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L’informazione nelle mani del lettore

“I grandi cambiamenti storici, quelli che alterano in maniera


radicale il mondo in cui pensiamo ed agiamo, si manifestano
impercettibilmente nella società; fino a quando un bel giorno,
all’improvviso tutto ciò che conosciamo diventa obsoleto e ci
rendiamo conto di vivere in un mondo completamente nuovo”
Jeremy Rifkin,
L’era dell’accesso

Nell’ambito della sociologia della comunicazione le teorie


sugli effetti sociali dei media si distinguono in base alla concezione
che queste teorie hanno delle audience dei media. La maggior parte
di queste teorie sono state basate su una concezione
esclusivamente passiva degli individui e delle collettività riceventi
i messaggi mediali. Anche quando si è teorizzata una certa attività
e possibilità di scelta nelle mani del pubblico, non si è mai andati
oltre una serie di considerazioni che valutavano delle “reazioni”
nei confronti dell’attività mediale dei mezzi di comunicazione di
massa, reazioni che possono essere anche libere ed autonome, ma
che sono pur sempre reazioni ad un’attività di comunicazione. Le
teorie sociologiche che prendono in considerazione le mutazioni
del pubblico in quanto nuovo produttore di messaggi, anche di
massa, sono praticamente inesistenti, anche se la letteratura su
questo argomento è sempre più nutrita. Nella mia tesi di laurea
triennale provai a considerare da un punto di vista sociologico
quelle che nell’epoca odierna sono le peculiarità di un pubblico che
è sempre più attivo grazie alla comunicazione in rete via computer.
Le teorie sulle audience passive, come anche quelle sulle
audience attive, non possono prescindere dalle considerazioni sul
contesto storico, economico e sociale in cui prendono forma: ma
non possono prescindere neanche dalle peculiarità dei mezzi di
comunicazione che l’uomo elabora e si “mette a disposizione”

1
nelle diverse epoche storiche. Per questo motivo con la diffusione
molto ampia di internet è possibile parlare di audience attive non
solo nella scelta dei contenuti di cui fruire, ma anche nella
produzione stessa di questi contenuti. In inglese, user generated
content (contenuti generati dall’utente), in gergo internettiano: web
2.0. Questo status comunicativo del pubblico dei media è molto
evidente nel campo dell’informazione perché con la produzione dei
messaggi mediali, non più nelle mani dei soli esperti e
professionisti, ma anche in quelle del pubblico, la produzione del
flusso informativo passa in buona parte nelle mani di quello che
era considerato, fino a poco più di un decennio fa, esclusivamente
il ricevente delle notizie1.
Marxianamente parlando, si potrebbe sostenere che ciò che
sta avvenendo, tramite l’espansione dei reporter diffusi, sia “una
riappropriazione dei media in quanto mezzi di produzione piuttosto
che mezzi di rappresentazione: mezzi di produzione economica,
produzione dell’immagine del mondo, produzione di bisogni e
desideri”2.
Si viene così a creare un flusso circolare e non più verticale
dell’informazione in cui le “posizioni in campo” sono diventate
simmetriche tra emittente e destinatario.
Ad esempio, in seguito al terremoto che colpì la città di Los
Angeles nel 1994, venne fuori con tutta la sua potenza innovativa
la forza informativa della rete. Il critico dei media John Katz
scrisse, nel suo Online or Not, newspaper suck: “Quando nel
gennaio 1994 un utente Prodigy utilizzò il suo modem senza fili
per diffondere in rete la notizia del terremoto di Los Angeles ben
1
A. Neri, Audience attiva: il caso indymedia, tesi di laurea triennale Roma Tre, Roma,
2005
2
M. Pasquinelli, a cura di, Media activism. Strategie e pratiche della comunicazione
indipendente, Derive Approdi, Roma, 2002, p. 14

2
prima che CNN e l’Associated Press riuscissero a lanciare i loro
dispacci un nuovo medium giornalistico era nato. Entro pochi
minuti sia gli abbonati di Prodigy che quelli di altre BBS avevano
messo in piedi forum e altri gruppi di discussione per fornire
informazioni, localizzare l’epicentro, tranquillizzare familiari
lontani e anche organizzare i soccorsi. Nessuna struttura
informativa era stata mai capace di fare, anche lontanamente,
qualcosa del genere”3.
Da allora di progressi in questa direzione ne sono stati fatti
molti.

