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Enzo Sardellaro, professore di Lettere italiane e storia negli istituti superiori. Via T.

Aguiari 7/A –
Adria – Rovigo.

Proposta di una traduzione in italiano moderno del XIV libro e del cap. I del XV libro della

Genealogia degli Dei di Giovanni Boccaccio

De genealogiis deorum gentilium

Le “Genealogiae” costituiscono un’opera erudita del Boccaccio. Ebbero, come è noto, una notevole
risonanza fra gli studiosi specie in età umanistica: lo testimoniano le numerose stampe a partire dal
1472, nonché le traduzioni francesi del 1498 e del 1531.
Il testo latino su cui ho condotto la traduzione, che non è letterale, ma che tutto sommato ritengo
rispetti lo spirito spesso polemico dell’opera, si basa su quello approntato da V. Romano, Bari, 1951.
Aggiungo che un ottimo commento al testo, solido per impianto erudito e anche di facile reperibilità,
fu quello allestito per i capitoli XIV e XV da Olindo Zenatti, I libri XIV e XV della Genealogia degli
dei di Giovanni Boccaccio, in Dante e Firenze, Prose antiche, a c. di F. Cardini, Firenze, Sansoni,
1984 (I^ ed. 1902), pp. 206-337.
La traduzione in italiano si crede possa mettere a disposizione di più lettori un testo raro del
Boccaccio, che altrimenti è lettura di pochi.

Genealogiae Deorum gentilium secundum Johannem Boccaccium de Certaldo liber XIII explicit,
et incipit liber XIIII esiusdem feliciter. In quo auctor obiugationibus respondens, in hostes poetici
nominis invehit.[ Finisce il tredicesimo libro delle “Genealogie” di Giovanni Boccaccio da Certaldo e
comincia felicemente il XIV, nel quale l’autore risponde ai nemici dei poeti].

CAP. I

Alloquitur auctor regem.


Veniet, opitulante Christo Ihesu, quoniam sic michi propositum
est, o rex illustris, opus hoc, antequam alibi gradum
flectat, in sacras celsitudinis tue manus, ut, cuius iussu factum
est, se primo illius exponat iudicio et eidem pro viribus prestet
obsequium…
Cap. I Alloquitur auctor regem [ L’autore al Re ]

Se Dio vuole, quest’opera, poiché questo è il mio intento o re illustre, verrà nelle tue mani sacre
prima che in quelle d’altri, per sottoporsi al tuo giudizio e per offrirti un degno ossequio. Dopo aver
analizzato per bene le cose, e averle valutate secondo il tuo alto ingegno, credo proprio che ti stupirai
che si sia risposto alla fine alle tue domande con un tanto ampio volume, anche se, a dire il vero, esso
in certi punti mi sembra addirittura manchevole. Leggendolo, e dopo aver capito ciò che si cela sotto
la ruvida scorza della poesia, forse scoprirai con piacere di essere stato nel vero quando ti sei
discostato da coloro che, poveri ignoranti, reputano i poeti dei semplici inventori di favole. A dire il
vero io non so quale mai sarà il tuo giudizio conclusivo, ma sono certo che la tua sarà una sentenza
giusta e ponderata: biasimerai ciò che è degno di biasimo e loderai ciò che sarà degno di lode. E di ciò
me ne rallegro. Per il resto, si sa che non è da tutti saper giudicare equamente: niente di nuovo sotto il
sole, e ciascuno tira le cose dalla sua parte! Si sa anche che l’invidia, peste mortale dell’essere umano,
occupa da sempre un posto privilegiato nel cuore degli uomini, cosicché chi è affetto da tale morbo,
assai raramente sa esprimere giudizi equi. Gli invidiosi si scaglieranno sul poeta come cani rabbiosi,
pronti a sbranarlo in quei punti ove si mostra meno forte. Contro costoro, con cui mi sono scontrato da
tempo contrastandoli in tutti i modi, bisogna combattere con opportune argomentazioni. Perciò ti
scongiuro, ottimo sovrano, di opporti insieme con me agli avversari, memore anche del lungo lavoro
svolto per te. Se ciò avverrà, gli avversari delle mie fatiche svaniranno come fumo nell’aria.

CAP. II
Pauca adversus ignaros.

