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Ai miei genitori, ai miei nonni, che mi hanno insegnato a guardare.

A nonno Carlo

Sommario
INTRODUZIONE .......................................................................................................... 3 PRINCIPI COSTRUTTIVI .......................................................................................... 6 1) STRUTTURA PORTANTE IN LEGNO ................................................................ 9 1. 1 IL MATERIALE......................................................................................................... 9 1.2 SOLAI IN LEGNO: LA STRUTTURA ........................................................................... 14 2) I BATTUTI DI GESSO ........................................................................................... 25 1.1 ORIZZONTAMENTI: PAVIMENTAZIONI E COPERTURE .............................................. 25 2.2 MURATURE E SUPERFICI VERTICALI ...................................................................... 29 3) I BATTUTI DI CALCE .......................................................................................... 31 3.1 MURATURE E SUPERFICI VERTICALI ...................................................................... 31 3.2 ORIZZONTAMENTI: PAVIMENTAZIONI E COPERTURE .............................................. 33 Scutulata pavimenta ............................................................................................... 40 Terrazzi alla veneziana .......................................................................................... 47 Terrazzi di graniglia genovese............................................................................... 55 Lastrico napoletano ............................................................................................... 57 Tradizioni costruttive eoliane: ittata i lttrucu ............................................. 69 3.3 IL BATTUTO DI CALCE NELLE VOLTE...................................................................... 74 La costa e le isole campane ................................................................................... 74 4. BATTUTI DI TERRA ............................................................................................. 88 4.1 BATTUTI DI TERRA ARGILLOSA: ORIZZONTAMENTI................................................ 91 4.2 IL MATTONE CRUDO .............................................................................................. 93 4.3 IL PIS E IL TORCHIS-PIS ...................................................................................... 95 Costruzioni in terra cruda in Calabria .................................................................. 99 Le pinciare abruzzesi ........................................................................................... 101 La terra cruda in Francia .................................................................................... 103 Architetture di terra africane ............................................................................... 105 La terra cruda in Turchia .................................................................................... 110 BIBLIOGRAFIA GENERALE ................................................................................ 112 SITOGRAFIA ............................................................................................................ 115

Introduzione
Primitive dimore, le caverne vennero abbandonate non appena luomo si rese conto non solamente dellesistenza del fuoco, ma anche delle potenzialit che molti materiali possedevano. La necessit di ripararsi, e meglio di delimitare uno spazio nel quale le proprie esigenze potessero essere soddisfatte, condusse allimmediata trasformazione degli elementi che, in relazione alla latitudine e longitudine, la natura poteva fornire. Tra questi sicuramente il legno, la roccia e la terra. Senza considerare le prime capanne in legno, labilit e lastuzia costruttiva delluomo si manifestarono non tanto nellassemblaggio dei singoli materiali, considerati come conci murari o tronchi legnosi, quanto nella loro trasformazione fisica, talvolta chimica, attraverso passaggi tanto semplici quanto intelligenti. Nei paesi del Mediterraneo labbondanza di talune materie prime, favorite da condizionamenti economici e dai continui scambi culturali tra le diverse etnie, ha comportato la nascita di una architettura povera improntata su uno stile pressoch comune, ma senza dubbio basata sulla medesima tecnica costruttiva: la tecnica del battuto. Attraverso pochi principi, piuttosto pratici che teorici, luomo riesce a rendere materie plastiche il terreno sul quale cammina e la roccia che caratterizza il suo paesaggio, e ne aumenta le potenzialit attraverso laggiunta degli additivi pi originali, quali conchiglie, crusca di riso, paglia o sangue di bue, ancora in relazione alle disponibilit territoriali. In questo senza dubbio agevolato dalla ricchezza e dalla qualit delle materie prime che lambiente mediterraneo gli offre: i suoli in maggioranza argillosi e ricchi di minerali, il clima in prevalenza favorevole. Costruire in battuto significa dunque ottenere da un impasto di terra ed acqua unottima argilla per ergere un muro, significa sovrapposizione e compattazione di strati materici per procurarsi una superficie monolitica. Nel contempo ladozione di questa tecnica ha permesso sin dallantichit la veloce ed economica edificazione di vere e proprie citt, in Mesopotamia, Egitto, Africa, Grecia e nellintero ambito mediterraneo, dove, accanto alle maestose piramidi e ai palazzi reali minoici, che vedevano movimentazione di uomini e mezzi, nacquero numerose citt prive di qualsiasi pretesa. 3

Luso della terra cruda e, soprattutto a partire dallet romana, del battuto di calce si diffusero non solo per questioni economiche, ma anche per la frequente necessit di realizzare labitazione con i mezzi pi immediati ed i materiali pi facili da reperire. Infine esso divenuto in molti casi una vera e propria tradizione: ancora oggi circa un terzo della popolazione mondiale vive in case di terra e innumerevoli sono i restanti esempi di battuto. La concretizzazione di questa tecnica, e le forme compositive che da essa derivano, da sempre contribuiscono alla definizione di un vero e proprio tono mediterraneo, manifesto di interazione tra orografia e costruzione, tipologia e tecnica, luce ed ombra oltre il linguaggio architettonico1.

figg. 1-2, esempi di architetture mediterranee in battuto di calce sullisola di Santorini e, in basso, in terra cruda nelle ghorfas tunisine ad Ouled Sultane. Nonostante la diversit dei materiali adottati si nota come luso della stessa tecnica abbia portato alla definizione delle stesse forme architettoniche, accentuate da un agglomerazione fitta e articolata.

Principi costruttivi
Il Donghi ci fornisce una semplice definizione: Si dice battuto in genere ogni pavimento formato con una massa tenera allatto dello stendimento, e che si indurisce col tempo, diventando resistente e compatta, senza soluzioni di continuit e senza commessure.2 Al di l delle condizioni economiche e sociali che ne hanno permesso la diffusione, la regola del battuto permette la realizzazione di un masso, pavimentale, di copertura o altro, monolitico che, anche in relazione allelevato spessore, presenta notevoli qualit. Il metodo di base prevede la sovrapposizione di pi impasti, i quali componenti sono scelti con criterio, che vengono appunto battuti singolarmente e nel complessivo per riuscire ad ottenere lespulsione dei liquidi naturalmente presenti, una perfetta coesione tra le parti e quindi un corpo unitario. La battitura veniva effettuata con gli strumenti pi svariati, ma costante era lattenzione che si poneva nel non frantumare i componenti, n danneggiare il supporto sottostante. Sebbene la sola sabbia non possa garantire alcuna sicurezza statica, un buon esempio pu essere fornito dai castelli di sabbia, in cui lacqua rende linerte una massa plastica, questa viene plasmata e costipata a colpi di mestola. Ancora lo stesso principio costruttivo permette, nelle zone pi fredde, agli inuit di realizzare accoglienti igloo: la neve pi fitta e resistente viene modellata in blocchi tramite anche lausilio di leggeri colpi ed infine i blocchi sono sovrapposti e compattati tra loro allo stesso modo. Oltre questi due casi estremi, che tuttavia rendono lidea, molto spesso non si ricorre ad un singolo componente e la sovrapposizione di pi strati eterogenei permette un ottimo isolamento acustico, la struttura pesante e compatta offre una buona inerzia termica, essendo inoltre porosi i materiali di base, lumidit catturata come in una spugna che assorbe e rilascia ciclicamente. Nonostante le capacit assorbenti, si pu in questo senso parlare di impermeabilit. Infine la pavimentazione in battuto non prevede alcun tipo di giunzioni, che facilmente si presterebbero a divenire nidi di polvere e microbi dannosi alligiene. La tecnica ben si presta, come gi detto, alle disponibilit e carenze di materia prima che variano da un luogo allaltro, pur senza compromettere il risultato finale dellopera. Per tali motivi possibile e anzi necessario operare una classificazione dei battuti pi che in relazione al contesto geografico, in dipendenza del materiale di base, per cui si

possono elencare: i battuti di gesso, di terra, quelli di calce da cui derivano il terrazzo alla veneziana, il pavimento in graniglia genovese e il lastrico napoletano. Essendo di massa tenera allatto dello stendimento, ciascuno di questi tipi di battuto ben si presta alla realizzazione di vari elementi costruttivi, quali murature, coperture voltate, e coperture piane, allimpermeabilizzazione delle pi svariate superfici, sia orizzontali, nel caso comune dei pavimenti, sia verticali, se si fa riferimento a interni di pozzi e cisterne, ancora obliqui nel caso di parapetti di scale. Infine, per la notevole resistenza dei manufatti, le parti di un lastrico rovinoso venivano come ritagliate a colpi di scalpello dalla lastra di base e potevano essere riutilizzate per i fini pi vari, sui gradini a rivestimento, come conci murari, davanzali, chiave di volta negli archi, mensole degli architravi e pi raramente come stipiti di porte e finestre. Da un confronto tra lastrici di diverso materiale, gesso, calce, ecc, le diversit sono date ovviamente dalle differenti qualit che le stesse risorse offrono in termini di facilit di realizzazione e comportamento in opera. Relativamente ai battuti, il gesso potrebbe forse occupare il gradino pi basso, addirittura prima della terra, poich per natura esso si fa sensibile allacqua, ai corpi esterni, non sempre se ne ha disponibilit e tanto meno il trasporto si rende semplice. La terra non offre sicuramente maggiori garanzie di durezza ma, per quanto possa presentarsi una materia rudimentale, si presta a realizzare le superfici pi varie, sia orizzontali che verticali. In ogni caso largilla, se non anche di prima qualit, pu ricavarsi in ogni luogo ed essere impastata a creare materiale edilizio. Sicuramente la calce, infine, costituisce la pi nobile risorsa impiegata nel confezionamento dei battuti. Essa assicura resistenza e durabilit, ma soprattutto la sua versatilit ha permesso di porre in opera i pi rudi pavimenti di coccio, con cui i romani rifinivano le strade, sia i noti mosaici che a Venezia trovarono diffusione. Nei vari manufatti si nota che le diversit, pi che riguardare le tecniche e gli strumenti che tutto sommato sembrano imitarsi, sono invece legate alla diversit di risorse che lambiente mediterraneo fornisce. Cos lo stesso solaio, con travi a testa alterna, a semplice o doppia orditura, che a Napoli sfruttava il legno di castagno, presso le oasi tunisine si sosteneva grazie a tronchi di palme da dattero; se a Napoli si usava colmare linterasse tra travi successive con una tessitura di panconcelli, rami dello stesso

castagno, gli Eoliani dovevano giocoforza optare per le cannizzate, non essendo le isole generose in legname. Una uguale variet di tradizioni proposta dalla letteratura tecnica, o meglio dalle sue fonti che si propongono spesso, accanto agli esempi che per primo Vitruvio ha fornito, di testimoniare come uno stesso masso potesse essere confezionato con gli stessi materiali in proporzioni diverse, o con le medesime proporzioni di materiali differenti. Talvolta si pu inoltre essere confusi dal numero di casi cui uno stesso termine pu rimandare, se considerato in un ambito piuttosto che in un altro. Basti pensare come in Campania veniva impropriamente detto pavimento alla veneziana, un battuto realizzato sfruttando il lapillo bianco locale.

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Cfr. G. Gambardella, La casa del mediterraneo, ed. Officina, Napoli 1993. Cfr. D. Donghi, Manuale dellarchitetto, vol. I parte II, ed. Tor. 1935 Torino

1. Struttura portante in legno

1. 1 Il materiale Il legno stato il primo materiale da costruzione adoperato dalluomo, prima ancora della pietra. Gli stessi templi etruschi, romani e greci nacquero dallassemblaggio di legno e mattoni seccati al sole, per poi evolversi in vere e proprie carpenterie in pietra i cui elementi decorativi, sostiene Vitruvio, rimandano di continuo alla originaria trabeazione. Di detto materiale se ne fatto largo e vario uso nel tempo fino alla prima met del XIX secolo. Il legno quale materiale da costruzione ricavato da alberi di alto fusto ed strutturalmente anisotropo, costituito da fibre a sviluppo longitudinale tra loro saldate da legami deboli che conferiscono ad esso doti di resistenza e leggerezza ( 6001200 kg/mc a fronte dei 2400 /mc del cls). Tra i materiali usati dalluomo in edilizia, il legno il primo che offre resistenza pari a trazione e a compressione, purch sollecitato parallelamente alla direzione delle sue fibre3, ed ancora tensioni di rottura a compressione e trazione superiori a quelle dei normali calcestruzzi. La resistenza meccanica tuttavia funzione inversa della quantit di umidit presente nel materiale, cio essa tanto maggiore quanto pi secco il legno e per tali motivi i legnami si sottopongono a stagionatura fino a raggiungere un livello di umidit pari a circa il 15% (essiccazioni maggiori risultano inutili in relazione agli scambi igrometrici con lambiente). Lessiccazione tradizionale poteva effettuarsi in maniera artificiale, con stufe e camere calde, ed in modo naturale come avveniva tradizionalmente accatastando il legname in depositi aperti per due, tre o sei anni. Le cataste, dette volgarmente cavalli, dovevano disporsi in modo da assicurare ad ogni pezzo la necessaria ventilazione. Per alcune specie, inoltre, era eliminata la linfa immergendoli nellacqua corrente per un anno e stagnante per due. Col modo artificiale si produce nel legno una resistenza minore. Il legno presenta ottima resistenza acustica ed una resistenza termica sette volte superiore a quella del laterizio, nonch dilatazioni minime sotto sbalzi di temperatura. Inoltre, contrariamente a quanto si crede, il legno delle strutture non la causa prima di un incendio, sotto lazione del fuoco esso si ricopre infatti di uno strato di

carbonizzazione che ritarda la penetrazione del fuoco e permette di conservare in un intervallo di tempo notevole le sue caratteristiche di resistenza meccanica e stabilit dimensionale. Per rendere i legni pi resistenti al fuoco, un tempo si usava spalmarli con un mastice a base di silicato di potassio, ossia un solido amorfo, solubile in acqua ed in alcool, detto appunto vetro solubile, e con temperatura di fusione intorno ai 1000C. Tutti i caratteri tecnologici del materiale variano principalmente in funzione della specie legnosa ed possibile classificare i legnami da costruzione in base alle propriet meccaniche, elastiche e fisiche ed anche in base alla pezzatura, propriet che si riconoscono meno nelle latifoglie da essenza tenera, mediamente nelle conifere e maggiormente nelle latifoglie da essenza semidura e dura.4 A parit di specie legnosa, il carico di sicurezza influenzato da: elementi di carattere generale comuni a tutte le specie, come la direzione delle fibre, ampiezza e frequenza dei nodi5; elementi caratteristici di una specie, come il numero di anelli per cm di raggio. In base a tali considerazioni il Bertagnin6 individua tre categorie di legname da costruzione (tab. 1 e 2). Il Giordano, ancora, definisce tre categorie ammissibili di legnami in edilizia e per ognuna di esse fornisce i valori dei carichi di sicurezza dei principali legni italiani7: quelli a compressione, lungo le fibre, variano da 60 a 120 Kg/cmq, riducendosi, perpendicolarmente alle fibre, da 15 a 30 Kg/cmq; quelli a flessione da 70 a 135 Kg/cmq; quelli a trazione da 45 a 130 Kg/cmq; quelli a taglio da 4 a 12 Kg/cmq. Vitruvio, infine, consiglia luso di ischio piuttosto che di quercia, essendo questo pi debole allumidit, e vieta il ricorso al cerro, al faggio o al frassino, qualit di legno che non riescono a durare nel tempo.8 Materiale molto generoso, il legno va comunque adeguatamente protetto tramite trattamenti o accorgimenti tecnici per evitare una qualunque degradazione chimica o fisica che ne riduca la portanza, la resistenza allabrasione ed alla flessione, o pi semplicemente la resa estetica. La letteratura tradizionale riporta minuziosamente come operare a partire dalla pianta9, la quale va scortecciata verso maggio, lasciata morire e abbattuta in novembre, dopo aver eliminato tutti i succhi vegetali tramite una profonda incisione longitudinale al fusto. Lo Sganzin10 ritiene a tal proposito che sia pi efficace incidere circolarmente al piede dellalbero, pi che scortecciarlo, cos da fermare il corso de succhi. Buona

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attenzione va inoltre posta al terreno dal quale la pianta nasce, in quanto un suolo umido produce un legno detto grasso, leggero, di fibre molli e di bassa resistenza, che facile a piegarsi quando il carico sovrastante comincia a piegarlo; un suolo asciutto comporta di contro un legno dalle fibre piene e compatte che si conserva nel tempo11. Principale causa di degrado lumidit. In un ambiente umido la travatura lignea tende ad assorbire acqua ed a rilasciarla man mano che si prosciugano le parti in muratura.

tab. 1 Caratteristiche dei legnami e assortimenti, da Tampone G., Il restauro delle strutture in legno, hoepli 1996.

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Perdendo lumidit essa si spacca e si fessura cagionando, oltre che la deformazione e lindebolimento della struttura, una via pi rapida ai funghi per raggiungere la zona centrale del legno dove esiste ancora dellumidit e quindi materiale adatto alla loro vita.12 Il proliferare dei funghi da legno, detti domestici, favorito da temperature variabili tra 2226C e dalle resine di abeti, larici, pini, ecc. La loro presenza si manifesta solo nella fase finale, e cio quando la trave ormai internamente cava e priva di alcuna resistenza, sotto forma di marciume bianco o rosso. Per questi motivi gi nella Bibbia essi sono denominati la lebbra delle case.13 I batteri attaccano sia lalbero vivo, che il legname abbattuto, ma non sono dannosi e possono causare al pi lalterazione del colore, mentre animali quali coleotteri, termiti, formiche e vespe, si nutrono del legno secco e ne causano la tarlatura. Contro i parassiti si iniettavano nel tronco sostanze antisettiche (solfato di rame, cloruro di zinco, solfato di ferro) e per maggiore resistenza agli agenti atmosferici lo stesso tronco era spalmato con vernici a base di resina, olio e catrame a formare uno strato impermeabile.

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tab. 2 , Tampone G., opera citata.

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1.2 Solai in legno: la struttura


In Campania luso del legno a costituire elementi di partizione o chiusura orizzontale maggiormente diffuso lungo il litorale e nellentroterra flegreo e vesuviano, pi che nelle isole e lungo la costiera amalfitana, data la maggiore possibilit di procurarsi localmente il legname. Nei trattati settecenteschi si annoverano, tra le essenze pi diffuse nellentroterra regionale, il castagno, il pioppo, la quercia, labete ed il faggio dei boschi di Gragnano, Arienzo, Persano, SantAgata dei Goti, Cervinara ed altri ancora. Generalmente si prediligeva il castagno selvatico (e non quello da frutto, meno compatto e resistente a causa appunto della riproduzione) alla quercia, pi sensibile allumidit, e allabete, facilmente deteriorabile in presenza di calce. Il faggio ed il pioppo, di minore resistenza, erano usati per lo pi per rivestimento e lavori di falegnameria. Qualunque fosse stato la specie legnosa adottata, essa andava usata per lintero manufatto, evitando il ricorso ad altre essenze che avrebbero presentato coefficienti elastici e termici differenti. Secondo limportanza dellambiente e della disposizione o meno di controsoffittature, a sostegno del solaio si ponevano travi di legno di fusto, ricavate da tronchi semplicemente scortecciati, oppure travi segate, da tronchi segati e squadrati a spigoli vivi. In questultimo caso leliminazione di una buona parte del legno dal tronco originario comportava una minore resistenza meccanica della trave, alla quale si cercava di rimediare usando un legno pi maturo e comunque non realizzando mai una sezione quadrata. In genere si considerava sufficiente un rapporto h/b pari a 2/1. La disposizione canonica prevedeva che le travi fossero allineate parallelamente al muro meno lungo del locale da coprire e che quelle a sezione tonda fossero disposte in modo da alternare sugli appoggi la cima ed il piede, equilibrando cos la distribuzione dei carichi. La testate erano portate nella muratura, oppure poggiate su mensole in mattoni o pietra. Nel caso di muri secondari la trave era fatta passare fino alla faccia esterna, cos da trasmettere meglio la pressione allappoggio; in muri di conveniente spessore, invece, le testate erano portate per circa i due terzi degli stessi in appositi vuoti chiamati volgarmente caraci e poggiati su cuscinetti di mattoni.

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figg. 3-4, intradosso di un solaio ligneo a travi di legno di fusto.

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figg. 5-6, rinforzo strutturale del solaio tramite una ginella daccetta e cuneo di contrasto.

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figg. 7-8, una successione di panconcelli chiude una vecchia botola. visibile il lastrico polverino.

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figg. 9, intradosso di in un solaio a travi squadrate e chiancarelle, tra i pezzi mancanti possibile scorgere il lastrico, perfettamente piano e compatto. fig. 10

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Talvolta, quando i muri erano gi stati costruiti, si realizzavano le caraci per tutto lo spessore di uno dei muri, ottenendo quelli che a Napoli si dicevano buchi a passatore, da cui appunto passavano le travi fino a trovare nel muro opposto le corrispondenti caraci. Nel definire la posizione delle travi era conveniente che le due estreme rimanessero aderenti ai muri del locale, per una giusta continuit di carichi dal pavimento alla tamponatura. Inoltre era opportuno che una trave capitasse quasi precisamente al centro della stanza, per potervi appendere una lumiera. Per resistere allumidit interna alla muratura, le testate erano murate senza malta n gesso, che corrodono il legno, ma con argilla ad assorbire acqua. Alle volte, soprattutto per legnami grezzi, si spalmavano le estremit delle travi due volte con catrame vegetale (detto di Norvegia) a caldo, oppure con il catrame minerale, pi denso perch proveniente dalle officine del gas. Si usava anche proteggerle con fogli di cartone bitumato o scatole di ferro, ma le soluzioni migliori prevedevano la circolazione dellaria attorno al legno tramite canaletti o fori di aerazione adeguatamente protetti con filtri di lamiera, per impedire che i topi potessero rifugiarvisi. Una soluzione intelligente si ritrova anche nelle case di Pompei, nelle quali i vani dei muri sono foderati con mattoni (fig. 1-2). Volendo del tutto evitare di incassare le travi nella muratura, si realizzavano ai lati dei muri delle banchine di mattoni aggettanti, oppure delle mensole in pietra compatta e resistente (in Campania la pietrarsa, la pietra lavica), chiamate pulvini o dormienti. Su di essi e parallelamente al muro poggiava una lunga trave squadrata, detta corrente o
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fig. 12

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filarola e subito sopra le travi in senso ortogonale. A volte comunque i gattoni potevano essere sostituiti da zanche di ferro di cui un estremo impiombato14 nella muratura e piegato a coda di rondine. Sulle travi principali, poste ad interasse di circa 90 cm, si ponevano tavole di legno, ma soprattutto, nel napoletano, elementi in castagno di minori dimensioni ricavati dal taglio longitudinale dei rami, dette chiancole, chiancarelle o panconcelli.15 La naturale irregolarit dei rami non permetteva il loro perfetto accostamento, dunque prima di passare alla posa in opera del materiale sciolto si riempivano i vuoti con piccole stecchette di legno dette riempitoie e si ricopriva lassito realizzando il masso pavimentale. Nel Triveneto e in altre regioni italiane la struttura lignea variava notevolmente, si faceva infatti ricorso a travi squadrate, sulle quali le chiancole erano sostituite da tavole solitamente di abete o larice, poste alla foggia sansovina. Il tavolato era distribuito in due ordini ortogonali tra loro, e spesso tra i due strati di legname si interponevano impasti di laterizi e gesso o calce. Su questo supporto si realizzava il pavimento a smalto. Altre volte si disponeva un solo strato di tavole. Esse, tutte di dimensioni identiche, erano allora chiodate alle travi principali e assemblate tra loro a maschio e femmina, perch potessero avere il doppio ruolo di pavimento e di soffitto. I giunti tra le tavole, al fine di rendere pi gradevole laspetto del solaio allintradosso, erano poi ricoperti con regoletti pi o meno sagomati.16 Oltre alle tipologie comuni, quando le luci da coprire si fanno notevoli, si possono trovare strutture pi complesse, ossia le travi armate o ancora i solai composti, che evitavano il ricorso alle travi di grande dimensione, pi costose e meno resistenti. Le travature armate erano semplicemente ottenute sovrapponendo due travi e legandole tramite incastri e inchiavardature, per evitare anche lo scorrimento mutuo. Altre volte le travi erano accostate in orizzontale o ancora si realizzava la vera e propria armatura integrando la sezione lignea con uno o pi tiranti laterali. Questi erano posti alle testate tramite scatole di ghisa, attraversavano la grossezza dei legni e poggiavano su piccole sezioni di sostegno in ghisa o ferro. Poste poi in tensione con tenditori a manicotto o ad anello, contrastavano lincurvatura della trave. Si aveva un arcaico sistema di precompressione.

