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Titolo originale: The secret life of Salvador Dati

1 9 4 2 SALVADOR DALI 2 0 0 6 ABSCONDITA SRL VIA MANIN 13 - 2 0 1 2 1 MILANO ISBN 8 8 - 8 4 1 6 - 1 1 8 - 5

INDICE

PROLOGO PARTE PRIMA

II 19

Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo

primo secondo terzo quarto

21 37 39 55
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PARTE SECONDA

Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo


EPILOGO

primo secondo terzo quarto primo secondo terzo quarto quinto

95 113 129 157


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PARTE TERZA

199 221 261 265 277 299

i W l z l t v i Sdft0r lal!'venne Pubblicato per la prima volta nel nest l a " a d t t n modifiche.
e r r c u r a N tdennreI n n k R N ehle Tu l*v l e n^ ? " r e d t r e L o ^ ^ e B n > c q ripresentata con lievi

b H S r S 5 ? Y ^ ^ ^ j ^ ^ - * l - t e edito dalla Dover Puun'edizione che ripristina gi tagli a t ollZtit e lfli,?utOK- T** n e l *9*9, in P e r l ln Dall'. 9 u a precedente, autorizzata da

LA MIA VITA SEGRETA

A Gala-Gradiva, colei che avanza

PROLOGO

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A sei anni, volevo diventare cuoco. A dieci, Napoleone. Da allora in poi le mie ambizioni sono sempre andate crescendo. Stendhal racconta, da qualche parte, la storia della principessa italiana che, in una calda sera d'estate, assaporava voluttuosamente un sorbetto mormorando: Quanto mi rincresce che questo non sia un vero peccato. Per me, a sei anni, qualsiasi cibo gustato in cucina costituiva un peccato. I miei genitori mi permettevano tutto, tranne l'ingresso in quella stanza. E io me ne stavo ore intere sulla soglia dell'uscio vietato, con l'acquolina in bocca, sin quando mi si presentava l'occasione di scivolar dentro, nel mio luogo di delizie. E mentre le serve mi osservavano, ruggendo di gioia io acchiappavo un pezzetto di carne cruda o un fungo, e l'inghiottivo quasi strozzandomi, ma sentendomi inebriato dal sapore inaudito, dall'aroma affascinante della colpa e della paura. A parte questa interdizione assoluta, ero libero di fare tutto quel che volessi. Bagnai il letto ogni notte, fino agli otto anni, per puro divertimento. In casa ero il dittatore. Niente era abbastanza buono per me. I miei genitori mi adoravano. Una volta, all'Epifania, ricevetti tra innumerevoli altri regali anche un abbagliante abito da re, compresa la corona dorata, lucente di grossi topazi, compresa la cappa di ermellino. Durante i mesi successivi non lasciai pi il mio travestimento, e quando le serve mi cacciavano dalla cucina restavo immobile, nel corridoio, sopra una certa mattonella del pavimento, interamente abbigliato da re, con lo scettro in una mano e un battipanni di cuoio nell'altra, tremante di rabbia, sconvolto dal desiderio di picchiare furiosamente quelle donne. Era l'ora angosciosa che precede l'accaldato, allucinante mezzogiorno estivo. Oltre l'uscio socchiuso mi giungevano le grida delle bestiali creature dalle mani arrossate; vedevo di sfuggita le loro corse insensate, le loro grandi criniere; e dal centro ribollente di un agglomerato dove si mescolavano le

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donne sudate, gli acini d'uva sparpagliati, l'olio bollente, la leggera peluria sfuggita dalle ascelle dei conigli, le spatole intrise di maionese, i fegatini, la cinguettante gabbia dei canarini; dal centro di quell'agglomerato si levava, per giungere sino a me, l'imponderabile, inaugurale fragranza del prossimo pasto e, insieme, un acre odore di scuderia. Imprigionato, oltre un vortice di fumo e di mosche, in un bacile colmo di bianchi di uovo montati a neve, un raggio di sole splendeva esattamente come la spuma che orla le froge dei cavalli frustati a sangue, prostrati nella segatura, ansimanti. L'ho gi detto, io fui un bambino viziato. Mio fratello era morto di meningite, a sette anni, tre anni prima della mia nascita. La sua morte aveva sprofondato i miei genitori negli abissi della disperazione; trovarono solo in me, pi tardi, conforto. Mio fratello e io ci rassomigliavamo come due gocce d'acqua, ma i nostri riflessi erano del tutto diversi. Mio fratello aveva, come ho io, l'inequivocabile morfologia facciale del genio.1 Dimostrava una precocit inquietante, ma il suo sguardo era sempre velato dalla malinconia che rivela un'intelligenza insuperabile. Io, per contro, ero assai meno intelligente, ma avevo la capacit di accogliere qualsiasi cosa in me. Sarei divenuto il prototipo, par excellence, di un perverso polimorfo eccezionalmente ritardato e quindi capace di rammentare chiaramente l'erogeno paradiso dei lattanti. In qualsiasi momento ero pronto a strozzarmi da solo, in collere illimitate ed egoistiche, e la minima provocazione mi rendeva pericoloso. Una sera graffiai brutalmente, con uno spillo, la guancia della mia balia, pur adorandola, perch il negozio dove volevo farmi comprare certe cipolline candite era gi chiuso. In altre parole, ero vitale. Mio fratello, questa prima versione di me, era stato concepito troppo nell'assoluto. Sappiamo ormai che la forma rappresenta soltanto il prodotto di un processo inquisitorio della materia: la specifica reazione della materia sottoposta alla tremenda coercizione dello spazio, alla torturante pressione da ogni lato, finch si compone, esplodendo, negli esatti contorni della sua propria originalit reattiva. E quante volte la materia, arricchita di

Fin dal 1929 ebbi una chiarissima coscienza del mio genio, e confesso che questa convinzione, sempre pi profondamente radicata nel mio cervello, n o n mi ha mai dato emozioni, diremo cos, sublimi; devo tuttavia ammettere che, in certe particolari circostanze, ne ho tratto una sensazione estremamente piacevole.

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impulsi troppo assoluti, ne viene annullata; quante volte un'altra materia, docile a contrarsi nell'implacabile durezza dei suoi limiti, finisce per inventare la sua propria, originale forma di vita! Esiste forse al mondo qualcosa di pi leggero, di pi libero, di pi stravagante, in apparenza, delle agate, con la loro floreale ricchezza? E tuttavia sono il risultato della pi atroce schiavit colloidale, delle pi implacabili costruzioni, soggette a tutte le torture dell'asfissia morale e materiale: e quelle loro aeree, delicatissime, apparentemente ornamentali ramificazioni, sono soltanto le tracce di un'ansiet disperata, i rantoli estremi di una materia compressa, e pur decisa a raggiungere, infine, la vegetazione suprema del suo sogno minerale. E quel che noi vediamo nel miracolo delle agate non rappresenta certo la trasformazione di una pianta in un mi-

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nerale, e neppure la conquista di una pianta da parte di un minerale. Vediamo, al contrario, la spettrale apparizione della pianta, la sua arborescenza allucinante e mortale; la fine, la forma dell'inquisitoria e spietata tirannia di un mondo minerale. E la rosa. Ogni fiore in una sua prigione. Dal punto di vista estetico, la libert priva di forma. Si ora scoperto, grazie ai recenti studi sulla morfologia (gloria a Goethe per avere inventato questa parola di incalcolabile pregnanza, parola degna di Leonardo!), che spesso sono precisamente le tendenze pi eterogenee, pi anarchiche, a offrire la massima complessit di antagonismi, per poi concludersi nel trionfante regno di rigorose gerarchie formali. Anche se uomini di istinti unilaterali ed egocentrici vennero bruciati dai fuochi della santa Inquisizione, questi istinti multiformi e anarchici trovarono, nella luce del rogo, la fioritura essenziale della loro morfologia, appunto perch tali. Mio fratello, lo ripeto, aveva un'intelligenza insuperabile, ma con direzione unica e riflessi immutabili che inevitabilmente vengono consumati, o privati di forma. Io invece ero un tardo, un anarchico polimorfo perverso. Riflettevo, con mobilit straordinaria, gli oggetti di cui ero cosciente in forma di dolci; e d'altra parte tutti i dolci divenivano in me oggetti di coscienza materializzati. Tutto poteva modificarmi. Nulla poteva trasformarmi. Ero morbido, vile, cedevole. Il contorno colloidale del mio cervello avrebbe soltanto fissato, nel rigore unico e inquisitorio del pensiero spagnolo, le agate sanguigne, gesuitiche e arborescenti del mio strano genio. I miei genitori mi avevano dato lo stesso nome di mio fratello: Salvador, e, come il nome indica chiaramente, ero destinato a salvare il mondo dalla vacuit dell'arte moderna, e a farlo precisamente nell'abominevole epoca di catastrofi mediocri e meccaniche, a cui abbiamo il desolante onore di appartenere. Se mi volgo a contemplare il passato, gli esseri simili a Raffaello mi sembrano autentiche divinit; oggi io sono probabilmente il solo in grado di spiegare perch ci sia impossibile accostarci, sia pur lontanamente, agli splendori delle realizzazioni raffaellesche. E la mia stessa opera mi sembra un vero disastro, perch avrei preferito mille volte vivere senza essere costretto a salvar qualcosa. Comunque, attualmente, e sebbene non disconosca certe intelligenze specializzate mille volte superiori alla mia, sono pronto a ripetere cento volte che non vorrei cambiare la mia posizione con quella di un mio qualsiasi contemporaneo. Probabilmente

PROLOGO

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l'accorto lettore avr gi capito che la modestia non precisamente una mia dote. Un unico essere ha raggiunto un piano di vita paragonabile alle serene perfezioni del Rinascimento, e quest'essere precisamente Gala, la moglie che per un autentico miracolo ho potuto scegliere. Gala composta dalle divine attitudini, dalle espressioni tipo-nona-sinfonia che, traducendo i contorni architettonici di un animo perfetto, si cristallizzano nelle linee della carne, nella superficie della pelle, nelle spume marine di gerarchie privatissime e rigorose, schiarite da un delicatissimo alitare di sentimenti, e si induriscono, si organizzano, si fanno architetture umane. Cos io posso dire che Gala, seduta, somiglia perfettamente al tempietto di Bramante presso la chiesa di San Pietro in Montorio, a Roma, perch ha la stessa grazia. E non diversamente da Stendhal in Vaticano anch'io posso misurare rigorosamente le fragili colonne del suo orgoglio, le tenere e saldissime balconate della sua infanzia, la divina scala del suo sorriso. E spiandola con la coda dell'occhio durante le lunghe ore che trascorro inchiodato davanti al cavalletto, ripeto a me stesso che Gala tanto ben dipinta quanto un Raffaello o un Vermeer. Gli altri esseri che mi circondano hanno invece l'aria di abbozzi abbandonati, e malissimo dipinti. Detto ancor meglio, somigliano alle luride caricature che nei caff vengono tracciate in fretta, per pochi soldi, da individui il cui stomaco rugge di fame. Ho detto che, a dieci anni, volevo diventare Napoleone, e devo ora spiegarne il motivo. Al terzo piano della nostra casa abitava una famiglia argentina, i Matas, una delle cui figlie, Ursula, era famosa per la sua bellezza. Si mormorava, nella mitologia orale catalana, intorno al 1900, che Ursulita fosse stata scelta da Eugenio d'Ors come archetipo di femminilit catalana per il suo libro La ben plantada. Poco dopo aver compiuto i sette anni, incominciai a venir soggiogato dall'onnipotente attrazione libido-sociale del terzo piano. Nei lunghi crepuscoli d'inizio estate interrompevo talvolta il supremo piacere di bere al rubinetto del terrazzo (deliziosa sete, cuore palpitante di spavento), se uno scricchiolio impercettibile, sulla balconata del terzo piano, mi lasciava sperare in un'apparizione di Ursulita. I Matas, del resto, mi viziavano quanto i miei genitori. Nel loro salotto, ogni pomeriggio alle sei, un gruppo di affascinanti creature, con i capelli e la pronuncia argentina dei veri angeli, si riuniva all'ombra di cicogne impagliate, intorno a un immenso tavolo. Bevevano mate, da un'unica tazza d'argento, che si passava-

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no di bocca in bocca. Era una promiscuit orale che aveva il potere di turbarmi, e provocava in me turbini di disagio morale, in cui gi splendevano, di azzurri fuochi, i diamanti della gelosia. Anch'io, giunto il mio turno, bevevo quel liquore tiepido, per me pi dolce del miele, e gi sapevo che il miele pi doke del sangue; lo sapevo perch mia madre, mio sangue, era presente. Cos la fissazione sociale veniva in me consacrata trionfalmente, ineluttabilmente, nella zona erogena della mia bocca: volevo bere il liquido di Napoleone! Perch c'era anche Napoleone, nel salotto. Un suo ritratto figurava, in un cerchio di policromie altrettanto gloriose, sull'angolo di un grosso bricco, verniciato in modo da sembrar legno, e destinato a contenere il mate. Questo oggetto era collocato con infinita cura sopra un centrino di merletto, e il merletto posava esattamente al centro del tavolo. L'immagine di Napoleone su quel bricco era tutto, per me. Durante molti anni il suo atteggiamento di orgoglio olimpico, la candida, commestibile sporgenza del suo ventre vellutato, il tono febbrilmente roseo delle sue guance imperiali, l'indecente, melodico e categorico nero del suo cappello, corrisposero puntualmente al modello ideale che io avevo scelto per me, il re. In quel periodo la gente cantava un breve, brillante motivo: Napolen en el final De un ramillete colosal. E quel piccolo ritratto di Napoleone si era naturalmente posto al centro del mio spirito, i cui contorni non esistevano ancora; come il rosso dell'uovo fritto che, anche senza padella, pur sempre al suo centro. Nel corso di un anno avevo stabilito, quasi freneticamente, le mie gerarchie. Ero stato un re qualunque, che sognava di esser cuoco; mi svegliavo trasformato in Napoleone. Le mie furtive delizie digestive assumevano la forma architettonica di un santuario: il bricco del mate. Le confuse emozioni erotiche provocate dalle creature che, per met donne, per met cavalle, popolavano la cucina svanivano davanti alle altre emozioni del salotto al terzo piano: il sereno splendore di una vera dama, Ursulita Matas, l'archetipo della bellezza 1900. In seguito illustrer minuziosamente diverse macchine di mia invenzione. Una, tra le altre, si basa sull'immagine commestibile di Napoleone, che mi ha permesso di realizzare i maggiori fantasmi della mia infanzia: il delirio nutritivo orale e il fanatico imperialismo spirituale. La macchina in questio-

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ne, composta di cinquanta bicchierini colmi di latte tiepido e appesi ai braccioli di una poltrona, sta a rappresentare, con estrema chiarezza, un equivalente delle grasse cosce di Napoleone. Poich chiunque pu essere in grado di vedere la stessa verit, e chiunque pu trarre vantaggio dal contemplar le cose sotto questo particolare punto di vista, spiegher un tale enigma, e moltissimi altri, nel corso di questo mio libro sensazionale. Una cosa, intanto, ben certa: mi assumo interamente ed esclusivamente la responsabilit di tutto, assolutamente tutto quanto dir.

CAPITOLO PRIMO

fra i denti pezzettini anche minuscoli, ma pur sempre orribili e degradanti, di spinaci. La mia superiorit non dipende da un maggior talento nello spazzolarmi la dentatura, bens dal fatto, assai pi categorico, ch'io non mangio spinaci. Quindi attribuisco agli spinaci, e pi generalmente a quanto, da lontano o da vicino, riguarda il cibo, essenziali valori di ordine morale ed estetico. E naturalmente la sentinella del disgusto sempre di servizio, vigile, severamente sollecita, cerimoniosamente attenta all'esatta scelta delle vivande. Mi piace mangiare unicamente cose ben formate, ben definite, e tali che l'intelligenza possa comprenderle. Detesto gli spinaci per il loro carattere orribilmente amorfo e sono fermamente convinto, e pronto a sostenerlo in eterno, che la sola cosa commestibile di questo sordido legume il nobile e buon terriccio custodito tra i fili delle sue radici. I crostacei contrastano meravigliosamente con gli spinaci: per questo che mi piacciono follemente, soprattutto nelle variet minori, come i molluschi. Il loro massimo pregio consiste sempre nel guscio, scheletro esterno, che realizza materialmente un'idea originaria e brillante: portare le proprie ossa all'infuori, e non, secondo l'uso corrente, all'interno. Grazie alle armi della propria anatomia il crostaceo dunque in grado di proteggere il morbido e nutriente delirio della propria intimit, difeso contro ogni possibile profanazione, incastonato in una corazza solenne e tenace, che lo lascia vulnerabile solo alla conquista veramente imperiale, nella nobile guerra della scorticazione: alludo alla conquista del palato. Quant' meraviglioso sentirsi scricchiolare sotto i denti il fragile cranio di un uccellino ! ' Non concepisco che si
L uccello risveglia sempre nell'uomo l'angelo cannibale della sua crudelt.

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possano mangiare altrimenti dei cervelli! Gli uccellini, d'altra parte, somigliano molto ai molluschi, e anch'essi portano la corazza, per cos dire, inserita nella pelle. Paolo Uccello dipinse piccoli crostacei simili a piccoli ortolani, e lo fece con una grazia misteriosa degna in tutto dell'uccello che egli era realmente, e che gli valse il suo soprannome. Ho spesso scritto che gli organi pi filosofici dell'uomo sono le mascelle. Quando mai ci sentiamo pi filosofi, se non nel momento in cui succhiamo lentamente il midollo di un osso potentemente stritolato nella morsa finale e distruttiva dei nostri molari, il che ci autorizza a sentirci realmente arbitri della situazione? In quel momento, raggiungendo l'essenza del midollo, gustiamo il sapore della verit, che tenera e nuda emerge dal pozzo dell'osso maciullato nella nostra bocca. So sempre con sicurezza che cosa ho voglia di mangiare! E la mia meraviglia si rinnova osservando come il mondo sia pieno di gente che inghiotte qualunque cosa nella sacrilega convinzione che l'atto del mangiare si compia per pura necessit. Tuttavia, pur conoscendo minuziosamente e anticipatamente quel che desidero ottenere dai miei sensi, non posso dire altrettanto dei miei sentimenti, fragili e leggeri come bolle di sapone. Parlando in linea generale, non sono mai stato in grado di prevedere gli sviluppi isterici e violenti della mia condotta, e ancor meno il risultato finale delle mie azioni; al contrario, spesso mi ritrovo attonito spettatore del gioco e vedo spaventato le mie bolle di sapone assumere il peso categorico e catastrofico di palle da fucile. Ogni volta che le sfere iridate del mio sentimento, staccandosi dalla loro vita effimera, toccano terra, ossia la realt, si trasformano immediatamente in azioni essenziali e divengono, da trasparenti ed eteree, opache, metalliche e minacciose. Niente pu spiegar meglio simili metamorfosi delle storie che sto per narrarvi, e che ho raggruppato in questo capitolo senza ordine cronologico, semplicemente pescandole dal torrente aneddotico della mia vita. Poich sono rigorosamente autentiche e narrate con franchezza, le mie storie offrono colori e contorni di inequivocabile somiglianza e rappresentano dunque un onesto tentativo di autoritratto. Molti, lo so bene, le avrebbero mantenute segrete. Ma la mia idea fissa quella di
Della Porta, nella sua Magia naturale, d la ricetta per cucinare un tacchino senza ucciderlo, raggiungendo cos questa suprema raffinatezza: mangiarlo ben cotto e ben vivo.

PARTE PRIMA

uccidere nel mio libro la maggior quantit possibile di misteri, e di ucciderli con le mie stesse mani.

Avevo cinque anni, ed era primavera nel villaggio di Cambrils, presso Barcellona. Passeggiavo in campagna con un bimbo pi piccolo di me, biondissimo e ricciuto. Lo conoscevo da poco. Io andavo a piedi, lui in triciclo. Lo aiutavo, ogni tanto, spingendolo con una mano. Raggiungemmo un ponte in costruzione, ancora senza parapetti. Improvvisamente, e come spesso mi accade, ebbi un'idea; mi guardai attorno per esser certo che nessuno potesse vedermi, poi spinsi il piccolo gi dal ponte. Cadde sui ciottoli del torrente da oltre quattro metri di altezza. Io mi precipitai a casa per annunciare l'accaduto. Durante l'intero pomeriggio, bacinelle colme di acqua sanguinolenta furono portate fuori dalla stanza dove il bimbo, gravemente ferito alla testa, sarebbe poi rimasto per una settimana. L'andirivieni continuo e la confusione generale in cui la casa era piombata mi ispirarono sensazioni deliziosamente allucinate. Mi ero rifugiato in un salottino, e mangiavo ciliegie rannicchiato in una poltrona con la spalliera, i braccioli e i cuscini rivestiti di pizzo a uncinetto. Il pizzo ero ornato di grosse ciliegie in peluche. Il salottino si affacciava sull'ingresso, e di l potevo osservare ci che accadeva, pur stando al buio, poich le persiane venivano chiuse fin dal mattino per respingere l'afa opprimente. Il sole, battendo sul legno, vi accendeva piccoli labirinti scarlatti, simili a orecchie illuminate dall'interno. Non provavo assolutamente rimorso. E ricordo benissimo che la sera, attraversando come sempre tutto solo i prati, assaporavo la bellezza di ogni singolo filo d'erba.

All'inarca nello stesso periodo, il dottore venne da noi un pomeriggio per forare i lobi delle orecchie alla mia sorellina, che io adoravo con delirante tenerezza. Giudicavo oltraggiosamente crudele l'operazione ed ero ben deciso a impedirla, nel modo pi assoluto. Attesi dunque che il dottore si fosse seduto e si sentisse pronto, dopo essersi aggiustato gli oc-

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chiari sul naso, a iniziare il suo lavoro. Irruppi allora nella stanza, agitando il mio battipanni di cuoio, e frustai il dottore in piena faccia, spaccandogli le lenti. Era un uomo anziano e mand un urlo di dolore, cadendo poi tra le braccia di mio padre, accorso in suo aiuto. Non avrei mai pensato che potesse fare una cosa simile proprio a me, che gli volevo tanto bene si lament con la voce splendidamente modulata di un usignolo e spezzata dai singulti. Da quel giorno mi piacque ammalarmi, non foss'altro che per il piacere di vedere la faccina di quel vecchio che avevo fatto piangere.

Avevo sedici anni e mi trovavo nel collegio dei Padri Maristi a Figueras. Si passava dalle aule scolastiche nel giardino della ricreazione grazie a una scala di pietra quasi verticale. Una sera, senza alcuna ragione, mi venne in mente di buttarmi gi dall'alto della scala. Ero prontissimo a farlo, ma alla fine la paura mi fren. Non per questo l'idea smise di assillarmi, e in segreto perfezionavo il piano che avrei realizzato il giorno dopo. L'indomani, infatti, non esitai. Nel preciso istante in cui con i miei compagni mi preparavo a scender le scale, feci un fantastico salto nel vuoto, ricaddi sui primi gradini e di l, rimbalzando, precipitai fino in fondo. Mi ritrovai coperto di contusioni e di graffi, ma una gioia intensa e inesplicabile rendeva il dolore del tutto secondario. L'effetto prodotto sugli altri ragazzi, e sui superiori accorsi a rialzarmi, fu enorme. Fazzoletti umidi mi vennero applicati sulla fronte. Ero cos timido, allora, che la minima attenzione mi faceva arrossire fino alle orecchie; generalmente restavo appartato e solitario. L'improvviso interesse generale mi emozion stranamente e, quattro giorni dopo, ripetei lo stesso balzo, scegliendo per l'ora della seconda ricreazione, quando tutto il collegio e perfino il padre superiore si trovavano nel cortile. Produssi una sensazione persino maggiore della volta precedente, anche perch prima di spiccare il volo lanciai un grido acutissimo che attrasse su di me gli sguardi di tutti. La mia soddisfazione fu indescrivibile, la pena fisica insignificante, per cui, incoraggiato da questo, continuai a ripetere di tanto in tanto la mia impresa. Ogni volta che mi preparavo a scendere in giardino, mi sentivo circondato dall'attesa pi com-

PARTE PRIMA

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mossa. Si butter, non si butter? E come avrei potuto scendere tranquillamente e normalmente le scale, mentre mi sentivo divorato da cento sguardi? Ricorder sempre una piovosa sera di ottobre. Ero fermo sul pianerottolo. Dalla corte saliva verso di me il forte aroma della terra umida e delle ultime rose; il sole calante accendeva nel cielo nuvole sublimi, simili a leopardi rampanti, a Napoleoni, a caravelle, sconvolte e stravolte; il mio volto era illuminato dalle mille luci dell'apoteosi. Cominciai a scendere gradino per gradino, in una lenta, deliberata, cieca estasi, cos visibile e cos commovente che d'improvviso i ragazzi smisero i loro giochi e tacquero di colpo. Se mi avessero offerto di cambiare il mio posto con quello di un dio, avrei rifiutato.

Avevo ventidue anni. Studiavo all'accademia di belle arti, a Madrid. Il desiderio di fare sistematicamente, costantemente, immancabilmente, il contrario di quel che facevano gli altri mi spinse ben presto a stravaganze famose nei circoli artistici. Un giorno, il professore di disegno ci assegn il compito di dipingere una statua gotica della Vergine direttamente dal modello. Prima di lasciarci, il professore ripet parecchie volte che avremmo dovuto dipingere esattamente quel che vedevamo. Immediatamente, preso da un furore di mistificazione, mi misi al lavoro, dipingendo furtivamente nei pi minuti particolari un paio di bilance che copiavo da un catalogo: tutti pensarono che fossi davvero impazzito. Alla fine della settimana il professore venne a correggere e a commentare i nostri lavori. Si ferm in un raggelato silenzio davanti al mio quadro, mentre tutti gli altri studenti vi si raggruppavano intorno. Forse lei vede qui una Vergine, come tutti gli altri, arrischiai io timidamente, e per con una certa fermezza ma io vedo invece un paio di bilance. 1
Soltanto oggi, scrivendo questo aneddoto, sono colpito dall'ovvio rapporto, sia pur suggerito da un'associazione di idee, tra la Vergine e le bilance nei segni dello zodiaco. Ora, cos come appare nel mio ricordo, la Vergine posava sopra una sfera celeste . La mia presunta mistificazione sarebbe dunque in realt un anticipo sulla futura filosofia daliniana della pittura, vale a dire l'improvvisa materializzazione dell'immagine suggerita, l'onnipotente corporalit feticistica di quei fenomeni fin qui arricchiti degli attributi realistici, privilegio degli oggetti tangibili.

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LA MIA VITA SEGRETA

5 L'anno dopo mi presentai all'esame di storia dell'arte. Ero ansioso di mostrarmi brillantissimo e avevo studiato indefessamente. Salii sulla piattaforma dove sedeva la commissione e il soggetto della mia esposizione orale fu estratto a sorte. Ebbi una fortuna inaudita: era esattamente il soggetto che avrei preferito trattare. Ma improvvisamente un'invincibile indolenza mi sopraffece, e quasi senza esitare, tra lo stupore dei professori e di tutti gli astanti, mi alzai e dissi testualmente: Chiedo scusa, ma io sono infinitamente pi intelligente di questi tre esaminatori e rifiuto dunque di venir giudicato da loro. Conosco l'argomento troppo bene. Di conseguenza venni citato davanti al consiglio di disciplina ed espulso dalla scuola. Cos fin la mia carriera scolastica.

6 Avevo ventinove anni e trascorrevo l'estate a Cadaqus. Stavo facendo la corte a Gala, e mangiavamo con alcuni ami-

PARTE PRIMA

ci sulla spiaggia, in una piccola osteria, con la pergola rivestita di tralci e circondata dall'assordante ronzio delle api. Mi sentivo meravigliosamente felice, bench portassi in me il peso sempre pi maturo del mio nuovo amore e me ne sentissi strangolato come da un polipo di solido oro, lucente per le mille gemme dell'angoscia. Avevo appena mangiato quattro aragoste e bevuto un po' di vino, uno di quei vini locali che, pur non essendo pretenziosi, custodiscono tuttavia i pi delicati segreti del Mediterraneo perch possiedono la meravigliosa fragranza in cui, fra immense irrealt, si ritrova il gusto sentimentale e torturante delle lacrime. Finimmo tardi il nostro pasto, il sole gi calava all'orizzonte. Io ero scalzo, e una delle ragazze del nostro gruppo che mi ammirava da tempo seguitava a esaltare stridula la bellezza dei miei piedi. I miei piedi sono realmente cos belli che mi pareva stupido che lei insistesse nella lode. Sedeva in terra e appoggiava leggermente il capo sulle mie ginocchia. Improvvisamente tese una mano in avanti e, quasi impercettibilmente, mi carezz l'alluce, con dita tremanti. Balzai in piedi, il cervello offuscato da una tremenda gelosia di me stesso, come se, di colpo, fossi diventato Gala. Respinsi la mia ammiratrice, mi buttai su di lei e presi a colpirla con tutte le mie forze, finch me la strapparono, sanguinante, dagli artigli.

7 Nel 1928 tenni una conferenza sull'arte moderna a Figueras, mia citt natale. Il sindaco presiedeva la riunione, e tutti i notabili si erano riuniti in insolita folla per ascoltarmi, con educato stupore. Quand'ebbi finito, mi parve di non esser stato capito neppure nella conclusione. Nessuno si era accorto che l'ultimo passo era definitivo. Preso da un improvviso furore isterico, gridai con tutto il fiato: Signore e signori, la conferenza finiteli . In quel preciso istante il sindaco, uomo popolarissimo e amato dall'intera citt, cadde morto ai miei piedi. L'emozione fu indescrivibile e l'avvenimento ebbe ripercussioni considerevoli. I giornali umoristici dichiararono che le enormit enunciate nel corso della conferenza lo avevano ucciso. Fu invece un caso molto comune di morte improvvisa, credo per angina pectoris, che per pura combinazione coincise con la fine del mio discorso.

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LA MIA VITA SEGRETA

Quando andai in Italia per la prima volta, il cielo di Torino era oscurato da un'enorme parata aviatoria. Nelle strade sfilavano cortei, punteggiati di fiaccole: era appena scoppiata la guerra contro l'Abissinia.

9 Nel 1936, a Parigi, abitavamo un appartamento al 7 di rue Becquerel, poco lontano dal Sacr-Coeur. L'indomani Gala avrebbe subito un'operazione e doveva quindi trascorrere la notte in ospedale per le cure necessarie. L'operazione era ritenuta molto seria. Tuttavia Gala, con il suo straordinario, esuberante coraggio, non sembrava affatto preoccupata e dedicammo l'intero pomeriggio alla costruzione di due oggetti surrealisti. Gala era felice come una bimba: con meravigliosi gesti arcuati, degni di un personaggio di Carpaccio, stava raccogliendo uno strabiliante assortimento di oggetti da sottoporre ai piccoli cataclismi di certe azioni meccaniche. Pi tardi compresi che l'oggetto che andava creando era pieno di inconsce allusioni all'imminente intervento chirurgico, essendo evidente il suo carattere biologico. C'erano le membrane destinate alla ritmica tortura delle antenne metalliche, c'erano strumenti delicati quanto il bisturi e la terrina colma di farina per attutire i colpi destinati a un paio di seni femminili... Questi seni avevano una raggiera di piume di gallo al posto dei capezzoli; cos le penne, agitando lievemente la farina, ammorbidivano il peso dei seni che venivano a sfiorarne soltanto la superficie e lasciavano nell'immacolato biancore farinoso una traccia infinitamente impercettibile del loro contorno. Nel frattempo io stavo mettendo insieme una cosa che definii orologio ipnagogico: si componeva di un'enorme pagnotta, posata sopra un lussuoso piedistallo. Fissai sul retro del pane dodici bottigliette di inchiostro Pelikan, tutte in fila e piene: ogni bottiglietta conteneva una penna di diverso colore. Ero assolutamente entusiasta dell'effetto ottenuto. Al tramonto, Gala aveva finito il suo oggetto e decidemmo di portarlo ad Andr Breton per mostrarglielo, prima di raggiungere l'ospedale. (La costruzione di simili oggetti era la mania del momento e non ci si occupava d'altro nei circoli

PARTE P R I M A

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surrealisti.) Sistemammo quindi l'oggetto di Gala in un taxi, ma non appena ci mettemmo in moto una brusca frenata spost ogni cosa e i diversi elementi si sparsero sul sedile e sul pavimento della vettura. Quel che peggio, la bacinella contenente due libbre di farina si capovolse, imbiancandoci completamente. Tentammo di raccoglierla, ma era gi sporca. Di tanto in tanto l'autista si voltava a osservare la nostra agitazione con un'aria per met compassionevole e per met scandalizzata. Ci fermammo in una drogheria per comprare altre due libbre di farina. Tutti questi incidenti ci fecero quasi dimenticare l'ospedale, dove arrivammo tardissimo. La nostra apparizione nel cortile immerso nel crepuscolo lilla di quel maggio parigino dovette esser singolare e inquietante, a giudicare dai volti delle infermiere che ci vennero incontro. Non smettevamo di spolverarci, scatenando di continuo nuvole di farina: soprattutto io ne ero coperto fino ai capelli. Che pensare di un marito che osava uscire da un qualsiasi taxi, con la moglie gravemente malata e con gli abiti saturi di farina, quasi fosse un gigantesco scherzo? Probabilmente le infermiere della clinica in rue Michel-Ange se lo chiedono ancora, e si spiegheranno il mistero soltanto se per caso leggeranno queste righe. Lasciai Gala all'ospedale e rincasai. Di tanto in tanto, a intervalli sempre pi lunghi, continuavo a spolverarmi. Pranzai con eccellente appetito: ostriche, piccione arrostito, tre tazze di caff. Poi ripresi il lavoro iniziato nel pomeriggio. In realt non avevo desiderato altro e l'interruzione per condurre Gala all'ospedale aveva soltanto esasperato la mia attesa e accresciuto il mio piacere. Mi sentivo lievemente stupito nel constatare la mia indifferenza nei riguardi dell'operazione che avrebbe avuto luogo l'indomani mattina alle dieci. Ma mi riusciva impossibile, anche sforzandomi, provare la minima ansiet. Tale assoluta freddezza verso l'essere che credevo di adorare presentava alla mia intelligenza un appassionante problema filosofico e morale, ma mi sentivo incapace di risolverlo. Mi sentivo invece ispirato quanto un musicista: nuove idee scintillavano nelle profondit della mia fantasia. Dipinsi ad acquerello sessanta bottigliette da inchiostro con le relative sessanta penne, su sessanta quadratini di carta che appesi con sessanta pezzetti di spago alla pagnotta. Una calda brezza entr dalla finestra ad agitare i foglietti dipinti e contemplai con vera estasi l'assurda e terribilmente reale perfezione del mio oggetto. Ancora immerso nell'importanza dello sforzo compiuto, mi coricai verso le

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due del mattino, e con l'innocenza di un angelo mi addormentai immediatamente. Mi svegliai alle cinque come un demonio, inchiodato al mio letto dalla peggiore angoscia che avessi mai conosciuta. Con lentissimi, dolorosi movimenti che mi parvero durare duemila anni, respinsi le soffocanti coltri. Ero coperto dal sudore freddo del rimorso, la rugiada che si forma sui paesaggi dell'animo umano sin da quando sorta la prima aurora della moralit. Il giorno gi forava il cielo, gli striduli e frenetici canti degli uccelli improvvisamente desti ferivano le pupille dei miei occhi aperti sulla sventura, mi assordavano, chiudevano il mio cuore nella rigida, enorme ragnatela di tutti i germogli, di tutte le esplosioni primaverili. Gala, Galuchka, Galuchkineta! Lacrime roventi mi sgorgavano dagli occhi, lentamente, prima, come negli spasimi e nelle doglie del parto. Poi presero a fluire con la sicurezza, l'impetuosit di una cavalcata, con il rammarico per la diletta che vedevo solo di profilo seduta nel madreperlaceo carro della disperazione. E ogni volta che il flusso delle lacrime accennava a diminuire, ecco un'altra visione di Gala sorgermi dinanzi: Gala appoggiata a un albero d'olivo, a Cadaqus, che mi fa un cenno; Gala nella tarda estate, arrampicata sulle rocce di capo Creus per scoprirvi uno scintillante frammento di mica; Gala che nuota lontano, e posso distinguerne solo il sorriso. Le fuggevoli immagini provocavano un nuovo fiume di pianto, come se l'aspro meccanismo dei sentimenti comprimesse il diaframma muscolare delle mie orbite, strizzando dalle luminose visioni del mio amore la livida acidit delle memorie. Corsi all'ospedale come un pazzo e mi aggrappai al camice del chirurgo con una violenza cos animale da indurlo a trattarmi con singolare cortesia, riconoscendo anche in me un malato. Per una settimana piansi quasi di continuo, singhiozzai in ogni circostanza, fra lo stupore dei miei pi intimi amici surrealisti. Finalmente, una domenica, Gala fu dichiarata definitivamente fuori pericolo, e Pora-della-morte-in-abitoda-festa se ne and in punta di piedi. Galuchka sorrideva e io potevo finalmente premermi la sua mano contro la guancia. Dopo tutto questo, pensavo con selvaggia tenerezza potrei benissimo ucciderti! .

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IO

Torniamo a Cambrils, ai miei cinque anni. Tre bellissime ragazze mi avevano condotto a passeggio con loro. Erano tutte e tre grandi e stupende, ma soprattutto una mi sembrava meravigliosa. Mi teneva per mano, e il suo immenso cappello, adorno di un gran velo bianco ricadente, me la rendeva particolarmente patetica. Raggiungemmo un luogo solitario, e qui le ragazze presero a bisbigliare, a ridere sommessamente tra loro, con una certa ambiguit. Ne fui turbato e ingelosito, soprattutto quando cercarono di allontanarmi, suggerendomi qualche gioco che avrei dovuto fare da solo. Finsi di lasciarle, e mi nascosi in un luogo da cui mi fosse facile osservarne le mosse: che furono, in realt, sconcertanti. La pi incantevole delle tre era al centro del gruppo; le altre due, scostandosi di alcuni passi, la osservavano con curiosit, in silenzio. E lei, con un imprevedibile atteggiamento di orgoglio, se ne stava immobile, il capo leggermente chino, le gambe rigide e allargate, mentre le mani, appoggiate ai fianchi, sollevavano impercettibilmente la gonna e la sua solennit suggeriva un'attesa spasmodica. Tutto fu fermo e quieto, per circa mezzo minuto, poi un violento zampillo percosse sonoramente il terreno asciutto, e subito una pozza fumante si form tra i suoi piedini. La terra assorb solo in parte il liquido, che si divise in ruscelletti cos impetuosi da raggiungere immediatamente le scarpe bianche della giovane donna, nonostante il suo sforzo quasi acrobatico per evitarli. Una grigia zona di umidit macchi il camoscio, dove il bianchetto assunse le funzioni della carta assorbente. Tutta intenta in quell'atto, la creatura col velo non poteva avvertire la mia paralizzata attenzione. Ma rialzando il capo, mi vide proprio di fronte a lei, appena celato dai cespugli, e mi dedic un sorriso ironico, con uno sguardo infinitamente dolce e, schermato dalla purezza del velo, castamente conturbante. Quasi contemporaneamente gett un'occhiata alle amiche, che sottintendeva: Non riesco a trattenermi, troppo tardi; e loro risero, e di nuvo tacquero. Stavolta avevo capito benissimo, il cuore mi batteva violentemente ed ecco che ancora due zampilli scrosciarono sul terreno, e io, senza volgere il capo, fissai gli occhi sbarrati nei suoi, velati. Una mortale vergogna mi saliva al volto, con il flusso e il riflusso del sangue, mentre nel cielo le ultime nuvole scarlatte si scioglievano in nebbie crepuscolari, e sulla terra calcinata i

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tre preziosi, implacabili, vanamente trattenuti torrenti risuonavano quasi come tre tamburi, prolungandosi in selvagge cascate di bollenti topazi. La notte calava, e ci avviammo verso casa. Avevo rifiutato di dar la mano a tutte e tre le donne, e le seguivo a breve distanza, incerto tra l'esultanza e il rancore. Tenevo nel pugnetto chiuso una lucciola, raccolta per via e di tanto in tanto aprivo le dita per contemplarne lo splendore. Poi tornavo a serrare il mio tesoro con tanta violenza che il sudore mi scorreva nel palmo e dovevo ogni tanto passare la lucciola dalla destra alla sinistra, per impedire che affogasse. Pi volte mi sfugg, durante queste operazioni, e dovetti cercarla, nella polvere candida, inazzurrata dalla luna ancora esile. Ma quando una goccia del mio sudore, cadendo in quella stessa polvere, vi scav un piccolo cratere, rabbrividii, mi sentii raggelare, e sempre stringendo la lucciola raggiunsi di corsa le tre ragazze che mi aspettavano. Di nuovo quella col velo mi tese la mano, di nuovo la respinsi, camminai vicino a lei, senza per toccarla. Avevamo quasi raggiunto la casa quando mio cugino ci venne incontro. Era un giovane di vent'anni, o quasi, e portava un fucile in spalla, agitando di lontano un oggetto che voleva mostrarci. Si trattava di un piccolo pipistrello, ferito all'ala, e mio cugino lo reggeva per le orecchie. Dopo esser rientrati, lo sistem in una specie di secchiello e me lo regal, perch aveva capito che morivo dalla voglia di averlo. Corsi subito verso la lavanderia, il mio rifugio prediletto: era l che custodivo, sopra un lettuccio di foglie di menta, e coperte da un bicchiere capovolto, alcune coccinelle, splendenti di riflessi metallici. Misi la lucciola accanto alle coccinelle, il pipistrello accanto al bicchiere, e posi su di loro il secchiello. Il pipistrello era quasi immobile; restai l per pi di un'ora, prima del pranzo, e spesso scoprivo il volatile, che adoravo pazzamente, per baciare la pelosa sommit della sua testa. La mattina dopo un funesto spettacolo mi attendeva nella lavanderia. Il bicchiere rovesciato, le coccinelle scomparse e il pipistrello, sebbene ancora vivo, brulicante di formiche impazzite; nell'agonia, il musetto della bestia somigliava alla maschera di una vecchia, con tutti i fragili denti scoperti. Proprio allora vidi la creatura col velo. Era a dieci passi da me, ferma accanto alla siepe, in procinto di aprire un cancelletto. Assalito da un furore omicida, raccolsi istintivamente un ciottolo e glielo lanciai contro con tutte le mie forze, quasi riconoscendo in lei la responsabile del disastro. La pie-

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tra non la sfior neppure, ma rimbalzando provoc un rumore che la fece volgere verso di me, lanciandomi un'occhiata di curiosit materna: io ero l, tremante, sopraffatto da un turbine di emozioni, in cui la vergogna lentamente predominava. E improvvisamente seguii un altro incomprensibile impulso, che strapp alla giovane donna un urlo di orrore. Raccolsi il pipistrello, sempre formicolante, me lo portai alla bocca, mosso da un istinto di tenerezza, poi, invece di baciarlo, come credevo di desiderare, lo morsi con tanta furia che mi parve di spaccarmi le mascelle. Tremando di orrore lo lanciai nella vasca del bucato all'aperto, e fuggii. Quell'acqua era tutta chiazzata di grossi fichi neri che, troppo maturi, si erano staccati dal sovrastante albero. Tornai l, pi tardi, e non potei pi distinguere il corpicino nero del pipistrello, perso tra le altre macchie nere dei fichi galleggianti. Mai pi, da allora, ebbi voglia di giocare nella lavanderia; e ancora oggi, se una composizione di oggetti neri mi rammenta il particolare ordine (sempre chiarissimo nella mia mente) dei fichi in quel lavatoio dov'era finito il mio pipistrello, sento un brivido corrermi lungo le reni.

Di nuovo alla scuola di belle arti. Dovevamo dipingere un quadro a olio, durante una specie di gara tra compagni di corso. Scommisi che avrei vinto il premio senza neppure toccar la tela con il pennello. Ci riuscii, infatti, lanciando grumi di colore dalla distanza di un metro, e creando cos una composizione pointilliste talmente accurata nel disegno e nei colori che vinsi davvero il primo premio.

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I miei tre viaggi a Vienna furono esattamente tre gocce d acqua che, per mancanza di immagini da riflettere, restano opache. Ogni volta feci esattamente le stesse cose: la mattina andavo a vedere i Vermeer della collezione Czernin e nel pomeriggio non visitavo Freud perch regolarmente mi avvertivano che era assente per ragioni di salute.

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Ricordo con piacevole malinconia i pomeriggi trascorsi vagando per le strade dell'antichissima capitale austriaca. La torta di cioccolata, che mangiavo in fretta tra un negozio di antiquario e l'altro (mi interessavano tutti), aveva un sapore leggermente amaro, suggerito proprio dalle anticaglie appena viste e accentuato dall'ironica delusione per quella visita sempre impossibile. La sera, prolungavo all'infinito lunghe e logoranti conversazioni immaginarie con Freud; spesso rincasava con me, e una notte rimase persino aggrappato tenacemente alle tende della mia stanza all'hotel Sacher. Molti anni dopo i miei vani tentativi di incontrare Freud, intrapresi un'escursione gastronomica nella regione di Sens, in Francia. Rammento in particolare un pranzo, che incominci con le lumache, uno dei miei piatti prediletti. Parlavamo di Edgard AUan Poe, un tema magnifico, specialmente se accompagnato dalle lumache e animato dalla lettura di un saggio appena uscito, uno studio psicoanalitico sullo scrittore, della principessa di Grecia, Marie Bonaparte. Improvvisamente scorsi una fotografia del professor Freud sulla prima pagina del giornale che qualcuno stava leggendo al tavolo vicino. Ordinai che me ne portassero una copia e lessi cos che Freud, esiliato, era giunto a Parigi. C'eravamo appena ripresi dallo stupore della notizia, quando emisi un violento grido. Avevo appena scoperto il segreto morfologico di Freud! Il cranio di Freud era una lumaca! Il suo cervello aveva la forma di una spirale, lo si sarebbe potuto estrarre con un ago! La mia scoperta influenz profondamente il disegno di Freud che feci in seguito, dal vero, un anno prima che morisse. Il cranio di Raffaello esattamente l'opposto di quello di Freud: ottagonale, come una gemma sfaccettata, e il suo cervello appare come le venature del marmo; il cranio di Leonardo somiglia invece a una noce da spaccare: intendo dire che somiglia pi degli altri a un vero cervello. Potei finalmente conoscere Freud a Londra. Ero in compagnia dello scrittore Stefan Zweig e del poeta Edward James. Mentre attraversavo con loro il giardinetto del vecchio professore, vidi una bicicletta appoggiata contro il muro e sul sellino, legata con uno spago, c'era una borsa per l'acqua calda di gomma scarlatta, ben gonfia e incoronata da una lumaca viva: la presenza di quegli strani oggetti appariva inesplicabile nel giardinetto di Freud. Contrariamente alle mie speranze, parlammo poco, ma ci divorammo a vicenda con gli occhi. Freud conosceva di me soltanto la mia pittura e l'ammirava; ma io improvvisamente

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fui colto dall'ambizione di apparirgli un dandy dell' intellettualit universale. Seppi in seguito di aver prodotto l'effetto opposto. Prima di lasciarlo, volli dargli una rivista che aveva pubblicato un mio articolo sulla paranoia e l'aprii alla pagina in cui iniziava il mio testo, pregandolo di leggerlo se gli restava un attimo di tempo. Freud continuava a fissarmi senza curarsi della mia rivista, e allora io, sempre sperando di suscitare il suo interesse, spiegai che non si trattava di una divagazione surrealista, ma di un articolo veramente scientifico e ne lessi il titolo, sottolineandolo col dito. La sua indifferenza rimase imperturbata, per cui la mia voce divenne involontariamente stridula e sempre pi insistente. Allora, continuando a fissarmi con un'intensit che sembrava riassumere tutta la sua forza, Freud esclam, rivolgendosi a Stefan Zweig: Non ho mai visto un esemplare altrettanto tipico di spagnolo. Che fanatico! .

CAPITOLO SECONDO

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NASCITA DI SALVADOR DALI

Nella citt di Figueras alle undici del mattino, il 13 maggio 1904, don Salvador Dali y Cusi nato a Cadaqus, provincia di Gerona, di anni quarantuno, coniugato, di professione notaio, abitante in questa citt al numero venti di calle Monturiol si present al signor Miguel Cornas Quintana, il giudice municipale della citt, e al suo segretario, don Francisco Sala y Sabria, per comunicare la nascita di un figlio da iscrivere nel registro civile e, fattosi riconoscere dal summenzionato giudice, dichiar: Che il detto figlio nato nel mio domicilio alle ore otto e quarantacinque del mattino di questo stesso giorno, il 13 maggio, e che gli sarebbe stato dato il nome di Salvador Felipe y Jacinto; che il bambino figlio legittimo mio e di mia moglie dona Felipa Domenech di anni trenta, nata a Barcellona, residente al suddetto domicilio. I suoi nonni paterni sono don Gaio Dali Vinas, nato a Cadaqus, defunto, e dona Teresa Cusi Marco nata a Rosas; e i suoi nonni materni sono dona Maria Ferres Sadurne e don Anselmo Domenech Serra, nati entrambi a Barcellona. I testimoni furono don Jos Mercader, nato a La Bisbal, provincia di Gerona, conciatore, abitante in questa citt al numero venti di calzada de Los Monjes; e don Emilio Baig, nato in questa citt, musicista, domiciliato al numero cinque di calle de Perelada, entrambi maggiorenni. Fate suonare tutte le vostre campane! Esultate, Salvador Dali nato! N o n spira un soffio di vento, il cielo di maggio risplende immacolato, il mar Mediterraneo si stende immobile, e sul suo dorso, morbido come quello di un pesce, brilla un riflesso di sole ben distinto in almeno sette, o forse otto, raggi: si potrebbero contare. Tutto va per il meglio! Salvador Dali non avrebbe potuto desiderar di pi.

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Fu in un mattino uguale a questo che i fenici e poi i greci sbarcarono nelle baie di Rosas e di Ampurias, per preparare il letto della civilt, le candide, lucenti e teatrali lenzuola destinate alla mia nascita, per essa soltanto scelsero il centro preciso della pianura di Ampurdn, il paesaggio perfetto, concreto, obiettivo, che non ha equivalenti nel mondo intero. Ecco che il pescatore di capo Creus ritira i remi nella barca e ve li lascia immobili a gocciolare; intanto sputa nel mare l'amara cicca di un sigaro mille volte rimasticato e si asciuga con la manica la lacrima di miele lentamente formatasi all'angolo dei suoi occhi, e poi guarda verso di me! E anche tu, Narciso Monturiol, illustre figlio di Figueras, inventore e costruttore del primo sottomarino, volgi i grigi occhi velati di nebbie verso di me. Guardami! Non vedi nulla? E tutti voi non vedete nulla? Soltanto... In una casa di calle Monturiol un neonato dorme, tra l'adorazione dei genitori, tra un disordine domestico assolutamente insolito. Miserabili, tutti quanti siete! Ma ricordate il mio avvertimento: le cose non andranno cos il giorno della mia morte!

CAPITOLO TERZO

FALSI RICORDI D'INFANZIA

Quand'ebbi sette anni mio padre decise di mandarmi a scuola, e il primo giorno mi accompagn. Dovette ricorrere alla forza e trascinarmi per mano, mentre io urlavo, provocando una confusione tale da far accorrere sui loro usci i bottegai di tutte le strade che percorrevamo. 1 miei genitori mi avevano gi insegnato due cose: le lettere dell'alfabeto e il modo di scrivere il mio nome. Alla fine del primo anno di scuola scoprirono con vero stupore che avevo dimenticato tutto quel che sapevo. Non era colpa mia. Il mio maestro si era dato una gran pena per ottenere questo bel risultato, sempre che si possa chiamar pena il suo sonno quasi continuo. Questo professore si chiamava senor Traite, che in catalano significa frittata, ed era sotto ogni aspetto un personaggio straordinario. Aveva un'immensa barba bianca divisa in tante treccioline simmetriche cos lunghe che, quando si sedeva, gli pendevano oltre le ginocchia. Era una barba color dell'avorio, chiazzata di giallo, come i polpastrelli e le unghie dei grandi fumatori e i tasti di certi pianoforti, sebbene quei pianoforti, ovvio, non abbiano mai fumato in vita loro. Il sefior Traite aveva un bellissimo viso di tipo tolstoiano1 con innesti leonardeschi; i suoi occhi turchini lucentissimi si illuminavano di sogni e di poesia; vestiva con sciatteria, puzzava e, di tanto in tanto, si metteva in testa un cilindro, ornamento insolito nella regione. Ma il suo aspetto imponente gli permetteva qualunque eccentricit, ed era reso invulnerabile dalla fama di un'estrema intelligenza. Talvolta, la domenica, partiva per brevi escursioni artistiche, e ne ritornava con la
il incirca nello stesso periodo, in Russia, nella villa di Tolstoj, un'altra m a mo 'j ' 8^ e > sedeva nel grembo di un'altra patata, di un altro rdo terroso, raggrinzito e sognante: il conte Lev Nikolaevic Tolstoj.

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carrozza piena di frammenti marmorei, finestre gotiche e altri elementi architettonici che comprava per pochi soldi o addirittura rubava nelle chiese dei dintorni. Un giorno scopr in un campanile un capitello romanico particolarmente affascinante e torn sul luogo di notte, pi volte, per estirpare dal muro a cui era fissato il suo adorato capitello. Scalf, scav, demol con tanto furore che alla fine una parte del campanile croll, e con un fracasso facilmente immaginabile due enormi campane caddero sopra una casa vicina, demolendo il tetto e penetrando, attraverso un largo cratere, nelle stanze. Prima che l'intero villaggio si svegliasse e si rendesse conto dell'accaduto, il seiior Traite fuggiva al galoppo nella sua carrozza, indenne, inseguito da alcuni sassi dei contadini infuriati. Bench l'incidente avesse provocato una certa collera nel popolino di Figueras, il seiior Traite ne trasse l'aureola del martirio artistico. In verit si stava costruendo, pezzo dopo pezzo, una villa in campagna, ricavata dai suoi saccheggi domenicali. Perch mai i miei genitori avevano scelto per me quella scuola diretta da un insegnante cos eccentrico? Perch mio padre, libero pensatore, non voleva affidarmi ai Padri Maristi, che istruivano gli altri bambini della mia classe sociale; trascorsi quindi il mio primo anno scolastico tra i pi poveri ragazzini della citt, il che fu decisivo per lo sviluppo delle mie tendenze naturali alla megalomania. Giorno dopo giorno mi abituai a giudicare me stesso, lo scolaro ricco, come un qualcosa di preziosissimo, di delicato, di diverso dai miei miserabili compagni. Ero il solo a portare a scuola un magnifico thermos pieno di cioccolata calda, avvolto in una salvietta ricamata con le mie iniziali. Io solo, se mi graffiavo anche leggermente, venivo accuratamente medicato e fasciato; io solo indossavo un abitino alla marinara, con grosse mostrine dorate e stelle sul berretto; io solo emanavo un profumo meraviglioso per i miei compagni, i quali, a turno, fiutavano da vicino l'aroma dei miei capelli accuratamente pettinati, della mia testa privilegiata; io solo calzavo scarpette ben lucidate e con una fila di bottoncini d'argento, e se ne perdevo uno si scatenavano risse furibonde tra i bambini scalzi anche in pieno inverno o, al massimo, calzati di orribili e spaiate espadrilles. Io, soprattutto, ero colui che non giocava, colui che non parlava mai, e i miei condiscepoli mi ritenevano un essere cos strano che mi si avvicinavano, diffidenti, solo per ammirare da vicino il fazzolettino di pizzo fiorito nella mia tasca, o il mio bastoncino esile e flessibile, ornato da una testa di cane in argento. /

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Che cosa feci dunque, durante un anno intero, in quell'orrenda scuoletta comunale? Intorno al mio silenzio solitario gli altri bambini si abbandonavano alla frenesia di una turbolenza continua e per me incomprensibile. Gridavano, giocavano, combattevano, piangevano, ridevano, animati dall'oscura avidit di lacerare carne vivente con i denti e con le unghie, ostentando l'ancestrale demenza tipica di ogni essere biologicamente sano, degna dei principi d'azione sviluppati praticamente e animalescamente. Quant'ero lontano da loro, esattamente al polo opposto! Ogni giorno disimparavo il modo di compiere gli atti pi semplici. Ammiravo l'ingenuit dei piccoli esseri assistiti dai demoni delle attivit quotidiane e quindi capacissimi di riparare con due chiodini i portapenne rotti. Sapevano anche ricavare figure complicate da un foglio di carta piegato; sapevano sciogliere rapidamente e abilmente gli aggrovigliati nodi delle loro espadrilles, mentre a me capitava di restar chiuso per un intero pomeriggio in una stanza, non sapendo girare la maniglia per uscirne; se capitavo in una casa di amici, mi ci perdevo e non riuscivo nemmeno a togliermi, sfilandolo dal capo, il mio camiciotto da marinaio, perch temevo di morire soffocato. Ogni attivit pratica mi era impossibile e gli oggetti del mondo esterno sempre pi mi atterrivano. Che cosa feci dunque, lo ripeto, per un anno intero in quel1 orrenda scuola? Una cosa soltanto, ma questa con disperata intensit: fabbricai falsi ricordi d'infanzia. La differenza tra ricordi veri e quelli falsi esattamente la stessa che si pu riscontrare tra i gioielli: sono sempre i falsi ad avere un'aria autentica e preziosa. Ricordo ad esempio una scena che, per ia sua improbabilit, deve ritenersi il mio primo ricordo falso.

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Stavo guardando un neonato nel suo bagno. Non saprei dire se fosse un bimbo o una bimba, ricordo soltanto che vidi sopra una delle sue minuscole cosce un buco abbastanza profondo da contenere un'arancia brulicante di formiche. Nel bel mezzo delle abluzioni la creaturina fu posta a pancia in su e io pensai che le formiche si sarebbero compresse nella piaga, provocando un dolore acuto. Poi il piccolo essere fu risollevato e la mia ansia di rivedere le formiche divenne enorme, ma con mio profondo stupore mi accorsi che erano scomparse, senza lasciar traccia di ferite. Questo ricordo chiarissimo, anche se non so situarlo nel tempo. Del resto il mio passato forma per me una massa talmente omogenea e compatta che soltanto l'esame criticamente obiettivo di certi avvenimenti troppo assurdi e chiaramente impossibili mi costringe a considerarli falsi ricordi. Ad esempio, quando mi riferisco a fatti accadutimi in Russia, de-

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vo catalogarli tra i falsi, perch non sono mai stato in quel paese in vita mia. Avevo per veduto una gran quantit di cartoline, di disegni, di fotografie della Russia, restando affascinato dal miraggio delle cupole abbaglianti, dei paesaggi di ermellino nei quali i miei occhi udivano, per cos dire, i fiocchi di neve scricchiolare di magici fuochi orientali. Le visioni di questo paese candido e lontanissimo corrispondevano esattamente alla mia aspirazione patologica verso l' assolutamente straordinario . E assumevano realt e peso a tutto detrimento delle vie di Figueras, che stavano perdendo il loro carattere corporale. Inoltre, come mi accade spesso quando desidero qualcosa con appassionata veemenza, la mia oscura ma violenta attesa trov una sua materializzazione: una notte cadde la neve. Era la prima volta che contemplavo quel fenomeno, e al risveglio vidi Figueras e tutta la campagna circostante coperta da quell'ideale nuvola che seppelliva la realt, quasi per la magia unica e onnipotente della mia volont. Non ne fui stupito, a tal punto avevo atteso e immaginato la trasformazione; una calma estasi si impadron di me e affrontai gli straordinari eventi che ora racconter con una calma sognante e assoluta. Verso met mattina la neve smise di cadere, e lasciai la finestra, a cui ero rimasto incollato fino ad allora, per andare a passeggio con mia madre e con mia sorella. Ogni incerto passo nella neve mi sembrava stupendo, ero soltanto lievemente irritato perch il traffico stradale gi guastava l'immacolato splendore delle vie: avrei voluto che nessuno potesse percorrerle, tranne ovviamente io. Avvicinandoci ai sobborghi della citt, incominciammo a ritrovare la vera neve e, attraversata una piccola foresta, raggiungemmo una radura splendidamente intatta. Mi arrestai affascinato, anche perch, proprio al centro di quella distesa purissima, vidi un piccolo oggetto nero: il frutto, simile a una castagna selvatica, caduto da un platano. L'involucro esterno si era spaccato e si distingueva perfettamente la bacca gialla all'interno. All'improvviso il sole saett attraverso le nuvole illuminando ogni cosa, e donando al mio riccio selvatico una nitida ombra turchiniccia sulla neve. La lieve lanugine chiara parve prender fuoco e farsi viva. Mi sentii gli occhi colmi di lacrime e andai a raccogliere con sollecitudine infinitamente tenera la pallottolina lacerata. La baciai sugli orli delia spaccatura con la tenerezza dovuta a qualcosa di vivo, di sofferente, di prediletto. Poi l'avvolsi nel mio fazzoletto e

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dissi a mia sorella: Ho trovato una scimmietta nana, l'ho qui, ma non te la mostrer! . E la sentivo muoversi, nel mio fazzoletto! Un sentimento pi forte di qualsiasi premeditazione mi guidava verso un punto ben determinato: la fontana scoperta. E insistetti con tutta la mia ostinazione tirannica per ottenere da mia madre che ci dirigessimo l. L'avevamo quasi raggiunta (la fontana scoperta si trovava di fianco a noi; bastava scendere numerosi gradini e poi voltare a destra) quando mia madre, incontrando alcune amiche, mi disse: Corri avanti e va' a giocare. Puoi recarti alla fontana, ma sta' attento a non farti male. Ti aspetto qui.

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Le amiche invitarono mia madre a sedere con loro sopra una panchina di pietra, appena liberata dalla neve e ancora umida. Guardai con feroce disprezzo quelle signore che osavano proporre una cosa simile a mia madre, mentre io le destinavo nella mia fantasia soltanto comodit raffinatissime; provai una grande soddisfazione vedendo che lei non volle sedersi, ma rest in piedi col pretesto che cos poteva sorvegliarmi meglio. Scesi dunque gli scalini e voltai a destra. Eccola, era l, la bimba russa che d'ora innanzi chiamer Galuchka, usando un nomignolo di mia moglie, perch sono convinto che un'unica immagine femminile riappaia di continuo nella mia vita amorosa, un'immagine che alimenta al tempo stesso i miei veri e i miei falsi ricordi. Galuchka sedeva dinanzi a me, sopra una panchina di pietra, e sembrava aspettarmi. Scorgendola mi ritrassi, e il cuore mi batteva cos forte da farmi temere che all'improvviso mi balzasse fuori dal petto. E anche la mia castagna selvatica pulsava, nel mio pugno chiuso, confermandomi di essere ben viva. Mia madre, al mio riapparire, si avvide subito del mio turbamento: C' qualcosa che non va, alla fontana? mi chie-

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se e spieg alle amiche: Quant' capriccioso! Mi ha tormentata perch lo conducessi alla fontana, e ora che ci siamo venuti non ha neppure voglia di rimanervi un poco. Le dissi di aver dimenticato il fazzoletto e, poich mia madre fissava quello che tenevo tra le dita, spiegai: Questo mi serve per avvoltolarci la scimmietta, ne ho bisogno di un altro per soffiarmi il naso . Dopo che mia madre ebbe usato il suo per soffiarmi il naso mi allontanai nuovamente. Questa volta volevo aggirare la fontana, per cogliere Galuchka alle spalle, per vederla senza esser visto; era per necessario, per riuscirci, arrampicarsi lungo una scarpata di pietre taglienti. E mia madre comment, di nuovo: Deve sempre far diversamente dagli altri. Scendere i gradini gli sembrava troppo semplice! . Mi inerpicai per l'erta ripida, e vidi Galuchka di schiena. Ne fui rassicurato, temevo che non fosse reale, temevo se ne fosse gi andata; l'immobilit dorsale del suo atteggiamento mi paralizzava ancora, ma non tanto da terrorizzarmi. Mi inginocchiai sulla neve, per meglio nascondermi, dietro il tronco di un vecchio olivo. Il mio movimento coincise con quello di un uomo che si chinava per riempir d'acqua la sua brocca, alla fonte e, mentre l'acqua gorgogliando scendeva nel recipiente, ebbi una strana impressione: ' mi parve di vivere all'infinito, sentendomi deserto di ogni pensiero, di ogni emozione. Ero simile alla biblica statua di sale ma, pur avendo il cervello svuotato, vedevo e sentivo con un'intensit quale in seguito non mi fu pi dato provare. La figura di Galuchka si stagliava sullo sfondo nevoso con contorni precisi e aguzzi, simili a quelli del buco di una serratura, e contemporaneamente ascoltavo, senza perderne una sillaba, la conversazione tra mia madre e le sue amiche, nonostante la distanza che ci separava. Nel preciso istante in cui l'acqua trabocc dall'anfora, lo strano incantesimo si spezz in me. Il tempo, rimasto miracolosamente immobile, riprese le sue consuete prerogative, i suoi limiti normali, e io mi rialzai guarito da ogni timidezza. Avevo le ginocchia intirizzite per il lungo contatto con il suolo diaccio, e tuttavia pensavo soltanto a raggiungere Galuchka per baciarla sulla nuca con tutte le mie forze. Ma subito dopo, invece di realizzare il mio desiderio, trassi di tasca un
\nche Picasso mi disse di aver vissuto un'esperienza simile, nel suo caPresso Parigi: in una notte di luna riemp d'acqua una brocca e gli parvivere molti anni nel tempo necessario alla semplice operazione.

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coltelluccio per seguire un altro impulso; ci pensavo da tempo, a dire il vero, e ora l'avrei fatto: avrei sgusciato la mia castagna selvatica, per offrirne il cuore, dolcemente peloso, a Galuchka. Ma ancor prima che cominciassi il mio lavoro, l'adorata bambina si era alzata, correndo verso la fontana per riempirvi, a sua volta, un piccolo bricco; decisi allora di avvicinarmi furtivamente alla sua panchina per posare la castagna selvatica, cos com'era, sopra un foglio di giornale l abbandonato. Ma fui nuovamente vinto dalla vergogna: misi, s, la castagna sulla panchina, ma sotto il giornale, e subito dopo fui colto con tanta forza dal timore che la piccola, sedendosi, si ferisse con l'invisibile riccio, che venni assalito da un tremito violento. Mia madre mi raggiunse: da tempo stava chiamandomi e, non udendo risposta, si era spaventata. Temendo che avessi preso freddo, mi avvolse in una grossa sciarpa; era palesemente atterrita. Mi prese per mano e io, tremando al punto di non poter parlare, mi lasciai condurre via, abbagliato, istupidito, le viscere divorate dalla disperazione di dover lasciare quel luogo, e in quel modo. La storia del mio diletto riccio selvatico appena all'inizio. Ascoltate il seguito. La neve scomparve, e con lei si perse la meravigliosa trasfigurazione della citt e del paesaggio durante i miei tre giorni di eccezione: tre giorni senza scuola, tre giorni di sogni a occhi aperti, di avventure fin qui minuziosamente descritte. Il ritorno alla soporifera monotonia della scuola mi fu quasi piacevole, per il suo valore di riposo, e contemporaneamente mi fer, iniziando la lunga, reale sofferenza che, lo presentivo, sarebbe guarita assai lentamente. E poi la perdita dellascimmietta nana, della pallina amatissima, mi pesava troppo. Il soffitto a volta che conchiudeva le quattro sordide pareti della scuola era chiazzato da grandi macchie di umidit, i cui contorni irregolari costituirono, per parecchio tempo, il mio solo, il mio unico conforto. Durante interminabili e logoranti rveries, i miei occhi seguivano le forme confuse di quel caos da cui lentamente vedevo emergere apparizioni concrete, precise, dettagliate, realistiche. Da un giorno all'altro potevo, con un certo sforzo, ritrovare le figure in precedenza scoperte, e continuavo cos a perfezionare il mio lavoro allucinato. Se una lunga consuetudine mi rendeva troppo familiare una figura, le sue potenzialit emotive languivano, si spegnevano, e allora trasformavo immediatamente l'immagine logorata in qualcosa d'altro, e

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un identico pretesto formale poteva, attraverso infinite metamorfosi, procurarmi sempre rinnovati piaceri. La particolarit pi curiosa del fenomeno (che sarebbe poi divenuta la chiave di volta della mia futura estetica) consisteva nella possibilit di ritrovare sempre, a mio piacimento uno qualsiasi dei mille stadi dell'evoluzione di una figura, e di ritrovarlo non semplicemente com'era all'inizio, ma come lo avevo progressivamente perfezionato e arricchito.

Una sera, mentre ero pi che mai immerso nella contemplazione delle chiazze di muffa, sentii due mani posarmisi dolcemente sulle spalle. Trasalii, balzai in piedi, inghiottii di traverso, presi a tossire convulsamente, e ne fui ben lieto perch cos potei nascondere il mio smarrimento. Ero infatti arrossito sino alle orecchie, riconoscendo, nel compagno che mi toccava, Buchaques. Era assai pi alto di me, e indossava un abito stravagante, con un'enorme quantit di tasche, che si chiamano, in catalano, buchaques, e gli avevano valso il suo soprannome. Da gran tempo avevo deciso che Buchaques era il pi bello della classe e non osavo guardarlo se non furtivamente, e ogni volta che casualmente i nostri sguardi si incrociavano, il sangue mi si gelava nelle vene. Senza alcun dubbio ero innamorato di lui, perch nulla giustificherebbe altrimenti i disturbi emotivi provocati in me dalla sua presenza, nonch la sua crescente importanza nelle mie rveries, dove lo trovavo talvolta unito a Galuchka, talvolta contrapposto a lei.