Concurrent, ut fit, ad spectaculum novi operis non solum


vulgus ineptum, sed et eruditi convenient homines; et postquam
undique prospectaverint, non dubitem, quin aliqui viri sint probitate venerabiles
et integre mentis atque scientie, qui,tua sequentes vestigia, commendanda laudabunt, et affectione
quadam sacra minus probanda redarguent…

Contro gli ignoranti

Come sempre accade al comparire di un’opera nuova, arrivano un po’ tutti, ignoranti e competenti. So
bene che alcuni, ben attrezzati di scienza e senno, seguendo il tuo modo di fare, loderanno ciò che è
lodevole e biasimeranno ciò che è biasimevole. Costoro li benedico e li ringrazio. Sta di fatto che è
ben più numeroso il gruppo di quanti ficcheranno i loro sguardi malevoli solo e soltanto dove ci sono
delle mende, se ce ne sono, avidi di mordere senza pietà. E’ contro di essi che mi devo ben armare e
combattere. E devo combattere usando un’abile strategia, ossia non affrontandoli tutti insieme d’un
colpo: così facendo sarei infatti facilmente accerchiato e annientato; meglio affrontarli separatamente,
a schiere distinte, in modo da avere un qualche riposo e fare in modo che i loro dardi velenosi siano
più deboli. Mi confronterei innanzi tutto con coloro che potremmo definire “volgo ignorante”: uomini
privi di cervello, arroganti, chiacchieroni, sputasentenze, sempre pronti a buttare fango su persone
degne della massima stima. Si qualificano per ciò che sono, ovvero dei perfetti ignoranti, con le loro
stesse parole, in quanto considerano massimi beni bere e ubriacarsi, frequentare i bordelli, mangiare
fino a scoppiare, coltivare ogni oscenità; mentre sono pronti a criticare chi si dedica agli studi.
Sghignazzando, si rivolgono al poeta vomitandogli addosso queste parole:
“ Ohé, stupido insulso, quanto tempo, fatica e lavoro sprechi dietro a quattro versi da nulla! Non
sarebbe stato meglio che tu avessi impiegato il tuo tempo dietro a cose di maggiore soddisfazione?
Da’ retta a noi: mangia, bevi, dormi, va’ a donne e datti al bel tempo; altro che perdere i sonni per
quelle quattro scemenze che scrivi! Che ti vale dannarti l’anima nello studio? Non ne vale la pena,
tanto, dobbiamo crepare tutti.”.
Queste dunque le dotte sentenze di puttanieri, ruffiani e ingordi coi ventri sfondati dal cibo.
Che dire? I loro sconci insulti suonano a lode del sapiente.
Marciscano pure le loro inutili vite nelle osterie d’infimo ordine, tra il sonno, il vino, le cene e le
meretrici; e lascino però stare il sapiente e l’opera sua!
Non c’è nulla di più insopportabile che dover ascoltare i rutti degli ignoranti, sepolcri a se stessi e
alla loro stessa anima.
Il poeta può forse sopportare la puzza degli asini, dei buoi o dei maiali, ma non il fetore che
promana da una simile razza d’uomini ignoranti.
Se ne vadano dunque. Schiavi del ventre, non osino alzare il loro sguardo sul poeta, e, quando
passano in mezzo alla gente, dovrebbero cominciare ad imparare l’arte di arrossire di vergogna!

CAP. III
Adversus eos, qui, cum non sint, sapientes cupiunt apparere.

Prospectabit et hoc opus species hominum altera, moribus


forte minus redarguenda priore, sed prudentia profecto non
maior…

Cap. III Contro chi pretende di sembrare sapiente senza esserlo.