3.1 Un nuovo soggetto: il lettore utente


Internet ha profondamente cambiato quello che è stato per
anni il ruolo dei destinatari dell’informazione. La figura assunta
da questi con l’avvento della rete ha subito cambiamenti radicali,
ancor più profondi di quelli subiti dalla professione giornalistica.
“Se una rivoluzione c’è stata è proprio questa: narrare gli eventi
non è più appannaggio dei soli giornalisti […] l’utente della rete
non può essere catalogato entro gli schemi tradizionali
dell’audience, nell’accezione di passivo ricettore di messaggi,
massificato destinatario di informazioni […] su internet il lettore,
commenta, replica, interagisce con una naturalezza e una frequenza
sconosciute persino a radio e Tv”4.
Tramite la rete, tutte quelle persone che, pur non praticando
il mestiere di giornalista, ne hanno lo spirito, possono contribuire
all’informazione sviluppando quel fenomeno definito come

3
R. Staglianò, Giornalismo 2.0. Fare informazione al tempo di internet, Carocci,
Roma, 2004, p. 31
4
C. Baldi, R. Zarriello, Penne digitali, Centro Documentazione Giornalistica, Roma,
2005, p. 21

3
“l’editoria del popolo per il popolo”5, in quanto si tratta di
un’informazione che proviene dal basso, si sviluppa ed è destinata
ad un pubblico che sia allo stesso “livello” del mittente.
Il ruolo del lettore – navigatore è profondamente cambiato
soprattutto grazie alla peculiarità principale della rete:
l’interattività. Internet restituisce un ampio potere al lettore, che si
sottrae alla schiacciante gerarchia del quotidiano stampato, per
rivendicare un ruolo attivo nella co-costruzione del circuito
mediatico. E’ per questo che non si parla quasi più di audience
bensì di utenza. Non si tratta, tuttavia, di una semplice questione
terminologica, ma del profondo mutamento del ruolo del lettore
destinatario dell’informazione6.
Nel web sono nate numerose forme di “discussione” e di
“collaborazione” tra giornalista e lettore che qualcuno ha
addirittura paragonato al fenomeno della “logica a sciame”, ovvero
l’apparente caos che fa funzionare alla perfezione gli alveari:
sistema, questo, che consentirebbe l’emergere di quella
intelligenza collettiva di cui parla Pierre Levy, dove l’unione di più
teste garantisce un esito migliore di quello che si otterrebbe
procedendo in solitario7.
Uno dei primi progetti in questo ambito che può fungere da
esempio indicativo riguarda l’esperienza di “Plastic”
(www.plastic.com). Lo slogan di questa testata web è indicativo e
recita così: “Recycling the web in real time”, ovvero “Riciclare il
web in tempo reale”. In questo sito la collaborazione tra utenti e
giornalisti non è ristretta all’ambito della pubblicazione di
materiale informativo, ma “funge da piazza virtuale dove

5
Ibidem., p. 110
6
E. Carelli, op. cit., p. 54
7
Ibidem., p. 63

4
giornalisti e utenti si possono incontrare per suggerire e discutere
le notizie più interessanti, le opinioni, le indiscrezioni che
circolano online”8. Nella pratica, l’attività di questo sito consiste
nella pubblicazione, da parte dei pochi redattori della testata, di
redattori di testate partner o degli utenti stessi, di brevi riassunti di
un caso da discutere, che forniscono il link all’articolo web che
tratta il caso specifico. A questo punto, i lettori senza alcun filtro
editoriale discutono e commentano la questione posta alla loro
attenzione.
Riccardo Staglianò ha definito questa pratica come una sorta
di “metagiornalismo” in rete. Parafrasando il titolo di una famosa
opera di Pirandello, Staglianò descrive così l’attività
metagiornalistica: “Nel giornalismo 2.0 il caposervizio è uno,
nessuno e centomila. Sono i lettori che contano […] loro segnalano
i pezzi da commentare e poi assegnano voti ai commenti altrui.
Tutti hanno diritto di parola, ma solo chi dice cose intelligenti
emergerà dal rumore di fondo”9. Nello specifico dell’attività di
Plastic, inizialmente la maggior parte delle idee veniva proposta da
giornalisti professionisti ma, in poco tempo, si è raggiunto il
traguardo del sorpasso nella proposizione di idee e articoli da parte
dei semplici lettori. Chiunque si imbatta in un articolo che gli
susciti curiosità, approvazione o sdegno, può lanciare nello stagno
di Plastic il sasso della provocazione e attendere le risposte di altri
lettori. Se la proposta fatta dai lettori passa il vaglio dei due
redattori della testata viene pubblicata. E’ qui l’incontro tra lettori e
giornalisti, un piccolo filtro editoriale che consenta alla testata di

8
Ibidem, p. 57
9
R. Staglianò, op. cit., p. 174

5
non pubblicare fake10 o dare spazio ad attività di disturbo come i
troll11.
Infine, Plastic non prova a nascondere la sua natura, che
Staglianò ha definito come metagiornalistica; lo si comprende
anche ricordando semplicemente il suo slogan citato in precedenza.
Secondo l’autore di Giornalismo 2.0: “Plastic è un’operazione
parassita, di metagiornalismo (perché c’è pur sempre un redattore
che decide cosa passa e cosa no) cannibale, che inizia il suo
compito là dove i giornali normali lo hanno finito (con la messa in
linea del pezzo)”12.