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Non capii assolutamente quel che Buchaques mi stava dicendo, perch le orecchie mi ronzavano, in quel delizioso stordimento che ci avvolge per permetterci di ascoltar meglio i battiti furiosi del nostro cuore. Buchaques divenne il mio unico amico e quella sera, lasciandoci, ci baciammo lungamente sulla bocca. A lui solo volli raccontare la storia della mia scimmietta nana. Mi credette, o finse di credermi, mostrando un vivo interesse; e parecchie volte, al buio, andammo nei pressi della fontana scoperta cacciando la mia scimmia nana, la mia meravigliosa pallina cui attribuivo, ormai, tutte le particolarit di un essere vivente. Buchaques era biondo (avevo portato a casa mia uno dei suoi lunghi capelli, che custodivo tra le pagine di un libro, considerandolo oro puro), con occhi azzurri splendenti, e la sua carnagione rosata contrastava con il mio olivastro e pensoso pallore, su cui aleggiava l'ombra della meningite, il nero uccello che aveva ucciso il mio fratellino. Buchaques era bello, per me, come una bellissima bambina, e solo le sue ginocchia ossute e le sue cosce, troppo evidenti nei pantaloncini eccessivamente stretti, mi davano un certo fastidio. Ma nonostante il mio imbarazzo, continuavo a guardare con estremo interesse quei calzoncini attillatissimi, ogni volta che un movimento brusco minacciava di spaccarli. Rivelai a Buchaques i miei sentimenti nei riguardi di Galuchka. Le sue reazioni furono totalmente scevre da ogni gelosia, e il suo atteggiamento verso Galuchka fu simile a quello verso la scimmietta: mi convinsi che avrebbe adorato entrambe, non meno di me. Insieme ne parlavamo sempre, tenendoci strettamente allacciati, con braccia carezzevoli; ma ci baciavamo soltanto al momento di lasciarci. Ed era un momento che aspettavamo con emozione crescente, cercando di esasperarlo al massimo col prolungare la conversazione. Lui era ormai tutto, per me, e cominciai a regalargli i miei migliori giocattoli, che uscivano furtivamente da casa mia per ammucchiarsi in casa di Buchaques, sempre pi avido di doni. Esauriti i miei giochi, presi quanto trovai in casa, cominciando timidamente con le pipe di mio padre e con certe medaglie d'argento (il nastro era di seta marezzata) conferitegli durante un congresso di esperantisti. Poi scelsi un canarino di porcellana che troneggiava in una delle vetrine, in salotto. Ma Buchaques, abituatosi rapidamente alla mia prodigalit, divenne esigentissimo. Finii per portargli una grossa ciotola di coccio che mi sembrava poeticissima e

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commovente, essendo ornata di due rondinelle grigiazzurre, in pieno volo. La madre di Buchaques dovette giudicare la ciotola troppo voluminosa per ignorarla, come aveva fatto con gli altri doni, e la restitu a mia madre, che pot cos spiegarsi la scomparsa, ancora misteriosa, di tanti oggetti. Fui disperatamente infelice, piansi amare lacrime, gridando: Io amo Buchaques! Io amo Buchaques! . Mia madre, sempre angelica, mi consol come meglio pot e poi mi compr un magnifico album su cui incollammo centinaia di decalcomanie per offrirlo, una volta completato, al mio amico, al mio amato, a Buchaques. Inoltre disegn e color per me, su lunghe strisce di carta, straordinari ritratti di animali favolosi, e incoll con tanta precisione le strisce da formarne una specie di libretto pieghevole: fu un altro mio omaggio a Buchaques. Ma il crescente intervallo tra i regali e il loro scarso valore materiale raffreddarono i sentimenti che Buchaques mi aveva sin l testimoniato, e ben presto lo vidi mescolarsi ai giochi turbolenti degli altri scolari: mi dedicava ancora qualche breve intervallo, ma generalmente a ogni ricreazione si lasciava dominare dalla frenesia delle competizioni pi chiassose e violente. Capivo di aver perduto definitivamente la dolcezza del mio idillico confidente, e la forza germinativa della sua esuberante salute scoppiava, incontenibile, oltre i limiti di quella sua carne morbida al tatto, ma troppo presto congestionata e venata di sangue. E ora mi si accostava solo per afferrarmi brutalmente per un braccio e costringermi a correre con lui! Una sera finsi di aver ritrovato la mia scimmietta nana. Speravo, con quello stratagemma, di riconquistarlo, e infatti Buchaques insistette appassionatamente per vedere il tesoro, accompagnandomi a casa, dove ci nascondemmo dietro la grossa porta di un buio sottoscala. L, con infinita cura, con mani tremanti, svolsi il fazzoletto che conteneva una castagna selvatica raccolta a caso. Brutalmente, Buchaques mi strapp di mano fazzoletto e castagna. Era talmente pi forte di me che non tentai neppure di resistere e lo vidi sorridere con malvagit infinita, uscire in strada, reggendo per la sua codina la castagna, e lanciarla in alto. Non cercai di riprenderla, sapevo benissimo che non era quella vera. -U allora Buchaques fu mio nemico. Si allontan dalla mia casa sputando in aria, verso di me, a parecchie riprese. Corsi ln c a m era mia e piansi a dirotto. Ma gliel'avrei fatta pagare!

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Ero convinto di essere in Russia, sebbene non ci fosse neve attorno, il che era naturale, poich si era appena sul finire dell'estate. Quel giorno ai due lati della strada si assiepava la folla, in attesa, mi sembra, di una sfilata militare. Il pubblico era prevalentemente femminile. Da una folta e scura massa d'alberi spuntavano cupole e torri policrome, simili a quelle che avevo ammirato sulle incisioni del seior Traite, e i raggi obliqui del sole, che volgeva al tramonto, traevano dalle merlature fuochi multicolori. Su una rotonda di pietra la banda accordava gli strumenti: gli ottoni mandavano di quando in quando bagliori violenti, accecanti come quelli dell'ostensorio nelle messe di paese. Gi si udiva quello stridio, ora acuto ora sommesso, di note discordi, che ha la perfida virt di esasperare l'attesa: l'accordo iniziale sta per scoppiare da un istante all'altro, e quando l'attesa si prolunga una terribile, delicata tortura. Alla mia et, tante impressioni e tante emozioni accumulate non potevano che sfociare in un prepotente bisogno di far pip; e cos accadde quando il paso doble inaugurale esplose, lacerando il crepuscolo in lembi scarlatti. Le lacrime erano calde, negli angoli dei miei occhi, irresistibili, come se in quello stesso istante mi inondassero anche i calzoncini. E le mie sensazioni raddoppiarono di intensit, quando vidi Galuchka. Stava in piedi, sopra una seggiola, per osservare la sfilata. Solo un viale alberato mi divideva da lei: certo mi avrebbe scoperto, tra poco; vergognandomi orribilmente, mi nascosi dietro la schiena enorme di una bambinaia seduta per terra.

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Era una schiena infinitamente tenera, inconsciamente protettiva, mossa da un respiro ritmico e quasi marino, che mi ricordava le deserte spiagge di Cadaqus... Forse, nell'imminente oscurit, non mi sarei pi vergognato, avrei osato incontrare lo sguardo di Galuchka. Chiusi gli occhi. Quando li riaprii Galuchka stava venendo verso di me. Avrei voluto fuggire, ma era ormai troppo vicina. Poco dopo eravamo seduti l'uno di fronte all'altra e le nostre ginocchia si toccavano: il respiro affannoso non ci permetteva di proferir parola. Dal luogo dove eravamo seduti partiva una rampa che conduceva a una strada pi alta. Un gruppo di ragazzacci si divertiva ad arrampicarsi fino in cima per precipitarsi poi gi a rompicollo con dei monopattini, lanciando urla scomposte e minacciose. Quale non fu il mio smarrimento quando fra loro scoprii Buchaques: era orribile. Ricambi il mio sguardo carico d'odio, poi si precipit contro di noi col suo monopattino, sghignazzando. Galuchka e io cercammo di barricarci fra il muro e il tronco di un grosso platano. Buchaques rinnovava gli assalti, ma ogni volta che si allontanava per risalire la rampa, il nostro idillio ricominciava.

ome assorta, Galuchka cominci a trastullarsi con la caina che portava al collo, ma i suoi gesti avevano una appassionata e maliziosa civetteria, che mi lasciava intendere >e qualcosa di molto prezioso fosse legato a quell'oggetto.

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Chiudi gli occhi mi disse, e io ebbi il presentimento di quello che poi vidi riaprendoli: la mia cara pallina, la mia adorata scimmietta! Ma Galuchka la rimise subito dentro la blusa. Richiudi gli occhi ripet, poi mi prese la mano, e bench opponessi resistenza, stupito, lei la condusse gi, dentro il suo seno: sulla carne tenera e calda sentii, fra un ciuffo di medagline scottanti, l'inconfondibile presenza della pallina che avevo tanto desiderato. Ma non ebbi tempo di assaporare il miracolo: Buchaques, arrivando come un fulmine, mi butt a terra. Anche Galuchka era stata colpita e aveva una ferita proprio in mezzo alla fronte. Un atroce desiderio di vendetta m'invase. La mia mano scivol sull'elsa della spada, la sollev impercettibilmente; scorreva bene nel fodero e vidi brillare la sua lama tagliente. Buchaques sarebbe stato punito! La mia vendetta era decisa. Galuchka si era allontanata; la notte stava scendendo, nessuno avrebbe visto e Buchaques non si sarebbe certo accorto in tempo del pericolo. Ma questa volta Buchaques non scese col monopattino; dirigendosi verso il platano senza osare guardarmi domand: E lei dov'? . Non risposi. Lui gir dietro il platano e rimase l a lungo, a fissare stupidamente Galuchka. Finalmente le disse: Se mi mostri la scimmietta di Dali non lo far pi. Lei rabbrivid e ancor pi fortemente si premette sul cuore il ciuffo di medagline con la mia cara pallina. Allora, geloso e mortificato, Buchaques mi chiese: Giochiamo?. A che cosa? domandai. A guardie e ladri. Chi sta sotto?. Il pi alto proposi. Arrendevole, ormai in mio potere, accett. Era il pi alto e risal la rampa per dare a Galuchka e a me il tempo di nasconderci. Sal tranquillo: la mia ipocrita, la mia perversa riconciliazione aveva placato il suo fugace rimorso. Continuavo di lontano, con gli occhi, il muto idillio con Galuchka per non insospettirla, ma intanto estraevo con lenta determinazione la spada dal fodero; passandola dietro la schiena la infilai fra due seggiole con la lama nuda nella direzione voluta. Calcolavo, sempre guardando teneramente Galuchka, la statura di Buchaques: volevo che la lama affondasse proprio nel mezzo della sua gola. Mi assicurai della resistenza delle seggiole che dovevano servire da pilastri al mio ponte tagliente, e altre ne aggiunsi di rinforzo.

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Galuchka, gridai finalmente sta arrivando Buchaques ! . Ed eccola contro di me, mentre ancora stavo spiando la ripida discesa che avrebbe facilitato la corsa di Buchaques. Me la stringevo sul petto, ordinandole di non guardare, approfittando della sua obbedienza per far scivolare meglio la spada tra le due seggiole. L'avevo nascosta perfettamente, brillava appena, nel buio, con la fredda e disumana nobilt della giustizia. Gi si udiva il rumore del monopattino di Buchaques lanciato a corsa pazza lungo il pendio. Era ora di fuggir via. Trasanai Galuchka tra la densa folla, per mano; come due farfalle cieche sbattemmo contro la fiumana che ci veniva incontro. Poi, obbedendo al malinconico rimpianto che segna il finire delle feste, anche il ritmo della folla si fece pi lento. Un ultimo paso doble, suonato senza convinzione, si spense. Sostammo sul luogo dove, poche ore innanzi, un cavallo era stato ucciso, e sull'asfalto il sangue formava un'enorme macchia, simile a un uccello nero dalle ali spiegate. Improvvisamente fece freddo; il sudore ci si gel addosso. Ci sentivamo laceri e sporchi; il cuore mi batteva nelle ferite che mi

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laceravano le guance. Mi toccai la testa: mille contusioni mi procuravano un dolore dolce e quasi piacevole; Galuchka era livida. La macchia di sangue sulla sua fronte era circondata da una chiazza viola. E Buchaques? Dov'era il suo sangue? Chiusi gli occhi.

CAPITOLO QUARTO

AUTENTICI RICORDI D'INFANZIA

Una sera, a pranzo, mio padre provoc la costernazione generale leggendo a voce alta un dettagliato rapporto dei miei insegnanti. Vantavano la mia buona condotta, la mia gentilezza; ponevano in risalto il fatto che trascorrevo le mie ricreazioni lontano dai giochi rumorosi dei compagni, contemplando un'immaginetta (sapevo benissimo quale)1 trovata nell'argenteo involucro della cioccolata. Ma concludevano dicendomi dominato da una pigrizia mentale cos profonda che ogni possibilit di progresso negli studi va esclusa. Ricordo che mia madre pianse, quella sera. Era vero, comunque, che in un anno di scuola (il mio secondo, ma avevo ripetuto la stessa classe) non mi era stato possibile imparare la quinta parte di quanto i miei compagni divoravano e assorbivano, letteralmente. Sarei dunque rimasto sempre allo stesso punto, mentre gli altri, animati dal furore della competizione, si sarebbero arrampicati fulmineamente lungo gli scoscesi gradini delle scale gerarchiche. Il mio isolamento si era fatto tale che io, assillato da quell'idea fissa, mi convincevo di non poter imparare neppure quanto, a poco a poco e quasi mio malgrado, mi si insinuava nel cervello; ad esempio, scrivevo ancora malissimo, con una gran quantit di macchie, e formando faticosamente caratteri illeggibili, bench in realt fossi perfettamente capace di scriver bene. Lo si vide quando, ricevuto in dono un taccuino di carta satinata, scoprii le gioie della calligrafia. Con cuore palpitante inumidii di saliva il pennino nuovo, per parecchi minuti, e subito cominciai a eseguire un miracolo di regolarit e di eleganza che mi valse il primo premio, e la pagina fu incorniciata, posta sotto vetro e appesa al muro. Lo stupore prodotto dal mio improvviso e miracoloso mutamento mi spinse sulla via di quelle mistificazioni, di quelle
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una immaginetta religiosa raffigurante il martirio dei Maccabei.

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simulazioni che furono i miei primi contatti sociali . Se, ad esempio, sapevo di dover essere interrogato sopra un argomento che non conoscevo, balzavo in piedi scagliando lontano il libro su cui da almeno mezz'ora stavo chino fingendo interesse vivissimo, ma in realt senza leggerne una riga. Dopo il gesto violento, apparentemente suggerito da una ferma determinazione, salivo sul banco, poi ne scendevo, in preda a un panico ben simulato, tenendo le braccia tese in avanti come a proteggermi da qualche immaginario pericolo e mi lasciavo infine ricadere al mio posto, celando il volto tra le mani, come squassato da un terrore invincibile. Ottenevo cos il permesso di andarmene a passeggiare in giardino. Rientrando in classe, trovavo una tazza di t aromatico, che odorava di pino. I miei genitori, evidentemente informati delle mie allucinazioni, dovevano aver raccomandato ai miei insegnanti una speciale indulgenza, e tutto questo contribuiva a creare un'atmosfera particolare intorno alla mia vita scolastica: presto i maestri smisero ogni tentativo di insegnarmi qualcosa. Spesso, inoltre, mi conducevano dal medico, quello stesso a cui avevo spaccato gli occhiali, mentre si accingeva a forar le orecchie a mia sorella. Infatti soffrivo di capogiri se scendevo o salivo troppo in fretta le scale, perdevo spesso sangue dal naso ed ero periodicamente malato di angina. I miei attacchi erano sempre uguali: un giorno di febbre e una settimana di convalescenza, con temperatura leggermente anor-

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male, e durante questo periodo assolvevo in camera le mie funzioni corporali. Mia madre faceva bruciare certi foglietti rossi di carta armena, odorosi di incenso, per eliminare il cattivo odore, oppure, se i foglietti erano finiti, una zolletta di zucchero, persino pi delizioso. Quanto mi piaceva ammalarmi di angina! Aspettavo con impazienza di rialzarmi: le convalescenze, soprattutto, erano il mio paradiso. Llucia, la mia vecchia bambinaia, veniva ogni pomeriggio a farmi compagnia, mia nonna si sedeva, sferruzzando, accanto alla finestra e la mamma portava persino le sue amiche a vedermi. Ascoltavo con un orecchio solo le fiabe di Llucia, perch con l'altro seguivo il mormorio dei grandi, continuo e fitto come il rumore del fuoco. Se la febbre aumentava leggermente, allora tutto si fondeva in una realt nebbiosa che, cullando il mio cuore, assordando il mio cervello, preparava l'arrivo dell'alato angelo vestito d'argento, l'angelo delle canzoni di Llucia, l'angelo brillante di un estenuato splendore. Llucia e mia nonna erano due incantevoli vecchie, con i capelli pi candidi, la pelle pi morbida e pi avvizzita che abbia mai veduto. Llucia era gigantesca e somigliava a un papa. Mia nonna era minuscola, e somigliava a un gomitolo di refe bianco. Io adoravo la vecchiaia. Che differenza fra queste due creature favolose, con la loro carne pergamena, dove il manoscritto cancellato e completo della vita era scritto squisitamente, e la carne nuova, cruda, stupidamente inconscia dei miei coetanei, incapaci di rammentare d'esser stati vecchi, poco tempo innanzi, nel loro stato embrionale. I vecchi, invece, ricordavano benissimo di esser stati bambini e avevano imparato a invecchiare nuovamente. Ero, sono e sar fino alla morte la vivente incarnazione dell'anti-Faust. Bambino, adoravo il nobile prestigio degli anziani, e avrei dato volentieri il mio corpo per poterli raggiungere rapidamente, per invecchiar con loro. Ero l'antiraust. Miserabile colui che, acquisita la scienza suprema della vecchiaia, vende poi l'anima per spianarsi la fronte, per riacquistare l'ignara carne della giovent! Lasciate che il ferro rovente della mia stessa vita mi tracci sul volto un labirinto di rughe, lasciate che i miei capelli imbianchino, che il mio passo vacilli, purch l'intelligenza della mia anima sia salva, purch la mia informe anima infantile acquisti, invecchian. , la forma razionale ed estetica di un'architettura, purch Possa imparare quanto nessuno saprebbe insegnarmi, quanto la vita soltanto sapr tatuare profondamente sulla "a epidermide!

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Il levigato animale della mia giovinezza mi era odioso e avrei voluto calpestarlo, lacerarlo, con tacchi aguzzi di metallo turchino. Nella mia mente il desiderio e la scienza costituivano un insieme unico e io sapevo che soltanto la prosperit e poi la decadenza della mia carne potevano offrirmi illuminanti risurrezioni. In ogni ruga di Llucia o di mia nonna leggevo la forza della conoscenza intuitiva portata alla superficie dal penoso assommarsi dei piaceri goduti, e gi pregna dei germi che animano l'embrione. Forza fatale, sotterranea e bacchica forza di Minerva, forza che attorciglia i freschi viticci alle vecchie viti, forza che presto canceller le risa stridenti sul volto, senza et, del bambino di genio.

Naturalmente non sapevo salire lungo l'erta, atroce china delle matematiche, non riuscivo affatto nei calcoli morbosi e logoranti delle moltiplicazioni; ma io, Salvador Dali, di anni nove, avevo non soltanto scoperto il fenomeno del mimetismo, avevo anche stabilito una teoria, generale e completa, per spiegarlo! A Cadaqus, durante l'estate, avevo osservato una specie di pianta marina frequentissima sulla spiaggia. Queste piante, viste da vicino, erano composte di foglioline irregolari, sorrette da steli cosi flessibili che il minimo alito di vento le

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manteneva in un costante tremolio. Un giorno, per, osservai come alcune di quelle foglie si muovessero in modo indipendente dalle altre, e quale fu il mio stupore quando le vidi camminare! Subito isolai i minuscoli insetti-foglia per osservarli minuziosamente: a guardarli dall'alto non si poteva distinguerli dalle foglie vere, ma rovesciandoli diventavano simili a scarafaggi, con la sola eccezione delle zampine, esilissime e in posizione normale, addirittura invisibili. La scoperta mi colp enormemente perch mi convinsi di aver compreso uno fra i pi importanti segreti della natura.1 E non v' dubbio: tale comprensione influenz, fin da allora, il cristallizzarsi in me delle immagini invisibili e paranoiche che attualmente popolano i miei quadri delle loro fantomatiche presenze. Fiero, orgoglioso, estatico, utilizzai subito la mia nuova scienza per gli abituali scopi di mistificazione e dichiarai che, grazie alla mia magia personale, avevo acquisito la capacit di animare oggetti inanimati. Raccoglievo un folto viluppo di piantine, sostituivo abilmente a una foglia uno dei miei insetti, e battendo fitti colpi con un sasso annunciavo di volere dar vita ai vegetali. All'inizio tutti gli spettatori dei miei esperimenti credevano che la foglia si muovesse solo per le vibrazioni dei miei colpi. Cominciai cos a diminuirne la forza, riducendoli infine a un picchiettio talmente lieve da non poter assolutamente influire sulla foglia-insetto, secondo ogni evidenza indipendente e libera. A quel punto smettevo anche il picchiettio, e i miei spettatori mandavano un urlo di ammirazione vedendo la foglia andarsene a passeggio. Ripetei mille volte il mio esperimento, soprattutto in presenza di pescatori: ognuno di loro conosceva benissimo le piantine, ma nessuno si era mai accorto del fenomeno, bench ogni cespuglio fosse carico di insetti. Quando, molto pi tardi, allo scoppio della guerra, nel 1914, la prima nave mimetizzata attravers l'orizzonte di Cadaques, scrissi nel mio libriccino di esperienze personali: Oggi ho trovato la spiegazione dei miei morros de con (era cos che chiamavo i miei insetti): ho visto infatti un malinconico convoglio mimetizzato. Contro quale pericolo volevano difendersi i miei insetti, mimetizzandosi, mascherandosi? .
L invisibile immagine di Voltaire pu venire paragonata sotto ogni petto al mimetismo degli insetti-foglia, resi i etto al^mimetismo invisibili dalla rassomiglianza e U confusione stabilite tra sfondo e figura.

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Anch'io, da bambino, adoravo mascherarmi. Esattamente nello stesso modo con cui avevo ottenuto la neve desiderando che il paesaggio di Figueras diventasse russo, cos, desiderando vivamente invecchiare, ottenni che uno dei miei zii di Barcellona mi inviasse in dono un mantello regale di ermellino, uno scettro d'oro e una corona fissata sopra un'enorme e ricciuta parrucca bianca. La sera in cui il costume giunse mi guardai allo specchio, la corona sul capo, il manto drappeggiato sulle spalle, il resto del corpo completamente nudo. Poi resi invisibili i miei attributi maschili chiudendoli strettamente tra le cosce serrate, sperando di sembrare davvero una ragazzina. Fin da allora adoravo tre cose: la debolezza, la vecchiaia, la lussuria. Ma, superiore anche a queste, un sentimento imperiale di solitudine suprema mi dominava, sempre pi possente, incorniciato dagli altri sentimenti consueti, detti di altezza e di sommit . Da qualche tempo mia madre continuava a chiedermi: Tesoro, che cosa desideri? Tesoro, che cosa potrebbe farti piacere? . Non appena lo capii, glielo dissi: volevo una delle due stanze destinate al bucato e poste sul tetto di casa nostra, con una bella terrazza davanti. Poich il nuovo lavatoio era stato installato in giardino, le soffitte servivano unicamente da ripostiglio. Mi fu dunque facile ottenerne una, che le domestiche sgomberarono, ponendo la roba vecchia in una specie di pollaio attiguo, e cosi il giorno seguente potei prender possesso dello stanzino. Era talmente minuscolo che la piccola vasca, con il suo ripiano inclinato, l'occupava quasi per intero, lasciando solo lo spazio indispensabile a una donna per lavare i panni rimanendo ben diritta e quasi immobile. Ma le ridottissime dimensioni del mio primo studio corrispondevano, perfettamente, ai miei ricordi dei piaceri intrauterini. Ecco, dunque, come mi installai: collocai una seggiola nell'interno della vasca, e disposi orizzontalmente sul piano inclinato la grossa tavola di legno che le lavandaie usano per non bagnarsi il ventre. Era la mia tavola da lavoro. Talvolta, nei giorni particolarmente caldi, mi spogliavo completamente e aprivo il rubinetto della vasca, colmandola a met e restando nell'acqua fino alla vita. Era tiepida, provenendo da un serbatoio esposto tutto il giorno ai raggi del sole: qualcosa come il bagno di Marat. Il resto dello sgabuzzino era destinato ad accogliere un curioso assortimento di oggetti, e le pareti erano ricoperte di quadretti che dipingevo sui coperchi di certe flessibilissime cappelliere in legno leg-

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gero, rubate nel negozio di modista di mia zia Carolina. Sedendo nella mia tinozza portai a termine due grossi lavori: il primo, interamente di fantasia, rappresentava l'Incontro di Giuseppe con i fratelli; il secondo era, in un certo senso, un plagio, avendolo tratto da un libriccino colorato, un riassunto dell'Iliade: raffigurava Elena1 di Troia, di profilo, intenta a contemplare l'orizzonte. Il titolo era: E il palpitante cuore di Elena si colmava di memorie... In quel quadro (che mi offr il soggetto di lunghissimi sogni) avevo particolarmente curato lo sfondo, ornandolo di una torre gigantesca, sormontata da una figura minuscola: quella figura ero io! Oltre ai quadri, c'erano poi nel mio studio moltissimi aggeggi, simili agli oggetti surrealisti inventati poi a Parigi nel 1929. Nello stesso periodo modellai anche una Venere di Milo in creta, traendo, dal mio primo tentativo di scultore un piacere squisito e senza alcun dubbio erotico.

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Eien a sarebbe poi stato il nome di mia moglie.

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Avevo portato lass l'intera collezione di Art Govens: erano piccole monografie, dono di mio padre, ed ebbero nella mia vita un'influenza decisiva. Ben presto imparai a memoria tutte le riproduzioni di capolavori, poich passavo giornate intere a contemplarle. I nudi mi attiravano particolarmente e l'Et d'oro di Ingres mi pareva il pi bel quadro del mondo: ero perdutamente innamorato della fanciulla ignuda che simboleggia la fonte. Sarebbe troppo lungo ripetere qui quel che vissi nella mia soffitta-lavatoio. Indubbiamente fu l che trovai il sale e il pepe del mio umorismo. Cominciai anche a sorvegliarmi, a studiarmi, accompagnando le mie maliziose strizzatine d'occhio con un sorriso divertito: ero gi cosciente, sia pur in modo confuso, di recitare la parte del genio. Oh, Salvador Dali! Ora lo sai! Se ti fingi genio, lo diverrai! I miei genitori dovevano ripetere, a ognuno dei visitatori che chiedeva di me: Salvador sul tetto! Salvador dice di avere uno studio lass! Salvador se ne sta ore e ore, tutto solo, in soffitta! Lass!. Lass?. S, lass!. Che frase stupenda! La mia intera esistenza doveva poi esser dominata da queste idee contrastanti, il fondo e la cima. Fin dall'infanzia ho disperatamente lottato per raggiungere la vetta, e ora che ci sono riuscito non mi muover di qui fino alla morte! Ero ostinato, e lo sono rimasto. La mia mania di solitudine crebbe, assunse a volte aspetti patologici: sono stato pazzo, secoli fa, e perch dovrei imparare saggezze che ho dimenticato duemila anni or sono? ' Ma avevo un tale bisogno di isolarmi che, ancor prima di finire il pasto comune, ero incapace di restar fermo sulla mia seggiola e mi allontanavo a pi riprese, fingendo ad esempio di dover andare al gabinetto per un violento mal di pancia. Il mio unico scopo era quello di trascorrere alcuni minuti da solo, per alleggerire la tortura del lungo pasto e per convincermi che presto avrei potuto tornarmene lass, nella mia soffitta. A scuola divenni aggressivo contro chiunque minacciasse, di proposito o meno, la mia solitudine. I bimbi che trovavaII manoscritto di Salvador Dali, per quanto riguarda la calligrafia, l'ortografia, la sintassi, probabilmente uno dei documenti pi fantasticamente indecifrabili sgorgati dalla penna di una persona sensibile al peso e al valore dei vocaboli, alle immagini verbali, allo stile. scritto su carta formato protocollo, gialla; la calligrafia praticamente illeggibile; non c' punteggiatura, non c' divisione in capitoli: un labirinto stravagante clie farebbe sudar freddo qualsiasi grafologo. Gala la sola che non si perda in questo fittissimo caos.

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no il coraggio di avvicinarsi a me, in numero naturalmente sempre minore, venivano accolti da un'occhiata talmente carica d'odio da metterli in fuga, e cos le mie ricreazioni mi permettevano di immergermi nel mio intatto e immacolato mondo personale. Ma la immacolata purezza di questo mio mondo fu ben presto distrutta: a farla svanire bast l'immagine femminile, sempre pronta a sconvolgere quelle costruzioni cerebrali con cui, al calar della notte, tentiamo con ogni pena di allontanare la morbida, sorridente farfalla della carne che, mentre ci incute il timore della morte, ci infonde la fede nel mito, per eccellenza cattolico, della nostra trionfante risurrezione corporale. Un giorno mi trovai dinanzi una bambina, tornando da scuola. Camminava davanti a me, e aveva un vitino cos sottile che a ogni passo ondeggiava inverosimilmente, per cui temevo di vederla spezzarsi in due, con quella sua cinturina d'argento cos stretta. Due amiche l'accompagnavano, una a ogni lato, tenendole le braccia intorno alla cintura, e omaggiandola dei pi seducenti sorrisi. Le due amiche si voltavano spesso indietro, e io afferravo al volo i resti dei loro sorrisi, lenti a svanire sui volti, ma l'altra, quella nel centro, non si voltava affatto e camminava con tale fierezza che mi avvidi subito del suo distacco dalle compagne. Era una regina, lei. Ed ecco rinnovarsi in me lo stesso sentimento d'amore ispirato da Galuchka, dedicato ora a Dullita; tale era il nome che le amiche ripetevano di continuo, su tutti i toni della tenerezza e della passione. Io rincasai senza averla vista in viso, e senza neppure aver tentato di farlo. Era comunque lei , Dullita! Dullita! Galuchka rediviva! Salii direttamente nella mia soffitta; le orecchie mi bruciavano, imprigionate nel berrettino alla marinara, quasi dovessero prender fuoco. Mi scoprii il capo, la fresca aria del crepuscolo mi accarezz deliziosamente le orecchie, e io compresi che il mio nuovo amore cominciava a prender possesso di me partendo dai lobi infiammati. Da quel giorno ebbi un solo desiderio: ricevere nel mio studio la visita di Dullita, accogliere Dullita sulla mia terrazza. Sapevo che questo desiderio si sarebbe inevitabilmente realizzato: ma come? ma quando? Nulla poteva attenuare il m io tormento. Una cosa atroce era inghiottire le patate lesse. Ebbi una nuova emorragia violentissima, dovettero chiamare il dottore, erdevo sangue dal naso cos copiosamente che dovetti restaore e ore sdraiato con la testa pendente, la fronte coperta

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di pannolini intrisi di aceto, a guardare il soffitto. Le persiane erano socchiuse. La grossa chiave, postami da una serva sulla nuca, all'inizio del mio malessere, mi si era incrostata nelle carni, e mi doleva molto. Ma ero troppo debole per spostarla. Minuscole immagini di passanti e di veicoli si riflettevano sul soffitto, e io sapevo bene che corrispondevano a veri passanti, a veri veicoli, gi nella strada illuminata dal sole. Eppure la loro apparizione era cos rapida da farmi pensare piuttosto a uno sfilare di angeli. Se Dullita, con le sue amiche, avesse scelto la mia strada per la sua passeggiata, ecco che l'avrei vista sul mio soffitto. Non era probabile poich percorreva sempre una via parallela alla nostra, ma due pensieri mi preoccupavano profondamente: 1. Se avesse attraversato il mio soffitto, io mi sarei trovato sotto di lei. 2. Se la sua testa fosse stata all'ingi, sarebbe dovuta cadere nel vuoto. E continuavo a vederla, naturalmente di spalle, con il suo virino fragilissimo, cadere nel nerissimo vuoto, spezzandosi irrimediabilmente in due, come una tazzina di porcellana. Era il castigo che meritava per non esser ancora venuta nel mio studio, ma volevo salvarla e mi torcevo disperatamente sul letto, sentendo la chiave entrarmi nelle ossa e localizzando il mio amore per Dullita, per Galuchka rediviva, li, dove soffrivo tanto. L'indomani i miei genitori decisero di mandarmi in campagna. Sarei stato ospite della famiglia Pichot, che possedeva una tenuta in pianura, a due ore da Figueras.1 La propriet si chiamava El muli de la torre [Il mulino della torre]. Non ci ero mai stato, ma il nome mi affascinava e quindi accettai di andarci, mostrando una stoica rassegnazione, in cui la presenza della torre, uno dei miei miti prediletti, giocava un seducente ruolo.

Questa famiglia ebbe su di me e sui miei genitori una grande influenza. Tutti i Pichot erano artisti, di molti meriti, di infallibile gusto. Ramon Pichot era pittore, Ricardo violoncellista, Luis violinista, Maria contralto, e cantava all'Opera. Pepito, poi, era il pi artista di tutti bench non si dedicasse particolarmente alle belle arti. Fu per lui che costru la casa di Cadaqus, lui a possedere un talento squisito per il giardinaggio e per la vita in generale. Anche Mercedes era una Pichot al cento per cento, con una sensibilit mistica e poetica per quanto riguardava la casa. Spos il grande poeta spagnolo Eduardo Marquina, che introdusse nel pittoresco realismo di questa famiglia catalana la nota castigliana di delicatezza e di austerit indispensabile a rendere perfette la maturit e la compiutezza generali.

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la.Jkh/fireInoltre quel mio soggiorno sarebbe stato una vendetta contro Dullita, che non veniva a trovarmi, bench l'aspettassi ogni giorno; senza contare che, una volta svanito il mio rancore insieme al ricordo, avrei ritrovato la mia felice solitudine, da lei sconvolta. Partii in un carrozzino, con il senor e la senora Pichot e la s% S p d l c , e n n e filia adottiva, Julia, dai lunghi capelli neri. Il enor i ichot guidava il cavallo. Era uno dei pi begli uomini nlU j , a m a l v i s t 0 ' c o n b a r b a e b a f f i di ebano e folti capelli ondulati. Per incitare il cavallo gli bastava far schioccac i \ f a \ e,sfr/ngeva a l l o r a curiosamente i denti, pur socb r a COn u n a s m o r f i a c h e scSiTS0 ' %l contraeva i mup e r C u i il s o l e b r i l I a v a s u i s u o i 0 6 canHid ^J" ' Perfetti, saliva 11 S l m i 10 l ' C m e S u g a r d e nie pietrificate e umide di u te m, J ' docilmente, accelerava la corsa, traendo no"uove dal tintinnio dei suoi campanelli.

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Arrivammo poco dopo il tramonto e il Muli de la torre 1 mi impression come un luogo magico, architettato unicamente per la continuazione reale dei miei sogni e delle mie fantasie.2 Mi parve di aver miracolosamente riacquistato la salute, e la stanchezza, la malinconia dei giorni precedenti sparirono all'istante. La patata lessa, cosparsa di olio e di sale, mi fece venire l'acquolina in bocca. I sistematici princpi che dovevano poi costituire la gloria di Salvador Dalf cominciarono a manifestarsi in questo periodo, attraverso un meditato programma che soppesava i miei diversi impulsi, un programma gesuitico e meticoloso secondo cui non soltanto decidevo le azioni da compiere durante il giorno, ma anche le emozioni che dalle azioni stesse avrei potuto e dovuto trarre: il mio sistematico principio consisteva sia nella perversa premeditazione sia nel disciplinato rigore nell'attuazione dei gesti e dei pensieri prefissati. Fin da allora avevo scoperto un'essenziale verit: avrei dovuto conferire una forma alla bacchica molteplicit, alla promiscuit dei miei desideri. Inventai per me stesso un'inquisitoria disciplina del mio spirito che cercher qui di accennare. II mio risveglio doveva accompagnarsi a una cerimonia di esibizionismo, ispirata dalla mia nudit: era quindi necessario che io mi svegliassi da solo, prima che venisse Julia, incaricata di spalancare le mie finestre. Mi era difficilissimo, perch le mie giornate, dense di avvenimenti, mi procuravano un sonno pesantissimo; ma riuscivo a destarmi sempre un quarto d'ora prima della venuta di Julia, e dedicavo quest'intervallo ad assaporare in anticipo l'imminente emozione erotica, a inventare una messa in scena sempre leggermente diversa e tuttavia sempre destinata a mostrarmi nudo, nell'atteggiamento per me pi conturbante, e quindi destinato a turbare anche Julia. Modificavo la mia posa fino a quando non sentivo risuonare il suo passo, e soltanto allora prendevo una decisione definitiva; l'ultimo attimo di smarrimento e di incertezza era anche il pi voluttuoso nel mio incipiente esi-

La propriet era, effettivamente, una delle pi belle nella regione e conteneva una quantit di quadri dipinti dal senor Ramon Pichot. Fu sempre sullo sfondo del Muli de la torre che si inquadrarono poi le fantasticherie di tutta la mia vita, specialmente quelle di carattere erotico, che ho poi scritto nel 1932. Uno di questi miei saggi, che ha per protagoniste Gala e Dullita, fu pubblicato in Le Surralisme au service de la revolution, ma la sua intonazione particolarissima mi vieta di includerlo nel presente volume.

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bizionismo. Con l'aprirsi dell'uscio mi immobilizzavo rigidamente, fingendo un sonno di piombo, ma chiunque mi avesse guardato da vicino si sarebbe accorto della mia emozione perch tremavo cos forte da dover stringere convulsamente i denti, per impedire che battessero rumorosamente. Julia intanto apriva bruscamente le imposte, si accostava al mio letto, mi copriva con le lenzuola che io avevo lasciato cadere in terra o ammucchiato ai piedi, sempre fingendo scomposti e per innocenti gesti di dormiente. Poi Julia mi baciava in fronte per farmi alzare. Io mi ritenevo allora idealmente bello, e trovavo cos piacevole guardarmi nudo che non mi rassegnavo a vestirmi prima di essermi fatto ammirare ancora un poco. Dovevo cos trovare un altro pretesto, e passavo rapidamente in rassegna le diverse astuzie studiate la sera innanzi, prima di addormentarmi, e tutte basate sul mio esibizionismo mattutino: Julia, ho perso tutti i bottoni! Julia, mettimi la tintura di iodio sulla coscia! Julia! . Seguiva la prima colazione servita, per me solo, sul grande tavolo della sala da pranzo: due grosse fette di pane tostato, stillanti miele, e un bicchiere di caldissimo caffellatte. Le pareti erano pressoch interamente coperte di quadri e di disegni colorati, opera, quasi tutti, di Ramon Pichot, il fratello di Pepito Pichot, allora a Parigi. Fu cos che scoprii l'impressionismo francese, la scuola che doveva aver su di me una profondissima influenza, perch rappresent il mio primo contatto con una teoria estetica antiaccademica e rivoluzionaria. Non mi bastavano gli occhi per afferrare quanto desideravo cogliere in quei densi, informi strati di colore gettati, con apparente casualit, sulla tela secondo un gusto capriccioso e negligente. Ma non appena mi allontanavo di qualche passo, subito si realizzava l'incomprensibile miracolo per cui la confusione musicalmente colorata si organizzava, si trasformava in purissima realt. L'aria, le distanze, l'attimo luminosamente improvviso, l'intera gamma dei fenomeni si sprigionavano, per me, dal caos. La prima maniera di Ramon Pichot rammentava la formula, tipicamente iconografica, di Toulouse-Lautrec e io spremetti dai suoi quadri tutti i residui letterari del 1900, il cui erotismo mi bruci poi la gola come una goccia di Armagnac inghiottita di traverso. Rammento soprattutto una danzatrice del Bai Tabarin, nell'atto di vestirsi: il suo volto era perversamente ingenuo, le sue ascelle brillanti di peli rossi. Ma le opere che addirittura mi sconvolsero furono le pi recenti: Ramon Pichot era passato, da un deliquescente im-

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pressionismo, a un pointillisme quasi uniforme. La continua sovrapposizione dell'arancio e del violetto produceva in me le stesse illusioni, le stesse felicit ispirate dall'osservare gli oggetti attraverso un prisma, che conferiva loro tutti i colori dell'arcobaleno. C'era, nella sala da pranzo dei Pichot, un tappo di bottiglia, in cristallo sfaccettato, che rifletteva il mondo impressionisticamente: spesso me lo portavo in tasca per rinnovare, durante il giorno, i miei piaceri impressionistici . Improvvisamente mi accorgevo di esser rimasto seduto al tavolo per un tempo assai pi lungo del necessario, e la mia contemplazione si concludeva quasi sempre con uno choc di violento rimorso per cui inghiottivo malamente gli ultimi sorsi del caffellatte versandomene gran parte sul petto. Cominciai a provare una strana soddisfazione sentendo la bevanda calda diventare fredda sulla mia pelle, e lasciarvi una umidit leggermente appiccicosa e piacevolissima. Ben presto cominciai a provocare artificiosamente quest'emozione, inizialmente involontaria: stavo bene attento a non esser sorpreso da Julia, e in un suo momento di distrazione mi versavo direttamente nell'apertura della camicia abbastanza caffellatte da bagnarmi fino al ventre. Un giorno fui colto in fallo, e per molti anni l'episodio fu raccontato dal senor e dalla senora Pichot, fra i tanti aneddoti relativi alla mia stravaganza, tutti, per loro, divertentissimi. Cominciavano, regolarmente, col dire: La sapete questa, di Salvador?. E gli ascoltatori, regolarmente, ridevano fino alle lacrime. Solo mio padre non poteva nascondere, con il suo triste sorriso, il timore che gli ispirava il mio avvenire. Dopo essermi inondato di caffellatte, correvo in uno stanzone imbiancato a calce, e destinato ad accogliere i sacchi di grano e le pannocchie. Era il mio studio, scelto per me dal senor Pichot perch c' sole tutta la mattina. Avevo disposto la mia scatola di colori sopra un tavolo, dove rapidamente si ammucchiavano pile di disegni. Altri disegni, attaccati con quattro puntine, coprivano i muri. Alla fine, essendo rimasto senza carta e senza tela, decisi di usare una grande porta fuori uso, sistemata in un angolo sopra due seggiole. Era in legno antico, magnifico: avrei dipinto solo il pannello, utilizzando l'inquadratura come cornice per la grande natura morta di ciliegie che mi ossessionava da parecchi giorni. Sparsi dunque sul tavolo il contenuto di un cesto di ciliegie, e il sole, irrompendo, le accese di tantalici

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fiochi accrescendo cos la mia esaltazione: avrei usato tre colori soltanto, per rendere quell'affascinante monotonia, e li avrei usati spremendoli direttamente dal tubetto. Strinsi fra le dita della mano destra il vermiglio, riservato alle sfumature chiare, fra le dita della sinistra il carminio, per le sfumature dense, e nel cavo della mano destra il bianco, per dar luce ai frutti. Cos armato, iniziai l'attacco al mio quadro, l'assalto alle mie ciliegie. Toc, toc, toc, ogni ciliegia tre tocchi! Toc, toc, toc chiaro, scuro, luce, chiaro, scuro, luce... E ben presto accordai il mio ritmo al ritmo del mulino, vicinissimo: toc, toc, toc... toc, toc, toc... Il mio quadro era ormai un appassionante gioco di destrezza, dovevo superare me stesso a ogni nuovo toc, toc, toc, a ogni nuova ciliegia. I miei progressi erano sensazionali e, a ogni toc, mi sentivo maestro e mago, padrone di imitazioni quasi perfette; poi, ormai sazio della mia abilit, cercai di complicare le regole del nuovo gioco, ripetendomi la frase dei domatori da circo: Sempre pi difficile, signori, sempre pi difficile! . E anzich dipingere le mie ciliegie ammucchiate, come avevo fatto fino ad allora, le disposi isolatamente, lontane l'una dall'altra, nei diversi angoli, correndo, rapidamente, per serbare l'antico ritmo, spostandomi con gesti cos bruschi da far supporre a chiunque fosse entrato che io non dipingessi affatto, ma, semplicemente, eseguissi un incantesimo danzante. Balzavo in alto, perle ciliegie superiori, mi inchinavo per le ciliegie inferiori, toc qui, toc l, toc su, toc gi, e illuminavo il vecchio uscio facendo sorgere una nuova ciliegia a ogni monotono pulsare del mulino. Quanti videro il mio lavoro ne furono stupefatti, e il sefor Pichot rimpianse amaramente che io avessi usato un fondo cos pesante, intrasportabile, e, in parecchi punti, cos tarlato. I contadini, poi, rimasero a bocca aperta: le ciliegie spiccavano con tanto rilievo che si sarebbe creduto di poterle cogliere, e mi mossero l'unico rimprovero di aver trascurato i gambi dei frutti. Avevano perfettamente ragione, e trovai subito il modo di accontentarli: presi una manciata di ciliegie, cominciai a mangiarle, e, via via che ne inghiottivo una, applicavo il suo gambo sopra una ciliegia dipinta, affondandolo nel colore ancora fresco. L'effetto fu di un realismo addirittura delirante, e perfino i buchi esistenti nel legno assunsero, improvvisamente, l'aspetto di elementi da me voluti. Ben presto scoprii che anche le vere ciliegie erano piene di grossi vermi, e cos, seguendo un impulso che ancora oggi mi sembra incredibilmente raffinato, cominciai con infinita pazien-

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za a togliere i tarli dal legno per introdurli nelle ciliegie carnose, a togliere i vermi dalla frutta per infilarli nel pannello tarlato. Un curioso silenzio accolse, una sera, il mio ingresso in sala da pranzo, e capii che si stava parlando di me. Il sefior Pichot, difatti, mi rivolse la parola in tono insolitamente grave: Ho deciso di consigliare a tuo padre che ti scelga un buon maestro di disegno . Ma io, quasi oltraggiato da quell'idea, gridai: Non voglio nessun maestro, perch sono un pittore "impressionista" ! . E sebbene non capissi chiaramente il significato delle mie parole, mi parvero comunque meravigliosamente logiche. La senora Pichot scoppi a ridere: Guarda l quel bimbo che si dichiara tranquillamente "impressionista"!. E seguit a ridere, caldamente, generosamente, riccamente. Io ricaddi nella mia consueta timidezza, e presi a succhiare un pezzo di pollo, osservando che il midollo dell'osso aveva esattamente un colore rosso veneziano. Il sefior Pichot svi il discorso e prese a spiegare la necessit di raccogliere i fiori dei tigli prima che la settimana finisse. Quella raccolta avrebbe avuto, per me, conseguenze incalcolabili.

STORIA DELLA RACCOLTA D E I F I O R I D I T I G L I O E DELLA G R U C C I A

Ecco una storia piena di sole ardente e di tempesta, una storia intessuta di amore e di paura, una storia di tigli in fiore e di grucce, una storia tutta penetrata della presenza della morte. Poco dopo essermi destato, ancor pi presto del solito, salii con Julia e due contadini nelle soffitte della torre per prendere le scale necessarie alla raccolta dei fiori. Quelle soffitte erano immense e buie, gremite di anticaglie eterogenee, e, poich abitualmente venivano chiuse a chiave, non avevo ancora avuto l'opportunit di entrarvi. Scoprii subito due oggetti che spiccavano, per la loro assoluta personalit, sull'ammasso, anonimo e indifferente, degli altri relitti domestici. Uno era la pesante corona1 di lauri dorati, alta quasi quanto me e adorna di lunghi nastri di seta sbiadita, con compliSeppi, assai pi tardi, che la corona non aveva alcun carattere funebre. Era stato un dono offerto dal Teatro dell'Opera di Madrid a Maria Gay, dopo il grande successo riportato nella Carmen di Bizet.

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cate e indecifrabili scritte in una lingua misteriosa. Il secondo oggetto, per me terribilmente vivo, e tale da offuscare ogni cosa circostante, era una gruccia. Per la prima volta in vita mia, o cos almeno credevo, ne vedevo una. La giudicai straordinaria e me ne impadronii subito, comprendendo che non me ne sarei mai pi separato in vita mia, tanto violento fu il feticismo, ancora inspiegabile, che si impadron di me. Ah incantevole gruccia! Ah, concentrato massimo di ogni austerit, di ogni solennit ! La gruccia soltanto poteva sostituire il mio antico scettro, quel battipanni di cuoio perduto un giorno nel tentativo di lanciarlo lontano. Nella parte superiore, quella biforcuta, per accogliere l'ascella, mi sarebbe stato dolcissimo posare la guancia carezzevole, chinare la fronte pensosa. E brandendo la gruccia, forte di una solenne arroganza fino ad allora sconosciuta, scesi in giardino. I contadini avevano proprio allora appoggiato le doppie scale agli alberi di tiglio che crescevano in mezzo al giardino, disponendo, tutto intorno, vaste lenzuola bianche: la nevicata di fiori cominciava. Le scale erano tre, e sulla cima di ognuna stava una donna. Due di loro erano bellissime, e si somigliavano molto, con grossi e splendidi seni, perfettamente modellati nei corsetti di lana bianca. La terza era invece brutta, con enormi denti color maionese e tumefatte gengive che le davano l'aria di ridere sempre. Infine, una quarta si equilibrava, arcuandosi e volgendomi il dorso, tra il suolo e il vuoto: era una ragazzina di una dozzina d'anni, intenta a guardare la madre che lavorava. La madre era quella che aveva i seni pi perfetti. Anche la bimba era venuta l per lavorare, e non appena la vidi di spalle me ne innamorai all'istante, perch il suo atteggiamento mi ricord DuUita e non poteva non impressionarmi. Inoltre, non avendo mai visto il volto della vera DuUita, mi era facilissimo fondere tra loro le due bimbe, cos come in DuUita avevo gi fuso la Galuchka dei miei falsi ricordi: DuUita rediviva! Con la mia gruccia sfiorai leggermente la spalla della ragazzina, che si volse, e le dissi con una sicurezza, con una forza gi simili alla collera: Tu sarai DuUita! . Le condensate immagini di Galuchka e di DuUita s'erano incorporate, grazie aUa violenza del mio desiderio, in quella creatura dal volto abbronzato e angelicamente bello. Il suo volto, finalmente mio, fu il volto di DuUita, e le tre creazioni del mio delirio composero un unico, armonico oggetto d'amore: la mia ansiosa libidine, accumulatasi in tanti anni di solitaria e fremente attesa, si cristallizzava ora in una trasparente

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gemma taglientissima, sfaccettata in un tetraedro, e in ogni sfaccettatura potevo scorgere il virginale splendore delle mie tre passioni scintillanti sotto il sole del pi perfetto giorno.

Ma potevo esser sicuro che non si trattasse proprio di Dullita? Cercavo di scoprire, nel dorato volto della campagnola, il pallore nordico di Galuchka, e di minuto in minuto i loro volti mi sembravano sempre pi simili. Pestai forte, con la gruccia, in terra e ripetei, con voce roca, tremante d'emozione: Tu sarai Dullita! . Lei si trasse indietro, spaventata, e non rispose. Mi resi conto che la manifestazione dei miei sentimenti era stata troppo violenta, per cui mi sarebbe stato difficile

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EREDITARIET

tente^nZln 1 ;^ 11 : S t 0 ^ l e f a s c i , n o , d e l l a a architettura esercit una pIl Dicchi S ur f a c o l t a m e n t a l i d e l P i c c o l Dal"'dl foto r Fehn n g afato dal senor Pichot. Salvai D o < T n e c h . madre di Salvador Dali. 3 y Sa vado"Dalipy Domenechr eneonato.d o r D a I S U S ' p a d di S a l v a ^lvador n

II. TRENT ANNI PRIMA - TRENT ANNI DOPO

Quand'ero bambino, a scuola, rubai una vecchia pantofola al maestro per usarla a mo' di berretto quando giocavo tutto solo. Nel 1936 realizzai un oggetto surrealista servendomi di una vecchia scarpa di Gala e di un bicchiere di latte caldo. Molti anni dopo la mia burla scolastica, una fotografia di Gala incoronata dalle cupole di San Basilio riport d'attualit la mia antica fantasia di un cappello-scarpa. Finalmente Madame Schiaparelli lanci la moda del famoso cappelloscarpa. Fu Gala a sfoggiarlo per prima; Mrs Fellowes si present a Venezia indossandolo nel periodo estivo.

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riconquistare la fiducia della ragazzina; tuttavia avanzai ancora di un passo, ma lei, presa da un terrore quasi animale, sal rapidamente lungo la scala su cui era la madre, a cercarne la protezione, e lo fece con tanta leggerezza e abilit da impedirmi di sfiorarle il capo, come volevo fare per rassicurarla, con l'estremit della mia gruccia. Eppure la mia Dullita aveva ragione: doveva temermi, la sua paura sarebbe anzi divenuta sempre pi forte, perch tutto era appena cominciato! Gi allora ero cosciente dei pericoli rappresentati dal mio carattere troppo impulsivo. Quante volte, nel corso di una tranquilla passeggiata, ero stato assalito dal bisogno irresistibile di saltare un muro troppo alto, di tuffarmi da una roccia pericolosa e, ben sapendo che nulla avrebbe potuto arrestarmi, chiudevo semplicemente gli occhi e balzavo nel vuoto.1 Spesso mi ritrovavo, sia pur incolume, stordito; ma ormai calmo, potevo dirmi: Il pericolo superato, per oggi. Ritrovavo allora una tenerezza nuova per le cose modeste che mi stavano attorno. Convinto di non poter riconquistare, almeno per il momento, la mia nuova Dullita, decisi di allontanarmi, ma non prima di averle lanciato un ultimo affettuosissimo sguardo che, secondo le mie intenzioni, avrebbe dovuto rassicurarla: Non crucciarti, torner! . Me ne andai, dunque, in giro per il giardino, bench a quell'ora solitamente mi chiudessi nel mio studio a dipingere: il mattino era iniziato sotto cos singolari auspici - la gruccia e Dullita - che, inebriato dal magico odore dei tigli fioriti, mi dissi: Posso fare un'eccezione alle mie regole. Eppure la disciplina era allora cos potente per me che la disobbedienza alle mie stesse leggi mi rodeva letteralmente l'anima di rimorsi, e cos tornai indietro, interrompendo la passeggiata, per chiudermi nel mio studio. Avrei voluto poter pensare a Dullita serenamente, in qualche angolo del giardino, e invece la mia volontaria disciplina me lo vietava. Le ore trascorrevano, senza recarmi una sola di quelle idee brillanti che avrebbero dovuto confortare il mio ego, per cui una sensazione di colpevolezza mi inchioda-

Un contadino, testimone di una fra le mie tante cadute volontarie, ne parlo al senor Pichot, il quale non voleva credere che io potessi gettarmi da nuli altezze senza restarne ucciso sul colpo. Diventai abilissimo nel salto in -1 tu tardi, durante le lezioni di ginnastica, a Figueras, questa mia abilit valse la partecipazione alle gare e divenni, senza sforzo, campione di sai0 In a " e m lungo. Sono tuttora un notevole saltatore.

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va con crescente durezza nelle spire metalliche delle peggiori torture morali. Ero continuamente aggredito dalle immaginarie seduzioni della mia Dullita e, contemporaneamente, un invisibile rancore contro di lei velava di presentimenti temporaleschi l'immacolato cielo turchino. Di nuovo, e per la seconda volta, Dullita rovinava e annullava, semplicemente apparendo, il tempio della mia divina solitudine che io avevo ricostruito con tanto rigore, con tanta severit cerebrale, fin dal mio arrivo al Muli de la torre. Intuivo che soltanto uno stratagemma, basato su una bugia in grado di ingannare anche me stesso, poteva liberarmi dal mio carcere volontario: lo studio. Mi convinsi, dunque, che era urgente per me iniziare subito i disegni dal vero di animali. Ci pensavo da tempo, e custodivo nel pollaio un topolino grigio che sarebbe stato un modello ideale. Avrei ripetuto, con il topolino, la mia impresa delle ciliegie, ma questa volta, anzich replicare all'infinito immobili frutti, avrei ritratto il topo in ogni suo possibile atteggiamento, e poich i topi hanno code, accarezzavo un'idea originale di collage. Usando mille argomenti per vincere la mia resistenza, corsi dunque dal topo. Lo trovai in curiose condizioni, tutto gonfio, e il suo corpicino abitualmente agilissimo si era completamente arrotolato, simile a una ciliegia divenuta grigia e pelosa. La sua immobilit mi atterr; viveva, lo vedevo respirare con un ritmo insolitamente accelerato, ma non si muoveva affatto e teneva le zampine cos ripiegate da divenire invisibili. Sollevandolo per la coda, la sua somiglianza con una ciliegia era ancora pi curiosa. Lo riposi con ogni cura sul fondo della scatolina che costituiva la sua casa nel pollaio, ma quello, con una scossa improvvisa, rimbalz in alto, e colp la mia faccia maternamente china a contemplarlo. Il colpo imprevisto mi spavent al punto che rimasi a lungo senza fiato. Un intollerabile fastidio spirituale mi spinse a chiudere la scatola con il suo coperchio, lasciando solo un'apertura sufficiente per il passaggio dell'aria. E non appena mi fui rimesso dalla prima penosa impressione, dovetti subirne un'altra, che resta tra le pi atroci nella mia memoria. Non possedevo soltanto un topo, ma anche un grosso riccio, che era scomparso da una settimana; credevo fosse fuggito, e invece lo vidi all'improvviso in un angolo del pollaio, dietro un mucchietto di mattoni e di sabbia. Era morto. Raggelato per la ripugnanza, mi accostai: il suo dorso irto di

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punte spinose brulicava di vermi impazziti, e vicino alla testa quell'orrenda massa divoratrice era cos ribollente da far pensare all'esplosione di un putrefatto cratere interno, pronto a esplodere oltre le spine, imminente eruzione dell'ignominia finale. Un leggero tremito, accompagnato da un'estrema debolezza, mi assal alle gambe, e delicati brividi, salendomi verticalmente lungo la schiena, si irradiarono a ventaglio sino alla mia nuca, ne ricaddero, accesero tutto il mio corpo come la trionfante esplosione degli ultimi fuochi d'artificio, apoteosi del mio terrore. E intanto mi avvicinavo sempre pi alla putrida palla che mi attraeva con il fascino dell'orrore. Dovevo guardarla, dovevo guardarla.

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Fu l'odore a farmi fuggire. Corsi via con tutta la rapidit concessami dalle mie gambe tremanti e raggiunto lo spiazzo dove sorgevano i tigli ne respirai la fragranza sperando di purificarmi i polmoni. Subito dopo tornai indietro, ancora ansioso di studiare il mio riccio putrefatto. Ma tenni il naso chiuso finch potei resistere e poi nuovamente fuggii verso i !gh: una gran quantit di fiori si era accumulata sulle lenzuoi e ^ e a pi volavano fitte intorno ai petali. Mentre respiravo, ondavo le nere acque del mio sguardo nel pozzo azzurro e gh occhi di Dullita. Ancora il putrido riccio. Ancora l'aria Prorumata intorno alla mia Dullita.

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Il mio andirivieni si fece talmente esaltato e isterico che ben presto persi il controllo dei miei movimenti, e a ogni mio ritorno presso il riccio mi sentivo sempre pi ansioso di commettere un atto irreparabile, di buttarmici sopra, di toccarlo, di toccarlo. Allo stesso modo ogni mio ritorno presso Dullita acuiva in me, insieme allo spasimo del respiro troppo lungamente trattenuto, l'ansiet di abbracciarla con tutte le mie forze, di succhiare dalla sua bocca, socchiusa come una ferita, il salivoso sapore della sua anima, del suo volto di timido, rustico angelo. Infine, ritornando dal riccio, decisi, incapace di resistere alla cieca inerzia, di saltare oltre la piccola infetta carogna. Saltai troppo da vicino e con una tale goffaggine, spiegabile solo con le mie inconsce intenzioni, che evitai solo di qualche millimetro la mia caduta nella nera, pestilenziale poltiglia. Dopo, sentendo pi acuto il febbrile desiderio, pi intenso il ribrezzo, ebbi un'idea che momentaneamente mi procur profonde soddisfazioni; avrei toccato il repellente groviglio con la punta della gruccia, avrei spostato a volont l'immondo nodo, senza doverlo maneggiare direttamente. Gi avevo tentato di lanciare qualche sasso in quella molliccia decomposizione, ma erano esperimenti che, pur provocando in me una certa momentanea emozione, non assumevano poi un carattere abbastanza atroce da soddisfarmi. Ora, tenendo in mano la gruccia, la capovolsi, in modo da premere la sua estremit biforcuta contro la rotondit pungente del cuore nero, maturo di morte. La biforcazione ader cosi bene alla lurida palla da far supporre che l'una fosse creata per l'altra, e non si capiva pi se fosse la gruccia a reggere il riccio, o il riccio a reggere la gruccia. Premetti l'incubo verminoso con un'intensit cos terribile, con una volutt cos morbida che temetti di svenire, soprattutto quando, frugandolo con la stampella, il riccio rovesciato mostr tra le quattro zampine irrigidite un grumo, grosso quanto il mio pugno chiuso, di vermi che traboccavano orrendamente dalla delicatissima membrana violetta del ventre dove, sino ad allora, erano rimasti racchiusi in un compatto, divorante, divorato labirinto. Fuggii, abbandonando la gruccia: era troppo anche per me. Seduto in terra, guardavo ora volare e cadere i fiori dei tigliMi resi conto di aver perduto, nella mia debolezza, la gruccia, e con lei la sicurezza che me ne derivava. Chiss, forse aveva ormai perduto, insozzata dalla putredine, ogni qualit protettiva per assumerne invece altre, tutte minacciose e mortali.

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Non potevo rassegnarmi e trovai una soluzione che mi permetteva di riconquistare la gruccia, dopo aver compiuto qualche cerimonia preliminare: sarei tornato indietro, e senza guardare il riccio l'avrei raccolta per portarla verso il torrente che serviva il mulino. L, dove il corso dell'acqua si faceva impetuoso e formava cerchi di candide spume, avrei immerso il mio feticcio, per poi lasciarlo asciugare sulla candida distesa dei fiori di tiglio. Infine, verso il crepuscolo, l'avrei portato sulla torre, e la notte lunare, la rugiada, l'aurora l'avrebbero, non meno del mio pentimento, purificato. Cos feci, e ben presto la gruccia ripos tra i fiori, mentre ancora la nera palla della morte mi tremava in cuore. Giunse, dopo una colazione priva di ogni rilievo, il pomeriggio. E poich sapevo che la mia Dullita era ormai saldamente legata al lucente guinzaglio giallo della mia seduzione, assaporai con delizia, con volutt, il supremo lusso dell'amore, quello di guardare altrove, di guardare, soprattutto, le ascelle nude della donna dai magnifici seni. Erano cavit soffici, pallidissime, perlacee, gloriose, intorno al fiorire, inaspettatamente nero, della peluria. Il mio sguardo correva, alternativamente, dallo strano nido di peli neri sulla pelle periata ai due pletorici seni, il cui volume soppesavo tra le palpebre socchiuse nel piacere confuso della digestione e della visione. E nella mia torpida pigrizia riconoscevo in me la nuova voglia, la nuova irresistibile paura: ecco quel che Salvador ora voleva ! Voleva disseppellire la gruccia ricoperta dai fiori, per toccare, delicatamente, con infinita precauzione, i globi carnali di quei seni dorati dal sole, con la stessa biforcazione, ora profumatissima, che poco prima aveva schiacciato il riccio. Tutta la mia vita fatta di simili capricci, e io sar sempre pronto a sacrificare il pi lussuoso viaggio verso le Indie in onore di una piccola pantomima, infantile e innocente quanto quella che ho raccontato ora. Ma le cose sono forse cos semplici come possono sembrare? La mia esperienza mi avvertiva che non cos, poich nel mio cervello si affollavano piani strategici cos forti, cos sottili, cos ipocriti da farmi vincere la mia battaglia preliminare contro la realt, eroicamente realizzando la mia fantasia: toccare quei seni con la biforcazione della mia gruccia e, subito dopo, ritrovare nella gruccia il mio scettro di re! -Il sole cominciava a calare, la piramide di fiori cresceva, sorgeva la luna e Dullita giaceva sulle corolle. La necessit di

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toccare quei seni con la gruccia si esasperava in me, tanto irrevocabilmente, ormai, che avrei preferito la morte alla rinuncia. Ma innanzi tutto dovevo indossare le mie vesti regali che, come sempre, mi avrebbero dato un'ispirata sicurezza. Poi, sdraiandomi a fianco di Dullita sui fiori, avrei potuto contemplare a mio agio quei seni, e Dullita si sarebbe pazzamente innamorata di me. Mi precipitai in camera, trassi dall'armadio il manto d'ermellino, me lo posi sulle spalle, mi incoronai, lasciando che la mia parrucca d'anti-Faust mi scendesse delicatamente sul collo in lunghe, fluenti volute. Mai mi ero sentito bello come allora: un pallore cereo traspariva dalla mia abbronzatura, e le ombre che mi cerchiavano gli occhi avevano esattamente lo stesso colore bruno che si annidava nelle ascelle di colei che raccoglieva i fiori, quando, abbassando leggermente le braccia, mostrava i tre morbidi solchi scuri della sua pelle. Mi mossi per tornare in giardino, animato dalla calma serena di chi si sente irresistibilmente perfetto.

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Prima di raggiungere lo scalone dovevo per attraversare una specie di piccolo vestibolo chiuso affacciato sul giardino, con una finestrella splendidamente illuminata dal sole e ornata di tre meloni, che erano stati appesi a maturare al soffitto per mezzo di lunghi spaghi. Sostai per osservarli, e una folgorante illuminazione risolse e rese possibile la mia nuova fantasia, imperniata sui seni della raccoglitrice. Nonostante la vivida luce che irrompeva dalla finestrella, il vestibolo era immerso nella semioscurit, e se la raccoglitrice avesse, dall'esterno, raggiunto con la sua scala la finestra, fermandosi a una certa altezza, io avrei potuto contemplarle i seni nell'angusta cornice, quasi isolati dal resto del corpo, contemplarli con tutta la mia voracit senza provare la vergogna di esser veduto, senza dover rivelare ad alcuno il mio desiderio. E mentre contemplavo i seni, avrei potuto premere dolcemente l'impugnatura della mia gruccia contro i meloni, sollevandoli leggermente per avere un'idea precisa del loro peso. La nuova versione del mio desiderio era mille volte preferibile alla prima, basata semplicemente sui seni della donna: ora invece il peso dei meloni posti a maturare assorbiva la matura gravit della mia violenza, e la speranza che la loro polpa fosse meravigliosamente dolce e fragrante urgeva nella mia immaginazione insieme con il turgore reale della carne, fino ad accecarmi divinamente. Gi mi sembrava che il sotterfugio della sostituzione operasse e che mi fosse possibile non soltanto premere i meloni con la biforcazione della gruccia, ma persino mangiarli, e mangiare i seni, spremerne il liquido zuccherino e odoroso che, come i meloni, anch' essi certo racchiudevano. Salii al terzo piano per mettere in scena la commedia che avrebbe persuaso la raccoglitrice ad assecondare il mio piano: con molte difficolt riuscii a far cadere il mio diabolo in modo che la sua cordicella si impigliasse in un viluppo dei rampicanti, fittissimi sulla facciata. Adoperando una lunga bacchetta, torsi i lunghi rami spinosi delle rose selvatiche e le morbide fronde della vite vergine, per complicare il lavoro della donna. Ci riuscii benissimo, manovrando la bacchetta adagio, con precauzione: chiunque mi avesse osservato dal giardino mi avrebbe creduto intento nell'occupazione opposta, ossia nel tentativo di recuperare il mio giocattolo. Sistemata finalmente la trappola, corsi in giardino, mi accostai alla scala della donna-dai-bellissimi-seni, e con voce querula la pregai di riprendermi il diabolo: le accennai il

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punto in cui si trovava, usando di proposito la gruccia, disseppellita dal cumulo profumato dove stava ancora purificandosi. La raccoglitrice interruppe il lavoro, con l'evidente sollievo di chi potr presto godere un desiderato riposo, e spost tutto il peso del corpo sopra uno dei suoi robusti gomiti e sopra una gamba, arcuando violentemente i fianchi in una posa stupenda, resa ancor pi sublime dal gesto della mano libera che tentava di riordinare la chioma scomposta. Fu allora che una stilla di sudore le si stacc dall'ascella e mi cadde proprio nel mezzo della fronte, simile a una delle larghe gocce di pioggia che precedono, in piena estate, tremendi temporali. E in verit quella goccia era l'oracolo, era il presentimento del temporale che il destino mi riservava per l'indomani, alla stessa ora. Non dovetti insistere per essere accontentato: tutti mi obbedivano, al Muli de la torre, per espresso ordine del sefior Pichot. Dopo una brevissima sosta, e ne approfitt per abbandonare tutto il suo corpo alla piena luce come una statua, la contadina scese dalla scala, e con l'aiuto di Dullita la trascin presso il muro della casa. Ci volle un certo tempo per farlo, la distanza non era indifferente e bisognava poi fissare in qualche modo la scala alla parete, prima di iniziare l'ascesa. Ne approfittai per volare nella mia stanza e spogliarmi completamente. Allora, allora, raggiunsi il culmine della mia bellezza, e avrei voluto che il mondo intero mi ammirasse, o almeno la magnifica raccoglitrice e la mia nuova Dullita. Ma non osavo ancora mostrarmi cosi, e mi coprii con l'ermellino; il verdastro riflesso degli alberi di tiglio, penetrando nella mia camera, mi conferiva un pallore spettrale. Ridiscesi nel vestibolo dei meloni. Esattamente mentre stavo entrando, il corpo della donna si inquadr nel vano della finestra: i miei calcoli si dimostravano esatti, e la raccoglitrice mostrava di s la parte compresa tra le cosce e il collo. Dal movimento delle sue braccia, dal sussultare delle sue spalle, capivo quanto vani fossero i suoi sforzi per districare il laccio, cosi accuratamente aggrovigliato tra le spine, del mio diabolo. La finestra era interamente colmata dalla carne della donna, il buio era quasi assoluto, il caldo intenso. Sudavo, lasciai scivolare l'ermellino che mi cadde ai piedi, e un tepore soffice, appena percorso di frescura, accarezz la mia nudit. Lei non pu vedermi, pensavo appena capir che ha finito correr a vestirmi o mi nasconder contro il muro .

