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La memoria daltonica del fascismo


Di Andrea Mammone e Giuseppe A. Veltri

Dagli anni Novanta si è assistito ad un vero e proprio processo di “accantonamento” della memoria
storica del fascismo. Tale evento ha ragioni fisiologiche dovute al passaggio tra l’affievolimento o
scomparsa di una memoria diretta degli eventi, ma anche altre motivazioni storiche, politiche, elettorali.
Il rischio è che tra qualche decennio il fascismo scompaia del tutto dal dibattito pubblico, che le giovani
generazioni posseggano sono una percezione “daltonica” del fascismo, e che la memoria collettiva sia
pertanto basata su una manipolazione della storia.

La conoscenza di ogni attività umana del passato è possibile soltanto attraverso una conoscenza delle
sue tracce. Che esse siano le ossa sepolte in una fortificazione Romana, una pila di pietre come tutto ciò
che rimane di una torre Normanna o una serie di parole di una incisione Greca, queste sono le tracce,
percettibili ai sensi, di un fenomeno che è di per sé inaccessibile. Il fatto di riconoscere queste tracce
come segni di qualcosa, come prove, significa andare “oltre” le semplici considerazioni sulla traccia
medesima: il considerare qualcosa come prova significa dare un giudizio su qualcos’altro, su ciò per cui
questo qualcosa conta come prova. Lo storico, è evidente, deve procedere in modo inferenziale.
La ricostruzione storica costituisce uno dei processi fondanti dell’identità di una comunità, se il futuro
ha le sue basi nel presente, quest’ultimo le ha certamente nel passato.
La ragione risiede nel fatto che la memoria collettiva è necessaria per orientarsi nel continuum
temporale, sia a livello individuale che a livello di gruppo (i gruppi sembrano ricordare meglio degli
individui, in special modo nei casi in cui esiste una specializzazione intra-gruppo del ricordo tra i
membri).
Esiste, quindi, un legame profondo ed ineludibile tra l'identità di una comunità e la memoria collettiva
che essa custodisce, un rapporto di mutuale sostegno che però non preclude il mutamento e la sua
evoluzione. Inoltre, le immagini del passato sono utilizzate per legittimare il corrente ordine sociale: è
una regola implicita che i partecipanti in un ordine sociale devono presupporre una memoria condivisa.
Nella pletora di diversi significati attribuiti alla nozione di memoria collettiva esistono, tuttavia, due poli
d’attrazione principali, due diversi modi di intenderla: la memoria collettiva come aggregato di memorie
individuali socialmente influenzate da gruppi di appartenenza, e la memoria collettiva come
rappresentazioni sociali e tracce mnemoniche. Queste due definizioni possono sostenersi a vicenda: le
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rappresentazioni sociali presenti nei gruppi sociali forniscono il materiale che influisce sulla memoria
individuale ed allo stesso tempo vivono di vita propria. La prima viene definita una “collected memory”
mentre nel secondo caso parliamo di una “collective memory”.
Un’altra distinzione da tenere a mente è quella tra memoria autobiografica, memoria storica, storia e
memoria collettiva presente nel lavoro di Maurice Halbwachs (Les cadres sociaux de la mémoire -
1952): la memoria autobiografica è la memoria di quegli eventi che abbiamo vissuto in prima persona; la
memoria storica è la memoria che otteniamo unicamente attraverso l'utilizzo di archivi e documenti
storici; la storia è il passato ricordato che non possiede più una relazione organica con noi; la memoria
collettiva è la parte attiva del passato che forma le nostre identità ed è trans-generazionale.
In ogni società è inevitabile un processo di mutamento della memoria collettiva che sembra essere
basata su due aspetti principali: la dinamica del “presentismo”, cioè il ricostruire il passato in base alle
necessità del presente (ed è essenzialmente un processo che avviene a livello collettivo, o meglio di
gruppo, e una inevitabile presenza di diverse memorie collettive appartenenti ai vari gruppi sociali
presenti).
Nel primo caso, tuttavia, come fatto notare da Barry Schwartz (The social context of commemoration:
a study in collective memory -1982) nella sua critica a Halbwachs, esiste un limite al “presentismo”,
visto che se esso fosse assoluto allora non avremmo alcuna continuità nella ricostruzione storica ma
soltanto tante istantanee quante sono le diverse memorie collettive.
Ma su cosa dovrebbe basarsi questa continuità? Il suo fondamento più logico sarebbe proprio la
memoria storica, come inizialmente definita, vale a dire la memoria ottenuta attraverso la ricerca
storiografica basata su archivi e documenti storici. Essa dovrebbe rappresentare la base comune ad ogni
ricostruzione, la prova del nove di ogni interpretazione, il principale ostacolo ad un esercizio
semplicistico o malizioso della storia.
La necessità di una memoria storica solida è sentita in modo particolare nei momenti di transizione tra
una “collected memory” and “collective memory”.
Ritornando a questi due concetti, in Italia, molto presto, ci ritroveremo a vivere un passaggio cruciale
nella memoria del nostro paese su un periodo storico fondamentale per la nostra storia: il Fascismo. Nei
prossimi anni si passerà da una memoria collected ad una vera e propria collective. Nel primo caso, il
ruolo degli individui è fondante della memoria di una comunità, pur essendo essi sottoposti all'influenza
sociale del gruppo di appartenenza. La differenza consiste nel fatto che nel primo caso la memoria di
un evento risiede principalmente nella mente degli individui (che hanno vissuto in prima persona, in
modo più o meno diretto, un evento od un certo periodo storico) mentre nel secondo caso la memoria
di un evento è soprattutto distribuita esternamente alla mente dell'individuo e solitamente quest'ultimo
non ha alcuna esperienza diretta di essa (solo ricostruzioni che il suo gruppo di appartenenza produce).
Nel secondo caso, parliamo del materiale simbolico che è distribuito attraverso le varie “tecnologie del
ricordo” (film, libri, musei, monumenti, ecc.).

