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LA TORTURA SOCIALE Chiavi di lettura della violenza israelo-palestinese

Un compito che considero urgente ed imperativo il seguente: dovremmo indicare e mostrare, anche quando siano occulte, tutte le relazioni del potere politico che attualmente controllano il corpo sociale, lo opprimono e lo reprimono (M. Foucault) Laltro consiste nel comprendere civilmente la natura del potere, loppressione, il terrore e la distruzione nella nostra stessa societ. (Chomsky)

Viaggiando nei Territori Occupati Palestinesi evidente la discrepanza tra il quadro disegnato dai media europei e la testimonianza della realt dellincontro. plausibile ipotizzare che tale deformazione della narrazione del contesto israelo-palestinese sia causata da un errore concettuale nel definirne la peculiare situazione, per cui, nellaccezione di Barthes, si verrebbe a leggere come un dramma ci che in realt una tragedia, permettendo cos di riferirsi allingiustizia senza coglierne le responsabilit. Il mito della complessit, ovvero lincondizionata resa del giudizio al ragionamento complesso, blocca ogni possibile analisi critica. Linondazione di immagini e racconti crudeli crea saturazione ed abitudine al dramma che viene disinvestito del valore emozionale impedendo lo sviluppo di naturali processi empatici. Un corretto racconto della situazione susciterebbe lo spontaneo ed implacabile giudizio dellindignazione che muove la profonda umanit di ogni persona che assista ad una violazione dei diritti fondamentali, dato che questi non risiedono in unimpalcatura culturale del secolo scorso, bens in un substrato fisiologico proprio dellessere umano (Marchi). Come mai dunque un tale livello di violenza perpetrato da decenni non chiama a risolutive e massicce azioni di pace? Rimaniamo ancorati ad una costruzione distorta dellimmaginario relativo alla situazione israelo-palestinese senza rendersi conto che in realt non esiste nessun conflitto tra Stati! Esiste uno Stato, quello Israeliano, che, oltrepassando il diritto ad esistere come tale, si proclamato sovrano assoluto di un territorio fuori dalla sua competenza (basandosi ad esempio sugli accordi del 1967). Un monarca legislatore/giudice/esecutore, attivit in principio negate ad Israele dal principio allautodeterminazione dei popoli, che giudica e condanna alla pena lintero popolo palestinese. Quale tipologia di pena Israele impone? Nellillegalit che diviene norma la pena si configura come una tortura. Si attua una violenza che, pur cercando di essere accettata in nome del fine che proclama perseguire (difesa e giustizia), riproduce ed amplia in quantit e qualit la violenza dellatto condannato. Il sovrano non media tra la violenza e la vendetta (legge del taglione), ma si fa carico di questultima. Il castigo funziona come cassa di risonanza della violenza; perci non si parla di difesa, ma di offesa reattiva. Israele infligge una pena oltre i principi giuridici che la regolano, si pensi, tra gli altri, al principio di personalit (la pena colpisce solo l'autore del reato); al principio di legalit (la pena non pu essere comminata da fonti sublegislative); al principio di proporzionalit (la pena deve essere proporzionata al reato). Una pena legata alleccesso di violenza, al disequilibrio una tortura. Non si tratta di esercitare la superiorit della giustizia, ma la superiorit della forza. Tornando un passo indietro quale accusa ha mosso a tale estrema condanna? Se laccusa fosse quella di attaccare la sicurezza di Israele, sarebbero sufficienti misure atte a contenere e reprimere tale intenzione. Ma risulta evidente che la politica della pena non ottiene altro effetto che una concatenazione di dolore-frustrazione-rabbia-reazione violenta e pertanto non ne strategica ne efficace. A cosa corrisponde dunque questo castigo? Alla pi grande ed incancellabile delle colpe: quella di esistere. Il solo fatto di essere palestinesi motiva la discriminazione; il solo fatto di abitare la Palestina motiva la repressione. Per questo Israele ricorre alla tortura sociale: essa la sola pena che abbia come obiettivo l'annientamento dellidentit dellaltro, annullare lalternativa, spegnere la speranza, distruggere la cultura e contaminare la memoria.