V’è poi una seconda genìa d’individui, forse meno spregevole dei primi, ma di non maggiore buon
senso. Sono quelli che, non appena hanno varcato la soglia della scuola, dopo aver sentito parlare
un qualche filosofo, si reputano a loro volta filosofi, e per di più pretendono che tutti li riconoscano
come tali; e millantando una qualche gravità di argomenti e al tempo stesso di comportamento,
dopo aver letto qualche libercolo in volgare, si mettono a far discorsi elevati. Poi, per essere
considerati ciò che in effetti non sono, si insinuano tra i sapienti ponendo questioni o dubbi sugli
argomenti più elevati, del tipo: perché Dio è uno e trino; se Dio possa creare un essere simile a sé;
perché Dio abbia aspettato mille e mille anni prima di creare l’universo e altre bagattelle del genere.
Poi, non appena hanno ricevuto una qualche risposta dei dotti, eccoli lì che si mostrano
insoddisfatti, li vedi scrollare il capo verso il pubblico sghignazzando, volendo con ciò insinuare
che, se si rifiutano di replicare, è solo per una sorta di riverenza verso il proprio interlocutore. In
realtà, questi insulsi cercano di tenere a mente, per quanto hanno potuto capire, le risposte dei dotti,
e poi, quando si trovano fra il popolino, in mezzo a qualche donnetta e agli ignoranti, alla prima
occasione li vedi sospirare e poi cominciare a blaterare, volendo insinuare l’idea che tali concetti
sono farina del loro sacco, e che tutto è frutto del loro ingegno e delle loro faticose speculazioni,
elaborate grazie al privilegio loro accordato di essere in collegamento diretto con la divina sapienza.
Poi, ancora, per apparire ancora più sapienti agli occhi dei loro ignorantissimi uditori, trapassando
qua e là da una materia all’altra e fingendo di essere addentro a tutte le arti liberali, citano con
noncuranza Prisciano, Aristotele, Cicerone, Aristarco, Euclide e Tolomeo, di cui sanno a malapena
i nomi, mostrando addirittura di dispregiare uomini di così alta dottrina, mentre, poveri scemi, in
modo davvero stomachevole, vogliono dare a bere che solo loro sanno veramente penetrare nelle
segrete cose della teologia. E non solo: ma trattano con la massima disinvoltura ogni tema dello
scibile: dai costumi delle genti alle gesta degli eroi, dalle leggi sacre agli estensori di quelle profane.
E dovresti poi vedere con quanto fare annoiato trattano delle questioni riguardanti i poeti e la
poesia in genere; discutono sui poemi come se sapessero tutto loro, che, giudici implacabili, si
dannano a condannare, vituperare, sprezzare. Mostrano di allontanare da sé con fastidio la poesia e
da vanagloriosi, stupidi impudenti, definiscono le Muse, il monte Elicona, la fonte Castalia , il
bosco di Febo e consimili roba da matti o peggio da ragazzini a cui si insegnano i rudimenti della
grammatica.
E c’è da scommettere che tali individui, così come si sono scagliati contro i poeti, allo stesso
modi si scaglieranno contro di me e la mia opera.
Questi qua, più che di contenzioso sono degni di compatimento, perché hanno la pretesa di
capire gli altri mentre non sanno neanche d’essere al mondo. Sono dei poveri ignoranti, privi d’ogni
luce di verità, che si abbandonano alla vacuità dei sensi.
Darei loro un caritatevole consiglio. Date retta, ragazzi, state a casa e badate ai vostri affaracci
quotidiani! E se proprio vi volete impacciare di cose più grandi di voi e avete tanta smania di gloria,
tornate a scuola, ascoltate i maestri, provate a leggere attentamente i libri, state svegli e imparate.
Un altro consiglio: invece di parlare tanto, state zitti, frequentate le scuole giuste e ascoltate per
almeno cinque anni quelli che veramente se ne intendono. E poi, forse, potrete dire la vostra in
piazza. Infine, quando sarete in possesso di un qualche titolo di studio, entrate pure nelle dispute,
giudicate, castigate e redarguite: diversamente sarete considerati soltanto dei millantatori fuori di
testa!

CAP. IV
Quedam in iuris peritos, paucis de paupertate laudibus inmistis.

Sunt et insuper homines quidam toga, aureis bullis et


ornatu fere regio insignes, nec minus incessu et morum …

Cap.IV Gli avvocati? Poco inclini a celebrare le lodi della povertà!

Adesso ti parlo un po’ dei giurisperiti.


