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Biblioteca Einaudi

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Roberto Esposito
Terza persona
Politica della vita e filosofia dell’impersonale

© 2007 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino


www.einaudi.it

ISBN 978-88-06-18781-1 Einaudi


Indice

p. 3 Introduzione
25 i. La doppia vita
(la macchina delle scienze umane)
80 ii. Persona, uomo, cosa
127 iii. Terza persona
127 1. Non-persona
133 2. L’animale
140 3. Altrui
146 4. Egli
153 5. Il neutro
163 6. Il fuori
173 7. L’evento
Terza persona
Introduzione

1. Se c’è un postulato indiscusso nel dibattito contem-


poraneo, esso riguarda il valore universalmente conferito al-
la categoria di persona. Che ci si riferisca agli ambiti della fi-
losofia e della teologia, oppure a quelli, più specializzati, del
diritto e della bioetica, essa resta la fonte di legittimazione
per ogni discorso ‘teoreticamente corretto’. Non si tratta di
un’opzione concettualmente elaborata, ma di un’evidenza
che sembra non avere bisogno di ulteriori dimostrazioni: da
qualsiasi prospettiva si parta, oggi non è neanche concepibi-
le attivare uno sguardo critico su quella che già negli anni
Cinquanta Maria Zambrano ebbe a definire «la parte più vi-
vente della vita umana, il nucleo vivente capace di attraver-
sare la morte biologica»1. Da allora – anche se orientato a in-
tendimenti diversi e in rapporto a definizioni disomogenee
del termine – tale presupposto non è mai venuto meno, nean-
che nella fase calante del movimento personalista. Proprio
questa è stata, anzi, l’occasione per un nuovo investimento
di interesse sul paradigma in questione: «Mort le personna-
lisme, revient la personne» – ha annunciato qualche anno ad-
dietro Paul Ricœur. Se quello «non è stato così competitivo
da vincere la battaglia del concetto», questa «resta il miglior
candidato per sostenere le lotte giuridiche, politiche, econo-
miche e sociali» del nostro tempo2. Da qui un rilancio sem-

1
m. zambrano, Persona y democracia. La historia sacrificial (1958), Barcelona
1988 [trad. it. Persona e democrazia. La storia sacrificale, Milano 2000, p. 148].
2
p. ricœur, in «Esprit», 1 (1983) [trad. it. La persona, Brescia 1997, pp. 21-36].
4 Terza persona Introduzione 5

pre più intenso dell’idea di persona che ha trovato la sua fon- mai messo in dubbio, o quantomeno aperto un interrogati-
te di ispirazione più sofisticata in uno specifico segmento del- vo di fondo sull’assoluto primato ontoteologico di ciò che,
la fenomenologia primonovecentesca3, ma che taglia in ma- per consuetudine o per scelta, chiamiamo persona. Se c’è un
niera trasversale l’intero quadrante della filosofia contempo- tacito punto di tangenza tra le concezioni, apparentemente
ranea4, mettendo in relazione da un lato le tradizioni analitica contrapposte, che si rifanno alla tesi cristiana della sacralità
e continentale e dall’altro la concezione laica e quella catto- della vita e a quella, laica, della sua qualità, esso poggia pro-
lica. prio su questa prevalenza presupposta del personale sull’im-
In particolare questa seconda convergenza – mai dichia- personale: può essere sacra, o qualitativamente apprezzabi-
rata, e anzi sovente negata, benché operante nei suoi effet- le, soltanto la vita di ciò che è in grado di fornire le creden-
ti di senso – è ben riconoscibile nella discussione, spesso ziali della persona.
aspramente polemica, che da più di un ventennio si è aper- Se dal lessico della filosofia, o della bioetica, si passa a
ta sul terreno scivoloso della bioetica. Dove lo scontro in at- quello, più determinato, del diritto non solo si ritrova la stes-
to verte sulla individuazione del momento preciso in cui un sa presupposizione, ma se ne riconosce anche la radice con-
essere vivente – o su quale tipo di essere vivente – possa es- cettuale. Si tratta del nodo che la concezione giuridica mo-
sere considerato persona, ma non sulla valenza decisiva che derna ha da tempo stretto tra la categoria di persona e quel-
tale attribuzione comporta. Che la vita sia dichiarata perso- la di soggetto di diritto in una modalità che fa del primo
nale a partire dall’atto del suo concepimento, da un certo gra- termine la condizione di pensabilità del secondo e vicever-
do di sviluppo dell’embrione o dall’evento della nascita, ciò sa: per rivendicare quelli che hanno assunto il nome di dirit-
non toglie che a conferirle valore incontrovertibile sia co- ti soggettivi – alla vita, al benessere, alla dignità – bisogna
munque il suo ingresso nel regime della persona. Rispetto al essere preventivamente entrati nel recinto della persona, co-
quale non importa neanche che esso sia avvenuto per via na- sì come, all’inverso, essere persona significa godere di per sé
turale o per decreto divino, di colpo o per passaggi successi- di quei diritti. Come è stato ancora recentemente affermato
vi: ciò che conta è la soglia al di là della quale qualcosa di ge- con una formulazione ripresa dagli autori più diversi, «il di-
nericamente vivente assume una pregnanza che ne cambia ritto di avere diritti significa oggi il riconoscimento a ogni
radicalmente lo statuto. Non mi risulta che, pur nel dissen- essere umano dello statuto universale di persona, indipen-
so più profondo su ciò che possa, o debba, essere definito dente dalla sua cittadinanza nazionale»6. In proposizioni del
persona – nonché sulla distinzione, anch’essa altamente pro- genere c’è qualcosa di più di quello che potrebbe sembrare
blematica, tra persona potenziale e persona attuale5 – si sia un semplice truismo – dell’asserzione che ogni uomo deve
essere considerato tale. Si tratta dell’idea, sempre più diffu-
3
Cfr. in particolare r. de monticelli, La conoscenza personale. Introduzione sa, che pertenga proprio alla categoria di persona la funzio-
alla fenomenologia, Milano 1998; id. (a cura di), La persona: apparenza e realtà. Te-
sti fenomenologici 1911-1933, Milano 2000.
4
Una utile rassegna delle varie nozioni di persona nel dibattito anglosassone
è ora in m. di francesco, L’io e i suoi sé. Identità personale e scienza della mente, Mi- 6
s. benhabib, The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge
lano 1998. Per una diversa impostazione della questione, si veda anche il ricco li- 2004 [trad. it. I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, Milano 2006, p. 53].
bro r. bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Milano Si veda, in una direzione affine, Globalizzazione e diritti umani, a cura di R. Finel-
2002. li, F. Fistetti, F. R. Luciani, P. Di Vittorio, Roma 2004. In una chiave diversa e
5
Penso in particolare all’acuto saggio e. severino, Sull’embrione, Milano 2005, originale, consapevole delle nuove dinamiche biopolitiche, si muove n. irti, La giu-
che tuttavia non penetra nella ‘scatola nera’ della persona. ridificazione del bios, in «Communitas», 6 (2005), pp. 35-40.
6 Terza persona Introduzione 7

ne di riempire, concettualmente e dunque prima o poi anche namiche di globalizzazione scompaginano i confini degli Sta-
di fatto, lo iato ancora drammaticamente aperto tra uomo e ti nazionali, spingendo la prassi giuridica in una dimensione
cittadino che Hannah Arendt aveva messo a nudo già alla fi- sempre più internazionale, i diritti umani non spettano «ai
ne della seconda guerra mondiale. Se la Arendt rintracciava soggetti in quanto cittadini, ma unicamente in quanto per-
l’origine di tale scarto nella mancata estensione, o nella vo- sone»8. A ulteriore conferma di questa tesi, pur se in una cor-
luta sottrazione, della cittadinanza a interi gruppi di uomi- nice argomentativa diversa, Stefano Rodotà desume la nuo-
ni, spinti così nella condizione insostenibile di apolidi, l’o- va rilevanza del concetto di persona – destinato anche per
rientamento che va prendendo corpo con la Dichiarazione lui a sostituire quello, più ristretto, di cittadino – dalla cen-
dei diritti dell’uomo del ’48 è che esso possa essere sanato tralità del corpo nella realtà concreta delle effettive condi-
soltanto da una nozione fornita di un tasso di universalità zioni di esistenza. In questo caso «lo slittamento dell’atten-
maggiore di quello presente nel concetto moderno di citta- zione dal soggetto alla persona, testimoniato dalla prevalen-
dinanza. È da tale convinzione, oggi tanto estesa da potere za di quest’ultima parola in gran parte della letteratura
essere considerata implicita, che nasce l’invito, o l’auspicio, recente»9, non nasce dal suo superiore grado di astrazione,
continuamente riproposto, a transitare dallo stato di indivi- ma, al contrario, dalla sua maggiore aderenza alla situazione
dui a quello di persone, come titola un influente saggio di materiale dell’individuo vivente. Se prima la concretezza del-
Martha Nussbaum7. la vita era esclusa dalla concezione formale del soggetto giu-
Quanto ai giuristi veri e propri, essi articolano ulterior- ridico, oggi «siamo di fronte a una saldatura tra umanità e
mente questa posizione lungo due vettori di senso apparen- diritto, che assume la forma della compenetrazione tra per-
temente divaricati, ma assimilati dal comune riconoscimen- sona e diritti fondamentali»10. Anche in questo caso, insom-
to della centralità strategica della persona. Da un lato que- ma, quella di persona appare l’unica categoria capace di uni-
sta, per la sua stessa portata universale, è individuata come ficare uomo e cittadino, anima e corpo, diritto e vita.
l’unico campo semantico di possibile sovrapposizione tra le
sfere, separate dall’ideologia nazionale della cittadinanza, del
diritto e dell’umanità. Ciò vuol dire che solo attraverso il les- 2. Ma le cose stanno veramente in questo modo? Basta
sico della persona risulta concepibile e praticabile una nozio- una rapida occhiata al panorama mondiale per sollevare più
ne come quella di diritti umani. Secondo Luigi Ferrajoli ciò di un dubbio in proposito. Il numero crescente di morti per
non significa cancellare la specificità di altri tipi di diritti fame, guerra, malattie epidemiche è ampiamente espressivo
– quali quelli pubblici, riconosciuti ai soli cittadini, o politici, del grado di ineffettualità di quelli che sono stati chiamati
riservati a coloro che, tra questi, siano «capaci di agire» – diritti umani. Se con questo termine si voleva alludere all’in-
ma includerli all’interno di un cerchio più ampio costituito gresso dell’intera vita umana nel cerchio protettivo del dirit-
da quei diritti fondamentali spettanti a tutti gli esseri uma- to, si è costretti ad ammettere che oggi nessun diritto è me-
ni dotati dello status di persona. Nel momento in cui le di- no garantito di quello alla vita. Come mai? Da dove origina

7
Cfr. m. nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, 8
Bologna 2002; i d ., Women and Human Development. The Capabilities Approach, l. ferrajoli, Diritti fondamentali, Roma-Bari 2001, p. 23.
9
Cambridge - New York 2000 [trad. it. Diventare persone. Donne e universalità dei s. rodotà, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, Milano 2006, p. 25.
10
diritti, Bologna 2001]. Ibid., p. 32.
8 Terza persona Introduzione 9

questa divaricazione crescente tra enunciazione di principio si dovuta al vero e proprio attacco che essa aveva subito da
e pratica effettiva proprio nel momento in cui l’idea di in- parte di un filone di pensiero eterogeneo nelle sue modalità
violabilità della persona umana è divenuta la stella polare di espressive, ma che proprio nella decostruzione del concetto
tutte le filosofie sociali di ispirazione democratica? Non do- di persona aveva trovato il più intenso punto di unificazio-
veva, la categoria della persona, costituire il punto di defini- ne interna.
tiva giuntura tra diritto e vita, soggettività e corpo, forma Alla sua origine, situata nei primi anni del xix secolo, vi
ed esistenza? Naturalmente si può sempre rispondere – co- è la commistione, e il reciproco influsso, del nuovo sapere
me spesso si fa – che essa non è abbastanza estesa da produr- biologico con quelli della filosofia e della politica. Se ho da-
re gli effetti desiderati. Che la sua affermazione resta par- to particolare rilievo a questo connubio – e all’opera del gran-
ziale sul piano della quantità e approssimativa su quello del- de fisiologo Xavier Bichat nella quale esso comincia a profi-
la qualità. Che per quanto annunciata, invocata, stampata su larsi in forma quasi archetipica – è per la convinzione, argo-
tutte le bandiere, l’idea di persona non è ancora saldamente mentata nel corso di tutto il testo, che il passaggio, e ancora
insediata al cuore delle relazioni interumane. di più il salto, di paradigma, all’interno di ogni scienza del-
La risposta contenuta nelle pagine che seguono va in una l’uomo, avvenga attraverso l’incorporamento di un elemen-
direzione diversa, se non opposta. In esse si affaccia l’ipote- to estraneo proveniente da un altro lessico disciplinare. In
si, più inquietante, che il sostanziale fallimento dei diritti questo senso ho cercato di rintracciare il ruolo decisivo che
umani – la mancata ricomposizione tra diritto e vita – abbia hanno giocato prima la linguistica e poi, attraverso di essa,
luogo non nonostante, ma in ragione dell’affermarsi dell’i- l’antropologia nel processo di generale biologizzazione della
deologia della persona. Che esso vada concettualmente ri- politica che oggi ha assunto il nome di ‘biopolitica’. Le ana-
condotto non alla sua limitatezza, ma alla sua espansione. lisi dedicate alla teoria organicistica del linguaggio di August
Non, insomma, al fatto che non saremmo ancora entrati a Schleicher e dei suoi successori, nonché quelle rivolte a
pieno nel suo regime di senso, ma a quello che non ne siamo un’antropologia a sua volta inclusiva di elementi di zoologia,
mai davvero usciti. Naturalmente con questa formulazione delineano un percorso di sempre più radicale contestazione
eccessivamente sintetica, e anche volutamente drastica, an- della nozione moderna di persona come centro di imputazio-
ticipo una conclusione che nel libro verrà presentata in ma- ne giuridica e soggetto razionale di azione politica. La teo-
niera assai più articolata e dialettica. Intanto perché, come rizzazione – avanzata da Bichat all’interno del sapere medi-
vedremo, la categoria di persona è fornita di tale comples- co, e poi ‘tradotta’ da Schopenhauer in quello filosofico e da
sità interna da renderne oltremodo difficile la riduzione a un Comte in quello sociologico – di una doppia falda biologica
solo ordine di significati – come fin dall’inizio risulta dalla all’interno di ogni essere vivente, una di tipo vegetativo e in-
sua oscillazione costitutiva tra semantica giuridica e linguag- consapevole, e un’altra a carattere cerebrale e relazionale,
gio teologico, protrattasi fino a oggi nel doppio registro, lai- avvia un processo di desoggettivazione destinato a modifi-
co e cattolico, che la connota. Ma la cautela ermeneutica è care drasticamente il quadro della concezione politica mo-
suggerita anche da un’altra, e forse più rilevante, considera- derna. Nel momento in cui si pensa che l’uomo sia interna-
zione, questa volta di carattere storico. Alludo alla circostan- mente attraversato dalla tensione tra due forze eterogenee,
za che il generale rilancio della categoria, databile alla fine e anzi determinato, nelle sue passioni e finanche nella sua
della seconda guerra mondiale, si configura come replica qua- volontà, da quella più aderente alla semplice vita riprodutti-
10 Terza persona Introduzione 11

va, viene meno lo stesso presupposto su cui poggia il para- genere umano, tra specie di uomini separati dalla relazione
digma politico moderno. Se l’individuo, immerso nella cor- con la vita e dunque anche con la morte, nel senso che la vi-
poreità cieca della propria vita vegetativa, non è in grado di ta agevolata degli uni risulta direttamente proporzionale al-
governare neanche se stesso, come potrà aver intenzional- la morte coatta degli altri. Come in questa stretta tanatolo-
mente dato luogo all’ordine politico al punto da derivarne i gica vada in frantumi qualsiasi idea di uguaglianza formale
propri diritti soggettivi? In realtà – è la conclusione, diver- tra soggetti forniti di volontà razionale è del tutto evidente.
samente declinata, di tutti questi autori – l’organizzazione Ma è negli anni Trenta del Novecento che il progetto di de-
della società, tutt’altro che dalla libera volontà dei cittadini personalizzazione, avviato con altre prospettive nel secolo
e dalla sovranità da essa istituita, dipenderà piuttosto da un precedente, trova un punto di assoluto non ritorno. Più che
dato biologico a entrambe preesistente e immodificabile nel filosoficamente decostruita, la persona, immediatamente
suo assetto complessivo. schiacciata sul suo nudo referente biologico, appare letteral-
Quando questo filone biopolitico – inizialmente privo di mente devastata.
particolari connotazioni ideologiche – incrocerà prima l’an-
tropologia gerarchica di fine secolo e poi quella, decisamen-
te razzista, degli inizi del Novecento, il quadro muterà rapi- 3. Ma, anche in questo caso, l’apparenza corrisponde
damente. Il punto di svolta va individuato nel trasferimen- in tutto alla realtà? Senza negare gli evidenti elementi di con-
to del principio della doppia vita dall’ambito del singolo trasto tra la cultura della persona e i saperi, o i poteri, che
vivente a quello della specie umana nel suo insieme: è questa ne hanno inteso prosciugare la fonte, il libro adotta una pro-
adesso ad apparire tagliata in due zone giustapposte fornite spettiva trasversale che rende problematica una risposta pie-
di diverso valore e dunque di differente diritto alla soprav- namente affermativa. Dal punto di osservazione in esso isti-
vivenza. Ciò è l’esito di uno spostamento paradigmatico che tuito, continuità e rotture, piuttosto che negarsi frontalmen-
va anche al di là della semplice contaminazione lessicale tra te, si dispongono in un quadro più complesso che sfugge alla
discipline differenti. Quello che in esso si registra è una sor- linearità del modello dicotomico. Il tentativo è quello di
ta di effetto retroattivo, o di rimbalzo prospettico, in base sdoppiare lo sguardo – o meglio di dislocare i fenomeni su
al quale l’influsso della biologia sulla politica viene preven- un doppio piano sovrapposto – in una forma che non separi
tivamente caricato di significato politico aggressivo ed esclu- le fratture di superficie dallo strato geologico in cui esse si
dente. Il commutatore semantico di questa vera e propria aprono. Secondo tale ottica, di orientamento archeologico o
mutazione genetica della concezione moderna, più ancora del topologico, quella che appare una negazione di principio può
vecchio organicismo linguistico, è un’antroposociologia a sua configurarsi come una complementarità contrastiva, vale a
volta declinata in chiave di zoologia comparata. Per essa l’u- dire come una piega interna alla figura più ampia cui inten-
manità non è che l’insieme, infinitamente operabile, di tipo- de contrapporsi. Ora questo differente modulo prospettico
logie antropiche differenziate in base alla loro relazione, di va applicato sia al fronte di attacco aperto, lungo la linea ap-
contiguità o di distanza, rispetto alla specie animale. Più che pena ricostruita, nei confronti della categoria di persona, sia
origine dell’uomo – come aveva sostenuto Darwin in un pro- alla risposta che, alla fine della guerra, si è voluta dare in suo
gramma di ricerca ripreso e rovesciato dal sociodarwinismo nome. Abbiamo visto come il nazismo, compiendo, e insie-
– l’animale diventa così il punto di divisione, all’interno del me rovesciando, la critica biopolitica alla tradizione moder-
12 Terza persona Introduzione 13

na, schiacciasse la persona sul corpo, individuale e colletti- ca che, a partire da un certo momento, ha segnato tutta la
vo, che ne è portatore. Come ha dimostrato precocemente storia ulteriore del diritto, come è stato ampiamente messo
Levinas11, al cuore del suo progetto mortifero vi è, infatti, in luce dalla letteratura in argomento. Ciò non toglie, tutta-
l’eliminazione di ogni elemento di trascendenza della vita via, la sua persistenza sotterranea che, come una sorta di in-
umana rispetto al suo immediato dato biologico. Non può, consapevole anacronismo, riaffiora in più punti della nostra
dunque, sorprendere che il rilancio in grande della nozione filosofia giuridica mettendola in contraddizione con se stes-
di persona, avviato sulle ceneri ancora fumanti del regime sa. Uno di questi nodi antinomici tra arcaico e contempora-
nazista, fosse rivolto a riaprire uno scarto, di carattere tra- neo, e anzi senz’altro il più rilevante, è costituito proprio da
scendentale se non ontologico, tra il soggetto e il sostrato quello che d’ora in avanti chiamerò il ‘dispositivo’ della per-
biologico che lo sottende. D’altra parte un qualche dislivel- sona, per sottolinearne il ruolo performativo, cioè produtti-
lo nei confronti del corpo era già implicito nel nucleo gene- vo di effetti reali. Esso si basa sulla separazione presuppo-
tico dell’idea di persona – intesa come maschera che aderi- sta, e continuamente ricorrente, tra persona come entità ar-
sce al volto dell’attore, senza tuttavia identificarsi con esso. tificiale e uomo come essere naturale cui può convenire o
La tradizione cristiana, che presto si appropria del concetto, meno uno statuto personale12. Tale scarto sistematico non co-
ponendolo addirittura al centro della figura trinitaria, tende stituisce che la prima e originaria distinzione tra categorie
ad approfondire quello scarto caricandolo, per di più, di un astratte, ma concretissime nelle procedure di esclusione cui
preciso significato metafisico. Per quanto indissolubilmente danno luogo, poste in essere dal diritto romano. Tuttavia la
legata a un corpo vivente, la persona non coincide integral- terribile potenza costitutiva di tale dispositivo non va cerca-
mente con esso e anzi trova il suo elemento più intrinseco ta tanto nella delimitazione normativa tra le varie categorie,
precisamente in quella non coincidenza che le consente il quanto, piuttosto, nelle zone di indistinzione che esso deter-
transito nella vita ultraterrena. Si tratta di una connotazio- mina ai loro confini – a partire da quella, in tutti i sensi de-
ne tanto costitutiva da riproporsi, naturalmente secolarizza- cisiva, che caratterizza la condizione dello schiavo, situato
ta, nel dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa e, at- appunto a metà, o nel transito, tra persona e cosa, e pertanto
traverso di esso, nell’intera cultura moderna. definibile sia come cosa vivente che come persona reificata.
Ma l’elemento di maggiore durata, rispetto al significato In realtà la condizione dello schiavo non è che la punta
e al destino del concetto, è quello fissato dal diritto romano. più visibile di un intero meccanismo di disciplinamento so-
Anche in questo caso – e anzi in esso più che mai – non van- ciale funzionante precisamente attraverso lo spostamento
no affatto diluite le discontinuità, anche radicali, che ne scan- continuo delle soglie categoriali che definiscono, o produco-
discono la storia interna e, tanto più, la separano dalla con- no, lo status di tutti gli esseri viventi. Da qui quel movimen-
cezione giuridica moderna. In nessun modo intendo propor- to perpetuo di oscillazione tra gli estremi della persona e del-
re una proiezione in avanti di un apparato concettuale legato la cosa che fa dell’una insieme l’opposto e lo sfondo dell’al-
al suo tempo e incomparabile con la semantica soggettivisti-

12
Decisiva, per il diritto romano, risulta l’analisi di y. thomas, Le sujet de droit,
11
Cfr. e. levinas, Quelques réflexions sur la philosophie de l’hitlérisme (1934), la personne et la nature, in «Le débat», 100 (maggio-agosto 1998), pp. 85-107, non-
a cura di M. Abensour, Paris 1997 [trad. it. Alcune riflessioni sulla filosofia del- ché, sempre di Thomas, Le sujet concret et sa personne. Essai d’histoire juridique rétros-
l’hitlerismo, Macerata 1997]. p e c t i v e, in o. cayla e y. thomas, Du droit de ne pas naître, Paris 2002, pp. 91-170.
14 Terza persona Introduzione 15

tra – non solo nel senso generale che la definizione dell’uo- poi perché la netta svolta soggettivistica che caratterizza la
mo-persona emerge in negativo da quella dell’uomo-cosa, ma teoria del diritto almeno a partire dalla stagione giusnatura-
in quello, più pregnante, che essere pienamente persona vuol listica tende a cancellare le impronte della tradizione roma-
dire mantenere, o spingere, altri individui viventi ai confini na. In realtà, sotto la crosta spessa di una trasformazione vi-
della cosa13. Come si argomenterà nelle pagine seguenti, que- stosa nei suoi esiti lessicali, trapelano i segni profondi di una
sta straordinaria attitudine performativa del formalismo giu- presenza mai del tutto negata dai grandi giuristi. Non si trat-
ridico romano è riconoscibile soprattutto nelle due figure, ta di continuità o, tanto meno, di analogia – la figura circo-
opposte e speculari, della manumissio e della mancipatio – de- lare che il libro cerca di restituire è semmai quella che uni-
putate appunto a regolare con precisi rituali il doppio flusso sce gli opposti sul margine estremo del loro contrasto, come
incrociato di personalizzazione e depersonalizzazione. In es- i punti di una circonferenza che, quanto più si allontanano
se il passaggio, comunque provvisorio e reversibile, dalla tra loro, tanto più, per altro verso, finiscono per ricongiun-
schiavitù alla libertà e dalla libertà alla schiavitù attesta il ca- gersi. È quanto accade alla nozione di persona, nel transito
rattere sempre eccezionale della condizione libera. Questa epocale dal formalismo oggettivistico del diritto romano al
non è che una parentesi, una sorta di sporgenza innaturale soggettivismo individualistico dei diritti moderni. Nel mo-
dell’orizzonte servile che include nel suo cerchio più ampio mento stesso in cui questi, almeno a partire dalla rivoluzio-
tutti gli esseri umani, ad eccezione dei cittadini romani adul- ne francese, ma già da Hobbes, sono attribuiti a tutti gli uo-
ti e di sesso maschile, essi stessi entrati nel regime della per- mini, uguagliati dal comune stato prima di sudditi e poi di
sona dopo un lungo tirocinio in quello, interamente sott o p o- cittadini, la separazione romana tra distinte categorie uma-
sto, del figlio. Che il suo assoggettamento al potere v itae ac ne parrebbe cadere insieme alla originaria distanza tra ma-
necis del pater anticipi, o meno, un dominio specificamente schera e volto: non solo perché, per così dire, ogni uomo ha
biopolitico, fondato cioè sul solo rapporto di sangue, può es- adesso la sua maschera, ma perché la maschera aderisce al
sere oggetto di discussione. Quello che è certo è che anche suo volto in una maniera talmente intrinseca da divenirne
in questo caso – generalizzabile a tutti i cittadini di Roma – parte integrante.
il processo di personificazione passa comunque per la stazio- Che le cose non stiano propriamente così – che questa
ne della cosa e in essa può sempre fermarsi. rappresentazione lasci fuori una parte non secondaria di
realtà – è provato non soltanto dalla circostanza che proprio
Hobbes distacca la persona dal corpo al punto di farne il rap-
4. La separazione romana tra persona e uomo penetra presentante di altri soggetti umani o addirittura non umani.
come un cuneo profondo nella concezione filosofica, giuri- Ma dalla stessa definizione moderna della persona, estesa,
dica e politica moderna. Se questa contiguità non è percepi- almeno in linea di diritto anche se non di fatto, a ogni esse-
bile a occhio nudo dipende intanto dal fatto che non è faci- re vivente, ma soltanto per quanto riguarda la sua parte ra-
le cogliere i rapporti di implicazione dentro i sommovimen- zionale o morale. Persona – si potrebbe dire – è quanto, nel
ti, e anche i rovesciamenti, semantici che li percorrono. E corpo, è più del corpo. Torna, da questo lato, lo scarto ori-
ginario implicito nel concetto, già elaborato dalla dogmatica
13
Sulle strategie contemporanee di depersonalizzazione, cfr. anche a. dal la-
cristiana e successivamente riconvertito in chiave giuridica.
go, Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano 1999. Contro quella linea biopolitica, e poi tanatopolitica, che ten-
16 Terza persona Introduzione 17

deva a unificare persona e corpo schiacciando la prima sulla ne interpretativa. Si è parlato della relazione tra diritto ro-
materia biologica del secondo, il personalismo moderno, in mano e concezione giuridica moderna. Qualcosa di analogo
tutte le sue espressioni, reinstalla in ogni individuo la sepa- va detto per il rapporto, solo in apparenza contrastivo, tra
razione tra soggetto personale ed essere umano. In questa biopolitica e liberalismo. Si potrebbe addirittura ipotizzare
maniera il diritto soggettivo, anziché inerire all’integralità che sia proprio quest’ultimo il tratto di giuntura antinomico
dell’uomo, si riferisce soltanto a quella parte superiore, di ti- tra l’antica, e recente, filosofia della persona e la filiera che
po razionale o spirituale, che esercita il proprio dominio sul- le si oppone, riproducendone rovesciati i presupposti. In que-
la zona residua sfornita delle stesse caratteristiche e perciò stione è, ancora una volta, il nesso differenziale tra persona
sospinta nel regime dell’oggetto. Avere diritti, da questo e corpo. Per la concezione liberale – come è rappresentata
punto di vista, significa propriamente essere soggetti della da Locke o da Mill – il corpo è proprietà della persona che
propria oggettivazione. È, appunto, la definizione della per- lo abita. Già qui si evidenzia, naturalmente, la distanza ra-
sona proposta da Jacques Maritain nel momento in cui col- dicale, e anche il contrasto di fondo, con la biocrazia nazi-
labora attivamente alla stesura della Dichiarazione universa- sta: mentre questa lavora sulla specie umana nel suo comples-
le del ’48: essa si qualifica per la sovranità che ogni uomo so, il liberalismo si riferisce esclusivamente all’individuo.
esercita sul proprio essere animale. Non può sfuggire, in que- Non solo: se il nazismo affida la proprietà del corpo alla so-
sta formulazione, la simmetria contrastiva con le due vite di vranità statale, la concezione liberale l’assegna alla persona
cui parlava Bichat. Anche se con un evidente rovesciamen- in esso impiantata. Ma proprio questa eterogeneità di fondo
to del rapporto di prevalenza tra di esse – in Bichat assegna- misura anche il tratto di simmetria, definito per entrambi da
ta alla parte vegetativa e irrazionale, in Maritain a quella ra- una concezione produttivistica della vita – nell’un caso fun-
zionale e volontaria. Ciò che, tuttavia, resta in comune è la zionalizzata ai destini superiori della razza eletta e nell’altro
collocazione, all’interno dell’uomo, di un elemento non uma- alla massima espansione della libertà individuale. Solo che
no, destinato in un caso a sovrastarlo e nell’altro a farsene tale libertà passa per la potenziale riduzione del corpo a co-
padroneggiare. Che si voglia vedere nella filosofia della per- sa appropriata. Il punto di sutura tra gli opposti è sempre re-
sona una forma non consapevole, e anzi negata, di biopoli- lativo alla definizione della persona. Per esserne proprieta-
tica, o nella biopolitica antipersonalista una piega interna del ria, la persona non può coincidere con il proprio corpo – an-
dispositivo della persona, comunque l’uomo risulta definito zi è qualificata precisamente dalla distanza che la separa da
dal rapporto con l’animale che insieme lo abita e lo altera. esso. Se si fa riferimento al filone di bioetica interno alla tra-
Al fondo di questa convergenza vi è naturalmente la defini- dizione liberale, si ritrova, spinta ai suoi esiti ultimi, l’anti-
zione aristotelica dell’uomo come animale razionale – in un ca separazione romana tra persona e homo: sia per Hugo En-
caso assunta dal lato dell’animalità e nell’altro da quello del- gelhardt che per Peter Singer non soltanto non tutti gli es-
la razionalità. È a partire da tale presupposto che, contraria- seri umani sono persone, ma non tutte le persone sono esseri
mente a quanto può a prima vista sembrare, corporeizzazio- umani. Da qui la conseguente gradazione, o degradazione,
ne biopolitica della persona e personalizzazione spiritualisti- tra persona piena, semipersona, non-persona e antipersona
ca del corpo si inscrivono nello stesso cerchio teoretico. – rappresentate rispettivamente dall’adulto, dall’infante o
La strada per aprirlo passa per una revisione profonda dei dal vecchio disabile, dal malato irrecuperabile e dal folle. Do-
rapporti di contiguità e di opposizione fissati dalla tradizio- ve a ogni grado di personalizzazione – o di depersonalizza-
18 Terza persona Introduzione 19

zione – corrisponde un diverso diritto alla determinazione, ad essa irrelativo – piuttosto al suo confine. Sulle linee di re-
e finanche alla conservazione, della propria vita. Anche qui, sistenza, più precisamente, che ne tagliano il territorio impe-
con formulazioni che richiamano da vicino il potere sovrano dendo, o almeno contrastando, il funzionamento del suo di-
del pater familias sui figli e su coloro che ne riproducono la spositivo escludente. L’impersonale – si potrebbe dire – è quel
condizione reificata, la macchina decidente della persona se- confine mobile, quel margine critico, che separa la semanti-
gna la differenza ultima tra ciò che deve vivere e ciò che può ca della persona dal suo naturale effetto di separazione. Che
essere legittimamente respinto nella morte. blocca il suo esito reificante. Non è la sua negazione fronta-
le – come sarebbe una filosofia dell’antipersona – ma la sua
alterazione, o estroflessione, in un’esteriorità che ne revoca
5. Per quanto profonda nella sua genealogia ed estesa in causa e rovescia il significato prevalente.
nei suoi effetti, la logica della persona non occupa, tuttavia, È questa relazione complessa, non semplicemente oppo-
l’intero orizzonte contemporaneo. Ad essa si contrappone, in sitiva, dell’impersonale nei confronti della persona, a rende-
modi non sempre riconoscibili, a volta appena abbozzati, un re ragione della figura ‘terza’ che dà il titolo all’intera ricer-
pensiero dell’impersonale. Il terzo capitolo del libro ne pro- ca. Lavorare concettualmente sulla ‘terza persona’ vuol dire
pone alcune figure, o segmenti, attinti soprattutto dalla filo- aprire un varco a quell’insieme di forze che, anziché annien-
sofia novecentesca. Altri riferimenti avrei potuto scegliere tare la persona – come pretese di fare, finendo per rafforzar-
nell’ambito dell’arte contemporanea – in particolare della pit- la, la tanatopolitica novecentesca –, la spingono fuori dei suoi
tura, della musica e del cinema, da tempo volti a una deco- confini logici e anche grammaticali. A questa strategia di
struzione del soggetto personale14. In questa occasione ho pri- estraneazione, o di aggiramento, risponde perfettamente il
vilegiato la filosofia per fornire una prima griglia teoretica ri- testo, a tutti gli effetti fondativo, di Benveniste sui prono-
spetto a un oggetto sfuggente quasi per definizione, appunto mi personali, la cui analisi apre il terzo capitolo. Se c’è qual-
perché da sempre emarginato, o sopraffatto, dai saperi e dai cosa che travalica il suo naturale terreno di pertinenza lin-
poteri della persona. È per ciò che il discorso qui svolto non guistico, con un investimento di senso che illumina per inte-
può avere un andamento lineare e coerente. La sua eteroge- ro l’arco delle questioni sollevate, è proprio l’insistenza
neità, e anche frammentarietà, non è contingente, ma strut- dell’autore sull’eterogeneità della terza persona, nel prono-
turale – nel senso che attiene, più che alla diversità tonale de- me e nel verbo, rispetto alle prime due. Essa, a differenza di
gli autori e dei testi convocati, alla natura negativa di una ca- queste, è l’unica a non avere connotati personali, al punto di
tegoria che assume senso solo dal contrasto con un’altra ad poter essere definita ‘non-persona’. E ciò non soltanto per-
essa presupposta o sovrapposta. Anche su questo, però, è op- ché rimanda a qualcosa, o a qualcuno, non circoscrivibile in
portuno fare subito chiarezza. Naturalmente l’impersonale si un soggetto specifico – nel senso che può riferirsi a tutti e a
situa fuori dall’orizzonte della persona, ma non in un luogo nessuno – ma, ancora più a fondo, perché sfugge del tutto al
regime dialogico dell’interlocuzione cui restano invece fissa-
14
Si veda, in proposito, il numero 0 (2006) della rivista «Fata Morgana», dedi-
te le altre due. Questa assoluta specificità – la terza persona
cato al rapporto tra cinema e vita biologica, e in particolare il saggio di P. Montani, è l’unica a poter essere singolare e insieme plurale – risalta
Estetica, tecnica e biopolitica, pp. 27-55. Va segnalata, infine, l’importante mostra sul- tanto più dalla connessione inscindibile, e anzi speculare, che
le non-persone, dal titolo Nowheremen, curata da O. Calabrese e M. Bettini, attual-
mente esposta nelle Acciaierie Arte Contemporanea di Cortenuova (Bergamo). vincola invece la prima alla seconda: nel contesto discorsivo
20 Terza persona Introduzione 21

l’io si rivolge sempre, implicitamente o esplicitamente, a un contraddittorio come un ‘diritto comune’ o ‘in comune’. Tut-
tu, così come il tu presuppone sempre un io che lo designi ti gli autori che insistono sulla terzietà essenziale – non sem-
tale, prima di esserne sostituito nel ruolo di soggetto dell’e- plicemente funzionale – del diritto, da Kojève a Jankélévitch,
nunciazione. È una necessità, questa, che rivela il carattere a Levinas, non fanno che riproporre, da un angolo di visua-
retorico di tutte le filosofie della seconda persona, da Buber le sempre differente, l’esigenza posta dalla Weil. In ciascu-
a Jankélévitch e oltre – sempre logicamente interne allo sta- no di essi è la terza persona ad annunciare l’avvento di un
tuto della prima, nonostante le proprie dichiarazioni di ec- diritto finalmente traducibile in giustizia. Se per Kojève es-
cedenza. Qualunque sia, infatti, la modalità del loro rappor- so è situato alla fine della storia, quando l’uomo si reimmer-
to – diretto o rovesciato, frontale o obliquo, orizzontale o gerà nella propria natura animale, Jankélévitch insieme lo af-
verticale – il tu non assume senso che dall’io che lo interpel- ferma e lo nega, posponendolo al faccia a faccia dell’amore.
la, sia pure nella forma del comando, dell’invocazione, del- Tra i due, Levinas profila una posizione più complessa che
la preghiera. Il due è per forza di cose inscritto nella logica tenta di comporre, sovrapponendole, la responsabilità esclu-
dell’uno, così come l’uno tende sempre a sdoppiarsi in due siva del rapporto a due e l’esigenza di giustizia universale nei
per potersi specchiare, e riconoscere, nel proprio interlocu- confronti del terzo.
tore umano o divino. Che tale tentativo sia destinato alla scacco – appunto per
l’irriducibilità della logica ternaria a quella binaria – non è
che il sintomo di un’antinomia più profonda che rimanda al-
6. Ma una volta fissata questa differenza costitutiva del- la natura stessa della terza persona. Si è già detto che essa
la terza persona rispetto alle altre, quali sono le figure pre- non è un’altra persona – rispetto alle prime due – ma qual-
valenti che essa assume nelle varie filosofie dell’impersona- cosa che sporge dalla logica personale a favore di un diverso
le? La prima è quella della giustizia, intesa in una forma che regime di senso. Quando Maurice Blanchot identifica il ter-
si oppone tanto al diritto oggettivo di matrice romana quan- zo con la figura enigmatica del neutro, intende sottrarla in
to a quello, soggettivo, di impronta moderna. Questa opzio- maniera preventiva a ogni indebita personalizzazione. Neu-
ne radicale è al cuore del pensiero di Simone Weil. Il filo di- tro non è qualcun altro che si aggiunge ai primi due, ma ciò
retto che, contro la tradizione personalista di Maritain, la che non è né l’uno né l’altro – che sfugge a tutte le dicoto-
Weil tira tra il carattere privativo ed escludente del diritto mie fondate, o presupposte, dal linguaggio della persona. Per-
e la generalizzazione dell’idea di persona getta un fascio di ciò esso si situa non in un punto qualsiasi – alto o basso, cen-
luce abbagliante sul quadro da noi indagato. Contro gli ef- trale o laterale, come ancora voleva Levinas – dell’interlocu-
fetti nichilistici di tale connessione, che da Roma sembrano zione, ma decisamente al suo esterno, fino a identificarsi con
allungarsi come un’ombra sinistra fino al regime nazista, la lo spazio senza luogo del ‘fuori’. Da qui – da questo gesto di
Weil afferma, con una nettezza che non ha precedenti, la ve- effrazione radicale nei confronti del modello dialogico, inve-
rità dell’impersonale. Quello che è sacro, nell’uomo, non è ce adottato da tutte le filosofie della prima e della seconda
la persona, ma ciò che non è coperto dalla sua maschera. So- persona – l’incomprensione, o l’aperta ostilità, dell’intera
lo ad esso potrebbe riuscire di ricostituire il rapporto, inter- tradizione filosofica nei confronti di una figura, come quel-
rotto dalla macchina immunitaria della persona, tra umanità la del neutro, sempre negata, o addomesticata, nei suoi ef-
e diritto – di rendere possibile qualcosa di apparentemente fetti dirompenti. L’unica forza capace di porsi alla sua altez-
22 Terza persona Introduzione 23

za è, per Blanchot, quella della scrittura. In essa – là dove si di vista che non collima, e anzi che collide, con quello della
rinuncia anche a parlare del neutro, per parlare al neutro o soggettività personale. La vita, si potrebbe dire, è per Fou-
per far parlare il neutro – non soltanto l’autore, ma anche il cault quella falda biologica che non coincide mai con la sog-
personaggio, depone la possibilità di dire ‘io’, e dunque ‘tu’, gettività perché è sempre presa in un processo, duplice e
per inscriversi nel regime impersonale del ‘si’. Ciò che si de- simultaneo, di assoggettamento e di soggettivazione – lo spa-
termina, in questo modo, non è il soggetto di un’azione, ma zio che il potere investe senza mai riuscire a occuparlo inte-
un’azione senza soggetto o coincidente con esso nella impre- gralmente e anzi generando forme sempre nuove di resisten-
dicabilità dell’evento. La cancellazione del proprio nome dai za. È da questo lato che si delineano i contorni, ancora in-
documenti collettivi stesi tra gli anni Sessanta e Settanta vuo- certi, di una biopolitica affermativa – tale, cioè, da non
le essere, da parte di Blanchot, il tentativo, certo assai pro- ritagliarsi in negativo rispetto ai dispositivi del sapere/pote-
blematico, di trasporre l’esperienza dell’impersonale dall’am- re moderno, ma situata sulla linea di tensione che li traver-
bito letterario a quello politico – di fare politica alla terza sa e li disloca.
persona. Diversa, anche se orientata al medesimo esito, la direzio-
Come? Come fare dell’impersonale non soltanto una po- ne assunta da Deleuze. Non quella dell’esteriorizzazione, ma
tenza decostruttiva dell’antico, e nuovo, dispositivo della del ripiegamento. Ad essere in gioco è sempre la questione
persona, ma la forma, o meglio il contenuto, di una pratica dell’immanenza. Ma non ottenuta, come in Foucault, per via
che modifichi l’esistenza? Come immettere quell’ulteriorità, negativa, attraverso il trascendimento della trascendenza, la
o quell’esteriorità, all’interno della nostra esperienza singo- fuoriuscita del fuori. L’immanenza, per Deleuze, non è né
lare e collettiva? Questa è la domanda, ultima e prima, den- prodotta dialetticamente dalla trascendenza come in Hegel,
tro la quale Michel Foucault e Gilles Deleuze incrociano i né attraversata da essa, come nella tradizione fenomenolo-
propri sguardi in un punto di tangenza che va ben al di là gica o heideggeriana. Non è che la piega dell’essere su se stes-
della semplice amicizia, perché tocca qualcosa che non attie- so – vale a dire la sua declinazione in divenire. È questa la
ne propriamente alle persone, ma al piano preindividuale, o vita – sempre una vita: non ciò che resiste alla morte e sca-
transindividuale, che le precede e le attraversa. La figura che turisce dal confronto con essa, ma ciò che la separa da se stes-
in entrambi i casi assume la terza persona è quella della vi- sa distendendola in un processo di continua mutazione. Da
ta. Ma il modo di pervenirvi è, tra i due, assai diverso. Fou- qui la decostruzione della persona in tutte le sue espressioni
cault, come già Blanchot, passa per il fuori – per quella «li- – teologiche, giuridiche, filosofiche. A venir meno, nel pia-
nea oceanica» che lambisce la voragine della morte resisten- no di immanenza, è proprio quello scarto personale che ha
dole. Come aveva a suo modo fatto Bichat, anche Foucault sempre collocato il soggetto fuori dal sostrato corporeo in cui
parte dalla morte, dalla sua assoluta estraneità, per arrivare è impiantato, così come la sostanza è sempre stata separata
alla vita. Il suo procedimento è quello di spingere il fuori dai suoi modi. Ciò non vuol dire, tuttavia – neanche in De-
sempre più fuori, di esteriorizzare ciò che è già esteriore, fi- leuze, soprattutto in Deleuze –, fare di ciò che chiamiamo
no al punto di rovesciarlo nel suo contrario – cosa è più ester- soggetto il recettore inerte e passivo dell’evento. Al contra-
no dell’esterno se non un dentro più interno di qualsiasi in- rio, identificarlo con questo significa conferirgli la capacità
teriorità? Quel fuori ci appare così inafferrabile proprio per- di «controeffettuarlo», cioè di piegarlo in una direzione di-
ché sta dentro di noi – siamo noi stessi guardati da un punto versa, o anche opposta, da quella iniziale. Di scegliere, nel-
24 Terza persona

l’evento, l’inclinazione più inedita, meno bloccata nella sua


determinazione presupposta. È difficile, per una tradizione
come la nostra, imbevuta fin nelle sue origini di teologia po-
litica, sottrarre la categoria di decisione alla connessione con
quelle di individuo e di sovranità – coniugarla, anziché con
la persona, con l’impersonale. Ma è appunto quanto fa De-
leuze attraverso una teoria della virtualità che, rompendo
con l’alternativa, o con la coincidenza, metafisica di possibi-
le e necessario, apre l’identità al gioco plurale delle differen-
ze. La figura estrema, quasi postuma, del «divenire anima-
le» – che sembra anticipare nel presente l’immagine preuma-
na, o postumana, proiettata da Kojève alla fine della storia
– apre il pensiero dell’impersonale a una prospettiva ancora
ignota nel suo significato d’insieme. Ciò che in essa si profi-
la, ormai fuori dalla sagoma fatale della persona, e dunque
anche della cosa, non è solo la liberazione dall’interdetto fon-
damentale del nostro tempo. È anche il rimando a quella riu-
nificazione tra forma e forza, modo e sostanza, bíos e z o é,
sempre promessa, ma mai davvero sperimentata.
Capitolo primo
La doppia vita
(la macchina delle scienze umane)

1. La crisi che a partire dall’inizio del xix secolo inve-


ste la nozione di persona – vale a dire di soggetto razionale
capace di autodeterminazione in rapporto con altri individui
forniti degli stessi requisiti – si origina fuori dalla teoria po-
litica e precisamente nell’ambito della biologia. Come spes-
so accade nei momenti di svolta paradigmatica, l’urto deci-
sivo agli effetti del mutamento viene dall’esterno. Del resto
le stesse categorie politiche moderne, adesso contestate, na-
scono segnate dalla contaminazione con concetti teologici
secolarizzati. Con la differenza che, mentre in quel caso a
penetrare nel lessico giuridico-politico era un elemento tra-
scendente, adesso si tratta di una materia, di una sostanza,
immanente come la vita. Ma il dato ancora più sintomatico
– della dialettica che si determina tra le varie scienze dell’uo-
mo – è che tale nozione di vita, destinata a mutare in profon-
do il lessico politico, si presenta essa stessa politicamente
connotata: fin dalle sue prime formulazioni, infatti, la vita
indagata dal nuovo sapere biologico è definita precisamente
dal conflitto assoluto con la morte. Se si vuole cogliere la
straordinaria novità dell’opera di Xavier Bichat – e il moti-
vo della sua singolare fortuna nella prima metà del secolo –
anche nei confronti della concezione vitalista cui essa viene
solitamente ascritta, bisogna rivolgersi a questa presenza in-
combente della morte all’esterno e all’interno della vita.
Mentre i vitalisti classici, come Bordeu o Barthez, si limita-
vano a sottrarre l’organismo vivente alle leggi generali della
fisica, ma in questo modo finivano per privarlo di un princi-
26 Capitolo primo La doppia vita 27

pio normativo capace di unificarne le molteplici espressioni ghigliottina nel periodo del Terrore, è un dato che va forse
in un quadro scientificamente caratterizzato, Bichat ne in- al di là di una semplice contingenza biografica, per assume-
dividua lo statuto specifico appunto nella opposizione atti- re un significato più generale. «Cos’è l’osservazione, se s’i-
va alla pressione della morte. Quando, nel famoso incipit del- gnora la sede del male? Aprite qualche cadavere e vedrete
le sue R e c h e r c h e s, egli scrive che «la vita è l’insieme delle dissiparsi l’oscurità che la sola osservazione non avrebbe mai
funzioni che resistono alla morte»1, bisogna conferire a que- potuto dissipare»4 – più che un suggerimento clinico, questa
sta espressione il significato di un conflitto senza tregua: nel- celebre proposizione dell’Anatomie générale sembra una gran-
l’organismo vita e morte si affrontano come potenze con- de apertura di scenario sull’intreccio costitutivo tra morte e
t r a pposte che tendono a superarsi a vicenda in un giuoco a sapere della vita. Per conoscere la verità profonda di un cor-
somma zero in cui all’avanzamento delle une corrisponde l’ar- po, la scienza medica deve insinuarsi nello stesso taglio che
retramento, o il cedimento, delle altre: «La misura della vi- vi ha inciso la morte e raddoppiarlo. Come si espresse Fou-
ta è dunque, in generale, la differenza che esiste tra lo sfor- cault, solo la chiara luce della morte può illuminare, come in
zo delle potenze esteriori e quello della resistenza interna. un lampo, la notte oscura della vita – a conferma del predo-
L’eccesso delle une annuncia la sua debolezza; il predominio minio logico ed epistemologico della prima sulla seconda5.
dell’altra è l’indice della sua forza»2. Tale predominio si esercita innanzitutto dall’esterno, da par-
Sarebbe difficile rintracciare, all’interno del sapere bio- te delle forze ambientali che stringono la vita in un cerchio
logico, un lessico più intensamente politico – le sue metafo- che essa non può spezzare, ma soltanto, fino a quando ne ha
re sono improntate all’arte della guerra, sosterrà Canguilhem3 l’energia, contenere nella loro potenza nefasta. Ma poi, an-
– di quello adoperato da Bichat all’alba della fisiologia mo- che e contemporaneamente, dall’interno del corpo, dove la
derna: azione-reazione, attacco-difesa, potere-resistenza so- possibilità, e anzi la necessità, della morte è insediata fin dal-
no tra i termini più usati in un racconto che ha per oggetto la sua nascita come un tumore che cresce in maniera progres-
la sopravvivenza o l’annientamento del bíos. È come se la vi- siva e inesorabile. Essa non ha l’aspetto di un taglio secco
ta trovasse la pensabilità della propria definizione soltanto che recide la testa d’un colpo, ma di un mormorio sordo che
dentro un’orbita semantica segnata dalla necessità del con- accompagna, e rode silenziosamente, ogni momento della vi-
flitto mortale – a morte e contro la morte. La prima parte ta, distribuendosi in tante piccole morti che solo a un certo
del libro, dedicata alla definizione generale della vita, non punto si congiungono in un unico evento letale.
assume senso e consistenza che nel raccordo con la seconda, In questa cornice di decessi parziali, di entropie locali, di
impegnata in una dettagliata fenomenologia dei vari tipi di mortalità continua e raffrenata, si inserisce anche il fenome-
morte. Che il suo autore, scomparso all’età di trentuno an- no della morte apparente – una sopravvivenza postuma in
ni, avesse nella sua breve vita aperto e analizzato migliaia di cui la morte sembra sospendersi e arretrare davanti al ritor-
cadaveri di persone morte violentemente, perlopiù sotto la no inaspettato della vita. Da cosa dipende? A quale altra ve-
rità questo fenomeno enigmatico e inquietante dà voce? La
1
x. bichat, Recherches physiologiques sur la vie et sur la mort (1800), Genève-
Paris-Bruxelles 1962, p. 43. 4
x. bichat, Anatomie générale appliquée à la physiologie et à la médecine, Paris
2
Ibid., pp. 43-44. 1801, vol. I, p. 99.
3 5
g. canguilhem, Claude Bernard et Bichat, in Etudes d’histoire et de philoso- Cfr. m. foucault, Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médi-
phie des sciences concernant les vivants et la vie, Paris 1994, p. 158. cal, Paris 1963 [trad. it. Nascita della clinica, Torino 1969, p. 169].
28 Capitolo primo La doppia vita 29

risposta, per più versi decisiva, di Bichat è che tale duplica- che di tale scarto – decisivo, per esempio, per la possibilità
zione della morte rimanda a una duplicazione della stessa vi- di trapianto di organi ancora viventi dopo la morte cerebra-
ta. La morte apparente – e cioè quella morte non assoluta in le – quello che conta, in ordine al nostro problema, è la con-
cui si apre un intervallo temporale tra il suo primo ingresso seguenza trasversale che esso determina nei confronti di al-
in scena e la sua vittoria finale – è l’espressione rovesciata tri linguaggi e in particolare del lessico filosofico-politico.
dello scarto preliminare tra due modi di essere della vita. Me- Ciò spiega il motivo della sua costante ripresa da parte di au-
glio, tra le due vite da cui è composta ogni vita: quella orga- tori e testi non immediatamente interessati a ricerche fisio-
nica, alla quale Bichat ascrive le funzioni vegetative – di di- logiche, ma proprio perciò espressivi del rilievo del sapere
gestione, respirazione, circolazione del sangue –, e quella ani- della vita sulla configurazione della filosofia e della politica.
male, che sovrintende alle attività motorio-sensorie e La questione che soprattutto ne risulta investita è il rappor-
intellettuali riconducibili alle relazioni con l’esterno. Men- to tra la natura del soggetto vivente e la forma dell’agire po-
tre la prima è chiusa e ripiegata su se stessa, la seconda si af- litico. È su questo punto di tangenza, su questo incrocio ca-
faccia sull’ambiente modificandolo ed essendone modifica- tegoriale, che si scaricano gli effetti dirompenti della tesi di
ta. Se l’una non conosce principio di simmetria – vi è un cuo- Bichat. Mentre, come sappiamo, il presupposto indiscusso
re, uno stomaco, un fegato – l’altra è organizzata in maniera della filosofia politica moderna è costituito dalla presenza di
simmetrica e binaria, come risulta dalla corrispondenza de- soggetti dotati di volontà razionale che, per scelta collettiva,
gli occhi, delle orecchie o delle braccia. Ma l’elemento che istituiscono un determinato assetto ordinativo, il principio
appare catturare ancora di più l’attenzione di Bichat, come fisiologico della ‘doppia vita’, naturalmente in una forma
già nel caso della relazione della morte con la vita, è la pre- esterna alle intenzioni dell’autore, produce uno spostamen-
valenza, funzionale e quantitativa, della vita organica su to d’ottica tutt’altro che irrilevante. Se assumiamo come pun-
quella animale. Intanto nel senso che essa continua anche du- to di riferimento la posizione di Hobbes, viene revocato in
rante il sonno, mentre questa s’interrompe, per riprendere causa sia il criterio della cesura fondativa tra stato naturale
solo al momento del risveglio. Ma poi, ancora di più, prima e stato politico, sia il percorso logico che conduce al patto e
della nascita, quando il feto sperimenta solo una vita nutri- così all’instaurazione dell’ordine. E ciò non solo perché la vi-
tiva, e, da ultimo, all’avvento della morte, allorché la vita or- ta non può mai spezzare il legame biologico con la natura,
ganica prosegue per qualche tempo dopo che si è spenta quel- ma perché è essa stessa ‘decisa’, tagliata, da un discrimine
la animale – come si deduce dalla crescita delle unghie e dei precedente ogni altra decisione e destinato a pesare potente-
capelli anche dopo la ‘prima’ morte. A una doppia morte, in- mente su di essa. Se, per esempio, le passioni – che Hobbes
somma, fa riscontro una doppia vita, fornita di rilievo disu- aveva posto all’origine dell’opzione civile – non dipendono
guale perché non solamente orientata a scopi diversi, ma an- dalla vita animale, ma da quella organica, come Bichat so-
che dotata di differente intensità6. stiene con nettezza, ciò vuol dire che gli atti da esse condi-
Senza fermarci più in dettaglio sulle conseguenze clini- zionati non sono più riconducibili a motivazioni razionali.
Non solo, ma che, propriamente parlando, non esiste nean-
che un soggetto politico, come fonte di azione volontaria,
6
Il rilievo della sopravvivenza della vita organica rispetto a quella animale in perché la stessa volontà, pur legata alla vita animale, è
Bichat è stato sottolineato da g. agamben, Quel che resta di Auschwitz, Torino 1998,
pp. 141-44. profondamente innervata in un regime corporeo sostenuto,
30 Capitolo primo La doppia vita 31

e in buona parte governato, dalla sua parte vegetativa. Già ro più profonde della letteratura francese»7. Al suo centro vi
qui – ripeto, ben al di là delle intenzioni di Bichat – si apre è proprio l’opposizione tra vita organica e vita animale che
un percorso, di per sé dirompente nei confronti del linguag- Schopenhauer riconduce a quella, da lui stesso elaborata, tra
gio concettuale moderno, che va nel senso di una radicale de- volontà e intelletto. Se Bichat sembra riportare la volontà al-
soggettivazione della prassi umana. Ciò che comincia a in- la vita animale – avverte il filosofo contro una lettura non
crinarsi – o quantomeno a non riconoscersi più nella sua for- sufficientemente radicale del suo testo – non bisogna equi-
mulazione canonica – è l’idea stessa di persona, intesa come vocare: egli sta parlando della determinazione cosciente, cioè
centro di imputazione giuridico-politica. Già insidiata, nel- dell’analisi e del calcolo dei motivi, il cui prodotto si presen-
le sue classiche prerogative, dalla pressione incontenibile del- ta come atto volontario. Non del vero volere, cieco e opaco
la morte, essa appare adesso ulteriormente decentrata dalla – ascrivibile, invece, esclusivamente alla vita organica. Chia-
scissione in due zone sovrapposte – o sottoposte – che ne rito tale scambio terminologico, la corrispondenza con la sua
precludono ogni immagine unitaria. Divisa in una ‘vita di opera appare a Schopenhauer perfetta: «Le sue e le mie ri-
dentro’ e in una ‘vita di fuori’, in una vita vegetale e in una flessioni – egli dichiara – si sostengono reciprocamente, in
vita animale, essa è attraversata da una potenza estranea che quanto le sue sono il commentario fisiologico delle mie e le
ne determina istinti, emozioni, desideri in una forma non mie il commentario filosofico delle sue, cosicché verremo ca-
più riconducibile a un unico elemento. È come se un non-uo- piti meglio, se saremo letti insieme da entrambi i punti di vi-
mo – qualcosa di diverso e di anteriore alla stessa natura ani- sta»8. I luoghi topici di questa conclamata convergenza sono
male – si insediasse nell’uomo. O vi fosse da sempre inse- essenzialmente due, connessi tra loro in un’unica trama di-
diato con effetti dissolutivi rispetto alla sua modalità perso- scorsiva. Da un lato l’appartenenza delle passioni a quella
nale. Da quel momento funzione della politica – ormai stessa vita vegetativa cui pertiene anche la sfera della vo-
inevitabilmente biopolitica – non sarà più tanto quella di de- lontà. Dall’altro, e conseguentemente, l’immutabilità del ca-
finire il rapporto tra gli uomini, ma piuttosto quella di indi- rattere che, radicandosi appunto nella falda organica dell’es-
viduare il punto preciso in cui è situata la frontiera tra ciò sere vivente, non può essere trasformato dall’educazione o
che è uomo e ciò che, all’interno dell’uomo stesso, è altro dall’ambiente esterno. La conclusione che Schopenhauer ne
dall’uomo. trae è il più netto rifiuto della tesi cartesiana – rilanciata di
recente prima da Franz Joseph Gall e poi da Marie-Jean Pier-
re Flourens – secondo la quale gli atti di volontà sarebbero
2. La filosofia sulla quale la decostruzione del soggetto assimilabili ai pensieri. L’unità della vita – in piena sintonia
personale operata, in ambito biologico, da Bichat incide più con la prospettiva inaugurata da Bichat – non si articola più
profondamente è quella di Schopenhauer. In realtà già altri nel vecchio dualismo tra anima e corpo, ma nello scarto bio-
autori, a partire da Hegel, avevano fatto esplicito riferimen-
to all’autore delle Recherches. Ma quella che in essi resta una 7
a. schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, in W e r k e,Zürich 1988
relazione esterna, per Schopenhauer diventa un’implicazio- [trad. it. Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di A. Vigliani, con un’in-
ne talmente intrinseca da configurare una vera e propria troduzione di G. Vattimo, Milano 1989, Supplemento XX al libro II, p. 1080]. Per
il rapporto con Bichat si veda anche s. barbera, Il mondo come volontà e rappresen-
identificazione con «quest’uomo straordinario, così presto tazione, Roma 1998, pp. 183 sgg.
strappato al mondo», autore di una «tra le opere di pensie- 8
a. schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione cit., p. 1076.
32 Capitolo primo La doppia vita 33

logico tra una «vita di dentro» di tipo organico e una «vita ne: la lotta di solito dura una mezz’ora, fino a che i due litigan-
di fuori» a carattere relazionale. ti non muoiono o non vengono separati da altre formiche9.
Sarebbe difficile immaginare uno strappo altrettanto vio-
Il motivo di questo scontro a morte – e anzi a doppia mor-
lento nei confronti dell’impianto coscienzialista del sapere
te, prima dell’intero e poi dei singoli pezzi – sta soprattutto
moderno. Ad essere colpito, e lacerato, è quel nucleo inscin-
nella natura infinitamente espansiva del desiderio vitale di
dibile di volontà e ragione che costituisce la quintessenza di
cui è intessuto l’individuo, portato a vedere in ogni altro un
ciò che tutta una linea di pensiero ha definito soggetto, o
semplice prodotto della propria rappresentazione e dunque
persona, proprio a partire dalla sua distanza, o quantomeno
eliminabile a piacimento10. Ma poi, più a fondo, nella circo-
non coincidenza, con il corpo in cui pure è impiantato. Non
stanza che le medesime differenze individuali non sono che
che Schopenhauer contrapponga la sfera del corpo a quella
la rifrangenza esterna, l’immagine moltiplicata, di una vo-
della volontà – al contrario le sovrappone in una stretta me-
lontà unica e dunque, per il suo incontenibile impulso vita-
tafisica che fa dell’una l’oggettivazione dell’altra. Le conse-
le, in continuo contrasto con se stessa. È perciò che al con-
guenze filosofiche di tale passaggio sono note. Quelli che ci
flitto interumano non c’è vero rimedio. Al massimo lo si può
riguardano più da vicino sono, però, gli effetti politici – e
limitare, restringere, entro forme destinate, prima o poi, ad
anzi, ormai, decisamente biopolitici – ad esse connessi. Il
essere travolte dalla forza micidiale che le attraversa e le scuo-
confronto con la posizione di Hobbes risulta, come al solito,
te. Ogni successo, ogni vittoria, delle forze superiori, tese a
illuminante in ordine al vero e proprio passaggio di paradig-
nutrirsi delle inferiori, reca dentro di sé la resistenza di que-
ma che qui si registra. Schopenhauer è ben lontano dal ne-
ste ultime che, come un tarlo, le indebolisce, risucchiandole
gare il lato, per così dire, antropologico del dispositivo hob-
progressivamente nel loro vuoto fino alla morte che già da
besiano – cioè la riconduzione dello stato naturale al bellum
sempre le insidiava: «Da ciò deriva, infine, anche il peso del-
omnium contra omnes – che egli porta, semmai, a esiti anco-
la vita fisica, la necessità del sonno, e in ultimo della morte,
ra più esasperati. La natura, essa stessa espressione della inar-
quando le forze naturali soggiogate, favorite finalmente dal-
restabile volontà di vita che governa il mondo, è attraversa-
le circostanze, strappano all’organismo, stancato dalle sue
ta, e anzi addirittura costituita, da una lotta implacabile tra
continue vittorie, la materia che esso aveva loro sottratta, e
tutte le sue componenti, già dal livello inorganico dei cristal-
arrivano a manifestare senza più ostacolo alcuno la propria
li a quello vegetale e poi animale, in cui il conflitto si fa tal-
natura […] Sembra che di queste verità avesse un vago sen-
mente distruttivo da rivolgere la sua punta contro colui stes-
tore Jakob Böhme, quando affermò che i corpi degli uomini
so che per primo lo muove in una sorta di perenne autodivo-
e degli animali, e anche delle piante, sono tutti semimorti»11.
ramento:
Conformemente alle tesi di Bichat, anche qui la morte, so-
Il giovane polipo a tentacoli che cresce dal vecchio a guisa praggiunta dall’esterno e dall’interno della vita, la riafferra
di ramo, e più tardi se ne separa, lotta già con quello, mentre
ancora vi aderisce, per la preda che si fa innanzi; l’uno strap-
pandola dalla bocca dell’altro. L’esempio più sorprendente del 9
genere ci è dato dalla formica-mastino (bulldog-ant) che si tro- Ibid., p. 225.
10
Per un’acuta lettura biopolitica, o ‘bioeconomica’, di Schopenhauer, cfr.
va in Australia; se la si taglia in due, si impegna subito una lot- adesso l. b a z z i c a l u p o, Il governo delle vite. Biopolitica ed economia, Roma-Bari
ta fra la testa e la coda; la prima afferra con le sue mandibole 2006, pp. 77-78.
la seconda, e questa si difende bravamente col suo pungiglio- 11
a. schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione cit., p. 223.
34 Capitolo primo La doppia vita 35

non appena essa tenta di sfuggire al suo dominio. Come nel dall’unica forza in sé positiva, benché distruttiva, che è la
vivente – animale o umano, ormai distinti soltanto da una volontà di vita. È evidente come, in questo orizzonte radi-
differenza di grado, non di essenza – la parte inferiore, di ti- calmente biopolitico, lo Stato, certo necessario a imporre
po organico, domina quantitativamente quella superiore, a l’ordine, non possa godere di nessuno degli attributi morali
carattere cerebrale, determinandola, o almeno condizionan- che ancora gli conferiva Hegel. Tutt’altro che etico, o por-
dola, in tutte le sue manifestazioni, allo stesso modo la mor- tatore di libertà, esso deriva da quello stesso egoismo che de-
te prevale sempre sulla vita che pure rende possibile attra- ve regolare attraverso una dura coercizione. Non eliminan-
verso il conflitto degli individui e il ricambio delle genera- do il conflitto, in quanto tale inevitabile, ma limitandosi a
zioni. Tale meccanismo ciclico-naturale, in cui il singolo non trasferirlo dall’interno all’esterno, vale a dire dallo scontro
è che uno strumento di espansione della specie, non può es- nello Stato alla guerra tra gli Stati. Per questo il dispositivo
sere arrestato da nessun congegno tecnico-artificiale. Perciò statale è lontano dal conseguire un esito pacifico. Non solo
alla piena assunzione dell’antropologia negativa di Hobbes perché tale obiettivo non è in sé raggiungibile. Ma perché,
fa riscontro, in Schopenhauer, un secco rigetto della sua so- se anche lo fosse, produrrebbe una conseguenza – un ecces-
luzione politica. Non per un rifiuto di principio dell’idea di so quantitativo di vita – insostenibile per coloro che vivono
patto – cui, almeno formalmente, anch’egli fa riferimento – nello e dello spazio aperto dal lavoro della morte: «E imma-
ma per il suo svuotamento, conseguente all’impossibilità del giniamo pure che una saggezza illuminata da esperienze di
passaggio dallo stato naturale a quello civile. Se esso era pos- millenni riuscisse a vincere, a estirpare anche questo flagel-
sibile, e anzi necessario, all’interno della moderna concezio- lo – conclude Schopenhauer –; ebbene: il risultato ultimo si
ne della soggettività, definita appunto dal primato della vo- tradurrebbe in un eccesso di popolazione infestante l’intero
lontà razionale su un corpo distinto e dominato da essa, è pianeta; uno spaventoso disastro, di cui soltanto un’audace
letteralmente impensabile per uomini non soltanto schiaccia- immaginazione riesce oggi a farsi un’idea»13.
ti sul loro corpo, ma anche in buona parte governati dalla sua
parte vegetativa. In questo caso, evidentemente, non ci può
essere transito, come invece accadeva in Hobbes, dalla pau- 3. Se finora si è trattato dell’influsso oggettivo e, per
ra, innervata, insieme alle altre passioni, nella componente così dire, inintenzionale del sapere biologico su quello poli-
organica, a una qualsiasi forma di razionalità politica. tico, viene un momento, tuttavia, in cui esso è colto e siste-
Da qui una concezione del diritto esplicitamente negati- mato anche sul piano teorico. All’origine di questo mutamen-
va, cioè desunta non dall’esigenza affermativa di giustizia, to di sguardo c’è l’opera – apparentemente arcaica solo per-
ma dalla incombenza del suo contrario: «Ne risulta che il ché estranea e ulteriore all’asse portante della concezione
concetto originario e positivo è quello dell’ingiusto; il suo moderna – di Auguste Comte. Quando, nell’introduzione al
contrario, il giusto, non è che un concetto derivato e nega- suo Système de politique positive, egli conierà il termine di
tivo»12. Il giusto, inafferrabile in se stesso, non è che il ne- «biocrazia»14, propedeutico a quello, ulteriore, di «sociocra-
gativo, il rovescio, di quella negazione dell’altro effettuata
13
Ibid., p. 493.
14
a. comte, Système de politique positive ou Traité de sociologie instituant la re-
12
Ibid., p. 477. ligion de l’Humanité, Paris 1969 (rist. an. dell’ed. 1851-54), vol. I, pp. 618-19.
36 Capitolo primo La doppia vita 37

zia», si può ben affermare che un lessico concettuale ester- chat, ma perché, di fatto, interviene anche sul rapporto di
no alla semantica democratica sia ormai costituito: il potere prevalenza, da lui fissato, tra vita organica e vita animale
non ha più come orizzonte di riferimento il démos – cioè l’in- all’interno dell’uomo. Non che Comte contesti la rilevanza
sieme dei soggetti riuniti in una comune identità nazionale della parte vegetativa che lega l’uomo a tutti gli altri esseri
– ma il bíos, la vita di un organismo, individuale o colletti- viventi, ma individua la sua specificità nei loro confronti pro-
vo, esteriore ed eccedente ogni formulazione giuridico-poli- prio nella possibilità, certo parziale e problematica, di rove-
tica convenzionale. sciarne il primato a favore di quella animale. Benché sempre
Non sorprenderà che all’origine di questo transito cate- mosso da un impulso naturale di tipo biologico, l’uomo, in
goriale compaia anche questa volta, sia pure in un quadro di determinate circostanze, può arrivare a spezzare il cerchio
valutazione più mosso e variegato, il nome dell’«incompara- dell’autoconservazione individuale per una finalità di ordi-
ble Bichat»15, al cui «luminoso genio» si deve non soltanto ne sociale.
il trasferimento della «presidenza generale della filosofia na- È il passaggio, sempre reversibile, dal livello della «bio-
turale» dall’astronomia alla biologia16, ma anche quella dif- crazia» a quello della «sociocrazia». Tra i due ambiti passa
ferenza capitale tra funzioni animali e funzioni vegetali che una relazione biunivoca: come il primo costituisce la neces-
definisce il rapporto tra «vita di dentro» e «vita di fuori». saria radice del secondo, così questo è destinato a retroagire
Proprio su questo punto, però, Comte gli muove una critica sistematicamente su quello. Lo stesso nesso di implicazione
non irrilevante per la successiva sistemazione biopolitica. A e di reversibilità congiunge biologia e politica, così come tut-
differenza di Bichat, che aveva interpretato la relazione tra te le altre scienze in cui si articola l’Enciclopedia comtiana:
vita e ambiente nei termini di una resistenza dell’organismo se, attraverso il principio tassonomico, la biologia diventa il
vivente alle potenze di morte venute dall’esterno, Comte la modello degli altri saperi, e in particolare di quello socio-po-
riconduce a una dialettica più complessa: se tutto ciò che cir- litico, quest’ultimo reinterpreta la classificazione tassonomi-
conda i corpi viventi tendesse effettivamente a distruggerli, ca in una chiave gerarchica che a sua volta si riflette sulla
la loro condizione di esistenza verrebbe meno. Ma così non procedura biologica. Il presupposto di fondo che governa l’in-
è. Solo quando l’ambiente subisce radicali perturbazioni, la tera macchina delle scienze umane è la necessità che ogni lin-
sua influenza diventa distruttiva – altrimenti tende a con- guaggio disciplinare possa progredire e acquisire complessità
servare una vita che, a sua volta, può interagire con esso17. soltanto oltrepassando i suoi confini originari per cercare fuo-
Ora questo riferimento alle «condizioni di esistenza», che ri di sé gli strumenti in grado di convalidare i propri statuti
Comte desume, oltre che da Couvier, soprattutto da Blain- epistemici. In questo senso, per Comte, il sapere della vita
ville, è doppiamente significativo. Non soltanto perché arti- costituisce l’esteriorità all’interno della quale la scienza del-
cola in maniera più sofisticata lo schema rigidamente bipo- la politica deve cercare, prima ancora che le risposte, le do-
lare – natura vivente contro natura morta – istituito da Bi- mande che non è possibile porre all’interno del proprio les-
sico. Non aver colto questa necessità è stato l’errore della fi-
losofia politica moderna – da Montesquieu a Condorcet, per
15

16
Ibid., p. 648. non parlare di Rousseau. Partiti dal giusto proposito di ri-
Ibid., p. 584.
17
a. comte, Cours de philosophie positive, Paris 1968 (rist. an. dell’ed. 1893),
condurre i fenomeni politici a invariabili leggi naturali, a un
vol. III, pp. 224-26. certo punto tutti costoro hanno perso i contatti con un sa-
38 Capitolo primo La doppia vita 39

pere generale della vita, ripiegando su principî astratti e dot- to decisivo – essere interno al mondo, per il soggetto, vuole
trinari che li hanno allontanati dalla realtà. Non solo, ma ten- dire essere in qualche modo esterno a se stesso, essere parte
tando di emanciparsi dall’assolutismo metafisico, hanno di qualcosa che nello stesso tempo lo include e lo trascende.
messo in campo nozioni – quali quelle di diritto naturale, so- Questo qualcosa è appunto la vita – non solo del singolo in-
vranità, volontà generale – esse stesse in qualche modo tri- dividuo, ma del grande organismo collettivo che lo compren-
butarie di un orizzonte teologico-politico, sia pure secolariz- de, eccedendolo, nella totalità del genere umano19.
zato. Da qui l’esigenza, per la nuova filosofia positiva, di una Quando Comte sostiene che per la sociologia «sarebbe
decostruzione radicale non solo della teoria democratica, ma ormai una grave eresia, altrettanto irrazionale che immora-
anche dell’intero dispositivo giuridico-politico in cui essa le, definire l’umanità dall’uomo, anziché riportare l’uomo al-
affonda le proprie radici: l’umanità»20, intende dire che il soggetto, come è immagina-
Il termine diritto deve essere eliminato dal vero linguaggio to da Cartesio in poi, acquista corpo solo se ripensato nella
politico quanto il termine causa dal vero linguaggio filosofico. forma biologica della vita. Ma anche che la vita umana si rea-
Di queste due nozioni teologico-metafisiche, l’una è ormai im- lizza affacciandosi sul suo fuori, sulla linea di confine con
morale e anarchica come l’altra irrazionale e sofistica. Ugual- quell’alterità ambientale in cui è possibile riconoscere la sua
mente incompatibili con lo stato finale, esse non convengono,
presso i moderni, che alla transizione rivoluzionaria, per la lo- origine e il suo destino. Già l’idea che la specie umana non
ro azione dissolvente rispetto al sistema precedente. Non vi sia sola nel mondo, ma condivida larga parte della propria
possono essere veri diritti che fino a quando i poteri regolari natura con altri esseri viventi ad essa contigui, vale a incri-
emanano da volontà soprannaturali18. nare il pregiudizio antropocentrico della sua assoluta supe-
riorità: «sono convinto – scrive Comte – che la preponde-
Quello che in questo modo si delinea è un’ulteriore spin-
ranza troppo prolungata della filosofia teologico-metafisica
ta al processo di desoggettivazione, o depersonalizzazione,
in un tale ordine di idee inspiri oggi un disdegno del tutto
di cui si è ricostruita la genesi nelle pagine precedenti. Ciò
irrazionale nei confronti di un ravvicinamento scientifico
che ha condotto agli esiti, insieme anarchici e dispotici, de-
della società umana rispetto ad ogni altra società animale»21.
gli anni della rivoluzione è stata l’idea illuminista che l’orga-
È proprio il rapporto con l’animale a trattenere la critica com-
nizzazione della società potesse dipendere dalle libere vo-
tiana dell’ugualitarismo democratico a riparo da ogni conce-
lontà degli individui o dai principî normativi scaturiti dalla
zione aristocratica o addirittura razzista, a differenza del-
mente di un legislatore. Quando, invece, le une e gli altri so-
l’«insolente orgoglio che porta certe caste a considerarsi in
no essi stessi il risultato, insieme storico e naturale, di un or-
qualche modo come appartenenti a un’altra specie rispetto
dine già dato che gli uomini possono, e certamente devono,
al resto dell’umanità»22. Ma è la concezione della morte, in-
perfezionare, ma non stravolgere in maniera arbitraria. Il
separabile da quella della vita, a costituire, per Comte, il più
soggetto, insomma, non può creare daccapo il mondo – co-
me vorrebbe la teologia secolarizzata delle rivoluzioni mo-
derne, ma anche la logica democratica del popolo sovrano – 19
Per questa interpretazione di Comte si veda adesso l’importante monografia
di b. karsenti, Politique de l’esprit. Comte et la naissance de la science sociale, Paris
perché ne fa parte, è situato al suo interno. Ma – ecco il pun- 2006.
20
a. comte, Système de politique positive cit., vol. I, p. 641.
21
id., Cours de philosophie positive cit., vol. IV, p. 349.
18 22
id., Système de politique positive cit., vol. I, p. 361. Ibid., p. 352.
40 Capitolo primo La doppia vita 41

deciso tramite di decentramento del soggetto-persona. La dall’ambito della fisiologia individuale – cioè del corpo sin-
crescita impressionante del numero dei morti nel grande cor- golare di ciascun uomo – a quella della specie umana nel suo
po dell’umanità, così come si è andato formando nel corso complesso e nel suo sviluppo. In questo passaggio di scala il
della storia, non rappresenta un oltraggio alla vita, qualcosa discorso antropologico, a sua volta politicizzato in senso ge-
contro cui essa debba difendersi e resistere, come voleva an- rarchico, svolge il suo ruolo strategico di commutatore se-
cora Bichat, ma piuttosto ciò che ne consente contempora- mantico: ciò che nella formulazione di Bichat era una diffe-
neamente la continuazione e la variazione. Nel succedersi renza funzionale di carattere esclusivamente biologico acqui-
delle generazioni, come chi nasce prende il posto di un altro, sta adesso il significato di una decisione comparativa tra
da cui proviene, così chi muore apre uno spazio di vita per differenti livelli di umanità.
colui che lo sostituirà. Inevitabilmente incastrata nella vita, Per cogliere la portata di questo generale spostamento ca-
la morte ne costituisce insieme l’assoluto fuori e il centro tegoriale prodotto dal sapere antropologico fin dalla metà del
d’irradiazione interno a partire dal quale ciò che è vivente secolo è opportuno risalire a un testo pubblicato già nel 1837
sperimenta il limite della propria identità e la misura della da Victor Courtet de l’Isle, con il titolo programmatico La
propria alterazione. science politique fondée sur la science de l’homme ou Etude des
races humaines. In esso l’autore parte dalla considerazione
preliminare che l’uomo, così come ogni altro essere vivente,
4. Fin quando si resta all’interno dell’orizzonte defini- può essere analizzato in quanto individuo oppure in quanto
to dal ruolo fondativo giocato dalla biologia nei confronti de- appartenente a una specie, a un genere, a una razza determi-
gli altri saperi, e della teoria politica in particolare, la nozio- nata. Mentre il primo tipo di studio, a seconda che si rivol-
ne classica di persona, insieme a quelle, connesse, di diritti ga al suo aspetto fisico o a quello morale, riguarda la scienza
individuali e di sovranità statale, è incrinata nei suoi presup- fisiologica o quella psicologica, il secondo costituisce il ter-
posti di fondo, ma non ancora frontalmente negata. La so- ritorio specifico dell’antropologia. Ora la tesi di fondo del-
ciocrazia comtiana, con le sue aperture metodologiche e le l’autore è che la debolezza costitutiva del sapere politico mo-
sue derive antimoderne, rappresenta un fragile punto di equi- derno nasce dal fatto che esso ha concentrato la propria
librio all’interno di questa dialettica. La rottura vera e pro- attenzione da un lato sull’individuo piuttosto che sulla spe-
pria in direzione di una diversa logica, non semplicemente cie e dall’altro sul versante psicologico anziché su quello fi-
biofilosofica ma assai più intensamente biopolitica, richiede siologico. Come se non bastasse, quella che si è voluta defi-
un nuovo passaggio costituito all’incrocio produttivo con il nire scienza politica – per esempio da parte di Montesquieu
lessico dell’antropologia. È attraverso di esso che la riformu- – ha immaginato di poter ricavare le caratteristiche dei vari
lazione biologistica della filosofia politica moderna si carica regimi, o sistemi di governo, da fattori esterni, quali il cli-
di un significato normativo volto a trasformarla radicalmen- ma, l’educazione, i costumi, trascurando in questo modo pro-
te in senso impositivo ed escludente. Non abbandonando le prio l’elemento decisivo, perché più intrinseco, vale a dire la
categorie portanti della prospettiva precedente, ma sottopo- differenza biologico-naturale che separa i diversi gruppi uma-
nendole a un differente registro concettuale che di per sé ne ni. Ciò che conta, nella vita politica effettiva, non è quello
modifica e stravolge l’effetto. È quanto, appunto, accade al- che scaturisce dalle scelte soggettive e volontarie delle per-
la bipartizione fondamentale operata da Bichat, trasferita sone, ma quanto, dall’interno della loro specifica natura, le
42 Capitolo primo La doppia vita 43

precede e le determina con la necessità perentoria di uno sizioni: 1) Gli esseri viventi sono graduati secondo una sca-
stampo originario: la gerarchica che va non soltanto dagli animali inferiori al-
L’uomo non è solo uno strumento, egli è anche dotato di l’uomo, ma che divide secondo determinate cesure il me-
una potenza attiva e intrinseca. Perciò non bisogna limitarsi ad desimo genere umano; 2) I differenti gradi di quest’ultimo
analizzare le influenze che subisce, è necessario analizzare al- corrispondono alle diverse razze descritte e classificate dai
trettanto l’influenza delle sue facoltà, delle sue predisposizio- fisiologi; 3) Tali differenze razziali non si instaurano soltan-
ni native. Ora, diciamolo, l’uomo differisce nelle facoltà e nel-
le predisposizioni native in base alla razza cui appartiene, vale to tra popoli lontani per aspetto, colore, linguaggio e altri ca-
a dire in base alle differenze di organizzazione che risultano ratteri esteriori, ma anche all’interno della stessa società na-
dalla molteplicità delle razze23. zionale; 4) Nel tempo si determinano delle miscele razziali
che producono una discendenza meticcia, ma non in manie-
Vero è, ammette Courtet, che da qualche tempo – il ri- ra tanto estesa da cancellare i caratteri originari dei tipi pri-
ferimento esplicito è alla frenologia di Gall, ma può ben mitivi; 5) Essendo questa ibridazione tra popolazioni diver-
estendersi alla fisiologia di Bichat – la scienza politica si è se ormai il fenomeno bioantropico più rilevante, è evidente
aperta agli apporti della biologia, individuando la radice di che la conoscenza dei risultati fisici e morali che ne conse-
un dato pensiero in una certa piega del cervello, oppure de- guono debba costituire il bagaglio fondamentale delle scien-
rivando un atteggiamento caratteriale dalla conformazione ze sociali; 6) Dal momento che gli organi di cui sono dotate
del cranio. Ma questa indagine – pure fruttuosa e ormai ir- le razze – con particolare riguardo alla loro conformazione
rinunciabile sul piano, per esempio, della patologia crimina- cerebrale – non sono ugualmente sviluppati, ne deriva incon-
le – è stata trattenuta nei confini dell’analisi individuale e testabilmente che anche le loro facoltà intellettuali saranno
non allargata allo studio delle popolazioni come insiemi et- qualitativamente diverse. Da qui la conclusione, presentata
nici distinti, vale a dire all’oggetto specifico del sapere poli- nella forma di una vera e propria legge di natura, perché con-
tico. Proprio ad esso rimanda, invece, l’antropologia compa- fermata dall’osservazione sul campo di storici, viaggiatori,
rata delle razze. La quale, tutt’altro che presupporre l’unità fisiologi: «le differenze di casta rimontano originariamente
del genere umano, è precisamente la scienza rigorosa delle a differenze di razza; ciò che, nel mio pensiero, porta neces-
sue differenze interne, in quanto tali invalicabili perché ra- sariamente ad affermare che l’ineguaglianza di potenza na-
dicate nella falda più profonda della nostra natura. Solamen- turale delle razze determina l’ineguaglianza del loro rango
te se si scende, o meglio si penetra, al suo interno, la rela- sociale»24.
zione costitutiva tra vita e politica sfuggirà all’astrattezza Contro le diverse anime della filosofia politica moderna
delle elucubrazioni filosofiche e all’arbitrarietà delle intro- – l’individualismo assolutistico di Hobbes, l’ugualitarismo
spezioni psicologiche, per attingere il livello più concreto del- radicale di Rousseau, il liberalismo costituzionale di Con-
la vita collettiva. In base a tali presupposti, e attraverso stant, assunti dall’autore come bersagli espliciti della propria
un’ampia esemplificazione documentaria che occupa la par- critica – quello che in questo modo si delinea è un’antropo-
te centrale del saggio, Courtet può isolare le seguenti propo- logia biopolitica, o una biopolitica antropologica, situata non
più soltanto fuori, ma decisamente in contrasto con la vul-
23
v. courtet de l’isle, La science politique fondée sur la science de l’homme
24
ou Etude des races humaines, Paris 1937, p. ix. Ibid., p. 139.
44 Capitolo primo La doppia vita 45

gata democratica e le sue categorie di soggetto personale, vo- proca tra politica e biologia, si potrebbe affermare che esso
lontà individuale, uguaglianza delle condizioni. A una scien- concerne il trasferimento del suo oggetto – l’uomo in quan-
za politica ancora concentrata su «questioni di persone e di to specie vivente – dall’ambito della storia a quello della na-
governi»25 – già criticata come insufficiente da Charles Du- tura. È appunto questo – la naturalizzazione di colui che era
noyer in un testo presentato dall’autore come proprio prece- sempre stato rappresentato in termini storici – a renderne
dente diretto26 – si sostituisce un sapere del corpo e della spe- possibile l’inquadramento tassonomico in una scala gerarchi-
cie che fa del sangue l’unico elemento politicamente dirimen- ca comprensiva, almeno nel suo tratto inferiore, di caratte-
te. Naturalmente il motivo della differenza razziale, già ristiche provenienti dal mondo animale. Solo se preventiva-
ampiamente circolante nella trattatistica settecentesca, non mente destoricizzato, l’essere umano, o quantomeno una sua
è nuovo nella letteratura del tempo. Ciò che, però, segna una tipologia interna, può essere animalizzato. Tuttavia, perché
svolta, destinata a fissarsi e a intensificarsi nei decenni suc- questo spostamento fosse effettuabile in tutta la sua portata
cessivi, è l’uso diretto del dispositivo antropologico all’inter- e, come dire, senza resto, occorreva superare un ostacolo di
no del discorso politico e insieme la preventiva modulazio- non poco conto, perché coincidente con la differenza stessa
ne politica del congegno antropologico: è proprio il concet- tra qualsiasi tipo di uomo e qualsiasi tipo di animale, vale a
to, in sé indifferenziato e universalistico, di humanitas a dire il linguaggio. Se ogni altra prestazione umana può in
divenire il luogo specifico e la materia vivente della selezio- qualche modo essere, se non identificata, certo assimilata a
ne sociale. Con un’antinomia tipica di tutta questa linea di quella di alcuni animali superiori, ciò non vale per il linguag-
pensiero, a caratterizzare il genere umano come insieme bio- gio verbale, proprio soltanto di quell’essere vivente chiama-
logico è posta proprio la decisione gerarchica ed escludente to homo sapiens. È appunto questa difficoltà – la necessità
tra le sue differenti tipologie interne. Allo stesso modo esso del suo superamento – a conferire il massimo rilievo strate-
finisce per includere dentro di sé quella bestialità dalla cui gico a un’altra disciplina, situata nel punto di giuntura tra
esclusione pareva derivare la propria identità di specie. Il va- antropologia e biopolitica, vale a dire la linguistica. Torna
lore e dunque la legittimità biologica – in ultima analisi il di- con forza la considerazione, già precedentemente avanzata,
ritto alla vita – delle razze diventa così misurabile in base al- circa la funzione produttiva, anche in senso legittimante, del-
la relazione proporzionale, che in questo modo si determina, l’interscambio tra le scienze umane in vista di un mutamen-
tra inclusione ed esclusione: tanto più l’una può essere ele- to di paradigma. Si potrebbe, a tale proposito, affermare che,
vata a un livello superiore quanto più l’altra, o le altre, ven- come l’antropologia è il commutatore semantico che consen-
gono spinte e relegate in quello inferiore. te alla politica di modellarsi sul calco della biologia, così la
linguistica – e più precisamente la grammatica comparata –
costituisce l’alveo di scorrimento della politicizzazione inte-
5. Se si dovesse indicare in maniera sintetica il ruolo grale dell’antropologia.
giocato dall’antropologia nel processo di implicazione reci- All’origine di questo transito concettuale c’è l’opera del
grande linguista tedesco August Schleicher. Già esperto di
25
botanica, poi specialista di lingue slave, il suo rilievo, all’in-
Ibid., p. viii.
26
Cfr. c.-b. dunoyer, L’industrie et la morale considérées dans leurs rapports avec
terno del nostro discorso, sta non solo nella netta svolta na-
la liberté, Paris 1825. turalistica impressa allo studio del linguaggio, ma soprattut-
46 Capitolo primo La doppia vita 47

to nel percorso teorico che la sottende, situato tra Hegel e del 184829, acquista sempre più nettezza nel secondo, edito
Darwin. Dove l’elemento ancora più significativo non sta due anni dopo col titolo Die Sprachen Europas in systemati-
tanto nel passaggio, esplicitamente dichiarato, dall’influen- scher Übersicht 30. In esso l’autore arriva a un certo punto a
za del primo a quella del secondo, quanto negli effetti poten- abbozzare una sorta di autocritica rispetto alla sua preceden-
temente ideologici del loro incrocio in ordine al rapporto tra te impostazione, allorché aveva ipotizzato, al seguito di He-
natura e storia sotteso alla biologizzazione della politica. Co- gel, che la lingua appartenesse alla sfera spirituale, perché di-
me è stato rilevato da Patrick Tort in lavori ormai indispen- spiegata lungo il corso della storia. Con ciò egli non vuole
sabili27, a spingere il margine di sovrapposizione tra scienza negare che essa conosca uno sviluppo nel tempo, ma in una
dell’uomo e politica della vita in direzione gerarchica e ag- forma che non è propriamente storica, bensì essenzialmente
gressiva non è l’assunzione del paradigma darwiniano in biologico-naturale. Quello che ne risulta non è una brusca
quanto tale, ma la sua preventiva immissione entro un qua- elisione della dimensione spirituale, ma la sua separazione
dro analitico e normativo che lo precede e predetermina in funzionale rispetto a un’altra sfera, più opaca e pesante, che,
una forma diversa da quella ad esso originariamente ineren- però, nello stesso tempo ne viene considerata la radice ori-
te. Di questo effetto retroattivo la linguistica costituisce un ginaria e ineliminabile. È in questo procedimento di artico-
tramite decisivo. Già rivolta a una classificazione genealogi- lazione per differenza che va rintracciato il punto di raccor-
ca tra lingue più o meno perfette, quando la biologia era an- do e di intersezione con il quadro antropologico in questio-
cora ferma a una prospettiva fissista, essa era stata usata dal- ne. Come solo sul fondo oscuro dell’animale-uomo assume
lo stesso Darwin come referente analogico per il proprio rilievo la figura luminosa dell’uomo interamente umano, cioè
modello evolutivo. D’altra parte l’interpretazione del lin- non-anche-animale, così solo dalla falda spessa e indifferen-
guaggio come corpo vivente in continua evoluzione risale al- ziata del suo corpo biologico può separarsi qualcosa come lo
la tradizione preromantica dei vari Herder, Humboldt e spirito della lingua:
Schlegel. In questo quadro di larga contiguità disciplina- La scienza che ha per oggetto la lingua in generale [è l’inci-
re – attestata anche dai riferimenti linguistici del geologo pit dell’introduzione] è separata in due branche distinte. L’u-
Charles Lyell28 – la svolta impressa da Schleicher attiene al na, che si chiama la filologia, studia la lingua per arrivare attra-
brusco transito dalla metafora alla realtà: la lingua non è più verso di essa alla conoscenza dell’essenza intellettuale delle na-
zionalità; la filologia appartiene alla storia. L’altra si chiama la
soltanto qualcosa di organico – perché caratterizzata dalla linguistica; essa non s’occupa per nulla della vita storica delle
interconnessione funzionale di tutte le sue parti – ma un ve- nazioni: è parte della fisiologia dell’uomo […]. L’usignolo non
ro organismo dotato di vita propria anche rispetto a colui saprebbe mai cantare come la civetta: lo stesso accade per l’e-
che la parla. lemento primitivo delle differenti lingue umane31.
Tale tesi, ancora racchiusa in una cornice hegeliana nel
Come accadeva nel modello biologico di Bichat per l’in-
primo volume delle sue Sprachvergleichende Untersuchungen
tera vita, anche in questo caso un elemento biologicamente
27
Si veda soprattutto p. tort, La pensée hiérarchique et l’évolution, Paris 1983. 29
28
Cfr. ch. lyell, The Geological Evidences of the Antiquity of Man with Re- a. schleicher, Sprachvergleichende Untersuchungen, I. Zur vergleichenden
marks on Theories of the Origin of Species by Variation, London 1963, in particolare Sprachengeschichte, Bonn 1848.
30
il cap. xxiii sulla comparazione dell’origine e dello sviluppo delle lingue e delle id., Die Sprachen Europas in systematischer Übersicht, Bonn 1850.
31
specie. Ibid., p.1.
48 Capitolo primo La doppia vita 49

decisivo, quale è il linguaggio, risulta identificato dalla dif- missione di un lessico inizialmente estraneo, come quello
ferenza che lo separa da se stesso in due zone a un tempo au- darwinista, nell’ambito linguistico che ne determina, a sua
tonome e articolate. E anche in questo caso tale articolazio- volta, la diretta sovrapposizione con quello antropologico.
ne ha a che fare con il rapporto contrastivo tra volontà e ne- Tutt’altro che ostacolo insormontabile alla presenza di so-
cessità: a una zona più esterna, caratterizzata dalla libera glie bioantropiche differenziate, il linguaggio, appunto per-
costruzione storica, risponde, e si contrappone, un’altra ripie- ché intimamente inerente alla conformazione anatomica del-
gata su se stessa, sottomessa al ferreo vincolo della necessità l’uomo, appare a Schleicher ciò che ne convalida e legittima
naturale. È appunto quest’ultima l’oggetto proprio della lin- la costituzione:
guistica. Se il linguaggio in quanto tale costituiva l’ultimo Se il linguaggio è il carattere specifico, kat’exochen, dell’u-
ostacolo ontologico alla piena naturalizzazione dell’animale- manità, ciò suggerisce il pensiero che il linguaggio potrebbe ben
uomo, o dell’uomo-animale, la scienza che lo studia ne indi- servire da principio distintivo per una classificazione scientifi-
vidua un livello primario che proprio nella natura trova il suo ca e sistematica dell’umanità, e formare la base di un sistema
terreno di radicamento. naturale del genere uomo. […] Abbiamo visto che è soprattut-
to il linguaggio che distingue l’uomo come tale, e che, di con-
Il debito di Schleicher nei confronti di Darwin, già di- seguenza, i diversi gradi del linguaggio devono essere conside-
chiarato nel libro sulla lingua tedesca32, trova la sua espres- rati come i segni caratteristici dei diversi gradi dell’uomo35.
sione più esplicita nei due brevi testi degli anni 1863-64, in-
titolati appunto La teoria di Darwin e la scienza del linguag- È il punto in cui teoria della lingua e sapere dell’uomo si
gio33 e Dell’importanza del linguaggio per la storia naturale saldano in un’unica linea definita dal rilievo biopolitico di
dell’uomo34. In essi l’autore, oltre a radicalizzare la propria clivages interni al genere umano. La corrispondenza, e anzi
prospettiva naturalistica – individuando nel linguaggio nul- la funzionalità reciproca, dei due saperi appare perfetta: co-
l’altro che un’entità biologica risultante dall’attività degli or- me l’antropologia poligenista – sostenitrice, cioè, dell’origi-
gani fonatori e dei terminali neurali – la inscrive radicalmen- ne diversificata delle razze – offre alla teoria del linguaggio
te all’interno del quadro interpretativo darwiniano. Vero è il quadro ideologico di orientamento, così la linguistica re-
che l’elaborazione dell’albero genealogico delle lingue, in stituisce alla scienza dell’uomo un ulteriore materiale di pro-
base al quale esse discendono per variazioni graduali da un va per la sua opzione differenzialista. Al centro di questo in-
tronco comune, per poi differenziarsi in rami specifici, pre- crocio, nel punto di articolazione dei due lessici, la biologia
cede, nell’apparato epistemico di Schleicher, l’incontro con darwiniana, essa stessa decontestualizzata e inserita in una
Darwin. Ma ciò che era un costrutto di tipo analogico viene cornice semantica ad essa precedente ed eterogenea, quale è
adesso caratterizzato dalle categorie – di selezione naturale, l’hegelismo, mai rifiutato in toto e anzi utilizzato come col-
lotta per la sopravvivenza, sviluppo disuguale – messe in cam- lante generale dell’intera operazione. Già si è visto come Sch-
po dall’autore dell’Origine delle specie. È questa brusca im- leicher non elimini di per sé la dimensione storica, ma piut-
tosto la confini alla pratica filologica, rivolta all’analisi dei
32
a. schleicher, Die deutsche Sprache, Stuttgart 1860.
33
id., Die darwinsche Theorie und die Sprachwissenschaft. Offenes Sendschreiben
an Herrn Dr. Ernst Häckel, Weimar 1863. 35
Ibid. Cito dalla riedizione in traduzione francese De l’importance du langage
34
id., Über die Bedeutung der Sprache für die Naturgeschichte des Menschen, pour l’histoire naturelle de l’homme, in p. tort, Evolutionnisme et linguistique, Paris
Weimar 1965. 1980, pp. 83-85.
50 Capitolo primo La doppia vita 51

fenomeni lessicali e letterari. In questo modo la lingua, più ascendente delle lingue sulla tripartizione gerarchica della
che irrelativa alla sfera della storia, si dispone con essa in una storia naturale in Hegel – facendo corrispondere al regno mi-
relazione di inversione proporzionale, nel senso specifico che nerale le lingue monosillabiche, al regno vegetale le lingue
nasce dal suo ritiro. Anche la lingua, infatti, come tutti gli agglutinanti e al regno animale quelle flessive – ne desume
altri organismi animali, è soggetta a uno sviluppo, che per anche l’implicito criterio valutativo. Nonostante il fatto che
Schleicher – come già per Humboldt e per i fratelli Schlegel tutte le lingue moderne presentino i segni di una degenera-
– consiste generalmente nella successione da una fase inizia- zione progressiva, alcune di esse, a partire da quella indo-
le di tipo isolante a una, successiva, di carattere agglutinan- germanica, sono pur sempre superiori alle altre, rimaste bloc-
te, per culminare, infine, in una modalità flessiva. Ma – ec- cate a una fase primitiva, come del resto appare evidente an-
co l’inversione di senso – tale movimento appartiene alla che dalla superiorità dei caratteri razziali di chi le parla. Non
s t agione preistorica, non a quella storica, dove invece la pro- può, a questo punto, sfuggire il cortocircuito cui perviene
gressione si blocca e si torce in una inevitabile decadenza: l’implicazione reciproca tra linguistica e antropologia37. Se
quanto più accrescono le loro possibilità fonetiche, tanto lingue diverse corrispondono a conformazioni biologiche di-
più le lingue moderne riducono l’originaria ricchezza gram- verse, il linguaggio costituisce il referente migliore per clas-
maticale e subiscono un destino di inarrestabile impoveri- sificare le varie razze umane. Ma, essendo fornite le lingue
mento: di diverso valore, anche le razze cui esse corrispondono
Dal momento in cui l’Uomo comincia a riconoscersi in ciò avranno una differente dignità. In questo modo la superio-
che definisce Storia, ha fatalmente cessato di creare la Lingua, rità biologica dei caratteri razziali determina quella, altret-
questa immagine riflessa della sua essenza; egli l’aveva creata, tanto biologica, delle lingue e la qualità superiore delle lin-
ma in un’epoca in cui non possedeva ancora coscienza di se stes- gue conferma quella delle razze che ne fanno uso.
so. Tale epoca è al di qua di ogni storia, sottratta a ogni memo-
ria. A partire da allora non vi è negli idiomi che riproduzione,
al posto della creazione, nello stesso tempo in cui vi è sempre
maggiore degenerazione nelle razze degli idiomi36. 6. Negli stessi anni in cui Schleicher porta avanti le sue
ricerche biolinguisiche, l’antropologo Paul Broca dedica un
La relazione è così fissata: il progresso è compatibile so- saggio, invero anche critico, al rilievo crescente che le scien-
lo con la non-storia, come la storia si associa solo a decaden- ze del linguaggio vanno assumendo nei confronti del sapere
za. È precisamente qui che l’antica teoria degenerativa, par- antropologico38. Il motivo di tale implicazione è ricondotto
zialmente adottata anche da Hegel, risucchia nel suo alveo e alla circostanza che la conoscenza della lingua consente di ri-
sottomette quella, ad essa nettamente contraria, del trasfor- salire alle origini del popolo che la parla con un arretramen-
mismo darwiniano. Mentre questo non prevede la necessità to prospettico che supera all’indietro la soglia della storia ra-
del declino – anzi presuppone, in linea di massima, una pro- dicandosi in un terreno ancora più primordiale. In questo
gressione dal semplice al complesso –, Schleicher lo sottopo-
ne a una traduzione in termini hegeliani che ne rovescia la
direzione originaria. Dopo aver modellato la classificazione 37
Su questo intreccio tra linguistica e antropologia si veda l’ampia ricostruzione
di a. morpurgo davies, La linguistica dell’Ottocento, Bologna 1996, pp. 217 sgg.
38
p. broca, La linguistique et l’anthropologie (1862), in Mémoires d’anthropolo-
36
a. schleicher, Die Sprachen Europas in systematischer Übersicht cit., p. 14. gie, Paris 1871, vol. I, pp. 232-76.
52 Capitolo primo La doppia vita 53

senso Adolphe Pictet aveva potuto sottointitolare il suo vo- ler – può diventare inglese e il sangue inglese può contenere
lume sugli Ariani primitivi Essai de paléontologie linguistique. elementi di diversa provenienza. Non così le lingue, che non
Nulla come i reperti linguistici consente di scoprire la gene- sono mai miste. Tali potrebbero essere, forse, il lessico e la
si di ciò che conosciamo solo nella fase del suo sviluppo, dal sintassi, ma non certo la grammatica:
momento che essi hanno una capacità di conservazione in- Nel dizionario inglese lo studente di scienze del linguaggio
comparabile rispetto a ogni altro tipo di manufatto umano: può rintracciare, attraverso i propri testi, gli ingredienti celti-
«Le parole durano quanto le ossa; e, così come un dente con- ci, normanni, greci e latini, ma non una sola goccia di sangue
tiene implicitamente una parte della storia di un animale, straniero è entrata nel sistema organico del linguaggio inglese.
La grammatica, il sangue e l’anima del linguaggio, è tanto pu-
una parola isolata può dare indicazioni su tutta la serie di ra e intatta nell’inglese come è parlato nelle isole britanniche,
idee che ad essa si legano lungo la sua formazione»39. Altri, quanto lo era quando era parlato sulle coste del mare germani-
come Max Müller, avevano addirittura paragonato gli strati co dagli Angli, dai Sassoni e dagli Iuti del continente40.
più profondi della lingua a quelli della lava o della crosta ter-
restre, indagati dalla geologia. Ciò che in entrambi i casi si Ma colui che stringe con un nodo ancora più vincolante
voleva sottolineare, evidenziando il carattere extrastorico, o la struttura della lingua alla sostanza biologica della razza è
almeno preistorico, del linguaggio è la sua estraneità di prin- il linguista belga Honoré Joseph Chavée, collaboratore del-
cipio all’azione volontaria degli uomini. È proprio perché la «Revue de linguistique et de philologie comparée» e au-
sfugge ai mutamenti della storia che la lingua è capace di rap- tore di un testo appunto intitolato Les langues et les races.
presentare l’origine. Ciò vale anche per il rapporto con gli «Ogni lingua – è la sua proposizione di esordio – non è che
esseri umani – tanto intrinseco sotto il profilo della specie, un complemento naturale dell’organizzazione umana anato-
quanto debole sul piano della coscienza. Più che parlare con- micamente, fisiologicamente e psicologicamente specializza-
sapevolmente una data lingua, essi ne sono inconsapevolmen- ta in ogni razza. Le differenze caratteristiche della causa pro-
te ‘parlati’ in una forma che scava uno iato nella loro iden- duttrice (tale organizzazione cerebro-mentale data) si ritro-
tità soggettiva. Anziché soggetti, gli uomini nascono assog- vano per forza riflesse negli effetti prodotti»41. Ciò significa
gettati ai vincoli oggettivi di un linguaggio che li precede e – egli prosegue – che la razza cinese sta alla lingua cinese co-
li determina in tutta la loro attività consapevole. Ferma re- me la razza indo-europea alla lingua indo-europea. Nessuno
stando la distinzione, già fissata da Schleicher, tra evoluzio- potrebbe modificare questa simmetria, né dall’esterno né dal-
ne naturale e processo storico, la lingua è interpretata, in- l’interno delle stesse razze, dal momento che il linguaggio è
fatti, da Müller come un dato indipendente che sottende un fenomeno inconscio, del tutto simile all’apparato digeren-
l’esperienza umana senza esserne modificata. Perciò può ri- te o alla circolazione sanguigna e dunque assolutamente im-
velarci qualcosa della preistoria dell’uomo che neanche l’an- permeabile ai comandi del libero volere. Rispetto alla cano-
tropologia arriva a penetrare – perché, mentre le razze si in- nica bipartizione di Bichat, la lingua, benché rivolta alla co-
crociano e ibridano nel corso del tempo, il linguaggio resta municazione interumana, è, nella sua struttura materiale, più
aderente al suo ceppo primario. Un celto – argomenta Mül-
40
m. müller, Lectures in the Science of Language Delivered at the Royal Insti-
39
a. pictet, Les origines indo-européennes ou Les Aryas primitifs. Essai de paléon- tution of Great Britain in April, May, & June 1861, London 1961, pp. 74-75.
41
tologie linguistique, Paris 1859-63, vol. I, p. 14. h.-j. chavée, Les langues et les races, Paris 1962, pp. 7-8.
54 Capitolo primo La doppia vita 55

vicina alla ‘vita organica’ che a quella ‘animale’. O, forse me- stina la sua inevitabile connotazione razziale. Ciò vale per le
glio, espressiva di una terza falda biologica a sé stante, essa due razze linguistiche nobili, quelle ariana e semitica – esse
stessa sdoppiata in due versanti – quello della semantica, ca- stesse situate su piani tutt’altro che equivalenti, dal momen-
pace di conservare l’anima della parola in una stato di per- to che la prima è aperta alle acquisizioni della scienza, del-
fetta integrità e quello del corpo sillabico, destinato a inde- l’arte, della politica, mentre la seconda resta ripiegata su se
bolirsi e ad ammalarsi, a perdere «denti e capelli, fino a di- stessa, incapace di pensare il molteplice, chiusa nei confron-
venire irriconoscibile»42. Tutte le lingue portano le tracce ti dell’avvenire45. Ma vale soprattutto nella relazione, e an-
indelebili di queste malattie, esse stesse sottomesse a leggi zi nella contrapposizione, tra queste e tutte le altre, dispo-
fisse, riconducibili a quel processo degenerativo sperimenta- ste su una scala gerarchica discendente e degradante verso la
to, allo stesso modo, dai gruppi etnici che le parlano. Anche condizione animale.
se ciò non significa che le varie lingue – come del resto le va- Quanto alle razze inferiori dell’Africa, dell’Oceania, del
rie razze – vadano situate sul medesimo piano. Ritorna, e Nuovo Mondo, e a quelle che precedettero quasi dovunque l’ar-
s’approfondisce, la stessa inconseguenza logica riscontrata in rivo delle razze dell’Asia centrale, un abisso le separa dalle gran-
Schleicher: tutte le lingue degenerano – ma alcune meno, o di famiglie di cui si è parlato. Nessuna branca delle razze indo-
europee o semitiche è discesa allo stato selvaggio. Queste due
più lentamente, delle altre perché hanno una forza germina- razze ci appaiono dovunque con un certo grado di cultura. D’al-
le che le protegge dalla pur inevitabile decadenza. Ciò vale tronde non vi è un solo esempio di un popolo selvaggio che si
soprattutto per le uniche due – quella ariana o indoeuropea sia elevato alla civiltà. Bisogna supporre che le razze civilizza-
e quella semitica o sirio-araba – che hanno «largamente te non abbiano mai attraversato lo stato selvaggio e abbiano
conosciuto l’opera dell’incarnazione del pensiero nella pa- portato esse stesse, dall’inizio, i germi dei progressi futuri46.
rola»43. Ciò che, insomma, tiene a infinita distanza i due tipi di
L’autore cui, con queste espressioni, Chavée esplicita- uomini – superiori e inferiori – non è solo la differenza pre-
mente rimanda è Ernest Renan. Egli non solo spinge la com- sente, ma quella passata e futura. Meglio: il fatto che, come
parazione tra linguaggio e razza fino al punto da cancellare, i primi non hanno passato, i secondi non hanno futuro. Gli
nella categoria di ‘razza linguistica’, anche il margine diffe- uni stanno già da sempre dopo l’uomo, gli altri ancora e
renziale che l’allievo di Chavée, titolare della cattedra di an- sempre prima. Perciò la loro diversità non è solo di razza, ma
tropologia linguistica all’École d’Anthropologie, Abel Hove- di specie: più che umana in un caso e meno che umana nel-
lacque, pur sulla scia di Schleicher e Müller, ancora rivendi- l’altro.
cava nel suo trattato di linguistica44. Ma inchioda il rapporto
tra le lingue – e dunque tra le razze – a un quadro compara-
tivo che non prevede spostamenti né verso l’alto né verso il
basso. Ogni lingua resta fissata al grado gerarchico cui la de- 45
Sulle due lingue ‘elette’ cfr. m. olender, Les langues du paradis: Aryens et
Sémites: un couple providentiel, Paris 1989 [trad. it. Le lingue del paradiso: Ariani e
Semiti, una coppia provvidenziale, Bologna 1991].
46
42
e. renan, Histoire générale et système comparé des langues sémitiques, Paris
Ibid., p. 10. 1855. Cito dalla terza edizione del 1863, pp. 495-96. Per una valutazione equili-
43
Ibid., p. 13. brata del ruolo di Renan, si veda c. vallini, Renan tra filologia semitica e linguisti-
44
Cfr. a. hovelacque, La linguistique. Histoire naturelle du langage, Paris 1877, ca indoeuropea, in g. massariello merzagora (a cura di), Storia del pensiero lingui-
p. 403. stico: linearità, fratture e circolarità, Roma 2001, pp. 69-111.
56 Capitolo primo La doppia vita 57

cipio degenerativo che è dedicato l’intero libro: dove si ori-


7. Il nesso necessario tra lingue e razze, elaborato dal gina, cosa lo muove, come si riproduce? Il motivo ultimo del
gruppo di linguisti raccolto intorno a Schleicher, era già al suo difficile rinvenimento sta, per Gobineau, nella circostan-
centro del grande affresco di Gobineau sur l’inegalité des ra- za che esso coincide con quell’elemento etnico in cui risiede
ces humaines. Si può ben dire che questo costituisca il punto la stessa forza della vita. Perciò sbagliano coloro che lo cer-
di convergenza, e nello stesso tempo di intensificazione, di cano fuori della costituzione biologica dei popoli: nel clima,
tutti i vettori finora rilevati lungo una direzione sempre più nelle forme politiche che essi si sono dati o anche nella guer-
esterna al lessico filosofico-politico moderno, come ben di- ra con altri popoli. Perché non colgono che non esiste qual-
mostra la reazione nei suoi confronti di un autore tutt’altro cosa capace di vincere la forza organica delle singole razze
che canonico, ma pur sempre tributario di una semantica con- che non sia la loro stessa sostanza – vitale quando resta in-
cettuale di provenienza classica, quale è Tocqueville: «Mi tegra e indebolita fino al tracollo quando si mescola con quel-
fermo qui; permettetemi, vi prego, di troncare il discorso a la di altri ceppi razziali.
questo punto. Siamo separati da una distanza troppo gran- È qui che l’autore inserisce un esplicito riferimento a Bi-
de perché la discussione possa essere fruttuosa. Vi è un in- chat, come a colui che «non ha cercato di scoprire il grande
tero mondo intellettuale fra la vostra dottrina e la mia»47. La mistero dell’esistenza studiando ciò che sta fuori di essa; egli
domanda con cui il saggio sulle razze esordisce non è diffe- lo ha sempre interrogato dall’interno del soggetto umano»49.
rente da quella, a suo tempo posta da Bichat, sulla presenza Dove l’elemento che emerge con più evidenza non è tanto la
assidua della morte nella vita, sull’inesorabile scivolamento parziale forzatura della posizione del fisiologo francese – vol-
della vita nella morte. Naturalmente con lo spostamento del- to, in realtà, a individuare proprio nell’ambiente esterno la
l’angolo di osservazione, già effettuato da Courtet, dall’am- minaccia più ricorrente alla continuità della vita – quanto lo
bito dell’individuo a quello della specie, a sua volta articola- slittamento, ancora più rilevante sul piano biopolitico, dal
ta nella differenza presupposta delle varie razze. Perché «il discrimine topologico tra dentro e fuori a quello, immunita-
più oscuro di tutti i fenomeni della storia», il «segreto intor- rio, tra omogeneo ed eterogeneo, integro e corrotto. A inter-
no al quale non smette di ruotare il pensiero umano», non è rompere il flusso della vita non è l’incontro casuale, o neces-
la nascita, o lo sviluppo, dei popoli – «i loro successi, le loro sario, con una potenza esterna – quanto la sua contamina-
conquiste, i loro trionfi» – ma la distruzione che li travolge zione determinata dall’incrocio etnico tra due filiere razziali
con una tale ripetitività che «si è costretti a constatare che diverse. Che tale metissage sia necessario allo sviluppo della
ogni agglomerazione umana, anche se protetta dall’ingegno- civiltà non ne toglie il carattere potenzialmente letale. È per
sità dei più complicati legami sociali, contrae, nel giorno stes- questo che la storia è in sé principio di morte – perché è già
so in cui si forma, nascosto tra gli elementi della vita, il prin- pensata nella forma, intrinsecamente mortale, dell’esistenza
cipio di una morte inevitabile»48. È alla ricerca di questo prin- biologica. Questa trasposizione naturalistica del processo sto-
rico costituisce forse la cifra più peculiare della prospettiva
47
Cito dalla lettera di A. de Tocqueville a A. de Gobineau del 17 novembre
di Gobineau. Quando scrive che «si tratta di fare entrare la
1853, in a. de tocqueville e a. de gobineau, Del razzismo. Carteggio 1843-1859,
a cura di L. Michelini Tocci, Roma 1995, p. 167.
48
a. de gobineau, Essai sur l’inégalité des races humaines, in Œ u v r e s, Paris 1983,
49
vol. I, pp. 141-42. Ibid., p. 161.
58 Capitolo primo La doppia vita 59

storia nella famiglia delle scienze naturali» 50, egli intende pretazione naturalistica del linguaggio come organismo vi-
compiere un’operazione più complessa di una semplice con- vente indipendente ed esterno alla dimensione storica. Co-
trapposizione del linguaggio biologico a quello storico. Il suo me dimostra la superiorità del sanscrito, ma anche del greco
obiettivo è piuttosto una traduzione della stessa storia nel- e del latino, sulle lingue moderne sempre più sclerotizzate e
la lingua delle scienze naturali. Ciò è reso possibile attraver- inaridite nella loro capacità espressiva, non c’è alcun rappor-
so una duplice omologazione che, se da un lato modella l’or- to tra incremento culturale dei popoli e stato di salute della
dine storico sullo sviluppo dell’individuo, dall’altro deriva loro lingua. Impoverimento costante del vocabolario, distor-
quest’ultimo dal destino evolutivo della specie. In questo sione della funzione propria dei pronomi, atrofia progressi-
modo è come se Gobineau, più che limitarsi a naturalizza- va dei verbi, riduzione fino alla scomparsa dell’uso del con-
re la storia, distendesse nel tempo lungo della vita dell’uma- giuntivo e della forma passiva sono tutti segni tangibili del-
nità quel segmento che ha preventivamente destoricizzato. l’inaridimento inarrestabile delle primitive fonti linguistiche.
Una relazione simile si determina tra materia e spirito: Ma se fin qui Gobineau si limita a riprodurre un modello –
tutt’altro che eliminato a favore di un materialismo estra- quello critico-degenerativo – largamente circolante nella
neo alla vocazione aristocratica dell’autore, lo spirito costi- grammatica comparativa di impronta schleicheriana, a un
tuisce il piano immateriale lungo il quale la materia biologi- certo punto, tuttavia, cambia passo, aprendo uno scenario
ca aderisce o diverge da se stessa, la forma ideale nella qua- biolinguistico assai più denso e peculiare. Al suo centro vi è
le la vita coglie la necessità e l’articolazione delle sue soglie la relazione, problematica e anche antinomica, tra i tre pia-
interne. ni, insieme collegati e differenziati, dello spirito, del corpo
A quindici anni di distanza dall’edizione del libro sulle e del linguaggio. Generati contemporaneamente alla nascita
razze, Gobineau pubblica in tedesco una Memoria su diverse dell’essere umano, essi cominciano a divergere nel corso del
manifestazioni della vita individuale. Per niente riducibile a suo sviluppo. Così è vero che la lingua trova il proprio am-
semplice appendice, o complemento, dell’opera maggiore, es- biente specifico nella sfera dell’intelligenza o dello spirito –
sa costituisce non soltanto l’unico contributo di tono espli- il termine tedesco usato dall’autore è Geist – ma senza che
citamente filosofico dell’autore, ma anche quello in cui egli si possa dire che ne costituisca un prodotto. Al contrario sta
imposta in maniera più distesa la questione del rapporto tra in essa come un corpo separato ed estraneo: «La lingua non
lingua e razza già anticipata nel capitolo xv della prima se- trova un suolo dove impiantarsi fuori dello spirito umano;
zione dell’E s s a i. A giusta ragione il curatore del testo, ristam- tuttavia è un essere a parte. Allo stesso modo, l’acaro della
pato nel 1935 in edizione bilingue, individua un preciso ri- quercia non vivrebbe sul salice, né quello del salice sul fag-
mando a Schleicher e in particolare alla sua introduzione, già gio; tuttavia non è l’albero che, dando all’animaletto la pos-
qui commentata, al secondo volume delle Ricerche, tradotto sibilità di vivere, ne ha creato il principio […]. Relativamen-
in francese nel 185451. Di essa Gobineau riprende la inter- te allo spirito, la lingua è un corpo parassita»52. Non bisogna
perdere il filo complesso del ragionamento di Gobineau: vi
50
Ibid., p. 1152.
51
a. de gobineau, Mémoire sur diverses manifestations de la vie individuelle, a cura
di A. B. Duff, Paris 1935. Il testo era stato pubblicato in tedesco, col titolo U n t e r- 53, pp. 1-41. Il riferimento del curatore a Schleicher è a p. 9. In merito al Mémoire
suchung über verschiedene Äusserungen des sporadischen Lebens, in «Zeitschrift für si veda il già citato p. tort, La pensée hiérarchique et l’évolution cit., pp. 199 sgg.
52
Philosophie und philosophische Kritik», 1868, vol. 52, pp. 17-35, 181-204, e vol. Ibid., p. 114.
60 Capitolo primo La doppia vita 61

è, certo, un punto di intersezione tra spirito e lingua – situa- to in cui la razza subisce delle mutazioni, cambiando lo spi-
to sull’interfaccia in cui le parole assumono il loro senso. Ma rito, la lingua si trasforma»54. Lo spirito, insomma, incapace
tale congiunzione non riduce in nessuno modo l’eterogeneità in sé di condizionare il linguaggio, interviene come tramite
di principio tra i due elementi. «L’individuo idiomatico» tra questo e la razza. Tale tramite immateriale è necessario
(idiomatische Individuum) – come Gobineau definisce l’esse- perché la lingua, se non è un prodotto dello spirito, non è
re del linguaggio – è essenzialmente esterno alla struttura che neanche un semplice calco fonetico di determinate operazio-
pure lo ospita. È ontologicamente altro rispetto all’elemen- ni cerebrali. Pur non avendo la stessa sostanza dello spirito,
to ambientale – quello appunto dello spirito – di cui condi- non è neppure una parte del corpo, come provano determi-
vide la sostanza: nate malattie in cui l’assenza di parola è compatibile con uno
Lo spirito trova, in se stesso, un essere che esso non ha crea- stato di perfetta salute fisiologica. Oppure, al contrario, in
to, ma che vive in lui, la cui sostanza è analoga alla sua, senza cui la dissoluzione del corpo non determina una crisi analo-
essergli completamente omogeneo; lo addomestica e se ne ser-
ga nella capacità di linguaggio – fin quando, almeno, lo spi-
ve. Lo adatta ai suoi bisogni fintanto che può piegarlo a sé; gli
fa portare il giogo; lo tratta, in una parola, come noi facciamo rito non è anch’esso colpito a morte. Se nascono insieme, in-
con le differenti razze animali, sulle quali estendiamo la nostra somma, non è detto che spirito, corpo e linguaggio muoiano
azione, senza tuttavia pretendere né di averle create né di mo- anche nello stesso momento.
dificarne i caratteri essenziali53. Torna ancora una volta, e moltiplicato per tre, il princi-
È questa disomogeneità di fondo, questa alterazione ori- pio bichatiano dello sdoppiamento tra le due forme di vita –
ginaria della propria identità, che impedisce all’uomo di eser- organica e animale. A contendersi il campo dell’analisi sono
citare una qualche opzione soggettiva sul linguaggio che egli adesso tre potenze vitali, connesse e separate dallo stesso dia-
parla, e che anzi parla in lui. Esso non dipende in alcun mo- framma che fa dell’una il punto di articolazione e di diffe-
do dalla sua volontà – altrimenti potremmo parlare qualsia- renziazione tra le altre due. Ciò che ne determina l’integra-
si lingua straniera come facciamo con la nostra. Se ciò è evi- zione – o il contrasto esiziale – è la corrispondenza razziale.
dentemente impossibile, non è certo, prosegue Gobineau, Solo se uniti dalla medesima razza, spirito, corpo e lingua –
per un limite della nostra intelligenza, ma perché ci è preclu- i tre «individui» in cui si articola l’animale chiamato uomo
so da qualcosa, da un altro, più dispotico, padrone, cui «l’in- – sperimenteranno al meglio la propria potenza di vita. La
dividuo idiomatico» risulta vincolato in maniera assai più co- vita in quanto tale, una vita qualunque, anche informe o de-
gente che non allo spirito, vale a dire dalla potenza biologi- gradata, tendenzialmente degenerata come quella di tutti i
ca della razza. È essa a esprimere il più massiccio effetto di popoli moderni esposti all’ibridazione etnica, è sempre pos-
padronanza su quella specie di «parassita», di «individuo», sibile – Gobineau ancora non immagina che si possa, o si deb-
o «animale», linguistico che abita in noi come altro da noi: ba, intervenire su di essa per spegnerla o restringerla. Si li-
«la lingua vale ciò che vale la razza e mostra una organizza- mita a constatare che «l’individuo idiomatico nato e viven-
zione corrispondente alla sua natura. Fin quando la razza ri- te nel cervello di un uomo comune non è mai uguale a un
mane pura, anche la lingua non si modifica; ma, nel momen- altro individuo idiomatico che fa parte degli attributi di una

53 54
Ibid., p. 194. Ibid., p. 112.
62 Capitolo primo La doppia vita 63

stessa razza e annessa a un personaggio superiore»55. Quan- vero delle scienze della natura. Come l’uso del linguaggio
do si dice che Dante ha creato la propria lingua, si vuole in- non è considerato per nulla esclusivo della specie umana, al-
dicare con questo che egli ha goduto di una potenza dell’es- lo stesso modo tutte le attività superiori, compresa la ragio-
sere idiomatico che sorpassava di gran lunga quella degli al- ne, affondano la propria radice nell’universo animale. Quan-
tri uomini del tempo. La sorpassava per forza di irradiazione do Haeckel, enunciando quella che è stata definita legge bio-
e qualità intrinseca. Ma la sorpassava anche perché aderiva, genetica fondamentale, afferma che l’ontogenesi ricapitola
come la pelle al corpo, al «genio» della propria razza, senza la filogenesi, cioè che la storia dell’individuo riproduce su
il cui sostegno e guida la lingua declina e si impoverisce fino scala ridotta quella della specie, intende dire che ciò che ci
al mutismo. appare come progresso storico è in realtà l’esito predetermi-
nato dell’evoluzione naturale. Ciò non significa – come già
nel caso di Schleicher – che Haeckel escluda dal proprio
8. Il più influente punto di sintesi tra la ricerca biolin- campo di osservazione quello che si definisce comunemente
guistica di Schleicher e il sociodarwinismo successivo è co- spirito, o anche anima, ma che, al contrario, lo include pre-
stituito certamente dall’opera dello zoologo tedesco Ernst ventivamente all’interno del generale processo fisico-chimic o
Haeckel, traduttore e massimo divulgatore di Darwin in da cui, a un dato momento, è scaturito un particolare tipo di
Germania. Proprio a lui era diretta la già richiamata lettera animale che si è voluto chiamare uomo. Gli stessi atteggia-
di Schleicher su La teoria di Darwin e la scienza del linguag- menti etici o religiosi, tutt’altro che valori eterni, o norme
gio – a ulteriore riprova di quell’intreccio disciplinare in cui interiori generate da un imperativo categorico, sono la ri-
si è ravvisato il terreno, e insieme il motore, del salto di pa- sultante funzionale di quella lotta per la sopravvivenza in
radigma in atto tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i pri- cui è impegnato l’intero mondo organico.
mi del Novecento. Ciò che unisce in un’unica ispirazione di È evidente, a partire da simili presupposti, la rotazione
fondo Haeckel, oltre che a Schleicher, al teologo David Frie- di centottanta gradi che sperimenta la concezione della po-
drich Strauss, all’etnologo Friedrich Hellwald o al filosofo- litica rispetto a tutte le sue possibili declinazioni moderne.
politico Bartholomäus Carneri è un doppio movimento con- Da questo punto di vista, il fatto che Haeckel non abbia as-
giunto che, mentre riporta ogni altro statuto epistemico al sunto una specifica posizione nella lotta ideologica del tem-
sapere sull’uomo, spinge decisamente quest’ultimo nel cam- po – che si sia limitato a dichiararsi antisocialista, ma anche
po delle scienze naturali56. Così, se da un lato la linguistica, antiliberale, antiriformista e insieme antitradizionalista – va
la politica e perfino la teologia – nella peculiare versione im- inteso, più che nel senso di un’attitudine costitutivamente
manentistica di Strauss – si interrogano dal punto di vista impolitica, come l’esito di uno strappo radicale rispetto al
dell’antropologia, questa viene a sua volta trattata come par- precedente assetto filosofico-politico. Ben si comprende al-
te integrante della zoologia e inserita, in quanto tale, nel no- lora come, riprendendo e sviluppando in una chiave ancora
più intensamente biologistica il ragionamento di Courtet,
Haeckel possa sostenere che i difetti incresciosi della politi-
55
Ibid., p. 210. ca contemporanea «si spiegano con ciò, che la maggior par-
56
Sull’ambiente intellettuale di Haeckel, si veda m. di gregorio, Entre te degli impiegati dello Stato sono appunto giuristi, uomini
Méphistophélès et Luther: Ernst Haeckel et la réforme de l’univers, in p. tort (a cura
di), Darwinisme et société, Paris 1992, pp. 237-83. di una cultura formale eccellente, ma sforniti di quella co-
64 Capitolo primo La doppia vita 65

gnizione profonda della natura dell’uomo, che può essere ac- tura anche con quel paradigma darwiniano che pure aveva
quistata solo per mezzo dell’antropologia comparata e della costituito il quadro di riferimento epistemologico del moni-
psicologia monistica, privi di quella conoscenza dei rappor- smo haeckeliano – non costituisce più il luogo di provenien-
ti sociali, i cui esempi organici ci sono forniti dalla zoologia za originario della specie umana, ma la misura della sua dif-
e dall’embriologia comparata, dalla teoria cellulare e dalla ferenza interna. Così, dopo una dettagliata descrizione del-
protistologia»57. Contro l’idea, implicita nel paradigma filo- le diverse razze in base al tipo di capelli, al colore della pelle
sofico moderno, che l’attività politica sia espressione della e alla conformazione del cranio, da cui risulta una scala ge-
volontà consapevole di individui razionali, titolari, in quan- rarchica che va dall’homo australis all’homo mongolicus, fino
to persone giuridiche, di una serie di diritti soggettivi che li a quello caucasico e indo-atlantico, si viene a sapere che non
rendono in qualche modo padroni del proprio destino, co- soltanto gli animali superiori si avvicinano più agli uomini
mincia a profilarsi non soltanto la tesi della determinazione che agli altri animali inferiori, ma anche che gli uomini infe-
della volontà, ma anche quella della sua sostituzione col vin- riori sono più simili agli animali che agli uomini superiori.
colo, ancora più insolubile, della trasmissione ereditaria dei Ciò vuol dire che gli animali domestici, o domesticabili, so-
caratteri naturali: «sappiamo ora che ogni atto di volontà è no situati, nella scala gerarchica delle specie viventi, tra le
determinato dall’organizzazione dell’individuo volente, e razze primitive e quelle civili – e che dunque l’humanitas è
dipende dalle condizioni eventuali dell’ambiente esterno, co- tagliata in due zone distinte e contrapposte dalla linea tra-
me ogni altra attività dello spirito. Il carattere delle tenden- sversale costituita dal referente animale. L’animale non è l’o-
ze è determinato a priori per eredità dai genitori e dai proge- rigine dell’uomo, ma la separazione inscritta all’interno del-
nitori; la decisione a ciascuna azione è dovuta all’adattamen- la sua specie:
t o, alle condizioni momentanee in dipendenza del motivo più
Se si volesse ad ogni costo fissare un limite ben rilevato, bi-
forte, secondo le leggi che determinano la statica delle emo- sognerebbe tracciarlo tra gli uomini più distinti e i selvaggi più
zioni. L’ontogenia ci fa conoscere lo sviluppo individuale del- grossolani, riunendo agli animali i diversi tipi di uomini infe-
la volontà del bambino, la filogenia lo sviluppo storico della riori. Questa è l’opinione di molti viaggiatori, che hanno os-
volontà nella serie dei nostri antenati vertebrati»58. servato queste razze umane degradate. Essi dicono che è im-
Già qui si apre la strada a quella depersonalizzazione ra- possibile guardare a un Negro come a un uomo, perché allora
bisognerebbe ammettere il gorilla nella famiglia umana; che i
dicale che conoscerà l’epilogo nello schiacciamento dell’iden- nostri animali domestici sono più atti alla civilizzazione che
tità del soggetto sul nudo dato biologico-razziale. Ma l’ele- questi popoli stupidi e brutali. Essi sono molto al di sotto de-
mento che conferisce all’antropologia di Haeckel un ruolo di gli animali privi di ragione59.
vera e propria anticipazione rispetto alla deriva tanatopoli-
tica dei decenni successivi sta nella rottura di continuità ope- Quale sia l’esito di questa decisione biopolitica – situata
rata nella serie delle razze umane attraverso l’immissione, al nel punto di incrocio e di sovrapposizione tra umanizzazio-
suo interno, del referente animale. Questo – in esplicita rot- ne degli animali superiori e animalizzazione degli uomini in-
feriori – è evidente. I popoli indogermanici già trionfano in
57
e. haeckel, Die Welträthsel. Gemeinverständliche Studien über monistische
Philosophie, Bonn 1899 [trad. it. I problemi dell’universo, Torino 1904, p. 14]. 59
e. haeckel, Natürliche Schöpfungsgeschichte, Berlin 1868 [trad. it. La storia
58
Ibid., p. 169. della creazione naturale, Torino 1892, p. 649].
66 Capitolo primo La doppia vita 67

tutto il mondo grazie alla potenza biologica del loro svilup- paradigmatica del lavoro antropologico a cavallo del secolo:
po cerebrale. «Quanto alle altre razze, il cui numero è del re- Die Gesellschaftsordnung und ihre natürlichen Grundlagen:
sto molto ridotto, sono destinate a soccombere presto o tar- Entwurf einer Sozial-Anthropologie zum Gebrauch für alle
di nella lotta per l’esistenza, davanti alla superiorità dei Gebildeten, die sich mit sozialen Fragen befassen di Otto
Mediterranei. Già gli Americani e gli Australiani marciano Ammon62 e Politische Anthropologie. Eine Untersuchung über
rapidamente verso un’estinzione totale, così come i Papua- den Einfluss der Deszendenztheorie auf die Lehre von der poli-
sici e gli Ottentotti»60. tischen Entwicklung der Völker di Ludwig Woltmann63.
La soglia critica che li distanzia dall’antropogenia di
Haeckel – ancora situabile, sia pure con qualche forzatura,
9. Già in Hackel l’antropologia assume un ruolo di all’interno dell’orizzonte darwiniano – è strettamente con-
oggettiva contrapposizione nei confronti di quell’insieme nessa alla ricezione della teoria del plasma germinale elabo-
di categorie che confluiscono nella definizione moderna di rata da August Weismann, secondo la quale la selezione na-
democrazia. E ciò non in contrasto, ma in ragione, della sua turale non agisce al livello somatico del fenotipo, ma a quel-
estraneità di principio rispetto all’ambito lessicale classica- lo, più profondo, del genotipo. Tale presupposto – e cioè
mente assegnato alla politica. Il criterio di eguaglianza non l’idea che le generazioni siano unite nel tempo dalla conti-
è invalidato da una diversa concezione della società, ma in nuità ininterrotta dello stesso sangue – taglia ogni ponte con
nome di un dato biologico più originario e prepotente che ne la tesi lamarckiana della ereditarietà dei caratteri acquisi-
costituisce il fondale ontogenetico. Come egli scrive in Freie ti, ancora confusamente commista con l’insegnamento di
Wissenschaft und freie Lehre, la legge della selezione naturale Darwin e utilizzata, soprattutto in ambienti socialisti, come
è in sé tutt’altro che democratica, dal momento che salva i riprova dell’influsso ambientale sulla formazione del carat-
pochi, mentre condanna alla distruzione la maggioranza61. tere. L’unico mutamento possibile appare, adesso, quello, di
Ad essere messo radicalmente in discussione, più che una tipo degenerativo, determinato dalla ibridazione razziale.
qualsiasi opzione ideologica, è insomma l’intero orizzonte Anche se Weismann, come più tardi Mendel, non è certo re-
politico della modernità, a partire dallo stesso concetto di sponsabile dell’uso biopolitico, o meglio tanatopolitico, del-
persona giuridica – da un lato schiacciata sul suo sostrato cor- la sua scoperta, ciò che comunque l’antropologia tedesca del
poreo e dall’altro massificata nella indistinzione della specie tempo ne deduce è la necessità di arrestare la degenerazione
o della razza. Ma un passaggio ancora più netto in direzione restaurando l’ordine naturale infranto e pervertito prima dal-
tanatopolitica si determina allorché il sapere antropologico, l’incrocio delle razze e poi dai meccanismi di protezione so-
anziché opporsi dall’esterno alla sfera politica, ne incorpora ciale volti alla difesa degli organismi più deboli. A tale scopo
la valenza operativa, letteralmente decisionale, definendosi ben si presta il concetto di ‘selezione artificiale’ (Auslese),
appunto ‘antropologia politica’ o ‘socioantropologia’. Sono sempre connesso a quello di ‘ereditarietà’ (Vererbung)64. Ma
esattamente i termini che compaiono nei titoli di due libri
destinati a esercitare un ruolo di guida nella trasformazione
62
Jena 1895.
63
Eisenach-Leipzig 1903.
60
Ibid., p. 612. 64
Cfr. soprattutto w. schallmayer, Vererbung und Auslese im Lebenslauf der
61
e. haeckel, Freie Wissenschaft und freie Lehre, Stuttgart 1878. Völker. Eine staatswissenschaftliche Studie auf Grund der neueren Biologie, Jena 1903.
68 Capitolo primo La doppia vita 69

ciò che ancora più conta, perché restituisce il senso della sec- dentario e poco intraprendente. L’intera storia del mondo
ca inversione di marcia operata dalla nuova antropologia, è civile non è che il risultato del confronto, o dello scontro, tra
la circostanza che esso è ora adoperato in una chiave diret- queste due razze e tra esse e quelle intermedie, come la me-
tamente contraria all’uso fattone da Darwin qualche decen- diterranea, che ne hanno mischiato i caratteri originari. La
nio prima. Mentre secondo quest’ultimo la selezione artifi- conseguenza che Vacher ne trae, in riferimento alla filosofia
ciale, già messa in atto da agricoltori e allevatori, doveva ser- politica moderna, è un contrasto non mediabile nei confron-
vire a incrociare le specie esistenti in natura di piante e ti della democrazia: «È certo, d’altra parte, che vi è un’an-
animali per la creazione, appunto artificiale, di un tipo mi- tinomia assoluta tra la biologia contemporanea e le idee de-
gliore, adesso essa è volta a bloccare ogni mescolanza di san- mocratiche. Dico la biologia e non l’antroposociologia, per-
gue a favore di un recupero dei tipi originari. Se, nel caso di ché le nozioni che fanno da base del conflitto sono prese in
Darwin, si trattava in qualche modo di andare oltre la natu- prestito, da parte dall’antroposociologia, dalla biologia»65.
ra, forzandola in una direzione innaturale, l’intento perse- Da questo punto di vista il politico è integralmente incorpo-
guito dagli antropologi tedeschi è quello di ricreare per arti- rato nel biologico non solo perché lo scontro ha per oggetto
ficio una natura perduta o snaturata. Ma il progetto, in sé la vita stessa, ma anche perché esso non è mai individuale, o
contraddittorio, di rinaturalizzare artificialmente la natura socioculturale, ma sempre, in ultima analisi, etnico e razzia-
– di rigenerare con l’artificio il naturale – è possibile solo ro- le. L’individuo, inteso come soggetto uguagliato agli altri dal-
vesciandolo in negativo: prima escludendo, e poi eliminan- la facoltà del libero volere o dalla titolarità di diritti sogget-
do, gli organismi degenerati o destinati alla degenerazione. tivi, non esiste in quanto tale, se non come epifenomeno di
Gli Essais d’Anthroposociologie di Vacher de Lapouge – una differenza assoluta perché attinente al plasma germina-
già curatore francese del saggio di Haeckel sul monismo – le che circola nel nostro corpo. Il punto di rottura, e di in-
editi di lì a qualche anno con il titolo di Race et milieu social versione, dello sviluppo nel regresso, all’interno della storia
ripercorrono precisamente questa parabola. Partito dal ca- moderna, è costituito dalla rivoluzione francese, allorché il
nonico riferimento a Gobineau come precursore della teoria predominio del tipo ariano su quello alpino si è rovesciato a
razziale, egli se ne distacca in nome di una diversa attitudi- vantaggio di quest’ultimo con effetti degenerativi di lungo
ne scientifica, maturata appunto in relazione alle scoperte di periodo. Per questo al motto rivoluzionario ‘Libertà, frater-
Weismann e di Mendel. In base ad esse, e contro le illusorie nità, uguaglianza’ Vacher risponde con la formula, altrimen-
supposizioni del trasformismo lamarckiano, la nozione di ere- ti minacciosa, ‘Determinismo, ineguaglianza, selezione’66. Il
ditarietà di sangue ha condotto l’antroposociologia allo sta- presupposto biotanatologico sottinteso è fin troppo eviden-
tuto di vera scienza. Da allora la razza non è interpretata più te: se la purezza naturale della razza è stata corrotta dal san-
in maniera metaforico-letteraria come comunità di cultura o gue, solo da uno spargimento di sangue potrà essere ripristi-
di destino, ma in senso immediatamente zoologico ricondu-
cibile alla canonica nomenclatura di Linneo. Due ne sono, in
Europa, i tipi prevalenti, misurabili attraverso l’indice cefa- 65
g. vacher de lapouge, Race et milieu social. Essais d’Anthroposociologie,
lico e la definizione dei tratti somatico-caratteriali – l’homo Paris 1909, pp. xxii-xxiii.
66
europaeus, dolicocefalo, col cranio allungato, energico e ar- G. Vacher de Lapouge, introduzione a e. haeckel, Le monisme: lien entre
la religion et la science, Paris 1902, p. 2 [ed. ted. Der Monismus als Band zwischen
dito, e l’homo alpinus, brachicefalo, col cranio rotondo, se- Religion und Wissenschaft, Bonn 1893].
70 Capitolo primo La doppia vita 71

nata: «Lasciamo perdere la fraternità, guai ai vinti. La vita tipo, o con un contro-tipo, definito proprio dalla deforma-
si conserva solo attraverso la morte»67. zione originaria, o dall’assenza di forma, che lo riduce a sem-
plice materia vivente68. In questo senso si può dire che per
l’antropozoologia nazista l’humanitas sia la linea, in continua
10. Torna, rovesciata nel suo senso, la dialettica che Bi- rielaborazione, lungo la quale la vita si separa da se stessa in
chat aveva fissato all’origine della filosofia della vita. La mor- due polarità contrapposte e reciprocamente funzionali nella
te non è più lo sfondo ineluttabile, o la sfida ininterrotta, ri- misura in cui l’eccesso di forma dell’una è complementare, e
spetto a cui la vita assume rilievo ed esercita resistenza, ma conseguente, alla assoluta deformalizzazione dell’altra. Mai
lo strumento primario della sua conservazione e del suo po- come in questo caso, insomma, bíos e zoé, forma di vita e vi-
tenziamento. Il luogo – concettuale e operativo – in cui tale ta senza forma, si sono divaricate in una distanza irrimedia-
rotazione di senso prende corpo è la nozione o, forse meglio, bile perché costituita dalla relazione, inversa o diretta, con
la ‘pratica’ di umanità. Contrariamente a quanto si potreb- la morte: da una parte una vita talmente viva da proporsi co-
be ritenere, con il montare della marea nazista, essa non re- me immortale, dall’altra una vita non più tale – «esistenza
stringe i propri confini, ma li dilata progressivamente, fino senza vita» (Dasein ohne Leben), come fu detto – perché fin
a comprendere al suo interno anche il proprio contrario. Da dall’inizio contaminata e pervertita dalla morte.
qui il ruolo crescente dell’antropologia, rafforzato e poten- Collegando in un solo colpo d’occhio i tanti libri sull’u-
ziato prima dalla linguistica e poi, progressivamente, dalla manità dell’uomo pubblicati, non solo in Germania, a ridos-
zoologia e dalla botanica. Non a caso i termini di cui essa fa so degli anni Trenta, si ottiene un’istantanea impressionan-
uso, in riferimento all’uomo, sono sempre più spesso tratti te di simile deriva. Se già Vacher, non dimentico dei più si-
dal lessico di queste discipline: selezione, come s’è detto, ma nistri insegnamenti di Haeckel, dedicava un’intera sezione
anche ‘addomesticamento’ (Zähmung), ‘allevamento’ (Züch- delle sue Sélections alla necessaria eliminazione dei tipi uma-
t u n g), ‘coltivazione’ (A n b a u) – tutte procedure implicanti co- ni difettosi, e pertanto nocivi alla società nel suo complesso,
me esito finale l’‘eliminazione’ (Ausmerzung) dei prodotti è proprio in nome dell’umanità che il premio Nobel Charles
guasti. Quella che Vacher de Lapouge aveva definito ‘antro- Richet poteva affermare, anch’egli in un libro sulla Sélection
posociologia’ si confonde sempre di più con una zootecnia humaine, che «una massa di carne umana senza intelligenza
dell’animale-uomo in cui l’uomo deve essere di volta in vol- umana, non è niente. Si tratta di materia vivente che non è
ta separato chirurgicamente dall’animale che lo abita. Dove degna di alcun rispetto e compassione»69. Così come l’altro
ciò che può variare è, appunto, la tecnica di selezione, ma Nobel Alexis Carrel, nel capitolo su La reconstruction de
non il carattere ‘materiale’ del suo oggetto. E ciò non per- l’homme del celebrato volume, ancora oggi ristampato,
ché venga meno il riferimento alla forma, alla figura, all’idea L’homme, cet inconnu, non aveva mancato di raccomandare,
– costantemente esaltata come la destinazione ultima del- per rapinatori a mano armata, ladri e speculatori, l’edifica-
l’uomo razzialmente perfetto. Ma sempre in contrasto – e zione di «un luogo di eutanasia, provvisto di gas appropria-
anzi in rapporto di inversione proporzionale – con un altro
68
Cfr. in merito s. forti, Biopolitica delle anime, in «Filosofia politica», 3
(2003), pp. 397-418.
67 69
g. vacher de lapouge, L’Aryen: son rôle social, Paris 1899, p. 512. c. richet, La sélection humaine, in Eugénique et sélection, Paris 1922, p. 164.
72 Capitolo primo La doppia vita 73

ti, che consentirebbe di disporne in maniera umana ed eco- lo se rovesciata nel suo significato e nella sua direzione, quel-
nomica. Lo stesso trattamento – proseguiva – non sarebbe la che si è definita biopolitica – nel senso dell’implicazione
applicabile ai pazzi che hanno commesso atti criminali? Non originaria tra politica e vita – perviene, col nazismo, a espri-
bisogna esitare a ordinare la società moderna in rapporto al- mere la sua estrema portata tanatologica. Al suo centro, o al-
l’individuo sano. I sistemi filosofici e i pregiudizi sentimen- la sua origine, come si è visto, vi è la secca sostituzione del-
tali devono sparire davanti a questa necessità. Dopo tutto, è la idea di persona con quella del corpo umano in cui essa è
lo sviluppo della personalità umana che è lo scopo supremo biologicamente radicata. L’essere vivente chiamato uomo,
della civiltà»70. D’altra parte, nel saggio sulla ‘vita non de- in questo caso, ricondotto alla sua nuda determinazione di
gna di essere vissuta’, scritto a quattro mani con Karl Bin- razza o di specie, è ciò che resta della distruzione della for-
ding, Alfred Hoche aveva messo in guardia da «un concet- ma personale – dell’abolizione della ‘maschera’ – di cui la fi-
to gonfiato di umanità»71, cioè tale da non cogliere quanto losofia politica moderna lo aveva vestito. Quando i nazisti
sia disumano applicare lo stesso trattamento a tipi di uomi- reclamarono per sé il diritto di operare incisivamente nel c o n-
ni essenzialmente, vale a dire biologicamente, diversi. È l’ar- tinuum biologico della specie per salvarla dalla sua incipiente
gomento ultimo, ma anche primo, teorizzato nella forma più degenerazione, portarono all’esito ultimo quel progetto, già
compiuta nel testo, puntualmente intitolato H u m a n i t a s, e assunto in proprio dall’antropologia tedesca del tempo, di spo-
diffuso capillarmente a tutta la gioventù hitleriana come gliare il corpo vivente di ogni mediazione formale per farne
prontuario di etica applicata, del ‘filosofo’ nazista Hans oggetto di decisione politica. Naturalmente una politica, co-
Günther: contro la riduzione dell’umanesimo, condotta da me quella nazista, che si occupa direttamente di corpi uma-
levantini immigrati, soprattutto ebrei, a «una dottrina della ni, non può essere diversa, nella sua intenzione risanatrice,
fratellanza e dell’uguaglianza, in nome dell’uomo astratto da una medicina ricondotta a chirurgia razziale. È l’ultima so-
che non esiste», la vera humanitas non è un dato, ma vrapposizione lessicale – dopo quelle con la biologia, l’antro-
un compito da adempiere, un modello da raggiungere […] un pologia, la linguistica e la zoologia – cui il sapere politico è
ideale di selezione razziale e matrimoniale, perché solo una con- sottoposto in una forma che assegna al «grande medico tede-
cezione che distingua tra i migliori e i peggiori può serbare una sco», come si autoproclamava il Führer, l’alto compito di pro-
vera eticità e idealità, una concezione aristocratica […] una cedere all’amputazione necessaria: a subirla, del resto, non
concezione che è sapienza di un sangue migliore che deve es-
sere incrementato e di un sangue peggiore dal quale non ci si sarebbero state più singole persone, ma quel grande corpo del-
deve augurare una numerosa discendenza72. l’umanità in cui esse erano state da tempo inghiottite73.

In questo modo il percorso che va dal sapere della vita –


nato, con ben altro intento, all’inizio del secolo precedente 11. Uno degli strumenti più efficaci della decostruzio-
– alla più micidiale pratica di morte è davvero compiuto. So- ne nazista della persona è stato il linguaggio. Il filologo ebreo-
tedesco Victor Klemperer, sopravvissuto al genocidio solo
70
a. carrel, L’homme, cet inconnu, Paris 1935, pp. 371-72. grazie al matrimonio con una donna ‘ariana’, ha ricostruito
71
a. hoche, Ärztliche Bemerkungen, in k. binding e a. hoche, Die Freigabe
der Vernichtung lebensunwerten Lebens: ihr Mass und ihre Form, Leipzig 1920, pp.
61-62. 73
Per questa interpretazione del nazismo si veda adesso r. esposito, Bíos.
72
h. f. k. günther, Humanitas, München 1937, p. 18. Biopolitica e filosofia, Torino 2004, pp. 155 sgg.
74 Capitolo primo La doppia vita 75

e documentato il processo di trasformazione della lingua ope- volontà cosciente. Da questo punto di vista sia la tesi del ca-
rato dal nazismo74. Esso, più che una semplice riconversione rattere irrazionale e involontario del linguaggio, sia quella
ideologica funzionale al nuovo potere, è stato un vero e pro- della sua progressiva degenerazione, teorizzate da Schleicher
prio avvelenamento della parola che a poco a poco ha conta- e dai suoi successori, appaiono entrambe confermate. Fatto
minato tutti gli strati della società tedesca. È come se, colla- salvo il particolare, non irrilevante, che proprio la lingua ‘in-
borando attivamente all’annientamento della libertà indivi- do-tedesca’ che, secondo quei linguisti, avrebbe dovuto evi-
duale, e poi degli stessi individui, il linguaggio divenisse esso tare, o quantomeno rallentare, il processo degenerativo in
stesso preda della propria potenza distruttiva scivolando pro- atto, lo portava a compimento. Così quella che – già per He-
gressivamente in una sorta di gorgo. Ciò che in esso affon- gel – sarebbe dovuta essere la lingua filosofica per eccellen-
dava non era solo la naturale ricchezza metaforica, la pluri- za, perché capace di ospitare, nelle sue espressioni più pre-
vocità semantica, lo spessore storico di quella lingua, quan- gnanti, la potenza della contraddizione, si rivelava la più an-
to la sua medesima capacità di significazione, intorbidita e titetica all’esercizio creativo del pensiero.
poi, sempre di più, azzerata dalla volontà manifesta di spe- Il luogo in cui, più che in ogni altro, la lingua tedesca pale-
gnere ogni attitudine critica e alla fine la possibilità medesi- sa, e insieme produce, quest’effetto di spersonalizzazione è
ma del pensiero. Quello che si registrava, nelle dichiarazio- certamente il campo di concentramento. In esso la riduzio-
ni ufficiali dei capi nazisti, ma anche nella comunicazione or- ne della funzione comunicativa alla secchezza dell’ordine, al-
dinaria di coloro che ne erano influenzati – vale a dire la quasi la brutalità della minaccia, alla volgarità dell’imprecazione
totalità dei tedeschi – era la continua riduzione, quantitati- tocca il proprio apice. Nulla o quasi lega più la parola urla-
va e qualitativa, del lessico a un’unica funzione coincidente ta, il grido strozzato, il latrare caotico e informe che accom-
con la subordinazione di un intero popolo alla volontà crimi- pagna i deportati dal momento dell’arrivo al campo fino a
nale di coloro che lo avevano reso schiavo. A tale scopo non quello della morte, alla lingua di Goethe e di Heine. Più che
serviva la creazione di nuove espressioni – bastava lo stra- comunicare un contenuto, o anche informare di qualcosa, es-
volgimento di quelle esistenti in un senso diverso, se non op- si si incidono nel corpo delle vittime come il numero impres-
posto, al loro significato originario. Così, mentre alcune lo- so sul loro braccio o il colpo inferto alle loro membra. Non
cuzioni più complesse, giudicate inutilizzabili se non nocive, a caso a Mauthausen il manganello era chiamato «l’interpre-
scomparivano, altre, riconvertite in slogan e parole d’ordine te» (der D o l m e t s c h e r)– perché costituiva lo strumento di tra-
regressive, venivano impresse indelebilmente nell’anima, o duzione più diretta di un comando per coloro che non ca-
per meglio dire nei corpi, della razza eletta. In tal modo la pivano il tedesco. Naturalmente tutto ciò implicava un pro-
lingua, mutilata e stravolta, diventava una forza occulta de- getto di integrale bestializzazione dei prigionieri: «Era un
stinata a orientare i comportamenti degli uomini in una for- segnale – commenta a questo proposito Levi –: per quegli al-
ma che sfuggiva al loro controllo razionale e alla loro stessa tri, uomini non eravamo più: con noi, come con le vacche o
i muli, non c’è una differenza sostanziale tra l’urlo e il pu-
gno»75. Così, per indicare la, peraltro ridotta al minimo, at-
74
v. klemperer, LTI. Notizbuch eines Philologen (1947), Leipzig 1975 [trad.
it. LTI. La lingua del Terzo Reich, a cura di M. Ranchetti, Firenze 1998]. Si veda a
proposito e. cohen dabah, Il potere silenzioso del nazismo: la lingua del Terzo Reich,
75
in c.-c. härle (a cura di), Shoah. Percorsi della memoria, Napoli 2006, pp. 65-79. p. levi, I sommersi e i salvati, Torino 1993, p. 71.
76 Capitolo primo La doppia vita 77

tività di mangiare, da parte dei prigionieri, si usava il verbo gergo tecnico e del gergo di gruppo. Il linguaggio del cam-
fressen, tipico della nutrizione animale, anziché essen, comu- po, anzi, avrebbe la peculiarità di riunirle in un medesimo
nemente riferito agli uomini. Mentre l’atto, ben più frequen- ‘ordine del discorso’: se esso è necessario ad affrontare de-
te, da parte degli aguzzini, di inseguire, o di uccidere, i de- terminate situazioni che richiedono specifiche competenze,
tenuti era definito attraverso vocaboli tratti dal gergo della è anche utile per comunicare con altri prigionieri di prove-
caccia e della disinfestazione di lepri, conigli, topi – carne nienza diversa e, quando possibile, per far transitare verso
maciullata, tritata, infornata. Se gli internati sono bestie, l’esterno informazioni segrete. In alcuni casi, proprio perché
tuttavia, essi sono anche e soprattutto cose. Il linguaggio aderente alla modalità espressiva dei carnefici, esso consen-
restituisce, e nello stesso tempo determina, questa reificazio- te di sfuggire alla loro presa, aprendo vie di fuga rispetto ai
ne mediante un’opera di Akkusativierung,vale a dire di ridu- rischi più immediati. Non a caso Levi sostiene che la Lager-
zione del nominativo ad accusativo. Più che uomini e donne, sprache – la capacità di entrare in contatto con le SS, eviden-
si parla di pezzi (Stücke), di oggetti di ricambio (Häftlinge), temente all’interno dei loro moduli linguistici – costituisse
di materiale umano (Menschenmaterial), da prestare (ausleihen), il maggior tesoro che, in quella condizione, si potesse avere,
scaricare (abladen), spedire (verschiken) e, alla fine, natural- al punto che il suo possesso poteva determinare, e infatti
mente, distruggere, dopo averne recuperato le parti ricicla- spesso determinò, la sottrazione alla morte che inghiottiva
bili76. regolarmente i più lenti nell’impararlo. Alla stessa circostan-
Ma l’effetto per certi versi ancora più devastante di tale za si deve forse ascrivere la tendenza, registrata in più occa-
‘svolta linguistica’ è il suo potere di contaminazione rispet- sioni, da parte dei sopravvissuti, a tornare a quella lingua de-
to a coloro ai quali era rivolta. Tutti quelli che sono sfuggi- gradata e abietta quando, dopo la fine della guerra, si incon-
ti alla morte hanno raccontato, infatti, come essi stessi ab- travano di nuovo. Quale ne fosse il motivo, è certo che essi
biano finito per adottare un modo di parlare non diverso, avevano una qualche difficoltà a rimuovere quanto avevano
nella struttura lessicale e nella tonalità di fondo, da quello appreso nell’inferno da cui erano emersi. Al punto che sem-
dei loro potenziali assassini. Ciò derivava innanzitutto dal pre Levi racconta come abbia dovuto spesso contrastare i
fatto che la maggioranza di essi non erano tedeschi e dunque propri traduttori quando essi pretendevano di cancellare, o
non potevano esprimersi che nel linguaggio, violento e ab- urbanizzare, le espressioni più crude che egli riportava fedel-
breviato, che ascoltavano, o meglio avvertivano, come fru- mente dal proprio Lagerjargon: «spiegai loro [ad alcuni fun-
state, sul proprio corpo. Ciò conferma la tesi di coloro77 che zionari della Bayer] che non avevo imparato il tedesco a scuo-
hanno parlato di una vera e propria lingua dei campi – di la, bensì in un Lager di nome Auschwitz […]. Mi sono reso
una Lagersprache o, nel tedesco polacchizzato, L a g e r s z p r a- conto in seguito che anche la mia pronuncia è rozza, ma de-
cha, assimilabile ai linguaggi speciali (S o n d e r s p r a c h e n) inclu- liberatamente non ho cercato di ingentilirla; per lo stesso mo-
sivi delle tre funzioni differenziate del gergo segreto, del tivo non mi sono fatto asportare il tatuaggio dal braccio si-
nistro»78.
Come si spiega questa fedeltà a un fantasma che tutto
76
Cfr. su tutto ciò la dettagliata analisi di d. chiapponi, La lingua nei lager
nazisti, Roma 2004, pp. 59 sgg.
77
Mi riferisco in particolare a w. oschlies, ‘Lagerszpracha’. Zu Theorie und
78
Empirie einer KZ-spezifischen Soziolinguistik, in «Zeitgeschichte», I (ottobre 1985). p. levi, I sommersi e i salvati cit., p. 78.
78 Capitolo primo La doppia vita 79

porterebbe a voler dimenticare, o almeno a evitare di ride- la letteralmente in fumo – resistenza alla morte, quando non
stare? Perché attaccarsi a quel linguaggio come a un lembo solo la vita umana, ma anche quella animale, si era già arre-
della propria pelle o a un organo del proprio corpo? La ri- sa alla sua pressione.
sposta più ovvia è che in tal modo si vuole testimoniare, per
chi non l’abbia direttamente conosciuto, l’esistenza di quel
mondo capovolto che tende, nel tempo, a sfumare i suoi con-
torni o addirittura a perdere di verosimiglianza. Salvando il
linguaggio dei campi, i superstiti attestano la sua realtà sto-
rica, la morte che esso ha pronunciato per milioni di perso-
ne. La mia impressione, tuttavia, è che questa sia solo una
parte della verità. Che quel linguaggio scheletrico e satani-
co, oltre e dentro la morte, richiami anche e soprattutto la
vita ad essa strappata. La Lagersprache è stata insieme la lin-
gua degli assassini e quella della sopravvivenza delle vittime
sfuggite al loro destino. Non, come è stato detto, perché tra-
sportava pur sempre un certo ‘sentimento della vita’, ma per-
ché era espressione, nuda e materiale, della vita senza senti-
mento di coloro che non erano altro da essa. Di uomini e
donne non più definibili persone, ma proprio perciò assolu-
tamente aderenti alla falda biologica del loro semplice esse-
re in vita. Torna, da quest’altro punto di vista, qualcosa che
rimanda alla natura biologica della lingua in una modalità
precedente, o successiva, alla forma personale, e anche spe-
cificamente umana, dell’individuo. Di essa, mai come in que-
sto caso, si può dire – come si esprimevano i linguisti roman-
tici – che non fossero gli uomini a parlarla, ma ad esserne
parlati senza saperla padroneggiare. Ma con un segno diame-
tralmente rovesciato che richiama piuttosto la persistenza
della vita organica, al di là di quella animale, di cui parla Bi-
chat. Anche per gli internati nel lager quella lingua-vita, o
quella vita-lingua, era qualcosa di assolutamente comune a
tutti coloro che, a prescindere dalla propria diversa prove-
nienza, la parlavano e soltanto così sopravvivevano. Nella
sua integrale impersonalità, essa era vita-con – l’unica con-
vivenza ancora possibile, finché durava. Ma anche vita-con-
tro tutto ciò che da ogni lato l’assediava tentando di mandar-
Persona, uomo, cosa 81

Capitolo secondo tanza e per timore di un discredito generale, di risolvere la


questione della punizione dei colpevoli indipendentemente
Persona, uomo, cosa
da ogni procedura legale. In particolare se il ministro della
Giustizia americano aveva espresso l’auspicio che si appli-
casse ai criminali nazisti quella che in Texas si chiamava «la
legge a est di Pecos», vale a dire una sorta di linciaggio lega-
lizzato, Churchill riteneva che essi dovessero essere elimina-
ti entro sei ore dalla cattura. L’idea del suo consulente per
gli affari legali e cancelliere lord Simon – ben espressiva di
1. Non bisognò aspettare neanche la fine della guerra un atteggiamento extragiuridico per certi versi simmetrico
perché si diffondesse la percezione di un nesso assai stretto allo stato d’eccezione permanente instaurato dal nazismo –
tra l’assoluta eterogeneità del nazismo e il suo uso mortife- era che si dovessero porre letteralmente ‘fuorilegge’ coloro
ro della categoria di ‘umanità’. A differenza di tutti i regimi che si erano appunto sottratti a ogni vincolo normativo. Il
precedenti, comunque orientati all’elaborazione di un deter- precedente cui ci si rifaceva era, d’altra parte, una disposi-
minato modello di società, era la natura umana come tale zione della Gran Bretagna medioevale che autorizzava un
l’oggetto prescelto della sua presa tanatopolitica. Non per gran giurì a dichiarare ‘bandito’, e cioè appunto ‘fuorilegge’,
niente la prima urgenza che si impose – nel momento in cui qualcuno che si fosse macchiato di delitti particolarmente ef-
cominciava a profilarsi la vittoria degli alleati, e dunque la ferati, senza passare per il giudizio di un tribunale. In que-
possibilità di portare a giudizio i capi nazisti – fu quella di sto caso – esattamente come era accaduto agli ebrei nella Ger-
elaborare concettualmente, ancor prima che giuridicamente, mania nazista – egli poteva essere ucciso legalmente da chiun-
la nozione di ‘crimine contro l’umanità’. Che cosa è, preci- que lo avesse catturato. Nel xiv secolo tale diritto di dare la
samente, e quale configurazione assume, rispetto ad altri ti- morte per direttissima, prima esteso a tutti i cittadini, era
pi di reato, un crimine perpetrato contro l’intera umanità? stato ristretto al solo sceriffo del posto. Ebbene, benché pro-
La risposta a questo quesito, evidentemente preliminare a prio qualche anno prima la legge inglese avesse abrogato in
ogni altra considerazione, non era semplice perché collocata ambito penale lo status di fuorilegge, secondo Simon gli al-
ai margini, se non del tutto al di fuori, dell’ambito del dirit- leati potevano, in quelle circostanze, ritenersi equivalenti al
to. Si può dire che la difficoltà fosse duplice. Da un lato era gran giurì e i loro ufficiali in alto grado allo sceriffo nei con-
come se il concetto di umanità manifestasse una segreta re- fronti non solo dei capi nazisti, ma anche di tutti coloro che
sistenza, una sorta di incompatibilità semantica, nei confron- fossero ritenuti loro complici. In questo spirito Clement
ti del linguaggio giuridico. Dall’altro, e in maniera ancora Attlee, leader del partito laburista, avanzò la proposta di giu-
più imbarazzante, esso appariva in qualche modo coinvolto, stiziare anche un certo numero di industriali tedeschi «co-
e dunque pregiudicato, nel lessico di coloro che, pur stravol- me esempio per gli altri»1.
gendone e pervertendone fino all’abiezione il significato, lo Neanche quando simili opzioni furono accantonate a fa-
avevano per primi fatto oggetto di immediata decisione po-
litica. Forse a tale sotterranea prossimità può essere riferita 1
Su queste vicende si veda r. overy, Interrogations, New York 2001 [trad. it.
la tentazione dei vincitori, superata solo con una certa rilut- Interrogatori, Milano 2003, pp. 9-24].
82 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 83

vore della soluzione processuale le difficoltà, tecniche e con- sentito di muovere guerra a qualunque nazione in nome di
cettuali, furono superate. Al contrario, esse parvero intensi- leggi non scritte perché considerate implicite nella consue-
ficarsi quanto più ci si approssimava a quella nozione di cri- tudine e nella natura del genere umano. Sostenere, come ap-
mine contro l’umanità che costituiva evidentemente la pun- punto si fece, che alcuni delitti sono talmente fuori dal co-
ta di diamante dell’intero impianto accusatorio. Incluso in mune da non poter essere previsti prima di essere stati com-
una prima fase all’interno del più consueto crimine di guer- messi, voleva dire situare il crimine contro l’umanità in un
ra, nello Statuto del Tribunale militare internazionale fu da orizzonte sfuggente, ma anche confliggente, rispetto al di-
esso differenziato perché comprensivo di caratteristiche che ritto positivo.
sfuggivano alla sua tipologia – a partire dalla circostanza che Per evitare questa deriva extragiuridica i tribunali che ri-
poteva essere commesso anche in tempo di pace, come era corsero, dopo il processo di Norimberga, alla nozione di cri-
appunto accaduto in Germania dal ’33 al ’39. Ma l’elemen- mine contro l’umanità si appellarono alla Dichiarazione uni-
to forse più dirompente della nuova formulazione stava nel versale dei diritti dell’uomo adottata dall’Onu nel dicembre
fatto che per la prima volta poteva essere imputato un inte- del ’48. Solo in questo modo essi potevano opporre alla pre-
ro Stato per colpe commesse nei confronti dei propri citta- rogativa della sovranità statale un valore giuridico più alto
dini. Ciò voleva dire estendere anche al singolo individuo consistente nel diritto personale di ogni individuo apparte-
quella soggettività giuridica fino ad allora conferita, in dirit- nente al genere umano. E tuttavia proprio tale riferimento
to internazionale, unicamente agli organismi statali. In par- finiva per aprire l’antinomia più vistosa all’interno della nuo-
ticolare l’articolo 6 dello Statuto sganciava la competenza va dottrina. Mentre l’articolo 8 della Dichiarazione procla-
del tribunale dal diritto interno dei Paesi in cui il crimine ma, infatti, il principio di non retroattività della pena, sta-
fosse stato commesso, mentre i due successivi articoli sop- bilendo che nessuno può essere punito in funzione di una leg-
primevano le circostanze attenuanti del ruolo ufficiale degli ge promulgata dopo l’attuazione del delitto, la nozione di
accusati e dell’ubbidienza a un superiore in grado all’inter- crimine contro l’umanità, come era stata applicata a Norim-
no del proprio ordinamento. Il crimine di lesa umanità, in- berga, invertiva quest’ordine logico anteponendo il delitto
somma, sfuggiva ai vincoli spazio-temporali che avevano go- alla legge che lo sanziona. Anziché ridursi, il solco che fin
vernato fino a quel momento le procedure del diritto degli dall’inizio sembrava separare la categoria di umanità da quel-
Stati2. Ma proprio tale eccedenza determinava problemi di la di diritto minacciava in tal modo di approfondirsi. Il di-
non facile risoluzione all’interno delle consuete categorie giu- ritto individuale attribuito a ogni uomo dalla Dichiarazione
ridiche. Innanzitutto nei confronti della sovranità naziona- del ’48 non corrisponde, come un positivo a un negativo, al-
le, contro cui si profilava un diritto di ingerenza potenzial- la nozione di crimine contro l’umanità. Piuttosto che situar-
mente illimitato. Se un tribunale straniero poteva incrimi- si l’una nel rovescio dell’altra, le loro logiche divergono in
nare il governo autonomo di uno Stato sovrano per reati una maniera non componibile. Ciò che vale per il singolo uo-
commessi non soltanto nei confronti della comunità interna- mo, non vale per l’insieme degli uomini e viceversa. Comun-
zionale, ma anche dei suoi stessi cittadini, ciò avrebbe con- que li si pensi, i tre termini di individuo, diritto e umanità
non riescono a disporsi lungo un’unica linea. Ciascuno di es-
2
Cfr. y. ternon, L’Etat criminel, Paris 1995 [trad. it. Lo Stato criminale, Mi-
si sembra frapporsi alla congiunzione degli altri due. Il dirit-
lano 1997, pp. 24-34]. to non è in grado di unificare umanità e individuo. L’indivi-
84 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 85

duo non può riconoscere il proprio essere umano nel dispo- situazioni storiche determinate e dunque irriducibili a un ca-
sitivo del diritto. talogo fisso valido ovunque; il terzo, infine, di orientamen-
to realista, pur ammettendo in linea di principio la validità
normativa dei diritti umani, ne denuncia l’impraticabilità in
2. Mai come oggi la nozione di ‘diritti umani’ appare un mondo ancora sospeso tra logiche globali e potere sovra-
consegnata a una palese contraddizione. A un crescente suc- no dei singoli Stati.
cesso sul piano dell’enunciazione – attestato dal moltiplicar- La mia impressione, tuttavia, è che nessuna di queste an-
si delle convenzioni ad essi ispirate – corrisponde una sfidu- golature prospettiche penetri a fondo la questione – che tut-
cia sempre più pronunciata su quello della loro effettiva at- te restino in qualche modo alla superficie del fenomeno. Non
tuazione. Inizialmente proclamati nella Dichiarazione del che ciascuna di esse non colga un elemento effettivamente
1789, essi hanno conosciuto la fase di maggiore fortuna pro- presente. Solo che, isolandolo dal complesso del problema,
prio alla fine della seconda guerra mondiale per i motivi ap- ne perde il quadro d’insieme finendo per confondere la cau-
pena rilevati: nel momento in cui ad essere colpita è stata, sa con l’effetto. Il nucleo di senso che in questo modo resta
più che un singolo popolo, l’umanità nel suo insieme, si è giu- oscurato, o quantomeno opaco, è l’aporia intrinseca del con-
stamente ritenuto di dover rispondere appunto in suo nome cetto di diritti umani. Non la linea di tensione – su cui vie-
a qualsiasi altra minaccia presente e futura. E tuttavia pro- ne di volta in volta posto l’accento – tra ideologia e realtà,
prio la formulazione esplicita e solenne del diritto di ogni universale e particolare, prescrizione e descrizione. Ma quel-
u omo a una adeguata forma di vita ha reso ancora più evi- la che passa, scartandoli violentemente, tra i due termini del-
dente la continua violazione di tale principio. A suggello del- l’espressione – tra diritto e condizione umana. L’unica che
l’irriducibilità di tale scarto, è di pochi mesi fa l’incredibile ad essa si sia approssimata, pur senza riuscire a tematizzarla
notizia che sono entrati a far parte del Consiglio dei diritti fino in fondo, è stata a suo tempo Hannah Arendt. Nella se-
umani alcuni tra i Paesi, come il Pakistan e l’Arabia Saudi- zione delle Origini del totalitarismo intitolata Il tramonto del-
ta, che più si sono distinti in questi anni nella loro sistema- lo stato nazionale e la fine dei diritti umani, la Arendt riporta
tica devastazione. Da qui il progressivo formarsi di un atteg- quest’ultima non all’incapacità di dar seguito nella pratica a
giamento critico che si è andato articolando in tre filoni ar- quanto proclamato nella teoria – alla debolezza di una legge
gomentativi distinti ma non incompatibili3: per il primo, di non sostenuta da una forza adeguata – ma a qualcosa di più
ascendenza marxista, i diritti dell’uomo non sono altro che profondo, a un dispositivo immanente nella stessa forma giu-
la copertura ideologica dell’imperialismo politico ed econo- ridica. Non è che questa non riesca a proteggere l’uomo pri-
mico delle grandi potenze a danno dei regimi non allineati ai vo di qualifiche ulteriori al suo mero essere umano per mo-
loro interessi; il secondo, di ispirazione storicista, contesta tivi contestuali o esteriori, ma perché il suo medesimo fun-
il carattere universale di rivendicazioni in continua mutazio- zionamento non lo prevede – meglio, lo impedisce. Allo
ne, e spesso in contraddizione reciproca, legate a contesti e stesso modo l’uomo, inteso nel senso più nudo dell’espres-
sione, resta escluso dai suoi benefici, privo di diritto – non
benché, ma perché, tale:
3
Tra i tanti interventi sui diritti umani segnalo, per la sua nettezza, quello di
s. ÏiÏek, Against Humans Rights, in «New Left Review», 2005 [trad. it. Contro i La concezione dei diritti umani è naufragata nel momento
diritti umani, Milano 2005]. in cui sono comparsi individui che avevano perso tutte le altre
86 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 87

qualità e relazioni specifiche, tranne la loro qualità umana […]. ti esclusi perché categorialmente non caratterizzati, è quel-
Se un individuo perde il suo status politico, dovrebbe trovar- la, negativa, di infrangere la legge. Non di adeguarvisi – dal
si, stando alle implicazioni degli innati e inalienabili diritti uma- momento che essa non può accoglierli positivamente al suo
ni, nella situazione contemplata dalle dichiarazioni che li pro-
clamano. Avviene esattamente l’opposto: un uomo che non è interno – ma di trasgredirla. Solo in questo modo, assumen-
altro che un uomo sembra aver perso le qualità che spingeva- do volontariamente lo statuto di reo, perdendo una innocen-
no gli altri a trattarlo come un proprio simile4. za insostenibile perché non riconosciuta dall’ordine giuridi-
co, l’uomo senza altre prerogative può tornare a godere quan-
Alla base di tale antinomia – per la quale i diritti umani tomeno dei diritti concessi anche ai colpevoli: «Come
implodono precisamente quando avrebbero dovuto farsi va- delinquente l’apolide non sarà trattato peggio di un altro de-
lere – la Arendt rileva un’anomalia relativa alla procedura linquente, cioè sarà trattato alla stregua di qualsiasi altra per-
giuridica come tale. Al suo centro vi è il meccanismo strut- sona. Solo come violatore della legge egli può ottenere pro-
turalmente escludente – includente per esclusione – del di- tezione da essa»6. Almeno fino a quando durerà il processo
ritto. Pur ricollegandone l’emergenza più vistosa a una pre- e si prolungherà la pena, egli potrà uscire dalla zona di indi-
cisa situazione storica, definita dalla riconversione nazio- stinzione giuridica in cui la sua condizione di non-più-che-
nalistica degli Stati europei e dalla conseguente messa in uomo lo ha collocato, per ridiventare un cittadino come gli
circuito di masse sempre più vaste di apolidi, la Arendt rico- altri, sia pure condannato per una colpa in qualche modo im-
nosce una invariante costitutiva della struttura normativa postagli dallo stesso diritto che la sanziona.
nella definizione presupposta di un limite tra ciò che è inter-
no e ciò che è esterno al proprio ambito di intervento. Dal
punto di vista giuridico il ‘dentro’, la misura dell’inclusione, 3. Il lemma concettuale volto a riempire la frattura aper-
si determina soltanto nel contrasto con ciò che sta fuori, che ta, fin dalla Dichiarazione del 1789, tra le due polarità del-
non è compreso nei suoi parametri. Ora, contro tutte le re- l’uomo e del cittadino è quello di ‘persona’. Se si confronta
toriche, passate e future, sull’umanità del diritto, ciò che que- a quel testo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
sto esclude dai propri confini è proprio l’uomo in quanto ta- del 1948 la differenza salta agli occhi: il nuovo epicentro se-
le, ciò che la Arendt definisce la «nudità astratta dell’essere mantico, rispetto all’enfasi rivoluzionaria sulla cittadinanza,
uomini e nient’altro che uomini»5. Pur senza analizzare a è costituito dalla rivendicazione incondizionata della dignità
fondo il congegno logico-operativo di tale dispositivo, l’au- e del valore della persona umana. Il motivo di questa sosti-
trice ne coglie tutta la portata aporetica: il diritto ammette tuzione non va cercato soltanto nella necessità di sottrarre i
al suo interno soltanto coloro che rientrano in una qualsiasi diritti dell’uomo ai limiti necessariamente ristretti della na-
categoria – cittadini, sudditi, perfino schiavi, in quanto co- zione, ma anche nella singolare capacità del termine ‘perso-
munque facenti parti di una comunità politica. Per questo na’ di riassumere in un unico referente elementi ed echi de-
l’unica via per rientrarvi, da parte di coloro che ne sono sta- rivati contemporaneamente dalla cultura illuminista e dal lin-
guaggio teologico. È difficile rintracciare, infatti, nel corpus
4
h. arendt, The Origins of Totalitarianism (1951), New York 1966 [trad. it.
Le origini del totalitarismo, Milano 1996, pp. 415-16].
5 6
Ibid., p. 412. Ibid., p. 397.
88 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 89

della tradizione occidentale, un concetto altrettanto caratte- temporale della prima sulla seconda, aveva scompaginato l’i-
rizzato da questa doppia tonalità, laica e religiosa a un tem- dea di persona responsabile dei propri atti e perciò centro di
po. Persona è la categoria che fin dall’origine del lessico cri- imputazione giuridica di obblighi e diritti. Successivamente
stiano connota la Trinità divina, ma anche il soggetto di di- il trasferimento di tale cesura biologica dal corpo dell’indi-
ritto in quanto portatore di volontà razionale. L’alveo di viduo a quello della umanità aveva spinto il processo di de-
transito, o il punto di tangenza, da un piano all’altro è la con- personalizzazione a un punto di non ritorno. Risucchiato nel-
cezione del diritto naturale, fino a un certo punto – coinci- la sua semplice falda corporea, quel nucleo biospirituale che
dente sostanzialmente con la neo-scolastica spagnola – anco- la tradizione moderna aveva chiamato persona era adesso pri-
ra subordinato a un orizzonte soprannaturale e poi, quanto- vato di tutti i suoi attributi a favore di entità collettive – di
meno a partire da Hobbes, interamente ricondotto all’ambito carattere nazionale, etnico o razziale – predeterminate nel
terreno. Ora, a spiegare il successo plurisecolare del termine loro destino da insolubili vincoli di sangue. Nessuno spazio
‘persona’, più che l’autonomia finalmente conquistata nei di autonomia restava al soggetto personale, come attore di
confronti dell’ipoteca cristiana, è, al contrario, proprio la scelte individuali e tanto meno alla sua libera relazione con
permanenza, pur all’interno della secolarizzazione moderna, altre persone, trasformata adesso in lotta a morte per la so-
di una risonanza da quella proveniente. Anche interpretata pravvivenza. Già nei primi decenni del secolo scorso alcune
in senso laico, insomma, l’idea di persona non è mai intera- tra le più influenti scienze dell’uomo come sociologia, antro-
mente riducibile al sostrato biologico del soggetto che desi- pologia e linguistica avevano trovato un micidiale punto d’in-
gna, ma trova, invece, il suo più pregnante significato preci- tersezione con la zoologia in una ridefinizione operativa del-
samente in una sorta di eccedenza, di carattere spirituale o la natura umana direttamente sovrapposta, o sottoposta, a
morale, che ne fa qualcosa di più di esso, senza coincidere quella animale: piuttosto che origine ancestrale del genere
del tutto neanche con l’individuo autosufficiente della tra- umano, l’animale finiva per divenire il limite interno e il pa-
dizione liberale. Essa è, piuttosto, il luogo più intenso della rametro di misura del grado di umanità – o di disumanità –
loro combinazione – la relazione indissolubile tra corpo e ani- arbitrariamente attribuito a tipologie antropiche divise e con-
ma in un’unica entità aperta al rapporto con le altre persone. trapposte in base alla loro presunta qualità razziale.
Proprio questo elemento di ulteriorità – rispetto al nudo Era del tutto naturale, nel momento stesso in cui comin-
dato corporeo – era stato oggetto prima della decostruzione ciava a delinearsi la sconfitta del nazismo, che al centro del-
e poi di una vera e propria distruzione da parte di quella fi- la ricostruzione filosofica, etica, giuridica della cultura de-
liera biopolitica che abbiamo ricostruito nei suoi presuppo- mocratica rientrasse proprio quel concetto di persona già in-
sti, nel suo sviluppo e infine nel suo rovesciamento mortife- taccato dalla biopolitica ottocentesca e poi definitivamente
ro attuato rovinosamente dal nazismo. Ciò che era stato pro- sventrato dalla tanatopolitica nazista. Se questa aveva sot-
gressivamente incrinato – fino a spezzarsi del tutto – era tratto all’uomo ogni capacità di trascendere la propria mate-
appunto quell’unità trascendentale di volontà e ragione cui ria corporea, identificandolo immediatamente con essa, la
la filosofia politica moderna aveva affidato un’opzione con- prima cosa da fare parve quella di riconsegnargli il suo pote-
sapevole sul modello prescelto di convivenza associata. Già re decisionale. Farlo di nuovo titolare di volontà razionale
la separazione, inizialmente fissata da Bichat, tra i due tipi in relazione a se stesso e ai suoi simili – padrone del proprio
di vita, organica e animale, con la prevalenza quantitativa e destino all’interno di un quadro di valori condivisi. Era ap-
90 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 91

punto quanto prometteva il concetto, ritornato prepotente- verso quelle (anche se egli deve a se stesso di dar loro ciò che
mente alla ribalta, di persona, con tutta la gamma di signifi- è richiesto dalla loro natura)»8.
cazioni di cui si era caricato in contesti culturali diversi. Que-
sta esigenza rigenerativa fu più forte anche della differenza
di principio tra visione laica e visione cristiana, nel senso che 4. È sufficiente questo richiamo alla persona a riattiva-
in entrambi i casi ciò che contava era ristabilire la responsa- re la dinamica inceppata dei diritti dell’uomo? A fare del-
bilità dell’uomo – davanti a Dio, a se stesso e agli altri. Non l’uomo il soggetto naturale del diritto e del diritto l’attribu-
a caso la prima, e forse più influente, definizione del concet- to irrevocabile dell’uomo? Basta un rapido colpo d’occhio al
to, dovuta a Jacques Maritain – partecipe, con un ruolo di quadrante contemporaneo per accorgersi che così non è. Se
primo piano, della elaborazione della Dichiarazione del ’48 si prendono in considerazione i sessanta anni che ci separa-
– è centrata su questa esigenza di autodominio: no dalla Dichiarazione del ’48, non si può certo sostenere
che i diritti fondamentali siano estesi a tutti gli esseri uma-
La persona umana ha dei diritti per il fatto stesso che è per-
sona: un tutto signore di se stesso e dei suoi atti; e che per con- ni – o anche soltanto che si sia ridotto sensibilmente il nu-
seguenza non è soltanto un mezzo, ma un fine, un fine che de- mero di coloro cui non è assicurata la soddisfazione dei bi-
ve essere trattato come tale. La dignità della persona umana: sogni vitali. Nonostante la montante retorica dell’impegno
questa espressione non vuol dire nulla se non significa che, per umanitario, la vita umana resta ampiamente al di fuori del-
legge naturale, la persona umana ha il diritto di essere rispet- la tutela del diritto. Al punto che si potrebbe agevolmente
tata, è soggetto di diritto e possiede dei diritti7. sostenere che, pur in un quadro di crescente giuridificazio-
La definizione di Maritain va assunta in tutta la sua pre- ne della società, nessun diritto sia disatteso quanto quello al-
gnanza programmatica. La connessione intrinseca tra perso- la vita per milioni di uomini, di fatto condannati a morte cer-
na e diritti dell’uomo sta precisamente nell’autodetermina- ta per fame, malattia, guerra. Come può determinarsi simi-
zione che l’uomo – ogni uomo, a prescindere dalla sua con- le esito in una situazione in cui l’essere umano è pensato nel
modo della persona? La tesi sostenuta nel presente saggio è
dizione razziale, sociale, sessuale – può, e deve, esercitare
che ciò avvenga, non nonostante, ma in ragione di tale lessi-
verso se stesso. Tale rivendicazione non contrasta – se tenu-
co concettuale. Che sia proprio il dispositivo della persona –
ta entro confini razionali – con il diritto che, nella concezio-
destinato, nell’intenzione degli estensori della Dichiarazio-
ne cristiana condivisa dall’autore, Dio ha sull’uomo, ma, al
ne sui diritti umani, a riempire la frattura tra uomo e citta-
contrario, ne discende, dal momento che proprio dalla sovra-
dino lasciata aperta da quella dell’89 – a produrre uno scar-
nità divina l’uomo ha ricevuto il diritto sovrano su se stesso to altrettanto profondo tra diritto e vita. Lo stesso paradig-
e su tutto ciò che gli appartiene. È perciò che, pensata nel ma che si presenta come il tramite della loro ricongiunzione
lessico della persona, «la nozione di diritto è anche più epocale funziona, insomma, da schermo di separazione, da
profonda di quella di obbligazione morale, perché Dio ha un diaframma differenziale, tra due elementi che non riescono
diritto sovrano sulle creature e non ha obbligazioni morali a incontrarsi che nella forma della loro separazione. Perché

7
j. maritain, Les droits de l’homme et la loi naturelle, New York 1942 [trad.
8
it. I diritti dell’uomo e la legge naturale, Milano 1991, p. 60]. Ibid.
92 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 93

tale effetto possa intendersi nelle sue motivazioni di fondo, ne di un ruolo, la configurazione di un tipo, che, poco alla
bisogna portare a consapevolezza la circostanza che siamo in volta, la maschera si stampa sul volto di chi la indossa fino a
presenza non di una novità lessicale, bensì di un costrutto corrispondergli senza residui. Come osserva Adriano Prospe-
formale di lungo, e anzi lunghissimo, periodo, che di volta ri in una magistrale rivisitazione di tale vicenda11, un ulte-
in volta ha assunto una configurazione diversa in relazione riore momento di integrazione tra rappresentazione e realtà
al contesto in cui si è esercitato. Da questa prospettiva più può essere rintracciato nella maschera funebre di cera, mo-
profonda la stessa logica della cittadinanza, con la esclusio- dellata sul viso del defunto e perciò del tutto corrisponden-
ne che istituisce rispetto a coloro che ne sono privi, può es- te ai suoi tratti fisionomici. Nulla più di essa restituisce il
sere considerata una articolazione interna di quell’antico ed senso di assoluta adesione tra persona finta e persona reale,
efficacissimo meccanismo di sdoppiamento, o di raddoppia- anche se morta. La maschera funebre non è più ciò che na-
mento, che trova nell’idea di persona la sua primaria espres- sconde, o altera, ma, al contrario, ciò che rivela, nella sua
sione. espressione definitiva, il vero volto di colui che ricopre. Al
Per coglierne i tratti caratterizzanti è necessario risalire cospetto della morte, insomma, non è più l’uomo a masche-
alla fonte stessa del concetto, essa stessa sdoppiata tra una rarsi, ma la maschera a incarnarsi nel corpo umano al punto
matrice teologica e un’altra giuridica9. Anziché tentare di in- da costituirne la manifestazione più autentica.
dividuarne l’ordine di precedenza, o il grado di rilevanza, bi- Tuttavia appunto questo rituale, che traduce nella litur-
sogna puntare lo sguardo sull’effetto che, nel corso del tem- gia cristiana l’antica usanza, attestata da Svetonio, di indos-
po, l’una produce nei confronti dell’altra. Già Siegmund sare la maschera di un antenato in occasioni solenni, lascia
S c hlossmann, nel suo classico saggio su Persona und pr’swpon intravedere lo scarto che, proprio mentre unisce persona e
im Recht und im christlichen Dogma10, riporta proprio a que- corpo, nello stesso tempo li separa. Più che rappresentare
sta provenienza incrociata, cristiana e romana a un tempo, l’essere umano nella sua dimensione corporea, infatti, la ma-
il carattere strutturalmente antinomico dell’idea di persona. schera funebre ha il ruolo di raffigurarne soprattutto la di-
Essa rimanda insieme alla maschera e al volto, alla immagi- mensione spirituale, o la qualità morale, in una prospettiva
ne e alla sostanza, alla finzione e alla realtà. Non solo, ma si di vita ultraterrena. Questo passaggio, di evidente impron-
costituisce precisamente nel punto di passaggio, e di scarto, ta teologica, trova un preciso punto di tangenza con la di-
tra la prima e la seconda. Intesa originariamente come veste stinzione aristotelica tra le tre anime, vegetale, animale e ra-
scenica, come travestimento teatrale, la persona comincia a zionale, all’ultima delle quali solamente è riferita l’idea di
indicare anche l’individuo che ne è portatore. Il segmento persona. Sia che prevalga l’influsso cristiano sia che, invece,
intermedio, tra i due significati, è costituito dalla figura del assuma maggior rilievo quello aristotelico, la persona, o per-
personaggio recitato dall’attore: è attraverso l’interpretazio- sonalità, pur aderendo all’uomo come la maschera al volto
del defunto, resta in ogni caso riservata alla sua parte spiri-
9
tuale, e dunque separata, quando non anche contrapposta, a
Come aveva già fatto M. Mauss in Une catégorie de l’esprit humain: la notion
de persone, celle de ‘moi’, in «Journal of the Royal Anthropological Institute»,
quella corporea. La stessa dottrina trinitaria, che sovrappo-
LXVIII (1938) [trad. it. Una categoria dello spirito umano: la nozione di persona,
quella di ‘io’, in Teoria generale della magia, Torino 2000, pp. 351-80].
10 11
s. schlossmann, Persona und pr’swpon im Recht und im christlichen Dog- a. prosperi, Dare l’anima. Storia di un infanticidio, Torino 2005, in partico-
ma, Kiel 1906. lare pp. 285-99.
94 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 95

ne tre persone nell’unico Dio, riflette, e insieme potenzia, mente da ciò che li divide. O, se si preferisce, sono divisi dal-
questa crescente spiritualizzazione del concetto: proiettato la forma che li collega in un unico destino. È appunto a que-
sulla figura divina, l’attributo della persona ritornava all’uo- sta complessa dialettica di unità e separazione, di inclusione
mo segnato di una tonalità metafisica che lo allontanava sem- e di esclusione, che va ricondotta l’essenza stessa dell’idea
pre più dal suo sostrato biologico12. Così la tradizione cristia- di persona. Essa è la categoria più generale all’interno della
na poteva ricongiungersi a quella neoplatonica che voleva quale si dispongono tutte le altre mediante un gioco di bifor-
l’anima prigioniera del corpo – allo stesso modo in cui la per- cazioni consecutive che dal genere porta alle specie, senza
sona, impiantata nella materia vivente dell’individuo, spor- però mai fermarsi all’uomo particolare. Così dalla summa di-
geva da essa in maniera irriducibile. Tornava, da questa pro- visio de iure personarum, secondo la quale gli uomini si distin-
spettiva, la medesima distanza che originariamente separava guono inizialmente in schiavi e liberi, germoglia quella, suc-
la maschera dal volto – non, in questo caso, come differen- cessiva, tra ingenui, cioè liberi per nascita, e liberti, vale a di-
za tra finzione e realtà, bensì come distinzione, all’interno re affrancati dai loro padroni. Dove ciò che rileva è il fatto
dell’essere umano, tra una dimensione individuale di carat- che, attraverso il filtro formale della persona, il diritto resta
tere morale-razionale e un’altra, impersonale, di natura ani- sempre lontano dall’esistenza concreta e dalla densità corpo-
male. Già la definizione di Boezio della persona come «na- rea del singolo uomo, per concentrarsi nell’elaborazione di
turae rationalis individua substantia» (De persona et duabus categorie astratte: servi, filii in potestate, uxores in matrimo-
naturis, 3) fissa questa accezione nettamente decorporeizza- n i o, mulieres in manu, liberi in mancipio, ma anche a d d i c t i,
ta del concetto. Sia la tradizione cartesiana – con la distin- nexi, auctorati, sono tutte classi di esseri umani alieni iuris –
zione presupposta tra res cogitans e res extensa – sia quella vale a dire sottoposti in forme diverse a una padronanza
lockeana, che assegna all’identità personale un carattere non esterna che li rende oggetti, non soggetti, di diritto – defi-
più sostanziale ma funzionale, si inscrivono all’interno di niti precisamente dal loro status che, secondo i casi, li espo-
questa scissione: in entrambi i casi persona qualifica ciò che, ne legittimamente ad essere uccisi, venduti, usati o anche li-
nell’uomo, è altro e oltre rispetto al suo corpo. Tutt’altro che berati dal pater familias, unico tipo di vivente sui iuris.
identificare nella sua integrità l’essere vivente in cui pure Fin dalla sua genesi, insomma, il ruolo specifico del dirit-
s’inscrive, essa corrisponde piuttosto alla differenza irridu- to si riconosce nell’articolazione di cesure categoriali all’in-
cibile che lo separa da se stesso. terno di una continuità scandita e modulata secondo soglie
successive di inclusione ed esclusione. Ma ciò su cui si eser-
cita con inarrivabile potenza creativa la giurisprudenza ro-
5. La tradizione giuridica romana non soltanto non col- mana, più che la definizione di statuti differenti, è l’oscilla-
ma questo scarto, ma lo trasferisce dall’ambito singolare del- zione semantica costituita ai loro bordi, con effetti a volte
l’individuo alla trama complessiva dei rapporti tra gli uomi- dirompenti sulle stesse norme che ne regolano il rapporto. Il
ni. Questi sono uniti – nella generalità del diritto – esatta- caso più noto di questa zona di indistinzione, o di sovrappo-
sizione, statutaria è di certo quello dello schiavo, eternamen-
te sospeso tra la condizione di persona e quella di cosa, cosa
12
Cfr. in merito il saggio h. rheinfelder, Das Wort Persona. Geschichte seiner con un ruolo di persona e persona ridotta allo stato di cosa,
Bedeutung mit besonderer Berücksichtigung des Französischen und Italienischen Mittel-
alters, Halle 1928, pp. 180 sgg. a seconda che si guardi ai compiti effettivi che assolve nella
96 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 97

società romana oppure alla sua classificazione strettamente ni dell’adsertor libertatis, non corrisponde una contravindica-
giuridica. Egli è letteralmente la non-persona all’interno del- tio da parte del padrone. Nella seconda, per testamento, la
la più generale categoria di persona, la cosa vivente o la vita liberazione avviene solo alla morte di quest’ultimo, con la
murata nella cosa. Assimilato, nell’utilizzo o nel trattamen- conseguente estinzione degli obblighi patronali che negli al-
to, alle altre proprietà o agli animali posseduti – paragonato tri casi continuano a vincolare il liberto. Nella terza, infine,
a uno strumento parlante a differenza di quelli muti, e dun- la manumissio consiste nella iscrizione, sempre da parte del
que in piena balia di colui cui appartiene nei suoi atti e nel dominus, dello schiavo nelle liste del censo, e dunque nella
suo corpo – egli può, in alcuni casi, rappresentare legalmen- sua ascrizione al novero dei cittadini liberi. Ma ciò che ca-
te il dominus assente o addirittura amministrare un peculium. ratterizza, in tutte le forme, la procedura di manomissione
Allo stesso modo, destituito di ogni personalità giuridica, è sempre la sua incompiutezza – vale a dire la distanza resi-
può, tuttavia, essere sottoposto a pena, purché particolar- dua, graduata secondo precise misure, rispetto alla condizio-
mente crudele e infamante o anche, sotto tortura, testimo- ne di libertà effettiva. La liberazione – una volta avviata –
niare davanti a un giudice. Chi dovesse ucciderlo – al di fuo- poteva essere condizionata a un evento successivo, in assen-
ri del padrone, sempre legittimato a farlo – è, a seconda del- za del quale restava sospesa in attesa della sua effettuazione:
la volontà di quest’ultimo, condannato per omicidio, come fino ad allora lo schiavo, ancora tale, ma prossimo alla libertà,
accade quando si procura la morte di una persona, o tenuto era definito statuliber. Per non dire altro, la Lex Iunia Nor-
al risarcimento pecuniario al proprietario, come se gli aves- bana (19 d.C.), volta a regolare l’intera materia, distingue-
se sottratto qualsiasi altro bene materiale. va tra l’autonomia così acquisita e la cittadinanza, conferita
Ma il luogo più caratteristico, perché codificato da un soltanto a pochi, rispetto a tutti gli altri, assimilati invece ai
rigoroso rituale, spesso di tipo performativo – «hunc ego latini delle colonie. I quali avevano sì il permesso di commer-
hominem ex iure Quiritium meum esse aio», recita la formu- ciare, ma non di fare testamento, talché fu giustamente det-
la della vindicatio in servitutem trasmessaci da Gaio (4.16), – to che vivevano da liberi, ma tornavano schiavi al momento
di questa ambivalenza sta nel passaggio da uno stato all’al- della morte. L’istituto espressamente volto alla depersona-
tro, dalla schiavitù alla libertà e viceversa. Dove ciò che im- lizzazione era del resto codificato con il nome di diminutio
porta non è solo l’effetto di personalizzazione, o di sperso- capitis, a sua volta distinta, secondo i suoi effetti più o me-
nalizzazione, che ne risulta, ma gli infiniti stadi intermedi no reificanti, in minima, media e maxima. In questo modo la
che scandiscono il transito, mai definitivamente compiuto e libertà – sempre nella disponibilità del padrone – era limita-
sempre reversibile, tra la persona e la cosa. La figura più in- ta nella forma, nell’estensione e nel tempo, a testimonianza
tensamente espressiva di questa straordinaria capacità inven- del fatto che essa era intesa non come una condizione origi-
tiva dell’esperienza giuridica romana è forse quella della ma- naria, bensì derivata, cui l’uomo poteva accedere, tempora-
numissio, cioè dell’affrancamento dello schiavo. Essa, sem- neamente e occasionalmente, attraverso un processo artifi-
pre dipendente dalla volontà sovrana del proprietario, si ciale di personificazione. Essa, in definitiva, non era che il
distingue nelle tre forme della manumissio vindicta, della m a- ‘resto’, il residuo, la sporgenza sottile e fragile, dell’orizzon-
numissio testamento e della manumissio censu. Nella prima l’e- te naturale della schiavitù. Nessun essere umano era perso-
mancipazione scaturisce dalla circostanza che alla vindicatio na per natura – in quanto tale. Non certo lo schiavo, ma
in libertatem di colui che, d’accordo col dominus, veste i pan- neanche il libero, che prima di divenire pater, cioè soggetto
98 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 99

di diritto, era comunque dovuto passare per lo stato di filius nella sfera potestativa del nuovo p a t e r, ma soltanto perché
in potestate – a riprova del fatto che, nel dispositivo mobile restava in quella del padre naturale. Questa si estingueva nel-
della persona, l’uomo, pervenuto alla vita dall’universo del- la figura della emancipazione solamente dopo tre vendite
la cosa, in esso poteva sempre essere di nuovo precipitato. consecutive secondo la formula «Si pater ter filium duuit, fi-
Sulla condizione del figlio nella famiglia romana la lette- lius a patre liber esto». Solo allora, dopo essere stato per tre
ratura si è soffermata a lungo con esiti interpretativi non sem- volte venduto come una cosa, il filius tornava provvisoria-
pre omogenei. In particolare a una tendenza, rappresentata mente persona – prima di entrare nello stato, esso stesso de-
soprattutto da Pietro Bonfante13, che ha teso a omologarla a personalizzante, dell’a d o p t i o. Dove quello che va rilevato
quella degli schiavi, se ne è contrapposta un’altra, portata a non è soltanto la circostanza che ogni ‘passaggio’ verso la
differenziare maggiormente il potere paterno sui figli da quel- persona profila una nuova, e sempre diversa, forma di sper-
lo esercitato sulle altre persone in mancipio. Proprio tale di- sonalizzazione, ma anche il carattere pressoché inestinguibi-
stinzione, tuttavia, rivolta a relativizzare l’assolutezza della le della sovranità paterna – superiore, nella sua origine di
patria potestas, finisce per metterne in luce la particolare pre- sangue, anche al diritto di proprietà del compratore: a ripro-
gnanza in ordine all’intero sistema giuridico romano. Essa è va del fatto che la sottomissione biopolitica al genitore è più
stata giustamente accostata alla categoria di sovranità non piena e durevole di quella di qualsiasi altro oggetto possedu-
soltanto per l’intensità delle sue prerogative – a partire dal- to per acquisizione successiva. Se lo schiavo è in tutto equi-
lo jus vitae ac necis – ma anche, e forse soprattutto, per la sua valente alla cosa, il figlio, cioè ogni cittadino romano, oscil-
durata e sostanziale intrasmissibilità. È questo l’elemento la tra una condizione personale di uomo libero e una, deper-
che più incide sul regime personale del filius – e cioè sul pro- sonalizzata, ancora più degradata della cosa.
cesso della sua ininterrotta depersonalizzazione. Come sem-
pre avviene nel diritto romano, questa non perviene mai a
un esito definitivo, ma è funzione mobile del rapporto, sem- 6. La separazione funzionale tra diritto e uomo che ca-
pre mutevole, tra norma generale ed eccezione. Così il pote- ratterizza il dispositivo romano della persona si riproduce,
re del padre di dare la morte, ridotto nel periodo classico ri- con una serie di variazioni, lungo l’intero corso della conce-
spetto all’asprezza della fase arcaica, era interdetto rispetto zione giuridica moderna, penetrando profondamente dentro
ai figli maschi inferiori ai tre anni e alla primogenita. A me- il nostro tempo. Naturalmente si può insistere, come molti
no che – ecco l’eccezione che ripiega su se stessa la norma – storici fanno, sugli indubbi tratti di discontinuità che taglia-
non si tratti di bambini deformi o di figlia adultera. Ma anche no in segmenti distinti questa traiettoria, a partire dalla mar-
i figli che non potevano essere direttamente uccisi, poteva- ca di confine che, secondo una formulazione canonica, sepa-
no essere esposti, cioè abbandonati, o venduti. Anche in que- ra il diritto degli ‘antichi’ da quello dei ‘moderni’. Ma a pat-
sto caso il figlio – per quanto precipitato in una condizione to di non perdere di vista la griglia concettuale sottostante
del tutto assimilabile a quella dello schiavo – non rientrava che collega in maniera profonda formulazioni lessicali appa-
rentemente assai diverse. I giuristi di antico regime ebbero
sempre il senso acuto di questa continuità – quasi avvertis-
13
Cfr. p. bonfante, Il ‘ius vendendi’ del ‘paterfamilias’ e la legge 2, Codice 4, sero l’impossibilità di porsi fuori da quella straordinaria, e
43, di Costantino (1906), in Scritti giuridici varii, Torino 1926, I, pp. 64 sgg.; id.,
Corso di diritto romano. Della famiglia, Pavia 1908, pp. 5 sgg. e 66 sgg. terribile, macchina di disciplinamento sociale che è stato, nel
100 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 101

suo complesso, il diritto romano; di sottrarsi alla potenza opacità teoretica, nella scolastica medioevale, trova il pro-
astraente e separante, ma insieme e proprio per questo co- prio alveo più consistente nella scuola giusnaturalistica, per
stitutiva, del suo formalismo14. Certamente a nessuno di lo- poi confluire, con ulteriori slittamenti lessicali, nella Pandet-
ro dovette sfuggire la distinzione fondativa tra uomo come tistica tedesca sette e ottocentesca. La trasformazione più
entità naturale e persona come categoria artificiale – creata, evidente riguarda il passaggio da una concezione oggettivi-
cioè, dal diritto – intorno alla quale tutto un mondo com- stica, tipica della impostazione romana, a una soggettivisti-
plesso di rapporti e di differenze, di poteri e di dipendenze, ca del diritto. In questo caso l’individuo, più che inserito in
si andava articolando. Riccardo Orestano ha ricostruito que- una trama oggettiva di relazioni giuridiche, viene sempre di
sto nodo concettuale che lega, nella distanza categoriale e se- più inteso come un soggetto cui ineriscono naturalmente de-
mantica, antichi e moderni in un unico orizzonte di senso15. terminate prerogative. Mentre nel linguaggio latino, e anco-
Se già a metà Cinquecento Hugues Doneau (D o n e l l u s, 1517- ra in quello medioevale, fino almeno a Cartesio, il termine
1591) rileva che «servus homo est, non persona; homo na- subjectum indicava in realtà l’oggetto di una regolazione ad
turae, persona iuris civilis vocabulum», Hermann Woehl esso esterna – l’assoggettamento a un complesso di regole e
(V u l t e i u s,1565-1634) limiterà l’attributo di persona all’«ho- norme oggettive – prima Hobbes e poi Leibniz capovolgono
mo habens caput civile, quod positum est in tribus, in liber- questo significato risalente, facendone il soggetto di una at-
tate, in civitate, in familia». Arnold Vinnen (Vinnius, 1588- tività senziente e operante. A questo punto la distanza tra
1657) porterà, infine, a compiuta sistemazione la distinzio- persona e uomo viene a ridursi fin quasi a scomparire. Nel
ne, argomentando che «homo dicitur cuicumque contingit momento in cui ogni uomo, al di là di qualsiasi differenza di
in corpore humano mens humana», mentre «persona est ho- status o qualifica sociale, è considerato portatore di volontà
mo statu quodam veluti indutus». Non solo l’homo – voca- razionale, diventa per lo stesso motivo anche titolare di per-
bolo che il latino riserva di preferenza allo schiavo – non è sonalità giuridica. In questo modo, il diritto, anziché essere
persona, ma persona è esattamente il terminus technicus che sovraordinato al soggetto, ne diviene l’attributo fondamen-
separa la capacità giuridica dalla naturalità dell’essere umano. tale, inteso come il potere che ciascuno ha su se stesso e sul-
Vero è che a questa tradizione, caratterizzata da grande le cose che gli appartengono. Da questo punto di vista, la dif-
rigore sistematico, comincia, a un certo punto, se non a con- ferenza romana tra uomo e persona non ha più ragione di
trapporsi, quantomeno ad affiancarsi, un’altra linea inter- sussistere. Allorché la rivoluzione francese sancirà l’ugua-
pretativa, dottrinariamente più incerta, che tende, al contra- glianza di tutti gli uomini, potrà finalmente aprirsi sul piano
rio, a unificare ciò che nella prima era rigidamente separato. epocale quella stagione dei diritti umani che trova oggi la sua
Essa, nata nella tarda cristianità, e sviluppata, con qualche definitiva consacrazione.
Chi ritenesse, tuttavia, risolto l’arcano – cioè il doppio
fondo originariamente contenuto nel termine persona, insie-
14
Per una genealogia rigorosa e innovativa della tradizione giuridica romana me volto e maschera, intero e parte, attore e ruolo – sareb-
si veda adesso il libro a. schiavone, Ius. L’invenzione del diritto in Occidente, To-
rino 2005, con particolare riguardo alle pp. 155-264. Circa la problematicità del
be fuori strada. Proprio nel momento in cui la persona ces-
concetto di ‘diritti soggettivi’ nel diritto romano, cfr. anche e. stolfi, I ‘diritti’ a sa di essere una categoria generale all’interno della quale si
Roma, in «Filosofia politica», 3 (2005), pp. 383-98.
15
Cfr. r. orestano, Il ‘problema delle persone giuridiche’ in diritto romano, To-
può transitare, entrandovi e uscendone, come accadeva a Ro-
rino 1968, pp. 12 sgg. ma, per divenire un predicato implicito in ogni uomo, essa
102 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 103

si rivela diversa e sovrapposta al sostrato naturale su cui si scono doveri e diritti al medesimo uomo»17. Ancora una vol-
impianta. E ciò tanto più nella misura in cui si identifica con ta, e sempre più chiaramente, il dispositivo della persona si
la parte razionale-volontaria, o morale – vale a dire fornita configura come lo schermo artificiale che separa l’uomo dai
di valore universale – dell’individuo. Proprio in questo mo- propri diritti – che certifica l’impossibilità di qualcosa come
do, infatti, si reinstaura, all’interno di ogni essere umano, i ‘diritti umani’.
quello sdoppiamento, o raddoppiamento, che prima lo sepa-
rava, come semplice homo, dalla categoria generale16. Si può
dire che i conclamati diritti della personalità abbiano come 7. Si è già visto come la categoria giuridica di persona
oggetto il proprio stesso soggetto – che dunque siano l’espres- presenti più di un punto di tangenza con quella, politica, di
sione più antinomica di quel congegno logico che consegna sovranità. Ma l’autore in cui i due termini si annodano in un
al soggetto la proprietà, e dunque l’oggettivazione, di se stes- viluppo concettuale talmente stretto da fare dell’uno l’effet-
so. Ma appunto in questa maniera si reintroduce, potenzia- to dell’altro è sicuramente Hobbes. È la nozione di persona
to, il dualismo che si intendeva superare. È come se, tutt’al- a introdurre, e definire, quella di Stato sovrano: «Questo è
tro che scomparire, la scissione, dall’esterno, penetrasse al- più del consenso o della concordia; è un’unità reale di tutti
l’interno dell’uomo, dividendolo in due zone, in un corpo loro in una sola e medesima persona»18. Che nel capitolo xvi
biologico e in un centro di imputazione giuridica, la prima del Leviatano, intitolato appunto Delle persone, degli autori e
sottoposta al controllo discrezionale della seconda. Anche in delle cose impersonate, da cui è tratta la citazione, egli parta
questo caso, insomma, e forse anche più di prima, la perso- dalla terminologia greca, e soprattutto latina, è un’ulteriore
na non coincide con l’uomo nella integralità del suo essere. riprova della lunga durata della tradizione giuridica classica.
E anzi si sovrappone – ma anche giustappone – ad esso co- Ma dà anche la misura del netto mutamento, semantico an-
me un prodotto artificiale dello stesso diritto. In questo sen- cora più che lessicale, intervenuto nei suoi confronti. Ferma
so Kelsen può ben sostenere che persona e uomo restano con- restando, infatti, la varietà di registri con cui il termine è
cetti diversi nonostante la formulazione, o dichiarazione, mo- usato all’interno dell’opera hobbesiana, l’elemento di mag-
derna della loro coincidenza, come del resto si desume dalla giore novità attiene al trasferimento della separazione roma-
distinzione tecnica tra persona giuridica e persona fisica. na tra uomo e persona all’interno della stessa nozione di per-
Contrariamente a coloro che vorrebbero conferire alla pri- sona, differenziata da Hobbes in naturale e artificiale:
ma caratteri di realtà, Kelsen li sottrae anche alla seconda, Una persona è colui, le cui parole o azioni sono considerate
interpretandola come null’altro che la personificazione mi- o come sue proprie o come rappresentanti le parole o le azioni di
tologica dei diritti e doveri attinenti al comportamento uma- un altro uomo o di qualunque altra cosa a cui sono attribuite, sia
no: «La cosiddetta persona fisica non è quindi un uomo, ben- veramente che per finzione.
Quando sono considerate come sue proprie, allora viene
sì l’unità personificata delle norme giuridiche che attribui- chiamata una persona naturale; quando sono considerate come

17
16
Su questo complesso processo di sdoppiamento tra uomo e persona ha lavo- h. kelsen, Reine Rechtslehre, Wien 1960 [trad. it. La dottrina pura del dirit-
rato con grande finezza – anche se pervenendo a conclusioni non coincidenti con to, Torino 1966, p. 198].
18
le mie – Y. Thomas nei saggi già citati Le sujet de droit, la personne et la nature e Le t. hobbes, Leviathan, in The English Works, London 1829-45 [trad. it. Le-
sujet concret et sa personne. viatano, Firenze 1976, p. 167].
104 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 105

rappresentanti le parole e le azioni di un altro, allora è una per- può, in senso proprio, definirsi persona, né artificiale né na-
sona finta o artificiale19. turale, perché nello stato di natura ciascuno coincide con il
proprio essere vivente, e presto morente – non esiste, cioè,
Non solo, dunque, come già sappiamo, la persona non
quella trascendenza da sé che costituisce la condizione ne-
coincide con l’essere naturale in cui è situata – altrimenti non
cessaria della personalità. Quanto alle altre persone ‘finte’,
potrebbe neanche autorappresentarsi – ma può rappresenta-
attribuite a enti non umani, «tali cose non possono essere
re anche un altro uomo. Più avanti, spingendo ancora più a
impersonate prima che ci sia qualche stato di governo ci-
fondo la propria opera di decostruzione dell’identità perso-
vile»20.
nale, Hobbes arriva a sostenere che le stesse cose inanima- Ma se il sovrano è agente di personalizzazione, egli è, con-
te, come una chiesa, un ospedale o un ponte, possono esse- temporaneamente, e proprio per questo, anche principio di
re impersonate. Lo strappo non poteva essere più netto depersonalizzazione – di sottrazione alle altre persone di ciò
rispetto a una tradizione che, pur differenziandoli funzional- in cui risiede il nucleo stesso della personalità. Per cogliere
mente, non aveva mai messo in discussione la relazione pri- in tutta la sua pregnanza questo doppio effetto incrociato, è
maria tra persona ed essere umano: è come se nella dialetti- necessario partire dalla relazione, implicita nell’idea di per-
ca, prima evocata, tra maschera e volto, immagine e sostan- sona artificiale, tra autore e attore. L’attore è colui che rap-
za, finzione e realtà, Hobbes sbilanciasse la prospettiva del presenta le azioni o parole di un altro – che ne è l’autore.
tutto a favore del primo termine. Non soltanto, per essere Trasferita sul piano della teoria politica, questa distinzione
persona, la maschera non deve necessariamente aderire al vede nello Stato Leviatano l’attore per eccellenza in cui tut-
volto di chi l’indossa, ma può ricoprire anche il volto di un ti gli autori, uniti nel patto che lo istituisce, si riconoscono
altro. Anzi è proprio questo il caso che interessa maggior- al punto di considerare ogni suo atto come prodotto da se
mente l’autore, al punto che si può ben dire che non è la per- stessi. Questo è il motivo logico per il quale nessuno dei sog-
sona artificiale a derivare logicamente da quella naturale, ma getti contraenti può mai – anche quando ne fosse svantag-
questa da quella – anche perché è di più immediata eviden- giato o addirittura condannato a morte – lamentarsi di un
za la rappresentazione di un altro che quella di se stesso. Ma ordine sovrano, dal momento che è egli stesso ad averlo pre-
il motivo di fondo della prevalenza, logica e semantica, del- ventivamente autorizzato. Già qui, in questa cessione non
la persona artificiale su quella naturale sta nella circostanza soltanto del proprio potere, ma anche della possibilità di con-
che è appunto a partire dalla sua definizione che Hobbes può testarne l’uso indebito, comincia a trasparire il carattere rei-
edificare la propria teoria della sovranità, vale a dire l’archi- ficante della personalizzazione sovrana. Essa produce, cer-
trave del suo intero sistema. Il sovrano, infatti, non soltanto to, i soggetti giuridici – conferendo loro una personalità che
è persona artificiale, non dovendo rappresentare se stesso, nello stato di natura non avevano – ma nella forma del più
ma è colui che rappresenta ogni altra persona. Si dovrebbe, integrale assoggettamento. Più – e prima – che soggetti di,
anzi, dire che è proprio egli l’unico agente di personalizza- essi sono innanzitutto e costitutivamente soggetti a un atto-
zione, dal momento che prima della sua istituzione nessuno re che li interpreta spogliandoli di qualsiasi capacità decisio-

19 20
Ibid., p. 155. Ibid., p. 158.
106 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 107

nale. Giustamente si è connesso questo vero e proprio scam- sua stessa natura di persona collettiva inclusiva di ogni altra,
bio di soggettività a una discontinuità lessicale, nella catego- a spingere le persone verso il regime della cosa. Che resterà,
ria di autorità, tra la sua originaria declinazione latina e quel- infatti, della persona, intesa come centro autonomo di vo-
la, appunto, hobbesiana21. Mentre l’auctor romano – deriva- lontà e giudizio, dopo che gli ‘autori’ avranno conferito «tut-
to da augere – è colui che prende, ma anche che conserva, ti i loro poteri e tutta la loro forza a un uomo o a un’assem-
l’iniziativa di un atto sia in diritto pubblico (i patres aucto- blea di uomini che possa ridurre tutte le loro volontà, per
res), sia in diritto privato (il tutore di qualcuno), sia, anche, mezzo della pluralità delle voci, a una volontà sola» e sotto-
in diritto criminale (l’autore di un’infrazione), Hobbes, ri- messo «ogni loro volontà alla volontà di lui, e ogni loro giu-
chiamandosi piuttosto al verbo to authorize (abilitare un al- dizio al giudizio di lui»24? Del resto la persona, resa tale dal
tro a parlare a proprio nome), trasferisce il diritto, il titolo, proprio ingresso nell’ordine civile, rapportandosi unicamen-
e il corrispondente potere, interamente nelle mani dell’atto- te a colui che legittimamente la rappresenta, cessa, per que-
re. In questo modo questi diviene, a sua volta, unico sogget- sto medesimo motivo, di poter rappresentare qualsiasi altro
to di ciò che fa, o dice, autonomizzandosi del tutto dal con- e anche, a maggior ragione, se stessa, perdendo in tal modo
trollo degli autori che lo hanno inizialmente posto in essere lo statuto personale nel preciso momento in cui lo acquista.
perdendo la possibilità di intervenire successivamente sul suo La stessa circostanza che essa è vincolata sul piano esterno,
operato: «L’autore o il legislatore – è detto più avanti – si ma non anche su quello interno, all’obbedienza al sovrano la
suppone che sia evidente in ogni stato, perché è il sovrano scinde in due parti eterogenee che presto saranno ricondot-
e, dato che esso è stato costituito con il consenso di ognuno, te alla dicotomia insanabile tra uomo e cittadino. Separata
si suppone che sia sufficientemente conosciuto da ognuno»22. da tutte le altre dal filo verticale che la vincola individual-
Non solo, anzi, il sovrano, definito attore, una volta e per mente al sovrano, ogni persona è, in questo modo, divarica-
sempre autorizzato, risulta di fatto autore di ogni proprio at- ta al proprio interno in maniera non più ricomponibile. È
to, ma può anche, come si addice appunto all’autore, creare questo il doppio effetto – di personalizzazione e di sperso-
altri attori – i cosiddetti «pubblici ministri»23 – essi stessi de- nalizzazione – che la sovranità incide nel corpo della perso-
stinati a trasformarsi in autori nei confronti dei sudditi che na: facendo della persona ciò che non ha più corpo e del cor-
sono loro sottoposti. po ciò che non potrà più essere persona.
Ma questo non basta. Si è già visto come il sovrano-atto-
re – una volta istituito – divenga l’unico autore della legge.
In più egli, come anche si è detto, ha la capacità di fare di 8. Cerchiamo di riguadagnare prospettiva tornando al-
cose, o di enti inanimati, nuove persone giuridiche. Ma, ol- l’asse principale intorno al quale l’intero discorso si è anda-
tre a trasformare le cose in persone, è anche portato, per la to finora dipanando. Il rinnovato rilievo della categoria di
persona, fin dagli anni Quaranta del secolo scorso, origina
21
dall’esigenza di contrastare, anche sul piano culturale, un’i-
Cfr. f. lessay, Le vocabulaire de la personne, in Hobbes et son vocabulaire, a
cura di Y. C. Zarka, Paris 1992, pp. 155-86. Ma vedi, in merito, l’ampio e docu- deologia, o meglio una biologia, politica, come è stata quel-
mentato lavoro di a. amendola, Il sovrano e la maschera. Saggio sul concetto di per-
sona in Thomas Hobbes, Napoli 1998.
22
t. hobbes, Leviatano cit., p. 267.
23 24
Ibid., pp. 235 sgg. Ibid., p. 167.
108 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 109

la nazista, incentrata sul primato assoluto del corpo razziale in causa la categoria di sovranità: persona è quell’entità che
e sulla depersonalizzazione che ne consegue. Contro l’idea, si qualifica per la signoria sul proprio sostrato biologico, un
o piuttosto la pratica, dello schiacciamento del soggetto sul- tutto capace di unificare e dominare le sue parti. Colpisce la
la propria sostanza biologica, la reazione ben comprensibile caratterizzazione intensamente politica che Maritain impri-
della cultura democratica, uscita vincente dal conflitto mon- me a una problematica, originariamente giuridica, quale quel-
diale, è stata quella di ripristinare una qualche distanza tra la dei diritti umani – al punto di derivare, per via analogica,
l’elemento razionale, o spirituale, dell’uomo e il suo sempli- la loro priorità sugli obblighi proprio dal raffronto con il po-
ce dato corporeo. Da questo punto di vista anche l’oppo- tere assoluto che il Creatore mantiene sulle proprie creatu-
sizione di principio t ra prospettiva laica e prospettiva cat- re. Ma l’elemento ancora più significativo – in ordine alla
tolica restava in secondo piano – o comunque appariva pur ‘doppiezza’ costitutiva della categoria di persona – sta nella
sempre mediabile – rispetto a quella, ben più marcata, che qualificazione ‘animale’ di quell’altra parte di sé su cui la per-
separava irrimediabilmente entrambe dalla tanatopolitica na- sona esercita il proprio dominio: «se una sana concezione po-
zista. Alla assoluta immanenza dello ‘spirito della razza’ ri- litica dipende prima di tutto dalla considerazione della per-
spetto al corpo, individuale o collettivo, cui immediatamen- sona umana – argomenta Maritain – essa deve nello stesso
te ineriva, rispondeva la trascendenza, o almeno la trascen- tempo tener conto del fatto che tale persona è quella di un
dentalità, del soggetto personale nei confronti del suo essere animale dotato di ragione, e che è immensa la parte di ani-
biologico. L’essenza della persona sta in questa differenza ir- malità in tale misura»25. Bisogna guardare ai due termini del
riducibile che distingue ciascuno nel suo stesso modo di es- rapporto nel loro legame costitutivo: l’uno è necessario alla
sere – nella non-coincidenza dell’essere rispetto al suo mo- identificazione per contrasto dell’altro. L’uomo è persona
do. Mentre nella concezione che abbiamo definito biopoli- precisamente perché, e se, mantiene piena padronanza sulla
tica – portata a compimento e insieme a snaturamento dal propria natura animale. E ha una natura animale per potere
nazismo – non si è altro da ciò che si è biologicamente, la misurare su di essa il proprio statuto sovrano di persona.
persona è quel nucleo di volontà razionale impiantata, da Dio Non può sfuggire, a questo punto, una certa connessione
o dalla natura, in un corpo singolo, ma non identificabile con con quella opposizione tra le due vite, una relazionale e l’al-
esso. In questo senso, e secondo la formulazione canonica, tra vegetativa, fissata da Bichat all’origine della filiera bio-
persona è sostanza e relazione, relazione di due sostanze, di- politica che ha prima decostruito e poi azzerato l’idea di per-
vina e umana, spirituale e corporea, soggettiva e oggettiva, sona. Solo che mentre in quel caso – e sempre di più, lungo
sovrapposte senza però mai essere del tutto indistinte. la deriva tanatopolitica che abbiamo ricostruito in dettaglio
Ma se ciò è vero, come si configura tale rapporto? Come – la parte vegetativa prevaleva, per intensità e per durata, su
si definisce la relazione tra le due entità, o principî, che co- quella interrelazionale, adesso il rapporto risulta rovesciato
stituiscono la persona? È intorno a questa domanda che co- a favore della parte razionale e volontaria, destinata al do-
mincia a giocarsi una partita, insieme giuridica, etica e poli- minio su quella animale. In entrambi i paradigmi l’uomo mo-
tica, oggi tutt’altro che esaurita. Non solo, ma che si rivela, stra una parte animale – ha un animale al proprio interno.
sul piano concettuale, un insospettabile tratto di contiguità
tra concezioni apparentemente lontane e anche contrappo-
ste. Già la definizione – prima evocata – di Maritain chiama 25
j. maritain, I diritti dell’uomo e la legge naturale cit., p. 52.
110 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 111

Ma ora, secondo una concezione che può essere fatta risali- lungo periodo dal quale entrambi prendono le mosse è costi-
re sia al cattolicesimo che all’illuminismo, l’uomo è tale – va- tuito dalla definizione aristotelica dell’uomo animale razio-
le a dire persona – se appare in condizione di governarlo, di nale. Come, in altro contesto e con altro intendimento, an-
dominare la propria vita animale. E ciò, aggiunge Maritain, che Heidegger ebbe a rilevare27, una volta fissato questo pre-
sia nel corpo individuale sia in quello sociale, anch’esso ta- supposto, non si può optare che tra due prospettive in ultima
gliato da una linea che separa la zona sana, governata dalla analisi speculari: o si tende, come la biofilosofia ottocente-
ragione e dalla morale, da un’altra, insana e irrazionale, af- sca, ad assorbire la vita umana in quella animale, lungo una
fidata all’istinto e alla passione distruttiva. Il nazismo stes- parabola portata al suo estremo dal nazismo; oppure si isti-
so, nell’interpretazione dell’autore, non ha fatto altro che tuisce tra di esse una relazione asimmetrica che sottomette
scatenare questa dimensione animale contro quella persona- una parte, quella animale, al dominio incondizionato dell’al-
le in una forma che adesso va rovesciata nel suo opposto. tra sulla base della sua preliminare caratterizzazione razio-
L’uomo, il singolo uomo e l’umanità tutta, deve rimettere al nale e volontaria. Da questo punto di vista genealogico, o
guinzaglio il proprio animale, l’animalità bruta che costitui- meglio archeologico, si può allo stesso modo dire che la bio-
sce il fondo oscuro da cui la persona umana viene alla luce, politica afferra nei suoi meccanismi impositivi anche la tra-
evitando sia l’utopica presunzione che quell’animale non esi- dizione personalista che intende contrastarla o che l’antica
sta – che l’uomo sia interamente umano – sia il rischio di far- dinastia della persona annette al proprio regime di senso an-
sene schiavo: che il dispositivo biopolitico volto a scardinarlo.
Riguardo ai punti che ho indicato, è chiaro che una filoso- D’altra parte, in un confronto di lungo periodo, se la con-
fia politica fondata sulla realtà deve lottare volta a volta con- cezione democratica, nel suo formalismo universalista, è in
tro due errori opposti: da una parte uno pseudo-idealismo ot- linea di principio incompatibile con la deformalizzazione bio-
timistico, che va da Rousseau a Lenin, e che alimentava gli uo- politica, così non è per il liberalismo, uscito come il vero vin-
mini di false speranze, pretendendo di stimolare e snaturando
l’emancipazione alla quale essi aspirano, dall’altra parte uno citore dal doppio scontro epocale con il nazismo e con il co-
pseudorealismo pessimistico che va da Machiavelli a Hitler, e munismo. Come lo stesso Foucault ha dimostrato28, infatti,
che piega l’uomo sotto la violenza, non ritenendo di lui che l’a- lungo un vettore esegetico ben più produttivo della stanca
nimalità che lo rende schiavo26. dicotomia tra totalitarismo e liberaldemocrazia29, la prospet-
tiva liberale, a sua volta ben distinta da quella democratica,
lungi dal contrapporsi all’orizzonte biopolitico, ne costitui-
9. Non bisogna sorprendersi eccessivamente della sin- sce una scansione specifica interna. Naturalmente non va in
golare continguità lessicale che queste espressioni configura- nessun modo sfumato il confine, assai netto, che separa la
no tra il ‘personalismo’ di Maritain e l’‘animalismo’ della bio-tanatopolitica di Stato nazista dalla biopolitica indivi-
concezione biopolitica contro cui pure esso intende reagire.
A una prospettiva ermeneutica più arretrata, capace di cog l i e- 27
Alludo a m. heidegger, Brief über den ‘Humanismus’, in Wegmarken, in Ge-
re, sotto le fenditure di superficie, gli strati geologici profon- samtausgabe, Frankfurt am Main 1978, vol. IX [trad. it. Lettera sull’umanesimo, a
cura di F. Volpi, Milano 1995, pp. 42 sgg.].
di in cui esse si aprono, risulta evidente che l’elemento di 28
Cfr., di M. Foucault, soprattutto Naissance de la biopolitique. Cours au Col-
lège de France 1978-79, Paris 2004.
29
Cfr. r. esposito, Totalitarismo o biopolitica? Per un’interpretazione filosofi-
26
Ibid., p. 54. ca del Novecento, in «Micromega», 5 (2006), pp. 57-66.
112 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 113

duale di tipo liberale, che ne rappresenta un’evidente inver- le si è pervenuti a questo esito è quella di sovranità in se
sione30. Mentre la prima si basa su una sempre più integrale ipsum. Ma ad essa si è ben presto affiancata, e poi sovrappo-
restrizione di libertà, la seconda è volta alla sua progressiva sta, in una chiave più tipicamente liberale, quella di pro-
espansione – ma pur sempre all’interno dello stesso impera- prietà: la persona è tale, l’uomo ha caratteri di persona, quan-
tivo, che è quello della gestione produttiva della vita, nel pri- do risulta proprietario di se stesso, secondo una tradizione
mo caso a favore del corpo razziale del popolo eletto e nel se- che risale a Locke e a Mill. Se per il primo, «ciascuno ha […]
condo del soggetto individuale che ne diviene padrone. Ciò la proprietà della sua persona: su questa nessuno ha diritto
che, nonostante e dentro questa differenza pure capitale, so- alcuno all’infuori di lui»31, per il secondo «il solo aspetto del-
vrappone o incrocia i due assi prospettici in un lessico con- la condotta per cui si è responsabili di fronte alla società è
cettuale non del tutto dissimile è l’animalizzazione, o la co- quello che concerne gli altri. Per la parte che riguarda solo
sificazione, di una zona dell’umano rispetto a un’altra alla se stesso, l’indipendenza dell’individuo è, di diritto, assolu-
prima nello stesso tempo contrapposta e sovrapposta. È ve- ta. Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente l’in-
ro che nel caso della cultura liberale – a differenza del nazi- dividuo è sovrano»32. Già qui il corpo – su cui la persona eser-
smo – la linea di confine tra animale e uomo passa all’inter- cita il proprio dominio proprietario – è pensato come cosa,
no del singolo individuo e non tra popoli razzialmente gerar- cosa corporea o corpo reificato. Ciò significa che il disposi-
chizzati, ma ciò non toglie, anzi mette ancora più in risalto, tivo della persona, all’interno dello stesso individuo, funzio-
un’analogia di ragionamento nella relazione, così istituita, na nel medesimo tempo nel senso della personalizzazione –
tra il corpo e la cosa: a partire da una concezione strumen- quanto alla sua parte razionale – e nel senso della deperso-
tale della vita – che sia in funzione dello Stato oppure del- nalizzazione, quanto a quella animale, cioè corporea. Solo
l’individuo sovrano – la condizione dell’uno tende a scivola- una non-persona, insomma, una materia vivente non perso-
re in quella dell’altra. Ora, contrariamente a quanto si è sup- nale, può dare luogo, come oggetto del proprio soggetto, a
posto, condizionando la definizione dei diritti umani al qualcosa come una persona. Così come, inversamente, la per-
linguaggio della persona, questo non è riuscito a bloccare ta- sona è tale se riduce a cosa ciò da cui si rileva in ordine al
le deriva. E non vi è riuscito, come si è dimostrato aprendo proprio statuto razionale-spirituale. Questo processo di de-
un angolo prospettico più ampio, per il semplice motivo che personalizzazione del corpo – opposto e complementare a
era proprio esso a produrla nella misura in cui, identifican- quello, biopolitico, di corporeizzazione della persona – è co-
do un nucleo extracorporale – definito in termini di volontà mune a concezioni anche manifestamente diverse, come quel-
e ragione – all’interno dell’uomo, necessariamente finiva per la cattolica e quella liberale, che inscrivono la propria propo-
spingere il corpo in una dimensione, animale o vegetale, a di- sta nel lessico categoriale della persona. E dunque, necessa-
retto contatto con la sfera della cosa. riamente, anche della cosa, dal momento che non soltanto
Come si è visto in Maritain, la categoria attraverso la qua- non c’è l’una senza l’altra, ma è appunto l’una a produrre

31
30
Come, da altra posizione, ha sostenuto anche J. Habermas in Die Zukunft j. locke, Two Treatises of Government, Cambridge 1970 [trad. it. Trattato
der menschlichen Natur, Auf dem Weg zu einer liberalen Eugenik?, Frankfurt am sul governo, Roma 1992, p. 23].
32
Main 2001 [trad. it. Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, a j. s. mill, On Liberty, London 1859 [trad. it. Sulla libertà, Milano 2000,
cura di L. Ceppa, Torino 2002, p. 50]. p. 55].
114 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 115

l’altra. È singolare che, nell’attuale dibattito sulla bioetica, complessi problemi giuridici che la loro definizione apre so-
sfugga precisamente il punto d’incrocio che collega a un uni- no la testimonianza più palese della oscillazione di rango on-
co presupposto concettuale schieramenti ideologici che sem- tologico cui la loro stessa natura li sottopone: chi ruba degli
brano disporsi su fronti contrapposti. Sia coloro che avoca- embrioni va accusato di furto, come se si appropriasse di co-
no a sé la disponibilità del proprio corpo – per migliorarlo, se altrui, o di rapimento, come se sequestrasse delle perso-
gestirlo, modificarlo, o anche affittarlo, venderlo, sopprimer- ne? E che cos’è, propriamente, il reato di profanazione di
lo – sia coloro che lo dichiarano indisponibile perché pro- cadavere – un attentato alla persona che egli/esso era o alla
prietà intangibile di Dio, dello Stato o della Natura, devono cosa che è diventato? Quando, precisamente, un corpo è di-
presupporre la sua traduzione in cosa. Solo perché riportata chiarato cadavere e un feto persona? Cosa era prima, e cosa
anticipatamente nella categoria delle res extra commercium, sarà dopo, del segmento finito della vita personale? Si può
la vita umana è dichiarata sacra dagli uni e qualificata dagli dire che quell’essere emerge da, e ritorna allo, stato di cosa?
altri. Altrimenti, se così non fosse, se il corpo non fosse già Oppure ciò che precede e ciò che segue l’essere persona non
cosificato, non ne sarebbe in discussione la proprietà di chic- è mai una semplice cosa, bensì una non-ancora-persona o una
chessia dal momento che sarebbe esso stesso soggetto – evi- non-più-persona, situata a metà del tragitto dalla cosa alla
dentemente impersonale – di autodeterminazione. persona e dalla persona alla cosa?
Ma a questo primo ordine di problemi se ne aggiunge un
altro, non meno gravido di insuperabili aporie. Se il corpo
10. Per la dottrina classica del diritto civile, il corpo nel suo insieme è giuridicamente distinto dalla cosa, al pun-
umano è giuridicamente inconfondibile con la cosa. Punto to da essere inappropriabile da parte del soggetto stesso che
di partenza di tale distinzione resta la summa divisio romana lo abita, ciò vale anche per le sue singole parti? Per alcune
tra personae e res: solo queste ultime sono appropriabili dal- di esse, come escrementi, secrezioni, unghie, denti, capelli,
le prime. Ora, essendo sostrato indisgiungibile della perso- una volta separate dal corpo, l’assimilazione alle r e s dere-
na, il corpo non può appartenere a nessuno. Non ad altri, ma lictae o nullius non è in discussione. Ma già per gli organi o
neanche al soggetto con cui coincide nella dimensione del- i tessuti medicalmente amputati il discorso è più complesso.
l’essere e non in quella dell’avere – il corpo non è qualcosa Di chi è l’appendice o il rene dopo il loro espianto – del chi-
che si ha, ma ciò che si è. Per questo, come recita il Digesto, rurgo, di chiunque se ne appropri, del paziente? La questio-
«dominus membrorum suorum nemo videtur». E tuttavia, ne, apparentemente insignificante, ha dato luogo a dispute
lo stesso diritto che separa il corpo umano dalla cosa apre più giuridiche sfociate in qualche caso in processi, come quando
di un varco tra i due ambiti così definiti. Intanto riconoscen- un’équipe medica ha venduto a una ditta farmaceutica la ci-
do entità che, pur non essendo cose, non sono neanche qua- stifellea estratta da un malato portatore di una rarissima for-
lificabili come persone. Basti pensare allo statuto incerto di mula sanguigna e perciò utilizzabile per la fabbricazione di
embrioni, gameti, ovuli, ma anche ai feti abortiti, conside- determinati farmaci. Anche a prescindere dalla sentenza,
rati assimilabili a rifiuti ospedalieri, nonché ai cadaveri33. I pronunciata da una Corte della California, favorevole al pa-
ziente contro l’ospedale costretto a risarcirlo, ad essere ‘fi-
33
Sul rapporto tra corpo, persona e cosa cfr. i. arnaux, Les Droits de l’être hu-
losoficamente’ in gioco era precisamente lo statuto di quel-
main sur son corps, Bordeaux 1994, pp. 79 sgg. l’organo e dunque, attraverso di esso, dell’intero corpo uma-
116 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 117

no di cui era parte. Che la sua proprietà – perché di ciò si confine e il transito tra il regime del vivente a quello della
trattava – fosse assegnata al malato, ai medici o alla multi- cosa appropriabile è l’istituto del brevetto36. È noto che si
nazionale in questione, ciò non mutava l’opzione ontologica possono brevettare le invenzioni artificiali, non i prodotti
di fondo a favore della riconduzione di una parte del corpo naturali all’interno dei quali è inclusa anche la vita in tutte
alla cosa appropriabile. Una volta assunto, e certificato da le sue forme, umana, animale e vegetale. Come non ci si può
una sentenza, tale presupposto non può non valere per tutti impadronire delle res communes, quali aria, fiumi, montagne,
gli altri casi analoghi: se una persona è di fatto proprietaria non si può brevettare qualcosa che è già data in natura. An-
di ogni parte del proprio corpo, lo sarà anche del suo insie- che qui, tuttavia, come è già accaduto per gli organi trapian-
me34. Ma, se è così, se il corpo è ricondotto giuridicamente tati, da un lato la logica del mercato e dall’altro lo sviluppo
a quel regime della cosa da cui la dottrina civilista classica biotecnologico modificano radicalmente i protocolli giuridi-
teoricamente lo distingueva, allora il legittimo proprietario ci precedenti, mentre lo stesso diritto riarticola continua-
può disporne come di ogni altro suo bene o come di uno mente i limiti tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale –
schiavo: «Ciascuno è proprietario di se stesso, – argomenta cioè, ancora una volta, tra non-cosa e cosa. Nel breve giro di
in merito Bertrand Lemennicier. – Questa nozione di dirit- qualche decennio – dal cosiddetto Planct Act alle sentenze
to, che consiste in un’appropriazione del proprio corpo, è più recenti – si è consentito prima il brevetto di semenze ve-
coerente. Il corpo umano è un oggetto come un altro il cui getali modificate, poi di microrganismi unicellulari anch’es-
proprietario è perfettamente identificato. Essa è universa- si manipolati, poi di animali transgenici, arrivando a lambi-
lizzabile, ogni essere umano potenziale o no, ogni spirito in- re la stessa natura umana. Ora – al di là delle problematiche
corporato in una macchina biologica o non beneficia di un attinenti a ciascuno di questi casi – ciò che ci riguarda sotto
diritto di proprietà su questa macchina perché ne è l’occu- il profilo concettuale è da una parte la direzione complessi-
pante o ne ha il possesso»35. Proprio per difendere tale tito- va, che essi delineano, dal naturale all’artificiale, cioè la co-
larità contro chiunque altro volesse insidiarla, leggi succes- sificazione progressiva della vita; dall’altra la modalità carat-
sive hanno condizionato la cessione di organi, da un corpo teristica con cui tale processo si produce – che è sempre quel-
vivo o morto, all’esplicito consenso dell’interessato, vietan- la del trasferimento di un dato prodotto da una categoria
done ogni forma di remunerazione. Ma proprio in questo mo- all’altra attraverso un’apertura e una ridefinizione dei loro
do si ribadiva implicitamente la reificazione del corpo, pur confini ontologici. Così ciò che era considerato un vegetale
senza il coraggio di pervenire alle sue ultime conseguenze: è stato, a un certo punto, assimilato al minerale, ciò che era
l’organo ceduto è insieme una cosa perché, a differenza di animale al vegetale, fino a una riduzione all’animale di una
una persona, può essere donato, ma non lo è perché, a diffe- zona liminare dell’umano. In questo modo sono saltati i li-
renza di ogni altro oggetto, non può essere venduto. miti che proteggevano giuridicamente i vari generi appunto
L’altra soglia mobile che segna contemporaneamente il in virtù della loro differenza presupposta – prima creata e
poi disfatta dal diritto. In questo passaggio continuo dall’u-
mano all’animale, dall’animale al vegetale e dal vegetale al
34
Sulla questione si veda il libro b. edelman, La personne en danger, Paris 1999,
pp. 289-304.
35
b. lemennicier, Le corps humain: propriété de l’état ou propriété de soi?, in
36
«Droits», 13 (1991), p. 118. Cfr. ancora b. edelman, La personne en danger cit., pp. 305-22.
118 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 119

minerale si è aperto il passaggio generale dell’uomo verso la to nella codificazione romana, tra homo e persona: non sol-
cosa che segna la tendenza complessiva del nostro tempo. tanto non tutti gli esseri umani possono ambire alla qualifi-
Né la differenza tra essere animato ed essere inanimato, né ca di persona, ma le persone non sono tutte esseri umani. Sia
quella tra naturale e artificiale hanno retto alla pressione con- Hugo Engelhardt che Peter Singer, considerati i massimi
giunta di tecnica ed economia. Si può dire che in questa nuo- esponenti di tale corrente, insistono su entrambi questi prin-
va zona di indistinzione l’antica divisio romana trovi insie- cipî, collegati tra loro dalla distanza ontologica, da essi data
me la propria sconferma e la propria conseguenza. Se l’iden- per scontata, tra vita personale e vita biologica. Venuta me-
tità della persona è ricavata in negativo dalla cosa – dal suo no l’idea di corpo come sostrato indisgiungibile della perso-
non-esser cosa –, la cosa è destinata a diventare lo spazio in na, questa diventa, o ritorna, una qualifica condizionata al-
continua espansione di tutto ciò che la persona distingue e la presenza di una serie di attributi – ragione, volontà, senso
allontana da se stessa. morale – che non tutti gli esseri umani posseggono o che pos-
seggono solo in parte. È appunto la presenza, o la misura, di
questi «indicatori di umanità», come li definisce Singer, a
11. La connessione romana tra persona e reificazione dividere quelli che comunemente chiamiamo uomini in due
del corpo è al centro della bioetica liberale. Naturalmente, grandi categorie ben distinte: coloro che possiamo conside-
per focalizzarla, è necessario attivare uno sguardo sagittale rare semplici «membri della specie Homo sapiens» e coloro
capace di scorgere dietro, o leggere dentro, la palese discon- che meritano l’appellativo di «persone» vere e proprie38.
tinuità tra ‘antichi’ e ‘moderni’, tra oggettivismo dei primi Naturalmente tra le due categorie, assunte nella loro pu-
e soggettivismo dei secondi, il nodo metafisico che stringe il rezza tipologica – semplice zoé da un lato e bíos fornito del
formalismo di una concezione, come quella romana, volta a massimo valore dall’altro – passano una serie di gradi inter-
definire rapporti astratti e una modalità, intensamente bio- medi che vanno dall’una all’altra secondo soglie di persona-
politica, destinata a bruciare ogni mediazione tra diritto e lità crescenti, o decrescenti, a seconda del punto di osserva-
vita biologica. Quel nodo, come si è a più riprese detto, è de- zione. In ogni caso, che si parta dall’inizio, o dalla fine, del-
finito dal dispositivo della persona. Sottoposto anch’esso al- la vita, la persona veramente tale occupa solo la sua fascia
le svolte e ai rovesciamenti semantici di cui si è dato conto, centrale, quella degli uomini adulti e in salute, prima e dopo
la sua prestazione fondamentale resta la separazione presup- della quale si stende la terra di nessuno della non-persona (il
posta, all’interno dell’essere umano, tra un elemento natu- feto), della quasi-persona (l’infante), della semi-persona (il
rale, corporeo, meramente biologico e un altro trascenden- vecchio non più valido mentalmente o fisicamente), della
tale, costituito di volta in volta in centro di imputazione giu- non-più-persona (il malato in stato vegetativo) e infine del-
ridica, razionale, morale. Ora la strategia argomentativa di l’anti-persona (lo stolto, che Singer pone nella stessa relazio-
quella branca della bioetica contemporanea che si autodefi- ne con l’uomo intelligente di quella che passa tra l’animale e
nisce liberale – in contrasto con quella cattolica37 – sta ap- l’uomo normale, pur con una palese preferenza per l’anima-
punto nell’allargare sempre di più lo scarto originario, fissa- le). A questa categorizzazione, per così dire statica, delle dif-

37 38
Sul rapporto tra le diverse bioetiche, è utile la recente messa a punto di g. p. singer, Writings on an Ethical Life, New York 2000 [trad. it. Scritti su una
fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, Milano 2005. vita etica, Milano 2004, p. 149].
120 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 121

ferenti classi di viventi, se ne aggiunge, poi, una, dinamica, be è giudicato diseconomico, i familiari stessi potranno de-
definita dal passaggio da una condizione all’altra. È soprat- cidere di mettere fine alla vita di un anziano irreversibilmen-
tutto il caso di ciò che Engelhardt chiama «persona poten- te malato, e perciò uscito dal recinto della persona, o di un
ziale» ( potential person) – vale a dire di colui che, pur desti- bambino difettoso (defective child), non ancora entratovi: «I
nato all’approdo nel mondo delle persone, almeno fino a neonati non sono in grado di vedere se stessi come esseri più
quando non ne sia espulso da vecchiaia o malattia incurabi- o meno capaci di avere un futuro, e quindi non possono de-
le, è ancora alieni iuris e perciò in potestate dei genitori. Do- siderare di continuare a vivere. Per lo stesso motivo, se un
ve il riferimento al diritto romano, e in particolare alle due diritto alla vita si deve basare sulla capacità di voler conti-
figure ‘di transito’ tra persona e cosa della manumissio e del- nuare a vivere, o sulla capacità di vedere se stessi come sog-
la mancipatio, salta agli occhi non soltanto in ordine al qua- getti mentali continui, un neonato non può avere un diritto
dro complessivo che così si definisce, ma anche a precisi ri- alla vita»41.
ferimenti quale quello a Gaio: «Come rileva Gaio nelle sue Come questi testi, espressivi di un fronte culturale tutt’al-
Istituzioni – sostiene Engelhardt - ‘[…] se catturiamo un ani- tro che esiguo, destituiscano di senso, appunto rivelandone
male selvaggio, un uccello o un pesce, ciò che in tal modo l’antinomia costitutiva, la nozione di diritti umani è fin trop-
catturiamo diventa subito nostro, ed è tenuto a restare no- po palese. Ma quello che si dimostra ancora più significati-
stro finché viene mantenuto sotto il nostro controllo’»39. Se vo è il ruolo decisivo che, in questa destituzione, assume la
ciò vale per l’animale catturato e asservito, vale anche per macchina ‘decidente’ della persona. È essa che separa giuri-
un figlio neonato o per un genitore non più mentalmente o dicamente la vita da se stessa, che fa della vita il terreno di
fisicamente recuperabile, sottoposti al potere assoluto dei fa- una decisione preliminare tra ciò che deve vivere e ciò che,
miliari adulti, che esercitano su di loro una tutela non lonta- invece, può morire, perché è una semplice cosa nelle mani di
na dalla ‘mano’ dell’antico pater familias. Essi potranno trat- coloro che, per il loro superiore statuto ontologico, solamen-
tenerli in vita e curarli oppure restituirli alla morte in base a te sono qualificati a disporne. Che Singer senta il bisogno di
precisi calcoli di carattere medico ed economico: «Oggi i ge- differenziare la propria concezione della ‘vita degna di esse-
nitori possono scegliere tra far vivere o sopprimere la loro re vissuta’ da quella, tristemente nota, dei manuali eugene-
prole solo nel caso in cui un’eventuale anomalia venga sco- tici nazisti42, è sintomatico di una contiguità avvertita anche
perta durante la gravidanza. Non esiste nessun motivo logi- da quegli autori che si sforzano di negarla con argomenti che
co per limitare la facoltà decisionale dei genitori solo a que- non fanno che confermarla: anche i nazisti affermavano, esat-
sto genere di anomalie»40. Del resto, per restare all’esperien- tamente come loro, che la ‘non degnità’ era definita dal pun-
za giuridica romana, ricordiamo che dal divieto di uccisione to di vista non della società, ma degli stessi candidati alla
dei bambini inferiori ai tre anni, erano esentati i padri di fi- soppressione – appunto perché non-persone, sotto-persone
gli deformi o mostruosi. Quando il rapporto tra la presunta o anti-persone. Benché le intenzioni consapevoli dei bioeti-
qualità della loro vita e il costo che la loro cura richiedereb- ci liberali siano lontanissime da quelle dei massacratori na-
zisti, e anzi nascano da rigorosi protocolli morali, ciò non
39
h. t. engelhardt, The Foundations of Bioethics, New York 1986 [trad. it.
41
Manuale di bioetica, Milano 1991, p. 153]. Ibid., p. 182.
40 42
p. singer, Scritti su una vita etica cit., p. 211. Ibid., pp. 220-27.
122 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 123

cancella un’affinità semantica inconsapevole perché radica- La nozione di diritto trascina naturalmente dietro di sé, per
ta in un vettore concettuale di lunghissimo periodo e perciò via della sua stessa mediocrità, quella di persona, perché il di-
ritto è relativo alle cose personali. È situato a questo livello.
resistente agli urti e ai capovolgimenti che, nel tempo, ha
Aggiungendo alla parola diritto quella di persona, il che impli-
sperimentato. Da questo angolo di visuale, in cui anche gli ca il diritto della persona a ciò che si chiama la propria realiz-
opposti ritrovano un originario punto di tangenza, l’astra- zazione, si farebbe un male ancora più grave44.
zione formale del diritto romano pare rovesciarsi nella im-
mediatezza concreta del potere biopolitico. Interrogate lun- Il motivo di tale rifiuto è riportato dall’autrice alla dop-
go un unico asse problematico – quello definito dal disposi- pia dipendenza della persona dalla collettività e del diritto
tivo della persona – linee che a prima vista sembravano dalla forza. Quanto alla prima, la sua necessità deriva dalla
divergere si ricongiungono dal lato del loro contrario: perso- naturale tendenza della persona a cercare una protezione del-
nalizzazione e depersonalizzazione, insomma, non sono che le proprie prerogative in un ordine sociale che finisce inevi-
flussi divergenti di uno stesso processo, antico nella sua ge- tabilmente per opprimerla. Circa, poi, l’altra implicazione
nesi ma ben lontano dall’essere esaurito nei suoi effetti. tra diritto e forza, essa nasce dall’applicazione di una mede-
sima misura a situazioni diverse e a soggetti dotati di diffe-
rente potere. Quando ciò accade – vale a dire pressoché sem-
12. Chi ha colto con assoluta limpidezza di sguardo gli pre –, a garantire, o a imporre, una spartizione fatalmente
esiti antinomici di tale implicazione è stata, già negli anni iniqua non può essere che la forza: «La nozione di diritto è
Trenta del secolo scorso, Simone Weil. Ponendo, con una legata a quella di divisione, di scambio, di quantità. Ha qual-
radicalità che può apparire faziosa, l’esperienza romana al- cosa di commerciale. Evoca di per sé il processo, l’arringa.
l’origine dell’hitlerismo, la Weil si riferisce espressamente Il diritto non si sostiene che col tono della rivendicazione; e
alla potenza performativa di una tradizione giuridica volta quando questo tono è adottato, la forza non è lontana, è su-
fin dall’inizio a trasformare gli uomini in cose: «Lodare l’an- bito dietro, per confermarlo, se no sarebbe ridicolo»45. Guar-
tica Roma per averci trasmesso la nozione di diritto è singo- dati da questa prospettiva, quelli che apparivano due impul-
larmente scandaloso. Perché se si vuole esaminare ciò che ta- si diversi all’autonegazione – della persona in funzione del
le nozione era in origine, al fine di determinarne la specie, si collettivo e del diritto nei confronti della forza – si manife-
vede che la proprietà era definita dal diritto di usare e abu- stano adesso come i lati complementari di un’unica deriva
sare. E in effetti la maggior parte di quelle cose di cui ogni immunitaria finalizzata alla salvaguardia di un privilegio mi-
proprietario aveva il diritto di usare e abusare erano esseri nacciato da coloro che ne sono esclusi. Ciò che la Weil affer-
umani»43. È perciò che, in controtendenza con l’opinione do- ra, connettendolo in radice al dispositivo escludente della
minante e in polemica diretta con le tesi di Maritain sul pri- persona, è il carattere di per sé particolaristico, insieme pri-
mato dei diritti rispetto agli obblighi, la Weil denuncia sec- vato e privativo, del diritto. Esso, per avere senso, per di-
camente il nesso sovrano tra diritto e persona: stinguersi dal mero fatto, non può che proteggere una deter-
minata categoria di persone rispetto a tutti coloro che non
43
s. weil, La personne et le sacré, in Ecrits de Londres et dernières lettres, Paris 44
1957 [trad. it. La persona e il sacro, in Oltre la politica. Antologia del pensiero impo- Ibid., p. 78.
45
litico, a cura di R. Esposito, Milano 1996, p. 76]. Ibid., p. 75.
124 Capitolo secondo Persona, uomo, cosa 125

vi rientrano. Una volta assunto come attributo, o predicato, è esatto, vuol dire che essa è assente, che egli aderisce all’or-
di soggetti resi tali dal possesso di determinate caratteristi- dine impersonale delle cose:
che d’ordine sociale, politico, razziale, il diritto finisce per La perfezione è impersonale. La persona in noi è la parte
coincidere con la linea di separazione che li distanzia e con- dell’errore e del peccato. Tutto lo sforzo dei mistici è sempre
trappone rispetto a quelli che ne sono privi. Immaginare di stato volto a ottenere che non ci fosse più nella loro anima nes-
estendere a tutti gli stessi privilegi – conclude la Weil – sa- suna parte che dicesse ‘io’. Ma la parte dell’anima che dice ‘noi’
è ancora infinitamente più pericolosa48.
rebbe «una specie di rivendicazione insieme assurda e bas-
sa; assurda, perché il privilegio per definizione è diseguale; L’attenzione va adesso portata sulla seconda parte della
bassa, perché non vale la pena di essere desiderato»46. frase. Ciò che della persona va rifiutato è precisamente quel-
Fin qui la decostruzione di un paradigma che, nonostan- lo che dice ‘io’ o ‘noi’. Ancora meglio, il filo logico che lega,
te e attraverso i suoi mutamenti di registro lessicale, rinser- nella modalità grammaticale della prima persona, l’autoco-
ra l’intera civiltà occidentale in un’orbita segnata dal princi- scienza individuale a quella collettiva. Di contro, l’imperso-
pio della discriminazione. La Weil, tuttavia, non si limita a nale è ciò che blocca questo passaggio, che conserva il pro-
questo – a sollevare la cortina retorica che copre il terribile nome al singolare, al riparo dallo scivolamento, insieme au-
dispositivo della persona –, ma inaugura un vettore di discor- toprotettivo e autodistruttivo, nel generale. Questo significa
so ad esso potenzialmente alternativo. Se la categoria di per- che tra persona e impersonale la Weil non istituisce una re-
sona ha costituito l’alveo di scorrimento di un ininterrotto lazione puramente contrastiva. L’impersonale non è il sem-
potere di separazione e di subordinazione tra gli uomini, l’u- plice opposto della persona – la sua negazione diretta – ma
nico modo di sottrarsi a tale coazione passa per il suo rove- qualcosa che, della persona o nella persona, interrompe il
sciamento nel modo dell’impersonale: «Ciò che è sacro, ben meccanismo immunitario che immette l’io nel cerchio, con-
lungi dall’essere la persona, è ciò che, in un essere umano, è temporaneamente inclusivo ed escludente, del noi. Un pun-
impersonale. Tutto ciò che è impersonale nell’uomo è sacro, to, o una falda, che preclude il transito naturale dallo sdop-
e soltanto quello»47. Perciò solo ad esso, e attraverso di es- piamento individuale – ciò che chiamiamo autocoscienza,
so, è dato chiedere giustizia – che la Weil distingue radical- autoaffermazione – al raddoppiamento collettivo, al ricono-
mente dal diritto. Come il diritto appartiene alla persona, la scimento sociale.
giustizia concerne l’impersonale, l’anonimo – ciò che, essen- Cosa esso sia, quale sia questo modo di essere che sta al
do privo di nome, sta prima o dopo il soggetto personale, di là, o al di qua, della prima persona, la Weil non lo spiega.
senza mai coincidere con esso, con i suoi pretesi attributi me- O comunque lo immette in un orizzonte semantico, da lei
tafisici, etici, giuridici. Per far meglio intendere ciò cui si ri- stessa definito mistico, che non conviene adesso assumere a
ferisce con quest’enigmatica espressione, la Weil adopera un oggetto diretto di analisi49. Ciò che più importa, nella nozio-
esempio di immediata evidenza: se un bambino sbaglia ne di impersonale, è il nesso che comincia a delinearsi con
un’addizione, l’errore nasce dalla sua persona. Se il calcolo
48
Ibid., p. 70.
49
Sul percorso complessivo di S. Weil – anche in merito al rapporto tra vita
46
Ibid., p. 78. biologica e vita soprannaturale – si veda adesso il libro, acuto e innovativo, di a.
47
Ibid., p. 68. putino, Un’intima estraneità, Roma 2006.
126 Capitolo secondo

quella, ad essa apparentemente opposta, di singolare. Solo


disinnescando il dispositivo della persona, l’essere umano po-
trà essere pensato finalmente in quanto tale – per ciò che ha
di più unico, ma anche di più comune a ogni altro: «Ognu-
no di quelli che sono penetrati nella sfera dell’impersonale
vi incontra una responsabilità verso tutti gli esseri umani.
Quella di proteggere in loro, non la persona, ma tutto ciò che
la persona racchiude di fragili possibilità di passaggio nel-
l’impersonale»50. L’esigenza che la Weil pone è quella di rom-
pere il nesso costitutivo tra diritto e proprio. Di rovesciare
il particolarismo della forma giuridica nella figura, consape-
volmente aporetica, di ‘diritto comune’ – di tutti e di ciascu-
no. A ciò allude l’intenzione di ristabilire, contro il persona-
lismo, il primato degli obblighi sui diritti: l’obbligo di cia-
scuno, sommato a quello di ogni altro, corrisponde, in un
computo globale, al diritto dell’intera comunità umana. So-
lo la comunità – pensata nel suo significato più radicale – può
ricostruire quella connessione tra diritto e uomo tagliata dal-
l’antica lama della persona. Ma come può farlo – nel modo
dell’impersonale – senza perdere quell’elemento singolare
pur sempre implicito nell’idea di persona? Come può neu-
tralizzarne la potenza escludente, custodendo, al contempo,
l’impulso relazionale che fa della persona qualcosa di diver-
so dall’individuo isolato? Esiste, insomma, una persona non
personale o una non-persona nella persona? Senza potere for-
nire una risposta esaustiva a questa domanda – la stessa da
cui nasce l’intero libro – il capitolo successivo presenterà una
serie di momenti, o movimenti, di pensiero in cui essa è, di
volta in volta, e sempre diversamente, formulata.

50
s. weil, La persona e il sacro cit., p. 72.
Capitolo terzo
Terza persona

1. Non-persona.

In un articolo tanto noto quanto ancora insondato in tut-


te le sue possibili implicazioni, il grande linguista francese
Emile Benveniste traccia una netta distinzione tra i primi
due pronomi personali e il terzo. Nonostante la simmetria di
superficie che sembra collegarli in un unico paradigma a tre
termini, il pronome ‘egli’ risulta radicalmente differente da
‘io’ e ‘tu’, al punto da potere essere definito dal contrasto
con essi: non soltanto egli non è ciò che sono io e tu, ma è
ciò che essi non sono – non semplicemente il loro rovescio,
ma qualcosa di irriducibile alla diade indissolubile formata
da quelli. Per cogliere questa disomogeneità di fondo, biso-
gna partire dalle caratteristiche che legano in una medesima
tipologia bipolare le prime due persone. Innanzitutto esse
hanno una dimensione esclusivamente discorsiva: anziché ri-
ferirsi a una realtà esterna, a un qualsiasi dato oggettivo, as-
sumono senso solamente all’interno dell’atto di parola che le
proferisce: «Io significa la persona che enuncia l’attuale si-
tuazione di discorso contenente io»1. Da qui l’altra qualità
specifica che connota la prima e la seconda persona, vale a
dire la loro unicità: sia l’io che parla sia il tu che ascolta so-
no di volta in volta unici, non valgono che in riferimento a
se stessi e al contesto spazio-temporale implicito nell’enun-
ciazione. In tal senso sono accostabili a una serie di ‘indica-

1
e. benveniste, La nature des pronoms (1956), in Problèmes de linguistique géné-
rale, Paris 1966 [trad. it. La natura dei pronomi, in Problemi di linguistica generale,
Milano 1971, p. 302].
128 Capitolo terzo Terza persona 129

tori’, di tipo ancora pronominale o anche avverbiale, come doppiandosi, nella propria alterità. È perciò che questo, per
questo, qui, ora, che rinviano all’attualità della situazione di quanto voglia rispettarla nella sua autonomia, salvaguardar-
discorso. Anche se si riferisce a un altro tempo o a un altro la nella sua trascendenza, non può evitare di esercitare un ef-
spazio, l’io parla al tu sempre al presente, non può evadere fetto di padronanza su di essa, dal momento che tale alterità
dalla contemporaneità che definisce la sua momentanea con- è logicamente dipendente dalla sua stessa definizione. Cosa
dizione di locutore. Parlando, dichiarandosi come io, questi qualifica, infatti, l’alterità, se non un punto di contrasto ri-
letteralmente ‘si presenta’ – a se stesso e all’altro con cui in- spetto a un’entità che la precede? Nonostante tutte le reto-
terloquisce. Ma l’elemento che qualifica nella maniera più riche sulla eccedenza dell’altro, nel confronto a due termini,
intensa la prima e la seconda persona – in opposizione alla esso è concepibile solo e sempre in rapporto all’io. Non può
terza – è la loro reciproca reversibilità. Proprio perché han- essere che non-io – il suo rovescio e la sua ombra. In questo
no una realtà puramente linguistica, perché non rimandano senso, portando il discorso su un piano diverso, ma non ir-
mai a un oggetto esterno, esse sono dei segni vuoti riempi- relativo rispetto a quello strettamente linguistico, Lacan po-
bili a turno dai parlanti. Se soltanto colui che pronuncia il trà affermare, in un seminario contemporaneo al testo di
termine ‘io’ assume il ruolo di soggetto nei confronti del tu, Benveniste, che «il supporto di questo tu, sotto qualsiasi for-
è destinato ad esserne sostituito non appena questi prenda a ma possa apparire nella mia esperienza, è un ego che lo formu-
sua volta la parola, sospingendo il primo locutore nel ruolo, la […]. L’io che dice Io sono colui che sono, questo io, asso-
muto, dell’ascoltatore. lutamente solo, è quello che sostiene radicalmente il tu nel
Benveniste insiste sulla simmetria speculare che vincola proprio appello»2. Ma, una volta indicato il primato, logico
le due prime persone pronominali. Contro ogni teoria volta e semantico, dell’io, la simmetria con la situazione del tu è
a rimarcarne l’eterogeneità o l’indipendenza, egli ne ricono- ristabilita dal continuo scambio che, sempre sul piano del lin-
sce l’assoluta complementarità. È vero che l’io, riferendosi guaggio, effettuano le due prime persone. Come s’è visto,
sempre a se stesso, si pone a distanza da colui che chiama tu. ciò che tra esse transita senza sosta è il ruolo di soggetto. Dal
Ma è esattamente ciò che fa il tu nel momento in cui, all’in- momento che solo uno – quello che dice di sé io – può occu-
terno del discorso, subentra nel ruolo di soggetto parlante parlo, alla soggettivazione del primo termine corrisponde au-
prima occupato dall’io. Questo significa che tale distanza, tomaticamente la desoggettivazione del secondo, finché que-
piuttosto che una difformità o una contrapposizione, costi- sto non acquista a sua volta soggettività desoggettivando il
tuisce il luogo stesso in cui i due termini si implicano a vi- primo.
cenda. Come l’io implica sempre, in maniera diretta o indi- È a simile dialettica che sfugge la terza persona in una
retta, un tu cui rivolgersi, così non esiste un tu senza un io forma che non si limita a differenziarla dalle prime due, ma
che, separandolo da sé, lo designi in quanto tale. Ciò non che apre un orizzonte di senso a queste del tutto eterogeneo.
vuol dire che le prime due persone siano sullo stesso piano, Ad essere in gioco, con essa, non è più la relazione di scam-
nel senso che è sempre l’io a definire il campo di pertinenza, bio tra una ‘persona soggettiva’, indicata dall’io, e una ‘per-
e anche le coordinate spazio-temporali, all’interno dei quali sona non soggettiva’, rappresentata dal tu, ma la possibilità
solamente può darsi qualcosa come un tu. Il tu, da questo di una persona non personale o, più radicalmente, di una non-
punto di vista, presuppone l’io. È il suo alter ego – altro, ma
in relazione all’ego che lo dichiara tale sdoppiandosi, o rad- 2
j. lacan, Le Séminaire, III. Les Psychoses, Paris 1981, p. 323.
130 Capitolo terzo Terza persona 131

persona. La sua esteriorità alla dialettica tra io e tu è un’e- gior nettezza la distanza strutturale tra i primi due pronomi
steriorità anche alla modalità logica della persona: «La con- e il terzo. In particolare per i grammatici arabi, se la prima
seguenza deve essere formulata con precisione: – osserva persona è ‘colui che parla’ e la seconda ‘colui al quale ci si ri-
Benveniste a proposito della persona verbale – la ‘terza per- volge’, la terza è ‘colui che è assente’. Mentre, come si è vi-
sona’ non è una ‘persona’; è anzi la forma verbale che ha la sto, l’ambito di senso dell’io e del tu è l’eterna presenza –
funzione di esprimere la non-persona»3. È la punta dell’inte- raddoppiata nella rappresentazione che l’un termine produ-
ro discorso, che l’autore non intende in nessun modo smus- ce dell’altro – quello della terza persona è l’assenza. Anche
sare e che anzi non teme di rendere ancora più acuta: nella coniugazione verbale, in molte lingue, essa manca di
Non dobbiamo quindi rappresentare la ‘terza persona’ co- desinenza, di demarcatore o di prefisso. Quello che è assen-
me una persona in grado di depersonalizzarsi. Non vi è afere- te è sempre la qualità soggettiva della persona o, se si prefe-
si della persona, ma proprio la non persona, che possiede come risce, l’identità personale del soggetto. Non a caso, la terza
demarcatore la mancanza di quanto qualifica specificamente persona è la sola mediante la quale può essere predicata una
l’‘io’ e il ‘tu’. Poiché non implica alcuna persona, può prende-
re un soggetto qualsiasi o non contenerne alcuno, e questo sog- cosa. Ciò non vuol dire che essa non possa riferirsi a un’en-
getto, espresso o no, non è mai posto come ‘persona’4. tità umana. Ma quello che fa la differenza è che tale entità
non ha la forma autoriflessa della persona. È appunto ciò che
Ciò che Benveniste intende sostenere è che la terza per- si rivela a pieno nel caso dell’impersonale, allorché il verbo
sona non si limita a indebolire, o modificare, gli elementi ca- include dentro di sé, o addirittura azzera, il soggetto dell’a-
ratterizzanti delle altre due persone, ma li rovescia nel loro zione. In questo caso – quello delle espressioni úei, tonat, it
opposto spingendoli in uno spazio esterno alla loro stessa for- rains – il processo è inteso come qualcosa di oggettivo, la cui
mulazione. Come la persona – nella forma alternata dell’io e produzione non è rapportabile a un agente, ma a un evento
del tu – non può riferirsi autoreferenzialmente che a se stes- senza soggetto o costitutivo del soggetto: «Così – argomen-
sa in una situazione puramente discorsiva, così la terza per- ta Benveniste – volat avis non significa ‘l’uccello vola’, ma
sona – vale a dire la non-persona – rimanda sempre a un re- piuttosto ‘vola, l’uccello’. La forma volat basta a se stessa e,
ferente esterno di tipo oggettivo. A qualcosa, o anche a qual- sebbene non personale, include la nozione grammaticale di
cuno – ma a un qualcuno non individuabile come questa soggetto»5. A ulteriore conferma della propria tesi, l’autore
specifica persona, perché o riferito a nessuno o estendibile a nota che in diverse lingue la forma pronominale di terza per-
tutti. Si potrebbe dire che essa si situi precisamente nel pun- sona, come in italiano l’espressione ‘ella’, viene usata in ma-
to di incrocio tra nessuno e chiunque. O non è affatto per- niera allocutiva – rivolgendosi, cioè, a un interlocutore pre-
sona o è ogni persona – in realtà le due cose insieme. sente – con finalità apparentemente opposte, ma che coinci-
Ad attestare il carattere non personale della terza perso- dono nell’intenzione di sottrarlo allo status normale di
na, Benveniste adduce un’ampia serie di testimonianze trat- persona: o ponendolo al di sopra di essa, per riverenza, o al
te dalle lingue indoeuropee, da cui si evince con sempre mag- di sotto, per disprezzo. Ancora una volta la terza persona
sfugge a quella modalità personale che stringe in uno stesso
3
e. benveniste, Structure des relations de personne dans le verbe [trad. it. S t r u t- destino linguistico la prima e la seconda. Tutto ciò non si li-
tura delle relazioni di persona nel verbo, in Problemi di linguistica generale cit., p.
273].
4 5
Ibid., p. 275. Ibid.
132 Capitolo terzo Terza persona 133

mita a fare di essa la più singolare delle persone – appunto


perché sottratta alla specularità inevitabile delle prime due. 2. L’animale.
Ma anche la più – e anzi l’unica realmente – plurale. Benve-
niste conclude, infatti, la propria analisi osservando che la Cercando l’essenza del fenomeno giuridico durante una
prima e la seconda persona plurale – il ‘noi’ e il ‘voi’ – non stagione che sembra averne decretato l’eclissi – e cioè nel
sono in realtà veramente tali. Esse sono una dilatazione, cor- pieno della seconda guerra mondiale – Alexandre Kojève la
rispondentemente, dell’io e del tu. Non una pluralizzazione, individua nella presenza di una terza persona interposta nel-
dal momento che un unicum non può moltiplicarsi, bensì una la dialettica binaria tra altre due: si dà diritto ogni qual vol-
loro estensione nella forma di una persona collettiva, più am- ta abbia luogo l’intervento di un terzo disinteressato e im-
pia e pesante dell’io e del tu, ma con i medesimi connotati parziale nella interazione tra due esseri umani con la conse-
identitari: guenza di annullare la reazione del secondo all’azione del
È chiaro infatti che l’unicità e la soggettività inerenti all’‘io’ primo. Che si consideri il diritto di quest’ultimo causa o ef-
contraddicono la possibilità di una pluralizzazione. Non si pos- fetto dell’intervento del terzo – secondo una concezione sog-
sono avere più ‘io’ concepiti dallo stesso ‘io’ che parla, per il gettiva oppure oggettiva del fenomeno giuridico così costi-
fatto che ‘noi’ non è una moltiplicazione di oggetti identici,
bensì un congiungimento tra l’‘io’ e il ‘non io’, quale che sia il tuito – ciò non modifica il carattere necessariamente ternario
contenuto di questo ‘non io’. Tale congiungimento forma una della sua struttura. In ogni caso il diritto resta costitutiva-
totalità nuova e di tipo affatto particolare, dove i componenti mente legato alla figura del terzo: come aveva già rilevato in
non si equivalgono: in ‘noi’, è sempre ‘io’ che predomina in altro contesto Simmel8, sottolineando il ruolo qualitativa-
quanto non vi è ‘noi’ che a partire da ‘io’, e questo ‘io’, per la mente decisivo del tre rispetto a tutti gli altri numeri infe-
sua qualità trascendente, si assoggetta l’elemento ‘non io’. La
persona dell’‘io’ è costitutiva del ‘noi’6. riori e superiori, perché si dia una situazione sociale, quale
è eminentemente quella giuridica, si richiede sempre e co-
L’unica ad avere un plurale – anche quando è singolare, munque una terna:
o proprio in quanto tale – è la terza persona. Ma appunto Il diritto è un fenomeno essenzialmente sociale. Tres faciunt
perché, in senso stretto, non-persona. La sua particolarità, collegium, dice un adagio romano. Ed è profondamente vero.
ad essere più precisi, sta nel non essere propriamente né sin- Due esseri umani, non diversamente da un individuo isolato,
golare né plurale. O nell’essere entrambi – singolare-plura- non costituiscono una società (né uno Stato o una famiglia).
Perché ci sia una società, non è sufficiente che ci sia un’inte-
le. Nel far cadere l’opposizione tradizionale, tipica della se-
razione tra due esseri. Bisogna – ed è sufficiente che ci sia an-
mantica della persona, tra queste due modalità. Non essen- che l’‘intervento’ di un terzo9.
do persona, essendo costitutivamente impersonale, essa è
insieme singolare e plurale: «È proprio la non-persona che, È precisamente questo elemento – la differenza da una
espressa in modo esteso e illimitato, esprime l’insieme inde- situazione a uno o a due termini – a rendere, nel suo carat-
finito degli esseri non-personali. […] Solo la ‘terza persona’,
in quanto non-persona, ammette un vero plurale»7.
8
g. simmel, Soziologie, Berlin 1908 [trad. it. Sociologia, Milano 1998, pp. 90
sgg.].
6
Ibid., p. 278. 9
a. kojève, Esquisse d’une phénoménologie du droit, Paris 1982 [trad. it. Li-
7
Ibid., p. 281. nee di una fenomenologia del diritto, a cura di F. D’Agostino, Milano 1989, p. 81].
134 Capitolo terzo Terza persona 135

tere essenziale, il fenomeno giuridico irriducibile a qualsiasi costanza che nelle situazioni normali il diritto pubblico ap-
altro ambito dell’esperienza umana. Non solo a quelli ad es- paia incorporato nella struttura formale dello Stato non can-
so palesemente eterogenei, come la prassi estetica o, al con- cella affatto la distanza categoriale tra le due sfere: solo se
trario, apparentemente sovrapposti, come lo scambio econo- sottratto a una situazione essenzialmente politica – vale a di-
mico, ma anche ai territori contigui della morale, della reli- re in ultima analisi conflittuale – il diritto può svolgere la
gione e della politica. Quanto al primo, alla relazione etica, propria azione letteralmente neutrale, non pregiudicata a fa-
solo erroneamente essa può essere definita tale, dal momen- vore dell’uno o dell’altro. Non a caso, nella prospettiva kojè-
to che l’individuo morale non si rapporta che a se stesso – viana, il suo pieno dispiegamento dovrà attendere, per pas-
anche se soggetto al giudizio altrui, si misura sempre alla pro- sare dallo stato di potenza a quello di atto, il tempo della fi-
pria figura ideale, secondo una legge interiore che non con- ne della politica.
divide con nessuno. Se la morale è, dunque, diversa dal di- Quest’ultima proposizione, di cui rileveremo tra poco le
ritto perché essenzialmente monodica, la religione lo è per- conseguenze aporetiche, rimanda all’altro livello – quello sto-
ché inevitabilmente diadica. A differenza di quanto ritiene rico-genetico, o più precisamente genealogico – del testo di
chi considera il dio giudice supremo, e dunque terzo, egli è Kojève, volto non più a definire fenomenologicamente l’es-
in realtà sempre parte in causa in un rapporto a due con l’uo- senza del diritto, bensì a rintracciarne diacronicamente l’o-
mo religioso che a lui si rivolge attendendone castigo o sal- rigine e lo sviluppo storico. È ovvio che da questo lato le di-
vazione. Quanto, poi, all’agire politico, Kojève ha buon gio- stinzioni assai nette tracciate nella prima parte tendano a sfu-
co ad adoperare le note tesi di Carl Schmitt – al cui model- marsi, o a dialettizzarsi, in un quadro unitario costruito
lo d’indagine, del resto, ispira l’intera Phénomenologie10 – intorno a quel momento fondativo dell’esperienza umana che
circa l’inconcepibilità politica «di un terzo ‘disimpegnato’ e l’autore definisce ‘atto antropogeno’. Reincontriamo, da un
perciò ‘imparziale’»11: in quanto intrinsecamente caratteriz- punto di vista eccentrico rispetto a quanto già conosciamo,
zata dalla relazione oppositiva tra amico e nemico, l’espe- un tema – quello della specificità della natura umana in rap-
rienza politica è non soltanto differente, ma addirittura in- porto alla propria provenienza animale – che abbiamo segui-
compatibile con quella giuridica. Che l’atto giuridico sia im- to, nelle sue diverse declinazioni, lungo l’intero lavoro. La
possibile nei confronti del nemico politico è fin troppo tesi di fondo dell’autore, molto liberamente tratta dall’ope-
evidente, ma lo è anche rispetto all’amico – che non può es- ra di Hegel, è che l’uomo si renda effettivamente tale, pie-
sere considerato tale dal giudice davvero imparziale. La cir- namente umano, solo nella contrapposizione con quella na-
tura animale che gli fa da inevitabile supporto. Mentre l’a-
10
Sul rapporto tra Kojève e Schmitt, cfr. g. barberis, Il regno della libertà. Di- nimale che egli ha dentro di sé e da cui non può mai
ritto, politica e storia nel pensiero di Alexandre Kojève, Napoli 2003, nonché la post- completamente emanciparsi – assimilabile, nella sua irridu-
fazione di A. Gnoli a a. kojève, Il silenzio della tirannide, Milano 2004, pp. 253-
67. Più in generale sull’autore, m. vegetti, La fine della storia. Saggio sul pensiero cibilità, alla vita organica di cui parla Bichat – tende all’ac-
di A. Kojève, Milano 1999. Sul terzo nel diritto, anche in rapporto a Kojève, cfr. quisizione, o all’effettuazione, di ciò che istintivamente de-
infine b. romano, Ragione giuridica e terzietà nella relazione, Roma 1998; id., Sulla
trasformazione della terzietà giuridica, Torino 2006. sidera, a partire dalla propria autoconservazione, l’uomo è
11
c. schmitt, Der Begriff des Politischen, in «Archiv für Sozialwissenschaft und caratterizzato da una mancanza originaria che non può mai
Sozialpolitik», LVIII, n. 1 [trad. it. Il concetto del politico (ed. del 1932), in Le ca- riempire dal momento che il suo desiderio è quello di essere
tegorie del politico, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Bologna 1972, p. 109]. Sul ruo-
lo ‘impossibile’ del terzo in politica, cfr. anche p. p. portinaio, Il terzo, Milano 1986. a sua volta desiderato, e cioè riconosciuto come valore asso-
136 Capitolo terzo Terza persona 137

luto, dal suo simile. Per ottenere questo risultato, egli deve ticolare permette all’uomo di contrapporre l’entità umana
annullarsi in quanto animale della specie homo sapiens, met- che egli chiama ‘soggetto di diritto’ all’animale che le serve
tendo a repentaglio la vita che questo vorrebbe salvaguarda- da supporto e di cui essa è la negazione ‘sostanzializzata’»12.
re e affrontare in una lotta mortale l’altro individuo anima- Kojève, a differenza di molti interpreti attuali, è ben consa-
to dal medesimo impulso negativo. Il risultato è la ben nota pevole dell’uso restrittivo ed escludente che il diritto stori-
dialettica hegeliana tra Signore e Servo che, nella trascrizio- camente realizzato ha fatto della distinzione di principio tra
ne originale di Kojève, perviene a sintesi nella figura del Cit- soggetto giuridico ed essere umano in quanto tale: delle so-
tadino, come colui che riconosce quello da cui chiede di es- glie biologiche, di volta in volta costituite, o spostate, in ba-
sere a sua volta riconosciuto. se all’età, al sesso, alla salute fisica e psichica, alla razza, at-
Se questa, nei suoi tratti essenziali, è la dinamica dell’u- traverso le quali il dispositivo del diritto ha dispiegato la pro-
manizzazione, in che senso essa è costitutiva della forma giu- pria potenza impositiva e selettiva. Ma ciò non toglie, a
ridica? Come è noto, Kojève costruisce una simmetria tra le parere dell’autore, lo scarto oggettivo che separa la persona
tre figure del Signore, del Servo e del Cittadino e i tre tipi giuridica – in ogni sua possibile accezione di ‘persona fisica’,
di giustizia che si succedono nel tempo, pur senza smarrire, ‘morale’, ‘collettiva’ – dal supporto animale in cui si radica,
anzi incorporando dialetticamente, gli elementi positivi del- ma da cui pure si rileva: «L’opposizione reale e attuale tra
la fase precedente. Così l’equità – la giustizia del Cittadino l’uomo e l’animale nell’uomo giustifica la nozione di ‘sogget-
– costituisce la sintesi più matura tra l’uguaglianza signorile to di diritto’ in generale e in particolare quella di ‘persona
e l’equivalenza borghese. Lo stesso conflitto mortale che con- morale’»13. Al punto che a tale opposizione – al suo mante-
trappone le due figure del Padrone e dello Schiavo, basan- nimento e al suo approfondimento – è legato il destino di
dosi su un mutuo consenso a combattere, presuppone una si- progressivo sviluppo della giustizia nelle sue forme più ma-
tuazione paritaria tra i due contendenti e dunque una con- ture e risolte: solo se diverrà sempre più umano – cioè sem-
dizione, se non giusta, quantomeno non ingiusta, preludendo pre meno condizionato dall’originario fondale biologico – il
così formalmente alla realizzazione della giustizia futura. Ma, diritto allargherà le sue frontiere a un numero crescente di
al di là di questo schema un po’ maccheronico, contrassegna- individui. Solo se emancipato dalla coazione animale alla so-
to da un’adesione insieme eccessiva e difettiva al modello he- pravvivenza, esso restituirà alla vita la sua dimensione più
geliano, l’elemento che definisce la giuntura più intrinseca autenticamente umana.
tra la dinamica di umanizzazione e la genesi del fenomeno A un tratto, tuttavia, portando in superficie un presup-
giuridico sta proprio in quel processo di de-animalizzazione, posto fin dall’inizio implicito nel suo eccentrico hegelismo,
e di conseguente personalizzazione, che presiede alla costi- Kojève imprime al proprio discorso una direzione diversa,
tuzione del soggetto di diritto. Quest’ultimo trova la sua spe- spingendolo verso un esito che capovolge radicalmente le pre-
cificità – in una maniera singolarmente rispondente a quan- cedenti conclusioni. Si tratta della caratterizzazione di quel-
to abbiamo analizzato nel capitolo precedente – proprio nel lo Stato Universale e Omogeneo, o Impero, che alla ‘fine del-
distacco rispetto all’essere umano generico che l’autore ha la storia’, e cioè nella stagione a venire in cui questa realiz-
definito animale della specie homo sapiens: «L’opposizione,
reale e attuale, creata dalla lotta e dal lavoro, tra l’uomo e la 12
a. kojève, Linee di una fenomenologia del diritto cit., p. 233.
natura in generale, e la natura o l’animale nell’uomo in par- 13
Ibid., p. 234.
138 Capitolo terzo Terza persona 139

zerà tutte le proprie promesse esaurendosi come tale, por- smica: il mondo naturale resta ciò che è da tutta l’eternità.
terà a pieno compimento anche la dialettica giuridica. Che Non è nemmeno una catastrofe biologica: l’Uomo resta in
solo in esso, sia pure nelle forme appena tratteggiate con cui vita come animale che si trova in accordo con la Natura e con
l’autore lo delinea, il diritto trovi la propria compiutezza, era l’Essere dato»17. Ciò significa che, al culmine della propria
fin dall’inizio previsto nel differente statuto del Terzo. Ben- parabola, la civiltà giuridica – coincidente con quella della
ché operante in tutte le fasi precedenti nelle vesti del legisla- storia umana nel suo complesso – ripercorrerà d’un tratto, e
tore, del giudice e della polizia, solo nello Stato finale que- a ritroso, i propri passi scivolando nella stessa dimensione
sti risulta effettivamente disinteressato perché perde quei animale da cui si era così faticosamente emancipata. La con-
connotati di classe, o di appartenenza nazionale, che lo han- clusione di Kojève lascia naturalmente perplessi, e addirittu-
no qualificato, e ancora lo qualificano, in tutte le società ra increduli, circa la sua attendibilità agli occhi non solo no-
passate e presenti. Mentre nei sistemi giuridici finora speri- stri, ma dello stesso autore, che troverà, peraltro, modo di
mentati la terza persona non è mai stata «chiunque», se non ribadirla, e anche modificarla, nei testi successivi. Senza
«all’interno di un gruppo determinato in un momento deter- adesso cercare di penetrarla in tutte le sue rifrangenze – o,
minato della sua esistenza storica»14, in una società che «im- tantomeno, di ricondurla a una qualsiasi posizione politica,
plichi l’umanità nella sua interezza», e in cui dunque nessu- reazionaria o rivoluzionaria che sia – quello che comunque
no abbia un interesse privato che non sia già risolto in quel- ne emerge è un vettore di senso che sembra contraddire gli
lo comune, essa potrà essere davvero «uno qualunque, senza effetti astraenti di quel dispositivo della persona giuridica
eccezioni», una «persona qualsiasi»15, sostituibile con ogni cui pure l’autore sembrava riferirsi in maniera neutrale, se
altra. In questo caso, in cui l’universale potrà conciliarsi con non affermativa: alla fine del tempo, allorché il generale verrà
l’individuale e l’essenza con l’esistenza, il diritto delle per- a coincidere con il singolare e il proprio con il comune, la ter-
sone si realizzerà, e insieme si destituirà, nella vera giusti- za persona ritroverà, o riconoscerà, il proprio contenuto im-
zia: «La giustizia sarà pienamente realizzata nel diritto e gra- personale. È quanto anche Simone Weil, da ben altra pro-
zie al diritto, perché ogni dimensione dell’esistenza umana spettiva, aveva inteso profilando una impossibile coinciden-
sarà determinata dalla giustizia»16. za di diritto e giustizia: un diritto in comune – di nessuno,
Ma il dato ancora più sorprendente o, a seconda dei pun- perché di tutti e di ciascuno: «il cittadino – afferma Kojève
ti di vista, inquietante, sta nella circostanza che in una nota con lei – agirà nella sua qualità di cittadino, cioè come mem-
al suo grande commento a Hegel, Kojève sostiene che lo Sta- bro qualsiasi della comunità, o in funzione del suo essere uma-
to Universale, comportando l’esaurimento dell’azione nega- no»18. È da questo passaggio che torna a riaffacciarsi la so-
tiva produttiva di storia, segna al contempo la fine della con- stanza animale – quella mera vita biologica che si dimostra
dizione umana intesa nel suo distacco dal proprio supporto sempre più resistente dei tentativi, troppo umani, di oltre-
animale e anzi il suo ripiegamento su di esso: «La scompar- passarla. Senza voler necessariamente contrapporre specie
sa dell’Uomo alla fine della storia non è una catastrofe co- biologiche diverse, forse lo sguardo ironico e scettico di
Kojève si è posato proprio sulla loro possibile congiunzione
14
Ibid., p. 91.
15 17
Ibid., pp. 94-95. a. kojève, Introduction à la lecture de Hegel, Paris 1979, p. 434.
16 18
Ibid., p. 98. id., Linee di una fenomenologia del diritto cit., p. 518.
140 Capitolo terzo Terza persona 141

– su un orizzonte a venire che non appartiene né all’ordine te separati. La persona della giustizia non è il «terzo discor-
umano né a quello animale, ma piuttosto alla sagoma, anco- sivo» all’interno di una situazione dialogica, ma un punto di
ra indistinta, del loro incrocio19. Del resto, che il divenire assoluta irrelazione perché di per sé esterno al piano della in-
animale dell’uomo sia situato alla fine della storia lascia in- terlocuzione. Da questo angolo di visuale, e per la medesima
tendere che esso non è un puro ritorno a una condizione pri- ragione rilevata da Benveniste, la terza persona, oltre che al
mitiva, ma il raggiungimento di uno stato mai prima speri- rapporto con gli altri, sfugge, in qualche modo, anche a quel-
mentato: non una semplice rianimalizzazione dell’uomo or- lo con se stessa, al proprio statuto di persona, per moltipli-
mai umanizzato, ma un modo di essere uomo che non si carsi in un numero talmente indefinito da produrre una sor-
definisca più nella alterità alla sua origine animale. ta di generale spersonalizzazione:
Tutte le persone della giustizia sono delle terze persone, e
delle persone definitivamente terze – ciò che vuol dire: non c’è
3. Altrui. più una terza persona, non vi è più neanche persona, quel che
ne sia il numero; non vi è che l’agente qualunque, cioè non im-
porta chi o il signor Un tale, membro di una collettività di in-
L’estraneità del Terzo al linguaggio dei primi due è atte- dividui intercambiabili tra loro: il ‘si’ (On) anonimo, imperso-
stata, in negativo, anche dai filosofi della seconda persona – nale e acefalo prende il posto del Lui e non occupa alcun gra-
nelle varie tonalità del dialogo, dell’empatia, dell’amore che do particolare nella scala della coniugazione; questa persona
di volta in volta essi adottano. Nel suo Trattato delle virtù, senza volto, a cui Buber oppone il Tu del dialogo, è la persona
Vladimir Jankélévitch situa la terza persona in una posizio- che non è persona, l’esso (Il ) che è nessuno (oudeis)21.
ne delocutoria che richiama singolarmente la formulazione Siamo in presenza di qualcuno che, per il suo grado di
avanzata, in altro contesto e con altri intendimenti, da Ben- anonimato, va anche al di là del ‘ciascuno’, del ‘chiunque’,
veniste: di Kojève, perché strutturalmente esterno alla semantica del-
L’amore si rivolge al Tu come il rispetto al Voi; ma la giu- la soggettività, condivisa invece dall’io e dal tu – dal tu co-
stizia, quanto ad essa, non si rivolge né al Voi né al Tu, perché me interlocutore privilegiato dell’io. Solo che, nel caso di
non ha interlocutori; nessuno cui parlare, indirizzarsi, porre
questioni; nessuno da interpellare nella forma della supplica, Jankélévitch, ciò che per altri costituiva una specificità, di
nessuno da chiamare con un vocativo imperioso o una pressan- carattere linguistico o logico, diventa una negatività, una per-
te invocazione. La persona di giustizia è la terza: voglio dire la dita – e anzi qualcosa di letteralmente inconcepibile. Si di-
terza persona, e non l’intermediario della mediazione interpo- rebbe, anzi, che l’intero suo trattato abbia appunto la fun-
sta tra i due estremi dell’io e del tu20. zione di disinnescare questa minaccia, di neutralizzare que-
Non si tratta – specifica Jankélévitch – di qualcuno, o di sta eccedenza, riassorbendola nella dialettica dell’io e del tu.
qualcosa, che abbia il compito di mettere in rapporto due Il punto di partenza, e anzi il vertice sommo, in base al qua-
partner lontani, di collegare due elementi temporaneamen- le ogni altra ‘virtù’ viene da lui misurata è l’amore, inteso
come la relazione immediata che lega la prima alla seconda
19
persona in una forma estatica ed esclusiva di ogni distanza.
Anche G. Agamben, per vie diverse, giunge alla medesima conclusione. Cfr.
il suo L’aperto. L’uomo e l’animale, Torino 2002, pp. 12-20.
20
v. jankélévitch, Traité des vertus, II. Les vertus et l’amour, Paris 1970, p.
21
779. Ibid.
142 Capitolo terzo Terza persona 143

In essa io si rivolge non a un generico alter, ma a quell’uni- Ma a questo primo declassamento, per moltiplicazione,
co tu che gli è più intimo di se stesso – al punto di non po- della seconda persona ne fa riscontro un altro, ancora più in-
terlo convocare nella forma normale dell’indicativo, ma so- controllato, perché inevitabilmente portato a scivolare, e co-
lo in quella, diretta e sublime, del vocativo, dell’invocazio- sì a degradare, verso la terza. Ciò accade quando, pur in una
ne, della preghiera. Nel momento stesso, infatti, in cui tale dialettica ancora abitata da soggetti parlanti, si affaccia quel-
tu slitta dal piano intersoggettivo della compresenza a quel- l’assenza che annuncia l’avvento di un Terzo più ostico, me-
lo, neutro e oggettivo, della definizione – passando così dal- no urbanizzato – come colui che non si limita ad allargare, o
la modalità incommensurabile della parusía alla forma deter- pluralizzare, il dialogo, ma minaccia di spezzarlo attraverso
minata dell’ousía 22 – già la seconda persona non è più del tut- un’esteriorità direttamente opposta all’intimità del faccia a
to tale, già ha iniziato il percorso dissolutivo verso un esito faccia. In questo caso, allorché il dentro della relazione co-
che finirà per disgregarla e disperderla nell’anonimato della mincia a rovesciarsi nel fuori, il tu, quel tu necessario alla vi-
terza. Tale processo entropico procede per sdoppiamento e ta dell’io quanto questo alla sua, si sente «espulso dal duo
serializzazione di colui che in tanto vale in quanto è unico e fraterno, tenuto a margine di ogni allocuzione. Siamo alla
insostituibile. Già la virtù del rispetto, collocata in una po- presenza di un trio di sordi i cui interlocutori sono tutti estra-
stazione intermedia tra l’amore e la giustizia, se ancora na- nei l’uno all’altro e assenti l’uno nei confronti dell’altro»24.
sce all’interno dell’interlocuzione, la generalizza ed estende In una situazione del genere quella che è ancora declinata co-
dalla singolarità del tu alla pluralità del voi. In questa figura me una seconda persona grammaticale si scopre, in realtà,
mediana – caratterizzata dal riserbo o dalla differenza di sta- terza sul piano spirituale – già investita dal vuoto di senso
tus – l’interlocutore non scompare, ma passa dalla particola- che scava quest’ultima, spinta suo malgrado a ridosso di quel
rità della persona singolare, scelta e amata come tale, alla ge- Niente in cui trapela, infine, il viso sfigurato dell’Imperso-
neralità di un insieme, di una collettività, di una moltitudine nale: «il tu, divenuto cosa indifferente, non si distingue dal-
– «il due fa qui posto a una relazione policefala e anonima»23, le altre persone della coniugazione che per il suo numero or-
come si esprime l’autore. Perciò non si dà passaggio dal ri- dinario. Ogni persona concreta può trasformarsi in monade
spetto, come anche dalla più salda delle amicizie, al faccia a astratta, ogni ipse indicibile in ipseità dicibile e generica. La
faccia dell’amore. Certo può, in alcuni casi, realizzarsi una seconda persona concettualizzata è più o meno tanto perso-
comunanza d’intenti, una solidarietà nel pericolo, una fra- nale che l’il di ‘il pleut’»25. Le strategie difensive di Jankélé-
ternità improvvisa tra individui prima lontani – ma nulla di vitch nei confronti di questo evento traumatico – dell’effet-
veramente assimilabile alla puntualità assoluta e penetrante, to estraniante dell’Impersonale – sono molteplici. La terza
alla prossimità rovente e illimitata dell’amore. Come il Voi persona o è da lui negata in quanto tale oppure estromessa
non è un tu, neanche il Noi, pur nella forma altissima della da un sistema, incentrato sulla relazione effusiva tra le pri-
carità, è un io capace di rispondere in maniera diretta ed me due, che non riesce in nessun modo a introiettarla e pa-
esclusiva al richiamo di chi lo interpelli. droneggiarla. Il presupposto, palesemente esorcizzante, da
cui la sua analisi parte è che «una persona assolutamente ter-
22
All’interno di un analogo orizzonte teoretico – pur con argomentazioni di-
verse – si colloca V. Vitiello, in TU. La metafisica della seconda persona, in «Her-
24
meneutica», 2004, pp. 9-37. Ibid., p. 793.
23 25
v. jankélévitch, Traité des Vertus cit., p. 777. Ibid., p. 794.
144 Capitolo terzo Terza persona 145

za è un mostro»26 – come non può non essere quella che ne- to, Benveniste. Egli – prosegue l’autore – non essendo per
ghi se stessa, scomparendo così dall’orizzonte personale. Es- me, per te e neanche, alla fine, per sé, semplicemente non
sa, semplicemente, non è – non un’altra persona, ma un’an- è. È un foro, o il fuori, della relazione personale. La relazio-
tipersona. Certo – ammette l’autore – una persona può es- ne senza persona e insieme la persona senza relazione. L’ir-
sere momentaneamente assente, ma sempre in relazione alle relato, l’irrelativo, l’impersonale. Puro flatus vocis, incalza
presenze che, con il loro pieno, la spingono nella mancanza, Jankélévitch. O, peggio, come accade appunto a un altrui-
come la linea che scava un taglio verticale è dipendente dai smo indifferenziato, il modo surrettizio per non interessar-
blocchi che separa. Come il silenzio, reso ‘udibile’ solo dal- si di nessuno, fingendo di interessarsi di tutti: «Costretto a
la cessazione delle voci che lo precedono e lo seguono – pro- scegliere tra subito e mai più, tra adesso e da nessuna par-
ducendolo e sospendendolo27. Perciò non può esistere una te, tra qualcuno e tutti, la filosofia della terza persona sce-
persona stabilmente assente – che non riprenda prima o poi glie Nunquam, Nusquam e Nemo, di amare tutto il mondo,
a manifestarsi, rientrando così nel cerchio dell’interlocuzio- e di conseguenza di non amare nessuno»30. Per significare
ne. A meno che – è l’ipotesi estrema cui l’autore ricorre per l’irrecuperabile estraneità di questa entità rispetto a qual-
negare ciò che non riesce a concettualizzare – non sia mor- siasi declinazione personale, Jankélévitch arriva a definirla
ta. Come sarebbe, appunto, un terzo veramente esterno al «quarta persona», intendendo, con ciò, espellerla definiti-
dialogo amoroso degli altri due: «un assente escluso da ogni vamente dal quadro. Arrivati al quarto, al pronome che non
allocuzione affettuosa, imperativa o aggressiva, questo as- esiste, l’intero sistema delle virtù s’inceppa e si rovescia nel-
sente è un assente? Questo assente è piuttosto un morto, se la pura esteriorità: in un ordine all’ennesima potenza in cui
la morte è l’assenza assoluta, incompensabile, definitiva, e non soltanto non vi sono più persone, ma non è più nean-
la soppressione di ogni presenza non solamente attuale, ma che possibile enumerarle, perché è andato perso anche il pri-
virtuale»28. mo numero, quell’i p s e da cui l’intera dialettica personale
Questa persona non più tale, incarnata dalla giustizia aveva preso le mosse e da cui, in fondo, non si era mai stac-
astratta e impersonale, ha per Jankélévitch il nome impro- cata:
nunciabile di ‘altrui’. Esso non è la terza persona ancora in Ogni genealogia s’arresta qui. Al di là della terza persona
rapporto, sia pure precario, con la seconda e con la prima – comincia in effetti il vasto oceano indistinto, l’oceano grigio
e dunque recuperabile, per via indiretta o obliqua, all’inter- degli altri innumerevoli, innominabili, intercambiabili che som-
no dello schema dialogico: «Altrui è una Terza persona che merge ogni ipseità. Perché nel mondo crepuscolare dove tutti
gli esseri sono altri gli uni agli altri e dove nessuno è, propria-
non è mai stata né diverrà mai seconda»29. Non qualcuno, mente parlando, ‘qualcuno’, chi che sia, ogni altro è insieme
uno qualsiasi, uno qualunque. Ma ognuno – e perciò nessu- altro come altro e altro come sé stesso. L’ego medesimo si è
no, come aveva colto, in un diverso ordine di ragionamen- perso, annegato, reificato alterando e alienando tutti i suoi si-
mili31.
26
Ibid., p. 780.
27
Sul rapporto tra musica e silenzio rimando alle intense pagine del saggio in-
troduttivo di E. Lisciani-Petrini a v. jankélévitch, La musica e l’ineffabile, Mila-
no 1998 [ed. originale La musique et l’ineffable, Paris 1961].
28 30
v. jankélévitch, Traité des Vertus cit., p. 781. Ibid., p. 781.
29 31
Ibid., p. 793. Ibid., p. 797.
146 Capitolo terzo Terza persona 147

la dialettica tra io e tu, così come è definita dalla filosofia


4. Egli. della seconda persona, segnatamente nella versione fornita-
ne da Martin Buber. Ciò che Levinas soprattutto gli conte-
La questione della terza persona attraversa e inquieta l’in- sta è il carattere formale, non necessariamente personale, di
tera opera di Levinas – nel senso che ne costituisce insieme termini disposti sullo stesso piano e dunque intercambiabili
il vertice teoretico e il punto di crisi interna, l’assillo e il li- lungo una direzione di lettura che può procedere indifferen-
mite su cui essa batte senza venirne a capo e anzi rischiando temente da sinistra a destra o da destra a sinistra. In questo
di spaccarsi in due blocchi di senso tra loro difficilmente com- caso l’uno non risulta essere che la proiezione rovesciata del-
ponibili. Lungi dal tentare di neutralizzarla, o di escluderla l’altro, a sua volta reso tale solo in forza dell’autoposizione
dall’incontro tra l’io e il tu, come fa ancora Jankélévitch, egli del primo33. Si tratta di una disposizione topologica che ri-
la riconosce al suo fondo come l’angolo prospettico, o lo produce, sul piano filosofico, l’implicazione tra prima e se-
strappo laterale, destinato a decentrare entrambi i poli, pri- conda persona fissata da Benveniste in ambito linguistico:
ma ancora di ridefinire il loro rapporto. Certo, anche per Le- anche per Buber tra io e tu passa lo stesso rapporto di sim-
vinas essi si dispongono nella frontalità del faccia a faccia. metria, di compresenza e di reciprocità che caratterizza la
Anzi, mai come in lui, l’io è interpellato, nella sua assoluta posizione dei due interlocutori nell’atto del parlare. Il tu, per
singolarità, da un volto altrettanto unico e insostituibile. Ma poter acquisire a sua volta un ruolo soggettivo, deve presup-
è proprio l’originarietà del volto – la radice inafferrabile del- porre l’identità dell’io – è l’interlocutore di un io che si è già
la sua provenienza – ad aprire un campo di significazione ir- dichiarato tale. Levinas rovescia radicalmente questo sche-
riducibile alla linearità di una relazione a due, intraducibile ma logico, e anche grammaticale, in tutti i suoi passaggi: non
nella fissità di una formulazione binaria: basta dire che l’io è diverso dal tu – che il tu non è assimila-
bile all’io – perché una tale formulazione rischia di ridurre
La dimensione personale che il volto dell’altro c’impone è
l’alterità della seconda persona a una semplice sporgenza da
al di là dell’Essere. Al di là dell’Essere vi è una terza persona che
non è definita dal Se stesso e dall’ipseità. Ma che è possibilità un fondo comune che la vincola preliminarmente alla prima.
di quella terza direzione di radicale non-rettitudine che sfugge Quando invece è tutt’altro da essa, dal momento che «il lin-
al gioco bipolare dell’immanenza e della trascendenza, gioco guaggio si parla là dove manca la comunità tra i termini del-
caratteristico dell’Essere, in cui l’immanenza ogni volta ha la la relazione»34. Che il rapporto non soltanto presupponga,
meglio sulla trascendenza. Il profilo assente del passato irre- ma sia addirittura costituito dalla separazione dei suoi ter-
versibile grazie alla traccia è il profilo dell’‘Egli’. L’al di là da
cui proviene il volto è la terza persona32.
mini, come argomenta Levinas, significa che la diversità del-
l’altro non si configura come una difformità specifica all’in-
Per intendere il senso enigmatico – intenzionalmente so- terno di uno stesso genere, ma come una insuperabile etero-
speso alla emergenza dell’Enigma – di queste espressioni, bi- geneità di piano nell’ordine sia dello spazio che del tempo.
sogna risalire alle critiche a più riprese rivolte dall’autore al-
33
Cfr. i d ., Noms propres, Montpellier 1976 [trad. it. Nomi propri, Genova 1984,
32
e. levinas, La trace de l’autre, in En découvrant l’existence avec Husserl et pp. 22-39].
34
Heidegger, Paris 1967 [trad. it. La traccia dell’altro, a cura di F. Ciaramelli, Napo- id., Totalité et infini. Essai sur l’exteriorité, La Haye 1961 [trad. it. Totalità
li 1979, p. 40]. e infinito. Saggio sull’esteriorità, a cura di S. Petrosino, Milano 1977, p. 71].
148 Capitolo terzo Terza persona 149

Questa asimmetria, che è anche diacronia, sottrae il tu alle ludendo in ultima analisi alla presenza divina, essa la espri-
regole, logiche e sintattiche, dell’usuale comunicazione lin- me sempre nel suo versante di assenza, come è implicito nel-
guistica, conferendogli quell’esteriorità e superiorità nei con- la traccia barrata, cancellata, dall’inafferrabilità di ciò che in
fronti dell’io che Levinas definisce con il termine di ‘mae- essa si dà solo ritraendosi. Quanto all’incontro tra io e tu,
stria’. È dall’alto – o comunque dal fuori – di tale postazio- l’illeità, pur interrompendone la dialettica duale, non confi-
ne che il soggetto è interpellato, e insieme espropriato, a gura un terzo polo a quelli esterno. Non si situa al loro fian-
favore di qualcuno verso cui esercitare una responsabilità che co, né, tantomeno, tra di essi – ma al loro fondo. È l’origi-
fa tutt’uno con la più alta forma di giustizia. Ma il processo ne inoriginaria cui entrambi tendono senza mai poterla rag-
di alterazione che investe l’io, facendone l’oggetto del co- giungere, lo scarto laterale che ne devia il percorso, la linea
mando del tu, è lo stesso che già da sempre sospende questo di separazione che li distanzia tagliandoli anche al loro inter-
a una trascendenza tanto remota che si può definire solo in no. La loro non congiunzione, non reversibilità, non imma-
terza persona. Se l’io, lungi dal nominarsi tale, deve decli- nenza. Un’eccedenza, un margine, una soglia. Mai, comun-
narsi nel modo dell’accusativo – ‘eccomi’, dice a colui che lo que, un’entità positiva.
chiama – il tu a sua volta va enunciato sempre al vocativo, Qui, tuttavia, si pone il problema: se è così, se l’il dell’il-
come quello che non è possibile conoscere in quanto ogget- leità può presentarsi soltanto in negativo, esclusivamente per
to. Il risultato – ma anche il presupposto – di questa trian- ciò che non è, e non mai per quello che è; se è una faglia, un
golazione in cui ciascun termine è sovrastato, e al contempo vuoto, un vortice che non può riempirsi senza tradirsi, in che
dislocato, dalla precedenza dell’altro, è una sorta di curva- modo potrà mai ricevere, o rendere, giustizia – almeno se per
tura dell’essere che, pur nel faccia a faccia, non consente agli giustizia si intenda non solo l’intenzione puntualmente orien-
interlocutori di darsi del ‘tu’, ma li espone alla obliquità di tata che vincola l’io all’unicità del tu, ma una relazione più
un terzo termine cui conviene il nome di ‘illeità’. ampia che riguardi anche altri, non solo l’altro o l’Altro, ma
È l’illeità che apre le porte della giustizia, che sottopone l’altro dell’altro e l’altro di ogni altro? Ecco, nella sua for-
l’agire individuale all’impegno intransigente di una giusta re- mulazione essenziale, l’interrogativo, la questione, che a un
sponsabilità. Ma che cos’è, propriamente, l’illeità? Chi è il certo punto – o forse, tacitamente, fin dall’inizio – irrompe
terzo, l’‘il’, cui essa rimanda? E che tipo di giustizia ne sca- nella filosofia di Levinas con una forza d’urto destinata a
turisce? Sono le domande – la questione, come egli stesso la spaccarla, o quantomeno a disporla secondo due assi paral-
definisce, sollevandola su tutte le altre – alle quali, come si leli di difficile sovrapposizione:
diceva, l’intera ricerca filosofica di Levinas tenta di rispon- Se la prossimità mi ordinasse solo ad altri nella sua solitu-
dere senza mai pervenire a una formulazione definitiva. E dine, ‘non ci sarebbe stato problema’ – in nessun senso, nean-
dunque senza mai potersi sottrarre all’antinomia cui le sue che il più generale del termine. La questione non sarebbe na-
diverse risposte, affacciate nel corso del tempo, a volte an- ta, né la coscienza, né la coscienza di sé. La responsabilità per
l’altro è un’immediatezza anteriore alla questione: precisamen-
che all’interno della stessa opera, continuano a dare luogo. te prossimità. Essa è turbata e diviene problema a partire dal-
Volendone comunque individuare una scansione interna, si l’entrata del terzo35.
può dire che per tutta una prima fase, che si spinge fino al-
le pagine centrali di Totalità e infinito, Levinas assegna al ter- 35
id., Autrement qu’être ou au-delà de l’essence, La Haye 1974 [trad. it. Altri-
mine illeità un significato prevalentemente negativo: pur al- menti che essere o al di là dell’essenza, a cura di S. Petrosino, Milano 1983, p. 196].
150 Capitolo terzo Terza persona 151

Già nel saggio del ’54 su L’io e la totalità 36 egli apre un po da Jankélévitch: «la morale terrestre invita alla svolta dif-
confronto serrato con i propri presupposti: il faccia a faccia, ficile che porta verso i terzi rimasti fuori dall’amore. Solo la
se pensato in modo radicale, vale a dire nella assolutezza non giustizia dà soddisfazione al suo bisogno di purezza»39. Per-
generalizzabile dei suoi termini, finirebbe per escludere dal ciò non è affatto escluso che, benché nato da esso, «il rigo-
campo della giustizia ogni altro essere umano rispetto all’u- re della giustizia non possa capovolgersi contro l’amore in-
nico interlocutore prescelto, e con ciò la possibilità medesi- teso a partire dalla responsabilità»40. Naturalmente Levinas
ma di una vera giustizia. Per quanto costituito al suo fondo, tende a trattenere la discrasia così stabilita tra i poli dell’a-
e dunque non coincidente con esso, l’Egli resta imprigiona- more e della giustizia – tra il terzo, per così dire, ‘interno’ e
to nell’unicità del Tu, non è terzo che nell’orizzonte aperto il terzo ‘esterno’, o, forse meglio, tra l’esteriorità ‘a due’ e
dal secondo e ad esso relativo. Ma in questo modo, se il ter- quella ‘a tre’ – nei limiti di una compatibilità logica. Proprio
zo resta incluso nell’assolutezza del secondo, se «la contem- a tal fine comprime quella che egli stesso ha presentato co-
poraneità del multiplo si annoda intorno alla dia-cronia di me una anteriorità assoluta sul piano sincronico della com-
due»37, allora il primo non potrà mai incontrarlo direttamen- presenza: non è che appaia prima il volto e poi l’esigenza di
te, assumerlo nel proprio raggio di azione. Vincolato al pro- giustizia, così come la carità non precede la legge, ma la sot-
prio impegno esclusivo – intimo, ‘clandestino’, come si espri- tende e innerva. Anche il più remoto passato, se guardato da
me l’autore alludendo alla stretta della relazione a due – ver- una prospettiva triangolare, può apparire contemporaneo a
so il proprio altro, l’io è costretto a trascurare il terzo, i terzi, ciò che gli succede nel tempo. Eppure, tutto ciò non toglie
che non hanno meno diritto di quello alla protezione e nei il contrasto di fondo: non è sufficiente ampliare, o approfon-
confronti dei quali la sua indifferenza rischia di trasformar- dire verticalmente, l’ordine diadico per ottenerne uno tria-
si in una sottile violenza38. dico. I loro lessici sono incompatibili come la linea e il cer-
La questione, nei suoi termini ultimi, è quella del rappor- chio. Non basta neanche dire, come fa appunto l’autore, che
to, di contiguità e di opposizione, tra giustizia e amore. Cer- la giustizia limita l’assolutezza etica della responsabilità co-
to, l’amore può essere considerato la fonte originaria della me questa, a sua volta, modera l’universalità del diritto. In
giustizia, ma non può risolverla in sé. Anzi, ha al proprio in- verità l’una non può esprimersi senza contraddire l’altra –
terno qualcosa – appunto la chiusura in un universo duale – non può portarla a compimento senza, allo stesso tempo, ne-
che la contraddice in essenza. E ciò non perché troppo, ma garla. Non a caso la correzione della responsabilità asimme-
perché non abbastanza, puro da esaudire quella richiesta ge- trica da parte della giustizia determina ciò che Levinas stes-
nerale di bene cui solo la giustizia può corrispondere – come so definisce un de-visage, una sfigurazione del volto41. L’an-
Levinas scrive, capovolgendo la gerarchia fissata a suo tem- tinomia, ancora implicita in Totalità e infinito, esplode in
tutta la sua forza in Altrimenti che essere:
Il terzo è altro dal prossimo, ma anche un altro prossimo,
36
id., Le moi et la totalité (1954), in Entre nous. Essai sur le penser-à-l’autre, Pa- ma anche un prossimo dell’Altro e non semplicemente il suo si-
ris 1991 [trad. it. L’io e la totalità, in Tra noi. Saggi sul pensare-all’altro, a cura di E.
Baccarini, Milano 1998, pp. 41-67].
37
id., Altrimenti che essere cit., p. 199. 39
38
Si veda, in questo senso, j. derrida, Adieu à Emmanuel Levinas, Paris 1977 e. levinas, Tra noi cit., p 51.
40
[trad. it. Addio a Emmanuel Levinas, a cura di S. Petrosino, Milano 1998, pp. 91 Ibid., p. 142.
41
sgg.]. e. levinas, Altrimenti che essere cit., p. 198.
152 Capitolo terzo Terza persona 153

mile. Che sono dunque l’altro e il terzo, l’uno-per-l’altro? Che quanto l’autore non può fare senza perdere l’assolutezza del
cosa hanno fatto l’uno all’altro? Chi viene prima dell’altro? tu, e con essa anche quella dell’io, che comunque egli ante-
L’altro si mantiene in una relazione con il terzo – di cui non
pone, o presuppone, a ogni ordine, largo e stretto, generico
posso rispondere interamente anche se rispondo – prima di ogni
interrogazione – del mio prossimo solamente. L’altro e il ter- o specifico, di giustizia. Proprio contro questo rischio di de-
zo, miei prossimi, contemporanei l’uno dell’altro, mi allonta- personalizzazione nell’anonimato dell’il y a egli aveva atti-
nano dall’altro e dal terzo ‘Pace, pace al prossimo e a chi è lon- vato tutta la propria prospettiva filosofica. La neutralità del-
tano’ (Isaia 57,19), comprendiamo ora l’acutezza di questa ap- la giustizia, la giustizia come neutralità – cui pure si richia-
parente retorica. Il terzo introduce una contraddizione nel Dire
ma in una delle sue ultime pagine44 – non fonda un nuovo
la cui significazione dinanzi all’altro andava, fino ad allora, in
senso unico42. discorso sul neutro, non inaugura uno sguardo sagittale su
quel ciascuno, o quel qualunque, in cui la persona, davvero
Il punto centrale su cui la contraddizione insiste è la di- terza, si specchia nel suo originario fondo impersonale.
stanza di principio tra unicità e generalità, esclusività e in-
clusività, smisuratezza e misura. In breve – tra parzialità e
uguaglianza. Perché se non c’è rapporto a due che non pri- 5. Il neutro.
vilegi l’unicità del volto che si ha di fronte, non c’è giustizia
che non apra alla pluralità dei volti che lo circondano: «È ne- Il ‘passo al di là’ mancato da Levinas è compiuto da Mau-
cessaria la giustizia, vale a dire la comparazione, la coesisten- rice Blanchot. Ma l’elemento forse più singolare di questo
za, la contemporaneità, il raccoglimento, l’ordine, la tema- passaggio è che esso, anziché costituirsi nella distanza dal
tizzazione, la visibilità dei volti e, attraverso ciò, l’inten- pensiero di Levinas, si inscrive nella sua assunzione rovescia-
zionalità e l’intelletto e nell’intenzionalità e nell’intelletto ta. È come se Blanchot situasse la propria prospettiva sul
l’intellegibilità del sistema, e, attraverso ciò, anche una com- margine estremo in cui il percorso di Levinas si tende fino a
presenza su una base di uguaglianza come davanti a una cor- sfondare i propri confini semantici e a debordare nel suo con-
te di giustizia»43. Affinché il terzo – non quello interno, in- trario. È perciò che nei suoi numerosi interventi sull’opera
cavato o scavato nel fondo del secondo, ma quello esterno levinasiana non è facile individuare la linea oltre la quale il
anche ad esso, fuori dalla prima e dalla seconda persona e an- più sintonico dei commenti lascia il posto a un’inflessione
zi costituito in un assoluto fuori – sia individuabile, bisogne- critica rispetto a ciò che pure è accolto come «un nuovo ini-
rebbe non solo forzare, ma rompere, la struttura dialogica zio della filosofia»45. In questione è sempre quel particolare
del faccia a faccia e, con essa, la dialettica intersoggettiva che rapporto che, nell’atto linguistico, collega l’io e il tu nella
la costituisce. Rovesciare il linguaggio della persona – o an- forma della loro separazione. Come è possibile, e come può
che delle persone, come sono tutte quelle convocate da Le- definirsi, una relazione tra termini assoluti, cioè sciolti, dal-
vinas – nella forma dell’impersonale. Ciò ricondurrebbe la la relazione stessa? Conosciamo la risposta di Levinas – l’in-
verticalità della trascendenza a un piano di immanenza e mol-
tiplicherebbe il singolare nel plurale. Ma è precisamente
44
e. levinas, Paix et proximité, in Emmanuel Levinas, a cura di J. Rolland, Pa-
ris 1984, p. 345.
42
Ibid., pp. 196-97. 45
m. blanchot, L’entretien infini, Paris 1969 [trad. it. L’infinito intrattenimen-
43
Ibid., p. 197. to, Torino 1977, p. 70].
154 Capitolo terzo Terza persona 155

dividuazione di un terzo polo situato al fondo del tu, o an- definisce «rapporto di terzo genere»46. Se per primo genere
che al di là di esso, secondo due modalità di giustizia che nel- deve intendersi l’operazione dialettica che risucchia l’altro
lo stesso tempo si sovrappongono e divergono. Proprio in nell’orbita del medesimo, e per secondo la loro unità imme-
merito a tale risposta, tuttavia, e pur riconoscendone la for- diata nel modo di una partecipazione diretta, terzo genere è
za innovativa, Blanchot manifesta una serie di perplessità. quello costituito dalla vertigine, dall’interruzione, che si apre
Esse attengono intanto alla tonalità, specificamente etica, tra i due interlocutori vietandone ogni reciprocità. Ciò che
conferita da Levinas alla propria prospettiva in esplicito con- è in gioco, in questo caso, non è più una diversità di status
trasto con l’ontologia heideggeriana. È in grado, il linguag- che privilegi l’uno nei confronti dell’altro, una superiorità
gio dell’etica, di interpretare l’aporeticità costitutiva di un che sospenda il primo alla parola magistrale del secondo, ma
rapporto basato sulla separazione dei suoi termini? Ma so- una dislocazione prospettica dell’intero campo logico e lin-
prattutto, e ancora di più, risultano, questi, effettivamente guistico paragonabile al salto di paradigma che ha portato
separati – se il luogo, o il mezzo, di tale separazione è la pa- dalla geometria euclidea a quella di Riemann: a partire da es-
rola, sia pure tesa nella infinita differenza tra l’attualità vi- sa la relazione non sarà più definibile in base al numero dei
vente del Dire e l’oggettivazione del Detto? È vero che Le- suoi termini, dal momento che nessuno di questi sarà più ta-
vinas disloca i due interlocutori su piani diversi, uno infini- le, un ‘termine’ fornito della prerogativa soggettiva di dire
tamente superiore all’altro, conferendo al tu un assoluto ‘io’, di parlare in prima persona. Ciò non vuol dire limitarsi
primato nei confronti dell’io. Ma, a parte la considerazione ad allargare, o anche solo a forzare, la forma dialogica a fa-
che questo privilegio del tu sull’io è pur sempre relativo alla vore di un terzo elemento, come, a partire da un certo mo-
posizione di quest’ultimo – dal momento che non può con- mento, abbiamo visto fare allo stesso Levinas. In discussio-
figurarsi un alto se non in paragone a un basso –, il linguag- ne, insomma, non è la relazione a due a favore di un altro o
gio parlato, con la continua possibilità di chiarire, giustifica- anche di quell’altro del tutto indeterminato cui è stato con-
re, modificare ciò che si dice, finisce per restaurare quella ferito il nome di ‘altrui’. Se così fosse, se bastasse far inter-
simmetria tra l’uno e l’altro che si voleva evitare. Non solo, venire un terzo fra, o oltre, i due, egli potrebbe a sua volta
ma, pur assumendolo nella sua radicale alterità, fa anche del esprimersi in termini soggettivi, acquisirebbe – come appun-
tu un io che parla in prima persona nel momento stesso in to il terzo ‘esterno’ di Levinas – anch’egli il diritto di parla-
cui si rivolge al proprio interlocutore richiamandolo alla sua re in prima persona: proprio contro tale interpretazione ri-
responsabilità. In questo modo, nella presenza intima della duttiva Blanchot ricorda che «secondo certi grammatici pe-
parola a colui che la pronuncia, si ricostituisce quella figura danti, ‘Autrui’ non si dovrebbe mai usare alla prima persona.
di soggettività autoreferenziale alla cui destituzione il discor- Posso avvicinarmi agli altri, ma gli altri non si avvicinano a
so era fin dall’inizio orientato. me. ‘Autrui’ è dunque l’altro quando non funge da sogget-
E allora? Se questo è l’esito del pensiero che più di ogni to»47. Ma che cos’è, chi è, come può definirsi, qualcuno che,
altro si è impegnato nella decostruzione della relazione io- non potendo essere soggetto, non è mai neanche oggetto?
tu, non resta che una mossa laterale, appunto un pas au-delà, Che non è semplicemente un terzo aggiunto ai primi due, ma
che non si limiti a mutare l’equilibrio tra i due dialoganti, o
anche la topologia del loro incontro, ma che revochi in cau- 46
Cfr. ibid., pp. 89 sgg.
sa la stessa struttura dialogica in favore di ciò che Blanchot 47
Ibid., p. 94.
156 Capitolo terzo Terza persona 157

neanche uno di essi? Che non è, dunque, l’uno o l’altro, ma che l’intera tradizione filosofica gli ha riservato, tanto che
né l’uno né l’altro? Il terminus technicus che connota questa «si potrebbe interpretare tutta la storia della filosofia come
entità eterodossa, estranea alla logica e, per certi versi, alla uno sforzo per acclimatare e addomesticare il ‘neutro’ sosti-
stessa grammatica, che è esterna non solo al rapporto dialo- tuendovi la legge dell’impersonale e il regno dell’universale,
gico, ma anche al linguaggio che pure abita, è quello di ‘neu- oppure per rifiutare il neutro affermando il primato etico del-
tro’ ne-uter 48. È questo il nome – da sempre escluso, evitato, l’Io-Soggetto, l’aspirazione mistica all’Unico Singolare»51. A
taciuto, oppure tradito – che Blanchot conferisce a un’alte- questo rifiuto, o sublimazione, non si sono sottratti neanche
rità che non è persona, ma che non si schiaccia neanche sul coloro che, in modi diversi, hanno cercato di tematizzare il
piano oggettivo dell’impersonale: neutro: da Freud, che lo ha interpretato in termini di pulsio-
Di conseguenza, prima di cancellarlo, ricordiamo che altro
ne e di istinto, ma in una prospettiva ancora antropologi-
è un nome essenzialmente neutro e che non ci solleva dalle no- ca; a Jung, che lo ha recuperato nella forma dell’archetipo,
stre responsabilità nei confronti dell’intelligenza del neutro; declinandolo, tuttavia, in chiave spiritualistica; a Sartre,
al contrario, ci ricorda che, in presenza dell’Altro che viene a infine, che, pur cogliendone un versante nella nozione di
noi come Altri, dobbiamo rispondere a questa profonda estra- ‘pratico-inerte’, lo ha caratterizzato negativamente, spingen-
neità, inerzia, irregolarità, inoperosità che accogliamo nel cer- d olo ai margini della propria prospettiva. Ciò che risulta inaf-
car di accogliere la parola del Fuori. L’Altro è l’uomo stesso
ferrabile, del neutro, non è una specifica caratteristica, ma,
attraverso il quale viene a me ciò che non si rivela né alla po-
tenza personale del Soggetto né alla potenza della verità im- paradossalmente, il fatto di non averne – la sua sottrazione
p e r s o n a l e 49 . di principio alle tradizionali dicotomie che hanno contrasse-
gnato la storia del pensiero occidentale, come quelle di esse-
I motivi della diffidenza dell’autore nei confronti della re e niente, di presenza e assenza, di interno ed esterno. Pur
nozione, altre volte da lui stesso adoperata, di ‘impersonale’ non appartenendo alla sfera dell’essere, infatti, il neutro non
non vanno certamente ascritti a un residuo attaccamento a è riducibile al niente, ma semmai collocabile nel loro punto
quella di persona. Al contrario, quando Blanchot scrive che di intersezione che incessantemente traduce l’uno nell’altro:
«l’impersonale non garantisce abbastanza l’anonimato»50, in- il nulla transitato nell’essere, la presenza svuotata dall’assen-
tende sottrarre la propria prospettiva al rischio di recupero za, l’interno rovesciato all’esterno. In questo senso Blanchot
dialettico implicito in ogni negativo interno. Mentre il ter- può ben dire che esso, questa «parola di troppo» che debor-
mine ‘impersonale’ resta, infatti, sia pure in maniera contra- da in tutte le direzioni dal nostro lessico concettuale52, «è ciò
stiva o privativa, nell’orizzonte di senso della persona, il ri- che non rientra in alcun genere: il non generale, il non gene-
ferimento al neutro apre un campo semantico del tutto ine- rico, il non particolare»53 – qualcosa di irriducibile a qualsiasi
dito. Ciò spiega l’ostilità, o quantomeno l’incomprensione, categoria, al punto che, più che di parlare del neutro, si dov r e b-
be parlare al neutro, intendendo con ciò una rotazione di
48
centottanta gradi del nostro intero apparato logico-semantico
Si veda in tema l’importante libro di m. zarader, L’être et le neutre. A par-
tir de Maurice Blanchot, Paris 2001; ma anche f. garritano, Sul neutro. Saggio su
Maurice Blanchot, Firenze 1992 e p. mesnard, Maurice Blanchot. Le sujet de l’enga-
51
gement, Paris 1996. id., L’infinito intrattenimento cit., p. 399.
49 52
m. blanchot, L’infinito intrattenimento cit., p. 96. Ibid., p. 416.
50 53
id., Le pas au-delà, Paris 1973, p. 53. Ibid., p. 399.
158 Capitolo terzo Terza persona 159

in una forma che corrisponde precisamente al passaggio dal- scendenza più grande, la trascendenza della trascendenza, è
la prima, o dalla seconda, alla terza persona. in fin dei conti l’immanenza o il perpetuo rinvio dall’una al-
L’unico autore che ha centrato la questione è stato pro- l’altra. La trascendenza nell’immanenza»56. È esattamente il
prio Levinas, quando, a partire dal saggio sull’evasione, e poi crinale, la possibilità antinomica, che insieme unisce e sepa-
soprattutto in De l’existence à l’existant, ha tematizzato la ra i due autori. Da un lato Blanchot incorpora, e anzi inten-
nozione di il y a, intendendola appunto come «il pronome sifica, nella nozione di neutro, tutti i tratti dell’il y a di Le-
della terza persona nella forma impersonale del verbo, non vinas; dall’altro, e contemporaneamente, ne capovolge la
un autore dell’azione che non si conosce bene, ma il caratte- v alutazione. Mentre quest’ultimo, infatti, vede nella sua po-
re di questa stessa azione che, in qualche modo, non ha un tenza impersonale la prigione insostenibile da cui è necessa-
autore, è anonima»54. Esattamente come il neutro per Blan- rio evadere attraverso la formazione di quella «ipostasi» che
chot, anche l’il y a che Levinas riconosce al fondo dell’esi- la tradizione postcristiana ha assimilato al concetto di ‘per-
stenza è un’esperienza in cui si perde la distinzione tra esse- sona’, Blanchot lo considera il luogo stesso, certo inospitale
re e niente, giorno e notte, vita e morte – un niente che con- e sfuggente, ma inevitabile e destinato, della nostra esisten-
tinua ad essere, un giorno che si eclissa nelle tenebre, una za: ciò da cui non è possibile evadere per la semplice ragio-
morte che si allunga nella vita. O anche: la densità del vuo- ne che sta già da sempre fuori e anzi è il fuori stesso nella sua
to, il brusio del silenzio, la veglia allucinata dell’insonnia – dimensione più intensa. È perciò che il pensiero non soltan-
non l’io che veglia nella notte, ma la notte che veglia dentro to non può neutralizzarlo – neutralizzare il neutro signifi-
l’io destituendolo del suo ruolo di soggetto, della sua iden- cherebbe, del resto, raddoppiarlo – ma deve custodirlo co-
tità di persona, della sua capacità di imputazione. Un even- me la sua possibilità estrema.
to, venuto da fuori e rivolto al fuori, che si situa a un li- Prima ancora, e forse meglio, del pensiero, a incontrare
vello del tutto esteriore rispetto alla sfera personale della co- il neutro è stata la scrittura – quella forma di espressione che,
scienza, ma che non coincide neanche puramente con al contrario della parola parlata, trova il proprio senso ulti-
l’inconscio: l’il y a è «l’essere in quanto campo impersonale, mo non tanto nel ‘fare opera’, ma piuttosto nel disattivarla,
un campo senza proprietario e senza padrone, in cui la nega- o ‘disoperarla’, esponendola alla sua irrimediabile perdita di
zione, l’annientamento e il nulla sono sì degli eventi propri padronanza. Non a caso fin da sempre, «scrivere equivale a
come l’affermazione, la creazione e la sussistenza, ma even- passare dalla prima alla terza persona»57, vale a dire all’«even-
ti impersonali»55. È il punto di massima coincidenza, ma, in- to non illuminato di ciò che avviene quando si racconta»58.
sieme, proprio perciò, anche quello di massima divergenza Se in una prima fase – quella della forma epica – la terza
tra i due autori – come se un eccesso di trascendenza doves- persona costituiva «la coerenza impersonale di una s t o r i a»,
se, pervenuto al suo punto limite, rovesciarsi nella pura im- successivamente, a partire da Cervantes, è diventata «il quo-
manenza: «con lo spirito che gli era proprio – osservò Blan- tidiano senza impresa, ciò che accade quando non accade
chot a proposito di Levinas – Jean Wahl diceva che la tra-
56
m. blanchot, Écrits politiques. Guerre d’Algérie, Mai 68, etc. 1958-1993, Pa-
ris 2003 [trad. it. Nostra compagna clandestina. Scritti politici (1958-1993), a cura di
54
e. levinas, De l’existence à l’existant, Paris 1978 [trad. it. Dall’esistenza al- C. Colangelo, Napoli 2004, p. 156].
57
l’esistente, a cura di P. A. Rovatti, Casale Monferrato 1986, p. 50]. id., L’infinito intrattenimento cit., p. 506.
55 58
Ibid., p. 57. Ibid.
160 Capitolo terzo Terza persona 161

nulla»59. Essa segna la rinuncia dello scrittore alla possibilità il suo spazio privilegiato, ma non unico. Già si è visto come
di dire ‘io’ a favore dei personaggi, destinati così a incarna- anche il compito della filosofia sia quello, se non di pensare
re una terza persona multipla coincidente con le vite indivi- il neutro – in quanto tale non oggettivabile –, di pensare al
duali di cui essi sono portatori. Finché, a un certo punto, al- neutro, cioè fuori dalle consuete dicotomie soggetto/oggetto,
la fine della stagione moderna, nel cuore dell’impersonalità essere/niente, trascendenza/immanenza. Ma il sintomo for-
si determina un ulteriore sdoppiamento tra il ritiro del rom a n- se più significativo dell’attrazione di Blanchot verso una teo-
ziere dietro le quinte, rappresentato in maniera esemplare ria della terza persona sta nella traduzione che, a partire dal-
da Flaubert, e il ben più devastante decentramento operato la fine degli anni Cinquanta, egli stesso ne tentò all’interno
da Kafka. Con lui l’assenza della voce narrativa penetra, co- della pratica politica. Senza poter adesso dar conto neanche
me un’irriducibile estraneità, non solo nella soggettività dei per semplici accenni della complessità, e anche della contrad-
personaggi, ma nella struttura stessa dell’opera. È questo pas- dittorietà, del suo percorso politico, l’elemento che più col-
saggio, precisamente, che inaugura il regno del neutro nella pisce è lo sforzo, sempre teso, di individuare un linguaggio
modalità peculiare della terza persona: pubblico corrispondente a una filosofia dell’impersonale. Se
si scorre l’insieme delle sue dichiarazioni e delle sue prese di
Kafka ci ha insegnato – anche se la forma non può essergli
direttamente attribuita – che il raccontare mette in gioco il neu- posizione, il tratto che sembra unificarle, anche più degli ar-
tro. Sulla narrazione governata dal neutro vigila la terza per- gomenti di volta in volta adottati, è costituto dalla program-
sona, che non è una vera terza persona, né la semplice masche- matica cancellazione del proprio nome – di ogni nome pro-
ra dell’impersonalità. La terza persona narrativa in cui parla il prio – a favore di un’attività anonima e impersonale. Quan-
neutro non si accontenta di inserirsi nel posto generalmente oc- do, già nel testo contro il ritorno al potere di De Gaulle nel
cupato dal soggetto, sia che si tratti di un ‘io’ dichiarato o im- ’58, scrive che «il potere di rifiutare non si compie attraver-
plicito, sia dell’evento come si realizza nel suo significato im-
personale. La terza persona narrativa destituisce il soggetto e so di noi e solo in nostro nome, ma a partire da un inizio po-
spropria l’azione transitiva o la possibilità obiettiva60. verissimo che appartiene anzitutto a coloro che non posso-
no parlare»61, egli fa dell’impersonalità non soltanto il mo-
Ciò implica, o produce, due effetti incrociati del massi- do, la forma, ma il contenuto stesso dell’atto politico. A
mo rilievo: innanzitutto l’afonia della voce narrativa, coper- partire da allora tutti gli interventi successivi, protrattisi fi-
ta dal mormorio anonimo degli eventi, e poi il rapporto di no all’esaurimento del ’68 francese, battono con assoluta de-
non identificazione dei soggetti dell’azione con se stessi. terminazione sul carattere collettivo, e cioè non personale,
Quello che comunque irrompe come una breccia nella com- dell’impegno civile, come è confermato in una lettera indi-
pattezza del testo è un movimento di depersonalizzazione rizzata a Sartre nel dicembre del ’60:
talmente irrecuperabile da essere paragonato a un foro inter- gli intellettuali […] hanno fatto esperienza – e non è il tratto
no a un altro foro attraverso il quale le parole, in fuga da se meno significativo – di un modo di essere insieme, e non pen-
stesse, risuonano come un gong vuoto. so soltanto al carattere collettivo della Dichiarazione, ma an-
che alla sua forza impersonale, al fatto che tutti coloro che
Tale processo di spersonalizzazione trova nella scrittura l’hanno firmata le hanno portato il proprio nome, ma senza au-
59
Ibid.
60 61
Ibid., pp. 510-11. m. blanchot, Nostra compagna clandestina cit., p. 16.
162 Capitolo terzo Terza persona 163

torizzare a parlare della propria verità particolare o della pro-


pria reputazione nominale. La Dichiarazione ha rappresentato 6. Il fuori.
per loro una sorta di comunità anonima di nomi, in un rappor-
to notevole che non a caso istintivamente l’autorità giudizia-
ria si sforza di rompere62. Pare che Michel Foucault non sia stato una persona –
piuttosto un campo di forze in contrasto, un commutatore
Il riferimento finale al contrasto con l’autorità giudizia- di eventi senza nome, un movimento di estroflessione dolce
ria non va ristretto all’episodio specifico, ma immesso nel- e violento. Almeno questa è l’immagine, singolarmente con-
l’orizzonte più ampio di una critica del diritto a favore di vergente, che ce ne danno i due filosofi a lui più vicini. Il pri-
quella che Blanchot stesso definirà una «ingiunzione della mo è proprio Blanchot:
giustizia per una giustizia sempre maggiore»63. Ad esserne con Michel Foucault non mi è accaduto di avere un rapporto
investite risultano tutte le categorie giuridiche classiche – a personale. Non l’ho mai incontrato, tranne una volta nella cor-
partire da quelle, fondative, di responsabilità personale e di te della Sorbona durante i fatti del Maggio Sessantotto. Pote-
diritto della persona. In questo senso, in un testo di prepa- va essere giugno o luglio (ma mi dicono che non c’era) quando
gli rivolsi qualche parola e lui ignorava chi gli parlasse (chec-
razione per una rivista internazionale, egli potrà sostenere ché ne dicano i detrattori del Maggio, fu un bel momento quel-
che «tutti diventano responsabili di affermazioni di cui non lo in cui ciascuno poteva parlare all’altro, anonimo, imperso-
sono autori, di una ricerca che non è più solo la propria, ri- nale, uomo tra gli uomini, accolto senz’altra giustificazione che
spondono di un sapere che non viene originariamente da se quella proprio di essere un uomo)67.
stessi»64. Solo in questo modo si arriverà a una «messa in co-
Del resto – prosegue Blanchot – «il suo primo libro, quel-
mune dei problemi letterari, filosofici, politici e sociali così
lo che gli ha dato la fama, mi era stato recapitato quando an-
come si pongono nella determinazione di ogni lingua e in ogni
cora il testo non era che un manoscritto quasi senza nome»68.
contesto nazionale. Il che presuppone che ognuno rinunci a
Il secondo è Gilles Deleuze:
un diritto esclusivo di proprietà e di sguardo sui propri pro-
blemi, riconosca che i propri problemi appartengono anche Foucault stesso, non lo si percepiva esattamente come una
persona. Anche in circostanze insignificanti, quando entrava in
a tutti gli altri, e accetti così di considerarli nella prospetti- una stanza, avveniva piuttosto qualcosa come un cambiamento
va comune»65. Quanto questo «comunismo di scrittura»66 sia d’atmosfera, una specie di evento, si produceva un campo elet-
difficile da realizzare, o anche decisamente irrealizzabile, trico o magnetico, come preferite. Questo non escludeva asso-
sarà provato, più ancora che dal fallimento di quel progetto, lutamente la dolcezza o l’agio, ma non erano dell’ordine della
dalla direzione verso il «disastro» che negli anni successivi persona. Erano un insieme di intensità. A volte lo irritava esse-
re così, fare questo effetto, ma del resto tutta la sua opera se ne
assumerà il pensiero di Blanchot. Ciò non toglie che pochi nutriva. Bagliori, scintillii, lampi, effetti di luce erano ciò che
autori, come lui, si siano arrischiati a cercare una via, o ad in lui costituivano il visibile. Il linguaggio è un immenso ‘c’è’,
aprire un varco, verso una pratica teorica della terza persona. alla terza persona, l’opposto cioè della persona69.

62
Ibid., pp. 51-52. 67
m. blanchot, Michel Foucault tel que je l’imagine, Paris 1986 [trad. it. Mi-
63
Ibid., p. 168. chel Foucault come io l’immagino, Genova 1988, p. 5].
64
Ibid., p. 57. 68
Ibid., p. 6.
65
Ibid., p. 58. 69
g. deleuze, Pourparler, Paris 1990 [trad. it. Pourparler, Macerata 2000, p.
66
Ibid., p. 101. 154].
164 Capitolo terzo Terza persona 165

D’altra parte questa simmetria figurale – nel segno del- sieme delle cose dette, gli scarti e le connessioni, gli snodi e
l’impersonale – non deve sorprendere visto che, secondo De- le digressioni, che a un certo punto possono prendere il po-
leuze, proprio dall’opera di Blanchot Foucault aveva desun- sto del soggetto o ricevere il nome di un autore. In ogni ca-
to la centralità della terza persona: «come in Blanchot, c’è so «‘non importa chi parla’, ma ciò che egli dice, non lo di-
in Foucault la promozione del ‘si’: si tratta ora di analizzare ce da qualsiasi luogo. Egli è preso necessariamente nel gioco
la terza persona. Si parla, si vede, si muore. Sì, ci sono dei di una esteriorità»71. L’ambito che più di ogni altro restitui-
soggetti, ma sono dei granelli che danzano nella polvere del sce questa attitudine estroflessa degli enunciati è costituito
visibile e degli interstizi mobili in un mormorio anonimo. Il dalla letteratura72. Essa – come già aveva sostenuto Blanchot
soggetto è sempre un derivato. Nasce e sparisce nello spes- – apre uno campo di intensità in cui il soggetto è risucchia-
sore di ciò che si dice, di ciò che si vede»70. È quanto risul- to all’interno della enunciazione, e cioè catapultato nel pro-
ta dalla teoria foucaultiana degli enunciati, come è espressa prio fuori. A differenza dell’io penso, ritirato nell’interiorità
soprattutto nell’Archéologie du savoir. Così come la visibilità della riflessione, l’io parlo si rovescia in una esteriorità in cui
trova la propria condizione di possibilità nell’essere (o me- è piuttosto il linguaggio a parlare nella forma impersonale di
glio nel ‘c’è’, nell’il y a) della luce, l’enunciato si radica nel- un mormorio anonimo. È come se si producesse uno sdop-
l’essere anonimo del linguaggio prima che qualsiasi io pren- piamento del discorso in due figure non sovrapponibili co-
da la parola. A differenza delle proposizioni o delle frasi, che stituite dal soggetto parlante e da un suo «doppio» che non
rimandano a un soggetto dotato del potere di aprire il discor- ha il nome rassicurante, oppure il volto trascendente, della
so, l’enunciato si configura come una pura molteplicità, una seconda persona, ma, come in Très-Haut di Blanchot, «è un
emissione di singolarità, non derivabile da una coscienza in- egli senza volto e senza sguardo, non può vedere che attra-
dividuale, o anche collettiva, ma dalle regolarità o dalle mo- verso il linguaggio di un altro che egli stesso inserisce nell’or-
dificazioni proprie allo stesso campo enunciativo. Con ciò dine della propria notte»73.
Foucault non esclude, all’interno di ogni enunciato, o di una Tuttavia, proprio la scena sventrata, senza autore e sen-
loro serie, un «posto» di soggetto, un ruolo soggettivo. So- za opera, della grande letteratura contemporanea lascia af-
lo che questo, tutt’altro che rinviare a un io empirico o a un fiorare una difficoltà di fondo, un’aporia costitutiva, che
Io trascendentale, è sempre vacante, nel senso che può esse- coinvolge l’intera teoria degli enunciati. Essa, come si è det-
re di volta in volta occupato da individui prodotti dall’enun- to, è radicalmente rivolta verso il fuori, produce una dislo-
ciato stesso in una modalità irriducibile alla prima, o alla se- cazione della persona nella sfera non linguistica dell’imper-
conda, persona e conforme solo all’impersonalità della ter- sonale. L’Egli – o il ‘si’ – è lo spazio estraniato in cui l’esse-
za. Ciò vuol dire che l’analisi dell’enunciato si effettua senza re del linguaggio rivela la propria irriducibilità al piano
referenza a un cogito: non è in questione sapere chi sia, in orizzontale dell’interlocuzione tra io e tu o tra noi e voi. Ep-
esso, a parlare o a tacere, a manifestarsi o a celarsi, bensì il
fondo impersonale da cui la funzione enunciativa emerge nel- 71
m. foucault, L’archéologie du savoir, Paris 1969, p. 161 [trad. it. L’archeo-
logia del sapere, Milano 1980].
la forma di un ‘si dice’ – non un’unica voce che parlerebbe 72
Sugli scritti letterari di Foucault, cfr. j. revel, Foucault, le parole e i poteri,
necessariamente attraverso il discorso di ciascuno; ma l’in- Roma 1996. Più in generale, sul suo lessico filosofico, vedi anche e. castro, El vo-
cabulario de Michel Foucault, Buenos Aires 2004.
73
m. foucault, Le penseé du dehors, in Écrits, Paris 1994, vol. I [trad. it. Il
70
Ibid., p. 144. pensiero del di fuori, in Scritti letterari, a cura di C. Milanese, Milano 1984, p. 130].
166 Capitolo terzo Terza persona 167

pure tale non-linguisticità resta chiusa in una scrittura, essa rapporto con altre, le forze rinviano necessariamente a un fuo-
stessa di natura inevitabilmente linguistica, destinata a vei- ri irriducibile, senza più forma e costituito da distanze non
scomponibili attraverso le quali una forza agisce su un’altra o
colarla. Anzi, appunto per sottrarsi alla logica referenziale è agita da un’altra75.
della comunicazione intersoggettiva, si identifica con quella
– non esprime null’altro dalla scrittura stessa. Ma se è così, È così che, nella produzione di Foucault, l’archivio, cioè
se la scrittura è sempre scrittura di scrittura, evidentemen- la storia delle forme, è raddoppiato dal divenire delle forze,
te, il fuori della letteratura ha la forma di un dentro, non tra- espresso, invece, dal diagramma. Solo quest’ultimo incontra
valica mai i propri confini prestabiliti. Quando Foucault scri- non solo l’esterno, ma l’esterno dell’esterno, si affaccia, co-
ve che «la scrittura oggi si è liberata del tema dell’espressio- me diceva Melville, su quella linea «oceanica» che passa sot-
ne: essa si riferisce solo a se stessa senza tuttavia essere presa to gli uragani, ruotando su se stessa fino a toccare l’estremità
nella forma dell’interiorità; essa si identifica con la propria di ciò che è più estremo, l’assoluto fuori.
esteriorità spiegata»74, è come se avvertisse il problema, sen- Ma qual è, propriamente, il fuori assoluto? Cosa c’è di
za però venirne a capo all’interno del solo campo enunciati- più esterno dell’esterno o di più estremo dell’estremo? Qua-
vo. Questo, come si è visto all’inizio, è parallelo a quello del- le forza, in altri termini, ha tanta forza da rovesciarsi nel pro-
la visibilità, nel senso che l’essere del linguaggio non coinci- prio contrario, pur mentre gli resiste? In Le parole e le cose
de mai con quello della luce. Ma come si passa dall’uno questo vortice ha il nome enigmatico dell’impensato – di ciò
all’altro – come è possibile vedere ciò di cui si parla o parla- che precede il pensiero in una modalità che si sottrae a ogni
re di ciò che si vede? Come l’esteriorità di una sfera può fuo- riflessione perché è ciò da cui questa scaturisce. Nei testi suc-
riuscire anche da se stessa, per rapportarsi a quella dell’al- cessivi, tuttavia, pur senza abbandonare questa prima con-
tra? Cosa c’è, insomma, fuori del fuori? Per rispondere a notazione, e anzi elaborandola continuamente, Foucault co-
questa domanda, Foucault rinvia al concetto nietzscheano di mincia lentamente, e poi sempre di più, a spostarla verso la
forza. È l’asse della forza – o meglio delle forze, dal momen- categoria di vita. È ancora Deleuze a metterci sulla strada
to che una forza è tale solo se si rapporta, rafforzandole o in- giusta quando osserva che un fuori più lontano di qualsiasi
debolendole, ad altre forze – a costituire il punto di incrocio mondo esterno e di qualsiasi forma di esteriorità, non può
e di tensione tra la forma dell’enunciazione e quella della vi- essere che un dentro più profondo di ogni mondo interiore:
sibilità: appunto perché esteriore non soltanto alla duplice «Il fuori non è un limite fisso ma una materia mobile anima-
ta da movimenti peristaltici, da pieghe e corrugamenti che
esteriorità del vedere e del parlare, ma anche a se stesso. De-
costituiscono un dentro: non qualcosa di diverso dal fuori,
leuze spiega bene questa differenza sottile, ma decisiva:
ma proprio il dentro del fuori»76. Quel fuori è così inafferra-
Bisogna distinguere tra l’esteriorità e il fuori. L’esteriorità bile perché, in qualche modo e senza che ciò ne riduca asso-
è ancora una forma, come nell’Archeologia del sapere, anzi due
forme, l’una esterna all’altra, dal momento che il sapere è co- lutamente il tasso di estraneità, sta dentro di noi – siamo noi
stituito da un duplice ambito, luce e linguaggio, vedere e par- stessi guardati da un punto di vista che non coincide, e anzi
lare. Il fuori concerne invece la forza: se una forza è sempre in
75
g. deleuze, Foucault, Paris 1986 [trad. it. Foucault, a cura di P. A. Rovat-
74
id., Qu’est-ce-qu’un auteur?, in Écrits cit., vol. I [trad. it. Che cos’è un auto- ti e F. Sossi, Napoli 2002, p. 116].
76
re, in Scritti letterari cit., p. 3]. Ibid., p. 128.
168 Capitolo terzo Terza persona 169

collide, con quello, trascendente, della nostra persona per punto limite in cui il rischio più estremo fa tutt’uno con la
sfociare nel piano radicalmente immanente dell’impersona- più inedita delle opportunità. La posta in gioco, o il confine
le. Ebbene cosa è che noi siamo – al di là o prima della no- semantico, tra queste due possibilità è costituito ancora una
stra persona – senza potercene mai impadronire? Cosa è che volta dal profilo ambivalente della persona. Come si è visto
ci attraversa, e travaglia, fino al punto di rovesciarsi nel suo nei primi capitoli del libro, l’individuo inteso come centro
contrario, se non la vita stessa? Proprio in Le parole e le co- di imputazione di una personalità giuridica è l’oggetto privi-
se, del resto, la vita, insieme al lavoro e al linguaggio, costi- legiato della decostruzione biopolitica. Il significato, o l’ef-
tuisce la linea vacillante in cui il fuori si ripiega su se stesso fetto, più pregnante di quest’ultima sta proprio nella sua
come la fodera di una stoffa o l’invaginamento di un tessu- sostituzione, o almeno emarginazione, a favore di una so-
to embriologico: «la vita è, ai confini dell’essere, ciò che a stanza, individuale o collettiva, radicata nel fondo della vi-
questo è esterno e che pure in esso si manifesta»77. Essa sta, ta biologica. Il potere, scrive Foucault, «non avrà più a che
insieme, nel fondo del mio essere, al punto da non essere al- fare solo con soggetti di diritto sui quali la morte è la presa
tro da me, e al suo esterno, come un fascio di luce che mi il- estrema, ma con degli esseri viventi, e la presa che potrà eser-
lumina spingendomi, nel contempo, verso le tenebre: «Pos- citare su di loro dovrà porsi al livello della vita stessa»80. Ciò
so forse dire di essere questa vita che sento in fondo a me e non vuol dire, egli continua, che la legge e le istituzioni giu-
che tuttavia mi avvolge sia col tempo formidabile che spin- ridiche scompaiano, ma che esse funzionano sempre più nel
ge seco e mi issa un istante sulla sua cresta, sia, altresì, col senso della normalizzazione attraverso una serie di apparati
tempo imminente che mi prescrive la mia morte?»78. di carattere medico e amministrativo, tesi a una regolazione
Già in questo testo la vita costituisce il margine mobile della popolazione nel suo insieme – «una società normaliz-
lungo il quale l’uomo combatte contro qualcosa che lo costi- zatrice è l’effetto storico di una tecnologia di potere centra-
tuisce e insieme lo minaccia – quello che Bichat aveva rico- ta sulla vita. Nei confronti delle società che abbiamo cono-
nosciuto come il fronte di resistenza al fragore sordo della sciuto fino al xviii secolo, siamo entrati in una fase di regres-
morte. Ad esso in fondo rimanda sia la linea oceanica di Mel- sione della dimensione giuridica»81. Costituzioni e Codici,
ville, che, come un’imbarcazione alla deriva, «si dà a orribi- che dall’inizio dell’Ottocento si susseguono a un ritmo sem-
li contorsioni e che nel suo filare rischia sempre di trascina- pre più sostenuto, non sono che le forme di bilanciamento
re un uomo», sia la linea di Michaux, «dalle mille aberrazio- che rendono possibile un potere di tipo normalizzatore. Ab-
ni, a velocità molecolare crescente, frusta di un carrettiere biamo seguito la deriva tanatopolitica cui questo processo ha
infuriato»79. Ma è soprattutto nel ciclo aperto dalla Volontà dato luogo nel tempo del nazismo. La distruzione della per-
di sapere e nei contemporanei corsi sulla biopolitica che la vi- sona giuridica, in quel caso, è diventata il piedistallo di una
ta, nella sua semplice struttura biologica, diventa il terreno immensa piramide del sacrificio alle falde della quale sono
ultimo, e primo, di una battaglia che spinge l’uomo verso un stati accumulati milioni di morti. Tuttavia, come anche si è
visto in un’ottica di più lungo periodo, questo esito mortife-
77
m. foucault, Les mots et les choses, Paris 1967 [trad. it. Le parole e le cose,
Milano 1998, p. 296]. 80
m. foucault, La volonté de savoir, Paris 1976 [trad. it. La volontà di sape-
78
Ibid., p. 349. re, Milano 1978, p. 126].
79 81
g. deleuze, Foucault cit., p. 161. Ibid., p. 128.
170 Capitolo terzo Terza persona 171

ro, più che alla critica della categoria di persona avviata nel dalità personale in cui, legandosi ad altre forze della finitu-
secolo precedente, è addebitabile semmai alla persistenza del dine come quelle del lavoro e del linguaggio, la vita si è
suo dispositivo escludente fin dentro il progetto della sua espressa nella sua configurazione più piena. Ciò non signifi-
abolizione. ca che si debba, o si possa, immaginare una stagione in cui
Quest’ultimo passaggio del ragionamento – come anche la vita lavori, o parli, contro l’uomo e magari nella sua assen-
il disoccultamento della logica reificante della persona – si za. Ma certamente se ne può desumere che la persona non
situa fuori del percorso di Foucault, limitato alla elaborazio- va concepita come l’unica forma entro la quale la vita sia de-
ne concettuale del paradigma di biopolitica. Ciò non toglie stinata a scorrere. E anzi che questa è portata a rompere i
che proprio attraverso questo egli individui nella vita, e più suoi argini formali a favore di bisogni e desideri collettivi che
specificamente nella sua opposizione all’ambito del diritto, il diritto soggettivo non è in grado di rappresentare. È per-
un elemento dirompente che si sovrappone, in maniera a vol- ciò che «la vita come oggetto politico è stata in un certo qual
te indistinguibile, alle dinamiche impositive del biopotere. modo presa alla lettera e capovolta contro il sistema che co-
Senza voler forzare il testo foucaultiano in direzione di una minciava a controllarla. È la vita, molto più del diritto, che
biopolitica affermativa, ma senza neanche perderne la straor- è diventata allora la posta in gioco delle lotte politiche, an-
dinaria forza d’urto concettuale, tale ambivalenza va ricon- che se queste si formulano attraverso affermazioni di dirit-
dotta all’inseparabilità, da esso sempre affermata, tra eser- to»83. Solo a partire da essa sarebbe concepibile una relazio-
cizio del potere e resistenza – non soltanto nel senso che l’u- ne intrinseca tra umanità e diritto, sottratta al taglio sogget-
na risponde all’altro, ma anche e soprattutto in quello che ne tivo della persona giuridica e ricondotta all’essere, singolare
deriva: è proprio il potere a generare la resistenza di ciò su e impersonale, della comunità. Come possa darsi, quali pas-
cui si scarica. Questo spiega perché la vita, distinta dalla sog- saggi comporti, tale ‘diritto in comune’, Foucault non lo di-
gettività della persona come ciò che insieme la sottende e la ce. Anzi si può anche immaginare che la crisi di ispirazione
rovescia nella sua esteriorità materiale, costituisca l’oggetto da lui sperimentata alla fine degli anni Settanta nasca anche
del biopotere, ma anche il luogo che più ad esso si oppone: dall’incapacità di rispondere a tali domande. Dall’impressio-
Contro questo potere ancora nuovo nel xix secolo, le forze ne, più precisamente, di non riuscire a sfondare la ‘linea del
che resistono si sono appoggiate proprio su quello ch’esso in- fuori’ verso una zona ancora non occupata dai diagrammi del
veste – cioè sulla vita e sull’uomo in quanto essere vivente. Dal potere. Dal timore, più che giustificato, che la vita – quella
secolo scorso le grandi lotte che mettono in questione il siste- vita che egli cercava nelle pieghe, e anzi nel non-essere-più-
ma generale di potere non si fanno più in nome di un ritorno
agli antichi diritti […] quel che si rivendica e serve da obietti- tale, della persona – fosse null’altro che una pausa nell’ince-
vo è la vita, intesa come bisogni fondamentali, essenza concre- dere della morte, un posto vuoto nel corteo del ‘si muore’84.
ta dell’uomo, realizzazione delle sue virtualità, pienezza del «Mi si dirà: rieccoci, sempre con la stessa incapacità di
possibile82. oltrepassare la linea, di passare dall’altra parte, di ascoltare
e far comprendere il linguaggio che viene da altrove e dal
Solo da poco, e non per sempre, come Foucault aveva già
basso», avverte Foucault in uno dei suoi saggi più intensi de-
sostenuto in Les mots et les choses, l’uomo ha costituito la mo-
83
Ibid.
82 84
Ibid. g. deleuze, Foucault cit., p. 126.
172 Capitolo terzo Terza persona 173

dicato alla Vita degli uomini infami. Che il suo soggetto sia che non sopravvivono se non negli urti con un potere che
appunto la vita, ci segnala già la direzione estrema che, pri- non ha voluto che annientarle o cancellarle, vite che non ci
ma di interrompersi, andava assumendo il suo discorso. Ma ritornano se non per una serie di casi»85. Eppure nulla come
che la vita di cui si parla sia quella di uomini letteralmente tali vite senza splendore né forma ha catturato lo sguardo di
senza nome e senza volto, senza nulla di quegli attributi che Foucault, gli ha trasmesso un’impressione fisica così inten-
costituiscono il bagaglio razionale, sociale e giuridico della sa, lo ha fatto vibrare con tanta violenza. E ciò non solo per
persona, ne fa il testo in cui più a fondo l’autore si spinge sul la singolare sproporzione tra il grigiore di queste esistenze
terreno impervio e arrischiato dell’impersonale. Si tratta del- insignificanti e la teatrale solennità del potere che le ha col-
l’introduzione a una progettata antologia di brevi documen- pite. Ma per l’ardore, l’energia, l’eccesso che – guardata dal-
ti, situati tra la seconda metà del xvii e la prima del xviii se- l’altra parte dello specchio, dal lato esterno della linea del
colo, tratti dagli archivi d’internamento dell’Hopital géné- fuori – connota la vita non più imprigionata nella trappola
ral e della Bastiglia: per lo più lettres de cachet, suppliche al metafisica della persona, ancora estranea al suo effetto esclu-
re, condanne al carcere o a morte. Vite misere, anguste, qua- dente, sordamente, ma ostinatamente, aderente solo a se
si sempre scellerate. Vite infime, perdute, ridotte a un pu- stessa.
gno di cenere – ma anche «esistenze-lampo», «vite-poema»,
riportate per un attimo alla ribalta della cronaca dallo scon-
tro momentaneo, e sempre traumatico, con un potere che le 7. L’evento.
ha attese al varco, perseguitate e poi spente. Solo in questo
modo, attraverso questo anello di presa e sofferenza, di ina- Se la filosofia contemporanea si è mai esposta alla poten-
ridimento o di terrore, esse, già destinate a passare al di sot- za dell’impersonale, questo incontro è certamente avvenuto
to di qualsiasi discorso, hanno potuto lasciare una traccia a nell’opera di Gilles Deleuze. In essa tutte le figure che ab-
volte flebile, altre incisiva, comunque inquietante. Ciò che biamo finora isolato – l’animale di Kojève, il neutro di Blan-
conta è che queste vite, non avendo mai giocato un ruolo sog- chot, il fuori di Foucault – trovano un punto di coagulo nel-
gettivo di primo piano, sfuggendo, per così dire, alle maglie la decostruzione sistematica della categoria di persona in tut-
della storia e perdendosi nell’anonimato dell’esistenza, non te le sue possibili espressioni. Alla sua base non vi è, come
ci parlano mai in prima persona, non pronunciano mai il pro- negli autori precedenti, semplicemente la sostituzione di una
nome ‘io’, né si rivolgono mai a un ‘tu’. Non sono altro che persona all’altra, o anche una triangolazione che apra il dia-
dei fatti, o degli eventi, in terza persona – che solo per cir- logo a due alla presenza diagonale di un terzo, ma una rota-
costanze inaspettate, per una irregolarità della natura o per zione dell’intero orizzonte filosofico in direzione di una teo-
il capriccio di un sovrano, ci sono state tramandate. Nulla di ria dell’evento preindividuale e impersonale. Questo non si
più lontano, in esse, della luce che circonda gli eroi della po- riduce, infatti, né alla personalità del soggetto enunciativo
litica e della storia cari a Hannah Arendt – i protagonisti, o né all’oggettività di uno stato di cose inserito in una catena
gli antagonisti, che si incontrano e scontrano nel mondo, il-
luminato a giorno, della sfera pubblica. Contrariamente a
85
qualsiasi ‘fama’, essi sono letteralmente infami. Uomini del- m. foucault, La vie des hommes infâmes, in Écrits cit., vol. III [trad. it. La
vita degli uomini infami, in Archivio Foucault, 2, 1971-1977, a cura di A. Dal Lago,
la notte – «vite che sono come se non fossero mai esistite, Milano 1997, p. 251].
174 Capitolo terzo Terza persona 175

di cause e di effetti, né alla generalità universale di un con- trasto con il loro senso originario o raddoppiandolo in un ec-
cetto astratto. Non attiene all’ordine della designazione, del- cesso che lo trasforma nel suo contrario. Come accade con
la manifestazione o della significazione, così come sfugge l’evento per antonomasia, la morte – in cui ciascuno si per-
alla alternativa tra interno ed esterno, particolare e generale, de, portando nello stesso tempo anch’essa a perdersi nell’i-
individuale e collettivo. Rispetto a tutte queste opposizioni stante stesso in cui si produce. O la vita, che ci attraversa e
esso è essenzialmente neutrale – come una battaglia situata determina come ciò che è più impersonale, visto che sfugge
al di sopra del campo in cui pure si effettua, indifferente ri- da tutti i lati al nostro controllo, ma insieme più singolare –
spetto al destino di vincitori e vinti, sempre sospesa tra ciò dal momento che nessuno potrà mai replicarla nella sua as-
che è già accaduto e ciò che può ancora accadere. O come soluta unicità.
una ferita impressa nel corpo di qualcuno che la sente altra Proprio perché impersonale, insomma, l’evento coincide
da sé e tuttavia indisgiungibile dalla propria carne. Ciò non con un’emissione di singolarità che non hanno né la forma
vuol dire, per Deleuze, che il soggetto scompaia del tutto – appercettiva dell’io né quella, trascendentale, della coscien-
che divenga un contenitore inerte o uno spettatore passivo za. È quanto Deleuze definisce piano di immanenza, inten-
dell’evento che si scarica su di lui. Al contrario, la formula dendo con ciò un ambito di vita interamente coincidente con
più volte ripetuta, che invita ciascuno ad essere degno di ciò se stesso – in cui, per così dire, la causa faccia tutt’uno con
che gli accade, rimanda a una concezione più complessa, se- il proprio effetto e l’agente con il proprio paziente. Da qui
condo la quale l’individuo da un lato si identifica con l’even- la sua inconcepibilità per l’intera tradizione filosofica, sem-
to impersonale, ma dall’altro è in grado di tenergli testa ar- pre portata a tradurlo, e così tradirlo, in una forma, sogget-
rivando a rivolgerlo contro se stesso – o, come Deleuze si tiva o oggettiva, di difesa nei confronti dell’indifferenziato.
esprime, a «controeffettuarlo». Giocando sulla biforcazione Che si dia a tale forma il carattere di un Essere integralmen-
temporale – tra un passato mai compiuto e un futuro anco- te determinato dal suo concetto, oppure quello di una per-
ra a venire – che ogni evento porta in sé, egli può liberare, sona, divina o umana, detentrice del senso, si resta comun-
all’interno di ciò che accade, la potenza evenemenziale in es- que nella alternativa tra il senza-fondo dell’assoluta indiffe-
so racchiusa. Si tratta, in questo caso, di aderire a tal punto renza e la chiusura forzata della singolarità nel perimetro
all’evento, di identificarsi talmente con esso, da trascinarlo predefinito dell’individuo. Una bipolarità senza sbocco, fis-
oltre il suo esito naturale e piegarlo a una logica diversa. In sata non soltanto dalla tradizione filosofica, ma anche, di-
questa chiave va inteso l’esempio dell’attore, che nella sua versamente, dalla teologia, dalla cosmologia e dalla psicolo-
interpretazione anticipa qualcosa che deve ancora verificar- gia. Proprio contro quest’ultima, nella sua versione psicoa-
si, o riproduce un fatto già avvenuto, rappresentando ciò che nalitica, prima freudiana e poi lacaniana, Deleuze sferra un
in quell’istante non è mai presente. L’attore è «il comme- attacco senza esclusione di colpi nell’Anti-Edipo. A risultarne
diante dei propri eventi»86, nel senso che li riproduce in una decostruita è appunto la triangolazione edipica – madre, pa-
maniera sempre sporgente rispetto alla loro realtà effettiva. dre e figlio – che ingabbia, neutralizzandola, la produzione
Li effettua, appunto, contro-effettuandoli – entrando in con- del desiderio in sagome personali di carattere mitologico. An-
che in questo caso la personificazione, che riporta sul piano
86
g. deleuze, Logique du sens, Paris 1969 [trad. it. Logica del senso, Milano del simbolico e dell’immaginario i flussi e le pulsioni costi-
1975, p. 135]. tutivi del reale, è giustificata con la necessità di fissare argi-
176 Capitolo terzo Terza persona 177

ni di contenimento alla potenza, altrimenti distruttiva, del struzione della categoria di persona in una logica che privi-
caos. Ma la minaccia dell’indifferenziato non è che il prodot- legi la molteplicità e la contaminazione rispetto alla identità
to secondario, o la proiezione rovesciata, della differenzia- e alla discriminazione. La nozione deleuziana di «corpo sen-
zione personale. Così come non sono le persone a porre gli za organi» va intesa in questa direzione critica dell’idea di
interdetti, ma gli interdetti – la legge che impedisce al desi- persona proprietaria dei propri organi e insieme di corpo or-
derio di scaricarsi – a richiedere figure personali capaci di ganico separato dalla persona che lo abita. Nell’Anti-Edipo ad
rappresentarli sul palcoscenico dell’Edipo. In questo modo essere investito da tale contestazione è essenzialmente l’am-
un regime familiare della coniugazione delle persone si sosti- bito dell’inconscio – sottratto alla tutela personale della ‘sa-
tuisce, forcludendola, alla libera circolazione degli ‘oggetti cra famiglia’ e restituito al flusso impersonale delle macchi-
parziali’. Questi vengono sottratti alla molteplicità dei flussi ne desideranti. Ma nei testi successivi, e in particolare nei
impersonali e chiusi nella gabbia trascendente di un signifi- saggi riuniti in Critica e clinica, la decostruzione si allarga a
cante generale che insieme distribuisce i significati e ne impo- un orizzonte più ampio che include la sfera del linguaggio e
ne la gerarchia. In questo modo il polo paranoico-segregativo
della letteratura. Quest’ultima, contrariamente alla tenden-
del delirio prevale su quello schizo-nomadico attraverso il
za psicoanalitica a determinare l’indeterminato attraverso
circuito escludente della legge, della mancanza e del signifi-
l’uso del personale o del possessivo, percorre il cammino
cante. Non solo, anzi, Deleuze individua nella legge edipica
opposto, risalendo alla fonte indeterminata di ciò che è in-
la struttura generale dell’esclusione, ma – quel che è ancora
più rilevante in ordine al nostro discorso – la riconduce al di- gabbiato nel blocco della determinazione. Come fa anche il
spositivo giuridico della persona, così come formulato nel di- linguaggio infantile, essa privilegia i nomi preceduti dall’ar-
ritto romano. È appunto essa, la sua distanza presupposta ticolo indeterminativo – un padre, un corpo o un cavallo, an-
dal movimento dei corpi, a produrre quell’effetto reificante ziché mio padre, il mio corpo o il mio cavallo. E ciò senza
di possessione, vale a dire di depersonalizzazione, poi eredi- nulla perdere in qualità espressiva, dal momento che l’inde-
tato e perfezionato dalla concezione moderna: terminativo non manca di determinazione – solo che la sua
Il fatto è che le persone sono derivate da quantità astratte, particolare determinazione non è quella, statica, dell’essere,
al posto dei flussi. Gli oggetti parziali, invece di un’appropria- ma quella, fluida, del divenire o, appunto, dell’impersonale.
zione connettiva, diventano i possessi di una persona e, al ca- Da questo punto di vista si conferma il rapporto, già rileva-
so, la proprietà di un’altra. Kant, allo stesso modo che trae la to da Blanchot, della letteratura con la terza persona:
conclusione da secoli di meditazione scolastica definendo Dio
come principio del sillogismo disgiuntivo, trae le conclusioni la letteratura segue la via opposta, e si pone solo scoprendo sot-
da secoli di meditazione giuridica romana quando definisce il to le persone apparenti la potenza di un impersonale che non
matrimonio come il legame secondo il quale una persona diven- è affatto una generalità, ma una singolarità al livello più alto:
ta proprietaria degli organi sessuali di un’altra persona87. un uomo, una donna, una bestia, un ventre, un bambino. Non
sono le prime due persone che servono da condizione all’enun-
L’unica via per sfuggire alla dialettica, a noi ben nota, tra ciazione letteraria; la letteratura incomincia solo quando nasce
personalizzazione e depersonalizzazione passa per la deco- in noi una terza persona che ci spoglia del potere di dire Io88.

87 88
g. deleuze e f. guattari, L’Anti-Œdipe. Capitalisme et schizophrénie, I, g. deleuze, Critique et clinique, Paris 1993 [trad. it. Critica e clinica, Mila-
Paris 1972 [trad. it. L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Torino 1975, p. 78]. no 1996, p. 15].
178 Capitolo terzo Terza persona 179

Qui Deleuze sembra aprire un fronte polemico nei con- ode nei fori del linguaggio, non come interruzioni del pro-
fronti della teoria di Benveniste, da cui noi stessi siamo par- cesso, ma come «un’eternità che può essere rivelata solo nel
titi, relativa all’incapacità enunciativa della terza persona – divenire, un paesaggio che appare solo nel movimento. Non
e dunque al suo non poter più essere definita tale. In realtà, sono al di fuori del linguaggio, ne sono il di fuori. Lo scrit-
ponendo la letteratura fuori e contro le leggi della linguisti- tore come veggente e audiente, fine della letteratura: è il pas-
ca, spingendola sul piano della asintatticità e perfino della saggio della vita nel linguaggio che costituisce le Idee»89.
agrammaticalità, egli non fa che confermarla, portandola an- Proprio la vita – una vita, come titola l’ultimo testo la-
zi alle sue conseguenze più estreme: la forza contestativa del- sciatoci dal filosofo90 – costituisce il termine in cui tutta la
la scrittura letteraria sta proprio nel rovesciare una regola – teoria dell’impersonale sembra riassumersi e sporgere verso
quella fissata da Benveniste – che vale per tutti gli altri tipi una configurazione ancora indeterminata, ma appunto per-
di interlocuzione. Essa parla alla terza persona perché la sua ciò carica di potenzialità inespresse. La vita è la tangente, la
enunciazione non enuncia nulla, o appunto il nulla, dal mo- linea di forza, lungo la quale l’immanenza si ripiega su se stes-
mento che non si rivolge a nessuno, se non a coloro che si sa elidendo qualsiasi forma di trascendenza, qualsiasi ulte-
pongono essi stessi ai confini esterni del linguaggio. Questo riorità rispetto all’esser tale della sostanza vivente. Essa non
movimento di esteriorizzazione, o di estraniazione, è il ca- rimanda né a un soggetto razionale né a un nudo sostrato ma-
rattere saliente della vera letteratura: lo scrittore, almeno a teriale. Ma soprattutto, se intesa nella sua dimensione im-
partire da Proust, è colui che trascina la lingua fuori dai suoi personale e singolare91, è ciò che non consente – che contrad-
solchi, facendola letteralmente ‘delirare’, aprendola e rove- dice in radice – la divisione gerarchica tra queste due entità
sciandola come un guanto. Ciò può avvenire o per immis- entro il dispositivo separante della persona. Da qui una ra-
sione di un linguaggio straniero all’interno della lingua ma- dicale distanza, o meglio uno spostamento di piano, rispet-
terna oppure, al contrario, per trasferimento della lingua to all’intero apparato concettuale della filosofia politica mo-
materna nella terminologia di un linguaggio straniero. Se derna. Si è visto come questa condizioni la possibilità del-
Melville insinua una lingua estranea – addirittura inumana, l’ordine alla interazione tra soggetti caratterizzati dal loro
come quella della balena – all’interno dell’inglese, Wolfson sdoppiamento tra un centro di imputazione giuridica e una
converte frasi della propria lingua in sintagmi linguistici di- zona corporea sottomessa al controllo del primo. Che esso
versi, mentre Roussel scava, all’interno del francese, serie passi per una mediazione sovrana di carattere esterno, o che
omofone equivalenti alla presenza di un’altra lingua. Heideg- sia affidato all’arbitrio dell’individuo proprietario, il corpo
ger e Jarry, invece – che Deleuze assimila in un vertiginoso resta comunque esposto a un meccanismo di appropriazione,
accostamento –, usano ancora un altro procedimento stra- scomposizione e manipolazione che finisce per assimilarlo al-
niante, che è quello di fare giocare una lingua morta in una
viva, con l’effetto di farle entrambe vacillare. In questo mo- 89
Ibid., p. 18.
do la lingua barcolla, sussulta, crepita fino a esplodere in una 90
g. deleuze, L’immanence: une vie…, in «Philosophie», 47 (settembre 1995),
pp. 3-7.
nuova entità linguistica. E anzi a produrre qualcosa che non 91
Si veda, in merito, r. schérer, Homo tantum. L’impersonnel: une politique,
è precisamente una lingua, che sta al di là, o al di qua, di es- in Gilles Deleuze. Une vie philosophique, a cura di E. Alliez, Le Plessis-Robinson
sa, perché produce visioni e audizioni che non appartengo- 1998, pp. 25-42. A partire da Deleuze, R. Ciccarelli sta lavorando a un’ampia ge-
nealogia del pensiero dell’immanenza nella sua tesi postdottorale presso l’Istituto
no alla forma vocale – lembi di realtà che lo scrittore vede e Italiano di Scienze Umane.
180 Capitolo terzo Terza persona 181

la cosa, altrui o propria. Anche la semantica cattolica della per Deleuze resta sempre una porzione di virtuale preceden-
indisponibilità della vita – cioè la sua assoluta valorizzazio- te, o eccedente, la piena attualizzazione. Non c’è un momen-
ne derivata da un atto creatore che ne conserva il possesso – to topico in cui qualcosa finisce di esser possibile per farsi
resta interna al medesimo paradigma: in ogni caso a dispor- reale, perché in ogni momento il reale conserva una zona di
re del corpo è una persona, divina o umana, non coinciden- virtualità. L’essere è costituito appunto da questa oscillazio-
te con esso e anzi definita in base alla propria trascendenza. ne tra attuale e virtuale – tra ordine e caos, tra identità e tra-
Lo stesso fatto che chi viene al mondo è dichiarato, prima o sformazione, tra forma e forza – che, tenendolo in perpetua
poi – ma sempre in base a determinati protocolli scientifici, tensione con se stesso, lo traduce nel divenire.
etici o religiosi – persona implica la sua differenza di princi- Il secondo fronte di attacco nei confronti della persona
pio dalla falda vitale in cui pure si impianta. passa per il concetto di individuazione, spostato dall’oriz-
È in contrasto con questo modello dualistico che lavora zonte del soggetto a quello della vita. L’individuazione del-
Deleuze lungo un percorso, insieme decostruttivo e afferma- la vita, di una vita, non è la stessa di quella di un soggetto
tivo, che tocca il suo apice in Mille plateaux. Esso si articola personale. Tra i due s’interpone la categoria di ‘ecceità’. An-
in tre livelli strategici corrispondenti ai tre fronti dell’attac- ch’essa designa, individuandola, qualcosa di molto partico-
co portato al concetto di persona. Il primo, presupposto agli lare, ma non necessariamente una persona, una cosa o una
altri, riguarda la sostituzione, già avviata da Bergson, della sostanza. Una stagione, o un’ora della giornata, per esempio,
categoria di possibilità con quella di virtualità. Mentre la pri- sono ecceità altrettanto determinate degli individui propria-
ma torna, sia pure con modalità diverse, in tutte le filosofie mente detti, ma non coincidenti con essi. Così come uno
della presupposizione di matrice schellinghiana, la seconda scroscio di pioggia, un soffio di vento o un raggio di luna.
è l’unica a non tradire l’immanenza, risolvendo l’origine al- Ciò che le connota, oltre il movimento dovuto alla combina-
l’interno del processo di costituzione ontologica. Contro la zione delle loro molecole, è un’attitudine alla composizione
distinzione fondativa tra possibile e reale – che, per esem- con altre forze, di cui subiscono l’effetto, o l’affetto, trasfor-
pio, vede nell’embrione una persona potenziale, ma non mandosi e trasformandole in individualità più complesse,
effettiva, lasciandolo così in una zona di indiscernibilità teo- soggette esse stesse alla possibilità di ulteriori metamorfosi.
retica e di disponibilità biopolitica – Deleuze assegna al vir- Un grado di temperatura può combinarsi con una certa in-
tuale il medesimo statuto della realtà, relazionandolo, piut- tensità di bianco, così come questa può investire una super-
tosto, all’attuale. La vita, in quanto tale e in ogni sua mani- ficie fino a identificarsi con essa. A mutare, rispetto al pia-
festazione, è sempre reale, pur individuandosi in forme che no dei soggetti, oltre che la spazialità, irriducibile a contor-
di volta in volta attualizzano quello che in uno stadio prece- ni prefissati, è una temporalità che non ha la forma stabile
dente è ancora virtuale. Ciò non vuol dire che tutta la realtà della presenza, ma quella, tesa tra passato e futuro, dell’e-
sia attuale o che l’attuale sia l’unico modo del reale – signi- vento. Un’ecceità non ha mai origine né fine – non è un pun-
ficherebbe un blocco del processo di individuazione in for- to, ma una linea di scorrimento e di concatenamento. È fat-
me immobili e sclerotizzate. Anzi, come accade nella teoria ta non di persone e di cose, ma di velocità, di affetti, di tran-
ontogenetica di Gilbert Simondon, secondo il quale ogni siti, così come la sua semiotica è composta di nomi propri,
nuova individuazione conserva sempre un elemento preindi- di verbi all’infinito, di pronomi indefiniti. E cioè, ancora una
viduale che spinge l’individuo fuori dai suoi confini, anche volta, di terze persone attraversate, e liberate, dalla poten-
182 Capitolo terzo Terza persona 183

za dell’impersonale: «Egli non rappresenta un soggetto, ma ma l’uomo ricondotto alla sua naturale alterazione. L’anima-
diagrammatizza un concatenamento. Egli non surcodifica gli le – nell’uomo, dell’uomo – significa innanzitutto moltepli-
enunciati, non li trascende come le prime due persone, ma cità, pluralità, concatenamento con ciò che ci circonda o che
al contrario impedisce loro di cadere sotto la tirannia delle da sempre portiamo dentro: «Non si diviene animali senza
costellazioni significanti o soggettive, sotto il regime delle ri- una fascinazione per la muta, per la molteplicità. Fascino del
dondanze vuote»92. Non, dunque, io, tu – non soggetti pro- di fuori? Oppure la molteplicità che ci affascina è già in rap-
prietari e corpi dominati – ma ‘Hans divenire cavallo’, ‘una porto con una molteplicità che abita in noi?»93. Ma esso si-
muta chiamata lupo’, ‘vespa incontrare orchidea’. gnifica anche plurivocità, metamorfosi, contaminazione –
E siamo così all’ultima stazione del percorso, all’ultima critica preventiva di ogni pretesa purezza ereditaria, etnica,
punta della costellazione polemica attivata da Deleuze nei razziale. Contro di essa, contro i suoi presupposti immuni-
confronti dell’essere persona, della persona come forma tari e i suoi effetti mortiferi, il divenire animale «cessa di es-
esclusiva, ed escludente, dell’essere. Si tratta di quell’espe- sere un’evoluzione filiativa ereditaria per divenire invece co-
rienza del «divenire animale» in cui il movimento di concet- municativa o contagiosa»94. La differenza sta nel fatto che,
ti fin qui delineato sembra trovare la sua figura più densa. al contrario delle filiazioni di sangue e delle appartenenze di
Se ricordiamo come l’animalizzazione dell’uomo abbia costi- razza, esso mette in rapporto termini completamente etero-
tuito l’esito più devastante non solo del dispositivo della per- genei come un uomo, un animale, un microrganismo. Ma an-
sona, ma anche dei poteri tanatopolitici che hanno immagi- che un albero, una stagione, un’atmosfera. Perché ciò che
nato di contrastarlo – potenziandone invece il potere coatti- conta in esso, prima ancora del rapporto con l’animale, è so-
vo –, il divenire animale di Deleuze acquista tutta la sua prattutto il divenire di una vita che s’individua solo spezzan-
carica insieme contestativa e costitutiva. In una tradizione do le catene e i divieti, le barriere e i confini che l’uomo vi
teologica, filosofica, politica, che ha definito l’uomo sempre ha inciso. Torna, da questo lato, quel nesso tra impersonale
attraverso il contrasto con l’animale – con quella parte di sé, e singolare che non è possibile afferrare se non dentro un ra-
o con quella zona di umanità, preventivamente bestializza- dicale ripensamento della categoria di persona. Non, come
ta – la rivendicazione dell’animalità come la nostra natura si è più volte detto, attraverso la sua semplice negazione –
più intima rompe con l’interdetto fondamentale che da sem- semmai nella liberazione dalla forma, escludente e reifican-
pre ci governa. Il divenire animale, per Deleuze, non rappre- te, in cui la nostra tradizione ha sigillato il suo significato. Il
senta né lo sprofondamento nel fondo più buio dell’essere divenire animale dell’uomo allude allo scioglimento di que-
umano, né una metafora o un fantasma letterario. Esso, al sto nodo metafisico – a un modo di essere uomo che non coin-
contrario, è la nostra realtà più tangibile – a patto che per cide né con la persona né con la cosa. E neanche con il tran-
reale s’intenda il mutamento cui la nostra natura è da sem- sito perpetuo dall’una all’altra cui da sempre sembriamo de-
pre sottoposta. Non l’altro dall’uomo, o l’altro nell’uomo, stinati. Esso è la persona vivente – non separata dalla, o
impiantata nella, vita, ma coincidente con essa come sinolo
inscindibile di forma e di forza, di esterno e d’interno, di
92
g. deleuze, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrénie, Paris 1980 [trad. it.
Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Roma 1987, vol. I, p. 384]. Per una lettura 93
politica di Mille piani si veda l’efficace saggio di m. hardt, La société mondiale de g. deleuze, Mille piani cit., p. 347.
94
contrôle, in Gilles Deleuze. Une vie philosophique cit., pp. 359-75. Ibid., p. 346.
184 Capitolo terzo

bíos e di zoé. A questo unicum, a questo essere singolare e


plurale, rimanda la figura, ancora insondata, della terza per-
sona – alla non-persona inscritta nella persona, alla persona
aperta a ciò che non è mai ancora stata.
Biblioteca Einaudi

Filosofia

5. Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo


6. Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica
8. Jacques Derrida, Margini della filosofia
10. Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Estetica
12. Umberto Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio
15. Walter Benjamin, Sul concetto di storia
23. Jacques Bouveresse, Filosofia, mitologia e psudo-scienza
24. Paul De Man, Allegorie della lettura
29. Leo Strauss, Gerusalemme e Atene
32. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logivo-philosophicus e Quaderni 1914-1916
36. Friedrich Schlegel, Frammenti critici e poetici
38. Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica?
39. Michel Foucault, Nascita della clinica
48. Karl R. Popper, Logica della scoperta scientifica
50. François Jullien, Trattato dell’efficacia
51. Ludwig Wittgenstein, Osservazioni filosofiche
55. Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche
58. Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudizio
59. Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche
61. Ludwig Wittgenstein, Della Certezza
62. John McDowell, Mente e mondo
66. Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco
70. Stanley Cavell, Alla ricerca della felicità
74. Hans Jonas, Organismo e libertà
79. Max Horkheimer, Eclisse della ragione
82. Luigi Pareyson, Ontologia della libertà
83. Ludwig Wittgenstein, Osservazioni sui colori
85. Jean-Luc Nancy, L’esperienza della libertà
86. Ludwig Wittgenstein, Libro blu e Libro marrone
92. Sergio Givone, Eros/ethos
95. Mario Perniola, L’arte e la sua ombra
100. Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Filosofia della storia universale
106. Peter Szondi, Poetica e filosofia della storia
107. L’altra estetica, a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau
108. Quentin Skinner, La libertà prima del liberalismo Storia
111. Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale
122. Roberto Esposito, Immunitas 2. Jan Assmann, La memoria culturale
123. Jacques Derrida, La scrittura e la differenza 3. Gherardo Ortalli, Lupi genti culture
124. Edmund Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia 11. Carmine Ampolo, Storie greche
fenomenologica, vol. I 13. Pierre Toubert, Dalla terra ai castelli
125. Edmund Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia 19. Marc Bloch, Storici e storia
fenomenologica, vol. II 26. Geografia politica delle regioni italiane, a cura di P. Coppola
127. Franca D’Agostini, Disavventure della verità 28. John Bossy, Dalla comunità all’individuo
132. Mario Perniola, Del sentire 30. Jacob Burckhardt, Sullo studio della storia
133. Ludwig Wittgenstein, The Big Typescript 31. Carlo Ginzburg, Storia notturna
136. François Jullien, Il saggio è senza idee 33. Marc Bloch, Apologia della storia
137. Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’Anti-Edipo 37. Franco Venturi, Settecento riformatore, I. Da Muratori a Beccaria
140. I concetti del male, a cura di Pier Paolo Portinaro 54. Marino Berengo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento
142. Jürgen Habermas, Il futuro della natura umana 56. Giovanni Ragone, Un secolo di libri
147. Hans Jonas, Il principio responsabilità 63. Storia di Roma, a cura di Andrea Giardina e Aldo Schiavone
152. Jean-Luc Nancy, La creazione del mondo 67. Gian Enrico Rusconi, Clausewitz, il prussiano
169. Andrea Tagliapietra, La virtù crudele 71. Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi
179. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo 78. Aron Jakovlevi™ Gurevi™, Contadini e santi
181. Li Zehou, La via della bellezza 84. Jacques Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante
185. Wilfrid Sellars, Empirismo e filosofia della mente 87. Angelo d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre
183. Stanley Cavell, Il ripudio del sapere 89. Sergio Luzzatto, Il Terrore ricordato
190. Mario Perniola, Sex-appeal dell’inorganico 101. Ira M. Lapidus, Storia delle società islamiche, 3 voll.
192. Laozi 139. Gilberto Sacerdoti, Sacrificio e sovranità
195. Theodor W. Adorno, Dialettica negativa 143. Stéphane Audoin-Rouzeau e Annette Becker, La violenza, la crociata, il lutto
197. Roberto Esposito, Bìos 151. Alberto Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario
198. Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio 155. Andrea Carandini, La nascita di Roma, 2. voll.
199. Steven Nadler, L’eresia di Spinoza 162. Gian Enrico Rusconi, Germania Italia Europa
200. Norberto Bobbio, Politica e cultura 168. Walter Barberis, Le armi del Principe
205. Carlo Augusto Viano, Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni 170. Lucy Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana
208. Sergio Givone, Il bibliotecario di Leibniz 175. Piero Redondi, Galileo eretico
215. Pierre Hadot, Il velo di Iside 191. Franco Venturi, Pagine repubblicane
218. Hannah Arendt, Sulla rivoluzione 203. Nicola Tranfaglia, Ministri e giornalisti 1939-1943
219. Theodor W. Adorno, Metafisica 207. Alberto Mario Banti, L’onore della nazione
221. Giorgio Agamben, Stanze 210. Andrea Carandini, Remo e Romolo
225. Hannah Arendt, Che cos’è la politica? 212. Alberto Mario Banti, La nazione del Risorgimento
226. Ludwig Wittgenstein, Esperienza privata e dati di senso 223. Maria Malatesta, Professionisti e gentiluomini
227. Massimo Bucciantini, Galileo e Keplero
41. Francesco Orlando, L’intimità e la storia
Scienza 42. Marina Zancan, Il doppio itinerario della scrittura
45. Roland Barthes, Scritti
7. David Deutsch, La trama della realtà
52. Franco Moretti, Il romanzo di formazione
25. Jules-Henri Poincaré, Scienza e metodo
57. Roland Barthes, «Variazioni sulla scrittura» seguite da «Il piacere del testo»
27. Amotz Zahavi e Avishag Zahavi, Il principio dell’handicap
68. Cesare Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario
43. Lee Smolin, La vita del cosmo
53. Niles Eldredge, Ripensare Darwin 91. Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio
69. Paolo Vineis, Nel crepuscolo della probabilità 95. Mario Perniola, L’arte e la sua ombra
72. Alain Prochiantz, A cosa pensano i calamari? 96. Maurizio Bettini, Le orecchie di Hermes
77. Morris Kline, Storia del pensiero matematico, 2 voll. 97. Paolo Mauri, Nord
88. Benoît B. Mandelbrot, Gli oggetti frattali 99. Leone Ginzburg, Scritti
98. Gerald M. Edelman e Giulio Tononi, Un universo di coscienza 103. Michail Bachtin, L’autore e l’eroe
114. John Maynard Smith e Eörs Szathmáry, Le origini della vita 105. Michail Bachtin, Estetica e romanzo
138. Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo 110. Cesare Segre, Ritorno alla critica
146. John R. McNeill, Ambiente 112. Mario Lavagetto, Freud, la letteratura e altro
148. Enrico Bellone, La stella nuova 117. Michel Foucault, Il discorso, la storia e la verità
164. Piergiorgio Odifreddi, Il diavolo in cattedra 119. Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare
165. Julian Brown, Menti, macchine e multiverso 121. Alberto Asor Rosa, Stile Calvino
193. Gerald M. Edelman, Più grande del cielo 126. Valerio Magrelli, Vedersi vedersi
202. Stuart Kauffman, Esplorazioni evolutive 129. Salvatore Nigro, La tabacchiera di don Lisander
141. Mario Lavagetto, La cicatrice di Montaigne
144. Gian Biagio Conte, Virgilio
145. Carlo Dionisiotti, Scritti sul Bembo
Scienze religiose e antropologiche
149. Maria Corti, Scritti su Cavalcante e Dante
135. Ida Zilio-Grandi, Il Corano e il male 153. Franco Moretti, Opere mondo
184. Jörg Rüpke, La religione dei Romani 156. Dante Isella, Carlo Porta
196. Carlo Severi, Il percorso e la voce 157. CesareSegre, La pelle di san Bartolomeo
211. Moshe Idel, Il Golem 158. Elide Casali, Le spie del cielo
161. Pier Vincenzo Mengaldo, La tradizione del Novecento
171. Leone Ginzburg, Lettere dal confino
Saggistica letteraria 201. Cesare Segre, Tempo di bilanci
206. Dante Isella, Lombardia stravagante
4. Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta
14. Alberto Asor Rosa, Genus italicum
17. Giovanni Macchia, Tutti gli scritti su Proust Arte-Architettura-Teatro-Cinema-Musica
16. Gérard Genette, Palinsesti
20. Luciana Stegagno Picchio, Storia della letteratura brasiliana 18. Jean-Jacques Nattiez, Wagner androgino
22. Pieter de Meijer, Achille Tartaro e Alberto Asor Rosa, La narrativa italiana 60. Erwin Panofsky, Il significato nelle arti visive
dalle origini ai giorni nostri 76. Erwin Panofsky, Studi di iconologia
34. Corrado Bologna, La macchina del «Furioso» 94. Michael Baxandall, Forme dell’intenzione
40. Baldesar Castiglione, Il libro del Cortegiano 102. Andrea Carandini, Storie dalla terra
109. Alessandro Conti, Manuale di restauro
115. Carlo Ginzburg, Indagini su Piero
118. Theodor W. Adorno, Beethoven
131. Antonio Forcellino, Michelangelo Buonarroti
154. Joseph Rykwert, Seduzione del luogo
166. Michael Baxandall, Ombre e lumi
173. Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, vol. I
174. Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, vol. II
176. Theodor W. Adorno, Immagini dialettiche. Scritti musicali 1955-1965
180. Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura
186. Jean-Jacques Nattiez, Combattimento di Crono e Orfeo
189. Ernesto Napolitano, Mozart. Verso il Requiem
204. Horst Bredekamp, La fabbrica di San Pietro
213. Bruno Zevi, Saper vedere la città
214. Anthony Vidler, Il perturbante architettonico

Scienze sociali

9. Antonio Gramsci, Pensare la democrazia


21. Robert Alexy, Concetto e validità del diritto
46. Marcel Mauss, I fondamenti di un’antropologia storica
64. Piero Sraffa, Produzione di merci a mezzo di merci
73. Norberto Bobbio, Teoria generale della politica
80. Marcel Mauss, Teoria generale della magia e altri saggi
90. Karl Polanyi, La grande trasformazione
93. Bruce Lincoln, L’autorità
130. Ernesto De Martino, La fine del mondo
159. Armand Mattelart, Storia dell’utopia planetaria
177. Luigi Einaudi, Lezioni di politica sociale
178. Michael E. Porter, Il vantaggio competitivo
182. Neil e Philip Kotler, Marketing dei musei
216. Erving Goffman, Il comportamento in pubblico
Stampato per conto della Casa editrice Einaudi
presso Mondadori Printing S.p.A., Stabilimento N. S. M., Cles (Trento)
nel mese di aprile 2007
C.L. 18781
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