3.2 Cityzen journalism o “Be the media”


“Chiunque ha qualcosa da dire può farlo,
comportandosi, di fatto, come un giornalista”
Riccardo Staglianò

In rete sempre più cittadini hanno la possibilità di diventare


dei veri e propri reporter amatoriali, per passione o per diletto,
hanno la possibilità di raccontare e commentare in rete i fatti che
più li hanno colpiti, senza subire filtri o sottostare a precise linee
editoriali. Questo consente di ridefinire la rappresentazione della
realtà veicolata dai media tradizionali. La realtà sociale può essere
descritta e presentata in maniera soggettiva, con parole e immagini
diverse, da diversi individui, o gruppi di individui, in funzione del
loro trascorso storico e delle loro opinioni. Secondo Furio Jesi
l’obiettivo dei media è la creazione di una visione globalizzata. Per
non essere spinti ai bordi della collettività come entità invisibili, gli
10
Nel gergo internettiano i fake sono notizie false.
11
I troll sono internauti che si inseriscono negli spazi aperti del web 2.0 per creare
disturbi a chi partecipa alle attività dei vari siti e liste di discussione. Si riconoscono in
quanto raramente argomentano le proprie opinioni ma usano spesso provocazioni,
insulti e quant’altro possa rendere una discussione inutile, pesante e fastidiosa.
Sostanzialmente svolgono vere e proprie attività di boicottaggio.
12
R. Staglianò, op. cit., p. 176

6
individui devono esporsi e rendersi visibili. Il mostrarsi, quindi,
diviene una forma estrema di difesa nei confronti
dell’omologazione dei messaggi mediali. Il protagonismo è una
strategia di resistenza che ha come obiettivo la difesa degli
individui e dei media dalla progressiva omologazione e che
difende, rendendole visibili, quelle concezioni della realtà che non
vengono esposte tramite i percorsi mediali tradizionali13.
Il giornalismo dei cittadini (citizen journalism) non è un
fenomeno nuovo, benché nel tempo si sia diversificato e ora sia
diventato più potente che mai. In passato erano i giornali di
quartiere, le radio cittadine e i canali televisivi pubblici che
facevano questo tipo di giornalismo, ma si sono a lungo limitati a
riportare notizie locali e temi che si rivolgevano a un pubblico ben
preciso. Non sono mai stati presi in considerazione da un largo
pubblico e non hanno avuto grande risonanza14.
In Italia questo fenomeno non è più un fenomeno raro, ma
non è ancora molto diffuso come lo è oltreoceano e anche in alcuni
paesi asiatici e come lo sta diventando in certi paesi europei.
Infatti, il caso più eclatante di cityzen journalism riguarda il
sito d’informazione partecipata della Corea del Sud “Ohmynews”.
Questo sito è nato nel 2000 per mano del giornalista Oh Yeon-ho in
reazione al conservatorismo della stampa coreana. L’informazione
dei media principali del paese è controllata dal potere statale, ecco
perché un “giornale on-line” scritto da 25 mila cittadini-redattori
pagati a pezzo è riuscito a guadagnarsi consensi e credibilità non
solo nel pubblico ma anche presso le istituzioni.

13
E. Tedeschi, Vita da fan, Roma, Meltemi, 2003, p. 29
14
Marlis Prinzing, Giornalismo partecipativo: al posto giusto nel momento giusto, Die
Welt del 10.08.2006, ripreso dallo European Journalism Observatory:
http://www.ejo.ch/index.php?option=com_content&task=view&id=108&Itemid=158

7
Questa esperienza, che prosegue tuttora, mette in risalto
anche il fatto che i cittadini sentono maggiormente il bisogno di
prendere in mano le redini dell’informazioni in contesti politici e
sociali che limitano pesantemente l’esercizio di una stampa libera
da ogni genere di condizionamenti.
Un altro network di cittadini e media “gestiti
collettivamente per una narrazione radicale, obiettiva e
appassionata della verità” è il network indymedia15. L’obiettivo che
si pone questo network è quello di “costringere” i media
tradizionali a collaborare con loro tramite la diffusione dei
contenuti prodotti dal network16. Il suo slogan è molto eloquente:
“Don’t hate the media, become the media”, “Non odiare i media,
diventa media”.
Tutti questi esempi di come i cittadini possano produrre
informazione dal basso consentono di parlare effettivamente del
reporter diffuso, ovvero di colui che è testimone di un evento e lo
racconta con i linguaggi più disparati di cui può disporre grazie
alle tecnologie digitali “di massa”. Una delle grandi differenze tra
l’informazione tradizionale e le nuove forme d’informazione
correlate ad internet sta proprio in questo. Il giornalista di

15
www.indymedia.org
16
Il nome Indymedia è l’abbreviazione di Indipendent Media Center che consiste in
una rete di informazione indipendente e globale. L’obiettivo di Indymedia è di creare
un sistema esterno alla cultura socio-politica dominante, dando nuovi poteri ai cittadini,
migliorandone le opportunità e l’accesso all’informazione, creando un modello di
comunicazione ed informazione realmente pluridirezionale e non unidirezionale come i
media mainstream. L’informazione di Indymedia è completamente aperta, ogni
dichiarazione o notizia è passibile di commento, discussione e, eventualmente,
correzione, grazie al principio della pubblicazione aperta che consente a chiunque di
poter partecipare ai contenuti del sito. Possiamo considerarla a tutti gli effetti una
forma alta di libertà di espressione e di creazione. Per quanto riguarda la credibilità
delle notizie pubblicate sul sito, essa non si basa sul nome o sull’autorevolezza della
testata, bensì sulla qualità e l’attendibilità delle fonti da cui proviene la notizia che
vengono rese pubbliche. In più queste fonti possono essere integrate dando al lettore il
compito importante di giudicarle, correggerle o integrarle, risolvendo eventuali
problemi di incompletezza delle informazioni pubblicate.

