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Refernce AUDIO

-Salmo live in Sardegna


-John Paul Jones https://www.youtube.com/watch?v=LH0-WXUFY2k

APPUNTI

generale: https://www.youtube.com/watch?v=_WC5Xys6zNU
Vedi; https://www.fretlessbass.com/category/interviews/

-Storia:

ORIGINI
Quando si pensa al basso senza tasti spesso la prima immagine che
balena nella mente di tutti è quella di Jaco Pastorius. Il basso fretless
però veniva già usato ben prima. Negli anni 60 veniva già utilizzato da
diversi bassisti, come John Entwistle, Bill wyman, Jhon paul jones e Jack
Bruce.
Le origini del basso fretless sono davvero incerte
Uno dei primi esempi di registrazione di un brano con il basso fretless lo
abbiamo proprio grazie ad uno di questi sopraelencati: Bill Wyman. Nel
1961 fonda la band dei Cliftonsma raggiunge il maggior successo come
membro dei Rolling Stones dal 1962 al 1993.
In un’intervista tratta dal suo sito web ufficiale Bill Wyman dichiara:
«Nel 1961 suonavo in un gruppo R&B quando comprai il basso da un
tizio che il nostro batterista conosceva. Prima di allora avevo suonato il
basso sulle due corde inferiori di una chitarra stonata, quindi ero contento
di avere finalmente un basso "vero". Sfortunatamente, era orribile...
faceva rumore a ogni nota perché i tasti erano molto consumati. Pensai di
togliere tutti i tasti e di metterne di nuovi quando me li sarei potuti
permettere. Ma quando li ho tolti, improvvisamente ha suonato molto
bene! Così non ho più rimesso i tasti e credo che quello sia stato il primo
basso elettrico fretless della storia.»
Wyman entrò negli Stones grazie a Tony Chapman, il batterista che
aveva suonato con gli Stones nei loro primissimi concerti, prima della
formazione storica. Destino volle che Chapman avesse fatto parte della
band fondata da Bill Wyman, i Cliftons.
Di Claudia Marzetti per Stone Music
https://stonemusic.it/46533/chi-e-davvero-bill-wyman-il-silenzioso-dei-rolli
ng-stones/

Passarono alcuni anni prima che il basso fretless acquisisse una grande
diffusione commerciale, ma lo strumento ricevette un impulso nel 1965
quando Ampeg, l'azienda oggi nota per gli amplificatori più che per gli
strumenti, iniziò a produrre un fretless di serie, l'AUB1.
Dettagli tecnici:

Corpo: blocco di acero con top e fondo di betulla, Collo: 1 pezzo mapleneck,
Tastiera: Ebano - senza tasti, Battipenna: bachelite nera / incisione Ampeg,
Elettronica: 1x Volume, 1x Tono, Pickup: 2x coil under guard, Ponte: ponte
regolabile indipendente, Tuners: 4x Schaller tuners (2+2),

Poco dopo, si videro suonare bassi senza tasti Rick Danko dei The Band
e il bassista di James Brown, Bernard Odum, citato da Pastorius come
una delle sue influenze.

Negli anni ‘60 il basso senza tasti veniva già utillizzato anche dal bassista
francese naturalizzato italiano Patrick Djivas che, con gli Area, suonava
questo tipo di basso ancora prima che Pastorius diventasse famoso.

«Mi ero limato tutti i tasti da solo, non sapevo che si potessero togliere e
poi riempire il buco rimanente, no, li ho limati uno per uno»
(video intervista a Patrick Djivas del 2018 di Luca Angelici per BassYourLife
link: https://www.youtube.com/watch?v=ncTgS4fun-g)
«Tutti i dischi che ho registrato con gli Area sono stati fatti con un basso
fretless, però è stata la cantabilità portata da Jaco che ha cambiato le
cose.»
(https://www.youtube.com/watch?v=shSi7QbvDMI&list=RDIs3eOhEc0Fk&index
=2 bibliografia intervista a Patrick Djivas di Luca Angelici, 2023)