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E intanto mi abbandonavo totalmente al piacere del mio gioco: avevo collocato delicatamente la biforcazione della gruccia contro la parte inferiore del melone, che premevo con tutta la tenerezza sentimentale di cui ero capace. Un acuto lirismo mi colmava gli occhi di lacrime, perch la consistenza dolcissima del melone superava ogni mia speranza: era talmente maturo che la gruccia, nonostante la leggerezza del contatto, affondava nella polpa, con un suono vellutato e profondo. E intanto tenevo gli occhi fissi sul petto della donna, sempre intenta a lottare contro i nodi gordiani del mio diabolo. Non potevo vedere chiaramente i suoi seni, ma quella massa confusa, in controluce, esasperava ancor pi la m ia insoddisfatta libidine, e per appagar meglio la mia voglia Cipressi un ritmo particolare alla gruccia. Quasi subito il

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succo del melone prese a gocciolare su di me, pianissimo prima, poi in abbondanti rivoli appiccicosi; mi posizionai cos da avere il volto proprio al di sotto del frutto, e sporsi la lingua, arida di sete e di desiderio, a raccogliere il liquido dolcissimo, ma ravvivato da un afrore di ammoniaca. La mia sete divenne furiosa, e mentre il mio sguardo passava, instancabile, dal melone alla finestra, dalla finestra al melone, e ancora e ancora, in un delirio che mi toglieva interamente il controllo dei gesti e dei movimenti, affondavo duramente la gruccia nella carne stillante per strappare succo e vita dalla profondit dei suoi intestini. Melone, finestra, finestra, melone! Ormai i miei movimenti erano cos isterici e furenti che il melone si stacc dal suo sostegno, e mi cadde sulla testa proprio quando la bellissima raccoglitrice, essendo riuscita a districare il mio diabolo, cominciava a scendere la scala. Ebbi appena il tempo di gettarmi in terra che gi il suo volto appariva, e rimasi l, sul mantello di ermellino, inondato dall'essenza del melone. Ansante, sfinito, serrando le labbra per trattenere il respiro, aspettavo che la contadina, accortasi di me, risalisse qualche gradino per vedermi meglio: mi sarei accorto della sua attenzione senza neppure sollevare il capo, semplicemente rivedendo l'ombra che poco prima il suo corpo aveva proiettato nella stanza. Ma l'attimo temuto e follemente sperato non giunse. Invece della diletta eclissi nera, la aranciata luce del sole calante copr del suo riflesso tutta la parete densamente imbiancata a calce, su cui si stagliavano le ombre dei due meloni ancora intatti, ancora penduli alle loro corde. Non avrei giocato con loro. La magia era finita e non sarebbe stato possibile rinnovarla. Una stanchezza estrema mi intorpidiva i muscoli, rendeva penosi i miei movimenti, le ombre dei meloni mi apparivano sinistre e non evocavano pi i bellissimi seni, dorati dal meriggio: erano cose morte, invece, erano ricci putrefatti. Rabbrividii, tornai nella mia stanza per rivestirmi, interrompendomi a tratti per lo sfinimento che mi faceva crollare, prono, sul letto. L'oscurit mi colse, e dovevo affrettarmi, ora, se volevo sfruttare il beneficio della torre. Corsi, reggendo la mia gruccia, e il cielo era stellato, e la stanchezza mi impediva le grandiose fantasticherie abitualmente ispirate da quell'ora e da quel luogo. Proprio al centro della terrazza c'era un cubo di cemento, destinato, almeno credo, a sorreggere l'asta della bandiera in un suo piccolo buco circolare: vi infilai la gruccia, ma l'aper-

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tura era un poco troppo larga perch la gruccia potesse restarvi ben diritta. Per mi piacque vederla cos, leggermente storta, pendente a destra, e me ne andai soddisfatto. Svegliandomi, di notte, avrei potuto pensare alla mia gruccia, immobile sulla torre e trarne un senso illusorio di protezione. Ma mi sarei svegliato? Le orecchie gi mi ronzavano di sonno, e dopo una giornata cos colma di emozioni desideravo solo crollare addormentato. Scesi le scale come un sonnambulo, urtando le pareti, inciampando, ma ripetendo con voce bassa e vibrante di volont: Sarai Dullita! Sarai Dullita! Domani! . Sapevo che la raccolta dei fiori sarebbe durata due giorni. E difatti l'indomani vidi nuovamente Dullita, il sole saliva in cielo, le raccoglitrici raccoglievano, i seni pesavano, i meloni pendevano, ma ormai erano per me totalmente svuotati di fascino. Anzi, se ricostruivo mentalmente la scena del giorno innanzi, non solo ero incapace di ritrovare la traccia del mio desiderio, ma mi sentivo addirittura soffocare dal disgusto. L'ermellino insozzato, il sapore dolciastro e pungente del melone, perfino i seni non mi sembravano pi cos belli, nel rievocarli, e comunque lontanissimi dalla spirituale dolcezza che il giorno innanzi mi aveva costretto alle lacrime, guardandoli. Quel giorno solo la fragilit di Dullita mi attraeva. La sua vita esilissima sembrava assottigliarsi ancora, con l'avvicinarsi del sole allo zenit, e le ombre sempre pi verticali accentuavano la sua fragilit di clessidra: sottilissimo, fierissimo corpo. Dullita, Galuchka rediviva. Non le parlai, incontrandola. Ma, dentro, mi ripetevo: Nessun'altra, oggi! Lei, o nessuna! Ho tutto il tempo che voglio! . E cominciai a giocare con il mio diabolo. Ero abilissimo, e mentre i miei movimenti si susseguivano agili e sicuri pensavo all'ammirazione che dovevano suscitare in Dullita. Fu dunque con irritato stupore che mi avvidi, per i suoi sguardi prima e per le sue supplichevoli parole poi, che Dullita non desiderava affatto contemplarmi, ma, al contrario, giocare lei con il mio diabolo. E infatti, non appena un mio gesto insolitamente maldestro lanci il diabolo lontano, Dullita si precipit a raccoglierlo. Io la inseguii, e pi volte compimmo, di corsa, il giro del giardino finch Dullita si lasci cadere sopra un mucchio di fiori scartati dalle raccoglitrici perch appassiti, giallicci, consumati dalle api. Raddolcito, mi accostai alia bimba, portando due bracciate di fiori freschissimi, che le

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lasciai cadere addosso: giaceva sul ventre, per meglio nascondere il diabolo con tutto il corpo, mostrandomi cos la sua intenzione di tenerlo a tutti i costi per s. Era davvero meravigliosa, le sue delicate rotondit emergevano dai fiori, in cui sprofondava poi l'abisso della sua inverosimile vita, che, inginocchiandomi, circondai con le braccia. Vitino da regina! E, a bassa voce, carezzevolmente, stringendola: Dammi il mio diabolo! le intimai. No! rispose lei supplichevole. Dammi il diabolo! . No!. Dammi il diabolo! e la strinsi pi forte. Dammi il diabolo! . No!. Allora premetti con tutta la mia forza su di lei: Dammi il diabolo! . Un singhiozzo scosse le sue spalle delicate e, traendosi dal petto il diabolo, me lo lasci cader davanti; lo presi, e mi allontanai di qualche passo, mentre Dullita correva a cercare rifugio presso la madre, che lavorava sulla scala. Le due parti della doppia scala erano unite tra loro con una corda e Dullita, angelicamente graziosa, si appoggi proprio l, premendo contro la fune tagliente la parte pi vulnerabile del suo corpo, quel vitino che poco prima avevo squassato. Sentivo bruciare nella mia carne la sofferenza che la corda doveva incidere in quella indolenzita di Dullita, e la guardavo piangere con assoluta nobilt, senza alcuna smorfia. Capivo che avrebbe voluto poter reprimere anche le lacrime, perch nessuno scoprisse la sua pena. Mi vergognavo, lo confesso, incapace di sostenere lo sguardo lucente di Dullita, e stringendo il mio diabolo corsi in cima alla torre: Julia mi chiamava a gran voce, perch la colazione era pronta, ma finsi di non sentirla. Volevo giocare lass sui tetti, e non appena ebbi lanciato in alto il mio diabolo lo vidi cadere oltre l'angolo esterno della torre, restando sull'orlo estremo del cornicione. Mi chinai, sporgendo tutto il corpo all'infuori, e per un vero miracolo riuscii a riacchiappare il diabolo, restando per cos stordito da provare un vero senso di nausea che mi imped poi di mangiare: lasciai il diabolo sulla torre per riprendere il gioco in seguito. Del resto anche il senor Pichot non mangi, lagnandosi di una tremenda emicrania. La sua fronte era coperta da una fascia, e additandomi alcune nuvole bianche, lontanissime nel cielo splendidamente azzurro, mi annunci l'imminenza di un temporale.

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Restai sul balcone della sala da pranzo, appoggiato alla ringhiera di ferro, osservando le nuvole salire, gonfiarsi, farsi simili alle umide chiazze sul soffitto del senor Traite, dove erano sfilate le prime fantasie della mia infanzia, dimenticate poi, ritrovate ora nella gloria carnosa, nella immacolata spuma di quelle candide torri ormai altissime all'orizzonte. Ecco i cavalli alati, e dai loro pettorali zampillavano seni, e meloni dai seni, e diaboli modellati come clessidre, come il vitino di Dullita. Giganteschi elefanti dai volti umani, muscolosi lottatori in contrasto e il busto di Beethoven, mestamente chino, che progressivamente ingigantiva scurendosi, assumendo il grigiastro tono del temporale, della polvere accumulata sulle sculture decadute. Ben presto la fronte di Beethoven gli divor tutto il volto, divenne un immenso teschio d'apoteosi. Il primo fulmine lo tagli in due, e parve che l'argento vivo del cervello celeste traboccasse attraverso la sutura frontale di quel cranio.

Quasi contemporaneamente il tuono squass, per mezzo minuto, fin dalle fondamenta il Muli de la torre. Le foglie e i fiori dei tigli furono strappati via in un turbine. Le rondini fuggirono con grida di terrore, le prime gocce, larghe come grosse monete, caddero e subito uno scroscio enorme, com-

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patto, spietato, flagell il giardino assetato e atterrito, traendone un odore di muschio e di mattoni bagnati, e quasi placando la mia lunga, elettrica, insoddisfatta contemplazione platonica del cielo e della terra. La propizia oscurit di quel pomeriggio di pioggia ininterrotta fu un elemento importante nel dramma che Dullita e io avremmo vissuto sul finire di quel giorno segnato dalla sfrenatissima irruenza degli elementi e dei sentimenti. Seguendo un improvviso e tacito accordo, Dullita e io ci eravamo rifugiati nelle soffitte per giocare protetti da un buio pressoch assoluto. Il soffitto basso, la solitudine, l'assenza di ogni luce, dovevano favorire gli sviluppi, lungamente attesi, della nostra temibile intimit. Il timore che la stanza mi aveva ispirato la prima volta era totalmente scomparso, e la presenza di Dullita e il fragore della tempesta rendevano il luogo meraviglioso; perfino la corona di alloro, a cui attribuivo ancora un significato funebre, brillava per me con una sua attraente civetteria a ogni nuovo lampo, filtrato attraverso le imposte serrate. La mia nuova Dullita, la mia Galuchka rediviva, scivol dentro il cerchio formato dalla corona, e giacque li dentro nella postura di un cadavere, a occhi chiusi. Gli scoppi del tuono si succedevano, squassando la torre, e atroci presentimenti mi gonfiavano il petto. Non sapevo cosa, ma certamente un evento terribile stava per accadere. Mi inginocchiai dinanzi a lei, guardandola fissamente. Ora, abituato alla penombra, potevo intravedere il suo viso, incorniciato dal buio assoluto. Posai la mia testa sulla sua, e lei sollev le palpebre: Giochiamo a toccarci la lingua disse, e sporse, oltre le labbra deliziosamente umide, la punta della sua linguetta. Il panico mi paralizz, e nonostante il mio desiderio di baciarla la respinsi con tanta durezza che la sua testa urt rumorosamente conto i lauri dorati. Balzai in piedi, cos bruscamente da apparirle minaccioso: lessi nel suo sguardo che avrebbe accettato qualsiasi mia brutalit senza proteste. Tanto stoicismo accrebbe in me l'impulso di farle male. Con un balzo girai dietro le sue spalle e Dullita si raddrizz, forse per fuggire. Poi, cambiando idea, rest ferma, eretta, al centro della corona. Un nuovo lampo, rischiarando con insolito splendore la soffitta, mi mostr la regale cintura di Dullita che si stagliava contro le pareti nere. Mi lanciai nuovamente su di lei e, come la mattina, squassai violentemente il suo vitino. Non mi resistette, e quasi subito la mia furia si

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plac, secondo un calcolo preciso che sfugg a Dullita, convinta di un mio moto di tenerezza e gi pronta a cingermi con le braccia. Giacemmo cos in terra, in un abbraccio sempre pi languido. Capivo che avrei potuto soffocare ogni suo grido, stringendo contro il petto quel piccolo volto, ma il suo atteggiamento non corrispondeva alla mia fantasia. Volevo colpirle la schiena, stritolarla contro la corona, immergere nella sua pelle levigata quelle foglie pungenti come spade. L'avrei tenuta inchiodata al suolo, gettandole addosso oggetti sempre pi pesanti e, liberandola finalmente dalla tortura, avrei baciato la sua bocca, la sua schiena martoriata, piangendo con lei. Preparandomi alla prossima battaglia, continuavo ad accarezzarla con dolcezza crescente, mentre scrutavo le pesanti suppellettili che mi sarebbero servite per seppellirla. Scelsi finalmente un enorme stipo a cassetti, un poco traballante. Avrei avuto la forza di spostarlo? Un dolore lancinante mi attravers il collo, le scapole, e all'improvviso l'uscio si spalanc, rivelando un altro uscio ugualmente spalancato dallo stesso vento impetuoso. La pioggia era cessata, un cielo tutto nuovo si spalancava su di noi, livido e giallo come un limone d'incubo. Non pensai pi a Dullita stritolata, in quel cielo acceso dalle luci di un incredibile tramonto: Saliamo in cima alla torre! le dissi. E gi mi inerpicavo lungo la scala. Dullita, probabilmente delusa dall'interruzione delle carezze, non mi segu subito, per cui, interpretando la sua riluttanza come una disobbedienza, mi precipitai di nuovo gi, per afferrarla. Sembrava ansiosa di fuggir via e io, con la testa in fiamme, lasciai scatenarsi in me la bestia selvaggia della mia collera. Afferrai, con entrambe le mani, i capelli di Dullita e la trassi verso di me. Cadde sul primo gradino con un gemito di dolore, e io la costrinsi, tirandola per i capelli, a rimettersi in piedi, a salire tre o quattro scalini, ben deciso, se fosse stato necessario, a continuare la tortura. Ma lei fece un balzo, e correndo mi precedette sulla terrazza della torre. Era ridiscesa in me una calma soprannaturale, per cui potei seguirla con lentezza estrema: non poteva comunque sfuggirmi. Si stava realizzando il mio lungo, perduto desiderio: la Dullita che non era mai venuta sulla mia terrazza di Figueras, la Galuchka rediviva, stava varcando la soglia della torre. Avrei voluto che la mia ascesa durasse in eterno, per gustare meglio una felicit che sarebbe stata perfetta se avesS1 potuto indossare i miei abiti regali. Pensai, per un momen-

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to, di scendere nella mia stanza a prenderli, ma poi desistetti. Nulla, neppure la morte, poteva arrestare la mia ascesa verso la cima.

Ecco, proprio nel centro, leggermente pendente a destra, lucente di pioggia, prolungata da un'ombra infinita e sinistra, ecco la mia gruccia. L accanto il diabolo, e lei, con il suo vitino stretto in un anello d'argento, e nel cielo un'immensa nuvola lilla, bordata d'oro lucente, un Napoleone della tempesta. Poco pi in l, altissimo, un arcobaleno interrotto da un largo spazio turchino che inquadrava Dullita, seduta sul parapetto. Non piangeva pi e mi aspettava. Se scendi di l le dissi, assecondando l'irresistibile ipocrisia che non mi abbandona mai nei momenti decisivi della vita e mi prometti di non rischiare una cos pericolosa caduta, ti regalo il mio diabolo. Mi obbed subito e raccolse il diabolo: Quant' bellino! disse, torn al parapetto e nuovamente si sporse, lanciandomi un sorriso ironico. Di certo pensava che le sue recenti lacrime mi avessero domato. Io simulai un gesto di angoscia e mi nascosi la faccia, come se non tollerassi di vederla in un simile pericolo. La sua civetteria ne fu, come prevedevo, eccitata, e, non contenta di star seduta sul parapetto, lasci penzolare fuori le gambe. Aspetta, la pregai aspetta e ti far un altro regalo!

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Presi la gruccia e finsi di andarmene. Ma tornai indietro, in punta di piedi, al colmo dell'eccitazione, ripetendomi: Ora tocca a me! . Strisciai carponi verso DuUita che mi volgeva le spalle, le gambe penzolanti, le mani appoggiate alla pietra, gli occhi fissi sulle nuvole squarciate dalla tempesta, ridotte a brandelli: il verticale Napoleone si era trasformato in un orizzontale coccodrillo sanguinario. Presto sarebbe stata notte. Con infinite precauzioni appoggiai l'impugnatura della gruccia contro l'incredibile vitino di DuUita. Mi muovevo con cautela, ero cos attento a non far rumore che i denti mi affondavano nelle labbra e il sangue cominci a cadrmi, goccia a goccia, sul mento. Dullita, volgendosi, non parve affatto spaventata, e si appoggi alla biforcazione. Nessun angelo del paradiso ha mai avuto un volto pi bello del suo in quel momento, e vidi l'arcobaleno del suo sorriso gettare un magico ponte sullo spazio che ci separava, lo spazio della gruccia. Abbassai gli occhi, finsi di voler infilare la stampella in una fessura; poi, rialzandomi, le strappai di mano il diabolo e gridai con voce rauca di pianto: N per te, n per me! . E scagliai il diabolo nel vuoto. Il sacrificio era finalmente consumato.1 E da quel giorno, fino al giorno della mia morte, quell'anonima gruccia fu, e sar, per me, il simbolo della morte e il simbolo della risurrezione!

Il diabolo assume, in quest'episodio, una tipica importanza di sostitu n e : l'ariete di Abramo. Simboleggia cio la morte di DuUita, di Galuchka rediviva, e la possibilit della loro risurrezione.
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PARTE SECONDA

CAPITOLO PRIMO
ADOLESCENZA

CAVALLETTE
ESPULSIONE DALLA SCUOLA FINE DELLA GUERRA EUROPEA

L'adolescenza inizia con la nascita dei peli superflui. Nel mio caso questo fenomeno si produsse fulmineamente, durante una mattina estiva, nella baia di Rosas. Avevo nuotato, nudo con altri bambini, e ora mi asciugavo al sole. Improvvisamente, scrutando il mio corpo con la compiacenza narcisista che mi era solita, vidi alcuni peli velarmi la pelle bianca e delicata del pube. Sebbene ancora sottili e radi, erano gi lunghissimi: come potevo non aver notato un cos profondo mutamento sul mio adorato corpo, sul mio corpo cos spesso contemplato e scrutato da farmi ritenere che non potesse celarmi alcun segreto? La mia adolescenza fu caratterizzata dal moltiplicarsi dei miti, delle manie, delle deficienze, dei doni, delle manifestazioni di genio e di violenza della mia prima infanzia. Non desideravo assolutamente correggermi, n trasformarmi; al contrario, ero di giorno in giorno maggiormente posseduto dalla volont di imporre e di esaltare in ogni modo la mia concezione di vita. Anzich limitarmi a godere l'acqua stagnante del mio narcisismo precoce, la canalizzavo: e la crescente, violentissima affermazione della mia personalit si sublim ben presto in nuovi sviluppi di azioni che, considerando le tendenze eterogenee e ben caratterizzate del mio cervello, potevano soltanto essere antisociali e anarchiche. Il bimbo-re divenne un anarchico. Sistematicamente, ostinatamente, mi opponevo a tutto. Da piccolo facevo sempre diversamente dagli altri , ma senza esserne cosciente. Ora, dopo aver finalmente compreso il lato eccezionale e fenomenale del mio modo di agire, lo facevo apposta. Bastava che qualcuno dicesse nero perch io ribattessi bianco. Bastava che qualcuno si inchinasse rispettosamente per farmi sputare. Il mio incessante, feroce impegno a sentirmi diverso mi strappava lacrime di rabbia se, per una qualsiasi coincidenza, mi vedevo

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LA MIA VITA SEGRETA

Inoltre era brutto, e la sua cioccolata, di pessima qualit, mi ispirava un profondo disprezzo per colui che stava consumando un cibo cos volgare. Mi avvicinai a lui, furtivamente tenendo in mano un libro del principe Kropotkin1 che portavo sempre con me. La mia vittima mi vide benissimo, ma non sospett il pericolo e continu, ovviamente, a mangiare pane con cioccolata, guardando dall'altra parte. Io mi concessi il lusso di una lunga premeditazione; squadrando bene il ragazzino per decidere minuziosamente quel che avrei fatto, dopo aver studiato attentamente il suo orrendo modo di mangiare, e ancor peggio di inghiottire, lo schiaffeggiai con tanta forza da far volare via pane e cioccolata. Poi scappai di gran corsa, mentre quello sciocco, attonito, stentava a riaversi, e quando si rese finalmente conto dell'accaduto rinunci a ogni proposito di vendetta, pensandomi lontano. Dal mio nascondiglio lo vidi raccogliere la cioccolata e il pane. Il pieno successo della mia impresa mi incoraggi a tentarne altre; e caddi cos in una sorta di nuovo, invincibile vizio. Finii per aggredire un tale che conoscevo appena, e vagamente ammiravo per la sua vocazione artistica (studiava il violino), altissimo, e in realt assai pi forte di me, ma cos magrolino, cos pallido e malaticcio che lo giudicavo incapace di reagire violentemente. Lo stavo gi seguendo da parecchi minuti, senza tuttavia poter cogliere un'occasione favorevole, perch incontrava continuamente gruppi di studenti che si trattenevano a chiacchierar con lui. A un certo momento, rimasto solo, pos in terra il violino e si chin a riallacciarsi una stringa della scarpa, in posizione per me favorevolissima. Senza esitare, mi avvicinai, vibrandogli un calcio terribile, e subito dopo saltai sul violino, lo ridussi in mille pezzi e volai via con tutta la velocit possibile. Ma in questo caso l'aggredito non si diede per vinto, si riprese subito dallo stupore e mi rincorse, con gambe cos lunghe, con slancio cos possente che ben presto compresi di non aver scampo e, giudicando inutile ogni resistenza, atterrito e in preda a un'invincibile vigliaccheria, mi fermai, mi buttai ad abbracciargli le ginocchia, supplicandolo di perdonarmi. Gli offrii perfino del denaro: venticinque pesetas, se non mi toccava, se non mi faceva male. Ma il giovane violinista era troppo assetato di vendetta: viste inutili le mie preghiere, inutili le mie
Non lo lessi mai, ma il nome di Kropotkin e il titolo Conquista del pane, mi apparivano meravigliosamente sovversivi e tali da conferirmi prestigio agli occhi dei passanti che incontravo.

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proposte, non mi rest che proteggermi il volto con le braccia per ripararmi alla meglio. Vibrandomi un selvaggio colpo nel petto mi butt disteso in terra, mi picchi pi volte, mi afferr per i capelli, me li strapp a ciuffi: e io continuavo a urlare cos istericamente, le mie sofferenze erano cos teatrali il mio tremito cos intenso che lui, credendomi in preda a un attacco di epilessia, mi lasci libero, e a sua volta si allontan di corsa. Una folla di studenti si era raccolta intorno a noi, e il professore di letteratura, che passava di l, si valse della sua autorit per intervenire: facendosi strada attraverso la ressa mi chiese spiegazioni. Un'incredibile bugia mi salt subito in mente, e la dissi: Ho distrutto il suo violino per dimostrargli, definitivamente, che la pittura superiore alla musica . La mia dichiarazione fu accolta con risa e mormorii; il professore, bench indignato, mi chiese ancora: E come l'hai dimostrato?. Un attimo di pausa, e poi: Con le scarpe risposi. Stavolta tutti risero, creando una gran confusione. Il professore impose il silenzio, mi si avvicin, mi premette le mani sulle spalle, e in tono quasi paterno di rimprovero: Non hai dimostrato nulla. Non c' senso comune in quel che dici! . Io lo guardai diritto negli occhi, con una sicurezza non priva di solennit, e articolando le sillabe con la maggior dignit possibile: So benissimo che i miei compagni non trovano un senso comune in quel che ho detto, e forse neppure i professori; d'altra parte io le garantisco che le mie scarpe 1 e le indicai con un dito la pensano in tutt'altro modo! . Un silenzio di gelo accolse le mie ultime parole. I miei compagni si aspettavano che il professore mi fulminasse per la mia stupefacente insolenza. Lui invece, fattosi pensoso,

Le scarpe hanno sempre influito sulla mia esistenza e le utilizzai in diversi oggetti surrealisti, in diversi quadri, fino a trasformarle in una specie di divinit. Le ho perfino collocate in testa alle donne. Elsa Schiaparelli, infatti, cre un cappello ispirato dalla mia idea fissa e Daisy Fellowes apparve, a Venezia, con una scarpa sul capo. La scarpa, effettivamente, per me l'oggetto pi ricco di virt realistiche, e opposto agli oggetti musicali che io ho sempre ritratto nei loro aspetti di disfacimento, come i violoncelli di carne putrida. Uno dei miei ultimi quadri rappresenta un paio di scarpe, e mi ci sono voluti due mesi per copiarle dal modello, con lo stesso amore, con la stessa obiettivit di Raffaello nel ritrarre una Madonna. E dunque istruttivo osservare come una bugia improvvisata in circostanze ultraneddotiche abbia anticipato per me una durevole piattaforma filosofica, resa anche pi solida dal passare degli anni.

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L A M I A VITA S E G R E T A

ebbe un gesto categorico e impaziente, a significare che l'episodio, almeno per il momento, doveva considerarsi chiuso. Da quel giorno crebbe, intorno alla mia persona, l'aureola dell'audacia. Crebbero anche le discussioni: pazzo? Non pazzo? Dimostra una personalit straordinaria, ma forse anormale? . Quest'ultima opinione era sostenuta dai professori di disegno, di calligrafa, di psicologia. Quello di matematica, invece, assicurava che la mia intelligenza era nettamente inferiore alla media. Comunque, tutto quel che accadeva di insolito, di fenomenale, mi venne da allora regolarmente attribuito. E via via che divenivo pi solo, pi unico , divenivo anche pi visibile ; e pi mi tenevo nascosto, pi venivo notato. Divenni un esibizionista della solitudine; ne ero fiero, come di un'amante, ostentata cinicamente, ingemmata dai miei omaggi. Un giorno lo scheletro di cui ci servivamo per le lezioni di storia naturale perse il cranio: naturalmente lo cercarono subito nel mio cassetto. E dire che allora gli scheletri mi ispiravano tanta ripugnanza da impedirmi perfino di toccarli! Mi conoscevano davvero male, per sospettarmi. L'indomani l'enigma fu risolto: era stato il professore a smontare lo scheletro per portarsi a casa il cranio e studiarne comodamente alcune particolarit. Poco tempo dopo, colpito dalla mia solita angina, rimasi a casa alcuni giorni. Tornando a scuola, vidi davanti all'ingresso un gruppo di condiscepoli che, soffiando a pieni polmoni, bruciavano una bandiera spagnola. Mi avvicinai per chieder spiegazioni e tutti scapparono, quasi atterriti dalla mia presenza. Prima che potessi capire perch fuggissero ero perfettamente solo, con i resti della bandiera, e a pochi passi vidi un gruppo di soldati furenti. C'era, in corso, un movimento separatista, di cui io ignoravo tutto, e i soldati, testimoni del rogo, non vollero assolutamente credere alla mia innocenza: dovetti comparire in tribunale, e solo la mia giovane et mi valse l'assoluzione. Del resto l'immagine che ciascuno si era fatto di me induceva a credere alla mia piena responsabilit: ero l'eroe di una dimostrazione a cui non avevo partecipato, ero un esempio di stoicismo rivoluzionario e di fermezza d'animo. Mi ero lasciato crescere i capelli, ormai lunghi come quelli di una fanciulla, e guardandomi allo specchio amavo assumere l'espressione di malinconia, l'affascinante atteggiamento di Raffaello nell'autoritratto. Mi sarebbe piaciuto tanto assomigliargli! Mi sarebbe anche piaciuto che la mia peluria

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crescesse e mi permettesse di radermi, lasciandomi per folte basette. Avevo fretta di creare un capolavoro con la mia faccia, di assumere un aspetto diverso dagli altri , e spesso correvo in camera di mia madre, per incipriarmi furiosamente la faccia e tingermi di nero le orbite. In strada mi mordevo ferocemente le labbra per renderle scarlatte. E la mia vanit si venne accentuando quando compresi che i passanti mi fissavano bisbigliando: il figlio del notaio Dali! quello che ha bruciato la bandiera! . Superai i miei primi esami senza infamia e senza lode, e fui promosso perch non volevo perdere la mia estate studiando per gli esami di riparazione. Le mie estati erano sacre, e mi imponevo una severa disciplina per impedire che un qualsiasi fastidio ne diminuisse lo splendore. Ho gi detto altre volte, e lo ripeto ora, che la cosa chiamata dagli altri, e da me, un paesaggio esiste soltanto sulle rive del Mediterraneo, e in nessun altro luogo. Ma la cosa pi straordinaria questa: che il punto dove il paesaggio diventa pi bello, pi intelligente, pi completo, sta nei pressi di Cadaqus, proprio dove per mia immensa fortuna (e me ne rendo perfettamente conto) Salvador Dali pot, fin dalla prima infanzia, trascorrere esteticamente le sue estati. E che cosa costituisce la primordiale bellezza, la primordiale eccellenza del paesaggio, insuperabile, di Cadaqus? La sua struttura, nuh"altro. Ogni collina, ogni contorno roccioso avrebbero potuto esser disegnati da Leonardo. Se si eccettua la struttura, non altro. Nessuna vegetazione, tranne gli olivi, che con il loro colore giallo paiono chiome venerabili e coronano le vecchie colline, rugose di antichi tracciati. Era un paese di vini, prima che l'America fosse scoperta. Poi la fillossera, quest'insetto americano, devast le vigne, e la struttura generale prese risalto e le fasce, destinate un tempo a ospitare nei loro ripiani le viti, diedero ombre e luci al paesaggio. Ormai l'unico scopo di quei digradanti terrazzi di conferire risalto, valore architettonico a una spiaggia digradante in molteplici, irregolari scalinate; di stabilire passaggi, serpentini o diritti, che costituiscono i duri, immobili riflessi della splendida anima chiusa nella terra. Testimonianze di civilt incrostate nel dorso della collina, ora ridenti, ora taciturne, ora ispirate dal dionisiaco sentimento della nostalgia; fermi segni raffaelleschi che, calando dai caldi e argentei Olimpi di ardesia, raggiungono la frangia delle spume marine esplodendo nelle pi rapide, nelle pi classiche canzoni di pietra, di tutte le pietre, dal granito ai macigni rozzamente

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accostati per trattenere la solitaria, infecondata terra, e la cui asciutta, elegiaca asprezza serve ancora da piedistallo ai piedi nudi del gigantesco fantasma, silenzioso, sereno, verticale, pungente, il fantasma di tutti i perduti vini, di tutto il perduto sangue dell'antichit. Quando meno te l'aspetti, ecco che la cavalletta salta. Orrore di tutti gli orrori! Ed sempre cos. Sempre, nel momento in cui raggiungo la massima esaltazione, la pi estatica contemplazione, una cavalletta salta! Pesante, inconscio, tremendo, il suo balzo paralizzante si riflette in un terrore che mi scuote fin nel profondo. Cavalletta, spaventevole insetto! Orrore, incubo, carnefice della vita di Salvador Dali. Ho ormai trentasette anni, e le cavallette mi fanno esattamente la stessa paura di quand'ero adolescente. No, non esattamente: di pi. Se mi trovassi sull'orlo del precipizio, con una grossa cavalletta alle spalle, salterei nel vuoto per sfuggirle. L'origine di questo terrore costituisce ancora un enigma. Piccolissimo, adoravo le cavallette e ne andavo volentieri a caccia, in compagnia della zia e di mia sorella. Aprivo con delizia le loro ali, i cui colori mi ricordavano i rosa, i lilla, gli azzurri dei crepuscoli che coronano la fine dei giorni caldi, a Cadaqus. Ma un giorno pescai un piccolissimo pesce, detto comunemente da noi bavoso, e lo strinsi forte nel pugno per impedirgli di scivolar via. Solo la piccola testa emergeva dalla mia mano, e la guardai da vicino. All'improvviso, lanciando un urlo cos acuto da far voltare mio padre, lo scagliai

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lontano e scoppiai in pianto. L'ho visto bene, gridai ha il muso di una cavalletta. E fu questa associazione d'idee a rendermi le cavallette temibili: Strano, dicevano i miei genitori gli piacevano tanto, prima!. E dovettero proibire agli altri bambini di lanciarmele addosso, per divertirsi alle mie grida, temendo che mi venisse un attacco di nervi. Un giorno mia cugina mi schiacci, premeditatamente, una grossa cavalletta sulla nuca. Ne ebbi la stessa sensazione di sgradevole, guizzante vischiosit gi provata a causa del pesce, ma aggravata dal fatto che la cavalletta, per quanto sventrata, gocciolante del suo liquido schifoso, trovava la forza di resistere, schiacciata tra la mia carne e la mia camicia, e le sue zampette mi si piantavano nel collo con una forza che mi appariva invincibile. Restai, per un attimo, in uno stato di semicoscienza, finch i miei genitori riuscirono a strappar via quel tremendo incubo semivivo. Trascorsi il pomeriggio strofinandomi furiosamente il collo e inondandomi di acqua marina. Anche ora, scrivendo queste righe, brividi di orrore mi scivolano lungo la schiena, e sento che la mia bocca, sebbene cerchi di controllarmi, si contrae in una smorfia di ripugnanza suggerita da un profondo malessere morale. Un immaginario osservatore scoprirebbe ora sul mio viso un ghigno assolutamente ripugnante, come se irresistibili riflessi facciali, una sorta di involontario mimetismo, mi rendano somigliante alla cavalletta. Ma il mio vero martirio sarebbe cominciato soltanto a Figueras, dopo le vacanze. I miei genitori non potevano starmi continuamente vicino e fui il bersaglio di raffinate crudelt da parte dei miei compagni. Poich bastava mostrarmi una cavalletta per vedermi fuggir via come un pazzo, l'unico pensiero dell'intera classe fu di catturare cavallette; e quasi sempre, nonostante le mie fughe, venivo colpito dal lancio di cadaverici, agonizzanti, mostruosi insetti. Oppure, aprendo il mio libro, li trovavo l, immersi nel loro succo giallastro, con le pesanti teste cavalline quasi separate dal corpo, le zampe ancora tremanti, hi, hi, hi, hi! E, sia pur moribondi, erano ancora in grado di minacciarmi! Una mattina mi accorsi del pericolo mentre il professore ci stava spiegando un problema di geometria, e scaraventai via il volume-tomba, spaccando una gran vetrata. Fui sospeso da scuola per due giorni, che trascorsi temendo qualche comunicazione del direttore a mio padre. Le cavallette di Figueras sono poi molto pi grosse di quelle di Cadaqus, e mi atterrivano quindi in proporzione. Orrende cavallette di Figueras, con uno spago legato alle zampine, sottoposte a lenti, atroci martiri dai bambini, vi rivedo an-

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couei.

cora! Eccole, eccole, le cavallette, immobili o convulse per la paura e per il dolore, infarinate di polvere, quasi abiette croquette di puro spavento! Eccole, agli orli dei marciapiedi, le teste basse, le grevi teste equine, inespressive, impassibili, ottuse, atroci, con i ciechi, concentrati sguardi, gonfi di sofferenza, eccole, immobili, immobili... E improvvisamente: hi, hi, hi, hi!, ecco che saltano, con tutta l'incoscienza esplosiva, accumulata nella lunga attesa come se improvvisamente la loro capacit di soffrire sia esaurita, e debbano gettarsi su qualcosa, su qualcuno, su di me! Cos, a scuola, non seppi pensare ad altro. Vedevo cavallette ovunque: un foglio di carta grigia, apparendomi d'improvviso, ed evocandomi una cavalletta, mi strappava un ululato delizioso per i miei condiscepoli; un pezzetto di pane, una gomma, lanciatimi alle spalle, mi facevano sussultare, balzare in piedi, torturato dall'idea di scorgere una cavalletta pronta ad aggredirmi. Quando mi accorsi di non poter resistere oltre, ricorsi a uno stratagemma per liberarmi non dalla mia angoscia, che sapevo invincibile, ma dai miei persecutori: inventai la contro-cavalletta. Si trattava di una semplice cocotte, un galletto ritagliato nella carta bianca; e cominciai a fingere spasimi anche peggiori, in presenza della cocotte, di quelli provocati dalle cavallette. Cercai di reprimere le mie vere reazioni davanti alle cavallette, e non appena i miei compagni, ripetutamente supplicati di risparmiarmi la vista delle cocotte, cominciarono a mostrarmene di continuo strillavo come se mi volessero sgozzare. Il cambiamento piacque a tutti, un poco perch rappresentava una novit, ma soprattutto perch preferibile tagliuzzare carta che catturare cavallette. Fui quindi liberato dalle cavallette, e assalito dalle cocotte. La necessit di celare la paura vera e di ostentare quella falsa mi divertiva e al tempo stesso mi infastidiva, essendo sempre costretto a recitare perfettamente le mie due diverse parti, altrimenti sarei ricaduto sotto la tirannia delle cavallette. Ci fu un solo inconveniente: le mie isteriche contorsioni alla presenza delle cocotte divennero cos straordinarie che i miei professori se ne preoccuparono e proibirono severamente le cocotte, spiegando ai miei compagni quanto il mio stato nervoso fosse preoccupante. Soltanto il padre superiore non si interess troppo al mio caso, quand'ecco che un giorno, in sua presenza, trovai una cocotte nel fondo del mio berretto: sapevo benissimo che la classe intera aspettava le mie urla, e infatti le lanciai, stridule. Il padre superiore, scandalizzato, mi ordin di portargli subito la cocotte, e io risposi fermamente:

ni.

L'ENIGMA DELL'ORIFIZIO

Fine di un mobilio alimentare: la mia nutrice, dalla cui schiena stato estratto un comodino. Ritratto di mia sorella. Mentre ero intento a dipingere questo quadro, improvvisamente ebbi la visione di un terrificante buco rettangolare nella sua schiena. Fotografia di Dalf quando and a visitare il parco Guell di Barcellona. Viale del parco Guell. Gli spazi vuoti tra gli alberi artificiali provocarono m me una sensazione d'angoscia indimenticabile. Ursulita Matas, che mi accompagn nella visita al parco Guell. Sonno, un quadro del 1939 in cui ho espresso col massimo dell'intensit 1 angoscia che mi provoca lo spazio vuoto,

IV. CADAQUES: UN VILLAGGIO INCANTATO

L'adattamento dei desideri, dipinto nel 1929, la registrazione di visioni ispirate dalla contemplazione di ciottoli sulla spiaggia di Cadaques. Sodomia commessa da un teschio su di un pianoforte a coda, ispirato da un sogno fatto a Cadaques nell'estate del 1937. Durante la posa per questa fotografia ricordo di aver trattenuto il respiro mentre guardavo fuori dalla finestra uno scorcio del panorama di Cadaques. Vista panoramica di Cadaques, che considero di gran lunga la pi bella citt del mondo. Idillio: con Gala a Cadaques. Il volto di Gala in questa fotografia, scattata quando era ragazza, mi sembra avere la stessa aura d'eternit di cui risplende Cadaques.

PARTE SECONDA

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Per nulla al mondo! . Perse la pazienza, e mi intim di obbedire: allora mi diressi a una scansia dove custodivamo l'enorme bottiglia di inchiostro che serviva a rifornire tutti i calamai, la presi a due mani e la lasciai cadere sulla cocotte, naturalmente gi scivolata sul pavimento. La boccia si spacc in mille frantumi, e un torrente di inchiostro color la cocotte di un intenso turchino: la raccolsi, gocciolante, tra il pollice e l'indice, e la posi con delicatezza sulla cattedra: Ora posso obbedirle. Non essendo pi bianca, non mi fa pi paura!. Il risultato della mia impresa daliniana fu uno solo: l'indomani mi espulsero dalla scuola. I miei ricordi di guerra sono tutti gradevoli, perch la neutralit spagnola don alla Catalogna un periodo di euforia e di rapida prosperit economica. Il mio paese produsse infatti una truculenta e succulenta fauna di nouveaux-riches che, sviluppandosi a Figueras, regione agricola dell'Ampurdn, dove la follia si coniuga con estrema grazia alla realt , produsse una gran quantit di tipi curiosi, e tali da fornire ai miei concittadini un alimento spirituale di saporite chiacchiere, da accompagnare giustamente ai saporitissimi alimenti materiali. Non ho dimenticato che dal 1914 in poi, a Figueras, ci si preoccup soprattutto di cucina: una famiglia francese, in particolare, molto legata alla mia, era reputata la scuola dei gourmet. Il gallo selvatico, irrorato di cognac, non ha segreti per me, e conosco il cerimoniale necessario a bere un buon Pernod in pieno sole, con la sua zolletta di zucchero, ascoltando il fiorire dei mille aneddoti relativi, precisamente, ai nouveaux-riches. Presto questi aneddoti divennero tanto famosi quanto quelli di Marsiglia, ma si tratta di un articolo che si esporta male, bisogna consumarlo sul posto. Si cantava, allora, la canzone Ay, ay, ay! e i tanghi argentini ci venivano portati dai commessi viaggiatori, che ci narravano anche le meraviglie di Barcellona, vere storie da Mille e una notte, roulette e baccar appena legalizzati, e il resto. Un pittore tedesco, Siegfried Burman, che per dipingere usava solamente spatole ed enormi tubetti di colore, trascorse l'intero periodo della guerra a Cadaqus, insegnando i passi difficili dei tanghi argentini e adattando alla chitarra melodie tedesche. Un ricco signore ebbe l'idea di partecipare alla parata dei fiori con un cocchio trainato da due cavalli interamente rivestiti di coriandoli. Cominci col far versare enormi secchi di colla liquida sulle due bestie (ci vollero parecchi uomini per riuscirci), poi costrinse i due animali a rotolarsi sopra un fitto a Ppeto di coriandoli: un'ora dopo erano entrambi morti.

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LA MIA VITA SEGRETA

La pace scoppi come una bomba, e fu salutata, in Catalogna, dalla gioia universale, perch tutti erano francofili: si decretarono festeggiamenti d'ogni genere, sardanas,1 balli, congressi, bandiere, manifesti. Gli studenti si riunirono in un'organizzazione di tipo progressista e si decise di chiamarla Grupo Estudiantil: il suo scopo immediato era quello di partecipare alle parate della vittoria e il presidente venne a chiedermi di preparare un discorso per il giorno successivo. Tu sei il solo studente che sia in grado di farlo, mi disse stringendomi la mano ma fa' qualcosa che sia degno di te, qualcosa di forte, di sensazionale! . Acconsentii e cominciai a scrivere un'orazione: Il sublime sacrificio di sangue su tutti i campi di battaglia ha finalmente risvegliato la coscienza dei popoli... . Ma l'indomani, dopo una notte trascorsa nel panico pi assoluto, dopo mille vani tentativi di riprendermi, mi presentai a una folla enorme, ironica ed eccitata, per gridare, semplicemente, con voce tonante: Viva la Germania! Viva la Russia! , e gettai la seggiola e la tavola del conferenziere contro il pubblico, fuggendo come una lepre nella confusione infernale. Tutti urlavano e si agitavano, nella sala; e io, ritrovando in casa mio padre che mi chiedeva notizie del mio discorso, risposi: Tutto benissimo!. Difatti era andato benissimo. Senza che potessi supporlo, la mia azione era stata politicamente efficace e originale. Martin ViUanova,2 uno dei nostri agitatori, spieg le ragioni della mia condotta: Non ci sono pi vincitori n vinti. La Germania, in piena rivoluzione, va considerata pari agli altri popoli. In Russia, poi, la rivoluzione sociale ci offre l'unica speranza del dopoguerra. La tavola e la seggiola capovolte erano state utilissime a suscitare l'attenzione generale e l'indomani sfilai con i miei compagni portando una bandiera tedesca, applauditissima, e Martin ViUanova portava quella russa: erano le prime del genere, in una strada spagnola. Qualche tempo dopo, Martin ViUanova e il suo gruppo decisero di dedicare una via al presidente Wilson. ViUanova venne da me con una tela immensa, un'autentica vela, e mi chiese di dipingervi, a grandi e artistici caratteri: La citt di Figueras onora in Woodrow Wilson il Difensore della Libert delle Nazioni Minori. Salimmo insieme sul tetto
Sardana: ballo popolare catalano. Uno dei pochi rivoluzionari in buona fede che abbia conosciuto, ingenuo e generoso.

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e appendemmo la tela, per i suoi quattro angoli, alle corde che di solito sostenevano il bucato di casa. Promisi che sarei uscito subito a comprare diversi barattoli di colore, in modo da potergli consegnare il lavoro ultimato e asciutto l'indomani' l'avremmo appeso sopra la lapide che dava a quella strada di Figueras il suo nuovo, illustre nome. Ma l'indomani mattina mi svegliai, roso dai rimorsi perch non avevo fatto nulla, e ormai, anche mettendomi subito al lavoro, non avrei saputo come far asciugare i caratteri verniciati. Ebbi per un'idea. Potevo ritagliare nella stoffa la scritta, e il cielo turchino sarebbe stato uno sfondo meraviglioso. Con la mia solita mancanza di senso pratico, non vidi affatto le inevitabili difficolt, e scesi in salotto a prendere un comune paio di forbici, che non riuscirono neppure a scalfire il robusto tessuto. Provai con un coltellaccio da cucina, ottenendo solo un vasto, informe buco, che mi scoraggi profondamente. Finalmente optai per una nuova tecnica: avrei bruciato la stoffa in pi punti, seguendo grossolanamente il piano stabilito, e poi avrei rifinito il tutto con le forbici. Non dimenticai di disporre intorno a me parecchie brocche d'acqua per l'eventualit di un incendio, e feci bene, perch la tela prese fuoco, e dopo aver domato le fiamme mi ritrovai, tristissimo, con la tela sforacchiata due volte, dal coltello prima e dal fuoco poi. Era troppo tardi per altri tentativi. Stanco morto, deluso, mi sdraiai nudo sulla tela, che formava una specie di amaca, e, dondolandomi, fui ben presto sul punto di addormentarmi. Solo allora ricordai che mio padre mi aveva spesso parlato del pericolo delle insolazioni e, sentendomi stordito dalla fatica e dal caldo, immaginai una brillante fantasia che, nel modo pi ingenuo e gentile, avrebbe dovuto condurmi a sicura morte. Misi cos un mastello pieno d'acqua sotto di me, in diretta corrispondenza del buco maggiore, e standomene con la pancia all'ingi infilai la testa, attraverso la irregolare apertura, nel secchio.1 Passai il piede nel secondo buco, e cosi, in un abile gioco di muscoli, mi bagnai pi e pi volte il capo, traendone un'autentica soddisfazione.
In quei ricordi che chiamer intrauterini figura il gioco di attirarmi il sangue agli occhi facendo pendere il capo, e poi agitandolo per procurarmi certe illusioni della retina. Questa mia nuova fantasia, che coincide con la ne della guerra, ha una stessa origine intrauterina. Bisogna osservare che Jjui non solo lasciavo pendere la testa, ma la lasciavo pendere attraverso un uc o , ci che assolutamente tipico: le frustrazioni, i buchi inutili, ma suzzati con sforzi materiali e morali notevolissimi, rivelano chiaramente la

no

LA MIA VITA SEGRETA

Ma poi, volendo liberare la testa dalla sua liquida prigione, ripetei vanamente il complesso, consueto gioco: il mio piede, agitandosi, lacer ampiamente la tela per cui, privo di quel sostegno, non potei assolutamente sollevarmi. Ero ormai incastrato nel secchio, immobilizzato dal mio stesso peso, e il mio frenetico movimento non faceva che peggiorare la situazione. Non vedendo possibilit di salvezza, cominciai ad attendere la morte. Fu Martin Villanova a salvarmi. Non vedendomi giungere con lo striscione, si precipit, senza fiato, in casa mia, per vedere che cosa stesse succedendo. Succedeva, semplicemente, che Salvador Dali moriva di asfissia, moriva sulle cime, moriva sul tetto dove, da bimbo-re, aveva assaporato, per la prima volta, la sensazione della vertigine.
contrariet provocata da ostacoli reali e meccanici. Cos la paura del mondo esterno, incarnato qui dalla folla riunitasi per ammirare il mio striscione, e necessariamente delusa, perch io sapevo che non lo avrei finito in tempo, la paura del mondo esterno mi costringeva a cercare rifugio nel mondo prenatale del sonno. Ma la paura della morte mi assal, evocando inconsciamente il trauma della nascita con il piacevole simbolo del paracadute, simulacro di un mio contro-sottomarino.

PARTE SECONDA

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Mi ci volle un certo tempo per riprendermi, sotto gli occhi esterrefatti di Martin: Cosa diavolo stavi facendo, nudo come un verme, con la testa nel mastello? Potevi affogarti! E il sindaco gi arrivato, tutta la citt arrivata, ti aspettiamo da mezz'ora. Dimmi cosa ti successo! . Io trovo sempre una risposta a tutto. Stavo inventando un contro-sottomarino gli risposi fermamente.1 Martin Villanova non dimentic mai l'episodio e la sera stessa lo raccont sulla rambla.2 Quel Dali, quant' grande! Mentre noi lo aspettavamo con le autorit, con la banda e tutto il resto, lui se ne stava nudo sul suo tetto, inventando il contro-sottomarino, con la testa in un secchio. Se, per puro caso, non fossi giunto in tempo, a quest'ora sarebbe morto e sepolto. Quant' grande! Quant' grande il nostro Dali! . La sera dopo si suonavano sardanas, in via Presidente Wilson, e il mio striscione, finalmente pronto, sventolava, appeso a due balconi. C'erano due buchi, due sinistri buchi, e solamente Martin Villanova e io ne conoscevamo il significato: uno corrispondeva alla testa, l'altro al piede di Salvador Dali. Ma Salvador Dali era l, vivo, ben vivo! E sapremo altre importantissime cose di lui. Ma, pazienza! Bisogna procedere con ordine. Riassumiamo, dunque, la situazione di Dali all'inizio di quel periodo decisivo, il dopoguerra. Dali, cacciato da scuola, continua a studiare per la licenza liceale; martirizzato da spaventevoli cavallette, intimidito dalle ragazze, imbevuto del chimerico amore per Gala, e ancora ignaro dell'amore reale; il suo pube si copre di peli; anarchico, monarchico, anticatalano; stato processato per azioni sacrileghe in quanto antipatriottiche; durante una riunione in onore degli alleati ha gridato: Viva la Germania! Viva la Russia, scagliando una seggiola e un tavolo sugli ascoltatori; poteva morire inventando il contro-sottomarino, e si salvato per miracolo. Quant' grande! Quant' grande Salvador Dali!

Narciso Monturiol l'inventore del primo sottomarino che abbia mai navigato sott'acqua. Illustre figlio di Figueras, gli hanno dedicato un monumento in citt, e, per quanto ricordo, ho sempre provato una violenta gelosia nei suoi riguardi. Tutta la mia ambizione consisteva nell'inventare anch io qualcosa di molto importante. La passeggiata.

CAPITOLO SECONDO
LA C O S A STUDI FILOSOFICI AMORE INSAZIATO ESPERIMENTI TECNICI IL MIO P E R I O D O DELLA PIETRA FINE DI UN ROMANZO D'AMORE MORTE DI MIA MADRE

Stavo crescendo. Nella tenuta che il senor Pichot possedeva a Cadaqus c'era un cipresso piantato in mezzo al cortile, e anche lui cresceva. Portavo allora le basette, lunghe fino a met guancia, e abiti scuri, quasi sempre in morbidissimo velluto nero; passeggiando, tenevo in bocca una pipa di schiuma, sottratta a mio padre, decorata con la testa ghignante di un arabo, che scopriva tutti i denti nella smorfia. Avevamo in casa una medaglia greca, in argento, con un profilo di donna, dono del sovrintendente agli scavi greci di Ampurias. Mi faceva piacere immaginare fosse Elena di Troia, e l'avevo fatta montare in una spilla da cravatta, che non lasciavo mai. E non mi separavo mai neppure dal mio bastoncino; ne avevo gi avuti molti, e il pi bello si fregiava di un'aquila d'oro a due teste, simbolo imperiale, la cui morfologia si adattava perfettamente alla stretta possessiva della mia mano sempre avida e scontenta. Io crescevo, si detto, e la mia mano con me. C'era una cosa che conoscevo solo attraverso i discorsi dei miei compagni, e non direttamente. Una sera, nel giardino dell'istituto, la cosa capit anche a me. Ne fui deluso, e pieno di rimorsi. Credevo che la cosa fosse totalmente diversa! Ma nonostante delusione e rimorsi, ricominciai, sempre ripetendomi che sarebbe stata l'ultima volta. Ci furono tre giorni di calma, e la tentazione mi riprese, e dopo aver resistito un giorno e una notte ricominciai a fare la cosa ancora, ancora, ancora, sempre. La cosa non era tutto, per... Imparavo a disegnare, e in questa attivit ponevo la vera intensit dei miei sforzi, della mia attenzione, del mio fervore. Il senso di colpevolezza per aver commesso la cosa accresceva il rigore della mia

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volont. Ogni sera frequentavo un regolare corso di lezioni, diretto dal senor Nfiez, disegnatore eccellente e soprattutto rinomato incisore, antico Prix de Rome, divorato da un autentico amore per le belle arti. Fin dall'inizio Nfiez mi distinse fra cento altri studenti e mi invit a casa sua, per spiegarmi i misteri del chiaroscuro e i colpi selvaggi (espressione sua) in un'incisione originale di Rembrandt, sua propriet personale. Aveva un modo tutto suo di reggere tra le dita l'incisione, quasi senza toccarla, che mostrava la sua profonda venerazione. Uscivo di l con le guance accese dalle mie ambizioni artistiche, eccitatissimo, penetrato da un religioso, crescente rispetto per l'arte: rincasavo, mi chiudevo nel gabinetto e mi abbandonavo alla cosa. La cosa era sempre pi piacevole, e io dovetti studiare un gioco dilatorio che mi permettesse di allungare gli intervalli tra una cosa e l'altra. Ormai non mi dicevo pi: Sar l'ultima volta, sapevo troppo bene, per esperienza, che non mi sarei mai pi astenuto. Mi limitavo a ripromettermi: Domenica far la "cosa", o addirittura: Pu darsi che io faccia la "cosa" domenica. E la certezza di tenere in serbo il mio piacere calmava le ansiet e gli spasimi erotici, senza contare il nuovo godimento voluttuoso concessomi dall'attesa. Superata la mia severit, raggiunta la coscienza di raggiungere una cosa tanto migliore in quanto pi lungamente attesa, potevo prepararmi al grande momento con vertigini e agonie sempre pi piacevoli e prive di rimorsi. I miei studi liceali all'istituto continuavano con mediocrit immutata, e tutti, specialmente il senor Nfiez, che aveva molta fede nel mio avvenire, consigliavano mio padre di permettermi di divenir pittore. Mio padre esitava: il futuro di un artista gli appariva preoccupante, e avrebbe preferito qualsiasi altra carriera. Comunque, faceva del suo meglio per completare la mia educazione artistica: mi comprava i libri, le riviste, i testi, gli strumenti di cui avevo bisogno, e anche quanto poteva apparirgli un semplice capriccio: Quando poi avr preso la sua licenza liceale, vedremo ripeteva. Quanto a me, avevo gi deciso. Mi chiusi nel silenzio, e cominciai a leggere con vera frenesia, senza alcun ordine: in due anni, esaurii interamente la ricca biblioteca di mio padre. Il Dizionario filosofico di Voltaire fu l'opera che mi impression maggiormente, mentre Cos parl Zarathustra di Nietzsche mi diede l'impressione che, in quel campo, avrei potuto far di meglio. Il mio autore prediletto era Kant, ben-

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che non capissi una parola di quel che leggevo: era probabilmente per questo che ne traevo tanta soddisfazione. Adoravo perdermi nel labirinto di ragionamenti che squillavano, tra i cristalli in formazione della mia intelligenza tutta nuova, come una musica celeste. Sentivo che un uomo come Kant, capace di scrivere libri cos importanti e cos inutili, doveva essere una specie di angelo, e la mia ansia di leggere la sua prosa incomprensibile, superiore alla mia buona volont, rispondeva certo al bisogno di quel nutrimento. Nello stesso modo, la mancanza di calcio spinge irresistibilmente certi bambini indeboliti a staccare la calce dai muri per mangiarla; e io, per due anni, masticai e rimasticai quell'imperativo categorico che non potevo inghiottire.

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Ci riuscii, improvvisamente, e con estrema rapidit incominciai a comprendere i grandi problemi filosofici, passando da Kant a Spinoza, che in quel periodo mi parve meraviglioso. Descartes venne molto pi tardi, e lo utilizzai per costruire le basi delle mie ricerche personali. Avevo cominciato a leggere i filosofi quasi per gioco, e finii per piangere sulle loro tesi. Io, che non avevo mai pianto per un racconto, per una tragedia, drammatici o commoventi che fossero, piansi leggendo la definizione di identit di uno di questi filosofi (non ricordo pi quale). E ancor oggi, pur interessandomi solo incidentalmente di filosofia, mi sento le lacrime agli occhi davanti a ogni esempio di speculativa intelligenza umana. Uno dei giovani professori, all'istituto, aveva organizzato un corso supplementare di filosofia, la cui frequenza non era obbligatoria; ci si andava nel tardo pomeriggio, fra le sette e le otto. Io mi ero iscritto subito, perch sapevo che molte lezioni sarebbero state dedicate a Platone. Si era di primavera, ormai avanzata, l'aria della sera profumava, e noi sedevamo all'aperto, contro un muro tutto rivestito di edera, sotto la giovane luna. C'erano molte ragazze, tra noi, che non conoscevo, e mi sembravano tutte stupende. Ne scelsi subito una, lanciandole un'occhiata, e anche lei mi guardava. Tutto era talmente chiaro, tra noi, che balzammo in piedi contemporaneamente, in un atteggiamento che significava: Andiamocene! Andiamocene!. E ce ne andammo. Uscendo dall'istituto eravamo talmente agitati da non poter dire una sola parola, e correvamo in silenzio, tenendoci per mano: bastava oltrepassare un breve tratto di periferia per raggiungere l'aperta campagna, e di comune accordo ci dirigemmo verso la zona pi solitaria, una stradina fra due campi di grano gi alto, completamente deserta a quell'ora, e benaugurante... La ragazza mi fissava negli occhi con selvaggia e provocante dolcezza; rideva, ogni tanto, e ricominciava a correre. Ma io, che gi all'inizio stentavo a parlare, mi sentivo ora completamente muto, e credevo di dover restare definitivamente tale. Tentai di riprendermi, e non ci riuscii. Attribuii il mio mutismo alla mia parossistica stanchezza piuttosto che al mio stato emotivo. Lei, intanto, tremava violentemente, e questo la rendeva anche pi desiderabile, due volte, tre volte pi desiderabile ai miei occhi. E additandole una specie di nicchia in quel campo di grano, articolai, con sforzo supremo: Laggi!. Lei corse e, giunta nel punto indicato, si gett in terra, spar completamente nel grano. Quando la raggiunsi, la trovai lunga distesa, e sembrava grandissima:

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non l'avrei mai creduta tanto grande. La vidi bionda, con magnifici seni che guizzavano sotto la camicetta, quasi pesci nella rete: me li chiusi tra le mani, e ci baciammo sulla bocca. Lei socchiudeva le labbra, perch io potessi premere le mie contro i suoi denti, e li baciai finch mi ferirono. Era molto raffreddata, e teneva in mano un piccolo fazzoletto, gi umido, cercando senza risultato di soffiarsi il naso. Non avevo un fazzoletto con me, e non sapevo come fare... Lei cercava di trattenere il moccio, ma era talmente copioso che colava di continuo, e infine, volgendo vergognosa il capo, l'asciug con un lembo della gonna. Mi affrettai a baciarla ancora, per dimostrarle che non provavo alcuna ripugnanza; del resto era vero, il suo moccio somigliava solo alle lacrime, fluido, incolore, scorrevole. E la difficolt di respirare le sollevava il seno impetuosamente, confermando l'apparenza del pianto. La guardai duramente negli occhi: Non ti amo le dissi. Non amer mai nessuna donna. Vivr sempre solo. E intanto sentivo il moccio della bellissima ragazza asciugarsi sulla mia guancia. Una calma totale guidava i miei piani minuziosi, con una cos calcolata freddezza che sentivo la mia stessa anima raggelarsi. Come avevo potuto, in cos breve tempo, riprendermi del tutto? La ragazza, invece, era sempre pi a disagio, e probabilmente anche a causa del suo raffreddore. Ora la tenevo stretta fra le braccia, tornate sicure, in una posizione semplicemente amichevole. Poi sentii il suo moccio, secco ormai sulla mia guancia, prudermi irresistibilmente, ma invece di grattarmi con le unghie strofinai il viso contro la sua spalla, con concentrata tenerezza. Cos il mio naso si trov all'altezza della sua ascella, nel denso aroma del suo sudore che respirai serenamente; sublime fragranza, agnello ed eliotropio, e forse anche qualche chicco di caff tostato. Quando rialzai gli occhi per guardarla, le vidi un sorriso deluso e sprezzante, una disincantata amarezza: Dunque non vuoi tornare qui, domani sera? . Domani sera s, le assicurai, aiutandola cerimoniosamente a rialzarsi e per altri cinque anni, ma non un giorno di pi. Avevo anch'io il mio piano quinquennale! E fu davvero la mia compagna per cinque anni, senza per includere le estati che trascorrevo a Cadaqus. Mi rimase fedele con un fervore mistico, anche se non ci vedevamo che nelle ore del tramonto e spesso le comunicavo con un biglietto il mio desiderio di rimanere solo. I nostri incontri ebbero sempre la cornice della campagna, e un'aria casuale, e spesso lei, per potermi raggiungere, doveva immaginare mille astu-

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zie; arrivava anche accompagnata da altre ragazze, le quali, a loro volta, erano seguite da altri giovanotti. La promiscuit mi annoiava e riuscivamo a essere quasi sempre soli. Fu durante questo lustro di idillio che potei mettere in pratica tutte le invenzioni della mia perversit sentimentale. Ero riuscito a creare in lei un cos estremo bisogno di me, avevo saputo regolare con tanto cinismo il ritmo dei nostri incontri, il tono dei nostri discorsi, il rinnovarsi delle mie sensazionali invenzioni (generalmente non le premeditavo affatto, ma le concepivo all'ultimo momento), che potevo vedere, giorno dopo giorno, i sempre maggiori sviluppi della mia potenza. L'affascinavo metodicamente, pienamente, mortalmente. Seppi, a un certo punto, che la mia ragazza era ormai matura, e cominciai a esigere sacrifici di ogni genere. Non mi aveva forse ripetuto mille volte di esser pronta a morire per me? E allora, benissimo! Stiamo a vedere! Quanto tempo abbiamo ancora, davanti a noi? Quattro anni? E, a proposito, devo dire, perch non si attribuisca tanta devozione in un animo femminile alle mie particolari doti di dongiovanni, che dal punto di vista erotico non ci fu mai niente tra noi, se non quanto ho gi descritto del primo incontro. Baci sulla bocca, occhi negli occhi, le mie carezze sui suoi seni... Ecco tutto. Credo, effettivamente, che ci fosse in lei un complesso di inferiorit: quel raffreddore, quella mancanza di un fazzoletto asciutto le avevano procurato un tale scontento, un tale continuo e violento desiderio di riabilitarsi ai miei occhi, che durante tutta la nostra relazione, incapace sempre di ottenere da me dimostrazioni affettive particolari, e anzi ottenendo risultati opposti (poich la simulata freddezza costituisce uno dei temi pi allucinanti nella mitologia amorosa, e Tristano fu senza dubbio maestro nell'esasperare la sempre crescente tensione amorosa che invece di declinare, come le passioni soddisfatte, di giorno in giorno si arricchisce per nuovi, pericolosi, malsani desideri, sempre pi sublime, sempre pi irreale, sempre pi vulnerabile alle crisi, orrendamente materiali, del delitto, del suicidio, del collasso nervoso. E da questa esperienza ho imparato a riconoscere, nell'amore non consumato, una mia potentissima arma) lei si trov a essere, come Isotta, l'eroina tipo in una tragedia di amore sterile, qualcosa che, nel campo dei sentimenti, equivale al cannibalismo ferocissimo della mantide religiosa, che divora il maschio nel giorno delle nozze, e durante lo stesso atto d'amore.

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Ma la chiave di volta, nella cupola di torture da me eretta per proteggere lo sterile amore della mia innamorata, era senza dubbio la nostra comune consapevolezza del mio assoluto distacco. Sapevo di non amarla, e lei sapeva di non essere amata. Peggio, sapevo che lei sapeva di non essere amata; e lei sapeva che io sapevo che lei sapeva di non essere amata. Non amandola, ero in grado di serbare intatta la mia solitudine, padrone, s, di esercitare i miei princpi di azione sentimentale sopra una magnifica creatura, ma soltanto da un punto di vista estetico e sperimentale. Sapevo che amare veramente - e avrei potuto adorare la mia Galuchka, la mia Dullita rediviva - era qualcosa di ben diverso, era l'annullamento dell'ego nell'assoluta fusione di tutti i moti spirituali, era il crollo di ogni discriminazione cosciente, era la rinuncia a ogni metodica scelta, era una paradossale impossibilit di previsioni. Ella, al contrario, era un bersaglio per me, un oggetto di studio che, lo sapevo, mi sarebbe servito pi tardi. Sapevo bene che l'amore non lancia la freccia, ma la riceve. E colpivo, nella carne di lei, quel san Sebastiano martire che sapevo benissimo di portar nascosto sotto la mia pelle; pelle di cui avrei voluto spogliarmi, come fanno i serpenti. Non l'amavo; potevo quindi continuare ad adorare le mie Dullite, le mie Galuchke, le mie redivive, con un amore idea-

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lizzato, assoluto, preraffaellita, dal momento che ora disponevo di una vera donna, sangue e carne, seni e saliva, e la istupidivo d'amore, e la serravo sulla mia carne, senza amarla... Sapevo di non amarla e quindi evitavo il rischio di salire con lei, insoddisfatto bisogno, sulla cima di una torre. Era terrena, era reale, era divorata dal desiderio, e tutto questo le dava un'aria di ammalata, e me la faceva apparire indegna di salire sulla torre. Gracchiante, gracidante! Talvolta, quando insieme giacevamo sull'erba, le ordinavo: Fa' finta di essere morta! . Allora congiungeva le mani sul petto, e cessava di respirare. Immobili le sue piccole narici, sospeso per un lunghissimo tempo il suo respiro, e talvolta perdevo la testa. Le schiaffeggiavo le guance per rianimarla. Ma certo il suo straordinario pallore le veniva da un piacere estremo, che io guidavo con le redini della delicata angoscia, quasi un esausto cavallo, argenteo come la luna sotto la sua scomposta criniera.

E ora corriamo insieme, senza fermarci, fino al cipresso. Aveva una tale paura della mia collera che mi obbediva, lasciandosi poi cadere ai piedi del cipresso-traguardo, quasi svenuta dalla stanchezza.