Sono uomini togati, autorevoli, che incedono come sovrani, severi in volto, illustri per facondia,
per ricchezza, sempre alla moda nei loro vestiti eleganti; e sempre circondati da caterve di
postulanti. Sono Loro: i custodi della Legge, i prìncipi del Foro; coloro per i quali la Giustizia, se
davvero ben amministrata, castiga i cattivi costumi dei delinquenti, innalza sino alle stelle gli
innocenti e i giusti, dà a ciascuno ciò che è suo; conserva e migliora lo Stato: davvero gli avvocati
son degni d’ogni venerazione!
Peccato che abbiano un peccatuccio: non muovono un dito se non per denaro… e… ai loro occhi
nessuno vale una cicca se non è ricco da far schifo.
Mi pare quasi di vederli avvicinarsi alla mia opera per intrigarmi in chissà quali stramaledetti
imbrogli legali, trovando chissà quali inghippi.
E infatti, quando sono liberi da impegni e chiacchierano del più o del meno con gli amici, questi
qua, se capita, s’invischiano a discorrere anche dei poeti. Per carità! Mica ne parlano male, anzi, si
fanno in quattro per esaltarli sperticatamente, dicendo magari che, sì, sono d’una eloquenza
ammirevole e anche molto colti. Ma, come si dice, “il veleno sta nella coda”, e molto spesso si
mescola al miele.
Sussurrano: “… Però, ‘sti poeti mica son tanto furbi: si dannano l’anima a lavorare senza beccare
un baiocco”. E poi, ci vanno giù un po’ più duro. “ Ma dai, lo sanno tutti che sono dei pezzenti!”.
Poiché siamo un po’ tutti una massa di egoisti, quando sentiamo questi discorsi in bocca a
persone autorevoli come gli avvocati, tiriamo anche noi le ovvie conclusioni: i poeti non valgono
un tubo, e sprecano la loro indubbia intelligenza per niente!.
E così, eccoci tutti nel sacco: poeti e poesia, tutto spregevole, perché non butta soldi!
Che vi devo dire? Se i legulei parlassero così per amor del prossimo, perché dispiace loro veder
sprecato tanto talento senza guadagno alcuno, beh, forse mi troverei d’accordo con loro, e anzi
quasi quasi li ringrazierei anche. Ma il fatto è che emettono le loro sentenze non per spirito di carità,
ma semplicemente perché le loro opinioni hanno tutte un’unica origine: un appetito formidabile per
il denaro!
Per questo io mi rido di loro, li compatisco e rimando al mittente le loro castronerie.
E’ vero, lo confesso, la poesia non fa soldi, e i poeti sono sì poveri, ma non degli stupidi stolidi
come credono loro….

Confitebor igitur sponte, quod dictum est, poesim nullas


afferre substantias, et poetas pauperes fuisse, si pauperes dici
debent, qui ultro sprevere divitias: stolidos autem fuisse non
confitebor, eo quod poesis studium secuti sint, cum prudentissimos
arbitrarer, si verum deum catholice cognovissent…
.

… Sprezzano i poeti il denaro, perché dediti allo studio, e ciò lo si dovrebbe riconoscere un po’ da
tutti. Ma ora riprendo il discorso di fondo, anche per non dare l’impressione di arrendermi ai
detrattori della poesia e dei poeti, e abbandonare la tenzone. Dicono ordunque i nostri magnifici
interpreti delle leggi che la poesia non porta a casa soldi, volendo con ciò anche surrettiziamente
suggerire che pertanto la poesia sia indegna d’ogni seguito e imitazione, dato che fra le scienze
umane è forse quella che rende meno di tutte.
L’ho detto e lo ribadisco: la poesia non fa guadagnare denaro; tuttavia non sono affatto d’accordo
con i suoi spregiatori, perché bisogna considerarne attentamente lo scopo, che è opposto a quello
delle cosiddette arti meccaniche, o peggio degli usurai, il cui fine per converso è proprio quello di
far soldi e anche alla svelta e “gratis” è una parola che non esiste nel loro vocabolario. Insomma,
l’arricchirsi sulla pelle e sulle disgrazie degli altri è roba da causidici, che, detto in soldoni, sono i
nostri amici avvocati, che appunto fanno soldi a palate con la loro linguaccia, cavando sangue dai
disgraziati.
Siamo seri: la poesia ha origini “nobili” e proprio perciò aborre e si ritrae inorridita di fronte a
certe cose.
Sarebbe come se ci mettessimo a disprezzare la filosofia, maestra di vita, e in forza della quale
intravediamo i segreti del mondo; o peggio ancora la teologia, della quale non m’è mai parso di
sentir dire che i suoi cultori dovessero imbarcarsi a cercar tesori.
Ohé legulei, sveglia! Se non lo sapete, la poesia si libra negli spazi siderali, fra le divinità. E il
suo fine è quello di elevare un po’ le nostre menti grosse e suscitare in noi il desiderio del sublime,
facendoci intravedere l’eterno con un linguaggio che affascina…