Jaco Pastorius non è quindi l’inventore del fretless ma è colui che lo ha


portato per primo al grande pubblico a livello mondiale.
Alla fine degli anni ‘60 decise di provare un nuovo suono e rimosse i tasti
dal suo Fender jazz del ‘62 con un coltello. Successivamente dipinse le
scanalature e la tastiera con uno strato (o più probabilmente, più strati) di
epossidica marina, la vernice super resistente usata per rivestire gli scafi
delle barche. Nel 1976, infatti, con l’uscita dell’album Jaco Pastorius,
questo grande artista porta una svolta nel modo di suonare il basso
elettrico e lo fa proprio con un basso fretless. Questo strumento ha una
varietà timbrica, sonora e una capacità di creare colori ed effetti che il
basso elettrico fretted non ha, per cui il genio di Pastorius forse
necessitava di potenzialità espressive in più per venire fuori appieno.
Pastorius così prende il suo Fender jazz bass, tira via i tasti e riempie i
buchi con una resina per barche.
La somiglianza che si avverte è con il contrabbasso che però non aveva
la stessa versatilità e potenza. Quindi un ibrido tra gli strumenti ad arco
senza tasti, così ricchi di capacità espressive e coloristiche, e il basso
elettrico era un’ottima soluzione. Pastorius fa del fretless il suo marchio di
fabbrica e porta all’estremo le capacità sonore dello strumento. Una delle
caratteristiche peculiari che lui sfrutta è la capacità di effettuare un
glissato fluido e uniforme, con la completa escursione dalla nota di
partenza alla nota di arrivo, passando per tutti i suoni intermedi senza che
ci sia nessun blocco ad ogni semitono come avviene nel basso elettrico
fretted.
Il basso fretless esprime tutte le sue potenzialità più caratteristiche in
modo molto semplice nelle ballad visto che i tempi lenti permettono di
rendere più evidente il suo suono, il suo vibrato e il suo timbro ben
caratterizzato dall’intonazione oscillante che, per quanto si possa essere
intonati, è pur sempre meno precisa rispetto ad un basso con i tasti.
Nel 1969 Jaco registra con il trio R&B The Woodchuck una versione del
famoso brano The chicken, che poi riprenderà come solista. Nel 1974
registra per la prima volta con Pat Metheny, con il quale fonda la
Improvising artists Inc. la loro collaborazione durerà anni.
Dopo l’album di debutto di Jaco Pastorius del 1976 pubblicato con la
Epic, le sue successive collaborazioni con Weather Report e Joni Mitchell
hanno poi contribuito a consolidare la sua reputazione di virtuoso, e il suo
modo di suonare innovativo ha esteso le possibilità del basso elettrico
fretless utilizzato come voce solista. Tutto questo ha influenzato la
generazione successiva di musicisti come Pino Palladino, Steve Bailey,
Michael Manring, Gary Willis e tanti altri.
Pastorius nel 1978, disse all'intervistatore della BBC Clive Williamson:
«Quindi sono il primo a usare un fretless, ecco a cosa si riduce, e poi
ancora, perché sono il primo a scendere e a suonarlo davvero, perché gli
altri non riescono a suonarlo in modo intonato, capite?».
Comunque si sia sviluppato, lo strumento che ci è rimasto dopo tanti anni
è una creatura unica.

Bibliografia tratta da
sito:https://www.guitarworld.com/features/a-quick-history-of-the-fretless-b
ass
TECNICHE USATILIZZATE dai bassisti più rappresentativi

Il suono del fretless nella musica pop: Sting, Pino Palladino


Fusion: Alain Caron, Gary Willis. Ognuno ha sviluppato una timbrica e
caratteri diversi rispetto al Pastoius si a livello di basso che di tecnica
sullo strrumento. Sting usava un Fender Precision con la tastiera in
acero, Pino Palladino un Music Man fretless, Alain Caron utilizza basssi
costruiti da Furlanetto, su sue specifiche richieste così come Gary Willis,
quindi ognuno si è costruito il proprio suono personale partendo dalllo
strumento.