8
professione non partecipa agli eventi, li racconta da un punto di
vista esterno, molto spesso senza conoscere la situazione reale di
cui si tratta, ma facendo una cronaca limitata ai fatti. Molto spesso,
se facciamo riferimento alle teoria base della notizia, quella delle
cinque W, le risposte alla domanda Why? (perché?) vengono
disattese o tralasciate mentre si da molto più risalto a quel How?
(come?) che spesso consente di trattare l’argomento in maniera più
sensazionalistica. Il reporter diffuso, colui che racconta ciò che
vive e vede, ha dichiaratamente un punto di vista interno alla
vicenda, non ambisce ad essere oggettivo nel suo racconto ma, più
semplicemente, contribuisce con la sua verità alla descrizione di un
fatto o di un evento. Nel momento in cui numerosi punti di vista su
uno stesso argomento vengono resi pubblici, il racconto della
verità acquista più sfaccettature che consentono, molto spesso, una
narrazione più completa dei fatti.
Ciò che è importante per i professionisti dell’informazione è
non pensare a questo fenomeno come un rimpiazzo del proprio
mestiere e del proprio ruolo nel mondo della comunicazione, bensì
come un valido aiuto, come un appoggio nel migliorare il racconto
dei fatti. In fondo, si tratta quasi sempre di racconti di testimoni,
una delle fonti tipiche da cui ogni reporter attinge nell’esercizio del
suo mestiere.
Lo scontro tra questi due soggetti della comunicazione
avviene soprattutto quando il pezzo elaborato dal giornalista ha
delle finalità che esulano da quelle tipiche della professione e
sconfinano negli interessi della politica, della finanza o nella difesa
di una parte in causa della vicenda trattata, piuttosto che di
un’altra. Il giornalista non deve prendere parte alla disputa, ma
raccontarla ascoltando e dando voce alle diverse parti in causa.

9
Quando questo non avviene, i diretti interessati hanno la possibilità
di trovare visibilità al di fuori delle organizzazioni mediali
tradizionali. L’esistenza della nuova figura del reporter diffuso
affonda le sue basi nelle peculiarità della rete e, come i giornalisti
online, si diffonde e sviluppa tramite, e di conseguenza, con essa.
Per spiegare questo fenomeno Franco Carlini applicava al
giornalismo una teoria generale “secondo cui la caratteristica
principale della rete è la disintermediazione, ovvero l’eliminazione
di ogni figura a mezza via tra la domanda e l’offerta, che si tratti
delle agenzie di viaggio o di quelle immobiliari, delle banche come
appunto dei giornalisti o, persino, dei politici”17.
Nel campo dell’informazione mediata dal computer il flusso
delle informazioni può andare direttamente dalla fonte al lettore
senza passare dalla mediazione giornalistica. Nel momento in cui
ogni cittadino che ne avesse voglia attinge a delle fonti e ne media
il contenuto nei confronti di altri lettori, svolge il lavoro tipico del
giornalista pur non possedendo delle qualità e dei modi di agire
fondamentali nella professione, a partire da un comportamento
legato a delle regole deontologiche. Questo potrebbe portare a
considerare ogni cittadino, che si cimenta in questa attività, non
tanto come giornalista, perché privo di regole deontologiche e
professionali, ma come un medium che filtra i contenuti dalle fonti
e li mette a disposizione di altri lettori. Per questo molti osservatori
di questo fenomeno stanno ridefinendo le loro opinioni a riguardo
spostando la concezione dell’attività del lettore-utente attivo dal
considerarla più che un’attività giornalistica vera e propria al
considerarla come un’attività mediale in un senso più esteso.