Perch ricorrere alla metafora della tortura sociale? Basti ricordare le parole del medico Allende chiamato allimpossibile sfida di realizzare lutopia del socialismo democratico nel Cile degli anni Settanta che nei suoi celebri discorsi si riferisce al proprio amato paese come ad un corpo sociale, pochi anni dopo dilaniato dallo stupro della dittatura Pinochetista. Anche in questo caso vittima delle violenze non fu solo lindividuo. Il singolo, colpevole od innocente in un contesto in cui il Diritto viene calpestato, la legge straniata (la stessa Costituzione riscritta), non perseguito in quanto pericoloso, ma come esponente di unidea e di unalternativa. Potremmo essere indotti a credere che la popolazione civile palestinese venga colpita al fine di toccare indirettamente i gruppi armati (la tesi delleffetto collaterale gi non regge allevidenza dei fatti e non verr considerata come plausibile). In realt si colpisce la popolazione civile per attaccare il concetto stesso di popolo palestinese. Nellattrito tra Israele e Palestina si celebra la personificazione del millantato scontro di civilt; forse nellimmaginario collettivo Palestina il sacrificio che si paga a questo instabile equilibrio. utile ricorrere ad un termine con una connotazione tanto decisa come quello di tortura? Questa parola ci aiuta ad inibire il processo di assuefazione mediatica alla violenza. La terribile storia della tortura ha sempre sollevato ondate di rifiuto che, coerentemente con determinati momenti storici, ne ha permesso la critica, la condanna, labolizione; purtroppo non siamo ancora di fronte ad un nunca mas rispetto alla violenza in Palestina. Inoltre questa metafora esprime con chiarezza la posizione relativa dei soggetti (carnefice-vittima) e la loro relazione, poich come abbiamo detto parlare di conflitto tra due stati un errore giornalistico. Gli obiettivi. Sappiamo dalle riflessioni sulla tortura che uno degli obiettivi principali di tale pratica non il raggiungimento di una confessione quanto lottenimento del silenzio. In questo senso la definizione convenzionale deve essere criticamente rivista. Non si tortura per far parlare, ma per far tacere, per ridurre al silenzio ed alla negazione della propria identit (il sogno di uno stato palestinese). La pena non si applica per far scontare uninfrazione della legge, ne tanto meno per redimere il delinquente reintegrandolo nella societ. Si punisce per affermare una precisa economia di potere. Alcuni non esitano a definire il processo in corso come pulizia etnica: una sorta di ricostruzione delle riserve indiane. Mentre ad oggi le recinzioni elettriche circondano gli insediamenti israeliani, se non altro affermando cos la loro inappropriata ubicazione, domani forse il filo spinato rinchiuder in cellule separate i gi isolati villaggi palestinesi, straniando il senso dellappartenenza (il fuori e dentro si scambiano gli spazi). Come pu una cultura millenaria realizzata in una societ democratica accettare che una parte di essa infligga tale pena? Il processo di deumanizzazione celebra la differenza dellaltro rispetto allumanit in generale, dimenticando che i diritti umani sono inalienabili. Affinch laltro sia oggetto di atrocit non vi deve essere dubbio che appartenga ad unaltra specie, e tale appartenenza deve essere definita non da un comportamento, il che renderebbe la tassonomia volubile, quanto da una caratteristica precisa ed immodificabile, letnia ad esempio. Siffatto imbarbarimento colpisce di ritorno anche il carnefice, poich nellatto della violenza sfrenata questo lede o perde le proprie caratteristiche di umanit. Se oltre ad essere non umano, laltro persino pericoloso, il disprezzo si trasforma in violenza. Per definire un grado tale di pericolosit da permettere misure drastiche nella gestione della propria sicurezza, occorre una minaccia considerata letale. Questa infatti risveglia uno spirito di sopravvivenza che muove energie inaspettate e abbassa la soglia del concetto di legalit. La propaganda serve proprio ad installare inequivocabilmente la certezza di tale imminente rilevante minaccia. Il compito di definire ostile e nemico il gruppo avverso, stato facilitato dallutilizzazione della simbologia del 11/9

