli esanimi uccelli e sorrideva allusivo. "Tutta invidia", si consolava il Senza. Nen era il miglior cacciatore del paese e dintorni. Ma non possedeva un fucile. Non che non potesse permetterselo. Semplicemente non ne aveva. Quando gli serviva, veniva a prendere in prestito quello di mastro don Nicola, ed era pi il tempo che l'aveva lui che il legittimo proprietario in casa a pendere da una parete, accanto alla giara con l'olio, dissimulato dal battente d'una porta interna perennemente spalancata, in modo che ci fosse (quando c'era), ma nascosto alla vista di chi non sapeva. Al ritorno dalla caccia, compto e cerimonioso come sempre, Nen passava a salutare mastro don Nicola per regalargli due tordi, una beccaccia o una lepre e dirgli che, se non gli fosse dispiaciuto, avrebbe tenuto l'arma qualche giorno ancora. Sicch, quando gli veniva voglia di andare in campagna al Feudeotto Canneto e, pi per compagnia che per effettiva utilit, mastro don Nicola decideva di portarsi il fucile, bisognava mandare il piccolo Nicola a richiederglielo con qualche giorno d'anticipo. E lui lo riportava immediatamente, con tante scuse per il ritardo. E con qualche pernice "che gli aveva regalato un amico". Al Feudotto mastro don Nicola, con le cartucce confezionate in casa la sera avanti, riusciva sempre a sparare a qualche tordo, ma raramente a centrarlo. Non era pi in forma come quando era giovane e la caccia, dopo le belle donne, e prima del melodramma al teatro Biondo, era la sua grande passione. Una volta, nascosto ai volatili in mezzo al canneto, fece provare anche al figliolo, standogli ben piantato dietro le spalle e prendendo tutti gli accorgimenti perch non patisse il rinculo dell'arma. Voleva che anche la moglie imparasse a tirare, ma quella a schermirsi che non ci sarebbe mai riuscita. Al ritorno dal Feudotto, mastro don Nicola, non potendo esibire carnieri di selvaggina, cercava un po' di granchi nel greto del fiume Eleuterio, cosicch la sera c'era ugualmente qualcosa da fare alla brace. Non sbagliava mai: quando sollevava un sasso dal letto limaccioso di quel fiume di stagione, l c'era un granchio che cercava di svincolarsi dalla presa a colpi di chele. Nen aveva trent'anni suonati, ma il suo volto glabro lo faceva sembrare molto pi giovane. Il nomignolo "Senza" non aveva nulla a che vedere col fatto che, pur essendo un gran cacciatore, non possedesse un fucile. L'arma che gli difettava era molto pi intima e irrimediabile: erano i testicoli, infatti, a mancargli fin dalla nascita. Ed era per questo, quando passava inghirlandato d'uccelli senza vita, che la gente ridacchiava allusiva. Figlio di buona famiglia, Nen aveva studiato da maestro, senza riuscire a conseguirne il diploma. Ma aveva lo stesso trovato un impiego nell'amministrazione statale grazie a un potente zio generale. In condizioni normali sarebbe stato un buon partito per qualsiasi ragazza che non fosse troppo racchia. Non certamente in quelle. Ma cos non la pensavano i suoi genitori, convinti che quel piccolo difetto, alla fine, non fosse tanto grave. "E, che diamine queste ragazze moderne che non pensano altro che a quello!" Cosicch, parlane, parlane, alla fine trovarono un disgraziato di padre disposto a dargli in sposa una propria figliola, che di ben altra fibra d'uomo aveva bisogno, "perch cos almeno avrebbe avuto sicuri pranzo e cena tutti i santi d."

La ragazza era una di quelle morette ben fatte, n bella n brutta, abituata ad accettare il destino e il volere della famiglia senza mai ribellarsi, come se tutto fosse gi scritto dalla notte dei tempi: un'acqua cheta, si sarebbe detto, con un potenziale di sesso e maternit rimasto inesplorato e inesploso. Cosa le fosse stato detto dello sposo promesso, nessuno ha mai potuto saperlo. Una vicina di casa giurava che lei fosse cosciente fin dall'inizio che da quell'uomo mai e poi mai avrebbe avuto bambini. Ma, per il resto, il rapporto avrebbe dovuto essere passabilmente normale. Del resto, chi poteva dire con medica certezza se quella menomazione implicasse soltanto un'impotentia generandi o anche un'impotentia coeundi? N, a parte il volto glabro, il comportamento di Nen aveva mai fatto sospettare atteggiamenti femminei, mentre era arcinoto che taluni castrati possono avere normalissimi rapporti di sesso, quando addirittura non riescono a soddisfare le compagne, quanto e meglio di qualsiasi amante con tutti gli attributi in piena e dovuta regola, cavalcandole a comando come scimmie bonobo. Questo, purtroppo, non era il caso di Nen, come scopr fin dalla prima notte l'infelice sposina. La quale, dopo qualche mese di prove, riprove e di notti sempre pi bianche, se ne sfog con l'amica del cuore e questa, di confidenza in confidenza, come una catena di Sant'Antonio, diede modo a tutto il paese di condividere l'amaro segreto. "L'impotentia coeundi, avvalorata dalla mancata consumazione -sentenziava sdegnato padre Vincenzo tra una pizzicata di tabacco e uno starnuto prontamente abortito in un fazzolettone rosso a palline bianche- causa nullitatis est. "Non c' nemmeno bisogno della Sacra Rota. Basta un piccolo, documentato esposto al Tribunale Ecclesiastico di Palermo". E lasciava intendere che, se ne fosse stato richiesto dalla parte interessata, avrebbe potuto occuparsene di persona andando a trovare certi monsignori della curia. Ma nessuno delle amiche e vicine, che inutilmente (o morbosamente) la commiseravano, ebbe mai l'onest, o il coraggio, di riferire queste parole alla sfortunata sposina. La quale, rassegnata, cominci ad affezionarsi al gentilissimo e impotente marito e, anche immaturamente vedova, gli rimase fedele come una vergine suora fino alla morte.