17
Cit. in C. Baldi, R. Zarriello, op. cit., p. 114

10
E’ questa una delle conclusioni alle quali si è giunti durante
il seminario “Citizen Journalism – I media siamo noi” svoltosi a
Perugia nell’ambito della seconda edizione del Festival
Internazionale del giornalismo. I relatori dell’incontro hanno
sottolineato che è sempre più difficile capire chi ascoltare
nell’ambito dell’informazione partecipata, a quale cittadino-
reporter dare maggior credito. Per fare ciò bisogna comprendere
bene cosa intendiamo per “informazione” in modo tale da poterla
distinguere da tutte quelle comunicazioni che le assomigliano, ma
che non rientrano in quel campo specifico. Non è detto che i
“citizen” che decidono di comunicare tramite la rete ambiscano a
diventare dei giornalisti, anzi. Per questo motivo diversi
osservatori preferiscono definire i cittadini che fanno informazione
come citizen media e non citizen journalist, perché questo termine
dà a queste persone un’accezione più professionale che è ancora
gelosamente difesa dai professionisti del settore. Molti di coloro
che partecipano hanno alle spalle una professione e un lavoro che
consente loro di svolgere l’attività di comunicazione personale in
maniera assolutamente autonoma e volontaria, mediando appunto,
tra le loro conoscenze e quelle di un pubblico che, grazie
all’interattività, può contribuire ad arricchirne il contenuto dei
discorsi. Il risultato di questa attività comunicativa è la creazione
di informazione che molto spesso, proprio perché partecipata,
risulta essere più completa dell’informazione creata dai
professionisti all’interno del loro lavoro redazionale. I media
mainstream sono sempre più consapevoli di questa situazione e
mirano a consolidare sempre più i rapporti tra i reporter diffusi e
l’informazione professionale con risultati che danno benefici alla
completezza e ampiezza dell’informazione e al suo pluralismo.

11
E’ ciò, come sappiamo, è condizione necessaria per poter parlare di
informazione libera, anche se di strada da fare in questa direzione
ce n’è ancora molta, in Italia più che in altri paesi.

3.3 Il giornalismo professionale incontra l’informazione


dei cittadini
In giro per il mondo l’incontro tra il giornalismo
professionale e i cittadini che vogliono produrre volontariamente
informazione può vantare un gran numero di casi ed esperimenti
diversi. Alcuni di essi funzionano, altri stanno registrando dei
problemi, ma le modalità d’incontro tra i due soggetti principali del
flusso informativo differiscono da caso a caso, sia nelle modalità,
sia nei risultati. Vi possono essere due modalità principali con cui
il giornalismo può entrare in contatto con la partecipazione dei
cittadini.
La prima si realizza quando sono gli editori degli old media
che decidono di aprire i loro prodotti alla partecipazione dei
cittadini, oppure di creare dei nuovi prodotti che prevedono un
certo tipo di apertura nella produzione dei contenuti. La seconda
modalità di relazione è quella che riguarda direttamente i
giornalisti, che creano prodotti informativi cercando i liberarsi
dalle influenze politiche e della proprietà editoriale con l’obiettivo
di democratizzare l’informazione.
Come ho già detto, è impossibile tracciare una linea comune
tra i tanti progetti in atto, se si esclude il tema dell’apertura alla
collaborazione nella creazione delle informazioni. Per
comprendere in maniera profonda questa interrelazione sociale, più
o meno paritaria e simmetrica, che si viene a creare tra informatori
d’elite, giornalisti, e informatori diffusi, i cittadini attivi, è

12
necessario fare riferimento, descrivendoli, ad alcuni di quei
progetti che per ora si stanno dimostrando come buoni esempi. Tra
questi non ho considerato volutamente tutte quelle esperienze che
sono partite da grandi gruppi editoriali che hanno fatto la storia dei
media e del giornalismo in Europa e nel mondo, in quanto hanno
fatto partire le loro esperienze di partecipazione facendo leva su un
pubblico molto vasto e fidelizzato. Tra questi ci sono testate come
il New York Times, la BBC, Mtv, la CNN e molte altri grandi
gruppi mediali.
Un lavoro a parte meriterebbe anche l’esperienza di Current
TV. Si tratta di un canale televisivo telematico (ma che viene
trasmesso anche via satellite su una frequenza Sky) innovativo e
partecipato. Il 30% dei suoi contenuti viene prodotto dagli utenti.
L’8 maggio 2008 il suo ideatore, vincitore di un premio Nobel ed
ex Vice Presidente degli Stati Uniti, Al Gore ha presentato
l’edizione italiana di Current Tv a Roma durante un’incontro con i
blogger e tutti coloro che sono interessati ad una Tv i cui contenuti
sono user generated.

Gli editori e i reporter diffusi


I grandi editori, nell’esercizio della loro azione sul mercato,
agiscono tenendo sempre bene in mente che tutto quello che è stato
creato di buono fino a quel momento non può rischiare di essere
messo sottosopra a causa dell’inversione di rotta che internet sta
imponendo al mondo dell’informazione. Tutte le grandi testate
fanno solo piccoli passi nella direzione della partecipazione,
perché devono affrontare un problema fondamentale quale il
finanziamento di grandi strutture redazionali e la soddisfazione

