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10/4/2004 anno 2 n.

35 (15)
Esce il sabato 35 Il “corriere” e le “pillole del corriere”
possono richiedersi a mds84@libero.it

Il corriere del pollaio


A pezzi
DIRETTORE RESPONSABILE
Matteo Del Signore
PROGETTO GRAFICO
Matteo Del Signore
REDAZIONE
Nicolò Canestrari
Giovanni Del Bianco
CHIUSO IN REDAZIONE
IL 9/4/ 2004
www.spiox.3000.it
mds84@libero.it

sommario
Asfalto storia 2
Storie di sport europei 3

Q
uando si decise di chiudere i manicomi la decisione fu presa Mondoalma 4
probabilmente per l’evidenza dell’inutilità di questi centri di ricovero
mentale. Inutili perché tanto tutto quello che circondava era già di suo Il violino e il liutaio 5
un manicomio solo “leggermente” più grande. Altrimenti nessuno Res publica 6
spigherebbe la nevrosi che colpisce l’uomo e che porta a fatti che definire folli è
fare un piacere a quelle menti malate. A gesti che sembrano usciti da quelle (si Schermi accesi 7
pensava) fantasiose storie di horror all’insegna dello splatter e dei pomodori Spunti e appunti 8
spremuti. La realtà però delle volte supera la fantasia. E così si sentono
telegiornali sempre più catastrofici (e, piccolo inciso, macabri nella volontà di
cercare il particolare della sofferenza, la carne lacerata o il pianto di chi soffre) in
L’ultimo
cui famiglie felici la mattina si ritrovano tagliuzzate la sera dal padre, dalla
madre, dallo zio, in preda a crisi nevrotiche. Stressati. Spesso si
capitolo Di
“giustifica” il fatto, giustifica nel senso di cercare il perché, non nel capire il
gesto, con questa parola. Ed è grave. È grave il fatto che oggi basta essere “asfalto
stressati per arrivare a gesti inimmaginabili, è uno stress non certo leggero, sono
preoccupazioni, problematiche che si sommano, però è spaventoso che si storia”
buona pasqua dal vostro “corriere”
2
sentano continuamente episodi del genere in crescita esponenziale. Gli ultimi in questi giorni: un padre di
famiglia, diviso, che uccide i figli perché avevano deciso di trascorrere le vacanze con la madre in
Germania e questi, per paura di perderli, li ammazza. Poi confessa tutto alla polizia e mentre viene
portato via le ultime sue parole sono “li ho sempre amati”. Ancora un caso, ancora più sconvolgente: un
medico ucciso perché aveva diagnosticato che la figlia del suo futuro e inaspettato assassino era malata.
Vi confesso che la prima reazione a quest’ultima pazzia è stata ilare: mi sono messo istintivamente a
ridere. Tanto era fuori da una minima logica umana. Eppure era realtà , una realtà francamente
spaventosa, più di qualunque guerra, forse. Perché il nemico più pericolo è sempre quello nascosto e
inaspettato, ancora di più se inconsapevole. Che siano i tempi moderni, presi continuamente di corsa,
come una continua competizione strizzanervi che l’uomo non riesce a sopportare? Non so, forse o almeno
in parte. Allora , giusto per evitare di finire a pezzi in ginocchio sulle nostre malattie, conviene giusto per
provare entrare tutti nella vita del 1870 de “La Fattoria”: magari funziona...
NOTE DALLA REDAZIONE. Prima cosa buona Pasqua a tutti dal “Corriere”. Visto che il mondo continua a
soffrire si spera che almeno per tutti voi siano momenti di pace e serenità. Intanto queste pagine
ospitano per l’ultima volta la storia secolare di Fiat:si chiude con un ricordo dell’Avvocato il lungo tragitto
che da Natale ci ha portato dritti a Pasqua. Detto questo, vi lascio alla lettura. IL DIRETTORE