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In altre parole, nel caso della “collected memory”, la presenza fisica degli individui rimane la forma più
evidente di ricordo a cui si affiancano le rappresentazioni simboliche che in una cultura riproducono
l’evento da ricordare.
È chiaro che spesso ci troviamo dinanzi a situazioni in cui entrambe le forme di memoria coesistono e
non solo: la “collected memory” svolge una funzione di controllo sulle forme di “collective memory”.
Ad esempio, le testimonianze e la presenza dei sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti
fungono da controllo contro facili revisionismi negazionisti dell’Olocausto.
Nella prospettiva a lungo termine, tuttavia, con la scomparsa delle generazioni direttamente coinvolte
negli eventi storici ricordati (es. i partigiani), è la “collective memory” a soppiantare lentamente la
“collected memory”.
Nel caso in questione, non sembra però sia stata creata abbastanza memoria storica del periodo fascista
ed utilizzata abbastanza tecnologia del ricordo basata sulla precedente per poter alimentare una
memoria collettiva che preservi il valore di quel momento storico e soprattutto una sua più
intellettualmente onesta interpretazione.
La necessità di una disponibilità pubblica della memoria storica si rende quindi necessaria per una più
rigorosa costruzione della memoria collettiva ma permette anche, eventualmente, il fiorire di ulteriori
ricostruzioni storiche. È all'attinenza alla base comune fornita dalla memoria storica che fornisce
quell'elemento di continuità che possa limitare un “presentismo” estremo ed irragionevole.

Il secondo processo di trasformazione della memoria collettiva riguarda la presenza di diverse