-Baikithi Kumalo, bassista Sud Africano famoso per l’utilizzo del basso
fretless in particolare nell’album Graceland di Paul Simon (1986) e nel
live successivo “Graceland: The African Concert” tenutosi in Zimbabwe,
con la partecipazione di musicisti sudafricani come Miriam Makeba e
Hugh Masakela nel 1987.
Il suo stile è ricco di espressività, si va dallo slap percussivo a dei
glissandi lunghi ed enfatizzati. Nel brano Graceland, tratto dall’omonimo
album sopracitato, Baikithi riprende all’unisono la voce di Paul Simon,
riproducendo i portamenti, gli slides per arrivare alla nota. Già questo è
un esempio di come il basso senza tasti abbia alcune possibilità
espressive in più rispetto al basso con i tasti, visto che può riprodurre
facilmente effetti tipicamente vocali.
In un’intervista del 2021 (link:
https://www.youtube.com/watch?v=Yp6bbKF8SRw) Baikithi Kumalo stesso
parla di alcune delle sue linee di basso preferite e tra queste troviamo
The boy in the bubble, Diamond on the soles of her shoes e You can call
me Al, tratte tutte dall’album Graceland di Paul Simon sopracitato.

The boy in the bubble è una canzone tradizionale legata ai Sotho, un


gruppo etno-linguistico sudafricano. «Il mio obbiettivo era quello di
rendere l’effetto che riportasse ad un “bubble bass sound” così decisi di
registrare con il fretless. Fu molto bravo l’ingegnere del suono, Roy Halee
a esaltare ogni cosa che ho fatto.. The boy in the bubble è una delle mie
preferite. Ho amato tutto il disco Graceland, perché mi ha dato
l’opportunità di creare e far si in prima persona che le canzoni
prendessero forma e ringrazio Paul Simon per questo».
(Intervista video del 2021 a Baikithi Kumalo per il canale Youtube Scott’s
bass lessons, link: https://www.youtube.com/watch?v=Yp6bbKF8SRw).
La caratteristica di questa linea di basso sta nell’utilizzo delle ottave e
degli slides. L’ingresso del brano si presenta così:

Peculiare è il bridge tra il primo ritornello e la seconda strofa, dove


sentiamo degli slide su due ottave che creano un effetto particolare. Si
può vedere meglio grazie ad una tablatura come Baikithi suona questo
punto:

Tablatura di Scot
Devine

Come possiamo vedere dal video del live The African Concert del 1987
Baikithi suona questo brano con la mano verso il ponte per far uscire il
suono medioso e definito che sentiamo. (1.09 del link:
https://www.youtube.com/watch?v=Hk7MCvCHNQA)

Parlando di Diamonds on the soles of her shoes Kumalo, nell’intervista


sopracitata, (link: https://www.youtube.com/watch?v=Yp6bbKF8SRw) dice di
aver ricavato la linea di basso da Ladysmith Black Mambazo, un gruppo
vocale e dall’influenza del chitarrista Ray Phiri, che si trovava nello stesso
studio di registrazione in cui veniva registrato Graceland in quei giorni.
«Stavo ascoltando Ray e trovavo che alcune delle sue linee potessero
funzionare anche per il disco che stavo registrando, quando c’era spazio
per me per farlo.»

Una delle caratteristiche di questo brano è l’utilizzo dello slap sul fretless,
cosa che non si vede poi così spesso. Oltre ovviamente a Les Claypool
dei Primus, un esempio rilevante di questa tecnica utilizzata sul basso
senza tasti è Bound to be dei The Dream academy dall’album omonimo
del 1985, registrato da Pino Palladino. In questa canzone è peculiare
anche il tipo di accordatura che abbassa di un tono la quarta corda, in
gergo “drop D”.

Parlando di slap sul basso senza tasti torniamo all’intervista a Baikithi


Kumalo e parliamo del brano You can call me Al. Questa linea di basso
è interessante per diversi motivi. Baikithi accompagna in modo molto
percussivo utilizzando lo slap ribattendo il pollice velocemente, senza
alternarlo al popping, cioè la strappata con l’indice. Tutto questo alternato
a glissandi molto enfatizzati e passaggi melodici. Alterna quindi questi
due colori molto diversi tra loro e li mischia.