13
delle aspettative di profitto delle grosse proprietà editoriali, molto
spesso quotate in borsa.
La pratica che accomuna questi grandi soggetti economici è
quella di limitare fortemente il contributo dei reporter diffusi ai
casi eclatanti, ai casi in cui la testata non riesce ad avere del
materiale di qualità autoprodotto, soprattutto per quello che
riguarda documenti video o fotografici. I video di particolari
eventi, che vengono fatti magari col telefonino cellulare da parte di
chi vi ha assistito, vengono usati dalle testate perché non possono
avere altre testimonianze dirette18. In questi casi la partecipazione è
accessoria e dipende anche dalla capacità del professionista di
andare a scovare il materiale tra i siti di socialnetwork come, per
esempio, YouTube o Flickr. Molti grandi gruppi editoriali, inoltre,
come il Gruppo l’Espresso-Repubblica, hanno creato un vero e
proprio portale web19, esterno ai siti delle proprie testate, in cui si
offre una piattaforma gratuita per la creazione di blog20 da parte del
pubblico; questi, però, davvero raramente vengono considerati
come basi o fonti da cui partire per collaborare con i contenuti
delle testate principali. Questo servizio è strumentale all’attività
economica dell’editore in questione, non a quella informativa.
Dalla Francia, invece, arriva un esempio positivo che
coinvolgerà anche il nostro paese.
Proprio nei giorni in cui sto scrivendo questo capitolo leggo
in diversi siti internet specializzati21 e blog22 in rete che a giungo

18
Gli esempi che è possibile citare sono ormai numerosissimi. Ad esempio le immagini
dello Tsunami in Indonesia del 2006 o le immagini degli attentanti terroristici di
Londra e Madrid.
19
www.kataweb.it
20
Del concetto di blog dei suoi usi e delle conseguenze che comporta nel giornalismo
ne parlerò approfonditamente nel prossimo capitolo.
21
http://www.lsdi.it/2008/05/15/a-giugno-parte-agoravox-italia-mentre-nasce-in-
belgio-una-fondazione/
22
http://www.pandemia.info/post/1906214.html

14
dovrebbe sbarcare in Italia la testata di giornalismo partecipativo
francese Agoravox23 che è attiva già, oltre che in Francia, anche in
Belgio e nel Regno Unito.
Agoravox è la prima testata di giornalismo partecipativo
nata, nel 2005, in Francia ed è stata ideata da persone che
arrivavano da un esperienza di imprenditoria editoriale e non di
giornalismo. Carlo Ravelli, uno dei fondatori della testata, ricorda
in un’intervista ad una rivista universitaria del settore, poi riportata
su www.lsdi.it, che l’assunto di base dal quale è partita la creazione
di questa testata è che “il giornalista non è più il solo soggetto
qualificato a trattare l’informazione”, perché adesso lo stesso
compito lo svolgono anche i cittadini. Continuare a sostenere che i
giornalisti sono gli unici soggetti a saper fare informazione,
secondo Ravelli, equivale a “sottovalutare la gran parte dei
cittadini, che sono abbastanza intelligenti per rispettare qualche
regola di base (verificare, andare alle fonti, separare le opinioni dai
fatti)”. La testata si caratterizza per una forte impronta
partecipativa e di senso civico. Dal punto di vista economico la
strada scelta è stata quella dell’accesso completamente gratuito,
mentre le entrate dovrebbero derivare dalla pubblicità e dalla
nascita di una Fondazione, sul modello americano, che attiri
finanziamenti mantenendo il prodotto editoriale il più lontano
possibile da ogni genere di influenza, rispettando allo stesso tempo
la filosofia free del web. La Fondazione in questione sta per
nascere (nei giorni in cui scrivo) in Belgio.
Dal punto di vista più strettamente editoriale e della
produzione redazionale Agoravox prevede l’esistenza di una
politica editoriale molto trasparente e presentata sul sito internet24.
23
http://www.agoravox.fr/
24
http://www.agoravox.fr/article.php3?id_article=60

15
Questa linea è portata avanti da una sorta di Comitato editoriale
composto da giornalisti ed esperti di vari settori, che hanno il
compito di selezionare i contenuti che vengono proposti alla testata
e di girovagare sul web alla ricerca di sempre nuovi e interessanti
redattori tra i reporter diffusi. Esistono dei criteri specifici nella
selezione dei contenuti, che fanno riferimento ad una linea
editoriale precisa. I commenti alle notizie pubblicate sono aperti,
ma la redazione effettua un controllo a posteriori su di essi
riservandosi il diritto di verificarli ed eventualmente, in base a
delle precise ragioni, cancellarli dal sito. Il tutto è dichiarato
pubblicamente sul sito internet della testata. La redazione è
composta invece da un numero di persone che vanno da un minimo
di 4 ad un massimo di 7. La grande forza di Agoravox, come
sostiene Ravelli, “sono le migliaia di reporter che propongono ogni
giorno migliaia di articoli”. Infatti, uno degli obiettivi futuri
dichiarati da Ravelli è quello di creare una piattaforma, con
filosofia open source (quindi a produzione aperta), in cui ognuno
può crearsi il suo spazio, il suo blog.
Un esempio di “grande editore politico” che ha aperto la sua
produzione ai contributi dei cittadini è Radio Radicale il cui
progetto di giornalismo partecipativo si chiama “fai notizia”25. In
questo caso, l’aspetto più critico del progetto riguarda il pubblico
di nicchia a cui si rivolge, in quanto è certamente un progetto
aperto e partecipativo, ma deriva da una testata che è voce di una
parte politica molto precisa e decisamente minoritaria nel paese.