“memorie collettive” quanti sono i gruppi coinvolti in un dato evento storico, ed altro non è che un
epifenomeno della tendenza dei gruppi sociali a mantenere una immagine positiva di loro stessi.
Quando la memoria storica non coincide con l’immagine desiderata, per un gruppo si aprono due
alternative: rivedere l’immagine del gruppo o rivedere il significato degli eventi in questione. La seconda
opzione è una scelta di auto-inganno, che si basa su delle precise strategie.
Le principali strategie di revisione del significato di un evento sono riassumibili in sei meccanismi:
I. L’omissione selettiva. Probabilmente il più semplice dei meccanismi, dove un gruppo decide
semplicemente di omettere fatti ed eventi negativi della sua storia che potrebbero danneggiare la
sua immagine (si veda il caso della storiografia neofascista).
II. La fabbricazione di eventi falsi. Un meccanismo complementare al negare quello che è accaduto è
affermare ciò che non è accaduto. È raro assistere ad una falsificazione totale, molto più spesso si
parte da una verità storica per affermare il falso.
III. L’esagerazione e l’abbellimento del passato, o meglio di parti della ricostruzione storica, è un altro
meccanismo utilizzato per ingrandire il ruolo e la positività degli antenati di un gruppo in un
determinato periodo storico (anche qui si veda il caso della letteratura neofascista).

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IV. Associare e dissociare. Un modo fertile di distorcere la memoria collettiva è quello di manipolare le
associazioni. Infatti, se alcuni eventi siano separati o collegati è solitamente molto importante.
Spesso gli eventi storici sono il prodotto di molteplici cause: concentrandosi su una causa ed
ignorando il resto, si può severamente condizionare l’interpretazione di un evento storico senza
alterare i fatti. Questo meccanismo sembra essere il più usato perché si rivela il più efficace ed
anche il più difficile da contrastare.
V. Accusare il nemico. Un altra importante forma di distorsione della memoria avviene attraverso il
focalizzare l’attenzione sulle attuali e presunte responsabilità di un avversario o di un nemico in un
evento storico. La forma più estrema è quella di attribuire la propria colpevolezza all’avversario,
migliorando l’immagine del gruppo (ad esempio, i partigiani dipinti come traditori e sanguinosi
criminali agli ordini di Mosca).
VI. Appellarsi alle circostanze. Se non si riesce ad scaricare le responsabilità di un gruppo sul nemico,
si può sempre far appello ad una circostanza esterna per diminuire le proprie responsabilità per la
sofferenza indotta ad altri, riuscendo, in questo modo, a minimizzare gli aspetti negativi del gruppo
(la creazione della Repubblica Sociale Italiana è rappresentata come un “atto di amore” di Benito
Mussolini per evitare la “polonizzazione” dell’Italia).

Le precedenti strategie della distorsione possono essere contenute soltanto dalla presenza di una
memoria storica solida ed intellettualmente onesta.
Una memoria collettiva sotto il “tutoraggio” della ricostruzione storica è esattamente l’opposto di una
memoria collettiva tradizionale e non auto-riflessiva.
La mancanza dell'utilizzo e della preservazione della memoria storica nel caso del fascismo permetterà
una più facile mistificazione e la costruzione di una memoria collettiva basata su tecnologie del ricordo
come cinema e televisione dove la congruenza della ricostruzione storica è spesso la prima vittima.
La storia come disciplina scompare ed una versione semplicistica e manipolata ne prende il posto
rendendo molto più semplice il lavoro di revisione faziosa del passato.

La memoria “imbiancata”

Il filo e le tracce (2006) di Carlo Ginzburg ci ricorda come “gli storici… fanno per mestiere qualcosa
che è parte della vita di tutti: districare l’intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al
mondo”. Ma mentre gli storici lo fanno per mestiere, tanti altri si cimentano in analisi storiche per puro
diletto (spesso ben remunerato), spesso con risultati scientifici alquanto precari o insoddisfacenti.
La costruzione di una memoria storica, nel senso precedentemente citato, sfugge pertanto al contributo
dello storico per finire nelle mani di apprendisti stregoni o guru mediatici che si ergono a giudici o