Fedelt lussuriosa Meno virtuosa, ma a suo modo ugualmente fedele al marito, fu la sagrestana Maria. Della quale non possibile dire n la chiesa alla quale accudiva, n il luogo, n l'epoca esatta dei fatti. E neanche il nome il suo vero. La rossa Maria era un tipetto con gli occhi e il passo volpini, un corpo ben messo, straripante dai vestiti attillati, molto rossetto, pochissima voglia di fare, una lingua sempre pronta a schizzare taglienti risposte. Che a volte faceva piacere sentire per l'arguzia paesana, ma altre volte ferivano pi d'una spada. Un vero pepino. Corteggiatissima non si pu dire, ma attivissima a corteggiare tutti i ragazzi che le sarebbero andati bene come marito, non si sa come, aveva finito con lo sposare, acquisendone anche un ruolo ausiliario e l'attributo, un dinoccolato sagrestano che, quando camminava, si ciondolava avanti e indietro come un rabbino davanti al Muro del Pianto. Qualche malalingua informata diceva che la scelta fosse stata aggiustata da un prete, quando la rossa, non ancora sagrestana, rimase incinta d'un giovanotto di buona famiglia, il quale non ne volle sapere di regolarizzare quell'incidente di percorso. In effetti il primo dei suoi quattro marmocchi non somigliava n all'uno n all'altra. Erano, invece, incontestabilmente sagrestani gli altri tre figli, sfornati in fila in meno di tre anni, a ruota col primo. Tanta provvidenza indicava anche una febbrile attivit amatoria che rendeva la donna sempre pi

florida e l'uomo sempre pi smunto e dinoccolante. Ninfomane. Ecco cos'era, per non menare troppo il can per l'aia, la rossa e accidiosa Maria. Il marito non le stava dietro. E lei decise di non star pi dietro solo al marito. Adocchiati con discrezione un paio di ragazzotti, frequentatori saltuari dell'Azione Cattolica, la rossa decise d'organizzare la propria lussuria impegnandosi, come meglio poteva, a non danneggiare troppo il sagrestano. N fisicamente, n in senso morale, L'addescamento era semplice. Bastava una parola pi spinta, un seno strusciato per caso passando, un'occhiata ammiccante, un cenno col capo, e la preda, come in ipnosi, seguiva meccanicamente la donna. La quale furtivamente sgattaiolava verso la propria abitazione, arrangiata alla meglio in un'appendice della canonica, mentre il marito era impegnato a ciondolarsi con un turibolo in mano per un funerale, per un matrimonio, a scampanare, o doveva seguire il prete in qualche lontana incombenza. Nella penombra domestica, ma qualche volta anche in un angolo buio d'un oratorio deserto, l'insaziata Maria strapazzava la vittima con le sue calde effusioni d'abbracci e di baci, la spolpava assetata dei suoi getti di seme, si metteva carponi per farsi penetrare dall'ano. Ma guai se il giovane amante tentava spostare il suo tiro verso la contigua vagina: quella no! In ci restava fedele al marito. N c'era verso di farle cambiare parere. Neanche durante l'orgasmo. E guai ad insistere. Ci s'infuriava, e pur non bramando che quello, riusciva a respinger l'amante di turno e a sgridarlo, perch lei era moglie fedele. Se quello obiettava "E quel che facciamo cos'?", lei subito a rintuzzare che non s'era mai sentito di qualcuna che sarebbe rimasta incinta di bocca o di dietro. E in questo voleva restare moglie devota, pi di tante santarelle che si controllano, si mortificano, si trattengono e comprimono per anni, poi prendono una cotta, e si lasciano ingravidare dal primo citrullo che passa. "Perch una scapricciata, nella vita d'una donna che non sia troppo brutta, capita sempre. Solo che nessuna lo ammette." Cos eccitata, di sera, la rossa spremeva di ventre il marito, finch rinsecchito, che ormai dondolava come uno scheletro vestito solo di pelle, il disgraziato ne mor lentamente di tisi al sanatorio Cervello. Preso il nero del lutto, la rossa Maria, ormai sagrestana a tutti gli effetti, gli rimase fedele d'anagrafe, ma non pi di vagina.