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fig. 13, esempio di caraci a passatore in una muratura di tufo.

I solai composti, infine, nascevano pi che altro come prova di bravura dei maestri. Si ricordano i solai alla Serlio, in cui ciascuna trave, partendo dal muro, poggia sulle travi ortogonali che incontra, e funge allo stesso modo da sostegno; il solaio a scomparti, costituito essenzialmente da poligoni inscritti luno nellaltro; il solaio a cassettoni, nel quale alle travi principali si incastrano i travicelli che sorreggono il tavolato17. Allintradosso dei solai, per motivi igienici ed estetici, si realizzavano controsoffittature in modi assai vari. Allintradosso dei solai venivano realizzate lincartata e la graticola. Lincartata era un rivestimento di carta dipinta con la quale si ricoprivano le travi e le valere per nascondere le sconnessure tra le parti e gli eventuali difetti. Le incartate avevano nomi diversi: ad aria erano quelle con fondo ad unico colore, alla Bisquit se ricche di ornamenti, a cassettoni se i motivi rimandavano alla suddivisione tipica del cassettonato, infine a disegno quando caratterizzate da raffigurazioni.

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Per graticola si intendeva una rete di elementi lignei principali e secondari incastrati tra loro, la quale veniva collegata al solaio tramite pezzi di legno e serviva per distendere la tela della controsoffittatura. Ancora lintradosso poteva essere mascherato lastre di cotto o tegole sorrette da uncini metallici, ma il sistema pi particolare era costituito dalle volte ad incannucciata. Si trattava in realt di finte volte, senza alcuna capacit portante, ottenute tramite laccostamento di piccoli elementi lignei, appunto canne, disposti a disegnare la forma di un intradosso e legate da sottili strati di malta aerea. Sulle incannucciate si applicavano tele dipinte o da decorare. Altri tipi di plafoni in gesso erano armati con una trama di canna palustre, di bamb o di flessibili righette di legno, intrecciate come per una stuoia e fermate con chiodi e fili di rame o spago sotto le travi del solaio.

fig. 14, intradosso di un solaio ligneo a travi squadrate.

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G. Branca, nel suo Manuale di architettura, corretto ed accresciuto, quarta ed. 1769, riporta: Ogni legno per lunghezza di sua fibra resistente eccessivamente pi che per larghezza. In larghezza ritira, e cresce secondo le stagioni, in lunghezza non fa molto sensibile: perci nella composizione di telai, e simili, si taglino sempre i regoli per lungo, e nel riempirne con tavole la luce sincastrino quelle senza inchiodarle, e dove per larghezza possano crescere si lasci lincastro abbondante.. 4 Tra le principali essenze dolci si comprendono il pioppo, lontano, la betulla, il tiglio, il salice. Delle essenze forti ricordiamo la quercia con le sue numerose qualit, il faggio, il castagno selvatico, il noce, il larice nostrano ed il larice dAmerica Tra le conifere tenere vi sono il pino, labete bianco e rosso; tra le dure il larice ed il cipresso. G. Astrua (cfr. Manuale pratico del mastro muratore, ed. Hoepli, 1976) indica lutilizzo pi opportuno per ciascuna specie legnosa ed in particolare: Col pino nostrano si fanno travi da impiegarsi grossolanamente squadrate, per copertura dei tetti, solai e simili nonch per armature da ponteggi in travetti e travettoni, tondoni e per palafitte, sbadacchiature, puntelli; esso ha la fibra corta, per cui si presta meno ad una lavorazione fina...Col larice, di fibra densissima, impregnato di resina, molto forte e resistente, si fanno travature di ogni dimensione, portata e resistenza al carico...Con la quercia, legname molto duro e di meno facile lavorazione, si fanno travature per tetti...Col castagno selvatico (quello da marroni ha una fibra inconsistente) si fanno travi da tetto, palafitte.. 5 I nodi sono i punti di attacco dei rami al tronco attorno ai quali si formata una zona di struttura diversa e pi dura. Sono nodi vivi quelli che si saldano bene alla struttura e non costituiscono pericolo per le resistenze meccaniche, ma danneggiano gli strumenti di lavoro; sono detti invece morti quei nodi che si distaccano facilmente, lasciando vuoti che indeboliscono la struttura. 6 Cfr. B. Bertagnin, Chiusure orizzontali e di copertura nelledilizia tradizionale, 1984. 7 Cfr. G. Giordano, Tecnologie del legno. Le prove ed i legnami di pi frequente impiego, vol. III, Torino, 1976. 8 Cfr. Vitruvio M. Pollione, De Architectura, edizione a cura di Ed. Studio Tesi, Pordenone 1990, capo primo, libro settimo. 9 Cfr.G.Branca, op. citata, ... si dovr avvertire che sopratutto qualsivoglia legname vuole essere tagliato a luna scemante, ed in stagione opportuna, e con venti settentrionali e meglio con la dritta tramontana... la stagione da cominciare dallautunno fino al principio della primavera, essendo in questo tempo ogni legname privo dumore per aver gi maturato il frutto. Quegli arbori poi, che non fanno frutto, si possono tagliare alla luna dagosto, e gennaio, perch in questi tempi o sono sfogati con le frondi e fiori, o non sono ancora preparati per germogliare.. 10 Cfr. G.M.Sganzin, Programme ou resum des leons dun cours de construction, trad. Italiana di Cadolini, 1832 Milano. 11 Cfr. F.C.Boube, le costruzioni di legno, Napoli, ed. Benedetto Pellerano 1892. 12 Cfr. R.Cormio, I costruttori edili e limpiego del legno nei solai e nei soffitti, 1941. 13 Nel Pentateuco della Bibbia, 1200 A., si descrive anche il modo usato per combattere i funghi. Si scrive di cavare le pietre in cui si diffusa la piaga (i funghi si nutrono delle materie organiche pi svariate e sono capaci di proliferare persino sulla roccia), lo smalto delle case e qualsiasi altra cosa infetta e gettarla fuori della citt. 14 Per impiombatura si intendeva quella operazione con la quale, facendo colare il piombo fuso nei buchi predisposti, si incastrava stabilmente un pezzo di metallo in una muratura; allo stesso modo si adoperava gesso a costituire ingessature. 15 In Campania ancora oggi si usano alcuni termini tradizionali: i legni tondi sono detti pali fino ad un diametro di 30 cm, i pali con lunghezza fino a 20 m sono detti abetelle. I sostacchini sono pali di abete grossolanamente squadrati, di dimensioni medie 1215 cm, usati nella costruzione di ponti di servizio; le pedarole, elementi analoghi di minore lunghezza, sono adoperate a sostegno dei piani di tavole. Sotto il nome di travi si includono sia i legnami tondi, con diametro superiore a 20 cm, sia quelli squadrati a sezione variabile da 15x25 a 35x45 cm. I travicelli hanno diametro minore, ma comunque mai inferiore a 10 cm, oppure sezione variabile da 11x11 a 3x3 cm, in funzione della quale si distinguono rispettivamente il muralone, il murale, il muraletto, il correntino ed il listello. I legni di altezza di molto inferiore alla grossezza sono detti tavole o panconi. Le tavole di abete hanno base variabile tra 26 e 39 cm ed assumono nomi differenti in funzione dellaltezza. Si distinguono tavola da ponte (6 cm), palancola (5,5 cm), tavola ordinaria (3 cm), scuretta (2 cm), mezzanella(1,5 cm), terzina(1 cm). Inoltre a Napoli i rami di castagno non scortecciati e lunghezza variabile vengono detti barre, bolde, ginelle. Erano ginelle daccetta quelle di diametro medio,poste ortogonalmente sotto lorditura principale, allo scopo di rafforzare il solaio. Minore lunghezza avevano in successione le ginelle bastarde e quelle darm I rami di lunghezza minore fornivano, divisi in due nel senso longitudinale, fornivano i panconcelli, usati a copertura dellinterasse. Questi erano di sega quando ottenuti con tale attrezzo,

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oppure a spacco, se sezionati in due punti, divisi e stagionati. Nel secondo caso si ottenevano resistenze maggiori. 16 Cfr. D. Donghi, Manuale dellarchitetto, vol. I parte II, ed. Tor. 1935 Torino. 17 Particolare il caso dei cassettoni mobili che si avevano nelle sale pompeiane pi lussuose: in essi meccanismi cambiavano decorazione ad ogni portata, o facevano scendere dal soffitto profumi, fiori, corone sui commensali.

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2. I battuti di gesso
I battuti di gesso erano realizzati principalmente nelle zone in cui labbondanza di pietra di gesso rendeva il materiale poco costoso. Farlo infatti arrivare dai luoghi di produzione, nel caso questi fossero particolarmente distanti, risultava poco economico, dal momento che il gesso perde peso allatto della calcinazione e data la scarsa qualit del battuto che se ne otteneva. Se non posto in opera immediatamente dopo la cottura, infatti, il sole riscalda la polvere di gesso e la fa fermentare, lumidit ne diminuisce la forza e laria ruba una buona parte dei suoi minerali, e questo diminuisce la compatibilit con gli altri materiali ed aumenta il rischio di screpolature. Tale battuto, vista lattitudine del materiale ad assorbire lumidit e la velocit con cui lo stesso tende a far presa e indurimento, veniva destinato esclusivamente agli spazi chiusi e perfettamente asciutti.

1.1 Orizzontamenti: pavimentazioni e coperture

Per realizzarlo si utilizzava del gesso18 a presa lenta, detto da pavimento, ottenuto con la cottura a circa 9501300 gradi delle rocce di selenite e la successiva macinazione in mulini allaria aperta, con mole o pilloni19. Questo processo di cottura trasformava il gesso in modo che non possedesse pi la minima molecola dacqua e gli permetteva di avere una resistenza sicuramente maggiore del gesso semidrato. Esso acquistava facolt di presa lenta, dura, solida20. Un gesso ben cotto lo si riconosceva al tatto, ossia dalla consistenza pastosa e collosa. Al contrario un gesso mal calcinato o con presenza di impurit, quali sabbia ovvero ossidi di ferro, risultava friabile e screziato, in questo caso esso era usato come fertilizzante nei terreni. A seguito della cottura e macinazione la farina di
fig. 15, mazzapicchio di legno per battuti in gesso

gesso era impastata con acqua21 a temperatura

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ambiente ed eventualmente, per ritardare la presa, si aggiungevano degli additivi, con i quali era possibile guadagnare da 15 minuti a 1015 ore. I ritardanti erano ingredienti di pratica dosatura ed avevano le derivazioni pi svariate. Oltre a posticipare la presa del gesso, ne procuravano nel contempo un maggiore indurimento, una maggiore solidit e impermeabilit. Tra i principali additivi possiamo ricordare: lammoniaca, nella dose di 50g/l; la glicerina, in quantit dell1,2%, poich influisce anche sulla solubilit e le propriet adesive; zucchero, amido e destrina, che tuttavia favoriscono la fragilit; lacqua distillata, che dona ai manufatti anche una superficie pi liscia e meno porosa;22 colla forte da ebanisti, preferibilmente poco gelatinosa; calce spenta, in rapporto di 1 parte di calce e 6 parti di gesso; alcool, senza superare la dose del 25% che provoca la fragilit del manufatto; allume, disciolto in acqua calda e in dosi del 1550%.23; latte in qualunque forma; colla di farina, composta da grano, amido, riso, fecola; carbonato di calce impalpabile.24

Inoltre, volendo assicurare al prodotto finale una maggiore resistenza al gelo e soprattutto allumido, si alterava la naturale sensibilit del gesso allacqua aggiungendo allimpasto della malta un mastice detto piccardo, ottenuto con la lavorazione di 1 parte di calce viva in polvere con 9 parti di malta di gesso. Dopo aver compattato e livellato il terreno, eventualmente il letto di ghiaia, ci si assicurava che fosse abbastanza umido da poter gradualizzare la presa dello strato superiore. Per agevolare le operazioni si ripartiva la zona su cui lavorare in fasce tramite listelli posti paralleli ogni metro circa e tra i quali la massa fluida veniva versata ed energicamente battuta. Durante queste prime fasi ci si assicurava che tra il masso e le murature perimetrali ci fosse la giusta distanza, poich il gesso, al contrario della calce, aumenta di volume una volta impastato. Il giunto era definito dallesperienza del mastro operaio, anche in relazione allestensione delle superfici, allumidit dellambiente e alle variazioni termo-igrometriche tipiche della zona. Il minimo errore avrebbe causato il rialzo del supporto e la conseguente fessurazione.

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Distribuita la malta sulla superficie con una stecca di livellamento, per effettuare la battitura si attendevano almeno ventiquattro ore, durante le quali si aveva il primo consolidamento del masso, che avrebbe portato in evidenza le prime fessurazioni e screpolature, e avrebbe permesso agli operai di potersi muovere senza arrecare alcun danno alla struttura. Loperazione di battitura iniziava dalla prima fascia verso lultima e avveniva tramite dei battitori in legno e ferro o, pi spesso, con dei mazzapicchi, strumenti costituiti da una base semicilindrica con raggio da 10 a 12 cm, ed un manico di lunghezza variabile in funzione dellaltezza delloperaio. Lutensile era realizzato in legno di faggio, pertanto il peso non risultava eccessivo. Scopo della battitura era di eliminare tutte le screpolature ed imperfezioni, ma anche quello di far ridiventare elastico lo strato gi indurito, facendo risalire alla superficie tutta lacqua che il masso ancora possedeva, la quale, lasciata indisturbata, nellasciugarsi avrebbe reso il manufatto poroso e meno resistente. Per rallentare per il processo di essiccazione si inumidivano costantemente le superfici e si procede cos per circa nove giorni e ad intervalli regolari di 5-6 ore, per permettere alle screpolature di riformarsi ed essere nuovamente richiuse. Una volta trasudata tutta lacqua e perse completamente le screpolature, il pavimento era levigato con una cazzuola e con pietra arenaria fine ed acqua e se ne sigillavano le inevitabili soffiature con malta. Per ottenere poi una certa le durezza ed aumentarne capacit

impermeabili, il lavoro era trattato pi volte con una particolare soluzione, la quale poteva essere costituita da olio di lino, cera dapi e acquaragia, olio di ricino, ecc. Qualunque fosse ladditivo usato, questo non doveva in ogni caso essere
figg. 16-17, cazzuola e stecca di livellamento utilizzate per la realizzazione del battuto.

tanto

concentrato

da

occludere le porosit e non poter penetrare a fondo, e veniva steso con un pennello di setole scaldando

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la superficie con lampade a saldare. Lultima operazione prevedeva la lucidatura a cera, per migliorare maggiormente la protezione del manufatto e qualche volta i massi in battuto di gesso erano anche suscettibili di decorazione, ottenibile tramite laggiunta di pigmenti coloranti nella malta appena confezionata. Era necessario che i pigmenti avessero natura minerale, solitamente si trattava di ossidi coloranti, perch in caso contrario il gesso avrebbe aggredito la sostanza colorante vanificando il tempo impiegato per la decorazione. Tale trattamento veniva esteso a superfici pi o meno grandi, potendo anche isolare spazi multiformi tramite stampi e sagome di legno trattati con acqua e sapone, sostanza che fungeva da disarmante. In alternativa si incideva la massa e si riempivano le incisioni con la stessa malta colorata. Era possibile ottenere effetti colorati facendo assorbire al manufatto delle miscele liquide, durante la fase di essiccazione per facilitarne la penetrazione fino ad almeno 2 cm. Con locra gialla si riusciva ad esempio a ottenere il colore del mattone, con locra e del nero si dava alla superficie la sembianza del granito. Il gesso, comunque, non riesce da solo a dare un aspetto uniforme del proprio colore e tanto meno a mantenerla tale, a causa soprattutto delle variazioni atmosferiche. Per aiutarlo si mescolava allimpasto del carbonato di calce tritato finissimo. Nel caso non si intendesse servirsi di decorazioni, spesso sul masso erano poggiati quadretti di terra cotta, pietra o marmo, a maggiore protezione del supporto. Allo stesso modo, anche se meno frequentemente, i battuti in gesso potevano essere realizzati allestradosso di solai interpiano, su supporto voltato o ligneo, e in questultimo caso risultavano necessari alcuni accorgimenti. Si provvedeva a proteggere il legname dallumidit dellimpasto tramite bitume, ma principalmente era importante verificare la stabilit delle travature, perch la minima oscillazione avrebbe provocato linsorgere di crepe nel manufatto in gesso. Per diminuire questo pericolo un buon rimedio consisteva nel costruire il sottofondo in modo che si conformasse una superficie curva pi alta al centro, e scavare nella muratura laterale solchi di 4 cm circa. In questo modo, una volta consolidatosi, il battuto funzionava come un arco, spingendo contro la muratura allorch fosse mancato anche il minimo sostegno dal piano sottostante.

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2.2 Murature e superfici verticali Luso del gesso era limitato essenzialmente alle pavimentazioni, ma si poteva fare ricorso ad esso per il rivestimento25 di pareti laddove se ne volesse sfruttare il potere ignifugo. Il gesso, infatti, in presenza di eccessivo calore, perde per evaporazione lacqua di cristallizzazione e quindi il minore o maggiore spessore che lo strato in gesso poteva avere aumentava di gran lunga la resistenza al fuoco della struttura. Raramente si fatto utilizzo di pareti in blocchi di gesso. Questi venivano confezionati con pasta di solo gesso, nella quale erano mescolati pezzetti di canna, paglia, o altra fibra rigida per aumentare la resistenza interna e assicurarsi una maggiore curabilit. Limpasto prendeva la forma di mattone allinterno di stampi in legno, nei quali era ben costipato a colpi di cazzuola, e lasciato essiccare affinch assumesse le dovute propriet. Lessiccamento si riteneva concluso quando il gesso non lasciava untuosit al tatto e quando, avvicinandolo con un ferro acuminato, non si lasciava penetrare. Lo Sganzin descrive luso di quadrelli di gesso di dimensioni 50 x 32 x 68 cm, che si posavano a coltello, ricavando nello spessore degli incavi dove colare il gesso di legatura.26

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Il De Cesare nella sua La scienza dellarchitettura applicata, (Tipi di G. Bellinzone, Napoli 1856), individua tre variet di gesso: il gesso comune o da presa, usato spesso per il confezionamento delle malte; il gesso sfoglioso o falso talco, composto di fogli sottilissimi il pi puro e produce una malta di qualit migliore, detta scagliola; il gesso detto falso alabastro, simile ad un marmo e poco utilizzato perch pi debole del comune. 19 I gessi macinati si chiamavano gessi crivellati e si distinguevano in gessi stacciatie gessi dallo staccio di tela a seconda che fossero vagliati per mezzo duno staccio di crini, oppure tramite della tela, per ottenere la polvere pi sottile. 20 Cfr. D. Frazzoni, Il gesso e i suoi vari usi, Hoepli 1934. 21 A tal proposito D. Frazzoni scrive: Fatto il seminato di gesso in quantit di acqua maggiore della proporzione voluta per i gessi, si mescola per ottenere che da tutte le parti del vaso la miscela venga smossa e manipolata, tanto da diventare tutta un bel pur, e dopo di ci si pu attendere unora per applicarla, o meglio per iniziare il lavoro. Durante la posa in opera della pasta, la parte di questa rimasta nel vaso bisogna mantenerla mescolata affinch lacqua, che tarda ad essere imbevuta dalla materia causa il suo lento dissolvimento, fermatasi alla superficie dellimpasto venga nuovamente imbevuta e messa a disposizione immediata dei grani grossi e non ancora disciolti. In questo modo si comprender che lacqua non deve scarseggiare per favorire il grado di assorbimento che ha il gesso da pavimento.. 22 Cfr. T. Turco, Il gesso: lavorazione, trasformazione, impieghi, Hoepli 1962. 23 Lallume, ossia allume di potassio, un composto chimico costituito da molecole di potassio ed alluminio legate a molecole di acqua di cristallizzazione. Quando i cristalli di allume vengono scaldati, parte dellacqua di cristallizzazione si dissocia e questo sembrava favorire il rallentamento del processo di presa nei battuti di gesso. 24 Il Rondelet, nel suo Trattato teorico e pratico dellarte di edificare, consiglia di stemperare la malta di gesso in una soluzione di acqua, fuliggine e colla di Fiandra. 25 In Plinio, nella Storia delle arti antiche, si legge: il gesso molto gentil cosa per fare figurine, fogliami e ghirlande di edifici. 26 Cfr. G. M. Sganzin, Programmi ovvero riassunti di un corso di costruzioni, traduzione italiana di Cadolini, 1832, Milano.

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3. I battuti di calce
La realizzazione dei battuti di calce testimoniata sin dal tempo di romani e greci, da autori come Plinio e Vitruvio, che a lungo ne hanno fatto oggetto delle proprie trattazioni. Alcuni autori ipotizzano che la scoperta della calce sia stata fatta casualmente poco dopo quella dei mattoni, come conseguenza dellincendio di qualche edificio costruito in pietra calcarea per cui, gettando acqua per spegnere le fiamme, le pietre si scioglievano. Nel tempo, poi, allesecuzione tradizionale si sono aggiunte tecniche pi evolute, che prevedevano nuovi strumenti e nuovi materiali.

3.1 Murature e superfici verticali In passato la calce era usata, seppur raramente, anche per fare buoni mattoni. Si utilizzava calce di buona qualit, che veniva resa di consistenza plastica e miscelata con criterio a sabbia fina o polvere di pietre tenere. Con limpasto cos ottenuto si riempivano gli stampi, avendo cura di comprimerlo con pestoni per aumentare la densit, e di coprirlo con sabbia. Questa assorbiva Infine si lacqua dava rifiutata tempo alla dalla calce, di costituendo una crosta di particolare durezza. materia consolidarsi pienamente, e occorrevano anche due anni perch si ottenesse una resistenza pari quasi a quella delle rocce tenere.
fig. 18

Un secondo tipo di blocchi di calce erano detti prismi o cantoni. Questi venivano realizzati impastando la calce con della sabbia o ghiaia di natura silicea, il composto era posto in fosse triangolari ricavate nel terreno, inserendo delle scaglie di pietra di grandezza fissata. Formati in questo modo i prismi, li si ricopriva con 30 cm circa di terra per lasciarli sepolti da uno a tre anni, volendo ottenere una tenacit maggiore. Una volta confezionati, tali blocchi erano usati in sostituzione della pietra da taglio.1

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fig. 19, una vecchia cisterna.

