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Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano

VENERDÌ 26 AGOSTO 2011 ANNO 136 - N. 202

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L’annuncio dei ribelli: l’abbiamo circondato, ormai è in trappola. Berlusconi: aiuti economici al nuovo governo

Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa

Ma il Raìs in un audio: ripuliremo Tripoli, la Libia non è di Francia e Italia

Politica e mercati

LA GERMANIA DEI RINVII SI SCOPRE ATTACCABILE

di FEDERICO FUBINI

A credere a certi segnali, si direbbe che l’austera

Germania abbia più probabilità di fallire della

Gran Bretagna. Domani magari gli investitori cambieranno ancora idea, ma ugualmente quel che è appena accaduto può far

riflettere: ieri in mezz’ora la

Borsa di Francoforte è crollata del 4%, per poi in parte riprendersi. Poco dopo si è sparsa la voce che le agenzie di rating stavano per declassare anche il debito di Berlino, dopo quello americano; la smentita è arrivata

subito, eppure il mercato nel frattempo aveva trovato la notizia perfettamente plausibile.

CONTINUA A PAGINA 35 Ferraino

IL PAESE CHE VERRÀ

di MASSIMO NAVA

C on la sola eccezione

regime, in ogni angolo del

violenze e di più o meno lun-

probabilmente si continuerà

ad argomentare sugli interes-

si

coli elettorali di Sarkozy, sul-

petroliferi in gioco, sui cal-

della caduta del Mu-

ro di Berlino, non si

ricorda un crollo di

pianeta, senza una coda di

le titubanze italiane, sulla non nuova contraddizione fra

ideali generalizzabili e la loro

ga

instabilità. È dunque pre-

maturo parlare di futuro de-

mocratico per la Libia del do-

applicazione pratica: limitata, non estensibile ovunque e in

ogni stagione, come limitate

po

Gheddafi. Ciò che è certo,

sono per forza di cose le vi-

in

queste ore convulse, fra

l’euforia dei fuochi d’artificio

cende umane. È al tempo stes- so banale e triste ricordare

e

la pena di decine di cadave-

che non è possibile mettere

ri

per le strade di Tripoli è

che un’epoca si è chiusa. Probabilmente, gli amici

sotto embargo la Cina per la libertà del Tibet o che un at- tacco militare alla Siria inne-

di ieri e gli ultimi alleati di

oggi del Raìs scriverebbero

un’altra storia, per contesta-

re quella che, nei secoli dei

secoli, viene scritta dai vinci- tori o presunti tali, da coloro

che hanno cominciato una ri- voluzione appunto per vin- cerla e da quanti hanno com- preso, più o meno rapida- mente, da quale parte stare. Alcuni dati oggettivi. Il pri-

mo è che la fine della dittatu-

ra viene salutata dalla stra-

grande maggioranza della po-

polazione libica e non solo

dai miliziani ribelli. Il secon-

do è che la caduta di Ghedda-

fi rende meno sicuri altri dit-

tatori, contribuendo a rende-

re irreversibile, sia pure fra

molte incertezze, la primave-

ra araba (durante la quale, è

bene ricordarlo, non è stata bruciata una sola bandiera americana). Il terzo è che l’in- tervento militare «esterno» è stato deciso a sostegno di una rivoluzione in atto, che rischiava di essere stroncata nel sangue, spegnendo an- che le speranze di milioni di giovani arabi.

Si discuterà all’infinito sui

margini di «legalità» delle ri- soluzioni internazionali e sul-

la «diversità» della missione

libica rispetto ad esempio al- l’appoggio offerto alla seces- sione in Kosovo o al tragico tentativo di «esportazione» della democrazia in Iraq. E

scherebbe scenari più com- plessi che in Libia. Ma è un fatto che la Francia abbia com-

preso per prima la posta in gioco e agito di conseguenza, a braccetto con la Gran Breta- gna. È un fatto che Barack Obama incassi il successo di una missione conseguito con costi e tempi infinitamente più ridotti della fallimentare operazione irachena. È un fat- to che l’Europa e le Nazioni

Unite abbiano saputo offrire una cornice di legalità e otte- nere il via libera della Lega Araba. Ora dovremo dimostra-

re visione e saggezza nella dif-

ficile opera di ricostruzione.

A cominciare dai primi con-

tatti, come ieri a Milano e nei

prossimi giorni a Parigi. È un

fatto che l’Italia, nonostante imbarazzanti polemiche poli- tiche, abbia saputo mettere in campo professionalità e com- petenze militari, d’intelligen- ce e industriali. È infine un motivo di ri- flessione la neutralità della Germania, così rigorosa nel dettare da prima della classe

le condizioni dell’economia

europea, così timida nel com- prendere che il futuro del- l’Europa non è soltanto una

questione di bond e tassi d’interessi. Eppure, proprio a Berlino, dovrebbe essere più facile sentire in quale direzio-

ne soffia il vento della Storia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

AP PHOTO / SERGEY PONOMAREV
AP PHOTO / SERGEY PONOMAREV

L’ispezione in un tunnel sotto il complesso di Bab al Aziziya, da dove potrebbe essere fuggito Gheddafi

Ostaggi per un giorno Liberi i quattro giornalisti. Il racconto degli inviati del Corriere

Ostaggi per un giorno

Ostaggi per un giorno Liberi i quattro giornalisti. Il racconto degli inviati del Corriere
Ostaggi per un giorno Liberi i quattro giornalisti. Il racconto degli inviati del Corriere
Ostaggi per un giorno Liberi i quattro giornalisti. Il racconto degli inviati del Corriere

Liberi i quattro giornalisti. Il racconto degli inviati del Corriere

«Dobbiamo la vita a due ragazzi»

di ELISABETTA ROSASPINA e GIUSEPPE SARCINA

U n foglietto spiegazzato con i nomi in arabo e due numeri di

telefono è tutto ciò che ci resta,

assieme a una penna rossa con la pubblicità del film Titanic, dei due veri protagonisti di questa storia:

due ragazzi gheddafisti che hanno rischiato la loro vita per riportarci nella zona liberata di Tripoli, attraversando le linee nemiche e lasciandoci solo quando sono stati certi che fossimo al sicuro.

ALLE PAGINE 8 E 9

L’autista dei reporter

Così Al Mahdi è morto pregando

A veva solo una colpa, Al Mahdi, l’autista dei

giornalisti sequestrati: non conosceva Tripoli. E aveva con sé un kalashnikov, come molti in quelle zone. Gli hanno sparato al petto: è morto pregando.

A PAGINA 10

Pirati in Somalia

Non dimentichiamo i cinque marinai

L a furia dei parenti dei cinque marittimi italiani

della Savina Caylyn, la petroliera che è stata sequestrata dai pirati somali l’8 febbraio. «Da due mesi siamo senza notizie dei nostri cari».

A PAGINA 9 Alberizzi

di LORENZO

CREMONESI

A Tripoli continua casa per casa la caccia a

Gheddafi. Quando i ribel-

li hanno annunciato di

averlo trovato e messo in

trappola, il Raìs ha rispo- sto con un audio diffuso dalla tv in cui ha chiesto

ai

suoi di ripulire la città

e

affermando: «La Libia

non è di Francia e Italia». Intanto ieri a Milano il premier Silvio Berlusco- ni, durante l’incontro con Mahmoud Jibril, ha pro- messo al presidente del Consiglio nazionale tran- sitorio libico lo scongela- mento di fondi libici per un totale di 350 milioni di euro, aiuti e garanzie di sostegno umanitario.

DA PAGINA 2 A PAGINA 11

Manovra, telefonata con il premier

Tremonti contrario alle modifiche discusse dal Pdl

Manovra: si tratta su Iva, pensione e su altre voci. Tremonti, in una telefonata con il premier, smonta le ipotesi di modifica del Pdl. DA PAGINA 12 A PAGINA 18

Giannelli

I N A 1 2 A P A G I N A 1 8 Giannelli Il

Il gip nega l’arresto. I pm: l’esponente pd si comportò come un delinquente matricolato

«Penati corrotto, ma il reato è prescritto»

di FEDERICO BERNI

e LUIGI FERRARELLA

I l gip: tangenti sì, ma le corruzioni sono prescrit-

te. Per questo Filippo Pena- ti e il suo ex capo di gabi- netto, Giordano Vimercati, non vanno arrestati a diffe- renza dell’assessore all’edi- lizia di Sesto, Di Leva, e del- l’architetto Marco Magni. «Desolante che l’ex porta- voce di Bersani si compor- ti come un delinquente».

A PAGINA 23

Lo sciopero del pallone e i sorteggi di Champions

I calciatori non cedono «Salta la prima di campionato»

A. ARZILLI e M. SCONCERTI

A PAGINA 50

di campionato» A. ARZILLI e M. SCONCERTI A PAGINA 50 Il Milan trova il Barcellona Facile

Il Milan trova il Barcellona Facile Inter Napoli, è dura

di PAOLO TOMASELLI

A PAGINA 51

Collezione A/I 2011/12 www.blugirl.it EMMA srl Tel. 0571/419776
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Primo Piano

italia: 515050585854

Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera La battaglia di Tripoli La caccia ( Nei bunker
Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera La battaglia di Tripoli La caccia ( Nei bunker
La battaglia di Tripoli La caccia
La battaglia di Tripoli La caccia
(
(

Nei bunker sotterranei inseguendo Gheddafi

DAL NOSTRO INVIATO

TRIPOLI — È caccia aperta a Gheddafi e ai suoi figli. «Non sarà finita sino a quando il ditta- tore non sarà nelle nostre mani», dichiarano al- l’unisono i ribelli, da Bengasi alla capitale. Ieri, a metà giornata, si era diffusa la voce che il Colon- nello, alcuni dei suoi fedelissimi, forse lo stesso figlio più «politico», Saif al Islam, fossero nasco- sti in una sorta di piccolo bunker ben camuffato nella zona di Abu Salim. Il quartiere, uno degli ultimi dove le sacche di resistenza degli irriduci- bili della dittatura sono più organizzate, è stato al cuore di un’intensa battaglia, ieri, per tutto il pomeriggio. Solo verso le 7 di sera i ribelli sem- bra siano riusciti ad annientare anche gli ultimi covi di cecchini. Per un attimo è sembrato che il Colonnello potesse essere stato catturato. Invece, nulla. Ancora una volta i desiderata della Rivoluzione si sono trasformati in verità scivolose della propaganda. Salvo poi venire, ovviamente, smentite alla prova dei fatti. E tuttavia la caccia continua. Alcuni media britannici riportano di un attivo coinvolgimen- to della Nato sul terreno nella gigantesca opera-

Solo verso le 7 di sera i ribelli riescono ad annientare anche gli ultimi cecchini appostati sui tetti

zione di setaccio del Paese per individuare e in- trappolare il dittatore. Si sta diffondendo la con- vinzione che sia già fuggito verso Sirte, o addi- rittura abbia messo in pratica un suo vecchio piano di evacuazione segreta che era stato con- cepito al tempo del braccio di ferro con gli Stati Uniti a metà degli anni Ottanta. Sembra che le Sas, le forze speciali britanniche, abbiano man- dato il meglio dei loro corpi scelti per aiutare operativamente i ribelli. Pure, Gheddafi si riconferma l’osso duro che è sempre stato. A suo modo coerente fino in fondo, combattivo, pericoloso, furbo e, sebbe- ne ormai più che settantenne, ancora disposto ad accettare le sfide più estreme. Così ieri, per la terza volta in due giorni, è tornato a lanciare un comunicato audio di sfida alla Nato accompagnato da un accorato appello alla mobilitazione popolare contro quelli che considera «gli invasori» e i loro collaborazioni- sti, «traditori» autoctoni. «La Libia è per il po- polo libico e non per gli agenti stranieri. Non è per l’imperialismo. Non è per la Francia, non per Sarkozy. Non è per l’Italia. Tripoli è per voi. Non per chi affida il proprio destino alla Nato», esclama dal canale della tv Al Orouba di cui è

Duri scontri nel quartiere di Abu Salim Ma il Colonnello in audio: «Resistete»

di Abu Salim Ma il Colonnello in audio: «Resistete» 20 .000 Le vittime dall’inizio della rivolta

20 .000

Le vittime dall’inizio della rivolta in Libia stimate dai ribelli

dall’inizio della rivolta in Libia stimate dai ribelli direttore il figlio Saif al Islam. Come sempre,

direttore il figlio Saif al Islam. Come sempre, una caratteristica della sua re- torica, Gheddafi si dipinge come il legittimo erede della lotta contro il colonialismo italiano. Inevitabile il suo parallelo tra le «battaglie dei nostri nonni contro l’invasore italiano nel 1911» e quelle attuali contro la Nato. I ribelli, a suo dire, sono peggio dei collaborazionisti del generale Graziani che facilitarono la cattura di Omar Al Mukhtar, l’eroe nazionale libico per ec-

❜❜

Accogliamo favorevolmente qualunque negoziato da qualunque comunità o area per evitare altre uccisioni

Abdel Jalil, presidente del Cnt

per evitare altre uccisioni Abdel Jalil , presidente del Cnt Il Raìs si dipinge come l’erede

Il Raìs si dipinge come l’erede della lotta contro il colonialismo italiano e fa un parallelo con le «battaglie contro l’invasore del 1911»