Et, siquando, placidis vocata precibus et sublimi sede descendit


in terras, sacris comitata Musis, non celsa regum palatia,
non molles deliciosorum domos exquirit habitatura, verum
antra atque prerupta montium, umbras nemorum, fontes argenteos,
secessusque studentium, quantumcunque pauperrimos
et luce peritura vacuos, intrat et incolit; quod alibi forsan
plenius ostendetur, exigente material…
E quando, invocata, scende sulla terra in mezzo a noi, lasciando per un attimo gli eterei palazzi del
cielo, accompagnata dalle Muse, guarda caso non va in visita ai palazzi dei re o alle dimore patrizie,
ma ricerca le spelonche ombrose dei monti, le penombre dei boschi, le limpide fonti o i luoghi
solitari e umbratili degli studiosi, anche se poveri in canna.
E così, essendo da sempre eterea e altissima la poesia, non si lascia irretire dalle ricchezze caduche,
proprio perché futili: è contenta di poco e non si cura del denaro. Proprio per questo gli avvocati
asseriscono che i poeti sono uomini dissennati, perché appunto seguono strade che non portano
all’arricchimento personale.
Ma a essere sinceri, credo che coloro si rivolgono a cose elevate siano in fondo molto più assennati
di quei giuristi che li criticano tanto.
Per farla breve: per conto mio hanno più buon senso quelli che spendono la loro vita nel ricercare
d’innalzare la mente al divino di quelli che si ingagglioffiscono deprimendo l’umana natura in
quisquiglie terra terra; ammiro molto di più chi si assicura beni duraturi di quelli che puntano tutta
la loro esistenza sull’effimero. I poeti, come ti ho detto, camminano per i sentieri del cielo, fra gli
dei beati, portandoci in terra attraverso la loro opera un po’ dell’infinita sapienza degli dei
immortali.
I causidici, al contrario, non sono a ben guardare che della gente che si rifà agli studi altrui,
imbottendosi la testa di norme e leggi, non occupandosi certo di indagare i segreti della vita; tutti i
loro sforzi sono tesi a dimostrare se Tizio o Sempronio hanno diritto a quel pezzo di terra per via
ereditaria o per enfiteusi o per che divolo so io; se il tal debito sia certo o per usura; se quella
femmina sempre in calore abbia o non abbia il diritto di piantare il marito impotente.

Certo, si tratta di questioni di rilevanza e importanza fondamentali!... C’è forse qualcuno che ne
dubita?
La poesia, che elegge per compagni di strada dei poveri poeti, vive eterna su solide basi beata e
serena.
E’ così anche per i giuristi?
Ne dubito! La loro vita è una guerra continua, infinita, che non conosce requie; per di più, anziché
migliorare gli istituti e le leggi delle città e degli Stati, li rendono peggiori che nel passato.
Te lo dico subito come finirà! Cambia le leggi oggi, cambiale domani, alla fine le renderanno,
tutte, inutili e soprattutto inefficaci!

Senescunt etiam
et moriuntur aliquando, nam non nulle iam dudum in pretio
fuere permaximo, que evo nostro aut neglecte sunt, aut omnino
abolite; et sic non idem semper sunt, ut comperta poesis.
Le leggi invecchiano e poi muoiono, nessuna di esse dura in eterno; guarda quel che succede al
giorno d’oggi: o sono dimenticate o abrogate, né sono mai le stesse nel corso del tempo.
Così però non è per la poesia!
Ma adesso basta parlare di leggi e legisti: a cosa essi giovino è sotto gli occhi di tutti gli uomini di
buon senno, antichi e moderni.
Diciamo una cosa: la poesia offre davvero doni duraturi a quelli che la coltivano. Se non ti dà
altro, almeno ti assicura una fama sempiterna, duratura nei secoli.
I versi dei poeti sono infatti immortali.
I giuristi, invece, vedono svanire se stessi e le loro ricche vesti con l’avvicinarsi della tomba, e il
loro nome scompare con il corpo. Così, mentre i giuristi ricevono gli effimeri plausi del mondo, i
secoli e i millenni parlano però di Omero. Né ad alcuno studioso è mai venuto in mente di
trascurare i poeti a favore di più o meno insipienti giurisperiti, che sanno solo parlar male di gente
che di certo non lo merita. Certo, certo, i poeti, pure facondi, sono poverissimi, almeno quanto sono
ricchi gli avvocati, per i quali essere poveri è motivo d’infamia. Per loro l’unica vera sostanza della
vita è incedere tronfi e pettoruti, a sguazzare in mezzo alle disgrazie del prossimo, costantemente
seguiti da una caterva di servi e manutengoli, vero semenzaio di ignoranza assoluta.
Al contrario, non v’è alcuno che possa negare che il poeta è povero non per ignoranza ma per
scelta, per una visione innocente della vita. I poeti hanno avuto poco, ma hanno ottenuto un bene
che ad altri è negato: l’immortalità! E credo che al proposito non manchino gli esempi. Prendiamo
Omero, povero e orbo, che non faceva un passo se non c’era qualcuno a dargli una mano…

impendere. Sed expecta paxillum et videbis, nunquid hec fuerit


ornata paupertas. Superato Dario, potentissimo atque ditissimo
Persarum rege, ab Alexandro Macedone, eius in medium venere
iocalia, inter que capsula aurea comperta est, artificio
et ornatu preziosissima…