Do di petto

Tutte queste storie di spose avevano risvegliato il fantasma del Tinuri. Il suo ricordo si materializz una notte d'insonnia, esattamente come lo stesso Tinuri era solito profetizzare quando qualche ragazzo lo canzonava per strada: "State tutti attenti, perch da morto torner a svegliarvi nel sonno". D'altra parte, come sarebbe possibile parlare di spose senza neppure un accenno al cantore che con le sue toccanti Ave Marie di Schubert riusciva a spremere mezze lacrime anche agli invitati pi incalliti? U Tinuri arrivava in paese un paio di volte all'anno, alle primissime luci dell'alba, o con gli ultimi bagliori del tramonto, a bordo di qualche carretto di passaggio, con una inseparabile valigione nero. Vi si tratteneva solo un paio di settimane. Poi, improvvisamente ed imprevedibilmente com'era arrivato, scompariva nel nulla, portato via da altri carrettieri verso altri paesi ed altre spose. Alto, robusto, una barba bianchissima e fluente, ma senza baffi alla Cavour, errava per mezza Isola, dilaniato dalla tentazione (vincente) dell'alcol e dall'orgoglio (perdente) di chi ha alle spalle una storia di benessere e rispettabilit. La sua divisa era un gil nero, impataccato da inequivocabili chiazze di vino. Ogni quarto d'ora esatta ne estraeva un cipollone da ferroviere, come se maniacalmente gli incombesse l'obbligo di controllare la precisione dell'orologio della torre campanaria.

Per annunciare il suo arrivo, con la scusa di dare un'occhiata al giornale, si fermava dal primo barbiere che gli capitava e vi si impiantava in attesa di clienti, ossia dei parenti di qualche maritanda, ai quali consentire di supplicarlo di cantare al matrimonio imminente. Per ingannare il tempo, regalava scampoli dei suoi possenti do di petto, ma solo se chi glielo chiedeva gli andava a genio. U Tinuri non cantava mai a pagamento, ma quando accettava (cosa non del tutto scontata), era implicito che la famiglia della sposa, come prima cosa, si facesse carico di pagare il barbiere per un servizio completo di barba e capelli. Poi bisognava anche ospitarlo e sorbirsi, durante tutte le cene che precedevano il rito nuziale, salutari lezioni di galateo su come si tengono le posate a tavola, come non si erutta o non bisognerebbe parlare mentre si sta masticando. Naturalmente occorreva anche provvedere al suo bucato, rimettergli a posto e stirargli un vecchissimo frac da cerimonia e procurargli una tinozza dove fargli annegare almeno in parte il tanfo del vino mal digerito. Ma soprattutto bisognava che qualcuno lo tenesse costantemente d'occhio per evitare che arrivasse alla mattina della cerimonia totalmente cotto dai fumi dell'alcol e, quindi, non in grado di cantare. Come ogni tanto accadeva. Subito dopo la festa, queste incombenze passavano ai familiari delle altre spose o, se era inverno, agli amici di qualche innamorato che intendeva noleggiarne la voce per una serenata. Se non c'erano matrimoni in vista, U Tinuri andava a dormire con i carrettieri e i cavalli al Fondaco dei Di Martino, accanto al laboratorio di casse da morto, vicino la Chiesa Nuova. Sull'identit e la storia del Tinuri correvano diverse versioni. La pi accreditata era che in giovent, subito dopo il conservatorio, aveva fatto parte del coro del Teatro Massimo. Aveva anche sostenuto delle parti minori durante un paio di stagioni liriche e sembrava lanciato verso una decorosa carriera di mezzi successi come capita ai pi nel mondo dell'arte. Si diceva anche che aveva preso una cotta non corrisposta per un attraente soprano che, poi, il successo lo avrebbe raggiunto a tre quarti. Nell'inseparabile valigia nera, si almanaccava, ne conservava ancora una foto grande quanto tutto il fondo, insieme a una raccolta di locandine di teatro e di ritagli di giornale. Altri giuravano che la foto della donna, molto pi piccola, la portasse anche (o invece) attaccata all'interno del coperchio del suo cipollone e che la smania di controllare la precisione dell'orologio della Chiesa Madre fosse dovuta all'impellenza di riassaporarne i lineamenti del volto per una vitale boccata d'ossigeno. Una cosa era certa: dopo quella infatuazione, nella sua vita non c'erano state altre donne e, segretamente, erano dedicate a lei tutte le avemmarie che accettava di cantare ai vari matrimoni. Il corteggiamento infruttuoso dur tutta una stagione, finendo teatralmente di colpo un giorno in cui, tra una prova e l'altra, il tenore sorprese la bella cantante tra le braccia d'un altro collega. Accecato dalla passione, l'uomo tent di aggredire la coppia brandendo un pugnale di scena. In preda ad un raptus di gelosia, minacci di fare una strage finendo col ferire il contendente, anche se solo di striscio. Per evitare lo scandalo e mettere a tacere la cosa, dopo il fattaccio il tenore venne costretto a rassegnare le dimissioni dal teatro. N d'altra parte sarebbe pi riuscito a cantare gomito a gomito con la donna che lo aveva respinto e che continuava follemente ad amare, n con il suo pi fortunato concorrente. Se ne stette richiuso per settimane in una stanzetta in pensione, uscendone solo per un quotidiano velocissimo pasto presso u Dutturi du Brodu, una vecchissima trattoria un po' Bohme specializzata in lessi e brodi di carne, da sempre in auge tra gli artisti del Massimo, nella vana speranza di incontrarvi la sua amata. Per alleviare la delusione dei mancati incontri, dopo la trattoria, prese l'abitudine di fare una capatina nella vicina bottiglieria dei Marchese, dove al posto dei brodi si mescevano pi robusti bianchi d'Alcamo e rossi di Vittoria.