statunitense. Il consenso mediatico mondiale verso il mondo arabo come monoblocco situato sullasse del male, rende agli occhi del mondo la strategia di Israele un baluardo della protezione della cultura occidentale. Se la battaglia viene raccontata come unepica del bene contro il male ogni mezzo tollerato. Il pi recente esempio si avuto con la definizione di Gaza come territorio ostile, espediente messo in atto per permettere una qualche forma di giustificazione allinasprimento delle sanzioni e delle incursioni in questo lembo di terra. Anche in occidente si rischia di cadere in questa trappola narrativa: linformazione mostra le vittime israeliane (con cui per una vicinanza culturale negli stili di vita facile identificarsi) e dimentica le vittime palestinesi (a cui ormai siamo abituati). Soggetti e ruoli. I soggetti della dinamica della pena sono plurali, gruppi sociali, collettivit. La societ israeliana, lungi dallessere monolitica, pu essere considerata un campo di forze in cui la direzione del vettore-comportamento chiara e precisa, mentre sono ben poche le voci di dissenso e ragione. Queste minoranze accettano con coraggio di assegnare alla violenza un valore negativo assoluto e rifiutano di ricorrervi senza distinzioni tra forza punitiva e forza protettiva. Le tensioni interne tra moderati ed interventisti hanno scarso attrito e corrispondono alla divisione in compiti della tecnica del boia buono e del boia cattivo, strategia assai diffusa nei film polizieschi. Il buono, colui che avvicina la vittima, rappresenta un anello tra il mondo oscuro dei carnefici e la solitudine estrema della sofferenza. Egli, gestendo il proprio potere come un padre severo ed autoritario, mira allo stesso scopo del suo collega opposto. Luno e laltro muovono i fili della ricompensa e della punizione, spingendo la vittima ad entrare nel ruolo del delatore. In questo modo il carnefice non solo avr ottenuto informazioni, ma avr irrimediabilmente trasformato limmagine che la vittima aveva di se stessa. Forzare alla collaborazione con inganni e minacce pone la vittima di fronte ad un dilemma impossibile da risolvere se non a prezzo della propria identit. Al checkpoint di Eretz, ad alcuni pazienti gravi che transitano verso ospedali specializzati, viene imposto di trasformarsi in collaboratori al fine di poter usufruire del permesso di passaggio. Lungo quali dimensioni il boia si differenzia dalla vittima al fine di poter giustificare luso della violenza senza apparire meramente vendicativo? Attraverso la tecnologizzazione dellapparato punitivo, ricorrendo ad una giustificazione che affondi nella tradizione storico-religiosa, grazie ad unoperazione di marketing sociale (creazione del nemico e delleroe). Su cosa si fonda la lettura proposta? Analizziamo brevemente alcuni aspetti della violenza israelopalestinese alla luce della metafora della tortura sociale. Possiamo riportare alcuni esempi di quella che Foucault chiama la liturgia del supplizio o teatro dellatroce. Perch parlare di teatro? La tortura una rappresentazione del potere e dellesercizio della forza, in cui i personaggi mettono in scena un sistema simbolico di relazioni; La tortura, come il teatro, un veicolo comunicativo, una narrazione del potere; La tortura anche teatro di burattini, poich esecutori e vittime si muovono al ritmo di una regia; La tortura espressione dei sentimenti umani al massimo grado della propria drammaticit, e ci la rende profondamente teatrale; Lintera occupazione in definitiva un teatro in cui gli attori indossano una maschera, il travestimento delluniforme.; Teatro un termine adeguato visto che il pi delle volte si tratta di una messinscena e non di procedure legate al reale aumento della sicurezza. Se la tortura teatro dellatroce, far soffrire unarte. La produzione del dolore, per quanto meccanizzata, una disciplina che richiede