Ora soffermiamoci sulla parte che Baikithi definisce “breackdown” o “bass


solo”.
«Quel giorno eravamo in studio di registrazione, era il mio compleanno.
Avevo appena registrato il groove, eravamo arrivati a quello stop ed io
chiesi a Paul se potessi provare a suonare qualcosa per quel punto. Così
suonai una battuta in sedicesimi in slap. Una volta registrata il fonico
prese la traccia e la girò al contrario, mi chiamò in sala e mi fece
ascoltare. Attaccò la registrazione fatta da me e poi la stessa ma
riprodotta al contrario e mi disse “ora devi imparare come suonare questa
cosa”. Così mi esercitai finché non riuscii a riprodurlo.

Ora sono molto grato di quel bel regalo di compleanno, quella


regitrazione è lì per le nuove generazione per dire...» e qui lascio la frase
in inglese senza tradurre perché credo renda meglio: «go create! Don’t be
scared to take chances, make your own... Learn and do it your own».

Intervista a Baikithi Kumalo:


https://www.youtube.com/watch?v=Yp6bbKF8SRw
Descrizione analisi e tecniche di Graceland:
https://www.youtube.com/watch?v=2QZbOxIjNqI

-Patrick o’hearn Frank Zappa live 1977 (forse?)

-Tony Levin
Scott bass lessons descrizione e analisi:
https://www.youtube.com/watch?v=pAsfnv2pUPI
Ogni brano registrato da Tony Levin straborda della sua personalità
bassistica, che si tatti dei suoi progetti solistici o di un accompagnamento
ad artisti puramente pop da classifica e super hit. Un esempio lampante
di questo è Sledgehammer, pubblicato da Peter Gabriel nel 1986 come
primo singolo del quinto suo album da solista, il meraviglioso So. La
canzone ha ricevuto tre candidature ai Grammy Awards 1987, come miglior
interpretazione rock vocale maschile, canzone dell'anno e registrazione dell'anno.
Sledgehammer è la canzone che ha fatto risalire a Gabriel le classifiche negli
USA, sancendo un passaggio definitivo dal prog degli esordi a un connubio di
rock, pop e dance, figlio degli anni Ottanta. Con significativi posizionamenti
nelle classifiche Billboard, questo brano ha lanciato il cantautore tra le braccia
di una nuova generazione di spettatori.
https://stonemusic.it/53756/5-tra-le-canzoni-piu-amate-di-peter-gabriel/
Il suono del basso di questo brano è davvero caratteristico ed e
imprescindibile per la riuscita del pezzo. Tony Levin crea questo sound
nuovissimo con un Music Man fretless suonato con il plettro, un pedale
octaver, un pedale chorus e una forte compressione. Tutti questi
ingredienti non erano mai stati messi insieme, o almeno non in un
contesto di così ampia visibilità come una hit da classifica Billboard.
L’utilizzo del plettro da un maggiore attacco ad ogni nota e l’utilizzo
dell’octaver rende il suono più grande, possente e più simile ad un suono
creato con un sintetizzatore. Inoltre un chorus con filtro passa alto dona
quella brillantezza in più al suono che, assieme a tutti gli altri ingredienti
sopra elencati, lo rende efficacissimo ed incredibile. Una volta trovato
questo timbro crea un roccioso e iconico riff di basso costruito sul modo
Misolidio che resta immediatamente impresso nell’orecchio
dell’ascoltatore e diventa così iconico.
La chiave vincente di tutto questo sta però nel mantenere l’intero riff per
la quasi totalità del brano in quello stesso registro sonoro, se si andasse
più in basso quel suono non avrebbe più la stessa definizione che invece
ha.
«Ho bisogno che la gente tra il pubblico senta le note che sto suonando,
senza che l’ingegnere del suono debba alzare il fader del basso, percè
solitamente non vuole.»
(Intervista del 2017 per Reverb, link:
https://www.youtube.com/watch?v=RTGIARhSlVU)
La linea inizia con un vero e proprio arpeggio sotto forma di triade, dove
per arrivare alla terza dell’accordo c’è un piccolo portamento, un
glissando leggero. Successivamente si ripete la stessa figura ma
ponendo attenzione sulla settima minore e la sesta maggiore dell’accordo
che ci potano pienamente nel colore del modo Misolidio.
Da notare l’uso di glissando e vibrato o meglio, il mancato utilizzo di
questi se non in alcuni momenti dosati con parsimonia all’interno del riff.
In contesti come questo si tende a tenere le note ben fisse e non riempire
tutta linea di basso di glissandi e portamenti, lo si fa con un certo
equilibrio, per dare un effetto coloristico ma senza cadere
nell’esagerazione. Vediamo come infatti qui il vibrato venga usato solo in
un momento in tutto il riff. Si vede chiaramente grazie ad una tablatura.

