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Cristina Nardella

Il fascino di Roma nel Medioevo


Le «Meraviglie di Roma» di maestro Gregorio
Roma, Viella, 1997

Pietro del Massaio, Pianta di Roma (1472)

[1] Viene riportata la recensione apparsa su La Repubblica in data 3.3.1998, pochi mesi dopo l’uscita
dell’opera (l’articolo – a firma Chiara Frugoni – è tratto dal Cd-Rom Gli anni de la Repubblica ‘98. Un
originale dell’articolo si trova comunque all’interno del volume).

Un' insolita guida scritta da un inglese del Duecento indifferente al cristianesimo


La Roma senza Papa di maestro Gregorio
di Chiara Frugoni
Nonostante i disagi e i molti pericoli, le strade medievali non erano deserte; a chi era diretto a Roma la
città si presentava dall’alto di Monte Mario, chiamato non a caso “Monte della gioia” ( Mons Gaudii)
perché rappresentava la meta finale della grande fatica del viaggio. 

I pellegrini si muovevano in città aiutati, nei loro itinerari della fede, da guide che segnalavano i
principali monumenti cristiani [n.d.r. si vedano i Mirabilia Urbis Romae]. Tuttavia lo spettacolo dei grandi
edifici classici in disfacimento non mancava di colpire lo spettatore: “O Roma, non c’è nulla che sia
uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata
grande, se intatta”. Questi due versi del poeta inglese Ildeberto di Lavardin, dell’inizio del XII secolo,
sono citati nel prologo di una guida di Roma veramente insolita, scritta da “maestro Gregorio”, inglese,
presumibilmente nella prima metà del Duecento.

Veramente insolita perché questo erudito (che frequenta, come lui stesso dichiara, la Curia pontificia e
vanta amicizie fra i cardinali), è del tutto indifferente alla Roma cristiana; sembra non vedere alcuna
chiesa, anzi addebita con ira e disappunto le cause del disfacimento della Roma pagana in parte al
riutilizzo dei materiali di spoglio per l’edilizia, in parte, in realtà soprattutto, alla tenace lotta ingaggiata
contro un passato glorioso dai papi, distruttori di templi ed idoli, a cominciare da papa Gregorio Magno.

Gli unici tre edifici ecclesiastici menzionati servono unicamente da punto di riferimento topografico; solo
un veloce appunto di commozione dedica l’autore alla Roma medievale, apparsa finalmente dall’alto
della collina: “Credo proprio che si debba ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la
città in cui così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi che
a nessun uomo riuscì mai di contarle”. 

Lo sguardo di maestro Gregorio, stupefatto e turbato, è però per la Roma dell’antichità, per gli archi
trionfali, gli obelischi, le piramidi e le colonne coclidi, e soprattutto per le splendide statue in bronzo che
ancora potevano essere ammirate sparse in mezzo alle rovine insieme a quelle di marmo, quest’ultime
“quasi tutte o distrutte o deturpate dal beato Gregorio”. 

Una Venere nuda e con ancora tracce di pittura lo affascina particolarmente: “Quest’immagine è fatta di
marmo di Paro con un’arte talmente meravigliosa ed indicibile da sembrare una creatura viva piuttosto
che una statua: simile a donna che arrossisca della sua nudità, essa ha il viso cosparso di un colore
rosso. E sembra proprio a chi guarda che sul volto candido come la neve di quella statua scorra il
sangue. Per il suo meraviglioso aspetto e non so per quale magica seduzione fui costretto a tornare a
guardarla tre volte, anche se distava due stadi dal mio alloggio”. 

Le citazioni sono tratte dalla traduzione con testo latino a fronte fatta da Cristina Nardella (fatica che
purtroppo il titolo del libro non lascia indovinare: Il fascino di Roma nel Medioevo. Le “meraviglie di
Roma” di maestro Gregorio, Viella editrice, Roma, 1997, pagg. 208, figg. 15, lire 35.000). È la prima
traduzione in italiano, condotta sul manoscritto originale, con alcune brillanti soluzioni di lettura, che
l’autrice fa seguire ad un ampio commento alle Meraviglie di Roma, puntuale, scorrevole ed illuminante
(oltre a due capitoli su maestro Gregorio e sul genere letterario delle guide medioevali). 

Con l’aiuto della Nardella la statua amata da maestro Gregorio è rintracciata: si trova ancora a Roma,
ai Musei capitolini, dove è approdata dopo una serie di peripezie (e la vediamo in una delle nitide figure
che corredano il libro). Di fronte ai cicli figurati delle colonne coclidi o ai programmi scultorei degli archi
trionfali maestro Gregorio rimane particolarmente colpito, “anche se gli avvenimenti e i personaggi
rappresentati non vengono identificati correttamente, e sono descritti come suoi contemporanei: i
protagonisti delle storie scolpite, infatti, parlano in prima persona attraverso dialoghi di fantasia” (pagg.
96-97), con un procedimento identico a quello adottato da Dante, quando fa dialogare Traiano e la
vedovella (di cui il poeta fraintende l’identità: in realtà il soggetto rappresentato era l’omaggio di una
Provincia inginocchiata davanti all’imperatore), scolpiti nella ripa che separa il primo dal secondo girone
del Purgatorio (X, vv. 73-81). 