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Tu vuoi farmi morire mi diceva spesso, sapendo di farmi piacere, di meritare, per ricompensa, un lungo bacio in bocca. Venne l'estate, e partii per Cadaqus. Il senor Pichot mi disse subito che il cipresso, nel cortile, era ancora cresciuto di mezzo metro. Lo disegnai molto accuratamente, dal vero. Lo avevo osservato con estrema attenzione, perch le sue bacche somigliavano a piccoli teschi, specialmente per le scabre suture tra gli ossi parietali. E intanto continuavo a ricevere dalla mia innamorata lettere esaltatissime; le rispondevo di rado, senza trascurare mai una punta di veleno, che l'avvelenasse e l'illividisse. Alla fine dell'estate piovve, per un giorno intero. Eravamo gli ultimi villeggianti e, uscendo sotto l'acquazzone, mi trovai assolutamente solo. Avevo dimenticato fuori una mia giacca e, raccogliendola tutta fradicia, trassi fuori da una tasca il pacco di lettere della mia innamorata: le tenevo l perch,

durante le passeggiate, mi piaceva averle con me. Erano zuppe, i caratteri turchini si confondevano. Sedetti davanti al mio cipresso, pensando a lei. Meccanicamente strizzai e premetti tra le dita quei fogli, utilizzandone alcuni per formare

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una specie di palla: solo allora mi accorsi di aver voluto inconsciamente imitare le bacche dei cipressi, sovrapponendo i diversi strati di carta in modo da ripetere le rozze suture tra gli ossi parietali. Raggiunsi il cipresso, sostituii una bacca vera con un compatto groviglio di pagine, costruii una seconda pallina, appesi anche quella, simmetricamente alla prima, e continuai la mia passeggiata, sempre meditando su diversi problemi. Poi, per un'ora intera, rimasi seduto sopra una roccia, cos vicino ai marosi irrompenti da ritrovarmi poi il volto e le mani incrostati di sale; il gusto dell'acqua salata, sulle mie labbra, evoc il mito dell'immortalit, dell'incorruttibilit, per me ossessionanti a quel tempo. Ora la notte calava, ora non vedevo pi dove i miei passi mi portassero. E improvvisamente mi arrestai, rabbrividendo, come se qualcuno mi avesse morso: ecco, nel cipresso, brillare bianche le due palline di carta, cos vicine da poterle toccare. Un atroce presentimento mi illumin: morta. E mi sentii inondato di un sudore che non smise di colare fino a quando, rientrato a casa, trovai una sua lettera, giunta allora, che terminava con questa notizia: Sto ingrassando, tutti dicono che sono molto bella. Ma mi interessa solo sapere quel che tu penserai di me quando ritornerai, perch non posso dimenticarti, eccetera, eccetera.... Che idiota! Stavo preparandomi. Mio padre cominciava a cedere e io sapevo che, finalmente, sarei stato autorizzato a divenire un pittore: ci volevano, certo, ancora tre anni, ma gi si parlava in casa della scuola di belle arti, a Madrid, e, nel caso avessi vinto qualche premio, di un soggiorno a Roma per completare i miei studi. L'idea di seguire ancora una volta i corsi di studio ufficiali, anche se di pittura, mi infastidiva profondamente, perch avrei desiderato una libert d'azione assoluta, senza interferenze estranee. Non volevo testimoni, per quel che desideravo realizzare. Del resto, il solo testimone del mio lavoro a quel tempo, il senor Nnez, aveva una vita assolutamente difficile; mi ribellavo ai suoi insegnamenti ogni giorno, e ogni giorno egli doveva poi ammettere che avevo ragione. Stavo iniziando le mie scoperte tecniche, che mi conducevano, tutte, agli stessi risultati: dovevo, per cominciare, fare esattamente il contrario di quanto il mio professore mi suggeriva. Un giorno, ad esempio, stavamo disegnando il ritratto di un vecchio, un mendicante, con una riccia morbida barba, quasi una lanugine; il senor Nnez, dopo avere esaminato il mio lavoro, decret che i segni della matita erano troppo vio-

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lenti e non rendevano assolutamente l'effetto di quei peli delicatissimi. Dovevo usare due astuzie nel ripetere il tentativo: innanzi tutto, scegliere un foglio di carta bianchissima, e utilizzarne il candore; inoltre mi era necessaria una matita dolce, per tracciare segni che appena scalfissero il foglio. Non appena il mio insegnante si fu allontanato, scelsi naturalmente il metodo opposto, e continuai a sciabolare violentissimi colpi di matita nera e dura, con tale passione che gli altri allievi mi si raggrupparono intorno. Seppi, con l'abilit dei contrasti, creare una suggestiva illusione, ma, ancora insoddisfatto, seguitai a scurire, ancora e ancora, il mio foglio, fino a ridurlo una massa incoerente di segni oscuri e poi una compatta, uniforme distesa bruna. Il giorno seguente, il professore lanci un grido di orrore: Hai fatto giusto il contrario di quel che ci voleva! Ecco il risultato! . Risposi che stavo per risolvere il problema, e, afferrando una bottiglia di inchiostro di china e un pennello, cominciai a tracciare, sul mio disegno bruniccio, in vivido nero, tutto quello che nel modello risultava bianco. Il professore credette d'aver capito: La tua idea di farne il negativo! . La mia idea replicai di tradurre quel che vedo! . Il professore si allontan da me, scuotendo il capo: Se credi di poter rifinire il tutto col gessetto, sbagli, perch l'inchiostro di china non lo assorbir! . Rimasto solo, presi un temperino e cominciai a grattare la carta, con delicatezza estrema, ricavandone ben presto i pi abbaglianti toni di bianco. In altri punti, laddove volevo ottenere bianchi sommessi, sputavo sulla carta e poi, cancellando, ricavavo toni grigiastri. La barba del mendicante emerse, dalle ombre del mio disegno, con stupefacente realismo, e ben presto raggiunsi un tale virtuosismo nello spellare la carta fino alla polpa da ricavare realmente la lanugine,1 e lavorando con la punta dell'unghia estrassi le fibre della carta, arricciandole leggermente. Era l'assoluta imitazione di una barba. Quand'ebbi finito, illuminai il tutto con una lampada a luce radente, e il senor Nnez rimase ammutolito, a

Pi tardi, studiando gli acquerelli di Mariano Fortuny, inventore del colorismo spagnolo e uno dei pi intelligenti esseri che io conosca, riconobbi in lui l'uso di graffiare e grattare per raggiungere i bianchi davvero lucenti. Approfitta, come me, del risalto, dell'irregolarit, notevoli sempre in questi bianchi, per chiuderne la luce nelle minuscole particelle in superficie e accrescere, cos, una luminosit stupefacente.

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tal punto lo stupore soverchiava la sua consueta ammirazione per me. Mi abbracci in silenzio con tanta forza che temetti di restar soffocato tra le sue braccia atletiche, e quando finalmente riusc a parlare ripet all'inarca quel che Martin Villanova aveva detto un tempo (a proposito del mio controsottomarino): Guardate quant' grande, il nostro Dal!!. Profondamente commosso, Nnez continuava a battermi amichevolmente sulla spalla, mentre meditavo sulle particolarit della luce, sul modo di imitarne gli effetti. Ricerche che prolungai per un anno intero, finch giunsi alla conclusione definitiva: soltanto il rilievo del colore, deliberatamente gettato sulla tela, pu produrre effetti di luce in grado di soddisfar lo sguardo. Si apr cos quello che venne definito dai miei genitori, e anche da me, il periodo della pietra . E infatti, per riprodurre la luminosit di una nuvola o la lucentezza di un riflesso, cominciai a usare, affondandole realmente nel colore steso sulla tela, piccole pietre che mi era poi facile rivestir di smalto. Uno dei miei trionfi, in questo genere, l'ottenni con un grande Tramonto e nubi scarlatte: il cielo era tutto incrostato di sassi, alcuni grossi come mele. Per un certo tempo i miei genitori lo tennero appeso in sala da pranzo, e ricordo perfettamente, durante i tranquilli pasti familiari, il sonoro tintinnio di qualche pietra caduta sul pavimento a mosaico. Mia madre smetteva, per un istante, di distribuir le porzioni, ma mio padre la rassicurava: Niente, niente, un'altra pietruzza si staccata. Fossero le pietre troppo pesanti o lo strato di vernice troppo sottile e facile a screpolarsi, certo che ogni tanto un pezzo di nuvola illuminata dal sole cadente piombava a terra. Mio padre fin per inquietarsi: L'idea stata eccellente, mi disse ma chi vorr mai acquistare un quadro che cade a pezzi, mentre la casa si ingombra di pietrame? . I miei tentativi costituivano un divertimento continuo per gli abitanti di Figueras. Si ripeteva, in giro, che il figlio di Dali sta ficcando ghiaia nei quadri! . Eppure venni invitato a esporre in una mostra collettiva che si sarebbe tenuta nel gran salone di una societ filarmonica. Trenta artisti locali e regionali (ce n'erano anche di Gerona e di Barcellona) avevano inviato le loro opere e, fra le tante, le mie furono le pi apprezzate. I due massimi esponenti dell'intellettualit di Figueras, Carlos Costa e Puig Pujades, dichiararono che ero destinato, senza alcun dubbio, a una brillante carriera.

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Il primo riconoscimento ufficiale della mia gloria impression vivamente la mia innamorata, e io ne approfittai per dominarla con maggior durezza. Le proibii categoricamente qualsiasi amicizia, con ragazze o con ragazzi, con adolescenti o con adulti. Doveva restar sempre rigorosamente sola, come lo ero io, e le permettevo di vedermi solo quando mi aggradava... Poteva cos godere il privilegio di frequentare l'unica creatura intelligente esistente al mondo, in grado di capire assolutamente tutto, aureolata di gloria dai giornali. Non appena scoprivo che stava per legarsi di amicizia a qualcuno, o soltanto che ne parlava con simpatia, subito lo svilivo, lo demolivo, lo annientavo. Ci riuscivo sempre: trovavo, infallibilmente, l'osservazione giusta, il paragone prosaico, la definizione realistica per cui la mia innamorata vedeva l'intruso, maschio o femmina che fosse, esattamente come volevo lo vedesse. Esercitavo un controllo implacabile sui suoi sentimenti, e ogni infrazione doveva esser scontata con amarissime lacrime. Non ci voleva molto, bastava introdurre in un discorso una nota, apparentemente casuale, di sprezzante fastidio nei suoi confronti per gettarla nelle torture dell'agonia. Ormai non sperava pi di conquistare il mio amore, ma si aggrappava alla mia stima come un naufrago che stia per affogare. La sua vita intera si concentrava nella mezz'ora della nostra passeggiata, che peraltro le concedevo raramente. Dovevo farla finita! Gi il tempio madrileno dell'accademia di belle arti mi splendeva dinanzi, con le sue scalinate, le sue colonne, le sue promesse di gloria. Ripetevo spesso alla mia innamorata: Hai ancora un anno davanti a te, approfittane! . E lei consumava la sua vita a farsi bella nella speranza di quella mezz'ora. Era persino riuscita a conquistarsi una salute esuberante, che soltanto le sue lacrime mi rendevano tollerabile. Durante le nostre passeggiate portavo con me qualche numero della rivista Esprit Nouveau, che ricevevo regolarmente, e lei chinava con umilt la bella fronte sui quadri cubisti l riprodotti. Nutrivo allora una passione per quanto definivo l' imperativo categorico del misticismo , per Juan Gris, e offrivo alla mia innamorata enigmatiche definizioni, del tipo: La gloria un oggetto lucente, pungente, tagliente, un paio di forbici aperte... . Beveva avidamente le mie parole, cercava di tenerle a mente... E cosa dicevi, ieri, a proposito di forbici? dopo mi chiedeva.

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Passeggiando, scorgevamo lontanissima la massa del Muli de la torre, cupa contro il verde. Un giorno volli sedermi in un punto da cui potevo vederla meglio, e additandola le dissi: Vedi quel punto bianco laggi? Era proprio l che sedeva Dullita. Guard, senza distinguer nulla. Io strinsi fra le dita uno dei suoi seni; da quando ci conoscevamo si erano induriti, ed erano ormai di marmo. Fammeli vedere! le intimai. Obbed, aprendo la camicetta. Erano meravigliosamente bianchi, bellissimi, con i capezzoli simili a fragole e, non diversamente dai frutti, ombrati di una finissima, quasi invisibile peluria. E quando fece per richiudere la blusa, le ordinai, con voce turbata: No, resta cos! . Lasci ricadere le braccia, pieg la testa, abbass gli occhi, attese, respirando forte, finch le dissi: E ora andiamo! . Si riabbotton, si rialz, sorridendo debolmente; io le presi una mano con dolcezza e ci avviammo verso casa. Sai, ripresi quando sar a Madrid non ti scriver mai. Feci ancora dieci passi, calcolandoli esattamente per darle il tempo di scoppiare in pianto. Allora l'abbracciai appassionatamente, sentendo sulle guance le sue lacrime roventi, grosse come nocciole. Nel centro del mio cervello brillava un paio di forbici aperte. Lavora, lavora, Salvador! mi dicevo Perch se vero che fosti destinato alla crudelt, anche vero che sei votato al lavoro! . La mia dedizione al lavoro ispir sempre il rispetto generale, sia che inserissi pietre nelle mie tele, sia che mi dedicassi con cura meticolosa al disegno, sia che consumassi giorni interi nella soluzione di un enigma filosofico. Dal momento in cui mi svegliavo, alle sette del mattino, sino a quando

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piombavo nel sonno, non lasciavo mai riposare il cervello un solo istante, e anche le mie passeggiate idilliche furono un duro lavoro di seduzione. I miei genitori dicevano: Non si ferma mai! Non si diverte mai! . E mi esortavano: Sei cos giovane, approfitta della tua buona stagione! . E io invece pensavo: Presto, presto, affrettati a invecchiare, sei cos orribilmente "acerbo", cos orribilmente "amaro". E come potevo, prima di raggiunger la maturit, liberarmi della opaca e puerile infermit dell'adolescenza? Raggiunsi ben presto una certezza: avrei affrontato l'esperienza del cubismo, dovevo liberarmene, approfittandone per imparar meglio a disegnare. Ma neppure il cubismo saziava la mia sete di fare. Dovevo ancora finir di concepire e di scrivere un poderoso lavoro filosofico, su cui da pi di un anno mi tormentavo: La torre di Babele. Avevo gi composto circa cinquecento pagine, ma ero ancora al prologo. Aggiunger che le mie attivit erotiche si erano interrotte, perch le mie teorie filosofiche mi assorbivano totalmente. Alla base della mia Torre di Babele stava la morte, perch dall'idea della morte ha per me inizio qualsiasi costruzione immaginativa. La teoria con cui spiegavo questo fenomeno era antropomorfica, perch mi ritenevo vivo solo in quanto stavo risuscitando dalla inintelligenza amorfa dell'infanzia, e giudicavo una precoce vecchiaia il prezzo da pagarsi per ottenere l'immortalit. Alla base della mia Torre di Babele c'era dunque quel che gli altri comunemente chiamano vita comprensibile, mentre per me era solo morte-e-caos. Alla sommit, invece, ponevo ci che gli altri comunemente considerano morte-e-caos, e che invece per me era l'antiFaust, ossia logos e risurrezione. La mia vita costituiva un'affermazione incessante e furiosa della mia personalit imperialistica, in continuo sviluppo, e ogni ora apportava nuove vittorie dell'ego sulla morte. Intorno a me osservavo continui compromessi con la morte. Io non li avrei accettati, mai! Mia madre venne a morire, e per me fu un trauma tremendo. Non avevo mai provato nulla di simile. Adoravo mia madre, come qualcosa di unico. Sapevo che i valori morali della sua anima santa erano superiori a qualsiasi possibilit umana, e non mi rassegnavo a perdere il solo essere in grado di render invisibili le inconfessabili macchie dell'animo mio. Era talmente buona che io pensavo: La sua bont conter anche perla mia! .

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La morte di mia madre mi colp come un affronto personale del destino: non era possibile che una cosa simile toccasse a lei, toccasse a me! Sentivo nel mio cuore il millenario cedro del Libano, il cedro della vendetta, allargare i suoi rami giganteschi. Serrando i denti, giurai a me stesso che avrei saputo strappare mia madre alla morte, al destino, con la spada di luce selvaggiamente splendente sulla mia inevitabile gloria!

CAPITOLO TERZO
APPRENDISTA DI GLORIA PADRE CONSENZIENTE ESAMI D'AMMISSIONE SOSPESO DALL'ACCADEMIA DI BELLE ARTI DANDISMO E CARCERE

Cos numerosi erano ormai gli articoli dedicati alla mia arte, che mio padre cominci a ritagliarli incollandoli poi in un grosso album; sulla prima pagina scrisse una sorta di prefazione, che cercher di riportare con la massima fedelt: Salvador Dall' y Domenech, apprendista pittore Dopo ventun anni di preoccupazioni e di grandi sforzi sono finalmente in grado di dichiarare che mio figlio potr guadagnarsi da vivere dipingendo. Un padre ha doveri gravosi, continuamente costretto a concessioni, e in certi momenti deve rinunciare del tutto ai suoi progetti. Continuo a credere che l'arte non dovrebbe esser considerata un modo per guadagnarsi il pane... Questo album contiene i ritagli di stampa dedicati a mio figlio mentre era ancora apprendista pittore, e vi ho unito altri documenti, relativi ai diversi incidenti della sua vita scolastica, al suo imprigionamento, perch si possa in seguito giudicarlo non soltanto come pittore, ma anche come cittadino, come uomo. E continuer a raccogliere ogni cosa. Chi, un giorno, avr la pazienza di leggere tutto questo, potr giudicare mio figlio con imparzialit. Figueras, 31 dicembre 1925 Salvador Dali, notaio Partii per Madrid con mio padre e mia sorella. Per essere ammesso all'accademia dovevo sostenere un esame, che consisteva nel copiare un disegno dall'antico: nel mio caso, un frammento del Bacco di Jacopo Sansovino. Disponevo di sei giorni per completarlo, e tutto procedeva benissimo quando, il terzo giorno, il bidello confid a mio padre (che trascorreva ore intere ad aspettarmi, nell'atrio, e discorreva volentieri con lui) il suo timore di vedermi bocciato: N o n discuto affatto il talento di suo figlio, spieg m a non osserva il regoSi riferisce a un'epoca posteriore alla mia biografia.

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lamento. stabilito, infatti, che bisogna usare un foglio con le esatte misure di Ingres, mentre suo figlio il solo ad aver collocato nel centro del foglio una figura talmente minuscola che lo spazio bianco non pu assolutamente venir considerato un margine! . Tanto bast a turbare terribilmente mio padre. Non sapeva che cosa consigliarmi: ricominciare tutto da capo, o finire il disegno cos com'era, facendo del mio meglio? Il problema lo angosci durante la passeggiata del pomeriggio, durante lo spettacolo teatrale della sera: Ce la farai? Hai ancora tre giorni! . Io mi divertivo a tormentarlo, per cominciavo a esser preso dal panico, cos l'indomani cancellai completamente quanto avevo gi fatto. Subito rimasi paralizzato dallo spavento davanti al mio foglio accuratamente ripulito da ogni traccia di matita, mentre i miei compagni stavano gi finendo le ombreggiature. L'indomani avrebbero terminato, dedicando gli ultimi due giorni alle eventuali correzioni. Io, invece, avevo sprecato una mezz'ora nelle cancellature, e quando mi rimisi all'opera, misurando accuratamente tutto secondo il regolamento, fui cos maldestro da dover cancellare ogni cosa un'altra volta. All'uscita, ero cos pallido che mio padre cap al volo: Che hai fatto?. Ho cancellato tutto. E come ti viene il disegno nuovo? . Nemmeno cominciato. Ho preso le misure, poi ho cancellato. Non voglio rischiare un altro sbaglio. giusto, ma due ore per prender le misure! Ti restano due giorni. Ah, non ti avessi mai consigliato di cancellare il primo . Quella sera mio padre non mangi, pur esortandomi a farlo, affinch recuperassi le forze. Anche mia sorella era sconvolta. E pi tardi mio padre mi confess di aver passato un'altra notte insonne, torturato dal dilemma: Doveva cancellarlo? Non doveva cancellarlo? . Giunse l'indomani. Il Bacco di Sansovino era cos profondamente impresso nel mio cervello che mi buttai sul lavoro come un lupo affamato. Ma questa volta lo feci troppo grande. Non c'era rimedio, i piedi scappavano fuori, colpa ancor peggiore dei margini troppo larghi. Cancellai di nuovo tutto. Uscendo, vidi mio padre cadaverico: E allora? chiese con un sorriso incoraggiante e stravolto. Troppo grande.

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E che farai? . Gi fatto. Cancellato . Via, via, hai ancora domani! Quante volte hai fatto un disegno tutto di getto! . Ma sapevo benissimo che mi sarebbe stato impossibile. Ci voleva almeno un giorno per il disegno, e un altro giorno per l'ombreggiatura. E anche mio padre lo sapeva. Lui continuava a ripetermi che, nell'eventualit di una bocciatura, la colpa sarebbe stata tutta sua e dello stupido bidello, e io a mia volta ripetevo che il mio primo disegno era, s, piccolo, ma non poi tanto, e cos continuavamo all'infinito, torturandoci vicendevolmente, nella stanza d'albergo, mentre mia sorella piangeva. Finalmente ce ne andammo tutti e tre al cinema, e nell'intervallo gli spettatori si volsero a guardarmi. Effettivamente avevo un aspetto curioso ed esotico, con quella mia giacca di velluto, i capelli lunghi come una ragazza, il mio bastoncino smaltato, le basette lunghe a met guancia; forse mi credevano un attore. Basta, brontolava mio padre non si pu uscire con te. Con quei capelli, con quelle basette! E intanto ce ne dovremo tornare a Figueras con la coda tra le gambe, come cani bastonati! . Gli occhi turchini di mio padre erano colmi di tristezza, e la ciocca di capelli bianchi, che torceva tra le dita nei momenti di sconforto, stava ora ritta e dura, corno bianco in cui si condensavano tutti i problemi del mio futuro. Il giorno definitivo sorse tetro, con la livida luce delle esecuzioni capitali. Ero pronto a tutto, e non avevo pi paura, tanto imminente era la catastrofe. Mi misi al lavoro, e in un'ora soltanto finii anche l'ombreggiatura. Impiegai la seconda ora ad ammirare il mio disegno: non avevo mai fatto nulla di cos perfetto. Ma improvvisamente mi accorsi, con terrore, che anche questo era troppo piccolo, molto pi piccolo dell'altro! Trovai mio padre intento nella lettura del giornale e troppo commosso per parlarmi: Ho fatto proprio una bella cosa annunciai calmo. Piccola, per. Molto pi piccola di prima! . L'annuncio scoppi come una bomba. E il risultato dell'esame non fu meno fragoroso. Fui ammesso all'accademia, con la menzione seguente: Sebbene il disegno non abbia le dimensioni prescritte dal regolamento, cos perfetto che la commissione lo accetta, approvandolo.

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Mio padre e mia sorella tornarono a Figueras, e io rimasi solo, in una comodissima stanza presso la casa dello studente, dov'erano ammessi solamente i giovani di eccellente famiglia. Mi buttai a studiare con vero furore, andando dall'accademia alla casa dello studente e dalla casa dello studente all'accademia, e nuU'altro: spendevo solo una peseta al giorno, per il tram. Trascorrevo le domeniche al museo del Prado, copiando la composizione dei diversi capolavori per chiuderla in schemi cubisti. I miei familiari, informati di tanto ascetismo dal direttore e dal poeta Marquina, si spaventarono, e mi pregarono di svagarmi, di viaggiare, di spender soldi, ma non avrei assolutamente potuto farlo. Chiuso nella mia stanza stavo affrontando il mio periodo cubista, influenzato da Juan Gris; mentre i miei periodi precedenti erano stati coloristi e policromi; ora mi ritrovavo una tavolozza quasi monocroma: bianco, nero, terra di siena e verde oliva. II mio aspetto restava, secondo la definizione generale, fantastico: un gran cappello di feltro, una pipa che non fumavo e non accendevo, ma che tenevo sempre in bocca, una cappa impermeabile che mi giungeva ai piedi. Voltandomi, scorgevo sempre i passanti fermi a guardarmi. E io proseguivo, a testa alta, gonfio di orgoglio.

Ma nonostante la violenza genuina del mio entusiasmo, fui presto deluso dallo stato maggiore delle belle arti. Capii ben presto che quei vecchi professori, carichi di onori e di onorificenze, non potevano insegnarmi nulla. E non perch fosse-

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ro legati a tradizioni accademiche, non perch peccassero di aridit borghese, ma, al contrario, perch accettavano con eccessiva disinvoltura qualsiasi novit. Laddove avevo sperato di trovare rigore, scienza, decisivi confini, mi si offriva libert, pigrizia, approssimazione. I vecchi professori avevano imparato da poco ad apprezzare l'impressionismo francese attraverso esempi nazionali, e quindi sgargianti di tipicismo (colore locale): Sorolla era il loro Dio. Tutto era dunque perduto. Mi trovavo gi in aperta reazione contro il cubismo. I professori avrebbero dovuto vivere parecchie vite prima di giungere al cubismo, che io avevo superato da gran tempo. Per contro, quando chiedevo, ansiosamente, come amalgamare il mio olio e con quali elementi, come ottenere una materia omogenea e compatta, quale metodo seguire per raggiungere un certo effetto, i miei insegnanti mi guardavano stupefatti, e rispondevano con frasi elusive, prive di un qualsiasi significato. Amico mio, dicevano ciascuno deve trovare il proprio stile. Non ci devono essere leggi, in pittura; interpreta! Interpreta tutto, dipingi esattamente quel che vedi, e soprattutto mettici la tua anima. il temperamento che conta, il temperamento! . Temperamento pensavo amaramente tra me te ne potrei vendere a iosa, caro professore mio. Ma intanto in che proporzioni devo unire l'olio alla vernice? . Coraggio, coraggio, insisteva il professore niente particolari, va' all'osso, semplifica, semplifica! Niente regole, niente costrizioni! Nella mia classe ogni singolo allievo deve lavorare seguendo il proprio estro! . Professore di pittura, bel professore! Bel matto! E quanto tempo ci vorr, quante rivoluzioni, quante guerre, per ricondurci alla suprema verit reazionaria? Quando ricominceremo a capire che il rigore costituisce il primo gradino di qualsiasi gerarchia, che la costrizione rappresenta il vero trionfo della forma? Professore di pittura, bel professore! Nella vita, la mia posizione sempre obiettivamente paradossale: io, in quel tempo il solo pittore cubista di tutta Madrid, reclamavo dai miei maestri rigore, coscienziosit, la pi esatta scienza del disegno, del colore, della prospettiva. Gli altri studenti mi giudicavano un reazionario, un nemico del progresso e della libert. E si credevano rivoluzionari e innovatori perch improvvisamente venivano autorizzati a dipingere come volevano, perch eliminavano il nero dalle loro tavolozze definendolo sporcizia e lo sostituivano col

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rosso porporino. Ecco la loro suprema scoperta: la luce rende ogni cosa iridata, e dunque non pi nero, ma ombre purpuree! Ma io, a dodici anni, avevo gi affrontato e risolto l'impressionismo, senza commettere, neppure allora, l'elementare errore di sopprimere il nero dalla mia tavolozza. Mi era bastato lanciare uno sguardo a un piccolo Renoir, a Barcellona, per capir tutto in un baleno. Loro, invece, segnavano il tempo, e l'avrebbero segnato per sempre, in quegli sporchi, mal digeriti arcobaleni. Santo cielo, come si pu essere cos stupidi! Tutti si burlavano di un vecchio insegnante, l'unico che possedesse una coscienza professionale, un'abilit piena e precisa. Io stesso dovetti poi rimpiangere di non aver seguito con maggior docilit i suoi consigli. Era famoso, in Spagna: si chiamava Jos Moreno Carbonero, e certi suoi lavori, le scene, ad esempio, tratte dal Don Chisciotte, pi le guardo e pi mi piacciono. Don Jos Moreno Carbonero si presentava sempre tra noi in redingote, perla nera alla cravatta, guanti immacolati che non toglieva mai per non sporcarsi le mani. Gli bastava tracciare due o tre segni, col carboncino, per rimettere miracolosamente a posto ogni disegno, per ristabilirne la composizione. I suoi occhi, piccoli, fotografici, incredibilmente penetranti, erano gli occhi di Meissonier, rarissimi. Gli studenti aspettavano che se ne andasse per cancellare i suoi ritocchi e rifar tutto a modo loro. Seguivano, naturalmente, il proprio temperamento: pigrizia, presunzione senza scopo e senza gloria, mediocrit incapace di adeguarsi al pi comune buon senso come di sollevarsi alle vette di un meraviglioso delirio. Un giorno portai a scuola una piccola monografia di Braque. Nessuno aveva mai veduto un quadro cubista, nessuno credeva alla possibilit di prendere sul serio il cubismo. Il professore di anatomia, il pi pronto ad accettare la disciplina dei metodi scientifici, ne sent parlare e mi chiese il volumetto in prestito. Confess di aver ignorato la novit fino a quel momento, ma ammise che bisogna sempre rispettare quanto non si capisce: se una teoria viene pubblicata, vuol dire che merita di esserlo. L'indomani lesse la prefazione, e la cap abbastanza bene; mi cit, traendoli dal passato, parecchi esempi di rappresentazione non figurativa ed eminentemente geometrica. Gli risposi, tuttavia, che commetteva un errore, poich nel

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cubismo non mancano elementi figurativi di rappresentazione manifesta. Il professore rifer ogni cosa ai suoi colleghi, i quali cominciarono a giudicarmi un essere soprannaturale. Tanta attenzione mi fece correre il rischio di ricadere nel mio vecchio esibizionismo infantile: giudicandoli incapaci di insegnarmi qualcosa, fui tentato di mostrar loro clamorosamente quel che poteva una vera personalit . Seppi resistere, seppi restare impeccabile: sempre presente, sempre rispettoso, e lavoravo dieci volte meglio, dieci volte pi in fretta che non i primi della classe. Eppure i professori non riuscivano a giudicarmi un artista nato. molto serio, dicevano molto intelligente, abile in tutto. Ma freddo come il ghiaccio, senza emotivit n personalit... un cerebrale! Diciamo pure un intellettuale, ma l'arte vera deve sgorgare dal cuore! . Aspettate, aspettate, pensavo tra me e vi far vedere io quel che pu produrre una vera "personalit" ! . Una prima dimostrazione la poterono avere il giorno della visita reale. Re Alfonso XIII sarebbe infatti venuto a visitare

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ufficialmente l'accademia di belle arti. La sua popolarit era gi in declino, e l'annuncio della sua prossima venuta bast a dividere i miei compagni in due campi opposti. Molti si proposero di non presentarsi, quel giorno, ma la facolt, per evitare ogni pericolo di sabotaggio, minacci gravissime sanzioni per gli eventuali assenti. Con una settimana di anticipo si cominci a pulire radicalmente l'accademia, e si riusc a riportarla in condizioni pressoch normali, dallo spaventoso stato di disordine in cui versava. Si studiarono piani accuratissimi: ad esempio, gli allievi di una data classe dovevano precipitarsi, non appena il re si fosse allontanato, in una classe diversa attraverso le scale di servizio, e affollarne i tavoli, volgendo le spalle al re, per non esser riconosciuti. Difatti in quel periodo la scuola aveva pochissimi allievi, per cui le aule avevano un'aria desolata, mentre bisognava che il re ne avesse un'impressione totalmente diversa. Le nostre massime autorit cambiarono inoltre le modelle per la scuola di nudo: delle ragazzine brutte, e talmente mal pagate da morir di fame, furono sostituite da adorabili fanciulle, che abitualmente, ne sono certo, esercitavano professioni assolutamente voluttuose. I quadri screpolati furono coperti di vernice, alle finestre misero tende e gruppi di piante verdi negli angoli. Quando fu pronto lo scenario per la commedia, ecco giungere il corteo reale. Istintivamente, e forse soprattutto per oppormi all'opinione generale, giudicai il nostro re affascinante. Si diceva che il suo volto fosse quello di un degradato; vi scoprii invece l'equilibrio assoluto dell'aristocrazia, una truculenta, assoluta eleganza, che lo isolava in mezzo alla gente del suo seguito. Tutti i suoi movimenti erano cos misurati e perfetti da farlo credere un personaggio di Velzquez. Compresi subito che mi aveva notato, fra i miei compagni, e non c'era da stupirsene, con quei capelli lunghi, con quei basettoni che portavo allora; ma qualcosa di pi decisivo si era acceso tra le nostre anime. Ero stato scelto, con una decina di altri studenti di qualche merito, per accompagnare il re da un'aula all'altra, e regolarmente, riconoscendo dall'uscio la schiena degli stessi ragazzi che avevamo lasciato altrove e si erano precipitati l, bruciavo per la vergogna e per il timore che il re intuisse l'infame commedia di cui era vittima. Vedevo ridere i miei compagni, che spingevano il gioco fino a cambiarsi la giacca, mentre il re veniva trattenuto dal nostro

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corpo insegnanti davanti a qualche vecchia tela per permettere il travestimento, e avrei voluto gridare, denunciare la menzogna, ma riuscii sempre a dominarmi. Una classe, un'altra classe, e la mia agitazione cresceva, e io mi ripetevo: Sta' attento, Dali, sta' ben attento! Presto succeder qualcosa di inaudito! . Finita l'ispezione, cominciarono i preparativi per la fotografia che doveva immortalare gli allievi raggruppati intorno al loro re. C'era una poltrona, per lui: sedette invece in terra, con un atto di irresistibile naturalezza. Non solo, ma togliendosi di bocca la sigaretta la bilanci un istante tra indice e pollice, e con un colpetto dell'unghia, che le fece descrivere una curva perfetta, la lanci esattamente nel centro della sputacchiera distante pi di due metri. Uno scoppio di risa amichevoli accolse quella prodezza, caratteristica specialit dei chulos, i bulli di Madrid; era un modo squisito di lusingare gli studenti, e ancor pi i bidelli che assistevano alla scena: vedevano infatti eseguire alla perfezione una bravata familiare a tutti loro, ma che non avrebbero mai osato azzardare in presenza dei professori e degli eleganti allievi. In quel preciso istante ebbi la prova che il re mi distingueva fra tutti: infatti, proprio mentre la sigaretta raggiungeva il bersaglio, lui mi lanci una rapida occhiata, intesa di certo a verificare le mie reazioni. Ma c'era qualcosa di pi nel suo sguardo indagatore: c'era il timore che qualcuno avesse potuto comprendere la profondit dell'adulazione offerta ai suoi sudditi; quel qualcuno potevo essere soltanto io. Arrossii, e il re, guardandomi nuovamente, di certo se ne accorse. Dopo la fotografia, il re ci salut uno per uno. Io fui l'ultimo a stringergli la mano, e fui anche il solo a inchinarmi rispettosamente, spingendo l'ossequio fino a piegare un ginocchio. Rialzando il capo, osservai un fremito di emozione sul famoso labbro borbonico. Non c'era pi alcun dubbio: ci eravamo vicendevolmente riconosciuti. Eppure, quando due anni dopo quello stesso re, Alfonso XIII, firm il decreto che mi cacciava definitivamente dall'accademia di belle arti, non avrebbe mai potuto supporre che fossi io l'espulso. O forse s, avrebbe potuto supporlo! Le conseguenze della visita reale furono per me durature e intense. La mia emozione, la mia tensione repressa dovevano trovare uno sfogo; e via via che le ore passavano cresceva in me il rimorso di non aver rivelato al sovrano l'ignobile farsa, e una voce interna continuava a ripetermi: Dali, Dali! Devi far qualcosa di straordinario! . Obbedii, e scelsi come tea-

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tro della mia impresa la classe di scultura. Voglio raccontarvi tutto, perch sono certo di divertirvi. Avevo scelto l'aula dove studiavamo scultura per la sua abbondanza di gesso; avevo infatti bisogno di molto, di moltissimo gesso, e l ce n'era a sacchi. Cominciai il mio lavoro poco dopo mezzogiorno, quando tutti se ne furono andati, e per non esser disturbato chiusi la porta a chiave. In un angolo troneggiava l'enorme vasca dove si ammorbidivano, nell'acqua, vecchi pezzi di creta secca: aprii completamente il rubinetto e versai nell'acqua il primo sacco di gesso, aspettando che il liquido lattiginoso cos ottenuto cominciasse a traboccarne. La mia idea era semplicissima: volevo inondare l'intera accademia di gesso liquido. E ci riuscii senza alcuna difficolt, usando un sacco dopo l'altro. Rapidamente l'aula ne fu invasa e ben presto l'inondazione bianca incominci a correre sotto gli usci, lungo i corridoi, e sentii con gioia un fragore di cascata. Sonorit apocalittiche salivano infatti dalla tromba delle scale e finalmente potei misurare la vastit della mia catastrofe personale. Preso dal panico, piantai tutto in asso e corsi verso l'uscita, imbrattandomi terribilmente di gesso. L'accademia era deserta, nessuno aveva ancora scoperto la catastrofe, e l'effetto dello scalone ruscellante di liquido candidissimo risultava ancor pi fantastico. Nonostante i miei timori, dovetti fermarmi per ammirare il tragico spettacolo, paragonandolo all'incendio di Roma, ugualmente epico, seppure in proporzioni diverse. Mentre stavo lasciando il cortile interno della scuola, mi scontrai con un modello, soprannominato El Segoviano (veniva da Segovia). Costui si era proprio allora accorto della valanga immacolata incombente, e alzando le braccia al cielo, gridava con la sua voce contadinesca: Per amor di Dio, che succede? . Una scintilla di umorismo mi brill nel cervello e gli mormorai qualcosa all'orecchio. Ma signorino, protest lui non pu essere latte! . Arrivai alla casa dello studente pi impolverato di un impolveratissimo muratore. Feci una doccia, mi cambiai da capo a piedi e mi lasciai cadere sul letto torcendomi in una crisi di ilarit che gradatamente si trasformava in triste presentimento: El Segoviano mi aveva visto uscire per ultimo dall'accademia e si sarebbe dunque saputo che ero io il colpevole. Eppure, fin da quando avevo deciso di provocare quel cataclisma, mi ero sentito indifferente a qualsiasi castigo potessero infliggermi; ero anzi ben deciso a spiegare la mia

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azione come un modo per render palese il torto dei miei superiori nei riguardi del re. Volevo perfino consolidare la mia posizione minacciando di denunciare l'inganno per iscritto... Solo allora mi accorgevo di quanto i miei piani fossero rimasti imprecisi e insufficienti per la mia coscienza. Nonostante i miei tentativi di chiarire a me stesso i miei impulsi, l'inondazione gessosa restava un mistero. Seguitavo a torturarmi: ero pazzo? Certamente no. E se non ero pazzo, perch avevo agito cos? All'improvviso risolsi l'enigma. La soluzione mi stava davanti, posata sopra un cavalletto, chiusa nei limiti di una tela ancora immacolata. Subito mi alzai, mi calcai in testa il largo cappello di feltro nero e mi collocai di fronte allo specchio dell'armadio. L, con gesti cerimoniosi, improntati a un'estrema dignit, salutai me stesso, salutai la mia intelligenza, inchinando il capo. Non bastava ancora: piegando un ginocchio a terra ripetei la genuflessione offerta al mio re. Ora capivo di esser stato vittima di un sogno: l'intero episodio del torrente bianco era un'illusione, il mio genio per si rivelava non tanto in questa scoperta, quanto nell'interpretazione1 luminosamente esatta. Ero ormai in grado di capir tutto. Ecco quant'era accaduto. Dopo che il re ebbe lasciato l'accademia di belle arti, presi il tram e, rincasato, mi coricai subito, sfinito dalle emozioni della mattina. Prima di addormentarmi, avevo osservato con piacere le due tele pronte sui loro cavalietti, ai piedi del letto. Sopraggiunse il sonno e il sogno (durato secondo i miei calcoli al massimo un'ora) mi fece vivere con straordinaria intensit di realismo le diverse vicissitudini dell'inondazione di gesso. Quattro mesi erano passati dal mio arrivo a Madrid e perseveravo in un ritmo di vita immutabilmente metodico, sobrio e studioso. Anzi, di giorno in giorno, la mia sobriet, il mio amore per lo studio, la disciplina quotidiana andavano crescendo, sino al limite dell'ascetismo. Mi sarebbe piaciuto vivere in prigione. Ero certo che, rinchiuso, non avrei rimpianto la libert, e i miei lavori avrebbero assunto una severit monacale.

Stavo cominciando a leggere l'Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Questo libro rappresenta per me una fra le essenziali illuminazioni della mia vita. L'interpretazione di me stesso divenne quasi un vizio, e non cercavo di spiegarmi soltanto i sogni, ma tutto quello che mi accadeva, anche di apparentemente inutile.

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SfMKvti. via H * s .

Purtroppo dipingevo su tele preparate a base di vernice mescolata con colla. Ho detto purtroppo, perch i due quadri cubisti del mio primo periodo madrileno erano capolavori, impressionanti come autodaf: l'eccessiva imprimitura produsse screpolature cos gravi che le due tele cominciarono a cadere in pezzi, e ormai si devono considerare totalmente distrutte. Tuttavia furono scoperte prima del loro sfacelo, e io con loro. La casa dello studente si divideva in molteplici gruppetti, e tra questi si distingueva la pattuglia d'avanguardia, i non conformisti, stridenti e rivoluzionari, impregnati di tutti i miasmi caratteristici del dopoguerra. Avevano gi una loro angusta, paradossale, negativa tradizione, pi o meno legata al dadaismo. Pepin Bello, Luis Bunuel, Garda Lorca, Pedro Garfias, Eugenio Montes, R. Barrades ne erano gli esponenti maggiori. Due soltanto erano destinati a raggiungere le altissime gerarchie dello spirito: Garcia Lorca, nella sostanza splendente di una retorica poetica post-Gngora, ed Eugenio Montes, scalinata spirituale, colonna di intelligenza. Il primo veniva da Granada, il secondo da Santiago de Compostela. Un giorno, in mia assenza, la cameriera lasci aperta la porta della mia stanza e Pepin Bello, passando, vide le mie due tele cubiste. Ne parl subito ai suoi amici che mi conoscevano solo di vista, e anzi ridevano di me, chiamandomi il musicista o l'artista o anche il polacco . Il mio modo antieuropeo di vestirmi e di pettinarmi mi faceva giudicare sfavorevolmente:

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un residuo convenzionale di romanticismi invecchiati. Inoltre, la mia operosit studiosa mi rendeva ai loro sarcastici occhi un essere deplorevole; le mie giacche di velluto, le mie cravatte svolazzanti contrastavano violentemente con i loro abiti di taglio inglese; i miei lunghi ricci ricadenti sulle spalle si contrapponevano alle loro chiome cortissime e ben curate dai barbieri del Ritz o del Palace. Quando li conobbi, erano tutti dominati da un complesso di dandismo e di cinismo cos ostentati da spaventarmi. Ogni volta che capitavano nella mia stanza temevo di svenire; e ci capitavano spesso, perch lo snobismo che gi li dominava acuiva un'ammirazione, uno stupore illimitati per il mio lavoro. Mai avrebbero supposto che io fossi un pittore cubista! E con molta franchezza confessarono quel che in precedenza avevano pensato di me, scusandosene e offrendomi la loro amicizia. Assai meno generoso di loro, io mantenevo le distanze e mi chiedevo che cosa potessi mai guadagnare nel frequentarli. Letteralmente bevevano le mie idee, e bast una settimana a stabilire l'egemonia del mio pensiero. La loro conversazione era costellata di Dali dice... , Dal! pensa... , Dali ha risposto..., tipico di Dali..., daliniano..., Bisogna chiederne a Dali... , Dali dovrebbe vederlo... . E Dali su e Dali gi, Dali dappertutto. Capivo chiaramente che i miei amici ricevevano tutto da me senza restituirmi nulla, e non possedevano nulla che io gi non

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avessi, e in quantit mille volte superiore: solo la personalit di Federico Garcia Lorca mi impressionava immensamente. Il fenomeno poetico nella sua integrit e nella sua crudit mi stava dinanzi, in carne e ossa, confuso, sanguinante, vischioso e sublime, lucente di mille fuochi oscuri, di biologia sotterranea, velato dall'originalit della sua forma. Reagii immediatamente, e adottando una rigida severit contro il cosmo poetico, mi proposi di escludere tutto quel che mi apparisse indefinibile, che mancasse di contorni , che non ammettesse una legge, che non si potesse mangiare (era, quest'ultima, la mia espressione prediletta). E pi sentivo le fiamme divampanti e ammalianti della poesia salire nel selvaggio, disordinato fuoco del grande Federico, pi mi sforzavo di dominarle con l'olivo della mia prematura vecchiaia. E intanto preparavo la griglia della mia prosaicit trascendentale: mi sarebbe servita per friggere i funghi, le costolette, le sardine del mio pensiero (sapevo che un giorno avrei potuto servirli, ben fritti, ben caldi, ben saporosi sulla immacolata tovaglia del libro che voi state leggendo), per placare nei secoli la fame spirituale, immaginativa, morale, ideologica del nostro tempo. E invece soltanto braci luccicanti rimarranno del gran fuoco acceso da Lorca. Il nostro gruppo andava assumendo un atteggiamento sempre pi antintellettuale; ci mettemmo quindi a frequentare intellettuali di ogni genere, installandoci nei caff di Madrid dove il futuro artistico, letterario e politico della Spagna stava cuocendo con un forte odore di olio bruciato.

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I doppi vermut con olive contribuivano generosamente a cristallizzare la confusione del dopoguerra con una dose di sentimentalismo malamente dissimulato, che travestiva le cattive interpretazioni dell'eroismo, della malafede, della grossolana eleganza, delle digestioni ipercloridriche, il tutto condito di antipatriottismo; si sarebbe approdati cos alla catastrofe della guerra civile, allora lontanissima. Ho gi detto che i miei nuovi amici non potevano insegnarmi nulla che io ignorassi; non del tutto vero, perch imparai da loro qualcosa di abbastanza importante da indurmi a continuare a frequentarli. Sotto la loro guida dedicai infatti due giorni al barbiere, una mattinata al sarto, un pomeriggio a cercar soldi, un quarto d'ora a ubriacarmi, una notte intera a rimettermi dalla sbornia. Mi presentai all'accademia trasformato, indossando il pi costoso abito sportivo di Madrid e una camicia di seta azzurro cielo con gemelli da polso in zaffiro. I miei capelli, intrisi di una densa brillantina e tenuti in piega con l'apposita reticella, formavano un casco verniciato con vero smalto.1 La mia chioma era una liscia, omogenea, inflessibile pasta modellata sul mio capo, e a toccarla con un pettine faceva toc, quasi fosse stata di legno. La mia completa trasformazione emozion gli studenti di belle arti e compresi subito che, dopo aver tentato di somigliare a un uomo qualunque con abiti e accessori acquistati in negozi elegantissimi, avevo ottenuto un effetto contrario, perch la gente si voltava a guardarmi esattamente come prima.

Era poi difficilissimo togliere questa vernice. L'unico sistema per scioglierla consisteva nell'inondarla di trementina, pericolosa per gli occhi. Dopo di allora non l'usai pi, se non in una certa occasione che racconter a tempo e luogo. Invece della vernice adoperai chiare d'uovo mescolate alla brillantina.

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Per la mia fama di dandy era saldamente stabilita. Il mio primitivo aspetto anacronistico era sostituito da un miscuglio di elementi contraddittori e cos costosi da suscitare una curiosit ammirata e intimidita. Uscendo da scuola, assaporavo l'omaggio della strada, intelligente e spiritosa, gi illuminata dalla primavera, e mi fermavo per acquistare una flessibilissima canna di bamb appesa a un luminoso laccio di cuoio. Poi sedevo al caff bar Regina e bevevo tre Cinzano con olive, osservando i passanti, prevedendo il futuro riservato a quegli ignoti, persi in attivit senza emozione n gloria. All'una ritrovavo gli amici nel bar di un ristorante italiano, chiamato Los Italianos, dove bevevo altri due vermut prima di prender posto al nostro tavolo riservato. I camerieri sapevano che le mie mance erano enormi, e vedendomi arrivare si mettevano sull'attenti. Ricordo ancora il pranzo che scelsi la prima volta: antipasti assortiti, brodo in gelatina, maccheroni gratinati e un piccione, il tutto innaffiato con vero Chianti. Caff, cognac, discussioni su Wagner, su Ludwig II di Baviera, sul Parsifal. Poi alla casa dello studente, per prendere altri soldi, avendo gi speso tutto, anche se non capivo come. Ma era facilissimo rifornirmi, bastava passare in segreteria e firmare una ricevuta; poi raggiungevo gli amici alla birreria tedesca, la sola dove la birra scura fosse genuina. E mangiavamo gamberetti, ne succhiavamo le tenere giunture, ancora parlando del Parsifal, e dopo qualche migliaio di gamberetti era gi ora di andare al Palace, per l'aperitivo, ossia un paio di Martini, che scoprii allora: sarei rimasto fedele a loro per sempre. Il tema della discussione cambiava: dove avremmo mangiato? Non mi veniva neppure in mente di tornare al sobrio e lindo refettorio nella casa dello studente. Sono talmente consuetudinario da lasciare un'abitudine soltanto per adottarne un'altra, e la nuova mi sembra sempre definitiva; per cui gridavo: Torniamo da Los Italianos! . E tutti approvavano: telefonavamo per farci riservare una saletta e correvamo li, divorati dalla fame. La sala era piccola, con candele rosse e una scansia di bottiglie molto decorativa; mangiando bevevamo molto vino bianco, molto vino rosso, poi io suonavo il Chiaro di luna con un dito solo, inventando anche un accompagnamento per la mano sinistra, e mi dovevano strappare da l, per condurmi al piccolo club del Palace. Bunuel, il nostro maestro di cerimonia, ordinava: Prima un po' di whisky, poi qualche sciocchezza da mangiare, infine champagne! .

V. MAGIA PERSONALE: I MIEI FETICCI FONDAMENTALI

Sfinge infissa nella sabbia, con una scarpa da donna e un bicchiere di latte caldo sotto la pelle della schiena, i due feticci pi attivi della mia vita. Lydia la ben plantada di Cadaqus, madrina della mia follia. Il mio talismano pi efficace, un frammento di legno trovato in circostanze straordinarie a capo Creus nel 1933. (Per gentile concessione di Eric Schaal-Pix.) Una mia foto in compagnia del visconte di Noailles, il mio primo mecenate. Metamorfosi del narciso, il mio fiore magico preferito. Lo spettro del Sex Appeal, i$}6, spauracchio erotico di prim'ordine.

VI. LE TRAGICHE IMPLICAZIONI DELLA SPAGNA

Un chen andalou, il primo film surrealista di Dali e Buriuel: asini che imputridiscono su pianoforti. Statua di Cristo, scultura di El Greco; i lealisti la chiamavano El Rey de los Maricones . La mia vita segreta, inciso sulla mia fronte. (Per gentile concessione di Halsman.) Uno dei famosi amanti di Teruel dissotterrato allo scoppio della guerra civile.

PARTE SECONDA

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Eravamo tutti d'accordo, e cominciavamo a parlare della rivoluzione, assolutamente necessaria. Tra un whisky e l'altro bevevamo menta ghiacciata, e dopo il quarto whisky diventavamo impazienti: Quando arriva lo champagne? . Arrivavano le due di notte, avevamo di nuovo fame, io mangiavo spaghetti caldi, i miei amici pollo freddo, e appena finiti gli spaghetti mi rammaricavo di non aver scelto il pollo freddo, ma poich gli amici me l'avevano invano consigliato mi sembrava deplorevole tornare sulle mie decisioni. Lo champagne ci suggeriva nuovi spunti di conversazione, e parlavamo di amicizia e di amore: l'amore, affermavo, somiglia a certe sensazioni gastriche, all'inizio del mal di mare, con brividi e sofferenze talmente delicati e squisiti da lasciarci incerti: stiamo per innamorarci o per vomitare? E del resto, se tornassimo al Parsifal, potrei dire qualcosa di decisivo aggiungevo, ma nessuno voleva pi sentirne parlare. Pazienza, ne parleremo un'altra volta. Cameriere, mettimi via un'ala di pollo, la manger fra poco, prima di andar via. Erano le cinque, quasi la fine, quasi il principio. Orribile andar via, proprio mentre tutto era sul punto di divenir migliore! Stappavamo malinconicamente un'altra bottiglia di champagne, con gli occhi pieni di lacrime. Un'eccellente orchestra negra ci frugava le viscere con il cucchiaio e la forchetta dei suoi temi sincopati, senza darci tregua. Scoprivamo il jazz, e ne eravamo cos impressionati da mandare, a pi riprese, buste piene di denaro ai suonatori, che si inchinavano mitragliandoci con i loro pi abbaglianti sorrisi. Bunuel fece offrire una bottiglia di champagne a quei negri, e ne bevemmo un'altra anche noi, scambiandoci inchini di saluto, da lontano, perch gli uomini di colore non erano autorizzati a sedere con i bianchi. Eravamo munifici, eravamo generosissimi, con i soldi guadagnati dai nostri genitori. La nuova bottiglia ci sugger un sacro patto di amicizia. Ci impegnammo reciprocamente con la pi solenne parola d'onore a ritrovarci in quello stesso locale, quindici anni dopo, qualunque fosse la nostra opinione politica, qualunque difficolt dovessimo superare, in qualsiasi luogo abitassimo. Se poi l'albergo fosse stato distrutto, l'appuntamento restava fissato nell'identico luogo, magari ricoperto di macerie. E sprofondammo in un'accesa discussione sulla possibilit di rintracciare una certa area ben definita in una zona bombardatissima: la discussione divenne ben presto talmente noiosa che mi distrassi e presi a osservare le donne che, agli altri ta-

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voli, ci accerchiavano con eleganti carni ingioiellate. Mi sentivo il cuore stretto: ma era amore o, come avevo appena detto per ostentare il mio cinismo, voglia di vomitare? Ancora incerto, mangiai il pollo che qualcuno mi aveva tenuto in serbo. Un'altra bottiglia di champagne era indispensabile per raggiungere gli ultimi accordi. Eravamo sei, e dividemmo in sei pezzi il cartoncino che aveva contraddistinto il nostro tavolo (numero otto, me lo ricordo per il suo significato simbolico). Scrivemmo le due date sopra un lato, allineammo sull'altro le sei firme: vidi subito un altro simbolo, nella successiva lacerazione del biglietto, ma gli altri non accettarono le mie obiezioni, e ritennero valido un patto stabilito sopra un foglio strappato. E poi ciascuno serb il proprio frammento.1 Ancora una bottiglia, per concludere la cerimonia. E all'incirca quindici anni dopo la guerra civile sarebbe infuriata in Spagna. Il Palace Hotel sarebbe stato trasformato in ospedale e bombardato. Che magnifico soggetto per Hollywood, l'odissea di sei amici, per lunghi anni lontani o forse, pi precisamente, uniti da odi terribili, da contrastanti fantasmi, che per una sera reprimono tumultuose passioni, dimenticano i contrasti e partecipano a un lugubre, drammatico, cerimonioso, nobile pranzo, tributo a una parola d'onore! Comunque, non saprei proprio dirvi se il pranzo ci sia realmente stato. Posso solo sussurrarvi, in un orecchio: io non ci andai. Poich tutto finisce, a questo mondo, fin anche la nostra serata al bar. Ma uscendo di l trovammo un altro bistrot, che restava aperto fino all'alba, frequentato da guardie notturne, da facchini, e da strana gente avvezza a prendere treni impossibili. L bevemmo anis del mono, mentre gi la luce dell'aurora e il canto del gallo entravano dalle finestre. Via, via, andiamo a dormire, basta per oggi, domani un altro giorno. Domani comincer il mio Parsifal. Ed ecco cosa accadde: sveglia all'una, fra l'una e le due cinque vermut con olive, alle due un Martini secco, con sottilissime fettine di prosciutto serrano, e acciughe. Dovevo pure far qualcosa, aspettando gli amici. E poi la colazione;

Nove anni dopo ritrovai a Parigi uno di questi amici, che ammise di aver sempre conservato, preziosamente, il suo angolo di cartone, per tener fede al patto. Una volta di pi rimasi attonito davanti alla puerilit endemica che ci sta attorno. Mentre gli animali, le piante, le architetture, le rocce sanno benissimo invecchiare, l'uomo non ci riesce.

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ma ricordo soltanto di aver bevuto, alla fine, moltissimi bicchierini di chartreuse, per ricordare il nostro pasto di famiglia, d'estate, a Cadaqus. E questo mi fece piangere. Verso le cinque o le sei del pomeriggio eravamo di nuovo a tavola, questa volta in una fattoria, nei dintorni di Madrid. Il piccolo patio dominava un orizzonte magnifico, la Sierra de Guadarrama, chiazzata di nere querce. E naturalmente ci venne voglia di mangiar qualcosa, e io ordinai un enorme piatto di merluzzo con salsa di pomodoro: al tavolo accanto alcuni carrettieri mangiavano quello stesso merluzzo, ma usando il coltello, e l'idea di accostare il gusto del pesce a quello del metallo mi colp come straordinariamente delicata e aristocratica. Chiesi una pernice. Non c'erano pernici. Eppure volevo assolutamente mangiare qualcosa di succulento. La proprietaria mi offr di scegliere tra un piccione e uno stufato di coniglio, da riscaldarsi, e si offese leggermente sentendomi preferire il piccione; spieg che spesso le vivande riscaldate sono le migliori. Intanto si faceva tardi, tra due ore sarebbe stato il momento di pensare al pranzo; oppure si poteva mangiar subito qualcosa di sostanzioso e, a mezzanotte, una cenetta leggera: E va bene, mi porti questo coniglio, se tanto convinta della sua bont . Se aveva ragione! Con l'intelligenza sensuale che custodisco nel tabernacolo segreto del mio palato, compresi immediatamente i misteri e i segreti della cucina riscaldata. La salsa aveva infatti raggiunto un'elasticit che la faceva aderire all'interno della bocca, e la lingua ne schioccava da sola. Credetemi, questo suono apparentemente prosaico, simile all'altro, questo orrendo, di una bottiglia stappata, il solo fenomeno che possa realmente esprimere la soddisfazione. Per farla breve, il coniglio mi soddisfece moltissimo. Partimmo, e solamente allora mi resi conto di essere venuto l con un corteo di macchine sontuose. Eravamo appena entrati in Madrid che il nostro igienico progetto di una cena leggera svan e, ancora una volta, lo spettro del cibo ci abbagli con la sua terribile, ineluttabile realt. Cominciamo col bere qualcosa, suggerii non abbiamo nessuna fretta. Poi vedremo . Era un discorso ragionevole, perch il vino, in campagna, si era rivelato mediocre e ci eravamo dovuti accontentare deU: acqua. Cos bevemmo tre Martini e, al terzo, sentii avvicinarsi il momento del mio Parsifal. Avevo un piano preciso. Mi alzai e, fingendo di andare al gabinetto, mi allontanai da un'uscita secondaria. Respirai

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avidamente l'aria notturna e la gioia di ritrovarmi solo, poi con un taxi tornai alla casa dello studente; ordinai all'autista di aspettarmi per un'ora, esattamente il tempo che mi occorreva per farmi bellissimo. Doccia, barba, vernice sui capelli, sebbene ne conoscessi i pericoli, ma il mio Parsifal meritava questo e altro! Un poco di nero sotto gli occhi, per rendermi pi affascinante secondo lo stile tango argentino, secondo lo stile Rodolfo Valentino, allora il prototipo della bellezza maschile. Calzoni crema, giacca grigia e infine la camicia, che doveva coronare tanta raffinatezza, di seta cruda, sottile quanto una pellicola di cipolla e talmente diafana che, osservando bene, si poteva scorgere, sul mio petto, la definitiva, l'assoluta aquila imperiale della peluria. Tolsi dunque dal cassetto la camicia stiratissima, la gualcii tra le mani, la pestai con i pugni, la schiacciai sotto il baule, ci camminai sopra. L'effetto fu squisito, accentuato dal colletto, appena inamidato e splendidamente bianco, che aggiunsi alla fine. Quando fui pronto tornai al taxi, sostai dal fioraio per farmi appuntare una gardenia all'occhiello, diedi all'autista l'indirizzo del Florida, una sala da ballo elegantissima. Non c'ero mai stato, ma la sapevo frequentata dalla gente pi importante di Madrid: volevo cenare l, tutto solo, e scegliere, scrupolosamente, tra le donne pi belle e pi adorabili quelle che mi erano necessarie a realizzare, costi quel che costi, l'impresa, impregnata ormai di erotismo, che dal giorno innanzi avevo definito Parsifal. Non avevo idea di dove si trovasse il Florida e, non appena il taxi rallentava, credevo di esser giunto e ne provavo un'angoscia cos forte da dover chiudere gli occhi. Cantavo il Parsifal con tutta la forza dei miei polmoni: che notte sarebbe stata, santo cielo! Sarei invecchiato di dieci anni. Per l'effetto dei tre Martini stava svanendo, e i miei pensieri divenivano gravi e severi, costringendomi a una nuova decisione: avrei celebrato il mio Parsifal con l'aiuto dell'alcool, o senza? Il cielo, non ancora interamente notturno di Madrid si affollava di nubi velenosamente turchine come si vedono solo nei quadri di Patinir, e l'antico ricordo delle ascelle depilate e turchine si mescolava al ricordo recente del coniglio riscaldato. Riflettevo, calcolavo: mi servivano cinque donne elegantissime, e una sesta per i lavori secondari. Nessuna avrebbe dovuto spogliarsi. Ancor meglio se tenevano anche il cappello. Era solo essenziale che tutte, tranne due, avessero le ascelle depilate.

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Sebbene contassi molto sul mio potere di seduzione, avevo portato con me una grossa somma di denaro, ed essendo giunto al Florida deplorevolmente troppo presto scelsi il tavolo migliore, per dominare la situazione e sentirmi le spalle coperte. Non avevo ancora risolto il dilemma: bere o non bere? Per le operazioni preliminari, per prender contatto con le donne, per metterle in rapporto tra loro, per trovare il posto dove realizzare il Parsifal, forse era meglio pagar subito due donne, e usarle come complici ben remunerate. Insomma, per i diversi preparativi l'alcool sarebbe stato utilissimo, avrei superato la timidezza iniziale. Ma dopo, dopo sarebbe stato esattamente il contrario. Dopo avrei avuto bisogno di lucidit, di prontezza, di uno sguardo inquisitore, di una severa perfidia, che mi rendessero capace di condannare, di assolvere, tra l'inferno e la gloria delle diverse scene, delle diverse situazioni orrende e desiderabili, magnifiche e umilianti per le sette protagoniste di quel Parsifal che io avrei diretto (e come!) fino a quando i galli dell'alba avessero svegliato con le loro rugginose, agonizzanti note del primo canto rimorsi, rossi e festonati come creste, nelle nostre immaginazioni, esauste per troppo acuti piaceri. Cosa comanda il senor? domand il capo cameriere strappandomi ai miei pensieri. Stufato di coniglio con cipolle, risposi senza esitare ma che sia riscaldato . E invece dovetti accontentarmi di un insipido pollastro, con due bottiglie di champagne. Intanto il locale cominciava ad affollarsi, l'orchestra suonava, e una coppia di ballerini professionisti mimava una specie di lotta danzante. Mi bast un'occhiata per capire che la ballerina non mi offriva alcuna possibilit e che dovevo senz'altro escluderla dal Parsifal: era troppo bella, terribilmente, spiacevolmente sana e priva in modo assoluto di eleganza. Non ho mai incontrato, in vita mia, una donna che fosse contemporaneamente bellissima ed elegantissima: sono con ogni evidenza due qualit che si elidono a vicenda. La donna elegante deve armonizzare una moderata bruttezza a una bellezza ancor pi moderata, evidente, s, ma tale da non oltrepassare mai precisi limiti. La donna elegante deve esser priva di ogni splendore duraturo e persistente come uno squillo di tromba, almeno per quanto riguarda il volto. Perch la donna elegante deve portare sul viso le stimmate, esattamente proporzionate, della bruttezza, della stanchezza, dello squilibrio (che, aureolato di elegantissima arroganza,

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assumer il carattere, sconcertante e attraente, del cinismo carnale). Per contro, le mani, le braccia, i piedi, le ascelle saranno di una bellezza eccessiva e abbagliante. I seni non hanno importanza alcuna, nella donna elegante. Non contano. Se sono perfetti, tanto meglio. Se sono disastrosi, tanto peggio. Per quanto riguarda il resto del corpo, un solo particolare importantissimo: la conformazione delle anche deve esser tale da far sporgere, irrevocabili e aggressive, le ossa. Ossa puntute, sotto qualsiasi abito, sempre presenti, indimenticabili. Pensate forse che la linea delle spalle sia importante? Niente affatto. Ammetto ogni possibile disarmonia, e mi rallegro di venirne sconcertato. L'espressione degli occhi, questa s, essenziale. Intelligente, intelligentissima, o almeno che lo sembri. Non si pu concepire una donna elegante con occhi bovini. Per contro, la bellissima abbia sguardo idiota. La Venere di Milo una dimostrazione perfetta della mia teoria. La bocca ha da essere, di preferenza, sgradevole e antipatica. Ma all'improvviso, e quasi per un miracolo, quasi per un'estasi segreta, per un prezioso e raro impulso spirituale, si socchiuda in un'espressione angelica, tale da rendervela irriconoscibile. II naso... le donne eleganti non devono aver naso! I capelli siano sanissimi: la sola concessione della donna elegante alla salute. Infine, la donna elegante sia totalmente tiranneggiata dalla sua eleganza - dai suoi abiti, dai suoi gioielli -, unica e sola raison d'tre, giustificazione del suo sfinimento, del continuo sperpero che far di se stessa. Per tutte queste ragioni la donna elegante implacabile nelle sue passioni sentimentali, ma quasi indifferente in quelle amorose. Un selvaggio, avido, antisentimentale, raffinato erotismo si addice invece lussuriosamente alla sua lussuria, esattamente come i vestiti e i gioielli lussuriosi si addicono al suo corpo lussurioso e in grado di accettare, logorandoli, erotismo e ornamenti, con la suprema lussuria del disprezzo... Questo esattamente cercavo: un ricco, vizioso, annoiato disprezzo, perch il mio Parsifal rendeva indispensabile la presenza di sei donne impeccabili e sprezzanti, disposte a obbedirmi alla lettera, senza perdere il loro tono glaciale, senza permettere alle nebbie delle emozioni erotiche di velare la lussuria dei loro volti, sei donne abili nel godere ferocemente la volutt, e sempre spregiandola.

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Con occhi sbarrati, con dilatate pupille, mi guardavo attorno, e non potevo decidermi fra tante donne bellissime, nessuna delle quali era, neppur lontanamente, elegante. Stavo perdendo la pazienza, anche perch la bote era ormai affollatissima, e non speravo pi che giungesse ancora molta altra gente. Insomma, per la prima volta dovevo accontentarmi di un Parsifal imperfetto: cominciai a operare concessioni, a stabilire paragoni, in modo da fare la mia scelta fra le modeste possibilit del momento. E, nel profondo, sapevo benissimo che nulla peggio dell' eleganza approssimativa. Esiste, poi? Non diversamente si incoraggia un bimbo a prendere un purgante, dicendogli che quasi un dolce. Ed ecco che, d'improvviso, due donne realmente eleganti entrarono insieme e, per colmo di fortuna, occuparono un tavolo poco lontano dal mio, rimasto libero allora. Quel che mi ci voleva: ora me ne mancavano solamente quattro. E intanto studiavo le mie due prescelte, chiedendomi come fossero i loro piedi, l'unico particolare ancora invisibile. Divini, certo. Le mani erano esemplari e rivaleggiavano in compiutezza, tutte e quattro strettamente avvinghiate sulla tovaglia in un groviglio tanto impudico da farmi perfino rabbrividire. Una seconda bottiglia di champagne mi aveva restituito una moderata ubriachezza, e i miei pensieri cominciavano a disperdersi, esasperando in me il profondo senso dell'ordine e della continuit. Dovetti ammonire me stesso: Sfammi bene a sentire. O sei Dali, o non lo sei. Avanti! Seriet! Rischi di sciupare il tuo Parsifal. Sta' attento. un polso squisito, quello? S, ma si accorderebbe meglio a una diversa bocca. Eccola laggi! Quella la bocca fatta per quel polso! Polso, bocca, bocca, polso... se soltanto si potessero fondere insieme, in una stessa persona! Del resto "si pu", perch non provi? Scegli bene, prima di cominciare. Raccogliti. Vediamo se ci riesci. Hai gi trovato tre ascelle stupende. Fissale bene, una dopo l'altra, e poi, senza distrarti, vola con lo sguardo a quella gelida espressione, a quella bocca insolente... Procediamo con ordine. Prendi un'ascella, un'altra ancora, ora svelto alla bocca. No, hai dimenticato l'ascella numero due. Ricomincia, attento! La vedi bene, no, quell'ascella? Oh, s, delicatissima ascella! Ora espressione, espressione, bocca... Da capo, pianissimo: bocca, espressione, ascella, ascella... Di nuovo, e concentrati sull'espressione! Ascella, espressione, espressione, espressione, espressione, espressione, di nuovo ascella, di nuovo espressione... Soffermati un istante sull'ascella, e ora ricomincia, in fretta! Ascella, espres-

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sione, espressione, ascella, ascella, ascella, ascella, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca.... La testa mi girava vertiginosamente, e un bisogno di vomitare, ora ben distinto dall'incerta, iridata sensazione di stare per innamorarsi, mi sugger di alzarmi, con movimenti ben coordinati. Domandai cortesemente a una ragazza vestita da paggetto Luigi XIV dove fosse la toilette e lei mi rispose con un cenno che non compresi. Infatti giunsi rapidamente in una stanza ingombra di scrivanie, di macchine per scrivere, di grandi tavoli coperti di lettere e di fogli. Mi appoggiai al tavolo centrale e vomitai con tutte le mie forze. Poi respirai profondamente, ben sapendo di avere appena iniziato il mio compito: dovevo in realt buttar fuori tutto. La ragazza in costume da paggio, con un vassoio pieno di sigarette mi aveva seguito, e ora se ne stava immobile, guardandomi, sull'uscio. La raggiunsi, posai cinquanta pesetas tra i pacchetti, e supplicai: Mi permetta di finire! .

Chiusi la porta a chiave, tornai al tavolo col passo solenne e risoluto di chi ben deciso a fare harakiri e, ripetendo il gesto di prima, mi appoggiai alla superficie rivestita di documenti per vomitare ancora, con intensit crescente. Ero istupidito e tutti i diversi sapori dell'anima mia mi uscivano di bocca, insieme con i sapori contrastanti delle mie viscere.

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I due ultimi giorni, confusi, intricati in grovigli di orgia e di digestione, rivivevano in me alla rovescia, secondo la massima gli ultimi saranno i primi. C'era tutto, il coniglio riscaldato, le delicatissime ascelle, i polsi, le nuvole di Patinir, e ancora un frammento di ascella, e ancora una zampetta di pollo e la gelida espressione, e il coniglio riscaldato, espressione, gelida espressione, coniglio riscaldato, ascella delicata, coniglio, funghi, olive, monarchia, anarchia, acciughe, spaghetti, chartreuse, spaghetti, gamberi riscaldati, coniglio riscaldato, chartreuse, gamberi, coniglio, gamberi, ascelle, vermut, spaghetti, coniglio riscaldato, vermut, bile, vermut riscaldato, bile, bile, bile, coniglio, coniglio, coniglio, spaghetti, spaghetti, spaghetti, bile, bile, bile, gamberi, gamberi, gamberi, vermut, vermut, vermut, coniglio riscaldato, bile, bile, bile, gamberi, bile! Mi asciugai il sudore dalla fronte, le lacrime dagli occhi, mi ero liberato di tutto: della mia anarchia, del mio nostalgico, sublime, rimpianto Parsifal.1 Trascorsi il giorno dopo a letto, bevendo succo di limone. Il giorno seguente andai, come di consueto, all'accademia di belle arti, e trovai gli studenti agitatissimi: se mi fossi ricordato in tempo della bandiera bruciata a Figueras avrei probabilmente riconosciuto l'atmosfera, evitando il disastro. Ma non lo feci e divenni testimone, partigiano, animatore di una nuova ribellione. Ecco cosa accadde: la cattedra di disegno era rimasta vacante e parecchi pittori di buona fama brigavano per ottenerla, inviando le loro opere a un'esposizione appositamente allestita. Tali lavori erano tutti mediocri, tranne quello di Daniel Vsquez Diaz, che corrispondeva esattamente al cosiddetto postimpressionismo. Gli studenti, tutti direttamente influenzati da me, parteggiavano per Vsquez Diaz come per il solo che, pur non arrivando al cubismo, ne sentiva, in un certo modo, l'influsso. Io stesso, che avrei preferito un vecchio, classico, abilissimo professore - ma non ce n'era neppure uno, erano apparentemente tutti morti -, parteggiavo per Vsquez Diaz, il migliore tra i pessimi che ci stavano attorno.

Il mio Parsifal deve restare un segreto impenetrabile per i miei lettori, segreto utilissimo per le prossime, accresciute e corrette edizioni di questo libro. cosi generoso, da parte mia, offrire il mio corpo e la mia anima alla curiosit dei miei contemporanei, come un importantissimo documento scientifico, che mi sento autorizzato ad anticipare gli sviluppi commerciali della mia impresa cominciando subito a farmi pubblicit.