apprendimento, conoscenza, esercizio ed impegno; La tortura unarte perch spinge il pensiero umano a cercare con creativit i pi impensabili metodi di produzione del dolore; La tortura unarte poich disegna paesaggi irreali, realizza elementi innaturali, oltrepassa i limiti imposti dalla natura umana; In definitiva la tortura larte dellequilibrio tra vita e morte. Alle sessioni di tortura partecipa spesso un medico, aberrazione dello spirito deontologico, tradimento del giuramento Ippocratico, paradosso della funzione il cui compito far restare in vita la vittima esausta perch la violenza non gratuita, ha scopi pi alti ai quali lo stesso sopravvissuto parteciper rendendo testimonianza della forza del potere e collaborando, non gi con la consegna di informazioni sensibili, quanto con lesempio della rassegnazione e del tradimento obbligato. Le tecniche. 1. Privazione. Nel caso palestinese si pensi alla confisca di terre, di case, al sequestro e allarresto arbitrario di membri della societ, allisolamento, alla privazione della libert, allo sradicamento di alberi da frutto ed olivi. Distruggere un albero che impiega decenni per concedere i propri preziosi frutti significa distruggere i progetti di vita di chi quellalbero lo ha piantato e curato. Sacrificare interi campi significa colpire direttamente la produttivit di una terra gi di per s austera. Identica lettura simbolica si applica al divieto di pesca e navigazione per le imbarcazioni palestinesi della Striscia di Gaza, manipolando il naturale rapporto con una risorsa come il mare, fonte di vita delle popolazioni costiere, intorno al quale queste stesse costruiscono ritmi ed organizzazioni sociali. Israele controlla e priva in modo incontrollato la fornitura di acqua potabile, energia elettrica e gas verso Gaza in quella che viene definita una punizione collettiva. 2. Trauma vicario: assistere al dolore di qualcun altro. Nella tortura, anticamente, lesecuzione della pena era pubblica. Nella tortura moderna si obbligano alcune vittime, specialmente se hanno un vincolo relazionale con il condannato, ad assistervi. Le discriminazioni violente e le umiliazioni subite da un adulto significativo colpiscono le rappresentazioni di altri membri della famiglia, specialmente i minori. 3. Produzione diretta del dolore. Ci riferiamo agli attacchi armati propriamente detti. Tra le dinamiche specifiche frutto di tali tecniche, lisolamento aumenta il senso di straniamento e di derealizzazione. Nellisolamento la deprivazione sensoriale provoca effetti devastanti sulla psiche. Per le vittime non vi alcun momento di respiro, non vi ventilazione del proprio vissuto doloroso; il carattere di segretezza avvolge la vittima nei pensieri circolari in cui, in mancanza di informazioni, cerca spiegazioni. Lisolamento, impedendo il contatto sociale, il riflesso dellesperienza, lascia spazio alle fantasie di morte che colmano i silenzi, e impedisce di dare un senso al vissuto. La sensazione di soffocamento fa crescere langoscia. In alcuni casi lisolamento avviene in anguste gabbie, che oggi vediamo nelle mostre sulla tortura medievale o nei sarcofagi in cui a Villa Grimaldi (Cile) venivano costretti i corpi in scomode posizioni per ore. Il corpo dei territori palestinesi ripiegato su se stesso, frammentato, mutilato, delimitato da barriere fisiche che costringono i confini a ripiegarsi come una membrana mitocondriale. Il controllo dei movimenti allinterno delle due parti di territorio palestinese riesce con successo a imbrigliare merci e relazioni, traiettorie degli incontri e dellaccesso ai servizi. La distanza separa dalle relazioni familiari, dallaccesso a servizi sanitari specializzati, dai riti religiosi e dai momenti ludici. Lesempio pi eclatante si ha nella Striscia di Gaza (un milione e mezzo di persone su una superficie di 41x12 chilometri) dove laccesso via mare alle acque internazionali controllato, come tutte le

