Sei sulla pagina 1di 8

Volume : 2 Numero: 41 Data: Settembre 2011 Sede: Gruppo Alternativa Liguria Di: Asta Paolo, Martini Claudio

Alternativa news
In collaborazione con: Megachip

IN QUESTO NUMERO
1 Come in Iraq: uninvasione Di: Giulietto Chiesa, intervistato da Fabio Chiusi [ pag. 1/2/3 ] 2 Dov Gheddafi? Il festival della disinformazione Di: Gianni Cipriani, con nota di Pino Cabras [ pag. 3 ] 3 Sette punti sulla guerra contro la Libia Di: Domenico Losurdo [ pag. 4 ] 4 Grandi Opere inutili: Tav, gli estremisti della maxi truffa Di: libre idee.org [ pag. 4/5 ] 5 Un tracoloo ben preparato Di: Giovanni Sartori [ pag. 5 ] 6 Lo stato dellUnione tra mercato e democrazia Di: Claudio De Fiores [ pag. 6/7/8 ] 7 La corsa del mondo verso la pace eterna, passando per la Libia Di: Ennio Remondino [ pag. 8 ]

'COME IN IRAQ: UN'INVASIONE'


Intervista di Fabio Chiusi a Giulietto Chiesa - espresso.repubblica.it.

Non c' stata alcuna insurrezione di popolo: stato tutto studiato a tavolino in Occidente per modificare gli assetti strategici del Nord Africa e contrapporsi all'avanzata della Cina nel continente. Un dualismo che pu portare a un nuovo conflitto mondiale. L'analisi controcorrente di Giulietto Chiesa. Tutto quello che vi dicono sulla guerra in Libia falso. Parola di Giulietto Chiesa. Ex inviato dell'Unit e della Stampa a Mosca, autore di svariati libri di geopolitica che confutano, tra l'altro, le versioni ufficiali dell'11 settembre e della morte di Osama Bin Laden (ma chi pu crederci seriamente?), Chiesa racconta all'Espresso la sua versione della fine del regime libico. Che a suo avviso il risultato di un conflitto lungamente premeditato in cui Silvio Berlusconi non conta niente e che apre per il Paese un futuro iracheno. E prelude addirittura a un terzo conflitto mondiale. Chiesa, come finir in Libia? La conclusione chiara: c' una tale disparit di forze sul terreno non tra i ribelli e Gheddafi, ma tra la Nato e Gheddafi, che non ci pu essere un altro esito che non una demolizione dell'attuale stato libico. Demolizione che per non finir la guerra. La guerra continuer in altre forme. E' evidente che Gheddafi ha delle forze. Con la sparizione di Gheddafi, per uccisione o con l'uscita di scena tecnica non finiranno queste forze, che si dimostrano sul terreno straordinariamente vitali. Che sar del Paese? Una delle varianti possibili la sua disgregazione e la prosecuzione di una situazione endemica di combattimento che richieder molti anni e molti morti di cui non si pu vedere la fine in nessun modo. La conclusione militare certa, la conclusione del conflitto no. C' un rischio Iraq? S, prevedo una cosa del genere. Esperti come Angelo Del Boca hanno la stessa idea. Perch la divisione del Paese stata artificiale, organizzata, stimolata. Nessun moto spontanea di ribellione della popolazione, nessun anelito democratico negli insorti? Su questo sono risoluto: non c' assolutamente nulla di tutto ci. Non c' nessuna vocazione alla democrazia in nessuna di queste rivolte. Le vocazioni democratiche sono risultate assolutamente minoritarie sia un Tunisia, sia in Egitto sia tanto pi in Libia. Questa descrizione dell'anelito dei popoli arabi alla democrazia occidentale una delle falsificazioni pi clamorose che siano state inventate nell'epoca moderna. E cosa li ha spinti allora? Nel caso della Libia il problema diverso, perch la guerra libica stata programmata con largo anticipo dalle forze occidentali. Ma per quanto riguarda l'anelito alla libert negli altri paesi accaduta una cosa che noi europei non vogliamo vedere, perch siamo eurocentrici. In questa parte del mondo avvenuta una rivoluzione demografica di proporzioni gigantesche. Negli ultimi 25 anni nata una nuova generazione di tunisini, algerini, egiziani che vedono la televisione, per esempio. E questo, che i loro padri non potevano fare, consente un confronto tra la loro vita di oggi e la vita, falsificata dagli schermi, dell'Occidente. E' una specie di modello Albania in grande scala. Vedono le tiv dell'Occidente, fanno i confronti, capiscono che i beni ai quali vorrebbero e potrebbero accedere non sono disponibili per loro e si
PAGINA 1 Alternativa news n41