… Prendi ad esempio, per capire qual posto è riservato ai poveri poeti, quel che fece Alessandro
dopo aver sconfitto Dario, che si sa era straricco e nel cui palazzo furono rinvenuti straordinari
oggetti di una preziosità e di un valore unici; tra le altre cose furono trovati anche i volumi di
Omero: ebbene, Alessandro volle che il posto d’onore fosse riservato ad essi, e non ai monili o ai
gioelli.
Non mi risulta che un qualche giurista, in ogni tempo ed età, sia mai stato innalzato a onori simili!
Nessuno fu più povero in canna di Plauto di Sàrsina. Si dice che faticasse tutto il giorno come un
dannato a girare una macina e di notte scrivesse le sue tante e numerose commedie: ebbene, questo
povero diavolo ebbe cinte le chiome dell’alloro, degno soltanto dei generali che ricevevano il
trionfo per le loro vittoriose imprese in battaglia. Il nome di Plauto lo ricordiamo anche oggi,
mentre le berrette anche dei più illustri giuristi le trovi in cantina, mezze rosicchiate dai topi.
Ennio di Brindisi aveva una sola schiava e viveva modestamente sull’Aventino; eppure gli
Scipioni vollero che le sue spoglie mortali riposassero nella tamba di famiglia dei Cornelii.
Virgilio, ancora, era il figlio di un povero vasaio, eppure non v’è alcuno al mondo che non lo
conosca. Virgilio non possedeva che il fazzoletto di terra paterno ad Andes, oggi detto Pietole,
vicino a Mantova, restituitogli non senza difficoltà e dopo molte traversie. Eppure quest’uomo
godeva dei favori dell’imperatore Ottaviano. Fu lui, l’imperatore, che non volle assolutamente che
l’ “Eneide” fosse data alle fiamme, come avrebbe desiderato Virgilio sul letto di morte. Trascurando
ogni volontà umana e divina, l’imperatore ordinò che l’opera insigne del poeta fosse salvata.
C’è al mondo un qualche avvocato, anche ricco sfondato, che possa vantare simili onori da parte
di un Prìncipe? Non mi pare proprio…

Veniebant insuper plurimi leta paupertate et honoribus equis

conspicui, sed exemplis finis imponendus est, cum tam his


quam premonstratis rationibus satis ostendisse arbitrer poetas
prudentes et, quantumcunque pauperes, splendidos etiam fuisse,
eosque perenni vivere fama,

Vi furono dunque tanti e tanti poeti, come si vede dagli esempi addotti, che in lieta povertà
ottennero onori altissimi, e sebbene poveri, vivono di fama eterna, mentre le ricchezze dei legulei
svaniscono nell’aria come fumo; e se non sono sufficienti gli esempi, parlano per i poeti le opere, né
credo inutile la mia fatica nell’esaltarli.
Mi sia ora permessa una digressione, per frenare ancora un po’ coloro che si scagliano contro la
povertà. Essa, che molti aborrono alla stregua d’un male insopportabile, così come vuole il volgo
ignorante, è scevra di quei beni caduchi per i quali si affaticano gli uomini ingordi di ricchezze.
La povertà è dunque desiderabile perché, anche se non ti dà ricchezze, ti procura altri agi
incredibili; al contrario il desiderio di denaro è nemico della quiete e della tranquillità dell’animo;
tortura e avvelena le menti di coloro di cui si impadronisce.
La povertà è amica dei poeti, perché essi vollero essere poveri, e bisognosi di poche cose. Con essa
a nostra guida siamo liberi, tranquilli, e assaporiamo interamente una vita trascorsa fra gli ozi
letterari: insomma, per essendo mortali, gustiamo la vita degli Dèi. La povertà siede su un solido
piedistallo, né teme minaccia o ferita di strale.
Dal cielo piovano pure i fulmini, squassino pure la terra i venti impetuosi, inondino le piogge e i
fiumi i campi, chiamino pure le trombe alla battaglia, scoppino pure le guerre e corrano per ogni
dove i predoni.
La povertà si ride di incendi e rovine, e gode, in eterno, d’una tranquillità dolce e beata. [

Hac delectati, poete ornare virtutibus


animum, meditationibus vacare celestium, altisonis carminibus
poemata texere, et nomen sibi perpetuum querere potuere…