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“assolutori” delle colpe passate. La costruzione della futura identità/memoria collettiva rischia di
poggiarsi dunque su basi che poco hanno a che vedere con una seria ricostruzione storica. Il mestiere di
storico è logicamente ben diverso da quello del giornalista, e ancor di più lo è da quello dell’anchorman
televisivo. La storia è un processo critico di analisi, di costruzione e di ricostruzione, di interpretazione
e di re-interpretazione del passato. Eppure dobbiamo domandarci perché nonostante questo la “storia”
ha difficoltà a penetrare in una vera e propria coscienza collettiva, in un serio dibattito pubblico. Oggi
assistiamo ad un processo artificiale di costruzione del passato nazionale italiano. Un processo che
comporta la cancellazione delle pagine più dolorose della storia, gettando un colpo di spugna su
questioni che andrebbero, al contrario, storicizzate. In tale prospettiva, molti diventano paladini, e
vettori, della “nuova memoria”, che amano definire “condivisa”: concetto talmente astratto da risultare
incomprensibile tanto allo scienziato sociale quanto al semplice cittadino. Il domino “sulla storia”, o
meglio sull’uso pubblico della storia, è caduto nelle mani di non-professionisti che incensano
conoscenze su un passato che si vuole far morire, perché scomodo.
Il potere dei mass-media, in tal contesto, è alquanto evidente: chi decide quale messaggio mettere in
rilievo per procedere alla costruzione del ricordo? Chi decide quali aspetti del regime fascista
“ricordare” perché socialmente progressivi e meritevoli di far parte della memoria collettiva (come
contrapposta alla collected memory)? Chi permette di dar risalto all’omissione selettiva, alla
fabbricazione di eventi falsi, all’esagerazione e all’abbellimento di un certo passato, chi consente di dar
visibilità all’associazione e dissociazione di eventi storici, o all’atto di accusare il nemico in difesa dei
propri misfatti, o di appellarsi alle circostanze per giustificare brutalità e sangue? Chi ha fatto si che una
serie di scritti “di sinistra” sui crimini dei partigiani o sulle foibe siano passati nel dimenticatoio mentre
altri siano stati elevati al rango di inni alla “memoria condivisa”? Naturalmente le risposte si possono
trovare nella lettura quasi quotidiana dei giornali o nei salotti televisivi (le vere motivazioni dietro queste
scelte editoriali sono invece più complicate e necessitano di una ulteriore riflessione).

Assistiamo quindi ad un processo di manipolazione premeditata del ricordo e, di conseguenza, di


costruzione della memoria collettiva. Un esempio? Il libro di Arrigo Petacco, L’uomo della
provvidenza, osannato nelle pagine culturali di un importante quotidiano (Il Corriere della Sera,
15/3/2004). Nel libro Petacco, basandosi probabilmente sulla vecchia storia del “Duce buono”, elogia
Mussolini quale grande statista almeno fino all’alleanza con Hitler, del quale poi cadrebbe in una sorta
di irrazionale influenza negativa. Petacco purtroppo omette che ben prima dell’arrivo dei nazisti, il
fascismo italiano era diventato una brutale dittatura, priva di libertà, che costringeva i dissidenti al
confino, all’esilio, alla morte, che promuoveva una brutale politica coloniale. Può un dittatore essere al
tempo stesso un grande statista ed elevato al rango di un Cavour ? Ne dubitiamo. Né quella di Petacco
ci appare una corretta forma di investigazione scientifica. Egli stesso afferma che: “ho fatto dei libri
basandomi soltanto sulle lettere anonime. Ad esempio su quelle che MUSSOLINI riceveva. Cerco
anche informazioni sui grandi amori, sulle vicende scoperecce dei grandi gerarchi; tutte cose che non

