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I giornalisti on-line.

Il presente e il futuro
della professione
“La stampa, piccola mia è
il cane da guardia della civiltà,
e si da il caso che il cane da guardia
sia – non ci si può fare niente – in
un cronico stato di rabbia.
Si fa presto a parlare di museruola;
non si può far altro che continuare
a far correre l’animale”
Howard Bight,
In The Paper di Henry James

Se si vuole conoscere e capire fino in fondo il mestiere del


giornalista bisogna osservare le condizioni in cui viene esercitato.
Queste sono il riflesso di concreti comportamenti empirici
riguardo le modalità attraverso cui i giornalisti governano i due
fondamentali processi del newsmaking (produzione di notizie) e
del newsgathering (selezione delle notizie) che rappresentano le
fondamenta della professione. E’, dunque, fondamentale capire
come gli approcci teorico e pratico alla produzione della notizia
cambino con l’utilizzo dei media digitali e della rete internet nel
lavoro nei professionisti dell’informazione1, in quanto il concetto
di notizia si sta sviluppando in parallelo con lo sviluppo
dell’industria dei media, delle comunicazioni tecnologiche con
l’evoluzione delle tecniche di rappresentazione della notizia.
Ai suoi albori, nelle redazioni tradizionali, il web veniva
considerato come un videogioco per ragazzini che sarebbe
passato di moda dopo pochissimo tempo.
Ma il corso della storia ha dimostrato che questa nuova
tecnologia non era un semplice passatempo ludico. L’avvento
delle tecnologie digitali e l’uso sistematico di internet nelle
1
A. Papuzzi, Professione giornalista, Donzelli, Roma, 2003 p. XII

1
redazioni hanno di fatto scardinato l’immagine tradizionale del
giornalista e l’organizzazione del suo lavoro in redazione.
L’online ha riacceso il dibattito sul significato della
professione giornalistica sotto tutti gli aspetti: tecnici, etici,
contrattuali ed editoriali. Secondo Papuzzi questa è la prova “di
quanto profondamente le caratteristiche del mezzo incidano sul
modello di giornalismo e la professionalità dei giornalisti”2.
Molte delle funzioni intermedie, che esistevano tra
l’esercizio della professione e la realizzazione del prodotto finale,
sono state eliminate dall’estendersi delle tecnologie digitali.
Adesso, è il giornalista che attraverso il suo Pc e i suoi strumenti
può farsi carico di tutto il processo di acquisizione, trattamento,
confezionamento e pubblicazione delle informazioni. I suoi
compiti si moltiplicano e le sue competenze devono, per forza,
espandersi nel campo delle nuove tecnologie3. Allo stesso tempo
è vero, come risulta da una ricerca del Poynter Institute for
Media Studies in collaborazione con la Standford University, che
internet torna a valorizzare il testo che, nell’informazione online,
ha l’importante funzione di collante per tenere insieme e
organizzare l’ipertestualità e la multimedialità4.
Dal punto di vista dell’organizzazione editoriale, questi
nuovi strumenti del mestiere consentono anche una maggiore
sinergia tra le diverse redazioni all’interno di uno stesso gruppo
editoriale5.

2
Ibidem, p. 164
3
E. Carelli, Giornali e giornalisti nella rete. Internet, blog, vlog, radio, televisione e
cellulari: i canali e le forme della comunicazione giornalistica, Apogeo, Milano,
2004
4
A. Papuzzi, op. cit., p. 164
5
Per esempio con la creazione di archivi comuni di notizie, interviste, immagini,
video.

2
Oggi molti giornalisti, soprattutto i più giovani, sanno
cavarsela con telecamere e registratori digitali che consentono
loro di sviluppare informazioni con linguaggi diversi. I giornalisti
hanno la possibilità e le capacità di realizzare contenuti
informativi per supporti tecnologici e media diversi: dalla Tv alla
radio, dal giornale su carta al sito web.
Il 1999 fu l’anno della “fuga dalla carta”6 di molte testate
che operavano sui media tradizionali. L’ondata di cambiamento
partì dagli Stati Uniti ma non risparmiò l’Italia dove tutti i gruppi
editoriali, anche se con strategie diverse, decisero di
intraprendere la via del web. In un periodo di cambiamento così
radicale, per una professione dalle radici molto forti e solide, è
facile immaginare come questo periodo possa essere
caratterizzato da sentimenti e visioni alterne da parte dei soggetti
che devono seguirne il cambiamento. Così, “i colleghi della carta
(e degli altri old media) snobbavano – e continuano a snobbare,
sulla base di pregiudizi castali e anagrafici – i “ragazzi”
dell’online. Figli di un Dio minore, anche quando militano sotto
le insegne della stessa testata e sono equiparati in tutto e per
tutto, i redattori di internet vengono sovente guardati con
sufficienza”7.
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, internet
consente anche una comunicazione diretta tra giornalista e utente
che può certo limitarsi ad un semplice scambio di opinioni, ma
può anche svilupparsi in una forma di vera e propria

6
R. Staglianò, Giornalismo 2.0. Fare informazione al tempo di internet, Carocci,
Roma, 2004
7
Ibidem, p. 166

3
collaborazione tra i due soggetti protagonisti dei flussi
informativi.
Tutte queste innovazioni portano, oltre alla ridefinizione
della figura complessiva del giornalista, anche una serie di nuove
problematiche che non sempre possono essere risolte con
puntuale chiarezza e che riguardano i delicati campi dell’etica e
della deontologia professionale, la quale richiede di essere
ridefinita in alcuni suoi punti essenziali. Inoltre, il diffuso utilizzo
delle tecnologie digitali e della produzione di notizie
multimediali porta, chi osserva questi fenomeni, ad analizzare
anche una serie di tematiche che riguardano la convivenza dei
nuovi aspetti di questa professione con le norme della società in
cui essa viene esercitata, nell’ottica di delineare le mutate
caratteristiche specifiche, nel presente e in previsione di un
futuro prossimo, di una figura professionale che contribuisce non
solo a descrivere, ma anche a fare concretamente, la storia del
mondo in cui viviamo.

2.1 Il nuovo ruolo del giornalista all’interno della


società e il suo rapporto con i lettori
“Il buon giornalismo…
è rimasto ancora la principale garanzia
disponibile ai cittadini
di una società civile e democratica”
V. Sabadin,
L’ultima copia del “New York Times”

Dal momento che, con Internet, l’informazione abbonda


ed è a disposizione di tutti, c’è ancora bisogno dei giornalisti?
Secondo Vittorio Sabadin nel suo L’ultima copia del
“New York Times”, siamo di fronte al “paradosso del

4
giornalismo”: mentre cresce il numero di luoghi nei quali si fa e
si riceve informazione, l’audience tende a comprimersi e a
parcellizzarsi, diminuisce la quantità di eventi seguiti e il numero
dei giornalisti che lavorano in ogni organizzazione editoriale si
riduce8.
Carelli afferma, invece, che “internet sta cambiando il
ruolo stesso del giornalista all’interno della società”9 ed è quindi
legittimo chiedersi se il ruolo della professione giornalistica
abbia ancora ragione di esistere. Questo ruolo, di grande
importanza sociale, è insidiato dalla diffusione sempre più
capillare delle nuove tecnologie digitali. Quegli stessi strumenti
tecnologici che i giornalisti stanno imparando ad usare, con
sempre maggiore perizia, sono in possesso anche della gente
comune. Le persone che casualmente si trovano a vivere e a
partecipare a degli eventi, a volte anche di straordinaria
importanza per la storia dell’umanità10, hanno la possibilità di
catturare queste situazioni in video o in fotografia. Spesso si
tratta di documenti unici, perchè la copertura mediatica del
mondo, anche del più grande e diffuso dei media di massa, non
potrà mai essere capillare come la presenza fisica delle persone
che, pur non essendo giornalisti, si trovano a vivere il mondo con
gli eventi che in esso accadono. La facilità, e la relativa
semplicità, per un cittadino non giornalista, di rendere pubblico
ciò che ha catturato tramite l’uso di un oggetto privato consente

8
V. Sabadin, L’ultima copia del New York Times. Il futuro dei giornali di carta, p. 16
9
E. Carelli, op. cit., p. 43
10
Un esempio su tutti è l’evento dell’attacco alle torri gemelle di New York le cui
immagini più eloquenti sono state catturate in maniera assolutamente amatoriale e
casuale ma che, ugualmente, hanno riempito gli spazi di tutti i media e si sono
impresse indelebilmente nelle nostre memorie.

5
ragionevolmente di parlare di reporter diffuso11 o di personal
journalism.
L’innovazione tecnologica consente a chiunque di
improvvisarsi reporter, mentre la rete consente di rendere
pubblico ciò a cui si è assistito. Internet, inoltre, mette a
disposizione di qualunque navigatore una quantità sempre
maggiore di fonti di notizie alle quali prima i giornalisti avevano
un accesso quasi esclusivo12.
E’ abbastanza evidente come lo sviluppo tecnologico
digitale della nostra società abbia portato ad un forte
ridimensionamento del ruolo della professione giornalistica
all’interno della nostra civiltà. Questo non implica che il ruolo
dei professionisti dell’informazione sia diventato meno rilevante
nella società, ma solo che deve essere ridefinito in modo tale da
difendere e affermare quella importanza fondamentale che ha
rivestito nello sviluppo delle moderne società democratiche.
Riccardo Staglianò sostiene che Internet ha, sicuramente,
già tolto “sacralità” alla figura del giornalista reporter come
unico titolare dell’informazione, ma di certo non ne ha affatto
“minato la ragion d’essere”13.
Carelli ridefinisce il ruolo, anche professionale, del
giornalista moderno basandosi sulle sue più antiche radici.
Innanzitutto i giornali, e i giornalisti che li producono, svolgono
la funzione basilare di gatekeeper, ovvero di selezionatore delle
notizie che, causa spazi e tempi troppo ristretti, non possono

11
E. Carelli, op. cit., pp. 43 - 44
12
Si pensi per esempio alla pubblicazione in rete di leggi nazionali e regionali, delle
direttive europee, di sentenze e molti altri dati e documenti resi pubblici direttamente
dalle istituzioni o soggetti economici direttamente interessati.
13
R. Staglianò, op. cit., p. 117

6
essere tutte pubblicate. Il professionista dell’informazione,
quindi, ha come primo compito quello di filtrare le notizie che
poi verranno pubblicate sulla testata per cui lavora. La funzione
di gatekeeper ha ragione di esistere più che mai in un mondo
dove si parla addirittura di overload14 di informazione. Se le
notizie non venissero selezionate, analizzate, valutate, verificate
e decifrate da un professionista, si avrebbe uno scadimento di
qualità dell’informazione. Al centro della nuova attività del
giornalista, quindi, acquistano ancora maggior forza i valori
dell’analisi, della selezione e del controllo dell’informazione che
hanno sempre permesso di considerare il giornalista come il gate
primario dei flussi informativi15.
La necessità di migliorare la qualità del lavoro deriva
anche da un’ulteriore caratteristica intrinseca della rete internet:
l’interattività16. Il giornalista, potendo interagire con i lettori,
viene a conoscenza dei loro gusti, delle tendenze e delle loro
impressioni; i lettori, da parte loro, oltre a esprimere le proprie
opinioni e condividere i propri gusti, svolgono un effettivo ruolo
di controllo quotidiano sui contenuti degli articoli che vengono
pubblicati, non solo grazie alle proprie conoscenze personali, ma
soprattutto grazie alla possibilità di avere accesso a molte delle
stesse fonti a cui attinge il giornalista.
Va da sè, inoltre, che la credibilità di chi svolge la delicata
professione di scrivere notizie viene messa sempre più in
discussione dalle capacità di verifica dei lettori. Ciò innesca un
meccanismo per cui il giornalista ha sempre maggiore bisogno di

14
Si intende l’abbondanza delle notizie che circolano nei flussi informativi.
15
E. Carelli, op. cit., p. 45
16
Vedi cap. 1, par. 1.4

7
essere credibile e di dimostrarlo. Anche per questo diventa
importante non cadere nella trappola della velocità che impone
al giornalista di pubblicare delle notizie, tralasciando le dovute
verifiche, solo per battere sul tempo i propri concorrenti dandogli
un “buco”. Si potrebbero avere degli effetti controproducenti in
una società in cui la verifica delle notizie è sempre più semplice
da parte dei destinatari del loro flusso.
Il controllo dell’informazione è passato, silenziosamente,
dal quotidiano ai suoi consumatori. A tal proposito, Staglianò
parla di un quality check che non ha precedenti nella storia della
professione giornalistica e che non tutti i professionisti del settore
hanno preso bene. L’ostilità maggiore nei confronti di questo
nuovo rapporto col lettore arriva dalle generazioni più vecchie di
giornalisti per diversi motivi. Alla base di tutti i dubbi c’è il
sospetto, preconcetto, nei confronti di un mezzo che non si
conosce, che non si sa dominare e che spesso viene sottovalutato,
anche se sta influendo sempre più sull’agenda politica sia a
livello locale che nazionale17. Questi dubbi si concretizzano in un
senso di superiorità dei giornalisti “tradizionali” riguardo ai
colleghi, quasi sempre più giovani, che lavorano sul supporto
web e si alimentano col timore che queste nuove modalità di
esercitare la professione giornalistica contribuiscano a
minacciare lo status di “detentori monopolistici della selezione e

17
Basti pensare al clamore suscitato dai video di atti di bullismo nelle scuole o del
grandissimo seguito di opinione pubblica di cui alcuni siti internet possono godere,
come ad esempio il blog dell’ex comico Beppe Grillo; ancora, l’importanza sempre
crescente che il mezzo internet sta acquistando tra i politici nazionali che sempre di
più aprono siti e blog personali per relazionarsi non solo con il pubblico, ma anche
per superare la mediazione dei mass media che non sempre concede loro lo spazio
mediatico per garantire una certa visibilità alle loro istanze.