Il battuto di calce era molto utilizzato, miscelato con particolari componenti, anche come impermeabilizzazione delle pi svariate superfici, come nel caso di cisterne, pozzi, palmenti e altri simili ricettacoli dacqua. Gi Vitruvio raccomandava il ricorso a massicci intonaci, composti di ben tre strati. Il primo di questi, dello spessore di 811 cm, era formato di malta e scaglie di pietra; il secondo, di 3 cm, si costituiva di pozzolana o mattone pesto; infine il terzo era uno spessore molto sottile di malta di calce e polvere finissima di mattoni. Il cappotto cos ottenuto era battuto fino a richiamare alla superficie tutta lacqua dellimpasto, al fine di garantire una duratura compattezza. Nel napoletano le pareti delle vasche rivestite con battuto, che assumeva nel caso particolare il nome di grottone,2 vedevano il rivestimento applicato in spessore costante di 45cm, e ridotto per battitura di circa un terzo. Le poche fasi costruttive prevedevano che il supporto verticale fosse quanto pi possibile regolarizzato, poi su di esso era steso uno strato di malta idraulica, confezionata con calce e lapillo fine o pozzolana nel rapporto di 2 a 1. La malta era distribuita dal basso verso lalto in strisce orizzontali di circa 30cm e raccordi di 15 cm nelle zone dangolo3. Il tutto era infine compattato con colpi di mazzola, portati

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alternativamente dallalto in basso e da sinistra verso destra. La battitura durava circa due giorni e , data la ristrettezza dei luoghi nei quali si operava, i battitori erano al massimo tre. Molto spesso, in particolare sulle isole, limpermeabilizzazione delle cisterne era formata da un battuto di calce e ferrugine. La ferrugine di qualit migliore proveniva da Lucrino, di colore molto scuro e consistenza vischiosa essa era stesa sui muri delle vasche a uso intonaco in spessore di 34 cm, e poi battuta con una mazzoccola per circa 6 giorni. In questo modo si chiudevano tutti le porosit, ottenendo una compattezza marmorea. Le stesse cisterne potevano essere egregiamente intonacate tramite la stesura di una malta di cenere di carbon fossile e calce, nominata nel gergo cinerata, di ottima presa nellacqua.

3.2 Orizzontamenti: pavimentazioni e coperture La trattazione pi antica prevedeva che la ruderatione, ossia la pavimentazione, venisse edificata su un supporto resistente e uniforme in ogni sua parte, e questo per evitare la comparsa di fratture che ne avrebbero Compromesso funzionalit. Nel caso di battuti al pian terreno, Vitruvio consiglia di esaminare la compattezza del ed laddove suolo e di procedere ad appianamenti assodamenti necessario. Quando invece il masso era da realizzare su supporto ligneo, per solai intermedi, era necessario assicurarsi che i naturali movimenti delle travature, dovuti a fenomeni di la

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ritiro e deformazione del legno, fossero del tutto indipendenti, e quindi non impediti, dalla rigidezza delle murature perimetrali, evitando in tal modo nei pavimenti crepe a destra e a sinistra4. Sul solaio ultimato, ad evitare che la calce del masso superiore corrodesse il legno, si disponeva uno strato di felci o paglia. Sul piano cos sistemato si disponeva il primo strato, detto statumen o statuminatio, composto da malta di calce frammista a pietrame della grandezza di un pugno e tondeggiante, per diminuire il rischio di danni al supporto e aumentare la costipazione. Sopra si poneva il rudus o rudere5, un battuto di calce e pietrisco di pezzatura minuta e carattere spesso idraulico, in rapporto di 1 parte di malta e 3 parti di pietrisco, nel caso di primo impianto, oppure di 2 a 5 per restauri e rifacimenti. La superficie veniva poi rassodata a colpi di mazzeranghe di legno da unabile squadra di operai fino a che lo spessore complessivo del primo e secondo strato, di norma intorno ai 30 cm, si fosse ridotto di almeno un quarto. A questo punto il battuto poteva considerarsi ultimato, nel caso non avesse particolari pretese decorative, ma nel volergli conferire maggiore resistenza e finitezza, si procedeva alla stesura di un terzo ed ultimo strato: il nucleus o nucleo grasso.6 Tale strato era costituito da 1 parte di malta pi fine e 3 parti di frantumi di laterizio, a formare il cocciopesto, in base allesigenza di ottenere uno strato maggiormente impermeabile e resistente, ed era spesso almeno 12 cm. La superficie non era sottoposta ad energica battitura, ma semplicemente regolarizzata tramite fratazzo o cazzuola. Su di essa si disponevano eventualmente le tesserae, tirate a squadra e livella.7 Operando la somma delle varie altezze, si ottiene una grossezza complessiva di 45 cm, cos suddivisa: statuminatio, 1015 cm; rudus, 22 cm; nucleus, 12 cm.

Nel caso di battuti allaria aperta, su solai di copertura si prevedevano maggiori accorgimenti per aumentare le condizioni di resistenza e sicurezza. Per evitare che le gelate invernali e le varie escursioni termiche provocassero eccessive reazioni nel legno e danneggiassero di conseguenza i pavimenti, dopo aver fatto un primo tavolato occorreva farne un altro disposto ortogonalmente (coaxatio transversa), e chiodare le teste delle tavole alle travi affinch non si piegassero. Poi si disponeva un conglomerato di calce e pietrisco nella proporzione di due parti a cinque, battuto fino al rigetto dei colpi. Infine si realizzavano i restanti strati come gi detto per gli altri casi, e su di essi,

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definito il senso delle pendenze, si disponeva il pavimento di tesserae le cui giunzioni erano da trattare ogni anno con sansa, per impedire che il gelo si infiltrasse. In casi particolari si stendeva al di sopra del rudus, per mezzo di malta di calce, uno strato di tegulae bipedales, tegole in laterizio di lato pari a circa 60 cm, conformate in modo che i lembi maschio potessero e unirsi a Le femmina.

giunzioni erano sigillate con un impasto di calce ed olio, che, una volta solidificato, impediva qualsiasi infiltrazione dacqua. Luso del battuto di calce non comunque da attribuire ai soli romani. Vitruvio accenna ad un battuto realizzato in Grecia dalle particolari capacit assorbenti, usato in appartamenti invernali o in sale da banchetto al pian terreno. Per la realizzazione si effettuava inizialmente uno sbancamento fino ad una profondit di 60 cm e, rassodato il terreno, se ne imponeva una certa inclinazione per agevolare lo scolo di eventuali liquidi verso lesterno. Sul suolo cos compattato si poneva un primo spessore di calcinacci e malta in funzione di vespaio e subito sopra uno strato di carbone di mezzo piede che veniva energicamente battuto. la superficie era completata con un impasto di calce, sabbia e cenere a costituire il masso pavimentale, della grossezza di circa 16cm. Il colore era terreo, ma poteva essere lisciato con larenaria ed assumere laspetto di un pavimento nero. Il battuto alla greca forniva notevoli vantaggi di coibenza, esplicata dallo strato di carbone, ed igienicit, poich i liquidi eventualmente versati sul pavimento erano immediatamente assorbiti dalla porosit della superficie e potevano rifluire verso il canale posto al piede dello sbancamento. Sullesempio di Vitruvio numerosi sono stati poi coloro che, come costruttori e studiosi, si sono cimentati nella definizione di questi pavimenti. Pi che differenziarsi per le tecniche, in realt, essi adattarono le stesse alla variet di materiali e risorse disponibili. Agli inizi del novecento il Donghi descrive il battuto di calce alla russa, che consiste di una parte di calce sfiorita allaria e due parti di ghiaia, che vengono bagnate con sangue di bue in piccola quantit. In questo adattamento lo statumen era

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figg. 22-23, sezione di un vecchio lastrico presso Lauria(Potenza). Dal basso si individuano la trave portante, le chiancarelle, i cocci del nucleus, il lastrico ed infine il masso cementizio di pi recente disposizione.

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fig. 24, battuto terraneo in calce.

costituito da un letto di sabbia ben bagnato e compattato, per non sottrarre acqua allo strato superiore, mentre un impasto di pietrisco, sabbia e calce idraulica veniva battuto a definire il rudus. La particolarit dello strato finale consisteva nellaggiunta del sangue di bue, che contiene numerosi minerali tra cui potassio, sodio e zinco i quali accrescono lidraulicit della calce e con essa realizzano legami chimici molto forti, accrescendo la solidit del masso. Per ottenere una finitura migliore, allora limpasto doveva comprendere 10 parti di calce lavorata fina, una parte di farina di segale e il tipico sangue bovino. La massa veniva stesa con la cazzuola a piccole superfici e lasciata riposare per un lungo periodo, avendo cura di gradualizzare il ritiro nei primi giorni tramite una continua umidificazione. La superficie finale era passata con olio di lino e poteva essere decorata con colori ad olio o con lo stesso sangue.

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La tecnica del cocciopesto viene di norma, erroneamente, fatta derivare da quella pi antica dellopus signinum, ed ripresa nella trattazione di pi autori. La confusione tra i due composti dovuta al fatto che quasi sempre, alle nelle fonti antiche, il signino citato in relazione strutture intonaci, realizzati spesso in cocciopesto. Non aiuta inoltre la moltitudine di termini usati per nominare la tecnica dei laterizi pestati. Sebbene letteratura gran parte tecnica della sia idrauliche, ai pavimenti, agli

consultabile in base ad uno dei due termini senza problemi, la distinzione tra le due miscele invece risulta conglomerato, e il signino una malta. Nella sua preparazione non compare traccia di laterizio, se non in Plinio, bens la calce era mescolata a sola sabbia e pietrame pezzatura. Lautentica tecnica del cocciopesto viene descritta da pi autori, tra cui il Rondelet, che suggerisce un impasto costituito di una parte di calce e
figg. 25-27, esempi di opus signinum a Pompei. Nel terzo caso sullo strato finale sono state aggiunte delle tessere in marmo disposte ordinatamente come elemento decorativo.

necessaria, il

poich un

cocciopesto

duro

di

piccola

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tre parti e mezzo di tegole e mattoni8, gettato in un solo momento e steso con rastrelli a punte di ferro. Per economia era anche permesso sostituire una parte di cocci con una di pietrame, a discapito per della solidit finale. Buona regola era utilizzare mattoni di buona cottura, e mai cotti due volte perch darebbero una malta meno resistente. Steso lo strato si lascia riposare per uno o due giorni, e cio il tempo necessario per poter camminare sul masso senza danneggiarlo, e poi si batte con una zanca fino a sentire la reazione della cazzuola. Dopo aver lasciato asciugare per una giornata vi si passa sopra uno strato di 4 cm di tegole polverizzate miste a calce spenta, stese con cazzuole pi sottili e dal manico pi lungo. I battuti di cocciopesto, pur presentando una superficie particolarmente grossolana, non mancavano in durevolezza e soprattutto in resistenza allacqua, favorita questa dalla buona quantit di argilla cotta. Pur tuttavia essi erano usati di regola negli spazi allaperto.

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Scutulata pavimenta
Nelle stanze e in tutti gli spazi nei quali si avessero particolari pretese estetiche, e per le superfici maggiormente soggette ai traffici, limpasto di cocci e malta del nucleus veniva arricchito con grossi frammenti di ceramica o marmo, le crustae, gettati a caso sulla superficie o disposti a formare precisi disegni. In alternativa, e per un effetto pi curato, si veniva a creare un quarto strato, un supranucleus, molto sottile e della stessa malta dello strato sottostante. Esso era solitamente steso dagli stessi mosaicisti per potervi collocare le tessere. La superficie veniva poi regolarizzata battendo leggermente con la cazzuola oppure passandovi sopra una grossa pietra cilindrica come fosse stata un rullo. Luso del mosaico quale elemento tecnico e decorativo nasce probabilmente in Grecia, come evoluzione dei primi pavimenti in cui i rudimentali ciottoli colorati vennero col tempo regolarizzandosi fino a che i mosaicisti si resero conto che frantumando le pietruzze potevano ottenere elementi piani, pi adeguati alla realizzazione di un pavimento. Il taglio in seguito si affin, e i mezzi ciottoli divennero cubi, quelli che Vitruvio definisce tesserae. Plinio conferma la Grecia come luogo di origine dellarte musiva, ed a testimonianza dellaccuratezza che le composizioni spesso assumevano descrive il mosaico che a Pergamo era detto la casa non spazzata, perch rappresentava con piccole tessere di vario colore i resti di un pasto come lasciati l sul pavimento. Sicuramente un furbo espediente per ridurre le fatiche della manutenzione domestica. A Roma si soleva indicare questi pavimenti con il nome di scutulata, termine che ancora oggi individua tutti i pavimenti fatti a scaglie, o crustae, e non un tipo in particolare. Linterpretazione deriverebbe dalluso che del termine hanno fatto pi autori, il Palladio riferendosi al manto ornato di macchie irregolari dei cavalli pezzati, Plinio indicando la tela del ragno, ecc. I pavimenti con scaglie realizzati un tempo possono essere raggruppati principalmente in tre tipi: mosaici di tessere su fondo bianco, su fondo nero, e mosaici su fondo di cocciopesto. Nei pavimenti a fondo nero il contrasto di colori era ottenuto tramite linserzione di scaglie di tonalit molto chiara, solitamente marmi(giallo antico, africano, serpentino e

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granito), tagliate rettangolari o in forma di poligono e disposte con un certo ordine. Lo scutulatum con il fondo bianco costituiva una forma meno pregiata per il largo uso di tessere di calcare, piuttosto che di marmo. Queste erano distribuite sulla superficie nei colori pi disparati, verde, rosso, giallo, e spesso si utilizzavano scaglie nere a realizzare motivi a scacchiera. Raramente alle scaglie di calcare si accompagnavano alcune di cotto. Infine lornamentazione realizzata su cocciopesto prevedeva disegni geometrici ottenuti mediante linserzione di tessere bianche accostate per angolo, o di scaglie pi o meno grandi disseminate alla rinfusa con lintento di ottenere un vivace contrasto di colori tra il fondo rosso del battuto e le tonalit delle pietre9.

fig. 28, mosaico di Alessandro e Dario a Pompei nella casa del Fauno. Tale disegno dimostra come la tecnica del mosaico policromo sia divenuta perfetta soprattutto nellItalia meridionale, a tal punto da permettere ai mosaicisti di gareggiare con i pittori. Alle esecuzioni come questa, particolarmente realistiche, dato il nome di opus vermiculatum.

Nelle opere pi moderne il terrazzo a mosaico, detto anche piantato, veniva eseguito allo stesso modo che presso i romani, solo che il collocamento dei pezzetti di marmo, assortiti per colore e forma, veniva eseguito con laiuto di modelli di cartone in modo da ottenere precisi disegni. Tale tecnica era detta a spolvero. I cartoncini, detti appunto spolveri, erano posti sulla superficie da decorare, e, per tracciare i contorni del disegno si incidevano con una punta dacciaio e si segnava la traccia con carbone pesto, oppure con un mastice di lino e nero fumo. Per operare si

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disponevano separatamente i pezzetti di marmo tutti dello stesso colore, grazie allo stesso modello sul quale sono lasciati liberi solo i fori dello stesso colore. Dopo aver effettuato la rotatura con una grossa pietra arenaria, per rendere pi netti i contorni si segnavano con una punta di acciaio tagliente, e si riempiva il taglio con nero di fumo ed olio di noce. Le stesse decorazioni potevano poi essere ottenute definendo la superficie da trattare tramite sagome di legno, che ne marcavano le campiture. Per iniziare il lavoro si disponeva la prima fila di pezzetti di marmo sul bordo dei legni, per poi completare la campitura dellintera area. Gi dal XII secolo, poi, si faceva uso, in sostituzione del marmo o del calcare, di pezzetti di pasta di vetro oppure di ceramica, i quali, sebbene meno brillanti e luminosi, permettevano di ottenere una maggiore ricchezza di colori. I pezzetti erano cubici o a prisma poligonale ed erano realizzati con argilla fina e silice mescolate coi necessari colori, compattate a secco e poi cotte. Il mosaico si realizzava incorniciando il lavoro con delle assi di legno, poste di taglio, e, su una lastra di vetro si collocavano i pezzetti di ceramica seguendo il disegno di base, e sigillandone poi gli interstizi con malta. Il resto del telaio-cassa era riempito con cocci e malta e, una volta indurito, il lavoro era capovolto e posato dove necessario, su un sottofondo precedentemente preparato.

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fig. 29

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figg. 30-31

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figg. 32-33

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Cfr. Cavalieri di San Bertolo N., Istituzioni di architettura pratica ed idraulica, Roma 1826-27. Plinio consigliava anche di fare le cisterne con cinque parti di rena, due di calce e poca ghiaia, da pestare con pali ferrati. 3 Il Cavalieri di San Bertolo, op. citata, descrive la composizione di un particolare tipo di stucco a suo parere adattissimo a sarcire le fessure delle cisterne. Esso si compone di uguali parti di pece liquida e grasso, fatte bollire in grossi pentoloni e lasciate a seguito raffreddare. Successivamente unito a giuste dosi di calce viva, il composto assume la consistenza di una pasta, capace di sarcire qualsiasi crepa e di bloccare le infiltrazioni. 4 Cfr. Vitruvio M. Pollione, De architectura, ed. Studio Tesi, Pordenone 1990, libro settimo parte prima. 5 Il nome rudus deriva dal fatto che la malta di calce venisse impastata con frammenti di vecchie case, prima realizzate in mattoni dargilla e con i pezzi delle tegole che scoppiavano nelle fornaci. Tali mattoni erano pestati e accorpati alla malta per conferirle una certa idraulicit. Si parla di malta di cocciopesto. 6 Plinio il Vecchio, nella sua Storia delle arti antiche, parla di nucleo crasso sex digitos induci, ossia di nucleo grasso o anima dello spessore di sei dita. 7 Vitruvio scrive ad regular et libellam. 8 Il Reynaud, in Trattato di architettura,(G. Antonelli editore, Venezia 1875), pagg. 32-33, porta notizia di un cocciopesto confezionato con tre parti di calce mora padovana, ottenuta dai colli Euganei e fortemente idraulica, due parti di sabbia e due di frantumi di laterizi. 9 Cfr. M. L. Morricone, Pavimenti romani, Roma 1971.
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Terrazzi alla veneziana


Il terrazzo o battuto alla Veneziana, al pari del lastrico Napoletano, costituisce una evoluzione e reinterpretazione dei battuti di calce vitruviani. Da questi si distinguono prendendo anche il nome di pavimenti a smalto, per le elevate propriet idrauliche che i componenti conferiscono loro, la maggiore impermeabilit e lucentezza delle superfici, tipica appunto di una lavorazione a smalto. Il terrazzo alla Veneziana, definito anche da alcuni autori battuto marmoreo1 per levidente bellezza del manufatto finale, conferma la validit delle applicazioni e teorizzazioni romane, ma con apporti vari circa i materiali, gli strumenti, frutto del riconosciuto lavoro dei terazzieri veneziani, i quali ne fecero una vera e propria arte. Limpostazione veneziana sar poi seguita anche in altre parti non solo dellItalia, adattandola logicamente alle disponibilit di materie prime dei luoghi. Un esempio era dato da quello che i napoletani definivano impropriamente

pavimento alla veneziana2, in cui le parti di marmo dellimpasto erano frammiste a dosi di lapillo bianco e detriti di mattoni.

Il vero terrazzo comunque quello che nella citt lagunare si realizzava seguendo regole ben precise, tra cui prima di tutte quella che imponeva la
fig. 34, gli attrezzi usati dagli operai veneti. Da sinistra: la becanela, il manico in ferro al quale era agganciata larenaria per orsare, il rullo e lo staccio.

realizzazione dei manufatti su supporti ben stabili. Visto infatti lelevato spessore e il peso che

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questi battuti venivano ad assumere, in funzione soprattutto della presenza del marmo, essi erano messi in opera, sia allaperto che al chiuso, su volte di mattoni, solai lignei, o preferibilmente al piano terreno. Solitamente i solai realizzati nel Triveneto presentavano elevata rigidezza, perch costituiti da una doppia orditura di tavole, poste ortogonalmente sopra grosse travi squadrate. Si trattava dei solai alla Sansovina, di cui si gi detto nelle pagine precedenti. Le volte di cotto permettevano di tutelare maggiormente il manufatto durante la battitura, ma necessitavano che limpasto superiore fosse mantenuto umido sino al completamento delle lavorazioni, onde evitare di sottrarre acqua alla calce dunione delle pianelle laterizie. Infine, qualora il battuto fosse terraneo, risultava dobbligo ottenere asciutto ed assodato il suolo, ed utilizzare materiali di pi elevata qualit, poco porosi in modo da non innescare fenomeni di risalita capillare dellacqua, tondeggianti per un migliore ammorsamento e compattazione. Superiormente allimpalcato ligneo, voltato o terraneo, si disponeva il primo strato utile, che nella trattazione sette-ottocentesca prendeva il nome di fondo, di materiale misto e assai resistente. Tale fondo consisteva in uno spessore di circa 10 cm, contenente una parte di buona calcina e tre parti di rottami di tegole e polvere di mattoni. Era possibile anche usare frantumi di vecchi battuti, pezzi di argilla ben cotti o ancora operare in economia con un impasto di 1/3 di scaglie di pietre, 1/3 di tegole ed uno di calce, non ottenendo per unopera particolarmente solida. Lo strato era steso con un rastrello a punte di ferro, o ancora tramite cazzuole, che nella tradizione veneta potevano dirsi: cazzola da terazzer, con lama triangolare ed appuntita, adoperata nella fase iniziale; cazzola quadra, dalla lama rettangolare, per la battitura pi leggera; cazzolin, dalle dimensioni minori, usato per la rifinitura delle superfici in particolare negli angoli e nei bordi.

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fig. 35, alcuni stampi in legno usati per la definizione dei mosaici. Erano posti sulla superficie, vi si lavorava intorno e, ultimata la campitura esterna, si procedeva a decorare quella interna.

Una volta distribuito in maniera costante sulla superficie, il materiale era lasciato asciugare per uno o due giorni a seconda della stagione. Il fondo cos realizzato assolveva alle stesse funzioni dellantico statumen. Grazie allelevato spessore smorzava leffetto dei colpi, proteggendo il supporto sottostante, si opponeva alleventuale risalita dellacqua e migliorava il potere di isolamento termico ed acustico del pacchetto finale. Trascorso il tempo necessario anche alla comparsa delle prime fessurazioni, il masso era battuto per pi giorni, interponendo dei periodi di riposo, seguendo alternativamente le due direzioni di sviluppo della pianta3, tramite una battitoia di ferro lunga e dritta, leggermente convessa al di sotto, la quale si ripiega in un gomito per poter essere comodamente impugnata e maneggiata. Lo Sganzin definisce in tal modo la zanca, uno strumento in ferro lungo circa 40 cm, ripiegato due volte a gomito. In realt in questo caso la battitura era detta leggera, e poteva distinguersi da quella pesante ottenuta tramite limpiego di becanele ovvero batipali. Questi erano costituiti alla base da un pezzo di legno di forma cilindrica, avente funzione di massa battente, rinforzato da una fascia metallica e sostenuto tramite due lunghi manici, che permettevano agli operai, seduti oppure ritti, di portare energiche botte.