Pure adrenalin

Pure adrenalin

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

italia: 515050585854

Primo Piano

3

5 1 5 0 5 0 5 8 5 8 5 4 Primo Piano 3 ❜❜
5 1 5 0 5 0 5 8 5 8 5 4 Primo Piano 3 ❜❜
5 1 5 0 5 0 5 8 5 8 5 4 Primo Piano 3 ❜❜

❜❜

I Paesi arabi concordano sul fatto che è arrivato il momento per la Libia di recuperare il suo seggio alla Lega araba. E il Cnt sarà il suo solo rappresentante legittimo

Nabil al Arabi, segretario generale della Lega araba

Nabil al Arabi , segretario generale della Lega araba ❜❜ Quando ci sarà un riconoscimento internazionale

❜❜

Quando ci sarà un riconoscimento internazionale chiaro e diffuso di un nuovo governo in Libia, a quel punto il Fondo monetario internazionale si attiverà per il riconoscimento

David Hawley, portavoce del Fmi

per il riconoscimento David Hawley , portavoce del Fmi cellenza. Il suo è un appello per

cellenza. Il suo è un appello per la Jihad (la guer- ra santa) lanciato a tutte le fasce della popola- zione: «Scendano in piazza a combattere anche vecchi, donne e bambini» aggiunge. Ma soprat- tutto tiene a ricompattare gli antichi legami tra

le tribù «per battere i ratti, i crociati e i miscre- denti». I ribelli lo cercano sotto terra. E hanno ottimi motivi per farlo. Le immagini dei giganteschi bunker sotterranei appena conquistati nel com- pound blindato di Bab al Aziziya sono davvero impressionanti. La gente è incollata alle televi- sioni, non appena torna la corrente elettrica.

alle televi- sioni, non appena torna la corrente elettrica. All’interno, almeno quattro metri sotto terra, parte

All’interno, almeno quattro metri sotto terra, parte una galleria annerita dagli incendi delle

Battaglia

il deserto. «Stiamo accerchiando Sirte, i nemici ormai possono evacuare verso l’oasi di Sebha»,

bombe ad alta capacità di penetrazione, lancia-

A sinistra,

spiega un portavoce dei ribelli, Mohammad

te

dalla Nato negli ultimi mesi. In luglio, quan-

nella foto

Zawawi.

do

già eravamo entrati nel compound scortati

grande, un

È dunque in questa sperduta oasi nel deser-

dai

portavoce e dagli agenti della dittatura, i cra-

ribelle spara

to, a circa 800 chilometri a Sud della fascia co-

teri della bombe alleate mettevano a nudo alcu-

in

mezzo a

stiera, che si dovrebbe combattere la battaglia

ne

gallerie. In quei giorni una folla di militanti

una strada

finale della rivoluzione libica. Una rivoluzione

e ospiti africani inscenavano manifestazioni di

(Reuters). Qui

che, a detta del suo leader, il presidente del Con-

condanna dei raid all’arrivo dei giornalisti. Ora

sopra, un

siglio Nazionale Transitorio, Mahmoud Jibril,

Bab al Aziziya è vuota, spettrale, pattugliata uni-

rivoltoso

avrebbe già causato almeno ventimila morti. Il

camente dai ribelli e occasionalmente visitata

guida un

Cnt ha annunciato ieri il trasferimento a Tripo-

da

gruppi di saccheggiatori (in molti casi le due

mezzo

li, dove formeranno il governo della nuova Li-

categorie coincidono). Sotto terra, ogni 200-300 metri, si incontra-

adattato (Afp)

bia. Da Sebha, Gheddafi, tradizionalmente, fa

no

stanzoni usati dagli ufficiali del regime, spe-

transitare i suoi sostenitori e mercenari africa-

cialmente per il monitoraggio della popolazio-

 

ni per convogliarli sulle città costiere. E pro-

ne

e per la repressione delle eventuali opposi-

prio da qui potrebbe cercare di far perder le pro-

zioni. In uno troviamo materiale radio e tv che sembra servisse per diffondere la propaganda

 

prie tracce e sparire nel profondo del Sahara. I ribelli contano, però, sulla Nato, la cui aviazio-

anche dopo che le emittenti nazionali erano sta-

ne potrebbe annientare più facilmente i lealisti,

te

distrutte dalla Nato. In un’altra sono appesi

senza rischiare di colpire i civili. E forse monito-

ai muri grandi monitor, ora resi inservibili, ma che sembra fossero utilizzati per controllare zo-

rare con più facilità gli eventuali spostamenti del Colonnello in campo aperto.

ne specifiche della città. La golf cart, già mostrata dalle tv internazio-

Il Cnt annuncia il trasferimento da Bengasi a Tripoli dove formerà il governo della nuova Libia

nali negli ultimi giorni, e che serviva per tra- sportare i Vip lungo i corridoi, è ridotta in una carcassa di lamiere. In un’area troviamo centina-

ia di video che sembra costituissero gli archivi

dell’intelligence. Nelle stanze adibite ad arsenali militari ci sono le scatole intatte e i foderi di mi- gliaia tra pistole calibro 9 e fucili mitragliatori, tutti rigorosamente marca Beretta. A lato, lette- ralmente montagne di casse di munizioni italia- ne. Ricordano da vicino gli arsenali che aveva- mo trovato nella zona dei palazzi presidenziali

di Saddam Hussein, dopo l’arrivo dei soldati

americani, il 9 aprile del 2003. Ci sono persino alcuni fucili e spade d’oro donati da qualche

emiro del Golfo. Esattamente come quelle che

erano state donate a Saddam. Con una differen-

za fondamentale però: i depositi di Gheddafi ap-

paiono molto più vasti, diffusi, ricchi.

Sulla capitale permane l’incertezza. I cecchi-

ni rendono la quotidianità difficile, nubi nere si

Lorenzo Cremonesi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il segreto

E un album fotografico rivela la passione del Raìs per «Leezza» Rice

Insieme Condoleezza Rice con Muammar Gheddafi nel 2008; nel tondo, ribelli mostrano l’album trovato nel
Insieme
Condoleezza Rice con
Muammar Gheddafi
nel 2008; nel tondo,
ribelli mostrano l’album
trovato nel compound
di Bab al Aziziya

TRIPOLI — Rivelato uno dei tanti segreti di Gheddafi:

è un ammiratore dell’ex segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Facendo irruzione nel compound del Raìs a Tripoli, i ribelli hanno trovato — tra carte e oggetti di proprietà — un album di foto che la ritraggono in diversi eventi pubblici: molti sono primi piani. Tre anni fa il Colonnello aveva interrotto il Ramadan per incontrare la Rice in una cena intima. E già nel 2007 Gheddafi aveva detto in un’intervista ad Al Jazeera: «Sostengo la mia cara donna nera, africana. La ammiro e sono molto orgoglioso del modo in cui si appoggia e dà direttive ai leader arabi. Leezza, Leezza, Leezza, mi piace molto. Sono orgoglioso di lei perché è una donna nera di origini africane».

di lei perché è una donna nera di origini africane». Un complicato dedalo di gallerie, passaggi

Un

complicato dedalo di gallerie, passaggi se-

stagliano all’orizzonte, il porto rimane inutiliz-

greti, depositi protetti sotto metri e metri di ce- mento armato, si snodano per oltre sei chilome- tri. Stanno cercando le uscite segrete in diverse

zabile, il traffico scarso, i negozi quasi tutti chiusi. I combattimenti maggiori si stanno spo- stando verso Bani Walid, Sirte, Sebha. Le regio-

zone della città: l’hotel Rixos, ville private, mini-

ni

note per le tribù più fedeli al Colonnello. Sir-

steri, caserme, ma anche luoghi del tutto anoni-

te,

vicino alla quale sta il suo villaggio natale,

mi

per garantire fughe veloci e discrete in mo-

viene attaccata da Est lungo l’asse Brega-Ras La-

menti di crisi. Ieri pomeriggio, sul tardi, ci sia- mo calati anche noi nelle gallerie che partono

nouf e da Ovest, dove le colonne in arrivo da Tripoli ora congiunte con quelle di Misurata, so-

da

una botola poco distante dal palazzo-mauso-

no

ormai a circa 50 chilometri. Una gigantesca

leo distrutto dalle bombe Usa nel 1986. L’entra-

ta sembra un tombino, praticamente invisibile.

morsa a tenaglia che vorrebbe ricacciare i leali-

sti e costringerli alla resa o alla fuga a Sud, per

L’ex numero due Jalloud

«Muammar fuggirà vestito da donna»

ROMA — Gheddafi potrebbe lasciare Tripoli travestito da donna. Lo ha ipotizzato, ieri, Abdel Salam Jalloud durante la sua visita romana. Secondo l’ex numero due del regime libico, nel caso il Raìs fosse ancora nella capitale, «potrebbe restare nascosto in qualche casa finché le strade non saranno riaperte», salvo poi cercare di fuggire sotto sembianze femminili. «Negli ultimi mesi si è spostato dappertutto, ha dormito una notte in moschea e l'altra in ospedale. Adesso, con lui, ci sono solo quattro persone». Lo stesso Jalloud, però, ammette che «nessuno sa dove sia Gheddafi». Le ipotesi più accreditate sono i quartieri meridionali di Tripoli, Sirte o il deserto.

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italia: 515050585854

Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

4 italia: 515050585854 Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera
4 italia: 515050585854 Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera
4 italia: 515050585854 Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

italia: 515050585854

Primo Piano

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#

La battaglia di Tripoli La Storia ( ❜❜ Nessuna persona specifica è un nostro obiettivo
La battaglia di Tripoli La Storia
(
❜❜
Nessuna persona specifica è un nostro
obiettivo in quanto individuo, che si
tratti di Gheddafi o di chiunque altro
Oana Lungescu, portavoce Nato

Nella Bibbia l’infanticida Erode muore divorato dai vermi nati dal suo corpo infermo. Riccardo III di Shakespeare finisce cercando di barattare il proprio regno per un cavallo. Mussolini morì tentando di scappare travestito, e Hitler si uccise ma ordinò che la radio del Reich lo raccontasse caduto in combattimento

la radio del Reich lo raccontasse caduto in combattimento Il saluto ai soldati bambini e la

Il

saluto ai soldati bambini

e

la morte nel bunker

Adolf Hitler con gli ultimi combattenti del Reich: alcuni bambini che il dittatore nazista incontra fuori dal suo bunker, a

Berlino. Il 30 aprile 1945 si suiciderà

e il suo cadavere sarà bruciato

aprile 1945 si suiciderà e il suo cadavere sarà bruciato Deposizione e fine dell’imperatore Nerone

Deposizione e fine dell’imperatore Nerone

Un’illustrazione della morte

di

Nerone (37-68 d. C.), quinto

e

ultimo imperatore della dinastia

giulio-claudia. Nerone si uccise, dopo essere stato deposto dal

Senato romano, il 9 giugno 68

Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto

Il destino dei despoti è la polvere. Unica «scandalosa» eccezione: Stalin

di FRANCO CARDINI

Fu al calar del sole che Acab re d’Israele, che ave- va pur fondato tante città e costruito un palazzo d’avorio, morì per un colpo di freccia mentre com- batteva sul suo carro da guerra. Una bella morte, in fondo: ma il grande e terribile profeta Elia glie- l’aveva predetta, come si legge nella Bibbia, nel I

libro dei Re. Correva l’anno 852 a. C.; e il glorioso re Acab aveva meritato che il Signore lo abbando- nasse, poiché aveva restaurato in Israele e in Sama- ria il culto degli idoli e aveva commesso

ogni sorta di prevaricazioni. Eppure, non pare fosse quella la sua natura. Ma era stato travolto dalla pas- sione per una bella e malvagia dame sans merci , la sua sposa Gezabele: avi- da, corrotta, idolatra, assassina di profe- ti. Per lei aveva malgovernato, rubato e ucciso. Acab è rimasto nei secoli l’archetipo del rex iniustus , che sovente è buono e giusto agli inizi ma che finisce con l’abu- sare del suo potere e della fortuna, ma- gari dello stesso favore divino. Non è so- lo malvagio: la sua malvagità è frutto della corruzione di qualcosa di origina- riamente buono, corruptio optimi pessi-

ma . La Bibbia ce ne fornisce altri esem- pi, da Nabucodonosor e da Baldassarre sovrani di Babilonia all’orgoglioso faraone avverso a Mosè fi- no allo stesso Saul roso dalla vanagloria e dall’invi- dia; e a Erode, odiatore del Messia e infanticida, che muore divorato dai vermi nati dal suo stesso corpo infermo. Per qualificare il sovrano o il capo di Stato in- giusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha sottoposto a una vorticosa avventura semantica un termine greco, tyrannos , che nella lingua degli elleni non ha affatto un valore di per sé moral- mente peggiorativo, ma che suona esclusivamen- te come una denunzia giuridica. È tyrannos chi s’impadronisce del potere e lo esercita senza pos- sederne i necessari requisiti ereditari o istituziona- li; poi, può essere in realtà anche il migliore e più giusto. Ma il governo in Atene dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., impresse al termine il valore negativo, legato al malgover- no e all’ingiustizia, che ancor oggi esso conserva. Furono soprattutto alcuni personaggi della Ma- gna Grecia, come Gelone e Dionisio di Siracusa, a divenir modelli di tirannia; ma i greci, seguiti in ciò dai romani, preferivano indicare come esempi ovvi e inevitabili di tirannide i re o i capi barbari (dai re persiani a Pirro d’Epiro ad Annibale). At- tenzione, però: se la tirannide era condizione «na- turale» dei barbari, in quanto inferiori e corrotti, essa era eccezione orribile e vergognosa in Atene o in Roma, patrie di libertà e di giustizia garantite dagli dei. Difatti, in ultima analisi, la vera natura del tiranno non è neppure la crudeltà, neppure la violenza: bensì l’ hybris , l’empietà. Ciò soprattutto condanna lo spartano Pausania o il tebano Creon-