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Quello stesso pomeriggio i professori procedettero a una loro votazione segreta e comunicarono poi, nell'aula magna affollata di tutti gli studenti, una decisione cos ingiusta come se ne possono prendere soltanto in Spagna. Io, in segno di protesta, mi alzai, e senza una sola parola lasciai l'accademia e raggiunsi, al caff bar Regina, un gruppo di repubblicani che si raccoglievano intorno a Manuel Azaria, il futuro presidente della repubblica. Il mio gesto era stato correttissimo e silenzioso, ma aveva provocato nei miei condiscepoli una vera tempesta, al punto che i professori avevano dovuto barricarsi nell'aula di disegno, e anche la porta sarebbe stata abbattuta senza l'intervento della polizia. Io, ritenuto l'istigatore della manifestazione, venni sospeso per un anno dall'accademia, e nonostante le mie proteste fui rimandato a Figueras. Arrivai in un pessimo momento: un movimento insurrezionale catalano era stato appena represso duramente dal generale Primo de Rivera, le elezioni accrescevano il fermento popolare, tutti i miei amici erano rivoluzionari e io, che ero noto per confusi sentimenti monarchico-anarchici, fui subito arrestato dalla guardia civile e rinchiuso nella prigione di Figueras. Di l mi trasportarono in quella di Gerona, e vi rimasi un mese, finch mio padre non distric la strana matassa delle accuse a mio carico, dimostrando la mia innocenza. Questo periodo fu per me piacevolissimo. Ero ovviamente in compagnia di altri detenuti politici, i cui amici, parenti, ammiratori, ci inondavano di doni. La sera bevevamo sempre champagne (un pessimo champagne locale, a dire il vero). Avevo ripreso la mia Torre di Babele, e ne traevo nuove conclusioni, aiutato dalle recenti esperienze di Madrid. Ero felice, ricominciavo a scoprire il paesaggio della pianura d'Ampurdn, chiuso tra le sbarre del carcere, e mi accorgevo di essere un poco invecchiato. Era un sentimento delizioso, almeno quanto quello della prigione vera. Mi permetteva, finalmente, di abbandonarmi ai giochi della mia immaginazione.

CAPITOLO QUARTO
RITORNO A MADRID ESPULSIONE DEFINITIVA DALL'ACCADEMIA DI BELLE ARTI VIAGGIO A PARIGI INCONTRO CON GALA DIFFICILE INIZIO DEL MIO SOLO, UNICO AMORE RINNEGATO DALLA FAMIGLIA

Uscii finalmente dal carcere di Gerona, partii per Figueras, giunsi in tempo per il pranzo, mangiai melanzane, andai al cinema, fui accolto da una vera ovazione. Ricordo tutto con molta chiarezza. Il giorno seguente ci trasferimmo a Cadaqus, dove divenni come sempre ascetico, lavorai moltissimo, e alla fine dell'estate mi trovai scheletrico, simile a una fantastica figura di Hieronymus Bosch, di quelle predilette da Filippo II, in realt una specie di mostro, con un occhio, una mano, un cervello e null'altro. E cos trascorsi il periodo stabilito dal consiglio di disciplina, e tornai a Madrid, dove il mio gruppo mi aspettava con impazienza. Senza di te dicevano tutto era diverso . Letteralmente mi adoravano, mi vezzeggiavano, mi compravano le scarpe, mi ordinavano cravatte a disegno unico, mi prenotavano le poltrone a teatro, mi preparavano le valigie, sorvegliavano la mia salute, si preoccupavano per il mio umore e combattevano, con la violenza di uno squadrone di cavalleria, le difficolt pratiche che mi impedivano di realizzare una qualsiasi fantasia. Mio padre, dopo l'esperienza dell'anno precedente, mi versava soltanto un modestissimo mensile, ma con molto candore continuava a pagare tutti i miei conti. Al resto supplivano gli amici, chi impegnando un magnifico anello di famiglia, chi ipotecando una propriet appena ereditata, chi vendendo un'automobile per garantire le stravaganti spese di due o tre giorni. Eravamo tutti circondati dall'alone di figli di pap, e ottenevamo prestiti da chiunque, rimborsando noi stessi, ogni tanto, i nostri creditori, i quali, generalmente, venivano poi interamente risarciti dai nostri genitori.

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Le vere vittime non erano certo gli uomini d'affari che ci aiutavano professionalmente, ma i nostri modesti, i nostri generosi amici che ci prestavano i loro risparmi per simpatia, per affetto, per ammirazione, e noi facevamo pagare a caro prezzo qualsiasi colloquio amichevole, producendoci in uscite istrioniche: Siamo stati derubati! gridavo cinicamente intascando Solo la mia osservazione a proposito del realismo e del cattolicesimo vale cinque volte questa misera somma! . Una sera, un infelice artista rivers nel mio seno la piena dei suoi dolori, una storia di povert pecuniaria uguagliata soltanto dalla sua povert spirituale. Sperava certo di stabilire cos una comunione d'anime quando, alla fine, mi chiese, sospirando, come me la cavassi io. Io? replicai sdegnosamente Io ho stabilito per me un elevatissimo prezzo. Ricordo che stavamo passeggiando fra le torri del palazzo postale, e da un'altissima finestra spalancata precipit, proprio allora, un oggetto bianchiccio. Il mio compagno non parlava, ma col volto affondato in un fazzoletto sporco sin-

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ghiozzava. Gli posai la mano sulla spalla, coperta di forfora: E perch non ti impicchi? perch non ti butti dall'alto della torre? . Lo lasciai l, ripensando all'oggetto biancastro che precipitava dall'alto del palazzo postale. Era forse il conte di Maldoror? L'ombra di Maldoror si proiettava allora sul mio spirito cos come, in una diversa e breve eclissi, l'ombra di Federico Garcia Lorca aveva pesato sul mio spirito e sulla mia carne.

Conobbi, in quel periodo, diverse donne eleganti, necessarie al mio odioso cinismo come alimento erotico e morale. E di conseguenza evitai Federico Garcia Lorca e il gruppo, che stava diventando il suo gruppo. Fu il momento culminante della sua influenza personale. Fu anche il solo momento, nella mia vita, in cui soffrii la tortura della gelosia. Passeggiavamo talvolta tutti insieme, lungo il paseo de la Castellana, diretti al caff che ospitava le nostre discussioni letterarie, e improvvisamente Lorca cominciava a risplendere come un selvaggio, come un pazzo diamante. Fuggivo, improvvisamente, e per tre giorni nessuno mi rivedeva... Nessuno ha saputo strapparmi, finora, il segreto delle mie fughe e non lo sveler certo ora. O, almeno, non ancora... Aggiunger soltanto che il mio passatempo prediletto era, allora, tuffar banconote nel whisky e scioglierle cos, con un

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cerimoniale lungo e complicato che sbalordiva gli eventuali testimoni. Mi piaceva, soprattutto, distruggere denaro in questo modo discutendo, con raffinata avarizia, il prezzo di una modesta demi-mondaine, una delle tante donne che vi offrono anima e corpo, mormorando: Mi darai quel che vorrai . Alla fine di un anno denso di libertinaggio, fui espulso definitivamente dall'accademia, con un decreto ufficiale, apparso sulla Gaceta il 20 ottobre 1926, firmato dal re. Ho gi narrato molto fedelmente le ragioni della mia cacciata, nel mio autoritratto aneddotico. Non ne fui affatto stupito, sapevo che qualsiasi professore, in qualsiasi paese, avrebbe condiviso l'indignazione dei miei esaminatori. In realt il mio subcosciente desiderava l'espulsione, desiderava il distacco da Madrid, dall'accademia, dalla vita dissipata. Volevo passare ancora un anno a Figueras, e lavorare da solo, per poi convincere mio padre a lasciarmi continuare gli studi in Francia. A Parigi, con la massa di lavoro che mi sarei potuto portar dietro, avrei conquistato la vera potenza. Ma prima di lasciare Madrid, volli godermi l'ultima sera, in perfetta solitudine. Vagai attraverso cento strade ancora nuove per me, spremendo, in un estremo pomeriggio, fin l'ultima goccia della sostanziosa citt, dove popolo, aristocrazia e preistoria non conoscono transizioni. Osso nudo, vagamente colorato di rosa sangue, Madrid mi splendette dinanzi, nell'essenziale e limpida luce d'ottobre. Pi tardi sedetti nel mio angolo prediletto, al solito bar, e contrariamente alle mie abitudini bevvi semplicemente due whisky. Uscii per tra gli ultimi, e venni assalito da una vecchia, tremula mendicante coperta di stracci, che mi perseguit con le sue suppliche insistenti. Non le diedi retta, e proseguii per la mia strada; all'altezza della Banca di Spagna, con quella disgraziata sempre alle calcagna, mi imbattei in una bellissima giovane che mi offr le sue gardenie. Le acquistai tutte, pagandole cento pesetas, poi mi volsi e le donai alla vecchia, che rimase immobile, impietrita, una vera statua di sale. Mi allontanai, adagio. Quando mi voltai nuovamente vidi, nel chiarore della luna, una piccola macchia nera che stringeva sul ventre una piccola macchia bianca, il cesto colmo di fiori che avevo affidato alle sue mani contorte come viti secche e coperte di piaghe. Il giorno dopo mi sentii troppo pigro per preparare le valigie, e me le portai dietro interamente vuote. Il mio arrivo a Figueras costern la mia famiglia: espulso e senza una sola camicia pulita! Santo cielo, dove sarei andato a finire? Per

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consolarli, continuavo a ripetere: Vi giuro che ero convinto di aver riposto per bene tutta la mia roba! Si vede che mi son confuso con la volta precedente! . Mio padre era letteralmente fulminato dal dispiacere, e vedeva compromesse tutte le sue speranze di vedermi coronato dal successo. Pos con mia sorella per un disegno: si scorge chiaramente, sul suo viso, la patetica amarezza provocata dalla mia espulsione. Mentre ero intento a realizzare disegni rigidamente classici, eseguivo anche una serie di quadri mitologici, cercando di trarre frutti positivi dalle mie esperienze cubiste, piegando le recenti certezze geometriche agli eterni princpi della tradizione. Partecipai a diverse esposizioni collettive di Madrid e di Barcellona, ed ebbi anche una personale nella galleria di Dalmau, che era il patriarca dell'avanguardismo artistico di Barcellona, e che sembrava appena disceso da una tela di El Greco. Pur non muovendomi mai dal mio studio di Figueras, tutto questo movimento provoc una viva agitazione e le polemiche raggiunsero le attente orecchie di Picasso, che aveva visto, a Barcellona, il mio Dorso di fanciulla, lodandolo. Di conseguenza Paul Rosenberg mi scrisse, chiedendomi l'invio di riproduzioni fotografiche; per pura trascuratezza dimenticai di rispondergli, ma comunque sapevo che mi sarebbe bastato giungere a Parigi per metter tutti quanti nel sacco. Un giorno ricevetti un telegramma da Joan Mir, allora gi famoso a Parigi. Mi annunciava che sarebbe venuto da me, a Figueras, con il suo mercante, Pierre Loeb. Mio padre ne fu favorevolmente impressionato, e cominci a prendere in considerazione la possibilit di mandarmi a Parigi per continuare i miei studi. Mir apprezz molto i miei lavori, e con vera generosit mi prese sotto la sua protezione. Pierre Loeb, al contrario, manifest il pi profondo scetticismo e allora Mir, per consolarmi, approfittando del fatto che il mercante aveva preso a conversare con mia sorella, mi mormor all'orecchio, stringendomi il braccio: Detto fra noi, questi parigini sono ancora pi bestie di quel che tu possa immaginare! Te ne accorgerai presto. E infatti una settimana dopo la loro partenza ricevetti una lettera di Pierre Loeb, che non mi offriva un sontuoso contratto, come avevo sperato, ma mi confortava pi o meno in questi termini: Mi dia notizie del suo lavoro. Sono costretto a dirle che per il momento la sua produzione an-

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cora confusa e priva di personalit. Sia paziente, e lavori, lavori! I suoi innegabili doni devono ancora maturare. Se accadr, forse un giorno potr trattare la vendita dei suoi quadri. Quasi contemporaneamente Joan Mir scrisse a mio padre, esortandolo ad accordarmi il permesso di trasferirmi a Parigi, concludendo testualmente: Sono assolutamente certo che l'avvenire di suo figlio sar radioso! . Sempre in quel periodo Luis Bunuel mi espose una sua idea: voleva fare un film, finanziato da sua madre, di cui aveva gi il soggetto. Lo lessi, e mi colp per la sua ingenuit addirittura grottesca: mediocrissima avanguardia, basata sull'idea di un giornale improvvisamente animato, con tanto di cronaca e di vignette comiche. Alla fine, un cameriere accartocciava il giornale e lo gettava sul marciapiede, spingendolo poi in un rigagnolo con gran colpi di scopa. Era una conclusione addirittura rivoltante, del pi piatto sentimentalismo, e cos comunicai a Bunuel che il suo soggetto era inutilizzabile e che io avevo gi pronto un copione cortissimo, fulminante, tutto impregnato di genialit e tale da rivoluzionare la cinematografia contemporanea. Ricevetti subito un telegramma da Bunuel che mi annunciava il suo imminente arrivo a Figueras: fu entusiasta del mio progetto e decidemmo di metterci al lavoro per svilupparlo. Da quella collaborazione nacquero diverse idee minori, ma soprattutto trovammo insieme il titolo del film, Un chien analou. Poi Bunuel part, con tutto il materiale. Si sarebbe incaricato della realizzazione pratica, della scelta degli attori, degli accessori, e cos via. Dopo non molto lo raggiunsi a Parigi, e potei cos dirigere il film attraverso le quotidiane conversazioni con lui, che immediatamente e senza la minima obiezione accoglieva tutti i miei suggerimenti. Sapeva benissimo che io non potevo sbagliare, in nessun caso, mai! Facendo un passo indietro, devo riferire che rimasi ancora due mesi a Figueras, preparando il mio viaggio, e che prima della venuta di Mir e di Pierre Loeb mi ero recato a Parigi, con mia sorella e mia zia. Fu un soggiorno brevissimo, di una settimana, e ne approfittai per vedere tre cose decisive: Versailles, il museo Grevin e Picasso. Fu Manuel Angelo Ortiz, pittore cubista di Granada e grande amico di Federico Garda Lorca, a presentarmi con una lettera a Picasso, il cui lavoro seguiva da vicino. Profondamente commosso, e pieno di rispettoso zelo,

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quasi dovessi recarmi dal papa, giunsi alla casa, in rue de La Botie, dove Picasso abitava allora. Sono venuto a trovar lei dissi ancor prima di visitare il Louvre. E hai fatto benissimo mi rispose lui. Avevo portato con me un quadretto, ben involtato, La ragazza di Figueras. Picasso lo studi per un quarto d'ora, senza commenti. Poi mi condusse al piano superiore e per due ore mi mostr una gran quantit di quadri, posandoli uno dopo l'altro sul suo cavalletto, dandosi enormemente da fare, spostando gigantesche pile di quadri appoggiati ai muri. E ogni volta che mi presentava qualcosa di nuovo mi lanciava un'occhiata cos intelligente e cos viva da farmi tremare, ma anch'io non feci commenti. Sul pianerottolo, al momento del congedo, ci scambiammo semplicemente un'occhiata, che significava: Hai capito?. Ho capito! . Fu dopo questo fulmineo viaggio che ebbi la mia seconda e la mia terza esposizione, alla galleria Dalmau e al Salon degli artisti iberici di Madrid. La mia popolarit in Spagna ne fu definitivamente consacrata. Giunsi a Parigi dicendo a me stesso: O Cesare, o nulla!. Presi un taxi, e chiesi all'autista: Conosce un buon bordello?. Si accomodi, signore, replic quello, con un tono di orgoglio leggermente ferito, ma ancora paterno e non si preoccupi. Li conosco tutti. In seguito non li visitai di certo tutti, parecchi s, per. Alcuni mi piacquero immensamente, ad esempio lo Chabanais, nella via omonima, che era di una classe superiore, con la poltrona costruita su espressa volont dell'imperatore Francesco Giuseppe per soddisfare i suoi particolari bisogni erotici, con le vasche da bagno ornate di cigni in bronzo, con le scale, ombrate di false grotte in pietra pomice, di specchi, di candelabri, di tutta una pompa rosso dorato, molto Napoleone III. E qui chiuder gli occhi, per scegliere in vostro onore le tre diverse perfezioni che mi hanno dato, finora, le pi profonde, le pi contrastanti, le pi inattese certezze di mistero. La scala dello Chabanais rappresenta per me un'acme di erotismo segreto e sordido; il teatro del Palladio, a Vicenza, un'acme di divino estetismo; l'ingresso alle tombe dei re, all'Escoriai, un'acme di funebre e meravigliosa potenza. Di

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conseguenza l'erotismo dev'essere, per me, sordido, l'estetismo divino, la morte meravigliosa. Mentre le decorazioni interne dei bordelli mi piacevano immensamente, le ragazze che vi abitavano mi sembravano del tutto inadeguate. La loro volgarit, il loro carattere prosaico si contrapponevano al prototipo di eleganza che costituisce la prima condizione delle mie fantasie libidinose. Condannavo quelle ragazze, banali anche se talvolta bellissime, che comparivano a qualsiasi ora in salotto con l'aria di aver appena interrotto, rimpiangendolo, un buon sonno, e ancora ne masticavano gli ultimi pezzi fra i denti. Ci sarebbe stato un solo modo per utilizzarle, e nemmeno tutte. Solo quelle che rappresentavano un convenzionale tipo di creola, sempre con un sorriso animalesco sulle labbra, solo quelle avrebbero potuto servire da aiutanti . Le vere donne bisogna cercarle altrove. In ogni caso frequentai abbastanza bordelli da saziarmene per il resto della vita, e ne trassi una quantit di sfondi e di pretesti tale da arredarmi convenientemente, in meno di un minuto, qualsiasi fantasia erotica, anche la pi estenuante. Esaurite le visite ai bordelli, andai da Joan Mir.1 Facemmo colazione insieme; fu molto laconico, pressoch muto: Stasera mi promise lasciandomi ti presenter a Marguerite . Ero certo che si riferisse al pittore belga Ren Magritte, che stimavo come il pi misteriosamente equivoco fra i pittori del tempo. L'idea che il pittore fosse una donna e non un uomo, come avevo sempre creduto, mi sconvolse e decisi che, anche se non fosse stata proprio bellissima, me ne sarei senz'altro innamorato. elegante? chiesi. No, semplice, semplicissima! . La mia impazienza divenne enorme. Semplice o no, l'avrei condotta allo Chabanais con qualche aspri bianco e nero in testa. S, ne avrei cavato fuori qualcosa di buono, non lo dubitavo. La sera Marguerite venne a prenderci nello studio di Mir, in rue Tourlaque. Era una ragazza esilissima, con un piccolo viso mobile, simile a un teschio nevrastenico. Rinunciai immediatamente a ogni speranza di esperimenti erotici,

Joan Mir mi ricorda sempre il gufo della famosa storia marsigliese. Un tale promette a un amico di portargli, tornando dall'America del Sud, un bel pappagallo; per se ne dimentica, e, giunto a Marsiglia, cattura un gufo, lo tinge di verde, lo regala. Qualche tempo dopo rivede l'amico e gli chiede: E il mio pappagallo, parla? . Parlare, no. Ma pensa, pensa moltissimo .

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ma ne fui completamente affascinato: che strana creatura! E, per completare il mio stupore, non parlava affatto. Uscimmo per cenare, in place Pigalle: vino passabile ed eccellente foie-gras. Fu, senza alcun dubbio, il pasto pi silenzioso e sconcertante della mia vita, poich nessuno dei commensali pronunci una sola parola. A dire il vero Mir apr bocca, una volta, per chiedermi, con tono preoccupatissimo: Hai uno smoking? . Io intanto cercavo, sulla scorta dei loro quadri che rammentavo benissimo, e dei loro tic che scoprivo lentamente, di immaginare i loro pensieri, apparentemente indecifrabili, e soprattutto tentavo di cogliere, attraverso il loro mutismo, il rapporto ideologico che indubbiamente li legava. Ma non potevo fare alcun progresso in tal senso e, lasciandomi, Mir ripet soltanto: Devi farti lo smoking. Bisogna andare in societ. Solo alcuni giorni dopo seppi che non v'era alcun rapporto tra Marguerite e il pittore Magritte. Nel frattempo avevo gi ordinato uno smoking dal piccolo sarto all'angolo di rue Vivienne, dove, come poi seppi, aveva abitato Lautramont.1 Non appena lo smoking fu pronto Mir mi condusse a pranzo dalla duchessa de Dato, vedova del ministro conservatore ucciso in rue Madrid. C'erano moltissimi invitati, ma ricordo solamente la contessa Cuevas de Vera che, qualche anno dopo, sarebbe diventata una mia grande amica. Seguiva da vicino il movimento artistico di Madrid, e discutemmo insieme su diversi argomenti che, con ogni evidenza, annoiavano gli altri commensali. Mir, imprigionato in una camicia inamidatissima, implacabile come un'armatura, seguitava a tacere, osservando e riflettendo, come un gufo! Dopo il pranzo andammo al Bateau Ivre per bere una bottiglia di champagne. Fu l che scoprii il fantasmagorico, fosforescente, interamente notturno essere chiamato Jacoby: lo avrei ritrovato, lungo il corso della mia esistenza, nell'immutabile, propizia penombra di mutevolissimi locali notturni. Il pallido volto di Jacoby sarebbe divenuto, senza che io ne capissi il motivo, una fra le tante ossessioni della mia vita parigina. Era una vera lucciola, quello straordinario Jacoby! Mir pag il conto del Bateau Ivre con una disinvoltura che mi colm di ammirazione, e ce ne tornammo verso casa, lui e io: Sar difficile per te, spieg ma non scoraggiarti.
Isidore Ducasse, detto conte di Lautramont (1846-1870). I suoi Chants de Maldoror ebbero un'enorme influenza sul surrealismo.

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Non parlare troppo (compresi allora che probabilmente i suoi silenzi facevano parte di una tattica) e non trascurare la ginnastica. Io ho un allenatore, e ogni mattina mi esercito alla boxe. Tra una frase e l'altra contraeva le labbra, in una smorfia piena di energia. Domani faremo visita a Tristan Tzara, il capo dei dadaisti. Ha una grande influenza. Forse ci inviter a un concerto. Dobbiamo rifiutare. Dobbiamo evitare la musica come la peste. Un lungo silenzio, e poi: Una cosa sola importante, nella vita. Bisogna essere ostinati. Quando non riesco a esprimere quel che sento, in un quadro, batto la testa contro il muro finch non vedo il sangue sprizzar fuori e macchiarlo . E poi ancora, al di sopra della spalla: Salud! . E se ne and. Per un attimo ebbi la visione della parete insanguinata. Quel sangue era il mio e, sebbene gi allora Mir tendesse, in pittura, verso ideali che rappresentavano esattamente l'opposto dei miei, quel sangue coagulato era l, vivido e presente. Il giorno seguente feci colazione a casa di Pierre Loeb con una mezza dozzina di colts:1 tutti avevano in mano il loro bravo contratto firmato che equivaleva a una piccola, modesta gloria, di effimero splendore, mai realmente calda e di l a poco del tutto raffreddata. Quasi tutti avevano la bocca segnata dal solco amaro imposto dalla prospettiva di dover mangiare per il resto della loro vita gli avanzi, eternamente riscaldati, di una fama defunta. E le carnagioni erano verdastre, per colpa delle loro orge di bile, delle loro viscere continuamente torturate dall'invidia. La sola personalit che spicchi ancora nella mia memoria sopra quel mucchio di volti gi svaniti il pittore Pavel Tchelitchew: fu lui a insegnarmi l'uso della metropolitana. Per nulla al mondo avrei voluto servirmene e il mio terrore era cos evidente che Pavel ne rise fino alle lacrime. Mi costrinse ad accompagnarlo nel treno sotterraneo e l mi annunci che doveva scendere a una fermata prima della mia. Io mi afferrai terrificato al suo cappotto: Tu scendi alla prossima stazione, mi ripet lui parecchie volte vedrai
Nel gergo degli artisti americani colt equivale al francese poulain, cio l'artista stipendiato dal mercante di quadri che ne assorbe quasi interamente la produzione.

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scritto "sortie", in grosse lettere. Scenderai dal vagone, salirai alcuni gradini e sarai fuori. In fondo, basta che tu segua gli altri viaggiatori che escono con t e . E se nessuno fosse uscito? Ma arrivai, scesi, salii e fui fuori. D o p o la tremenda oppressione del metr, tutte le difficolt mi parvero insignificanti. Tchelitchew mi aveva insegnato il cammino delle tenebre e la formula esatta del mio successo. Da allora in poi avrei sempre saputo utilizzare i neri e profondi meandri dello spirito. Perfino i miei pi intimi amici si sarebbero in futuro chiesti, durante i miei lunghi periodi di assenza: M a dov' Dali? Che sta facendo? . Dali stava semplicemente viaggiando sotto terra e di colpo, quando meno lo si aspettava, risaliva, usciva, arrivava! Poi di nuovo sparivo e di nuovo arrivavo, scendevo, salivo, ero fuori. E il rumore quasi asfissiante del metr riprendeva il suo ritmo furente, ripetendo con voce monotona e cesarea: Veni, vidi, vici; veni, vidi, vici; veni, vidi, vici. Ma nonostante tutto preferivo prendere un taxi, facendolo attendere ore intere e dando agli autisti mance inaudite che mi mandavano in rovina. Arrivo! arrivo! sono arrivato in tempo! Un chien andalou entrava in lavorazione. Pierre Bacheff era esattamente il fanciullo che avevo immaginato, il mio protagonista perfetto. Gi allora era completamente drogato e odorava sempre di etere; appena finito il film si uccise. Ecco una sintesi di quello che Eugenio Montes scrisse nel 1929 a proposito di Un chien andalou: Bunuel e Dali si sono risolutamente posti al di l della barriera definita buon gusto, al di l di quanto gradevole, epidermico, frivolo, francese. Un passaggio del film sincronizzato con la sinfonia del Tristano: sarebbe stato meglio preferire la Jota della Pilrica, di colei che non volle esser francese, ma aragonese, spagnola di Aragona, dell'Ebro, questo iberico Nilo. (Aragona, tu sei un Egitto, tu erigi alla morte piramidi di Jotas.) Barbara, elementare bellezza, la luna e il deserto dove il sangue pi dolce del miele riappaiono al cospetto del mondo. No! No, non guardate le rose di Francia! La Spagna non un giardino, lo spagnolo non un giardiniere! La Spagna un pianeta e le rose del deserto sono asini imputriditi. Lo spagnolo essenza, non raffinatezza. Lo spagnolo non pu dipingere tortorelle, o mascherare asini putrefatti. Perfino i Cristi scolpiti sanguinano in Spagna, e quando li portano in processione due file di gendarmi li accompagnano.

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E concludeva: Un chien analou stabilisce una data nella storia del cinema, una data scritta col sangue secondo il gusto di Nietzsche, secondo il costume spagnolo. Il film produsse esattamente l'effetto che desideravo e affond come una spada nel cuore di Parigi, uccidendo in una sera dieci anni di falsa avanguardia intellettuale del dopoguerra. L'arte astratta ci croll davanti, per non rialzarsi mai pi, dopo aver visto un occhio di fanciulla tagliato dalla lama di un rasoio . Era cos che il film cominciava. E non ci sarebbe pi stato spazio in Europa per le piccole, maniacali losanghe di Monsieur Mondrian. Gli organizzatori di un film hanno generalmente la pelle dura e non si stupiscono di nulla, ma io riuscii a sbalordire il nostro, bench il film fosse breve e abbastanza semplice. Ecco una piccola lista di accessori, assolutamente indispensabili, che presentai: una donna nuda che tenga nell'incavo delle braccia due ricci di mare vivi; una maschera per Bacheff, senza bocca, e una seconda, in cui la bocca sia sostituita da peli disposti all'incirca come quelli delle ascelle; quattro asini in avanzato stato di decomposizione, ognuno collocato sopra un grande pianoforte; una mano molto naturale tagliata, un occhio di mucca, tre nidi di formiche. Fu meraviglioso girare l'episodio degli asini decomposti sui pianoforti. Io truccai la putrefazione degli asini usando grandi barattoli di colla, prodigalmente sparsa su di loro. Poi allargai le loro orbite tagliandole con le forbici; spaccai furiosamente anche le loro bocche affinch i denti spiccassero meglio, e alla fine aggiunsi a ogni asino un certo numero di mascelle supplementari perch sembrassero vomitar fuori la loro morte, accompagnandole a quelle altre dentature abbaglianti, i tasti bianchi dei pianoforti neri. L'effetto complessivo era pi lugubre di cinquanta bare ammucchiate le une sulle altre. Un chien andalou interruppe per qualche tempo la mia carriera mondana e rispondevo alle insistenze di Joan Mir dicendogli: Preferisco cominciare con asini putrefatti. il lavoro pi urgente; tutto il resto verr da s. Avevo perfettamente ragione. Nel frattempo una sera incontrai Robert Desnos alla Coupole; mi invit a casa sua, e io ci andai portando come sempre un quadro sotto il braccio, un campione della mia arte.

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Desnos avrebbe voluto comprare il primo che vide, intitolato Il primo giorno di primavera, poich ne cap l'originalit, la sorprendente violenza dei simboli scelti a rappresentare il piacere libidinoso. Non v' nulla di simile a Parigi ripeteva: ma non avendo soldi, non pot acquistarlo. Cominci invece a parlare interminabilmente di Robespierre, con un nervosismo automatico e tremendo, una poesia inesauribile e intensa: mi venne una voglia irresistibile di dormire. Ho notato con stupore che appena qualcuno mi parla troppo lungamente della Rivoluzione francese, io mi ammalo. Anche quella volta mi si infiammarono le tonsille, ed ebbi una forte angina. Trascorsi il periodo della malattia tutto solo nella mia camera d'albergo che cominci a sembrarmi lurida; seguivo sul soffitto le passeggiate di insetti che erano forse scarafaggi, forse cimici. Una mattina, svegliandomi, vidi il soffitto libero dalle loro ombre nere e immaginai fossero caduti sul mio letto. Corsi allo specchio, mi guardai lungamente e scorsi in mezzo alla schiena una piccola macchia bruna. Era certo una cimice che mi si affondava nelle carni e come impazzito presi una lametta da barba e tagliai, tagliai, fino a provocare una violentissima emorragia. Il dottore accorso nella mia stanza inondata di sangue cap subito che avevo estirpato cos non una cimice, ma un minuscolo neo di cui avevo dimenticato l'esistenza. Dopo la convalescenza mi trovai debolissimo e depresso. Il bilancio della mia esistenza mi sembrava in passivo: Un chien andalou non otteneva, per mancanza di pubblicit, il successo finanziario che speravo, e rimpiangevo di non aver aggiunto al film un'altra dozzina di asini putrefatti. Che altro? Ero stato qualche volta in societ, ma la mia timidezza mi aveva paralizzato, impedendomi di brillare. Il mercante di quadri Camille Goemans mi prometteva vagamente un contratto, ma ne rimandava di giorno in giorno la firma, fino a lasciarmi intendere che avrebbe forse acquistato la mia produzione dell'anno successivo. E infine non trovavo la donna elegante a cui consacrare le mie fantasie erotiche: per dirla tutta, non trovavo donne, eleganti o meno. Eppure trascorrevo interi pomeriggi in questa inutile caccia, esplorando i caff, percorrendo i viali, seguendo quelle che, sia pur vagamente, mi interessavano, salendo sui tram per sfiorare col ginocchio quello delle pi attraenti (che, immediatamente, si alzavano e cambiavano posto). Volevi metter Parigi nel sacco! dicevo a me stesso con la gola disseccata da insoddisfatti desideri. Ed ecco che ci

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sei finito tu, li dentro! Nessuna donna, neppure la pi brutta, ti degna di uno sguardo! . E ritornando nel mio albergo, infinitamente prosaico, le gambe molli di stanchezza, sentivo l'amarezza della frustrazione colmarmi il cuore. Avvilito per non aver saputo raggiungere quegli esseri inaccessibili, mi mettevo davanti allo specchio dell'armadio e l, con la mano, compivo il ritmico, solitario sacrificio che prolungavo fino a riassumervi tutte le donne intraviste nel pomeriggio. Spesso vagavo nei giardini del Luxembourg, sedevo sopra una panchina e piangevo. Una sera Goemans, il mio futuro mercante, mi condusse al Bai Tabarin e mi mostr un uomo accompagnato da una signora lucente di paillette nere. Vedi, quello Paul Eluard, il poeta surrealista mi disse. molto famoso, e per di pi compra quadri; sua moglie in Svizzera, e quella una sua amica. Andammo a salutarlo e bevemmo insieme parecchie bottiglie di champagne. Eluard mi parve un essere leggendario. Beveva tranquillamente e sembrava totalmente concentrato nella contemplazione delle stupende donne che ci circondavano. Lasciandomi, mi promise che sarebbe venuto nel corso dell'estate a Cadaqus. La sera dopo presi il treno per la Spagna. Prima di partire mangiai i vermicelli in brodo alla stazione, e per la prima volta dopo la mia malattia mi accorsi di avere ancora fame. Ogni vermicello, scivolandomi in bocca, sembrava bisbigliarmi: Non devi esser malato anche se non hai messo Parigi nel sacco. Da allora seppi che se qualcuno vuol mettere il suo prossimo nel sacco e non ci riesce, si ammala. Lasciai quindi la mia malattia alla stazione di Parigi, come si lascia un vecchio cappotto, mi arrampicai nella mia cuccetta per svegliarmi l'indomani nella pianura soleggiatissima di Ampurdn. Esattamente come i temporali rendono limpidi i cieli, le mie infermit parigine mi donarono una salute trasparentissima : mi sentivo realmente trasparente e talvolta mi guardavo le unghie col timore di veder nascere sotto una bianca peluria, e mille vaghi presentimenti mi annunciavano che nel corso dell'estate mi sarei innamorato, che Galuchka rediviva mi sarebbe apparsa con un nuovo corpo di donna. Fin dal momento del mio arrivo ero ritornato in piena infanzia: i sei anni di studi normali, i tre anni di accademia a Madrid, il viaggio a Parigi, tutto scivolava vaporosamente sullo sfondo della mia vita, o persino svaniva. Di nuovo infinite immagini intraviste da piccolo passavano dinanzi ai miei

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occhi estatici, di nuovo le teste dei conigli, con occhi di pappagallo che subito si trasferivano in una testa di pesce, mi si allineavano dinanzi, complesse e condensate. Dopo aver trascorso qualche tempo nel pigro godimento delle reminiscenze infantili, decisi di cominciare un quadro che restituisse con la massima fedelt quelle apparizioni1 senza alcun intervento del mio gusto personale.
Opera insolita ed estremamente sconcertante, opposta ai collage dadaisti e anche alla pittura di de Chirico: qui infatti lo spettatore sempre costretto a credere nella realt terrena del soggetto, di natura elementare e limitatamente biologica. Infine, opera opposta anche alle poetiche mollezze delle pitture astratte che stupidamente continuano, farfalle cieche, a cozzare contro le lampade spente delle luci neoplatoniche. Io solo ero il vero pittore surrealista, almeno secondo la definizione che ne dava Andr Breton, capo ufficiale del surrealismo. Tuttavia, quando Breton vide poi questo mio quadro, esit davanti ai suoi elementi scatologici: il quadro rappresentava infatti una figura vista da tergo, con le mutande chiazzate di escrementi. L'aspetto involontario di questo elemento, caratteristico nella iconografia psicopatologica, avrebbe dovuto illuminare Breton. Io invece fui costretto a giustificarmi dicendo che si trattava di un simulacro.

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1929. Eccomi nella Cadaqus della mia infanzia e della mia adolescenza. Ero un uomo, ormai, e stavo cercando con tutte le mie forze di impazzire: o meglio, usavo tutte le mie energie nell'attesa di una follia che mi avrebbe elevato al di sopra di me stesso. Ahi! Ahi! gridava l'anima mia. Fu allora che cominciai ad avere scoppi di risa isterici. Ridevo tanto, da solo, in camera mia, da dovermi buttare sul letto, esausto. Ridevo tanto da soffrirne con violenza estrema. E di che ridevo? Di tutto, o quasi. Ad esempio, immaginavo tre pretini in fila che correvano disperatamente lungo una passerella. L'ultimo era il pi piccino, e proprio mentre stava per lasciare la passerella, gli vibravo un colpetto sul sedere. Lui si fermava come un topo in trappola, poi tornava indietro e, sempre correndo, percorreva la passerella a ritroso, allontanandosi cos dagli altri due pretini. Il suo terrore mi procurava una ilarit irresistibile. Un altro esempio, tra mille: immaginavo uno qualsiasi fra i miei conoscenti con un piccolo gufo sulla testa. A sua volta il gufo aveva sulla testa un escremento, un mio escremento. L'efficacia del piccolo gufo non era per costante e dipendeva dalla persona che lo portava sul capo: dovevo cercare lungamente l'espressione di un volto che si addicesse al mio gufo. Quando ci riuscivo, esplodevo in cos spasmodiche risate che i miei familiari, anche in stanze lontane dalla mia, si spaventavano: Che succede? . il ragazzo che nuovamente ride! .

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Fu in queste condizioni che mi sorprese il telegramma del mio mercante Camille Goemans: annunciava una sua visita. Infatti, con l'aiuto e il consiglio di mio padre, avevo condotto a buon fine le trattative per il contratto. Si era stabilito che Goemans mi avrebbe dato tremila franchi per il diritto di trattare la vendita della mia produzione estiva. I quadri sarebbero stati esposti nella sua galleria al principio dell'inverno, ne avrebbe scelti tre per s, riservandosi l'un per cento sugli altri. Mio padre ne era soddisfatto e io non me ne curavo particolarmente perch mi mancava il senso preciso del denaro. Pensavo ancora che cinquecento franchi in biglietti di piccolo taglio potessero durare molto pi a lungo di una sola banconota da mille. Questo apparir improbabile ai miei lettori, ma i miei amici possono testimoniare che dico il vero. Quando Goemans venne a trovarmi fu entusiasta del mio quadro II gioco lugubre, peraltro ancora incompleto. Qualche giorno dopo giunse Ren Magritte con sua moglie, Luis Bufiuel lo segu da presso ed luard scrisse annunciando la sua prossima venuta. Tutti questi surrealisti venivano a Cadaqus, cittadina priva di ogni comodit se non si aveva una casa propria, unicamente attratti dalla mia personalit inaudita. Le mie risa li sorprendevano molto, e il loro stupore aggravava ancora l'intensit dei miei accessi. Quando la sera restavamo sdraiati sulla sabbia a goderci il fresco, io cominciavo un discorso profondamente filosofico che interrompevo subito per scoppiare a ridere. Ben presto abbandonai ogni tentativo di conversazione, limitandomi a ridere. I miei amici accettavano questo fatto con rassegnazione poich veniva da un genio par mio. Non chiedete a Dali la sua opinione in proposito, dicevano naturalmente scoppierebbe a ridere e non potrebbe smettere per una decina di minuti. Talvolta cercavo di spiegarmi con loro, commosso dall'avida curiosit di quei volti: Fate conto di vedere una persona rispettabilissima. Ecco, ci siamo! E ora immaginate un piccolo gufo sulla sua testa, un gufo stilizzato, ma con un muso realistico. Mi sono spiegato? . Tutti, serissimi, cercavano di rappresentarsi l'immagine che avevo evocato e rispondevano in coro: S, s! . E ora immaginate sulla testa del gufo un mio escremento! Mio, lo ripeto! . Tutti restavano in attesa, e ancora non ridevano. Ecco, tutto! gridavo. E finalmente ridevano, ma fiocamente, per farmi piacere.

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No, no! protestavo. Non avete capito, lo vedo bene! Se aveste capito vi rotolereste in terra come faccio io! . Proprio mentre mi torcevo dalle risa, una mattina la macchina del poeta surrealista Paul Eluard e di sua moglie si ferm davanti alla nostra casa. Erano stanchi del lungo viaggio poich giungevano dalla Svizzera dove erano stati ospiti di Ren Crevel. Mi lasciarono quasi subito per andarsi a riposare e stabilimmo che li avrei raggiunti verso le cinque nel loro albergo, il Miramar. La moglie di Eluard, Gala, mi colp per il suo viso intelligentissimo, per mi parve di pessimo umore e seccata di trovarsi a Cadaqus. Verso le cinque ci trovammo tutti intorno agli Eluard e bevemmo insieme all'ombra dei platani. Io presi un Pernod ed ebbi una piccola crisi. Il mio caso fu spiegato a Eluard, che parve molto interessato. Ma gli altri, avvezzi a mie crisi molto pi gravi, ebbero l'aria di dire: Questo niente; aspetta e vedrai . La sera, durante la passeggiata, discussi con Gala questioni intellettuali e la meravigliai per il rigore che sapevo imporre alle mie idee. Mi confess pi tardi che sulle prime mi aveva giudicato una creatura insopportabile, perch i capelli laccati e un'eleganza eccessiva mi davano un' untuosit da professionista di tango argentino . Effettivamente il periodo madrileno mi aveva lasciato un frenetico gusto dell'ornamento. In camera mia stavo sempre nudo, ma se soltanto dovevo andare in paese impiegavo un'ora a farmi bello, incollandomi i capelli, rasandomi con cura maniacale, indossando sempre pantaloni bianchi stiratissimi, sandali fantasia e camicie in pura seta. Portavo anche una collana di perle false e intorno al polso un braccialetto di metallo. Per la sera, poi, avevo disegnato e fatto confezionare con molta cura alcune camicie di tessuto pesante, scollate e con amplissime maniche, che mi conferivano un'aria assolutamente femminile. Facendo un passo indietro, dir che riconobbi subito in Eluard un poeta della categoria di Lorca, vale a dire un poeta autentico e grandissimo. Aspettavo con impazienza di sentirgli lodare il paesaggio di Cadaqus, ma lui non lo vedeva ancora. Allora provai a sistemargli un piccolo gufo sulla testa: non risi. Lo collocai sulla testa di Lorca: non risi. La virt particolare del mio gufo sembrava scomparsa e invano lo misi su teste che abitualmente producevano le pi efficaci combinazioni. Finalmente situai il gufo sul marciapiede con la testa all'ingi, saldata al cemento dalle mie stesse feci. L'effetto

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fu talmente irresistibile che dovetti buttarmi in terra rantolando, prima di riprendere la passeggiata con gli Eluard. Alla fine li riconducemmo al loro albergo e stabilimmo di ritrovarci tutti, l'indomani mattina verso le undici, davanti a casa mia, per fare il bagno insieme sulla mia spiaggia. Agitato dall'idea che i surrealisti, e specialmente gli Eluard, sarebbero venuti, quella notte dormii appena, e mi rammaricai, irritatissimo, della mattinata perduta. Avrei dovuto, infatti, interrompere il mio lavoro un'ora prima del solito, e quindi tanto valeva non cominciarlo neppure. Incorniciata dalla mia finestra, la mattina intonava per me il canto dell'impazienza, e lo scricchiolio della ghiaia, sotto i piedi dei primi passanti, mi faceva rabbrividire. Oh, poter fermare la corsa del sole, poterlo respingere nel mare, poter evitare l'incerta battaglia che i miei presentimenti mi annunciavano ! Ma quale battaglia? Gi il mattino raggiava con la placidit consueta, pi intensa, forse, del solito, poich preannunciava eventi portentosi. Intorno al mio cuore ansioso si raggrumavano, ridestandosi, i rumori quotidiani: la porta della cucina aperta dalla domestica, il passaggio del pastore con il suo gregge. Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio, e fui investito dal conturbante, drogato, sinfonico afrore del gregge, dominato dal pi forte odore degli escrementi, che penetr le mie narici come una dominante nota genitale. Allo stesso modo potei distinguere, dieci minuti dopo, nel passaggio di molte altre barche, il caratteristico ritmo che Enrique, il pescatore, sapeva imporre al suo remo. Cronologicamente, tutto scivolava via come gli altri giorni. Eppure... Che sarebbe accaduto? Mi ero seduto davanti al cavalletto, ma mi alzavo continuamente. Provai e riprovai gli orecchini di mia sorella. Mi stavano benissimo, ma forse mi sarebbero stati di impaccio nel nuotare. Per non rinunciai alla mia collana di perle. Avevo deciso di abbagliare gli Eluard: sarebbe stato preferibile, dal momento che dovevo esser nudo, o quasi, presentarmi spettinatissimo, con i capelli gonfi e ricci. Del resto, il giorno innanzi mi avevano visto con i capelli lisci e laccati. Dunque, non appena li avessi sentiti, di lontano, giungere, sarei sceso, ricciutissimo, imperlato, la tavolozza e una raggiera di pennelli in mano. Nero di pelle com'ero, abbronzato fino a sembrare un arabo, avrei prodotto un effetto sensazionale. E tuttavia non ero ancora interamente soddisfatto. Rinunciai definitivamente all'idea di lavorare per dedicarmi solo alle mie civetterie. Presi la mia migliore camicia e ne tagliai

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irregolarmente i bordi, fino a renderla talmente corta da lasciarmi l'ombelico scoperto. Poi l'indossai, e cominciai a lacerarla accuratamente: uno strappo lasci nuda la mia spalla sinistra, un altro scopr i peli neri del petto, un'altra lacerazione, a destra, mise in mostra il mio capezzolo quasi nero. Restava un problema: il colletto. Aperto o chiuso? N l'uno, n l'altro. Lo abbottonai accuratamente e poi lo tagliai, tutto attorno, con le forbici. I pantaloni rappresentavano un enigma insolubile, ma solo apparentemente: erano, infatti, troppo sportivi per completare il miscuglio arabo-picaresco cui aspiravo. Li rivoltai: erano foderati di cotone bianco, macchiati della ruggine dalla mia cintura, proprio quel che ci voleva. Che altro potevo ricamare sul tema obbligato dei calzoncini da bagno? Un'ultima parte della mia apparizione mattinale andava curata. Mi rasai i peli delle ascelle, che per non divennero affatto azzurrine come quelle delle eleganti madrilene; allora presi un po' di turchinetto nella lavanderia, lo mescolai alla cipria e me ne cosparsi le ascelle. L'effetto fu, momentaneamente, incantevole, ma quasi subito il sudore cominci a scorrermi lungo i fianchi in rivoletti celestini. Mi lavai, mi strofinai, e la pelle, gi arrossata dal rasoio, divenne anche pi rossa. Una nuova idea mi folgor, finalmente degna di me. Non l'artificioso azzurro, non il sano rosso della strofinatura! Sangue coagulato ci voleva, per una parte del corpo cos preziosa! Gi mi ero fatto un taglietto, rasandomi, e la macchiolina di sangue fu un campione convincente. Ripresi la Gilette, ricominciai l'operazione della rasatura in modo da graffiarmi profondamente. Ben presto le ascelle furono piene di sangue, e io, prima di lasciarlo coagulare sui graffi, ne raccolsi qualche goccia che sparsi sul petto e sulle ginocchia: qui, soprattutto, erano meravigliose a vedersi! Non resistetti alla tentazione di scalfirmi anche, leggermente, un ginocchio. Un capolavoro! E non avevo ancora finito: le mie trasformazioni mi sembravano sempre pi adorabili, e stavo davvero innamorandomi di me stesso. Con straordinaria abilit mi fissai dietro l'orecchio un grande geranio rosso fuoco. E ora, un profumo! Possedevo solo acqua di colonia, che mi dava il voltastomaco. Dovevo inventare qualcos'altro. Oh, se soltanto avessi potuto profumarmi con gli escrementi caprigni poc'anzi respirati! Cercavo, cercavo, senza trovar la soluzione. Un momento! Salvador Dali balza in piedi in atteggiamento risoluto. Ha dunque trovato: altrimenti, quale sarebbe la causa di tanta agitazione?

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Mi precipitai a cercare i fiammiferi. Accesi un fornelletto a spirito che utilizzavo per le mie incisioni, misi a bollire l'acqua, vi disciolsi alcuni fogli di colla di pesce. Nel frattempo volai in una rimessa, dietro la casa, dove sapevo di trovare alcuni sacchi pieni di concime caprigno: spesso, negli umidi crepuscoli, quando l'odore si faceva pi intenso, l'avevo respirato con gioia pur riconoscendolo imperfetto. Rientrato in studio, gettai una manciata del concime nell'acqua glutinosa e bollente, e mescolai, mescolai, fino a ottenere una pasta omogenea. La colla di pesce spegneva il concime, ma io sapevo che, una volta depositati entrambi gli odori, quello caprigno sarebbe stato onnipotente. La perfezione fu raggiunta con una bottiglietta di aspic oil, utilizzato anch'esso per le mie incisioni: ne versai tutto il contenuto nel tegamino e, oh miracolo! ecco il desiato lezzo! Quasi per magia, mi sentivo circondato di capre, e non appena il composto si fu raffreddato me ne stropicciai l'intero corpo. Eccomi pronto. Pronto per chi? Il campanile di Cadaqus suonava le undici. Mi affacciai. Lei era gi sulla spiaggia. Lei chi? Non mi interrompete. Ho detto che lei era l, e dovrebbe bastarvi. Gala, la moglie di Eluard. Era lei. Galuchka rediviva! La riconobbi, vedendole la schiena nuda. Il suo corpo era rivestito di un'epidermide assolutamente infantile, ma le spalle, i muscoli surrenali mostravano la tensione, in qualche modo atletica, dell'adolescenza. Aveva peraltro un vitino sottilissimo, che accentuava il contrasto tra la volitiva, orgogliosa, superba snellezza del torso e la delicatissima floridezza dei fianchi, resi ancor pi desiderabili da tante opposizioni. Come avevo potuto trascorrere con lei tante ore, il giorno precedente, senza capire, senza sospettare? Ma non avevo realmente avuto alcun sospetto? E allora, perch mi sarei dato tanta pena? Oscuramente preparavo, per Gala, la mia eleganza nuziale, per lei laceravo la mia miglior camicia di seta, mi insanguinavo le ascelle, mi profumavo di concime! Mi guardai allo specchio, e trovai l'effetto generale miserabile: Hai l'aspetto di un vero selvaggio, dissi a me stesso e ti detesto! . Era vero. Abbandonai rapidamente i miei ornamenti, mi lavai come meglio potei per liberarmi di ogni odore, infatti emanavo un fetore soffocante. Tuttavia tenni le perle. E tenni il geranio, che per ridussi a meno della met. E corsi fuori per raggiunger Gala. Ma proprio mentre ero sul punto di salutarla fui assalito da una crisi di ilarit, crisi

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che si ripet pi e pi volte, unica risposta alle sue domande. Non potevo assolutamente parlare, e gli altri amici, avvezzi ormai alle mie stranezze, sembravano dire: Ci risiamo, e ne avremo per l'intero giorno! . E, indifferenti ormai, scagliavano sassolini nel mare. Bufiuel era seccatissimo: era venuto a Cadaqus per gettare con me le basi di un nuovo film, mentre io ero completamente intento ad alimentare la mia follia personale: non pensavo che a essa e a Gala. Non essendo in grado di parlarle, cercai di circondarla con mille piccole attenzioni. Correvo a cercarle un cuscino, un bicchier d'acqua, le indicavo, in silenzio, il punto da cui avrebbe dominato meglio il paesaggio. Mi sarebbe piaciuto sfilarle e infilarle un'infinit di volte le scarpe. Se per caso la sua mano mi sfiorava, i miei nervi si irrigidivano e sentivo piovere su di me i frutti, non ancora maturi, della mia illusione, come se un gigante scuotesse su di me l'ancor fragile albero del mio desiderio. Gala, che con intuizione unica al mondo coglieva appieno il mio stato d'animo, era tuttavia ben lontana dal sentirmi furiosamente innamorato di lei. La sua curiosit avanzava, stranamente, in una direzione del tutto pratica. Mi considerava un genio - mezzo matto, ma capace di un grandissimo coraggio morale. E voleva qualcosa da me, qualcosa che completasse finalmente il proprio mito, qualcosa che io, io solo potevo darle. Il mio quadro II gioco lugubre (il titolo fu trovato da Paul Eluard e io lo approvai interamente) costituiva per i miei amici una preoccupazione di giorno in giorno pi viva. Quelle mutande insozzate di escrementi erano descritte con una compiacenza cos realistica e minuta da torturare il piccolo gruppo surrealista: Dali forse coprofago?. La possibilit che io avessi gi ceduto a un'aberrazione tanto repulsiva creava tra me e gli amici un imbarazzo sempre maggiore. Fu Gala che decise di troncare ogni dubbio, e un bel giorno mi chiese di darle un appuntamento, nel luogo e nell'ora che io ritenessi migliori per la nostra solitudine e per la mia calma. Le risposi che, pur non potendo assolutamente controllare le mie crisi, le garantivo di ascoltarla molto seriamente e di risponderle con pari seriet. Ci lasciammo, sulla soglia dell'albergo Miramar, stabilendo che la sera dopo sarei andato a prenderla per condurla agli scogli, dove avremmo parlato liberamente. Mentre le spiegavo l'impossibilit di dominare il mio isterismo, Gala assunse un'espressione intenta, che provoc in me un irresi-

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stibile bisogno di ridere, ma, con uno sforzo sovrumano, mi dominai, le baciai le dita, e corsi via. Subito mi abbandonai a un riso convulso che dur finch giunsi a casa: dovetti pi volte sedermi sopra una panchina o su dei gradini, per riprender fiato, e Camille Goemans, che con sua moglie mi aveva osservato di lontano, mi corse incontro per dirmi: Devi riguardarti! Sei troppo nervoso, negli ultimi tempi. Dev'essere il lavoro eccessivo . Il giorno seguente condussi Gala in un luogo roccioso e tutto imbevuto di malinconia planetaria. Aspettai che lei parlasse, e poich non lo faceva condussi io stesso la conversazione, per evitarle la pena di rammentarmi che il tema del nostro discorso doveva esser serio. Lei mi manifest la sua gratitudine, pur dimostrandomi, con la fermezza del tono con cui l'espresse, di non aver alcun bisogno di aiuto. E ora cercher di trascrivere la mia prima conversazione con Gala. Vorrei chiederle del suo quadro, Il gioco lugubre disse. E tacque. Io rispettai il suo silenzio, e ne approfittai per riflettere: avrei potuto rispondere senz'altro alla sua domanda sottintesa, ma non lo feci per discrezione. un'opera estremamente importante. Proprio per questo Paul, tutti gli amici e io vorremmo sapere quale significato hanno per lei certi elementi del suo quadro. Se si riferiscono direttamente alla sua vita privata, allora non possiamo aver nulla in comune: infatti noi li consideriamo ripugnanti e inconciliabili con il nostro modo di vivere. Se poi lei intende

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sfruttare i suoi quadri come mezzi di proselitismo e di propaganda, posti al servizio di quella che lei forse giudica una idea ispirata, allora lei corre il rischio di compromettere la forza del suo lavoro, per ridurlo a un mero documento psicopatico. Fui improvvisamente tentato di risponderle con una bugia. Mi sospettavano di coprofagia: confermando i loro sospetti mi sarei reso anche pi interessante e fenomenale ai loro occhi. Ma l'espressione di Gala era cos limpida, il suo volto, esaltato dalla purezza di un'onest intera e ansiosa, risultava cos commovente che dovetti dirle la verit: Le giuro che non sono coprofago. Detesto, in tutta coscienza, questo tipo di aberrazione, tanto quanto pu detestarlo lei. Per me la scatologia una forza macabra, una fonte di orrore, come il sangue, come le cavallette. Ero convinto che la mia risposta avrebbe rasserenato totalmente Gala. Invece l'accett come qualcosa di rassicurante, che si assimila subito, senza per questo sentirsi completamente tranquilli. C'era un'altra domanda, ancora taciuta, oltre a quella gi formulata. La vera ragione del nostro colloquio tormentava ancora il suo piccolo volto inquieto. Una sottile, comunicativa angoscia increspava la delicata superficie della sua pelle olivigna, e ne sentivo il mormorio, simile a una brezza crepuscolare. Avrei voluto, a mia volta, chiedere: E tu? Che pensi tu? Parla! Liberiamoci per sempre! . Invece tacqui, sopraffatto dalla realt della sua carne. Che bisogno c'era, tra noi, di confessioni? Forse che la fragile bellezza di quel volto non garantiva l'eleganza del suo corpo? La guardai allontanarsi, con l'incedere solenne di una Vittoria, guardai la sua figura orgogliosa e mi dissi, con una punta del mio antico umorismo: Dal punto di vista estetico le Vittorie hanno sempre il volto aggrondato. Dunque, non desiderare alcun mutamento! . La raggiunsi, ero sul punto di toccarla, di circondarle con un braccio l'esile cintura, quando, con un piccolo gemito soffocato che le saliva direttamente dall'anima, Gala mi strinse una mano nella sua. Era il momento di ridere, e io risi, con un nervosismo acuito dal rimorso che, lo sapevo, sarebbe poi rimasto in me. Gala, invece di sentirsi ferita, ne fu alleviata: con uno sforzo certamente atroce strinse le mie dita invece di respingerle, come qualunque altra donna avrebbe fatto. Le strinse pi forte! Con l'intuizione di medium comprese la ragione della mia ilarit, inesplicabile a tutti. Seppe, finalmente, che il mio riso differiva da ogni riso gaio: non era

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scetticismo, ma fanatismo. Non era frivolezza, ma cataclisma, abisso, terrore. E quella mia crisi, quell'omaggio che le offrivo, era la pi catastrofica di tutte, era quella che mi squassava ai suoi piedi. Piccolo bambino mio! mormor. Non ci lasceremo mai. Era destinata a essere la mia Gradiva,1 colei che avanza, la mia Vittoria, la mia donna! Ma prima doveva curarmi, e infatti mi cur. Fu una cura concepita, studiata, portata a termine dall'eterogeneo, indomabile, fatale amore di una donna. E la sua chiaroveggenza biologica fu cos raffinata e miracolosa da superare, per profondit di invenzione e per rilevanza di risultati, i pi famosi metodi psicoanalitici. In effetti l'inizio della mia relazione sentimentale con Gala fu accompagnato dal carattere permanente delle mie anomalie, da sintomi psicopatologici sempre pi pronunciati e chiari. I miei accessi di riso, che all'inizio erano stati piuttosto euforici, divenivano di giorno in giorno pi spasmodici e penosi, e sebbene mi procurassero ancora una certa soddisfazione erano per me fonte di una profonda preoccupazione. Il mio ritorno all'infanzia si accentu, poich io riconoscevo in Gala la protagonista delle mie false memorie infantili, la bimba che fin qui ho chiamato Galuchka, diminutivo appunto di Gala. Con crescente intensit soffrivo di vertigini, e desideravo gettare me stesso, o il mio prossimo, dall'alto delle rocce. Durante le nostre escursioni a capo Creus insistevo, spietatamente, perch Gala si inerpicasse sui massi pi pericolosi, e lo facevo certo con intenti criminosi, soprattutto il giorno in cui scalammo l'Aquila, un gigantesco blocco di granito rosa, che si allarga in ali pietrose. Lass inventai un gioco: si trattava di scagliare dall'alto grandi frammenti di granito, in modo che, rimbalzando di dirupo in dirupo, finissero nel mare. Insistetti perch Gala giocasse con me, e solo il timore di buttar gi lei invece di un macigno mi costrinse a evitare quelle altezze che mi davano un'eccitazione gaia e tremante, funesta per la mia energia. Cominciavo a provare per Gala lo stesso rancore che da bambino mi aveva spinto contro Dullita. Era giunta per di-

Gradiva un romanzo di J.W Jensen interpretato da Freud {Der Wahn und die Trume in W. Jensens Gradiva ). Gradiva la protagonista del racconto e cura, psicologicamente, il protagonista uomo. Quando cominciai a leggere la storia, e ancora non conoscevo l'interpretazione datane da Freud, esclamai: Gala, mia moglie, una Gradiva per eccellenza.

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struggere e annullare la mia solitudine, e cominciai a formulare rimproveri assolutamente ingiusti: mi impediva di lavorare, si introduceva furtivamente nel mio cervello, mi spersonalizzava. Inoltre ero convinto che mi avrebbe fatto del male; spesso, quasi morso alla nuca dall'aspide della paura, la supplicavo: Soprattutto, non farmi male! Anch'io non voglio fare male a te. Non dovremo mai farci vicendevolmente soffrire! . E le proponevo di venire con me, verso il tramonto, su qualche geologica collina, che ci consentisse un panorama migliore. E su quella collina voglio invitare anche voi, miei lettori, perch possiate riposarvi con me, dopo le faticose ascese cui vi ho costretto. Gi avete letto pi della met del mio libro, e tra poco dovrete riprendere a salire, sempre pi in alto, verso pi elegiaci luoghi, con il filosofico passo suggerito dalle recenti esperienze fatte sulla via percorsa insieme. Lettori, che fin qui mi siete stati compagni, sediamoci, contempliamo la perfezione panoramica di Cadaqus che ci sta dinanzi, e mentre i vostri corpi riposano, lasciate che io ancora una volta agiti i vostri animi con la favola narratami, un tempo, dalla mia balia, Llucia. E mentre riconoscerete nella protagonista femminile la personalit di Gala, riconoscerete me nel protagonista maschile della fiaba che io ho suggestivamente intitolato:

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IL MANICHINO COL NASO DI ZUCCHERO

C'era una volta un re, che ogni giorno sceglieva una bellissima sposa per la notte. La fanciulla eletta giungeva verso il crepuscolo al palazzo, splendidamente ornata, e si sdraiava sul giaciglio del re. Lui le sedeva accanto, e fino all'alba la contemplava, senza mai toccarla. All'alba afferrara la sua spada, e le tagliava la testa. Giunse una sera al palazzo la nuova sposa. Era una fanciulla straordinariamente bella e intelligente, e infatti era arrivata pi tardi delle altre e, diversamente da loro, drappeggiata in un ampio mantello bianco. Stretto contro il petto teneva un manichino di cera, che pos sul letto del re, ornandolo di splendidi gioielli. Poi si nascose sotto il letto e attese l'arrivo del re, che come al solito giunse, si spogli e fino all'alba contempl quella che credeva una fanciulla dormiente. All'alba impugn la spada e tagli la testa del manichino: ma il suo naso, che era di zucchero, si stacc per il gran fendente e salt in bocca al re che, succhiandolo, cant: Dulcetta en vida. Dulcetta en mor Si t'agues coneguda, No t'auria mort! Subito la fanciulla usc dal suo nascondiglio e svel la verit al suo re che, abbracciandola, pianse perch era guarito dal suo male. La spos, e furono per sempre felici. Interpretando questa storia con i metodi della psicoanalisi, si pu facilmente comprendere che la cera rappresenta qui la morte: ne ha il livido colore e l'attraente morbidezza. Io ho scritto nel 1929 un profondo Studio della candela, in cui si vede come essa si presti a una serie di situazioni simboliche, in cui le rappresentazioni (inconsce e non terrificanti) di metafore digestive e intestinali conducono all'apoteosi dello spreco umano: la defecazione. Si comprende inoltre che i sentimenti del re sono quelli di un necrofilo (l'atteggiamento delle fanciulle dormienti e ornate evoca in lui dei cadaveri) e di un cannibale (desidera mangiare le sue vittime, e il naso di zucchero lo guarisce dal suo vizio). Per me, che fin dall'infanzia sono stato un re (non soltanto ne avevo indossato le vesti, ma mi ero sviluppato nel senso dell'assoluta autocrazia), il grande problema della pazzia

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e della lucidit si situava esattamente nel distacco tra la vera Galuchka e quella delle mie false memorie, mille volte uccisa nelle mie inconsce aspirazioni alla solitudine. Tutto questo rappresentato, con il simbolismo materializzato di un oggetto surrealista, 1 nella favola che ho appena narrato. Il manichino di cera finisce, il naso di zucchero comincia, cos come nel romanzo Gradiva finisce e Zoe Bertrand comincia.2 Gala intanto faceva ripetute allusioni a qualcosa che sarebbe accaduto inevitabilmente tra noi, qualcosa di molto importante, di decisivo nei nostri rapporti. Ma poteva fidarsi di me, che di giorno in giorno mi abbandonavo alle manifestazioni pi evidenti di follia? Inoltre, il mio stato psichico sembrava contagioso, sino a compromettere l'antico equilibrio di Gala. Camminavamo lungamente tra gli alberi di olivo, attraverso le vigne, senza parlarci, in un penoso, intenso stato di reEffettivamente la protagonista, inventando il manichino di cera con il naso di zucchero, crea un sorprendente oggetto surrealista in funzione simbolica sul tipo di quelli che io avrei reinventato nel 1930, a Parigi. Quest'oggetto antropomorfo era destinato a venir reso attivo da un colpo di spada, dall'esplosione che avrebbe condotto il naso nella bocca del necrofilo assassino, e avrebbe cos liberato i fantasmi, e ammesso la vita fra i nostalgici sentimenti dell'inconscio copro-necrofilo. Zoe Bertrand la protagonista vera, il doppio della mitologica Gradiva, nel romanzo di Jensen (vedi nota a p. 181).

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ciproca costrizione, e pareva volessimo stroncare, con la violenza fisica delle passeggiate, il groviglio dei nostri sentimenti repressi. Ma non si pu dominare con la stanchezza anche lo spirito! Non sfinimento, non logorio, non esausta pace per lo spirito o per il corpo finch gli istinti rimangono crudelmente insoddisfatti! Sarebbe stato curioso vederci durante le nostre passeggiate, noi, i due pazzi! Talvolta mi buttavo in terra e baciavo disperatamente le scarpe di Gala. Quali furori segreti potevano conferire al mio rimorso la forma di una cos scatenata umiliazione? Una sera Gala vomit a due riprese, e fu colta da penose convulsioni. Erano fenomeni nevrogenici, e mi spieg che si riallacciavano a una lunga malattia psichica sofferta durante l'adolescenza. Gala del resto vomit soltanto poche stille di bile, chiare come il suo spirito, di un dolce color miele. Io cominciavo allora a dipingere ^adattamento dei desideri. I desideri avevano terrificanti teste di leone. Presto saprai cosa voglio da te ripeteva Gala. E io immaginavo che le sue volont non dovessero differire dalle mie teste di leone, e mi preparavo, con atroci fantasie, ad accettare qualsiasi rivelazione con fermezza. Ma non insistevo mai perch Gala mi rivelasse i suoi pensieri. Aspettavo, come si aspetta un'irrevocabile sentenza. Mai, fino ad allora, avevo veramente fatto all'amore: mi sembrava un impegno tremendo, del tutto superiore alle mie forze fisiche, non adatto a me. Approfittavo di tutte le possibili occasioni per ripetere a Gala, con un tono ossessionante che doveva irritarla: Soprattutto, ricordati, abbiamo giurato di non farci mai male vicendevolmente! . Cos si prolungava il nostro idillio. Si era gi in settembre, gli amici erano tornati a Parigi, e con loro Eluard. Gala soltanto rimaneva a Cadaqus e, a ogni nuovo incontro, sembrava ci promettessimo scambievolmente: Dobbiamo farla finita! . Gi le colline si rimandavano l'eco dei fucili che i cacciatori scaricavano lontano. Ai morbidi, sereni, esasperati cieli dell'agosto succedevano i lunghi crepuscoli autunnali, densi di nuvole mature, e la nostra passione era simile alla stillante, succosa vendemmia. Seduta sopra una roccia, Gala mangiava uva nera, e ogni chicco sembrava renderla pi bella. E, lungo il corso di pomeriggi aureolati di silenzio, io sentivo Gala farsi pi dolce, come pi dolci si facevano le viti cariche di grappoli. Anche il corpo di Gala aveva assunto la carnosa consistenza del moscato d'oro. Domani? pensavamo insieme. E io le portavo

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sempre due grappoli diversi, per offrirle la possibilit della scelta: bianco o nero? Era vestita di bianco, nel giorno decisivo. Un vestito leggerissimo, e cos lieve, nel vento, da farmi sentir freddo . E via via che salivamo sui roccioni, il vento era pi forte e tagliente, e mi servi di pretesto per evitare le alture, per scendere al mare, e rannicchiarci in un incavo della roccia dove ci sentivamo interamente protetti. Era, quello, uno dei luoghi pi deserti, pi selvaggi, pi minerali di Cadaqus; il settembre versava su di noi l'argento moribondo e la luna nuova, simile a uno spicchio d'aglio, ravvivava il primitivo gusto delle lacrime, nella gola chiusa di Gala e nella mia. Ma non volevamo piangere, volevamo farla finita, e il volto di Gala era stranamente risoluto: Che cosa devo farti? le chiesi, stringendola fra le mie braccia. L'emozione le imped di parlare. Dopo vani sforzi, scosse il capo, mentre le lacrime le inondavano le guance. E finalmente, poich insistevo, mormor con una lamentosa voce di bimba: Se non potrai ubbidirmi, mi prometti almeno di non parlarne a nessuno? . La baciai sulla bocca, la baciai nella bocca. Era la prima volta che lo facevo, e fino ad allora non avevo neppure sospettato che si potesse baciare cos. E d'improvviso tutti i miei Parsifal, tutte le mie ansie erotiche, dominate e tiranniz-

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zate, risorsero, destate dalla violenza della carne. E quel primo bacio, umido di saliva e di lacrime, punteggiato dallo scontro sonoro dei denti, delle lingue furiosamente attive, sfiorava appena la frangia di quella fame libidinosa che ci spingeva a mordere, a divorare. E gi divoravo quella bocca, il cui sangue si mescolava al mio. Gi mi spersonalizzavo, mi annullavo, in quel bacio senza limiti, che spalancava dinanzi al mio spirito il turbinoso abisso dove volevo urlare tutti i miei delitti, dove volevo affondare per sempre. Afferrai il capo di Gala, le tirai i capelli, le ordinai tremando di assoluto isterismo: Ora dimmi che cosa debbo farti. Dimmelo lentamente, guardandomi negli occhi, scegliendo le parole pi crude, pi ferocemente erotiche, pi degne di farci provare vergogne atroci! . Senza respiro, pronto a bere la rivelazione in ogni minimo particolare, spalancai gli occhi per comprender meglio, per meglio sentirmi morire di desiderio. Allora, assumendo la pi splendida espressione di cui un essere umano pu esser capace, Gala si accinse a parlare, e io seppi che nulla mi sarebbe stato risparmiato. La mia passione stava per divenire follia, e sapendo che disponevo ormai di un tempo limitatissimo le ripetei, deliberatamente, tirannicamente: Che devo farti? . Gala, trasformando la sua ultima luce di piacere nella dura lucentezza della tirannia, rispose: Voglio che tu mi uccida. Non c'era possibilit di fraintendere le sue parole. Significavano esattamente quel che Gala voleva. Lo farai?. Ero cos profondamente deluso e furioso, nel sentirmi offrire il mio stesso segreto , mentre ero pronto ad accogliere ardentissime possibilit erotiche, che tardai a rispondere, perduto in un groviglio di perplessit. Lo farai? ripet Gala, e gi il tono della sua voce tradiva il disprezzo del dubbio. Mi ripresi, sferzato dall'orgoglio. Non volevo distruggere la fede che Gala aveva riposto nelle mie potenzialit di coraggio morale e di follia. Di nuovo la strinsi fra le braccia, e con la massima solennit possibile promisi: S, e di nuovo la baciai, duramente, sulla bocca, giurando intanto a me stesso: No! Non l'uccider!. E il mio secondo bacio, che era un bacio di Giuda per l'ipocrisia della mia tenerezza, serv, contemporaneamente, a salvare la vita di lei e a risuscitare l'anima mia. Gala cominci a spiegarmi minuziosamente le ragioni della sua richiesta; e improvvisamente compresi che anch'ella

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aveva un suo mondo interiore, composto di desideri e di frustrazioni, e oscillante, secondo un suo proprio ritmo, fra la lucidit e la follia. Cominciavo a prendere in considerazione il suo caso, e cercavo di convincermi che, eventualmente, avrei potuto anche ucciderla. Nessuna difficolt di ordine materiale o morale mi avrebbe impedito di mettere in scena, con il suo consenso, una morte che avesse tutte le apparenze del suicidio. Sarebbe bastato che Gala mi scrivesse una lettera tale da render credibile quell'ipotesi.