ASFALTO
STORIA

Storia di un secolo di auto fiat di Matteo Del Signore


14^a e ultima puntata
L’UOMO DELLE MACCHINE

N
on era un “uomo della macchina” come lo era stato Henry Ford, o come il nonno e fondatore, ma
Gianni Agnelli era “un uomo della macchine”, nel senso che pur essendo un ignorante per ciò che
riguarda la progettazione di un’auto o le problematiche legate a questo tipo di attività, era un
profondo innamorato dell’auto, un grande estimatore delle eredi dell’eredi delle prime carrozze.
Agnelli ha sempre ripetuto di non avere grandi cognizioni su come si muove un’industria automobilistica,
ma, proprio sotto la sua lunga presidenza , la Fiat ha conosciuto il periodo forse di maggior ricchezza e
importanza anche a livello europeo. Non è un caso che Agnelli nel ricordo rimane come il padre della Fiat,
Agnelli è la macchina, è l’auto italiana.

Al di là delle confessioni di “inadeguatezza” dell’ Avvocato alla giuda dell’auto italiana, non è mai stata
nascosta la sua grande passione per le quattro ruote, passione che si è manifestata in una schiera di
fuoriserie, fatte costruire su misura dai grandi stilisti dell’auto, da Pininfarina a Bertone, pezzi unici di una
3
collezione inestimabile. L’avvocato non ha mai amato, al contrario, Lancia e Alfa Romeo, marchi in fin dei
conti ben più prestigiosi del brand “popolare” Fiat, entrati nella sua scuderia quasi esclusivamente per to-
toglierli ad altri colossi come Ford. Le auto di Agnelli sono sempre state Fiat, perché il marchio torinese
era restare in famiglia, era viaggiare all’interno del proprio ambiente, era casa.
L’unica altra grande passione era quella per la Ferrari, di cui ha sempre seguito le vicende sportive ancora
prima di coronare il suo sogno di unirla alla sua industria.
L’auto è stata una delle più grandi passioni di quest’uomo e forse proprio il forte sentimento di amore ver-
so la Fiat ha permesso di evitare la cessione a Gm, perché l’ Avvocato non poteva vendere un parte di sé
stesso.
La Fiat e un pezzo d’Italia si identifica con il compianto Avvocato, simbolo per una città e una nazione.
Buon riposo avvocato.

Era un freddo dicembre ancora in attesa delle feste natalizie, era il numero 19 del “Corriere” quando
questo lungo percorso, per molti forse inutile e noioso è iniziato. E siamo arrivati alla vigilia della Pasqua e
in questo pre-festa, fermiamo i motori, siamo giunti a destinazione. Buona Fiat a tutti. (FINE)