te al pari dei romani Tullio Ostilio o Tarquinio il Superbo; ciò condanna gli imperatori come Caligo- la, Nerone o Domiziano che, secondo l’aristocra- zia senatoriale custode delle tradizioni, hanno pre- varicato nell’abuso e nell’arbitrio. La cultura cristiana ha ereditato pienamente il concetto del tiranno come rex iniustus , in un pri- mo tempo fissandolo — come ha fatto Lattanzio fra III e IV secolo — nell’immagine del persecutore che, in quanto tale, è condannato a una morte atro- ce ed esemplare. Dagli agiografi medievali agli umanisti — si pensi al ritratto atroce di

un Ezzelino III da Romano o alla violen- za ridicola e plebea che si attribuisce a un Cola di Rienzo — ai gesuiti fautori del diritto dei popoli al tirannicidio si- no ai tardi epigoni dell’Illuminismo set- tecentesco che hanno recalcitrato dinan- zi all’idea che Robespierre potesse esse- re un tiranno, ma tale hanno qualificato il «despota superstizioso» Luigi XVI o il «nuovo Cromwell» Napoleone. Assistiamo in queste ore al ripresen- tarsi sulla scena del mondo di un antico dramma, legittimato da un topos stori- co-letterario a modo suo venerabile e sempre fedele a se stesso pur nelle sue molte varianti. Il capo che ha sedotto e

poi tradito il suo popolo, che è stato osannato e idolatrato ma che ha abusato dell’amo- re e della fiducia di cui era oggetto, riceve, sulla terra e nella storia, il triste salario simbolo della sua condanna. Ordinariamente, non basta che la fine del tiranno sia terribile e che attraverso le sue sofferenze e la sua morte giustizia sia fatta per le sofferenze ch’egli ha inflitto. Non è sufficiente che le sue effigi siano profanate, che le sue statue sia- no distrutte, che i suoi sostenitori siano uccisi o imprigionati a meno che non si pentano e che non lo rinneghino.

No. Deve esserci di più. Ce lo inse- gnano i nostri grandi maestri di crea-

zioni archetipiche: la Bibbia, Euripide, Plutarco, Tacito, Shakespeare, Schiller. Prendete Nerone, che si uccide per pau-

ra di essere ucciso e muore tremando

eppur continuando a recitare la trage- dia del suo potere. Prendete Riccardo

III

che — se Caligola aveva fatto senato-

re

il suo cavallo — finisce cercando di

barattare il suo regno con un equino. Nella tragedia della tirannide e della sua conclusione, il vero contrappasso che il topos storico-letterario richiede è l’ombra del grottesco: la sola in gra- do di sfrondare gli allori dell’idolo in- franto e di dimostrare che la sua non

era vera gloria. Nella società cristiana,

il grottesco era il segno del demonia-

co; nella società laica, è il segno della delegittima- zione e della degradazione di chi, alla fine di una parabola politica, viene indicato come tiranno. È quindi necessario che Saddam Hussein e Ghedda-

fi

terminino la parabola del loro potere nascosti

in

una buca sottoterra, com’era necessario che

Mussolini morisse tentando di scappare travesti-

to

e che Hitler, temendo di venir catturato vivo e

di

diventare lo zimbello dei vincitori, si suicidas-

se

dando però l’ordine che l’ultima trasmissione

radiofonica del Reich lo presentasse — menten- do — come caduto nibelungicamente in combat- timento alla testa degli ultimi tenaci eroi della Berlino in fiamme. Quel che il tiranno suprema- mente teme, che i suoi avversari supremamente vogliono, è che crolli il monumento del Superuo-

mo e che, dalle rovine, sgattaioli fuori il «Borghe- se piccolo piccolo» che lo abitava, privo ormai del potere e del carisma della propaganda, nudo nella miseria della sconfitta. La fine di un tiranno non può mai esser gran- de: non si può permettere che lo sia, «per la con- traddizion che nol consente». Bisogna che alla fi- ne tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vi-

ta politicamente grande, quando non è coronata

dal successo e quando il consenso non le soprav-

vive, richiede una fine piccola e meschina. Sono

le regole del gioco. Se e quando la realtà storica

minaccia di parlare un linguaggio diverso, la ma-

nipolazione propagandistica s’incarica di metter

le cose a posto.

Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» ecce-

zione è Stalin, morto da vincitore e al culmine del-

la gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa

damnatio memoriae è arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso sto-

rico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari

lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per

troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

già troppo quella di Pitigrilli. © RIPRODUZIONE RISERVATA Mussolini e i suoi gerarchi esposti a piazzale

Mussolini e i suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto

Il 29 aprile 1945, a poche ore dalla

fucilazione, i cadaveri di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi del regime vengono esposti dai partigiani

in piazzale Loreto, a Milano: il

dittatore viene dileggiato dalla folla

Loreto, a Milano: il dittatore viene dileggiato dalla folla Saddam dopo la cattura: barba incolta e

Saddam dopo la cattura:

barba incolta e capelli lunghi

Saddam Hussein fotografato poco dopo la sua cattura, in un buco scavato nel terreno, il 14 dicembre 2003: l’ex dittatore ha barba incolta e capelli lunghi. Sarà condannato a morte e giustiziato il 30 dicembre 2006

Archetipo Acab è rimasto l’archetipo del re buono e giusto agli inizi, ma che finisce con l’abusare del suo potere

Empietà Esempi di empietà i re Tullio Ostilio e Tarquinio il Superbo, gli imperatori Caligola e Nerone

e Tarquinio il Superbo, gli imperatori Caligola e Nerone La parola Tyrannos ‘‘ Per qualificare il

La parola

Tyrannos

‘‘ Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale

ha ripreso il termine tyrannos , che per gli antichi greci non aveva però valore di per sé moralmente peggiorativo. In origine era tyrannos chi s’impadroniva del potere e lo esercitava senza possederne i necessari requisiti ereditari o

istituzionali. Fu il governo ateniese dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., a imprimere al termine quel valore negativo, legato al malgoverno e all’ingiustizia, che ancor oggi conserva. La cultura cristiana ha ereditato il concetto del tiranno come rex iniustus , il sovrano che può essere buono e giusto agli inizi ma finisce con l’abusare del potere e della fortuna contro il suo stesso popolo

6

Primo Piano

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Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

La battaglia di Tripoli La visita ( ❜❜ Abbiamo invitato la Cina a prendere parte
La battaglia di Tripoli La visita
(
❜❜
Abbiamo invitato la Cina a prendere
parte alla conferenza di Parigi che
servirà a istituire la Libia del domani
Nicolas Sarkozy, presidente francese

Berlusconi riceve Jibril «Subito 350 milioni di euro»

Dall’Italia soldi ai ribelli. E l’Onu sblocca i primi fondi negli Usa

MILANO — Fondi libici scon- gelati per 350 milioni di euro,

fornitura gratuita (per ora) di gasolio e benzina, un comitato

di raccordo Italia-Libia, garan-

zie di sostegno umanitario. È

un segnale forte quello di Silvio

Berlusconi al presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Mahmoud Jibril, durante l’incontro di ieri a Milano. Il premier promette risposte, di-

sponibilità per l’addestramento

di polizia e per «tutto quanto

possa occorrere, dalla scuola al-

la sanità». Jibril ringrazia e lan-

cia un appello a tutti «gli amici

del mondo occidentale: ci dia- no un aiuto. Abbiamo bisogno

di soldi». Richiesta accolta: in

serata il Consiglio di sicurezza dell’Onu trova l’accordo per sbloccare beni libici nelle ban- che americane per un valore di 1,5 miliardi di dollari.

che americane per un valore di 1,5 miliardi di dollari. A Milano Il premier Berlusconi con
che americane per un valore di 1,5 miliardi di dollari. A Milano Il premier Berlusconi con

A Milano Il premier Berlusconi con il capo del Cnt Jibril

 

Vertice in prefettura, ieri mat-

ufficiali. Il primo a parlare, da-

evitare atteggiamenti vendicati-

ranno anticipati, senza paga-

conferma Berlusconi — a scon-

stramento militare.

tina. Fuori dal palazzo, un grup-

vanti alle bandiere dell’Italia e a

vi

nei confronti dei perdenti e

mento, gasolio e benzina per le

gelare fondi libici fermi nelle

Sbloccati i fondi di Stato libi-

po

di ragazzi libici con i cartelli

quelle (plastificate) della nuova

la

volontà di includere, nel

esigenze del popolo libico». Pre-

banche italiane con una prima

ci. «La battaglia è in corso —

Gheddafi game over aspetta «il

Libia, è Berlusconi.

prossimo governo, tutte le for-

cisazione di Scaroni, a fine con-

tranche immediatamente dispo-

tocca ora a Jibril — ma la Libia

liberatore». Jibril li saluta dal-

«Abbiamo parlato dell’emer-

ze

politiche». Ma ecco le rispo-

ferenza: «L’erogazione sarà for-

nibile di 350 milioni di euro».

deve pensare al suo futuro. Ab-

l’auto. Poi via all’incontro. Par- tecipano anche il ministro de-

genza del Paese, del numero dei morti, troppo elevato, di Tri-

ste che Jibril aspettava: «Dare- mo vita a un comitato di raccor-

nita a fronte di un pagamento futuro in petrolio quando i cam-

Obiettivo: ordine e stabilità «per trasformare la Libia in una

biamo bisogno di aiuto urgen- te, ci sono persone che non rice-

gli Esteri, Franco Frattini, l’ad

poli senza acqua». Nessun riferi-

do

tra i due governi (Frattini ne

pi di estrazione entreranno in

vera democrazia». Dalla raccol-

vono lo stipendio da mesi. Nel

di

Eni, Paolo Scaroni, e il presi-

mento alla taglia su Gheddafi.

sarà rappresentante per l’Italia)

funzione».

ta di armi dalle strade a servizi

caso in cui il Cnt non riuscisse

dente del gruppo, Giuseppe

«Jibril ha confermato — conti-

e,

con un’intesa che sarà firma-

Il passaggio più atteso: «Ab-

essenziali, al supporto nella

a fornire i servizi base, si an-

Recchi. Al termine, gli annunci

nua il premier — l’intento di

ta

lunedì dall’Eni a Bengasi, sa-

biamo dato la disponibilità —

scuola e nella sanità, all’adde-

drebbe incontro al fallimento

del Consiglio transitorio. Sareb- be il peggiore elemento di de- stabilizzazione». Le priorità di Jibril: riportare l’ordine, avviare un sistema di giustizia, creare un esercito na- zionale. «Nel mese prossimo speriamo di riaprire le scuole e

fornire assistenza ai feriti. Dob- biamo ricostruire centrali elet- triche e infrastrutture. Ma il go- verno transitorio non dispone dei mezzi necessari». Servono soldi. Tanti (si parla

di cinque miliardi di dollari). Ji-

bril insiste su questo punto. E

sul ritorno alla normalità. Lo fa anche Scaroni pensando all’Ita- lia: «Noi puntiamo a far riparti-

re la produzione di gas. Per il

petrolio non ci sono problemi

di approvvigionamento. Affron-

tare invece l’inverno con uno

L’ad dell’Eni Scaroni promette ai libici gasolio e benzina subito a fronte di un «futuro pagamento in petrolio»

subito a fronte di un «futuro pagamento in petrolio» dei fornitori tradizionali fermo, devo ammetterlo, non

dei fornitori tradizionali fermo, devo ammetterlo, non mi piace per niente». Certo, è vero che lì «tutti hanno un’arma». Ma l’ot- timismo resta: «La nostra pre- senza in Libia continuerà. I rap- porti tra i nostri Paesi — con- clude l’ad — prescindono da un governo o dall’altro: sono buoni da cinquant’anni e conti- nueranno a esserlo».