8
distribuzione delle notizie”18, tendendo a quello che Lawrence
Grossman sostiene essere un giornalismo più egualitario19.
D’altro canto, agli occhi dei “custodi dell’ortodossia
giornalistica”, come Staglianò definisce i detrattori della rete,
l’informazione su internet e l’estrema pluralità delle fonti a
disposizione di chiunque inducono a parlare di un grande “bazar”
dove l’unica legge vigente è il “caos”.
Una delle critiche principali mosse al giornalismo online
riguarda la scarsa attendibilità legata alla rete. Di questo
specifico e fondamentale problema tratterò in maniera più
accurata nei prossimi paragrafi, per adesso mi limito a sostenere
che, sia in rete che sulla carta, una testata rispettabile garantirà
nello stesso modo la qualità dei propri contenuti.
L’eccessiva intensità delle critiche che vengono rivolte
alla rete da parte di un folto gruppo di giornalisti rischiano di
causare uno stallo effettivo nello sviluppo delle redazioni
giornalistiche. Il problema è presente in tutta Europa e Benoit
Raphael, sul suo blog “Demain tous journalistes?”20, fa il punto
della situazione di vera e propria paralisi che si è creata in molte
redazioni francesi rispetto alle opportunità offerte dalla rete.
Anche se alcune componenti possono essere diverse, il
quadro che ne viene fuori ha vari punti di contatto con quello che
succede in Italia. Mi limiterò ad elencarne solo alcune:
• prima di tutto, la mancata conoscenza di internet;
• l’ età di alcuni quadri che, passati i 50-55 anni, frenano al
massimo;

18
R. Staglianò, op. cit., pp. 118 - 120
19
Cit. in ibidem, p. 120
20
E’ un importante giornalista francese.

9
• dei modelli economici non ancora completamente a punto;
• delle questioni di diritti d’autore ancora in sospeso21.
Le questioni critiche che vengono sollevate dai detrattori
della rete sono destinate a spegnersi con il rinnovarsi delle
generazioni. Il ricambio generazionale porterà nelle redazioni
giovani sempre più legati alle nuove tecnologie, anche se sarà
importante non perdere quello spirito critico di osservazione che
è tipico del mestiere del giornalista e che si acquista soprattutto
con l’esperienza sul campo.
Come ho accennato in precedenza, un problema pratico e
reale dell’informazione online riguarda il delicato rapporto tra la
velocità di redazione e pubblicazione delle notizie e l’accuratezza
della loro verifica. La velocità rappresenta una delle più grandi
doti del media internet, ma allo stesso tempo ne è il maggior
difetto. L’obbiettivo che i giornalisti dovrebbero porsi è quello di
raggiungere l’equilibrio tra il desiderio legittimo dei lettori di
ricevere informazioni minuto per minuto e i fondamentali
requisiti del giornalismo di qualità che sono l’equità, la
completezza e l’accuratezza dell’informazione.
Un altro aspetto critico, imputabile al giornalismo online,
è quello della necessità di tracciare una demarcazione evidente
tra contenuti informativi e contenuti pubblicitari, che rischia di
risultare sempre meno chiara. La questione rientra, però, in un
campo che non ha a che fare esclusivamente con l’aspetto tecnico
del nuovo veicolo di comunicazione, ma rientra soprattutto
nell’ambito del rispetto della deontologia della professione di cui

21
L’articolo si può trovare per esteso all’indirizzo:
http://www.lsdi.it/2008/03/30/internet-perche-molte-redazioni-sono-ancora-
paralizzate/#more-1185

10
si tratterà più avanti. Infine, è facile notare come lo strumento
internet consenta una facile produzione di bufale e notizie false.
Di certo, però, le cosiddette leggende metropolitane non
sono nate con la diffusione di internet, sono sempre esistite anche
se in rete hanno trovato un ambiente in cui svilupparsi in maniera
feconda. E’ anche vero che internet stesso fornisce la “cura” a
questa “malattia”. Se è vero che in rete trovano spazio una
grande quantità di “bufale”, è anche vero che vi trovano ospitalità
anche molte organizzazioni in cui mestiere è proprio quello di
smontare, il più in fretta possibile, tali invenzioni. Riccardo
Staglianò nel suo Giornalismo 2.0 cita come esempio la Urban
Legend Reference Pages22. Non bisogna neanche dimenticare il
già citato ruolo dei lettori che, grazie alle possibilità interattive
della rete, possono contribuire a svelare la falsità di certe
macchinazioni.
Critiche ed elogi ad internet arrivano da due categorie di
analisti che limitano le loro posizioni alla difesa di una delle due
parti in causa, o i media tradizionali o internet. Tuttavia
storicamente non è mai accaduto che l’avvento di un nuovo
media abbia cancellato quelli che esistevano in precedenza.
Quasi sempre, invece, il risultato è stato quello di una sempre
maggiore specificità dei compiti e, spesso, una naturale sinergia
tra i diversi media.
Nel dibattito che è sorto dopo lo sviluppo esponenziale di
internet e di tutte le attività che consente, compresa
l’informazione, una posizione molto convincente è quella che
guarda ad una vera e propria sinergia tra i media “vecchi” e

22
R. Staglianò, op. cit., p. 123

11
nuovi, abbandonando l’idea di una concorrenza inutile. Negli
ultimi anni questa concezione collaborativa ha portato i grandi
editori e, quindi, le grandi testate ad una sempre maggior
compenetrazione tra supporti cartacei, catodici e digitali. Sempre
più spesso i contenuti tra media tradizionali e siti internet
diventano complementari a beneficio dei risultati economici degli
editori che riescono a diversificare la propria offerta,
raggiungendo pubblici diversi e più vasti.
In questo nuovo ambito il giornalista deve sapersi
districare con abilità tra la carta e il web, padroneggiare tutti i
linguaggi per poter trattare le notizie adattandole a media diversi.
Inoltre, la necessità di aggiornamenti continui delle homepage e
delle notizie stesse obbliga le redazioni a mantenere un
collegamento permanente tra le diverse redazioni, in modo tale
da poterne sfruttare al massimo le competenze e il lavoro,
riducendo il più possibile i costi di produzione.
Il giornalista, in definitiva, deve avere una “nuova forma
mentis che rifiuta attitudini autoritarie, gerarchiche e
semplicistiche nei confronti del proprio pubblico”23.

2.2 Cambiano gli strumenti ma non il mestiere


23
L. Pryor, Insegnare il futuro del giornalismo, in Problemi dell’informazione n. 3
settembre 2007

12
“Le tecnologie non sono semplici aiuti esterni,
ma comportano trasformazioni delle strutture
mentali, e in special modo quando hanno a che
fare con la parola […]. Le tecnologie sono artificiali,
ma […] l’artificialità è naturale per gli esseri
umani. La tecnologia, se propriamente interiorizzata,
non degrada la vita umana, ma al contrario
la migliora”
Walter J. Ong,
Oralità e scrittura. La tecnologia della parola

“Il riflesso condizionato di un adulto, quando pensa ad un


giornalista professionista, non contempla subito anche il supporto
elettronico”24. I lettori giovani, invece, hanno un bagaglio di
memoria e di tradizioni che è sempre meno legato alla vecchia
figura del reporter con penna e taccuino che annotava ogni
dichiarazione, fatto o evento al quale assisteva. I giovani non
hanno difficoltà ad attribuire ai giornali online piena
rispettabilità; quello che conta di più per questi lettori è la
praticità di usufruire delle notizie tramite l’utilizzo degli stessi
strumenti che usano per organizzare la propria vita: i programmi
di messaggistica istantanea, le e-mail, il telefono cellulare. Il
giornalista, nell’era di internet, per svolgere il suo mestiere usa
gli stessi strumenti che usano i suoi lettori per informarsi e per
comunicare tra loro senza però abbandonare quelli più
tradizionali.
Marco Pratellesi, direttore di Corriere.it, parla a ragione di
new journalism, non solo perchè ormai i giornali online sono una
realtà consolidata, ma anche perchè gli strumenti che consentono
di svolgere il mestiere del giornalista, su qualunque supporto,
sono molto cambiati. Secondo una ricerca del 2005, citata nel
precedente capitolo25, circa ¾ dei trentaquattro giornalisti
24
R. Staglianò, op. cit., p. 134
25
Vedi paragrafo 1.5

13
intervistati pensano che, per il futuro della loro professione,
l’aspetto tecnico sarà sempre più rilevante. Questo dato di fatto
del giornalismo moderno consente di non dover discutere più
sulla dignità professionale dei giornalisti online, che ormai è stata
acquisita, anche se ha faticato ad essere riconosciuta da tutto il
mondo professionale. Tuttavia esistono ancora delle “nicchie di
scetticismo”, come s’è accennato. Adesso, è necessario capire
come e in che modo questo nuovo giornalismo abbia contaminato
e influenzato i processi produttivi in redazione, imponendo nuove
regole e una nuova organizzazione del lavoro.
Gli assunti principali alla base dell’idea dell’esistenza di
un “nuovo giornalismo” sono due. Il primo riguarda la
professione del giornalista e nega l’esistenza di un suo
cambiamento. I giornalisti continuano ad essere coloro che
ricercano, selezionano e gerarchizzano le notizie che vale la
pena dare, estrapolandole da un flusso sempre maggiore di
informazioni per poi presentarle, nella maniera ritenuta di volta
in volta più adatta, al proprio lettore. Secondo Papuzzi, l’aspetto
chiave dell’attività dei giornalisti web è la selezione delle notizie.
Nel lavoro di redazione online “selezionare significa conoscere le
tecniche per separare la notizia principale dall’approfondimento,
che sta da un’altra parte, fra le possibilità offerte dietro un link.
Si tratta di una logica produttiva, fra l’altro, che è accentuata dal
bisogno di dare aggiornamenti costanti, garantendo la copertura
dell’avvenimento istante per istante”26.
Quello che è cambiato - ecco il secondo assunto - è il
modo di lavorare del giornalista. Secondo Pratellesi “le

26
A. Papuzzi, op. cit., p. 169

14
trasformazioni introdotte dai nuovi media stanno avendo sul
giornalismo un impatto tale da averne già modificato molte
pratiche e regole. L’accesso all’informazione globale, la
convergenza tra telecomunicazioni, computer e media
tradizionali avviata da internet, la velocizzazione del ciclo della
notizia, oggi sempre più fruibile in tempo reale, l’interattività, la
possibilità di disporre di contenuti multimediali su uno stesso
supporto, la personalizzazione e l’ubiquità dell’informazione, che
ormai ci accompagna sempre e ovunque grazie ai dispositivi
wireless, hanno avviato un processo di trasformazione che per
trovarne uno altrettanto radicale bisogna risalire alla rivoluzione
introdotta dalla penny press nel 1830”27.
Il mestiere del giornalista è profondamente legato allo
sviluppo delle tecnologie. Queste cambiano e si evolvono e lo
stesso accade al lavoro del giornalista che è già cambiato e
continuerà a cambiare sotto la spinta dell’innovazione.
All’inizio di tutte le trasformazioni che hanno contribuito
al cambiamento, e che caratterizzeranno ancora il futuro della
professione, c’è stato il computer. L’introduzione di questo
strumento all’interno delle redazioni giornalistiche fu il primo
passo del profondo mutamento che stiamo vivendo anche ai
giorni nostri. Anche se con qualche resistenza, il computer
occupò il posto che da decenni era proprio delle macchine per
scrivere e inizialmente fu usato soprattutto come una
modernizzazione di esse.
In merito all’introduzione del computer negli ambiti
lavorativi dei giornalisti non posso non considerare, in quanto