STORIE DI SPORT
SPECIALE EUROPEI

Il romanzo degli europei: LA NUOVA FORMULA E LA FREDDEZZA TEUTONICA


di Giovanni Del Bianco
6^A PUNTATA

I
l 1980, anno nerissimo per il calcio italiano per via dello scandalo scommesse in Italia, è stato anche
l’anno degli europei nella nostra penisola, che aveva ospitato già gli Europei appena 12 anni prima.
Quello del 1980 è l’anno che segna il cambiamento di formula della coppa. Le squadre raddoppiano e
da 4 passano ad 8. Questo, per due motivi: 1) moltissime squadre pressavano l’Uefa per un amplia-
mento; 2) per mantenere le proporzioni col mondiale, che da 16 sarebbe passato a 24 nazioni, due anni
più tardi. Prendono parte a questa coppa, Italia, Germania Occidentale, Olanda, Cecoslovacchia, la sor-
presa Grecia, Belgio, Spagna e Inghilterra. Molte squadre partecipanti, molte stelle. Da Keegan
(Inghiliterra) a Rumenigge (Germania Ovest), da Tardelli (Italia) a De Kerkhof (Olanda).
I GIRONI (A: Germania Ovest 5 punti, Cecoslovacchia e Olanda 3, Grecia 1;
B: Belgio e Italia 4, Inghilterra 3, Spagna 1).
La formula prevedeva due gruppi da quattro squadre. La prima di ogni gruppo si qualificava in finale. Le
due seconde alla finale per il terzo posto. Nel gruppo A, la Germania Ovest passa con 2 vittorie e 1 pareg-
gio in finale (1-0 al Belgio, Rumenigge; 3-2 all’Olanda, tripletta di Allofs per i tedeschi, Rep su rigore e De
Kerkhof per gli olandesi, 0-0 con la Grecia). L’Olanda esce piazzandosi terza, dopo una buona partenza (1
-0 alla Grecia, Kist su rigore). Per gli olandesi è decisiva l’ultima gara con la Cecoslovacchia, dopo lo stop
con la Germania Ovest, ma con i cechi, detentori del titolo, gli orange non vanno oltre l’1-1 (vantaggio
biancorosso con Nehoda, pari di Kist): è la Cecoslovacchia a sperare in una qualificazione che avrebbe del
clamoroso. I greci infatti, richiamati ad un imprevedibile successo con la Germania, pareggiano 0-0. Tede-
schi in finale, cechi alla finalina. E veniamo al gruppo B, quello degli azzurri. La prima giornata vede due
pareggi: quello terminato 1-1 tra Inghilterra e Belgio (vantaggio inglese con Wilkins, pari di Ceulemans) e
quello senza reti tra Italia e Spagna. Nella seconda giornata, l’Italia impazzisce al gol di Tardelli che sten-
de l’Inghilterra (1-0), mentre il Belgio batte 2-1 la Spagna (Gerets, pareggio di Quini per gli iberici e Cools
di nuovo per i belgi). Ultimo turno: l’Inghilterra fa fuori la Spagna (2-1: Brooking, Dani su rigore e nuovo
4
su rigore e nuovo vantaggio per i maestri del football con Woodcock). È decisiva la sfida tra Italia e
Belgio. La differenza reti è pari, ma al Belgio basta il pareggio, in virtù di un miglior attacco di quello
azzurro. E proprio di pareggio, si tratterà alla fine. Un altro 0-0, che manda l’Italia alla finale per il terzo e
quarto posto. È il Belgio a sfidare i teutonici nella finale dell’Olimpico.
LA FINALISSIMA (Germania Ovest-Belgio 2-1)
È il rumeno Rainea, l’arbitro designato per la finalissima tra Germania Ovest e Belgio. Sono 48.000 gli
spettatori, un po’ meno di quelli previsti. I tedeschi passano in vantaggio con un gol di Hrubesch dopo
dieci minuti di gioco. Il Belgio riparte all’attacco e al settantunesimo trovano su rigore l’1-1. Dal dischetto
va Vandereycken. Quando ormai si prospettavano i tempi supplementari, i bianco-neri tornano in
vantaggio. È di nuovo Hrubesch che trafigge Pfaff, all’ottantottesimo. I tedeschi vincono il loro secondo
europeo, otto anni dopo quello vinto proprio in casa del Belgio.
LA FINALE PER IL 3/4 POSTO (Cecoslovacchia-Italia 9-8 dcr)
Nella finale di consolazione, la Cecoslovacchia passa in vantaggio al 48’ con Jurkemic. La risposta degli
azzurri è con Graziani al 74’. L’1-1 non si sbloccherà più, nemmeno ai supplementari, e così per stabilire
un vincitore si deve ricorrere ai rigori. La serie dei penalties è infinita e alla fine, i nostri avversari la
spntano, dopo l’errore di Collocati. Termina 9-8.
L’UOMO DELL’EUROPEO
È Karl Heinz Rumenigge, attaccante del Bayern Monaco che già nella metà degli anni ’70 (giovanissimo)
aveva un posto fisso da titolare in Baviera, quando il Bayern spopolava nelle coppe. In quella squadra
ebbe dei maestri come Gerd Müller e Franz Beckenbauer, dai quali imparò a come stare in campo,
diventando un leader a tutti gli effetti. Dopo il Bayern, provò un’esperienza italiana, nelle file dell’Inter. A
Spagna’82 arrivò vice-cannoniere.
NELLA PROSSIMA PUNTATA
Francia 1984, Le grand moment du Roi Michel