Annachiara Sacchi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

a esserlo». Annachiara Sacchi © RIPRODUZIONE RISERVATA I numeri Quote libiche in Finmeccanica, Unicredit, Eni,
I numeri Quote libiche in Finmeccanica, Unicredit, Eni, Juventus

I numeri Quote libiche in Finmeccanica, Unicredit, Eni, Juventus

Conti e partecipazioni azionarie Il «tesoretto» del Colonnello

Non è certo poca cosa. Soprattutto perché soldi e investimenti del Raìs sono ancora bloc- cati. Anche i 350 milioni di euro che Silvio Ber- lusconi ha promesso al leader del Cnt, Mah- moud Jibril, in realtà sono congelati. Il gover- no li anticiperà in attesa di ottenere l’autorizza- zione per poterli prelevare dai conti libici cu- stoditi nelle nostre banche. Lo sblocco tutta- via potrebbe anche essere rapido visto che ie- ri, intanto, l’Onu ha acconsentito a svincolare 1,5 miliardi di dollari appartenenti al regime. Secondo stime affidabili, i conti libici nel no- stro Paese custodirebbero 9,8 miliardi di dolla- ri, per la metà liquidi, depositati in Intesa Sanpaolo, Unicredit, di cui la banca centrale della Libia è azionista, e in Banca d’Italia. A cui vanno sommati i 3 miliardi di valore delle par- tecipazioni in Finmeccanica, Unicredit, Eni, Ju- ventus detenute direttamente o indirettamen- te dalla Lia, il potente fondo sovrano libico in cui la Grande Jamahiriya ha reinvestito i pro- venti del petrolio e del gas. Un tesoretto tutt’altro che trascurabile, tenu- to da Gheddafi nel Paese che storicamente ha rappresentato una delle basi logistiche più im- portanti per gli investimenti del regime di Tri- poli, che negli anni 70 a Roma ha anche costi- tuito una banca, Ubae, oggi in commissaria- mento straordinario. L’istituto, partecipato dalla Libyan Foreign Bank insieme a Unicre- dit, Intesa, Montepaschi, Eni, Telecom Italia, è stato uno dei più importanti crocevia dell’in- terscambio Italia-Libia. Un ponte che, anche dopo la firma del Trattato di Amicizia, ha aper- to la strada di Tripoli a molte piccole e medie imprese italiane. La Camera di Commercio Ita- lAfrica Centrale stima che sono circa 130 le no- stre aziende stabilmente impegnate in Libia. Attendono anch’esse lo sblocco dei beni di Gheddafi in Italia, auspicando che pagamenti in sospeso e contratti annullati con lo scoppio della rivoluzione siano onorati dal Cnt. Si trat- ta di qualche miliardo di dollari: solo Impregi- lo ha una commessa da 1 miliardo per costrui- re tre poli universitari e la Conference hall di Tripoli, lo stesso Finmeccanica, Ansaldo Sts ha due appalti da 740 milioni. Tutto fermo in attesa della caduta del Raìs. Quella custodita in Italia, tuttavia, è solo una frazione dell’immenso patrimonio accu-

mulato in 40 anni dal Raìs. Con lo scoppio del- la rivoluzione è venuto alla luce quasi tutto. Prima di approvare la risoluzione con cui ha congelato tutti i beni del regime, l’Onu ha fat- to una mappatura piuttosto precisa di dove so- no i soldi. Quelli «ufficiali», ovvero della Lib- yan Central Bank, 107 miliardi di euro di riser- ve, e dei fondi sovrani libici, a cui farebbero capo altri 70 miliardi di dollari di investimen- ti. E poi l’oro, una montagna: 143 tonnellate. Restano fuori i depositi personali della fami- glia Gheddafi. Si favoleggia di 100 miliardi di dollari depositati in Svizzera. E di oro, in parte custodito a Tripoli, che nei mesi scorsi il lea- der ha cercato di vendere. Lo ha rivelato al Corriere l’uomo che aveva le chiavi del forziere: l’ex governatore della

9,8

miliardi di dollari

I

fondi libici

custoditi nelle

banche italiane

3

miliardi di dollari

Il

valore delle

partecipazioni detenute dalla Lia, il fondo sovrano libico

banca centrale, nonché vicepresidente di Uni- credit, Farhat Bengdara. Dopo la fuga da Tripo- li, il banchiere ha continuato a lavorare nel- l’ombra per tenere sotto controllo gli interessi accumulati dal suo Paese all’estero. Non certo per conto di Gheddafi. È volato negli Usa, a Londra, a Dubai e si è visto spesso nel suo uffi- cio milanese in Piazza Cordusio. Tanta atten- zione, forse, è dovuta anche al fatto che, vedi Haiti, Panama o Nigeria, troppe volte alla cadu- ta dei regimi i soldi dei dittatori sono evapora- ti. In questo caso sarà più difficile, visto che l’Onu ha una mappa e che Bengdara ha molla- to il regime iniziando a tessere in giro per il mondo la tela per il dopo-Gheddafi.

Federico De Rosa

fderosa@corriere.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

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Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011 i t a l i a : 5 1
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Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

La battaglia di Tripoli Ostaggi ( ❜❜ Esprimo viva soddisfazione per la liberazione dei giornalisti
La battaglia di Tripoli Ostaggi
(
❜❜
Esprimo viva soddisfazione per la
liberazione dei giornalisti italiani
rapiti in Libia
Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica

Una curva sbagliata ed è iniziato l’incubo

Liberi

Una curva sbagliata ed è iniziato l’incubo Liberi Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina Domenico Quirico

Elisabetta Rosaspina

ed è iniziato l’incubo Liberi Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina Domenico Quirico Claudio Monici SEGUE DALLA

Giuseppe Sarcina

l’incubo Liberi Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina Domenico Quirico Claudio Monici SEGUE DALLA PRIMA La prima

Domenico Quirico

Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina Domenico Quirico Claudio Monici SEGUE DALLA PRIMA La prima cosa che ha

Claudio Monici

Rosaspina Giuseppe Sarcina Domenico Quirico Claudio Monici SEGUE DALLA PRIMA La prima cosa che ha fatto

SEGUE DALLA PRIMA

La prima cosa che ha fatto per noi Mustafa, pantaloni a scacchi e canot-

tiera bianca, è stato di portarci acqua

e biscotti, che ha depositato con un

gesto brusco sul pavimento di cemen-

to del ripostiglio in cui eravamo stati

rinchiusi tra taniche vuote di benzi- na, una bombola di gas, bottiglie di olio di semi, scatoloni e una bandiera

verde impolverata della Jamahiriya. Abdel, 30 anni, magro, barba un po’ alla Che Guevara, si è materializzato

qualche ora dopo sulla porta del gara-

ge dove premeva un gruppo di mili-

ziani che volevano caricarci su un Toyota pick-up per andare a conclu- dere la storia a modo loro: veloce, sec- co, come una raffica di mitra. Abdel, disarmato, scalzo, ha preso in mano

la situazione: calmando gli esaltati in

tuta mimetica, rabbonendo un mili- ziano con elmetto e giubbotto anti- proiettile, dando sulla voce ai ragazzi-

ni con la T-shirt del Milan sotto la ca-

micia militare e il kalashnikov im- bracciato con la disinvoltura dei vete- rani di guerra. Senza di loro, senza Mustafa e Abdel, sarebbe finita peg- gio, anche se sarà impossibile cancel-

lare l’immagine di Al Mahdi, il nostro autista, riverso sul marciapiede, am- mazzato a bruciapelo. Sono le 11,30 della mattina, Clau- dio Monici, l’inviato di Avvenire per- lustra l’auto color argento con uno scettico Al Mahdi. Manca la ruota di scorta e i 40 chilometri che separano Zawiya da Tripoli sono pieni di insi- die (e di buche). Ma il tempo stringe

e la ricerca di un gommista rischia di

Nell’albergo

A sinistra due reporter

sdraiati per terra all’interno dell’hotel Corinthia, a circa 1,5

chilometri dalla piazza Verde, nel centro di Tripoli, si riparano mentre all’esterno infuria una violenta sparatoria tra ribelli e lealisti. Qualche proiettile raggiungerà anche le camere dell'albergo, dove alloggiano diversi giornalisti stranieri, compresi i quattro italiani liberati ieri (foto Afp/Patrik Baz).

A destra, nella foto

grande, alcuni ribelli di fronte all’ingresso dell’albergo durante il combattimento contro i

lealisti di ieri. Gli insorti si sono poi piazzati sul tetto dell’hotel per prendere di mira i

cecchini

fedeli a Gheddafi che si

nascondevano sugli

edifici intorno.

Gli scambi di colpi sono durati una quarantina

di minuti e si sono

interrotti

intorno alle 14.30 (Ap/Sergey Ponomarev)

La testimonianza

alle 14.30 (Ap/Sergey Ponomarev) ✒ La testimonianza essere lunga e infruttuosa. Al Mahdi non è tipo

essere lunga e infruttuosa. Al Mahdi non è tipo da demordere, trova lo pneumatico che gli serve, ovviamen-

te

contratta il prezzo. E poi, finalmen-

te

si parte, Claudio siede davanti. Sul

sedile posteriore noi due e Domenico Quirico, della Stampa. Tutto fila li- scio fino alla periferia di Tripoli, poi avanti ancora, sciué sciué (piano, pia- no) fino ai primi casermoni della ca- pitale. Un’ultima curva davanti a un gigantesco ritratto di Gheddafi crivel-

lato dai proiettili ed eccoci nella Piaz-

za Verde, il cuore della città e del regi-

me che sta morendo. Le jeep dei ribel-

li girano in tondo. È una festa: arriva-

no da diverse regioni della Libia: spa-

rano in aria, sventolano la nuova ban-

diera (verde, rossa e nera). «Questa generazione ha fatto molto per noi

— osserva, sotto la vecchia sede della

Banca di Roma, un professore di lette-

ratura inglese dell’Università Al Fa- tah — adesso qui tutti hanno le armi,

ce ne sono tante, ma non troppe: dob-

biamo difendere la nostra libertà». Ma hanno vinto davvero su tutto il fronte? Parrebbe di sì, anche l’Hotel Rixos, uno degli ultimi presidi dei gheddafiani, risulta essere ormai in

mano ai ribelli. C’è un anziano signo-

re coi baffetti che si avvicina al nostro

gruppo smozzicando qualche parola

di italiano. Cinque minuti di chiac-

chiere e poi l’offerta: «Se volete vi por-

to io, conosco la zona. Sicura, miè

miè, al cento per cento». Qualche sguardo interrogativo, poi saliamo in

macchina e partiamo. Cento, duecen-

to

metri dalla Piazza Verde, passiamo

di

fianco al centro commerciale di

Aisha, una delle figlie di Gheddafi, poi sbuchiamo in una strada larga, sbrecciata e, soprattutto, deserta in modo sospetto. Claudio è il più luci-

do e il più pronto: «Non mi piace, in-

dietro, torniamo indietro». Qualche secondo di esitazione e dopo un’altra curva vediamo sbucare un uomo in mimetica, berretto con stella verde, nero centrafricano: potrebbe essere uno di quei mercenari al servizio del

Colonnello di cui tanto si è parlato. È appoggiato alla ringhiera di protezio-

ne di un ponte, sembra quasi sorpre-

Rapiti e liberati dai miliziani di Gheddafi

Il racconto dei due inviati del «Corriere»

so, ma poi si scuote e si scatena un turbine di divise strane, grida, e mitra spianati. Ancora pochi secondi e la macchina viene bloccata, dieci, cento mani ci strattonano, ci frugano, ci por-

tano via tutto: telefonini, passaporto, soldi, computer. Tutto. Solo adesso ci

ricordiamo che anche il nostro auti- sta Al Mahdi ha un kalashnikov ap- poggiato sul pianale. Normale per tut- ti i ribelli, fatale nella tana del nemi- co. Adesso il tumulto è totale, ci spin- gono in un minivan. Tutti e quattro pigiati nei posti di dietro e, natural- mente, spaventati. Buttano dentro, letteralmente, anche Al Mahdi, vola-

no schiaffi, pugni, sputi. Avanziamo

metro su metro tra i miliziani che agi- tano i mitra, le rivoltelle. Uno di loro sta controllando i documenti di Al Mahdi: viene da Zintan, la città nemi- ca per eccellenza di Gheddafi. Pur- troppo è facile fare un tragico conto:

mitra + Zintan. Lo ha fatto Al Mahdi che piega la testa e mormora quella che ci sembra una preghiera. Lo ha fat- to il miliziano più feroce che ora lo af- ferra per la jalabiya e lo trascina fuori dalla macchina. Sentiamo i colpi, ve- diamo la figura bianca cadere sul mar- ciapiede. E adesso? Ancora minacce, urla, schiaffi. Tirano giù anche noi? No, qualcuno si sta facendo largo tra le canne dei fucili. Cinque, sei uomini

agitano le mani, cercano di domare quegli uomini pieni di odio feroce. So- lo grazie al loro intervento ci ritrovia- mo in una grande casa patronale. «Ga- rage, garage» urla qualcuno. Si apre un cancello verde in metallo, passia- mo in un piccolo patio e poi ecco un’altra porta in ferro. È un piccolo ri- postiglio con una finestrella aperta sulla strada. Quando si chiude il chia- vistello ci sentiamo quasi sollevati. Per lo meno siamo al riparo. È già l’una, fa caldo. Gola secca. Si apre la porta e per la prima volta vediamo Mustafa, anzi l’acqua, il succo di frut- ta e i biscotti che ci butta lì senza dire una parola. Nel frattempo alla fine-

A Damasco

Mani spezzate al vignettista siriano anti regime

DAMASCO — Aveva disegnato Assad che faceva l’autostop con

Gheddafi e altre vignette satiriche anti regime. Lo hanno pestato a sangue e gli hanno spezzato le mani. Così gli agenti

dei servizi di sicurezza di

Damasco hanno dato una lezione al celebre vignettista siriano Ali Ferzat per ridurlo al silenzio. Gli hanno detto, ha riferito un familiare dell’artista, che si è trattato «solo di un avvertimento» e gli hanno ordinato di smettere di disegnare. «Le nostre vite sono in pericolo», ha spiegato l’uomo. Fondatore di un giornale satirico chiuso dopo numerosi attacchi e censure, il disegnatore ha un sito dove pubblica i suoi disegni

il disegnatore ha un sito dove pubblica i suoi disegni Artista Ali Ferzat, 60 anni, dopo

Artista Ali Ferzat, 60 anni, dopo l’aggressione. A destra un suo lavoro

60 anni, dopo l’aggressione. A destra un suo lavoro (www.ali-ferzat.com) che ieri è stato a tratti

(www.ali-ferzat.com) che ieri è stato a tratti oscurato. Alla vigilia del 25esimo venerdì consecutivo di proteste, gli attivisti hanno denunciato l’uccisione di almeno quindici persone in 24 ore, tra cui una donna.