Tablatura di Scot
Devine

«Quando mi viene chiesto di creare un riff di basso penso solo a reagire


al pezzo di musica che mi viene proposto, e fare quello che secondo me
funzionerebbe per quella specifica cosa. Non quello su cui mi sono
esercitato, quello che mi viene tecnicamente bene o il mio suono, ma
quello che funziona per quel brano.»
(The Tony Levin Interview, per Produce like a pro, 2022,
link:https://www.youtube.com/watch?v=moh8AzPWNvw)
«Nel caso dei lavori con Peter Gabriel sono stato influenzato molto da lui,
dal modo che ha lui di pensare”outside of the box” in maniera più
creativa. Avevamo praticamente finito l’album, quando Peter volle
registrare questa traccia extra per l’album successivo o solo per
divertimento
L’utilizzo dell’Octaver con il basso fretless diventa poi, a partire da
Sledgehammer, un timbro iconico nel pop. Lo ritroviamo in alcuni brani
famosissimo come Earth song di Michael Jackson, suonata da Guy Pratt
o I’m gonna tear you’re playhouse down di Paul Young suonata da Pino
Palladino.
-Pino Palladino
storia di Pino Palladino:
https://www.youtube.com/watch?v=_WC5Xys6zNU
Wherever I lay my hat interview:
https://www.youtube.com/watch?v=TRjiMN2qJHI
intervista di Alexis Petridis per il Guardian:
https://www.theguardian.com/music/2021/apr/06/pino-palladino-pop-great
est-bassist-adele-elton-the-who

Pino Palladino dal 1980 circa ad oggi arricchisce la popular music


contemporanea con le sue linee di basso, spaziando tra i più vari generi e stili
musicali. Nel 1983 registra l’album “No parlez” di Paul Young e qui troviamo
“Wherever I lay my hat” una linea di basso diventata poi una pietra miliare non
solo del basso fretless ma per il basso elettrico pop in generale. L’introduzione
del pezzo è una melodia tratta da Stravinslij, durante la strofa poi Palladino
accompagna la voce con una singola nota lunga per battuta sfruttando il timbro
del basso fretless grazie a un lungo sustain.

In un’intervista del 2013 Laurie Latham, arrangiatore e produttore dell’album


dichiarò che l’introduzione di Palladino, la sua linea di basso e il timbro del
fretless hanno influenzato fortemente tutto l’arrangiamento e il brano: “una volta
che trovi quest’ingrediente magico, tutto evolve di conseguenza al basso” (cit.
Laurie Latham, minuto 1.45 https://www.youtube.com/watch?v=TRjiMN2qJHI).
Questa linea di basso e il suono del suo Music man Sting ray fretless
influenzarono fortemente la carriera di Palladino e da lì in poi altri produttori,
musicisti, arrangiatori, gli chiesero di ricreare quello stile nei propri brani,
facendo riferimento proprio a Wherever I lay my hat. Dopo quella registrazione
venne contattao da David Gilmore dei Pink Floyd per suonare nel suo album da
solista, siuccessivamente da Elthon John, Pete Thousand degli Who.
Durante il primo ritornello troviamo anche una tecnica particolare che si può
apprezzare solo sul basso fretless e non sul basso con i tasti: gli armonici con
glissando. Questo avviene suonando uno o più armonici naturali, premere il lo
stesso punto con lamo sinistra e trascinare la pressione allo stesso modo di un
glissando (min 0.57-1.00 Wherever I lay my hat). Eccolo in scrittura musicale
con una tablatura per chiarezza riguardo la tecnica:

