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Daniela De Lorentiis * Risorgimento e Mezzogiorno: una riflessione

Dopo numerosi secoli di frammentazione statale, nel 1861 la penisola è riunita in una sola

compagine e nasce il Regno d’Italia. Alberto Mario Banti nel suo lavoro “Il Risorgimento italiano” 1

ha individuato in questo un evento rivoluzionario, come conseguenza non dell’impegno di un solo

uomo (Cavour o Garibaldi), né di una congiuntura internazionale favorevole (il coinvolgimento di

Napoleone III e il tacito consenso della Gran Bretagna), ma «dell’esito di un processo culturale e

politico che prende avvio alla fine del XVIII sec. e che precisa poi i suoi caratteri nei primi decenni

dell’Ottocento. Questo processo porta ad identificare la nazione italiana come la comunità di

riferimento che fonda le pretese o i progetti di costruzione di uno stato nazionale italiano» 2 .

Le aspirazioni politiche alla costruzione dello stato che venivano dal passato, da Dante,

Petrarca e Machiavelli, dopo la rivoluzione del 1789 e l’esperienza napoleonica, avevano assunto

connotati diversi. Nuova enfasi era stata attribuita al concetto di nazione che, riprendendo il

pensiero di Rousseau, veniva identificata quale «comunità di individui legata da tratti comuni, che,

in virtù di quel nesso, hanno collettivamente diritto a esprimersi politicamente all’interno di uno

stato-nazione creato da loro stessi o in loro nome» 3 . Così come innovativa era stata la formazione,

attorno a questa ideologia, di un nuovo movimento culturale e politico tendente a quel fine.

Ciò che merita di essere messo in evidenza dell’esperienza risorgimentale è come

l’obiettivo, di creazione dello stato unitario, era stato conseguito nonostante il movimento nazionale

non avesse potuto contare su elementi forti di coesione quali la lingua, la religione e l’economia.

L’esistenza di una grande tradizione letteraria in volgare italiano aveva riguardato di fatto una elite

molto ristretta; la cattolicità aveva reso gli abitanti della penisola parte una comunità

sovranazionale più che nazionale. Quanto all’economia, numerosi studi hanno dimostrato come la

produzione delle campagne e degli opifici italiani in questo periodo fossero destinati solo in minima

parte ai mercati interni poiché diretti verso quelli francesi, inglesi e tedeschi. Dunque trova

conferma la tesi di Luciano Cafagna secondo il quale non erano gli interessi economici verso la

* Daniela De Lorentiis è Dottore di Ricerca in Il Mezzogiorno tra Europa e Mediterraneo: territorio, istituzioni e società dal Medioevo all’Età Contemporanea dell’Università del Salento. Nell’a.s. 2010/11 è docente dell’I.I.S.S. “A. De Pace” nell’ambito del progetto Diritti a scuola.

1 A. M. BANTI, Il Risorgimento italiano, Roma-Bari, Laterza, 2010.

2 Idem, cit. p. V.

3 Idem, cit. p. VI; si veda anche F. ROSSOLILLO, Nazione, in Dizionario di politica, diretto da N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G. PASQUINO, Torino, UTET, 1976, pp. 639-643.

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formazione di un grande mercato nazionale interno a promuovere il movimento nazionale, ma, al contrario, era stato il movimento nazionale a sollecitare la creazione di un mercato interno. Il movimento nazionale aveva dunque operato avendo di fronte quelli che Banti ha definito enormi

handicap di natura ambientale, sociale, culturale e politica che, a dispetto delle previsioni di inizi Ottocento, erano stati affrontati e superati. La formazione del movimento nazionale, con le sue complessità e contraddizioni, è stata dunque il cuore del processo risorgimentale all’interno del quale si è immaginata e progettata la nazione. Il periodo di riferimento è quello compreso tra il 1820 e il 1847. Le esperienze rivoluzionarie del 1820 e del 1831 avevano dimostrato quanto profondamente

si fosse radicata l’idea di una sfera pubblica regolata dal soggetto nazione e da norme costituzionali

che avrebbero dovuto garantire una qualche forma di rappresentanza. Un percorso che si era rivelato tutt’altro che lineare. In questi anni le campagne del Mezzogiorno continentale, del Lazio pontificio, delle Romagne, erano scosse da fenomeni di brigantaggio segno del disagio sociale che scuoteva le comunità contadine e che non trovava ragioni nelle aspirazioni indipendentistiche o costituzionali. Tra gli stessi rivoluzionari non mancavano coloro, tanto nel Regno delle Due Sicilie quanto negli stati del nord, che, pur riconoscendo l’importanza della causa nazionale, vi anteponevano gli interessi municipali. E poi ancora numerosi contrasti sulla forma statuale da scegliere, stato unitario o federale? E sull’assetto costituzionale, monarchia o repubblica? Rappresentanza democratica per tutti i cittadini o censitaria (su base reddituale)?

Disaccordi che si sarebbero trasformati molto rapidamente in forti risentimenti, che avrebbero sicuramente minato le giovani basi del movimento nazionale, se non fosse intervenuto a

ridargli animo e a rilanciarlo, un fenomeno che non aveva una natura prettamente politica e che aveva raccolto le eredità di Foscolo, Cuoco, Alfieri. Tra il 1815 e il 1847 era stata prodotta in Italia

e all’estero (e poi fatta circolare dalle reti clandestine della penisola) una serie di opere, tragedie,

romanzi, raccolte poetiche, pitture che avevano rielaborato il mito della nazione italiana, intrecciando la storia passata e le vicende più recenti in una narrazione compatta attorno a specifici temi e figure. Stiamo parlando dell’Adelchi di Alessandro Manzoni, de Le mie prigioni di Silvio Pellico, del Nabucco di Giuseppe Verdi e di altri ancora, tutti intellettuali di grande calibro che avevano deciso di dedicare parte del loro impegno all’elaborazione del mito nazionale per diversi motivi. Molti di loro avevano militato attivamente nel movimento ed erano stati coinvolti in

esperienze di prigionia o di esilio (si pensi a Silvio Pellico e Giovanni Berchet). In parte avevano individuato nella nazione un tema narrativo che avrebbe avuto un mercato potenziale, nonostante l’alto grado analfabetismo. La grande varietà di generi, stili e intrecci non aveva impedito a queste

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opere di comunicare le reali motivazioni per cui occorreva battersi per la nazione italiana. Il lettore era invitato a riconoscere una comunità nazionale legata da fattori bio-culturali: questi intellettuali infatti avevano immaginato la nazione come una comunità di parentela, le cui relazioni sussistenti collegavano intimamente le generazioni passate, presenti e future. Sarebbe interessante soffermarci ad analizzare le numerose metafore utilizzate per rendere tali fattori bio-culturali (dal sangue come legame forte che tiene insieme la comunità, all’accostamento dell’eroe nazionale alla figura del Cristo), ma il tema di questa riflessione mi porta a ragionare più approfonditamente in merito alle divisioni, che si fanno strada tra gli anni Trenta e i primi anni Quaranta dell’Ottocento, sul terreno della progettualità politico-costituzionale e che in questa fase si sono caratterizzate anche per la diversità delle forme organizzative. Le principali espressioni della duplice anima del movimento nazionale erano costituite dalla corrente moderata- neoguelfa e da quella democratico-mazziniana, accomunate dall’idea dell’esistenza della nazione italiana, come presupposto dell’azione politica, ma divise nelle strategie. Pur riconoscendo alla proposta democratica una maggiore forza di attrazione è giusto spendere qualche parola sulla corrente neoguelfa che per tutti gli anni Trenta aveva costituito la principale alternativa all’ideologia mazziniana. In questo periodo, infatti, si era definita meglio l’idea di ispirazione monarchico-costituzionale, di una concezione più cauta della rivoluzione nazionale, praticamente più «moderata». Il principale teorico della corrente neoguelfa era stato il sacerdote piemontese Vincenzo Gioberti il quale era convinto che il popolo italiano non potesse essere il soggetto dell’azione politica poiché in quella fase storica era solo un «desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa» 4 e, pertanto, la guida del risorgimento nazionale doveva essere monarchica e aristocratica, cioè avvenire grazie al concorso di «ingegni più eccellenti» 5 . Egli era convinto che la rinascita politica della nazione sarebbe dovuta avvenire attraverso una federazione degli stati esistenti guidata dal papa, alla luce della superiorità etica derivante dal suo magistero (da qui la scelta del termine neoguelfismo). Evidentemente in antitesi sul piano ideologico e strategico era stata la corrente mazziniana. Per quanto la compagine democratica continuasse in questi anni ad essere attraversata da molteplici reti settarie anche di ispirazione europea, è indubbio che a partire dal 1831 la stella di Giuseppe Mazzini si era imposta con la forza della sua predicazione politica e della sua rete organizzativa che faceva capo alla Giovine Italia, un’associazione politica che aveva voluto diversa nello spirito e nelle strutture dal modello carbonaro a cui egli stesso si era accostato. Per non incorrere negli stessi

4 A. M. BANTI, Il Risorgimento italiano, op. cit. p.69. 5 Ibidem.

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limiti che avevano caratterizzato la Carboneria (ovvero l’inefficacia propagandistica e operativa,

causata dall’organizzazione per cellule autonome prive di un coordinamento generale), la Giovine

Italia si era proposta come obiettivi la propaganda diretta compiuta dagli affiliati attraverso la

diffusione di opuscoli o fogli volanti che dovevano illustrare i principi fondamentali

dell’associazione, mentre il coordinamento spettava alla direzione centrale che faceva capo allo

stesso Mazzini. Questi aspetti organizzativi hanno fatto individuare (Franco Della Peruta) nella

Giovine Italia un’organizzazione tipica di un moderno partito politico, per quanto del tutto sui

generis poiché si proponeva degli obiettivi che i governi degli stati preunitari non potevano che

considerare pericolosamente sovversivi.

Quali erano gli scopi di questa associazione? In primo luogo il riscatto della nazione italiana

che Mazzini considerava come una «comunità di discendenza» nella quale le generazioni passate e

future risultavano legate da un vincolo di parentela e di affetto. In merito, nel giuramento di

affiliazione scritto da Mazzini si legge:

«Per i diritti individuali, e sociali, che costituiscono l’uomo, per l’amore che mi lega alla mia patria infelice, pei secoli di servaggio che la contristano, pei tormenti sofferti da’ miei fratelli Italiani, per le lagrime sperse dalle madri sui figli spenti o cattivi, pel fremito dell’anima mia in vedermi solo, inerte e impotente all’azione, pel sangue dei martiri della patria, pel la memoria de’ padri, per le catene che mi circondano» 6 .

E ancora, altro scopo preminente la costituzione di una nazione «una, indipendente, libera,

repubblicana» 7 . Lo stato-nazione che, dopo secoli di divisioni, ritornava cosciente secondo Mazzini

doveva inevitabilmente essere unitario, repubblicano e democratico. Obiettivi che si potevano

raggiungere solo ingaggiando una lotta di popolo (altra parola chiave del pensiero mazziniano che

inglobava l’intera comunità nazionale e non solo le classi contadine e operaie) attraverso delle

insurrezioni a cui sarebbe seguita una lotta contro gli eserciti regolari. La rivendicazione dei diritti

degli individui e della nazione non poteva essere separata dai doversi dell’uomo e dalla coscienza di

una missione spettante ai popoli quali strumento di un disegno divino (un concetto sintetizzato nella

formula Dio e popolo). In questo disegno, dunque, l’azione di propaganda aveva come fine la

costruzione di uno stato unitario e non federale, repubblicano-democratico e non monarchico-

6 Idem, cit. p.64.

7 Idem, cit. pp.64-65.

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costituzionale, ragione di più perché le polizie degli stati italiani considerassero Mazzini e i mazziniani come pericolosissimi criminali e li cercassero incessantemente. I primi militanti erano stati reclutati negli ambienti degli esuli politici a Marsiglia e in

Francia; presto si erano trasferiti anche in Italia per avviare un’intensa opera di proselitismo. I primi centri erano stati Genova e Livorno, due porti collegati facilmente con Marsiglia, poi le città universitarie, Pisa e Pavia, e via via Milano, Modena, Reggio, Ancona, Roma e Napoli. Se nei centri urbani l’ideologia democratica aveva trovato grandi consensi, nelle campagne non era riuscita

ad attecchire facilmente, almeno non nella sua fase iniziale. Le maggiori difficoltà derivavano

dall’alto tasso di analfabetismo che impediva la diffusione di opuscoli e che richiedeva quindi una

propaganda di tipo orale, strategicamente più pericolosa. Nonostante questo limite, agli inizi degli anni Quaranta la diffusione della rete mazziniana

era stata piuttosto ampia anche nel Mezzogiorno e nella Terra d’Otranto che comprendeva i distretti

di Lecce, Brindisi, Taranto e Gallipoli. In questa provincia la Giovine Italia aveva raccolto

numerosi proseliti in un tempo relativamente breve, se si tiene conto di tre fattori importanti. In primo luogo della distanza geografica dal principale centro di irradiazione del pensiero mazziniano, della ferrea vigilanza dell’esercito borbonico e, infine, dell’indifferenza politica diffusa in questi territori. Bisogna sottolineare come la Carboneria contribuì in maniera determinante alla grande diffusione del pensiero mazziniano nella Terra d’Otranto quasi a costituire un substrato su cui era sorta la «nuova fede» 8 . I luoghi di incontro privilegiati erano i caffè e le farmacie perché, in caso di

sorpresa della polizia, era facilmente giustificabile la presenza di gruppi nei locali pubblici e nei retrobottega: con il pretesto di una partita a carte, avvenivano scambi di libri, giornali proibiti e comunicazioni di notizie. Diversi storici del passato avevano affermato che la Giovine Italia napoletana era nata e si era sviluppata molto tempo prima di quella che sarebbe stata costituita nel 1831 a Marsiglia. In realtà, come ha scritto Maria del Bene nel suo lavoro “I mazziniani di Terra d’Otranto” edito nel 1919 9 , la scarsezza di studi e di contributi sul movimento in questa provincia del Mezzogiorno (anche per la difficoltà di reperimento delle fonti), ha reso molto complesso il processo di ricostruzione del periodo di radicamento. La tradizione vuole che sia stato Epaminonda Valentino, napoletano sposato nel 1838 ad una gallipolina, a diffondere in queste zone «l’eco della nuovissima squilla» 10 . Da Gallipoli il Valentino

8 M. DEL BENE, I mazziniani di Terra d’Otranto (1832-1874), v. I, Lecce, Tipografia Guido, 1919, cit. p. 12.

9 Idem. 10 Idem, cit. p. 8.

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tesseva le fila della cospirazione mazziniana con gli affiliati di Lecce e di Napoli, facendo da tramite e da divulgatore delle notizie che provenivano dal nord e dal centro della penisola. In quest’opera era aiutato dalla giovane cognata, Antonietta De Pace, che da lui aveva appreso i segreti della Giovine Italia e, quasi senza accorgersene, era divenuta fervida propagandista e vigile corrispondente dei Comitati di Lecce, Ostuni, Brindisi e Taranto 11 . Si deve al Valentino e alla sua collaboratrice se la Giovine Italia in questo periodo aveva visto crescere il numero degli affiliati nella penisola salentina 12 . Erano stati gli avvenimenti del 1848, l’ondata rivoluzionaria che era arrivata nella penisola dall’Europa, la Costituzione ottriata (concessa) di Ferdinando II nel Regno delle Due Sicilie e poi revocata, a scatenare una profonda ondata di rivolta nella provincia di Terra d’Otranto. In seguito a questo avvenimento le vite di molti patrioti salentini si erano incrociate in un destino comune. Valentino, protagonista delle agitazioni a Gallipoli, era stato arrestato e condotto nel carcere di Lecce dove, ancora in attesa di giudizio, era spirato il 29 settembre 1848, all’età di trentotto anni, tra le braccia del compagno di cella, il duca Sigismondo Castromediano 13 , anch’egli arrestato nel corso della sommossa antiborbonica insieme ai membri del Circolo Patriottico Salentino di cui era segretario 14 . Stessa sorte era toccata a Salvatore Morelli, carovignese nato nel 1824, accusato di «infrangimento dei quadri dei sovrani e per detti e scritti pubblici» 15 . Egli era stato uno dei più fervidi sostenitori della Costituzione concessa da re Ferdinando per cui si comprende facilmente quanta delusione avesse provocato in lui la revoca. La condanna a otto anni di reclusione era stata scontata nel carcere borbonico dell’isola di Ponza. Nello stesso processo era stato condannato anche il leccese Giuseppe Libertini il quale aveva stretto una forte amicizia con il Morelli nel 1854 a Ventotene, in quegli anni sede di deportati. Morelli insegnava ai figli degli ergastolani, difendeva gli accusati di reati politici e teneva una corrispondenza clandestina con Carlo Poerio detenuto nel carcere di Santo Stefano. Libertini, invece, da audace cospiratore, aveva ingaggiato un fitto carteggio con Silvio Spaventa, detenuto con il Poerio. Una rete di pericolosi collegamenti che trovava in Antonietta De Pace l’anello di congiunzione. In seguito alla morte del cognato aveva sposato la causa rivoluzionaria al punto tale da abbandonare Gallipoli e trasferirsi a Napoli, dove si