MONDOALMA

Un campionato incomprensibile di Nicolò Canestrari


1^ PARTE

C
i sembrava doveroso fare un (chiamiamolo così) “riassunto delle puntate precedenti” in cui andremo a
raccontare il campionato della nostra squadra dall’inizio sino ad oggi. Pronti a partire?
Bene. Macchina del tempo puntata all’estate 2003. Il Fano è appena uscito con le ossa rotte da un
campionato disastroso: si è salvato, è vero, ma c’è voglia di rifondare praticamente daccapo una
squadra che, sostanzialmente, ha fallito. Si vorrebbe ripartire, ad ogni modo, da mister Favarin,
l’allenatore toscano che, non senza problemi, ha condotto i granata alla salvezza.
Ma anche la pazienza di un galantuomo del pallone come Favarin è destinata è terminare: la società
passa un’estate intera a rivedere i conti, ridistribuire le cariche dirigenziali ed amministrative dimenticando
praticamente di fare la squadra per l’anno venturo. Il mister non ci sta e, garbatamente, decide di
cambiare aria.
La dirigenza granata, allora, punta tutto su un nome nuovo per la panchina: Gabriele Morganti, un tecnico
giovane e della nostra zona (è nato nel ‘58 a Senigallia), con un buon bagaglio di esperienze sulle spalle.
Un tassello è stato messo, ma ne mancano ancora tanti altri: c’è da fare una squadra nuova, partendo da
zero e con pochi soldi. Con queste premesse, la Fano sportiva non può che preoccuparsi e attendersi un
nuovo campionato ricco di stenti e difficoltà. Un incubo, insomma, che si ripete.
5
Ad ottenere la riconferma in maglia granata sono otto giocatori: Calanchi, Colombaretti, De Luca,
Gasparoni, Orlandi, Pomante, Stefani e Vitali. In meno di un mese vengono acquistati ben dodici uomini:
Biagianti dalla Fiorentina, Bonora dalla Pistoiese, Brancaccio sempre dalla Fiorentina, Garba e Ghidini
dall’Imolese, Niccolini ancora dalla Fiorentina, Pelliccia dalla Nocerina, Pierobon dal San Marino, Spina
dalla Valenzana e Trufelli dalla Cagliese. Nelle ultime ore di calciomercato la società mette a segno due
colpi: mette a segno il ritorno di Marino D’Aloisio in maglia granata (acquistandolo dallo Spezia) ed
infoltisce il parco attaccanti con la punta Christian Pazzi, proveniente dall’Arezzo.
L’incertezza rimane: cosa saranno capaci di fare questi ragazzi? Siamo sicuri che non vivremo un’altra
stagione in bilico fra la vita (salvezza) e la morte (retrocessione). Le risposte a queste domande sono fra
le più varie e disparate. Solo il campo potrà dare la soluzione vera, reale, definitiva. È senza dubbio una
squadra giovane: basti pensare che il più vecchio è D’Aloisio (1969); a seguire troviamo Pierobon e
Stefani (1979); per il resto, tutto il resto della squadra è nato negli anni ’80. È a tempo stesso una
squadra inesperta ma volonterosa, con un tecnico che da subito la sua impronta alla squadra.
La fine dell’estate del calcio fanese regala incontri amichevoli e di Coppa Italia. Nella gara interna contro
l’Ancona, il Fano non sfigura: perde, è vero, ma a testa alta. Sempre al Mancini, qualche settimana più
tardi affronta la Vis Pesaro. È un trionfo. Due a uno con un gioco spettacolare, veloce rapido. S’intuisce
che il Fano ha preso degli ottimi giocatori: su tutti si notano Biagianti, Ghidini e Pierobon.
Nessuno s’illude: si capisce che questa squadra deve puntare alla salvezza. Ad una salvezza agevole,
sciolta, senza patemi d’animo. Dando uno sguardo alle diciassette avversarie del girone B di C2, si capisce
che l’impresa non è impossibile: non ci sono grossi nomi, non ci sono squadre in grado di ammazzare il
campionato (come avevano fatto lo scorso anno la Florentia Viola e il Rimini). Non vi sono, tuttavia,
neppure squadre già condannate alla retrocessione. Un gruppone, insomma, di compagini dal volto e
dallo spirito operaio. Tutte con la voglia di fare il meglio possibile. Qualcuno arriverà primo. Qualcuno, per
forza, dovrà retrocedere. Ma di pronostici, non se ne parla… (CONTINUA)