Troviamo un altro esempio di una linea di basso fretless entrata nella


storia nell’album The end of the Innocence di Don Henley, registrata da
Pino Palladino nel 1989 ed è New York minute. Anche qui ritroviamo la
scelta stilistica che era già presente in Wherever I lay my hat di
accompagnare le strofe con note lunghe e riempire i momenti vuoti con
dei fill cantabili.
Nella seconda parte della Strofa la logica è la stessa ma i fill sono più fitti
e si alternano alla voce che canta per i primi tre quarti di ogni battuta,
mentre Palladino inserisce un fill melodico ad ogni ultimo quarto di
battuta.
Un altro esempio di come Palladino faccia cantare il basso senza tasti è
l’album di Oleta Adams del 1990 Circle of one. Qui troviamo Get here,
una ballad magica che la cantante dedica al padre, dove il bassista
utilizza armonici, e bicordi. Rilevante è anche How am I supposed to live
without you di Michael Bolton, dall’album Soul provider del 1989.

Palladino registra anche per artisti italiani, in Stelle di stelle di Claudio


Baglioni c’è l’apoteosi di espedienti coloristici sul basso fretless, tanto che
vengono sovra incise da Palladino due linee di basso. In questo brano di
Claudio Baglioni, pubblicato in Oltre nel 1990, si vengono così a creare
diverse linee melodiche intrecciate: quella della voce di Baglioni, del
basso di Pino Palladino, del pianoforte di Danilo Rea e naturalmente della
spledida voce di Mia Martini.

Voce maschile

Voce femminile

Pianoforte

Basso
Da citare anche la collaborazione di Pino Palladino con i Tears for fears
nell’album Seeds of love del 1989. Qui sentiamo il suo fretless per
esempio in Bad man’s song.
Il disco si apre con un massiccio riff di basso fretless a cinque corde, in
collaborazione con il bassista della band Curt Smith, con il brano Woman
in chains, e anche qui ci sono delle sovra incisioni di basso, uno che tiene
delle note lunghe, una per ogni cambio di accordo, l’altra che segna
l’ostinato dell’introduzione qui di seguito:

In un’intervista del 2017 per Discover Music Pino Palladino si esprime


così rispetto a questo album: «I have a lot of great memories of that album,
not least because my daughter Fabiana was born around the time we were
recording it». Riporto il resto con la traduzione in italiano: «La registrazione
vera e propria è stata insolita per l'epoca: i brani sono stati incisi dal vivo con
una band al completo. Ci siamo rintanati insieme per qualche settimana nei
Townhouse Studios di Londra e abbiamo analizzato ogni canzone,
sperimentando con la strumentazione e gli arrangiamenti. Ci sono stati giorni in
cui ci siamo limitati a fare jam session e a estendere parti delle canzoni. Roland
ha poi preso l'intero pacchetto e l'ha modificato in quello che si sente nell'album.
Dobbiamo aver registrato "Badman's Song" e "Woman in Chains" in una
dozzina di modi diversi, con transizioni diverse. Le scelte di Roland e il suo
gusto come compositore hanno definito l'incredibile risultato finale.
Uno dei miei ricordi più belli: Quando sono arrivato lì per la prima volta, stavo
entrando nella sala di controllo e ho sentito un incredibile pianoforte suonare
nello studio. Mi chiedevo: "Chi è?". Ho girato l'angolo e c'era Oleta Adams,
seduta al pianoforte a coda e che cantava in modo così bello, suonando gospel
e blues. Sono onorato di aver suonato anche nel suo album da solista Circle of
One».