La colonna Traiana, “rotonda e cava come fosse una specie di canna fumaria”, è, secondo maestro
Gregorio, “la colonna trionfale di Fabrizio che i Romani gli decretarono dopo che ebbe vinto Pirro re
dell’Epiro”: Fabrizio resiste ad un tentativo di corruzione del medico di Pirro, come apprendiamo da un
serrato dialogo sulla pietra. 

La mancanza di fonti scritte, cioè di un punto di riferimento sicuro, annulla il senso del passato, che
Gregorio non sa collocare in una scansione temporale precisa. Ciò facilita una visione anacronistica: le
statue si muovono, parlano ed agiscono perché l’osservatore si sente liberamente contemporaneo ai
fatti, ai personaggi rappresentati di cui crede di recuperare le parole. I dialoghi sono la proiezione dei
pensieri e delle ipotesi dell’osservatore dipanati di fronte alle immagini antiche che, proprio perché non
appoggiate a fonti scritte, rimarrebbero altrimenti del tutto mute. 
Largo spazio maestro Gregorio dedica alle statue di bronzo e in particolare al gruppo equestre del
Marco Aurelio ora in Campidoglio, ai suoi tempi invece posto davanti al Laterano; su questo gruppo
l’autore si sofferma per pagine e pagine. Nel medioevo si era perduta la vera identità del cavaliere e
circolavano varie attribuzioni: l’ipotesi più accreditata era che si trattasse di Costantino, l’imperatore che
aveva concesso libertà di culto alla Chiesa: una vera fortuna, dato che per questa ragione la statua non
fu fusa, sorte che invece toccò a moltissim

Maestro Gregorio passa in rassegna e discute le varie teorie distinguendo le sue fonti con spirito critico:
accoglie l’opinione degli ecclesiastici in quanto ritenuti i più colti e affidabili, mentre disprezza
(“chiacchiere inutili”) quella della gente del luogo e dei pellegrini. Il cavaliere non è né Costantino né
Teodorico, come sostengono, rispettivamente, i locali e i forestieri, ma invece un romano antico, un
certo Marco o Quinto Quirino. È molto interessante e divertente seguire, con la Nardella, l’origine e le
pieghe delle varie leggende, in parte basate su fraintendimenti visivi (il ciuffo in mezzo alle orecchie del
cavallo creduto un cuculo; il barbaro calpestato, che al tempo di maestro Gregorio rendeva più stabile il
cavallo, creduto un re nano, dotato di poteri magici), in parte accreditate per stornare identificazioni
all’improvviso diventate scomode. 

Marco Aurelio fu creduto senza contestazioni Costantino fino a quando il papato sostenne l’autenticità
della “donazione” dell’impero alla Chiesa. Già nell’XI secolo gli imperatori germanici cominciarono però
a dubitare apertamente della veridicità di questo atto e d’altra parte la Chiesa stessa cominciò a trovare
disdicevole fare dipendere i fondamenti del potere papale dalla concessione di un imperatore.

Che davanti al palazzo del pontefice, nella piazza del Laterano, s’ergesse il gruppo equestre di
Costantino era diventato assai sconveniente: sono proprio i cardinali ad allontanare Costantino e ad
indirizzare maestro Gregorio “al tempo dei consoli e dei senatori”. 

L’elenco dei monumenti passati in rassegna (se ci fosse una ristampa suggerirei di aggiungere una
mappa di Roma con la loro localizzazione) è lungo ed io non voglio privare il lettore del piacere della
scoperta. Aggiungo solo che questo volume inaugura una nuova collana: La corte dei papi, diretta da
Agostino Paravicini Bagliani, pubblicata dalla Viella, indirizzata ad un largo pubblico di studenti ma
anche di lettori non specializzati, che vogliano conoscere meglio la corte pontificia, “una delle corti
sovrane più complesse dell’Occidente”. Si avvicina il Giubileo e comprendere meglio i simboli del
papato, il volto di Bonifacio VIII, la Roma del suo tempo o immediatamente precedente può dare una
diversa dimensione e spessore all’evento. In questo senso appaiono interessanti gli altri titoli della
collana, a cominciare dal secondo volume, già pubblicato, di Jane Sayers, Innocenzo III, 1198-1216;
per proseguire, a titolo d’esempio, col fenomeno del nepotismo dei papi (Sandro Carocci); il significato
politico e simbolico del portico lateranense (Ingo Herklotz); le profezie riguardanti papa Celestino
(Francesco Santi); i banchieri del papa nei secoli XII-XIII (Marco Vendittelli).

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