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STORIA ECONOMICA

1. LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
-1.1. Premessa: la storia economica
La storia economica ha come obiettivo il descrivere in modo sintetico le trasformazioni
economiche dalla seconda metà del Settecento. Lo storico C.M. Cipolla afferma “…è la storia dei
fatti e delle vicende economiche a livello individuale, aziendale o collettivo”.
Prevalentemente si occupa di:
 PRODUZIONEcombinando i fattori della produzione, ossia i fattori naturali, lavoro,
capitale ai quali si aggiunge la capacità imprenditoriale;
 DISTRIBUZIONEripartizione dei beni e dei servizi (problema delicato poiché difficile
stabilire le quantità da assegnare);
 CONSUMOutilizzazione dei beni e dei servizi prodotti. I beni destinati al consumo finale
sono impiegati solo una volta, siano cibo, petrolio, ecc., a meno che non si tratti di beni
durevoli quali automobili, elettrodomestici, ecc.

Ciò elencato precedentemente è oggetto di studio di:


 ECONOMIA POLITICAstudia l’attività economica per comprenderne il funzionamento ed
eventualmente tentare di formulare delle leggi;
 POLITICA ECONOMICAsi occupa del modo in cui i governi, con la loro azione e per
raggiungere fini, cercano di modificare la composizione, la distribuzione ed il consumo della
ricchezza prodotta.
Dunque, la storia economica studia le modalità con le quali i problemi della produzione, della
distribuzione e del consumo di beni e servizi sono stati effettivamente risolti in certe epoche e
luoghi.
È bene distinguere il ruolo dell’economista e dello storico economico, come affermò J.M. Keynes:
 ECONOMISTAdeve studiare il presente ed il passato in funzione del futuro;
 STORICO ECONOMICOorientato verso il passato e deve evitare di ipotizzare le leggi
valide per ogni tempo.

-1.2 Il sistema feudale


Il sistema feudale si va a costituire in una vasta area dell’Europa centrale ma era già in profonda
decadenza nel Settecento. Esso si basava sui rapporti personali e patrimoniali, intercorrenti tra il
sovrano o signore ed i suoi vassalli e tra i vassalli ed i loro contadini
VASSALLIpromettevano fedeltà e si obbligavano a fornire aiuto (militare e finanziario) e consiglio
(partecipazione a consultazioni periodiche) al SIGNORE garantiva al vassallo la sua protezione e
gli assicurava il mantenimento mediante l’assegnazione di un feudo che poteva revocare da un
momento all’altro in caso di “fellonìa”, ossia tradimento o infedeltà.
I feudi con il tempo divennero ereditari e vendibili oltre che frazionabili suffeudi.
I vassalli oltre ai feudi possedevano anche terre di proprietà privata ossia gli allodii.
Le terre del feudo erano divise in:
a) RISERVA DOMINICAcoltivazione da parte dei servi del padrone;
b) MANSIpoderi dati in concessione ai contadini liberi per potersi mantenere;
c) TERRE COMUNIterre non coltivate riservate allo sfruttamento comunitario degli abitanti
del luogo (pascolo, raccolta legna, ecc.)

Il FEUDATARIO inoltre garantiva la difesa contro i nemici con i suoi uomini armati, amministrava la
giustizia e soccorreva i CONTADINI in caso di bisogno.
erano tenuti ad alcune prestazioni verso il signore:
 pagavano un censo per l’uso della terra;
 corvées (prestazioni gratuite);
 mettevano a disposizione uomini armati.
Dal punto di vista sociale il mondo feudale era un’organizzazione divisa in:
 oratoresclero, coloro che pregavano
 bellatoresnobiltà, coloro che combattevano
 laboratorescontadini e artigiani, coloro che lavoravano
Queste erano categorie immutabili in quanto fissate da Dio stesso per garantire l’assetto della
società. Con il tempo, il sistema feudale, si andava sfaldando a cominciare dall’Inghilterra.

-1.3 La società di acien régime


Il termine entrò in uso al tempo della Rivoluzione francese(1789) nei diversi paesi europei. Nel
Settecento la società era divisa in classi anche se diversamente da quelle feudali:
 NOBILTÀ e CLEROla prima godeva di un enorme prestigio sociale e continuava ad essere
esentata dal pagamento di alcuni tributi, inoltre amministrava la giustizia nei confronti
degli abitanti delle loro terre. Il secondo era di origine contadino o proveniva dai ranghi
dell’artigianato urbano ma le alte cariche ecclesiastiche erano sempre appannaggio dei
membri della nobiltà. Era, inoltre, esentato dal pagamento di numerosi tributi ordinari e
deteneva il monopolio più o meno completo dell’istruzione;
 CETO BORGHESEnato nelle città dalla progressiva dissoluzione del sistema feudale,
costituito da mercanti, banchieri, notai, medici…Si stava consolidando sempre di più ed
assumeva caratteristiche particolari a seconda dei paesi in cui si era sviluppata. Borghesia
mercantile come in Olanda ed in Inghilterra;
 LAVORATORIcontadini, artigiani…Rappresentavano la stragrande maggioranza della
popolazione ma le loro condizioni variavano da luogo a luogo. In Europa occidentale erano
assoggettati da numerosi obblighi feudali ma situazione buona. In Europa dell’est le
condizioni tendevano a peggiorare ed i vincoli feudali tendevano ad essere oppressivi.

-1.3 La rivoluzione industriale


A partire dalla metà del Settecento ha inizio una grande trasformazione dal punto di vista
economico e sociale. Erroneamente ha sempre portato il nome di rivoluzione “industriale” poiché
in realtà le trasformazioni riguardarono non solo l’industria ma anche la popolazione, l’agricoltura,
commercio, ecc.
Successivamente la rivoluzione è stata divisa in 3 fasi distinte:
 La 1ªrivoluzione industrialemetà 700 fino metà 800 e interessò l’Inghilterra, seguita da
Francia e Stati Uniti. Caratterizzata da innovazioni che riguardarono la caldaia a vapore,
l’industria tessile e quella siderurgica;
 La 2ªrivoluzione industrialeseconda metà 800 fino alla Prima Guerra Mondiale per
proseguire fino alla metà del XX secolo. Interessò la Germania, gli Stati Uniti, la Russia e
l’Italia. La Gran Bretagna si avviava a perdere il primato. Principali attività sviluppatasi
chimica, elettricità, meccanica, acciaio, petrolio…
 La 3ªrivoluzione industrialeprese avvio dopo la Seconda Guerra Mondiale ed ha prodotto
trasformazioni economiche e sociali molto più profonde. Si sviluppò in settori come
l’energia nucleare, chimica avanzata, elettronica, informatica.

La rivoluzione industriale, fu una rivoluzione prettamente europea. Perché?


Nonostante altre nazioni avessero contribuito alle conoscenze scientifiche e tecnologiche,
quali la Cina per esempio con l’invenzione della stampa e la carta, in Europa si verificarono le
migliori condizioni per la rivoluzione e quindi condizioni favorevoli per lo sviluppo della scienza,
della tecnica e dell’iniziativa economica. A ciò aveva contribuito anche la posizione del
cristianesimo sul lavoro e sul rapporto uomo-natura. La riforma protestante, inoltre aveva
fornito una giustificazione all’arricchimento , considerando il successo e la ricchezza raggiunti
dall’uomo laborioso, segno della benevolenza divina.
Secondo Max Weber, le nazioni che aderirono alla riforma protestante riuscirono a svilupparsi
più rapidamente dei paesi legati al cattolicesimo.
In Europa si andava allargando la partecipazione democratica dei sudditi al governo ed una
maggiore uguaglianza di fronte alla legge.

2. LO SVILUPPO ECONOMICO
I termini crescita e sviluppo vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma essi presentano
alcune differenze:
 CRESCITA ECONOMICA aumento del valore complessivo di beni e servizi prodotti da
una determinata popolazione in un periodo definito. Questo è considerato un processo
reversibile perché ad un periodo di crescita può seguire un periodo di decrescita. Vi è
crescita nel momento in cui aumenta la produzione di beni e servizi,
indipendentemente dalla loro natura.
 SVILUPPO ECONOMICOcrescita elevata e prolungata accompagnata da
trasformazioni strutturali, sociali e culturali. Anch’esso può essere considerato
reversibile seppur sia una cosa molto difficile tornare a forme economiche esistenti
prima del cambiamento.
Inoltre, questi due termini sono considerati neutri, in quanto possono essere misurati e descritti
prescindendo da giudizi etici.
È diversa, invece, la nozione di PROGRESSO, alla quale viene associato un connotato positivo. Oggi
identifichiamo che la crescita e lo sviluppo con il progresso ma non è così sempre. L’idea di
progresso è legata alla concezione del mondo affermatasi in Europa fra Sei e Settecento (quali
esempi come Cartesio e Newton). Ogni fase storica presenta un progresso rispetto a quello
precedente. Quest’idea di progresso appartiene all’uomo occidentale contemporanea ma non è
stata validata in ogni tempo e luogo (es: Greci pensavano che la storia dell’umanità si sviluppasse
dall’ordine verso il caos ed ogni generazione aveva il compito di consegnare alle generazioni
successive un mondo non degradato).

-2.1 La misurazione della crescita


La crescita viene misurata facendo ricorso ad alcuni aggregati* come:
 Prodotto interno lordo (Pil)valore monetario di beni e dei servizi prodotti in un
determinato periodo (un anno in genere) all’interno di un paese (sul territorio nazionale)
da residenti e da stranieri, compreso il valore dei beni che sono stati consumati nel
processo produttivo;
 Prodotto nazionale lordo (Pnl)valore monetario di beni e servizi prodotti in un
determinato periodo soltanto dai residenti, all’interno del paese e all’estero sempre al
lordo degli ammortamenti*1

*grandezza economica complessa (esempio, insieme di tutte le produzioni, consumi ecc.)


*1levando gli ammortamenti si ottengono il Pin e Pnn

Il calcolo del Pil pone diversi problemi, fra cui quello relativo alla misurazione del valore dei servizi.
Ciò significa che, siccome il costo dei servizi della pubblica istruzione (sanità, difesa) è costituito
principalmente dalle retribuzioni pagate ai dipendenti pubblici, se si aumentano tali aumenta
anche il Pil.
La determinazione del Pil serve per stabilire confronti internazionali e comparare i livelli di crescita
dei diversi paesi. Dividendo il Pil per il numero degli abitanti abbiamo il PIL PRO CAPITE che serve a
conoscere il valore dei beni e dei servizi che ciascun cittadino ha contribuito a produrre. Così è
possibile stabilire un confronto tra un paese più piccolo ed uno più grande a numero di abitanti e
stabilire quale sia più ricco nonostante il numero di essi. Altro problema che si pone, quando si
vogliono effettuare confronti fra le economie dei diversi paesi, è quello del valore delle monete
nelle quali è espresso il Pil di ciascuno di essi e del tassi di cambio da applicarePARITÀ DI POTERE
D’ACQUISTO che consiste nell’individuare una quantità di beni e servizi di uso più comune e nella
determinazione del loro prezzo della moneta di ciascun paese.

-2.3 I modelli di sviluppo


Gli storici hanno fatto ricorso a schemi o modelli per spiegare lo sviluppo economico. Un esempio
di modello è quello di Rostow che individuò il concetto di take off o decollo ormai entrato nel
linguaggio comune di storici ed economisti. Secondo lui la realizzazione dello sviluppo economico
passa attraverso 5 fasi:
1. LA SOCIETÀ TRADIZIONALE stadio della società preindustriale, in cui l’agricoltura prevale;
2. LA SOCIETÀ DI TRANSIZIONE fase di cambiamento, caratterizzata dall’incremento della
produttività agricola che riesce a mettere a disposizione degli altri settori le risorse necessarie
alla loro crescita;
3. LA SOCIETÀ DEL DECOLLO o TAKE OFF stadio più importante perché segna il momento in cui
la società conosce una forte accelerazione riuscendo a superare tutte le resistenze che
ostacolano lo sviluppo;
4. LA SOCIETÀ MATURAsocietà decollata e vede aumentare la produttività, innovazioni
tecnologiche e investimenti;
5. LA SOCIETÀ DEI CONSUMI DI MASSAsocietà degli anni 50 del Novecento. In questo stadio si
assiste a un forte aumento della domanda di beni e servizi, reso possibile dall’aumento del
reddito pro capite.

-2.4 Crisi e cicli economici


Una delle caratteristiche principali del mondo industrializzato fu la comparsa delle CRISI
ECONOMICHE. Anche nell’età preindustriale vi erano state delle crisi ma erano CRISI DI
SOVRAPPRODUZIONE. Quest’ultime sono apparse con il sistema capitalistico*industriale. Esse si
presentano quasi sempre con la stessa successione di eventi:
fase favorevole (uso delle macchine perfezionate, banche pronte a
finanziare)

aumento vendite (pieno impiego dei fattroi di produzione)

sovrapproduzione (poiché difficile stabilire fino a quale punto


spingere la produzione e si corre il rischio)

Lo studio delle crisi è stato inquadrato in quello dei CICLI ECONOMICI (Kondratieff )

*capitalismo=accezione marxiana che indica il sistema economico-sociale basato sulla proprietà privata ed i mezzi di produzione e
sul lavoro salariato
3. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
-3.1 Popolazione ed economia
Le trasformazioni dal punto di vista demografico, agricolo, commerciale e dei trasporti hanno
contribuito alla 1ª rivoluzione industriale.
Lo studio della POPOLAZIONE fu particolarmente importante per comprendere i problemi
economici di un territorio in una certa epoca. Aumento popolazione, più persone da sfamare, più
braccia per lavorareAUMENTO DELLA DOMANDA DEI BENI e AUMENTO DELL’OFFERTA DEI
PRODOTTI. Contrario nel caso della diminuzione della popolazione.
In generale la DOMANDA COMPLESSIVA è influenzata dalla struttura sociale della popolazione, per
esempio, la domanda aristocratici diversa da quella degli agricoltori. Ma condizionata anche da
fattori socio-culturali, credenze religiose, ecc. Ed infine, è influenzata dal reddito dei consumatori e
dalla loro possibilità di spesa.
Nel mondo preindustriale la gente consumava poco. Secondo la legge di Engel la percentuale del
reddito destinata ai consumi alimentari è tanto elevata quanto è minore il reddito. Più poveri
destinano il reddito ai consumi essenziali mentre i ricchi riescono a metterne da parte destinato al
consumo di altri prodotti.
L’offerta era condizionata dalla capacità produttiva ossia dalle terre e dal capitale disponibili, dalle
tecniche utilizzate e dalle fonti di energia disponibili. Ma anche dal numero di abitanti e dalla sua
composizione per classe di età. Le persone in età lavorativa producevano e allo stesso tempo
consumavano mentre bambini e anziani consumavano praticamente senza produrre. Cosa che,
invece, non avveniva nel caso dei contadini, poiché tutti erano capaci di produrre.

-3.2 La dinamica della popolazione nel mondo preindustriale


Fino al XVIII e XIX secoli la conoscenza del numero degli abitanti era molto difficile. Per i periodi
precedenti si è fatto ricorso ad altri mezzi come le rilevazioni tributarie, quelle ecclesiastiche e le
descrizioni dei contemporanei. Secondo tali stime si arrivava a circa 800 milioni di popolazione
mondiale. A partire dal 400 a.C. fino al 1200 l’Europa subì momenti di crescita e decrescita.
Caratteristico andamento a onde, che mostra come fosse difficile per la popolazione europea
crescere stabilmente.
Nell’Europa preindustriale permaneva l’antico regime demografico che si può chiamare primitivo o
naturale. Quest’ultimo era caratterizzato da un equilibrio demografico labile e precario dovuto ad
un’alta natalità ma anche ad una alta mortalità. La vita media oscillava tra i 20 ed i 25 anni. Coloro
che riuscivano a sopravvivere i primi anni di vita avevano maggiore possibilità di vivere più a lungo.
Tutto ciò era dovuto dalla dipendenza della popolazione dalla disponibilità dei mezzi di
sussistenza. Il rapporto popolazione-mezzi di sussistenza era sempre difficile. Quando la
popolazione era maggiore dei mezzi di sussistenza si andava incontro a lunghi periodi di
malnutrizione. L’organismo si indeboliva e si andava incontro alle epidemie, una tra queste nel 700
fu la peste. Quest’ultima era favorita anche dalle cattive condizioni igieniche, dalle limitate
conoscenze mediche e dalle misere condizioni di vita.
Infine, la popolazione nel 700 era perlopiù analfabeta ad esclusione delle classi superiori che per
l’istruzione dei propri figli ricorrevano a precettori. Diverso fu però il caso dell’Inghilterra poiché
circa la metà della popolazione sapeva leggere.

-3.3 La rivoluzione demografica


Il regime demografico naturale venne a poco a poco sostituito da un regime che prese il nome di
moderno. La fase di transizione ebbe luogo dapprima con la diminuzione del tasso di mortalità e
successivamente con la conseguente diminuzione di quello di natalità. Alla fine del processo la
società risultò caratterizzata da una bassa mortalità e natalità. La vita media passò dai 25 del 1700
ai 50 del primo Novecento agli 80 di oggi. Il legame fra popolazione e disponibilità alimentari si
stava finalmente spezzando. L’incremento demografico, comunque, destava non poche
preoccupazioni. Secondo Malthus la crescita della popolazione rispondeva ad una “crescita
naturale” in virtù della quale si sarebbe raddoppiata ogni 25 anni, se non fosse stata frenata dalle
disponibilità alimentari. Sosteneva, inoltre, che la popolazione si sviluppava secondo una
progressione geometrica mentre i mezzi di sussistenza crescono secondo una progressione
aritmetica. Per evitare che la popolazione restasse indigente, era necessario limitare l’incremento.
Egli faceva appello al cosiddetto moral restraint ossia al ritardo volontario del matrimonio e alla
pratica della castità in modo da ridurre le nascite.

-3.4 Le cause della rivoluzione demografica


Le cause che determinarono la crescita della popolazione prima britannica e poi europea furono
diverse:
1. Alimentazione più regolare, diversificata ed abbondante;
2. Condizioni igieniche pubbliche e private migliorarono. Si ammodernarono le fognature e
furono costruite redi idriche;
3. Progressi della medicina seppur questo avvenne in maniera più grande nel XVII secolo vi
furono delle scoperte non da poco sui bambini, così da portare alla riduzione del tasso di
mortalità infantile;
4. Riduzione mortalità infantile tasso di natalità rimase elevato per parecchio tempo ma
cominciò ad avere qualche segno di cedimento alla fine del 1700;
Ciò che per ultimo caratterizzò la prima rivoluzione industriale sotto il carattere demografico fu lo
sviluppo di un nuovo urbanesimo.

4. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE


4.1 L’agricoltura di ancien régime
La 1ªrivoluzione agricola consentì di disporre una maggiore quantità di cibo. Nonostante la
scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, l’uomo continuò a vedere vanificati i suoi sforzi di far
crescere la popolazione.
Fino al XIX secolo si ha la prevalenza del SETTORE PRIMARIO in molti paesi, in Italia addirittura fino
al secolo successivo. Con il tempo ha ceduto il posto al SETTORE SECONDARIO che fu poi superato
da quello TERZIARIO. Questa trasformazione è stata chiamata LEGGE DEI TRE SETTORI o LEGGE DI
CLARK, che ha individuato la tendenza di lungo periodo, nelle economie in crescita, alla riduzione
percentuale degli addetti dell’agricoltura a vantaggio di quelli dell’industria e dei servizi, fino a
quando non crescerà solamente quella del settore terziario.
Prima della rivoluzione industriale, l’agricoltura era l’attività economica prevalente ma operava
con una scarsa produttività a causa dei pochi ed elementari attrezzi agricoli utilizzati.
Due importanti caratteristiche dell’agricoltura dell’ancien régime erano la pratica della policoltura
e la scarsa commercializzazione dei prodotti agricoli.
La commercializzazione dei prodotti della terra era molto limitata. Solo i grandi proprietari, che
disponevano di raccolti superiori alle loro necessità, potevano vendere parte della produzione sul
mercato, che si limitava alle zone circostanti.

4.2 La rivoluzione agraria: le tecniche


La crescita della popolazione comportava un aumento della domanda dei beni di prima necessità,
con un conseguente rialzo dei prezzi. Le profonde trasformazioni realizzate in Inghilterra hanno
dati luogo alla rivoluzione agraria (forte incremento della produzione e della produttività in
agricoltura, grazie all’introduzione di nuove tecniche e al mutamento del regime della proprietà
fondiaria). L’esigenza di incrementare la produzione agricola, nata con l’aumento della domanda di
beni di prima necessità dovuto alla crescita della popolazione, diede il via alla rivoluzione agraria
caratterizzata dall’introduzione di nuove tecniche e dal mutamento del regime della proprietà
fondiaria. L’Europa settecentesca doveva far fronte al problema della crescita demografica
mediante un uso più produttivo delle terre che aveva a disposizione non potendo attuare, per
limiti territoriali, un’agricoltura estensiva (come in America).
Per ripristinare la fertilità del suolo dopo le coltivazioni si incominciò a lasciare la terra
periodicamente a riposo e a ricorrere alla sua concimazione. Il periodo di riposo, detto MAGGESE,
entrò a far parte di numerosi metodi tra cui la ROTAZIONE BIENNALE (un anno di coltivazione e un
anno di maggese) e la ROTAZIONE TRIENNALE (due anni di coltivazione un anno di maggese).
Questi metodi colturali però comportavano uno spreco di terre (quelle lasciate a maggese), la
soluzione fu raggiunta dapprima in Olanda e poi in qualche contea inglese come quella di Norfolk
con il “sistema di Norfolk” che comportava l’eliminazione del maggese e l’inserimento nelle
rotazioni di leguminose e di piante da foraggio che miglioravano la fertilità del terreno e facevano
perciò aumentare la resa. Il riposo da solo non bastava, bisognava ricorrere anche alle
concimazioni, il risultato migliore si otteneva con il letame. L’inserimento di piante foraggere nelle
rotazioni diede la possibilità di alimentare gli animali nelle stalle e quindi di produrre più concime,
mettendo in moto un circolo virtuoso.

4.3 La rivoluzione agraria: il regime della proprietà fondiaria


I nuovi metodi sperimentati richiedevano la piena ed esclusiva disponibilità delle terre da parte di
chi doveva utilizzarle. Invece, sia in Inghilterra che in altri paesi europei, la coltivazione delle terre
era di tipo comunitario e avveniva secondo il SISTEMA DEI TRE CAMPI. Le terre recintate del
villaggio erano divise in 3 parti: 2 coltivate e 1 tenuta a maggese, ogni parte era a sua volta
frazionata in tante strisce spettanti alle varie famiglie. Fu dato perciò un nuovo impulso al
movimento delle enclosures (recinzioni) che doveva portare a una completa privatizzazione delle
terre. A metà del Settecento almeno la metà della terra arabile in Inghilterra era già recintata, a
metà Ottocento non vi erano, invece, più campi aperti. La pratica della recinzione poteva avvenire
in seguito a un accordo privato o con un “atto” legge del Parlamento. Si ricorreva al secondo
metodo quando i proprietari delle terre erano molti e non riuscivano ad accordarsi, i titolari di
almeno l’80% delle terre presentavano una petizione al Parlamento che nominava una
commissione d’inchiesta; se il suo parere era favorevole il Parlamento emanava un atto che
autorizzava alla divisione. Soltanto che le spese per aggiungere le spedizioni erano molto elevati,
così nel 1801 venne emanato il General Enclosures Act. Coloro che ottennero un piccolo
appezzamento di terra spesso lo vendettero ai proprietari più grandi e si trasformarono in fittavoli
o in braccianti. In tal modo, le enclosures contribuirono al consolidamento della grande proprietà.

4.4 Rivoluzione agraria e rivoluzione industriale


La rivoluzione agraria ha contribuito alla rivoluzione industriale inglese in almeno 4 modi:
 Sostenne una popolazione in aumento: L’aumento non solo della produzione, ma
principalmente della produttività agricola, consentì di alimentare un numero crescente di
persone, che poterono dedicarsi ad attività extra agricole.
 Creò il potere d’acquisto da destinare ai prodotti dell’industria britannica: I redditi agricoli
consentirono agli agricoltori di acquistare manufatti dell’industria, sia quelli destinati al
consumo diretto ma soprattutto quelli necessari alle nuove esigenze dell’agricoltura.
 Consentì lo spostamento di popolazione nelle zone industriali: Infatti i lavori agricoli non
erano più sufficienti ad assorbire una popolazione in crescita.
 Partecipò alla formazione del capitale necessario al finanziamento dell’industrializzazione:
Molti proprietari terrieri destinarono parte dei guadagni realizzati con la vendita dei prodotti
agricoli e dell’allevamento al finanziamento delle prime industrie.

5. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDISTRIALE INGLESE:


TRASPORTI E COMMERCIO
5.1 La rivoluzione dei trasporti: strade e ferrovie
L’altra rivoluzione che contribuì alla prima industrializzazione della Gran Bretagna fu quella dei
trasporti. Le strade inglesi erano considerate le peggiori in Europa, infatti per il modo in cui erano
costruite esse si deterioravano facilmente. La necessità di rifornire di generi alimentari e di
carbone le città. in espansione, e in primo luogo Londra, indusse il governo a intervenire,
favorendo il sistema delle strade a pedaggio.
La vera rivoluzione nel settore stradale si ebbe soltanto all’ inizio del secolo XIX quando alcuni
ingegneri, ripresero i sistemi di costruzione dei Romani e cominciarono a realizzare strade più
solide e compatte. Solo così fu possibile consentire lo spostamento in maniera più veloce e più
economica dei passeggeri, delle merci, delle notizie. Le diligenze si fecero più numerose, comode e
frequenti. La grande innovazione si ebbe però con la comparsa delle strade ferrate, che nacquero
dall’abbinamento delle rotaie con la locomotiva a vapore. Nel 1825 George Stephenson, un tecnico
minerario, costruì una locomotiva a vapore.

5.2 La rivoluzione dei trasporti: le vie d’acqua


Nel Settecento, le strade non consentivano, a costi convenienti, il trasporto di merci pesanti sulle
lunghe distanze, per le quali erano più indicate le vie d’acqua interne. In Inghilterra scoppiò, nella
seconda metà del Settecento, una vera e propria febbre dei canali. Questi ebbero un’ importanza
notevole perchè quasi sempre collegavano due fiumi navigabili e perciò contribuivano ad ampliare
la rete di comunicazione formata dalle acque interne. Il trasporto marittimo era certamente la
forma di trasporto più conveniente, perché le navi consentivano di muovere una maggiore
quantità di merci a costi ridotti. Il viaggio per mare però presentava diversi pericoli, dalle tempeste
alle razzie dei pirati. Perciò, i proprietari delle navi o i capitani, per garantirsi da questi rischi
stipulavano polizze con le numerose compagnie di assicurazione che stavano sorgendo.

5.3 Commercio e mercantilismo


Secondo Adam Smith, il filosofo scozzese fondatore della moderna scienza economica, “ il
consumo è l’unico fine di tutta la produzione”. Ciò vuol dire che sia i prodotti industriali che
agricoli dovevano essere venduti. I mercati però erano troppo ristretti e ciò costituiva un ostacolo
insuperabile alla crescita dell’attività produttiva. Gli ostacoli al commercio erano di diversa natura:
barriere naturali (montagne, foreste, mari ....), barrire artificiali (dazi, norme che limitavano la
libera circolazione), bassi redditi della popolazione (scarso potere d’acquisto), l’insicurezza dei
viaggi terrestri (ladri), l’insufficienza della moneta in circolazione, le difficoltà di accesso al credito.
Il MERCANTILISMO, che ancora nella metà del Settecento improntava l’azione di quasi tutti i
governi europei, contribuì allo sviluppo del commercio internazionale nei secoli successivi alle
scoperte geografiche. Esso era sia una:

 DOTTRINA ECONOMICA: Perché riteneva che la ricchezza di un paese fosse assicurata dalla
quantità di metalli preziosi (argento e oro) da essa posseduti, causando il conseguente
perseguimento di una politica che consentisse di accrescere la ricchezza nazionale con ogni
mezzo (anche illecito) tra cui in primis con il potenziamento delle esportazioni, che sarebbero
state pagate con monete d’oro o d’argento, assicurando un costante flusso in entrata di
metalli.
 POLITICA ECONOMICA: La politica mercantilistica fu un insieme di provvedimenti adottati dai
vari Stati, ognuno dei quali perseguiva un proprio disegno di potenza. Miravano tutti a
costituire riserve abbondanti d’oro e d’argento per far fronte alle spese dello Stato. I paesi
europei non possedendo grandi giacimenti dovevano procurarsi metalli preziosi mediante la
conquista di colonie oppure con il commercio importando(in valore monetario) più di quanto
esportassero, cioè avere una bilancia commerciale attiva. Gli stati attuarono la politica
mercantilistica in vario modo, ma principalmente mediante una politica economica
protezionistica e nazionalistica attraverso la protezione doganale (dazi elevati o divieti) e le
forme di sostegno dirette alle manifatture (premi alla produzione o all’ esportazione). I governi
attribuivano grande importanza al possesso delle colonie considerate fattori di ricchezza.
Proprio per favorire il commercio internazionale e coloniale vennero fondate numerose
compagnie commerciali nei principali paesi, come la Compagnia inglese delle Indie orientali e
la Compagnia olandese delle Indie orientali.

5.4 Il commercio internazionale


In Inghilterra il miglioramento delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto consentì un
notevole sviluppo sia del mercato interno che del mercato internazionale. Il primo fu spinto
dall’incremento dei consumi alimentato dall’aumento del reddito pro capite che evidenziava il
miglioramento del livello di vita. Il secondo funzionò da propulsore per lo sviluppo della
rivoluzione industriale, infatti l’Inghilterra riuscì a creare una corrente di esportazione di manufatti
di lana di buona qualità e a questo commercio aggiunse una crescente riesportazione formando un
classico tipo di commercio triangolare Europa-Africa-Antille. Importava zucchero, tabacco, cotone
e piante tintorie dalle Indie occidentali (Antille) che pagava con schiavi acquistati dall’ Africa in
cambio di armi, ferramenta, alcolici e pezze di cotone indiane. Le esportazioni dei prodotti
nazionali britannici verso l’Europa vennero rapidamente sostituite da quelle dirette verso il Nord
America e le Antille che da sole giunsero ad assorbire più del 55% del totale.

6. INDUSTRIE TRAENTI E INNOVAZIONI IN GRAN BRETAGNA


6.1 L’organizzazione della produzione industriale
Alla fine del Settecento l’attività industriale rivestiva un importanza molto inferiore all’attività
agricola. Essa era orientata la produzione di beni di consumo come, tessuti abiti, vasellame, mobili,
utensili elementari ed era svolta in 3 diverse forme:
 ARTIGIANATO: Fin dal Medioevo, il maestro artigiano, assicurava la produzione di una gran
quantità di beni, in genere faceva parte di una corporazione. Le CORPORAZIONI erano fromate
da persone che svolgevano lo stesso mestiere ed avevano lo scopo di organizzazione
dell’attività produttiva per limitare la concorrenza, in modo da garantire continuità e stabilità
lavorativa. Inoltre, svolgevano una funzione di MUTUO SOCCORSO (aiuti finanziari agli
associati, sussidi alle loro vedove e agli orfani, ecc.);
 INDUSTRIA A DOMICILIO (domestic system o putting-out system): forma di produzione che
si sviluppò soprattutto nelle campagne e sfuggiva al controllo delle corporazioni. Il
mercante imprenditore provvisto di capitali forniva ai lavoranti le materie prime da
trasformare e in molti casi anche gli strumenti di lavoro e, periodicamente ritirava il
prodotto finito da immettere sul mercato. Gli “operai” erano contadini che lavoravano per
il mercante nei tempi morti dell’attività agricola. Questa fu una forma di produzione
progenitrice della industria moderna per questo rese il nome di protoindustria;
 INDUSTRIA CAPITALISTICA (factory system o sistema di fabbrica): era la forma più moderna
della produzione, caratterizzata dalla presenza di un imprenditore che organizzava i fattori
della produzione e investiva il capitale necessario alla concentrazione dell’attività in un
unico luogo. Queste sono le prime vere imprese “capitalistiche”, perché concentravano gli
operai in grandi stabilimenti attrezzati con numerose macchine.
Le tre forme di organizzazione precedentemente elencate non ebbero una successione temporale
ma esistettero l’una accanto all’altra.Bisogna infine ricordare che la produzione domestica alla
quale attendevano i membri della famiglia, specie di quella contadina, per soddisfare i propri
bisogni. Ovviamente i beni prodotti da quest’ultima non venivano immessi nel mercato.

6.2 Le forme giuridiche dell’impresa


Le imprese assumevano diverse forme giuridiche dalla DITTA INDIVIDUALE, in cui un'unica persona
svolgeva la sua attività con il capitale proprio, alla SOCIETÀ, che prendeva l’apporto di un capitale
da parte di più persone che partecipavano ai rischi dell’impresa e ripartivano fra loro l’eventuale
utile conseguito. Possiamo distinguere tra 3 tipi generici di società:
1. SOCIETÀ IN NOME COLLETTIVO I soci sono responsabili solidalmente (responsabilità
solidale: ciascun socio risponde dei debiti contratti anche dagli altri soci) e illimitatamente
(responsabilità illimitata: risponde dei debiti con tutto il suo capitale e non soltanto con la
quota di capitale sottoscritto) delle obbligazioni sociali e di norma sono anche tutti
amministratori della società.
2. SOCIETÀ IN ACCOMANDITA Prevede due categorie di soci:
 gli ACCOMANDATARI che rispondono solidalmente e illimitatamente delle obbligazioni sociali e
amministrano la società;
 gli ACCOMANDANTI i quali non partecipano alla gestione e rischiano solo i fondi che vi hanno
investito (responsabilità limitata)
3. SOCIETÀ ANONIMA o (società per anziani) È detta anonima perché non contiene nella sua
denominazione il nome dei soci che non sono noti ed intrattengono solo i rapporti di affari.
Raccoglie un certo numero di soci, che sottoscrivono frazioni di capitale, dette azioni, hanno
diritto a una quota dell’utile detta dividendo e partecipano all’assemblea che elegge gli
amministratori della società stessa. I soci hanno responsabilità limitata alle azioni possedute
che possono vendere o trasferire ad altri, per cui rischiano di perdere solo la quota di capitale
versata. Nel Settecento erano perlopiù imprese che si occupavano del commercio marittimo e
compagnie di assicurazione ad avere questa forma. La possibilità di vendere o comprare azioni
aveva dato luogo a speculazioni e perciò la costituzione di queste società venne sottoposta a
restrizioni, abrogate solamente nei primi decenni dell’Ottocento negli Stati Uniti.

6.3 Macchina a vapore e innovazioni


Le industrie traenti (o industrie guida) di questo periodo sono quella del cotone e del ferro. Le
innovazioni tecniche concernenti queste industrie e l’introduzione della forza del vapore
costituiscono il nocciolo della prima rivoluzione industriale inglese.
Fu James Watt che riparando un modello della macchina di Newcomen (primitiva forma di
macchina a vapore) apportò alcune modifiche che brevettò nel 1769.
Come lui altri inventori inglesi del secolo XVIII cercarono di dare una risposta ai problemi concreti.
Le numerose invenzioni inglesi furono anche una conseguenza del loro sistema di brevetti, che
risaliva all’inizio del Seicento e garantiva all’inventore l’utilizzazione esclusiva, sia pure per un
periodo limitato del frutto del suo ingegno. Il ruolo della tecnologia fu essenziale durante la prima
rivoluzione industriale, non tanto per le invenzioni ma per le innovazioni.
La distinzione fra invenzione e innovazione è dovuta a Joseph Schumpeter. L’invenzione è qualsiasi
novità brevettabile, l’innovazione si ha quando l’invenzione viene effettivamente applicata al
processo produttivo.

6.4 L’industria del cotone


L’industria tessile con le sue fasi della filatura, tessitura e della tintura si era sviluppata nelle
campagne specialmente mediante il lavoro a domicilio, e riguardava la lavorazione di lana lino e
canapa. In Inghilterra, mentre l’industria della lana era molto sviluppata e alimentava anche una
consistente corrente di esportazioni l’industria del cotone viceversa era modesta e arretrata. La
filatura del cotone richiedeva l’impiego di molta manodopera e non riusciva a stare dietro alla
domanda dei tessitori. Nonostante fosse urgente un perfezionamento dei filatoi la prima
innovazione in campo tessile riguardò invece la tessitura, con l’invenzione della “navetta volante”
Lo squilibrio tra filatura e tessitura si accrebbe finchè trent’anni dopo James Hargreaves inventò la
spinning jenny. Questo insieme di invenzioni che si concentrò nel breve periodo apportò benefici a
tutta l’industria tessile. Più di tutte si sviluppò però l’industria cotoniera.

6.5 L’industria del ferro


Diffusa in tutti i paesi europei si stava sviluppando in particolar modo in Inghilterra. I progressi
tecnici compiuti furono dovuti soprattutto all‘ introduzione dell’altoforno. Dopo la metà dell’
Ottocento si sviluppò in misura rilevante per la forte domanda delle ferrovie e dei cantieri navali.
La principale difficoltà era il ricorso al carbone di legna in un paese poco boscoso come
l’Inghilterra. Questo costrinse gli Inglesi a utilizzare il carbon fossile. Inseguito all’ estrazione del
coke (carbon fossile liberato dalle impurità) dal carbon fossile e il brevetto del pudellaggio
(processo di decarburazione mediante il quale la ghisa veniva fusa in un forno ad alte
temperature). L’industria siderurgica conobbe una notevole espansione e la Gran Bretagna arrivò
a detenere più della metà della produzione mondiale di ghisa.
Le caratteristiche dell’industria del ferro erano profondamente diverse da quella della cotoniera.
L’industria siderurgica, difatti:
a) era capital intensive perché richiedeva consistenti investimenti;
b) era organizzata, da più di un secolo in forme capitalistiche, con molti operai occupati nelle
officine alle dipendenze del datore di lavoro.

6.6 La dimensione regionale dell’industrializzazione


Lo sviluppo economico dei singoli paesi non significa ovviamente che nei medesimi vi sia una
crescita omogenea in tutte le aree geografiche che ne fanno parte. In ogni paese vi furono zone
che si svilupparono più rapidamente e altre che rimasero indietro, regioni più sviluppate e regioni
più arretrate (dualismo).
Questa circostanza è stata ben evidenziata da Sidney Pollard il quale ha studiato la dimensione
regionale dello sviluppo e ha evidenziato un processo a più fasi. Nella prima fase di sviluppo le
differenze regionali tendono ad aumentare, il decollo cioè genera squilibri economici e amplia
quelli già esistenti. Successivamente ma non sempre le industrie si impiantano anche nelle regioni
più arretrate dove i salari sono più bassi. L’Inghilterra fu sicuramente favorita, rispetto alle altre
nazioni, dal fatto che il processo d’industrializzazione riguardò parecchie regioni
contemporaneamente.

7. LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE: I PROBLEMI


7.1 I mezzi di pagamento e la funzione delle banche
Tra i problemi della rivoluzione industriale che bisognò risolvere occupa un posto rilevante il
problema dei mezzi di pagamento, del finanziamento dell’industrializzazione, dello sfruttamento
dei lavoratori e degli sbocchi per la produzione manifatturiera.
A metà Settecento le monete in circolazione erano quasi esclusivamente metalliche. Erano d’oro e
d’argento per i pagamenti cospicui mentre erano in rame nel caso di pagamenti minuti. Il valore
delle monete era definito dal contenuto di metallo prezioso. Per conseguenza il valore di una
moneta rispetto all’altra si otteneva confrontandone il fino (ossia, metallo prezioso). Lo Stato
provvedeva alla coniazione servendosi delle zecche, gestite direttamente o date in appalto a
privati.
I sistemi monetari erano tre:
1. Monometallismo aureo (gold standard, come base vi era l’oro);
2. Monometallismo argenteo (silver standard, come base l’argento);
3. Bimetallismo (entrambi).
Il metallo prezioso assunto alla base del sistema prendeva il nome di tallone. Il tallone di un paese
era caratterizzato dal libero conio (possibilità concessa ai privati di consegnare metallo prezioso
alla zecca e ottenere in cambio l’equivalente in moneta ) e dal potere liberatorio illimitato
(possibilità concessa dalla legge alla moneta di essere utilizzata in qualsiasi pagamento). Con il
tempo le monete d’oro e d’argento cominciarono a rivelarsi insufficienti e fu necessaria una nuova
forma di moneta cartacea, introdotta da alcune banche dette di emissione. Esse, cioè, non
disponendo di una quantità sufficiente di monete metalliche da prestare, consegnavano a chi
chiedeva somme in prestito un biglietto, con la promessa di cambiarli in monete metalliche ad
ogni richiesta dei loro possessori. Per assicurare il cambio, le banche emittenti dovevano tenere
una riserva di monete, non pari al valore dei biglietti.
A metà Settecento le banche di emissione esistevano soltanto in Inghilterra, Scozia e Svezia. La
Bank of England era la più importante e fu grazie a quest’ultima se i biglietti di banca (banknotes). I
biglietti non avevano corso legale (potere di estinguere qualsiasi debito sicchè nessuno poteva
rifiutarle) come le monete e quindi non possedevano potere liberatorio. Questo però solo all’inizio
ed erano solamente a corso fiduciario cioè potevano essere rifiutati e chi li accettava nutriva
“fiducia” nella banca emittente. Infine quando le banche di emissione non possedevano sufficienti
riserve, per garantire il cambio dei biglietti emessi, una legge poteva imporre, per un periodo
limitato, il corso forzoso (ossia l’inconvertibilità delle banconote che dovevano essere accettate
per forza come pagamento senza poterle più cambiare in moneta).
Nonostante fossero ormai noti quasi tutti gli strumenti bancari (giroconto, biglietto di banca,
cambiale ecc..) non esisteva ancora in nessun paese un vero e proprio sistema bancario. In
Inghilterra accanto alla Banca di Inghilterra esistevano le city banks (Londra) e le country banks
(nel resto del Paese). In diverse città europee vi erano delle banche pubbliche che accettavano
depositi senza corrispondere alcun interesse e lasciavano ai depositanti una ricevuta che poteva
essere girata ad altri per effettuare un pagamento. Queste banche investivano nel debito pubblico
come anche numerosi banchieri privati. In alcuni paesi sorse dal Quattrocento, per opera dei
Francescani, i Monti di pietà che concedevano dei piccoli prestiti su pegno alle persone bisognose.
I Monti frumentari invece, presenti perlopiù nelle zone rurali, prestavano grano per semina al
posto di denaro.

7.2 I problemi del finanziamento e del credito


La prima rivoluzione industriale risultò poco costosa. I primi industriali ricorsero innanzitutto all’
autofinanziamento (reinvestimento nell’azienda di una parte degli utili) fu il modo principale con il
quale gli imprenditori si procurarono i fondi necessari all’ampliamento della loro attività, e, in caso
di necessità costituivano una società in accomandita. Per queste ragioni le banche inglesi
difficilmente intervennero per concedere alle imprese finanziamenti cospicui e di lunga durata.
Se i primi imprenditori non avevano bisogno di capitale fisso necessitavano però di denaro per
l’acquisto di materie prime o semilavorati e per pagare i salari agli operai. Le banche di Londra e
quelle di provincia li finanziavano, mediante lo sconto di cambiali a tre mesi che, essendo
solitamente rinnovate, si trasformavano di fatto in finanziamenti di lunga durata .
Un problema per gli imprenditori era la scarsità di mezzi di pagamento, perché le monete d’oro
erano di valore troppo elevato per i piccoli acquisti e per pagare i salari. Gli assegni bancari erano
poco diffusi perciò rimanevano solo le banconote.
Durante le guerre napoleoniche però furono dichiarate inconvertibili e fu ristabilita la
convertibilità nel 1821 anno in cui la Gran Bretagna passò formalmente al Gold Standard.
Nel 1833, infine, le banconote della banca di Inghilterra furono dichiarate moneta a corso legale
(legal tender) e dal quel momento poterono essere utilizzate nei pagamenti senza nessuno che
potesse rifiutarle. Sorse così il problema della quantità di biglietti da emettere, a ciò provvide la
legge bancaria nel 1844 che autorizzò la Banca d’Inghilterra a emettere biglietti fino a 14 milioni
senza copertura metallica mentre, oltre tale importo, la riserva doveva essere pari al 100% del
valore dei biglietti messi in circolazione. La legge vietava la costituzione di nuove banche di
emissione. Coloro avessero rinunciato al diritto di stampare banconote lo avrebbero perduto per
sempre a favore della banca d’Inghilterra. La sterlina stava diventando la moneta dei pagamenti
internazionali e quindi doveva essere molto solida e sempre cambiabile.

7.3 I problemi del lavoro


L’ idea di una società protetta, in cui produzione e lavoro erano regolati dagli statuti delle
corporazioni, prevaleva nella società preindustriale. Si riteneva che i salari dovessero essere stabili,
i profitti ,mantenuti a un livello ragionevole e i consumatori dovessero essere tutelati sia riguardo
alla qualità che al prezzo dei prodotti. Fu solo con la rivoluzione industriale che si inizia ad avere
un’idea di società caratterizzata dalla libera iniziativa e dalla ricerca del profitto, con poche o
nessuna protezione per i lavoratori. I lavoratori salariati furono reclutati fra i lavoranti a domicilio,
gli artigiani e i lavoratori dei campi.I lavoratori a domicilio opposero resistenza a trasformarsi in
operai, ugualmente gli artigiani che, solo se rovinati dall’industri, si trasformavano in piccoli
imprenditori, oppure diventavano commercianti. L’industria però richiedeva un numero sempre
maggiore di salariati che furono reclutati soprattutto tra i contadini che costituirono il grosso della
classe operaia. Lo statuto inglese dei mestieri del 1563 prevedeva un apprendistato di sette anni
per le arti ed i mestieri ma, dato che il lavoro in fabbrica era tendenzialmente semplice, non fu più
necessario.Le prime fabbriche fecero un largo uso del lavoro di donne e bambini, con il pretesto di
addestrarli, sottoponendoli a orari di lavoro massacranti (fino a 16 ore giornaliere) e a condizioni
igieniche pessime. Soltanto nella prima metà dell’Ottocento la giornata lavorativa dei bambini
sotto i 13 anni venne ridotta a nove ore. Verso la metà del secolo venne ridotta a 10 ore per donne
e ragazzi dai 13 ai 18 anni.
7.4 Le associazioni operaie e le Trade Unions
I lavoratori non tardarono ad associarsi. Nel secolo XVIII nacquero molti unioni di mestiere (trade
clubs) ovvero unioni di mestiere fra gli operai specializzati creati per difendere i privilegi di cui
godevano e ostacolare l’ingresso degli intrusi nella categoria, chiedendo l’osservanza delle leggi
dell’apprendistato.
I lavoratori generici tardarono ad associarsi, spesso però si univano in proteste per difendere i loro
interessi. Celebre fu il movimento luddista che si opponeva all’introduzione di macchine nelle
fabbriche, considerate responsabili della disoccupazione e dei bassi salari.
Erano in vigore negli stessi anni i Combination Acts (1800) che vietavano qualsiasi associazione
sia di lavoratori che di datori di lavoro (con scarsi risultati nell’impedire l’accordaresi di
imprenditori). Gli operai subirono un colpo grandissimo perché essendo in molti risultava difficile
difendere i propri interessi senza incontrarsi. Nel 1824-25 furono approvate delle leggi che
revocarono i Combination Acts e legalizzarono le organizzazioni di lavoratori. Nacquero così le
Trade Unions, i moderni sindacati britannici, tuttavia la legge 1825 limitò i loro scopi alle sole
rivendicazioni relative al salario e all’orario di lavoro perciò, al contrario di ciò che avvenne in altri
paesi, il movimento operaio accettò implicitamente il nuovo ordine capitalistico non assumendo
connotazioni politiche e di contestazione della società.

7.5 Il problema degli sbocchi e il trionfo del libero scambio


Il lungo periodo delle guerre napoleoniche durato vent’anni (1793-1815), che vide fronteggiarsi la
Francia rivoluzionaria e la Gran Bretagna favorì la crescita economica britannica. Difatti
nonostante i problemi di cui risentì il commercio estero per via del cosiddetto blocco continentale,
attuato da Napoleone per impedire alla Francia e agli Stati alleati di commerciare con l’Inghilterra,
le esigenze belliche funsero da potente stimolo all’attività produttiva. Lo Stato era divenuto
acquirente, sicché gli affari prosperavano. Al termine del lungo conflitto nel 1815 si esaurì la fase
positiva del ciclo di Kondratieff e si assistette in tutta l’Europa a un periodo caratterizzato da una
riduzione dei prezzi e dei profitti (fase b). Si trattò di anni difficili per la Gran Bretagna, nonostante
la sua economia continuasse a crescere per il commercio estero, la fine del periodo bellico pose il
problema di assicurare uno sbocco alla sua produzione. In Inghilterra erano in vigore fin dalla
seconda metà del Seicento le Corn laws che regolavano le importazioni e le esportazioni con lo
scopo di garantire l’approvvigionamento e i redditi dei produttori agricoli. In seguito al crollo dei
prezzi agricoli, dopo la fine della guerra si introdusse il divieto di importazione se il prezzo della
farina fosse sceso sotto un certo livello e successivamente si adottò la scala mobile (sistemi di dazi
variabili a seconda dell’andamento dei prezzi).
Le Corn Laws erano da un lato sostenute dai proprietari terrieri e dall’altro erano avversate dagli
industriali e dagli operai. Gli industriali le ritenevano responsabili degli alti salari e di ostacolo
all’esportazione di manufatti. Gli operai invece lamentavano il basso potere d’acquisto dei salari
dovuto ai prezzi troppo elevati. Sul finire degli anni 30 gli industriali si trovarono alleati contro i
proprietari terrieri.
La carestia e la conseguente miseria del 1845-46 portò alla loro abolizione nel 1846 lasciando
libertà d’importazione dei cereali. Furono revocati anche gli Atti di navigazione (Navigation Acts)
con questa mossa il trionfo del libero scambio si potè dire completo e fu evidente la scelta
dell’Inghilterra si puntare sull’industria.

7.6 Libero scambio e sistema capitalistico


 Adam Smith (1723-90) nella sua opera “La ricchezza delle nazioni” (1776) aveva esaltato il
libero mercato, che riteneva guidato da una “mano invisibile”, capace di consentire
l’autoregolamentazione senza bisogno di interventi statali. Bisognava quindi accrescere la
produttività dei lavoratori mediante la divisione del lavoro in livelli.
 David Ricardo (1772-1823) elaborò il “Teorema dei costi comparati” per mostrare la
convenienza nella divisione internazionale del lavoro e del commercio sostenendo che, le varie
nazioni avrebbero avuto convenienza nella specializzazione, dato che il vantaggio che ne
sarebbe derivato sarebbe stato sicuramente maggiore di quello ottenuto se ogni paese avesse
dovuto produrre tutti i beni.
 Jean-Baptiste Say (1767-1832) elaborò la “Legge degli sbocchi” secondo la quale ogni prodotto
offre uno sbocco ad altri prodotti concludendo che in regime di libero scambio non vi
potessero essere crisi di sovrapproduzione.
Fu fatto notare che la borghesia inglese trasse i maggiori vantaggi dall’industrializzazione e adottò
una politica scambista soltanto quando i benefici del protezionismo si erano esauriti e la Gran
Bretagna non aveva più rivali nella produzione di manufatti.
Com’è noto, il sistema capitalistico, sorto in Inghilterra e teorizzato dagli economisti elencati
precedentemente, fu violentemente contestato dai filosofi Karl Marx e Friedrich Engels nel
“Manifesto del Partito Comunista” . Marx, giudica il sistema capitalistico più progredito di quello
feudale e lo riteneva destinato a una rapida fine a causa delle stesse contraddizioni interne, come
il progressivo impoverimento della classe operaia (sempre più sfruttata e salario al minimo vitale),
la caduta tendenziale del saggio di profitto (poiché quest’ultimo deriva dallo sfruttamento dei
lavoratori la sostituzione con le macchine avrebbe portato al crollo) e le crisi di sovrapproduzione
(la classe operaia, a questo punto, si sarebbe ribellata attuando una rivoluzione che avrebbe
portato all’istaurazione di un regime socialista-collettivistico).

-I SECONDI: FRANCIA E STATI UNITI


8.1 First comer e second comers
Secondo la convinzione comune sostenuta anche da Karl Marx, i paesi industrializzati mostravano
a quelli rimasti indietro l’immagine del loro futuro. L’Inghilterra che ormai aveva raggiunto la
maturità, era il paese da imitare. Lo sviluppo dell’Inghilterra era stato spontaneo, lento, e graduale
e ciò aveva consentito un progressivo assorbimento da parte dei lavoratori e della popolazione
delle innovazioni che cominciavano a trasformare il loro modo di vivere e lavorare.
La Gran Bretagna fu quindi il first comer e poté godere del vantaggio dell’assenza di concorrenza,
tuttavia fu svantaggiata dal fatto che, essendo il primo paese a percorrere la nuova strada
dell’industrializzazione, commise errori, conobbe insuccessi e dovette affrontare problemi
sconosciuti.
I paesi ritardatari, cioè i second comers, poterono godere dei vantaggi dell’arretratezza costituiti
dalla possibilità di poter usare le innovazioni e i processi tecnologici sperimentati dalla Gran
Bretagna. Lo svantaggio era costituito invece dall’enorme sforzo da loro richiesto per “agganciare”
il paese leader (catching up) con il sacrificio dei lavoratori. Se in Gran Bretagna esistevano alcuni
prerequisiti allo sviluppo, i second comers dovettero ricorrere ai cosiddetti fattori sostitutivi capaci
di svolgere la medesima funzione. Essi consentirono a parecchi paesi ritardatari di accelerare il
ritmo dello sviluppo. Agli inizi del Settecento però i Paesi Bassi registravano un Pil pro capite ben
superiore del 50% a quello della Gran Bretagna. Con la decadenza dell’Olanda a partire dal 1800 il
sistema inglese fu imitato dagli altri paesi europei.

8.2 Fattori favorevoli e sfavorevoli allo sviluppo economico francese


L’industrializzazione francese seguì un modello più lento caratterizzato dalla permanenza
dell’agricoltura, dalla prevalenza di medi e piccole imprese e da una maggiore presenza dello
Stato. Nonostante la Francia possedesse i prerequisiti per potersi sviluppare almeno
contemporaneamente alla Gran Bretagna vi furono una serie di fattori sfavorevoli per i quali
rimase indietro:
 Lungo periodo di guerra (1792-1815) la Rivoluzione era il segno evidente dei profondi
contrasti che caratterizzavano la società francese, priva della stessa coesione di quella inglese.
Inoltre, nonostante la guerra diede un certo impulso anche all’economia francese, la Francia
dovette sostenere un costo umano e materiale assai superiore e subì in più diverse insurrezioni
politiche dopo la fine del conflitto;
 Modesta crescita demografica  il tasso di natalità diminuì molto più rapidamente che negli
altri paesi e ciò frenò la crescita demografica. Fra metà Settecento e metà Ottocento
incrementò di circa l’80% mentre quella inglese si triplicava;
 Mancanza di risorse naturali  in particolare di carbone e minerali di ferro.
Lo sviluppo economico francese poté però contare anche su dei fattori favorevoli:
 Rivoluzione francese  garantì una rapida e completa liquidazione della feudalità e la fine del
sistema delle corporazioni di mestiere con l’affermazione della piena proprietà della terra.
Inoltre permise l’abolizione dei dazi interni dando vita a un mercato più libero e omogeneo;
 Insegnamento  prima nazione a fondare una scuola di ingegneria;
 L’opera dei sansimoniani  considerati gli “apostoli dell’industrializzazione”, seguaci del conte
di Saint Simon, assegnavano una funzione trainante a scienziati e industriali e inneggiavano al
progresso scientifico, ritenuto capace di assicurare felicità all’umanità.

8.3 Le attività produttive in Francia


In Francia si realizzò uno sviluppo industriale modesto anche perché non si era formata come in
Inghilterra la grande proprietà. La Francia era la patria della fisiocrazia ovvero di quella scuola di
pensiero che in opposizione al mercantilismo predicava le virtù dell’ agricoltura. I contadini, furono
liberati dai pesi di origine feudale che ancora li opprimevano e diventarono proprietari di terre che
coltivavano. La prevalenza della piccola proprietà, però, costituiva un ostacolo a un ulteriore
sviluppo agricolo.
L’industria fu caratterizzata dalla prevalenza di piccole imprese. Queste importarono tecniche dalla
Gran Bretagna e furono sostenute dallo Stato che incentivò inventori e industriali inglesi a
trasferirsi in Francia.
Nel campo della siderurgia la Francia era molto indietro, a causa dell’arretratezza dei metodi di
produzione della ghisa che non utilizzavano ancora il coke al ritardo della diffusione della macchina
a vapore e alla scarsità di carbone e minerali di ferro.
L’industria tessile utilizzò di più le macchine inglesi nonostante non fu agevole importarle perché
l’Inghilterra proibì la loro esportazione la Francia fu costretta a ricorrere allo spionaggio industriale
o al contrabbando. I Francesi seppero dare un loro contributo al perfezionamento delle macchine,
per esempio, con il famoso meccanismo Jacquard. Si trattava di un dispositivo applicato al telaio
che consentiva di realizzare disegni sulla stoffa. In più la Francia vantava un’antica tradizione in
molte industrie del lusso.
L’attività industriale fu favorita dalle riforme attuate durante il periodo rivoluzionario e l’impero
napoleonico. Fu approvata nel 1791 la legge Chapelier che vietava qualsiasi associazione di
lavoratori e imprenditori. Furono approvati il Codice Civile (o Codici napoleonici) (1804) e il Codice
di commercio (1807) che regolarono con chiarezza i rapporti fra gli individui e quelli relativi
all’attività economica.
Il sistema dei trasporti ebbe un’importanza rilevante per l’industrializzazione e si basò sulla rete
stradale e sul lento avvento delle ferrovie. Le vie fluviali non erano molto sviluppate e i canali non
raggiunsero il livello di efficienza di quelli inglesi.
La fondazione della Banca di Francia nel 1800, fu un altro fattore positivo. Prima di allora il paese
aveva potuto contare principalmente sull’attività dei banchieri privati. La banca di Francia, la cui
costituzione fu favorita da Napoleone, era una società privata promossa da un gruppo di banchieri,
che fu autorizzata a emettere banconote e nel 1848 divenne l’unico istituto di emissione.
Napoleone la sottopose al controllo dello Stato, riservandosi la nomina del governatore e dei due
sottogovernatori.

8.4 La nascita di un paese libero e nuovo: gli Stati Uniti d’America


Con la guerra di indipendenza (1775-83) le tredici colonie inglesi si ribellarono alla politica
mercantilistica della madrepatria che imponeva una serie di vincoli alla libera espansione
dell’attività economica. L’esistenza di tali vincoli si fece insopportabile e prese terreno la coscienza
sempre più diffusa e sentita della necessità di una maggiore libertà economica che portò in seguito
alla ribellione ad ottenere l’indipendenza e quindi alla nascita degli Stati Uniti d’America. Al
momento della loro costituzione questi si presentarono come un paese libero che non aveva
conosciuto ne il feudalesimo ne le corporazioni e i cui abitanti, che erano immigrati, avevano
scelto la libertà contro l’oppressione religiosa e politica subita in patria e non vi erano quindi classi
privilegiate o interessi precostituiti bensì prevaleva la classe media. Inoltre erano un paese nuovo e
quindi sconosciuto e dotato di grandi risorse, che bisognava popolare, colonizzare e
industrializzare.
Tutto ciò fece si che lo sviluppo degli Stati Uniti si distinguesse da quello di tutte le altre nazioni per
i suoi caratteri di estrema rapidità e spettacolarità sulla base di un modello nuovo e originale
caratterizzato da un uso delle macchine molto più ampio, da un elevata produttività e da un
mercato interno in continua espansione. Gli Stati Uniti avevano conosciuto un tasso di crescita
maggiore di quello britannico ed erano stati l’unico paese a recuperare terreno nei confronti della
nazione leader.

8.5 La colonizzazione e il mito della frontiera


La colonizzazione dell’Ovest e il “mito della frontiera” hanno avuto un’importanza notevole nella
storia economica e politica del Paese. L’esistenza della frontiera infatti permise di mantenere una
popolazione in continua crescita, che a sua volta faceva aumentare la domanda di beni e servizi e
stimolava gli investimenti delle imprese e le grandi opere intraprese dal governo e dai privati.
La colonizzazione interessò prima il Midwest e successivamente il Far West. L’avanzata dell’uomo
bianco distrusse la povera economia dei pellerossa. Secondo Turner (storico della frontiera
americana) la colonizzazione dell’Ovest si svolse in quattro tappe:
1. Il primo pioniere era un cacciatore, un mercante o un missionario
2. Arrivo degli allevatori di bovini e ovini
3. Arrivo degli agricoltori
4. Insediamento della vita urbana
Turner riteneva che lo spirito della frontiera avesse contribuito a modellare il carattere americano
rendendo gli uomini egualitari individualisti e intraprendenti. Inoltre elaborò la teoria della valvola
di sicurezza secondo la quale la possibilità di spostarsi verso Ovest avrebbe allentato le tensioni sul
mercato del lavoro dell’Est industrializzato. Sorsero numerose banche nei territori di nuova
colonizzazione che finanziarono i coloni con propri biglietti, assumendo il carattere di banche
d’emissione, legando le proprie fortune alle loro sorti.
8.6 La prima industrializzazione degli Stati Uniti
1. Formazione del mercato interno l’attività produttiva dei primi tempi era modesta e veniva
svolta da una sorta di manifattura domestica. Il mercato interno era esiguo e disperso a causa
della difficoltà dei trasporti, infatti mentre le vie d’acqua interne si dimostrarono adatte allo
scopo le strade non riuscivano a coprire le grandi distanze. La costruzione delle ferrovie si rivelò
subito determinante per la creazione di un grande mercato e fu finanziata per la maggior
parte dall’Inghilterra. Le prime manifatture si giovarono della tecnologia inglese ma vi furono
anche numerosi apporti originali da parte degli Americani. Il ricorso alle macchine era una
scelta obbligata per l’America dove il costo della manodopera fu sempre più elevato di quello
dei concorrenti europei.
2. Sistema di produzione inglese  l’innovazione riguardava soprattutto il nuovo modo di
produrre che prese il nome di sistema americano. Esso era caratterizzato dalla
standardizzazione dei prodotti e dall’applicazione della catena di montaggio tese a ridurre il
costo e l’esigenza di manodopera. Questi processi aggiunti all’introduzione del sistema dei
ricambi, permisero di riparare i manufatti danneggiati senza doverli più buttare. Nacque la
produzione di massa che si rivelò particolarmente adatta alla società americana, giovane e con
una struttura flessibile, pronta ad accogliere i prodotti standardizzati.
Le industrie che si svilupparono maggiormente furono quelle tessili, calzaturiere, siderurgiche e dei
macchinari. Quella tessile ebbe una funzione traente. Il successo dell’industria cotoniera può
essere connesso all’invenzione della macchina per cucire. L’industria siderurgica fornì una grande
quantità di ferro necessaria a fabbricare parecchi beni di consumo e strumentali. Si determinò
negli Stati Uniti una divisione del lavoro: l’Est industrializzato, l’Ovest agricolo, il Sud produttore di
cotone coltivato in grandi piantagioni con schiavi negri.

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