rivoltano. Ma non capiscono anche che c' un altro sistema di governo che, invece, lo permette? Forse possono confusamente pensare che qualcosa del genere possono averlo anche loro. Ma non possono anelare a una cosa che non conoscono. I dati egiziani ci dicono che le spinte democratiche sono largamente superate da quelle a una societ islamica, autoctona, molto legata ai loro valori tradizionali. Perch dice che il conflitto libico stato programmato con largo anticipo? Io ho una teoria, che merita di essere verificata. Su Megachip.info, il mio sito, ho pubblicato la notizia che francesi e inglesi si stavano da tempo esercitando militarmente in vista di un attacco da organizzare contro un paese che minacciava i loro interessi. Nessuno l'ha smentita. Secondo: si sapeva benissimo che in Cirenaica c'erano gi gruppi armati paracadutati dai servizi segreti americani e britannici. Terzo: si sapeva benissimo che esisteva un governo provvisorio rappresentante la Cirenaica a Londra. Composto di persone i cui legami con i servizi americani e le fondazioni americani sono ben noti e accertati. A un certo punto si deciso evidentemente che bisognava modificare gli equilibri all'interno del Nord Africa. Perch adesso?. Gi, perch? Perch l'Africa sta diventando il grande terreno del confronto, per ora non militare ma economico, con la Cina. La Cina sta conquistando l'Africa con forme economiche e finanziarie di grande portata. L'Africa il terreno su cui la Cina dovr costruire una parte rilevante del suo sviluppo e del sostentamento del suo sviluppo, alimentare ed energetico. Lei a questo proposito ha parlato di Terza guerra mondiale... Certamente, questo l'avvio di uno scontro inevitabile. Da qui a 5-10 anni al massimo non ci sar pi spazio per noi, l'Occidente, e per loro, cio la Cina, su questo pianeta. E allora si porr il problema: se come dichiararono sia Reagan, che Clinton e Bush figlio e padre, il tenore di vita del popolo americano non negoziabile, allora la guerra. Oppure ci si rivolger in un'altra forma di cooperazione internazionale, ma di cui non vedo il minimo segno, ci si metter d'accordo per una gestione unitaria delle risorse disponibili che non sono infinite ma finite. Una forma di decrescita. Sostanzialmente s, evidente. La crescita non pi possibile. I prossimi 10 anni saranno di recessione dell'Occidente e di crescita di Cina, India, Brasile. E chi dichiarer guerra in questo ipotetico conflitto mondiale? Gli Stati Uniti, sicuramente. La Cina non ha l'egemonia n culturale n artistica degli Usa. La Cina potr dominare attraverso la sua presenza economica, ma non sar sufficiente n per trascinare, n per convincere, n per diventare particolarmente attraente o seduttiva. Solo chi il pi armato di tutti pu decidere le sorti di questo conflitto imminente. Cio gli Stati Uniti. Per in Libia gli Stati Uniti sono rimasti nelle retrovie rispetto a Francia e Inghilterra. S, cos che avvenuto. Hanno agito nelle retrovie e sono stati molto intelligenti. Perch hanno usato alcuni dei problemi dell'Europa. In questo momento l'attacco contro l'Europa. Se c' qualcuno che doveva sputtanarsi erano gli europei. Cos come stanno cercando di demolire l'Europa e l'euro per metterlo al servizio del dollaro, avevano bisogno anche di compromettere l'Europa in una operazione di pi vasto respiro. Di chi parla? Dei circoli che contano e hanno il potere negli Usa, e cio i banchieri che si riuniscono a Wall Street una volta al mese per decidere i destini dell'occidente. Non certo il povero Obama. Non c' nessuna democrazia in Occidente, non esiste pi. Esiste un simulacro di democrazia attraverso il quale noi pensiamo di incidere sui destini del pianeta. In realt la gente n in Europa n negli Usa conta nulla, contano loro decidono loro. La crisi europea in questo momento stata decisa da loro, da questo gruppo. Una oligarchia ristrettissima di uomini possenti i cui limiti intellettuali sono evidenti ma di cui altrettanto evidente l'assenza di limiti nelle loro ambizioni e nel loro egoismo. I nomi? Sono quelli come Warren Buffet, dei grandi potenti del pianeta. Che hanno in mano tutto. Venendo all'Italia, Berlusconi avrebbe potuto o dovuto comportarsi diversamente? Non avrebbe potuto comportarsi diversamente perch non conta nulla in questo gioco. L'ha detto lui stesso: Mi hanno dettato loro cosa fare. Non voleva fare la guerra con la Libia, per ragioni sue personali, e gli hanno fatto fare la guerra. Non voleva in nessun modo adottare le misure europee e gliele hanno fatte adottare. Non dico che avrebbe potuto fare meglio, non aveva margini di manovra. Lei ha criticato molto l'intervento Nato. Secondo lei sarebbe stato preferibile mantenere il regime di Gheddafi cos com'era? Chi che decide quale regime deve essere mantenuto? Nessuno aveva il diritto di intervenire in Libia. Lo statuto dell'Onu, che la risoluzione del 1973 ha cancellato, dice che un intervento dall'esterno ammissibile solo se un paese minaccia la pace internazionale con le sue azioni. Ma Gheddafi non lo stava facendo in quel momento. Da tempo si era messo in linea con gli interessi dell'Occidente. Perch si deciso che il suo regime non andava bene?, Per l'urgenza. Stava minacciando il bagno di sangue contro gli insorti. Tutto questo gi stato dimostrato come falso. I 10 mila morti non c'erano e nessuno li ha mai visti, le fosse comuni lo stesso, i bombardamenti sui cortei della popolazione non c'erano. Ho lavorato su tutte le fonti disponibili e non ho trovato una sola immagine, una sola notizia attendibile. La notizia stata data da Al Jazeera, ma era palesemente non credibile nel momento in cui stata data. Perch dopo due giorni dall'inizio delle rivolte qualcuno doveva aver contato i 10 mila morti, e io vorrei sapere come si fa. Tutto falso? Il fatto che noi siamo in mano a un mainstream media che racconta le balle che le vengono presentate da qualche fonte normalmente organizzata dai servizi d'influenza. Non li chiamo segreti. Sono loro che producono notizie false. Tutta questa ultima fase della battaglia interamente falsa. Perch abbiamo i testimoni l che ce lo raccontano. Non sono quelli che appaiono sui mainstream. Sappiamo che ci sono le squadre armate che sono state paracadutate. Sappiamo benissimo che i ribelli sono stati appoggiati pesantemente anche sul terreno da forze armate da armi che non erano libiche. I ribelli contano tanto come il tre di picche. Tutta questa storia stata pompata, come con l'Iraq, perch si organizza prima la spinta di massa dell'opinione pubblica per accettare la guerra e poi si fa la guerra. Quando l'opinione pubblica ha ceduto. Tutti i media mondiali sono stati tratti in inganno o asserviti? Non tutti, ma ci sono alcune marginali frange che non raggiungono mai il grande pubblico che dicono diversamente. Il resto dice tutto la

PAGINA 2 Alternativa news n41

stessa cosa. E sta accadendo da tempo. Abbiamo l'esempio dell'Iraq. Tutto il mainstream media ha sostenuto la guerra. Tutti i giornali italiani hanno sostenuto la guerra dell'Iraq, e tutte le televisioni, eppure era palesemente una menzogna. Io l'ho detto dall'inizio. Il mainstream agisce all'unisono per la semplice ragione che interamente nelle mani di coloro che organizzano la guerra. La gran parte dei giornalisti non fa il suo mestiere e racconta le bugie che gli sono inviate sottobanco. E gli inviati rapiti in Libia? Anche loro fanno cos? Ci sono anche amici miei minacciati di morte, in questo momento. C' una guerra sporchissima, in cui distinguere gli spioni che vengono paracadutati per fare gli istruttori con i giornalisti molto difficile. Di fronte ai bombardamenti che uccidono i civili, come quelli che stiamo vedendo in queste ore, direi che un peccato veniale. Truppe di terra? E' possibile, sono convinto ci siano gi le truppe di terra. Gli istruttori ci sono gi da mesi. Basta guardare le divise. Splendide. Armi modernissime. Da dove sono venute? Sono venute dal cielo? S, esattamente. Sono cadute dal cielo. Per il petrolio? No, quello lo prendevano lo stesso. Il problema che Libia e Siria, oltre alla Giordania a dire il vero, sono gli unici due paesi del Mediterraneo che non erano ancora integrati nel sistema militare di difesa della Nato. Con la caduta di Gheddafi la Libia entrer nel regime di difesa militare della Nato, estendendolo a tutto il Nord Africa. L'obiettivo di unificare sotto un unico comando militare non solo l'Europa ma anche il Nord Africa. Un'operazione di lunga prospettiva, molto strategica. La prossima la Siria? S. Oppure l'Iran, ma quella un'altra variante. Che emerger solo quando la crisi sar pi acuta.