Alcuni colleghi che apprezzavano il suo talento e le sue doti canore ne avevano sollecitato un ingaggio presso il teatro di Catania. Nell'attesa, gli avevano anche procurato un incarico di insegnante precario di musica. Ma, in men che non si dica, l'alcol prese il sopravvento e, invece che a scuola, sempre pi spesso fu visto peregrinare di taverna in taverna senza neppure l'alibi di potervi un giorno incontrare la donna della sua passione. Fu un rapido e progressivo degrado che inesorabilmente lo ridusse in quello stato di rassegnato vagabondaggio punteggiato da sempre pi rari e labili riflussi di decoro. Ai matrimoni, quando, assolta la funzione di cantore, gli si lasciava libert di bottiglia, raccontava dei paesi dov'era stato negli ultimi tempi. Come un grande artista di successo, enumerava le piazze toccate nelle ultime tourne: Marineo, Corleone, Bisacquino, Mezzojuso... Mentre snocciolava i nomi di questi paesi, letti mille volte sulle targhette delle corriere, i ragazzi pendevano dalla sua bocca con la stessa ammirata curiosit con cui si ascoltano le storie d'incredibili avventure in porti lontani d'un vecchio marinaio. Le donne s'intenerivano e, in segreto, forse, sospiravano di essere al posto dell'ingrata che l'aveva respinto.

Vangelo secondo Deluca


"Ma tu sei Nino!?", esclam incrociando al mercato lo sguardo sanguigno di quello che era stato suo inseparabile compagno di polemiche al Collegio di via Vespri. "E tu Nicola!", ribatt l'altro illuminandosi come se, d'improvviso, si fosse aperto un varco che lo riportava indietro nel tempo di almeno quarant'anni. Avutane reciproca conferma, fu conseguente procedere alla presentazione della moglie di Nicola e, esaurite le meraviglie e le frasi di rito, appartarsi dalla folla vociante del mercatino del rione Capo per festeggiare l'incontro in un bar meno assordante. Si scoprirono entrambi astemi e mal disposti a digerire i grassi del caff. Un t freddo al limone era quanto ci voleva per una giornata di mezzo scirocco. La moglie di Nicola si concesse una granita al limone, ma dovette desistere dall'arrivare in fondo al bicchiere perch la golosa ingestione di tutto quel ghiaccio le causava una stretta alle tempie. Dovevano assolutamente rivedersi. E la stessa sera che, per Nicola, era l'ultima di quel magnifico ritorno. Accomiatatisi, Nicola e consorte si reimmersero nel concerto anarchico delle voci spesso pretenziose dei clienti e quello pi armonioso e melodico dei venditori di pesce fresco, frutta, verdure, fritture e fragranze di pane e d'ogni altro genere alimentare, tutti caoticamente stipati a contendersi la poca aria delle viuzze da casbah alle spalle del Tribunale: scenario perfettamente sintetizzato da un celebratissimo quadro di Salvatore Guttuso, propriet del Municipio di Palermo, dal titolo "Vucciria". (Per l'esattezza, il quadro di Guttuso si riferisce appunto alla Vucciria, l'analogo mercatino all'aperto incuneato tra i Quattro Canti di Campagna e il quartiere Kalsa, alle spalle della chiesa e della veneratissima cappella dell'Ecce Homo, oggi parzialmente dismesso e, comunque, diventato un'ombra di quel magnifico souk d'un tempo). Completati gli acquisti, sostarono ad assistere all'estrazione dei numeri vincenti d'una delle tre o quattro lotterie istantanee del mercato. Abusive per la legge, ma opportunamente tollerate da tutti i prefetti anche in epoca fascista, quotidianamente queste regalano a turno agli abituali acquirenti un piccolo refrigerio per il pagamento di qualche cambiale, e agli organizzatori una risorsa di sussistenza in cambio dell'essersi sgolati per tutta la mattinata ad annunciare "l'urtimu, e tiramu!" (comprate quest'ultimo biglietto, e facciamo l'estrazione!), girando tra le bancarelle con il il gil trapunto di dollari, premio promesso al fortunato vincitore della riffa . Dietro modestissimo compenso, un friggitore pubblico, attrezzato con un braciere di tola sui cui carboni alternava indiscriminatamente carni, pesci e bruschette, mise loro a grigliare gli sgombri appena acquistati. Poi glieli avvolse con un p di stagnola e mezzo foglio d'un vecchio "Giornale di Sicilia". "Chiss cosa ne direbbe qualche giacobino ispettore sanitario padano!", comment con la moglie lombarda, mentre si facevano strada tra la calca per tornare alla macchina lasciata alle cure d'un posteggiatore precario lungo il vicino vialone che sfocia nel piazzale retrostante ad un Teatro Massimo eternamente impacchettato per lavori di restauro. All'ora convenuta, quella stessa sera, si rivide col Deluca. L'appuntamento era, come in giovent, all'angolo tra la via Maqueda e piazza Politeama, davanti a quello che una volta si chiama Extrabar. Quando Nicola e moglie