27
M. Pratellesi, op. cit., p. IX

15
giovane aspirante giornalista cresciuto digitando parole su una
tastiera, la svolta che si è registrata in Italia il 9 gennaio 2008 con
l’approvazione del Decreto di Legge n. 1939, sostenuto da tutte
le forze politiche parlamentari che introduce, finalmente, anche
se con un ritardo più che imbarazzante sulla realtà sociale, l’uso
del computer all’esame professionale dei giornalisti in
sostituzione della ormai più che obsoleta macchina per scrivere.
Questo evento forse incomincerà a favorire una maggior fiducia
della professione giornalistica nel nuovo media.
Nel mondo del giornalismo, comunque il ricambio
generazionale ha permesso di aumentare il contributo digitale
alla professione.
In un primo momento, l’utilizzo di internet ha reso più
difficile l’esercizio della professione perchè sono stati introdotti
nel lavoro redazionale degli strumenti di ricerca e di verifica
completamente nuovi. Con l’avvento del computer e della video
– impaginazione, insomma, il giornalista acquista il controllo di
tutto il processo produttivo della notizia. Non era mai successo
prima che i redattori potessero scrivere il pezzo direttamente in
pagina, titolarlo, inserire una o più foto e infine inviarlo in
tipografia praticamente già pronto per la stampa.
Questa semplificazione intrinseca introdotta dai computer
e dalla rete, se unita all’utilizzo di strumenti digitali come piccole
e leggere telecamere, computer portatili, videotelefonini
satellitari, consente di trasmettere in tempo reale le informazioni
e le immagini che gli inviati delle redazioni catturano sul campo.
Le dimensioni e i costi, relativamente bassi, di questi strumenti
consentono un forte risparmio e una maggiore facilità di

16
trasmissione dei servizi e dei pezzi giornalistici, garantendo la
produzione di “reportage istantanei”. Ma il computer ha
rivoluzionato la produzione giornalistica in tutti gli ambiti del
linguaggio giornalistico, modificando i principi che vi stavano
alla base. Papuzzi, per esempio, parlando dello stile giornalistico
dell’inchiesta (l’attività forse più affascinante e più “nobile” del
giornalismo), sostiene l’esistenza di un nuovo principio
deontologico che sta alla base del fare inchiesta e che è stato
introdotto dall’avvento del computer in redazione. Alla base del
lavoro di inchiesta non c’è solo the principle of truth telling (il
principio di raccontare la verità) ma anche il telling the whole
story (raccontare tutta la storia) dal momento che il computer
permette di “sondare e radiografare la realtà nella sua articolata
complessità”28.
Inoltre, come vedremo in maniera approfondita
successivamente, la facilità di diffusione degli strumenti digitali
consentono una maggiore facilità nella produzione delle
informazioni e della loro pubblicazione. Questo vale sia per i
semplici cittadini, sia per tutti quei giornalisti indipendenti o free
lance che si trovano nei luoghi dove avvengono gli eventi e che li
raccontano in maniera indipendente rispetto ai colleghi dei media
mainstream.
Un esempio chiaro riguarda gli scenari di guerra nei quali
l’esercito americano ha letteralmente reclutato dei giornalisti che
seguono giorno e notte i militari dell’esercito statunitense
raccontando la cronaca di quello che accade, ma con l’obbligo di
rispondere a delle regole precise stabilite dall’esercito americano

28
A. Papuzzi, op. cit., p. 56

17
che, di fatto, ne limitano la libertà di cronaca e di critica con la
pretesa di difendere la sicurezza nazionale. Questi sono i
cosiddetti giornalisti embedded. La necessità, sempre più
importante, di vedere e raccontare i fatti da punti di vista diversi
viene quindi soddisfatta dall’utilizzo da parte di giornalisti, non
“integrati”con una delle parti in campo, di tutte le tecnologie
digitali che consento loro di raccontare i fatti anche in situazioni
poco agevoli29. Infatti, “con pochi uomini e mezzi anche un
piccolo giornale online, o un singolo freelance sono nelle
condizioni di poter offrire una copertura mediatica degli
avvenimenti rilevanti per il proprio target”30.
Con l’utilizzo delle nuove tecnologie e l’avvento del
villaggio globale, a mutare non è stato solo il lavoro degli inviati,
embedded o free lance, ma anche il ruolo del desk che ha avuto
un nuovo riconoscimento professionale fino a diventare il “cuore
riconosciuto, pulsante, vivo del giornale”31. Il desk si è rivelato
ancora una volta fondamentale per controllare, confrontare,
collezionare fonti, ufficiali e non, all’interno di un flusso
imponente e continuo di notizie e informazioni che non sempre
risulta essere chiaro e trasparente. Il ruolo di controllore della
veridicità delle informazioni acquista, quindi, una importanza
sempre maggiore.
Nel lavoro di redazione, quindi, internet accresce la
quantità e l’accessibilità delle fonti tra le quali il giornalista deve
sapersi muovere con agilità e sicurezza, dal reale al virtuale,
trasformandosi così in un cronista globale che è in grado, grazie
29
M. Pratellesi, op. cit., pp. 29 - 32
30
C. Baldi, R. Zarriello, Penne digitali. Dalle agenzie ai blog: fare informazione
nell’era di internet, Centro Documentazione Giornalistica, Roma, 2005, p. 67
31
M. Pratellesi, op. cit., p. 37

18
soprattutto alla rete, di attingere informazioni da tutto il mondo e
di renderle pubbliche, tramite le redazioni online, con ritmi
temporali che sono ancora più ristretti rispetto a quelli delle
redazioni tradizionali.
La facilità di attingere ad una quantità sterminata di fonti e
informazioni e l’abilità nel saperle verificare, gestire e mettere
insieme, ha aperto nuovi e sterminati “campi di caccia” per le
inchieste giornalistiche, che hanno dato forma ad un nuovo stile
di giornalismo investigativo e di ricerca via computer che ha
anche trovato, negli Stati Uniti, un nome: pc assisted reporting.
Si può ragionevolmente sostenere che le novità nel mondo
della professione giornalistica non finiscono qui. La relazione
sempre più stretta tra internet e giornalismo ha sicuramente in
serbo delle novità che si svilupperanno nel tempo e che non è
dato ipotizzare oggi perché entrambi i campi sono in veloce
evoluzione.

2.3 La fine del giornalista “ad una dimensione”


Il processo di convergenza tra diversi media, generato con
la diffusione della rete, ha comportato nelle redazioni dei grandi
gruppi editoriali lo sviluppo di sinergie produttive tra diversi
media. Per i giornalisti questo ha comportato la necessità di avere
competenze nel campo dell’online, della produzione radiofonica
e televisiva, senza abbandonare molte delle prerogative della
carta stampata. Tuttavia, secondo Papuzzi, la convergenza non
significherà “mescolanza di profili professionali che, al contrario,
dovranno mantenere nitidamente le loro specificità per poter

19
essere complementari”32. Lo stesso Papuzzi, però, non nega che i
giornalisti debbano confrontarsi con nuove strumentazioni
tecniche e nuovi processi produttivi.
Enrico Pulcini nel suo Giornalismo su internet ritiene che
lo sforzo del giornalista che produce informazione su supporti
elettronici sia doppio perché “colui che scrive non solo deve
pensare ai concetti che vuole mettere in pagina, ma anche a
come essi dovranno apparire”33. Anche Carlini nel suo Lo stile
del web prende in considerazione il nuovo aspetto creativo di un
autore di testi web, e quindi anche del giornalista che “ora sa di
avere delle possibilità in più rispetto alla semplice successione di
righe dattiloscritte. E così non solo gli tocca pensare per blocchi
il suo testo, ma deve anche immaginarlo in forma pittorica”34.
Leopoldina Fortunati, pensando al futuro (sempre più prossimo)
del giornalismo, ritiene che “il giornalista del futuro sarà in grado
di usare parole, suoni e immagini, cioè sarà un giornalista
multimediale”35.
Si parla quindi di una nuova figura professionale, nel
mondo del giornalismo, che Sara Peticca definisce multimedia
reporter, ovvero “un reporter che si dedica anche alla raccolta di
audio e video da ‘mandare’ sulla rete contemporaneamente
all’articolo”36.
Nel momento in cui il giornalista diventa “multimediale”,
deve essere in grado di scattare o cercare fotografie, di effettuare

32
A. Papuzzi, op. cit., p. 175
33
E. Pulcini cit. in E. Carelli, op. cit., p. 119
34
Cit. in G. Lughi, op. cit., p. 56
35
L. Fortunati, M. Sarrica, F. De Luca, L’interattività in redazione, in Problemi
dell’informazione, n. 1 marzo 2007
36
S. Peticca, Il giornale on line e la società della conoscenza, Rubettino, Soveria
Mannelli, 2005, p. 91

20
riprese e conoscere i meccanismi del montaggio o registrare in
audio voci, commenti o interviste per poi riportarle, in parte o
integralmente, sul sito della propria testata sotto forma di file
audio ascoltabili o anche scaricabili in podcasting37. Se altri
soggetti professionali dovessero svolgere questi compiti al posto
del reporter, come avveniva fino a qualche tempo fa con i media
tradizionali, i costi di realizzazione del prodotto sarebbero più
elevati.
Il ruolo del giornalista nella redazione non si limita al pur
gravoso sforzo di produrre interamente una notizia multimediale
con tutto quello che comporta, dalla verifica delle fonti alla
produzione del testo e del materiale multimediale da affiancarvi.
Sono molto diffusi ormai molti strumenti di interazione con i
lettori online per cui è sempre più frequente la creazione di forum
di discussione tra il giornalista e i suoi lettori riguardo ai temi più
disparati, ma che spesso riguardano gli argomenti trattati in un
pezzo di cui il giornalista è sempre più tenuto a darne conto. E’ il
reporter che apre la discussione e la gestisce acquisendo, così,
anche un nuovo compito, che è quello di moderatore del dibattito
che si viene a creare in seguito alla pubblicazione del suo
prodotto informativo.
Inizialmente nel mondo degli autori/scrittori e anche,
quindi, nel mondo dei giornalisti queste innovazioni testuali sono
state vissute come momenti di crisi. Ma, come in ogni situazione
di crisi, i risultati possono essere due: o si blocca l’attività
creativa oppure possono nascere delle forme espressive nuove,

37
Da http://it.wikipedia.org/wiki/Podcast: Il podcasting è un sistema che permette di
scaricare in modo automatico documenti (generalmente audio) chiamati podcast,
utilizzando un programma generalmente gratuito chiamato aggregatore o feeder.

21
anche se a prezzo di un nuovo sforzo cognitivo, di
aggiornamento e di comprensione della portata della novità.
Essere autore, quindi, significa anche controllare la nuova
tecnologia e non solo applicare le nuove forme alle vecchie
strutture comunicative38.
In conclusione, il giornalista nell’era della società
dell’informazione non deve sapere solo raccontare e descrivere i
fatti, ma deve approfondirli e “decorarli” con tutti gli strumenti
che le nuove tecnologie digitali e internet gli mettono a
disposizione. Questo comporta che per produrre dei testi
giornalistici moderni, ipertestuali, multimediali e interattivi,
l’autore deve essere padrone di tutte quelle tecnologie che gli
possono permettere di mantenere sempre attuali i suoi articoli.
Tutto questo richiede una estrema flessibilità, rapidità di pensiero
e velocità d’azione e una preparazione molto approfondita nei
diversi media che si hanno a disposizione.
Secondo Pratellesi, “i giornalisti che avranno più mercato
nel futuro saranno quelli in grado di gestire le notizie
muovendosi con disinvoltura fra i vari media”39.
Negli Stati Uniti, l’entusiasmo nei confronti della
convergenza tra media e redazioni di supporti diversi è stata
smorzata da una ricerca condotta da John Russial, ricercatore e
professore di giornalismo dell’Università dell’Oregon e per molti
anni giornalista del Philadelphia Inquirer. Lo studio ha coinvolto
210 testate statunitensi con una tiratura superiore alle trentamila
copie, e ne è risultato che è vero che le redazioni sono sempre
più “integrate”, ma la tradizionale organizzazione del lavoro al
38
G. Lughi, op. cit., p. 57
39
M. Pratellesi, op. cit., p. 41

22
loro interno è rimasta immutata. Emerge infatti che la maggior
parte dei giornalisti tradizionali non dedica alla cronaca online
più del 10% del proprio orario di lavoro. E, spesso, anche i
videoclip messi in rete non sono girati dai giornalisti stessi, ma
dai fotografi di redazione. Secondo il ricercatore questi risultati
non sono dovuti solamente all’inerzia che caratterizza
tipicamente le grandi testate ma anche a valutazioni di tipo
economico, in quanto non sembra che l’utilizzo di prodotti
multimediali da parte delle testate online abbia
significativamente aumentato il numero di lettori-utenti. Russial
non solo è scettico sulla possibilità di formare dei giornalisti
tuttofare, ma dubita che siano veramente richiesti o addirittura
utili nel mercato dell’informazione. Secondo Russial, infatti,
“presumibilmente anche in futuro uno specialista continuerà ad
avere migliori possibilità di lavoro rispetto a un giornalista
multimediale”. Il nodo vero della questione è, però, che il
giornalista multimediale sta diventando una figura professionale
specializzata.
Il cammino in questa direzione è ancora lungo e non privo
di incertezze e di sorprese. E’, però, difficile negare il vantaggio
che un professionista che sappia utilizzare, a seconda delle
proprie esigenze, diversi supporti tecnici ha nei confronti di chi
ne sa utilizzare al meglio solo uno in un mondo dove
l’informazione multimediale si sta diffondendo sempre di più.