Dov'

Gheddafi?

Il

festival

della
Con

disinformazione - di Gianni Cipriani - Globalist.ch.


nota aggiuntiva di Pino Cabras in fondo all'articolo.

Nel giro di poche ore, stando alle notizie diffuse da fonti incerte
o interessate e rilanciate acriticamente dalla stampa internazionale, il (o l'ex) leader libico Gheddafi ha fatto il giro dell'Africa. Una settimana fa, a Tripoli caduta (e caduta non era) si era rifugiato dentro l'ambasciata del Venezuela. Due giorni fa era rintanato dentro un buco a Tripoli mentre uno dei suoi figli aveva ben pensato di rifugiarsi in un hotel della citt; ieri era a Sirte, come annunciato in pompa magna dall'Eliseo e oggi sta in Algeria. Tralascio le varie fughe in Tunisia, nel Ciad, in Egitto e tutte le mete indicate come rifugio dei suoi numerosi familiari, altrimenti non basterebbero i depliant delle agenzie di viaggio. A qualche lettore pu venire in mente che tutte queste notizie insieme non reggono? Che se bianco non pu essere contemporaneamente nero o verde o rosso? E' evidente che in questo caos il lavoro della stampa davvero complicato, oltre ad essere pericolosissimo per coloro che si trovano nel mezzo della battaglia. Ma altrettanto vero che rilanciare acriticamente notizie provenienti da fonti inquinate e chiaramente false poco responsabile da parte delle agenzie e tv internazionali, dalle quali poi si abbeverano a loro volta le agenzie, le tv e i media nazionali. Un sedicente rivoluzionario dice che Gheddafi in una buca? Tutti i media dicono che in una buca. A Sirte? A Sirte. In Algeria? In Algeria. Tombola. Peccato, come gi detto in occasione della falsa caduta di Tripoli, che le principali fonti "locali" che dispensano ricostruzioni e certezze siano gestite direttamente da alcuni servizi segreti occidentali e un paio di siti web dai loro colleghi di paesi arabi. Una vera e propria industria del depistaggio, ma pur di sparare un titolo ad effetto tutto fa brodo. Che dire? Gheddafi sicuramente alla fine. Ma se da pi parti si tratta, come in queste ore a Malta, evidente che il rais non ancora finito ed in grado di fare molto male prima di cedere. Basti pensare che potrebbe usare in qualsiasi momento le armi chimiche che sono in sua mano. E che il potenziale militare di cui dispone (vedi gli articoli di Remondino) assai consistente. La guerra di Libia forse, anzi probabilmente, alle battute finali. Qualcuno la ricorder come la fine di una tirannide. Qualcun altro anche come una guerra raccontata a suon di menzogne, attraverso la manipolazione sistematica dei media, con tante

verit parziali (e perci innocue) e bugie strategiche. Nel complesso, non esattamente la migliore pagina del giornalismo internazionale e la prova che anche nell'era digitale la disinformazione pu trionfare. Anzi, ancora di pi. La rete non sempre garantisce pi controlli. In questo caso ha moltiplicato le falsit. E comunque l'Iraq non ha insegnato nulla. Nota di Pino Cabras: Condivido l'impianto e gli esempi della critica di Cipriani nei confronti del vergognoso comportamento dei grandi media nel merito della guerra di Libia. Tuttavia il cenno al fatto che Gheddafi "potrebbe usare in qualsiasi momento le armi chimiche che sono in sua mano" fa eco proprio a una delle voci pompate dai media in questi giorni con un'intensificazione sospetta. Siccome non siamo fra quelli cui "l'Iraq non ha insegnato nulla", prendiamo con molto scetticismo ogni enfasi su ipotetiche armi di distruzione di massa. Lo stato vero della guerra e le brutalit cui ha fatto ricorso la NATO sono state mascherate con una valanga di propaganda, ma ora non possono pi nascondere una certa empasse sul terreno. Una vera svolta potrebbe aversi, vista l'inconsistenza dei cosiddetti "ribelli", solo con un intervento ancora pi diretto della NATO, ossia un'invasione massiccia sul terreno e una gestione politica della nuova fase. Solo che un tale intervento avrebbe bisogno di pretesti estremi. Le armi chimiche somigliano molto a un pretesto di tal fatta. Perci estendiamo la sfiducia anche a questa notizia, proprio in continuit con la sfiducia dimostrabilmente giustificata che abbiamo nei confronti dell'immenso e inattendibile apparato informativo che appoggia la guerra in corso.

PAGINA 3 Alternativa news n41

Sette punti sulla guerra contro la Libia - di Domenico Losurdo.

Ormai persino i ciechi possono essere in


grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia: 1. E in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verit finisce col filtrare sugli stessi organi di informazione borghesi. Su La Stampa del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: una guerra tutta esterna, cio fatta dalle forze Nato; il sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi. Una vignetta dellInternational Herald Tribune del 24 agosto ci fa vedere ribelli che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato. 2. Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il Sunday Mirror del 20 marzo ha rivelato che gi tre settimane prima della risoluzione dellOnu erano allopera in Libia centinaia di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari pi sofisticati e pi temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sullInternational Herald Tribune del 31 marzo, a proposito della presenza di piccoli gruppi della Cia e di unampia forza occidentale in azione nellombra, sempre prima dello scoppio delle ostilit il 19 marzo. 3. Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nellarticolo gi citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: La Nato che ha raggiunto la vittoria non la stessa entit che ha avviato la guerra. Nel frattempo, lOccidente gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscir a mantenere il controllo su un continente che sempre pi avverte il richiamo delle nazioni non occidentali e in particolare della Cina? Daltro canto, lo stesso quotidiano che ospita larticolo di Annunziata, La Stampa, si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: Nuova Libia, sfida Italia-Francia. Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, leditoriale di Paolo Baroni (Duello allultimo affare) chiarisce: dallinizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, si subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tuttaltro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, lItalia ovviamente. 4. Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. LInternational Herald Tribune del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di pi 30 combattenti

pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ci lascia pensare che abbiano subito unesecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su unambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio. 5. Barbara come tutte le guerre coloniali, lattuale guerra contro la Libia dimostra lulteriore imbarbarimento dellimperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dellopinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi allOccidente un diritto proclamato apertamente. Il Corriere della Sera del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa. Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare unintera famiglia. 6. Non meno barbara della guerra, stata ed la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la libera stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la notizia, secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che pi agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa notizia cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora unaltra notizia, secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: limportante criminalizzare il nemico da annientare. 7. A suo tempo Mussolini present laggressione fascista contro lEtiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavit; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro limperatore etiopico Hail Selassi quale Negus dei negrieri; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi il dittatore. Come non cambia la natura guerrafondaia dellimperialismo, cos le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuit. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facolt), egli

scrive: Cos' un monarca assoluto? E' colui che quando comanda: la guerra deve essere, la guerra in effetti segue. Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare lInghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme liberali di quel paese. E una lezione di cui far tesoro: i monarchi assoluti del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle pi importanti capitali occidentali.