arrivarono, puntuali come si conviene a chi abita nella citt di Milano, Deluca aspettava da almeno una decina di minuti. Si avviarono verso la contigua via Principe di Belmonte, che una delibera comunale aveva chiuso al traffico per farne un salotto all'aperto. Presero posto attorno a un tavolino, subito riveriti dal cameriere del bar al quale le poltroncine appartenevano e, davanti a tre ghiacciatissime porzioni di cassata siciliana, cominciarono a sunteggiarsi vicendevolmente gli ultimi quarant'anni di vita. Dunque, Nino Deluca s'era spretato. Questo glielo avevano detto di gi. La sua riduzione allo stato laicale era stata decisa dal Cardinale Pappalardo, infastidito, pi che dalle dicerie circa una veniale relazione del sacerdote con una giovane parrocchiana, dalle sue sempre pi frequenti prese di posizione pubbliche dal tono eretico, se non blasfemo. Nicola ricord le polemiche d'un tempo sull'evoluzionismo. Allora arcivescovo di Palermo era il mantovano cardinale Ruffini, decisamente avverso alle teorie darwinistiche, per cui in collegio quei discorsi sulla discendenza dell'uomo dalle scimmie, che la coppia Nicola-Nino andava sostenendo, venivano giudicati rischiosi e come tali annotati da un severissimo Monsignor Rettore. Un giorno Nicola se n'era uscito con una frase di tono chiaramente modernista per cui "aveva poca importanza discutere della natura di Ges (umana, divina, entrambe?), di fronte alla indiscutibile divinit del suo messaggio". "Tutti possiamo dire di essere figli di Dio e tutti possiamo diventare profeti se Dio ci rivela un frammento della sua verit: Buddha, Confucio, Ges, Maometto, Einstein... sono tutti profeti di Dio, perch attraverso di loro l'Eterno Creatore ci ha aperto un piccolo spiraglio di luce sul Suo immenso mistero". Nicola ricordava ancora lo scandalo suscitato da quelle parole e le conseguenti convocazioni inquisitorie da

parte del padre spirituale, di Monsignor Rettore e di padre Di Vittorio che insegnava loro filosofia tomistica. Come se quella tempesta inopinatamente suscitata all'interno della piccola e solitamente serena comunit seminariale non fosse sufficiente, durante una di quelle audizioni, Nicola, che non aveva ancora appreso come tenere a bada la propria lingua, aggiunse un'altra perla che alle orecchie dei suoi inquisitori dovette suonare come il culmine dell'eresia: "Per redimere e convertire gli uomini -cos disse godendo della trovata oratoria-, Dio non ha bisogno di stupire con prodigi, miracoli o effetti speciali. Dio non un clown. Se lo volesse, potrebbe mutare in un solo istante il pensiero e l'indole di tutta l'umanit. E anche per la nostra redenzione, perch questa deificazione di Ges che fa del cristianesimo un monoteismo imperfetto? Non pi divina una redenzione che nasce dall'uomo invece che da un improbabile Figlio di Dio? ". Agli occhi dei suoi giudici, apparve pi pericoloso di un altro Martin Lutero. "Quello, almeno, la natura divina di Ges non l'ha mai messa in dubbio!", comment arcigno Monsignor Rettore. Di fatto, di l a qualche mese, Nicola comprese da solo che sarebbe stato meglio proseguire gli studi in un liceo statale. Nino resistette. Si alline e resistette. Negli anni seguenti i suoi nuovi compagni di polemiche furono soprattutto padre Puglisi ("Lo ricordi? Quando lo hanno ammazzato perch si opponeva alla mafia, ne hanno parlato tutti i giornali"), Saro Mazzola ("Ora vescovo a Cefal"), Giaccone ("Anche lui s' spretato e ora insegna qualche materia collegata con la sua grande passione per lo studio delle alghe, all'universit di Catania), Di Cristina, monsignore molto potente in curia. "Ma erano tutti allineati. A parlare con loro non c'era alcun gusto". Nino Deluca s'era finalmente sciolto. Raccont i suoi tormenti alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale: "Ero lacerato dai dubbi. Volevo abbandonare. Avevo anche pensato di scapparmene via, ma non ne ho avuto il coraggio". Rievoc la passione con cui aveva affrontato i primi anni di "missione" allo Sperone: "Altro che in Africa o in Cina, dove tu volevi andare missionario gesuita! La vera Africa nelle borgate di Palermo!". Confid l'altra breve passione nei confronti d'una giovane parrocchiana, che lo aveva assatanato parecchi anni pi tardi: "Era l'unica persona che mi ascoltasse senza interrompere o contraddirmi. Questa sua attitudine all'ascolto, pi che l'attrazione fisica, mi aveva fatto perdere la testa. Ma non ne valeva la pena. Qualche anno dopo la mia riduzione allo stato laicale, mi ha piantato per un suo collega d'ufficio. Senza neppure avvisarmi. Ora vivo solo come un anacoreta." Parl anche del suo magro tirare a campare: "Impartisco lezioni private e correggo le bozze presso