Attirati da essa, i poeti poterono ornare il loro animo d’ogni virtù, discorrere con gli dei negli ozii,
comporre altissimi carmi e procacciarsi fama e nome eterni. Attratto da essa, Diogene, primo fra i
Cinici, onore dell’epoca sua, elargì a tutti le sue ricchezze, di cui era fornitissimo; e preferì abitare
in grotte silvestri piuttosto che in sfarzosi palazzi; mangiare radici selvatiche che si procacciava con
le sue stesse mani, piuttosto che essere un servile adulatore di Dionisio, come si suol fare con i
sovrani; così seppe resistere alle profferte di Alessandro il Macedone, padrone del mondo, che pure
gli prometteva invano, oltre che ingenti favori, anche la sua personale amicizia e benevolenza.
Senocrate s’accontentò di un misero campicello, piuttosto che cedere alle lusinghe del giovane
sovrano, che pure gli aveva inviato delegazioni per convincerlo ad accettare la sua amichevole
protezione. E fu per eguale amore di povertà che Democrito rinunciò all’eredità paterna e ad altre
ingenti ricchezze, pur di condurre una vita serena fra gli studi, piuttosto che ingolfarsi negli affari
per desiderio di denaro. Così Anassagora, attratto dalla filosofia, seppe rinunciare ad altrettanti beni,
dicendo che preferiva la rovina piuttosto che abbandonare la tranquilla vita operosa che gli
assicurava la povertà. Fu per essa che solo Amiclate, povero pescatore, poteva ascoltare sulla riva
del mare la voce possente di Cesare senza paura, e aprirgli tranquillamente la porta di casa, mentre
persino i re tremavano al solo vederlo. Allo stesso modo Arunte, mentre in Italia infuriava la guerra
civile, e tutti ormai s’aspettavano la fine del mondo, se ne stava impavido a guardare. Nessuno, che
fugga la povertà, può neanche lontanamente capire il perché di comportamenti simili.
Mi si dica, per piacere: è mai possibile pensare che Omero, mentre stava componendo l’Iliade,
affidandosi così alla fama eterna, potesse perdere il suo tempo a litigare con un qualche contadino
per una questione di poderi, o a mettere sotto torchio il suo fattore chiedendogli ragione del suo
modo di fare nel trattare gli affari di casa?
Ma siamo seri! Quando mai Virgilio o altri poeti si sarebbero potuti allontanare da una vita povera
e modesta?

…Tantalum ne divitem dicam, si cibis circumdatus et poculis


fame sitique pereat? Absit, pauperrimus habendus est! Sed
concedamus legistis nostris opulentiam Darii, et, quid exinde
voluptatis possint assumere, videamus…

E, del resto, Tantalo può forse essere chiamataro ricco se, pur circondato di vivande deliziose e vini
prelibati, muore di fame di sete? Questo qua si potrebbe meglio definire un poveraccio. Ma
concediamo pure ai nostri legisti l’opulenza di Dario. E vediamo qual mai soddisfazione ne
traggano da essa. L’esperienza ci dice varie cose, e prima di tutto che i ricchi sono sempre
angosciati da mille preoccupazioni. Se in cielo c’è una nuvoletta, eccoli lì ad aspettarsi chissà qual
temporale, che magari metta a rischio il frumento dei campi. Se s’alza un po’ di vento, il ricco teme
che gli vadano in malora le piante e le case; se scoppia un incendio, ha paura che si appicchi ai suoi
palazzi; se scoppia una guerra, gli vengono i brividi al pensiero di essere depredato delle sue greggi
dalla soldataglia; se qualcuno si mette d’accordo, considera la cosa come una sfortuna personale,
pensando al mancato profitto. Il riccone ha paura di tutto: dell’invidia degli amici, della furbizia dei
ladri, della violenza dei rapinatori, dell’avidità dei suoi stessi parenti, dei tumulti popolari. Sorvolo
su altre cose, che potrebbero facilmente dimostrare che i ricchi, in realtà, stanno peggio dei
miserabili.
Diciamolo: quando mettiamo noi stessi e i nostri averi nelle mani della sorte, di sicuro non c’è
niente. Pertanto, smettano dunque i legisti di sparlare dei poveri a vanvera, e sarebbe meglio si
ricordassero che sapienza e ricchezze, quelle vere intendo, non te le porti tanto sulle spalle, ma
dentro te stesso.
Se la natura e gli Dèi, ambedue impietosi, ci avessero voluti veramente ricchi, non ci avrebbero
fatti nascere nudi.
La natura dell’uomo, caro mio, è contenta di poco, e potremmo ottenere ciò di cui abbiamo
bisogno con poca fatica. E così, se vogliamo, possiamo non essere poveri. Per di più, l’uomo deve
andare in giro vestito più d’onore che di una sfarzosa toga.
Concludo. La smettano dunque questi legisti, spregiatori dell’umana natura, di offendere i poeti, e
li lascino in pace! Essi non hanno niente in comune con i poeti.
I poeti recitano i loro versi tra poche persone; i legisti, invece, hanno bisogno della folla urlante
del Foro. I poeti vogliono la fama; i legisti solo il denaro. I poeti amano la solitudine dei campi; i
legisti le urla e lo strepito dei tribunali. I poeti sono amici della pace, i legisti delle beghe. Se
credono questi legislatori che abbia torto, credano almeno a un loro illustre esponente.
Solone infatti, dismessa la toga, si diede alla poesia…