Grandi opere inutili: Tav, gli estremisti della maxi-truffa


da libreidee.org.

Se crolla il tetto del tuo garage, non ti


compri una Ferrari: ti sistemi il tetto e ti tieni la Punto. Domenico Finiguerra, sindaco virtuoso di Cassinetta di Lugagnano (Milano) e fondatore del movimento Stop al consumo del territorio, sintetizza cos il suo pensiero al forum Grandi Opere Inutili allestito tra Bussoleno e Venaus, ennesima sfida culturale della valle di Susa contrastare la Torino-Lione con cifre e analisi a cui la politica nazionale e piemontese solita rispondere con slogan ideologici del secolo scorso, conditi con disinformazione e lacrimogeni. I dati? Parlano da soli: il traffico ItaliaFrancia crollato di oltre il 70% e lemergenza a nord, non a ovest: senza una rete ferroviaria adeguata, i Tir in arrivo dal Gottardo continueranno a lasciare i treni intasando le autostrade. La Torino-Lione? Assolutamente inutile nonch dannosa, perch indifferente al contesto, spreca il denaro pubblico, non esprime le necessit di una comunit ma solo le esigenze di una lobby economica. Lo sostiene il meteorologo Luca Mercalli, volto televisivo e No-Tav della prima ora: Opere come la Torino-Lione dovrebbero essere sottoposte, prima di ogni decisione, a critiche rigorose. Invece si dice, manu militari, che bisogna dare la parola alle ruspe perch necessaria. Se necessaria, dimostratelo con le cifre. Se Mercalli in trincea fin dallinizio anche come abitante della valle di Susa, il forum 2011 ha richiamato a Bussoleno esperti da tutta Italia, pronti a fornire le prove di quanto i No-Tav vanno affermando da anni: prima ancora che costosissima e devastante per il territorio, la Torino-Lione clamorosamente inutile. Lo dimostra il crollo del trasporto ferroviario delle merci in Italia, in particolare quello verso la Francia. Numeri significativi, snocciolati da Dario Balotta, presidente dellOnlit (Osservatorio liberalizzazioni infrastrutture e trasporti) presentando i dati di Cargo Fs: in Italia, 8.000 carri merci e

PAGINA 4 Alternativa news n41

Un tracollo ben preparato


di Giovanni Sartori - corriere.it.

Tutti

gli economisti, o quasi tutti, sostengono che la salvezza sta nella crescita. Perch il mondo occidentale non cresce pi (in nessun senso della parola). La sola crescita globale stata, da un secolo a questa parte, quella della popolazione. Oggi siamo 7 miliardi, forse arriveremo a 9 o anche a 10. E di tanto cresce la popolazione, di altrettanto (se non pi) crescono i problemi che la crescita economica dovrebbe risolvere. Problemi che oramai sono di grande depressione. E problemi che le ricette degli economisti non sembrano in grado di risolvere. Forse perch sono ricette che ci hanno fatto sbagliare previsioni e terapie da almeno mezzo secolo a questa parte. Perch da mezzo secolo a questa parte gli economisti ci hanno incoraggiato a spendere pi di quanto guadagniamo, creando cos un progresso economico fondato sul debito. Il debito pubblico che oggi assilla tutti (anche se alcuni pi, alcuni meno) nasce cos: dallo Stato che spende e spande, che elargisce pi di quanto incassa. Negli Stati Uniti, per decenni, l'indicatore di una economia che tira stato la consumer confidence , la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno. Un altro problema delle societ industriali avanzate che alla fine le macchine disoccupano. Certo, all'inizio creano occupazione per creare le macchine; ma poi, alla lunga, finisce che sono le macchine che lavorano per l'uomo e che lo sostituiscono. Questo problema stato oscurato dalla teoria (eminentemente sociologica) che la societ post industriale era, e doveva diventare, una societ dei servizi. Certo, in parte s. Ma in parte la societ dei servizi diventata sovrappopolata e parassitaria perch serve a colmare il buco della disoccupazione crescente. Il nostro Sud un magnifico esempio di politica che diventa strumento di pubblico impiego. Il sistema che sono andato descrivendo era destinato a

crollare. E difatti sta crollando. L'aggravante poi stata la globalizzazione. Nel 1993 scrivevo che a parit di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi. Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita. finita, per ora, che la Cina diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano pi di noi. Ci sono, infine, le malefatte dei banchieri e del loro avventurismo speculativo con i soldi degli altri. Hanno cominciato a elargire mutui subprime e cio insufficientemente garantiti. E poi si sono buttati sui derivati, una diavoleria escogitata da due matematici che nemmeno i banchieri n i loro economisti hanno ben capito. Il che non toglie che siano riusciti a inondare il mondo con un nuovo tipo di pericolosa spazzatura. Cos oggi si scopre che abbiamo consumato le risorse per stimolare la ripresa, la crescita, senza che le nostre economie ripartano, senza che ci sia ripresa. Anche la locomotiva tedesca sembra che si sia fermata, la disoccupazione giovanile altissima un po' dappertutto, e non pu essere assorbita da impieghi burocratici che gi soffrono di elefantiasi. S, in Italia bisogna assolutamente ridurre in modo drastico un deficit che continua ad alimentare uno dei pi alti debiti pubblici del mondo. Ma bisogna anche dire la verit, tutta la verit. Come ha ben dichiarato il presidente Napolitano: La maggioranza ha nascosto la gravit della crisi. Berlusconi bravo, bravissimo, come illusionista. Resta da scoprire se sa vedere e dire la verit.