frontiere, dallesercito israeliano; il collegamento assicurato dallaeroporto internazionale di Gaza non rimasto che un sogno sbriciolato dai bulldozer blindati. Lingente investimento straniero non si sottratto alla dinamica di isolamento forzato in cui stretta la Palestina. Limpatto di tale isolamento va oltre la scarsit di beni essenziali: da qualche mese mancano persino sufficienti bare per interrare i defunti. Impedendo il commercio di un oggetto tanto semplice quanto essenziale per lusanza della sepoltura si interrompe la celebrazione di un rito vitale tanto per gli individui quanto per una societ. Permettendo alle agenzie umanitarie una minima possibilit dazione e controllando oculatamente i flussi di merci da e verso Gaza (diminuendo di oltre la met il flusso di camion in entrata), si evita una catastrofe umanitaria, ma si prolunga lagonia della societ palestinese cos come si farebbe con il corpo di una vittima di tortura. La segretezza. Il potere del monarca espresso nella violenza della pena cerca visibilit, affinch si possa generalizzare il terrore attraverso lesempio. I luoghi della tortura sociale non sono gli spazi preposti alla pena ed al castigo, sebbene vi siano numerosi casi di tortura nelle carceri ordinarie; sono invece gli spazi quotidiani (strade, ospedali, centri storici) stravolti dallimpronta controllante e violenta del potere. Contemporaneamente una societ globale che, seppure con ipocrisia, si indigna di fronte alla vergogna della tortura, richiede un accorta segretezza. Alla fine del XVIII inizio XIX secolo entra in declino lo spettacolo della pena. Il silenzio si ottiene saturando il campo dascolto di messaggi continui (news quotidiane senza analisi) ed aumentando il rumore di fondo. Le cantine sudamericane in cui i paramilitari agivano emanavano trasmissioni radio per coprire le urla delle vittime: il rumore che vorrebbe sovrapporsi alle grida dei disperati provenienti da pochi chilometri di distanza si spandono oggi dalle discoteche di Tel Aviv. Loccidentale apparenza del divertificio di questa citt troppo normale per il Medio Oriente lo specchio per le allodole che vi atterrano affascinati dalla sua modernit. Norme e arbitrariet. Le norme definite dalla realt delloccupazione appartengono al linguaggio non scritto della pratica. La norma quindi risiede nellesercizio del potere del singolo. Ci troviamo di fronte ad un paradosso: in quanto prigioniero comune il cittadino palestinese deve attenersi scrupolosamente ad una serie infinita di codici di condotta (leggi sulle libert di movimento, burocrazia per i permessi abitativi, leggi sullacquisto e la conduzione di veicoli, ecc.); contemporaneamente in quanto vittima della tortura non pu appigliarsi a nessun riferimento logico. Solo pu apprendere per tentativi ed errori, frustrandosi non trovando alcuna risposta corretta che estingua lo stimolo negativo. Lunica opzione alternativa per la vittima consiste nel credere che il carnefice segua un intelligibile piano, segreto agli occhi del prigioniero; in questo momento si possono sviluppare credenze magiche, o comunque paranoiche, circa il conoscimento ed il potere del carnefice. Un esempio ci dato dalla mancanza evidente di criteri di scelta nellesecuzione effettiva degli ordini di demolizione delle abitazioni arabe formalmente abusive o dalle limitazioni irregolari nellaccesso alle terre coltivate con la generica ed imperscrutabile motivazione ragioni di sicurezza ripetuta meccanicamente dalle forze di polizia. L'asimmetria dei rapporti di forza. Diversi dettagli spaziali, paralinguistici e verbali evidenziano le relazioni di potere: linterrogato seduto, legato, bendato, denudato. Nella tortura sociale vie privilegiate di accesso ai checkpoint per auto con targa israeliana, strade riservate e cos via marcano le differenze. La stessa posizione delle colonie, spesso in cima alle colline, puramente simbolica: in un luogo urbanisticamente inadatto per la necessit di far risalire lacqua dal fondovalle, si abbarbicano in posizione di controllo e dominazione stabilendo una gerarchia precisa. Lintrusione il processo con cui il potere penetra con violenza nellambito privato (fisico e mentale)