IL VIOLINO
E IL LIUTAIO

Cinque aprile millenovecentonovantaquattro di Nicolò Canestrari

A
veva capelli dorati che gli scendevano sino alle spalle. Aveva un viso dai lineamenti perfetti, regolari,
dolci. Aveva due occhi azzurri piccoli, piccolissimi che lo facevano assomigliare ad un angelo triste.
Due pupille che lasciavano trasparire il suo dolore, il suo male interiore.
Aveva una passione innata per la musica. Aveva voglia di raccontarsi attraverso le note di quelle
canzoni dure, taglienti, laceranti. Aveva voglia di urlare quanto malato e maledetto fosse il mondo.
Aveva una moglie ed una figlia. Aveva una famiglia. Una famiglia che forse non gli dava quella calma e
quella serenità di cui aveva bisogno.
Aveva da parte un bel po’ di soldi. Ma li spendeva tutti per comprare un po’ di pace e di tormento:
antidepressivi, eroina, morfina e oppio. Droga, insomma. Droga per combattere il male di vivere che lo
attanagliava. Droga per contrastare le atroci fitte che gli tagliavano fegato e le ossa. Però non era un
drogato. O quanto meno, non voleva dare l’idea di esserlo né voleva essere ricordato come tale.
Aveva un fucile, comprato da un amico. Si trovava a Seattle, la sua città, in quel brutto giorno di dieci
anni or sono. Il cinque aprile millenovecentonovantaquattro se lo ficcò in bocca decidendo che era maglio
chiudere la partita, lasciando che la tristezza, la depressione, l’abbandono e la morte la vincessero. Sparò
un colpo. Quel colpo gli spaccò il cranio ammazzandolo sul colpo. Morì, in un lago di sangue e lacrime. A
dir la verità aveva già provato ad uccidersi un mesetto prima, in Italia, a Roma. Quel cocktail di cibo, alcol
e droga però non fecero effetto. Rimandò la fine ad un’altra data. Si tuffò nei tristi abbracci della moglie
6
Courtney e della figlia Frances Bean. Non gli furono sufficienti ed allora decise di andarsene.
In quel dannato cinque aprile millenovecentonovantaquattro, a Seattle, moriva Kurt Cobain. Aveva
ventisette anni. Troppo pochi per morire, ma già tanti per continuare a vivere in mezzo a quei tormenti.
Per alcuni fu solo uno sbandato, un alcolizzato, un drogato. Per di più, morto suicida. Per molti fu un
ragazzo che nelle sue ferite vedeva quelle del mondo intero. Nelle sue parole sporche e stupende
disegnava ritratti di persone, pensieri, sensazioni sbagliate. Fu un angelo triste che ora vola chissà dove.
Bye, Kurt.