256 locomotive in meno dal 2008 al 2009. Pessime performance gestionali, accusa Balotta, come riferisce Mauro Ravarino sul Manifesto in un servizio ripreso dal sito NoTav.info: 7% la quota di trasporto su ferro in Italia rispetto al 12% europeo (Francia al 14 e Svizzera al 64). Prima di ponti e trafori avremmo bisogno di arrivare agli standard europei, da cui lItalia resta lontanissima. Addirittura impressionante il crollo del trasporto merci fra Italia e Francia: un calo del 72% negli ultimi anni, dal 2000 al 2009, come sostengono i No-Tav che denunciano che lattuale linea ferroviaria Torino-Modane che attraversa la valle di Susa praticamente deserta: che senso ha, allora, insistere nel voler costruire una nuova linea verso la Francia? Non si tratta quindi di una direttrice strategica, come vogliono far credere i promotori della TorinoLione, dice Balotta. La vera urgenza non raddoppiare il tunnel del Frejus, ma adeguare e rilanciare la rete esistente per accogliere le migliaia di tir che arriveranno in treno dal Nord Europa nel 2016 con lapertura del nuovo tunnel del Gottardo e far proseguire ai conteiner il viaggio su ferrovia anzich su strada come avviene oggi. Ancora una volta in valle di Susa si sono alternati comitati italiani ed europei che lottano contro grandi opere ritenute inutili, dalla Germania alla Francia, dalla Spagna allAbruzzo e alle Marche, scrive il Manifesto. Mega-gasdotti, stazioni interrate, aeroporti faraonici, linee ad alta velocit. Non unopposizione tout-court, ma motivata da analisi e studi. Per Domenico Finiguerra, bisognerebbe contrapporre a poche grandi e dannose opere una miriade di piccole opere utili per risanare il dissesto idrogeologico, ancor di pi in questa fase di crisi economica. Chi propone opere come il Tav si autoproclama moderato e ci taccia come sovversivi. Estremisti sono, invece, loro che non hanno coraggio di mettere in discussione un modello di sviluppo non pi sostenibile. Il mito della crescita infinita ha fallito: Ogni anno, in Italia, vengono coperti dalla crosta repellente di cemento e asfalto, come la definiva Antonio Cederna, 500 chilometri quadrati di suolo, 62,5 metri quadrati al minuto, dice ancora Finiguerra. E per Sergio Ulgiati, docente di Scienze ambientali a Napoli, fondamentale capire se limpatto ambientale e i costi energetici e sociali sono accettabili se paragonati ai benefici e, pure, chi paga i costi (anche quelli occulti) e chi gode dei benefici. Un aspetto cruciale, perch le comunit che vogliono controllare il conto non stanno difendendo il loro giardino ma i diritti e lo stile di vita di popolazioni lontane colpite da uno sviluppo di cui non godranno mai i benefici. Ivan Cicconi, direttore di Itaca (Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilit Ambientale) spiega che ad essere malato il sistema post-fordista che ora, per disperazione, punta tutto nella realizzazione delle grandi opere, non importa se utili o meno: come unenorme ragnatela, orientata solo al mercato e ormai priva di innovazione tecnologica. Una aggregazione imprenditoriale fallimentare, che scarica la competizione verso il basso alimentando il lavoro nero. Per Cicconi, lunico prodotto che pu consentire a questo modello di impresa virtuale di massimizzare i profitti la grande opera, che ha un valore solo per il presente e prescinde dal passato e dal futuro.

PAGINA 5 Alternativa news n41

Lo stato dell'Unione, mercato e democrazia

tra

di Claudio De Fiores - sbilanciamoci.info. nunione politica senza politica economica, una moneta senza stato, una forma di governo senza governo e senza bilancio. Lintegrazione europea si appiattita sul mercato ma lEuropa non si esaurisce nelle politiche liberiste. Quello che serve sono nuove basi democratiche per il processo dintegrazione. Lesplosione della crisi finanziaria ha evidenziato tutti i gangli scoperti della costruzione europea: ununione politica senza politica economica, una moneta senza Stato, una forma di governo senza governo e senza bilancio. N avrebbe potuto essere diversamente. stata la stessa Unione europea a stabilire che le politiche di spesa avrebbero dovuto essere eterodeterminate sulla base di un mero fattore quantitativo: il prodotto interno lordo. E finanche la possibilit di avviare, a livello europeo, unaltra politica monetaria stata rigidamente esclusa dalla stessa Banca centrale la cui funzione sistemica sempre stata solo quella di impedire linflazione. N tanto meno mai stato a essa consentito secondo Statuto di intervenire a sostegno delle finanze disastrate di uno stato membro (no bail out). Basti solo pensare che quando la crisi arrivata ad aggredire uno dei suoi membri (la Grecia), lUnione europea, pur di non contravvenire al dogma liberista, non ha esitato a prendere in considerazione finanche la possibilit di espellere definitivamente lo Stato ellenico dalla sua compagine. Lassenza di vocazione statale da parte dellUnione non avrebbe potuto esprimersi in modo pi chiaro. Unassenza che la causa preminente della paralisi decisionale dellUe e della sua congenita inettitudine a fronteggiare le emergenze. Daltronde, in ambito europeo non solo non vi un organo dotato di poteri di crisis management (non lo la Bce, ma non lo nemmeno la Commissione o il Consiglio). Ma nemmeno avrebbe potuto esserci. La sola eventuale previsione di una crisi economica e finanziaria di tipo strutturale avrebbe voluto dire, da parte dellUnione, smentire risolutamente se stessa, la sua incrollabile fiducia nella stabilit del sistema, il suo funzionalismo, le sue certezze finanziarie: la centralit della moneta, lequilibrio finanziario, il patto di stabilit, la libert di concorrenza, i divieti di aiuti di stato. Assumersi a priori il rischio di una crisi finanziaria avrebbe, in altre parole, voluto dire, da parte delle istituzioni dellUnione, misurarsi con le politiche di intervento