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sono mai storia ufficiale ma che servono per mettere nella torta della storia quelle piccole delizie che
poi rendono gradevole la lettura di un libro” (da: www.arrigopetacco.net). Eppure l’impatto mediatico,
proprio per l’incredibile visibilità su carta stampata e piccolo schermo, di tali ricostruzioni storiche
risulta immensamente superiore a quello di un libro di storia per il quale lo studioso ha impiegato anni
di ricerche e di riflessioni. Testate giornalistiche e televisive incensano i nuovi paladini della storia, i
novelli costruttori della memoria. Imbiancare la memoria oggi è senz’altro più semplice per una serie di
motivi tra essi intersecati: la crisi del comunismo, la presenza dei neo-fascisti al governo, l’affermazione
di forze politiche, quali Alleanza Nazionale, Forza Italia e Lega Nord, per nulla interessate ai valori della
Resistenza e al rispetto/ripristino della memoria del fascismo. In tal contesto, come abbiamo potuto
notare, si sono sprecati i richiami alla memoria condivisa o alla pacificazione nazionale. A cosa servano
queste dopo sessanta anni di storia repubblicana, risulta abbastanza dubbio, considerata anche una
coesistenza abbastanza civile tra gli ex nemici. La verità è, come ci ricorda Sergio Luzzatto nel suo
eccellente La crisi dell’antifascismo, che una vera coscienza nazionale e più opportuna memoria
collettiva possono tranquillamente provenire anche da stagioni di guerre civili, come nel caso degli Stati
Uniti d’America. Le motivazioni dietro tali proclami hanno, in realtà, delle più basse motivazioni
politico-culturali: (1) il tentativo dei post-comunisti di andare “oltre” una stagione storica basata anche
sull’anti-fascismo e in tal modo liberarsi dalla zavorra comunista dopo il crollo del Muro di Berlino e la
presunta “fine delle ideologie”; (2) l’obbligo per una certa destra di promuovere l’oblio del fascismo (o
il salvataggio di alcuni suoi valori) per legittimare la sua azione governativa; (3) la rivincita di tutti gli
“esclusi” (es. neofascisti, alcune correnti neo-liberali) dalla cultura neo-marxista; (4) la conseguente
criminalizzazione del comunismo brandita come arma elettorale per risvegliare paure sopite dai più.

Gli imbianchini della memoria hanno quindi vita facile e l’opera portata avanti dalla destra nei suoi anni
di governo, i continui silenzi sul regime fascista, l’equiparazione repubblichini/partigiani, il disinteresse
dell’ex capo di governo verso i valori democratici dell’anti-fascismo, la distorsione del ricordo del
fascismo e lo sdoganamento di figure, anche secondarie, collegate alla passata dittatura, non facilitano
certo il processo di costruzione di una memoria collettiva finalmente basata su valori democratici
universalmente condivisi (sono i valori fascisti democratici?), né un migliore uso pubblico della storia né
il lavoro stesso dello storico.
Secondo, una celebre definizione, infatti,“lo storico non è colui che sa, ma colui che cerca”, occorre
allora domandarsi quanto “cerchino”, analizzino, critichino le proprie fonti, o basino le proprie
ricostruzioni su dati scientifici, documenti, informative, gli “studiosi” dell’ultima ora (si veda tra gli altri:
Bruno Vespa, Vincitori e vinti, 2005) quando enfatizzano tali errori/orrori dei partigiani o
minimizzano l’antisemitismo dell’Italia del Duce, spedendo nei meandri dell’oblio i campi di
concentramento fascisti, le leggi razziali, i rastrellamenti, le persecuzioni, la consegna ai nazisti di donne
e bambini il cui solo crimine era quello di essere “marchiati” dalla stella di David. Sulla stessa linea si
pone il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi (The Spectator, n. 11, Settembre 2003), con le sue

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dichiarazioni che umanizzano un fascismo che mandava gli oppositori “in vacanza”, o un Mussolini che
non avrebbe mai ucciso nessuno. O ancora Gianpaolo Pansa (Il sangue dei vinti, 2003) che mescola
nello stesso pentolone buoni e cattivi, partigiani e repubblichini, decontestualizzando l’immediato
dopoguerra italiano e la reazione (a volte sproporzionata ovviamente) di molti antifascisti alle violenze
subite dai ras e signorotti in camicia nera locali, ai cadaveri dei partigiani e dei loro “collaboratori”
lasciati in bella mostra come monito a chi fosse stato preso da manie di emulazione. Gli archivi (italiani
e stranieri) traboccano di documenti che testimoniano azioni del genere, ma, in un contesto di
rimozione collettiva del peccato, il ricordo proposto è ben diverso. È questa una traccia, o percezione,
del passato imbevuta nell’idea degli Italiani brava gente, nella contrapposizione buon italiano/cattivo
tedesco, nell’immagine di soldati italiani naturalmente gentili verso le popolazioni delle terre occupate
dalle truppe di Mussolini, pronti a interminabili partite di calcio, mangiate di spaghetti e a fare il filo alle
bellezze locali, in barba ad una cruda realtà fatta di “gas” nella campagna d’Africa o di soprusi, stupri e
crudeltà nei vicini Balcani: e d’incanto la memoria collettiva diventa immacolata, candida e priva di
qualsiasi scoria radioattiva.