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Si arrestava la battitura allorch lo spessore dello strato era diminuito di almeno un quinto e si era registrato il rigetto dei colpi. Attese ulteriori 24 ore, il masso era integrato da un secondo strato, la coperta4, steso uniformemente in spessore 6 cm, formato da un impasto di calce e polvere di mattoni, ovvero polvere di marmo e pozzolana. Lacqua era limitata alla minima quantit necessaria per dare omogeneit allimpasto e conferire allo stesso uno stato di consistenza umido-plastico. Tale secondo strato prevedeva di norma gli stessi componenti che erano gi parte del fondo, ma dalla granulometria inferiore e dalle pi spiccate caratteristiche idrauliche, onde migliorare le resistenze finali. La battitura era pi delicata ed effettuata solo dopo un giorno di pausa.5

Sulla coperta si realizzava lultimo strato, che fungeva da rivestimento e decorazione e poteva essere ottenuto essenzialmente in due maniere. Nel primo caso, sullo smalto ancora tenero, si spargevano in ordine di grandezza i pezzetti di marmo colorati, della grandezza circa di una noce, come per effettuare una semina cosicch questi si conficcassero nello spessore. Pi le scaglie erano grosse, maggiore sarebbe risultata la resistenza del pavimento e di conseguenza il suo costo. I migliori terrazzi erano realizzati con tessere di lato non inferiore al centimetro, dallaltezza da 2 a 3 cm e le facce spianate con la martellina per il perfetto combaciamento tra i pezzi6. Terminata la semina si innaffiava con acqua e si faceva scorrere sulla superficie un grosso cilindro di pietra, detto volgarmente colona, di 80 cm di lato e 30 cm di diametro, che
fig. 36, uno scenografico mosaico presso S. Marco.

permetteva

il delle

completo pietruzze

ammorsamento nella malta.

In altri casi i pezzetti di marmo erano poste non direttamente sopra la coperta, ma si inserivano in un nuovo strato, simile al supernucleus dei mosaici pi antichi, composto

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da tegole polverizzate miste a poca calce spenta nel rapporto 1:1. Questo strato aveva uno spessore costante di 4 cm e veniva steso con cazzuole lunghe, strette, e di manico pi rilevato che nelle cucchiaie comuni. Sullo strato si ripeteva la battitura, ma con minor vigore e finch i pezzetti fossero completamente internati nello smalto. La fase finale, nella realizzazione di tali battuti, prevedeva la levigatura o rotatura, e la lucidatura, effettuate dopo un periodo di riposo di circa dodici giorni. La superficie era levigata tramite orsi, formati da una grossa pietra arenaria usata come un rullo, oppure sagomata a forma di mattone e fissata ad un gambo di legno per essere maneggiata. Lorsatura procedeva per giorni sostituendo gradualmente la pietra arenaria ruvida a quella pi fine. Durante loperazione il terrazzo era continuamente lavato con acqua per poterne giudicare laspetto e la finitura. Per riempire gli eventuali solchi e rimuovere le irregolarit e venutesi a creare, si versava nelle stesse una colla finissima composta di calce e qualche terra colorata, sulla quale era ripassato un orso di pietra tenera. Finalmente il battuto era lustrato con una cazzuola e spalmato di olio di lino ben caldo o cera, in modo da accrescerne bellezza e consistenza. Nella letteratura tecnica si definisce terrazzo anche un tipo di pavimento realizzato usando il cemento in sostituzione della calce. In questo il fondo aveva spessore di 6 cm ed era composto di cemento e ghiaia in rapporto di 1:5. Sul secondo strato, molto sottile, in calce e polvere di mattoni, si conficcavano le pietruzze del mosaico. Al di sopra era versata una poltiglia di acqua e cemento per accompagnare lorsatura. Una volta trascorsi i tempi necessari allasciugatura e allindurimento, si procedeva allordinaria lucidatura.

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fig. 37

figg. 4-11, fasi di posa in opera di un terrazzo. 1,2,3) Per agevolare le operazioni si ripartisce la zona su cui lavorare in fasce tramite listelli posti paralleli ogni metro circa e tra i quali gli inerti vengono sparsi. 5,6) La massa fluida viene versata e stesa tramite una stecca di metallo, si modellano gli angoli e si preparano i contorni dei motivi; 7,8) Le giunzioni tra fasce adiacenti sono regolarizzate e lintera superficie viene passata al rullo. Immediatamente dopo si proceder con la battitura e, trascorsi 12 giorni circa, la superficie verr orsata con arenaria fine e lucidata con olio di lino.

figg. 38-39

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figg. 40-41

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figg. 42-43

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Terrazzi di graniglia genovese


In Liguria la realizzazione di pavimenti seminati alla foggia di quelli di Venetia si diffonde sin dal XVII secolo, ad opera degli stessi terrazzieri veneziani. Solamente qualche secolo dopo, verso il 1800, tale arte decorativa si ritiene assimilata a tal punto da potersi distaccare dalla maniera veneta, e sviluppare una parte della tradizione costruttiva locale. Le pavimentazioni in graniglia genovese fondevano i caratteri del mosaico bizantino e romano con quelli del terrazzo veneziano, e di essi presentavano caratteri analoghi sicuramente per ci che concerne la realizzazione pratica. Nei documenti storici si fa riferimento alla stesura dei soliti tre strati, fondo, coperta e supernucleus, rispettivamente livellati e battuti a colpi di mazzabecco, alla rullatura e levigatura con pietra arenaria(lorso prendeva a Genova il nome di frettun) e alla lucidatura con olio. Ci che invece permette una distinzione dei suddetti pavimenti con quelli eseguiti nella laguna, laccuratezza e la precisione che i motivi su di essi realizzati assumevano. A Genova la tecnica del terrazzo si innesta su quella tradizionale pi ricca delle pavimentazioni in marmo ad intarsi policromi e, con lapporto di quella tipicamente ligure dei selciati in acciottolato a mosaico, sviluppa col tempo caratteristiche autonome. Verso la met del 1800, in particolare, la tecnica della graniglia raggiunge il massimo della sua raffinatezza sia per la composizione del decoro, che per la ricchezza dei materiali impiegati. Il marmo bianco di Carrara, giallo Siena, rosso Levanto, giallo Bardiglio, ma anche la madreperla, il corallo ed il lapislazzuli erano utilizzati a realizzare sui pavimenti decorazioni simili a stucchi. I motivi ornamentali spaziavano da geometrie, come rosoni e greche, a elementi zoomorfi, fitomorfi, quali leoni o cigni, ancora antropomorfi e floreali.

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Cfr. G. Curioni, Larte di fabbricare, Lavori generali di Architettura, Idraulica, ed. A. F. Negro, Torino 1865. 2 Nel tariffario OO.PP. del comune di Napoli, anno 1912, si legge: Pavimento a mosaico, detto alla veneziana, semplice a getto, con massetto di lapillo bianco gittato di 0,05 e battuto, e strato superiore di calce idraulica e cemento con detriti di mattoni, breccioline e marmo alla rinfusa, con fascia in giro con detriti di marmo di diversi colori, compreso la cilindratura, larrotatura e la lucidatura ad olio e cera, tutto compreso.4,50 lire/mq. Nel caso vi fosse qualche ornato in pi il prezzo aumentava di 0,50 lire/mq. 3 Cfr. G. M. Sganzin, op. citata, scrive: si batte per giorni una volta per il lungo della stanza e poi per il largo, fino al rigetto dei colpi. 4 Il Curioni, in Larte di edificare, (ed. Negro, Torino 1865), individua diversamente i tre strati, per composizione e spessore dei singoli strati, poich la grossezza complessiva riesce la stessa. Egli definisce il primo, di calce e pozzolana o polvere di marmo, massicciata, alto circa 13 cm e steso con badile e rastrello, battuto con mazzapicchio. Su questo, dopo un intervallo di circa quattro giorni, si distende con la cazzuola un secondo strato di malta e tritume di laterizi in grossezza di 3 cm, e si lascia far presa per 24 ore. Infine si prepara una terza malta cementizia, detta stucco, composta di calcina e polvere di marmo impastati con abbastanza acqua. Sullo stucco si ponevano le tessere secondo le stese procedure dette sopra.
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Il Donghi, riporta i materiali e le quantit occorrenti per la realizzazione di un terrazzo alla veneziana: rottami di mattoni . . . 0,11 mc colori di terra . . . . . . . .0,40,5 Kg polvere di mattoni . . . 0,24 mc calce spenta . . . . . . . . .0,06 mc olio di lino . . . . . . . . . . 0,2 Kg. pezzetti di marmo . . . .14 Kg

A. Sacchi, ne Leconomia di fabbricare, ( pag. 435, ed. Hoepli, Milano 1878), riferisce che le tesserae del mosaico andrebbero fatte per convenienza e accuratezza in forma di tronco di piramide con le due basi quadrate, luna con il lato di 1015 mm, laltra col lato da 69 mm. Esse dovrebbero piantarsi nel calcestruzzo con la base maggiore verso lalto, come gi facevano gli antichi non solamente nelle pavimentazioni.

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Lastrico napoletano
Il lastrico napoletano costituisce il secondo tipo di pavimento a smalto, e, rispetto al tipo veneziano, possiede non poche variazioni. Per le sue qualit esso assunse nel napoletano anche il nome di lastrico a massello o a tenuta. Innanzitutto esso era utilizzato non solamente per ambienti interni, come per i terrazzi, ma anche a copertura degli edifici, e per tali motivazioni le sue propriet di resistenza risultavano particolarmente accresciute anche dalluso del lapillo. Le modalit di realizzazione dei battuti in calce e lapillo risultavano legate agli usi costruttivi locali, pertanto possibile notare alcune differenze nella stessa Campania tra i massi realizzati dagli isolani, piuttosto che nellentroterra napoletano. La struttura a supporto dei lastrici poteva essere piana, e in tal caso si gi accennato ai solai tipici del caso, oppure ad intradosso curvo o a calotta, totalmente rinfiancato o ben visibile allesterno. Le fasi costruttive restavano comunque le stesse in entrambi i casi. Prendendo in esame un prima prevedeva lassito ricoperto letto calce finissimo di e con battuto su supporto ligneo, la operazione che fosse un malta di lapillo dello

spessore di circa 7 cm. Sebbene perfettamente compattato con fratazzo e cazzuola, il massetto subiva la perdita, dal soffitto, di polvere bianca e da questo veniva detto incalcinatura o meglio lastrico polverino. Successivamente si realizzava uno strato costituito da terreno e materiale poroso quale calcinacci e lapillo bianco, oppure confezionato con malta pozzolanica, arena comune, calce spenta e rottami diversi1; tale strato prendeva il nome di arriccio ed aveva spessore di 13 cm per i lastrici di copertura e 8-9 cm per il rivestimento dei solai intermedi. Esso aveva la duplice funzione di garantire un migliore isolamento acustico e realizzare una sorta di cuscinetto tra i panconcelli ed il masso superiore. Prima che il pacchetto fosse completato, infatti, ogni peso gravava sullassito ed era dobbligo prestare attenzione al

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momento della battitura. Terminate tutte le fasi costruttive, invece, il solaio assumeva caratteri di monoliticit e la trasmissione dei carichi rimandava allo schema statico di una trave su pi appoggi. Sullarriccio era eseguito il masso pavimentale in malta di calce e lapillo, anche esso opportunamente costipato a realizzare il battuto a smalto detto a Napoli lastrico. Esso prendeva il nome di lastrico solare ovvero a cielo, se a copertura del manufatto, mentre per i solai interpiano si distinguevano lastrici intersuolo e cordonati. Il primo non necessitava di rivestimento poich costituito da uno strato di calce e lapillo nero di 12 cm, e assumeva colorazione rossastra per lelevata presenza di silicati, alluminati ed ossidi di ferro componenti il materiale vulcanico. Poteva anche essere coperto con uno strato sottile di conglomerato (smalto) e prendeva il nome di lastrico incollato. Il lastrico incollato, o a stucco lucido, era ottenuto stendendo sul masso di base due sottili strati rispettivamente di malta di calce e sabbia silicea, e calce e polvere di marmo di spessore 20 e 2 mm. Su questi erano poste le fasce e tracciati i decori con lo stesso impasto di calce e marmo, aggiungendo per i coloranti. La lucidatura era ottenuta per mezzo di un ferro assai caldo passato sulla superficie. Il tipo cordonato, invece, prevedeva uno strato di circa 15 cm di calce e lapillo bianco, di minore qualit rispetto al nero. Il rivestimento (di pianelle, marmette di cemento, ecc.) veniva applicato con 2 cm di malta di calce solo dopo aver opportunamente rigato, ossia cordonato, la base con la cazzuola, garantendo cos una buona aderenza. Si utilizzava in particolare battere la superficie con una cazzuola avente da un lato due o pi cordoni sporgenti, in modo da incidere sulla stessa dei solchi. Per i lastrici a cielo o lastrici solari, dovendo essi presentare maggiore resistenza alle intemperie e agli agenti atmosferici, si era soliti realizzare prima un letto di lapillo bianco e poi uno strato superiore di lapillo nero, di maggiore affinit con la calce e tenacit sotto i colpi della battitura, e che fa miglior prova del bianco allo scoperto2. In particolare, dello strato totale, i due terzi inferiori erano in smalto di lapillo bianco, il terzo superiore in lapillo nero. Lo spessore iniziale di circa 21 cm si riduceva a battitura completa di circa un terzo. Inoltre in assenza di lapilli era possibile usare taglime di tufo ed argilla, ma essendo in questo modo il battuto pi pesante era necessario diminuire linterasse tra le travi ad evitare uneccessiva inflessione della piastra che avrebbe comportato la sua rottura ( il lastrico non sopporta che infinitesime deformazioni elastiche).3 Qualunque fosse stato il tipo di lastrico da gettare, restava in ogni caso dobbligo seguire le operazioni base che nel gergo si dicevano rispettivamente: mettere in sodo, indicando

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la stesura dellimpasto sullarriccio; dopo aver spianato il masso, lo si lasciava riposare per un giorno, poi si cominciava a battere spruzzando costantemente acqua di calce, si diceva dare di tondo; infine con mazzeranghe pi piccole, le pianelle, si aumentavano i colpi fino al loro rigetto, per tirare a cacciare. Una volta realizzato il manufatto, questo andava coperto con paglia o stuoie, e lasciato a riposo per un paio di mesi o pi a seconda della stagione. Gli inerti e i diversi materiali a composizione del masso erano tutti reperiti in loco o comunque trasportati dai paesi vicini laddove necessario. Sebbene Napoli possedesse alcune cave di calcare, il materiale di migliore qualit, e purezza media o elevata4 risultava concentrato soprattutto nelle province di Salerno e Caserta. Grande importanza avevano i giacimenti di Leucio e Maddaloni nel casertano, mentre nella provincia salernitana si coltivavano gi ai primi del 1900 calcari mesozoici a Nocera, Sarno e Pagani, si lavoravano le cave di Buccino e Campagna, Sala Consilina; Montecorvino e Laurino.5 Particolarmente pregevole era la calce di Equa, posta a mezza costa della penisola sorrentina tra Castellammare e Sorrento, poich essa nella calcinazione non lasciava alcun residuo, e mescolata alla pozzolana e alla sabbia produce una malta molto grassa, compatta e di un bel grigio chiaro.6 La calce veniva mescolata con pozzolana, pomici o lapilli, a costituire una buona malta idraulica, detta malta di cocciopesto nel caso particolare in cui ai suddetti materiali si sostituissero mattoni pestati. Secondo le buone norme costruttive, occorreva mescolare il lapillo con calce estinta da otto giorni, ben sciolta e ridotta alla consistenza di latte. Si agitava poi il miscuglio tenendolo costantemente umido con latte di calce, quindi si lasciava riposare tale malta per una giornata. Nelle 24 ore avveniva una sorta di riscaldamento e fermentazione, per cui se limpasto era diventato troppo secco, risultava necessario mescolarlo nuovamente, aggiungendovi latte di calce, detto dai nostri muratori succo, ripetendo le precedenti operazioni fino a che si fosse ottenuto il giusto grado di consistenza. La pozzolana una sabbia vulcanica, derivante da rocce piroclastiche prive di cristalli a causa del rapido raffreddamento subito una volta espulse dai vulcani. Si costituisce di ceneri vulcaniche, brandelli lavici vetrificati e detriti vitrei. Essa si rinveniva a quote poche profonde nei paesi dellentroterra napoletano.

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Le pozzolane flegree, di Bacoli e Monte di Procida erano dette forti per poterle distinguere da quelle vesuviane dolci, che possedevano minori qualit idrauliche7, colore pi scuro e grana pi grossa, tipiche dellarea di S.Anastasia. Le pomici sono brandelli di lava porosi e leggeri, dalla struttura schiumosa derivante dal brusco raffreddamento della lava fusa, che ha imprigionato i gas nella massa (poi evaporati) in minuscole bollicine. Le pomici pi piccole costituiscono il lapillo ovvero rapillo nel gergo muratorio. Per esse, come per le pozzolane, non esistono delle vere e proprie cave, ma piuttosto sono considerati sottoprodotti delle cave di tufo giallo presenti a Pollena, S. Anastasia, Torre del Greco e Torre Annunziata. Oggi lestrazione consentita solo allo scoperto, mentre in passato era effettuata realizzando cunicoli poco al di sotto del livello stradale.8 Le pomici hanno colore grigio chiaro, giallognolo o marrone, talvolta anche nero. Da esse derivano rispettivamente il lapillo bianco di cava o nostrale, il lapillo intufato o giallognolo(polverulento ed estremamente fragile, mal resisteva alla battitura) e quello nero o vesuviano. Nellinsieme tutti i frammenti di lave vulcaniche, dalla forma irregolare e a spigoli vivi, porosi e di colore nero, erano dette ferrugini. Ancora i lapilli si distinguono in pumicei e lapidei se derivanti dalle pomici o dalle rocce pi dure. Lo stesso Vitruvio raccomandava luso di pozzolana, scrivendo: Esiste una specie di polvere che per natura possiede qualit straordinarie: si trova a Baia( a nord della baia di Napoli, nella zona vulcanica dei campi flegrei) e nelle terre circostanti al Vesuvio. Questa polvere, mischiata con calce e pietre frantumate, rende la muratura talmente stabile che si indurisce non solo negli edifici normali, ma anche sotto lacqua. Come sabbia era assolutamente inutilizzata quella marina, troppo fine, a granulomentria uniforme e ricca di sali nocivi. Essa avrebbe indotto la malta ad assorbire maggiormente lumidit, e la salsedine sarebbe stata causa di corrosione dellintonaco. Ottima malta pozzolanica si otteneva con piccole quantit di sabbia vulcanica, costituita da ceneri e piccoli lapilli che le piogge avevano sottratto ai depositi di pozzolana e pomice. Queste sabbie erano dette arene di fuoco, per distinguerle dalle arene di lava, meno pulverulente e a granulometria meno uniforme, derivanti dalle lave. Una buona sabbia vulcanica si riconosceva dal crepitio prodotto se lasciata scivolare tra le dita e non doveva contenere terra, per cui gettata in un secchio dacqua chiara questa restava tale. In caso contrario la sabbia era rilavata e vagliata.

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Unalternativa era offerta dalle sabbie alluvionali, raccolta ai lati delle carreggiate, nelle buche delle mulattiere e sul fondo degli alvei. Sempre nellarea campana erano molto impiegate le sabbie calcaree, tratte dalla frantumazione naturale o artificiale delle rocce calcaree. Spesso la raccolta delle sabbie iniziava mesi prima dei lavori da parte della famiglia dei proprietari, per lavori in economia. Ancora, in sostituzione delle usuali arene, era possibile sfruttare le simili propriet delle marne sabbiose, della polvere di marmo, di calcare o il cosiddetto taglime di tufo, il grs pesto. Lalternativa ischitana Allo stesso modo che nellentroterra napoletano, i lastrici venivano realizzati sullisola di Ischia. Qui, piuttosto che le volte estradossate tipiche del paesaggio costiero, si preferiva ottenere orizzontamenti piani su solai in legno di castagno o su volte in muratura, opportunamente rinfiancate. Tale scelta era motivata soprattutto da fattori economici e pratici, in quanto la copertura piana veniva quasi sempre destinata allo stoccaggio temporaneo dei frutti, la produzione di frutta secca, la battitura dei legumi e dei cereali, lessiccazione dellerba di foraggio, e vi si accedeva con una scala a piolo. La stessa copertura poteva essere adibita a formare unaia, con uneconomia di spazi notevole. Nel dettaglio la copertura piana di volte con lastrici solari prevedeva che, a seguito delle normali operazioni di realizzazione della volta in pietre di tufo spaccate e schianate, la superficie fosse resa piana prolungando la muratura dalle imposte fino allaltezza maggiore della volta, e operando il rinfianco con materiale di risulta frammisto a lapillo bianco, per ovvi motivi di leggerezza. Terminato il rinfianco, con lo stesso miscuglio si realizzava uno strato di arriccio spesso 8 cm su tutta larea da lastricare. Lo smalto di calce e lapillo era steso dal perimetro esterno verso il centro secondo fasce di circa 60 cm ed era accompagnato alla conformazione della cornice esterna, detta ciullana, curva e leggermente rigonfia, ottenuta facendo ruotare verso linterno delle assi di legno gi predisposte lungo i quattro lati. Completato lo spessore si passava alla battitura del lastrico, come gi descritto nei casi precedenti.

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Recupero Per il loro comportamento fragile, i lastrici si lesionavano generalmente per eccessivo carico localizzato, per la non corretta scelta dei vincoli esterni, per leccessiva elasticit dellintero orizzontamento, per alterazioni e dissesti degli strati di sottofondo. In ogni caso le crepe dei lastrici si sarcivano, come anche il Ragucci sottolinea, con un impasto omogeneo di lapillo e calcina ben battuto: dopo aver scalpellato profondamente la parte danneggiata, la si bagnava con molta acqua, e si riempiva di lapillo tritato finissimo, quindi si batteva. In particolare per le lesioni dei lastrici solari si utilizzava un miscuglio di varie sostanze unite ad olio di lino. Questa operazione si definiva incamiciatura, perch appunto permetteva di sovrapporre al vetusto lastrico un sottile nuovo strato, ma era del tutto provvisoria in quanto i due spessori non avrebbero mai legato, e presto si sarebbe verificato il loro distacco.9 Per una maggiore adesione ci si assicurava di rimuovere tutte le parti incoerenti presenti, nonch tracce di grassi e oli allestradosso del manufatto da recuperare. Per la chiusura delle lesioni dei terrazzi, alcune fonti riportano delluso di pece e di tela. Loperazione di sostituzione di chiancole e solarini, qualora fossero vetusti o infraciditi si diceva porre sotto lastrico. Il muratore compiva il complesso intervento operando dallintradosso del solaio: egli eliminava tutto quando trovava condizioni
fig. 45, tipica muratura mista. I pezzi di lastrico recuperati si riconoscono perch di spessore inferiore e maggiormente regolare.

di ma

eccessiva quando

fatiscenza,

incominciava a scomporre le chiancole antiche per sostituirvi le nuove, larriccio ed il masso

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superiori, non essendo pi sostenuti, cadevano. Dopo aver sistemato le chiancole nuove sulle travi in maniera stabile, loperaio ricostruiva il masso superiore, incassandolo con rottami di pietra. Loperazione era molto delicata e presupponeva una buona maestria delloperatore, che doveva lavorare a piccoli cantieri successivi, per evitare di arrecare danni al pavimento: si compiva una sorta di cuci e scuci della struttura secondaria del solaio; le ultime chiancole di una valera non potevano essere incassate con analoga tecnica per mancanza di spazio, pertanto era necessario poggiare sul loro intradosso una malta pi solida e porle in opera con un magistero aggiuntivo. Era fortemente da evitare, nella sarcitura di lesioni, limmissione nella fessura di corpi estranei al composto di base calce-lapillo, come ad esempio polvere di mattoni. Detti corpi, per la differente elasticit e propriet di dilatazione, erano col tempo rigettati e davano origine ad una duplice fessura detta lacierto. In numerosi casi, non essendo possibile evitare la nascita di lesioni, e soprattutto per luci superiori agli 8 m, si cercava di governarle in modo che cadessero in corrispondenza dei muri di partizione. Si procedeva gettando il lastrico in due momenti, isolando il primo getto dal secondo tramite una striscia di sabbia, oppure pi semplicemente effettuando un solo getto ripartito nelle due zone grazie a strisce sottili di cartone. La giunzione era infine assicurata tramite spessori di pece e stoppa impastate con olio di lino, oppure veniva sagomata a coda di rondine, con la parte larga in basso, riempita della stessa malta del lastrico e battuta. Nel caso non fosse pi possibile recuperare il masso, e quindi risultava necessario lavorare una nuova superficie, il vecchio lastrico, una volta rimosso, era tagliato in lastre di forma diversa a seconda delle esigenze10. Si sceglievano le parti di maggiore qualit e grossezza, e quanto meno corrose dal tempo. Dette parti erano lavorate alla perfezione, e potevano essere usate, nella realizzazione delle aperture, in funzione di davanzale, o ancora di stipite laterale, ancora erano poste a rivestimento di gradini, qualora i proprietari non potessero permettersi di realizzarli in pietra lavica, infine ridotte in grossi pezzi, forniva ottime pietre da taglio. Queste erano adeguatamente sagomate e, una volta inumidite, potevano essere legate al tufo con buona malta, a completare la struttura di archi e murature11.