PAGINA 6 Alternativa news n41

economico e ammetterne la pregnanza e la legittimit. Uneventualit che lUnione europea non ha mai voluto prendere seriamente in considerazione, almeno fino allesplodere della crisi greca quando la Bce si trovata costretta a infrangere il suo statuto e i governi a erigere muri di denaro a difesa non solo della Grecia, ma innanzitutto delleuro. La strategia di salvataggio predisposta nota: lUnione si impegna a intervenire a sostegno della Grecia e di tutti gli stati in difficolt, ma solo a condizione che essi adottino draconiane misure di risanamento, incisive politiche di smantellamento dello Stato sociale e di compressione dei diritti. Di qui lesigenza di invertire la rotta e di pensare a unaltra Europa, ridefinendo dal basso le condizioni del processo di integrazione. Condizioni che non possono pi essere quelle dettate dallideologia liberista e dal potere tecnocratico. Perch ci di cui lEuropa ha oggi vitale bisogno innanzitutto un governo delleconomia, da realizzarsi attraverso una compiuta e radicale riformulazione dei parametri di Maastricht. Altri dovranno, in futuro, pertanto essere i cardini del processo di integrazione europeo: la piena occupazione, lintroduzione del reddito minimo garantito, la costruzione di un welfare europeo inclusivo (e non pi disegnato cos come lo stato in passato a livello nazionale attorno alla figura del cittadino, maschio, lavoratore). Per uscire dalla drammatica crisi in cui lEuropa oggi precipitata vi pertanto una sola via duscita: ridurre le disuguaglianze economiche che sono vertiginosamente cresciute nel corso della globalizzazione capitalista e provare a offrire risposte concrete e inclusive a quegli europei (cittadini e migranti) che, in questi anni, hanno dovuto subire laggressione sociale sferrata dalla new economy. Ma la costruzione di unEuropa sociale non pu per discendere solo da un mero aggiustamento dellassetto istituzionale dellUnione europea o delle sue finalit originarie. Per perseguire tale risultato necessario piuttosto una sua rifondazione. Anche perch il processo di integrazione nato ed stato avviato con un mandato politico ben preciso: linstaurazione di un mercato comune e di ununione economica e monetaria (art. 2 CE). Nel suo codice genetico, dei progetti di costruzione di unEuropa politica e sociale non v traccia. A imporsi nella fase di progettazione dellEuropa unita stata piuttosto lideologia del comunitarismo mercatista: unideologia del tutto sprovvista di una coerente dimensione politica e intenzionalmente protesa a trascurare ogni altra possibile declinazione del cammino comunitario (in senso sociale, costituzionale, culturale, civile). A seguito

della svolta comunitaria della fine degli anni cinquanta inizia cos progressivamente a emergere, sul terreno politico e sociale, unEuropa contraddittoria, recalcitrante, strabica. Con un occhio rivolto alla costruzione dello stato sociale (a livello nazionale) e con laltro intento, invece, a sostenere i processi di liberalizzazione dei mercati (a livello comunitario). Insomma per dirlo la Gilpin: Smith allestero, Keynes in patria. Due processi paralleli, destinati a divaricarsi sempre pi nel corso del glorioso trentennio, per poi progressivamente convergere. Fino a saldarsi definitivamente a Maastricht. Con la stesura del Trattato di Maastricht ogni stonatura tra le due Europe viene pertanto risolta. Le politiche di coesione sociale subiscono in tutti i paesi europei una straordinaria battuta di arresto. E finanche gli indirizzi politici nazionali, incalzati dai contenuti del nuovo Trattato, si convertiranno, in breve tempo, alle ragioni del patto di stabilit. Una spirale, questa, che avvolge anche lordinamento italiano costringendo improvvisamente allineffettivit le disposizioni di impianto sociale della Costituzione. Ciononostante lidentit europea continua, ancora oggi, a preservare (seppure a stento) una sua originale e spiccata connotazione. Anche se a parere di chi scrive la sua essenza non andrebbe per confusa con gli odierni assetti dellUnione europea o lacquis communautaire. LEuropa, come noi la intendiamo, non quella dei Trattati. La sua identit non data dalle sentenze della Corte di giustizia, dalle risoluzioni dei Comitati e nemmeno dai rapporti delle Agenzie. N tanto meno essa risiede, in alcun modo, nellideologia del mercato. Queste componenti anzi se cos si pu dire hanno tendenzialmente operato nei confronti dellEuropa in direzione ostinata e contraria, cercando, tappa dopo tappa, di mitigarne il significato, di coartarne lessenza, di vanificarne le istanze pi progressive. Lidentit dellEuropa risiede, piuttosto, nel suo modello sociale, nella sua sperimentata capacit di piegare gli assetti della produzione capitalista alle istanze di giustizia sociale, nella correlata attitudine a regolare le dinamiche del mercato vincolandole concretamente al perseguimento di politiche redistributive e al soddisfacimento dei bisogni. questa lEuropa alla quale bisogna tornare a guardare. Il contributo di civilt che lUnione oggi chiamata a dare ai processi di globalizzazione non pu, pertanto, continuare a essere letica del mercato. N tanto meno pu essere il liberismo la via che, in un futuro (pi o meno prossimo), potrebbe consentire allUe di divenire un esempio attraente per tutto il mondo. Ecco..

perch lEuropa non pu continuare a essere una realt eterodiretta dalle banche e dalle agenzie di rating. Ci di cui essa ha invece bisogno piuttosto una nuova politica europea. Una politica allaltezza delle sfide che la (post)modernit le pone, ma allo stesso tempo capace anche di farsi carico dei drammi sociali dellintero continente: dalla condizione dei migranti al vertiginoso aumento delle disuguaglianze sociali, dalle questioni ambientali allespansione delle aree di povert. Vere e proprie distorsioni del sistema che lintransigente ostentazione del mercatismo comunitario ha, in questi anni, contribuito ad accrescere oltre misura. Di Europa continua quindi a esserci ancora oggi bisogno. Anzi potremmo quasi dire che mai come oggi lEuropa ha bisogno di Europa. E cio a dire di una dimensione sovranazionale concreta capace di invertire la rotta monetarista e di rifondare progressivamente la coesione sociale tra e allinterno delle societ europee. Solo cos sar possibile in futuro tornare a connettere potere e diritti, politica e democrazia. Ma, a giudizio di molti, il mutamento di paradigma economico e sociale, da parte dellUnione europea, sarebbe gi avvenuto. A tal punto che sarebbe stato proprio labbandono dellortodossia liberista ad aver consentito allUnione di reggere di fronte alla debacle finanziaria globale di questi anni. Il merito principale di questa svolta viene solitamente ascritto al Trattato di Lisbona, il cui impianto sarebbe stato scrupolosamente delineato nel corso del 2007 con un occhio rivolto alla (allora imminente) crisi economica. E tutto ci al fine precipuo di arginarne gli effetti. E le ragioni parrebbero non mancare. Tra le istanze che sono divenute parte integrante del nuovo Trattato troviamo oggi la giustizia sociale, lo sviluppo sostenibile dell'Europa, la crescita economica equilibrata; limpegno dellUnione contro l'esclusione sociale e le discriminazioni. E finanche il principio della economia di mercato aperta e in libera concorrenza parrebbe essere stato definitivamente soppiantato da quello della economia sociale di mercato fortemente competitiva (art. 3.3 TUE): una vera e propria inversione di rotta, prevalentemente imposta si detto dalla condizione di smarrimento nella quale sarebbe, in breve tempo, piombata lideologia mercatista nel corso degli ultimi anni. Ma tutto ci non convince. Il mutamento di paradigma sociale introdotto dal Trattato di Lisbona un mutamento pi enunciato che praticato, anche perch sguarnito di tutti quei congegni giuridici e sociali necessari ad assicurarne lefficacia. come se per dirla banalmente il Trattato di Lisbona, constatati i guasti e preso atto del fallimento del modello liberista