(bibliografia Discover Music, 2017 link:


https://www.udiscovermusic.com/stories/pino-palladino-interview/)

Per concludere lo spazio dedicato a Pino Palladino ecco una raccolta di fill
caratteristici del suo modo di suonare che ho trascritto perchè credo siano uno
dei marchi di fabbrica di questo immenso musicista.
-Jaco Pastorius
storia da Scott bass lessons:
https://www.youtube.com/watch?v=k0oRXBHI_1Y
tecniche di Jaco e album Jaco Pastorius analisi completa:
https://www.youtube.com/watch?v=Osxlvp8R6lw (anche Continum)
Intervista a Pter erskine su Pastorius:
https://www.musicajazz.it/jaco-pastorius-raccontato-erskine/
Documentario del 2014 su Jaco di Stephen Kijak e prodotto dal
bassista dei Metallica Robert Trujillo titolo: Jaco, The Film.

«Mi è stato detto fin da piccolo che la prima cosa da imparare, la più
importante è la melodia. La maggior parte dei musicisti è abituata a
suonare solo la propria parte, ma esiste sempre una melodia e, una volta
che la apprendi, sei a cavallo, così puoi pensare al brano come ad un
canone di Bach, dove basso e melodia sono strettamente interconnessi».
(intervista per Jimmy Jemmott link:
https://www.youtube.com/watch?v=waE2Lfia1z4)
Credo che le parole di Pastorius all’inizio di quest’intervista riassumano
efficacemente la sua mentalità musicale e rendano perfettamente il
senso su cui si basa la sua musica.
«Spesso definito “ Il Jimi Hendrix del basso”, Jaco Pastorius (1951-1987)
è colui che ha portato a piena maturazione l’uso del basso elettrico, di cui
ha reso popolare la versione senza tasti, ponendo lo strumento nel cuore
della musica. […] Ha influenzato strumentisti appartenenti a mondi sonori
diversi, anche lontani dal jazz,mettendo in luce qualità di improvvisatore
geniale, agilissimo, in grado di far sentire l’armonia mentre suonava le
melodie». (bibliografia: Maurizio Franco da “La storia del jazz”, pag:305 ,
di Franco, Brazzale, Onori, edito nel2021 per Hoepli Editore s.p.a.)
Rispetto a queste affermazioni è coerente al massimo il brano d’apertura
del suo album omonimo d’esordio del 1976 che si apre con Donna Lee,
uno standard jazz di Charlie Parker, dove Pastorius suona tutta la
melodia col basso.
La seconda traccia è Come on, come over, composta da lui stesso, e qui
è subito chiaro il modo di accompagnare di Pastorius quando entra in
gioco una voce o, più in generale, un solista. Crea infatti un riff in
sedicesimi ricco di accenti, ghost notes e sincopi.

Da The Essential, Jaco Pastorius edito per Hal Leonard

Il terzo brano è Continuum, un brano più lento dove il fretless di Pastorius


canta nel vero senso della parola. Qui vediamo subito il suo ampissimo
utilizzo degli armonici, che sarà sempre un suo marchio fabbrica. Crea
una melodia e si accompagna sfruttando le corde a vuoto. Il brano è
infatti in Mi maggiore e attorno alla settima battuta si va al quarto grado,
La maggiore, anche qui con la corda a vuoto, per poi tornare al Mi. La
melodia si basa
Insomma, il “marchio Pastorius” è chiarissimo e completo già ai primi tre
brani del suo album d’esordio. Nonotante questo da qui in avanti nella
sua storia ci sarà sempre più da scoprire.
Come fa notare Jerry Jemmott nella sua famosa video intervista a
Pastorius, la cosa che impressiona di Jaco, oltre agli incredibili
virtuosismi, è come lui riesca suonare edelmente ogni stile musicale ma
sopratutto come riesca da solo, con il suo basso a suonare tutte le parti di
un brano contemporaneamente. La sua tecnica e l’utilizzo di armonici,
coke dicevo prima, fa si che tutto questo sia possibile. Ne è un esempio
lampante Portrait of Tracy, dedicata alla moglire.

Da The Essential, Jaco Pastorius edito per Hal Leonard

-Gary Willis (Norvegian Wood) intervista alla fine del video

https://www.youtube.com/watch?v=TQBtnduoskU

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