❜❜

Sbuchiamo in una strada deserta. Claudio dice subito: "Torniamo

indietro"

❜❜

Dieci, cento mani

ci

strattonano,

ci

portano via

tutto: telefoni, passaporto, soldi

❜❜

Vorrebbero

chiudere in modo

veloce, secco, come una raffica

di mitra

strella si alternano i giovani ghedda- fiani: chi sputa, chi ci rinfaccia le im- prese di Sarkozy e di Berlusconi, chi si passa il dito sotto la gola: vi scannia- mo. Poi spariscono per un po’, men- tre si intensifica il fuoco delle batterie anticarro e a un certo punto ci sem- bra che stiano sparando proprio da- vanti alla casa. A metà pomeriggio la porta si apre un’altra volta: è ancora Mustafa, ci fa uscire e ci porta nel cor- tiletto. Indica una fontana, ci offre del sapone liquido per lavarci le mani, chiede se vogliamo andare in bagno. Intanto il patio si riempie della stessa fauna della mattina: ancora mimeti- che, giubbotti antiproiettile, soldati ragazzini. E ancora minacce, urla, ma nessuno si azzarda a toccarci. C’è qual- cuno che parla con un tono di voce ugualmente aspro: è l’unico disarma- to. E questo chi è? Non parla inglese, azzarda qualche frase. Ma in fondo non c’è bisogno. «No problem, no problem», ci ripete con uno di quei sorrisi che nelle persone pulite parto- no dagli occhi. E Abdel è molto più che pulito, è una persona rara, imper- dibile e indimenticabile come scopri- remo presto. Ma è anche abile, sa usa- re le parole, sa trovare persino in que- sti miliziani assediati e pronti a tutto la leva per ribaltare la situazione. Rac- conta che non ci possono ammazzare così, che dobbiamo essere portati dal «Generale», che non tocca a loro deci- dere. A noi dice: vi portiamo dalla po- lizia e lì avrete la possibilità di spiega- re che cosa ci fate qui. Noi lo abbiamo ripetuto tutti e quattro almeno cento volte: siamo solo giornalisti, non ab- biamo armi, non siamo il vostro nemi- co. Dopo una serie di giravolte e di fal- se partenze, con la jeep che si incaglia a metà strada ancora una volta circon- data da volti minacciosi, Abdel coglie tutti di sorpresa. Ci fa scendere: li por- to io con la macchina di mio padre. Tutto intorno sparano: siamo in una gabbia costruita da uomini a loro vol- ta in gabbia. Come ne usciamo? Il ra- gazzo alto e moro cammina spedito, quando si attraversa fa segno di corre- re: «Shot, shot» (sparano, sparano):

corriamo, corriamo, ma dove stiamo andando? «A casa mia» è la risposta

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

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Primo Piano

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5 1 5 0 5 0 5 8 5 8 5 4 Primo Piano 9 ❜❜
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5 1 5 0 5 0 5 8 5 8 5 4 Primo Piano 9 ❜❜

❜❜

Un forte abbraccio e un grande sostegno morale a tutti i giornalisti al fronte

Ignazio La Russa, ministro della Difesa

al fronte Ignazio La Russa , ministro della Difesa ❜❜ Sollievo per la liberazione dei quattro

❜❜

Sollievo per la liberazione dei quattro giornalisti italiani

Catherine Ashton, alto rappresentante Ue

italiani Catherine Ashton, alto rappresentante Ue ❜❜ La violenza non fa parte della cultura della Libia.

❜❜

La violenza non fa parte della cultura della Libia. Ora il Paese non sarà più diviso

Abdel Salam Jalloud, ex n˚2del regime libico

❜❜

Lo ripetiamo cento volte: siamo solo giornalisti, non siamo il vostro nemico

❜❜

Interviene Abdel

che ci porta a casa sua. Si parla dello stadio Meazza

e di Gattuso

italiano di Bengasi procedono a spraz- zi. Sì, Bengasi, il quartier generale de- gli anti-Gheddafi. «Ci hanno chiama- to dall’Italia». «Certo, certo», sorride Abdel. È ora di dormire. Mustafa tira fuori materassini, distribuisce cuscini. La notte è insonne: agli spari si alterna il rombo degli aerei e, quando tutto si placa, comincia un martellante chicchi- richì dei galli completamente in tilt. Inevitabilmente i dubbi, i timori si moltiplicano. La mattina arriva il buon- giorno del nostro ospite. Si scusa: i ne- gozi sono ormai abbandonati. Non c’è abbastanza per preparare la colazione. Poi naturalmente arrivano puntuali il caffè e i muffin di Mustafa. Ma abbia- mo capito che il problema non è la co- lazione. Il problema siamo noi. «La giornata sarà molto calda oggi», dice Abdel. Poi scambia un’occhiata con l’amico e dice: andiamo. Nel cortile è pronto un camion con i bidoni vuoti per l’acqua. Ci distribuiamo tra l’abita- colo e il cassone. Mustafa al volante, Abdel dietro tra le taniche. Usciamo dalla casa, lentamente, poi sfiliamo tra le strade deserte, tra le auto bruciate,

S e r a » G iu s e p p e D ir e
S e r a » G iu s e p p e
D ir e t t a t v I d u e in v ia t i d e l
C o r r ie r e
S a r c ina , 4 9 a n n i,
«
d e lla
R o s a s p in a , 5 3
e E lis a b e t t a
a n n i,
s u b it o
d o p o la
in t e r v is t a t i
lib e r a z io n e

❜❜

Mustafa porta

il caffè, il tè

e la cena di fine

Ramadan: pasta,

uova, spezzatino

gli sbarramenti di cemento, i segni de- gli ultimi combattimenti. Non c’è nes- suno, filiamo via indisturbati fino a im- boccare un lungo viale fiancheggiato da due file di alti edifici fronteggianti. È uno scenario alla Sarajevo: le fazioni si sparano da una finestra all’altra. Ma stamattina è tutto abbandonato. Abdel ripete con gli occhi lucidi: «Povero il mio Paese, povero il mio Paese». A un certo punto cominciamo a vedere le bandiere dei ribelli. Ma dove stiamo andando? Ce lo chiedono anche i giova- ni ai posti di blocco; ma Abdel sembra che abbia un lasciapassare speciale, sa- luta e sorride ai suoi nemici. E lo fa so- lo per noi. Fine corsa: hotel Rixos, ulti- mo pezzetto della capitale liberata. Sia- mo in salvo. Ma è difficile separarsi da Abdel e Mustafa. Li aspettiamo a Mila- no. Stadio Giuseppe Meazza.

Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’autista ucciso, le minacce e le percosse Vivi grazie al coraggio di due giovani lealisti

spiazzante di Abdel. La prima di una lunga serie. È un edificio basso come gli altri, bianco come gli altri. Ma qui dentro succede qualcosa che a tutti noi sembra incredibile. Entriamo, ci togliamo le scarpe come usa nei Paesi arabi e Abdel ci fa sedere sui divanetti poggiati in terra e ora sorride: «Relax, relax», «no problem, no problem». Passa in cucina e torna con acqua, suc- chi, datteri. È pieno Ramadan e il gio- vane musulmano rispetta alla lettera il precetto del digiuno. Non tocca ci- bo e acqua dalla mattina e dovrà aspettare le 19.59, l’ora del tramonto. Ma finalmente si parla. Si comincia con lo stadio Giuseppe Meazza e Gat-

tuso e Abdel si illumina. Poi si passa alla sua fidanzata e il giovane è rag- giante: sperano di sposarsi presto. Ma alla fine, inevitabilmente, si scivola nella politica e Abdel si rabbuia. An- che lui ce l’ha con Sarkozy e Berlusco- ni, ma ciò che veramente lo annienta è quello che vede intorno: «Il mio Pae- se, il mio povero Paese distrutto dalla guerra». Racconta di vecchi amici, di conoscenti da trent’anni che da un giorno all’altro, qui nel quartiere di Abu Salif, hanno cominciato a sparar- si addosso. Ci rendiamo conto come si somiglino le storie delle famiglie ri- maste fedeli a Gheddafi con quelle che abbiamo raccolto lungo la strada

verso Tripoli. L’acqua corrente manca sia qui che là. I generatori per alimen- tare un minimo di corrente sono gli stessi. Come pure la preoccupazione per mettere in salvo i bambini, le don- ne («i musulmani proteggono le don- ne») è la stessa. I ragionamenti di Ab- del possono non convincere, ma han- no il suono inconfondibile della since- rità. Ora il nostro «carceriere» parla come un amico. Da prigionieri siamo diventati ospiti. A rendere concreto il concetto ci pensa l’inseparabile Mu- stafa. Arriva il caffè, arriva il tè e poi la cena di fine Ramadan. Pasta al su- go, uova sode, spezzatino. Sarebbe bello spazzolare via tutto, ma nessu-

no di noi ha fame. È quasi notte, or-

mai, e intanto siamo tornati nella ca-

sa padronale, ma a questo punto nel

soggiorno al primo piano. Anche il

proprietario ci accoglie con gentilezza

e generosità, anche se nella dispensa

è rimasto ben poco e le taniche con

l’acqua potabile sono ormai a livello

di guardia. Certo, ora si sta meglio, ma siamo

sempre tagliati fuori. Come facciamo

a dare l’allarme? Basta un’occhiata e

Abdel capisce al volo: «Telefonare? No problem» e ci tende il piccolo cel- lulare. Ancora una volta increduli av- visiamo i nostri giornali. La linea è di- fettosa, le chiamate con il Consolato

Somalia

Quei marinai italiani da sei mesi nelle mani dei pirati

Sono infuriati i familiari dei cinque marittimi italiani della Savina Caylyn, la petroliera sequestrata dai pirati somali l’8 febbraio. «Da due mesi siamo senza notizie dei nostri cari — lamenta Nicola

Verrecchia, il figlio del direttore ufficiale

di macchina della nave, Antonio —. La

domanda che ogni minuto dei 197 giorni

di sequestro sta ossessionando la mia

famiglia è questa: quali sono le modalità concrete per giungere a una definitiva e positiva risoluzione del sequestro della

Savina?». Oltre agli italiani a bordo ci sono 17 marittimi indiani. Il ministero degli Esteri ieri in un comunicato ha fatto sapere che «il governo italiano non può contemplare la

possibilità di una trattativa diretta con i pirati e tanto meno di pagare riscatti per

la liberazione degli ostaggi, lo vieta la

riscatti per la liberazione degli ostaggi, lo vieta la Lo striscione Per i marinai italiani, sul

Lo striscione Per i marinai italiani, sul municipio di Napoli (Ansa)

Per i marinai italiani, sul municipio di Napoli (Ansa) La vicenda legge — a cominciare da

La vicenda

legge — a cominciare da quella riflessa nelle risoluzioni Onu — che esclude qualsiasi forma di favoreggiamento delle attività di pirateria da parte degli Stati». La situazione sembra quindi di stallo, giacché i pirati hanno fatto sapere a più

Il sequestro

 

L’8 febbraio

la

Savina Caylyn,

riprese che non rilasceranno né la nave né l’equipaggio se non saranno pagati 14 milioni di dollari. I bucanieri somali sostengono che, a dispetto delle

petroliera

italiana della

Fratelli D’Amato

di

Napoli, è stata

normative che vietano pagamenti di riscatti, Riccardo, il negoziatore dell’armatore Fratelli D’Amato, ha offerto 7,5 milioni di dollari. La trattativa si è

attaccata dai pirati somali. A

bordo 5 italiani

e

17 indiani

rotta un paio di mesi fa per la grande distanza tra richiesta e offerta. Da allora nessun contatto per negoziare il rilascio della nave. Peraltro Riccardo vive in Gran Bretagna e al suo numero di cellulare non risponde più.

Il riscatto Chiesti 14 milioni di dollari

«Le assicurazioni della Farnesina non ci rassicurano per nulla — commenta Nicola Verrecchia —. Ci dicono di attendere e che stanno facendo sforzi diplomatici. Ma con chi? Con un governo somalo che a malapena controlla una parte di Mogadiscio o con quello del Puntland che i rapporti dell’Onu descrivono in complicità con la pirateria?». Sequestrata dai pirati somali c’è un’altra nave italiana, la Rosalia D’Amato, di proprietà della Perseveranza Navigazione, catturata il 21 aprile scorso con 6 italiani e 15 filippini nelle mani dei pirati. Di questa nave nessuno parla e se si prova a telefonare un pirata dalla voce gelida con un improbabile inglese spiega che non si può parlare con l’equipaggio.