della vittima per controllarlo o distruggerlo. La tortura, avendo come oggetto in primo piano il corpo, contempla labuso sessuale. Nella lettura della geografia urbanistica ci corrisponde allinsediamento della colonia, del corpo estraneo che senza consenso si insinua nel centro del territorio. La violenza delle tecniche di intrusione si realizza anche nel vissuto intimo del nucleo del corpo sociale, ovvero tradizionalmente la famiglia: commando dellesercito israeliano, spesso in borghese, occupano in modo temporaneo ed abusivo alcune case a scopo di osservazione durante le continue incursioni, sequestrando i membri della famiglia che vi abitano. Limpunit dei torturatori un tema delicato e ricorrente. Sono ancora aperti certi incartamenti relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Nel caso cileno lex-dittatore Pinochet, sfuggito ai vari mandati di cattura internazionali, deceduto impune circa ventanni dopo la caduta del suo regime. Limpunit dello Stato dIsraele di fronte alle palesi violazioni del diritto internazionale ed alle risoluzioni dellONU sono ben conosciute. Il muro ad esempio stato definito illegale dalla Corte dellAja gi quattro anni fa. Il tempo. Lagonia in cui versa la vittima pare infinita. Nessun orologio o altro riferimento permette al prigioniero di collocare la propria esperienza nel tempo. I ritmi circadiani vengono artificialmente alterati: luci intense perennemente accese o ad intermittenza casuale rendono impossibile riconoscere il trascorrere del giorno e della notte; gli scarni pasti vengono elargiti a distanza ravvicinata o con pause insolitamente lunghe; gli orari delle visite degli aguzzini non pare seguire alcuna regolarit. Gli anni mangiati dal conflitto paiono suggerire proprio tale senso di infinito sfibrando ogni resistenza. Lattesa ai checkpoint, illogica, pericolosa ed arbitraria contribuisce a determinare questo senso di straniamento. Nellesercizio della violenza poi leccesso si lega alla continuit. Si sono da poco celebrati quarantanni di occupazione e si apre uno spazio sul presente che si dilata allinfinito. Il controllo. Il corpo nudo e sventrato non conserva pi nessuna intimit in cui ricomporsi e ritrovare il nucleo della propria identit; il corpo, persino la mente, sottoposto ad unosservazione costante che lo rende trasparente. Al controllo sono destinate le tecnologie della visione, telecamere fisse ed apparecchi di rilevazione posti su alcuni fuoristrada bianchi. I lampioni che illuminano a giorno le strade che attraversano la Cisgiordania alloggiano potenti riflettori semplicemente orientati sui campi circostanti o verso le montagne. Svettano sulle strade torri di cemento di diversa altezza. Il controllo totale, continuo e posto altrove. Lorganizzazione precisa del checkpoint di Eretz (che divide Gaza da Israele) rappresenta lesito pi alto delle tecnologie preposte al controllo: tra i diversi stadi che i passanti che dispongono di uno speciale permesso o di un passaporto straniero attraversano vi installato persino uno scanner degno di un moderno ospedale. In nessun momento si viene avvicinati da addetti alla sicurezza, ma si costantemente sotto losservazione delle telecamere e si interagisce tramite microfoni. Il luogo del controllo dunque al di fuori dello spazio di azione di chi vi sottoposto; non si lascia spazio alla relazione che aprirebbe la possibilit di un incontro tra esseri umani. Qualche decina di metri al di sopra delledificio di frontiera vola un mini dirigibile automatico dotato di altre sofisticate apparecchiature. Gli