dellUnione, abbia poi deciso di proseguire sulla stessa strada. A tale riguardo va, altres, evidenziato che il millantato passaggio a uneconomia sociale (seppure di mercato) oggi espressamente contraddetto dai contenuti del Protocollo n. 27 (Mercato interno e sulla concorrenza) e, soprattutto, dal Trattato sul funzionamento. Dallart. 119 TFUE apprendiamo, infatti, che v una sola soluzione per realizzare le ambiziose istanze contemplate dallart. 3 del TUE (lo sviluppo sostenibile dell'Europa, una crescita economica equilibrata, la tutela e il miglioramento della qualit dell'ambiente, la lotta contro l'esclusione sociale e le discriminazioni). E questa soluzione ancora e non potrebbe che essere, vista lispirazione ideologica dei Trattati leconomia di mercato aperta e in libera concorrenza. A fronte di tale dogma a nulla serve ricorrere a suggestivi espedienti retorici per provare a coniugare ci che coniugabile non : la giustizia sociale (art. 3.3 TUE) e il divieto di non discriminazione in base al patrimonio (art. 21); il primato della economia di mercato aperta e in libera concorrenza (art. 119 TFUE) e la lotta contro l'esclusione sociale e le discriminazioni (art. 3.3 TUE). Per superare tale impasse c bisogno daltro. E soprattutto c bisogno di comprendere che il primato del mercato non un dato imposto dalla natura, che il dominio delleconomico non segna la fine della storia e che, in definitiva, finanche gli orizzonti di senso possono oggi essere rifondati a partire dai bisogni. A chi, in definitiva, ancora oggi ci presenta il futuro dellEuropa come un sistema chiuso, post-politico, rigidamente modellato sui principi del monetarismo, che non consente scelte diverse, necessario cominciare a opporre la politica che , per definizione aristotelica, larte delle scelte. Daltronde come abbiamo appreso dalla stessa Scuola di Friburgo anche il mercato, le sue dinamiche, i suoi assetti, sono espressione di una decisione politica. Nulla avviene spontaneamente nel diritto. E ancor meno in politica e in economia. E se ci vero, in via di principio, lo tanto pi se ci si riferisce alla vicenda europea dove per assecondare le ragioni del mercato gli esecutivi statali hanno, in questi anni, dovuto operare politicamente frantumando corazze nazionali, travolgendo resistenze sociali, spianando montagne. Per la costruzione del dominio del mercato anche se ci pu apparire paradossale sono state nel recente passato intraprese vere e proprie imprese titaniche. Imprese del tutto affini (nelle modalit, ma non nei contenuti) a quelle che, nel corso dei Trente glorieuses, avevano consentito

alle singole nazioni di instaurare in tutta Europa lo stato sociale. E questa volta anche con qualche eccesso di dirigismo in pi, vista lestrema complessit degli obiettivi che gli stati europei si erano ora ambiziosamente prefissi. Anche il Trattato di Lisbona ci pone, pertanto, ancora una volta al cospetto di una Europa vincolata allideologia liberista: senza un orientamento costituzionale, senza un orizzonte sociale, senza una coerente prospettiva politica. Il modello di sviluppo che lUnione europea continua ancora oggi a propinare ai suoi popoli , daltronde, sempre lo stesso: quello del dominio assoluto del mercato, dello smantellamento delle garanzie sociali, della flessibilit del lavoro. Un modello che punta, giorno dopo giorno, trattato dopo trattato, crisi dopo crisi, a scaricare tutti i costi del sistema e le sue contraddizioni sul lavoro salariato, sullo stato sociale, sul precariato. E anche oggi, a fronte di una crisi finanziaria devastante e senza precedenti, lUnione, anzich provare a concepire un piano europeo di intervento pubblico, ha ancora una volta preferito procedere in ordine sparso, confidando nei vecchi feticci del capitalismo globale, nelle energie del mercato, nel funzionalismo comunitario. questo il modello sociale avallato dal Consiglio europeo del 24 e 25 marzo 2011, il cui pacchetto globale di misure prevede, tra laltro, la ricontrattazione degli accordi salariali nel pubblico impiego per assimilarli allo sforzo di uniformit del settore privato; la promozione di una maggiore flessibilit nei rapporti di lavoro; un articolato sistema di interventi sulla sostenibilit di pensioni, assistenza sanitaria e prestazioni sociali e cos via. E tutto ci nel nobile tentativo di impedire che il virus greco possa in futuro contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendo le loro rispettive economie alle insidiose manovre speculative dei mercati finanziari. Ci si dimenticato per di precisare che se ci , in questi anni, avvenuto lo si deve anche alla circostanza che gli Stati anzich riformare il sistema finanziario (dopo la crisi del 2008) lo hanno sostenuto e aiutato a divenire ancora pi aggressivo di quanto prima non fosse. Che lUnione europea non ha mai voluto contrastare la speculazione internazionale con efficaci imposizioni fiscali sulle transazioni. Che non si inteso almeno fino a oggi procedere allistituzione di agenzie europee di rating pubbliche. La crisi finanziaria, pi che innescare lauspicata inversione di tendenza verso unEuropa sociale, parrebbe pertanto essere stata assunta dai governi europei

PAGINA 7 Alternativa news n41

come lultimo pretesto per regolare definitivamente i conti con ci che rimaneva dello stato sociale nei singoli paesi dellUnione. Di qui il delinearsi di unoffensiva politica insidiosa e pervasiva destinata a risolversi, da una parte, in una vera e propria azione di demolizione della sanit, dellistruzione, della previdenza sociale, del lavoro (decurtazione degli stipendi, riduzione dei salari nominali, inasprimento delle forme di precarizzazione nellaccesso al lavoro). Dallaltra in una spinta selvaggia verso le privatizzazioni e la svendita di immensi patrimoni nazionali. La drammatica crisi in cui versa il progetto europeo esige, soprattutto dopo i traumatici eventi di questi giorni, una svolta radicale dal cui esito dipender il futuro dellordinamento dellUnione. Per lEuropa giunto, pertanto, il momento di decidere se continuare ad essere uno stantio luogo di intese tecniche e normative (fra lites, poteri economici, lobbies finanziarie, governi) oppure se voltare pagina, provando a rilanciare su basi democratiche il processo di integrazione. Un percorso certamente arduo e del quale, a tuttoggi, non si intravedono neppure le premesse, ma tuttavia possibile. Ma ad una sola condizione: che lEuropa non continui pi a diffidare del demos, della sovranit, della democrazia.