RES
PUBLICA

A Fano si vota. Fra dubbi e punti interrogativi di Nicolò Canestrari

A
Fano si vota. Gli elettori fanesi sono chiamati ad affidare le chiavi amministrative della città ad un
uomo, un nome ed un volto nuovo. Si sfidano in questa corsa spalla a spalla Stefano Aguzzi e
Valentino Valentini (forse e vedremo poi il perché di questo “forse”). Siccome è bene essere
informati sulle proposte dei due principali candidati ed è ancora meglio dare un voto riflettendo in
maniera più che oculata, ci è parsa una buona idea fare il punto della situazione.
Partiamo parlando di Stefano Aguzzi. Questi figura come candidato chiave del centrodestra anche se alle
spalle ha una storia un po’ strana. Aguzzi, quarantunenne, è sempre stato una figura importante
all’interno del panorama politico fanese, vuoi anche perché molto vicino alla sinistra: dopo anni spesi in
fabbrica come operaio, Aguzzi entra in comune con importanti incarichi. L’alleanza stretta che c’è col
sindaco Carnaroli, lo porta ad avere un impiego di ancor maggior rilevanza: amministratore dell’Aset,
l’azienda che fornisce servizi quali acqua, elettricità, servizi igienici alla nostra città. Qualcosa, però, si
rompe: Carnaroli, non molto tempo fa, decide di non rinnovare la fiducia ad Aguzzi. Questi non può che
lasciare il passo ad un altro dirigente e legarsi al dito l’accaduto. Quasi per uno sgarbo al sindaco, Aguzzi
fonda la lista civica “La Tua Fano”, un movimento politico e culturale che non ha riferimenti in alcun
partito. O quanto meno, non dovrebbe. Un’associazione decisa a soverchiare i politicanti fanesi
proponendo un modo nuovo di fare politica. Tale lista civica si presenta come candidata alle elezioni,
queste elezioni, e propone Aguzzi come sindaco. Ci sono impegni forti, precisi, dettati dalla gran voglia di
cambiare nel programma de “La Tua Fano”: miglioramento del traffico, attenzione ai servizi sociali,
creazione di un centro d’aggregazione giovanile, difesa dell’Ospedale Santa Croce, sviluppo urbanistico,
sostentamento dell’imprenditoria, rilancio del centro storico, valorizzazione del turismo e via discorrendo.
Sin qui, nulla di strano. Ma c’è un momento in cui l’intera storia prende tutt’un’altra piega: il programma
di Aguzzi e di “La Tua Fano” viene appoggiato da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, U.D.E.U.R.
e U.D.C.. Cosa significa? Significa che, in poche parole, il “comunista” Aguzzi si ritrova a correre per la
poltrona di sindaco con forze governative della fazione opposta. Significa che questo candidato sindaco
(di sinistra) che doveva esser sciolto da ogni legame partitico, si ritrova ad essere ingabbiato in una
formazione ben precisa (il centrodestra). Aguzzi, a nostro parere, è uno che non voterebbe mai per
Berlusconi ma che ora strizza l’occhio ad accesissimi sostenitori del Cavalier Cuor di Banana, di Fini, di
Bossi. Il suo programma non fa una grinza ma la perplessità, sinceramente, resta. Mah…
Passiamo al centrosinistra. Già… ma… che dire del centrosinistra? Una cosa certa c’è, ed è questa: ancora
(scriviamo questo pezzo il nove d’aprile) la gauche fanese non è riuscita a trovare un candidato sindaco.
Si attorcigliata su se stessa puntando prima sulla Mollaroli, poi su Minardi (l’attuale vicesindaco) poi,
ormai definitivamente, su Valentino Valentini, dirigente d’alto rango della banca cittadina, la Carifano. I
dubbi all’interno della coalizione di sinistra restano: Rifondazione Comunista non ci sta, i cattolici
nemmeno. La Margherita difende a spron battuto Valentini e con essa i DS. E allora? Allora succede che a
7
due mesi dalle elezioni la sinistra non ha un candidato, non ha uno straccio di programma ma, cosa ben
più grave, ha perso tempo nei confronti di Aguzzi che, intanto, ha tappezzato Fano con la sua faccia, i
suoi occhiali ed il suo Rolex. Ha mandato a tutti i fanesi un depliant col suo programma. Rilascia interviste
ed ottiene consenso. In poche parole: si presenta già come sconfitta (ahinoi…).
Come se non bastasse, rimane una domanda che ingarbuglia ancor di più questi complicati esperimenti
fanesi di ingegneria politica: è vero o no che, comunque vada, qualsiasi sia il responso delle urne, a
vincere sarà comunque uno di sinistra? A noi pare di si. Ad altri no. Altri ancora continuano a non capirci
nulla.
Ad ogni modo, rimandiamo i nostri lettori ad un’altra data, sperando che la situazione sia un po’ meno
complicata e che, in questa storia, ci sia un po’ più di chiarezza.

