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3 (Marshall, Mi, 18/04/2004) La Lamborghini Diablo non si era mossa. Sembrava non essersi accorta di quanto fosse successo.

Se ne stava parcheggiata, porte aperte, vernice metallizzata e bella figa mezza nuda indecisa se salire o scendere. Quel poster Sal l'aveva appeso al muro quattro anni prima. Aveva disegnato sopra il cofano una croce "perch se Ges avesse una macchina, guiderebbe una Lambo". A pennarello aveva aggiunto "o ti compro o ti rubo e tu mi porterai lontano da questo buco di merda!". Quante volte aveva maledetto e picchiato la sveglia che gli urlava di andare a scuola e si era ipnotizzato davanti al poster dove Mindy (se ti chiami Mindy sei per forza una bella figa mezza nuda da Lambo) lo aspettava; "premi sul mio acceleratore Sal, daiii!!". Nella penombra del tramonto Sal, seduto composto sul suo letto "hotelisticamente" fatto, fissava Mindy e la sua Diablo. Rileggeva le parole che aveva scritto. Ricordava bene l'autoscontro di pensieri che gli congestionavano la mente mentre scriveva la sua via di fuga. Nella sua testa si alternavano ad intervalli regolari il rush hour traffic di LA e la quiete del tempio zen Kodo Sawaki. "Questa l'adolescenza": il ritornello della colonna sonora della sua vita. Ora il suo cervello era diventato lineare, maturo. I pensieri dicevano "Salve, buongiorno Sal, sono un'idea, vorrei parlare, posso?". "Ci sarei anch'io, sono un pensiero. Prego, faccia prima lei, io aspetto senza problemi". Era stato invaso da una schiera di commercialisti che in completo blu o grigio parcheggiavano tra i neuroni l'Audi A4, station, come nuova, settanta mila chilometri, tagliandata. Era come se nell'incidente, insieme a Julian, fosse morta anche la sua adolescenza, la sua confusione, la sua paranoia, il suo odio. "Che mal di testa!". Pi Sal si analizzava e si conosceva, pi l'emicrania formato Diablo lo pregava di smettere. Solo qualche giorno prima tutto era "normale", sempre come il solito; ora invece si sentiva un vecchio che prima di spegnersi decide di tornare nella casa d'infanzia, di indossare le scarpette rosse con il velcro e di farsi una passeggiata lungo la via dei ricordi. Il suo zaino, i libri di scuola, i quaderni dove passava ore ed ore a scarabocchiare e rigurgitare il suo astio verso la societ. Il suo skate, scarabocchiato e pieno di adesivi, la scrivania, i cassetti con i giornalini porno. Una foto con Julian. Erano al centro commerciale, avevano rubato una Coca ed una SevenUp, dato uno schiaffo nell'ordine a: vecchietta (culo), nerd (testa), nerd due (testa e schiena), mammina (culo, con diversa intenzione rispetto alla vecchietta). Si erano poi infilati in una cabina - macchinetta "sparafoto" automatica. Julian mostrava trionfante la lingua mentre Sal, in difficolt per lo spazio angusto, stava leggermente di spalle e trafficava coi pantaloni nel disperato tentativo di mostrare la sua "vera faccia". Quella foto ora era muta, o forse era diventato sordo Sal. Una storia, la sua, che conosceva a memoria ma di cui non era pi protagonista. Anche la casa bianca, 614 Birch street, era cambiata. Quando Mitch era al lavoro, Kelly era in soggiorno, al telefono. Quando Mitch tornava a casa, Kelly era in camera al primo piano, al telefono. Quando Kelly non era al telefono, Mitch era davanti alla tv, volume 43. Quando Mitch spegneva la tv, Kelly gli urlava in faccia, volume 71. Quando Kelly urlava, Mitch colpiva, forza 8. Quando Kelly piangeva in camera al primo piano, Mitch