uno stampatore. Tutti mi chiamano professore. Credono che sia laureato in lettere. Nessuno, o quasi, tra le persone che frequento, sa che sono stato un prete". Mentre la cassata siciliana di Nino si scioglieva davanti a quel fiume di parole e il verde del pistacchio ormai invadeva il fondo del piattino, il gusto per le vecchie polemiche prevalse un istante sulla mutata indole taciturna e riflessiva di Nicola, che non seppe trattenersi dal correggerlo con un "tu es sacerdos in aeternum secondum ordinem Melchisedech". Nino accett l'appunto e ne rise. Parodiando palesemente il film "Lo Spretato", aggiunse che avrebbe sempre potuto ordinare una bottiglia di champagne e consacrarla nel sangue di Ges, ma ad entrambi si accappon subito la pelle, tanto l'idea suonava blasfema. In tutti quegli anni Nino non aveva fatto che macerarsi sull'antico e irrisolto problema della doppia natura del Cristo. Negli ultimi tempi, dopo la riduzione allo stato laicale, aveva anche rivolto l'interesse al problema della legittimit del potere papale. "Il Papa, spieg a bassa voce a Nicola con l'aria e col tono d'un cospiratore, una specie di usurpatore. Il vero capo della chiesa dovrebbe essere il patriarca di Gerusalemme, non il vescovo di Roma". Come se la cosa facesse una grande differenza, alzando moderatamente il tono della voce, si accalor sul fatto che l'investitura di Pietro (il famoso "Tu es Petrus") sia riferita solo dal Vangelo di Matteo. "Perch gli altri Vangeli non ne parlano affatto? Non era certamente un episodio di poco conto!" Era un incontenibile esplosione di parole, citazioni e concetti. "Subito dopo la crocifissione e quella che ci viene riferita come Resurrezione, il vero capo della Chiesa era Giacomo, uno dei fratelli di Ges... "In che senso parli di fratelli e perch poni in dubbio la Resurrezione?", l'interruppe Nicola, avvezzo a leggere in filigrana gli aggettivi dell'amico. Deluca continu senza curarsi dell'interruzione. Spumeggiava. Erano anni che su questi argomenti osservava il pi monastico silenzio, timoroso o convinto che nessuno dei suoi interlocutori quotidiani fosse in grado di ascoltarlo e capirlo. E in quell'unica sera che la sorte gli aveva assegnato, avvertiva impellente il

bisogno di riversare sul ritrovato compagno d'adolescenza tutti quei quarant'anni di riflessioni, ricerche, letture, meditazioni e tormenti, consolato che finalmente qualcuno lo avrebbe ascoltato senza strapparsi le vesti, n tacitarlo indignato o, peggio, senza quell'aria falsamente compiacente di chi pensa di correre subito in curia a spettegolare, o sta con la testa altrove a riflettere sui fatti propri, convinto di avere a che fare con un malato di mente. Ripreso il filo del discorso, sintetizz velocemente la sua teoria su Giacomo, fratello di Ges, ("ma, attenti a non confonderlo con l'omonimo apostolo, figlio di Zebedeo e fratello dell'evangelista Giovanni!"): "Su questo punto ambiguo del Vangelo e degli Atti degli Apostoli i teologi danno interpretazioni diverse: Roma ha sempre cercato di tagliar corto sostenendo che il termine fratello stia per cugino; per la Chiesa d'Oriente, invece, il termine sta per fratellastro: Giuseppe, padre putativo di Ges, avrebbe sposato Maria in et avanzata e in seconde nozze, per cui Giacomo sarebbe uno dei figli di primo letto. "Entrambe le interpretazioni sono strumentali, in quanto mirano a non mettere in discussione il dogma della verginit di Maria e, con esso, quello della natura divina di Ges. Che, invece, ne uscirebbero a pezzi se si leggesse il Vangelo per quello che c' effettivamente scritto e se ne concludesse che, dopo Ges, Maria abbia potuto partorire altri figlioli." Fatta questa rivelazione, Nino Deluca continu a fissare negli occhi l'amico Nicola, aspettando l'immediata reazione come ai vecchi tempi, quando l'uno diceva "bianco" e l'altro subito ribatteva "nero" e, per settimane, stavano a polemizzarci con accanimento durante le ore di ricreazione. Questa volta, invece, Nicola se ne stava silenzioso davanti al piattino con le ultime liquefatte reminiscenze di cassata siciliana, intrigato dai problemi che dopo tanti anni assillavano ancora il vecchio compagno di adolescenza. Voleva saperne di pi e, invece di fare obiezioni, l'invit a chiarire meglio il suo punto di vista sul primato della chiesa di Gerusalemme. Deluca non si fece pregare. Cit due o tre passi degli Atti. Precis che Giacomo, l'apostolo, venne ucciso intorno all'anno 42 per ordine di Erode Agrippa, mentre l'altro Giacomo, fratello di Ges, rimase incontestato capo della chiesa di Gerusalemme finch non venne fatto precipitare dal pinnacolo del tempio, vent'anni dopo, per ordine del sommo sacerdote Hannan II. Ricord (a s