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Lei mi stava descrivendo il suo invincibile ribrezzo per l'ora della nostra morte. Ne era stata torturata fin dall'infanzia, e voleva morire senza saperlo, senza affrontare il gelo degli ultimi istanti, e pulitamente. Subito proposi di buttarla gi dal campanile della cattedrale di Toledo. Era un luogo dove io avevo ritrovato i miei antichi istinti, quando vi ero salito con una bellissima ragazza di Madrid. Ma l'idea non piacque a Gala, perch cadendo avrebbe avuto il tempo di assaporare ogni possibile terrore. Del resto anch'io abbandonai subito il progetto: come avrei potuto giustificare la mia presenza sul campanile proprio mentre Gala precipitava? Il sistema del veleno, infinitamente pi semplice, non m'interessava, e tornavo di continuo ai miei viziosi precipizi. Seguendo questo filo suggerii l'Africa, che all'inizio mi parve un teatro indicatissimo, e pieno di atmosfera. Ma poi lo rifiutai: in definitiva non amo l'Africa, il suo clima torrido. Poich i diversi progetti mi si sfacevano tra le mani, concentrai la mia attenzione su Gala, che parlava con una tale eloquenza di voce e di gesti che non sapevo decidermi se fosse preferibile guardarla o ascoltarla. Gala voleva morire in un istante sereno e felice, non per un capriccio infantile o romantico, come potrebbe supporre un ascoltatore meno pronto di quanto fossi io allora a riconoscere l'intonazione giusta della sua preghiera. Solo la sua vita segreta poteva rivelarmi le vere ragioni del suo proposito, e bench io ora le conosca, bench Gala mi abbia autorizzato a rivelarle, io non lo far. Questo libro dedicato alla vivisezione di un altro, ossia di Salvador Dali! E io l'ho intrapresa per narcisismo, semplicemente, non per sadismo. Avevo sentito Gala vivisezionarsi in mia presenza. Eppure era ancora l, sempre pi precisa nei suoi contorni, rifiorente di nuovi, molteplici muscoli, che sembravano incarnare la ariosa, fiera, anatomica importanza del suo spirito. Certo, mormoravo a me stesso Gala ha ragione, e le obbedir.... Il settembre maturava quelle che erano state le tenere lune, le tenere vigne di maggio. E con loro maturava il mio maggio, e l'et matura preparava le vendemmie della passione... Nella giovane roccia del mio cuore l'amara adolescenza ombreggiata dalla torre di Cadaqus aveva inciso l'ordine: Approfitta di lei, e uccidila! . Pensai: Mi insegner l'amore, e poi io torner indietro solo, come ho sempre desiderato! E lei che lo vuole, lei che lo vuole, lei che me l'ha chiesto! . Ma qualcosa vacillava nella mia determinazione, e la sentenza di morte anzich risuonare contro la mia machiavellica

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corazza con il sonoro prestigio del bronzo, tintinnava appena, fiocamente, con la sgradevole frivolezza dello stagno. Che ti succede, Dali? Non capisci che dopo aver tanto desiderato il delitto, non lo desideri pi perch qualcuno te lo offre? S, Gala, la sposa sapiente, la Gradiva della mia vita, ha con un colpo di spada tagliato il naso al manichino di cera, quel manichino che fin dall'infanzia stendevo sul letto della mia solitudine, quel manichino cesellato a imitazione della chimerica Galuchka, falsamente ricordata! E il suo naso morto esploso, saltandomi in bocca nel delirio zuccherino del mio primo bacio. Questa fu la cura di Gala che mi guar dalla follia e mi distolse dal crimine. Ti ringrazio! Ti amer per sempre! Ti voglio sposare!1 Uno dopo l'altro, miracolosamente, i sintomi della mia follia scomparvero. Ridivenni padrone del mio riso, del mio sorriso, dei miei gesti, e una salute nuova, fresca come una rosa, germogli nel centro del mio spirito. Eppure, quando rincasai dalla stazione di Figueras, dopo aver salutato Gala che tornava a Parigi, mi fregai le mani soddisfatto, dicendomi: Finalmente solo! . E difatti, mentre le vertiginose inclinazioni agli impulsi omicidi erano scomparse da tempo, mi restava, dall'infanzia, un bisogno di solitudine assai pi lento a guarire. Tu sei carne, Gala! dicevo spesso, contrapponendo la tangibile esperienza della sua realt alle idealizzate immagini dei miei chimerici pseudoamori.
Io chiamo mia moglie: Gala, Galuchka, Gradiva (perch stata la mia Gradiva); Oliva (per la forma del suo volto e il colore della sua pelle); Olivette, il diminutivo catalano di Oliva, e i suoi derivati deliranti, Olihuette, Orihuette, Buribette, Burihueteta, Sulihueta, Solibubulete, Oliburibuleta, Cihueta, Lihuetta. La chiamo anche Lionete (perch appena si arrabbia ruggisce come il leone della Metro Goldwyn Mayer); Scoiattolo, Tapiro, Piccolo negus (perch rassomiglia a un vivace animaletto delle foreste); Ape (perch scopre tutte le essenze che, gettate nel crogiolo del mio cervello, diventeranno il magico miele dei miei pensieri). Fu lei a porgermi il prezioso libro magico che avrebbe alimentato la mia magia. Fu lei a donarmi il documento storico, che irrefutabilmente conferm la mia tesi, in pieno processo di elaborazione, la paranoica immagine desiderata dal mio subcosciente, la fotografia degli ignoti quadri che avrebbero rivelato nuovi estetici enigmi, i consigli che salvarono dal romanticismo una mia immagine troppo soggettiva. Inoltre, io chiamo Gala Noisette poilue (perch una finissima peluria le rende il volto vellutato); e ancora Campanella di pelliccia (perch, mentre dipingo legge per me ad alta voce, e la sua voce ha il soffice mormorio di una campanella di pelliccia, che mi permette di apprendere quanto, senza di lei, sarei destinato a ignorare).

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Ma affondavo il volto in un suo costume da bagno, di lana lavorata ai ferri, per ritrovarvi il suo odore. Volevo sentirla viva e vera, ma volevo anche, di tanto in tanto, esser solo. La mia nuova solitudine era pi autentica dell'antica. Per un mese restai chiuso nel mio studio di Figueras, terminai il ritratto di Paul Eluard cominciato nel corso dell'estate, e due grandi quadri, uno dei quali sarebbe poi divenuto famoso. Rappresentava una grande testa, livida, cerea, ma con guance vividamente rosa, lunghissime ciglia e un naso impressionante, premuto contro la terra. Questo volto aveva, al posto della bocca, una cavalletta gigantesca. Il ventre della cavalletta era putrefatto e pieno di formiche. Altre formiche sottolineavano i contorni di quella che avrebbe dovuto essere la bocca, e la testa si concludeva in un'architettura ornamentale stile 1900. Lo intitolai II grande masturbatore. Una volta finiti questi quadri, li feci incorniciare e imballare con cura maniacale da un falegname di Figueras che devo annoverare fra le mie cento vittime anonime. Spedii tutto a Parigi. L'esposizione si sarebbe aperta il venti novembre per concludersi il cinque dicembre, nella galleria Goemans. Andai a Parigi. Per prima cosa entrai nel negozio di un fioraio, a comprare fiori per Gala. Chiesi naturalmente cosa avessero di meglio, e mi offrirono rose rosse, di cui io non capii bene il prezzo. Ne ordinai una tale quantit che avrei dovuto pagare, con mio enorme stupore, tremila franchi, mentre in tasca ne avevo solo duecentocinquanta. Mandai cos a Gala duecentocinquanta franchi di rose rosse. Trascorsi l'intera mattinata vagando per le strade, e all'una mi limitai a bere due Pernod. Nel pomeriggio passai alla galleria Goemans, e vi trovai Paul Eluard. Seppi da lui che Gala era irritatissima con me perch non ero ancora andato a trovarla. Ne fui molto stupito: mi ero vagamente ripromesso di trascorrere ancora diversi giorni in un'attesa assolutamente deliziosa. Verso la fine del pomeriggio mi presentai dunque da Gala, e accettai di restare a cena. La collera di Gala si manifest fugacemente, e serv unicamente a stimolare la fame generale. Sedemmo intorno a un tavolo carico di tutte le bottiglie possibili e immaginabili, di tutti i liquori russi. L'alcool bevuto un tempo a Madrid si ridest nel mio palato, come il cadavere di Lazzaro. Cammina! gli ordinai. E l'alcool cammin, e la sua risurrezione mi rese eloquentissimo. Fu una sorpresa per tutti scoprire che non ero soltanto capace di dipingere,

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ma anche di parlare: tutti mi giudicavano un genio un po' scemo e solo Gala, con il suo devoto e violento fanatismo, aveva cercato di convincere i nostri amici surrealisti che io sapevo dipingere, parlare e perfino scrivere , producendo documenti la cui importanza filosofica avrebbe sconcertato il nostro gruppo. Effettivamente Gala aveva riunito una gran quantit di scarabocchi disorganizzati e inintelligibili che avevo tracciato nel corso dell'estate. Con la sua inflessibile scrupolosit, aveva conferito ai miei geroglifici una forma, sino a renderli comprensibili. Era un capitale di annotazioni interessanti che, dietro suggerimento di Gala, ripresi e utilizzai per una opera teoretica e poetica poi pubblicata con il titolo di La donna visibile. Fu il mio primo libro. La donna visibile era Gala. Le idee che vi esposi erano quelle che poi avrei sempre difeso, in una lunga battaglia contro la costante, sospettosa ostilit dello stesso gruppo surrealista. Gala inoltre doveva innanzi tutto vincere la propria battaglia, perch le idee espresse nelle mie note potevano esser prese sul serio solo parzialmente, anche dagli amici che pi mi ammiravano. Come vedremo nella terza parte di questo volume, era inevitabile (e tutti lo avevano vagamente presentito) che avrei finito con l'annullare la loro opera rivoluzionaria, ricorrendo a mezzi infinitamente pi formidabili e acuti di quelli usati in precedenza. Gi nel 1929 io ero in piena reazione contro la dilettantesca ansiet del dopoguerra: il gruppo surrealista mi era sembrato il solo in grado di offrire uno sfogo alla mia attivit, anche perch giudicavo Andr Breton insostituibile nella sua parte di capo ufficiale. Io, destinato al potere effettivo, dovevo conservare un'influenza occulta, opportunistica. Misuravo con precisione ogni cosa, le mie capacit, le mie manchevolezze, le colpe dei miei amici, proprio perch erano miei amici. Se decidi di lanciarti in guerra per stabilire la supremazia del tuo spirito, decretai devi cominciare col distruggere inesorabilmente quanti ti sono pi prossimi, pi affini. Ogni alleanza ti spersonalizzer. Tutto quello che conduce al collettivismo ti condurr alla morte. Servitene, come esperimento, e poi scatta, e rimani solo! . Ero di continuo vicino a Gala e l'amore mi rendeva generoso e in un certo qual modo sprezzante. Improvvisamente, la battaglia ideologica che gi si preparava nel mio cervello con un incessante movimento di truppe, con uno schiera-

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mento difensivo, mi parve prematura. Io, il pi ambizioso fra tutti i pittori contemporanei, decisi di partire con Gala per un viaggio d'amore due giorni prima che la mia esposizione si inaugurasse a Parigi, la capitale artistica del mondo! Cos non vidi i miei quadri appesi al muro, non vidi la mia prima esposizione, e confesso che, durante il viaggio, Gala e io fummo talmente avidi dei nostri corpi da dimenticare interamente l'esposizione (quell'esposizione ormai nostra).

Il nostro idillio ebbe come teatro Barcellona prima, Sitges poi, un piccolo villaggio poco distante dalla capitale catalana, che ci offr la desolazione delle sue spiagge, appena attenuata dal brillante, mediterraneo, sole invernale. Da un mese non scrivevo pi ai miei familiari, e ogni mattina ne provavo un vago senso di colpa. E dissi a Gala: Cos non si pu andare avanti! Tu sai che io devo viver solo! . Gala mi lasci a Figueras e prosegu da sola per Parigi. Nella sala da pranzo di casa mia la tempesta scoppi, non appena mio padre si permise un piccolo appunto critico. Era desolato che io trattassi con tanta leggerezza la famiglia. Si parl anche di denari: io avevo, s, firmato un contratto di due anni con la galleria Goemans, ma non riuscivo a ricordare su quali basi, e improvvisamente non ricordai neppure se la scadenza fosse a due anni, oppure a tre, oppure a uno solo! Mio padre mi esort a consultare il documento, e fui costretto a rispondergli che non sapevo dove l'avessi messo, e che comunque l'avrei cercato quando mi fossi installato a Cadaqus. Spiegai poi di aver speso tutto il denaro versatomi come anticipo da Goemans. I miei familiari ne furono sconvolti. Cominciai allora a frugarmi in tutte le tasche, pescando ogni tanto una banconota, ma erano cos gualcite che di certo nessuno le avrebbe accettate. Dovevo avere anche moltissimi spiccioli, ma all'improvviso ricordai di averli buttati nel giardinetto prospiciente la stazione, poich mi infastidivano con il loro peso. Quando le mie tasche furono interamente esplorate, risult che possedevo ancora tremila franchi.

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Il giorno seguente arriv a Figueras Luis Bunuel. Il visconte di Noailles desiderava che facessimo un film a sue spese, ma interamente a nostro gusto e arbitrio. Seppi inoltre che il visconte aveva anche acquistato il mio Gioco lugubre, e che quasi tutti gli altri quadri della mia mostra erano stati venduti, a prezzi variabili dai seimila ai dodicimila franchi. Partii per Cadaqus esaltato dal mio successo, e iniziai a scrivere il soggetto dell'-Age d'or. Volevo dare consistenza ai pi violenti amori, impregnandoli di miti cattolici. Ero gi allora abbagliato e ossessionato dalla grandezza, dalla sontuosit del cattolicesimo. Per questo film spiegai a Bunuel voglio una quantit di arcivescovi, di ossa e di ostensori. Soprattutto voglio grandi arcivescovi, con le loro tiare luccicanti, e faranno il bagno fra i cataclismi rocciosi di capo Creus ! . Bunuel, con la sua ingenuit, la sua ostinazione di vero aragonese, era sempre pronto a trasformare le mie ispirazioni in un piatto, volgare anticlericalismo. Dovevo sempre frenarlo, dicendo: No, no! Niente commedia! Mi piacciono gli arcivescovi! Mettici pure alcune scene blasfeme, se proprio ci tieni, ma che siano impregnate del fanatismo in grado di esprimere la grandiosit di un vero, di un autentico sacrilegio! .

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Buruel part, carico delle note prese insieme. Avrebbe iniziato lui la produzione, affinch io potessi ritardare il mio viaggio a Parigi. Rimasi solo, nella casa di Cadaqus. Facevo colazione, nel sole invernale, con tre dozzine di ostriche, buon vino, cinque o sei cotolette fritte su un fuoco di viti. La sera, una zuppa di pesce e poi merluzzo con pomodoro, o un gran pesce fritto con contorno di finocchi. Pochi giorni dopo ricevetti una lettera di mio padre, che mi scacciava dal seno della famiglia. Non voglio rivelare qui il segreto che provoc una tale decisione; il segreto di mio padre, il mio segreto, e ci tenne divisi per sei dolorosi anni. La mia prima reazione alla lettera fu di tagliarmi i capelli. E non mi limitai a tagliarli, ma addirittura mi rasai la testa. Seppellii, in un buco appositamente scavato, la massa nera dei miei capelli e i gusci vuoti delle ostriche mangiate a colazione. Poi mi arrampicai sopra una collinetta, da cui si domina l'intero paesaggio di Cadaqus, e l, seduto sotto gli alberi di olivo, trascorsi due lunghe ore, contemplando il panorama della mia infanzia, della mia adolescenza, del mio presente. La sera stessa prenotai un taxi che l'indomani mattina mi avrebbe portato alla frontiera. L avrei preso il treno per Parigi. Prima di partire feci colazione: pane tostato, ostriche, un poco di vino rosso, molto amaro. Mentre aspettavo il taxi scorsi, di profilo, la mia ombra sulla parete imbiancata a calce. Mi misi in testa un guscio di ostrica, ed eccomi sull'attenti davanti a me stesso: Guglielmo Teli! La via che da Cadaqus conduce al passo alpino di Peni tortuosa, e a ogni tornante si vede, sempre pi velato, il villaggio di Cadaqus. Il viaggiatore che lascia la Spagna si volge, all'ultimo tornante, per salutare il paese, ormai minuscolo, e lanciargli, con un ultimo amichevole sguardo di congedo, la promessa di un prossimo ritorno. Io non avevo mai trascurato questo estremo saluto alla mia Cadaqus. Ma quella volta continuai a guardare diritto dinanzi a me.

CAPITOLO PRIMO
;Znf>\ DEBUTTO IN SOCIET

lo dovevo tornare immediatamente in campagna. E poi volevo portarmi via definitivamente Gala. L'idea che una donna potesse vivere nella mia stanza di lavoro, una vera donna, capace di muoversi, con sensi, corpo, capelli, peli, gengive, mi parve improvvisamente irresistibile. D'altra parte Gala era decisissima a partire con me, e dovevamo solo decidere quale sarebbe stato il luogo della nostra reclusione. Ma prima lanciai, timidamente e quasi casualmente, un certo numero di spavalde definizioni nel cuore dei surrealisti: volevo soltanto sperimentare il loro effetto demoralizzante durante la mia assenza. Lanciai, ad esempio: Raymond Roussel contrapposto a Rimbaud; lo stile moderno contrapposto allo stile africano; la delusione della natura morta contrapposta all'arte classica; l'imitazione contrapposta all'interpretazione. Tutto questo, lo sapevo, sarebbe bastato ad agitarli per parecchi anni, e io volutamente diedi pochissime spiegazioni. Non ero ancora divenuto un conversatore e articolavo solo le parole strettamente necessarie a infastidire il mio prossimo. Mi restava ancora, della mia patologica timidezza, qualche particolarit che innervosiva i miei ascoltatori, non appena aprivo bocca. Allora riassumevo, con un'osservazione terribilmente volgare e impregnata di fanatismo spagnolo, quel che la mia eloquenza aveva accumulato durante i penosi e lunghissimi silenzi, durante il martirio sofferto dalla mia impaziente polemica. Non tollero, infatti, la conversazione francese, cos scintillante di esprit e di buon senso da mascherare spesso una mancanza di ossatura e di concretezza.

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In una certa occasione dovetti subire un critico d'arte che aveva la mania di vantare la materia di Courbet, e come Courbet si spargesse attorno la sua materia, e come Courbet dominasse perfettamente la sua materia. E ha mai provato a mangiarla? domandai finalmente, E poi, diventando diabolicamente francese, aggiunsi: In fondo io digerisco meglio la materia di Chardin. Una sera fui invitato a pranzo da Noailles. Era una casa che mi intimidiva moltissimo e fui lusingato nel vedere il mio quadro II gioco lugubre appeso tra un Cranach e un Watteau. Gli altri commensali erano artisti o gente di mondo, e io compresi subito di attrarre l'attenzione generale: sono certo che i Noailles furono profondamente commossi dalla mia timidezza. Ogni volta che il maggiordomo si chinava per mormorarmi all'orecchio il nome e l'annata del vino che stava per servire, con un'aria di tremenda segretezza, io credevo che fosse venuto a comunicarmi qualcosa di terribilmente serio: forse Gala era stata travolta da un taxi, forse un surrealista furioso stava arrivando per massacrarmi... Illividivo, mi alzavo a met, pronto a lasciare la tavola. Ma con una voce pi profonda, quasi rassicurante, e abbassando gli occhi dignitosamente sulla bottiglia ben adagiata nel cestello, il maggiordomo ripeteva: Romane 1923 . Con un sol sorso buttavo gi il vino che mi aveva tanto spaventato e che mi restituiva ora la speranza di superare il mio panico e di essere in grado di conversare. Durante il mio primo pranzo in casa Noailles scoprii due cose. La prima fu che l'aristocrazia, genericamente definita buona societ, era infinitamente pi vulnerabile alle mie idee di quanto non lo fossero gli artisti, e specialmente i cosiddetti intellettuali. Effettivamente la buona societ rimasta profondamente attaccata, per atavismo, a quegli ideali di civilt e di raffinatezza che le classi medie hanno invece gaiamente sacrificato in olocausto alle giovani ideologie con tendenze collettiviste. La seconda cosa che scoprii fu l'esistenza degli arrivisti mondani, i piccoli pesci voraci, furiosamente ansiosi di successo che si riuniscono intorno a tutte le mense coperte di cristalli e di argenti preziosi, con le loro instancabili lusinghe, la loro ansiet pettegola e gelosa. Decisi che in avvenire avrei dovuto sfruttare le mie due scoperte: la buona societ mi avrebbe accolto, gli arrivisti mondani avrebbero rinnovato di continuo il mio prestigio, con le sempre nuove calunnie dettate dalla loro gelosia. Stando cos le cose, decisi di unire le mie forze a quelle de-

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gli invalidi il cui snobismo spronava un'aristocrazia decadente e per fedele alle proprie attitudini tradizionali. Ed ebbi l'idea geniale di non presentarmi a mani vuote, ma di giungere con le braccia cariche di grucce! Sapevo fin dal principio che avrei dovuto preparare enormi quantit di grucce che conferissero una certa saldezza all'insieme. E inaugurai la gruccia patetica, ricordo del primo delitto commesso nella mia infanzia: doveva essere l'onnipotente, l'unico simbolo del dopoguerra! Grucce per sorreggere lo sviluppo mostruoso di certi crani, grucce per immobilizzare l'essenza di certi atteggiamenti elegantissimi, grucce per rendere architettoniche e durevoli le grazie fuggevoli di un balzo coreografico, grucce per irrigidire la farfalla effimera di una danzatrice, in eterno. Grucce grucce grucce grucce.

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Inventai perfino una piccola gruccia facciale di oro e di rubini, con biforcazione flessibile che sorreggesse, accogliendola, la punta del naso. L'altra estremit era morbidamente arrotondata in modo da affondare nella fossetta che sovrasta il labbro superiore. Insomma, una gruccia per il naso, oggetto del tutto inutile e tale da sedurre lo snobismo di certe donne criminalmente eleganti. Allo stesso modo taluni portano il monocolo senza averne bisogno, ma soltanto per sentire il sacro pegno del loro esibizionismo incrostarsi nella carne.

Il mio simbolo si addiceva con tanta precisione agli inconsci miti della nostra epoca che questo feticcio, invece di stancare, sempre pi piaceva. Strano a dirsi, pi grucce spargevo attorno a me e pi ognuno, con rinnovata curiosit, mi chiedeva: E perch tante grucce? . Quando feci il mio primo tentativo di puntellare l'aristocrazia con mille e mille grucce, la guardai bene in faccia e le dissi onestamente: E ora, aristocrazia, le dar un terribile calcio. L'aristocrazia tir un po' indietro la gamba ripiegata e rialzata simile a quella delle cicogne: Fai pure rispose, stringendo i denti per sopportare la sofferenza stoicamente, senza gridare.

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Allora, con tutte le mie forze le vibrai un colpo tremendo. L'aristocrazia neppure vacill: l'avevo puntellata troppo bene. Grazie mi disse. Niente paura, risposi baciandole la mano per prendere congedo torner presto. L'orgoglio della sua unica gamba e le grucce della mia intelligenza la rendono pi forte della rivoluzione preparata dai miei amici intellettuali, che io conosco intimamente. Lei vecchia, esausta, decaduta, ma il punto preciso in cui il suo piede preme la terra simboleggia la tradizione. Se lei dovesse morire, accorrerei subito per posare il mio piede nell'orma che stata sua, ripiegando immediatamente l'altra mia gamba, nella postura della cicogna. Sono pronto a invecchiare in quest'atteggiamento senza stancarmene. Il regime aristocratico stato sempre una delle mie passioni, e gi allora esaminavo la possibilit di restituire a queste classi superiori la coscienza storica del destino cui sarebbero state chiamate se l'Europa fosse uscita dalla Seconda guerra mondiale con una coscienza ultraindividualista. Se io avessi scritto le mie previsioni degli avvenimenti che stavano per sconvolgere il mondo, tutti si sarebbero convinti dei miei rari doni profetici. I miei amici in buona fede possono testimoniare che fin dal 1929 io predissi esattamente quanto poi realmente accadde. Mentre attendevamo che tutto assumesse forma e consistenza, Gala e io partimmo per la Costa Azzurra. Gala conosceva un piccolo albergo dove nessuno sarebbe venuto a disturbarci: era l'Hotel du Chteau a Carry-le-Rouet. Prendemmo due grandi stanze e ne trasformammo una in studio. Affinch nei nostri caminetti ardesse sempre il fuoco, facemmo accatastare legna nel corridoio, in questo modo nessuno ci avrebbe disturbato con il pretesto di portarne altra. Installai una lampada fortissima che illuminava unicamente il mio cavalletto e il mio quadro lasciando il resto della stanza nel buio. Avevo dato ordine di non aprir mai le imposte; i pasti ci venivano portati su vassoi; raramente scendevamo in sala da pranzo, e per due mesi non uscimmo mai all'aperto! Questo periodo rimasto impresso nella memoria di Gala e nella mia come uno dei pi attivi, dei pi eccitanti e dei pi frenetici della nostra vita. Anche ora, quando viaggiamo in treno e sembriamo entrambi immersi in remoti pensieri, ci accade di esclamare all'unisono: Ti ricordi Carryle-Rouet? .

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Dopo due mesi di volontario isolamento, durante i quali io conobbi e feci l'amore con lo stesso fanatismo che ponevo nel mio lavoro, l'Uomo invisibile era finito solo a met. Ma nel suo sorriso Gala riconosceva quella strada, irta di difficolt e approdante al successo, che le carte le predicevano ogni volta. Io credevo ciecamente nelle carte interpretate da Gala. Ogni sera la pregavo di leggerle per me e subito svanivano anche le pi lievi tracce di ansiet che talvolta minavano la mia gioia. Da parecchi giorni le carte annunciavano la lettera di un uomo bruno, e del denaro. La lettera giunse: era del visconte di Noailles. La galleria Goemans stava per fallire e lui si offriva di aiutarmi finanziariamente in un momento certo difficile. Mi suggeriva di fargli visita; che stabilissi io stesso il giorno, e avrebbe mandato la sua macchina a prendermi. Proprio quel giorno si compivano due mesi dal nostro arrivo all'Hotel du Chteau, e decidemmo di uscire per una breve passeggiata che ci avrebbe permesso di esaminar meglio la situazione. Ricordo che fummo abbagliati dallo splendore dell'assolato mattino invernale. I nostri volti erano cadaverici e ci riabituavamo con fatica alla luce, dopo due mesi di penombra continua. Il calore del sole ci parve una delizia inaudita e decidemmo di far colazione all'aperto. Per la prima volta, inoltre, bevemmo un po' di vino mangiando. In quel caff decidemmo ogni cosa. Gala sarebbe andata a Parigi per tentare di recuperare i denari che la galleria ci doveva, mentre io avrei raggiunto il visconte di Noailles nel suo Chteau

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de Saint-Bernard a Hyres, per offrirgli un quadro importantissimo e chiedergli un anticipo di ventinovemila franchi. Con questi, e col denaro raccolto da Gala, ci saremmo costruiti a Cadaqus una piccolissima casa, dove ci fosse posto soltanto per noi due. L avremmo lavorato, allontanandoci di tanto in tanto da Parigi: io amo solo il paesaggio di Cadaqus, tutti gli altri non li guardo nemmeno. Gala si rec a Parigi, e io andai dai Noailles, che accolsero con gioia la mia proposta. Tornai a Carry-le-Rouet da Hyres contemporaneamente a Gala: lei portava il denaro, io avevo l'assegno. Trascorsi un pomeriggio intero a guardarlo, e per la prima volta capii che il denaro poteva essere molto importante. L'indomani partimmo per la Spagna. Cominciava la brutale battaglia contro la vita, quella battaglia che avevo sempre creduto di poter evitare. Fino ad allora avevo infatti conosciuto soltanto gli ostacoli creati dalla mia immaginazione. Anche l'amore mi era stato utile, guarendomi dall'incombente follia, e io l'adoravo. Ma ora dovevo ritornare a Cadaqus, dove non sarei pi stato il diletto figlio del notaio Dali, ma il figliol prodigo, rinnegato dalla famiglia, legato da concubinaggio a una russa! E come ci saremmo organizzati a Cadaqus? C'era una sola persona su cui contare: Lydia, la ben plantada, una donna del paese, vedova di Nando, il buon marinaio dagli occhi azzurri e dallo sguardo sereno . Lydia era sulla cinquantina, aveva due figli che abitavano una misera capanna a Port Lligat, un piccolissimo porto, a circa un quarto d'ora da Cadaqus, oltre il cimitero. Port Lligat uno dei luoghi pi aridi, pi minerali, pi planetari che esistono al mondo. Le mattine sono gaie e selvagge, ferocemente analitiche e costruite; le sere sono morbidamente malinconiche, e gli alberi di olivo

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fino ad allora allegri e animati divengono immobili e grigi. L'ebbrezza del mattino sveglia nel mare piccole onde brillanti; la sera l'acqua diventa immobile come quella di un lago e rispecchia il dramma del precoce crepuscolo. Arrivammo a Cadaqus in pieno inverno. L'albergo Miramar, che parteggiava per mio padre, rifiut di ospitarci con il pretesto delle riparazioni invernali e dovemmo accontentarci di una modesta locanda, dove una nostra antica domestica fece del suo meglio per aiutarci. Del resto io desideravo soltanto la stima dei pescatori di Port Lligat, i quali, pi indipendenti d'animo della gente di Cadaqus, pur accogliendoci all'inizio con riserva, furono ben presto affascinati dai modi irresistibili di Gala e dall'aureola del mio prestigio. Sapevano che i giornali si occupavano di me. giovane, dicevano i denari di suo padre non gli servono e spenda come vuole la sua giovent. I figli di Lydia ci proposero di comprare la loro capanna, e io decisi di acquistarla e di renderla abitabile: mi sembrava il solo luogo al mondo dove desiderassi vivere, e Gala era d'accordo con me, come sempre. Convocammo un capomastro, e Gala e io studiammo tutti i particolari della nostra futura casa, dal numero dei gradini alle misure della pi piccola finestra. Ludwig II di Baviera costruendo i suoi palazzi di certo prov solo la met delle emozioni che ci procur la progettazione della nostra capanna. Avremmo avuto un'unica stanza, di quattro metri quadrati, come camera da letto, entrata, studio e sala da pranzo. Poi, salendo pochi gradini, ecco un minuscolo corridoio, con tre usci, la doccia, una piccola cucina, il gabinetto. Tutto piccolissimo, tutto intrauterino. Facemmo venire dal nostro appartamento di Parigi i vetri e il nichel, e applicammo sulle pareti parecchi strati di smalto. Io non ero certo in grado di realizzare tutte le mie deliranti idee decorative, e dovevo quindi accontentarmi di una perfezione dimensionale. Volevo esattamente lo spazio necessario a noi due, e nulla pi. Il solo ornamento stravagante sarebbe stato un dente da latte, un piccolo, piccolissimo dente da latte che non era mai stato sostituito dal dente vero, e che avevo perduto recentemente. Era bianco, trasparente, simile a un chicco di riso, e ci avrei fatto un buchino per poi appenderlo al centro matematico del soffitto. La decisione di utilizzare cos il mio dente da latte mi aiut a sopportare facilmente tutte le difficolt pratiche che si leggevano gi sul volto tormentato di Gala. Non crucciarti... le dicevo acqua, luce, camera per la

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domestica... Il giorno in cui vedrai il mio dente pendere dall'alto, dominando ogni cosa, sarai tanto entusiasta quanto lo sono io! E non avremo n fiori n cani, solo aridit intorno alla nostra passione! E l'intelligenza ci invecchier rapidamente, e insieme. Io scriver un libro per te, su di te, e tu diventerai una di quelle mitologiche Beatrici che la storia deve portarsi in groppa. E la storia mi obbedir, dominata dalla furia del mio frustino, pur sputando fuoco nella sua rabbia impotente . Una volta decise le migliorie da apportare alla nostra casa di Port Lligat, andammo a Barcellona. I contadini della regione hanno un loro proverbio: Barcellona buona con te, se il tuo borsellino tintinna! . E noi avevamo gi versato, in anticipo, agli operai di Cadaqus tutto il nostro denaro, tranne 1 assegno del visconte di Noailles. Andammo in una banca per incassarlo, e fui sorpreso quando il cassiere mi chiam,

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ossequiosamente, per nome. Non mi rendevo conto di essere ormai molto popolare a Barcellona, e la cortesia dell'impiegato, anzich lusingarmi, mi insospett: Lui mi conosce, ma io non lo conosco! . Una simile dimostrazione di infantilismo ostinato doveva necessariamente irritare Gala: mi dichiar bruscamente che sarei sempre rimasto un contadino catalano. Io firmavo, intanto, l'assegno; ma quando il cassiere volle ritirarlo, rifiutai: Figuriamoci! dissi a Gala Gli dar l'assegno solo quando lui con l'altra mano mi dar i soldi! . Ma cosa credi che ne faccia del tuo assegno? . Potrebbe anche mangiarselo! . E perch dovrebbe farlo? . Perch io, al suo posto, me lo mangerei senz'altro! . Ma anche qualora lo mangiasse tu non perderesti il tuo denaro! . Lo so, ma questa sera non potremmo andare a mangiare torts e rubellons a la llauna .' Il cassiere ci guardava incerto, senza capire la nostra conversazione perch ci eravamo allontanati di qualche passo. Gala fin per convincermi, e io tornai con passo risoluto allo sportello e porsi sdegnosamente l'assegno: Avanti, ne faccia un po' quello che vuole! . Non mi sono mai abituato alla sconcertante, terrificante normalit degli esseri che mi circondano e che popolano il mondo. Mi ripeto spesso: Nulla di quel che dovrebbe accadere, in realt accade! . E non so capire come gli umani siano cos privi di individualit, cos pronti a comportarsi con tanta monotonia. Ad esempio, cosa potrebbe esserci di pi divertente del far deragliare treni? Centinaia di migliaia di chilometri di rotaie, attorno alla Terra; l'Europa, l'America, l'Asia, solcate da infinite rotaie! E non c' il minimo rapporto tra i rarissimi individui che si tolgono una cos preziosa soddisfazione e gli infiniti che preferiscono viaggiare! Quando il deragliatore Marouchka fu catturato in Ungheria, se ne parl come di un caso unico. Non capisco davvero tanta mancanza di fantasia. Perch i guidatori di filobus non irrompono, ogni tanto, nelle vetrine dei grandi magazzini, acchiappando al volo qualche sciocchezzuola da portare in dono alle loro mogli, qualche giocattolino da distribuire fra i bimbi che passano per strada?
Due fra i miei prediletti piatti catalani: i torts sono piccoli uccelli, e i rubellons molluschi fritti.

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Perch gli idraulici non installano, negli sciacquoni dei wc, piccole bombe che scoppino proprio mentre illustri uomini politici tirano la catena? Perch le vasche da bagno hanno sempre, pi o meno, la stessa forma? Perch non s'inventano dei taxi con un congegno, disposto intorno agli sportelli che simuli la pioggia, in modo che il passeggero debba, per entrarci, indossare l'impermeabile anche nelle giornate di bel tempo? (Non tutti i taxi dovrebbero esser provvisti di simile raffinatezza, ma solo i pi lussuosi.) Perch, quando chiedo un'aragosta all'americana in un ristorante, non mi portano mai un telefono alla griglia? E perch lo champagne viene sempre servito ghiacciato, mentre i telefoni, sempre tiepidi e sgradevolmente appiccicosi, non sono mai offerti in un bel secchiello, appannato e velato di ghiaccio?

Telefono frapp, telefono alla menta, telefono afrodisiaco, telefono all'aragosta, telefono drappeggiato nel visone, per i boudoir delle sirene dalle unghie fasciate d'ermellino, telefono alla Edgar Allan Poe, con un topo morto nascosto dentro, telefono alla Bcklin, installato in un cipresso (con una piccola allegoria della morte, in argento sbalzato, sulla parte posteriore), telefono al guinzaglio, ma capacissimo di passeggiare da solo, telefono applicato alle spalle di una tortorella in buona salute... telefoni... telefoni... telefoni... Mi pareva incredibile che un cassiere non avesse mai desiderato inghiottire un assegno; non meno incredibile che un pittore non avesse mai dipinto un orologio molle. Naturalmente incassai con estrema facilit l'assegno del visconte di Noailles, e quella sera ci godemmo un pasto interminabile, con champagne e conversazioni tutte imperniate sulla nostra casa di Port Lligat. Io mangiai due dozzine di uccelletti.

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L'indomani Gala si ammal di pleurite, e io per la prima volta sentii tremare il massiccio edificio del mio egoismo al sotterraneo terremoto dell'altruismo sentimentale. Avrei dunque finito con l'amare veramente Gala? Durante la malattia di Gala accettai l'invito di un amico dei tempi di Madrid, che mi chiedeva di raggiungerlo con lei a Malaga. Tutte le spese del nostro soggiorno sarebbero state a suo carico, e inoltre mi avrebbe comprato un quadro. Decidemmo quindi di recarci a Malaga, ma giurando di non spendere un soldo, depositando anzi nella cassaforte dell'Hotel de Barcellona la somma ricavata dall'assegno: doveva esserci sacra, in quanto destinata alla casa di Port Lligat. Io trascorrevo ore intere facendo progetti per la convalescenza di Gala, elencandomi i doni che le avrei offerto. La malattia l'aveva resa fragilissima, e nella sua camicia da notte rosa tea somigliava a una delle fate disegnate da Raphael Kirchner, una di quelle creature irreali che sembrano in procinto di morire, estenuate nello sforzo di respirare una gardenia gigantesca, infinitamente pi ampia, pi greve, delle loro teste. Un sentimento di tenerezza per Gala, mai provato prima, mi sopraffece; ogni suo movimento mi dava il desiderio, dolce quanto il miele, di piangere. Ma era una soavit non esente da impulsi sadici. Di tanto in tanto balzavo in piedi, pieno di amorosa premura, e gridando: Sei troppo, troppo bella!, cominciavo a baciarla furiosamente, stringendola, squassandola sempre pi forte, e via via che la sentivo irrigidirsi per difendersi debolmente dalla mia violenza, cresceva in me il desiderio, per cos dire, di stritolarla fra le braccia. Sentivo che era sempre pi estenuata, e non sapevo resistere alla tentazione di prolungare, per tutto il pomeriggio, i miei giochi di strangolamento e di compressione finch Gala, esausta, scoppiava in pianto. Allora mi dedicavo al suo volto: cominciavo eoi baciarlo dolcemente, cento e cento volte, poi le carezzavo il nasino, poi le succhiavo le labbra, costringendole a una smorfia che giudicavo irresistibile. Poi le succhiavo il naso, poi la bocca, poi il naso e la bocca insieme, e contemporaneamente, con entrambe mani, le premevo le orecchie in avanti. Le mie carezze assumevano una frenesia crescente, e finivo per torturare quell'incantevole volto con una durezza che sentivo pericolosa, quasi volessi schiacciare, agitare, rivoltare, frugare una pasta informe da cui trarre il pane. Non l'avevo affatto consolata delle sue lacrime, anzi, la facevo piangere di nuovo: Usciamo! Usciamo! alla fine le dissi.

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La sistemai in una macchina, e la condussi all'Esposizione internazionale di Barcellona. La costrinsi a salire una lunghissima scala, con gli occhi chiusi dallo sfinimento. L'aiutavo stringendola alla vita, ma era talmente debole che dovevamo fermarci ogni tre o quattro gradini. Cos la guidai, provvisoriamente cieca, fino a una terrazza da cui si dominava l'intera esposizione: sullo sfondo le fontane luminose, monumentali, come non ne ho mai viste di simili in vita mia. Salivano altissime, si allargavano in ventagli iridati, cambiavano forma e colori con sconcertanti effetti magici. Mille fuochi artificiali esplodevano in cielo, e il livido viso di Gala, con le palpebre serrate, mi si abbandonava sul petto: Ora guarda! le dissi. Nessun bimbo fu mai cos attonito. Le sardanas scandivano intorno a noi il loro ritmo malinconico. Gala sussurr: Solo tu sai di cosa ho bisogno! E mi fai piangere sempre! . La folla anonima strisciava, con piedi pesanti, lungo i sentieri dell'inevitabile fiasco rappresentato da un'esposizione internazionale. Miseria di tutte le miserie! Nessuno, fra loro, piangeva! Due giorni dopo partimmo per Malaga. Quel lungo viaggio di tre giorni era prematuro per Gala, ancora sofferente. Rimase ore e ore, nel nostro scompartimento di seconda classe, con la testa posata sul mio petto, e io mi stupivo che una piccola testa, apparentemente composta unicamente di espressioni, potesse pesare quanto il piombo. Cominciai a meditare sul suo teschio: lo vidi, bianchissimo e pulito, con quei meravigliosi denti, perfetti, regolari, categorici, gloriosi, brillanti, come se specchiassero la verit della sua lingua rossa, emersa dal pozzo salivare della sua laringe. Paragonavo il suo teschio, senza lingua, senza saliva, senza laringe, armato unicamente della verit dei suoi denti, alla menzogna del mio. Io avevo gi la bocca di un vecchio. Nessun dentista ha mai saputo svelare il mistero della mia struttura dentale,1 che provocava in loro esplosioni di stupore. Non ho ancora capito se ne fossero atterriti oppure ammirati, l'unica cosa certa che nessun dentista ha trascurato di rallegrarsi con me per 1 incomparabile, inimitabile disastro della mia dentatura. Non uno solo fra i miei denti al suo posto giusto. Mi mancano due molari, che non sono mai spuntati, e due incisivi
y e un indubbia rispondenza fra i denti e gli organi sessuali. Perdere i enti in sogno una chiara allusione all'onanismo; in certe trib africane si 'ostitmsce la circoncisione con l'estrazione di un dente.

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inferiori, che caddero quand'erano da latte e non furono mai sostituiti. E poi altri denti, nei luoghi pi impensati... E immaginando il mio teschio accanto a quello di Gala, ne vidi tutto l'orrore: non soltanto i miei denti sono un caos, ma il mento, pochissimo pronunciato, si oppone al deciso sviluppo delle arcate sopracciliari che, prive allora di pupille, sarebbero state anche pi ansiose di quanto ora non siano. E infine, non riuscivo a immaginare il mio teschio bianco; sar sempre giallo, putrefatto, simile alla terra troppo concimata, mentre quello di Gala, l'ho gi detto, bianchissimo e quasi azzurrino, avr la lucentezza dei lisci, trasparenti, preziosi ciottoli che sua madre raccolse, per lei, sulle rive del Mar Nero, e che oggi riposano in una scatoletta imbottita di ovatta.

Pensavo al funerale di Gala e al mio, sepolti insieme, la mano nella mano, ed ecco che il capo di Gala, appesantito dal sonno, mi cadde in grembo. Lo rialzai, lo appoggiai alla mia spalla, gi indolenzita dallo sforzo. Di fronte a noi, avvitati sul corpo di viaggiatori anonimi, altri crani sobbalzavano secondo le scosse del treno, e le mosche ci sgambettavano sopra tranquillamente. Arrivammo a Malaga in un treno affollato da gente morta di sonno. Una calura africana gi dominava l'Andalusia, con spettrale, sovrana, suprema maest. Inciso a lettere di fuoco sulla superficie liscia e compatta del cielo, lessi chiaramente l'araldico motto: Qui il caldo re. Il nostro autista, per svegliare un facchino addormentato in un angolo, lo colp a pi

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riprese con un piede, finch lui, uscendo dal dormiveglia, alz le braccia in un gesto degno del cerimoniale egiziano, per dirci: Certamente non oggi! . Gi si preparava il gran festival della morte, con le orgiastiche processioni di fiori. Un autobus si era fermato davanti a un bar, perch il guidatore voleva bersi un anis del mono: glielo portarono, bevve e rimise la vettura in moto cantando. La strada era piena di Picasso (il suo tipo morfologico comunissimo a Malaga, sua citt natale), tutti con un garofano dietro l'orecchio, tutti con occhi brillanti di graziosa intesa e di criminale intelligenza. Il programma delle corride era importante e la sera, invece delle solite brezze tanto carine , un bruciante vento africano ci giunse dai deserti. Noi spagnoli ci troviamo benissimo in sere simili. proprio l'ora che scegliamo per far l'amore, quando l'aroma dei garofani e del sudore si inasprisce, quando il leone africano della civilizzazione spagnola comincia a ruggire! A Torremolinos, un piccolo villaggio a pochi chilometri da Malaga, prendemmo in affitto una capanna di pescatori, che da un lato dominava i campi di garofani, dall'altro una scogliera a strapiombo sul mare. Luna-di-miele-di-fuoco! Ci abbronzammo come i pescatori, dormimmo su durissimi materassi (c'era da credere che non contenessero lana, ma pan secco), e all'inizio non era piacevole: ben presto i nostri corpi si coprirono di lividure e di contusioni, piacevolissime, queste, perch davano veramente la sensazione di avere un corpo, e di averlo nudo. Gala, che aveva il corpo di un fanciullo, dorato dal sole, attraversava serenamente il villaggio con i seni nudi, e io avevo ripreso l'abitudine di portare la mia collana. I pescatori del luogo non avevano pudori superflui e spesso, a pochi passi da noi, abbassavano i pantaloni per le loro funzioni naturali. Scoppiavano spesso risse furiose, che si concludevano con crani spaccati e le donne, perpetuamente in lutto, accorrevano invocando Ges e la Vergine immacolata. In tutto questo non c'era mai un'ombra di malinconia o di squallore, e le loro collere violente erano gaie, biologiche, come bianche lische di pesce disseccate al sole. Fu allora che io manifestai una passione per l'olio d'oliva. Ne mettevo dovunque, cominciavo, la mattina, col tuffare il mio pane tostato in una scodella d'olio, con qualche acciuga, e bevevo poi fino all'ultima goccia quel che il pane non aveva assorbito. Se ne restava qualche stilla me la versavo sul capo, sul corpo, massaggiandomi vigorosamente. I miei capelli

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ricrebbero con tanta abbondanza da spezzare tutti i pettini. Continuavo a dipingere il mio Uomo invisibile e scrivevo la versione definitiva della mia Donna visibile. Di tanto in tanto ricevevo la visita di alcuni amici surrealisti locali: si odiavano appassionatamente fra loro, ed erano gi in parte divorati dal cancro delle ideologie di destra o di sinistra. Io compresi subito che, non appena questi cancri avessero raggiunto le proporzioni di veri serpenti, la guerra civile sarebbe stata, in Spagna, qualcosa di ferocemente grandioso, una testa di Medusa, con un ventre al posto del volto e i serpenti al posto degli intestini, iliaca passione di erezione e di morte. Un giorno ricevemmo diverse lettere che contenevano, tutte, cattive notizie. La galleria Goemans, che ci doveva ancora un mese di arretrati, aveva dichiarato bancarotta. Luis Bunuel aveva deciso di assumersi la produzione dellVlg;? d'or, estromettendomi. Il capomastro di Cadaqus, annunciando di aver quasi completato la casa di Port Lligat, chiedeva altri soldi, per un totale doppio di quello contemplato nei preventivi. E, come se ci non bastasse, il nostro ricco amico di Malaga partiva, per ignota destinazione, lasciando detto che sarebbe tornato tra una ventina di giorni! Avevamo ormai speso i pochi risparmi portati a Malaga e ci restava, s e no, di che vivere per quattro o cinque giorni. Gala sugger di scrivere all'Hotel de Barcellona affinch ci spedissero i soldi lasciati nella cassaforte, ma io rifiutai, non volendo toccare il sacro, e ormai insufficiente, denaro destinato alla casa. Decidemmo di telegrafare a diversi amici parigini perch ci anticipassero piccole somme su quadri che avrei consegnato in seguito. Ma nessuno ci rispose, e altri giorni passarono. La sera raccogliemmo gli spiccioli sparsi nelle mie tasche e li affidammo a un amico, di tendenze comuniste, capitato l per caso, perch telegrafasse all'Hotel de Barcellona. Promise di farlo, ma un giorno pass, poi un altro, e non ricevemmo nulla. Faceva terribilmente caldo, nella casa accanto un ragazzo aveva massacrato sua madre, con le molle del fuoco. L'esattore delle tasse trascorreva i tardi pomeriggi sparando alle rondini. E non avevamo domestica, e in casa non c'era assolutamente nulla da mangiare. Io capivo benissimo che la colpa di tutto era mia, della mia ostinazione: sarebbe bastato scrivere in tempo a Barcellona! Gala tentava vanamente di spiegarmi che la situazione era seccante, ma niente affatto tragica, potevamo trasferirci in

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un buon albergo di Malaga e attendere l il denaro da Barcellona, che non poteva tardare. Dopotutto il telegramma era stato spedito un sabato, giorno di chiusura per le banche. O forse l'amico comunista non aveva affatto telegrafato... Ma io non volevo lasciarmi convincere, anzi, desideravo sfruttare, fino in fondo, la possibilit di recitare il dramma della mia collera, la collera tenuta in serbo fin da quando la prima difficolt finanziaria mi si era parata dinanzi. Non volevo ammettere l'affronto, l'ingiustizia, la mostruosit del fatto che io, Salvador Dali, dovessi interrompere la stesura della mia Donna visibile, perch io, Salvador Dali, ero senza denari, e che la mia Galuchka si trovasse nella mia stessa degradante situazione, e questa era la goccia che fece traboccare il vaso. Uscii di casa, sbattendo la porta e con il rammarico di lasciare Gala triste, sola, affaccendata a preparar bagagli. Raccolsi un ramo secco che mi sarebbe servito come bastone, e con quello mi avviai lungo le piantagioni di garofani, furiosamente falciando i fiori che mi schizzavano intorno come decapitate teste dipinte da Carpaccio. Nelle grotte che fiancheggiavano il mare vivevano certe zingare, brune come olive, che in quel momento friggevano il pesce in grandi calderoni pieni d'olio bollente, sibilante, ruggente, come le vipere del mio furore. Per un attimo esaminai l'assurda possibilit di trasportare l i bauli di Gala e di vivere con lei tra gli zingari. L'idea della promiscuit con tante magnifiche donne che, seminude, allattavano i bimbi fu per me un afrodisiaco violento, esaltato dall'incredibile sporcizia della loro pelle. Mi rifugiai in un anfratto solitario, e il ricordo dei seni gonfi di latte si mescol, in me, alla visione della groppa lucente, davvero una groppa di cavallo nero, che una delle zingare piegava sontuosamente dinanzi al fuoco. Le gambe mi cedettero e, cadendo in ginocchio sul suolo roccioso, mi sentii un anacoreta in estasi, un anacoreta di Ribera. Con la mano libera accarezzavo e graffiavo la pelle calcinata del mio corpo, e avrei voluto potermi toccare contemporaneamente ovunque, con gli occhi inchiodati a una nuvola spaccata che lasciava precipitare in raggi obliqui la scatologica pioggia d'oro di Danae. La mia rabbia dominava anche il tremito, anche i sussulti della mia carne. Ah s, ero senza soldi? Ah s, le mie tasche erano vuote? Ma potevo ancora spender questo! E sparsi in terra le grosse e le piccole monete della mia vita preziosa, tratta dai pi profondi, dai pi oscuri recessi del mio corpo.

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Una volta svanito il piacere, la mia nuova, inutile spesa accentu in me, con un sentimento intensificato di desolazione, l'intollerabile realt di quanto mi accadeva. Il mio impulsivo rancore si rivolse totalmente contro me stesso, e per punirmi di aver commesso la cosa guardai la mano, recentissimo strumento del mio peccato, la strinsi a pugno, me ne percossi senza piet la faccia. Battei e battei, fino a sentire il gusto del sangue in bocca; lo sputai proprio l dove, un istante prima, avevo versato il tesoro della mia volutt. Mi ero tolto un altro dente da latte. Era scritto: dente per dente! Tornai a casa eccitatissimo ma raggiante, e mostrai vittoriosamente a Gala le mie dita serrate: Indovina! . Una lucciola! . No! Un dentino! M' caduto. Dobbiamo subito tornare a Cadaqus per appenderlo al centro del soffitto della casa nuova, della casa di Port Lligat! . Ma non tornammo a Cadaqus neppure quando, due giorni dopo, ricevemmo il denaro da Barcellona e un piccolo aiuto dall'amico comunista. Andammo invece a Parigi. Non potevo dimenticare la nuvola che, mentre spandevo il mio fluido vitale, si era aperta per spander su di me la sua pioggia d'oro. Avevo scoperto il grandioso mito di Danae. Dovevamo andare a Parigi e tornarne con le mani piene d'oro per terminare la casa di Port Lligat. Cos tornammo a Parigi, sostando solo lo stretto necessario a Barcellona e a Madrid, e due ore a Cadaqus per giudicare l'effetto della nostra casa. Era anche pi povera e pi angusta

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di quanto avessimo temuto: praticamente non esisteva. Ma gi in questo nulla si poteva notare il nostro comune fanatismo, e per la prima volta fu possibile distinguere la personalit chiara, concreta e tagliente di Gala dalla delirante incapacit della mia. C'erano, di Gala, le proporzioni della porta, della finestra e le quattro pareti: qualcosa di eroico. Ma il vero eroismo ci aspettava a Parigi, dove Gala e io dovemmo affrontare il pi tenace, il pi orgoglioso, il pi duro sforzo per difendere noi stessi. Tutti, intorno a noi, tradivano, e senza grandiosit alcuna. L'aneddoto divorava la categoria, e via via che il mio nome si affermava con l'implacabilit di un cancro nel seno della societ ostile, la nostra vita pratica incontrava difficolt sempre pi gravi. Per difendersi dal tremendo morbo del mio prestigio intellettuale, i miei contemporanei cercavano di contagiarmi con la loro malattia: il logorio continuo delle preoccupazioni finanziarie. Ma era un fastidio trascurabile, sapevo che ne sarei guarito. Bunuel aveva appena finito L'Age d'or. Ne fui terribilmente deluso, perch rappresentava un'abietta caricatura delle mie idee. Il lato cattolico era diventato volgarmente anticlericale, privo della biologica poesia che avrei desiderato. Comunque il film produsse un'impressione notevole, soprattutto nella scena dell'amore insoddisfatto, quando l'eroe, devastato da vani desideri, sviene succhiando l'alluce di marmo di Apollo. Bunuel era frettolosamente partito alla conquista di Hollywood e non assistette alla prima rappresentazione. Il pubblico di eccezione, che simpatizzava per i surrealisti, non provoc veri e propri incidenti, si ud solo qualche rumorosa risata, qualche sommessa protesta, subito soffocate dagli applausi generali. Ma due giorni dopo fu tutt'altra storia. In una certa scena si vedeva arrivare una macchina lussuosissima; ne scendeva un domestico in livrea che, preso un ostensorio, lo innalzava sul marciapiede. Subito dopo dalla stessa macchina sbucavano due bellissime gambe femminili. In quel preciso istante, e come per un segnale convenuto, un gruppo di Camelots du roi1 cominci a scagliare contro lo schermo bottigliette d'inchiostro, e subito dopo quei bravi giovani, gridando: A bas les boches , presero a scaricare in aria le rivoltelle, a lanciare bombe asfissianti e lacrimogene, e alla fine picchiarono diversi spettatori con gli sfollagente. La proieLes camelots du roi, organizzazione di giovani nazionalisti, cattolici, monarchici, affiliata all'Action Francaise.

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zione ovviamente fu interrotta; tutte le vetrate vennero infrante, e l'annessa mostra di quadri e di libri surrealisti completamente devastata. Uno degli inservienti salv miracolosamente un mio quadro, portandolo, ai primi disordini, nello stanzino del gabinetto. Tutto il resto fu letteralmente calpestato dalle suole dei Camelots. Il giorno seguente lo scandalo esplose sui giornali, e non si parl d'altro a Parigi. Scoppiarono polemiche, intervennero commissariati di polizia e il film fu proibito. Per qualche tempo temetti addirittura di venir cacciato dalla Francia, ma ben presto il pubblico reag favorevolmente all'Age d'or, eppure questo non imped che mi fosse tolto ogni lavoro: Non si sa mai, con Dali! Potrebbe ripetere lo scherzo dell'Age d'or. Lo scandalo dell'Age d'or mi rest sospeso sul capo come una spada di Damocle, ma mi insegn a evitare qualsiasi collaborazione. Accettavo la responsabilit dello scandalo per sacrilegio, sebbene questo non corrispondesse alle mie intenzioni e alle mie ambizioni. Avrei sopportato uno scandalo mille volte pi grave, ma per ragioni importanti; avrei voluto far nascere disordini, certo, ma per un eccesso di fanatismo cattolico, e non per un ingenuo anticlericalismo. Capivo comunque che il film possedeva un'innegabile forza evocativa e che, rinnegandolo, non sarei stato compreso. Accettai le conseguenze dell'incidente1 e passai all'Apologia di Meissonier in pittura: nessuno era in grado di stabilire quali fossero i limiti tra il mio umorismo e la mia seriet congenita e fanatica e mi lasciavano fare, dicendo, con una scrollata di spalle: tipico di Dali.

Pi tardi Bunuel, quando abbandon il surrealismo, riprese L'Age d'or, purgandolo dei suoi passaggi pi arrischiati e introducendovi una quantit di scene diverse, senza chiedere la mia opinione. Non ho mai visto questa seconda versione.

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Ero giudicato il pi pazzo, il pi rivoluzionario, il pi violento, il pi surrealista, di conseguenza il mio classicismo sarebbe stato, un giorno, pi surrealista del romanticismo altrui. E il mio reazionario tradizionalismo pi sovversivo di quel loro aborto di rivoluzione.

Tutto lo sforzo verso la modernit compiuto nel primo dopoguerra era falso e destinato a scomparire. Bisognava tornare alla tradizione, inevitabilmente, in pittura come in tutto il resto. Ormai nessuno sapeva pi come si disegnava, come si dipingeva, come si scriveva. Tutto era livellato, uniformato, internazionalizzato. La bruttezza e la mancanza di forma erano le divinit del momento. Il vacuo, fallace pettegolezzo filosofico dei caff soffocava l'onesto lavoro dei pittori-artigiani. Ormai ci si aspettava che le muse ispiratrici, invece di rimanere nei loro Parnasi come le avevano immaginate e dipinte Raffaello e Poussin, scendessero nelle strade, sui marciapiedi per abbandonarsi al libertinaggio di assemblee pi o meno popolari. Gli artisti fraternizzavano con i burocrati, parlavano il linguaggio volgarmente opportunistico dei demagoghi e impudentemente si univano alle aspirazioni di imborghesimento delle masse che, sorrette dallo scetticismo e dal progresso meccanico, ingrassavano nel nauseante benessere di una vita senza rigore, senza forma, senza tragedia, senz'anima! E tutti mi erano ostili e mi davano addosso.

CAPITOLO SECONDO
LA MIA BATTAGLIA LA MIA PARTECIPAZIONE E LA MIA POSIZIONE NELLA RIVOLUZIONE SURREALISTA OGGETTI SURREALISTI VS SOGNI NARRATI ATTIVIT CRITICA VS AUTOMATISMO

LA M I A BATTAGLIA

Contro la Semplicit Contro l'Uniformit Contro l'Egualitarismo Contro il Collettivo Contro la Politica Contro la Musica Contro la Natura Contro il Progresso Contro il Macchinismo Contro l'Astratto Contro la Giovinezza Contro l'Opportunismo Contro gli Spinaci Contro il Cinema Contro Buddha Contro l'Oriente Contro il Sole Contro la Rivoluzione Contro Michelangelo Contro Rembrandt Contro gli Oggetti selvaggi Contro l'Arte africana moderna Contro la Filosofia Contro la Medicina Contro le Montagne Contro i Fantasmi Contro le Donne Contro gli Uomini Contro il Tempo Contro lo Scetticismo

Per la Complessit Per il Multiforme Per la Gerarchizzazione Per l'Individuale Per la Metafisica Per l'Architettura Per l'Estetica Per la Perennit Per il Sogno Per il Concreto Per la Maturit Per il Fanatismo machiavellico Per le Lumache Per il Teatro Per il Marchese di Sade Per l'Occidente Per la Luna Per la Tradizione Per Raffaello Per Vermeer Per gli Oggetti ultracivilizzati 1900 Per l'Arte del Rinascimento Per la Religione Per la Magia Per la Costa Per gli Spettri Per Gala Per Me Per gli Orologi molli Per la Fede

Sapevo benissimo, giungendo a Parigi, che il successo ottenuto alla galleria Goemans mi era valso l'ostilit coalizzata dei miei nemici, che si erano moltiplicati come funghi d o p o la tempesta provocata dall'/ge d'or.

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Chi, dunque, mi era nemico? Tutti, tranne Gala. La cosiddetta arte moderna era in armi, allarmata dalla mia potenza demoralizzante e distruttrice. Il mio lavoro era violento, era audace, e non era attuale!. Questo lo capivano tutti: io odiavo la mia epoca! Il mio spirito antifaustiano si opponeva decisamente all'assurda apologia della giovinezza, del dinamismo, della spontaneit, della pigrizia, incarnata dai degradati superstiti del cubismo poetico, delle arti pi o meno plastiche, che devastavano gli sterili, nauseanti caff di Montparnasse! Cahiers d'Art, rassegna cos gaia e cos moderna, mi avrebbe serenamente ignorato fino all'ultimo, mentre gi i vecchi signori, con le loro ghette tarmate, arricchite dalla polvere delle tradizioni, con i loro baffi induriti dal tabacco, con il nastrino della Legion d'Onore all'occhiello, si mettevano l'occhialetto per meglio studiare i miei quadri, e avevano una gran voglia di portarseli subito via, sotto braccio, per appenderli in sala da pranzo, accanto a un Meissonier! Chiunque abbia oltrepassato la cinquantina e sappia ancora vedere mi sa comprendere, mi ha sempre compreso, i cinquantenni sanno che io sono al loro fianco. Non che abbiano bisogno di esser difesi da me, perch sono, in realt, fortissimi, e io mi sono schierato nelle loro file sapendo perfettamente che la vittoria andr sempre alla tradizione. La mia crociata in favore della civilt greco-romana. Gli elementi intellettuali erano allora corrotti dalla nefasta e gi declinante influenza di Bergson, il quale, esaltando l'istinto e Ylan vital, conduceva alle pi crudeli rivalutazioni estetiche. Ma gi un'altra influenza alitava dall'Africa, a devastare i cervelli parigini con una frenesia incresciosa. Tutti adoravano i deplorevoli prodotti istintivi dei veri selvaggi. Picasso e i surrealisti inauguravano ufficialmente il regno dell'arte negra e io ne arrossivo di vergogna e di rabbia. Dovevo trovare immediatamente un antidoto, e schierai contro gli oggetti negri quelli europei, ultracivilizzati, decadenti, modem style. Ho sempre considerato il periodo 1900 come il risultato estremo della decadenza greco-romana, e mi sono detto: poich i miei contemporanei non capiscono nulla di estetica e sono in grado di eccitarsi solo attraverso le agitazioni vitali, io mostrer loro come il minimo dettaglio ornamentale di un oggetto 1900 contenga pi mistero, pi poesia, pi erotismo, pi follia, pi perversit, pi pathos, pi tormento, pi grandezza, pi profondit biologica di un intero arsenale di orrendi feticci dotati di anime e di corpi semplicemente e selvaggiamente stupidi!

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C.C/C

E un bel giorno, nel cuore stesso di Parigi, scoprii gli ingressi alla metropolitana, quegli ingressi in puro stile 1900 che purtroppo cominciavano a venir sostituiti con orribili costruzioni funzionali . Il fotografo BrassaT ne scatt una serie di immagini, e ci si stup nel riconoscere, attraverso la mia rivelazione, il lato surrealista del modem style. Subito cominci la caccia agli oggetti 1900 al marche despuces, e si vide, accanto a una collezione di ghignanti maschere della Nuova Guinea, emergere, nei salotti, qualche incantevole testa femminile, in terracotta colorata di verde luna o di verderame. La moda cambiava: si rinunci a modernizzare Chez Maxim, che ritrov l'antica popolarit, si ripresero gli spettacoli teatrali e le canzoni 1900, si lanciarono film e romanzi dove l'umorismo e il sentimento si accostavano con ingenua malizia. Qualche

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anno dopo, la voga del 1900 culmin nelle collezioni della couturire Elsa Schiaparelli, la quale riusc perfino a imporre la pettinatura all'ins, che non dona affatto, ma si addice alla morfologia 1900, quale io l'ho sempre annunciata. Parigi si trasform, a un mio cenno, ma il movimento fu cos vasto, cos rapido, che mi sarebbe difficilissimo dimostrare la mia decisiva influenza. Qualcosa di simile m'accadde pi tardi, durante il mio secondo soggiorno a New York, quando riconobbi in tutte le vetrine l'influenza surrealista, ossia la mia influenza. Il guaio che, ogni volta, le mie invenzioni mi sfuggono di mano, e io non posso n canalizzarle n sfruttarle. Tutta Parigi beneficiava delle mie idee, e io non ero in grado di avere un modestissimo ruolo in uno dei tanti film che venivano realizzati con incredibile prodigalit di mezzi; e pensare che senza di me nessuno se li sarebbe neppure sognati! Il periodo delle mie invenzioni fu per me scoraggiante. La vendita dei miei quadri era di continuo ostacolata dalla massoneria della pittura moderna e il visconte di Noailles mi aveva scritto una lettera, adombrandomi difficolt anche peggiori. Cos compilai un lungo elenco di invenzioni che ritenevo infallibili: unghie artificiali di specchietti riduttivi da potervisi specchiare tutti interi; manichini trasparenti per vetrine, con un vasto sistema venoso in cui far circolare acqua ed eventualmente pesciolini rossi; mobili in bachelite disegnati in modo da accogliere esattamente il corpo dell'acquirente; sculture-ventilatori rotanti; maschere fotografiche destinate ai giornalisti; giardini zoologici con sculture animate; occhiali caleidoscopici o spettrali da usarsi durante i lunghi viaggi in automobile, per rinnovare un paesaggio non appena avesse incominciato a stancare; maquillage accuratamente studiati per nascondere tutte le ombre; scarpe provviste di molle, per accrescere il piacere di passeggiare; il cinema tattile per permette allo spettatore, grazie a un meccanismo semplicissimo, di toccare quel che vede, ossia seta, pelliccia, ostriche, sabbia, carne. E poi oggetti destinati a segretissimi piaceri fisici e fisiologici: ninnoli di pessimo gusto da lanciare contro un muro frantumandoli in mille pezzi, per calmare i nervi; agglomerati di punte, talmente piacevoli da far allegare i denti, da esasperare il desiderio di fracassare altri oggetti pi consistenti, che si infrangono con un simpatico suono: pop! 1
Recentemente, sfogliando la rivista Life, ho scoperto che oggetti del genere vengono attualmente venduti nei grandi magazzini americani, per pochi centesimi, e sono chiamati, mi sembra, whackaroos.

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Inventai inoltre altri oggetti che nessuno avrebbe saputo dove collocare, perch stonavano ovunque e provocavano una fastidiosa ansiet di cui ci si liberava solo scaraventandoli lontano; e poi abiti con imbottiture impreviste, disposte strategicamente in modo da creare un tipo di bellezza femminile quale lo sogna l'immaginazione erotica dell'uomo; falsi seni, erti a met schiena, che avrebbero potuto (e tuttora possono!) rivoluzionare la moda per almeno cento anni; una quantit di vasche da bagno assolutamente insolite, di bizzarra squisitezza e di strana utilit, e perfino una vasca senza vasca, delineata da un quadrato di zampilli, nel quale bastava entrare per esser subito bagnatissimi; automobili di gran lusso, di linea aerodinamica, che precisamente vennero definite aerodinamiche, una decina di anni dopo.