Massimo A. Alberizzi

mlberizzi@corriere.it

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Primo Piano

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Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

La battaglia di Tripoli L’agguato ( ❜❜ Gratitudine per il lavoro svolto da tutti gli
La battaglia di Tripoli L’agguato
(
❜❜
Gratitudine per il lavoro svolto da
tutti gli operatori dell’informazione che
con coraggio si trovano in zone di guerra
Gianfranco Fini, presidente della Camera

Una raffica al petto E Al Mahdi è morto pregando

Le ultime ore, la famiglia e i silenzi

è morto pregando Le ultime ore, la famiglia e i silenzi In strada Ribelli girano armati

In strada Ribelli girano armati per le vie della capitale (Photomasi)

DAI NOSTRI INVIATI

TRIPOLI — L’ultimo iftar

roghe, «fino alle 8» precisava intransigente con le dita, quando tentavamo comun-

pate sul volante, il mento quasi appoggiato sulle dita per scrutare i dislivelli della strada e, nel buio, gli improv- visi sbarramenti di terra accu- mulata dai ribelli ogni 20 chi- lometri circa, per costringere eventuali auto nemiche a ral- lentare. Se non riusciva a evi- tare uno scossone o un sob- balzo dell’auto stracarica, Al Mahdi stemperava la sua de- lusione con una risata: «Sal-

di

Al Mahdi è stato molto in

que di offrirgli un sorso d’ac-

anticipo sull’alba del giorno

qua.

in

cui è stato ucciso. L’ultimo

Al tramonto del giorno pri-

pasto previsto dal ramadan

ma, però, non aveva perso

lo

ha consumato con un grup-

tempo: all’ora canonica ave-

e

si era autoinvitato al ban-

po

di amici nel patio della ca-

va fermato l’auto in un punto

sa

di chi ci aveva accolto alle

imprecisato della strada tra

2 e 30. Poi Al Mahdi, alto, massiccio, i capelli corti co- lor pepe e sale di un uomo di 42 anni, si è allungato su uno

Dehiba, al confine con la Tu- nisia, e Zintane, la sua città natale, a sud ovest di Tripoli,

dei materassini sottili dispo-

chetto serale di un check

fano dell’auto di Al Mahdi:

sti

lungo le pareti del salone

point di ribelli. Uno di loro

principale. Nella sua jabaliya bianca, ha dormito poco più

ha apparecchiato per noi il co-

di

sei ore, e al risveglio si è

pizzette all’harissa piccante,

inginocchiato di fronte al mu-

dolci infarinati di cocco, bi-

ro

per la prima delle sue pre-

scotti, succhi di frutta, men-

ghiere quotidiane. Quella

tre il nostro autista raggiun-

mattina era di buon umore,

geva i guerriglieri sui tappeti-

si è preoccupato della nostra

colazione della quale lui non

ni rettangolari, per condivi- dere con loro, oltre al pasto,

avrebbe toccato nulla, per-

le

ultime notizie dal terreno,

ché già era iniziata la sua lun-

la

felicità delle vittorie, il rac-

ga

giornata di digiuno assolu-

coglimento della preghiera.

to,

che seccava la gola già nel-

Durante il viaggio, invece,

la tarda mattinata. Niente de-

parlava poco, le mani aggrap-

tarda mattinata. Niente de- parlava poco, le mani aggrap- Le fasi della tragedia L’auto vicino alla

Le fasi della tragedia

L’auto vicino alla Piazza Verde

1 L’auto su cui viaggiano i quatto giornalisti italiani, guidata da Al Madhi, 42 anni, viene

bloccata quando è già

alla periferia di Tripoli, a un chilometro dalla Piazza Verde

periferia di Tripoli, a un chilometro dalla Piazza Verde La scoperta del kalashnikov 2 Gli uomini

La scoperta del kalashnikov

2 Gli uomini armati vedono un kalashnikov nella macchina. L’autista non tocca l’arma, ma il commando costringe l’uomo a scendere dalla vettura

ma il commando costringe l’uomo a scendere dalla vettura La raffica di mitra e il corpo

La raffica di mitra e il corpo in strada

3

I miliziani sparano al

petto dell’autista con un mitra.

Il cadavere viene

abbandonato per strada, mentre i quattro giornalisti italiani vengono portati via

mentre i quattro giornalisti italiani vengono portati via to, salto, salto», sfoggiava le poche parole di

to, salto, salto», sfoggiava le poche parole di italiano che conosceva. Altrimenti non si preoccupava dei lunghi silen-

zi che interrompeva con qual-

che cd di musiche marziali. Aveva proposto di fermar- si a salutare la sua famiglia, quella sera, una tappa a Zinta- ne, senza deviazioni dal per-

corso. Ma senza aggiungere che gli sarebbe servita per procurarsi qualcosa di cui sentiva la mancanza avvici- nandosi a Tripo-

li: il suo kalash- nikov. Lo aveva appoggiato alla parete del salo- ne, in cui ci ave- va invitato per presentarci il padre e i due fra-

telli più piccoli, incantati davanti a una se- quenza di fotografie e di vi- deo tratti da Al Jazeera sulla battaglia di Zintane. Il padre invece era felice di mostrare

a rari ospiti italiani la sua an-

cor più rara collezione del pe- riodico della Regia Aeronauti- ca «Le vie dell’aria», indirizza- te «al Municipio di Tripoli» e

dense di notizie sugli sposta-

menti di Mussolini, nel 1938, fra gli aeroporti italiani e quelli dell’Africa orientale. Si

era congedato dal figlio con serenità, dopo che un vasso- io di tazzine di thè e di biscot- ti ci era stato fatto pervenire dalle donne di casa, riunite in qualche stanza segreta. Il padre-patriarca comandava

tutti a bacchetta. Dai più gio- vani agli uomini fatti. E an- che il figlio Al Mahdi non

sfuggiva alla regola, anzi la vi-

veva come parte fondamenta-

le di una cultura, di una tradi-

zione che ogni giorno diven-

ta identità. Nelle piccole, co-

me nelle grandi cose. Era un uomo integro, Al Mahdi, composto, un po’ se- vero e taciturno. Lo è stato anche nei convulsi momenti

A cena con i ribelli La sera prima, un saluto alla casa dei genitori e il banchetto con un gruppo di ribelli festeggiando le notizie dalla capitale

un gruppo di ribelli festeggiando le notizie dalla capitale che hanno preceduto la sua fi- ne,

che hanno preceduto la sua fi- ne, quegli attimi decisivi nei quali deve avere capito di es- sere perduto in mezzo a tutto quell’odio. Non sappiamo

che cosa tentasse di spiegare agli uomini inferociti che lo circondavano pieni di odio, facce stravolte dal desiderio

di far male, dalla frenesia del

linciaggio che già pregustava- no. E nulla poteva più impe-

dire loro di arrivare fino in fondo. Ma si può escludere

che abbia chiesto pietà. Negli ultimi secondi si è raccolto

in preghiera e aspettato con

dignità il crepitare del mitra.

Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina

© RIPRODUZIONE RISERVATA

preghiera e aspettato con dignità il crepitare del mitra. Elisabetta Rosaspina Giuseppe Sarcina © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

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La battaglia di Tripoli Gli scenari ( ❜❜ La Libia sta segnando un punto di
La battaglia di Tripoli Gli scenari
(
❜❜
La Libia sta segnando un punto
di non ritorno non soltanto
per se stessa ma per tutta la regione
Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri turco

SE LE PRIMAVERE ARABE TRADISCONO LE DONNE

LA MIA LIBIA D’ORO PROFANATA DAL RAÌS

di CECILIA ZECCHINELLI

Hala Misrati, la star della tv

di Gheddafi finita sui media

del mondo per il suo ultimo show con pistola prima dell’ar-

resto, era diventata una celebri-

tà negli ultimi mesi, la voce

più forte della propaganda. Ma

è difficile pensare che se anche

avesse vinto il Colonnello, cosa ormai impossibile, la tostissi- ma ex scrittrice di romanzi ro-

sa avrebbe trovato un ruolo di

leadership nella Jamahiriya. E anche le amazzoni del Qaid (guida), tanto decantate e poi sparite, avevano un ruolo ancil- lare nonostante le divise e le ar-

mi: nessuna femminista araba

nonostante le divise e le ar- mi: nessuna femminista araba Guardie del corpo le ha mai

Guardie del corpo

le

ha mai portate d’esempio e

Due delle 40 Amazzoni, la guardia privata

in

Occidente piacevano soprat-

al femminile del Raìs: super addestrate,

tutto agli uomini. Ma se il ma-

senza marito e devote al capo ( Ansa)

Per altro si è candidata a raìs una donna che piace per il suo impegno sociale, Bothaina Ka- mel, ma le sue chance sono ze- ro. In Libia le donne del fronte ribelle sono state finora nelle

di ROGER ABRAVANEL

Ho lasciato la Libia più di 40

anni fa, quando l’ascesa al pote-

re di Gheddafi portò all’espulsio-

ne degli ebrei libici, che si ag- giunsero all’«esodo silente» di

retrovie, come in tutte le guer-

più di un milione di ebrei caccia-

re. Da Bengasi i leader rivolu-

ti

dai Paesi arabi, solo per il fatto

zionari hanno però ammesso

di

essere ebrei (un numero simi-

tre

signore nel Consiglio transi-

le

a quello dei palestinesi che

torio e più volte affermato l’im- pegno per la parità. Resta da vedere in concreto cosa faran-

persero la propria terra). In Libia gli ebrei furono particolarmente perseguitati: ricordo che una del-

no, quanto le tradizioni e l’inte-

le

prime iniziative di Gheddafi

gralismo peseranno sul nuovo

fu

quella di costruire una strada

corso. Tra i tanti rischi che cor-

sul cimitero ebraico dopo avere

re

l’ormai ex Jamahiriya c’è an-

buttato a mare con le ruspe le os-

che quello di non approfittare

sa

dei morti (tra cui quelle dei

di

questo momento per elimi-

miei nonni) e che ci furono di-

nare la discriminazione delle sue cittadine.

versi pogrom. In quell’occasione perdemmo tutti i nostri beni.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ma anche molti altri, e soprattut-

RIPRODUZIONE RISERVATA Ma anche molti altri, e soprattut- Il vecchio ghetto Il quartiere ebraico di Tripoli

Il vecchio ghetto

Il quartiere ebraico di Tripoli nel dopoguerra:

tutti gli ebrei libici furono cacciati nel 1969, quando Gheddafi prese il potere

schilismo dei vecchi regimi ara-

bi, caduti e non, è cosa nota,

che dire dei governi nascenti? Nella Nuova Libia le donne avranno più spazio nella vita pubblica? E in Egitto, in Tuni- sia? Un’altra domanda: la loro

presenza nella stanza dei botto- ni, se non egualitaria almeno importante, può essere davve-

ro, tra qualche mese quando i

tre Paesi voteranno, la prova

del loro livello di democrazia?

A

questo si può rispondere che

ci

vuole tempo perché società

dominate da religione e tradi-

zioni, ancora in gran parte rura-

li o beduine, con povertà e

ignoranza diffuse, un passato

(e presente, in Egitto) gestito

da militari, escano dal tunnel

del maschilismo. Anche in Ita-

La delusione Defilate nella rivolta libica, le attiviste erano in prima linea al Cairo. «Ma lo spirito di Tahrir è finito»

prima linea al Cairo. «Ma lo spirito di Tahrir è finito» lia, dopo oltre 60 anni

lia, dopo oltre 60 anni di demo-

crazia, l’obiettivo non è rag- giunto. Ma il vero rischio è che

la primavera araba non crei

nemmeno le basi per una futu-

ra eguaglianza. Peggio ancora:

che perfino i successi raggiun-

ti nei passati regimi siano an-

nullati. Non è un caso che il 13 ago- sto, anniversario della legge del 1956 che conferiva ai due sessi piena parità, le tunisine

siano scese in strada. «Per pau-

ra

di infastidire gli islamici —

ha

detto Ahlem Balhaj, capo

dell’Organizzazione per i dirit-

ti delle donne — ora rischia-

mo di perdere tutto», compre-

so il divieto della poligamia. E

anche in Egitto, dove il movi-

mento femminista arabo nac-

que potente negli anni 20, mol-

te donne si sentono tradite.

«Durante la rivoluzione la pari-

tà finalmente esisteva. Ma lo

spirito di Tahrir è evaporato», denuncia la giornalista Marwa Rakha. «Ci aspettavamo liber-

tà e eguaglianza ma non sono

arrivate — aggiunge Nawal Saadawi, la celebre e anziana femminista —. Non tanto per una questione religiosa ma ge- nerazionale: nell’esercito, tra i politici, perfino nei Fratelli mu- sulmani, i giovani vogliono la

parità, i vecchi no. E il potere è ancora loro». La commissione costituzionale che studiò gli emendamenti poi approvati da referendum comprendeva so-

lo uomini. E nelle elezioni pre-

viste in novembre le pur di-

scusse quote rosa introdotte

da Mubarak non ci saranno.

di- scusse quote rosa introdotte da Mubarak non ci saranno. to gli italiani, persero tutto in

to gli italiani, persero tutto in Li-

bia e divennero profughi nell’ar-

co di pochi giorni.

Alla fine però, un evento così traumatico si rivelò una fortuna

per me: perché mi offrì l’occasio-

ne di partecipare allo straordina-

rio sviluppo economico e socia-

le dell’Occidente degli ultimi

quarant’anni. Non è stato così

per i milioni di cittadini libici che, invece, hanno visto rista- gnare la loro economia, arretra-

re la società e regredire la pro-

pria cultura, senza poter sfrutta-

re le grandi opportunità che of-

friva loro una terra, ricca e bellis- sima, come la Libia. Non ci sono più voluto tornare da allora, per non dover sostituire questi bei ricordi con le immagini della Li- bia di Gheddafi.