effetti difficili da descrivere e quantificare si possono leggere nei rapporti delle Nazioni Unite; tuttavia ricordiamo qui alcune tracce della tortura sociale. Segni indelebili rimangono nellinconscio collettivo: intere generazioni nate allinterno di questa situazione, isolate fisicamente in questo contesto, sono costrette a prendere come riferimento siffatta violenza nel loro sviluppo, ipotecando future possibilit di pace. La tortura comporta una riattribuzione dei significati alle pratiche della vita quotidiana straniata dallesperienza del dolore. Le memorie traumatiche si ripresentano per anni, inserendosi nei miti e nelle narrazioni tra le generazioni che originano un rinnovamento della cultura

palestinese. Lesistenza ed il futuro si focalizzano sullevento traumatico; la tortura sociale diviene il nucleo di ogni iniziativa politica e di ogni comune discorso. Non sorprende che tale violenza venga interiorizzata dalla vittima imbarbarendosi essa stessa. I recenti scontri fratricidi tra i due principali partiti politici palestinesi possono in questo senso essere considerati frutto delle traumatiche dinamiche allinterno di Gaza, unenorme prigione a cielo aperto. Gli effetti della tortura segnano anche i carnefici: il futuro delle generazioni di giovani israeliani, abituate a difendersi con le armi, cresciuti in un contraddittorio senso di paura ed onnipotenza, in qualche modo segnato, anche attraverso la rimozione, da questo clima di violenza. CONCLUDENDO... La complessa situazione di violenza che il popolo palestinese vive da almeno quarantanni non pare essere comprensibile allinterno del quadro concettuale del conflitto tra stati, a cui si riferisce linsieme scomposto delle news senza analisi e delle analisi faziose. Pare invece esserci motivo di osare la metafora della tortura sociale. Oltre ad essere esplicativa tale chiave di lettura dellattualit introduce domande pressanti a noi tutti! Lessere testimone della situazione un diritto rivendicato dal popolo cos come si invoca il diritto a conoscere i fatti con una copertura mediatica che sfiora il reality-show. Il corpo del condannato viene esposto al pubblico anche dopo la morte; il tragitto verso il patibolo segue diverse strade affinch tutti possano vedere. Vedere ed imparare. Essere atterriti dalledificante spettacolo della pena. Identificarsi con il carnefice, ma al tempo stesso temerlo. Il giustiziato viene offerto in pasto al pubblico affinch questo possa disprezzarlo ed insultarlo, partecipando cos al supplizio. In passato il sistema giudiziario-penale doveva proteggere i prigionieri dal pubblico delirio che sarebbe altrimenti finito in linciaggio togliendo valore alla pena privata del proprio cerimoniale. Gli ultraortodossi ebrei nelle colonie si spingono ad un tale livello di violenza che spesso i soldati israeliani sono posti pi per proteggere gli arabi che non i coloni stessi. Anche alcuni mezzi delle Nazioni Unite sono stati attaccati dai coloni. Il popolo esce allo scoperto per invocare un maggior rigore nellapplicazione della pena, affinch il boia non lasci spazio ad indulgenza alcuna. questo il caso delle manifestazioni degli ultra-ortodossi ebrei che scendono in strada contro gli stessi fornai israeliani che hanno infranto la regola religiosa che proibisce la vendita di pane nella settimana della Pasqua, attaccando i poliziotti con pietre ed insulti, appellandoli a gran voce nazisti. Altre volte invece il popolo insorge chiedendo a gran voce la liberazione di un prigioniero o la fine del supplizio. questo il caso delle manifestazioni miste (attivisti israeliani, palestinesi, internazionali) che si oppongono al tracciato del muro, alla demolizione di unabitazione, al tal o talaltra espressione delloccupazione. infatti proprio di fronte al patibolo che il popolo pu identificarsi con la pena del condannato e ritrovare, in uno slancio di empatia, lumanit perduta di fronte allo spettacolo della pena. Davide Ziveri