SCHERMI
ACCESI

La sgradevole passione di mel di Nicolò Canestrari

D
overosa premessa: questa non è e non vuol essere una recensione. Anche perché il sottoscritto non
ha visto il film in questione (né conta di andarlo a vedere in futuro). Fatta la doverosa premessa, nel
lettore potrà sorgere spontaneo un dubbio: come si può scrivere un articolo (rischiando si sprecare
parole a vanvera) su una pellicola che non è stata vista né valutata, soppesata, giudicata con
cognizione di causa? Risposta al dubbio: non è mia intenzione valutare il film in quanto tale, ma piuttosto
vorrei riassumere in un pezzo (speriamo gradevole) una serie di impressioni e sensazioni che questo
lungometraggio mi ha fornito. Idee, insomma, che nascono solo ed esclusivamente dall’aver letto
commenti e recensioni, dall’aver visto trailer e pubblicità in televisione, interviste, discussioni sul tema. C’è
il rischio di dire un sacco di fesserie, certo. C’è il rischio di scrivere cose non giuste, è vero. Ma sarà
questo il punto di partenza da cui far scaturire nuovi e più approfonditi dibattiti sul tema. Quindi, chi vorrà
potrà pronunciarsi sull’argomento ora cercando di correggermi, ora contraddicendomi su quanto sto per
dire.
Ma bando alle ciance ed entriamo subito nel tema: l’idea di vedere un film su Cristo nel quale il punto più
alto ed importante è costituito dalla flagellazione di Nostro Signore, non mi attrae per niente. Ma, al
contrario, mi disturba e mi dispiace. Mi disturba perché, personalmente, sono sicuro di non essere in
grado di reggere tutta quella sofferenza né tanto meno sarei capace di sopportare venti minuti di
frustate, di sangue, di brandelli di carne che si staccano. Mi dispiace perché un film su Gesù e sulla sua
Passione non dovrebbe mettere l’accento quest’aspetto. Nella cinematografia (così come in tutta l’arte in
generale) il “non far vedere” qualcosa può essere altrettanto importante rispetto al “far vedere”. In poche
parole, trovo schifoso e riprovevole il fatto che Mel Gibson abbia voluto fare un film sul Cristo con l’unico
scopo di impressionare, di vendere immagini forti, di inserire nel film un realismo “troppo reale”. Mi si
dice, poi, che la parte della Resurrezione di Gesù è praticamente nulla, ben poca cosa rispetto al male ed
alla sofferenza che aleggia per tutto il resto del lungometraggio. Come la mettiamo, allora?
In secondo luogo, aggiungerei questo: ne ho visti di film stupidi, frivoli, da buttare. Ho speso (male) un
sacco di soldi per film che erano delle vere cretinate. Ma non mi attira per niente l’idea di vedere un film
la cui regia è curata dal protagonista di “What women want”, film stupidissimo nel quale Gibson legge nei
pensieri delle donne (le quali impazziscono per lui). Penso che uno come Mel Gibson debba sciacquarsi
più e più volte la bocca prima di parlare di Nostro Signore ed avrebbe fatto meglio a fare un film meno
violento, meno irritante.
Chiudo con un ultima considerazione: il merchandising del film è una cosa ignobile, qualcosa di penoso.
Ma vi rendete conto, lettori, che in America c’è gente che spende una barca di soldi per portare a casa
8
la riproduzione fedele dei chiodi della croce. Altri invece hanno trovato gradevole il papiro su cui
campeggiava la scritta “I.N.R.I.”. Altri ancora hanno acquistato le fruste della flagellazione. È questo il
modo di trattare la personalità di Cristo? È così bello giocare sulla sua morte? Non credo. Non credo
proprio.
Beh, il sottoscritto non ha altro da aggiungere. Almeno per ora. Ma, ripeto, la discussione non si chiude
qui. È solo l’inizio.
Caro direttore,