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Tali invenzioni rappresentarono il mio martirio e, cosa ancor peggiore, il martirio di Gala. Con la sua fanatica fede in me, ella trascorreva i suoi pomeriggi in frenetiche corse attraverso Parigi, offrendo ovunque, e sempre vanamente, i miei progetti, per rientrare a tarda sera, verde in faccia per lo sfinimento, ma illuminata dal sacrificio della passione. Ho il rimorso di non aver saputo, talvolta, apprezzare il suo sacrificio, al giusto valore, e infatti spesso litigavamo, piangevamo insieme e ci riconciliavamo soltanto nel narcotizzante buio del prossimo cinema. Nessuno volle accettare le mie invenzioni, nonostante la disperata eloquenza di Gala, dichiarandole anticommerciali. Poi, presto o tardi, vennero tutte realizzate, ma cos male da farle precipitare immediatamente nell'anonimato. Non ci fu donna elegante che ignorasse le false unghie da sera. Non ci fu uomo elegante che non sognasse la macchina aerodinamica. Nel migliore dei casi, qualcuno diceva: Mi ricordano Dali! . Era il massimo che si faceva per me. E mentre da un lato mi si accusava di copiare, nei miei quadri, ispirazioni altrui, dall'altro si amavano le mie idee solo quando, passando per altre mani, avevano perduto le loro qualit magiche per acquistarne di miserabili. Ero conosciutissimo, ma la mia fama mi tornava a danno, perch il francese medio mi giudicava uno spauracchio. Dali "straordinario", ma folle; non durer. E io volevo invece durare, volevo strappare a quell'ammirante e atterrita societ il minimo d'oro che liberasse Gala e me dall'assillante bisogno di denaro, fantasma ormai familiare per noi da quando lo avevamo visto apparire, per la prima volta, sulle rive africane di Malaga. Ma mentre io non riuscivo a guadagnar nulla, Gala realizzava il miracolo di farci vivere col pochissimo che avevamo. Le sporche orecchie della vita di bohme non si affacciarono mai alla nostra soglia, n le sue lunghe, tremanti gambe di ranocchia, n i suoi luridi panneggi, composti di sporche lenzuola, incrostate di riso freddo e di patate fritte gelate, appiccicati e induriti da un fiotto di champagne dolciastro, sparso due mesi innanzi. Mai fummo esposti alla degradante insistenza di domestiche drammaticamente appoggiate agli usci della cucina vuota, eppure traboccante di una lunghissima fame. Mai cedemmo di un pollice alla tentazione di ignorare quanto ci circondava, alla voglia di chiuder gli occhi sull'indomani semplicemente dicendoci che comunque la situa-

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zione non sarebbe potuta peggiorare. Gala era divenuta uno stratega di prim'ordine: grazie a lei, quand'eravamo in miseria, mangiavamo sobriamente, ma bene, a casa, e non uscivamo mai. Lavoravo pi duramente di un qualsiasi pittore debuttante, per le mie prossime esposizioni. Se mi riusciva di ottenere un'ordinazione modestissima mettevo nell'assolvere il mio compito un tale furore, un tale zelo che Gala quasi se ne rammaricava, trattandosi di un lavoro mediocre, pessimamente remunerato. Le rispondevo che, essendo io un genio, era gi un miracolo ottenere incarichi di infimo ordine: il nostro destino classico sarebbe stato quello di morir di fame. Intorno a noi, artisti oggi completamente dimenticati vivevano riccamente, sfruttando e banalizzando le idee daliniane. Se Dali, il vero re, era inaccettabile e inassimilabile, come un

v*cluJU>< uje.

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cibo troppo violentemente condito, bastava rubare una briciola di questo cibo ed ecco che un qualsiasi piatto d'avanzi diveniva appetitoso. Un pizzico di Dali nel paesaggio, un pizzico di Dali nelle nuvole, un pizzico di Dali nella malinconia, un pizzico di Dali nella fantasia, un pizzico di Dali nella conversazione, ma proprio un pizzico, ed ecco il pi piccante, il pi eccitante dei sapori. La nuova merce si faceva sempre pi vendibile, mentre Dali, Dali in persona, era sempre pi difficilmente collocabile. Pazienza, dicevo a me stesso pazienza, l'importante resistere. Il buon senso mi avrebbe suggerito di arretrare di un passo, e io invece, sostenuto dal mio abituale fanatismo e incoraggiato da quello di Gala, ne facevo cinque in avanti, nell'intransigenza delle mie opinioni e del mio lavoro. Sarebbe stata dura, ma ce l'avremmo fatta, un giorno avremmo visto ai nostri piedi tutte le orecchie sporche della bohme, e tutte le guance rosate della ricchezza. Mentre il rigore, la severit continua e la passione davano consistenza alla nostra vita, la vita di quanti ci vedevamo attorno si disfaceva nella felicit. Cocaina, eroina, oppio, alcool, pederastia ovunque. La massoneria del vizio coalizzava i suoi componenti in un comune orrore della solitudine e tutti vivevano insieme, sudavano insieme, si facevano iniezioni a vicenda, si spiavano, aspettando il reciproco crollo per piantarsi reciprocamente un pugnale nella schiena. Gala e io, al contrario, continuavamo a vivere soli, come io avevo vissuto solo durante l'infanzia e l'adolescenza. Eravamo distanti o per meglio dire equidistanti dagli artisti di Montparnasse, dagli intossicati, dagli eleganti, dai surrealisti, dai comunisti, dai monarchici, dai paracadutisti, dai pazzi, dai borghesi. Eravamo al centro, e per restarvi era necessario disporre di uno spazio libero, dove rifugiarci ogni tanto: per noi quello spazio era Cadaqus, e correvamo l non appena ci era possibile, lasciando Parigi come si lascia una pentola piena di trippa: cibo che, com' noto, deve cuocer lungamente. E cos offrivamo a Parigi, fuggendola, les tripes la mode de Caen della mia densa fantasia. Senza contare i molti piattini particolari, ben preparati: per i surrealisti gli slogan indispensabili contro il soggettivismo e il meraviglioso; per i pederasti un buon romanticismo classico tipo Palladio, ma rimodernato; per i drogati una teoria di immagini ipnagogiche, e la speranza di certe maschere che consentissero di vedere i sogni colorati; per gli eleganti i conflitti sentimentali, alla Stendhal, e, ben lisciato, il frutto proibito della rivoluzione.

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Mettemmo da parte un minimo di denaro, dedicammo l'ultima giornata alle visite: un cubista, un monarchico, un comunista durante la mattinata, qualche persona di mondo nel pomeriggio (sceglievamo quelle che si odiavano veramente tra loro) e, la sera, una cena di lusso, per Gala e per me, nel miglior ristorante di Parigi. Nulla avrebbe potuto irritare altrettanto i nostri nemici, i quali si chiedevano, scoprendoci in un angolo appartato, dinanzi a vivande squisite e a vini prelibati, di che mai stessimo parlando con l'impetuosa freschezza degli innamorati. Parlavamo di Cadaqus, della felicit di ritrovarci insieme da soli. Viaggiammo carichi come api: dieci valigie almeno, piene di appunti, libri, fotografie di morfologie, insetti, architetture; inoltre portammo qualche mobile dell'appartamento di Parigi, collezioni di farfalle sotto vetro, per decorare le pareti della

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nuova casa, e lampade a petrolio perch a Port Lligat non c'era luce elettrica; infine tutti i miei strumenti di pittore. Da Cadaqus a Port Lligat non c'era neppure una strada carrozzabile, e si dovettero trasportare le nostre masserizie a dorso di mulo. Ci vollero due giorni per sistemarci, due giorni febbrili, ma finalmente potemmo sdraiarci sull'ampio divano, che di notte era il nostro letto, e ascoltare l'urlo della tramontana e la voce di Lydia, la ben plantada, che in cucina, spennando abilmente un pollo, commentava con altrettanta abilit l'ultimo articolo di Eugenio d'Ors, dove credeva di leggere complimenti rivolti a lei. Nessuno vuol credere che io, e solo io, sono la ben plantada, e anche Picasso mi voleva bene, avrebbe dato il suo sangue per me.... 1 Ma Lydia ci rendeva solo occasionalmente qualche servizio, perch avevamo una domestica fissa dal volto leonardesco e dagli occhi pazzi. Era veramente pazza e lo dimostr in seguito drammaticamente. Del resto ho spesso avuto occasione di osservare che una violenta anormalit spirituale attrae la follia, se la raggruppa intorno, quasi potesse proteggerla. Dovunque io vada, i pazzi e i votati al suicidio sono pronti a formarmi una guardia d'onore. Mi riconoscono per uno di loro: ma io so che una differenza profonda ci divide, perch io non sono pazzo, solo i miei effluvi li attirano. A Port Lligat, vere orde di pazzi si riunivano davanti alla mia soglia, che io proibivo loro perch volevo lavorare indisturbato dalle sette del mattino in poi: li lasciavo entrare solo la domenica. Spesso lavoravo anche tutta la notte, fino alle cinque del mattino. I primi pescatori, rientrando al calar della luna, ci offrivano il loro pesce migliore: Ho visto la luce accesa e ho pensato di entrare a portarle questo pesce persico. E questa pietra per Madame Gala, so che le piacciono le pietre strane. Ma il senor Salvador lavora troppo, anche ieri notte rientrando ho visto la luce accesa. Forse soffre di insonnia perch ha mal di stomaco, e dovrebbe purgarsi. Il cielo chiaro quanto un occhio di pesce. Che luna! Avremo buon tempo. Felice notte. Eravamo di nuovo soli e io supplicavo Gala di coricarsi: No, ti aspetto, ho ancora mille cose da catalogare prima di addormentarmi .
Picasso aveva trascorso un'estate a Cadaqus, con Derain. Ramon Pichot ve li aveva condotti. Si erano entrambi interessati alle stranezze di Lydia e le avevano prestato due libri, dello stesso autore ma di soggetto diverso. Lydia riusc a trasformare l'uno nella continuazione dell'altro.

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Instancabilmente, Gala tesseva e ritesseva la tela di Penelope del mio disordine e viveva il dramma della mia pittura con ansiet spesso pi intensa della mia; perch io spesso esageravo la mia sofferenza per il piacere di soffrire e di vederla soffrire.

con il tuo sangue che dipingo, Gala le dissi un giorno. E da allora ho sempre firmato i miei quadri con il suo nome, ancor prima che col mio. Gala e io passavamo ogni anno a Port Lligat tre mesi interi. Intorno a noi rocce taglienti, terra arida, vento, gatti affamati, pazzi, vigne secche, mendicanti elegantissimi e coperti di mosche, nobili pescatori con le unghie incrostate di scaglie di pesce e i piedi coperti di calli color assenzio. Mio padre abitava, durante l'estate, a un quarto d'ora di distanza, e durante le mie passeggiate io vedevo la sua casa bianca come una zolletta di zucchero, isolata nella sua ostilit. Poi giungeva ogni anno il momento di tornare a Parigi, perch avevamo esaurito il denaro. Ma un giorno, a tavola, avevo appena finito di mangiare i fagioli alla catalana, cotti con lardo, butifarra, una salsiccia locale, foglie d'alloro e un pochino di cioccolata, quando osservai un lungo pane posato sulla nostra tovaglia. Lo presi in mano, ne baciai l'estremit, la succhiai leggermente in modo da inumidirla, e lo posai di nuovo sul tavolo, ma questa volta ben diritto sulla sua base ammorbidita. Avevo riscoperto l'uovo di Colombo: il

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pane di Salvador Dali. Avevo risolto l'enigma del pane: poteva stare in piedi senza esser mangiato. Io, proprio io, avrei reso inutile e puramente estetica la cosa pi tirannicamente legata alla necessit. Ne avrei potuto fare oggetti surrealisti: ad esempio, scavarci due buchi ben precisi, dove collocare due calamai. Quale degradazione squisita! L'inchiostro e le briciole, i seccarelli usati come nettapenne. Sarebbe bastato, al mattino, cambiare il pane, come si cambiano le lenzuola. E difatti, non appena giunsi a Parigi, dissi a quanti volevano ascoltarmi: Pane. Null'altro che pane. Era un nuovo enigma. Sarei forse diventato comunista? No, il mio pane era ferocemente antiutilitario, la rivincita della lussuria immaginativa sul mondo pratico e funzionale, era il pane aristocratico, paranoico, sofisticato, gesuitico, fenomenale, paralizzante, superevidente, impastato dal mio cervello nella solitudine di Port Lligat. L dove avevo dipinto, amato, scritto, studiato, sottoposto il mio spirito alle torture di dubbi infinitesimali, e finalmente, poco prima di partire, avevo riassunto le esperienze spirituali del lungo periodo nel semplice gesto di rizzare il pane sul tavolo. la mia originalit. Un bel giorno io dico: Ecco una gruccia! . E tutti credono si tratti di uno scherzo. Dopo cinque

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anni capiscono che era importante. E allora dico: Ecco un pane! . E subito il pane diventa importante, perch io ho il dono di dare consistenza al mio pensiero, e dopo mille riflessioni, studi, meditazioni, conferisco un carattere magico agli oggetti che addito. Un mese dopo il mio ritorno a Parigi con il pane, firmai un contratto con George Keller e un altro con Pierre Colle, nella cui galleria esposi Donna addormentata con cavallo e leone invisibili, frutto delle mie contemplazioni sulle rocce di capo Creus: fu acquistato dal visconte di Noailles insieme a un Sogno. Jean Cocteau compr un lavoro di ispirazione cattolica, Profanazione dell'ostia, e Andr Breton U enigma di Guglielmo Teli. I critici d'arte cominciavano a manifestare un certo interesse per me, ma non cos vivo come quello dei surrealisti e dei raffinati. Il principe FaucignyLucinge mi compr la Torre dei desideri, un uomo e una donna nudi sopra una torre, presso una testa di leone, chiusi in un abbraccio carico di delitto e di erotismo. Fu in quel tempo che Gala e io cominciammo a esser spesso invitati, e ricordo che proprio a casa della principessa di 1 olignac lanciai il progetto per una societ segreta del pane.

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Le belle donne all'inizio mi ascoltarono ridendo, ma a poco a poco si entusiasmarono al punto da far prevedere che prestissimo miracoli di ogni genere si sarebbero prodotti. Pani alti sessanta metri sarebbero apparsi nei giardini di Versailles, dinanzi ai pi lussuosi alberghi americani, in modo che nessuno potesse discutere l'efficacia poetica della confusione, del panico, della follia collettiva, assolutamente inevitabili. Le donne pi splendide, pi raffinate d'Europa bevevano le mie parole come champagne: in breve, adottarono le mie espressioni catalane, esuberanti e crudeli. Dicevano, ad esempio: Cara, ho un fenomenale desiderio di cretinizzarti ; Per due giorni non ho saputo localizzare la mia libido! ; Il concerto di Stravinskij era magnifico, ignominioso ! ; Gli ultimi Braque sono semplicemente sublimi! . Tutto divenne commestibile oppure non commestibile e, per contagio, il mio vocabolario colm i vuoti tra i vari pettegolezzi mondani. Continuavano a chiedermi: Che significa questo? Che significa quello? . Un giorno vuotai interamente un pane della sua mollica, ci misi dentro un Buddha in bronzo, tutto coperto di mosche morte, chiusi l'apertura con un pezzo di legno, la saldai col cemento, ne feci un'urna funeraria e ci scrissi sopra, su consiglio di Ren Magritte: Horse Jam.

VII. LA STRANA DISTORSIONE DELL'INTERA STORIA DELL'ARTE

Il fantasma di Vermeer, potrebbe esser utilizzato come tavolo. L'arpa invisibile. 10 stesso a dieci anni, quand'ero il bambino-cavalletta. 11 enigma di Guglielmo Teli. Scultura di donna aerodinamica . Oggetto incomprensibile. Leone d'Africa. Udendo ruggire un leone allo zoo di Barcellona concepii 1 idea di queste distorsioni che prolungano le appendici e che rappresentano, all'interno del mio sistema estetico, qualcosa di simile al cavernoso fuggire della forma. (Per gentile concessione dell'American Museum of Naturai History, New York.)

Vili. TIRANNIA E LIBERTA DELLO SGUARDO UMANO

Erodiade, 1936, dipinto sotto l'influenza dello sguardo di Gala. Il momento sublime, ispirato dallo sguardo di Gala. Telefono - sardine grigliate alla fine di settembre, ispirato dallo sguardo di Gala. Lo sguardo di Gala, definito da Paul Eluard il piglio che perfora i muri. Il tenebroso appartamento di Parigi, 88, rue de l'Universit, dove conobbi la fenomenale intensit dello sguardo di Gala.

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Un'altra volta ricevetti in dono dal mio caro amico Jean Michel Frank, il decoratore, due seggioline in purissimo stile 1900. Ne trasformai una, sostituendo al suo sedile di cuoio uno di cioccolata, applicando una maniglia Luigi XV sotto un piede e immergendo l'altro in un bicchiere pieno di birra. Bastava camminare nella stanza con passo pesante o sbattere un uscio per farla crollare a terra. L'intitolai Seggiola atmosferica. Che significa? Volevo trasformare in realt il mio slogan dell'oggetto surrealista - l'oggetto irrazionale, l'oggetto simbolico, da contrapporsi ai sogni narrati, alla scrittura automatica... Decisi di lanciare la moda degli oggetti surrealisti, ossia rigorosamente inutili da un punto di vista razionale, e materializzanti, con furore feticista, idee e fantasie di carattere delirante. Ben presto gli appartamenti di Parigi (quelli, s'intende, vulnerabili al surrealismo), si gremirono di tali oggetti, all'inizio sconcertanti, ma in virt dei quali i loro possessori non dovevano pi limitarsi a parlare delle loro manie, fobie, desideri, sentimenti, ma potevano addirittura toccarli e manovrarli. Se davvero il paesaggio uno stato d'animo, gli oggetti surrealisti erano uno stato di grazia. La loro voga1 scredit e seppell la mania precedente dei sogni. Niente, ormai, di pi antiquato, di pi noioso, del narrare i sogni, dello scrivere fantastiche e incongrue fiabe imperniate sull'incongruo. L'oggetto surrealista creava un nuovo bisogno di realt, poich dava sostanza al meraviglioso e lo rendeva palpabile. Ormai le figure viventi, ma decapitate, le diverse sovrastrutture botaniche e zoologiche, gli sfondi marziani e abissali, le viscere volanti divenivano insopportabili, e solo i surrealisti dell'Europa centrale, i giapponesi, i ritardatari di tutte le nazioni si impadronivano di queste forme facili per abbagliare i loro concittadini. Anche certi negozi pretenziosi se ne servivano ancora. Gli oggetti surrealisti mi servirono per ammazzare definitivamente la pittura moderna e particolarmente la pittura surrealista. Mir l'aveva decretato: Voglio uccidere la pittura! . E la assassin, abilmente, discretamente aiutato da me, che vibrai il colpo mortale, immergendo fino all'elsa, nella schiena del toro, la spada del matador. Ma credo che Mir
Uno dei pi tipici oggetti surrealisti fu la tazza, con piattino e cucchiaino, in pelliccia, inventata da Meret Oppenheim. Si trova attualmente nel Museo di arte moderna, a New York.

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non avesse ben capito una cosa: la pittura che noi volevamo uccidere era soltanto la pittura moderna. Recentemente, all'esposizione della raccolta Mellon, ho incontrato l'altra pittura, e mi sembra che non fosse morta per niente. Proprio mentre la mania per gli oggetti surrealisti era al culmine, dipinsi alcuni quadri apparentemente normalissimi, ispirati dagli enigmi congelatissimi di certe fotografie, cui aggiunsi un tocco daliniano di Meissonier. Sentivo che il pubblico, gi stanco di singolarit, avrebbe abboccato facilmente all'esca: Aspetta, gli dicevo fra me e ti dar realt e classicismo. Aspetta, non aver paura! . La mia fama, a Parigi, era divenuta solidissima. Ormai si divideva il surrealismo in due epoche ben distinte: ante-Dali e post-Dali. Si vedeva, si giudicava unicamente in funzione di Dali. Tutte le forme che presentavano qualche caratteristica 1900 (i morbidi, deliquescenti motivi ornamentali, ma anche l'estatica scultura di Bernini, il grumoso, il biologico, il putrefatto) erano daliniane. Il bizzarro, medioevale oggetto apparentemente senza utilit pratica era daliniano. Una certa angosciosa singolarit scoperta nei quadri di Le Nain era daliniana. Un film impossibile, pieno di arpiste, di adulteri e di direttori d'orchestra, piaceva perch avrebbe potuto piacere a Dali. Una sera, alcuni amici pranzavano all'aperto in un bistrot, all'angolo di place des Victoires; nessuno pensava a niente di particolare e, quando il cameriere pos sul tavolo un comunissimo pane, tutti, in coro: Sembra un Dali! . Il pane di Parigi non era pi il pane di Parigi, ma il mio

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pane, il pane di Salvador, il pane di Dali. I fornai cominciavano a imitarmi. Continuavamo a esser poverissimi. Ormai vivevamo continuamente tra persone estremamente ricche, ma non possedevamo nulla, o quasi. Sapevamo tuttavia che la nostra forza consisteva nel non confessare tanta miseria, perch la piet del prossimo uccide. Potevamo morire di fame, ma nessuno lo avrebbe saputo, era il nostro pundonor. C' una storiella che spiega bene il significato dello spagnolo pundonor. Appena suonano le campane del mezzogiorno, il cavaliere spagnolo se ne torna a casa e siede davanti alla sua tavola vuota, senza pane, senza vino, senza cibo di alcuna sorta. E aspetta, aspetta che i vicini abbiano finito di mangiare.

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La piazza, su cui si affacciano tutte le case del paese, deserta e accecante di sole. Finalmente, quando ritiene giunto il momento, il cavaliere si alza ed esce tenendo in bocca uno stuzzicadenti, perch tutti possano giurare che ha mangiato. Se mangia, c' ancora da aver paura dei suoi denti! E noi, non appena gli affari andavano male, raddoppiavamo le mance. Potevamo adattarci a vivere senza le cose, ma non volevamo adattarci alle cose. Potevamo benissimo rinunciare a mangiare, ma non accettavamo di mangiar male. A Malaga ero divenuto l'allievo di Gala, e lo ero rimasto definitivamente. Mi aveva rivelato la scienza del piacere e la scienza della realt. Mi insegn a vestire, a scendere una scala senza cadere trentasei volte, a non perdere continuamente i soldi dalle tasche, a mangiare senza poi gettare contro il soffitto le ossa spolpate, a riconoscere i nemici. Mi chiar inoltre il principio delle proporzioni, che brancolava ancora nel mio cervello. Era l'Angelo dell'equilibrio, era l'Annunciazione del mio classicismo. E non mi spersonalizzava, anzi mi liberava dalla polverosa tirannia dei sintomi, dai tic. Stavo diventando padrone della sempre pi cosciente violenza dei miei atti. E se le ossa spolpate della mia eccentricit volavano ancora, talvolta, contro il soffitto, lo facevano ragionevolmente. Anzich indurirmi, come avrebbero voluto le leggi della esistenza, Gala riusc a costruirmi, con la pietrificata saliva della sua fanatica devozione, un guscio che proteggesse la mia nudit eccessivamente tenera. Cos il mondo poteva giudicarmi invulnerabile quanto una fortezza, perch esternamente lo ero, ma all'interno restavo morbido, maturavo dolcemente. E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, dipinsi orologi molli. Una sera vennero a pranzo alcuni amici, con cui avremmo poi dovuto andare al cinema. Ma io, che non ne soffro abitualmente mai, avevo mal di testa, e volli restar solo. Avevamo concluso il nostro pasto con un fortissimo formaggio Camembert, e io meditai lungamente sui problemi filosofici della mollezza, suggeritimi appunto dal formaggio. Poi tornai nel mio studio, accesi la luce per lanciare un'ultima occhiata al quadro che stavo dipingendo, un paesaggio di Port Lligat, con rocce illuminate da un trasparente crepuscolo e, sullo sfondo, un albero di olivo senza foglie e con i rami tagliati. Sapevo che l'atmosfera del quadro attendeva un'idea, ma ignoravo ancora quale, e stavo per spegnere il lume per andare a letto. Fu allora che vidi. Vidi i due orologi molli,

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uno dei quali pendeva dai rami recisi, e mi misi immediatamente al lavoro, sebbene la mia emicrania fosse ormai dolorosissima. Quando Gala rientr, due ore dopo, il quadro, che sarebbe stato poi famosissimo, era quasi pronto. La costrinsi a sedere con gli occhi chiusi di fronte al cavalletto: Un, due, tre! E ora apri gli occhi! . Riconobbi sul suo viso uno stupore e un'ammirazione infiniti. La mia nuova immagine era dunque valida, perch Gala non sbaglia mai. Credi che, da qui a tre anni, avrai dimenticato i miei orologi? . Nessuno che li abbia visti potr mai dimenticarli. Allora andiamo a dormire. Ho mal di testa. Prender un'aspirina. Che film hai visto? Bello? . Non so... non me ne rammento. Quella stessa mattina una societ cinematografica mi aveva respinto un soggetto, dicendolo di interesse troppo particolare. Alcuni giorni dopo, un uccellino giunto dall'America con un cappello panama acquist i miei orologi molli. Il quadro si intitolava Persistenza della memoria, e l'uccellino era Julien Lvy, che avrebbe poi fatto conoscere la mia arte in America. Mi disse che giudicava il mio quadro eccessivamente straordinario e che l'avrebbe tenuto in casa perch era inutile esporlo nella sua galleria: nessuno lo avrebbe comprato. Fu invece comprato e venduto molte volte: ora appartiene al Museo di arte moderna. Ne ho vedute moltissime copie, eseguite da dilettanti di provincia su fotografie in bianco e nero e poi rivestite di stranissimi colori. Lo si us anche per propaganda commerciale, nei negozi di mobili e di verdure. Quanto al soggetto respintomi dalla societ cinematografica, esso apparve poi a mia insaputa sullo schermo, ma talmente devastato e mutilato da risultare irriconoscibile. Plagiato, derubato e celebre, ripartivo con Gala per Port Lligat; mio padre, sempre furente verso di me, cercava di renderci impossibile la vita laggi, giudicando la mia vicinanza una sventura, cos mi posi sul capo la mela del figlio di Guglielmo Teli, simbolo dell'appassionata ambivalenza cannibalistica che presto o tardi conclude la paterna vendetta. Non diversamente Saturno divorava i figli, Abramo sacrificava Isacco, Guzman el Bueno levava la spada sul figlio. Dipinsi un ritratto di Gala, con un paio di bistecche crude in equilibrio sulle spalle. Come capii soltanto in seguito, vo-

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levo simboleggiare che, pur desiderando mangiare lei, mi sarei limitato alle bistecche. Per le stesse ragioni dipinsi me stesso, a otto anni, con una fetta di carne sul capo, che offrivo a mio padre in sostituzione di me stesso. Le mie realizzazioni commestibili, intestinali, digestive assumevano un carattere sempre pi insistente, e fu allora che inventai il tavolo di uova sode, di cui vi dar la ricetta: fatevi fare uno stampo di tavolo in celluloide, preferibilmente in stile Luigi XV. Versate nello stampo la quantit necessaria di bianchi d'uovo, e tuffate il tutto nell'acqua calda, affinch i bianchi si rassodino. A questo punto, servendovi di cannucce, sistemate ordinatamente sulla massa i rossi d'uovo. Non appena la consistenza sar raggiunta, togliete lo stampo, che potete anche rompere, e sostituitelo con una cornice di gusci d'uovo sbriciolati e amalgamati per mezzo di qualche sostanza resinosa. Infine, levigate con pietra pomice la superficie. Allo stesso modo, e preparando lo stampo necessario, potrete confezionare una Venere di Milo interamente di uova sode.1 Immaginate un uomo vittima di una tremenda sete contenuta che esalti la sua perversione impedendosi di bere durante un lungo giorno estivo, e che poi, al tramonto, immerga un cucchiaio nei seni bianchi e duri della Venere, e scavando estragga un rosso d'uovo ancora liquido, meravigliosamente brillante nella luce dell'ultimo sole. Io stesso, a Port Lligat, soffrivo sempre una sete da arabo, forse perch durante l'inverno a Parigi dovevo bere troppo alcool per vincere cos la mia rinascente timidezza. Un medico mi aveva prescritto una medicina che avrebbe cementato le pareti del mio stomaco, e cos, quando bevevo, mi sembrava di sentir salire, dal mio patio interno, il mormorio dell'Alhambra di Granada. Ero assetato come un arabo, e come un arabo pugnace. Con Gala mi recai a Barcellona per tenere una conferenza in un circolo di anarchici, tutta brava gente venuta l con mogli e figli per ridere alle spalle di un piccolo borghese farneticante. Mi presentai, infatti, cos elegante da provocare, al mio apparire, una salva di fischi. I fischi che vennero dopo ebbero invece ragioni diverse: feci, infatti, un'esaltazione del marchese di Sade cos violenta e libera, usando parole cos
Della Porta, un napoletano di origine catalana, vissuto nel sedicesimo secolo, d nella sua gi da me menzionata Magia naturale la ricetta per creare un uovo di qualsiasi grandezza.

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crude e vivaci, che un anarchico, maestoso come un san Gerolamo, si alz per rammentarmi la presenza di molte donne oneste tra il pubblico: credevo forse di trovarmi in un bordello? Non ho mai ritenuto un comizio di anarchici una chiesa, risposi e inoltre, poich mia moglie, la donna che al mondo io stimo maggiormente, qui e mi ascolta, non vedo perch non dovrebbero ascoltarmi anche le altre. Ottenni con le mie parole un momentaneo vantaggio, ma lo persi immediatamente lanciando altre frasi limpidamente oscene, che fecero ruggire l'uditorio come un leone. Allora ordinai che mi si portasse il pane: ci vollero due persone per sorreggere l'enorme pagnotta, che superava le mie stesse speranze; me la posi sulla testa e cominciai a urlare, con tutte le forze, il mio famoso poema dell'asino putrefatto. Un vecchio medico, a cui la barba bianca e il viso rosso conferivano un aspetto bckliniano, fu colto da un accesso incontenibile di delirio, e tutti gli si buttarono addosso, con le orecchie ancora ronzanti delle mie turpi definizioni, per immobilizzarlo in qualche modo. Gli organizzatori erano molto soddisfatti e si rallegrarono con me: Forse lei si spinto un po' troppo in l, mormorarono ma stato eccellente . La confusione ideologica della Spagna evocava la torre di Babele: c'erano tre diversi partiti comunisti, tre o quattro diverse sfumature di trotzkisti, i sindacalisti politici, i socialistisindacalisti, gli anarchici, i separatisti, la sinistra repubblicana e una quantit di altri partiti, del centro o di destra, ugual-

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mente numerosi, attivi, agitati. Diceva un contadino di Figueras: Se Ges Cristo in persona scendesse in terra, con un orologio in mano, neppure lui potrebbe dirci che ore sono. A Parigi traslocammo da rue Becquerel, al sette, a rue Gauguet, sempre al sette, in un edificio modernissimo e funzionale, di quel tipo che io chiamo autolesionista, un'architettura per gente povera; dal momento che noi eravamo poveri, e non potevamo offrirci bureaux Luigi XV, tanto valeva vivere tra immense finestre, tavole di alluminio e una quantit di cristalli e di specchi. Gala ha il dono di far risplendere tutto, e non appena entra in una stanza ogni cosa comincia a mandar scintille. Tuttavia tanta monastica rigidit accresceva in me il gusto del lusso. Mi sembrava di essere un cipresso costretto a crescere dentro una vasca da bagno. Per la prima volta in quell'anno, rientrando da Port Lligat, mi ero accorto di essere atteso; la mia assenza creava un desertico vuoto che nessuno sapeva colmare. Tutti contavano su di me perch insegnassi loro il modo di continuare , ma quella volta rifiutai, volevo che se la sbrigassero da soli, liquidando ogni nuova illusione. Quanto a me, volevo soltanto andare in America, entrare in contatto con una carne nuova, con un paese nuovo, non ancora corrotto dalla putredine del dopoguerra europeo. Volevo portare laggi il mio pane, sentirmi chiedere, laggi: Che significa? . Julien Lvy mi aveva mandato i ritagli di giornali che si riferivano a una mia piccola mostra estiva, con gli orologi molli di sua propriet e con altri quadri, da me prestati. Le vendite erano state modeste, ma gli articoli dei giornali rivelavano una comprensione cento volte maggiore di quella che ottenevo in Europa, dove, ad esempio, un critico che ha cominciato la sua carriera difendendo il cubismo spender la sua intera vita a difenderlo. A Parigi ognuno giudica secondo il punto di vista estetico del suo egoismo personale, e io mi trovavo circondato unicamente da partigiani. L'America diversa. L'America sceglie con la forza elementare e fatale della sua unica, immacolata biologia. Conosce perfettamente quel che le manca, e io le avrei portato proprio quel che le mancava, sul piano spirituale, materializzando l'integra e delirante mescolanza del mio lavoro di paranoico, perch potesse tutto vedere, tutto toccare, con le mani e con gli occhi della libert. S, quel che mancava all'America era precisamente l'orrore dei miei asini spagnoli putrefatti, e gli spettrali Cristi di El Greco, e i turbinosi, superbi girasoli di Van Gogh, e la qualit vaporosa delle scollature alla Chanel, e la

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metafisica dei manichini surrealisti di Parigi, e l'apoteosi delle architetture wagneriane e sinfoniche di Gaudi, e Roma, e Toledo, e il cattolicesimo mediterraneo... L'idea che mi facevo dell'America assunse in me una consistenza anche maggiore quando, a un pranzo in casa del visconte di Noailles, conobbi Alfre H. Barr jr, direttore del Museo di arte moderna a New York. Giovane, pallido, apparentemente molto malato, aveva gesti rigidi e lineari che rammentavano un uccello intento a becchettare cibo; e infatti becchettava i valori artistici del momento, scegliendo con estrema abilit sempre i grossi grani rotondi, e mai gli stenti granellini avvizziti. La sua cultura nel campo dell'arte moderna era enorme. In contrasto con i nostri direttori di musei moderni, molti dei quali ignoravano ancora Picasso, la cultura di Alfre Barr era quasi mostruosa. La signora Barr, che parlava benissimo il francese, intu che avrei avuto in America un brillante avvenire, e mi incoraggi a partire. Gala e io eravamo gi decisissimi, ma mi mancava il denaro... Ah1'incirca in quel periodo conoscemmo una signora americana, la proprietaria del Moulin du soleil, nella foresta di Ermenonville. Fu lo scrittore surrealista Ren Crevel che ci condusse un giorno a far colazione nell'appartamento che questa signora aveva a Parigi. Era estate e nella sala da pranzo tutto era bianco, tranne la tovaglia e le porcellane, per cui, qualora se ne fosse fatta una fotografia, la negativa sarebbe apparsa positiva. Tutto quel che mangiammo era bianco. Bevemmo latte. Le tende erano bianche, il telefono bianco, il tappeto bianco. La signora vestiva di bianco, con orecchini, sandali e braccialetti bianchi: si interess subito alla mia societ segreta del pane. Decidemmo immediatamente di far costruire, nella foresta di Ermenonville, un forno lungo quindici metri, per cuocervi il mio pane d'eccezione. La signora si era gi accorta che il fornaio locale tendeva al bizzarro e sarebbe quindi stato facile ottenere la sua complicit. Questa signora americana cos bianca, che avrebbe costituito un negativo cos nero, era Caresse Crosby. Prendemmo l'abitudine di trascorrere il fine settimana al Moulin du soleil. Mangiavamo nelle antiche stalle, piene di pappagalli impagliati e pelli di tigre. Al secondo piano c'era una libreria assolutamente sensazionale e, in tutti gli angoli, un'enorme quantit di champagne in secchielli di ghiaccio, con ramoscelli di menta. Moltissimi amici surrealisti e anche gente di mondo accorrevano intuendo, da lontano, che solo

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l, al Moulin du soleil accadeva qualcosa . In quei giorni il grammofono non cessava mai di suonare Night and Day di Cole Porter, e per la prima volta in vita mia potevo sfogliare il New Yorker e Town and Country. Respiravo, fiutavo, per cos dire, ogni immagine dell'America: non altrimenti si respira, si fiuta, l'aroma di un cibo meraviglioso, che tra poco ci sar dato di gustare. Voglio andare in America, voglio andare in America... stava diventando un capriccio infantile, e Gala mi consolava come meglio poteva: saremmo partiti non appena avremmo potuto mettere insieme qualche soldo. Ma tutto stava andando di male in peggio. Il mio contratto con Pierre Colle era scaduto e il mercante, per difficolt finanziarie, non poteva rinnovarlo. Le nostre preoccupazioni assumevano carattere endemico, poich tutti i collezionisti parigini interessati all'acquisto di un Dali lo avevano gi acquistato, e quindi le nostre possibilit di vendita erano minime. Inoltre, dedicavamo le nostre minuscole economie alla casa di Port Lligat, e in occasione di qualche affare eccezionalmente fortunato Gala stampava a sue spese i miei libri, che venivano poi regolarmente acquistati da quei pochi che gi possedevano i miei quadri, e di conseguenza mi trovavo da un lato influentissimo e dall'altro poverissimo. Ma non sono tipo da rassegnarmi. A Malaga avevo deciso di arricchirmi, e non c'ero ancora riuscito; passeggiavo per strada ribollente di rabbia, strappandomi i bottoni dalla giacca per morderli, pestando con tanta forza il piede in terra da farmi temere di sprofondare, una volta o l'altra. Una sera, rincasando dopo molti inutili tentativi, incontrai all'inizio del boulevard Edgar Quinet un cieco senza gambe, che spingeva con le mani il suo carrozzino dalle ruote di gomma: avanzava gaiamente, arrogante e quasi civettuolo. Quando fu il momento di attraversare la strada, trasse di sotto al suo cuscino di cuoio un bastoncino, e con quello cominci a pestar forte in terra, sicuro di s fino a rendersi ripugnante. Con intollerabile insistenza chiedeva al suo prossimo di aiutarlo fraternamente. La strada era deserta, soltanto una ragazza bionda, in lontananza, avrebbe potuto vedermi. Allora mi chinai, e con tutta la mia forza spinsi il carrettino, o per meglio dire lo scagliai oltre il boulevard, fino al marciapiede opposto. Nell'urto il mendicante sarebbe certo caduto se non si fosse prudentemente aggrappato con le mani alla spalliera. Rimase l, immobile, contro un fanale, e certo riconobbe i miei passi,

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non appena mi accostai, perch vidi stendersi sul suo volto la ragnatela gialla della paura; seppi che mi temeva, e nonostante la sua indubbia, la sua disperata avarizia, mi avrebbe dato anche il suo denaro, se gliel'avessi chiesto. Ecco il sistema per attraversare l'Atlantico! Non ero mutilato, io, non ero cieco, n degradato, n miserabile, ma al contrario raggiante di gloria. Nessuno mi avrebbe aiutato, e io non potevo contare su alcun aiuto: anche morendo di fame non si chiede cibo alle tigri. Avrei dovuto strappare al mendicante il suo bastone e servirmene come di un'arma. Col pochissimo denaro che avevamo, prenotammo le cabine sul Champlain, il primo piroscafo in partenza per New York: ci restavano tre giorni di tempo per completare il pagamento e i preparativi. E per tre giorni corsi Parigi, menando dovunque colpi furiosi con il bastone di miserabile: ancora, ancora, ancora, tanti colpi, tanti urtoni, quanti ne saranno necessari per costringerti: dammi, dammi, dammi, ora, subito, dammi tanto, dammi tutto! In tre giorni, il mito di Danae si rinnov, e io mi ritrovai estenuato, come se avessi fatto l'amore sei volte di seguito. Mi prese il terrore di perdere il piroscafo; andammo alla stazione tre ore prima che il treno partisse, e, quando i fotografi mi pregarono di scendere per ritrarmi sulla banchina, dovettero accontentarsi di vedermi sul predellino: Non c' paragone tra le locomotive e me, dissi, per giustificare la situazione loro sono troppo piccole, oppure io sono troppo grande. Gala mi teneva continuamente una mano tra le sue, per calmarmi, ma una volta imbarcati fui vinto da altri timori: quello del naufragio, ad esempio, e costringevo Gala a prendere con me tutte le precauzioni possibili - salvagenti, esercizi - facendola talvolta arrabbiare, talvolta ridere fino alle lacrime. Ogni volta che entrava nella mia cabina mi trovava sul letto, intento a leggere, ma con la cintura di salvataggio ben legata alla vita. Mi aspettavo continuamente di sentire l'urlo delle sirene, non potevo sopportare l'idea di una catastrofe meccanica, e guardavo i cordiali ufficiali di bordo come si guardano i carnefici. Bevevo continuamente champagne per tranquillizzarmi e per evitare il mal di mare, di cui per non ebbi a soffrire. Calesse Crosby, che viaggiava sul nostro stesso piroscafo, e si rammaricava di non aver potuto realizzare il progetto del torno lungo quindici metri, preg il capitano di farle cuocere a bordo un pane della massima misura. Fummo presentati al

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fornaio, che ci promise un pane lungo due metri e mezzo (e bisogn costruire un'impalcatura interna per evitare che il pane al momento della cottura si spezzasse). Il fornaio mantenne la parola e io ricevetti il pane, nella mia cabina, sontuosamente fasciato di cellophane. Pensai che sarebbe stato un oggetto interessante per i giornalisti, se fossero saliti sul Champlain a intervistarmi. Tutti parlavano con orrore e con disgusto di loro: Quell'orribile gente maleducata, si lamentavano che senza nemmeno togliersi il chewing gum di bocca vi fa tante domande indiscrete! . E ciascuno si vantava di aver trovato un modo astutissimo per sfuggire loro; ma si capiva bene che desideravano solo accordare interviste e si premunivano, col discorso dell'uva acerba, da ogni possibile delusione. Io, per contrasto, ripetevo ben forte: Adoro la pubblicit e, se per mia fortuna i giornalisti mi riconosceranno e vorranno occuparsi di me, offrir loro il mio pane, come san Francesco agli uccelli. I miei ascoltatori torcevano la bocca davanti a una cos grave prova di cattivo gusto e io insistevo: Quale sar il modo migliore di presentare il mio pane? . Era un problema che mi ossessionava, e infine decisi di abolire il troppo lussuoso involucro di cellophane per sostituirlo con semplice carta di giornale, trattenuta da spaghi. Le due estremit dovevano uscire nude, rendendo evidentissima la qualit semplice e assoluta del pane. Inoltre, avrei potuto fare e disfare da solo il mio pacco. Giungemmo a New York, e mentre si sbrigavano le ultime formalit mi fu comunicato che i giornalisti desideravano parlarmi. Corsi in cabina e, armato del mio pane, mi presentai loro. E qui mi accadde qualcosa di inaudito. Mi trovai nella situazione di Diogene, se mai gli fosse capitato di uscirsene a passeggio interamente nudo, e nessuno gli avesse chiesto spiegazioni. Non un solo giornalista mostr il minimo interesse per il pane che durante il nostro colloquio io tenni vistosamente in mano, o appoggiai al suolo, come un bastone qualunque. D'altra parte, mi conoscevano benissimo, me e la mia vita intera. Mi chiesero se fosse vero che avevo dipinto mia moglie con due bistecche fritte sulle spalle. Risposi che era vero, ma che erano crude, non cotte. Perch crude? Perch anche mia moglie cruda. E perch le bistecche insieme a sua moglie? Perch mia moglie mi piace e le bistecche pure, e non c' ragione di non dipingerle insieme.

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Erano giornalisti superiori agli europei per un acutissimo gusto del nonsenso , per una perfetta conoscenza del loro mestiere. Sapevano, fin dal principio, come ricavare una buona storia , fiutavano il sensazionale, sceglievano esattamente le vitamine necessarie ad alimentare giorno per giorno la curiosit di infinite psiche morenti di fame. L'Europa ha il talento della storia, non del giornalismo: e difatti i giornalisti preparano le loro domande ancor prima di conoscere colui che devono intervistare. Gli americani, invece, guidati da un istinto biologico, ammazzano, infallibilmente, proprio quell'uccellino attuale che bisogna portare, ancora caldo, sul tavolo del direttore (tavolo coperto dal pallore dei bianchi fogli in attesa delle tenebre; la tenebrosa speranza di notizie, legate al nerissimo telefono). Il giorno del mio arrivo, i giornalisti portarono ai loro direttori le mie sanguinanti bistecche, e quella stessa sera tutta New York le mangiava, e ancora oggi, ne sono certo, in qualche angolo remoto si rosicchia, infaticabilmente, l'estrema sostanza midollare contenuta nelle loro ossa... Salii sul ponte del Champlain e possedetti New York. Mi stava dinanzi, grigioverde, rosa, bianco crema, simile a un immenso, gotico formaggio Roquefort. Io adoro il Roquefort e gridai: New York mi saluta! . E subito il sangue catalano di Cristoforo Colombo, che mi scorre nelle vene, mi grid: Presente! ; e a mia volta salutai la cosmica grandezza, la virginale originalit della bandiera americana.

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New York, tu sei un Egitto! Ma rivoltato. Le tue piramidi non celebrano la tirannia, ma la democrazia, sentinelle di granito erette contro l'Asia, Atlantide ritrovata, Atlantide dell'inconscio. Quale Piranesi ha inventato i riti ornamentali del tuo Roxy Theater? Quale Gustave Moreau ha illuminato i velenosi colori che irradiano la sommit del Chrysler Building? New York, le tue cattedrali siedono, facendo la calza, all'ombra delle tue banche. Preparano calzini e guantini di lana per i cinque gemellini negri che nasceranno nella Virginia, calze e guanti per le rondini, ubriache di Coca-Cola, cadute nelle sporche cucine del quartiere italiano, e rimaste l sul tavolo, simili a nere cravatte di ebrei fradice di pioggia, ma baster il contatto col ferro da stiro delle prossime elezioni per renderle nuovamente commestibili e appetitose come fettine di lardo fritto. New York, nelle tue vetrine i manichini si addormentano, spandendo il loro sangue, e sulla Fifth Avenue Harpo Marx ha dato fuoco alla miccia che lancer in aria centinaia di giraffe piene di esplosivi. Le giraffe si spargono ovunque, mettono in fuga i cittadini che cercano rifugio nei negozi, i pompieri sono avvertiti, ma tardi. Bum, bum, bum! Vi saluto, giraffe esplosive di New York! E saluto tutti voi, precursori dell'irrazionale, Mac Sennett, Harry Langdon, e anche tu, indimenticabile Buster Keaton, tragico e delirante come i miei asini putrefatti, desertiche rose di Spagna! Mi svegliai a New York il mattino dopo, alle sei, dopo un lungo sogno erotico affollato di leoni. Abitavamo al settimo piano dell'hotel St. Moritz e mi parve strano udire, anche da sveglio, ruggiti misti a voci pi roche come di anatre e di altri animali non meglio identificati. Seguiva un silenzio, cos completo, cos inatteso in una citt moderna e meccanica da farmi sentire completamente sperduto. Poi il cameriere canadese che mi port la prima colazione mi spieg in perfetto francese che oltre il viale, nel Central Park, c'era il giardino zoologico. Difatti, affacciandomi alla finestra, vidi le gabbie e perfino le foche nella piscina. Tutte le mie successive esperienze contraddissero le menzogne tante volte udite sulla citt moderna e meccanica che gli esteti d'avanguardia hanno cercato di imporre all'Europa, vantandone l'antisettica bellezza funzionale. No, New York non una citt moderna. Anzi, per esserlo stata prima di tutte le altre, serba un sacrosanto orrore per la modernit. Cominciai il pomeriggio con una visita alla Fifth Avenue. Una squadra di operai stava dirigendo lanciafiamme che

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emettevano fumo nero contro la facciata di un grattacielo troppo nuovo per invecchiarlo, dandogli la tinta caratteristica delle vecchie case parigine. A Parigi intanto, i moderni architetti la Corbusier si rompono la testa per trovare materiali nuovi, supremamente antiparigini, che non diventino mai neri imitando, cos candidi e brillanti, il presunto fulgore moderno di New York. Superati i moderni dragoni emettenti fumo nero, entrai nell'ascensore rischiarato da un'enorme candela. Sulla parete centrale la copia di un quadro di El Greco era incorniciata fastosamente di velluto rosso antico, autentico, e quasi certamente del quindicesimo secolo. Dopo la facciata affumicata e l'ascensore-cappella di Toledo, sar inutile descrivervi l'appartamento dei miei amici: sappiate solo che conteneva arredi gotici, persiani, del Rinascimento spagnolo, due Dali e due organi. Dedicai il resto del pomeriggio ad altre visite, in case private e in camere d'albergo, passando instancabilmente da un cocktail-party a un altro, spesso senza uscire dallo stesso edificio. La mia assoluta ignoranza dell'inglese rendeva ogni cosa pi vaga e pi piacevole, e fra tante immagini fuggevoli una sola mi rimasta fortemente impressa: New York una citt senza luce elettrica . L'ascensore illuminato a candela non era un'eccezione, ma la regola. Ovunque la luce elettrica era accortamente dissimulata: sottane Luigi XVI, policrome pergamene gotiche, spartiti di Beethoven trasformati in paralumi. Si aveva l'impressione che l'edera crescesse negli angoli, che pipistrelli, ancora invisibili, stessero volando sui tenebrosi soffitti dei corridoi e delle sale. La sera andammo in un'incredibile sala cinematografica, decorata da contrastanti bronzi, la Vittoria di Samotracia e Carpeaux, e con quadri ultraneddotici, in grosse cornici dorate, e nel centro una fontana, illuminata dagli iridescenti ventagli del cattivo gusto. E ancora organi e organi, organi ovunque, sempre pi monumentali! La sera, prima di andare a letto, presi con Gala un ultimo whisky e soda al bar del nostro albergo, in compagnia di un cerimonioso quacchero con un lucido cilindro in testa. Lo avevo incontrato poco prima, mentre si abbandonava con discrezione ai piaceri dell'alcool in un sordido circolo di Harlem, e ora sembrava deciso a non lasciarci pi. Parlava francese abbastanza bene da farmi intuire che desiderava confessarmi qualcosa, per cui Gala gli domand in tono provocante: Non crede che il suo stato d'animo sia straordinariamente vicino al surrealismo? .

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Difatti, il quacchero apparteneva a una setta spiritualista estremamente segreta: non aveva fiducia nei suoi pi intimi amici, ma ne ebbe in me, il pittore dei pianoforti appesi ai rami dei cipressi. Ogni sera confess attacco al muro, con un cerchietto di gomma, una specie di trombettina d'ottone, e cos parlo con mio padre, morto due mesi fa. Prima di coricarmi ripassai mentalmente le immagini raccolte nei miei due primi giorni trascorsi a New York, rimaste fino a quel momento come avvolte in una fitta nebbia. No, mille volte no, la poesia di New York non , come gli abominevoli esteti europei vorrebbero far credere, quella di un orrendo frigidaire. No, New York antica e violenta come il mondo, e ogni sera i suoi grattacieli assumono la forma di giganteschi Angelus alla Millet, ma Angelus del periodo terziario, immobili, pronti a compiere l'atto sessuale, pronti a divorarsi vicendevolmente. I grattacieli sono immense mantidi religiose prima dell'accoppiamento. il sanguinario, insaziato desiderio che li illumina, che ne accende il riscaldamento centrale, e una poesia ugualmente centrale circola nelle loro farraginose strutture ossee di diplococchi vegetali. La poesia di New York non un'estetica serena: qualcosa di interamente biologico; non nichel, ma polmone di vitello. E la ferrovia metropolitana non corre su rotaie d'acciaio, ma su rotaie di vitelli, come scopr Raymond Roussel.

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poesia autentica, il ruggito del leone che vi sveglia al mattino, un organo, una nevrosi gotica, una nostalgia dell'Oriente e dell'Occidente, un paralume di pergamena, una facciata annerita, un vampiro artificiale, una poltrona artificiale.1 La poesia di New York una digestione persiana, una trombetta attaccata al muro per parlare con i morti, un organo di nazionalit, un organo di Babele, un organo del cattivo gusto attuale,2 un organo di abissi virginali e nuovi. New York non prismatica, non bianca, ma rossa e rotonda. Una tenda a forma di piramide rossa. Durante certe mattine brillanti di sole novembrino, me ne andavo a passeggio con il mio pane tra le braccia. Qualche volta entravo in un drugstore della 57th Street, chiedevo un uovo fritto e me lo mangiavo con una fettina del mio pane, tagliato accuratamente. Venivo circondato dalla folla, tempestato di domande, ma rispondevo stringendomi nelle spalle e sorridendo timidamente. Un bel giorno, durante una di queste passeggiate, il pane, ormai molto secco, si spezz all'improvviso in due, cos decisi di abbandonarlo. Mi trovavo sul marciapiede di fronte al Waldorf Astoria, ed era mezzogiorno, l'ora dei fantasmi diurni. Decisi di attraversare la via e di far colazione nella sert room, ma proprio in quel momento inciampai, caddi, e i due pezzi di pane rimbalzarono lontanissimi. Un policeman accorse a rialzarmi e io, avviandomi zoppicante verso la sert room, cercai con gli occhi i due frammenti del pane. Erano scomparsi. E un enigma che non ho mai risolto, e una volta o l'altra presenter il risultato dei miei studi alla Sorbona, sotto il titolo di II pane invisibile. La mia mostra alla galleria Julien Lvy mi valse un gran successo: quasi tutti i quadri furono venduti e la critica, pur serbando un tono polemico, riconobbe unanime i miei doni di tecnica e d'invenzione. Dovevamo ripartire per la Francia a bordo del Normandie, e Caresse Crosby organizz in nostro onore il primo ballo surrealista che, pur preparato nel corso di un solo pomeriggio, super in eccentricit ogni speranza degli organizzatori.

Una poltrona che respira, con un sistema di pompe e cuscini pneumatici- Ottima per fare addormentare vecchi, bambini e snob. Ho sempre pensato che il buon gusto abbia provocato la crescente sterilit dei cervelli francesi, e sostengo la superiorit del fertile e biologico cattivo gusto di Wagner, Gaudi, Bcklin.

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Io stesso rimasi esterrefatto dinanzi al Sabba delle streghe che per una sera anim il Coq rouge. Signore della buona societ apparvero quasi interamente nude, la testa imprigionata in una gabbia. Altre si erano fatte dipingere sul corpo tremende ferite, con un'infinit di spille di sicurezza, apparentemente conficcate nelle carni. Una dama, estremamente spirituale ed eterea, mostrava, sul ventre rivestito di satin chiaro, una bocca larghissima e ghignante. Occhi si allargavano, come repellenti tumori, sulle guance e sulle spalle. Un uomo, con la camicia da notte insanguinata, reggeva sul capo un comodino, dal quale, a un certo punto, sfuggirono mille uccellini colorati. Un'enorme vasca da bagno, traboccante d'acqua, dondolava nel vano della scala, e in un angolo c'era un grande bue spellato e sanguinolento, con il ventre aperto e imbottito di sei grammofoni. Gala era vestita da cadavere squisito , e portava sul capo una bambola molto realistica, con la testina divorata dalle formiche e chiusa nella morsa di un'aragosta fosforescente. Il corrispondente francese del Petit Parisien telegraf a Parigi che la moglie del famoso pittore Dali aveva provocato un grande scandalo, con la sua lugubre rievocazione di Baby Lindbergh. Non c'era stato il minimo scandalo a New York, ma ce ne fu uno piccolo a Parigi. Non ero pi padrone della mia leggenda, e il surrealismo si identificava ormai in me e soltanto in me. Rientrando a Parigi, scoprii che il gruppo dei surrealisti, mescolandosi a gen-

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te di mondo, si era completamente disgregato. Preoccupazioni di natura politica spingevano molti dei miei amici verso sinistra, e alcuni, obbedendo agli slogan di un piccolo e nervoso Robespierre, ossia Louis Aragon, accettavano incondizionatamente il comunismo. La crisi definitiva divenne inevitabile quando proposi una macchina per pensare composta da una poltrona a dondolo, tutta aureolata da bricchetti di latte caldo, e Aragon scatt, indignatissimo: Basta con le fantasie di Dali! Diamo il latte caldo ai figli dei proletari! . Breton, riconoscendo in Aragon il pericolo dell'oscurantismo, decise di cacciare lui e i suoi simpatizzanti, Bunuel, Unic, Sadoul e altri, dal gruppo surrealista. L'unico comunista puro, tra loro, era Ren Crevel, il quale tuttavia non segu Aragon in questa scissione, ma poco dopo si uccise, incapace di conciliare le drammatiche contraddizioni tra i problemi ideologici e intellettuali tipici del primo dopoguerra. Crevel fu il terzo suicida fra i surrealisti, rispondendo cos alla domanda posta da Revolution surrealiste in uno dei suoi primi numeri: il suicidio una soluzione? . Io avevo risposto di no, affermando la mia incessante attivit spirituale. La politica sempre stata lontana dai miei interessi, e in quel periodo pi che mai. Avevo invece intrapreso lo studio sistematico della religione cattolica, che sempre pi mi appariva come la perfezione architettonica. Mi isolai dal gruppo e presi a viaggiare di continuo: Parigi, Port Lligat, New York, Londra, e poi ricominciavo. Approfittavo dei soggiorni a Parigi per frequentare la societ elegante, che mi ha sempre interessato, cos come mi interessano i miserabili, o i pescatori di Port Lligat. La classe media mi annoia. Intorno ai surrealisti si raccoglieva, ormai, una vera fauna di piccoli borghesi mal lavati. Li fuggivo come la peste. Visitavo Andr Breton tre volte al mese, Picasso ed Eluard due volte alla settimana. Non vedevo mai i loro discepoli. Frequentavo, ogni giorno e ogni sera, uomini eleganti. Molti di loro erano stupidi, ma le loro mogli portavano pietre preziose dure come il mio cuore e profumi voluttuosi, e adoravano le musiche che io detestavo. Restavo il contadino catalano di sempre, ingenuo e tagliente, un re travestito. E non potevo scacciare dalla mia mente l'immagine (molto cartolina pornografica) di una donna raffinatissima, nuda, carica di gemme, con cappello piumato e prostrata ai miei piedi... La mia mania di indossare abiti eleganti, che sembrava limitarsi al primo periodo madrileno, tornava ora a impadro-

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nirsi di me, e io capivo finalmente che l'eleganza l'espressione concreta del raffinamento materiale di un'epoca, e che proprio per questo diventa il simulacro tangibile, lo squillo di tromba della religione. Nulla di pi tragico e vano della moda, e proprio come per un'intelligenza di prim'ordine, quale la mia, la guerra del 1914 fu feticisticamente rappresentata da Mademoiselle Chanel, cos la guerra incombente, che avrebbe liquidato le varie rivoluzioni in corso, era simboleggiata non dalle discussioni tra surrealisti, al caff di place Bianche, o dal suicidio del mio amico Ren Crevel, ma dalla casa di moda che Elsa Schiaparelli stava per aprire in place Venderne. Era qui che esplodevano gli autentici fenomeni morfologici, qui si transustanziava l'essenza delle cose. E qui sarebbero discese le lingue infuocate del daliniano Spirito Santo. E poich io ho, sfortunatamente, sempre ragione, pochi anni dopo le truppe tedesche avrebbero invaso Biarritz travestite esattamente nello stile Schiaparelli-Dali, con le uniformi mimetizzate con ramoscelli fronzuti che, appena strappati al devastato suolo di Francia, spuntavano dalle loro chiome impolverate, selvagge, come nordici germogli di una Dafne crocifissa. Ma la vera anima, la vera biologia di Schiaparelli, era Bettina Bergery, una delle donne di Parigi pi altamente dotate di fantasia. Somigliava esattamente a una mantide religiosa, e lo sapeva. Bettina e Roussie Sert (nata principessa Mdivani), incantevoli spettri di snellissima poesia, e Chanel, France de France, aprono la processione di coloro che, nonostante la separazione e la morte, restano i miei migliori amici.

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Londra offr a Parigi un bagliore di preraffaellismo che fui il solo a riconoscere e a godere. Peter Watson aveva un gusto infallibile per i mobili e per l'architettura e acquistava dei Picasso che, a sua insaputa, somigliavano soprattutto a dei Rossetti. Edward James, il poeta colibr, ordinava afrodisiaci telefoni-aragoste, acquistava i migliori Dal, perch era, naturalmente, il pi ricco. Lord Berners era sempre tra noi, impassibile nel suo scafandro di umorismo, ai magnifici concerti organizzati dalla principessa di Polignac nel suo grande salone decorato da Jos-Maria Sert, con risse di embrioni di elefanti, allegoria dell'Europa e della futura Lega delle nazioni. In casa di Missia Sert, la prima moglie di Sert, cuoceva e rosolava il pi nutriente pettegolezzo di Parigi. Nel salotto social-letterario di Marie-Louise Bousquet, posto sulle rive di un vero lago in pietra grigia (place Palais Boubon) vidi incredibili cortocircuiti tra ciliegie vere e false ciliegie, evocate dai raggi del sole calante, che davano la scalata al morbido e fantomatico naso di Ambroise Vollard e di Paul Poiret. Sull'altra riva del lago di pietra grigia, Emile Terry custodiva recentissimi Dali tra le migliori ragnatele di Madrid. In primavera si stava benissimo nel giardino della contessa Marie Bianche de Polignac, ascoltando il quartetto di archi che suonava nella casa infiammata dalle candele, dai Renoir e dalla malefica coprofagia di un insuperabile pastello di Fantin-Latour. Il tutto accompagnato da petits fours, canditi e dolci vari. Diametralmente opposto era il salotto della viscontessa di Noailles. Contrappunto in pittura e in letteratura. La tradizione di Hegel, Ludwig II di Baviera, Gustave Dor, Robespierre, Sade, Dali e un tocco di Serge Lifar.

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C'erano anche i balli di Reginald Fellowes. Qui una sola delusione, o forse due, poteva addolorare gli invitati: talvolta, la signora non indossava un abito disegnato da Cocteau, talvolta Gertrude Stein non pronunciava un discorso. Il tutto, fortunatamente, era sempre accompagnato da uno snobismo e da un'eleganza di prima qualit. Il principe e la principessa di Faucigny-Lucinge avevano un innegabile istinto del tono: il loro tono era quasi tanto violento e sostenuto quanto la figura degli spagnoli. Era la conseguenza diretta, anche se talvolta sfumata di gioco, dei quadri, esotici ed elegantissimi, di Aubrey Beardsley. La principessa sceglieva sempre le cose antiquate, e se ne serviva per tiranneggiare la moda. Il suo anacronismo era sempre modernissimo, e lei era senza dubbio una delle donne che meglio possedevano il senso dell'eleganza parigina. Il conte e la contessa di Beaumont custodivano la chiave teatrale di questo mondo. Entrare nella loro casa era come entrare in un teatro, un teatro dove i Picasso del periodo grigio erano appesi alle argentee canne di un organo. Etienne de Beaumont parlava esattamente come chi ha la vocazione del teatro e calzava buffe scarpette di vitello. Tutti gli intrighi, pi o meno criminali, che si annodavano tra le diverse compagnie dei balletti russi che Diaghilev aveva affidato ai Beaumont germinavano, crescevano e inevitabilmente scoppiavano nel loro giardino, dai cui alberi spesso pendevano fiori artificiali. L si poteva impunemente incontrare Marie Laurencin, il cardinale Verdier, il colonnello La Roque, Leonida Massine, Serge Lifar (sfinito di stanchezza e cadaverico), il maragi di Kapurthala, l'ambasciatore di Spagna e qualche esemplare di surrealista. La societ di Parigi si andava involgarendo; lo spettro della sconfitta del 1940 si poteva gi riconoscere nelle nuvole bordeaux che incupivano l'orizzonte della Francia, e anche nella catastrofica simpatia agrodolce ispirata dalle popolari, realistiche e vischiose gengive di Fernandel,1 che offriva uno strano contrasto accanto allo squisito, aristocratico, fantomatico pallore della principessa russa Natalie Paley, meravigliosamente vestita da Lelong e velata da una polvere di palcoscenico 1900. Un altro tocco era dato dall'inimitabile smorfia di Henry Bernstein, quando concludeva un profetico pettegolezzo con denouement cinico-sentimentale, senza smettere
Fu Jean Renoir a scoprire quest'attore; soltanto la guerra imped a Dali di ritrarlo in abito di menino, o paggio di corte.

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di mangiare spaghetti, nella penombra animata dal galante formaggio parmigiano, anima del ritrovo notturno Casanova, un parmigiano sempre pronto ad accendersi come una crpe suzette. E c'era anche la barba di Bb Brard, i cui peli erano, dopo i miei baffi, quelli del miglior pittore di Parigi; odorava di oppio e di decadenza alla Le Nain-Roman, in quella Parigi matura per il rasputinismo, per il Bb-dandismo, per il Gala-dalinismo, e mostrava la stessa, ambigua, lusinghevole sicurezza, architettonicamente romantica che si leggeva negli sguardi di Piero della Francesca. A parte i suoi quadri, Brard ha tre cose che io considero bellissime e commoventi: la sporcizia, lo sguardo, l'intelligenza. Quanto a Boris Kochno, la sua barba, perpetuamente rasata, continuava a crescere con un coraggio e una perseveranza da barba cosacca. Boris illuminava i balletti russi, mangiava in tutta fretta e quasi sempre scappava prima del dessert (doveva precipitarsi verso un altro dessert). Talvolta, la sua carne si arrossa, si congestiona, e il colore azzurrino della sua ostinatissima barba rasata crea un contrasto tale, con la camicia inamidata, che l'osservatore superficiale pu scambiare il tutto per un tricolore francese. Il pittore Jos-Maria Sert, che possiede la vera immaginazione gesuitica, alla spagnola, splendida armatura che lo riveste d'oro, aveva una casa a tre ore da Port Lligat, il Mas Juny, il luogo pi fastoso e pi miserabile d'Europa. Ci andavo spesso, con Gala, per restarci intere settimane e, sul finire dell'estate, ci ritrovavo tutti gli amici di Parigi. Fu al Mas Juny che gli ultimi giorni felici dell'Europa anteguerra trascorsero beati e, talvolta, anche intelligenti. Questo periodo di incantesimi estivi, sullo sfondo delle sardanas catalane, dei festival provinciali lungo la Costa Brava, si concluse con l'incidente in cui in una Rolls-Royce morirono, tra Palamos e Figueras, il principe Alexis Mdivani e la baronessa von Thyssen. Roussie, la sorella di Alexis Mdivani, ne mor di dolore, quattro anni dopo; per spiegarvi quanto io amassi questa giovane donna, vi dir semplicemente che rassomigliava, come una perla di morte rassomiglia a un'altra perla di morte, al Ritratto di fanciulla di Vermeer che si trova al museo dell'Aia. Non bisogna giudicare troppo frivoli i protagonisti di questa insolubile ed eccessivamente romantica Europa. Si dovr attendere un secolo perch simili individui tornino a nascere. Surrealisti e donne di mondo, morti per amore! Po-

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chi uomini politici furono capaci di fare altrettanto, durante i processi che seguirono la guerra. L'Europa che amavamo stava crollando, tra le rovine della storia contemporanea: rovine senza memoria, senza gloria, nemiche di noi tutti, supremamente antistorici; e pochissimi, tra noi, erano destinati a sopravvivere.

CAPITOLO TERZO
GLORIA TRA I DENTI, PAURA TRA LE GAMBE GALA SCOPRE E ISPIRA IL CLASSICISMO DELL'ANIMA MIA

Il mio secondo viaggio in America celebr, ufficialmente, l'inizio della mia gloria. Tutti i quadri esposti vennero venduti. Il Time pubblic una mia fotografa fatta da Man Ray, in copertina, con la didascalia che diceva: Il surreali.sjsgwssi^rr^"""1 - sta Salvador Dali: un pino in fiamme, un arcivescovo, una giraffa e una nuvola di piume scapparono fuori dalla finestra. Numerosi amici mi avevano vantato il Time, ma quando lo ricevetti ne fui deluso: mi parve un piccolo giornale, e solo in seguito compresi la sua grandezza. Non ho mai capito come io sia divenuto cos popolare in America da esser spesso fermato, per strada, da gente che mi chiedeva un autografo, inoltre ricevevo montagne di lettere e proposte di ogni genere. Tanto per citarne una, quella di decorare le vetrine di Bonwit-Teller, che accettai: vi collocai un manichino con la testa composta di rose rosse e le unghie rivestite di ermellino bianco. Sul tavolo misi un telefono rinchiuso in un guscio di aragosta. Appesa a una seggiola, la mia celebre giacca afrodisiaca, una comune giacca da smoking decorata con ottantotto bicchierini da liquore che la ricoprivano tutta, colmi fino all'orlo di una verdissima crme de menthe, e in ogni bicchierino una cannuccia e una mosca morta. Avevo gi sfoggiato questa giacca afrodisiaca a Londra, in occasione di una conferenza che tenni stando in uno scafandro da palombaro. Era stato Lord Berners a prendere in affitto per me lo scafandro, e telefon a una serissima ditta che gli chiese di specificare a quale profondit il signor Dali volesse scendere. Lord Berners spieg che intendevo esplorare il subcosciente per poi tornare subito a galla. In questo caso gli risposero con gravit sostituiremo il casco con un modello speciale.

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Comunque, rischiai di morire per asfissia, nello scafandro, e Gala con Edward James mi salvarono facendo saltar le viti di saldatura a colpi di martello, in presenza di un pubblico foltissimo, che sulle prime non immagin trattarsi di una tragica realt. Forse questo nuovo drammatico evento accrebbe la mia popolarit, non meno della mostra organizzata per me dal signor Mac Donald nella sua London Gallery, dove i miei quadri figurarono accanto a quelli di due illustri predecessori: Czanne e Corot. Mentre tutto andava cos bene, fui colto da una depressione invincibile: ne avevo abbastanza, volevo tornare immediatamente in Spagna. Basta con gli scafandri, basta coi telefoniaragosta, basta con le clips diamantate, i piani molli, gli arcivescovi, i pini in fiamme scagliati dalle finestre, basta con la pubblicit, basta con i cocktail-party! A Port Lligat, nella solitudine che Gala e io ci eravamo meritati con uno sforzo comune durato sei anni, senza impazienza, con tenacia inaudita, avrei finalmente potuto fare cose importanti. Arrivammo a Port Lligat sul finire di uno splendente pomeriggio di dicembre, e mai il paesaggio mi era parso cos bello. Volevo, disperatamente, essere felice, ma un'angoscia misteriosa mi serrava il plesso solare, e non potevo dormire, e dopo una notte insonne camminavo lungo la riva del mare, e la mia vita stravagante e brillante mi sembrava remotissima, priva di realt. Che ti succede? Hai tutto quello che desideri. Sei a Port Lligat, il luogo che prediligi, con Gala, la persona che pi ami. Non soffrirai pi l'avvilente angoscia della povert; con lusso enorme di tempo potrai iniziare opere grandiose. La tua salute perfetta. Baster un tuo cenno, e potrai tentare qualsiasi esperienza teatrale e cinematografica... Gala sarebbe perfettamente felice se tu non ti torturassi cos... senza ragione. Giacevo nudo al sole, caldo come l'astro estivo. Ma non avevo il coraggio di gettarmi nell'acqua gelida, ne temevo il contatto come di un fantasma: non era forse il ricordo della storia della morta Marieta, che mi raccontava la mia balia Llucia? Marieta torna a casa dal suo sepolcro, per spaventare il marito: Ahi, ahi, sono sul primo gradino! . Marieta! Marieta! Torna alla tua tomba, lasciami in pace! . Ahi, ahi, sono sul secondo gradino! . Marieta! Marieta! . Ahi, ahi, sono sul terzo gradino! . Marieta! .