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fig. 46, pezzo di lastrico usato nella cornice di un vano.

fig. 47, un vecchio pezzo di lastrico qui utilizzato per realizzare una gorna colatojo, un elemento che solitamente si faceva in terracotta, pietra o metallo. Esso aveva forma trapezoidale e, conficcata la base maggiore nel muro in corrispondenza della maggiore inclinazione, permetteva lo scolo delle acque meteoriche.

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figg. 48-49, in basso il battuto utilizzato a rivestimento dei gradini.

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figg. 50-51, sopra, un davanzale e ,sotto, il lastrico tra i conci dellarco e sul parapetto.

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fig. 52, una rudimentale panca con seduta rivestita in battuto.

Cfr. G.Astrua, op.citata. Cfr. G. M. Sganzin, op. citata. 3 Poich il battuto impedisce la penetrazione dallalto di umidit nel legno, esso era usato anche a completamento dei piani sottotetto nel caso di copertura a falde. 4 La purezza indice della quantit di carbonato di calcio (CaCO3) presente nella roccia: in percentuale minore del 93,5% nei calcari di media purezza e superiore al 97% in quelli di purezza elevata. 5 Nel 1844 G.Nicolucci riportava, nellAnnuario statistico della Provincia di Salerno, notizie circa: il calcare compatto grigio che si raccoglie in ciottoli lungo il fiume Irno, il calcare bianco grigiastro di Campagna e quello arenaceo grigiastro di Capaccio, adoperati nella costruzione della Ferrovia, i calcari compatti di Eboli ed Ogliastro adoperati per la fabbrica di calce. 6 A Napoli la calce era misurata a peso, secondo il riferimento di 40 rotole, corrispondenti a 0, 356 kg. Sulla calce comunale vigeva inoltre, verso la fine del 1800, il dazio comunale di 1000 lire il quintale. 7 Lidraulicit che la roccia dava allimpasto dovuto alla silice (SiO2) in essa contenuta, che mescolata alla calce forma silicati di calcio idrati, insolubili in acqua. 8 Cfr. D.Bardi, attraverso un pozzo verticale a sezione circolare, non rivestito, si raggiungeva il banco di lapillo pomiceo situato, in generale, a 610 m di profondit dal piano di campagna, escludendo, ove si fossero, gli strati pi bassi. Dalla base del pozzo e dal letto del banco si realizzavano una serie di cunicoli a raggiera, larghi qualche metro e lunghi 1015 m. A coltivazione avvenuta si riempiva la sola canna
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verticale; quando non vi era a disposizione molto materiale di risulta, a due metri circa dalla superficie si gettava una voltina in muratura di spaccatelle di tufo a forma perduta e sulla stessa si riversava il terreno. La profondit dei cunicoli e la presenza di radici degli alberi consentiva alla campagna superiore di non subire abbassamenti apprezzabili. La zona inferiore attorno alla canna, poich non venivano create pareti di protezione del lapillo allinnesto dei raggi con il pozzo, rimaneva in condizioni precarie ed era suscettibile di avvallamenti. Laccentuazione del dissesto avveniva o perch nellhumus superiore si abbattevano gli alberi ad alto fusto o perch si effettuavano opere edilizie che compromettevano il gi instabile equilibrio. 9 F. Milizia, nel Principj di architettura civile, (tip. G. Remondini e figli, Bassano 1813) pgg. 124-125, consiglia particolari modi di porre rimedio alle fessure: Se la fessura poco considerabile, vi si metta olio di noce bollito con cenere; ma si netti prima ben bene la fessura, e si scelga un tempo asciutto per loperazione. Se la fessura grande, si mescoli nel predetto olio un poco di verde de gris; e se larga tre o quattro pollici, si usi della buona malta con un resto di limatura di ferro: il ferro irruginendosi gonfia la malta, e la attacca col vecchio. 10 Cfr. Cavalieri S. Bertolo, op. citata, la durezza del battuto tale che i frammenti che se ne ricavano nelle demolizioni e nei diroccamenti di vecchie fabbriche, si lavorano egregiamente in lastre ed in iscaglioni, da impiegarsi con ottima riuscita per varie occorrenze, come si farebbe duna pietra naturale, con questo di pi che il peso specifico di questa pietra fittizia non giunge mai a superare quello del legno di querce. 11 Nel tariffario delle opere pubbliche del Comune di Napoli, anno 1912, si legge, alle voci 918 e 919: - pezzi di lastrico di lapillo battuto, ricavati dal taglio a misura di vecchi lastrici, dati in opera a fronti verticali, a qualunque altezza, per ossatura di cornicioni, scalini, ginelle, coperture di parapetti, ecc..3,70 lire/mq; - lavoratura dei fronti dei pezzi di lastrico a fetta o a squadro per ossatura di cornicioni o per ginelle.0,25 lire/ml.

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Tradizioni costruttive eoliane: ittata i lttrucu


Nellarea siciliana, la tecnica del battuto assume una importanza rilevante soprattutto nellintorno stromboliano dove, utilizzando i materiali disponibili in loco, gli isolani riuscirono a dare una risposta ai propri bisogni. Al di l degli schemi aggregativi che ne risultano, del tutto analoghi a quelli in base ai quali si organizzano le case costiere napoletane, si presenta interessante la maniera di costruire. Gli eoliani ricorsero alluso di tutto quanto offerto dalla natura del luogo, e in particolar modo le rocce laviche fornite dallo Stromboli. Queste erano adattate a comporre qualsiasi elemento di fabbrica, distinguendo: la ptra viva, un basalto compatto e durissimo atto a definire architravi e mensole; larzzigne, di compattezza e peso medi, impiegato per le murature; le caratteristiche scorie vulcaniche di color rosso, la ptra morta e il rupddu, leggeri e porosi, necessari per la realizzazione dei solai. Risulta evidente che il ruolo svolto dal rupddu il medesimo che il lapillo, o meglio rapillo, assolve nel napoletano. Allo stesso modo in cui abbiamo differenziato le scorie del Vesuvio, il rupddu assumeva variazioni di colorazione e leggerezza in relazione alla provenienza. A seconda del contenuto di ferro, esso passava dal giallo al rosso. Anche la sabbia, formata da rocce effusive sciolte, era di origine vulcanica. Essa veniva prelevata ai margini delle strade o dagli scavi della cisterna, che precedevano di regola la costruzione della casa. In questo secondo caso presentava per una granulometria minore e veniva denominata terra. Per poter essere utilizzata, larena veniva ripulita delle impurit tramite un vaglio in pelle di animale o lamina di ferro, in cui si praticavano fori quanto pi regolari. Lunico legante a composizione delle malte era la calce, che veniva acquistata in Sicilia e in Campania. La calce gi cotta era trasportata in botti di legno e, una volta a destinazione, era trasformata in grassello con laggiunta di acqua, e conservata nelle calcinaie. Queste erano degli scavi realizzati nel terreno in maniera tale da poter accogliere circa 3 quintali di materiale, isolate con uno strato di acqua evitavano lassorbimento di anidride carbonica presente nellaria, permettendo al grassello di migliorare le proprie caratteristiche nel tempo. Per il confezionamento delle malte, assieme alla calce, si adoperava sovente lacqua piovana raccolta nelle cisterne. Essa vantava maggiore qualit, poich la permanenza nelle vasche la privava dei sali disciolti per decantazione, e nel contempo la calce dellimpermeabilizzazione combatteva i microrganismi. 69

Il

legno

era

fatto

provenire dalla Sicilia e dalla Calabria e in parte si recuperavano i pezzi dei velieri distrutti dal mare. Essenze richieste risultavano il castagno e labete, sezioni rnche, scortecciati costanti in con

lausilio delle roncole, rncedduzze, chianzzu p travi. Anche le canne venivano importate dalla terraferma, e, nella realizzazione dei solai, erano preferite ai panconcelli perch di gran lunga pi economiche. Il ricorso al laterizio era ridotto a pochi casi. Le pignte, tipiche pentole, erano usate prive di base per favorire la ventilazione degli ambienti, oppure integre per proteggere le teste delle travi incassate nella muratura. Elementi in cotto realizzavano a volte le pluviali e un semplice insieme di coppi rovesci configurava il gocciolatoio per lo smaltimento delle acque piovane. Sebbene larcipelago non possedesse legno in larga quantit, gli orizzontamenti erano tutti realizzati su supporto orizzontale. La struttura del solaio era costituita da una orditura principale di travi, poste ad interasse ridotto di circa 40 cm, con teste alternate sugli appoggi e incassate nella muratura per circa 2/3. Spesso allorditura principale se ne sottoponeva una ortogonale, in travi di maggiore diametro dette curritri. A riempimento delle valere veniva posto un incannucciato, cannizzta, vincolato alle travi tramite chiodatura. Su di esso si disponevano le ptre morte a realizzare il rzzu, larriccio, che dava una prima definizione al solaio e permetteva, vista la leggerezza e porosit delle pietre, di proteggere la base lignea attutendo i colpi della battitura. Lo strato immediatamente successivo si componeva di malta e lapillo mescolati con la pala, gettati con lausilio di ceste e stesi con lausilio del matffu, uno strumento con la base piana di legno e un lungo manico spesso in ferro. Inizialmente della grossezza di 2530 cm, il lastrico, ttrucu, veniva ridotto a circa 1518 cm tramite battitura. Questa era effettuata da un energico gruppo di battitori, solitamente 7-8 ogni 25 mq di superficie, che, seduti su sgabellini lignei, procedevano

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secondo direzioni incrociate con lausilio della mazzola. Loperazione proseguiva per giorni, irrorando continuamente lestradosso con latte di calce, fino a che sul masso non fosse comparsa pi alcuna crepa. A battitura terminata veniva dato un ulteriore strato di latte di calce di maggiore densit che, levigata scrupolosamente dopo due giorni con pietre abrasive, le cte o ptre p lisciari, assumeva il ruolo di pellicola protettiva. Un ruolo importante durante la gettata del lastrico era svolto dal musicante che, al suono di un mandolino o di un organetto, alleggeriva il compito degli operai e li aiutava a mantenere costante il ritmo dei colpi. La battitura, che segnava la nascita di una nuova casa, era festeggiata con canti, danze e tavole imbandite da tutti i vicini. Una curiosit costruttiva l'antisismicit che era stata ottenuta nelle costruzioni: fondazioni fatte con pietre vive(cio particolarmenti pesanti e dure), mura a sacco con pietre vive, terreno, malta e solai con strato di pietre "morte" (cio leggere e friabili). In questo modo la casa aveva una base pesante, mura robuste e solaio leggero e poteva "galleggiare" sul terreno in caso di scosse. Alcune delle case pi antiche, anche su due livelli, avevano mura pi spesse e fondazioni a volte profonde appena cm.30. Lo stile eoliano era semplice e pratico: cubi perfettamente squadrati e facilmente costruibili; - all'esterno i cubi venivano ingentiliti con i "rifasci", bordi a sbalzo di colori diversi posti sui lati della casa e delle porte, oppure con sculture, sempre in malta, poste sul tetto; le case potevano essere ampliate aggiungendo altri cubi a seconda delle necessit della famiglia semplicemente costruendo tre pareti ed appoggiando il nuovo solaio su un lato dell'esistente; le pareti spesse consentivano di trattenere il calore prodotto con il braciere d'inverno e rendevano le camere fresche in estate; all'interno della camera pi importante c'era un piccolo soppalco (mezzanino) che veniva utilizzato per conservare i cibi; il bagno, piccolissimo, era fuori della casa per motivi d'igiene, conteneva solo un sedile di muratura ed un foro che andava dritto nel pozzo nero sottostante in modo che non fosse necessaria l'acqua per scaricare, ma si usava la calce viva per disinfettare; la cucina era generalmente piccola e costituita da una fornacella a due o tre fuochi ed aveva quasi sempre un forno per il pane, a volte due forni, uno grande il pane ed uno piccolo per i dolci. Nelle case pi ricche la cucina era grande e sul forno c'era un soppalco dove era possibile dormire d'inverno al calore generato dal forno; all'esterno della casa c'era il terrazzo con le panche (bisuoli) in muratura, colonne (pulera) che sostenevano un pergolato a vite, il lavatoio, la vasca per la tintura delle reti, la cisterna da cui attingere l'acqua piovana che veniva raccolta per caduta dai tetti; la bocca della cisterna era sempre di lato al lavatoio e questo, essendo

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posto all'esterno, consentiva il recupero dell'acqua utilizzata per lavare per innaffiare l'orto antistante il terrazzo; c'erano due tipi di magazzini: la pinnata ed il palmento. La pinnata era un magazzino dove riporre gli attrezzi ed era costituita da un solaio appoggiato ad una parete della casa o semplicemente ad un muro ed aperta su almeno un lato . Il palmento era il posto dove si pestava e si raccoglieva il vino con un ingegnoso sistema di torchiatura con leve e massi che consentiva a pochissime persone di fare una mole di lavoro enorme

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figg. 54-57, fasi realizzative di un lastrico eoliano: la gettata degli inerti, la stesura dellimpasto, battitura e levigatura.

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3.3 Il battuto di calce nelle volte La costa e le isole campane


Le case a volta che ancora oggi dominano gran parte della costa e delle isole campane, sovente rimandano, nei caratteri, alle architetture arabe e bizantine di cui sembrano essere il risultato. Palesi testimonianze arabo-bizantino del gusto le sono

volte estradossate, luso di volte e cupole su colonne, le linee nette e severe. In realt, come lo stesso Pane1 asserisce, le coperture voltate sono assai rare lungo la costa africana e del mediterraneo orientale. Esse si ritrovano soprattutto a coronamento di moschee e sepolcri, e in quanto tali hanno influenzato unicamente larchitettura monumentale dellItalia meridionale, rispondendo a bisogni ben lontani da quelli primari. In realt la volta nasce da esigenze pratiche, non solo in Campania, ma ovunque luomo abbia dovuto sopperire alla scarsit di legname e adeguarsi a necessit ambientali. Nelle isole Eolie, in Grecia, in Tunisia, qua e l si sviluppano paesini affollati di case, disposte in maniera frenetica e collegate da un ripido insieme di scale ad arco rampante e gradoni. Essi non seguono alcun progetto iniziale, ma nascono spontaneamente e perci hanno in comune, pi che dei sistemi costruttivi, degli schemi in cui la necessit pratica prevale a scapito di unesigenza estetica, pur non compromettendo questo il paesaggio antropizzato. Esempi pratici sono forniti dalle abitazioni di Santorini, dove la presenza della pozzolana forniva, come nei nostri campi flegrei, luso della volta, e dalle ghorfas2 tunisine, che i Berberi utilizzavano unicamente come cellule-granaio. La particolarit del paesaggio amalfitano e insulare deve molto alle abilit di coloro che lo hanno sapientemente occupato, architetti-contadini secondo Alvaro, marinaicontadini secondo Del Treppo, con un piede nella barca, un altro nella vigna, i quali hanno saputo adattarsi ad un ambiente ospitale solo alle proprie condizioni.

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La casa voltata nasce non solo dalla necessit di scartare il legno come materiale base di costruzione, ma essa recupero e reinterpretazione dei vecchi ambienti romani, quali colombari, sale termali e serbatoi, sparsi per il territorio. Il tipico bianco delle case proprio dellintonaco a calce, ma anche espediente contro i battenti raggi del sole. La copertura a volta estradossata permette di rispondere ai dislivelli dei terrazzamenti, oppone al vento una superficie pi robusta e offre alle acque3 una pi semplice via di deflusso verso la cisterna padronale, permette infine il crearsi, al d sotto, di una camera daria che isola lambiente dalla temperatura esterna. Per una maggiore difesa dal caldo estivo le case non presentano finestre o comunque lintensa luce lasciata passare attraverso aperture tonde o quadre al massimo di 1m di larghezza, di rado in asse con la ripartizione della facciata. Le facciate cieche erano anche barriera fisica ai venti provenienti dal mare o dalle vallate. Purtroppo oggi le case voltate non conservano i caratteri originari. Molte hanno perduto il loro aspetto primitivo perch alla tinteggiatura iniziale della volta, variamente colorata dalle spore giallastre4, si sono sostituite coperture a falde in scandole di castagno, che subentrarono con la realizzazione delle strade carrabili che finalmente collegavano la costa con il resto del territorio, sostituendo i tanto attraversati sentieri e mulattiere. I nuovi tetti permettevano di riparare facilmente i danni provocati dal tempo e nel contempo utilizzare gli ambienti di sottotetto come fienili. In seguito si cominci a ridipingere i muri di giallo e altri colori e ad aprire finestre panoramiche sui muri ciechi, con tettoie in mattone in stile mediterraneo.

Materiali Se ai napoletani il Vesuvio da sempre fornisce ottimo materiale da costruzione, tufo, sabbia, pomice, lapillo, i contadini-pescatori della costa e delle isole sfruttarono la bianca roccia calcarea anche in sostituzione del poco legno disponibile. Il legname era limitato, nelle abitazioni, alle sole piattabande di porte e finestre e agli infissi tinteggiati di verde. Molte propriet annettevano, oltre alle tradizionali colture, un piccolo appezzamento a bosco ceduo di castagno, detto zanzeletum, da cui trarre le lunghe pertiche di sostegno dei pergolati5. La roccia calcarea proveniva dai Monti Lattari ed era estratta in numerose cave presenti a quote di circa 300m s.l.m. sparse lungo la costa amalfitana. Essa veniva usata in 75

grossi conci nella realizzazione delle murature a secco o forniva marmi per architravi, davanzali, gradini, assecondando un diffuso gusto locale per la pietra viva. Infine la roccia diveniva ottima calce se cotta, ossia calcinata, nelle carcare, grosse fornaci di pietrame cilindriche o tronco-coniche e scoperchiate, dal diametro di circa 4m e altezza di 6m. In esse le pietre erano poste su grosse fascine di legno, che bruciando liberavano il calcare dallanidride carbonica, risultandone cos il solo ossido di calcio o anche calce viva6. In alcune zone, quale la costa sorrentina, gli stessi forni avevano una forma ellissoidica e prendevano il nome di forni canterini a concentrazione. Sebbene siano rare le coperture a volta nellisola di Ischia, per la diffusa presenza di pini, nei pochi casi che si allontanano dallo schema dellasteco napoletano, si preferivano i materiali vulcanici locali. Tra le pietre pi usate, oltre alle lave, si ricordano le tefriti e le trachiti, ma soprattutto il tufo ischitano nelle variet verde, bianco e giallo. Le pietre erano usate informi o appena sbozzate. Infine gli elementi in cotto, le tipiche riggiole, venivano poco di frequente posti a decoro delle case signorili e delle chiese.

Tecniche e tradizioni costruttive Nascendo aggrappate alle rocce, oppure allineate sui terrazzi e lungo il litorale, le case voltate vedono fondazioni poggianti sul suolo roccioso in genere ad una profondit di 50cm. Tali fondazioni sono realizzate prolungando le murature superiori al di sotto del piano di spiccato e sagomando queste a gradoni, per meglio rispondere alle irregolarit della roccia. Questa spesso penetra nella casa a tutti i livelli, in sostituzione parziale della muratura perimetrale. Fondazioni e mura maestre erano costruite con pietre vive di forma e grandezza varia, semplicemente sbozzate e disposte a filari, cementate da un impasto di calce e terra comune di montagna. Altre volte le pareti venivano innalzate con un impasto formato da 10-12 cofani di sabbia, 3 di calce, 2 di terra rossa che serviva a rinsaldare due file di pietre sistemate in modo alternato ai bordi della parete da due muratori. La parte centrale veniva poi riempita con un impasto di calce e pietre calcaree di grandezza e denominazione varia: pulci o ciavarellle erano chiamate le pi piccole, zavorra quelle medie, ammazzacani quelle pi grandi7. La larghezza della parete variava secondo laltezza del fabbricato, in ogni caso il suo spessore non risultava inferiore di 40cm, vista la natura della roccia di non facile lavorazione. Una volta ultimate, le murature erano lasciate assestare per circa sei mesi.