2.4 Le fonti e il problema della credibilità


“Le fonti – come scrive Papuzzi in Professione giornalista
– sono la base della notizia e gran parte del valore di una notizia

23
dipende dalla capacità di individuarle, organizzarle, trattarle,
saggiarle, ci troviamo di fronte a una questione cruciale: sono la
quantità e la qualità delle fonti a fare la differenza tra i giornali e
fra i giornalisti”40. Le fonti sono lo strumento fondamentale
attraverso il quale il giornalista può elaborare i fatti per creare le
notizie. L’uso corretto di questi strumenti è necessario a garantire
la veridicità e la correttezza dell’informazione, che sono
fondamentali nel definire la buona pratica della professione
giornalistica.
Nel 2002 un’indagine su scala mondiale condotta dalla
Hopscotch su un campione di 418 giornalisti appartenenti alle
varie categorie dell’informazione rivela che il Web è la prima
fonte di informazione. Internet si pone come fonte primaria
dell’informazione per il 41,7% dei giornalisti, prima della rete di
conoscenze personali (35,4%) e degli altri media (22,9%).
Vengono privilegiati i siti delle aziende, dei media e delle
newsletter specialistiche, i database informativi ed i portali. Il
50% dei giornalisti usa la chat o servizi di messaggeria istantanea
(Icq, Yahoo!, Msn Messenger) e il 12,4% frequenta abitualmente
i forum di discussione. Nel loro lavoro quotidiano preferiscono
comunicare per e-mail (64,4%) rispetto alla posta ordinaria
(22,9%) e al fax (12%). Infine, il 90% dei giornalisti interpellati
ha dichiarato che Internet ha un impatto positivo sul loro
lavoro41.
Da questa indagine si evince che la rete non è solo la fonte
delle informazioni del grande pubblico, ma è il canale principale
anche degli addetti ai lavori che operano indifferentemente sulle
40
A. Papuzzi, op. cit., p. 28
41
E. Carelli, op. cit., p. 47

24
fonti tradizionali e su quelle del web. Per esempio, si sono
moltiplicati gli attori sociali (Pubbliche amministrazioni,
associazioni, aziende) che comunicano tramite internet,
favorendo la moltiplicazione delle fonti di primo livello42
disponibili ai quali tutti gli utenti internet possono accedere. La
rete dunque non è solo il palcoscenico dell’informazione, ma ne è
anche la fonte43. Tuttavia il web viene usato in maniera ancora
marginale rispetto alle fonti tradizionali come le agenzie di
stampa, anche se, nei giornali americani, le fonti citate in un
articolo web sono ormai superiori alle fonti citate mediamente
negli articoli dei giornali cartacei44.
L’utilizzo sempre più massiccio di internet come fonte
delle notizie può far nascere dei dubbi su quella che è la
veridicità del prodotto finale del lavoro quotidiano del
giornalista: le notizie. Il tema della credibilità del giornalismo
online è centrale e va al cuore del giornalismo e della pratica dei
professionisti del settore.
Spesso si sente dare, o si legge, da parte di molti
giornalisti, un giudizio severo sulla reale credibilità che internet
possiede come mezzo di diffusione delle informazioni. Troppo
spesso si è cercato di sopperire a delle carenze di professionalità
puntando il dito contro un media che sta stravolgendo molte delle
regole classiche dell’esercizio della professione giornalistica, ma
non certo quella di un’accurata verifica delle fonti. Troppo

42
Le fonti di primo livello sono quelle che garantiscono credibilità all’informazione
o perché possiedono un’autorevolezza istituzionale o perché viene loro riconosciuta
una competenza specifica.
43
M. Pratellesi, op. cit., p. 78
44
V. Sabadin, op. cit., p. 61

25
spesso, ancora, si sente addossare la colpa, per un errore in una
notizia, allo strumento che ha permesso di renderla pubblica.
E’ anche vero che i siti di informazione diventano, a loro
volta, fonti per altri media e la consapevolezza - da parte dei
giornalisti - che su internet non esistono versioni definitive e che
tutto può essere cambiato, ha un effetto liberatorio sui loro freni
inibitori, cosicché essi comportano, come scrive Pratellesi, come
pesci che quando nuotano soli si avvicinano con sospetto all’esca
e spesso riescono ad evitarla, mentre quando sono in branco
tendono ad abboccare a qualsiasi cosa per la sola paura di essere
preceduti da un concorrente45.
I giornalisti che lavorano per delle testate mainstream
sembrano essere più impacciati con il nuovo mezzo rispetto ai
giornalisti free lance che hanno una conoscenza approfondita
degli strumenti, delle fonti e dei metodi di ricerca più efficaci che
gli consentono di effettuare anche ricerche molto complesse.
Comunque, è plausibile immaginare che, con l’aumento
delle capacità e della padronanza degli strumenti da parte dei
giornalisti, la diffidenza verso il controllo sul web delle della
veridicità delle notizie pubblicate su carta sia sempre meno
diffusa e tenda a scomparire; anche se, come ha sostenuto Nicola
Rabbi in un suo articolo su Problemi dell’Informazione, “la
superficialità con cui a volte i giornalisti si accostano ad internet,
nonostante che la rete sia diffusa nel nostro paese da più di dieci
anni, non tende a diminuire”46. Già una ricerca del 2001, portata
avanti negli Stati Uniti e denominata Digital journalism
credibility project, elaborata dall’Online news association, ha
45
M. Pratellesi, op. cit., p. 49
46
N. Rabbi, Fonti in rete, in “Problemi dell’informazione” n. 3 settembre 2007

26
fornito dei dati quantitativi che consentono di dire che “il
sospetto [sulla credibilità delle informazioni su internet] stia
molto di più nella testa di certi colleghi [giornalisti] d’antan che
nel pubblico, dal momento che, mentre il 47,9% del campione
interpellato è convinto che i siti forniscano un’immagine
completa delle notizie, solo il 17% dei colleghi la pensa allo
stesso modo”47. Questo significa che, quando è stata effettuata la
ricerca, meno di un giornalista su cinque riteneva che il
giornalismo su internet fosse di buona qualità.
Ma un’entità’ virtuale, quale è un sito internet, per sua
stessa definizione non può produrre dei significati se al suo
interno questi non vengono ideati e realizzati dagli uomini in
carne ed ossa. La realtà è che, online come offline, la credibilità è
una conquista quotidiana. Per questo motivo ritengo che la
questione - da qualcuno considerata un vero e proprio problema -
dell’attendibilità e della veridicità delle notizie diffuse su internet
sia un falso problema. Cerco di spiegarmi meglio.
Il concetto di attendibilità di una notizia non può
dipendere dal mezzo con cui essa è veicolata, anche se il medium
elettronico sembra aver dovuto subire un onere supplementare di
prova nei confronti del pubblico. Internet è uno strumento nelle
mani dell’uomo, che ne fa l’utilizzo che ritiene migliore. Per
dirla con le parole di Manuel Castels nell’introduzione a
Galassia internet: “Internet è espressione di quello che siamo”48
e di come lo comunichiamo, aggiungo io. Quindi, il bersaglio
delle eventuali critiche dovrebbe essere chi utilizza questo
strumento nel campo dell’informazione, ovvero colui che si fa
47
R. Staglianò, op. cit., p. 122
48
M. Castels, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2001

27
garante delle notizie stesse, il giornalista. E’ lui che ha in mano la
propria credibilità, quella dei suoi prodotti, della testata per cui
lavora ma soprattutto quella del suo mestiere; sta a lui utilizzare
nella maniera più consona, e utile ai fini del suo lavoro, i mezzi
che ha a disposizione. Se questo non avviene, e il risultato è la
produzione di notizie non veritiere, la colpa non è di internet, ma
di chi queste notizie le ha realizzate senza i necessari
accertamenti. In questo ambito si inserisce l’importanza
dell’utilizzo della firma dei redattori di ogni articolo anche sul
web49 (alla quale in un primo momento non si dava molta
importanza e spesso veniva omessa), poiché “la credibilità di un
giornale, come degli altri media, è costruita sulla somma delle
singole credibilità dei suoi giornalisti. Il buon nome di una testata
è il prodotto della serietà e professionalità dei giornalisti che si
sono succeduti nei vari ruoli all’interno del giornale”50.
In questo percorso di analisi della credibilità delle notizie
diffuse via internet bisogna rifarsi alla distinzione tra oggettività
e obiettività descritta da Massimo Baldini, secondo cui una
proposizione, una notizia o un’informazione è oggettiva se i
lettori hanno la possibilità e i mezzi per poterla controllare.
L’obiettività, invece, è specifica del giornalista, della sua
persona. Il giornalista può essere più o meno obiettivo e “quando
diciamo che una persona è obiettiva intendiamo che questa
persona è onesta”. Non c’è dubbio che le opportunità che
vengono offerte in via teorica dalla produzione di informazione
online tendono decisamente verso una crescente oggettività della
49
Nei primi anni del giornalismo online l’idea predominante era che i contenuti del
sito internet della testata fossero dei contenuti collettivi per cui non appariva mai il
nome dell’autore (tranne in alcuni casi particolari) in coda o in testa all’articolo.
50
M. Pratellesi, op. cit., p. 87

28
notizia che è data dalla facilità per il lettore di poter consultare
direttamente le fonti utilizzate per produrre la notizia letta51.
Baldini sosteneva che “i giornali migliori sono quelli che tendono
all’oggettività”, facendo questo, però, “rinunciano al rapporto
fiduciario col lettore”52. Nell’online, il rapporto fiduciario si
rafforza proprio per la maggior trasparenza che il medium
consente di realizzare al produttore di informazioni, il quale
garantisce ai propri lettori la libertà di poter consultare le fonti da
cui nascono le notizie che produce, conquistandosi una maggiore
fiducia e credibilità.
Questa trasparenza è uno spartiacque importante che
distingue internet dai media tradizionali che, strutturalmente, non
possono garantire un simile livello di trasparenza. Facendo
informazione online è possibile rendere pubblica l’identità delle
fonti che vengono utilizzate per la redazione della notizia tramite
semplici link.
“Nessuna fonte è realmente neutra, numerose fonti, in una
società organizzata in funzione dell’informazione sono di
parte”53, ma chiarirne la provenienza consente al lettore di
valutarne la partigianeria rendendo più limpida la notizia e
tendendo a quel concetto di obbiettività di cui parla Baldini.
Inoltre, la pubblicità delle fonti costituisce un limite alla
discrezionalità del giornalista nella costruzione della notizia, che
può essere valutata in maniera più chiara dai lettori che hanno
aspettative di trasparenza sempre maggiori.