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Alla fine della storia, quando la morta sull'ultimo gradino, Llucia mi afferrava una spalla, urlando con sempre inattesa violenza: Ti ho preso! . Mentre Gala, di lontano, mi chiamava a colazione, respiravo, sul mio corpo, l'odore della morte. Si lev la tramontana, la nostra domestica impazz e se ne and a passeggio sulle rocce con i seni nudi e un cappello fatto di spaghi e di giornali vecchi. Un figlio de la ben plantada mor di fame, perch la sua pazzia gli suggeriva di non mangiare: io vivevo nel terrore di impazzire e di morire, e non potevo inghiottir nulla. Restavo sulla spiaggia, tra i pescatori che si scrostavano il sudiciume di dosso a colpi di temperino, e la loro rogna veniva a posarsi sull'ultimo Vogue che Gala mi aveva messo accanto, per distrarmi: c'era l una donna elegantissima, fotografata a un garden party, con una goccia di rugiada in brillanti posata sul cuore di una rosa vera! Il suo rossetto era Real Dali Red, da applicarsi sopra altri due strati di Dali Red liquido. Ordinavo qualche bottiglia di champagne, che poi bevevamo con i pescatori mangiando ostriche.

Un giorno mi addormentai sulla spiaggia nel sole di mezzogiorno, mentre Gala mi stringeva una mano tra le sue. Svegliandomi, vidi Gala1 china su di me, come il divino animale dell'ansiet, intenta a spiare la crisalide Lazzaro. Poich, simile a una crisalide, mi ero avvolto nel mio bozzolo, il seriGi una volta Gala-Gradiva aveva guarito la mia follia, con la corporea realt del suo amore, e ora doveva aiutarmi a uscire dalla mia angoscia.

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co bozzolo della mia immaginazione e dovevo lacerarlo affinch la paranoica farfalla del mio spirito ne emergesse trasformata, viva e vera. Le mie prigioni costituivano il riscatto delle mie metamorfosi. Ma senza Gala sarebbero divenute dei sepolcri, e ogni volta lei doveva lacerare con i denti le bende tessute dalla secrezione del mio terrore, altrimenti mi sarei putrefatto l dentro. Alzati e cammina! . Le obbedii. Per la prima volta assaporavo il gusto della tradizione appoggiando a terra la pianta del piede. Salvador, non hai ancora fatto nulla! Non puoi ancora morire! . La mia gloria surrealista era priva di ogni valore. Io dovevo incorporare il surrealismo nella tradizione. La mia fantasia doveva ridiventare classica. Avevo, dinanzi a me, un compito cos lungo che la vita intera non mi sarebbe bastata, e fu Gala a darmi la fede nella mia missione. Anzich ristagnare nel miraggio aneddotico del mio successo, dovevo lottare per qualcosa di importante. Dovevo render classiche le mie esperienze di vita, rivestirle di una forma, di una cosmogonia, di una sintesi, di un'architettura di eternit.

CAPITOLO QUARTO

METAMORFOSI MORTE RISURREZIONE

Din, don, din, don, din, don... Che c'? la campana della Storia che squilla. E cosa dice la campana della Storia, Gala? >\ Jsrffvk w <iru Dice che, dopo il quarto d'ora degli ismi, l'ora individuale sta per suonare. La tua ora, Salvador! Din, don, din, don, din, don! L'Europa del primo dopoguerra stava per morire: di anarchia, di ismi, 1 di mancanza di rigore politico, estetico, morale. L'Europa stava per morire di scetticismo, di secchezza, di mancanza di forma, di mancanza di sintesi, di mancanza di cosmogonia, di mancanza di fede. L'Europa non credeva a nulla, ma accettava tutto, perfino l'anonima flaccidit della vita collettiva. Gli escrementi dipendono sempre dai cibi. L'Europa del dopoguerra si era nutrita di ismi e di rivoluzioni: i suoi escrementi sarebbero quindi stati la morte e la guerra. Le sofferenze collettive sopportate dal 1914 in poi conducevano all'infantile illusione di un benessere collettivo, basato sulla rivoluzionaria abolizione di ogni disciplina, e si ebbe cos la miseria di un periodo che sostitu la meravigliosa libert della vera fede con la tirannia di utopie unicamente monetarie. La storia dimostrer che il materialismo di Karl Marx costitu il veleno di odio concentrato a causa del quale i nostri contemporanei agonizzarono e morirono nelle fetide e bombardate gallerie delle metropolitane. Al contrario, quelle che secondo Marx erano religiose illusioni o anche oppio

Cubismo, dadaismo, simultaneismo, purismo, vibrazionismo, orfismo, futurismo, surrealismo, comunismo, nazionalsocialismo, per citarne solo alcuni che accompagnarono il primo anteguerra e il primo dopoguerra. Ognuno ebbe i suoi capi, i suoi partigiani, i suoi eroi.

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per il popolo condussero i contemporanei di Leonardo, di Mozart e di Raffaello a esaltarsi sotto le perfette cupole architettoniche dell'animo umano. Gala stava risvegliando il mio interesse per l'Italia. Il Palladio e il Bramante mi apparivano di giorno in giorno con maggior chiarezza i pi perfetti realizzatori di compiutezze umane nel campo dell'estetica, e cominciavo a desiderare di veder da vicino questi prodotti di un'intelligenza materializzata, prodotti concreti, misurabili e perfettamente inutili. Gala aveva anche deciso di aggiungere un altro piano alla nostra casa di Port Lligat, per distrarmi da ogni possibile ricaduta nell'angoscia e canalizzare la mia attenzione verso problemi concreti. Giorno dopo giorno, mi ripetevo: impossibile, anche astrologicamente, imparare dagli antichi una tecnica ormai perduta! Non mi resta nemmeno il tempo di imparare a disegnare come loro! Non potr mai superare Bcklin! . E Gala, ardendo di entusiasmo, mi dimostrava, con mille argomentazioni, che non dovevo restare soltanto il famoso surrealista. Ci estenuavamo di ammirazione per Raffaello; si

trova tutto in lui, e quanto i surrealisti si illusero di aver scoperto costituiva per Raffaello soltanto un frammento della sua latente, ma consapevole, comprensione delle cose nascoste, insospettate e manifeste. Raffaello fu cos completo, cos sintetico, cos unico da eludere i nostri contemporanei: la miopia analitica e meccanica del dopoguerra si , effettivamente, specializzata nelle infinite molecole che costituiscono

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il capolavoro classico, analizzandole, piantandoci una bandiera sopra ed escludendo tutto il resto a cannonate. La guerra ha trasformato gli uomini in bruti. Dopo una lunga dieta a base di nitroglicerina, si ritrovavano incapaci di osservare una qualsiasi cosa che potesse esistere senza esplodere. Capirono attraverso de Chirico la malinconia metafisica che non sapevano pi riconoscere nel Perugino, o in Raffaello, o in Piero della Francesca. Eppure in tutti questi pittori avrebbero potuto cogliere, tra mille altre meraviglie, la soluzione offerta in ritardo dal cubismo ai problemi della composizione e, per quanto riguarda i sentimenti, il senso della morte, il senso della libidine materializzata in ogni frammento colorato, il senso della istantaneit. Che si poteva inventare dopo Vermeer? Il classicismo significava integrazione, sintesi, cosmogonia, fede, in luogo di frammento, esperimento, scetticismo. Tutte queste idee si andavano cristallizzando in una conferenza da tenere a Barcellona. Avrebbe dovuto avere vaste ripercussioni storiche, poich il mio caso non era quello, frequente, di uno scoraggiato ritorno alla tradizione, ma al contrario la battagliera affermazione della mia esperienza, la sintesi della mia conquista dell'irrazionale e l'affermazione della fede estetica restituitami da Gala. Lasciammo dunque Port Lligat per Barcellona, che trovammo lacerata dagli ismi come dalle bombe disposte un po' ovunque dalla Federacin anarquista ibrica. Lo sciopero generale venne dichiarato proprio il pomeriggio del nostro arrivo, e la citt assunse un'aria sinistra. Dalmau, il vecchio mercante di quadri al quale si doveva l'ingresso dell'arte moderna a Barcellona e l'organizzazione della mia conferenza, buss due volte, con la mano ossuta, alla porta della nostra camera d'albergo. Potevano essere le cinque. Avanti! gridai, e Dalmau fece un'apparizione memorabile, con i capelli grigi sconvolti, la barba al vento e un numero della Revolution surrealiste infilato nell'ampia apertura dei pantaloni. Bench la sua aria trafelata pareva esser di uno che in tutta fretta deve rivelare notizie urgentissime, lui indugi sull'uscio, per farci assaporare la sua sbottonatissima apparizione: Dovete partire immediatamente per Parigi, articol finalmente qui tra poco si scatener l'inferno. Cominciammo a cercare un autista che ci portasse al confine, e chiedemmo subito i visti necessari per la partenza. Le strade si affollavano di armati, che reciprocamente ignorava-

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no e venivano ignorati dalle guardie civili, quasi neppure si vedessero. Al Ministerio de la Gobernacin le dattilografe lasciavano le macchine da scrivere per osservare le mitragliatrici che venivano collocate davanti a ogni finestra; ognuna teneva in bocca un ago con il filo nella cruna, perch stavano preparando i bracciali con la bandiera catalana e la stella separatista. Si diceva che Companys fosse sul punto di dichiarare la Repubblica catalana. La tempesta preconizzata da Dalmau sarebbe scoppiata non appena l'esercito avesse deciso di entrare in azione. Mentre aspettavo il mio passaporto, vidi i Badia, i due fratelli che guidavano il movimento separatista. Sembravano due Buster Keaton, avevano gli stessi tragici gesti, e dal loro pallore compresi che erano vicini alla fine. Vennero infatti uccisi pochi giorni dopo. Finalmente ci ritrovammo con Dalmau, che ci present un autista anarchico. Chiusi in un gabinetto per uomini, discutemmo con lui il prezzo della corsa, e, dopo aver raggiunto l'accordo, l'autista trasse di tasca due diverse bandierine: Questa, se vinceranno i separatisti; questa, se vinceranno gli altri. I litigi tra catalani e spagnoli non interessano affatto noi anarchici. Il nostro momento non ancora venuto, ma tutte le bombe sono gi le nostre bombe, tocca a noi fare sempre chiasso ovunque . Ci vollero dodici ore per compiere un tragitto che normalmente ne richiede tre, perch ci fermavano di continuo per chiederci i salvacondotti. A met strada facemmo una sosta per rifornirci di benzina: sotto un grande envelat1 una piccola folla stava ballando al suono del Danubio blu e, tutto intorno, giovanotti e ragazze passeggiavano tenendosi a braccetto. Dall'uscio aperto di un'osteria si vedevano due uomini giocare a ping-pong e il nostro autista, fatto il pieno di benzina, si ferm a bere un bicchierino di anis del mono e a giocare due partite di ping-pong, con molta calma e abilit. Poi torn di corsa verso la macchina dove l'aspettavamo. Via, presto, grid la radio annuncia che Companys ha proclamato la Repubblica catalana, si combatte gi nelle strade di Barcellona. Ma dentro Yenvelat i suonatori ripetevano, per la terza volta il Danubio blu, e tutto era tranquillissimo: solo, in un angolo, un gruppo di uomini discuteva ad alta voce se fosse il
Tenda elaboratamente decorata che durante le feste campagnole serve di sala da ballo.

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caso di fucilarci o no. Erano particolarmente impressionati dal voluminoso bagaglio di Gala, che consideravano prova di un lusso eccessivo. Ma il nostro autista, spazientito, prese a bestemmiare con cos ispirata violenza da provocare il rispetto generale, e potemmo ripartire. Ci risvegliammo, l'indomani, a Cerbre, una cittadina di frontiera, e apprendemmo dai giornali che la rivolta era stata domata e i capi imprigionati o uccisi. La Repubblica catalana dur infatti una sola notte, la storica notte del sei ottobre, che mi serv per configurarmi definitivamente le notti storiche. Una notte storica per me stupidamente simile a tutte le altre notti, con moltissimo Danubio blu, un po' di pingpong e un qualche rischio di venir uccisi. Dalmau, infatti, ci scrisse che il nostro autista era stato ammazzato durante il viaggio di ritorno da una scarica di mitragliatrice, nei sobborghi di Barcellona. Non sono un uomo storico. Sono, al contrario, antistorico. Forse sono molto pi avanti, forse molto pi indietro, ma non mi sento mai contemporaneo agli ometti che giocano a ping-pong. Il ricordo di aver visto due spagnoli indulgere a questo gioco imbecille m'empiva di vergogna, e lo consideravo un pessimo presagio. Le palline del ping-pong sono piccoli teschi, vuoti, senza peso e catastrofici nella loro frivolezza. E nel minaccioso silenzio scandito dal loro toc, toc, toc, toc, sentivo avvicinarsi il grande cannibalismo armato della nostra storia, l'incombente guerra civile. Tornato a Parigi, dipinsi un grande quadro intitolato Presentimento della guerra civile. V'era un grande corpo trafitto da mostruose escrescenze di gambe e di braccia, che gli si avvinghiavano addosso come per strangolarlo. Quale sfondo a tanta carne divorata da catastrofi biologiche e narcisistiche, scelsi un paesaggio geologico, vanamente sconvolto durante migliaia di anni da drammi tellurici. Abbellii la mollezza della massa carnosa con alcuni fagioli lessi, perch non si poteva neppure immaginare di inghiottire tanta carne senza la presenza (scarsamente suggestiva, lo ammetto) di un malinconico e familiare contorno. Il mio presentimento della guerra civile ebbe ben presto una conferma ufficiale. In quel preciso momento mi trovavo a Londra e, dopo aver ascoltato un concerto da camera, pranzavo al Savoy. Avevo chiesto un uovo alla coque, e mi bast vederlo per rammentare le palline del ping-pong che, per cos dire, mi ossessionavano a intervalli. Spiegai al compositore Igor Markevitch come sarebbe sta-

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to triste e demoralizzante giocare a ping-pong usando, invece della pallina, un uovo alla coque, divertimento persino pi atroce di quello di giocare a tennis usando invece di una palla un uccello morto. E subito l'uovo alla coque mi leg i denti: era pieno di sabbia! Sono certo che lo chef del Savoy non ne avesse alcuna colpa: era la sabbia africana della storia di Spagna che si sollevava tra le mie labbra. Contro la sabbia, champagne! Ma non ne bevvi. Un periodo di rigore ascetico, una quintessenziale violenza di stile avrebbero da allora dominato il mio pensiero, la mia vita, illuminati soltanto dal fuoco religioso della guerra civile, dagli estetici fuochi del Rinascimento, in virt dei quali ogni giorno l'intelligenza pu rinascere. La guerra civile era cominciata. Gli anarchici spagnoli brandivano le loro bandiere nere, con sopra scritto Viva la muerte! . E gli altri agitavano l'antichissima bandiera della tradizione, rossa e oro, con le due sole lettere: F! . E tra la fede e la morte, nel mezzo del cadaverico corpo, divorato dai vermi di ideologie esotiche e materialiste, della Spagna si vedeva l'enorme erezione iberica, immensa cattedrale colma della bianca dinamite dell'odio. Seppellire e disseppellire! Disseppellire e seppellire! Qui si riassumeva l'intera guerra civile, l'intera Spagna, troppo lungamente docile verso gli umilianti giochi di vili ping-pong politici e aneddotici! O terra di Spagna, tu che fecondasti la religione! La carne risuscitava nei disseppelliti amanti di Teruel, e si imparava ad amarsi uccidendosi. Nulla cos vicino all'amplesso come l'abbraccio della morte. Il miliziano entrava in un caff portandosi in braccio la mummietta, appena dissepolta, di una suora morta nel dodicesimo secolo. Voleva portarla con s legata al suo zaino, nelle trincee di Aragona, e morire con lei, se morir doveva. Un vecchio amico dell'architetto Gaudi mi assicur di aver visto il cadavere dissepolto di quest'uomo geniale trascinato, con una cordicella stretta intorno al collo, da un bimbo piccolissimo per le vie di Barcellona. Gaudi, mi assicur il narratore, era stato perfettamente imbalsamato, e sembrava assolutamente vivo, anche se un poco malandato in salute: fenomeno sin troppo naturale, se si pensa che Gaudi era stato sepolto per vent'anni. A Vie, i soldati giocavano a calcio usando come pallone il cranio dell'arcivescovo di Vie, a Vie... Da tutti gli angoli della Spagna martirizzata saliva odore d'incenso, di pianete, di grassi curati arsi vivi, di carne spirituale squartata, misto ad altri odori, di capelli sudati, di car-

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ni concupiscenti e parossisticamente fatte a pezzi, di fornicazione e di morte. Gli anarchici vivevano il sogno a cui non avevano mai fino in fondo creduto. Infatti entravano negli uffici dei notai e defecavano sui tavoli, che stavano l come simboli della propriet, e in alcuni villaggi, in cui era stato instaurato un libertarismo integrale, davano fuoco a tutte le banconote. Un anarchico andaluso sal con la grazia raffinata di un torero i gradini crollanti di una chiesa incendiata e profanata, per accostarsi a un gigantesco Cristo di legno, ornato di lunghi capelli neri: lo insult atrocemente, gli strapp i capelli, sputandogli in faccia. A questo punto il Cristo di legno perse una delle sue braccia articolate, e la grande mano di legno piomb pesantemente sulla testa dell'anarchico, che cadde a terra morto. Quale credente! Nei primi giorni della rivoluzione, il mio grande amico, il poeta della mala muerte, Federico Garda Lorca, venne fucilato a Granada, occupata dai fascisti. La sua morte fu sfruttata dalla propaganda, ignobilmente, perch chi lo conosceva sapeva benissimo che Lorca era per natura apolitico. Lorca non simboleggi, morendo, un'ideologia politica, mor semplicemente come la vittima espiatoria della confusione rivoluzionaria. La guerra civile, infatti, uccideva un uomo non per le sue idee , ma per motivi personali , e poich Lorca, come me, aveva personalit da vendere, era, pi di ogni altro spagnolo, destinato a venir ucciso dagli spagnoli stessi. La sua morte e le sue ripercussioni crearono un'atmosfera soffocante nel cuore di Parigi e a Port Lligat. Decisi di partire per l'Italia; mentre il mio paese attendeva il responso della distruzione e della strage, volevo interrogare una ben diversa sfinge, il Rinascimento. Sapevo che, dopo la Spagna, l'Europa intera sarebbe precipitata nelle rivoluzioni fasciste e comuniste, e che dalla miseria delle dottrine collettiviste doveva fatalmente formarsi un nuovo Medioevo, che reintegrasse i valori individuali, spirituali e religiosi. Volevo essere in grado di dirigere e governare, per primo, i nuovi medioevi, con una cos piena comprensione di ogni legge estetica (vita e morte) da poter rinnovare il Rinascimento. Il mio viaggio in Italia apparve ai pi una nuova prova della mia leggerezza, della mia frivolezza. Solo i pochi amici che seguivano il mio lavoro veramente da vicino capirono quali decisive battaglie l'anima mia affrontasse laggi. Mi aggiravo per Roma, tenendo in mano un volume di Stendhal, e mi indignavo, con Stendhal e per Stendhal, della mediocrit

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borghese con cui la Roma moderna stava trasformando la citt dei Cesari in una qualunque citt dei nostri tempi. Morivano cos i miti divini, moriva l'altra Roma, la Roma eterna, viva e vera, anarchica e paradossale sovrapposizione, cattolica nell'aspetto e nella sostanza. Non bisogna cercare lo splendore di Roma nelle spolpate ossa delle vecchie colonne cesaree, ma nella carne spavalda e trionfante di cui il cattolicesimo ha rivestito la barbara carcassa delle architetture celebranti vittorie terrene. Proprio allora si era finito di abbattere un labirinto di stradine e stradette squisitamente sordide che costituiva la migliore barriera al Vaticano, per lanciare in direzione di San Pietro una larga arteria moderna: e cos anzich sbucare da complicati meandri di fronte alla chiesa, ed essere colpiti al cuore dalle sue proporzioni sublimi, la si scorgeva un quarto d'ora prima, inquadrata banalmente dalla ignorante solerzia tipica degli organizzatori di brutte esposizioni internazionali. San Pietro di Roma, tu che fosti costruita per quell'unico e irripetibile spazio chiuso tra le braccia del colonnato berniniano, o per tutto il cielo e per tutta la terra! Trascorsi alcuni mesi a villa Cimbrone, presso Amalfi, ospite del poeta Edward James, a pochissima distanza dal giardino che ispir

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il Parsifal. Fu l che concepii il mio spettacolo wagneriano, Tristanfou. In seguito mi trasferii nello studio che Lord Berners possedeva al Foro romano; ci restai due mesi, e dipinsi Impressioni d'Africa, conseguenza diretta di un breve viaggio in Sicilia, dove avevo trovato, unite e confuse, reminiscenze della Catalogna e dell'Africa. Gala e io vivevamo appartati, senza alcun contatto sociale, in compagnia di pochi amici inglesi. Una famosa attrice soggiornava nello stesso periodo in Italia, con un noto musicista, e una sera l'incontrai, sola, nel museo etrusco di Villa Giulia. Fui stupito dal suo aspetto inelegante e. dal suo misero cappottino, ma proprio il giorno innanzi si era parlato, in casa Berners, della sua assoluta mancanza di stile. Non la conoscevo personalmente e quindi non la salutai. Lei, tuttavia, prese l'iniziativa e mi rivolse un sorriso cos incantevole che m'inchinai profondamente; poi ripresi a visitare le sale dei gioielli etruschi. Uscendo dal museo mi avvidi di esser seguito, e per quanto scegliessi un itinerario curioso e strano, sempre dietro di me, a sei o sette passi, sentivo camminare l'attrice. Era una situazione ridicolissima; che dovevo fare, voltarmi o tirare diritto? Un'immensa folla stava dirigendosi verso piazza Venezia, dove Mussolini avrebbe pronunciato un discorso, e presi dal torrente umano fummo divisi e trascinati via separatamente. Mussolini finiva allora di parlare, e scorgendo l'attrice di lontano osservai stupefatto che con molto entusiasmo levava il braccio nel saluto fascista. E continuava a fissarmi, quasi rimproverandomi di non unirmi al tripudio generale. Quanto sei noioso, sembrava dirmi che differenza c' tra il saluto romano e un altro? . Poi, improvvisamente, abbandonando il broncio (lo manifestava con quel corrugare di sopracciglia, caratteristico in lei), mi fiss con irresistibile cordialit, scoppi a ridere e tagli decisamente la ressa per venirmi vicino. Ci sarebbe riuscita, se un gruppo di romani panciutissimi non le avesse sbarrato il passo, ma vidi con chiarezza che, alzando una mano, mi mostrava una serie di cartoline illustrate, con diversi paesaggi romani. Era evidente che voleva attirare il mio interesse sulle cartoline e la situazione assumeva per me una piega sempre pi strana e angosciosa. Guardavo, stupidamente, le vedute di Roma allargate a ventaglio, e improvvisamente rabbrividii: ecco una scena erotica, e un'altra ancora! Poi, con un timido gesto, l'attrice nascose le cartoline pornografiche tra le altre, innocenti, accentuando la sua preziosa impudicizia con un atteg-

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giamento di falsa innocenza che doveva render buffa la sua incomprensibile esibizione di poc'anzi. La scrutai avidamente, ed ecco che il velo dell'illusione cadde: non era assolutamente la famosa attrice, e anche la sua somiglianza era vaga, inawertibile per molti, ma alla mia inquieta fantasia era apparsa assoluta. Era semplicemente una modella, amica di un'altra che lavorava per me, e quest'ultima le aveva detto che facevo collezione di fotografie oscene, riferendosi a una serie di meravigliose diapositive acquistate durante il mio viaggio in Sicilia1 fissate con spilli sulle pareti del mio studio. Incontrandomi nel museo di Villa Giulia, aveva pensato di offrirmi la sua merce e mi aveva seguito, cercando di attrarre la mia attenzione per vendermela.

L'equivoco mi torment per parecchi giorni, perch mi pareva confermare un qualche mio squilibrio mentale. Difatti, nel corso degli ultimi mesi, ero stato colpito da un'epidemia di errori e di confusioni sempre pi allarmanti. Ero esaurito; Gala mi condusse in montagna, a Tre Croci, e mi lasci l da solo, perch doveva recarsi a Parigi.
I ragazzi nudi di Taormina.

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Ricevetti tragiche notizie da Cadaqus. Gli anarchici avevano fucilato una trentina di persone che conoscevo benissimo e tre pescatori di Port Lligat che mi erano amici. Non sarei dovuto tornare in Spagna e dividere la sorte dei miei cari? Trascorrevo le giornate chiuso in camera, atterrito dall'idea di prendere un raffreddore e di ammalarmi in assenza di Gala, senza contare che le Alpi mi deprimevano: troppe vette intorno a me. Curavo la mia salute con rigore maniacale, mi gargarizzavo con disinfettanti dopo i pasti, facevo inalazioni, coprivo di unguenti la minima irritazione della pelle, e durante le lunghe insonnie spiavo nel mio corpo il manifestarsi di dolori ancora inesistenti, ma temuti. Mi palpavo l'appendice e, bench la mia digestione fosse ormai regolare come un orologio, scrutavo ansiosamente le mie feci, col cuore che mi batteva furiosamente. Se dovevo tornare in Spagna, volevo offrire al sacrificio una vita piena e perfetta.

DRAWINGS SHOWING THE MOVEMENTS OF A LEECH

Ma l'esperienza pi atroce mi fu procurata da un pezzettino di muco secco che per alcuni giorni guardai, affascinato e inorridito, brillare sulle mattonelle bianche di quella grande e pulitissima toilette. Non potevo ignorare la presenza di quel muco, pulito, graziosissimo, di un grigio perla verdino, leggermente pi scuro al centro e con una specie di punta rigida e tagliente, che sembrava suggerirmi: Basta che tu mi tocchi e tutto sar finito. Toccami e cadr in terra e il tuo disgusto sar finito. Resistevo e uscivo di l sbattendo l'uscio, ma rispettando l'intatta verginit del muco; finch un giorno, dopo essermi fasciato di carta igienica il dito indice della mano destra, diedi al muco il colpetto che consideravo decisivo. Contro ogni mia attesa, la sua punta, dura come un ago, mi penetr tra

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l'unghia e la carne, fino all'osso, per cui la mano mi si copr di sangue e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Corsi in camera, mi disinfettai, ma non riuscii a estrarre l'estremit pungente, e ben presto il dito cominci a battere, a pulsare, manifestando tutti i segni dell'infezione. Mi confidai, ma solo in parte, con il cameriere che mi serviva a tavola. Avrei forse potuto dirgli che quell'infiltrazione nera, sotto l'unghia, non era una spina, non era una scheggia, ma un pezzetto di muco? Non l'avrebbe creduto. La mia mano si gonfiava, si faceva violetta, certo sarebbe stato necessario tagliarla: la mano del pittore Salvador Dali recisa per un frammento di muco! No, anche se fossi dovuto marcire con lei, non mi sarei separato mai dalla mia mano! Fu in quella camera d'albergo, durante un pomeriggio alpino, che trascorsi le peggiori ore della mia esistenza, fino a quando, alzandomi bruscamente, corsi nella toilette, mi inginocchiai a terra, cercai disperatamente quanto avanzava dell'incrostazione. Non era muco, ma semplicemente colla secca! E allora, selvaggiamente, mi frugai la ferita, ne trassi il corpuscolo nero, mi disinfettai ancora, mi lasciai cadere sul letto e mi addormentai. Fu come se morissi. Svegliandomi, decisi che non sarei andato in Spagna. Vi ero gi stato. E come Des Esseintes, il protagonista di A rebours di Huysmans, esplora le possibilit del suo viaggio a Londra, del suo soggiorno laggi, trovandosi nel caff della stazione di Parigi, e rinuncia a partire perch ormai sarebbe stato inutile, cos io avevo vissuto tutta una guerra civile nel mio corpo, sino a temere l'amputazione di una mano. Le creature senza immaginazione viaggiano pigramente per il mondo e hanno bisogno di una guerra europea per immaginare, pallidamente, l'inferno. Quanto a me, per raggiungere l'inferno mi era bastato un frammento di muco o per meglio dire di falso muco. E d'altra parte la Spagna che mi conosce sa bene la verit: dovunque io muoia, comunque io muoia, per un muco falso o per un muco vero, morir pur sempre per la sua gloria! Non cresceva pi erba, dov'era passato il piede di Attila; ma la terra che porta il peso del mio piede diventa, immediatamente, il campo dell'onore.

CAPITOLO QUINTO
FIRENZE. MONACO A MONTECARLO BONWIT-TELLER NUOVA GUERRA EUROPEA BATTAGLIA TRA MADEMOISELLE CHANEL E MONSIEUR COLBET RITORNO IN SPAGNA. LISBONA SCOPERTA DELL'APPARECCHIO PER FOTOGRAFARE IL PENSIERO COSMOGONIA. PERENNE VITTORIA DELLA FOGLIA DI ACANTO RINASCIMENTO

u<&Tu

Si deve a Paul luard la divisa araldica: Vivere attraverso errori e profumi . Dopo il mio errore con la falsa attrice e il mio errore con il falso muco , godetti l'imponderabile profumo della chiaroveggenza, quasi che una legge di compensazione psichica controbilanciasse la confusione della mia vita quotidiana, conferendomi una straordinaria chiarezza per quanto riguardava vite lontane, vite future. Ecco un esempio: avevamo preso in affitto una villa circondata di cipressi, nei dintorni di Firenze, e l avevo ritrovato una relativa calma, ma una sera fui colpito dall'idea, improvvisa e gratuita, che la mia migliore amica, Mademoiselle Chanel, allora occupata a esplorare la Sicilia, fosse stata colpita dalla febbre. Le scrissi immediatamente, dicendole: Ho una tremenda paura che tu abbia preso il tifo . Il giorno seguente ricevetti un telegramma di Missia Sert: Chanel ammalatissima a Venezia. Mi precipitai a Venezia. Si trattava di paratifo v, con febbri altissime che resistevano a tutte le cure possibili, e il ricordo di Diaghilev, morto appunto a Venezia in circostanze analoghe, ci atterriva. C'era, sul suo comodino, una grande conchiglia dipinta, che qualcuno le aveva regalato a Capri. Io ho sempre associato l'idea di Capri a quella della febbre, ripetendo spesso: A Capri il paesaggio ha una febbre da cavallo o anche Bisognerebbe guarire definitivamente Capri dalle sue grotte. Ordinai quindi di allontanare immediatamente la conchiglia dalla stanza e subito dopo misurai la temperatura di

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Chanel: era quasi normale. Da allora una domanda mi ha sempre ossessionato: c'era forse una conchiglia di Capri sul comodino di Diaghilev? Credo fermamente nella magia e sono convinto che tutti i nuovi sforzi per creare una cosmogonia e una metafisica dovrebbero basarsi sulla magia, per farci riconquistare lo stato d'animo di un Paracelso, di un Raimondo Lullo. L'interpretazione critico-paranoica delle immagini che involontariamente colpiscono la mia immaginazione, o anche degli avvenimenti casuali, o dei fenomeni violenti e frequentissimi di stranezze obiettive che proiettano enigmatici raggi di luce sui pi insignificanti atti della mia vita, l'interpretazione, ripeto, di questi familiari miracoli semplicemente la lettura esplicativa che conferisce coerenza ai segni, agli auspici, alle trasformazioni, alle divinazioni, ai presentimenti, alle superstizioni, sostegno e sostanza di ogni magia personale. Se, durante certi periodi, io sono in grado di leggere chiaramente le conseguenze di avvenimenti immediati, Gala d'altra parte un medium perfetto, nel senso scientifico della parola. Legge le carte con una sicurezza incredibile: descrisse a mio padre il corso esatto della sua vita, annunci la malattia e il suicidio di Ren Crevel, e previde il giorno della dichiarazione di guerra.

Gala crede nel mio legno, ossia un pezzo di legno che trovai, per uno strano caso, poco dopo averla conosciuta, tra le rocce di capo Creus. Da allora questo puro feticcio daliniano ci ha sempre accompagnato, bench l'abbia perduto e ritrovato pi volte. Una volta lo smarrimmo al Covent Garden di Londra, e ce lo riportarono l'indomani.

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Un'altra volta, in America, la cameriera lo port via, sbadatamente, cambiando le lenzuola del nostro letto: bisogn ispezionare minuziosamente tutta la biancheria dell'hotel St. Moritz, e alla fine fu ritrovato. Il feticcio divenuto, per me, l'oggetto di una nevrosi convulsiva. Se all'improvviso nasce in me il desiderio di toccarlo, non posso resistere, devo alzarmi e prenderlo. E in questo stesso momento sono costretto ad alzarmi, a toccarlo... Ecco fatto! Ora mi sento meglio. Del resto, prima di concentrare nel mio legno tutte le mie diverse manie, vivevo malissimo. Andare a letto, tanto per citare uno solo dei miei riti familiari, costituiva una lunga e complicata cerimonia; tutto, nella stanza, doveva obbedire a leggi ben determinate: la porta aperta esattamente cos, le calze posate in quel dato punto del bracciolo di quella data poltrona. La minima infrazione a queste regole mi obbligava a scendere dal letto, anche se con rammarico, per ristabilire l'ordine irrevocabile. E spesso mi alzavo parecchie volte, prima di sentirmi autorizzato a prender sonno. Dal 1931 il mio feticcio mi ha completamente liberato: qui, qui, qui! la mia preghiera... L'equinozio di settembre ci port la crisi di Monaco, e bench le carte di Gala avessero predetto che non ci sarebbe stata guerra, almeno per il momento, lasciammo prudentemente l'Italia recandoci a La Posa, sulle colline di Montecarlo, con Mademoiselle Chanel: stavamo letteralmente incollati alla radio. L'equinozio doveva durare, per noi, quattro mesi, trascorsi in casa di Chanel con il grande poeta Pierre Reverdy, il cui cattolicesimo, terribilmente elementare e biologico, mi impression profondamente. Reverdy il poeta integrale della generazione cubista. l'anima che possiede la pi bella dentatura; e ha anche il rarissimo dono della rabbia, della collera spirituali. Massiccio, antintellettuale, costituiva un contrasto perfetto rispetto a me e mi offriva l'occasione di rafforzare le mie idee. Lottavamo, dialetticamente, come due galli cattolici, e definivamo la lotta esame della questione. Preparavo allora la mia esposizione a New York, scrivevo il piano generale della mia Vita segreta e dipingevo il difficilissimo Enigma i Hitler, quadro diabolico a interpretarsi e di cui, a dire il vero, non ho ancora trovato la soluzione: era la cronaca condensata di molti sogni, provocati dagli avvenimenti di Monaco. L'ombrello di Chamberlain vi appariva, sinistro e simile quasi a un pipistrello, e io, dipingendolo, ne soffrivo atrocemente... Giunto a New York osservai con stupore che tutte le vetri-

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ne della Fifth Avenue cercavano, con maggiore o minor successo, di imitare Dal. Ricevetti subito un'altra proposta di Bonwit-Teller, per decorare due vetrine, e accettai volentieri, ansioso di mostrare quanta differenza ci fosse tra Dali e i suoi imitatori. Posi solo una condizione: dovevo esser libero di operare interamente a modo mio. La condizione venne accettata e fui messo a contatto con un certo Mister'Lee, che presiedeva alla sistemazione delle vetrine; persona sempre gentilissima con me. Ho sempre detestato i manichini moderni, orribili creature immangiabili, con quei nasetti all'ins. Io volli della carne, artificiale, anacronistica, quella delle macabre bambolone 1900, che trovammo in una soffitta, con lunghi capelli femminili veri. Erano meravigliosamente coperte di polvere, di ragnatele, dopo i lunghi anni trascorsi in esilio, e raccomandai a Lee che nessuno le ripulisse: Voglio servire questi manichini come bottiglie di vecchio Armagnac, che si tolgono dalle cantine con mille precauzioni. Sapevo che lo spicco delle bambolone sopra un lussuoso sfondo di rasi imbottiti sarebbe stato emozionante. Scelsi appositamente un tema banale: una vetrina era il Giorno, l'altra la Notte. Nel Giorno un manichino era in procinto di entrare nella vasca da bagno pelosa foderata di astrakan, piena d'acqua fino all'orlo. Un paio di bellissime braccia ne usciva, reggendo uno specchio, a rinnovare il mito di Narciso. Narcisi naturali crescevano direttamente sull'impiantito e sui mobili. Un letto simboleggiava la Notte, coronato dalla testa nera e assonnata di un bufalo, che nella bocca stringeva un piccione insanguinato. Le quattro zampe del bufalo sorreggevano il letto. Le lenzuola, di satin nero, erano visibilmente bruciate; attraverso i buchi si vedevano palpitare carboni accesi, che riempivano anche il cuscino: erano per artificiali, perch il manichino potesse adagiarvi il capo. Accanto al letto sedeva il Sonno, concepito secondo lo stile metafisico di de Chirico, e coperto dagli smaglianti gioielli del desiderio che la donna provava dormendo. Era un manifesto di elementare poesia surrealista che offriva ai passanti un'autentica visione daliniana. Uscendo dal Metropolitan, dove avevamo assistito a una rappresentazione di Lohengrin, Gala e io ci recammo da Bonwit-Teller per sistemare, durante la notte, le due vetrine. Mille nuove ispirazioni liriche mi accesero e restammo l fino alle sei del mattino a lavorare; Gala lacer completa-

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mente il suo abito da sera, appuntando o inchiodando ovunque i gioielli. Stanchi morti, ce ne andammo finalmente a dormire. L'indomani fummo invitati a colazione da amici, e solamente verso le cinque potemmo andare a vedere, dalla strada, che effetto facessero le vetrine. Immaginatevi il mio furore nel vedere che tutto, assolutamente tutto, era stato cambiato: scomparse le bambole di cera, si vedevano ovunque gli abietti manichini moderni, il letto era sparito, spariti i carboni, e del mio progetto iniziale restava soltanto lo sfondo di raso imbottito, ossia l'elemento paradossale e burlesco! Il mio pallore, il mio silenzio avvertirono Gala dell'imminente pericolo: Entra, mi supplic e discuti con loro, ma sii ragionevole. Vedrai che ti ascolteranno, e dimenticheremo il loro torto. Mi lasci per tornare in albergo. Io spinsi la porta di Bonwit-Teller, e fui ricevuto con la massima cortesia: mi si disse che le mie vetrine avevano attratto una folla eccessiva e si era dunque reso necessario correggerle. Se entro dieci minuti risposi tranquillamente tutto non verr rimesso a posto, prender provvedimenti drastici. Ed effettivamente dovetti prenderli. Entrai tranquillamente nella vetrina Giorno e, in presenza di una vastissima folla che mi guardava dalla strada, rovesciai la pesante vasca di pelliccia, con la semplice intenzione di provocare un allagamento. La vasca, per, mi sfugg di mano e, ribaltandosi, urt il lastrone di cristallo, che si infranse. Da quell'apertura uscii direttamente nella Fifth Avenue, e serenamente, abbottonandomi il cappotto, mi allontanai. Dopo pochi passi, un poliziotto mi raggiunse e con molta gentilezza mi condusse in prigione, dove rimasi poche ore: un giudice, preoccupato di nascondere dietro una maschera di severit professionale la sua comprensiva ilarit, mi ammon benevolmente e mi condann solamente a pagare il vetro rotto.

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La stampa si schier tutta in mio favore, e da ogni angolo dell'America mi giunse un diluvio di lettere e di telegrammi che mi esprimevano solidariet e riconoscenza: il mio gesto affermava definitivamente l'indipendenza dell'arte, troppo spesso soggetta, in America, alla incompetenza degli intermediari commerciali e industriali; avevo realmente toccato una piaga sanguinante. Subito dopo l'incidente della vetrina, fui invitato a comporre una mostra monumentale, a modo mio in tutto e per tutto, per la World's Fair, che si sarebbe inaugurata di l a un mese. Firmai un contratto con la corporazione che mi garantiva completa libert di fantasia . Mi fu affidato un intero padiglione, che si sarebbe dovuto intitolare Sogno di Venere: ma ben presto scoprii che il sogno degli organizzatori era semplicemente quello di sfruttare il mio nome per lanciare le loro idee personali. Non parlavo una

parola d'inglese, e il mio segretario sud sangue per condurre avanti le trattative, tra quotidiane esplosioni di rabbia. Ci sarebbero state delle naiadi, e avevo disegnato per loro costumi leonardeschi, mentre la corporazione si ostinava a infilarci dentro orribili sirene, con lunghe code di gomma. Capii subito che la storia sarebbe finita a coda di pesce, vale a dire malamente! Mille volte ripetei di non voler sirene; mille volte mi fu risposto che dimostravo di non capire affatto la psicologia degli americani! Urlavo, perdevo la pazienza, sempre tramite il segretario, e le sirene sparivano per due o tre giorni, ma riapparivano subito, simili al gusto amaro che resta in

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bocca a chi mangia cibi troppo grassi. Un bel giorno (poich il contratto mi garantiva l'assoluta supervisione dei lavori), mi presentai armato di un enorme paio di forbici e tagliai tranquillamente una dozzina e pi di code di gomma, in modo da renderle inservibili. Tagliai anche le parrucche d'oro o d'argento traslucido che la corporazione aveva creduto bene di seminare ovunque. Ne feci striscioline minutissime e le sistemai dentro i larghi ombrelli spalancati che pendevano dal soffitto: le parrucche erano divenute muschio spagnolo! E con le forbici, tagliente simbolo della mia vendetta, recisi, punzecchiai, distrussi ogni cosa, fino a quando l'intera corporazione non grid Ahi! , e si arrese, accettando di eseguire i miei ordini regali. Subito dopo il sabotaggio cominci. I miei ordini regali venivano eseguiti, ma cos malamente che i risultati erano irriconoscibili. Finii per pubblicare un manifesto: Dichiarazione di indipendenza dell'immaginazione, e diritto dell'uomo alla sua propria follia (New York 1939), per liberarmi dalla responsabilit morale di un'opera tanto adulterata, visto che non mi era possibile spaccar vetrine tutta la vita. (Devo per dire che, siccome il padiglione comprendeva un'enorme piscina, la tentazione di rompere quei vetri enormi e di inondare l'intera esposizione era davvero forte.) Tornai in Europa, disgustato dal Sogno di Venere e non lo vidi mai interamente finito. Seppi, per, che non appena il mio piroscafo ebbe lasciato il porto, la corporazione si butt sul suo Incubo di Venere, e lo riemp di code per sirene, in pura gomma, rendendo assolutamente anonimo quanto restava ancora di daliniano. Sul Champlain, che mi riconduceva in Europa, ebbi il tempo di rivedere e di catalogare meglio i miei sentimenti di ammirazione per la forza elementare e biologicamente intatta della democrazia americana, ammirazione che ho gi pi volte manifestato nel corso di questo libro. I casi sfortunati del mio ultimo soggiorno in America non avevano affatto alterato le mie simpatie, anzi, trovavo meraviglioso che si potesse condurre un dialogo con le forbici in mano, e trovare carne per tutte le fami. Ebbi inoltre il tempo di riflettere su quell'altra America, un'America segreta, fatta di intelligenze lucide e solitarie che avevano dato a noi europei tante lezioni di didattica trascendente. Certi musei, certe collezioni private, dimostravano che in America si stava sviluppando un'atmosfera di tesi e di sintesi ben lontana dal confuso eclettismo europeo. James Thrall Soby (si erano rinsaldati tra lui e me i legami

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intellettuali stretti durante il mio primo soggiorno in America) era stato il primo a comporre un raggruppamento ideologico di valori estetici secondo Picasso, sotto il segno manifesto di una spietata esclusione: ossia escludendo l'astrattismo e l'arte non figurativa, in un'aspirazione verso il Rinascimento latente nei settori ultrafigurativi del surrealismo paranoico e del neoromanticismo. Tutto questo era ovvio, ma non ancora classificato . L'asse Brard-Dali era infinitamente pi reale, spiritualmente parlando, delle superficiali affinit surrealiste che univano le diverse individualit con i convenzionali nodi della setta. I quadri di Eugne Berman, romantici con classicismo o romanticamente classici, erano autenticamente misteriosi, ed esprimevano una fantasia superiore a quella dei miei discepoli diretti, dei surrealisti ufficiali. La piattaforma intellettuale di Soby aveva molte affinit con quella di Julien Lvy, che guid, fin dal principio, la sua galleria verso la gerarchia e la sintesi. Soby fu inoltre il primo a capire che la attivit critica paranoica era destinata a sostituire gli esperimenti automatici, ormai esauritisi in fastidiose ripetizioni, in inutili perdite di tempo. Ebbi una conferma di tali perdite di tempo non appena giunsi a Parigi; il gruppo surrealista non aveva trovato di meglio, in mia assenza, che opporre piccoli giochi di automatismo puro alle mie ricerche sulla gerarchia estetica da imporre alle immaginazioni irrazionali, io lottavo per le gerarchie: loro mi rispondevano organizzando una mostra surrealista dove la gerarchia degli artisti era stabilita secondo il criterio, perfettamente collettivista, dell'ordine alfabetico! Non ho mai potuto mandare a mente l'alfabeto, e se cerco qualcosa sul dizionario lo sfoglio a casaccio, finch trovo la parola desiderata: ci riesco sempre. L'ordine alfabetico non mi riguarda, e decisi dunque di non entrare nell'ordine alfabetico del surrealismo, dal momento che, volente o no, il surrealismo ero io. Come sempre il Tristan fon, che considero il mio capolavoro teatrale, non pot venir rappresentato e fu trasformato nel Venusberg, poi nel Bacchanale e in questa nuova versione venne finalmente accettato. Era un balletto, creato per il Ballet russe di Montecarlo. Lavoravo volentieri con Leonida Massine, un daliniano al cento per cento, a cui avevo dedicato col pensiero la coreografia della mia Danza delle grucce; e il principe Chervachidze, colui che, con il visconte di Noailles, oggi il pi puro rappresentante dell'autentica aristocra-

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zia europea, realizz le scene, prodigando le risorse di una coscienza professionale totalmente scomparsa nella nostra epoca (si fa tutto in fretta, malamente e a met). Ebbi inoltre la fortuna di convincere Chanel a incaricarsi dei costumi, e Chanel lavor con un entusiasmo totale, creando i pi fastosi costumi che siano mai stati concepiti per il teatro. Us ermellini veri, gioielli veri, e i guanti del re di Baviera, Ludwig II, furono cos fastosamente ricamati che tememmo pesassero troppo, impedendo al ballerino di muovere le mani. Ma anche quella volta tutto and a monte. Non appena la guerra scoppi, la compagnia dei balletti part in tutta fretta per l'America, prima che Chanel e io avessimo finito il nostro lavoro: nonostante i cablogrammi spediti nel tentativo di ritardare la prima rappresentazione il Bacchanale and in scena, al Metropolitan, con costumi improvvisati e senza che io avessi assistito a una sola prova. Tuttavia ebbe ugualmente un immenso successo.

Di ritorno dall'America, Gala e io ci eravamo recati sui Pirenei, per offrirci un breve riposo, il che significa, per me, dipingere dodici ore al giorno. Alloggiavamo al Grand Hotel di Font-Romeu, ma l'appartamento che avevamo prenotato prima del nostro arrivo era stato poi destinato al generale Gamelin, capo dello stato maggiore, giunto inaspettatamente per un giro d'ispezione lungo il confine spagnolo. Aspettammo con impazienza che partisse per poter occupare le nostre stanze, e fu proprio la sera in cui mi coricai nel letto lasciato libero dal generale Gamelin che Gala predisse con le carte la data della dichiarazione di guerra.

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Con la mobilitazione generale, il Grand Hotel chiuse e noi rientrammo a Parigi. Consultai la carta geografica della Francia e studiai il piano della mia campagna invernale, cercando di valutare le risorse gastronomiche dei diversi luoghi nel caso di un'invasione nazista. Avevamo mangiato malissimo a Font-Romeu, ed ero assalito dalla voglia irresistibile di buoni cibi. Finalmente la mia scelta cadde su Bordeaux, in parte perch era vicina alla Spagna, ma soprattutto perch sta a significare vino di Bordeaux, fegato d'oca aux raisins, anatra aux oranges, lepre a bagnomaria, ostriche di Arcachon... Arcachon! Avevo trovato! Ecco il luogo adatto, a pochi chilometri da Bordeaux, per trascorrere il periodo della guerra.

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E la guerra venne, infatti, dichiarata tre giorni dopo il nostro arrivo ad Arcachon; ci installammo nella villa di Monsieur Colbet, una grande dimora in stile coloniale, affacciata sul famoso lago decorativo di Arcachon. Monsieur Colbet possedeva probabilmente la pi sciolta parlantina del mondo. Ne ebbi una riprova durante il periodo che Mademoiselle Chanel trascorse in casa nostra: fino ad allora l'avevo considerata la pi instancabile parlatrice del nostro tempo, ma quando la piccola Coco ( il nomignolo che le danno i suoi amici pi intimi) sedette a tavola con Monsieur Colbet e con noi, per mangiare sardine fritte e bere Mdoc, la vidi perder la battaglia, dopo una resistenza di tre ore. Solo alla quarta ora, infatti, Monsieur Colbet trionf, probabilmente per la sua meravigliosa tecnica respiratoria: respirava infatti parlando, infaticabilmente, impercettibilmente. Chanel, al contrario, doveva ogni tanto tacere per riprender fiato, e, quando il discorso cadde sulle termiti, Chanel, sfinita, e forse priva di opinioni precise sull'argomento, tacque, lasciando che Monsieur Colbet ci rovesciasse addosso tonnellate di esperienze personali e di ricordi africani.

I tedeschi avanzavano. Coco, come un bianco cigno, chinava mollemente la fronte pensosa e navigava sull'acqua della storia che ormai straripava da ogni lato con l'eleganza e la grazia proprie dell'intelligenza francese. Tutte le migliori

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qualit di razza della Francia si ritrovano in Coco, colei che parla della Francia come nessun altro potrebbe e saprebbe, colei che ne ama l'anima e il corpo fino a non sapersene staccare. Coco Chanel l'incarnazione vivente, come lo sono io, del primo dopoguerra europeo, e l'evoluzione dei nostri spiriti similare. Durante i quindici giorni che trascorremmo insieme ad Arcachon tutti i temi umani e divini furono da noi ripresi, nel corso di interminabili conversazioni, e riproposti con nuovo rigore, con pi esigente originalit, perch ormai bisognava cominciare a giudicare anche la forma in modo del tutto diverso. Ma l'originalit di Chanel assolutamente opposta alla mia. Io ho sempre ostentato con aperto esibizionismo le mie idee, oppure le ho nascoste con una segreta, gesuitica ipocrisia. Chanel non mostra e non cela le sue idee: le veste. Gli abiti assumono, in lei, un significato biologico di modestia, una mortale, una fatale violenza: un significato tragico, non cinico. E, soprattutto, Chanel la creatura che possiede l' anima e il corpo meglio vestiti del mondo. Dopo la partenza di Coco, venne a trovarci Marcel Duchamp. Era terrorizzato dai bombardamenti su Parigi, che ancora non avevano avuto luogo. Duchamp un essere ancora pi antistorico di quanto sia io: continuava a vivere la sua vita meravigliosa ed ermetica e il contatto con la sua attivit era per me il miglior stimolo al lavoro. Del resto, non avevo mai lavorato meglio che ad Arcachon, con la coscienza bruciante della mia responsabilit intellettuale. Mi dedicavo, totalmente, alla conquista della tecnica e della materia. Diventava alchimia. Disperatamente cercavo le mescolanze pi esatte dell'olio d'ambra, della gomma, delle vernici, delle imponderabili duttilit attraverso cui il mio spirito potesse tradursi in materializzazioni ipersensibili. Quante volte ho trascorso una notte insonne per aver versato due gocce di troppo nel mio impasto! Gala soltanto conosce le mie furie, le mie disperazioni, le mie fuggevoli estasi, le mie ricadute nel pi nero pessimismo. Lei soltanto sa come la pittura sia stata, durante la guerra, la mia unica ragione di vivere e di amare lei, Gala, poich solo Gala reale, e i miei occhi potevano vedere lei soltanto, e il suo ritratto sarebbe stato il mio lavoro, la mia idea, la mia verit. Ma per completare il ritratto della mia Galarina (era cosi che la chiamavo ormai), sarei forse dovuto crollare sfinito, come un vero asino cattolico! E dai problemi della cucina

IX. ULTIMI GIORNI FELICI IN EUROPA

Gala in costume da marinaio a Cadaqus, quel giorno, nella sola mattinata, cattur quindici aragoste. Pranzi omerici a Palamos. Da sinistra a destra: Charlie Beistegui, Roussie Sert, Bettina Bergery, Salvador Dali, la contessa Madina Visconti, JosMaria Sert, Gala Dali, la baronessa von Thyssen, il principe Alexis Mdivani. Ren Crevel, scrutando una conchiglia, si prefigura l'angoscia provata in Europa che lo condurr al suicidio. Mademoiselle Chanel, la mia migliore amica, a Rochebrune. Port Lligat. La casa di Salvador e Gala Dali. Roussie Sert e Dali a Palamos. Gala: l'Oliva. Dali, la principessa Nathalie Paley e Gala a Palamos.

X. LA MIA ETEROCLITA VITA IN AMERICA

Mentre disegno Harpo Marx a Hollywood. Invento una maschera allucinatoria durante la colazione a letto al St. Regis Hotel a New York. Da Caresse Crosby, in Virginia. Un pianoforte nero, cani neri e maiali neri assemblati sopra la neve, e negri che cantano mentre dipingo. Caresse al pianoforte. (Per gentile concessione di Eric Schaal-Pix.) Su un mio progetto, il Sogno di Venere venne allestito nel parco giochi della World's Fair a New York. (Per gentile concessione di Eric Schaal-Pix.)

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psichica della pittura cadevo in quelli che erano stati i problemi di Leonardo: cosmogonia, cosmogonia! Bisognava integrare, architettare, morfologizzare tutto. Era atroce! e Gala soltanto mi restituiva la forza di vivere. Cercava, per me, i migliori vini di Bordeaux; mi conduceva al Chteau trompette, o al Chapon fin, dove facevamo pranzi meravigliosi. Posava, sulla punta della mia lingua, un fungo la Bordelaise, fragrante d'aglio, e mi diceva: Mangia, buono! . buono rispondevo, mentre il mio cervello continuava a ribollire: cosmogonia, cosmogonia, cosmogonia! Di tanto in tanto, una lacrima mi inumidiva l'occhio, conseguenza del giusto connubio tra la cosmogonia e l'aglio. In confronto alle mie preoccupazioni d'artista, la guerra era un gioco da bambini. Tuttavia un bel giorno i grandi, felici e taciturni bambini tedeschi furono troppo vicini, e poi arrivarono, nei loro carri armati infantilmente ornati di disegnetti e mascherati di ramoscelli. Dissi a me stesso che la situazione stava davvero diventando troppo storica, e, irritatissimo, piantai a met il quadro a cui lavoravo, e passammo in Spagna due giorni prima dell'occupazione tedesca di Hendaye. Gala si rec direttamente a Lisbona, dove l'avrei raggiunta non appena i miei documenti fossero stati pronti e mi avessero consentito di tornare in America. Andai da Irn a Figueras, attraversando tutta la Spagna, coperta di rovine, nobilmente impoverita, ma fiduciosa nel suo avvenire; ogni cuore portava il segno del lutto, inciso a punta di diamante. Toc, toc! . Chi ?. Sono io. Io chi? . Salvador Dali, tuo figlio . E cosi bussai, una notte, alle due, alla casa di mio padre: mi fu aperto, tutti mi abbracciarono e prepararono per me acciughe, salsicce e insalata di pomodori. E io mangiai, ed ero esterrefatto: nulla era cambiato. Certo, mia sorella era stata torturata fino a impazzirne dai CIM,1 ma ormai era perfettamente guarita. Certo, le cannonate avevano staccato dalla casa un balcone, ma da li nessuno si affacciava mai. Certo, il pavimento della sala da pranzo era tutto annerito dal fuoco che gli anarchici vi accendevano per cuocere i loro pasti, ma il grande tavolo di legno massiccio naComitato militare che durante la rivoluzione govern Barcellona.

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scondeva perfettamente la macchia. Certo, questo stesso grande tavolo era stato rubato, ma poi era tornato al suo posto. Era come vedere, alla rovescia, il documentario che aveva registrato la catastrofe: cos, miracolosamente, ogni cosa aveva ritrovato il suo ordine, nella casa di mio padre. Potei anche abbracciare Lydia, la ben plantada, che stava benissimo. Durante tutta la guerra civile era stata la cuoca dei militari di passaggio di tutti, dal Tercio de Santiago ai marocchini. Li aspettava tranquillamente sulla spiaggia, accendendo un buon fuoco di viti secche, e quelli, non appena giunti, cominciavano a sperare in un buon pasto e le consegnavano le prede di guerra, bistecche e zampe di coniglio, agnelli e piccioni, che col fuoco di Lydia si indoravano, odoravano, e tutti insieme mangiavano sulla sabbia, finch i soldati ripartivano per andare a morire e Lydia aspettava quelli che avrebbero preso il loro posto. Fu il suo segreto, e il segreto di tutta Cadaqus. I pescatori di Port Lligat serbavano invece un ricordo da incubo della guerra: No, no, basta! Gli anarchici rubavano, uccidevano, e nient'altro! Ora tutto tornato come prima e ciascuno di nuovo padrone in casa sua. Non diversamente, un mio amico terrorista, che si era battuto fino all'ultimo respiro per la causa dei rossi, mi mormorava, a voce bassissima e con evidente sofferenza: La nostra Spagna deve ridivenire una monarchia costituzionale. Un re! . La nostra casa di Port Lligat era stata interamente saccheggiata. Tutto era scomparso, neppure un solo libro si era salvato. Le pareti erano coperte di emblemi rivoluzionari contraddittori, quasi tutti osceni, quasi tutti tracciati a matita, e segnavano il passaggio successivo degli anarchici, dei comunisti, dei separatisti, dei repubblicani, dei trotzkisti: Viva la anarquia! FAI! Tercio de Santiago! Arriba Espana! Trascorsi una settimana a Madrid, e incontrai casualmente lo scultore Aladreu, il pi giovane membro del gruppo che avevo frequentato nei giorni della mia adolescenza a Madrid. E nella casa del poeta Marquina ritrovai un quadro dipinto durante il mio primo periodo classico, a Cadaqus. Entrai in contatto con diversi intellettuali, tra cui Eugenio Montes, il pi severo e il pi lirico fra i nostri filosofi del tempo: gi da dodici anni esistevano tra noi profonde affinit spirituali. Abbracciai affettuosamente il maestro, il Petronio del barocco , l'inventore della mediterranea ben plantada, e gli recai il saluto dell'eterna ben plantada di Cadaqus, la nostra Lydia: Eugenio d'Ors, che veniva sempre pi somigliando, sotto le sue cespugliose sopracciglia d'argento, a Platone.

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Incontrai anche Dyonisio Ruidejo, un poeta giovanissimo, di stile ardente e vigoroso. Quanto all'anti-Gngora, Raphael Snchez Moros, mi fu facile comprendere, dal suo modo di respirare, cos cattolico, e dal suo sguardo machiavellico, che anch'egli si era avvicinato ai segreti del Rinascimento italiano e, ancor meglio, a quelli del prossimo Rinascimento occidentale. Ma, prima di poter dare alla luce quella cosmogonia che per nove anni avevo sentito crescere e urgere in me, dovevo continuare a percorrere il cammino della vita, evitando gli ostacoli eretti dalla guerra europea; dovevo essere, inoltre, in grado di soddisfare le mie voglie morali, materiali, capricciose di donna incinta. Tale io sono, tale continuer a essere per l'onore e la gloria di tutti. Bisognava che mi allontanassi dal cieco e collettivo tumulto della storia, altrimenti il mio embrione antichissimo e semidivino, di intatta originalit, avrebbe corso il rischio di morire prima della nascita; quali degradanti circostanze possono accompagnare un aborto filosofico, che abbia come sfondo il marciapiede dell'aneddoto! No, non sono tipo da fare figli imperfetti! Tradizione sempre, in tutto! Gi mi preoccupo della sua culla, delle sue lenzuoline, dei suoi cuscinetti. Torner subito in America a guadagnare molti soldi per Gala, per me, per lui... E cos raggiunsi Gala a Lisbona. Fu, al canto estivo dei grilli, un soggiorno assolutamente irreale. Si aveva continuamente l'impressione di incontrare volti familiari per strada, e ci si voltava, ed erano proprio loro. Di', ma quella non somiglia a Schiaparelli?. Era Schiaparelli. Guarda se quello non sembra proprio Ren Clair! . Era Ren Clair. Il pittore Sert stava uscendo in macchina dal giardino zoologico mentre il duca di Windsor attraversava la strada e Paderewski sedeva su di una panchina, di fronte, e prendeva il sole. Accoccolato sul marciapiede, riparandosi i pantaloni con un giornale aperto, stava il famoso banchiere, il re di tutti i banchieri, e ascoltava la canzone di un grillo, appena comprato, chiuso in una gabbia d'oro. Cos avreste giurato che l'uomo senza gambe, con il naso triangolare e la fronte accigliata, fosse Napoleone Bonaparte... E in fondo alla strada, in una lunga fila di persone in attesa di entrare negli uffici di navigazione, c'era un uomo vestito di marrone, che sembrava Salvador Dali...

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Appena giunto in America, mi recai nella casa della nostra amica Caresse Crosby: Hampton Manor, che aveva preso il posto del Moulin du soleil e, tutti insieme, avremmo cercato di ritrovare quel sole tramontato lontano, al di l di Ermenonville. Per cinque mesi vissi come un recluso, scrivendo e dipingendo, nell'idillica contrada della Virginia, che mi ricordava la Turenna (io non conosco affatto la Turenna). Gala mi rilesse tutto Balzac e, certe sere, lo spettro di Edgar Allan Poe venne da Richmond a farmi visita, nella sua comoda automobile decappottabile, chiazzata di inchiostro nero. In una serata particolarmente buia, mi port in dono un telefono nero intarsiato con pezzi di nasi neri, di neri cani, e dentro il telefono, ben legato con stringhe nere, c'era un topo morto nero, e un calzino nero, stillante inchiostro di china. Nevicava. Posi il telefono sulla neve e l'effetto fu semplicemente e unicamente quello di un riuscito bianco e nero. E cominciai a credere sempre pi al buon senso di quella meravigliosa cosa che l'occhio! E, a furia di guardare il mio occhio, con il mio occhio, sono giunto alla conclusione che possibile fotografare il pensiero. Non appena la mia invenzione sar completata anche dal punto di vista meccanico, la offrir in dono agli Stati Uniti e poi dedicher il resto della mia esistenza al perfezionamento della mia scoperta, ovviamente con l'aiuto di alcuni scienziati, che mi saranno indispensabili. Paese nuovo, pelle nuova! E un paese libero, se possibile, un paese giovane, vergine, senza drammi, quale appunto l'America. L'attraversai tutta, ma invece di cambiar pelle come i serpenti, strofinandomi sul suolo rugoso, preferii spellarmi dentro il guscio di un lucente crostaceo nero, la Cadillac che offrii a Gala in dono. Tutti gli uomini che ammirano e tutte le donne che amano la mia vecchia pelle potranno trovarne lembi di varia grandezza sparsi sulle spinose vegetazioni dell'Arizona, lungo le piste che percorsi a cavallo, liberandomi delle mie precedenti e aristoteliche nozioni planetarie. Altri lembi posano, come tovaglie senza imbandigione, sulle rocce che circondano Salt Lake: l i mormoni salutarono in me, con dura estasi, il fantasma europeo di Apollinaire. Qualche frammento sospeso sul ponte antidiluviano di San Francisco, quel ponte che vidi bordato dalle diecimila pi belle vergini americane, interamente nude, canne d'organo di angelica carne. La mia metamorfosi tradizione, perch tradizione precisamente questo: cambiar pelle, inventarsi una pelle nuova, non chirurgia, non mutilazione, non rivoluzione. Rinascere!

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Non rinuncio a nulla. Continuo. E continuo dal principio, poich ho cominciato dalla fine. Invecchier, finalmente? Ho sempre cominciato col morire, per evitare la morte. Morte e risurrezione, rivoluzione e rinascita: miti daliniani della mia tradizione. Cominciai il mio idillio con Gala desiderando ucciderla. Oggi, alla fine di questo libro, al termine di sette anni vissuti con Gala, all'inizio di una metamorfosi nuova, ho deciso di sposarmi ancora, ma non in modo rivoluzionario, con un'altra: voglio unirmi nuovamente in matrimonio con Gala, mia moglie, ma questa volta sotto il segno della chiesa cattolica. Giungendo a Parigi volevo anch'io, come Mir, assassinare la pittura. Oggi la pittura che assassina me, perch io soltanto voglio salvarla, e non c' tecnica al mondo che mi sembri degna di farla rivivere. Questo dimostra che Dali sempre uguale a Dali, che io sono sempre lo stesso, che la mia paradossale tradizione la vera forza della mia originalit. Io continuo... L'Europa continua... Lasciatemi essere il primo precursore del nuovo Rinascimento!

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Quando, agli albori della cultura, gli uomini che avrebbero posto le basi eterne dell'estetica occidentale scelsero, tra l'informe molteplicit delle foglie esistenti, la forma unica, lucente, della foglia di acanto, materializzarono cos il simbolo occidentale eternamente opposto a quello dell'Estremo Oriente, ossia alla foglia di loto. E la foglia d'acanto, resa divina, non sarebbe mai morta. Avrebbe vissuto in tutte le future architetture dello spirito, e attraverso le convulsioni dell'Occidente si sarebbe semplicemente allargata, arricciata, lisciata, appesantita, assottigliata, ma sempre per germogliare ancora. E spesso, nelle tempeste, sarebbe scomparsa, ma sempre per riapparire, pi perfetta, nella serenit dei diversi rinascimenti. Gli uomini si uccidono a vicenda, mordono la polvere sotto il giogo dei vincitori, o si gonfiano di sangue immondo. Il Medioevo, la rivoluzione sembrano distruggere l'antistorica piccola vita della foglia di acanto, e nessuno pensa pi a lei. Ma, pur ignorata, la foglia rinasce, verde, tenera, brillante tra i crepacci di recentissime rovine. E la fine di una guerra, di un secolare disordine modificano appena il profilo della foglia di acanto, che si allarga sulla carne della nuova civilt. Nata sui capitelli corinzi, morta sotto Cristo, rinata sotto il Palladio, nuziale a Roma, gloriosa con Luigi XIV, isterica con Luigi XV, orgiastica nel barocco, ghigliottinata dalla Rivoluzione francese, modesta e altera intorno a Napoleone,

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nevrotica e pazza con il modem style, confinata nel manicomio dal primo dopoguerra, dimenticata fino a oggi! Ma non morta! perch vive, preparando la sua nuova gloria, nel cervello di Salvador Dali. S! Io vi annuncio la sua vita, vi annuncio la futura nascita di uno stile...

EPILOGO

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Ho trentasette anni. il 30 giugno 1941, giorno in cui promisi di consegnare questo manoscritto all'editore. Mi trovo nella mia stanza di Hampton Manor, solo e completamente nudo. Mi guardo nello specchio dell'armadio. I miei capelli sono ancora neri come l'ebano, i miei piedi non conoscono l'ignominia di un solo callo; il mio corpo assolutamente immutato dall'adolescenza, solamente lo stomaco ingrossato. Non mi preparo a un viaggio in Cina, n al divorzio, n al suicidio, n al lancio con un paracadute, n a un qualsiasi duello. Desidero unicamente due cose: amare Gala, mia moglie, e invecchiare, bene raramente ambito, inevitabile, prezioso. E cosi possa, tornando, trovare anche te, Europa, un poco invecchiata! Io sono cresciuto all'ombra del demonio, e ancora provoco, intorno a me, dolore. Ma da un anno so di avere cominciato ad amare realmente la donna che mi moglie da sette anni. L'amo come la chiesa cattolica apostolica romana me l'ordina, e come Unamuno ha spiegato: Se tua moglie dice ha un dolore alla gamba sinistra, tu proverai lo stesso dolore alla stessa gamba. Ho appena finito di trascriver qui i segreti della mia vita; la mia vita soltanto, infatti, mi conferisce l'autorit di farmi ascoltare. Desidero essere ascoltato. Sono l'incarnazione pi rappresentativa del dopoguerra europeo, ne ho vissuto tutte le avventure, tutti gli esperimenti, tutti i drammi. Protagonista della rivoluzione surrealista, ho seguito giorno dopo giorno gli incidenti intellettuali e le ripercussioni che il materialismo dialettico di dottrine pseudofilosofiche ha fondato sui miti del sangue e della razza del nazionalsocialismo. Ho studiato teologia seriamente. Ho pagato caro, con le monete nere del mio sudore e della mia passione, il diritto alle diverse scorciatoie che mi sono state necessarie per giun-

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ger sempre primo. E mentre partecipavo a ogni ricerca, con il lucido fanatismo dello spagnolo, ho sempre d'altra parte rifiutato di iscrivermi a un qualsiasi partito politico. E come potrei farlo ora, quando la politica sta per essere annientata dalla religione? Sin dal 1929 ho instancabilmente studiato le scoperte delle scienze, che caratterizzano il nostro tempo. Se anche non ho potuto esplorare tutti gli anfratti di cos mostruose specializzazioni, ne ho compreso tuttavia perfettamente il significato. Una cosa certa: nulla, assolutamente nulla, nelle scoperte filosofiche, estetiche, morfologiche, biologiche, morali del nostro tempo nega la religione. Al contrario, il tempio consacrato alle scienze specifiche spalanca tutte le sue finestre per accogliere il cielo. E, attraverso la densit della carne confusa e demoniaca, attraverso la mia esistenza intera, questo solo ho cercato: il cielo! Chi non lo ha ancora capito uno sventurato! Quando, per la prima volta, vidi un'ascella di donna depilata, anelavo al cielo. Quando, con la gruccia, frugai la putrefatta, verminosa massa del mio riccio morto, anelavo al cielo. E quando, dall'alto del Muli de la torre, guardavo nel nero abisso, cercavo ancora il cielo! Gala, sei tu reale? E cos' il cielo? Dove trovarlo? Il cielo non si trova n sopra, n sotto, n a destra, n a sinistra, ma esattamente nel centro del petto di chi ha fede.
FINE

In questo momento non ho ancora fede e temo di dover morire senza cielo. . _

Hampton Manor Mezzogiorno

BIBL COMUNALE"
CURNO

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