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Le irregolarit della superficie venivano alleviate con un intonaco rustico realizzato stendendo progressivamente, con una cazzuola, uno strato di calce ed uno di malta di calce e sabbia fine nel rapporto 2 a 5. Questo veniva poi ripassato, alternativamente, con fracasso e cazzuola fino a che lintonaco avesse acquistato, a detta dei capomastri, il colore del piombo. In particolare la stesura dellintonaco impiegava almeno due operai, di cui il primo applicava la malta con la cucchiara e la manteneva fresca con pennellate di acqua, venendo dietro al compagno che passava la fracassa. I muri continuavano a mantenere in parte numerose imperfezioni, ma lassenza di perfetti allineamenti testimoniava il loro carattere artigianale, che escludeva il seppur semplice uso di strumenti quali squadri e filo a piombo. Oltre a regolarizzare, le superfici seppure murarie, case parzialmente, tipico aspetto

lintonaco arricchiva il paesaggio col luminoso delle ianchiate a calce, ad Amalfi e Capri, mentre ad Ischia e Procida sul bianco predominava il giallino del tufo, il rosa e
figg. 59-61, casa a botte della zona di Vietri sul Mare. La copertura realizzata in battuto di calce su pietra pomice.

persino lazzurro, in tonalit tenui ma comunque luminose. Le variet di colore permettevano di evidenziare le decorazioni di stucco, di soddisfare il gusto dei proprietari, ma soprattutto servivano a differenziare le singole

abitazioni allinterno di un paesaggio disordinato. Altre volte si avevano differenze nella finitura tra un piano e laltro, e in particolare al livello terraneo le superfici erano

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trattate con arriccio o lasciate a facciavista, mentre superiormente lintonaco era finito, per assicurare un maggior decoro al piano residenziale, e nel contempo impermeabilizzare la facciata priva di alcun aggetto protettivo. Le pareti interne presentavano le stesse caratteristiche di quelle esterne, ma erano imbiancate da uno strato di calce disciolta in acqua ed in maniera poco pi accurata. Importante sottolineare che solo raramente si ricorreva a scalette per tinteggiare le pareti, pertanto era dobbligo ricorrere a lunghe canne alle cui estremit si legavano i pennelli. La volta: definizione estetica e suo disegno La copertura a volta fungeva, per il suo gradevole aspetto, da quinta facciata, aveva nel gergo popolare il nome di lama, e la sua forma variava a seconda della pianta da coprire e della destinazione duso dellambiente. Le prime lamie, di uso pi remoto, erano a crociera estradossate e vennero introdotte in Costiera dai romani e poi soppiantate definitivamente solo nellOttocento dalle lame a vela, a botte, a padiglione. Quelle a botte in genere venivano scelte per costruzioni a pianta rettangolare da adibire a depositi per il pesce, stalle o cantine; gli ambienti delle abitazioni, in genere di pianta quadrata, avevano la lama a vela oppure quella a padiglione, detta anche a dorso dasino o a gveta nel dialetto napoletano. Molto spesso nelle lame a vela si accentuava fortemente la monta, soprattutto nel caprese, per farle somigliare ad una sorta di cupola. Le volte a gveta, destinate soprattutto ad ambienti importanti, presentavano allintradosso il piano rientrante sul quale realizzare un affresco, per quasi mai presente e quando lo spazio da coprire risultava notevole, la volta si arricchiva di lunette, raggiungendo cos un maggiore effetto decorativo. Il proporzionamento della volta era affidato allesperienza che gli operai e i capomastri si tramandavano di padre in figlio, e che in genere usavano il sesto ribassato come riferimento. Il criterio, detto pi efficacemente a sesto ingannato, fissava laltezza massima della volta pari ad un terzo della larghezza dellambiente da coprire, di modo che la volta risultasse abbassata di un sesto rispetto al semicerchio. In questo modo si otteneva il duplice vantaggio di tenere abbassato lo spazio da coprire rispetto al piano superiore e proporzionare meglio lambiente interno. Spesso, per ridurre maggiormente il volume domestico da riscaldare, si realizzava al di sotto della volta una sorta di soppalco in travi e panconcelli di castagno, dove poter stipare i prodotti agricoli e della

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pesca. In altri casi labbassamento della volta a botte era risolto tramite ladozione del tipo a padiglione, mentre gli spazi subalterni, quali cisterne, cellai e cantine, prevedevano copertura anche a botte a tutto sesto, essendo in questi casi necessario mantenere freddo e umido lambiente. Per la realizzazione delle volte a crociera, in particolare i muratori capresi usavano dapprima disegnare gli archi che individuavano le diagonali della crociera e poi passare alla realizzazione vera e propria. Si procedeva in genere fissando laltezza dellambiente da coprire pari a un quinto della dimensione del lato maggiore della pianta e poi si definiva la forma degli archi. Questa era data da un semiellisse i cui fuochi venivano posti sulla linea dimposta in maniera che la distanza che li separava dalla chiave dellarco fosse pari a un mezzo del lato del rettangolo di base. Tale procedimento, tenuta fissa la monta, era ripetuto anche per il secondo arco generatore, la cui luce era pari allaltro lato del rettangolo di base. Allorch si intendeva ricorrere alle crociere per coprire ambienti dalla pianta rettangolare molto allungata esse venivano poste in progressione evitando di evidenziarne gli archi intermedi con costoloni.8 Per costruire le volte e dar loro la forma stabilita, serviva un sostegno temporaneo che fissasse le curve degli archi. Per i motivi gi descritti, si ricorreva solo raramente a centinature di legno, che, ricoperte di felci asciutte e sabbia, permettevano di plasmare la copertura. Allora si usava fare unossatura in legno con travettoni in legname posti al centro del vano sui quali si costruivano dapprima le imposte in pietra, poi sugli stessi travettoni si poggiavano accostate le chiancole di legno ed infine, preparato un letto di paglia o erba, si assestava della terra rossa secondo la forma della volta. In tutti gli altri casi era adottato il sistema di centinatura a baule di terra, con il quale si riempiva di sabbia, fascine e pietre lambiente fino alla sommit delle pareti e si completava con un impasto di terra bagnata detta lota, plasmato secondo la forma desiderata. Le centine venivano rimosse a cupola essiccata. Realizzazione pratica Una volta impostato il modello di base la volta prendeva corpo grazie allabilit e alla pazienza dei mastri muratori. Sulle centine si disponevano blocchi di tufo o calcare di dimensioni varie e per uno spessore di 20cm, su cui si procedeva alla realizzazione del monolite di copertura. Spesso esso era realizzato in battuto di calce, e molto di rado, se

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non nellischitano, il battuto era di lapillo e seguiva la stessa composizione dello smalto usato nellarea flegrea. Nella realizzazione della copertura, limpasto che formava il primo strato della cupola era costituito da calce e pietre e si operava con continuit dalla base fino alla sommit. La stagionatura dello strato portante durava circa 60 giorni, durante i quali lintradosso era protetto con stuoie. Trascorso un mese si operava il rinfianco della volta con materiale di risulta frammisto a lapillo e si raccordava la parte piana allintradosso curvo della volta con uno strato di arriccio di circa sette centimetri di spessore. Questo veniva conformato in modo da garantire pendenze del 2,5 3% per lo smaltimento delle acque meteoriche e nel contempo permetteva di attutire i colpi della successiva battitura. Prima della battitura si ponevano, di taglio, delle tavole da ponte lungo il perimetro dellorizzontamento, poi, steso lo smalto in fasce di 60cm ai bordi della copertura, le si faceva ruotare verso linterno in modo da formare la ciullana, ossia la zona perimetrale del lastrico, pi tondeggiante e rigonfia rispetto alle zone centrali. A partire dalla ciullana lo smalto, confezionato alla medesima maniera napoletana, veniva steso in fasce di circa 80cm in maniera da formare cornici concentriche nel caso di coperture a carusiello, oppure muovendosi da un lato allaltro dellestradosso a botte. Per ottenere una superficie compatta ed impermeabile, questa era battuta e ribattuta in due momenti. I primi due giorni la battitura era leggera, avveniva con un arnese chiamato pistone o pentne, serviva ad uniformare lo strato e a saggiare la densit del materiale nei diversi punti del manufatto. Il terzo giorno si procedeva invece ad una battitura pi energica, con altri arnesi quali la mazzolaper le superfici curve e per quelle piane la janara, una grossa spatola di legno con la faccia inferiore piana ed i lati foggiati ad angolo acuto9. La battitura era effettuata seguendo uno schema fisso, che variava dalle volte a cupola a quelle a botte. Nel primo caso, per le coperture a carusiello, la squadra, di dieci battitori ogni 25 mq, si allineava su uno dei quattro fianchi del lastrico, per cui i battitori laterali procedevano a due a due lungo lati opposti fino ad incontrarsi, poi si voltavano e prendevano a battere il carusiello tutto intorno unendosi ai battitori centrali. La battitura della volta era operata dal basso verso lalto secondo cornici concentriche e durava circa due ore, trascorse le quali il ciclo si ripeteva fino al termine della giornata lavorativa. Il giorno seguente, invece, la squadra, pi numerosa, occupava lintero perimetro del lastrico, ed ogni uomo aveva il compito di battere una delle zone triangolari

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convergenti sul carusiello. Il terzo giorno era destinato alla finitura, fatta ancora con la mazzola. La battitura andava fatta fino a che loperaio attraverso i colpi sentiva che limpasto aveva raggiunto la giusta compattezza tanto da non essere pi cedevole, ossia quando si registrava il rigetto dei colpi. Nel caso pi comune delle volte a botte, i cicli di battitura ripercorrevano liter precedente, qualora il senso di marcia fosse ortogonale alla superficie cilindrica; per battiture parallele alla volta, si posizionavano accanto a questa i battitori pi esperti, che alternavano colpi in piano con colpi sullestradosso. In ogni caso la realizzazione e la battitura della ciullana erano affidate alla maggiore esperienza dei mastri lastricatori, che operavano seduti su scanni, mentre i restanti manovali lavoravano in piedi. Per tutta la battitura, infine il piano di lavoro era condito con latte di calce, che aveva il compito di mantenere plastico limpasto e consentirne la cementazione. Il sistema costruttivo aveva per numerose varianti, sebbene non molto frequenti, che prevedevano luso, invece che delle pietre, di mattoni fatti di calce e terra di montagna, messi in opera affiancati e di taglio. Assai pi raramente invece, le cupole venivano costruite con laterizi di argilla cotta o meglio con anfore vuote di terracotta, le cosiddette mummarelle, disposte in file continue nel conglomerato. Esse, gi
fig. 62, delle mummarelle utilizzate a Pompei per la realizzazione di una pluviale.

usate dai costruttori bizantini e romani, permettevano di alleggerire le strutture spingenti e nel contempo riducevano il periodo di tiro della malta, grazie alle sacche daria presenti al loro interno. Per alleviare la fatica e festeggiare nel contempo la nuova casa, i tre giorni di battitura diventavano giorni di baldoria, in cui canti e danze accompagnavano i colpi degli operai. Si vatt lasteco: i battitori accompagnano il lavoro con lunghe cantilene e i

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vicini accorrono, perch sul lastrico viene spiegata una bandiera che annuncia intorno che una nuova casa sta nascendo. Gli amici portano in regalo e caneste, grossi cesti colmi di frutta, zppole, e grossi bottiglioni del buon vino locale. I canti, accompagnati da cembali, sonagli di latta, triccheballacche, incitano al lavoro, chiedono ristoro e contestano le eventuali invidie paesane.10 Curre, patrone, e porta o betteglione eeeh, eeeh,eh Portame a beve ca me moro e lanze eeeh, eeeh,eh, ecc. Tutti li malocchi, pozzano accecare eeeh, eeeh,eh Tutte le male lengue pozzano essiccare eeeh, eeeh,eh, ecc.

I canti erano inoltre utili ai battitori per mantenere tra loro lo stesso ritmo, perch la massa risultasse in ogni punto della medesima compattezza e perch essi potessero meglio coordinare i rispettivi movimenti, avendo in alcuni casi spazi di manovra non superiori a 35cm. Poich la copertura lastricata non prevede nessun tipo di grondaia, lacqua veniva raccolta in un incavo ai bordi della cupola e poi fatta scorrere lungo una parete nella quale era presente un canale o una fila di mattoni di terracotta. Ai piedi delle murature erano poi poste le bocche delle cisterne, o peschre nel gergo popolare, nelle quali lacqua piovana era stipata per essere poi destinata allirrigazione. La presenza di pozzi e cisterne aveva il vantaggio di garantire acqua potabile e non in zone poco accessibili, ma
fig. 63, interno di una cisterna voltata.

comunque soggette a piogge frequenti. Nel contempo, lo scavo degli stessi attraverso la roccia forniva buon materiale da costruzione. Una volta effettuato tale scavo, le pareti delle vasche venivano rivestite con battuto, a formare il rivestimento cosiddetto grottone.

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Schemi e modelli aggregativi Lungo la costa campana e le isole la casa voltata presenta unorganizzazione che attinge in buona parte dalla tradizione e dallartigianato locale, ma soprattutto si sviluppa in dipendenza di cause geografiche e meglio geologiche. Pertanto, spostandosi attraverso le isole e la costa, si nota come le singole cellule si raggruppino secondo schemi fissi, ma dai risultati mutevoli. La casa, come nucleo originario, si costituiva di ununica cella a pianta quadrata o rettangolare di dimensioni ridotte, pavimentata in battuto di calce o mattonelle di argilla cotta, e in essa ogni funzione aveva svolgimento. Alcuni di questi semplici casotti ancora oggi sono utilizzati come depositi di attrezzi e piccole cantine. Successivamente, crescendo le necessit familiari e lavorative, alla cellula-base si sono aggregati altri nuclei, anche in questo senza alcun disegno preordinato, ma in base ad un sistema a grappolo nel quale ogni parte sembra moltiplicarsi e nel contempo arricchirsi di particolari. Laggregazione pi semplice dellunit base vede una successione lineare di vani uniti per fiancheggiamento, collegati tra loro tramite passaggi esterni, per laccesso a depositi, stalle, pollai; e passaggi interni aperti nella spessa muratura come collegamento agli ambienti domestici, gli unici particolarmente illuminati. Tuttavia questo tipo di distribuzione planimetrica risultava poco diffuso, e limitato a pochi rifugi temporanei. Tipi di aggregazione pi frequente erano la tipologia a sviluppo verticale, ottenuta per sovrapposizione delle unit, e quella a corte, che contempla una disposizione delle stesse a reticolo. La prima nasce come risposta al sistema di terrazzamenti (macerine), che da secoli permette lattivit agricola sulla costa e che fornisce al contadino piccoli fazzoletti di terra, laltra tipica delle masserie, che nascevano soprattutto nelle zone pi pianeggianti. Accanto a questi si hanno poi esempi particolari di case addossate alla roccia o addirittura ricavate negli antri di piccole grotte, tutto ci per evitare di perdere spazio utile alla coltivazione. Internamente le abitazioni erano organizzate secondo una gerarchia precisa, che poneva al piano terra la cucina e i servizi vari, in due o tre ambienti, e al piano superiore, meno

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esteso del sottostante, lo spazio propriamente chiamato casa11, costituito da una o pi camere da letto. I bagni erano di solito costituiti da piccoli stanzini annessi al corpo principale, ma con ingresso dallesterno. La stessa gerarchizzazione si ritrova anche allesterno, dove le altezze maggiori individuano le cucine e le camere e quelle minori gli spazi subalterni. Le volte venivano distribuite in relazione ai dislivelli, alla forma in pianta degli spazi, e in modo da facilitare lo scolo delle acque piovane verso le cisterne. Tale differenziazione, assieme ad elementi indicativi quali comignoli ed aperture, permette una facile lettura degli ambienti dallesterno e in questo la copertura voltata funge da quinta facciata. Elementi di collegamento tra le parti erano in ogni caso scale e parapetti, sia in verticale, cio tra un piano e laltro dellabitazione, o tra i diversi livelli coltivati, che in orizzontale tra unabitazione e laltra. Spesso infatti non esistevano scale interne, se non rudimentali sistemi a pioli, ma i collegamenti si sviluppavano esternamente con connettivi sostenuti da archi rampanti comunemente detti a collo doca. La particolarit dei percorsi risulta accentuata da scale che si restringono o allargano a seconda delle possibilit, e di passaggi tra zone aperte che sembrano essere invece corridoi di abitazioni private. I parapetti, sempre in muratura, sono sostenuti da pilastri ed archi che spesso fanno da porticato ai piani sottostanti. Nonostante i labirinti nei quali si sviluppa, la casa campana sempre proiettata verso il verde, ci reso manifesto dalladiacenza agli spazi aperti e dalla valorizzazione degli stessi. Il tramite tra esterno ed interno costituito da scenografici pergolati, affiancati agli ingressi, e sorretti da pali di castagno o grossolane colonne intonacate di bianco a sostegno di tralci di vite, che conferiscono anche alla casa pi povera qualcosa di festoso12. Nella sistemazione a corte gli spazi esterni divengono il fulcro attorno al quale si sviluppano gli elementi dellabitazione ed assumono rispetto alla stessa una importanza maggiore, per cui internamente ci si limita allessenziale, mentre la corte, opportunamente lastricata, preparata ad accogliere svariate attivit domestiche quali lavaggio del bucato, cottura del cibo, da cui la presenza di vasche e poggi in pietra, ma soprattutto del forno e del pozzo.

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Pi in particolare lo spazio si modifica in relazione allattivit principale del nucleo familiare. La corte della casa campana, che vede la lavorazione del lino, della canapa, lo stoccaggio dei prodotti agricoli, la pulizia delle botti ed altro, si riduce a Capri alle dimensioni di un piccolo cortile dai pochi elementi, poich nellisola lagricoltura veniva praticata solo in zone poco estese, ed aveva i caratteri della conduzione familiare. Ad Ischia, rispetto alle case di terraferma, rara la presenza di corpi destinati a stalla, per la scarsit sullisola di zone a pascolo, che si compensava con lallevamento di animali da cortile. Questi trovavano posto in piccoli volumi annessi al corpo principale, o separati rispetto ad esso fino al caso pi interessante e frequente dellaia sul tetto,

figg. 64-65, un vecchio cellaio usato per la spremitura delle olive e, in basso, pali di castagno infissi in uno dei muri di sostegno della volta sono usati per essiccare i sottili rami dei salici. Le mani di salice sono usate dai contadini per confezionare ceste o legare le piante ai tutori.

qualora fosse molto ridotto lo spazio coltivabile e in particolare sulle coperture a lastrico piano. Altre applicazioni del battuto di calce, o di calce e lapillo, si ritrovano nei cellai e nei palmenti che completavano il paesaggio contadino.

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I cellai, in particolare, erano realizzati in antri di grotte, in vecchie cisterne e spazi che avrebbero potuto favorire un microclima favorevole alla fermentazione del vino, alla conservazione delle carni e delle olive di propriet. Spesso tali cantinette nascevano per mezzo di scavi nella roccia, alla quale veniva data una conformazione a botte allintradosso, oppure addossate ai terrapieni, per sfruttare linerzia termica del terreno, e in questo caso esse erano solo parzialmente interrate, con aperture su due lati opposti per ottimizzare la ventilazione. Nella parte del cellaio prossima alluscita era collocato il palmento13. Esso era un manufatto costituito da una o pi vasche dove i contadini, a piedi nudi, pigiavano luva, e da una vasca finale nella quale il mosto era convogliato per essere lasciato a fermentare. Le superfici del palmento erano impermeabilizzate per mezzo del grottone. Similmente allarchitettura rurale si svilupp, con caratteri pressoch simili, larchitettura industriale, intendendo con industrie soprattutto cartiere, pastifici e annessi mulini, che alimentavano leconomia dei luoghi. Tali strutture sorgevano ovunque vi fosse un corso dacqua di cui sfruttare la forza motrice, per cui si concentrarono in particolare lungo la Valle dei Mulini, unampia valle situata tra i monti del comune di Scala, attraversata per tutta la sua lunghezza dal torrente Canneto. Questo ha per secoli fornito energia idrica attraverso i mulini di pastifici e soprattutto cartiere, che, attraverso un sistema molto efficiente di chiuse, si ripartivano lacqua del fiume14. Poich tale tipologia edilizia risulta largamente diffusa, gli schemi aggregativi si ripetevano di solito su tre livelli. E agevole ipotizzare una netta distinzione funzionale fra questi tre livelli27. Il primo, adiacente al fiume, conteneva i magli, le pile e i tini,ed era probabilmente adibito anche a marcitoio: ospitava cio le vasche nelle quali i cenci venivano messi a fermentare per alcune settimane prima di essere ammassati alle pile. Nel secondo piano, al livello della strada, avvenivano le operazioni di cernita degli stracci (che andavano divisi in diversi mucchi a seconda della loro qualit) nonch di rifinitura, scelta e confezionatura della carta. Su questo piano, alcuni locali erano probabilmente adibiti a magazzini di carta e stracci, nonch ad abitazione per il maestro cartaio e la sua famiglia15. Precise esigenze di vigilanza, legate alle caratteristiche della produzione, che non conosceva soste, n notturne n festive, imponevano infatti agli artigiani di risiedere nelle cartiere stesse. Il terzo ed ultimo piano, fungeva invece da spanditoio, il locale dove i fogli venivano messi ad asciugare.

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fig. 66, ruderi duna cartiera lungo la Valle dei Mulini.

Cfr. R.Pane, Architettura Rurale Campana, Rinascimento del libro, 1936 Firenze. La ghorfa (dallarabo ghurfa = stanza) una tipologia di edificio propria dellarchitettura berbera del sud della Tunisia. Essa era una sorta di granaio fortificato di quelli che si ritrovano anche in altre regioni del nord Africa e veniva realizzata senza fare ricorso a travature e casseforme in legno. La sagoma era definita per mezzo dellaccatastamento, tra i muri di sostegno, di sacchi riempiti e poi coperti di terra. 3 In una zona in cui la media annua di 8001000mm, quindi abbastanza rilevante. 4 Cfr. R.Pane, La casa e lalbero, Napoli 1961. 5 I tronchi di castagno raggiungevano le dimensioni richieste in 12-15 anni, gli stessi necessari al deperimento dei pali. 6 Il processo, detto di cottura o calcinazione, vede avvenire, alla temperatura di circa 900C, la seguente reazione: CaCO3 CaO + CO2 Nella quale il carbonato di calcio, che costituisce la roccia, si separa in anidride carbonica, che evapora, e ossido di calcio, ossia calce viva o in zolle. 7 Cfr. promemoria per la tutela delle caratteristiche ambientali dei paesi meridionali, Larte muraria della costa dAmalfi, Magazzino cooperativa editrice, pagg. 11-13. 8 Cfr. G.Cantone, I.Pirozzillo, Case di Capri:ville, palazzi, grandi dimore, Napoli, 1994. 9 Cfr. E. Cerio, LArchitettura minima nella contrada delle Sirene, in Architettura e arti decorative, IV fascicolo, Roma 1922, pag. 168. 10 Cfr. G. Algranati, Ischia, canti del popolo dellisola verde, ... 11 Nei documenti tra lXI e XIII secolo il piano residenziale compare con il nome di domus solariata, ossia casa a terrazza, per distinguerla dalla domus scandulicia, provvista di tetto a scandole. 12 Cos scrive a proposito delle case capresi lo scrittore e storico tedesco Ferdinand Gregorovius. 13 Il termine palmnto forma sincopata di pavimentum, dal latino pavio = batto. La prova delletimologia data dallantico palmiento per pavimenti, che era il pavimento sul quale girava la macina del mulino. 14 Oltre alla naturale diminuzione della portata dei fiumi, la carenza dacqua nei mesi estivi era dovuta al fatto che ne serviva una grossa quantit per irrigare i campi. Lenergia idrica era cos preziosa che si ereditava o si otteneva in dote: un matrimonio poteva servire a guadagnare il diritto di spostare una chiusa a proprio vantaggio per mezzora o unora. 15 Se la forza idraulica lo consentiva e il rifornimento di stracci era costante, lattivit della cartiera era continua. Il calendario dei cartai prevedeva solo tredici giornate e mezzo di riposo, tra cui le feste di S. Caterina dAlessandria (25 novembre) e di S. Lucia (13 dicembre).
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4. Battuti di terra
La terra cruda si colloca, con il legno e la pietra, tra i materiali da costruzione pi antichi. Le differenti tecniche costruttive, funzione delle diverse caratteristiche morfologiche del suolo, ma anche del diverso ambito culturale e ambientale in cui si sono consolidate, testimoniano secoli di studi volti alla scelta del materiale e alla concezione dell edificio. Ovunque, nel mondo, esistono esempi di costruzioni in terra di grande interesse, dalle moschee del Mali agli edifici dello Yemen, dagli aggregati urbani del Marocco a prestigiosi edifici in Europa, fino alle abitazioni pi semplici, in ambiente rurale, disseminate un p in ogni dove. In molte regioni del nostro Paese sono tuttora presenti, in ambito sia urbano, sia rurale, numerose costruzioni in terra cruda: sono le costruzioni in ladiri in Sardegna, in pis o in adobe in Piemonte, in massone nelle Marche e in Abruzzo e altre ancora, in cui si ritrova la variet dei sistemi tecnologici che hanno caratterizzato il panorama delle costruzioni in terra degli altri Paesi. In particolare largilla fu, ed tuttora, il materiale edilizio essenziale in quelle regioni dove la vegetazione, a causa soprattutto del clima pi arido, ridotta, dunque nella maggior parte dei paesi del Mediterraneo.

Il principio costruttivo alla base dellutilizzo della terra per la realizzazione di abitazioni consta nello sfruttamento delle qualit che largilla esplica se impastata con la giusta dose di acqua: essa diviene plastica e malleabile, in grado di conservare la forma che le si impone e di diventare, essiccando, un corpo solido. In realt, se largilla viene messa in opera pura, aggiungendo la sola acqua, essa si screpola con il procedere dellessiccamento. Per ridurre tale fenomeno in passato limpasto era sgrassato, impoverendo largilla con laggiunta di sabbia o altri additivi, capaci di ridurre gli effetti negativi della screpolatura dovuti alla rapida perdita di acqua. Largilla cruda pu presentarsi in diversi modi, in relazione alle tecniche di impiego. Si distinguono:

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il sistema dellimpasto allo stato plastico, che permette la modellatura degli elementi da realizzare, con il quale si ottengono di solito mattoni, rivestimenti e piccoli elementi murari;

il sistema della compattazione o del pis, che prevede il pestaggio dellargilla umida in apposite casseforme, per ottenere murature grosse e monolitiche; il sistema della colatura, in cui le casseforme sono strutturate in modo da contenere le argille fluide, che seccandosi assumono la forma voluta. Le opere cos ottenute non possono per essere definite strutture in battuto.