SPUNTI
E APPUNTI

La disfatta e il vagare della parola il direttore risponde


vorrei parlare un attimo della disfatta del Milan a La Coruna.
Chissà cosa avrà pensato il Cavaliere dopo il clamoroso 0-4 patito a La Coruna. Beh, del
resto, la formazione del Milan, lui la fa da dieci anni. Magari, questa volta non è stato lui ma
il fido Carletto che mai e poi mai si sognerebbe di remare contro il padrone. Troppo
importante è la panchina del Milan per andarla a perdere con una banale dichiarazione fuori
luogo. Il Milan, il Grande Milan, imbattuto nel 2004 e lanciato verso il clamoroso double
scudetto-coppa si è preso lo spaghetto nella caliente notte del Riazor e ha perso il primo
obiettivo. I frettolosi stavano già paragonando questa squadra a quella di Sacchi. L’Italia
piange tutte le sue squadre e deve assistere alle partite di un Depor che ha eliminato due
compagini del nostro Belpaese e un Chelsea allenato da un allenatore espatriato all’estero,
prima a Valencia, poi a Londra. Deve assistere ad una squadra allenata da un francese che
tanto tempo ha giocato e vissuto in Italia (il Monaco di Deschamps, ovviamente) e ad una
squadra che con una sola coppa vinta e quella che ha l’albo d’oro più ricco delle 4 rimaste in
lizza, il Porto. Ma del Cavaliere stavo parlando. Come avrà reagito al tracollo della sua
squadra del cuore (a proposito, ho letto da qualche parte, che da bambino tifava Inter) e a
vedere la sua squadra affondare gol dopo gol, cappella (di Dida) dopo cappella (di indaghi)?
Cosa avrà detto a Ancelotti alla fine? Che è stato un dilettante a non mettere Gattuso su Fran
e soprattutto a non mettere una punta soltanto, dopo che all’andata aveva vinto 4-1?
Distinti saluti.
Marcello Lippeschi
Lettera sagace la tua, che esprime al meglio le continue contraddizioni del nostro Presidente, pronto a
issarsi nel momento delle vittoria e a scaricare colpe nel momento della sconfitta. È di una supponenza
unica e credo e spero che questo suo continuo atteggiamento abbia aperto gli occhi degli italiani. Io ho
veramente goduto quella sera, di sano spirito sportivo anti—milanista e anti –Berlusconi soprattutto, forte
del mio cuore bianconero. In effetti il Milan probabilmente ha avuto il dazio per compimenti universali che
hanno finito per palare di squadra più forte di tutti i tempi. Su queste affermazioni spesso figlie dei
momenti sarebbe sempre opportuno rifletterci molte volte e chetare l’entusiasmo. Soprattutto con
Inzaghi. Il Milan attuale è sicuramente una delle squadre più forti del mondo attualmente, ma sono da
sempre contrario a definire una squadra “la più forte” perché spesso sono momenti legati a vair parametri
che vanno magari a falsare anche le vere forze in campo. Certo quest’anno la Champion’s rimane un po’
spoglia, mancheranno le grandi classiche e sarà un’edizione ricordata per il nuovo che avanza, come hai
fatto giustamente notare. E in fin dei conti non mi dispiace: è una prova in più che le squadre non si
fanno con i soldi ma con l’intelligenza. Marcello, il prossimo anno sarai ancora da noi a Torino?