Conoscendo questo passato, ho assistito con sgomento alle cerimonie che hanno accolto Gheddafi al G8 all’Aquila e all’E- liseo a Parigi. Essendo pragmati- co, capivo che Gheddafi rappre- sentava un valore economico e politico, ma la prudenza avreb-

be dovuto, per lo meno, frenare

l’entusiasmo di tanti politici e

uomini d’affari occidentali. Col- laborare senza «benedire» sareb-

be stato più saggio, conoscendo

il personaggio. Gli stessi corti-

giani di Gheddafi di pochi mesi

fa sono diventati i mandanti del-

l’intervento militare Nato e, og-

gi, si posizionano come i miglio-

ri

amici dei ribelli. Ma nessun Pr

di

grande livello può maschera-

re

al pubblico informato il grave

errore che hanno commesso. La vera buona notizia è che la depo-

La scelta Ora sta ai libici scegliere fra fondamentalismo xenofobo o una società multietnica e tollerante

xenofobo o una società multietnica e tollerante sizione di Gheddafi offre una grande opportunità alla

sizione di Gheddafi offre una grande opportunità alla «prima- vera araba»: un modello di de- mocrazia. Grazie alla sua posi- zione geografica e, soprattutto

alla sua storia e alla sua cultura,

la Libia potrebbe diventare un ri-

ferimento per i 350 milioni di arabi che, nei 100 anni dalla ca- duta dell’Impero ottomano, han-

no potuto scegliere solo tra il torpore fatale della dittatura lai- ca e la delusione dell’estremi- smo islamico. Dopo 40 anni, oggi, il popolo libico ha finalmente la libertà di scegliere. Potrà perseguire la strada del fondamentalismo xe- nofobo e antisemita, che lo por- terà inevitabilmente a un isola- mento politico e a una stagnazio-

ne economica, forse anche peg-

giori che ai tempi di Gheddafi. Oppure potrà ricreare quella so- cietà tollerante e multietnica che ricordo ai tempi di re Idris; magari riuscirà anche a recupe- rare il tempo perduto e a offrire alle nuove generazioni opportu- nità straordinarie. Come molti

altri profughi italo-libici, osser- verò con trepidazione queste scelte. Per 40 anni ho voluto di- menticare le mie radici, anzi: do- verle di tanto in tanto rammen- tare, come quando Gheddafi di- venne azionista della mia adora-

ta Juventus, spesso mi irritava.

Ma, come molti dei miei conna- zionali, so che al primo segnale

di una Libia veramente libera, il

desiderio di riscoprire le mie ra-

dici e rivivere i momenti straor- dinari della mia fanciullezza sa-

rà fortissimo.

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Primo Piano

italia: 515050585854

Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera Il decreto I nodi Pensioni, l’apertura della Lega
Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera Il decreto I nodi Pensioni, l’apertura della Lega

Il decreto I nodi

Pensioni, l’apertura della Lega «Colpire chi non ha mai lavorato»

Vertice Calderoli-Alfano. Finocchiaro: bene Schifani, sede bipartisan sulle riforme

ROMA — La Lega dice no al- l’aumento dell’Iva, neanche se

ranno solo lunedì con l’incon- tro risolutore tra Silvio Berlu-

stanza, una detrazione per le imposte già pagate con Irpef,

volontaria ritardata, acconten- tando così anche Cisl e Uil, ma

con i più deboli». Per il resto, la Lega resta fer-

limitata ai beni di lusso, apre

sconi e Umberto Bossi.

Ires o altro. «In questo modo

il

Carroccio smentisce. Caldero-

ma sulle sue posizioni e non

(sia pure in modo molto limita-

Calderoli comincia la sua

— spiega il ministro — riusci-

li

chiede piuttosto di guardare

gradisce l’accelerazione sul-

to) sulle pensioni e avanza la

giornata al meeting di Rimini,

remo a far pagare le tasse a chi

«a

chi non ha mai lavorato» e

l’abolizione delle province,

proposta di una patrimoniale

che domani ospiterà Giulio Tre-

non le ha pagate». Idea che, pe-

di

mettere mano «alle pensioni

chiesta ieri da Fabrizio Cicchit-

«deducibile». I frondisti del

monti. Il ministro sceglie la pla-

rò, non piace quasi a nessuno

di

reversibilità eccessivamente

to. Ma su questo la soluzione

l’intervista al Corriere della Se-

Pdl propongono una riduzione del 25 per cento degli organici pubblici, mentre sul fronte op- posto, la capogruppo pd al Se- nato Anna Finocchiaro propo- ne una commissione speciale

tea di Comunione e liberazione per illustrare la sua proposta di patrimoniale destinata, nelle sue intenzioni, a sostituire il contributo di solidarietà. Non si tratta, spiega, di una doppia

nel Pdl. Qualche apertura Calderoli la fa anche sulle pensioni, ne- gando interventi di riforma sui diritti acquisiti. Voci dicono che un terreno di confronto si

alte e alle indennità di accom- pagnamento, che non sono le- gate al merito». Idea che non è piaciuta a Leoluca Orlando (Idv): «Calderoli chieda scusa a disabili e vedove». E a Cesare

più probabile è lo stralcio in una riforma costituzionale, co- me chiesto ieri dal presidente del Senato Renato Schifani nel-

ra. Proposta accolta con favo-

bipartisan che si occupi del di-

imposizione: si prevede, in so-

potrebbe trovare su un’uscita

Damiano (Pd): «Se la prende

re,

insieme alla richiesta di dia-

La reversibilità Il Carroccio punta su reversibilità e accompagnamento e propone una tassa antievasione

e accompagnamento e propone una tassa antievasione mezzamento dei parlamentari, dell’articolo 81 della

mezzamento dei parlamentari, dell’articolo 81 della Costituzio- ne e del taglio delle province. Sono le ultime novità di un fronte sempre mobile, quello degli emendamenti alla mano- vra, molti dei quali sembrano destinati a cadere per mano di Giulio Tremonti. Ieri sera si è svolto un incontro interlocuto- rio tra il segretario pdl Angeli- no Alfano e il ministro Roberto Calderoli, ma i nodi si scioglie-

Il ministro lumbard contro Alemanno

Ed è scontro sui debiti della Capitale

MILANO — Ancora polemica tra la Lega e il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Stavolta teatro dello scontro è il meeting di Rimini. Durante un convegno il ministro Roberto Calderoli si scaglia contro i debiti del Comune di Roma «per il risanamento dei quali è dovuto intervenire lo Stato». Alemanno, seduto accanto al ministro, è pronto a ribattere: «Se continui con la demagogia contro Roma, fai demagogia contro l’Italia». Calderoli lo invita a non interromperlo, ma il sindaco prosegue:

«Abbiamo ereditato 13 miliardi di debito, qualche attenzione ce la dovete dare». A quel punto, il leghista interviene: «In realtà, i miliardi sono 20, e il Lazio è l’unica Regione

che ha accollato il suo debito al governo. "Ades bast". Ora basta, non fate più danni». La polemica però non si placa. Alemanno sottolinea che «il federalismo ha futuro solo se rispetta l’unità». Per Calderoli: «I 20 miliardi non li devono pagare gli italiani, ma con il federalismo ognuno si deve fare carico delle proprie responsabilità». L’ultima battuta spetta al sindaco — «lo facciamo, ma voi assumetevi la responsabilità di non ammazzare il federalismo in culla» — che trova l’appoggio di Renata Polverini. «Vorrei dire a Calderoli — spiega la presidente del Lazio — che nulla ha avuto la Regione a guida Polverini dallo Stato».

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logo con l’opposizione, dalla Fi- nocchiaro, che rilancia chieden- do una commissione che se ne occupi, insieme al taglio dei parlamentari e all’articolo 81. Se Cicchitto apre a «modifi- che ragionevoli, con un con- fronto dialettico anche con l’op- posizione, ma tenendo fermi gli aspetti essenziali della ma-

novra», resta forte il disagio nel Pdl verso Tremonti. Dopo l’affondo di Sandro Bondi e quello del senatore Luigi Grillo all’assemblea di mercoledì, il pdl Osvaldo Napoli accusa aper- tamente: «È umiliante che noi siamo qui a Roma ad arrovellar-

ci per cercare soluzioni, men-

tre il ministro è ancora in mon- tagna e non si degna di venire a parlarci». Tra le misure concrete allo

studio, pare molto probabile

Tra le misure concrete allo studio, pare molto probabile un’anticipazione della tempisti- ca del progressivo

un’anticipazione della tempisti- ca del progressivo aumento del- l’età pensionabile da 60 a 65 an- ni: non più dal 2020 al 2032, ma dal 2016 al 2028. Sempre sul tappeto, l’aumento dell’Iva al 21 per cento, così come il

contributo di solidarietà. Dai radicali pronto anche un emen- damento contro i «privilegi fi- scali della Chiesa», che «detie- ne un quarto del patrimonio immobiliare italiano».

I «frondisti» propongono di ridurre del 25 per cento gli or- ganici dei ministeri e degli enti locali e Guido Crosetto attacca la Lega: «Dopo aver letto Calde- roli, mi arrendo: se va come di- ce lui, andiamo a picco». Tra le voci, già smentite, che però vengono ora rilanciate, anche l’ipotesi di un condono fiscale.

Alessandro Trocino

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che però vengono ora rilanciate, anche l’ipotesi di un condono fiscale. Alessandro Trocino © RIPRODUZIONE RISERVATA
che però vengono ora rilanciate, anche l’ipotesi di un condono fiscale. Alessandro Trocino © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

italia: 515050585854

Primo Piano

13

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❜❜ Sui tagli alla politica la manovra improvvisa alcuni passi senza certezze su tempi e
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Sui tagli alla politica la manovra improvvisa alcuni passi
senza certezze su tempi e risparmi Raffaele Bonanni, segretario Cisl
Le parti sociali I sindacati chiedono azioni sui costi della politica
«È poco credibile»
I difetti della manovra
secondo Confindustria
Il vertice degli enti locali
I presidenti di Regione, Renata Polverini
(Lazio) e Stefano Caldoro (Campania)
hanno criticato i provvedimenti
decisi ad agosto
Le Regioni: ricorreremo alla Consulta
Le ipotesi Età pensionabile, più vicino l’aumento 1 Tra le misure allo studio sempre più

Le ipotesi

Età pensionabile, più vicino l’aumento

1 Tra le misure allo studio sempre più probabile l’aumento progressivo dell’età pensionabile da 60 a 65 anni con un percorso dal 2016 al 2028 invece che dal 2020 al 2032

Incremento dell’Iva

di un punto

2

Si studiano interventi

nella manovra anche per innalzare l’aliquota Iva dal 20 al 21%. Ma gli esponenti del Carroccio dicono no a questa misura, anche se limitata ai beni di lusso

Torna la proposta della patrimoniale

3

Per evitare di ricorrere al contributo di solidarietà,

il ministro Calderoli ha

proposto l’introduzione

della patrimoniale «deducibile»: una detrazione per le imposte già pagate

Pubblico impiego, i tagli dei «frondisti»

4

I «frondisti» del Pdl

propongono la riduzione del 25% degli organici pubblici. Il Pd

punta sull’istituzione di una commissione speciale per dimezzare

i parlamentari

Interventi sulla Carta per ridurre le Province

5

Il Pdl ora pensa

all’abolizione di tutte le

Province, la Lega non è d’accordo. È probabiIe che si intervenga con una norma costituzionale, come suggerisce Schifani

Possibile ricorso

al condono fiscale

6 Anche se è stata smentita da più voci negli scorsi giorni, continua a

essere rilanciata l’idea di ricorrere a un condono fiscale come fonte

di possibili

entrate per il Tesoro

ROMA — «Se i mercati cre- dessero al pareggio nel 2013

o 2014» lo spread tra Btp ita-

liani e Bund tedeschi «sareb- be a 100» invece che «attorno ai 290 punti»: siamo ancora «pazzescamente a rischio». «Occorre agire rapidamente», dice il direttore generale di Confindustria Giampaolo Gal-

 

li

davanti alla commissione Bi-

Al meeting

lancio del Senato, che sta esa- minando la manovra di Ferra- gosto. Le proposte degli indu- striali «per rendere la mano- vra più credibile» poggiano sull’Iva, la lotta all’evasione e la rimodulazione della spesa pensionistica: «con risparmi

a

regime superiori ai 15 mi-

Il sindaco di Torino Piero Fassino (il primo a sinistra), il ministro per la Semplificazione normativa Roberto

liardi». Un aumento di un punto percentuale sull’aliquo- ta Iva al 20%, calcola Confin- dustria, darebbe un «gettito aggiuntivo di 3,7 miliardi al- l’anno». Ipotesi che sul fronte

Calderoli e il

del «no», trova la Cgil, oltre al-

sindaco di Roma

le

organizzazioni del commer-

Gianni Alemanno ieri al meeting Cl di Rimini

cio che temono un aumento dei prezzi e sottostimano il gettito aggiuntivo, poiché l’a-

prezzi e sottostimano il gettito aggiuntivo, poiché l’a- Le posizioni Regioni La Conferenza minaccia di ricorrere