51
M. Baldini, Obiettività e oggettività, due realtà distinte, in Giornali,
l’informazione dov’e’?, a cura di D. Antiseri e G. Santambrogio, Rubettino, Soveria
Mannelli, 1999, cit. in S. Peticca, op. cit., p. 102
52
Ivi
53
A. Papuzzi, op. cit., p. 34

29
La possibilità di poter rendere pubbliche le fonti di una
notizia non deve far allentare il controllo che il giornalista deve
sempre avere su di esse se non vuole rischiare di diffondere
notizie errate. La trasparenza è uno strumento che consente a chi
produce l’informazione di mostrarsi corretto e oggettivo nei
confronti del pubblico ma questo non gli consente, in ogni caso,
di venire meno alle prerogative della professione (in realtà, più
anglosassoni che italiane) che impongono, per correttezza, di
verificare anche le fonti cosiddette primarie. Il giornalista deve
offrire le fonti più credibili e attendibili al lettore che le volesse
verificare e non le prime pescate a caso nel mare magnum della
rete. Anche nell’ambito della scelta delle fonti viene in risalto
l’importanza del processo di selezione che è alla base della
funzione giornalistica.
Per vincere la sfida della credibilità dell’informazione
online, quindi, dovrebbe essere sufficiente adottare i metodi
consueti di qualità che accompagnano le varie fasi della nascita e
della produzione di una notizia. Per il giornalista questo consiste,
né più né meno, nel fare bene il proprio mestiere. Anche perchè,
online è comunque la qualità, più che la fretta, a fare la
differenza.

2.5 Gli “One - man newspaper”


Sulla rete è possibile creare dei siti-giornali che, a volte,
conseguono anche un certo successo, da parte di individui che
non possiedono un curriculum professionale giornalistico. La
stessa cosa può essere fatta da parte degli stessi giornalisti che

30
pensano di poter fare affidamento su un proprio pubblico che li
seguirà in rete e che, si spera, possa accrescersi e fidelizzarsi nel
tempo.
Gli One-man newspaper, quindi, sono dei siti internet di
notizie, curati e diretti dalla stessa persona che, diventando
editore di se stesso, gode anche degli eventuali profitti che riesce
a conquistare. Secondo Staglianò, questo processo di
personalizzazione dei siti di informazione è un’anticipazione di
come i blog modificano il rapporto di certi giornalisti con il
proprio pubblico. Un giorno, più o meno vicino, “ogni
appassionato di una certa materia si metterà a fare concorrenza ai
giornalisti e ai siti editoriali che se ne occupano fornendo
coperture dettagliatissime e informatissime di un singolo
argomento oppure selezioni di notizie alternative a quelle dei
media istituzionali”54.
Un esempio su tutti di come un individuo non legato alla
professione giornalistica possa esercitare una effettiva
concorrenza ai giornalisti è quello del Drudge Report55, fondato
da Matt Drudge nel 1995. Il grande vantaggio di cui gode un sito
come il Drudge sta nel fatto che, non trattandosi di una testata
legata al mondo dei giornali e del giornalismo, non sono
necessari tutti quegli accorgimenti e quelle attenzioni che
caratterizzano la produzione di notizie di una testata giornalistica
tradizionale, sia online che offline come, ad esempio, una linea
editoriale da seguire, un codice deontologico e una specifica etica
professionale.

54
R. Staglianò, op. cit., p. 180
55
L’url del sito è www.drudgereport.com

31
Quando fondò il suo sito internet, Matt Drudge non era un
giornalista ma un giovane commesso in un negozio della CBS 56 a
Los Angeles. Grazie a questo lavoro Drudge è entrato in contatto
con diversi reporter televisivi e ha iniziato ad orecchiare i
retroscena delle notizie che riguardavano soprattutto il mondo
dello spettacolo. Il suo sito, infatti, è essenzialmente un sito di
gossip sulle celebrità dello spettacolo, ma anche della politica. E’
proprio in questo campo che drudgereport.com ha conquistato
un suo spazio nel mondo dell’informazione facendo scattare,
involontariamente, un profondo processo di cambiamento al suo
interno.
L’evento che ha fatto saltare alla ribalta il sito del giovane
commesso è stata la pubblicazione della notizia che l’allora
presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, avrebbe avuto una
relazione sessuale con una stagista della casa bianca, Monica
Lewinsky. Il Drudge Report diede un “buco” a tutti gli altri
media americani che pure erano a conoscenza di “voci” che però,
trattandosi di una notizia molto delicata, dovevano essere
verificate nei minimi dettagli. Fu proprio la libertà da questi
vincoli qualitativi e di accuratezza dell’informazione che permise
a Drudge di superare i professionisti del settore, nello specifico la
testata settimanale “Newsweek”. Le vicende successive hanno
dimostrato che la notizia pubblicata dal Drudge era veritiera, ma
questo non ha sgombrato il campo dalle polemiche riguardanti lo
scarso rispetto che un individuo che crea informazione, grazie
alla facilità di operare offerta da internet, ha per le questioni
etiche e deontologiche che sono alla base del corretto

56
La CBS è un canale televisivo statunitense.

32
svolgimento della professione giornalistica e che pongono in
essere le condizioni affinché l’informazione possa dirsi di
qualità.
Il modello di giornalismo, che ha trovato la definitiva
consacrazione dopo la vicenda del sex gate e le rivelazioni in
anteprima del drudgereport, è quello del cosiddetto “cagnaccio
da letamaio”. Il politologo americano Larry J. Sabato, partendo
dalla tradizionale definizione di giornalismo come cane da
guardia, è giunto a definire “cagnaccio da letamaio” quel tipo
giornalismo, sempre più diffuso ai nostri giorni, aggressivo,
pettegolo e pronto a vendere come notizie voci incontrollate, nel
quale i giornalisti non distinguono più tra vita pubblica e privata
e spacciano per giornalismo investigativo la costante ricerca di
scandali57. Drudge stesso non si definisce un giornalista ma un
“informatore”58; questo, però, non può bastare ad esentarlo
dall’applicazione dei consueti standard della professione
giornalistica.
In Italia un esempio di One-man newspaper è il sito
www.dagospia.com, messo in piedi da Roberto D’Agostino, già
commentatore televisivo e penna di costume per “L’Espresso”,
“Il Messaggero” ed altre autorevoli testate. Questo passato
professionale dell’editore del sito distingue alla base Dagospia
dal Drudge report. Quello di D’Agostino era un “marchio” già
prima della rete e , quando ha deciso di intraprendere la strada
autartica di internet, egli non aveva più problemi economici59. Lo
stesso D’Agostino dichiara sul suo sito di non essersi messo in

57
Cit. in M. Pratellesi, op. cit., 48
58
R. Staglianò, op. cit., p. 132
59
Ibidem, p. 133

33
proprio per avere guadagni maggiori ma, con le sue stesse parole,
per togliersi “quelle soddisfazioni che nei giornali non riuscivo
più ad avere”, perché la rete è uno strumento che può permettere
una totale emancipazione da linee editoriali stabilite dai capi
delle testate.
Queste sorta di me-zines60, i siti – giornali tenuti da singoli
giornalisti, sono una cosa ben diversa dal daily me di
“negropontiana” memoria. Il daily me elaborato dal direttore del
Mit era un supporto hardware che doveva consentire ai suoi
utenti di poter ricevere direttamente e automaticamente su quel
supporto le notizie aggiornate riguardanti quegli argomenti ai
quali l’utente decideva di attingere. Insomma, il lettore – utente
era attivo nella fruizione dell’informazione, scegliendo
esplicitamente i contenuti di cui servirsi.
Quando un giornalista o un cittadino qualunque apre un
proprio sito di informazione non si limita più a scegliere quali
contenuti prodotti in rete utilizzare. La sua libertà va ben oltre la
“libertà di scelta” dei contenuti. Lui i contenuti li produce
direttamente ponendosi sullo stesso piano del sito internet di una
testata professionale. Questi siti non rispecchiano altro che il loro
punto di vista sul mondo, e lo esibiscono61 così come, più o meno
e con modalità diverse di caso in caso, fanno le testate
giornalistiche tradizionali.
2.6 Situazione giuridica e nuovi reati
“E’ forse possibile privare un
giornalista del suo naturale
diritto di vedere, annotare,
arrivare a cogliere il senso
di ciò che accade?”

60
Ibidem, p. 182
61
Ivi, p. 182

34
Frida Abromovna Vigdorova,
In Genealogia di Izrail’ Metter

Il quadro normativo dell’informazione giornalistica online


attinge alla disciplina giuridica della stampa tradizionale. Il più
delle volte le norme esistenti sono sufficienti, anche per i nuovi
strumenti, se interpretate nella maniera più consona e adeguata ai
tempi che corrono.
La libertà di espressione è uno dei fondamenti basilari su
cui si fonda una moderna democrazia e attraverso cui si esercita
una fetta importante della vita civile e sociale dei cittadini di uno
stato libero.
In Italia, la libertà di manifestazione del pensiero è
contemplata nell’art. 21 della Costituzione che al suo primo
comma recita: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero, con la parola, con lo scritto e ogni altro
mezzo di diffusione”. Nello stesso articolo vengono previsti dei
limiti all’esercizio di questa libertà, che nel corso della storia
repubblicana sono stati interpretati in maniera diversa, soprattutto
per quanto riguarda l’ambiguità della definizione di “buon
costume” che la libera espressione di ogni individuo non deve
violare. Questo concetto può essere assimilato alla nozione
penale di “comune senso del pudore e della pubblica decenza”,
ma sappiamo che col cambiare dei tempi anche molti costumi
della nostra società cambiano, causando mutamenti proprio nei
significati attribuiti ai concetti di pudore e decenza pubblica, i
quali si evolvono e non permettono al legislatore o ai giudici di
darne una definizione univoca, che sia valida sempre e per
chiunque. Per questo motivo, questi limiti costituzionali alla

35
libertà di espressione devono essere valutati all’interno del
contesto temporale in cui ne viene richiesta la verifica.
Il diritto alla libertà di espressione sancito dall’art. 21
della Costituzione è venuto ad espandersi nel corso degli anni
con l’attività giurisdizionale che ha permesso di far evolvere il
concetto alla base dell’articolo riconoscendo una serie di ulteriori
diritti ad esso collegati. La Corte Costituzionale con la sentenza
n. 105 del 1972 ha, nella pratica, definito i vari diritti che
possono essere riconosciuti sotto la concezione del più generico
diritto di espressione. Così recita una parte della sentenza: “Dalla
libertà di espressione e manifestazione del pensiero si è passati a
configurare una libertà o diritto di cronaca, per arrivare poi, in
epoca più recente, a parlare di diritto di informazione e ad
ipotizzare anche, da parte di alcuni, l’esistenza di un interesse
prima e, poi, di un vero e proprio diritto all’informazione del
soggetto passivo, ascoltatore o lettore”.
Quindi, sotto la tutela dell’art. 21 vanno in realtà
considerati diversi diritti direttamente correlati al diritto alla
libera espressione e manifestazione del pensiero. Il primo di
questi è la libertà d’informare, ovvero il diritto di cronaca che è
legittimo purché rispetti determinati requisiti stabiliti per legge
che sono l’obbligo di verità, dell’utilità sociale e della civile
esposizione dei fatti62.
Altre limitazioni all’esercizio del diritto di cronaca sono
stati introdotti nel 1996 con la legge 675 sulla privacy che ha
anche istituito la figura del Garante per la protezione dei dati
personali. Il diritto di accesso, invece, sancisce la libertà di

62
Sentenza della Corte di Cassazione n. 5259 del 1984.

36
informarsi da parte di ogni cittadino63. Infine, la citata sentenza
della Corte Costituzionale prevede per la prima volta un vero e
proprio diritto passivo nel campo dell’informazione, ovvero il
diritto, che ogni cittadino può esercitare, di essere informato che
dovrebbe essere la garanzia alla base di un sistema pluralistico
dell’informazione che consenta completezza e obiettività del
flusso delle notizie64.
Come recita l’art. 21 la libertà di espressione può essere
esercitata “con la parola, con lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione”; nella nostra epoca, quindi, anche tramite la rete che
ha i caratteri necessari per garantire il pluralismo delle voci: non
prevede barriere o ostacoli all’accesso ed infine è acefala, ovvero
è dotata di una struttura priva di gerarchie o di un centro
direzionale, in cui, di conseguenza, i grandi gruppi di potere non
hanno eccessiva influenza sullo sviluppo del flusso delle
informazioni65.
Nel 2001, dopo sei anni in cui internet aveva visto un
aumento vertiginoso di accessi, è stata emanata la legge n. 62
sull’editoria che definisce anche lo status giuridico del
giornalismo online. La legge, dal titolo “Nuove norme
sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5
agosto 1981, n. 416” definisce, nel suo primo articolo, come
prodotto editoriale: “Il prodotto realizzato su supporto cartaceo,
ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla
pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni

63
In questo ambito si inseriscono, per esempio, le molte iniziative di e-government
intraprese dalle istituzioni che vanno nella direzione di rendere pubblici atti e
informazioni riguardanti le proprie attività ed iniziative.
64
E. Carelli, op. cit., pp. 103 - 106
65
Ibidem, p. 114

37
presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o
attraverso, la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione
dei prodotti discografici e cinematografici”. In questa definizione
vi è, quindi, l’equiparazione piena di trattamento tra i giornali
cartacei e le testate online, che quindi devono rispettare gli stessi
obblighi di legge.
I prodotti online devono, cioè, indicare il luogo e la data di
pubblicazione, il nome e il domicilio dello stampatore (online il
server che ospita il sito) e dell’editore. Inoltre, se diffuse con
periodicità regolare e se hanno una testata che le contraddistingue
in maniera specifica, devono registrarsi presso il tribunale e
nominare un direttore responsabile iscritto all’Albo tenuto dal
Consiglio dell’Ordine66.
Nel periodo successivo all’entrata in vigore della legge 62
del 2001 ci fu, soprattutto su internet, una polemica molto forte,
dovuta al timore che la legge imponesse degli obblighi anche ai
siti, personali e non, che producevano contenuti di tipo
giornalistico senza avere una redazione vera e propria ma per
semplice volontà personale, esercitando di fatto su di essi
un’azione di tipo censorio. L’allora sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio con delega per l’Editoria, che seguì
tutto l’iter della legge, Vannino Chiti, sgombrò il campo da ogni
ipotesi di tentativo di censura della libera espressione online. In
un comunicato, l’esponente del governo sostenne che la legge
non limitava nessuno, ma avrebbe offerto a tutti delle opportunità
concrete, dato che la registrazione presso i tribunali era
obbligatoria solo se si voleva accedere all’erogazione di

66
Ibidem, p. 110

38
sovvenzioni e contributi statali67. Inoltre, sottolineava il
comunicato, “i giornalisti professionisti online hanno finalmente
potuto godere dell’applicazione di un contratto giornalistico, e
quindi del conseguente trattamento previdenziale, della
retribuzione degli straordinari, del diritto di aderire agli scioperi
indetti dalla categoria[…]”68.
Nell’agosto del 2007 il governo Prodi ha elaborato un
disegno di legge per una nuova disciplina dell’editoria che ha
scatenato forti polemiche del mondo online poiché alcuni aspetti
del documento riproponevano una serie di ambiguità riguardo al
normale e libero esercizio della libertà di pensiero in rete. In
questo disegno di legge, all’art. 2, si definisce come prodotto
editoriale “qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di
informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento,
che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma
nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene
diffuso”. Non sono considerati prodotti editoriali “quelli
destinati alla sola informazione aziendale”, mentre la disciplina
sui prodotti editoriali non si applica a prodotti discografici e
audiovisivi. Come è evidente, rientrano nella categoria di
prodotti editoriali anche blog, siti personali e altri prodotti che su
internet spesso si sono formati su base volontaria, libera e
gratuita e che hanno permesso di estendere la visibilità dei
pensieri di coloro i quali si siano cimentati, e si cimentano, in
attività del genere. La norma di questo disegno di legge che ha
suscitato le veementi polemiche del mondo della rete è, però,

67
Su questo aspetto molto controverso bisognerebbe fare chiarezza, soprattutto sulla
reale necessità di sovvenzioni statali nei confronti di imprese editoriali.
68
In E. Carelli, op. cit., p. 124

39
l’art. 6, comma 1, che stabilisce che “ai fini della tutela della
trasparenza, della concorrenza e del pluralismo nel settore
editoriale, tutti i soggetti che esercitano l’attività editoriale sono
tenuti all’iscrizione nel Registro degli Operatori della
Comunicazione”. Per chi crea contenuti in rete, il rischio sarebbe
stato quello di doversi conformare alla normativa sull’editoria,
dovendo quindi rispondere agli stessi obblighi che vincolano la
produzione e la diffusione delle testate giornalistiche. Va da se
che molti “prodotti editoriali” personali e volontari verrebbero
meno nel momento in cui fosse obbligatorio doversi registrare
nei R.o.c. e, di conseguenza, rispondere agli stessi obblighi di
legge ai quali devono conformarsi i grandi gruppi editoriali.
Questa norma, invece che garantire la concorrenza e il
pluralismo, rischia di essere un concreto ostacolo a questo
principio cardine della libertà dell’informazione favorendo, di
fatto, i gruppi editoriali con le “spalle larghe” e rendendo difficile
la vita di chi vorrebbe esprimere il proprio pensiero ad un
pubblico avendo facilmente a disposizione gli strumenti per farlo.
Come sappiamo, il governo Prodi è caduto all’inizio della
primavera del 2008 per cui l’iter di approvazione di questo
disegno di legge è fermo. Staremo a vedere se proseguirà il suo
cammino istituzionale o se verrà accantonato, mentre rimane in
vigore la legge approvata nel 2001.
In base alla legge in vigore, quindi, l’informazione online
è sottoposta non solo agli stessi diritti dell’informazione
tradizionale, ma subisce anche le stesse limitazioni. Sono vietate,
anche su internet, le manifestazioni del pensiero che siano
contrarie al “buon costume”, che violino l’ordine pubblico

40
(istigazione a delinquere, vilipendi, violazioni di segreti) e
privato (reputazione, onore, privacy, nome, immagine, identità
personale). Per quel che riguarda il concetto di “buon costume”
occorre fare, però, una precisazione. Sulla rete è molto difficile
raggiungere siti con determinati contenuti in maniera accidentale
o casuale perché quasi sempre l’ingresso è vincolato alla volontà
dell’utente che deve dichiarare espressamente di avere raggiunto
la maggiore età e spesso deve anche effettuare un login69 , per cui
è difficile attribuire la responsabilità di una violazione delle
norme sul buon costume solo a chi emette determinati contenuti
senza considerare anche le responsabilità di chi ne usufruisce in
piena coscienza.
Tornando alla necessità di registrare le testate
professionali online, estendiamo il nostro ragionamento alle
ragioni di tipo legale che richiedono la conoscibilità di chi è
responsabile per i contenuti pubblicati su un determinato sito di
informazione. Il giornale online, alla stregua dei giornali su carta,
può diventare uno strumento pericoloso in quanto veicolo di
informazioni verso un pubblico potenzialmente molto vasto, se
queste informazioni contengono delle notizie che possano, ad
esempio, ledere la reputazione delle persone.
Per quanto riguarda lo specifico reato della diffamazione a
“mezzo web” ci sono visioni contrastanti nella dottrina. Secondo
Eben Moplen, storico del diritto alla Columbia University, i
concetti di reputazione e onore perderanno forza man mano che i
miliardi di abitanti della terra saranno sempre più interconnessi
tra loro tramite la rete. Ma già nel 2001 Mike Godwin, avvocato
69
Consiste nell’iscrizione ad un sito internet inserendo un proprio nome utente di
riferimento ed una password personale.

41
specializzato in questioni del cyberspazio, sosteneva che “il
concetto stesso di diffamazione non ha più senso in rete” dal
momento che le eventuali vittime di questo reato sulla rete hanno
la possibilità di rispondere velocemente e facilmente,
dimostrando il dolo da parte del diffamatore, se questi esiste
realmente. Di contro, Robert M. O’Neil, professore di diritto
costituzionale e cyberdiritto all’Università della Virginia,
sostiene che i giornalisti online hanno sulle loro spalle una
grande responsabilità. Questa deriva dal fatto che la diffamazione
via internet ha un impatto più permanente di quella tradizionale
perché le notizie circolano in maniera più capillare non solo
tramite il sito ma anche con lo scambio di e-mail, per cui le
notizie diffamanti potranno raggiungere più velocemente un certo
pubblico, che potenzialmente è anche più vasto di quello di un
quotidiano cartaceo70.
Su questa linea si è attestata la giurisprudenza italiana
tramite la sentenza della Corte di Cassazione n. 4741 del 27
dicembre del 2000, che ha ritenuto la diffamazione commessa
attraverso internet come aggravata e, quindi, suscettibile di un
più severo trattamento penale rispetto alla diffamazione
commessa attraverso media tradizionali, proprio a causa della
particolare possibilità di circolazione diffusa e capillare della
notizia incriminata71.
Questa è però una materia molto controversa in quanto la
caratteristica peculiare dell’interattività della rete rende “più
interpersonale” la comunicazione via internet e, di conseguenza,
anche l’eventuale diffamazione di un individuo “a mezzo web”
70
Cfr. in R. Staglianò, op. cit., pp. 145 - 146
71
M. Pratellesi, op. cit., p. 61

42
può essere smentita immediatamente, come ricordava Mike
Godwin. Seppure il diretto interessato non è presente durante
l’atto della diffamazione (ma sarebbe molto difficile in quanto lo
spazio web è uno spazio virtuale per cui anche il diffamatore non
è presente fisicamente ma sono presenti solo le sue affermazioni)
questi può usufruire di tutti gli strumenti a disposizione per
replicare nella maniera più veloce ed efficace alle affermazioni
ritenute diffamatorie.
Negli ultimi anni del XX° secolo, nel campo del
giornalismo online, erano nati dei reati specifici che non
esistevano in precedenza proprio perché legati intrinsecamente
alle caratteristiche tecniche del nuovo medium. Si tratta nello
specifico dei cosiddetti reati di deep linking e dei rimandi a
pagine con contenuti sconvenienti.
Lo strumento dell’ipertesto aveva generato, nei primi anni
del suo utilizzo diffuso, dei malcontenti soprattutto in quegli enti
privati che facevano della difesa dei diritti d’autore e di proprietà
intellettuale uno dei baluardi della propria azione economica.
Quando si crea un link in una pagina web che indirizza il
lettore verso un’altra pagina di un altro sito, questo collegamento
può essere di due tipi. Il primo, cosiddetto surface link, consiste
nel creare un link che porti alla homepage del sito di
destinazione. Il secondo tipo, su cui è stato puntato il “dito
inquisitore”, è il cosiddetto deep linking o “link profondo”, che
porta l’attenzione del lettore verso una pagina interna di un altro
sito saltando la visione della homepage dello stesso, dove è più
facile che siano presenti dei banner pubblicitari, oltre al logo dei
proprietari e creatori della pagina web. Secondo molti

43
commentatori, questi rimandi in profondità tolgono visibilità,
invece che darla, al sito di destinazione, anche se i link possono
sempre essere considerati un favore verso il sito di destinazione,
una sorta di pubblicità diretta e gratuita ai suoi contenuti. Molti
degli operatori del settore si sono attrezzati per fare fronte a
questa problematica posizionando dei banner pubblicitari anche
nelle pagine interne del proprio sito, non solo quindi nella
homepage. Lo stesso si è fatto per il logo o la testata. Così
facendo, qualunque pagina del sito venga linkata da un altro gli
inserzionisti e i proprietari del sito non perderanno visibilità, anzi
la aumenteranno con un prevedibile maggiore monte di introiti
anche grazie agli aumentati spazi disponibili per i banner
pubblicitari. Questi, invece di essere posizionati esclusivamente
nella homepage, possono essere aggiunti anche alle pagine
interne risolvendo di fatto il problema di un eventuale “link
profondo” che ne limitasse la visibilità.
Negli ultimi anni, con la diffusione di strumenti di web
2.072 nel campo delle testate online, si è effettivamente favorita la
pratica del deep linking. Lo si è fatto mettendo a disposizione di
tutti i lettori, che possiedono un proprio sito personale o un blog,
i codici html che, copiati, consentono di avere nel proprio sito
72
Su www.masternewmedia.org si definisce il web 2.0 come una serie di nuovi
approcci per usare la rete in modo nuovo ed innovativo: “Web 2.0 si riferisce alle
tecnologie che permettono ai dati di diventare indipendenti dalla persona che li
produce o dal sito in cui vengono creati. L'informazione può essere suddivisa in unità
che viaggiano liberamente da un sito all'altro, spesso in modi che il produttore non
aveva previsto o inteso […] permette agli utenti di prendere informazioni da diversi
siti simultaneamente e di distribuirle sui propri siti per nuovi scopi […] non si tratta
di derubare gli altri del loro lavoro per il proprio profitto. Anzi, il Web 2.0 è un
prodotto open-source, che permette di condividere le informazioni sulle quali è stato
creato Internet e rende i dati più diffusi […] il web 2.0 lascia ai dati una loro identità
propria, che può essere cambiata, modificata o remixata da chiunque per uno scopo
preciso. Una volta che i dati hanno un'identità, la rete si sposta da un insieme di siti
web ad una vera rete di siti in grado di interagire ed elaborare le informazioni
collettivamente”.