Oltre a queste tecniche, sicuramente le pi utilizzati, ne esistono poi altre di impiego della terra per la costruzione. Esse sono definite: terra-paglia: per questa tecnica, la terra utilizzata deve avere una buona coesione. Essa viene diluita in acqua sino ad ottenere una pasta fluida e omogenea, che viene versata sulla paglia, sino ad impregnarla tutta. Quando l'impasto secca, si ottiene un materiale la cui tessitura data essenzialmente dalla paglia; faonnage: questa tecnica ancestrale ancora frequentemente utilizzata. La terra viene lavorata allo stesso modo che si usa per fare della ceramica, senza attrezzi; bauge: questo procedimento consiste nell'impilare palle di terra, le une sulle altre, ed a comprimerle leggermente con le mani o coi piedi, per espellerne una parte dell'acqua d'impasto, sino a confezionare muri monolitici. Di solito la terra irrobustita con fibre di materiali diversi. In generale pressoch tutte le terre sono adatte a realizzare costruzioni, purch non presentino eccessiva aridit, n untuosit. Molti autori, sotto il solo nome di terra, comprendono tutte le specie di rocce, marmi, gesso, creta. Ancora nelle campagne la stessa assume appellativi differenti secondo le culture locali. perci utile definire una classificazione delle terre in relazione ai molteplici usi che possibile farne, alle numerose qualit che esse posseggono. Pertanto si individuano: a) Le terre i cui nomi sono relativi agli usi da farsi con le stesse:

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terra da mattoni terra da tegole terra da vasellame

terra da purgo terra da porcellana terra colorante

b) Le terre in relazione alla loro qualit e consistenza: terre grasse terre magre terre forti terre pesanti terre leggere terre porose terre friabili terre vegetali terre pure argille

c) Le terre in relazione alla propria natura: terre calcaree terre gessose, o gesso terre marnose, o marna terre morbose, o torba terre tufacee, o tufo terre sabbiose, o sabbia terre solforose e bituminose terre cretose, o creta

d) Le terre considerate in base allorigine e trasformazione: terra vergine o pura terriccio ceneri macerie dei vecchi cementi gesso, o frammenti di gessi frantumi di minerali polveri e polveri di ferro

Nellutilizzo delle dette terre necessario tenere a mente alcuni semplici accorgimenti. In particolare le terre grasse, ossia le argille, sono poco utili se impiegate pure, perch facilmente si fessurano a causa del glutine in esse contenuto, che trattiene maggiormente lumidit. Le terre forti, ancora, devono essere mescolate a piccoli ciottoli, ma non possono essere utilizzate per fare mattoni, n tegole, perch le pietre mutano in calce nei forni e formano tante piccole scheggiature. Le ghiaie sono molto preziose per il confezionamento della terra cruda. 90

Gli elementi costruttivi che si riuscivano a ricavare dalla lavorazione e in particolare dalla battitura della terra erano essenzialmente le pavimentazioni, e si parlava di battuti di terra argillosa, i mattoni, che assumevano i nomi pi diversi in relazione al contesto geografico, e le murature in pis. A volte si impiegavano, laddove calce e sabbia non fossero disponibili, malte argillose. Queste erano confezionate con la terra appena estratta e depurata di sterpaglie e granuli, disposta in strati di 10 cm e battuta, rivoltata a pi riprese fino allomogeneit.1 Tuttavia, pur possedendo una lunga tradizione alle spalle, le case in terra cruda ancora oggi esistenti rimangono comunque delle strutture precarie. Numerosi fattori naturali sono le tradizionali cause del loro lento degrado e invecchiamento. La presenza di acqua superficiale nelle murature in crudo, in concomitanza con le profonde escursioni termiche e stagionali, molto forti soprattutto nelle regioni del Mediterraneo meridionale, portano rapidamente al distacco di particelle con la conseguente disgregazione del materiale. Migliore il comportamento delle murature intonacate, di solito a calce, in quanto lintonaco, ottenuto dallimpasto di materiali pi fini, chiude le porosit superficiali impedendo la penetrazione dellacqua. Il fuoco, in caso di incendio prolungato, a contatto con il crudo porta alla trasformazione superficiale della materia che, a seconda della temperatura, pu giungere fino ad una vetrificazione divenendo fragile. Anche il vento, sollevando polvere e minute particelle, esercita una azione erosiva sulle parti esterne delle murature in crudo. Altri danneggiamenti possono venire infine da terremoti o cedimenti fondali. In ogni caso queste mancanze che le abitazioni in terra presentano non sembrano averne compromesso la diffusione. La casa in crudo nasce come conseguenza, infatti, non solamente di questioni economiche o geografiche, ma essa costituisce una vera e propria tradizione per tutti coloro che pur sanno della sua precariet.

4.1 Battuti di terra argillosa: orizzontamenti I pavimenti in terreno battuto, definiti in qualche letteratura sterrati, sono senza dubbio la forma pi primitiva di sistemazione degli orizzontamenti. Essi venivano in 91

prevalenza utilizzati nelle costruzioni rurali, come adattamento del suolo nei campi da gioco e nelle aie. Tale tipo di battuto poteva essere realizzato per via secca o per via umida. Nel primo caso largilla appena estratta dal sito dorigine, e quindi ancora dotata della sua naturale umidit, era stesa in strati sovrapposti di circa 9 cm sulla superficie da pavimentare. Ogni singolo strato veniva sottoposto ad una energica battitura dapprima con i piedi, poi con il mazzapicchio, infine lasciato asciugare per 24 ore, fino alla comparsa delle naturali screpolature, e quindi nuovamente battuto. Quando, trascorsa la giornata dedicata allessiccamento, non fosse sorta pi alcuna crepa, si poteva passare allo strato successivo. Se la terra non risultava abbastanza grassa si poteva porre rimedio mescolandola a scorie di catrame e sangue di bue, con notevoli qualit di ritenzione idrica. La realizzazione per via umida presupponeva uno strato di ghiaia come sottofondo per il battuto superiore, che si costituiva di un primo strato, spesso 12 cm, di terra ben asciutta, e di successivi strati, sempre in argilla, ma bagnati con acqua. Si procedeva alla battitura come nel caso precedente. I battuti di terra assumevano unaltezza totale di 9 cm per i terrazzi, 18 cm per le stanze e potevano arrivare a grossezze anche di 50 cm nelle aie, dove risultavano maggiormente usati. Per un metro quadrato di questo rivestimento occorrevano di norma 10 mc di terra argillosa molto grassa, pena la rapida essiccazione del manufatto e quindi una certa abbondanza di screpolature e 1 litro di acqua di catrame. Volendo accrescerne la resistenza lo si cospargeva con sangue di bue misto ad acqua ed argilla finissima, con scorie di ferro ed urina di cavallo, oppure si stendeva sulla superficie ultima un velo di sabbia molto fine, replicando la battitura. Nello scorso secolo era abitudine, in Svezia, realizzare immediatamente sopra largilla appena stesa uno strato di gesso umido e battere le due parti assieme. In questo modo il battuto assumeva una resistenza particolare, poich il gesso, fortemente sensibile allumidit, mitigava pi velocemente la risalita dacqua. La maggiore mancanza che i battuti terrosi presentano riguarda il loro recupero, essi infatti, in caso di depressioni o buche, non potevano essere riparati, ma era necessario

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procedere al rifacimento totale del masso. Inoltre, per la natura stessa del materiale, essi non preservavano dallumidit.

4.2 Il mattone crudo I mattoni possono essere considerati come specie di pietre che larte giunta a fabbricare per supplemento alle pietre naturali nei luoghi ove sono rare o di cattiva qualit. I primi mattoni di terra che si tent di fabbricare furono probabilmente masse dargilla mal foggiate, e disseccate allaria ed indurite per lazione del sole. Il tempo e lesperienza insegnarono a modellarli, e a dare ad essi una figura regolare ed uniforme sotto un mediocre volume, che ne rendesse il trasporto e limpiego molto pi facile, pi pronto e meno costoso che quello delle pietre.2 Le origini del mattone dargilla cruda sono antichissime. Inizialmente plasmato a mano secondo forme semisferiche o cilindroconiche alquanto irregolari, esso ha subito nel tempo un processo di trasformazione che, grazie alluso di stampi lignei, ha permesso di ottenere modelli parallelepipedi pi consoni alle necessit costruttive. Riconosciuto universalmente con il nome di adobe,3 questo elemento stato nei secoli adottato dalla gran parte dei paesi mediterranei, e pertanto assume le denominazioni pi varie. Nonostante comunque le differenze di natura terminologica, la realizzazione del mattone si basava sostanzialmente su identiche metodologie applicative. La terra era prelevata da apposite e ripulita da pietre ed impurit. Essa non doveva risultare arenosa o pietrosa, ma di consistenza cretosa e colore rosso, in modo da garantire maggiore consistenza e minor rischio di sfarinamento. Preparato un apposito scavo abbastanza largo e profondo, vi si gettava dentro largilla, idratandola con abbondante acqua ed aggiungendo altri componenti, che fungevano da rinforzanti e stabilizzanti. Questi potevano essere di origine artificiale oppure naturale. Tra i primi si ricordano la calce ed il cemento idraulico, mentre come additivi naturali si ricorreva a derivati del latte, sangue di bue, oli vegetali, bitume, acacia, con funzione di coagulanti o idrofobizzanti. Le fibre inoltre, come la paglia, aveva ruolo di leganti meccanici e nel contempo favorivano la fuoriuscita dellacqua di lavorazione dal

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manufatto. Allo stesso modo erano di supporto pellicce di animali, giunchi, erica, muschio, fieno, lino e nei casi pi strani sembra anche il prezzemolo.

Limpasto era reso omogeneo tramite luso di vanghe e zappe, era pigiato a piedi nudi o ancora lazione degli uomini poteva essere sostituita da quella degli animali(asini, muli, cavalli e buoi), facendoli ruotare di continuo intorno ad un montante verticale fisso al centro dello spazio. Trascorsa una notte per favorire lidratazione di tutte le particelle, il composto veniva posato entro stampi di legno privi di fondo. Loperaio li riempiva, costipando a colpi largilla, e poi con un colpo secco sformava il mattone nel punto in cui doveva essiccare. Una volta asportato lo stampo, i mattoni erano lasciati asciugare al sole per qualche giorno, frequentemente rivoltati affinch levaporazione dellacqua fosse pi omogenea, infine erano rifiniti eliminando filamenti di paglia sporgenti o livellando grossolane imperfezioni. Le operazioni avevano termine con laccatastamento del prodotto per qualche settimana e la conseguente essiccazione al riparo dalle piogge e dallattacco degli insetti.

fig. 67, mattoni in terra cruda lasciati ad essiccare. Laspetto reso abbastanza grezzo anche dalla presenza della paglia e di altri componenti naturali.

Vitruvio raccomandava di effettuare questa operazione in primavera e in autunno, periodi in cui il sole non troppo forte, cos da evitare unessiccazione troppo rapida che avrebbe causato una cottura eccessiva della crosta esterna, ed avrebbe lasciato 94

lanima ancora molle, tanto da essere sicura causa di fessurazioni. Non a caso i costruttori mesopotamici chiamavano il primo mese dellestate siwar, ossia mese del mattone. A determinare le dimensioni degli elementi era naturalmente il riquadro ligneo, adattato alle abitudini locali. Vitruvio e Plinio parlano di tre tipi di mattoni, il didoron, lungo un piede e largo mezzo ( 29,6 x 14,8 cm); il tetradoron, da quattro palmi (29,6 x 29,6 cm); il pentadoron, da cinque palmi ( 37 x 37 cm). Tra i mattoni maggiormente utilizzati nel tempo si ricordano quelli di malta e creta, argilla e calce, breste(sterco), pietra e fango, frasca e creta. Il mattone, eccellente per elasticit strutturale e leggerezza soprattutto se trattato con inerti vegetali, garantiva anche un discreto isolamento termico sia nei mesi invernali che durante la stagione estiva. Abbastanza resistente a compressione risultava per poco adatto a subire sforzi di trazione e taglio per cui difficilmente veniva usato per la realizzazione di mensole sporgenti o grosse strutture arcuate. La sua applicazione ebbe fortuna soprattutto nelle opere murarie verticali. Gli spessi muri di terra costituiscono un'efficace protezione contro gli eccessi climatici esterni e contribuiscono a creare una regolazione termica naturale, che assicura un rilevante risparmio energetico. Le murature cos realizzate, in ogni caso, avevano bisogno di periodica manutenzione, poich abbandonate a s stesse, vista la friabilit del materiale, subivano la progressiva alterazione dei componenti.

4.3 Il pis e il torchis-pis Il pis sfrutta la stessa tecnica del mattone crudo, ma risulta assai pi semplice ed economico da porre in opera. Esso deve il proprio nome ad uno degli utensili utilizzati per la sua realizzazione, il pisoir, costituito da una testa grande e piatta, in metallo o legno duro, fissata allestremit di un lungo manico, e che serviva a costipare la terra. In questo modo luomo riesce a procurare alle opere una consistenza e densit del tutto simile a quella che la natura, attraverso lunghi processi di filtrazione, compressione, pietrificazione, impiega per la creazione delle rocce.

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Il sistema di messa in opera generalizzato in tutti i paesi del Mediterraneo, ed indipendente dalla composizione dellimpasto, che al contrario vede numerose interpretazioni. Il termine viene infatti riferito alla tecnica edilizia e non al materiale, con una sola distinzione tra pis, nel caso allargilla siano addizionati elementi minerali(sabbia e pietre), e torchis-pis, quando la terra sgrassata con vegetali (paglia, giunchi, ecc.).4 La tecnica del pis vede una consistenza e durabilit sicuramente maggiore di quella ottenibile con il torchis, poich impiega materiali quali ghiaie e ciottoli impossibili a marcire, diversamente dalla paglia o dal fieno. Inoltre la naturale durezza degli inerti comporta che, sotto la battitura, ciascun sassolino vada ad incastrarsi perfettamente tra gli altri, realizzando un organismo robusto e difficilmente scomponibile. Plinio, parlando in particolare dei muri, li definisce parietes formaceos, da cui la denominazione italiana di muri formacei, perch fatti nelle forme. La terra per la realizzazione di un mur-pis era prelevata dal terreno coltivabile pi vicino al cantiere(nelle fattorie i fossi erano a volte riutilizzati come pozze per abbeverare gli animali). Poich si necessitava di terra quasi secca, si preferiva quella posta alla profondit di due o tre piedi dal livello di campagna. Lumidit naturale in essa contenuta era ritenuta sufficiente, sotto i colpi del pisoir, a legare tutte le sue particelle. La terra non doveva essere troppo argillosa, perch ci avrebbe provocato un ritiro eccessivo nellessiccamento, n troppo sabbiosa, in quanto avrebbe mancato in coesione. In particolare, per individuare un terreno ben adatto alla battitura, si osservava il suo comportamento sotto lazione degli agenti esterni. Tutte le volte che, usando una vanga, il suolo si sollevava in ununica crosta, che poi bisognava rompere e compattare, era allora buon indice di compattezza. In profondit, tutti i suoli coltivati danno ottima terra per il pis, perch le piogge trascinano verso il basso la sostanza della terra, che la pi preziosa. Infine si ricava ottima materia prima lungo le rive dei fiumi, ai piedi delle collinette e di tutti i terreni produttivi abbastanza in pendenza. Se necessario la terra cos ottenuta era liberata delle pietre pi grosse, di dimensione superiore ad una noce, tramite setacciatura. Infine veniva umidificata e impastata nelle stesse buche conseguenti lo sbancamento, al fine di ottenere un materiale coerente.

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Limpasto era pigiato con i piedi, come per una vendemmia, mentre gradualmente gli operai meno robusti versavano lacqua e la paglia. In alcuni paesi del nord e centro Europa, in sostituzione della terra, per fabbricare muri formacei si ricorreva ad un impasto di calce e sabbia unita a mattoni pestati o cenere, pozzolana o cemento in piccole quantit. La prima tappa per la messa in opera dei muri consisteva nella realizzazione di fondazioni in pietra, di almeno 80 cm di altezza, destinate ad isolare il muro in terra dallumidit del suolo e dallo scorrimento delle acque piovane. Al di sopra della fondazione cos ottenuta venivano predisposte delle intelaiature lignee, a definire lo spessore del muro e destinate ad accogliere largilla plastica.

fig. 68, schematizzazione di una muratura in pis. Si individua lo strato di fondazione in pietrame e, superiormente, le varie sezioni che costituiscono lalzato.

In altri casi le murature in crudo erano realizzate su zoccoli di pietra o di calce, o addirittura su elementi murari realizzati con questo stesso materiale fino allaltezza del primo solaio. Su questi erano dunque posizionate le forme. Le casseforme, di tipo mobile, erano formate dallassemblaggio, a maschio e femmina, di tavole in legno generalmente resinoso. In particolare si montavano assieme due tavolati laterali di pino dotati di manici, di dimensioni 3x1 m, due tavole pi piccole usate in testa. Un sistema di tavoloni trasversali e di catene o funi permetteva la chiusura dellinsieme. Questo sistema si muoveva su tratti di lunghezza limitata, circa 2

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o 3 m, e dallaltezza massima di un metro. Spesso nelle forme erano inseriti graticci di canne o di rami, per ottenere una maggiore staticit e poter innalzare la struttura oltre il piano terreno. Una volta costruiti gli stampi, la terra era versata negli stessi per strati, che gli operai battevano con laiuto di un mazzapicchio fino a ridurre lo spessore della met. Delle pelli di animale potevano essere applicate internamente in corrispondenza del giunto tra due tavole adiacenti, alfine di rinforzarlo. I muri erano realizzati per passi successivi: una volta terminato il primo pezzo, le forme erano scasserete per essere rimontate a costituire nuova muratura. Per migliorare la coesione tra le varie parti, loperaio doveva avere cura di portare i colpi prima in un senso e poi nellaltro, e orientare secondo direzioni opposte la costruzione di parti adiacenti. Lo Sganzin consigliava di dare alle facce estreme una inclinazione di 60 gradi, perch si collegassero a vicenda. Per legare meglio le parti tra loro, per cui, mentre nelle case costruite in muratura, ci si serviva di leganti e arpioni in ferro, nel nostro caso si impiegavano degli espedienti pi economici, ossia legni sottili, qualche staffa e dei chiodi. Terminata lessiccazione delle pareti, che richiedeva un periodo di circa sei mesi, a protezione delle pareti erano eseguite intonacature di calce e sabbia, oppure vi si poggiavo semplicemente contro dei graticci di frasche o canne, che riparavano dalle piogge. Le aperture erano realizzate via via che labitazione prendeva forma, e riquadrate con cornici di pietra o pi frequentemente legno, poste direttamente allinterno delle casseforme. Le finestre potevano essere anche ricavate nella muratura gi pronta.

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Costruzioni in terra cruda in Calabria


Il mattone in terra cruda ha assunto in Calabria le pi vivaci denominazioni e precisamente quella di mattunazzu nella valle del Crati, di bresta o vresta nel centrosud della regione, mentre il termine bisola ricorrente soprattutto nellarea dello stretto. Anche le dimensioni dellelemento variavano in base allarea di appartenenza: nel Vibonese si riscontrano i manufatti pi grossi dal formato di 38x18x16 cm; sul versante nordoccidentale le misure si aggirano intorno ai cm 30x15x15; lungo il litorale Reggino le dimensioni sono pi contenute con 27x14x12 cm. Il metodo per la produzione dei mattoni in terra cruda segue le stesse regole sopra descritte, solamente in Calabria si faceva abbondante uso di inerti vegetali quali paglia e pula di grano, calce e pozzolana. Questi mattoni erano per lo pi utilizzati , fino ancora a qualche decennio fa, per ledificazione di apparati rurali, tra cui i pagghiaru, ossia capanne con mura cilindriche e copertura in paglia. Le operazioni di fabbrica per la messa in opera delle abitazioni erano molto elementari, ma la loro esecuzione comunque sotto la supervisione del mastro. Questo operava con strumenti molto semplici, quali filo a piombo, squadra e cazzuola, e procedeva posizionando in senso longitudinale due file di elementi paralleli, sfalsati a met ed incrociati superiormente con altri, questa volta posti in senso trasversale, gli uni accanto agli altri. Un altro sistema prevedeva la sovrapposizione sfalsata di file di mattoni posti in senso trasversale, mentre per le murature pi spesse si procedeva allintersezione dei due procedimenti. Nel caso invece di elementi murari di esiguo spessore la metodologia ricorrente era quella di disporre ununica fila di mattoni crudi disposti in senso longitudinale ed opportunamente sfalsati gli uni sugli altri. Il legante era ottenuto dallo stesso impasto dei mattoni trattato per con sola acqua, mentre a riempimento degli eventuali interstizi si ponevano frammenti di mattoni cotti e piccole pietre di fiume. Nel territorio attorno a Reggio sono anche state utilizzate malte artificiali. Come rivestimento si ricorreva spesso ad una fitta rete di canne, o canizze, fissata alla superficie verticale, consentendone nel contempo la ventilazione. Procedimenti particolari prevedevano la realizzazione di intonaci protettivi molto spessi costituiti da malte di calce e sabbia rafforzate con pietrisco e piccoli pezzi di cotto.

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Tra le varie applicazioni del crudo in Calabria un ruolo considerevole rivestito dalle murature in pietra e fango, utilizzate sia nelledilizia rurale, che nellambito degli insediamenti urbani. La loro particolarit consiste nellutilizzo del fango come legante, con rilevanti vantaggi, rispetto alluso delle malte, sia in termini pratici che economici, grazie allimmediatezza del materiale argilloso ed alla sua facile adattabilit. Limpasto, prodotto in vasche appositamente realizzate nei pressi del cantiere, era costituito da un insieme di acqua ed argilla arricchita spesso con materiale sabbioso e piccole percentuali di calce. Le rocce utilizzate, invece, dovevano assicurare una certa stabilit, per cui si ricorreva nelle fondazioni soprattutto ai graniti, di cui la regione abbonda da sempre. Le dimensioni delle pietre variavano da un massimo di 40x30x20 cm, ad un minimo di 10x10x10 cm. In alcuni casi si faceva uso di pietre piatte, soprattutto per risolvere problemi di sostegno. Per la realizzazione delle murature le rocce prescelte avevano una maggiore leggerezza, quindi calcari e tufi. Molto spesso, con intervalli di circa 1 m, alla tessitura rurale si alternavano file di mattoni cotti, con il fine di assicurare una maggiore compattezza dellinsieme. Un consistente strato di intonaco, costituito dallo stesso materiale argilloso, ricopriva in alcuni casi la massa muraria.

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Le pinciare abruzzesi
Lungo le colline abruzzesi e nelle Marche meridionali, dove i materiali tipo pietra e legno scarseggiano e devono essere trasportati da luoghi pi lontani, trovano diffusione le case in terra cruda, terra compressa e adobe, chiamate pinciare o anche pinciare. In entrambe le regioni, data la purezza e la diffusione dellargilla e la facilit di costruzione, il basso costo che determina la diffusione di questa primitiva casa. La forma di tecnica

subisce alterazioni da provincia a provincia, partendo in ogni caso da una data impostazione di base.
fig. 69, Marche: esempio di un atterrato.