Le posizioni

Regioni La Conferenza minaccia di ricorrere alla Consulta se non si tolgono le norme sulle

Regioni La Conferenza

minaccia di ricorrere alla

Consulta se non si tolgono

le norme sulle autonomie

alla Consulta se non si tolgono le norme sulle autonomie Province L’Unione giudica «inaccettabili e dannosi»

Province L’Unione

giudica «inaccettabili e

dannosi» i 2,1 miliardi

di tagli alle Province

e dannosi» i 2,1 miliardi di tagli alle Province Comuni L’Anci considera «iniqua» la manovra e

Comuni L’Anci considera «iniqua» la manovra e chiede la revisione del Patto di stabilità

deguamento potrebbe porta- re un calo dei consumi. Tra le misure nel mirino di Confindustria, «interventi spot» come il contributo di so- lidarietà e soprattutto la Ro- bin Tax sul settore energeti- co. Si chiede poi di rafforzare la lotta all’evasione, attuare un «grande piano» di privatiz- zazioni e liberalizzazioni, agi-

re «con maggiore determina- zione su costi della politica e degli apparati amministrati- vi». Un punto quest’ultimo a fa- vore del quale si schierano compatti i sindacati, come ri- badito in audizione dai segre- tari generali di Cgil, Cisl, Uil e

Ugl e Rete Imprese Italia. Su questo terreno «la manovra improvvisa alcuni passi senza certezze su tempi e risparmi», ha detto il segretario della Ci- sl Raffaele Bonanni. «Tre se- gnali», ha chiesto sull’argo- mento la leader Cgil, Susanna Camusso: stop ai vitalizi parla- mentari, alle società inutili e alle nomine politiche per la sa-

nità. La spaccatura più evidente sul fronte delle parti sociali ri- mane quella sull’articolo 8 del decreto, la norma sulla flessi- bilità del mercato del lavoro, che la Cgil chiede di ritirare. Mentre Bonanni appoggia l’in- tervento: «Quello che non è stato capito è che Confindu- stria ha fatto pressioni per abolire l’articolo 18» dello Sta- tuto dei lavoratori, sul reinte- gro dei licenziati senza giusta causa e che sono stati quindi i sindacati a ottenere le norme sulla contrattazione di prossi- mità che rappresentano «una tutela», impongono «accordi tra le parti sociali fatti in ma- niera responsabile». Potrebbe essere stralciata e

Proposte Le proposte degli industriali poggiano su Iva, lotta all’evasione e revisione delle pensioni

su Iva, lotta all’evasione e revisione delle pensioni messa in un disegno di legge costituzionale la

messa in un disegno di legge costituzionale la riforma del-

l’architettura istituzionale del-

le

autonomie. Su questo pun-

to

il segretario del Pdl Angeli-

no Alfano incontrerà oggi i rappresentanti delle Regioni che chiedono di cassare «le

norme contenute negli artico-

li 14, 15 e 16». Se ciò non sarà

fatto, ha detto la governatrice del Lazio Renata Polverini

«siamo pronti a ricorrere alla Corte costituzionale», posizio- ne ribadita anche da Anci e Upi. Parlando dei tagli ai tra-

sferimenti Polverini ha poi ag- giunto: «Di fatto tutte le voci non ci sono più. Da oggi ci do- vremo occupare solo di sani- tà», è come se «qualcuno di avesse ritirato le deleghe». Con le audizioni di ieri si è concluso il «primo round» dei lavori del Senato, la com- missione Bilancio si riunirà

di

nuovo martedì per chiude-

re

il ciclo ascoltando gli enti

istituzionali.

Melania Di Giacomo

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L’opposizione Malumore nel partito per l’accelerazione della Cgil. I dubbi dei dirigenti sulla mobilitazione

L’opposizione Malumore nel partito per l’accelerazione della Cgil. I dubbi dei dirigenti sulla mobilitazione

Pd, nasce il fronte antisciopero

Mossa di tre deputati quarantenni. Ma Bersani: saremo in piazza

ROMA — Rinunciate allo sciopero

del 6 settembre. Aspettate che si svol-

ga il dibattito sulla manovra in Parla-

mento, che il Pd combatta — lancia

ti». Zingaretti, presidente della Pro- vincia di Roma, è considerato il natu- rale futuro leader del partito dai gio- vani della tradizione ex comunista.

rà in piazza, il 6 settembre. Senza troppo entusiasmo, a quel che pare. Spiega Stefano Fassina, responsabile Economia del partito: «In questa fase lo sciopero rischia di non essere lo strumento più utile». Interpreta Espo- sito: «Nel partito il sentimento sem- bra: lo sciopero è sbagliato, ma non si può dire». Esposito si dichiara d’accordo nel- la sostanza con la «contromanovra» proposta da Bersani. Il «manifesto» che sta preparando, dunque, «non de- ve essere utilizzato per la battaglia in- terna al partito, per l’assalto al segre- tario». A causa di questo non sarà of- ferto alla firma di tutti quegli ex espo- nenti della Margherita, ai cattolici de- mocratici che si stanno esprimendo, anche loro, contro lo sciopero Cgil. No quindi a Fioroni, che ha chiamato lo sciopero «assur- do», no a Mari- ni, che ha cri-

ticato l’«autosufficienza» della Cgil, no a D’Antoni, a Boccia, a Merlo, D’U-

baldo. Esposito di mestiere fa il funzio- nario della Prefettura ed è iscritto alla Cgil. Misiani è tesoriere del partito e ha una storia nel Pds. Boccuzzi è so- pravvissuto alla tragedia della Thys- sen Krupp di Torino, era sindacalista Uil. Sono quarantenni, di sinistra e non intendono confondersi neanche con i «rottamatori». Chiedere di firma- re il documento a Matteo Renzi? «Ma-

gari dopo il primo giro

», dice Esposi-

to. E Civati, la Serracchiani? «Direi di

no»,. Walter Veltroni? «No, no

». Poi

spiega meglio: «Noi pensiamo che gli antichi e autorevoli dirigenti del Pd non diranno mai: adesso tocca a voi. Pensiamo che la classe dirigente nuo- va si forma nelle battaglie. Come que- sta, per il rinvio dello sciopero

in

resta — per modificarla. Conserva-

«Non ora» e «Noi non ci saremo»

te

lo sciopero generale come «arma fi-

sono gli slogan di questa iniziativa,

nale», tentando di recuperare l’unità

che tiene aperta una ferita dentro il

con gli altri due sindacati, Cisl e Uil:

Pd. Bersani martedì ha riunito le for-

avrà, in quel caso, una forza ben di- versa, sarà una battaglia convincente,

ze sociali e ha messo l’accento soprat- tutto sull’importanza dell’accordo fra

forse vincente. Il messaggio (le parole sono que- ste, possono cambiare le sfumature)

Confindustria e Cgil-Cisl-Uil del 28 giugno. Per salvare quell’accordo e quindi l’unità dei sindacati, ha chie-

è per Susanna Camusso e per gli altri

massimi dirigenti Cgil. I mittenti so- no, per ora, tre deputati quarantenni del Partito democratico, Stefano Espo-

sito, Antonio Misiani e Antonio Boc- cuzzi, ma l’ambizione è che il docu-

mento porti molte altre firme. Il pie- montese Esposito, già Ds, sostenitore

sto dunque al governo di togliere dal- la manovra l’articolo 8, il «cavallo di Troia» che permetterà i licenziamenti impediti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Poi, Bersani ha manife- stato «rispetto» per le scelte sindaca- li, confermando che il collateralismo fra partito di massa e principale sinda-

di Veltroni e poi di Bersani, sta scri- vendo il testo e dice: «Chiederemo l’adesione
di Veltroni e poi di Bersani, sta scri-
vendo il testo e dice: «Chiederemo
l’adesione a Cofferati. La chiederemo
cato è tramontato da tempo. Però ha
affermato che il partito «sarà presen-
te in tutte le manifestazioni di chi cri-
Cgil». Andrea Garibaldi
agaribaldi@corriere.it
a Chiamparino. E a Nicola Zingaret-
tica la manovra». Vale a dire: il Pd sa-
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Leader Susanna Camusso,
segretario della Cgil

L’appello

Un gruppo di quarantenni del

Pd ha chiesto al partito di non

aderire allo sciopero generale della Cgil il 6 settembre. Il deputato Stefano Esposito è il primo firmatario dell’appello,

il responsabile economico,

Stefano Fassina, non nasconde

le perplessità sulla scelta

Stefano Fassina, non nasconde le perplessità sulla scelta ❜❜ Nel partito il sentimento sembra: lo sciopero
Stefano Fassina, non nasconde le perplessità sulla scelta ❜❜ Nel partito il sentimento sembra: lo sciopero

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Nel partito il sentimento sembra: lo sciopero è sbagliato, ma non si può dire

sembra: lo sciopero è sbagliato, ma non si può dire ❜❜ In questo momento lo sciopero
sembra: lo sciopero è sbagliato, ma non si può dire ❜❜ In questo momento lo sciopero

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In questo momento lo sciopero rischia di non essere lo strumento più utile

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Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

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14 italia: 515050585854 Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera
14 italia: 515050585854 Venerdì 26 Agosto 2011 Corriere della Sera

Corriere della Sera Venerdì 26 Agosto 2011

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Primo Piano

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Il decreto Il Cavaliere ❜❜ Il Pdl è impegnato a tener fermi gli aspetti essenziali
Il decreto Il Cavaliere
❜❜
Il Pdl è impegnato a tener fermi gli aspetti essenziali della manovra,
ma anche a modificarla in modo ragionevole
Fabrizio Cicchitto, Pdl

E sui ritocchi pdl torna la tensione Tremonti-premier

«Impreparati». «È anche il tuo partito»

«Impreparati». «È anche il tuo partito» Arriveranno familiari e ni- potini e di certo un gran

Arriveranno familiari e ni- potini e di certo un gran nu- mero di telefonate di segno opposto: il Pdl alla ricerca di un «garante» della propria esi- stenza, Lega e Tremonti sulla linea dell’intangibilità della manovra, Berlusconi in mez- zo, consapevole di non poter rompere con il suo ministro e i suoi alleati ma anche di non poter ignorare i primi passi, e la voglia di autonomia, del Pdl targato Alfano: «Non pos- so certo fermare il mio parti- to», lo hanno ascoltato dire ie- ri.

Marco Galluzzo

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ROMA — Su queste telefo- nate si è formata una sorta di leggenda: c’è chi dice che so-

no di fuoco, che di solito Tre- monti alza la voce e che il Ca- valiere abbozza, che il primo

la butta sul tecnico e il secon-

do sul politico, con tanto di minacce incrociate, più o me- no velate. All’elenco di questo tipo di telefonate se n’è aggiunta ieri

mattina un’altra. Due sere fa il Pdl ha raggiunto l’acme della sua nuova fase di elaborazio-

ne politica, decine di idee e di

ipotesi di correzione della ma- novra, ieri mattina il ministro dell’Economia le ha smontate

una per una al telefono con il presidente del Consiglio, ag- giungendo un giudizio poco lusinghiero: peccano di «una certa dose di impreparazio- ne».

 

A

guardarla da fuori in veri-

la

battaglia è anche sul me-

todo: per la prima volta il Pdl

ha un segretario, fa delle pro-

poste, per la prima volta Tre- monti deve affrontare una dia- lettica interna cui non è abi-

tuato. Ma è anche vero che se

la

manovra alla fine non venis-

se

emendata sarebbe difficile

sostenere che è cambiato vera- mente qualcosa nel primo par- tito di maggioranza. Berlusconi ieri di questo era consapevole e sembra lo abbia detto anche a Tremonti:

«Sono le proposte del mio e tuo partito». Dunque non si possono trattare con un atteg- giamento di sufficienza, o peg-

trattare con un atteg- giamento di sufficienza, o peg- La scheda Il Cavaliere e il superministro

La scheda

Il

Cavaliere

e

il superministro

I rapporti

Tensioni Le tensioni tra il premier e il superministro sono state una costante: dalla gestione del decreto Milleproroghe ai tagli dell’ultima manovra

Il lodo Negli ultimi mesi, a luglio, le difficoltà nel rapporto tra i due sono aumentate. L’inserimento della norma pro Fininvest nella manovra crea malumori, tant’è che interviene Gianni Letta per spiegare che «non ci sono

stati momenti di tensione

né lacerazione nel governo». E Tremonti, a chi chiede spiegazioni, risponde caustico: «Le diamo il numero di telefono del dottor Letta »

La crisi

La crisi finanziaria riporta alta la tensione tra Berlusconi e Tremonti. Il premier è contrario a nuove tasse, il ministro auspica rigore. Il Cavaliere ammette:

«Ci sono state contrapposizioni di vedute, con Tremonti ma anche tra me e tutti gli altri»

gio con una sorta di preconcet-

to,

cose di cui Berlusconi accu-

sa

il suo ministro.

Di

certo la telefonata ha fat-

to

ripiombare le trattative, e le

aspirazioni di una fetta del

Pdl, ad un livello più basso. Ie-

ri Berlusconi ha telefonato in

via dell’Umiltà anche per dire che il rapporto con la Lega «non può essere compromes- so» e dunque se ne facciano una ragione coloro che in que- ste ore pensano di sfidare