I giornalisti professionisti incontrano i reporter diffusi

25
http://www.fainotizia.it/popular

16
Se, invece, a collaborare fossero tutti coloro in grado di
produrre informazioni, giornalisti e cittadini, senza avvalersi di
professionalità imprenditoriali?
Anche in questo caso le numerose esperienze che possono
registrarsi in giro per il mondo stanno sortendo risultati diversi e a
volte contraddittori. Mai come in questo caso il rapporto che si
viene a creare tra i due soggetti principali dell’informazione,
giornalista e lettore, è legato a fattori culturali, sociali, economici e
strutturali che caratterizzano il mondo della professione e la società
specifica in cui viene esercitato. Insomma, l’informazione
veicolata dall’incontro tra giornalisti e cittadini dipende molto di
più dalla realtà della vita vissuta, con tutti i suoi aspetti, e molto
meno dalle influenze politiche ed economiche imposte dall’alto. In
questi casi le esigenze economiche, politiche e sociali vengono
fuori con forza, ma lo fanno seguendo un percorso che va dal basso
verso l’alto.
Un buon esempio, anche in questo caso, ci giunge dalla
Francia e si chiama Mediapart26. Questo progetto punta in maniera
più chiara, rispetto ad Agoravox, ad un giornalismo di qualità e al
valore aggiunto che solo il giornalista professionista può dare ad
un’informazione. Edwy Plenel, giornalista ed ex caporedattore di
Le Monde, tra i fondatori della testata, ritiene che la qualità, anche
in rete, vada pagata. I pagamenti tramite abbonamenti
contribuiscono a mantenere l’indipendenza della testata da ogni
genere di influenza, creando un circuito in cui giornalisti e lettori
sostengono la loro testata sia tramite la partecipazione ai contenuti,
sia sotto l’aspetto economico. Solo così, secondo Plenel, si può
riuscire a mantenere una reale indipendenza. Questa modalità

26
http://www.mediapart.fr/

17
rischia però di creare una sorta di circolo chiuso, in cui alcuni
giornalisti di grande qualità creano una testata seguita soprattutto
da un pubblico già a loro fedele e che, in più, partecipa con forme
non eccessivamente aperte, alla produzione degli articoli: questi
ultimi, comunque, sottostanno alle modalità della professione
giornalistica che i fondatori della testata hanno preso come base
della propria organizzazione editoriale.
Sul piano economico è ravvisabile la prima grande
differenza col modello editore-lettore descritto nel paragrafo
precedente. Nel far pagare un abbonamento ai propri lettori si
esplicita un desiderio di fidelizzazione tra la testata e il lettore, una
sorta di rapporto e di supporto interpersonale che si viene a creare
tra le due “parti deboli” del mondo della comunicazione che, per
essere indipendenti e con la schiena dritta, hanno bisogno di
affrancarsi dal mondo dell’economia e degli investimenti. Questo
desiderio è intimamente legato alla concezione del giornalista
come cittadino, che svolge un ruolo sociale pubblico e che
risponde prima di tutto agli interessi dei propri lettori. Tra questi
giornalisti non c’è molta dimestichezza col mercato, con le sue
fonti di finanziamento e neanche con la visione etica che vi sta alla
base, ovvero quella dell’arricchimento economico individuale, alla
quale si risponde con un’altra visione etica che valuta il
giornalismo come una delle basi per la costruzione di una società
più giusta e trasparente.
Plenel, in un’intervista ripresa anche da www.lsdi.it, ci tiene
a definire la propria testata come un “giornale indipendente”,
quindi un prodotto giornalistico e, nell’accezione più romantica
del termine, puro. In questo modello, egli ritiene che “non bisogna

18
far fare ad altri il lavoro dei giornalisti”: partecipazione vuol dire
“collaborazione attiva tra redazione e lettori”27.
Dal punto di vista dell’organizzazione editoriale, la
partecipazione dei lettori avviene tramite la creazione, all’interno
della piattaforma del sito, di blog personali in cui ognuno decide la
propria linea editoriale. Ma la gerarchia delle informazioni che
vengono pubblicate viene scelta e adottata dai giornalisti
professionisti che lavorano nella redazione.
Qui si può notare la seconda grande differenza tra i due
modelli. I giornalisti sono legati alla propria professione con un
profondo sentimento di attaccamento e quindi non riescono ad
immaginare che persone che non abbiamo alle spalle la professione
possano riuscire a fare comunque della buona informazione.
L’editore del caso precedente si era proprio “liberato” di questo
sentimento professionale offrendo legittimità ai contenuti prodotti
da non professionisti, considerandoli alla stessa altezza.

Si può vivere di giornalismo partecipativo?