stesso, naturalmente, perch Nicola era ormai lontano anni luce da queste tematiche e letture) che tutte le decisioni importanti della prima Chiesa, compresa quella basilare dell'ammissione dei pagani al battesimo cristiano, fossero state sempre sottoposte da Pietro all'approvazione della chiesa di Gerusalemme. Concluse che il vero potere decisionale stava nella citt santa dell'ebraismo e che il primato papale sarebbe spettato al patriarca di questa citt. Un guizzo appena represso dei suoi occhi lasci intuire il sospetto d'una lotta di potere all'interno della piccola comunit cristiana, tra Giacomo e Pietro, la famiglia e gli amici. Deluca si rammaric del perduto ruolo di questa chiesa in seguito al martirio di Giacomo (il fratello) e alla distruzione del Tempio, avvenuta poco tempo dopo. Bocci il passaggio del centro del cristianesimo dalla Citt di Dio a quella di Cesare come una sorta di asservimento della chiesa nascente al potere temporale dell'impero. Attribu a questo spostamento dell'epicentro del cristianesimo la divinizzazione di Ges (probabilmente per meglio competere con l'attivismo dei seguaci di Mitra). Si lament dello strapotere della Curia romana, come se a Gerusalemme, con un cristianesimo concepito come una specie di religione ebraica per non ebrei, le cose sarebbero andate in modo diverso. Per dare un tono pi conviviale all'inattesa lezione di ecclesiologia, Nicola propose di fare il bis con la cassata siciliana. Tornato comune mortale, Deluca rispose che le "cassate sono come Bach: dopo le prime toccate, stufano". Ci risero sopra per l'arguzia e optarono per un cognac. Questa volta fu Nicola a far sorridere l'amico spiegandogli come si beve il pi classico dei liquori francesi: "Si agita leggermente il bicchiere riscaldando la coppa con il calore della mano, si aspira l'aroma sprigionato da tale travaso di temperatura, si ripone il bicchiere e...se ne parla". Deluca non aveva ancora chiarito perch all'inizio aveva usato un tono asettico, se non scettico, per accennare alla Resurrezione di Ges, perci Nicola decise di stuzzicarlo. L'amico tent molto debolmente di schermirsi e cambiare discorso, ma a fronte delle insistenti domande, la voglia di comunicare l'essenza delle sue riflessioni prevalse e, visto che finalmente, aveva un ascoltatore interessato, assapor profondamente l'aroma del cognac, accese una sigaretta di pessima qualit,

socchiuse gli occhi sempre pi sanguigni e spiritati e inizi a parlare: -Ricordi i magi di cui parla Matteo? -Arrivarono dall'Oriente a Gerusalemme guidati dalla cometa alla ricerca del nato Re dei Giudei. -Ma chi erano esattamente? -La tradizione vuole che siano stati degli astrologi. -Ma perch sarebbero partiti da lontano per adorare un re d'un popolo oscuro e poco potente come quello d'Israele?" Deluca procedeva ponendosi le domande e dandosi da solo le risposte, dopo una brevissima pausa destinata a fomentare la curiosit dei suoi unici e rapiti ascoltatori. -Bisogna partire dai Magi, per capire Ges. Chi erano, dunque, i Magi? Per Deluca non c'erano dubbi. Erano tre monaci buddisti, o di una simile religione, che seguendo le indicazioni degli astri, ricercavano la reincarnazione di qualche grande Lama. E Ges era sembrato ai loro occhi il fanciullo oggetto della loro lunga peregrinante ricerca." "Fantastico!", fu l'unico commento di Nicola. Ai monaci buddisti, in effetti, non aveva mai pensato. Ma, a parte la fantasiosa suggestione dell'ipotesi, l'affermazione gli sembrava azzardata. Deluca gli lesse l'obiezione nel sorriso appena accennato da un tic delle labbra. -S, lo so, sembra fantavangelo. Ma di fronte alle varie altre ipotesi della tradizione, questa mi sembra la pi verosimile. E' innegabile, del resto, che echi del pensiero religioso indiano (ind e buddista, in particolare) siano arrivati a pi riprese fino in occidente. Basti pensare alla teoria della reincarnazione di cui parla Erodoto e nella quale credettero perfino Platone e alcuni scrittori paleocristiani come San Giustino, per non parlare del zoroastrismo e della religione del giovane e biondo Mitra che, nei primi secoli della nuova era, si rivel una temibile concorrente del cristianesimo. I contatti c'erano. E, d'altra parte, non solo l'oriente allungava le sue propaggini fino al Mediterraneo (pare che in Egitto esistessero dei monasteri buddisti), ma anche l'occidente cercava di ramificarsi verso l'oriente. Persino il piccolo popolo ebraico aveva i suoi avamposti in India, nel Kashmir e in Afganistan in particolare, dove sarebbe emigrata la decima trib di Israele. A conferma delle sue affermazioni, Deluca cit uno studioso tedesco, certo Holger Kersten, che recentemente aveva scritto un libro rivelatosi presto