Il metodo pi diffuso nellambito di riferimento era quello di procedere alla costruzione dei muri impastando acqua e argilla, aggiungendo poco alla volta paglia triturata e pula, detta cama nel gergo dei contadini, e qualche manciata di pietrisco. Largilla era prelevata dal terreno stesso della costruendo casa, oppure, in casi meno frequenti, trasferita da cave di argilla pura, ossia argilla rossa detta porcina. Limpasto, una volta raggiunta la consistenza adatta, veniva asportato con la zappata, ossia con un colpo di zappa, e successivamente modellato facendovi rotolare sopra uno strato di cama per dare elasticit allinsieme. Le zappate erano poste in opera lungo il perimetro della casa in costruzione sino a costituire un primo strato di 5070 cm. Dopo la necessaria essiccazione si provvedeva, con luso di vanghe, a lisciare la facciata esterna ed interna della parete, eliminando qualsiasi sporgenza. Lultimazione della parete richiedeva lumidificazione dello strato per ultimo posto in opera per consentire laggrappaggio degli strati successivi. La differenza sostanziale che si coglie dunque nella messa in opera di queste costruzioni in crudo, consiste nellassenza di casserature nelle quale costipare largilla.

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La battitura avveniva semplicemente a colpi di vanga, procedendo in ordine dal basso verso lalto. Spesso le case erano costruite con mattoni crudi, fatti seccare allaria per parecchi mesi. Per la messa in opera tali mattoni erano legati con lo stesso impasto di argilla pura o con malta. Una volta elevati i muri, in terra o mattoni crudi, si provvedeva a sovrapporvi larmatura di travi per sostenere il tetto, comunemente di tegole.

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La terra cruda in Francia


Nel territorio francese, il pis ha conosciuto fortuna soprattutto nelle regioni centrali e meridionali. In particolare si possono individuare tre aree geografiche, costituenti altrettanti esempi abitativi, agricoli ed architettonici. Esse sono: la Piana del Forez, che forma un ambiente piuttosto paludoso il cui suolo composto di sola argilla e sabbia granitica, e la cui architettura era in pis e blocchi dargilla senza uso di pietra; la costa, una zona secca e ben esposta la cui architettura era in terra e mattoni; i rilievi basaltici nel cantone della Loira, dove il pis si univa in maggior parte al basalto di estrazione locale. Le rocce dunque presenti nellambito di studio, soprattutto graniti e basalti, poich di taglia impropria alledilizia in terra cruda, si prestavano soprattutto ad essere utilizzate sotto forma di pietre sbozzate, poste in opera con pi o meno calce a seconda della ricchezza del proprietario e della lontananza dai forni da calce. Luso della pietra da taglio era invece assai raro, e riservato agli edifici pi prestigiosi o agli elementi strutturali delle architetture. Pi precisamente si ricorreva al granito blu di Cezay, la pietra di Moingt, il grs fossile di Saint-Etienne. Labbondante presenza di argilla lungo il bassopiano centrale ha invece permesso lo sviluppo di una produzione artigianale di tegole, quadrelli e mattoni in terra cruda, a costituire una seconda attivit di sostentamento dopo lagricoltura. In questa stessa zona, inoltre, il pis costitu il materiale edilizio principale, grazie anche alla composizione adeguata del terreno. Esso venne adattato alle pi varie costruzioni, da quelle religiose , allarchitettura militare, fino a castelli e case di campagna. Nella maggior parte dei casi, un ricco strato di intonaco nascondeva la natura povera delle costruzioni, difatti molti castelli si dicevano ingannevolmente in muratura di pietra squadrata. Nelledilizia rurale, invece, lintonaco e i decori su di esso apposti servivano a differenziare labitazione ed i corpi annessi. Sembra quasi che il rivestimento, pi che un ruolo protettivo, svolgesse infatti un compito estetico, poich in molti casi veniva limitato alla sola facciata pi esposta ai venti e alle piogge, e alle murature pi fragili. Per le restanti parti si riteneva sufficiente la protezione fornita dal tetto. Infine, nelle zone costiere uno stesso edificio presentava in molti casi una struttura mista di pietre e pis. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sovente labitato era in pis e gli annessi, stalle o cantine, in pietra.

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Le cornici delle aperture erano realizzate maggiormente in legno, mentre la pietra veniva destinata allarchitettura pi prestigiosa. Si avevano talvolta degli inquadramenti misti, con stipiti di pietra e architrave in legno, materiale pi flessibile che poteva meglio resistere alle pressioni. Per le cornici in legno, le principali essenze impiegate erano quelle resinose, ma anche quercia e castagno. Grande cura era posta alle intelaiature in legno scolpito con modanature, ad imitare la regolarit della pietra. La tecnica del pis esiste in Francia gi dal medioevo, ma conobbe un largo interesse ed una buona diffusione soprattutto a partire dall Ancien Rgime, verso la fine del XVIII secolo. I primi esempi riconosciuti sono ben nascosti o poco accessibili, essi sono soprattutto alti muri ottenuti con altrettanto alte forme lignee, dette bauches, e assemblati lungo le giunzioni spesso con malta di calce. Pi tardi, verso il 1600, le casserature si fanno meno alte, senza giunti di calce e con raccordi verticali. solo verso il 1800 che la tecnica del pis fissa i suoi caratteri pi definitivi. Gli stampi assumono le dimensioni standard di circa 3 piedi su 10, i giunti di calce divengono sistematici e il raccordo tra i tavoloni si inclina fino a 45: questa tecnica, combinata alla lavorazione incrociata degli strati successivi, evitava la fessurazione dei muri. Il XIX secolo caratterizzato per lutilizzo sempre pi abbondante di calce, disponibile a costi contenuti grazie alla maggiore sua produzione e al ridursi del costo dei trasporti: i giunti si fanno pi larghi, i rinforzi degli angoli pi marcati. In molti casi la compattezza della superficie era assicurata dallinserimento di strati di calce sulla faccia interna delle forme lignee, quasi a formare un intonaco. Una seconda tecnica, che sembra successiva, utilizzava del pis stabilizzato, composto da terra mescolata a calce. Tuttavia queste applicazioni restano limitate, poich come metodi di rinforzo tradizionali continuarono a permanere travicelli di legno annegati nellimpasto, tiranti in metallo, rottami di tegole e mattoni. A partire dalla fine del 1800, dei nuovi materiali intervengono nella costituzione del pis. La pietra maggiormente utilizzata per linquadramento delle aperture, ma anche come rinforzo strutturale. Il cemento si sostituisce sempre pi sovente alla calce nei giunti, che adottano un disegno particolare a dente di sega. Infine, lapporto di sabbia di ferro arreca un vero cambiamento nella tecnica della terra cruda: questo residuo dellindustria metallurgica, prodotto in grande quantit a Saint-Etienne e a Ben, viene utilizzato sia in sostituzione della calce che della stessa terra.

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Architetture di terra africane


Il territorio africano vede forse la maggiore diffusione di architetture in terra cruda, in relazione soprattutto alla maggiore povert economica e materiale dei luoghi che lo caratterizzano. Al di l dei materiali che sono caratteri distintivi dellarchitettura africana, quali il legno di palma e le foglie di banano, allinterno del territorio possibile tuttavia individuare le applicazioni pi svariate della medesima tecnica, muovendosi dal Marocco, alla Tunisia, al Senegal. Il Marocco assume caratteri distintivi dalle restanti zone, poich separato dalle stesse per mezzo delle Ande. La cordigliera, infatti, divide il Marocco non solo geograficamente, ma anche negli stili di vita e di conseguenza, nel manifestarsi dellarchitettura. I monti di questa cordigliera, che in alcuni punti supera i 4.000 metri di altitudine, riversano periodicamente enormi quantit dacqua nelle vallate sottostanti creando cosi una estesa area punteggiata da oasi che precede il grande deserto del Sahara. Col passare dei secoli, attorno a queste oasi sono nati molti villaggi fortificati denominati Ksar in lingua araba (Ksur in plurale) o Igrem in berbero (Iguerman in plurale). Il nome di questi villaggi deriva dalla parola granaio in quanto originariamente solo il granaio della comunit era protetto sia strutturalmente che come posizione all'interno del villaggio. Successivamente, in periodi storici pi tumultuosi si rese necessario fortificare anche i villaggi. Leconomia di queste popolazioni era basata sull'agricoltura, lartigianato, lallevamento e in modo particolare al commercio, infatti questi erano gli ultimi centri abitati da cui partivano e dove giungevano le carovane che, in due mesi a dorso di cammello, attraversavano il deserto e praticavano gli scambi con lAfrica nera. Ogni villaggio era organizzato in modo piuttosto rigido. In ogni uno erano presenti il pozzo, la moschea, il lavatoio, il granaio e la scuola coranica. In alcuni Ksur, oltre alle normali abitazioni, si trovavano delle abitazioni di famiglie facoltose, fortificate a loro volta e denominate Kasbah o Tigrem (piccolo granaio). Per accedere al villaggio vi era in genere ununica porta dingresso incorniciata da due grossi bastioni. Le mura che racchiudevano i villaggi erano costruite in pietra o terra e avevano bastioni ad ogni angolo. Mentre gli edifici al loro interno erano costruiti in terra cruda, con la tecnica del pis e delladobe.

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Le fondazioni degli edifici erano in pietra e penetravano nel terreno per circa 50 cm. In alcuni casi emergevano dal suolo fino a 50 cm, ma non sempre era cosi, in alcuni casi le fondazioni rimanevano a livello del suolo. La loro larghezza era proporzionale allaltezza degli edifici ma non si rilevano fondazioni con spessori inferiori ai 60 cm. Questo perch non potevano essere pi sottili dei muri che avrebbero sorretto e i muri in pis, ad esempio, devono essere piuttosto spessi, sia per motivi strutturali che per necessit operativa, infatti il muratore ha bisogno di spazio per muoversi agevolmente dentro le casseforme nelle operazioni di battitura della terra. I muri in pis venivano costruiti usando delle casseforme in legno di palma da dattero. Le loro dimensioni variavano da villaggio a villaggio, ma le pi diffuse misuravano 6080 cm di altezza e 1,4 - 1,8 m di lunghezza. Gli adobes erano molto usati sia per la struttura portante che per ornare gli edifici. Nonostante ci, visitando questi villaggi possibile notare come la tecnica del pis prevalga su quella degli adobes per la realizzazione di muri. Mentre i mattoni erano insostituibili per realizzare gli ornamenti ispirati alle forme geometriche presenti nel patrimonio tessile della zona. La terra utilizzata nelle costruzioni doveva essere rigorosamente non organica, poich questa doveva servire solo a fini agricoli. Per fare gli adobes la terra veniva impastata con paglia di fieno. I mattoni venivano estratti dagli stampi e lasciati essiccare per un giorno intero, successivamente si giravano e si facevano essiccare ancora per un altro giorno. A questo punto erano pronti per luso. Le loro dimensioni erano variabili, i pi piccoli erano di 24 x 10 x 7 cm, ma tutto dipendeva dalle necessit costruttive. Nel territorio senegalese le costrizioni dell'ambiente fisico e del clima e la disponibilit di diversi materiali cambiano la maniera di costruire non meno delle differenziazioni etniche. Nel Senegal orientale, ad esempio, si trovano case bassari di pietra e case peul di terra o di crintin, pannelli di rami o di bamb intrecciati ed intonacati con terra, cos come case peul di terra e case wolof di paglia. Ma, mentre verso il nord i sonink costruiscono edifici rettangolari con i tetti a terrazza, verso il sud la maggiore pluviometria li obbliga a fare tetti di paglia a falde e troviamo anche, talvolta, case rotonde in crintin.

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La casa wolof, diffusa nel Senegal centrale, elementare, singola, di solito quadrata, con il lato di circa 4 metri. Fino al XIX secolo i materiali impiegati erano completamente vegetali. Oggi i muri sono di banco o mattoni di terra non cotti, a volte con una minima quantit di cemento. Sarebbe meglio asciugare i blocchi all'ombra, ma non sempre e' possibile, poich la presa naturale dell'argilla si sviluppa meglio in condizioni ventilate e fresche, ma il clima locale non consente troppe zone dombra. Il tetto, xade, piramidale e ricoperto di paglia, sostenuto da pali o appoggia direttamente sui muri. La porta di ogni casa rivolta verso linterno e un recinto, tapade, delimita la concessione famigliare, kr. I granai sono solitamente allesterno, raggruppati a qualche distanza dalla concessione, per preservarli da possibili incendi. La tapade si interrompe solo per lo spazio dellingresso, ma forma una curva per riparare da sguardi indiscreti. La casa del capofamiglia la prima vicino allentrata. Intorno alla kr una corona di giardini forma il tokr. Nel Senegal orientale invece diffusa la casa peul. Essa circolare con diametro da 2 a 8 metri e coperta da un tetto conico di paglia. Il tetto sporge fino a circa un metro da terra, formando una specie di corridoio-veranda intorno alla casa. Una porta d sulla corte della concessione e unaltra su uno spazio di servizio sul retro. I muri sono spesso in banco. Il capofamiglia ha sempre la sua camera personale e spesso anche le donne hanno la propria. La camera della prima moglie la pi grande. E comune trovare un letto da riposo esterno. Alcune case hanno un granaio interno sostenuto da quattro pali, che formano una specie di solaio. In genere per granai e cucine sono costruzioni separate e si trovano allinterno della concessione. Infine, nellarea pi a sud,le case joola si adattano alla lunga stagione delle piogge che caratterizza la zona. Esse sono quadrate e misurano 8-9 metri di lato, poggiano su uno zoccolo di terra di circa 50 cm per proteggere labitazione dallumidit del suolo. Copertura e soffitto sono separati per lasciar circolare laria. I tetti sono enormi e sporgenti, generalmente in paglia, la copertura studiata per impedire allacqua piovana di raggiungere i granai. La struttura di legno realizzata in borasso, legno durissimo e imputrescibile.

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Intorno alla casa corre spesso una veranda molto aperta e limitata da una balaustra decorata. Le finestre sono semplici buchi con architravi di legno che assicurano alla casa freschezza e unottima circolazione dellaria. La casa raggruppa sotto lo stesso tetto cucina, granaio, camere, sala comune e a volte anche il pollaio. Solo raramente cucina e granai sono costruiti allesterno, nella corte. La Tunisia senza dubbio la regione africana che ha subito maggiormente le

influenze del mondo islamico, evidente nella geometria delle architetture pi rilevanti cos come in quelle meno significative. I volumi sono semplici, e altrettanto si pu dire dei materiali impiegati: mattoni, pietrame, anfore, legno e foglie di palma nelle zone pi vicine alle oasi.

fig. 70, esempio di volte in terra cruda disposte secondo una catenaria.

Nei casi in cui si ricorre alla terra cruda le coperture si sviluppano come volte. La realizzazione di un tetto, infatti, richiede limpiego di materiali che sostengano momenti flettenti e sollecitazioni di trazione, come il legno o il cemento armato, ma non essendo disponibili tali materie si risolto argutamente il problema ricorrendo alla volta. La realizzazione dei tetti in forma di volta, in particolare con il profilo di una curva catenaria, permette di annullare le tensioni di trazione e i momenti flettenti, sottoponendo la struttura solamente a compressione. Tali coperture non necessitano di

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centine o supporti, poich costruite per anelli successivi e inclinati gradualmente rispetto alla verticale.

Nei casi in cui, invece, non si faccia ricorso alla terra cruda, le architetture tunisine si organizzano secondo un semplice modulo di base rettangolare in muratura di pietrame e coperto da una volta a botte dello stesso materiale. Le dimensioni usuali sono di 3x6 m, ma ne esistono di maggiori. Le aperture sono di solito molto piccole e poste sui lati pi corti in opposizione tra loro per ottimizzare la ventilazione interna. Lingresso al centro di uno dei due lati maggiori oppure, pi spesso, posto ad una delle due estremit. Sia linterno che lesterno del manufatto sono imbiancati a calce e questo consente, allesterno, di riflettere completamente la luce solare riducendo il surriscaldamento della struttura, mentre allinterno il colore permette di avere la massima luminosit, compensando la poca luce proveniente dalle piccole aperture.

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La terra cruda in Turchia


atal Hyk La citt di atal Hyk sorgeva in quella porzione di terra che chiamiamo Anatolia sud orientale che oggi fa parte della Turchia ed sorta circa 8.000 anni fa. Oggi di essa non rimangono che pochi resti, a circa 10 km a sud dellattuale citt di Konya in una piana antistante il monte Tauro. Al momento della scoperta il luogo dove sorgeva la citt, si presentava come una collinetta ricoperta da erbacce, resti di cocci e di mattoni di terra e paglia un po bruciacchiati. Infatti il primo insediamento, secondo larcheologo James Mellart, risale allet della pietra, quindi precedente alla citt di Gerico. Ma a causa del succedersi di distruzioni e ricostruzioni sullo stesso sito stata la causa che ha portato ad un innalzamento del terreno di diversi metri. Nel 1975 Mellart raggiunge il decimo strato, corrispondente alla citt nellanno 6.500 A.C. che era anche essa stata costruita con luso di mattoni di terra impastati con paglia. Ulteriori indagini hanno permesso di verificare che i mattoni venivano fatti con argilla impastata a paglia, messi a seccare al sole dopo essere stati modellati con forme di legno. I mattoni cosi ottenuti venivano utilizzati per innalzare pareti mediante la loro sovrapposizione sfalsata. Le pareti erano un puro riempitivo, in quanto la struttura portante delle abitazioni era costituita da una intelaiatura fatta di grosse travi di legno. Ogni nucleo abitativo era addossato a quegli circostanti formando una struttura alveolare simile a quella osservabile ancora oggi presso la cittadina di Taos, negli Stati Uniti. Quindi la citt non aveva strade, ma alle abitazioni vi si accedeva dall'alto, ovvero dal tetto dove una fenditura fungeva sia da porta d'ingresso che da sfiatatoio, e ci perch le abitazioni erano generalmente dei grossi monolocali dove si svolgevano tutte le attivit quotidiane. Gli spazi interni erano ben definiti, la cucina era sempre leggermente sopraelevata e con il focolare integrato nello spessore del muro. Mentre le aree per dormire erano suddivise in modo tale che il padre dormisse per conto suo in un lettino, la madre dormisse in un letto pi grande con i figli pi piccoli, e i fratelli maggiori dormissero in un'altra area ancora.

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A quei tempi le famiglie erano composte mediamente da gruppi di 8 persone e le aspettative di vita si aggiravano intorno ai 40 anni. Cosi quegli uomini e quelle donne diedero inconsapevolmente inizio alla lunga storia dell'architettura di terra.

Cfr. G. Pegoretti, Manuale pratico per lestimazione dei lavori architettonici, stradali, idraulici e di fortificazioni, (vol. I pag. 29, 1843), riferisce che un solo lavorante impiegava 5 ore per confezionare un metro cubico di questa malta, e 2,5 ore se assistito da un manovale. 2 Cfr. Rondelet, op. cit. 3 La parola d'origine araba: at-toub, ossia mattone di fango crudo, adottata in spagnolo e trasmessa nelle Americhe ove stata assimilata dalla lingua inglese. 4 Il termine torchis deriva dal latino torquere, in quanto la paglia , per essere spezzata e quindi mescolata alla terra, veniva attorta.

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Indice analitico
A
additivi ...................................................................... 26 adobe .................................................. 88; 93; 101; 105 amalfitana, costiera ................................................... 74 argilla 3; 19; 39; 42; 46; 48; 58; 81; 83; 88; 89; 92; 93; 94; 95; 96; 97; 100 arriccio .......................................57; 58; 61; 62; 78; 80 giunti ........................................................................ 20 gorna ........................................................................ 64 granito .................................................................... 103 graticola ................................................................... 21 greca, battuto alla ..................................................... 35 grottone ........................................................ 32; 82; 86

I
impiombatura ........................................................... 23 incartata ................................................................... 21 intersuolo, lastrico ................................................... 58 intonaco .......................................... 33; 75; 77; 91; 100 Ischia ................................................ 61; 76; 77; 85; 87

B
basalto ..................................................................... 103 bauge ........................................................................ 89

C
calce .... 4; 7; 14; 20; 26; 28; 31; 32; 33; 34; 35; 37; 38; 39; 46; 47; 48; 50; 51; 56; 57; 58; 59; 60; 61; 67; 74; 75; 76; 77; 78; 79; 80; 81; 83; 85; 87; 90; 91; 93; 95; 97; 98; 99; 100 calcinaie.................................................................... 69 Campania................................................................. 14 caraci ........................................................................ 14 carcare ....................................................................... 76 carusiello,copertura a ......................................... 80; 81 castagno ......................... 14; 20; 23; 61; 75; 78; 84; 87 centine....................................................................... 79 chiancarelle .............................................................. 20 chiancole .................................................20; 62; 63; 79 ciullana ......................................................... 61; 80; 81 cocciopesto .......................... 34; 38; 39; 40; 41; 46; 59 controsoffittature ....................................................... 21 coperta ...................................................................... 50 cordonato, lastrico .................................................... 58 crustae ...................................................................... 40

K
Ksar ........................................................................ 105

L
lamie ......................................................................... 78 lastrico napoletano ................................................... 57 laterizio .......................................................... 9; 34; 35 legno ........................................................................... 9 lucidatura............................................................ 28; 51

M
mattone ......................... 29; 51; 75; 93; 94; 95; 99; 111 mattone crudo........................................................... 93 mazzola ........................................................ 32; 80; 81 mosaici ............................................................... 40; 50 mummarelle ............................................................. 81

N D
decorazione ................................................... 24; 28; 50 dormienti................................................................... 19 nucleus ............................................................... 34; 40

O
opus signinum........................................................... 38

E
eolie, isole ................................................................. 69 essiccazione ........................... 9; 27; 28; 61; 92; 94; 98

P
piccardo, mastice ..................................................... 26 pinciare ................................................................... 101 pis ........................................................................... 95 polverino, lastrico .................................................... 57 pomici ...................................................................... 60 pozzolana ................................................................. 59 pulvini ...................................................................... 19

F
faonnage ................................................................. 89 ferrugine ................................................................... 60 filarola ...................................................................... 20 foggia sansovina ....................................................... 20 fondazioni ................................................... 76; 97; 100 fondo ......................................................................... 49 formacei, muri........................................................... 96 Francia .................................................................... 103 funghi da legno ......................................................... 12

R
rapillo ....................................................................... 60 rotatura .............................................................. 42; 51 rudus ...................................................... 34; 35; 37; 46 rupddu ..................................................................... 69 russa, battuto alla..................................................... 35

G
gveta, volte a ........................................................... 78 gesso 7; 19; 20; 22; 23; 25; 26; 28; 29; 30; 89; 90; 113; 114

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S
sabbia ....................................................................... 60 sangue di bue ............................................3; 35; 92; 93 Scutulata pavimenta .................................................. 40 signinum, opus .......................................................... 38 smalto, pavimenti a .. 20; 23; 47; 50; 51; 57; 58; 61; 80 solai composti ........................................................... 21 Solai in legno ............................................................ 14 spolvero, tecnica dello .............................................. 41 statuminatio .............................................................. 34

tegulae bipedales...................................................... 35 terra cruda .................. 4; 88; 90; 91; 99; 103; 110; 112 terra, battuti di .......................................................... 88 terra-paglia .............................................................. 89 terrazzo veneziano .................................................... 47 tesserae ........................................................ 34; 35; 40 torchis-pis ............................................................... 95 Triveneto ................................................................. 20 tufo ..................... 58; 60; 61; 63; 68; 75; 76; 77; 79; 90

V
volta, case a .............................................................. 74 volte ad incannucciata ............................................. 22

T
taglime di tufo ........................................................... 61

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