44
delle specie di finestre con dei contenuti prodotti direttamente dal
sito principale, ma che sono visibili, con una veste grafica
facilmente riconoscibile, nel sito personale di chi ha copiato quel
codice nella programmazione del proprio sito o blog. Cliccando
su questi spazi ben definibili si entra direttamente in una pagina
interna al sito che ha offerto i contenuti in modo da poterli
consultare direttamente al suo interno. Insomma, diversi
produttori di contenuti forniscono gratis la possibilità di usufruire
di collegamenti ipertestuali direttamente a pagine interne dei
propri siti73 favorendo, di fatto, quello che negli anni prima del
2000 era considerato un reato.
Il secondo problema in materia di link, ed eventuali grane
legali ad essi connesse, è quello di capire quale responsabilità
possono avere il giornale e il giornalista che in un articolo
linkano un sito esterno che abbia dei contenuti sconvenienti o
anche illegali. Per esempio, se in un articolo che tratta della
pirateria informatica, linko ad un sito fuorilegge o che ospita dei
contenuti illegali, commetto un reato? Una risposta chiara ed
univoca è difficile da trovare. La risposta più frequente consiste
nel considerare i siti internet linkati esterni al sito della testata
giornalistica che, di conseguenza, non può avere su di essi nessun
tipo di controllo né responsabilità nei confronti dei loro
contenuti74. Anche in questo caso bisogna considerare quale
equilibrio debba mantenersi tra il diritto di cronaca (e,

73
Alcuni esempi pratici sono il “New York Times” online negli Stati Uniti ma anche
in Italia alcuni testate concedono questa possibilità. Per esempio il sito internet
dell’agenzia di stampa Adn Kronos o il sito internet dell’organizzazione “Peace
Reporters”. Ma anche in ambito non giornalistico, molti siti di contenuti leggeri o
commerciali mettono a disposizione i codici html da poter copiare liberamente
nell’elaborazione di altri siti internet.
74
R. Staglianò, op. cit., p. 158 - 159

45
implicitamente anche la possibilità di mostrare direttamente le
fonti di un determinato articolo) e le norme di legge che non
devono essere violate. Molte testate ritengono possibile risolvere
questo problema dichiarando espressamente e in maniera ben
visibile di non essere responsabili dei contenuti del sito internet
che viene linkato.

2.7 Questioni etiche e deontologiche


“Abbiamo bisogno di un sentimento
di classe fra i giornalisti che
sia fondato non sul denaro che si
guadagna, ma su principi morali,
istruzione e personalità”
Joseph Pulitzer

Un problema da sempre presente nell’esercizio della


professione giornalistica, qualunque sia il mezzo attraverso il
quale venga svolta, è il difficile rapporto che intercorre tra il
dovere di cronaca e l’etica del giornalista. Il professionista
dell’informazione deve trovare un equilibrio tra questi due fattori
esprimendolo con una serie di regole e comportamenti che
consistono in una catena di norme deontologiche che vengono
adottate dalle varie testate o da singoli giornalisti. Quindi,
possiamo definire l’etica del giornalista come l’insieme dei valori
che ispira la condotta del professionista e fa appello alla sua
coscienza; la deontologia, invece, è l’insieme dei doveri che
riguardano la categoria dei giornalisti nell’esercizio della
professione. La prima prevede delle sanzioni morali, la seconda
delle sanzioni sociali.
A volte la ricerca di questo equilibrio diventa meno
accurata soprattutto nel campo dell’informazione online a causa

46
della costante “gara” a chi da prima la notizia tra le varie testate.
La necessità di non perdere tempo e di essere il più veloci
possibile nella pubblicazione della notizia rischia di far venire
meno una serie di controlli che sono fondamentali per svolgere
un servizio di informazione corretta e accurata. Questa dei tempi
ristretti e della velocità non è una problematica che riguarda solo
il giornalismo online ma anche quello televisivo e radiofonico,
soprattutto quando i servizi o le immagini arrivano a pochi
minuti, o durante la messa in onda, per cui bisogna prendere la
difficile decisione se mandarli in onda senza un accurato
controllo oppure aspettare l’edizione successiva del notiziario in
modo tale da essere sicuri di quello che si manda in onda con il
serio rischio, però, di prendere un buco da un diretto concorrente
che è stato più lesto o meno professionalmente scrupoloso.
Il problema della velocità ci riporta alla dimensione
commerciale della produzione di notizie, perché prendere un
buco da un concorrente non solo vuol dire che si è stati “battuti”,
ma il rischio vero è lo spostamento dell’attenzione dei lettori o
degli spettatori da una testata all’altra con tutto quello che
comporta nel rapporto che intercorre tra l’editore e gli
inserzionisti che, come abbiamo visto anche nel primo capitolo,
sono uno degli elementi fondamentali per la sopravvivenza
dell’informazione mainstream. L’oggettività che spesso il lettore
attribuisce all’operato del giornalista si scontra con la linea
editoriale del giornale e con l’intento di vendere copie o di alzare
la quota degli ascoltatori. Dunque “i fini dei due principali attori

47
dell’attività informativa, l’editore e il giornalista, sono diversi e
in qualche caso discordanti e quasi contrapposti”75.
Anche nel mondo dell’online la pubblicità la fa da
padrona, forse anche più che nelle testate tradizionali, nel
bilancio degli editori, ma alcune caratteristiche specifiche del
modello di informazione su internet consentono ai giornalisti di
allentare, anche se non di molto, la morsa delle logiche
commerciali sulla produzione delle notizie. Non ultima tra le
caratteristiche dell’informazione su internet è il ruolo del
pubblico che, come abbiamo accennato e come approfondiremo
nel prossimo capitolo, è diventato di diritto il terzo attore
protagonista del mondo dell’informazione, dato che ha la
possibilità concreta di contribuire ad ogni passo del processo di
produzione e pubblicazione dell’informazione.
In Italia, un primo corpus di regole deontologiche ha preso
forma all’interno delle redazioni di alcuni tra i più importanti
gruppi editoriali76, alla fine degli anni ’80, con l’approvazione
degli statuti della professione. Questi documenti riflettono
l’inizio di una progressiva coscienza dei doveri professionali di
chi produce informazione77.
Negli ultimi venti anni sono stati elencati obblighi sempre
più puntuali nell’esercizio della professione giornalistica con
l’obbiettivo di garantire il rispetto dei diritti dei cittadini dovuti,
anche, alla crescita dei mezzi di comunicazione di massa78. La
redazione del Protocollo sulla trasparenza pubblicitaria (1988), la
75
V. Roidi, L’etica nella legge professionale in V. Roidi, a cura di, I doveri del
giornalista, Centro Documentazione Giornalistica, Roma, 2003, p. 8
76
Il Codice di autodisciplina del “Sole24ore” (1987) e il Patto sui diritti e doveri dei
giornalisti de “la Repubblica” (1990).
77
A. Papuzzi, op. cit., p. 222
78
E. Carelli, op. cit., p. 109

48
Carta di Treviso (1990)79, la Carta dei doveri (1993) e il Codice
deontologico (1998) dimostrano la crescita dello scrupolo etico
nella professione giornalistica le cui radici risalgono alla legge 69
del 1963 che istituisce in Italia l’Ordine dei giornalisti. Questo,
oltre a tutelare dal punto di vista sindacale i giornalisti e a
garantire la libertà di espressione, diritto riconosciuto dall’art. 21
della Costituzione, descrive la funzione stessa del libero
giornalista. Infatti, nell’art. 2 della legge che istituisce l’Ordine
professionale dei giornalisti si legge che: “E’ diritto
insopprimibile e obbligo inderogabile del giornalismo la libertà
di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme
dettate a tutela della personalità altrui ed è suo obbligo
inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati
sempre i doveri posti dalla lealtà e buona fede.”

Etica del giornalista


Occuparsi dell’etica giornalistica significa capire quale sia
“il senso morale del lavoro dei giornalisti, della diffusione delle
notizie” in un mondo in cui, con l’introduzione di nuovi media,
gli spazi dell’informazione si sono dilatati “sconvolgendo i
rapporti tra realtà e notizia e fra notizia e pubblico, ponendo
interrogativi sulle responsabilità sociali dei giornalisti”80.
Sebbene il mondo dell’informazione è sempre più visto
con un alone di scetticismo, dovuto al gigantismo dei media,
permane nell’opinione pubblica l’immagine classica del
giornalista come paladino della verità, interprete unico del
principio americano del telling the truth. Il principio della verità
79
Sulla tutela dei diritti dei minori.
80
A. Papuzzi, op. cit., p. 239

49
giornalistica è, però, un concetto astratto e relativo. Nel
giornalismo non esistono verità assolute, esistono le notizie che,
come spiegava Walter Lippman, possono coincidere soltanto per
una piccola parte81 in quanto esse sono il racconto di un fatto, di
una verità raccontate dal punto di vista soggettivo del giornalista
che le tratta82. Questi nella sua condotta professionale intreccia i
valori specifici della professione giornalistica con dei valori
estranei ad essa ma specifici del suo essere individuo e
cittadino83.
In definitiva l’etica dei giornalisti non riguarda il campo
del giudizio, del bene e del male come valori assoluti sui quali
“modellare” la propria condotta personale, bensì il significato e
la finalità dell’informazione che producono. I principi morali ed
etici specifici del giornalista non coincidono sempre con gli
standard etici generali di una società84, in quanto “esiste un
sistema di principi e valori che si riflette in un etica specifica del
giornalismo, assumendo come riferimenti morali della condotta
dei giornalisti le finalità dell’informazione, e che si trova a
rispecchiare e rispettare norme e criteri che non appartengono
agli standard morali generali e possono anzi entrare apertamente
in conflitto con essi”85.

81
Ibidem, p. 240
82
Nel raccontare i fatti tramite le notizie il giornalista, comunque, non soltanto non
dovrebbe falsificare i fatti ma dovrebbe sforzarsi di stabilirne l’autenticità tramite il
controllo accurato delle informazioni raccolte.
83
Per esempio in tempi di guerra non si può imputare una condotta non etica ad un
giornalista che rinuncia a descrivere la realtà dei fatti se facendo questo rischia di
ledere dei principi che ritiene superiori come la difesa della sicurezza nazionale o
della solidarietà umana.
84
Anche se questi , di per se, sono molto difficili da definire in quanto valori
soggettivi e relativi alle opinioni e alle credenze dei singoli individui.
85
A. Papuzzi, op. cit., p. 244

50
L’esercizio delle pratiche etiche nel giornalismo non può
prescindere da una serie di condizioni che definiscono la libertà
di agire del giornalista. La libertà di stampa, intesa come uno dei
fondamenti di una società libera e democratica, può essere
esercitata in maniera chiara solo quando i giornalisti sono
indipendenti dai poteri istituzionali, dai poteri privati, ma anche
dalla direzione e proprietà della testata per cui lavorano, dalle
pressioni del mercato e dalle fonti delle notizie. Senza queste
libertà, che riguardano l’effettiva condizione di autonomia
professionale, è molto difficile che i giornalisti possano
adempiere a dei principi etici liberi da vincoli esterni alla persona
stessa del giornalista, il quale sarà costretto anche ad agire in
maniera diversa da quella che riterrà essere una condotta
responsabile nei confronti delle funzioni e delle responsabilità
sociali peculiari dei professionisti dell’informazione.