La nuova sfida: Memoria o Oblio?

La sfida che si presenta oggi agli studiosi, alla società civile, ai mass media è quella della lotta della
memoria contro l’oblio. Vi sarebbe la necessità di contribuire alla costruzione di una memoria collettiva
basata sui valori più genuinamente democratici, i quali non possono in alcun modo reggersi, come
invece viene proposto da più parti, su retaggi di un regime illiberale e sanguinario come quello del
Duce. Da questo punto di vista, un’altra stagione di demagogia e oblio farebbe cadere molte delle
remore e si provvederebbe ad un ulteriore tentativo di cancellazione di una memoria troppo scomoda.
Esiste dunque la necessità di costruire e di potenziare la memoria storica del fascismo attraverso
l'introduzione di centri studi, musei, memoriali e iniziative editoriali, e promuovendo un vero dibattito
pubblico sul passato più scomodo (si pensi al recente caso di Günter Grass in Germania). Evitando che
episodi come il saluto fascista di Paolo Di Canio vengano analizzati, da intellettuali e politici di sinistra,
solo da un punto di vista sportivo o come bravate di un povero calciatore miliardario, o che un
romanzetto cripto-fascista rischi di vincere il premio Campiello con la giuria presieduta da un ex
repubblichino. Le risposte della società civile e del sistema politico alle minacce dell’estremismo
moderno sono di fondamentale importanza per lo sviluppo di un vero e proprio sistema democratico.
Solo in questo modo, si costruirà sia una solida memoria storica sia una imprescindibile base per
qualsiasi futura rivalutazione e/o ricostruzione del passato. Solo così la memoria collettiva potrà
rinsaldarsi alla storia nazionale e alle sue più scientifiche interpretazioni.

Uno degli aspetti più orribili dei regimi totalitari è la paura che nessuno possa essere propriamente
testimone del passato. Sempre più spesso nel mondo, si è compreso infatti che la lotta dei cittadini

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contro la dittatura e l’autoritarismo fosse la lotta della loro memoria contro una dimenticanza forzata,
una amnesia di massa, ed il porsi sin dall’inizio come obiettivo non solo quello di salvarsi, ma anche
quello di sopravvivere come testimoni per le generazioni future.
Il problema è che ci accontenti di una storia di basso profilo, quasi artificiale, da “porta a porta”, ben
lontana dalla disciplina narrata nel secolo scorso, dopo le tragedie del nazi-fascismo, da Fernand
Braudel (Storia, misura del mondo, ristampa 1998). Ma il rischio maggiore che si corre è quello di
accettare una sorta di “memoria manipolata”, o meglio che le future generazioni possano cadere in un
daltonismo mnemonico: dove non riescano a distinguere le differenze di valori ed etiche che hanno
caratterizzato e contrapposto la stagione dell’anti-fascismo e il periodo fascista, con quest’ultimo che
verrà così ridotto ad un fenomeno lontano, apolitico, innocuo, quasi folcloristico. È una lotta della
memoria contro l’oblio.

Andrea Mammone è ricercatore nella School of Modern Languages and Cultures e presso il Leeds
Humanities Research Institute della University of Leeds (Gran Bretagna)

Giuseppe A. Veltri è ricercatore presso l’Institute of Social Psychology della London School of
Economics and Political Science (Gran Bretagna)

BIBLIOGRAFIA

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F. Braudel, Storia, misura del mondo, Il Mulino, Bologna 1998
G. Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2003
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P. Corner, «La percezione del fascismo nell’Italia di oggi», Giornale di Storia Contemporanea, n. 1, 2005
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9 1992 Series: (HOS) Heritage of Sociology Series