Libro XV delle “Genealogiae”

CAP. I

Minus oportuna preciosa fore non nunquam.

Circumspicient, scio, Coloseum hunc undique iam dicti


seu alii intentis oculis carptores egregii, eoque conspecto, ariolor
dicturi sint pia forsan intentione (durum enim homini est hominum
mentes cognoscere) tam grande opus minime oportunum
esse, et ideo in precio non futurum…

Comincia il XV libro.

Nel Proemio il Boccaccio chiama Dio a sostenerlo nel proseguimento della sua fatica.
Cap. I

Anche le cose all’apparenza inutili potrebbero venirci buone.

Immagino ci sia qualcuno ( ahimé è sempre difficile conoscere quel che pensa la gente!) che,
vedendomi scrivere un’opera così ponderosa, dirà: “ ma che ti affatichi a fare per una cosa che non
serve a niente?”. A questi in poche parole rispondo che, se mi seguiranno nel mio ragionamento,
forse cambieranno idea.
Lo so bene che c’è sempre qualcuno pronto a dire che le favole dei poeti sono inutili. A questo
qualcuno rispondo che al mondo che ne sono a bizzeffe di cose che sembrano inutili, ma poi, a ben
guardare, si rivelano utilissime sia nel privato che in pubblico.
Innalziamo palazzi quando ci basterebbe una modesta dimora: in fondo, facciamo una cosa
superflua. I parazzi dei re, i templi, ecc., sono tutti decorati di pitture: superflue! Usiamo vasi
decorati: superfluo! Vestiamo con ricche vesti adorne di ogni sciccheria; superfluo! Ci basterebbe
una semplice veste di lana. E così è sotto gli occhi di tutti che usiamo ornamenti del tutto
inessenziali. Mi si potrebbe dire: “vanità!. Tutte cose destinate solo a soddisfare l’umana
ambizione”. Mica vero! Prendiamo per esempio i capelli: a che servono? Forse a niente, ma Cesare
nascondeva la sua calvizie con la corona d’alloro. E la barba? E le corna dei cervi? A che servono le
penne colorate degli uccelli? Si potrebbe dire che tutte queste cose hanno una pura funzione
ornamentale. Ed ecco che, stranamente, apprezziamo cose che in sé sembrano del tutto inutili.
Non passa per la mente a qualcuno che questa mia stessa opera, e l’opera dei poeti in generale,
potrebbe solo apparentemente sembrare inutile?

… Quid enim pulchrius in collocutionibus hominum


quam non nunquam inmiscuisse fabellas sententiis? Quid
decentius quam fructuosos fabularum sensus eisdem applicasse
colloquiis? …

Che c’è di meglio in una discussione infilarci magari una qualche bella sentenza? Che di meglio
che disvelare i sensi reconditi delle favolose storie dei poeti?
Ebbene, questa mia opera si assume il compito di capire i segreti significati dei poeti. Alcuni li
consideravano uomini sempliciotti, inutili e persino dannosi, dalle cui opere non si può ricavare
pressoché niente. La mia opera invece rivaluta la loro attività: rimuove i veli che coprono i
significati nascosti e dimostra che i poeti erano uomini sapienti e che infine le loro favole sono utili
ai lettori, ne sollevano le menti e lo spirito sia negli affari pubblici sia in privato.
E così, a Dio piacendo, se accadrà che per mezzo mio qualcuno s’interesserà di poesia, questa mia
operetta gli potrà essere molto utile, specie se si rivolgerà allo studio degli antichi.
Che dire infine? Se anche questa mia dura fatica non dovesse piacere a nessuno, purché sia gradita
a te, ottimo principe, per me va bene lo stesso.
Enzo Sardellaro