Norme deontologiche
Andando più nello specifico delle questioni che
riguardano la deontologia della professione, possiamo partire dal
difficile rapporto che intercorre tra il diritto di cronaca e i diritti
della persona, intesi come rispetto dell’integrità dell’individuo.
L’esercizio del diritto di cronaca è stato storicamente
gestito dall’autocontrollo dei giornalisti, in quanto non vi era
nessuna norma specifica che ne stabiliva i limiti nei confronti dei
diritti delle persone. Questa situazione cessa nel 1997 quando
entra in vigore la legge n. 675 del 1996 sulla Tutela delle persone
e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, .
quella che comunemente viene chiamata “legge per la tutela della

51
privacy”. La svolta, introdotta da questa legge, all’esercizio della
professione giornalistica consiste nel fatto che, per la prima volta,
l’esercizio del diritto di cronaca veniva limitato in favore della
tutela dei diritti della persona.
In particolare, l’art. 25 della legge n. 675 affida al Garante
per la tutela dei dati personali il compito di promuovere
l’adozione di un codice deontologico da parte dell’Ordine dei
giornalisti. Il Codice di deontologia sulla privacy è entrato in
vigore il 29 luglio 1998 e ha il suo fondamento principale nella
distinzione tra sfera privata degli individui e l’interesse pubblico
sul quale si basa l’irrinunciabile diritto di diffondere
informazioni. L’art. 6 del Codice recita “La sfera privata delle
persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere
rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro
ruolo o sulla loro vita pubblica”. In questo modo si stabilisce un
nesso tra notorietà e notiziabilità, da cui si deduce che “la sfera
privata delle persone pubbliche possa essere violata soltanto se le
notizie hanno un rilievo sul loro ruolo sociale o sulla loro vita
pubblica”86. Il parametro della notorietà del soggetto protagonista
di una determinata notizia è fondamentale nella ricerca
dell’equilibrio tra diritto di cronaca e la tutela dei dati personali e
risponde al principio dell’essenzialità dell’informazione su fatti
di interesse pubblico.
I casi in cui il diritto di cronaca si trova in attrito, e
talvolta in conflitto, con il diritto di tutela dei dati sensibili delle
persone sono innumerevoli e di natura diversa. Non esiste,
quindi, una ricetta valida sempre e comunque da applicare ai

86
A. Papuzzi, op. cit., p. 228

52
singoli casi concreti. “La responsabilità del giornalista è sempre
preminente. E’ il giornalista a dover alla fine decidere, spesso
sotto pressione dell’urgenza della messa in onda o della chiusura
delle pagine del giornale. E deve decidere in base alle norme, al
Codice deontologico e alla propria etica”87. La responsabilità
individuale del giornalista nei confronti della privacy dei cittadini
è ancora maggiore online a causa della maggior pericolosità di
diffusione capillare di dati falsi in rete. Questi dati, anche se
rettificati in breve tempo alle loro fonti, rischiano comunque di
diffondersi tra gli utenti in maniera incontrollabile e capillare. Per
questo la responsabilità del giornalista online, nell’accuratezza
delle notizie che produce e nel rispetto dei dati sensibili dei
soggetti protagonisti delle informazioni che veicola, è ancora
maggiore rispetto ai media tradizionali perché “se un giornale o
un’agenzia o una testata telematica diffonde una notizia falsa o
imprecisa sul conto di una persona, l’interessato rischia di
portarsi addosso per tutta la vita quel dato falso. Nessuna
successiva smentita cancellerà quel che è stato diffuso nella
rete”88.
Una specifica tutela deontologica è riservata ai diritti dei
minori tramite un documento specifico: la Carta di Treviso del
1990, poi rinnovata e integrata con nuove disposizioni nel
Vademecum del 1995. Questi atti sono stati stipulati dall’Ordine
dei giornalisti in collaborazione con la Federazione della Stampa
Italiana e l’associazione Telefono azzurro. I punti chiave dei
documenti sono la tutela dell’anonimato del minore, coinvolto in
fatti di cronaca, per non incidere sullo sviluppo della sua
87
M. Paissan, Il Codice della privacy, in V. Roidi, op. cit., p. 95
88
Ibidem, p. 97

53
personalità e l’impegno ad evitare la presenza di minorenni in
trasmissioni televisive che possano ledere la loro dignità o
turbare la loro privacy. In altre parole, “la libertà d’informazione,
di critica e il diritto di cronaca, ancorché stabiliti dall’art. 2 della
legge istitutiva dell’Ordine professionale, si fermano davanti al
diritto alla tutela e alla riservatezza dei minori, che diventa così
un diritto primario, inviolabile”89. Come sostiene Papuzzi, questo
impegno si sarebbe potuto realizzare attraverso “un
atteggiamento etico piuttosto che grazie ad una norma positiva”,
anche se troppo spesso la difesa di questi soggetti è stata disattesa
dai giornalisti per cui è stato necessario elaborare un atto formale
per la loro tutela.
Infine, la Carta di Treviso prevede l’istituzione di un
Comitato di garanzia per l’informazione sui minori, che è
composto da una trentina di esponenti della Fieg (Federazione
Italiana Editori Giornali), Frt (Federazione Radio Televisioni),
Rai, Consiglio degli utenti, Garante per l’editoria, sindacati,
magistrati del tribunale dei minori e rappresentanti della
pubblicità. Ha il compito di promuovere studi e ricerche sul
rapporto tra informazione e minori, verificare sotto il profilo
dell’etica eventuali violazioni della Carta di Treviso da parte
dell’informazione, diffondere la normativa sui minori e attivare
un Osservatorio, il cui direttore viene nominato dall’ufficio di
presidenza del Comitato stesso.
Per quanto riguarda il problema dell’ingerenza della
pubblicità nell’informazione, si tratta di un nodo cruciale del

89
F. Elisei, Informazione e minori, in V. Roidi, op. cit., p. 27

54
giornalismo italiano e non solo, sia esso televisivo, radiofonico,
cartaceo o online.
Sicuramente, quella di mischiare gli strumenti e i prodotti
del giornalismo con quelli della pubblicità e del marketing non è
una novità introdotta da internet. La natura della rete, però,
rischia di rendere più pericolosa questa antica debolezza della
professione giornalistica. Il pericolo è ancora maggiore rispetto ai
quotidiani su carta, perché il modello di business che sorregge
finanziariamente la grande maggioranza delle testate online è un
modello advertising based, per cui senza pubblicità la testata non
esiste. Questa estrema dipendenza dalla pubblicità, come fonte
principale dei propri introiti, rischia di renderle sin troppo
sensibili alle esigenze del marketing degli inserzionisti. Si corre
il rischio di abbassare la soglia di esercizio di un giornalismo che
sia di qualità, quindi libero. La libertà del giornalista e del
giornalismo non deve essere misurata esclusivamente nei
confronti delle influenze della politica ma anche rispetto alle
influenze e alle spinte, sempre più forti, portate avanti dal mondo
dei pubblicitari. Il pericolo concreto è quello di un conflitto di
interessi nel momento in cui un giornale online ottiene una parte
di introiti dalle commissioni delle vendite che ha saputo
generare. In questo contesto si inserisce la vecchia tradizione
cartacea dei cosiddetti “articoli redazionali”90 che su internet
cambiano nome in “transactional content”, ovvero un
“contenuto” editoriale pensato per vendere beni o servizi, “che ha
il corpo del giornalismo e l’anima della pubblicità”91 e che può
90
Sono delle pubblicità che vengono sottoposte al pubblico sotto forma di un articolo
di giornale per sfruttarne la funzione simbolica di informazione sul bene oggetto di
vendita.
91
R. Staglianò, op. cit., p. 153

55
essere considerato a tutti gli effetti come una veicolazione
impropria di un messaggio pubblicitario. Questo fenomeno è
preoccupante non solo perché rischia di trarre in inganno coloro i
quali vorrebbero informarsi e non hanno gli “strumenti” per
distinguere, ai fini della trasparenza del messaggio, gli articoli
reali da quelli redazionali, “ma anche perché facilità un raccordo
diretto tra giornalisti e committenti pubblicitari che può influire
sulla linea editoriale del mezzo di informazione”92.
Per essere considerato di qualità il giornalismo deve
smarcarsi, non solo dalla “cappa dell’influenza politica” ma
anche dalle pressioni degli inserzionisti che sostengono
economicamente la testata, attraverso l’evidenziazione di una
netta e sostanziale differenza tra gli articoli veri e propri del
giornale e quelli che, invece, hanno finalità promozionali di beni
o servizi commerciali. Questa distinzione deve essere evidente e
chiara agli occhi del fruitore dell’informazione, in quanto è
fondamentale nella produzione di un’informazione libera e
corretta al fine di non ledere il rapporto di fiducia che si instaura
tra una testata giornalistica e i suoi lettori. Questa fiducia è uno
degli obiettivi dell’esercizio della professione giornalistica ed è
espressamente citato nell’art. 2 della legge 69 del 1963. La
fiducia del lettore nei confronti del giornale va, quindi,
alimentata e consolidata da una netta separazione tra il lavoro
giornalistico e quello pubblicitario. “Tentativi di mescolanza
diventano un inganno per il lettore e vanno combattuti e respinti
perché degenerativi della qualità dell’informazione”93.

92
G. Morello, Informazione e pubblicità, in V. Roidi, op. cit., p. 165
93
Ibidem, p. 195

56
Come abbiamo visto, il lavoro dei giornalisti è segnato da
una serie di norme che insieme costituiscono una sorta di
“carattere deontologico”, capace di colmare alcune lacune
derivanti dalla legge sull’ordinamento professionale. Il
documento che raccoglie questo corpus di norme è la Carta dei
doveri dei giornalisti italiani (1993) elaborata dall’Ordine dei
giornalisti e dalla Federazione della Stampa e comprende tutti gli
ambiti dell’attività giornalistica che possono generare conflitti
deontologici. L’approvazione di questo documento è
arrivata immediatamente dopo uno dei periodi di maggior
“trambusto istituzionale”, in quanto nel paese l’onda dei
sentimenti giustizialisti generati dalle inchieste di Tangentopoli e
dalla caduta della cosiddetta Prima Repubblica, era molto forte e
non ne era immune neanche il lavoro dei giornalisti che si
trovarono a dover affrontare non poche situazioni che ne fecero
scricchiolare la credibilità, di fronte ad un’opinione pubblica
indignata da ciò che stava accadendo nel paese. Di più,
l’elaborazione della Carta dei doveri rispose ad una necessità di
autonomia del mondo professionale del giornalismo perché in
Parlamento erano in discussione delle modifiche al Codice di
Procedura Penale che avevano l’obiettivo di limitare l’accesso
alle informazioni giudiziarie da parte dei giornalisti. Una volta
elaborato un documento che prevedeva una serie di obblighi per
la categoria “risultò inefficacie ogni iniziativa parlamentare
intesa a governare l’informazione”94.
Il documento si articola in quattro sezioni principali:

94
M. Bellinetti, La Carta dei doveri del giornalista, in V. Roidi, op. cit., p. 54

57
1. Diritti della persona: si vietano le discriminazioni per razza,
religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni
politiche;
2. Dovere di rettifica: ogni cittadino ha il diritto inviolabile a
vedere rettificate notizie inesatte o ingiustamente lesive;
anche in assenza di una richiesta specifica, il suo diritto deve
essere soddisfatto dai giornalisti con tempestività ed
evidenza;
3. Presunzione di innocenza: è una norma più esortativa che
prescrittiva in quanto si afferma nel documento: “In tutti i casi
di indagini o processi il giornalista deve sempre ricordare che
ogni persona accusata di un reato è sempre innocente fino alla
condanna definitiva”;
4. Incompatibilità professionali: si tratta di una serie di regole
inequivocabili che mirano a separare la produzione e la
diffusione delle notizie dagli interessi personali dei
giornalisti.
Dal punto di vista pratico si è assistito spesso alla
violazione dei principi sanciti dalla Carta, che non sempre sono
di facile attuazione95.
Alla base di tutta l’attività professionale bisognerebbe
porre la considerazione per cui una pratica giornalistica corretta
non può prescindere dal rapporto che il professionista instaura
con i propri lettori, che, in definitiva, sono i primi interlocutori
dei giornalisti e i principali destinatari dell’esercizio della loro
professione, prima ancora di ogni potere politico, istituzionale o

95
Cfr. A. Papuzzi, op. cit., pp. 232 - 235

58
economico-finanziario. Tuttavia non sempre si ha la sensazione
che questo assunto sia messo in pratica da chi di dovere.
In definitiva il supporto attraverso il quale i giornalisti
veicolano l’informazione che producono è ininfluente per
definire la qualità professionale e il rispetto delle regole
deontologiche. L’eccellenza professionale e il rispetto della
deontologia, verso cui ogni giornalista dovrebbe tendere, si
possono raggiungere, semplicemente, svolgendo al meglio il
proprio lavoro. Vittorio Roidi ribadisce che “tecnica
professionale e deontologia coincidono, nel senso che se una
notizia viene diffusa applicando una buona tecnica essa si rivela
anche corretta. Al contrario, se durante la stesura del mio articolo
ho tralasciato un particolare importante, non solo ho scritto male
la notizia, ma non ho rispettato la verità […] Il buon giornalista è
anche quello che rispetta la verità, la lealtà, la buona fede. La
professionalità si accompagna alla correttezza”96.
In conclusione, “la difficoltà di essere obiettivi è questione
evidente, ma lo sforzo nella direzione della completezza,
dell’imparzialità e della verità può essere fatto, a partire dall’uso
di precise tecniche professionali”97.

96
V. Roidi, op. cit., p. 18
97
Ibidem, p. 19

59