Come abbiamo visto nei due esempi citati in precedenza,
esistono numerosi modelli di applicazione redazionale della
partecipazione dei cittadini alla co-produzione dei contenuti
informativi di una testata, le cui differenze si riflettono in ciò che
attiene il sostentamento economico di tali testate. Ma c’è anche chi
critica il modello del giornalismo partecipativo dal punto di vista
del lettore che partecipa. Ovvero, alcuni osservatori ritengono che
pubblicare contenuti prodotti dai lettori che poi, tramite la
pubblicità o un abbonamento, pagheranno per leggere ciò che essi
stessi hanno scritto, si configura come una sorta di sfruttamento del
27
http://www.lsdi.it/2008/03/24/giornalismo-partecipativo-quello-reale-non-e-perfetto-
ma-non-si-puo-non-crederci/

19
lettore che serve ad arricchire chi ha ideato la testata. Questa critica
non tiene però conto della consapevolezza e della volontarietà con
la quale il cittadino – lettore – utente decide di prendere parte alla
produzione di informazioni.
Comunque, qualche cosa comincia a muoversi anche sotto
questo punto di vista. Nel 2006 in Germania il Bild, giornale
specializzato in scandali e gossip, ha incominciato ad attirare la
partecipazione dei suoi lettori proponendo una somma di 500 euro
per ogni foto che gli fosse stata inviata e poi pubblicata. Il rischio
di questo caso specifico è quello di sviluppare una rete di
paparazzi diffusi e non di reporter.
Una grossa testata che ha deciso di dividere i propri profitti
con i suoi “collaboratori” è digitaljournal.com
(www.digitaljournal.com), che nasce come giornale online
specializzato sul mondo digitale nel 1998, ma dal 2006 ha aperto i
suoi meccanismi di produzione di notizie ai suoi lettori. I temi
trattati sono di attualità e sempre aggiornati, oltre a diverse
rubriche su svariati argomenti. Gli utenti contribuiscono tramite
l’invio di articoli alla redazione, tramite blog personali e con
l’invio di foto e video. Ogni articolo, ogni foto e ogni video può
essere votato e commentato.
La grande novità di cui si può vantare questa testata è quella
di condividere i propri incassi derivati dalla pubblicità con gli
utenti che collaborano nella produzione delle informazioni. Il
pagamento viene calcolato solo sul numero degli articoli di
informazione che ciascun cittadino-giornalista consegnerà piuttosto
che semplicemente sulla popolarità dei singoli articoli28. In questo
calcolo non rientra l’attività legata ai blog, né alla messa in rete di

28
http://www.digitaljournal.com/corporate/about_us.php

20
foto o video. Chi ritiene di poter essere pagato per il suo
contributo, comunque, deve prima sottoporre, per l’approvazione,
il proprio lavoro alla direzione del Digital Journal, che si accerterà
delle capacità degli aspiranti collaboratori. Seppur ancora in
minuscola parte, digitaljournalism.com può vantare di essere una
delle prime comunità di informazione a condividere i propri ricavi
con i propri lettori. La somma che l’azienda ha dichiarato di aver
versato ai propri cittadini-giornalisti è di circa 38.000 dollari29.
Questo è, però, un caso molto isolato, per adesso
sostanzialmente tutti gli esperimenti e i progetti innovativi che
prevedono la partecipazione dei cittadini alla creazione delle
informazioni si basano esclusivamente sull’apporto volontario di
questi e sul loro forte desiderio di prendere parte alle dispute
pubbliche e alla realizzazione di un’informazione più pluralistica,
democratica e completa.

In conclusione, in entrambi i modelli di cui ho parlato si


possono registrare delle incongruenze o degli aspetti critici dovuti,
anche, alla novità nel campo dell’informazione che rappresentano.
In Italia, siamo molto indietro nel campo dell’informazione
partecipata, anche se esistono alcuni esperimenti di tipo generalista
come www.comincialitalia.it e www.lamianotizia.com. Il nome di
quest’ultimo riprende il nome della testata coreana Ohmynews di
cui ho scritto in precedenza. Esiste anche un’esperienza chiamata
Youreporter.it (www.youreporter.it) in cui si chiede agli utenti di
mettere a disposizione video e fotografie che sono apertamente

29
La cifra è aggiornata al 26 aprile 2008 ed è stata presa da
http://www.lsdi.it/2008/04/26/un-sito-di-cj-comincia-a-pagare-i-suoi-cittadini-
giornalisti/

21
destinate ad essere utilizzate dai media mainstream purchè citino la
fonte di provenienza.
Questi esperimenti, diversi tra loro, attraversano ancora una
fase in cui registrano un pubblico relativamente piccolo rispetto ad
Agoravox, che può vantare circa un milione di lettori unici al
mese, 35.000 reporter diffusi e circa 700 articoli pubblicati ogni
mese prodotti dagli utenti.
In Italia c’è ancora molta strada da fare in direzione del
giornalismo 2.0 (user generated). Questo soprattutto per quanto
riguarda l’incontro tra i professionisti dell’informazione e i lettori
perché, nel nostro paese, sembra svilupparsi con maggiore forza e
velocità il fenomeno dei blog non legati a testate giornalistiche,
partecipative o meno.

22