era di nuovo davanti alla tv, volume 64. La cena era solo il nome di un pasto preconfezionato, riscaldato al microonde e consumato fissando la Lambo (Sal), la tv (Mitch), il collasso fallimentare della propria esistenza (Kelly). - Sal! Scendi, la cena pronta! Ti stiamo aspettando! "Gi, le cose sono proprio cambiate!". I silenzi, gli scricchiolii della casa, i rumori delle stagioni: ecco i nuovi amici con cui Sal avrebbe dovuto familiarizzare. Sembrava fosse nato di nuovo, arrivato a casa dall'ospedale fresco fresco di trauma: un incidente o la vita, con i sogni ancora intatti. Ad attenderlo un involucro che, post terapia intensiva di antibiotici, da marcio sapeva ora di fresco pulito: la sua famiglia. Gli antibiotici avevano sanato anche il carattere di Sal. Non sentiva pi la rabbia. Quel fuoco che lo faceva sragionare, dare calci a tutto e a tutti, urlare fino a scoppiare, semplicemente non ardeva pi. Non ricordava la sensazione della rabbia. Come nel mezzo di un litigio, all'apice dell'ira, inciampi sul gradino, cadi ed inevitabilmente inizi a ridere. Ti senti un cretino. E pur sapendo perfettamente perch stavi litigando, ti sembra tutto ridicolo. Si sentiva cos anche Sal, mentre ripercorreva con la mente le sue scene shakespeareiane di delirio nervoso e si rivedeva buffo, esagerato, idiota. Amleto senza teschio e senza palco: un paranoico che spara cazzate. - Eccomi! I suoi genitori lo aspettavano seduti a tavola. Kelly gli si fece incontro mostrandogli il posto. - Siediti! Ho fatto il polpettone. Ti sempre piaciuto, almeno non il brodo dell'ospedale! - Grazie mamma. - Rispose impacciato Sal. La tavola cos apparecchiata la vedeva solo a Natale e a Thanksgiving quando suo padre ruttava sfacciatamente nel tovagliolo, Kelly lo fulminava e nonno Evan scoreggiava rumorosamente sancendo cos la fine ufficiale delle feste. - Come stai Sal? Come ti senti? - chiese Mitch - Abbastanza bene. Ancora sottosopra. Mi fa male la testa. - Ci vorr ancora del tempo, cos hanno detto. Ma torner tutto a posto! Sal abbass lo sguardo. Portava ancora il braccialetto dell'ospedale. Portava ancora la morte di Julian. - Non torner a posto. Julian non torner a posto. Mitch cerc per un istante la complicit della moglie poi si strinse nelle spalle e cal il silenzio. - Stai prendendo le medicine? - Certo mamma. Ogni otto ore, come prescritto. Iniziarono a mangiare: polpettone, salsa barbecue, imbarazzo, patate al forno, julienne di sguardi, pannocchie al burro, Coca Cola e birra. Per dessert gelato al limone per digerire i mezzi discorsi abbozzati che si strozzavano in gola. - Hai parlato con Carl? - Chiese Sal al padre - Sono stato a casa sua ma non c'era. L'ho cercato al lavoro, nemmeno l. Mi hanno detto che ha preso la moto e se n' andato. L'ho chiamato al cellulare ma staccato. L'ho chiamato al cercapersone ma non ha mai richiamato. - Vorrei vederlo. Vorrei parlare con lui. - Per dirgli cosa? - C'era una scheggia di sfida nella voce di Mitch. - Non ricordi nulla dell'incidente, cosa gli vuoi raccontare? Che eri ubriaco? Che hai ucciso suo figlio? Che gli restava solo Julian e tu gliel'hai abbrustolito?

Kelly tagli la lingua del marito che la birra evidentemente aveva sciolto troppo. - Quello che tuo padre NON in grado di dirti che non crediamo sia una buona idea che tu vada da lui. Si trattato di un tragico incidente. Succede, ne succedono ogni giorno. Quello che dobbiamo fare tornare alla normalit. Curarci le ferite. Non dico dimenticare ma almeno cercare di non piangerci addosso tutto il tempo. Grazie a Dio tu stai bene. Carl ha avuto una vita difficile ma un uomo forte. Sono sicura che sapr voltare pagina ed iniziare un nuovo capitolo. Ora ha bisogno di stare da solo, rispetta la sua decisione. Verr il giorno delle scuse e del perdono ma per ora dai tempo al tempo. Le parole di sua madre erano logiche e sensate quanto banali e scontate. Dimenticare. Era la soluzione pi facile. Dimenticare ed andare avanti. Si impara il valore delle cose soltanto quando si rischia di perderle. Aveva perso Julian, aveva imparato a rispettare la vita. Ma non era soddisfatto. Sal voleva affrontare Carl Reven, guardarlo negli occhi, scottarsi con la rabbia di un padre che ha perso il figlio e ritrovare la sua di ira, quella che aveva smarrito contro l'albero di Verona rd. - Io non voglio dimenticare Julian, non voglio... - "Cazzo che mal di testa". Sal strinse la testa tra le mani strizzando gli occhi. Kelly e Mitch Wheeley si alzarono di scatto. - Stai bene figliolo? Non devi sforzarti. Ti accompagno in stanza, hai bisogno di riposo. Buio, occhi chiusi e una bella aspirina. Mentre Mitch aiutava Sal a salire le scale, Kelly si rimise a sedere. Fissava i piatti con l'assenza di una donna tormentata. Lacrime di sconfitta materna inumidivano le guance indifferenti. Mentre incartava nell'alluminio gli avanzi freddi ed induriti della cena, scuoteva impercettibilmente la testa e dalle sue labbra scivol un muto "Che cosa abbiamo fatto?".