un bestseller in Germania e in Inghilterra, dal titolo "Ges vissuto in India". Nicola ne prese diligente nota su una delle salviettine di carta che facevano da sottocoppa al cognac. Poi, dato uno sguardo furtivo all'orologio dell'amico, decise di non interromperlo pi, neppure con gli occhi, e lasciarlo arrivare velocemente a conclusione: era gi mezzanotte passata e il suo volo di ritorno per Milano era fissato per le sette del mattino. -I saggi monaci d'oriente, prosegu Deluca riprendendo il filo del discorso interrotto, non potevano contentarsi semplicemente di avere identificato la reincarnazione del loro lama, o comunque di avere rinvenuto un altro fanciullo, forse diverso da quello cercato, ma ugualmente destinato a segnare i tempi della storia. Secondo Deluca-Kersten, non sarebbe da escludere che la fuga in Egitto, di cui parla sempre soltanto Matteo, sia avvenuta su indicazione dei Magi per un periodo di verifica dell'autenticit della reincarnazione ricercata, o per motivi d'iniziazione in un qualche avamposto monastico buddista sito in quel paese. Cos come non sarebbe da escludere che la probabile successiva formazione del nazareno possa essere avvenuta in un ambiente misto esseno-orientale. -Un esempio? Il battesimo nell'acqua del fiume di Ges, estraneo alla tradizione giudaica, ma tipico dell'induismo. Un altro esempio: l'Amatevi l'un l'altro, che rappresenta il nocciolo pi originale del cristianesimo, non che anche il cuore dell'insegnamento del Budda. Che dire, poi, delle rassomiglianze tra il mistero cristiano della Trinit (quello che Nicola spesso definiva "monoteismo imperfetto") e la trinit induista? E la rassomiglianza fonetica tra il nome di Krishna e l'appellativo Cristo, preferito dai primi cristiani ellenofili, ancora vicini alle comunit essene, del tutto casuale? Come interpretare, infine, le analogie tra l'Annunciazione di Maria e il sogno premonitore dell'elefante bianco fatto da Maya, la madre del Budda, quando ormai disperava di poter concepire un figlio? Alcune parabole del Vangelo (quella del figliol prodigo, ad esempio), sembrano copiate dai sacri testi buddisti. E le rassomiglianze tra la comunione cristiana e il

culto di Mitra con la distribuzione del pane e del vino, dove le metti? Deluca era un diluvio di parole, citazioni, chiose e nella salviettina del cognac non c'era pi spazio per le annotazioni che la stilografica di Nicola sbavava fino a renderle illeggibili. -Il giorno in cui saranno disponibili per tutti i testi completi dei manoscritti di Qumran, molta parte dei Vangeli e degli Atti saranno da riscrivere. Altrettanto intrigante era la ricostruzione della morte e della resurrezione fatta dal Kersten e riferita dal Deluca. In buona sostanza, Ges non sarebbe morto sulla croce, ma sarebbe entrato in uno stato di morte apparente subito dopo che il soldato romano gli aveva fatto inalare e assaporare la spugna ufficialmente imbevuta di aceto e issopo, ma che in realt avrebbe potuto contenere una qualche droga nota solo agli esseni. Il punto pi debole della tesi di Deluca era l'argomentazione basata su certi studi effettuati sulla Sindone di Torino: studi che, se da un lato dimostrerebbero che l'uomo avvolto nel telo non era ancora morto, dall'altro comporterebbero l'accettazione della stessa sindone come d'un fatto talmente eccezionale e prodigioso che mal si concilia con la sua adduzione a prova della natura esclusivamente umana di Ges. Va da s che, senza morte, non poteva esserci resurrezione. Ci sarebbe stato soltanto un risveglio al quale sarebbe seguita, dopo un breve periodo, una fuga prudenziale del Cristo verso quella stessa comunit monastica dalla quale sarebbero venuti i tre i magi a cercarlo quand'era ancora bambino o verso un qualche lontano avamposto ebraico. Tra citazioni del solito Kersten e dotte annotazioni archeologiche e linguistiche, Deluca indicava nel Kashmir la regione dove il Nazareno avrebbe trascorso il resto della sua vita, fino alla morte avvenuta presumibilmente nella tarda vecchiaia. A Srinagar, capitale del Kashmir, del resto, tutt'ora si venera, anche da parte degli abitanti del posto che cristiani non sono, una tomba di Ges. S'era fatto troppo tardi per ulteriori annotazioni e chiose. Perci i due amici ritrovati a malincuore decisero di separarsi, ben sapendo che forse mai pi avrebbero ripreso quell'affascinante racconto. Con la testa rimbombante e l'animo chiaramente turbato, Nicola torn per le ultime ore di sonno nell'appartamento di via Villa Florio. Ma non riusc a dormire. Eran quasi le tre e la sveglia era stata impostata per suonare alle cinque. Quel ritorno a Palermo rischiava di segnare una nuova partenza. Alla ricerca di Ges di Srinagar.