La corsa del mondo verso la Pace Eterna passando per la Libia - di Ennio Remondino - globalist.ch.
el 2010 il mondo ha speso 1630 miliardi di dollari per armi ed eserciti. Il 50% in pi dal 2001. 236 dollari a testa, e senza un Tremonti planetario. Il massacro libico e le armi italiane. Il 10 giugno del 2009 Gheddafi non arrivato a Roma solo con la tenda e le amazzoni. Qualcuno portava anche un documento, un "Certificato di utente finale", che ha dato il via ad oltre 10.000 pistole e fucili Beretta dall'Italia alla Libia prima dello scoppiare della guerra civile. Ora, Francesco Vignarca, su Altreconomia, denuncia la vendita di altre 7.500 pistole, 1.900 carabine e 1.800 fucili finiti alla fine del 2009 nelle mani del Comitato Popolare Generale. Triangolazione attraverso Malta. Assistiamo al loro uso ogni giorno. Notizie scomode. I dati sono ufficiali ma solitamente ignorati dalla grande stampa. Se ne occupano il SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) e l'italiano Archivio Disarmo di Roma. In una ricerca condotta da Sara Rainelli escono fuori alcuni dati non scontati. Come era facile immaginare, la spesa militare top degli Stati Uniti. Media mondiale di crescita nel decennio, pi 32%, mentre l'America di Bush ha sbaragliato tutti con un aumento dell'81%. I nuovo ricchi del mondo. Spendono e spandono soldi armati in Sud America (+5.85), in Africa (+5.25), in Medio Oriente (+2.55) e in Asia-Oceania (+1.4%). Scende, piacevole sorpresa, l'Europa dove, dall'inizio della crisi nel 1998, abbiamo 'ridotto' i "consumi" militari del 2.8 per cento. Altri dati interessanti riguardano sei potenze regionali emergenti come Cina, Russia, India, Brasile, Turchia e Sudafrica. Tutti spendaccioni salvo la Turchia che, sorpresa, punta al risparmio con interessanti novit politiche per tutta l'area. Ora i dettagli. Usa da Bush ad Obama. 2010 al risparmio in casa militare americana. Crescita media del 7.4% col guerriero Bush, calo al 2.8% dopo il fallimento iracheno e la disavventura afghana. Di fatto gli Stati Uniti continuano a spendere per la difesa l'enormit di 689 milioni di dollari. Cambia la minaccia e cambiano i consumi "armati", tipo intelligence e difesa nazionale. L'uccisione di Osama bin Laden non tranquillizza sul fronte sicurezza, vero che per il bilancio di previsione del 2011 in crescita e quello per il 2012, +4% del 2010. La Cina si avvicina. Qui i dati sono frutto delle analisi SIPRI: la Cina dichiara un investimento per la difesa di 78 miliardi, mentre da Stoccolma dicono, 119 miliardi. Pi 3.8% per quest'anno. Anche se la Cina cresce economicamente a cifre da brivido (+12%), le spese militari, nel decennio sono salite del 189%. L'Esercito popolare di Liberazione

PAGINA 8 Alternativa news n41

dunque si modernizza per concorrere con l'Occidente anche sul piano militare. E per contrastare quelli che lei definisce i "tre diavoli": separatismo, terrorismo ed estremismo. La Russia di Putin. In Russia i numeri si contraddicono: 58.7 miliardi per spese militari, 1.4% dal 2009, ma 82% in pi dal 2001. Dal crollo dell'economia sovietica e nuovi petrodollari. Il primo Putin (2000-2004) aumenta la spesa militare del 60% (in termini reali). Putin due (2004-2008), decide invece il risparmio nel settore col -2.5%. Il conflitto con la Georgia nel 2008 ha nuovamente dato spazio alle spese militari facendo della modernizzazione delle forze armate una priorit nazionale con un aumento di spesa che supera le crescita economica del Paese. L'India nucleare. La spesa militare dell'India nel 2010 stata di 41.3 miliardi, pi 2.8 rispetto all'anno precedente e un aumento del 54% nel decennio. Come per la Cina, la crescita economica generale coinvolge anche le spese militari. Nel bilancio ufficiale non vengono comprese le spese della difesa civile e delle forze paramilitari impegnate a contrastare i ribelli maoisti "Nakaliti" che combattono in difesa dei contadini nelle zone pi povere del Paese. Molte le pressioni sulla sicurezza per il Kashmir e il conseguente conflitto col Pakistan. Il Brasile di Lula. 33.5 miliardi nel 2010, 9.3% in pi. Brasile guerrafondaio? Non proprio. Dal 2001 al 2009 la spesa militare reale cresciuta del 30%. Merito del taglio del 20% deciso nel 2003 dal presidente Lula da Silva nel suo programma "Fame zero". Da allora crescita "miliare" in linea con la crescita economica. Oggi, 2011, la neo presidente Dilma Rousseff propone un nuovo duro taglio del 27%. In assenza di minacce militari, il Brasile sceglie la salute e l'educazione per superare le ineguaglianze estreme di quel Paese. La Turchia di Erdoan. Quindicesimo paese per spese militari al mondo, la Turchia cambia politica e punta al risparmio. "Zero problemi con il vicino" lo slogan. Grecia, Iran, Iraq e Russia non pi nemici. Queste novit cambiano i conti. 17.5 miliardi nel 2010, che -11,2 rispetto al 2001. Tagli di spesa e di ruolo dell'apparato militare per la Turchia che punta all'Unione europea. L'Esercito ora dipende da Parlamento e il Consiglio di Sicurezza Nazionale, quello che decideva i golpe, ha potere solo consultivo. Problema aperto l'antiterrorismo al PKK. Sudafrica neo pacifista. Quattro soldi rispetto ai Paesi sin qui esaminati: 4.5 miliardi nel 2010, ma sempre il pi alto di tutta l'Africa subSahariana con un 22% in pi dal 2001 ma -20% quest'anno, rispetto al 2009. Svolta con la fine dell'apartheid nel 1994. Da allora cresciuto pi il ruolo economico della potenza militare, e la partecipazione da protagonista nelle istituzioni multilaterali e nell'Unione Africana. Meno forza militare e maggiore autorevolezza internazionale con la richiesta di membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu.