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Il Vangelo, d’altro canto.

«Può una canzone dare forma a un pensiero?». La domanda, così posta, può dire troppo o troppo
poco, per certi versi può anche suonare provocatoria. Una sola canzone, in effetti, è forse troppo
“debole” per portare il peso e la responsabilità di tutto un pensiero, intendendo con ciò una
riflessione di ampio respiro, uno sguardo sul mondo, un modo di vedere le cose. Non si rischierebbe
di offrire un discorso per lo meno banale?
A dire il vero, la questione di qualche settimana fa circa la decisione, o meno, da parte di alcuni
professionisti di cantare Bella ciao, sembra suggerire una risposta diversa alla nostra domanda. Non
è questo, tuttavia, il dibattito al quale si vuole rimandare. Vorremmo offrire, piuttosto, in poche
battute, uno spunto “teorico” per iniziare a sondare e interrogare l’effettiva possibilità, che sarà poi
da sviluppare concretamente, di costruire una riflessione teologica in dialogo con il mondo della
musica.
L’intento così formulato non si prefigge lo scopo di ascoltare, leggere e interpretare brani musicali
strettamente religiosi, come quelli che è possibile eseguire o recitare durante le celebrazioni
liturgiche o quelli che in sé presentano un chiaro contenuto religioso (pensiamo ad esempio agli
Oratori di Händel, ai Corali di Bach ecc.). Questo repertorio, certamente, sarebbe un comodo e
sicuro campo d’azione in cui muoversi per cercare di fare teologia “in chiave musicale”. Allo stesso
tempo, tuttavia, sarebbe molto riduttivo e saprebbe (potrebbe) rivolgersi a un pubblico piuttosto
ristretto. La sistemica disaffezione nei confronti della religione istituita in genere, e del
cristianesimo e dei suoi riti in particolare, non lascia certo pensare che siano molto più numerosi gli
interessati ai brani musicali strettamente legati a questo “contesto sociale”, in sé sempre più
ristretto, che definiamo “chiesa”.
La riflessione, piuttosto, vorrebbe muoversi in un orizzonte più ampio, andando a interpellare quelli
che, servendoci di un termine che solitamente si ritrova nel mondo della letteratura, potremmo
definire i classici. Parlare di «classici», in qualsiasi ambito, è un modo per indicare quelli che sono
ormai riconosciuti (a una certa distanza di tempo) come dei veri e propri capolavori. Il giudizio in
sé, tuttavia, non è semplicemente estetico o di gusto. Volendo ridurre il discorso ai minimi termini,
queste opere sono contraddistinte invero da una decisiva caratteristica: esse sanno esprimere
concretamente, nel rispettivo linguaggio prediletto (scritto, visivo, grafico…), il comune senso
dell’umano così come vissuto in una determinata epoca.
È questa capacità, riconoscibile per certi versi solo a posteriori, che rende tale un classico.
Ciascuno, in qualsiasi epoca storica, guardando a un classico, sapendolo leggere e interpretare, è in
grado di ritrovarvi quel senso dell’umano, quella verità di compimento, quella «salvezza», che
ciascuno chiede e ricerca nella propria esistenza.
Potremmo anche dire: un’opera diviene un classico nel momento in cui la si investe della
responsabilità di poter “prendere la parola” a nome di tutta l’umanità, perché si riconosce in essa il
dischiudersi di qualcosa di imprescindibile e di universale per dire il senso della vita di ogni singolo
individuo. Gli elementi storici, geografici, sociali, economici che inevitabilmente segnano l’oggetto
concreto e l’“ambiente vitale” in cui esso ha visto la luce, sono gli strumenti attraverso i quali
l’autore è stato in grado di declinare quella verità riguardante ciascuno dei suoi destinatari (siano
essi lettori, uditori, osservatori…), che si servono dei medesimi elementi proprio per riconoscere
questa stessa verità (ecco perché ogni testo, Bibbia compresa, impone di essere interpretato e
conosciuto a partire dal proprio con-testo).
Ebbene, a fronte di questa breve descrizione, la nostra domanda potrebbe suonare: è possibile
declinare questa definizione di “classicità” anche nel mondo musicale? È possibile ascoltare dei
brani, leggere dei testi e ritrovare in essi una singolare, particolare e concreta testimonianza di quel
senso dell’umano che tutti ci accomuna? E ancora: è possibile fare questa operazione di “ricerca di
senso” su canzoni a noi relativamente vicine, così da chiederci cosa queste possano dire a noi oggi,
in questo nostro mondo ad esse relativamente contemporaneo? E infine: è possibile ritrovare una
declinazione teologica di questo senso? Detto in termini quasi banali: è possibile parlare oggi di
fede, di Gesù, di verità del Vangelo a partire da quel senso dell’umano a cui i grandi cantautori
hanno provato a dare voce nelle proprie canzoni?
Se, come crede il cristianesimo, Dio si è fatto carne in Gesù affinché proprio così potesse giungere a
compimento la sua rivelazione definitiva, non possiamo che credere (e sperare) di poter rispondere
positivamente a tutte queste domande. Ogni frutto buono dell’intelletto umano, ogni “classico” nato
dall’ingegno dell’umanità, rivela qualcosa dell’origine buona di ciascuno di noi. L’atto umano è
sempre atto teologico, perché reca in sé (o almeno dovrebbe) l’immagine di colui che ne custodisce
l’esistenza.
Questa è la fede cristiana, e a partire da qui vorremmo muoverci per interrogare quello che forse è
un campo per molti versi ancora inesplorato e/o ignorato. Se il confronto fra teologia e letteratura è
pressoché sterminato, e piano piano avanza un certo avvicendamento fra la teologia e l’arte (pur
rischiando talvolta di banalizzare o ridurre il ben più fondamentale interesse per un’estetica
teologica), la musica, e in particolare la cosiddetta “musica leggera”, fatica ancora a trovare un
uditorio teologicamente interessato. La sfida, d’altro canto, è proprio questa. Anche laddove
l’intenzione che porta a una canzone è tutt’altro che teologica (per non dire cristiana), forse proprio
lì la possibilità di ritrovare un senso o un’indicazione preziosa su come vivere oggi la fede e su
quale possa essere oggi il senso del Vangelo per il mondo che ci circonda, può non essere così
peregrina.
Un Vangelo in chiave musicale, un vivere cristiano in dialogo e in ascolto del mondo della musica.
Questa è la sfida, questo è lo sguardo con cui proveremo a guardare al nostro mondo, il linguaggio
che proveremo a parlare, una (forse relativa) novità che, in un’epoca perennemente alla ricerca di
una riforma della chiesa, forse val la pena di esplorare.

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