11 P. PALUMBO, Risorgimento salentino (1799-1860), v. II, Lecce, Martello Editore, 1911.

12 O. COLANGELI, Antonietta De Pace. Patriota gallipolina, Galatina, Editrice Salentina, 1967.

13 P. PALUMBO, Risorgimento salentino, op. cit., p. 573. 14 S. LA SORSA, Sigismondo Castromediano, in ISTITUTO TECNICO COMMERCIALE LAPORTADI GALATINA ( a cura di), Partecipazione salentina al Risorgimento d’Italia, s. c., Tipografia Bramante, 1962, pp. 9-27.

15 P. PALUMBO, Risorgimento salentino, op. cit., p. 575.

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era messa a capo di una fitta rete di informazioni che si occupava di ricevere e diramare tra i mazziniani dei centri dell’Italia meridionale e i detenuti delle galere borboniche 16 . È risaputo quanto il lungo periodo compreso tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta dell’Ottocento l’idea democratica di unificazione del paese, attraverso un’azione popolare, sia stato costellato da una serie di insuccessi (la spedizione nel Regno di Sardegna nel 1833, nella Savoia nel 1834, in Calabria con i fratelli Bandiera nel 1844, a Sapri con Pisacane nel 1857) tanto da scatenare in Mazzini la tempesta del dubbio. Una fase di insuccessi che era stata tuttavia solo iniziale poiché il corso degli eventi, che aveva determinato l’unificazione del paese, era stato condizionato dall’attivismo dei gruppi democratici che avevano saputo scegliere i tempi (dopo le prime annessioni del 1860), i protagonisti (Garibaldi, Crispi, Pilo) e i luoghi (la Sicilia) perché l’obiettivo fosse raggiunto con successo. Tanto ci sarebbe da dire sui personaggi e sulle vicende vive della vera storia dell’Italia e Mezzogiorno risorgimentale; tutto questo ha fatto «del Risorgimento qualcosa di estremamente significativo, qualcosa che non è saggio e, perfino non è corretto sottovalutare o ignorare» 17 .

16 O. COLANGELI, Antonietta De Pace. Patriota gallipolina, op. cit.

17 A. M. BANTI, Il Risorgimento italiano, op. cit. p. VIII.

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BIBLIOGRAFIA

A. M. BANTI, Il Risorgimento italiano, Roma-Bari, Laterza, 2010;

M. S. CORCIULO, Prime esperienze costituzionali italiane: la rappresentanza politica in Terra d’Otranto al Parlamento del 1820-21, in R. DE LORENZO (a cura di), Risorgimento democrazia Mezzogiorno d’Italia, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 507-523;

F. ROSSOLILLO, Nazione, in Dizionario di politica, diretto da N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G. PASQUINO, Torino, UTET, 1976, pp. 639-643;

O. COLANGELI, Antonietta De Pace. Patriota gallipolina, Galatina, Editrice Salentina, 1967;

S. LA SORSA, Sigismondo Castromediano, in ISTITUTO TECNICO COMMERCIALE “LAPORTA” DI GALATINA ( a cura di), Partecipazione salentina al Risorgimento d’Italia, s. c., Tipografia Bramante, 1962, pp. 9-27;

M. PROTO, Per una nuova interpretazione del Risorgimento salentino, Galatina, Mariano Editore, 1962;

M. DEL BENE, I mazziniani di Terra d’Otranto (1832-1874), v. I, Lecce, Tipografia Guido, 1919;

P. PALUMBO, Risorgimento salentino (1799-1860), v. II, Lecce, Martello Editore,

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