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Modulo 1

FONDAMENTI ANATOMO-FISIOLOGICI
I fondamenti anatomofisiologici sono le conoscenze base della biologia del comportamento, ovvero le
decisioni che prendiamo, l’immagine che abbiamo del mondo, il comportamento osservabile. Lega
l'osservazione del comportamento a misure dell'attività cerebrale e delle cellule nervose.

Circuiti nervosi
Grazie alle scoperte degli ultimi 20 anni siamo in grado di visualizzare l'attività celebrale, misurandone
indirettamente l'attività, e si è potuto scoprire che le area celebrali si attivano perché si attivano le relative
cellule nervose (che sono diverse e specializzate per determinati compiti) che, nonostante non siano le
uniche cellule del sistema nervoso, esse sono le uniche che hanno il compito di ricevere, elaborare e
trasmettere le informazioni.
Le cellule nervose agiscono perché comunicano tra loro tramite siti specializzati, ovvero le sinapsi,
formando così un circuito nervoso, ovvero un insieme di cellule nervose connesse tramite sinapsi. Ogni
circuito nervoso deve provvedere ad un determinato comportamento: esso può essere semplice, ovvero
formato da due sole cellule, quella che riceve e quella che trasmette le informazioni, e serve per esercitare
azioni automatiche ed immediate come i riflessi, oppure puo essere più complicato, quindi con più cellule
connesse, ad esempio i circuiti addetti alla lettura, le cui cellule devono essere in grado di trasmettere
l'impulso luminoso, leggere le lettere e darci un significato.
Attraverso l'apprendimento si possono creare nuovi circuiti nervosi, ma non tutti hanno bisogno di
apprendimento: alcuni circuiti nervosi sono in nostro possesso fin dalla nascita e sono uguali per tutti, altri
invece ce li abbiamo tutti ma sono diversi a seconda delle diverse esperienze, altri ancora sono unici,
formati dalle esperienze personali.
Diverse attività attivano diverse aree del cervello, quindi queste attività posso essere messe in atto solo se
si possiedono i circuiti adatti. Stessa cosa vale per la nostra visione del mondo: noi vediamo la realtà
solamente in base ai circuiti che abbiamo per vederla, in pratica è una visione altamente soggettiva. La
realtà è una costruzione del nostro cervello e dipende quindi dalla formazione dei diversi circuiti nervosi
durante lo sviluppo e da come si modificano tramite l'esperienza.
La comunicazione delle cellule nervose tramite sinapsi è l'elemento fondamentale dei circuiti nervosi.

Morfologia del neurone


Il neurone ha un corpo cellulare chiamato soma, all’interno del quale c’è il nucleo e il patrimonio genetico.
A differenza di altre cellule il neurone ha una morfologia particolare: possiede dei prolungamenti chiamati
neuriti, che si dividono in dendriti (che possono essere più di uno), e l'assone (che è singolo in ogni cellula). I
dendriti si dividono in dendriti apicali, ovvero quelli che stanno all'apice della cellula, e basali, che stanno
alle basi. Gli assoni sono rivestiti dalla guaina mielinica ed essi emergono dal monticolo assonico e
terminano con il terminale assonico, un insieme di ramificazioni che possono avere dimensioni e lunghezza
variabili.
Tra i neuroni si possono trovare morfologie diverse: corpo cellulare più grande con più dendriti che si
ramificano, cellule con un solo dendrite, altre con solo l’assone, altre senza dendriti ecc., ma tutte le cellule
si dividono in compartimenti anatomici e/o funzionali:
1. l'elemento di ingresso, che comprende la albero dendritico e il corpo cellulare (ad eccezione delle
cellule pseudounipolari) ed ha il compito di ricevere i segnali tramite la trasmissione sinaptica e per
farlo possiede i recettori;
2. l'elemento di integrazione, che comprende il monticello assonico ed ha il compito di elaborare le
informazioni, integrando tutti i segnali provenienti dal compartimenti d’ingresso, ed a seconda del
risultato generare o meno il potenziale d’azione, per farlo ha bisogno dei canali voltaggio
dipendenti;
3. l'elemento di conduzione, che comprende l’assone rivestito dalla guaina mielinica ed ha il compito
di condurre il potenziale d’assone, per farlo ha bisogno dei canali voltaggio dipendenti del sodio e
del potassio, posizionati ai nodi;
4. l'elemento di uscita, che comprende il terminale assonico ed ha il compito di trasmettere le
informazioni.
Questa divisione riporta al principio della polarizzazione dinamica: l'informazione è un flusso, c'è quindi un
verso nella trasmissione delle informazioni
Nel sistema nervoso centrale ci sono anche altre cellule dette gliali. Esse sono molte di più delle cellule
nervose (a volte anche in proporzione 50:1) ma le cellule nervose e sono le uniche che sanno elaborare le
informazioni. Le gliali hanno molti compiti, tra i quali quello di formare la guaina mielinica, che avvolge
l'assone.

Il potenziale di membrana
Le cellule nervose ricevono, elaborano e trasmettono segnali, ed essi sono di tipo elettrici e chimici. Per
poterli misurare bisogna registrarli esattamente come si registra un qualsiasi segnale elettrico, con l'unica
differenza che lo strumento deve essere un micro elettrodo, ovvero molto più piccolo. Per farlo si misura la
differenza di potenziale elettrico tra l'interno e l'esterno di una cellula, quindi servono due elettrodi, uno
interno negativo e l’altro esterno positivo.
Se essi vengono tenuti entrambi fuori dalla cellula, ovvero nel compartimento extracellulare, si misura una
differenza di potenziale elettrica pari a zero (tessuti isoelettrici).
Se invece con l'elettrodo più sottile entro dentro la cellula vedo che c'è una differenza di potenziale con
l'interno negativo (considero l’esterno pari a zero) e questa differenza di potenziale si chiama potenziale di
membrana (chiamato Vm) e il suo valore cambia tra cellula e cellula (Vm=V interno – V esterno, con V
esterno pari a zero). I neuroni hanno tra i -60 e i -65 mV e tutte le cellule viventi hanno questa differenza di
potenziale con l'interno negativo. Questa differenza è come una pila, la cellula accumula la differenza di
cariche ai capi della membrana (all’interno ci sono cariche negative e all’esterno positive) che userà per
generare segnali nervosi. Il potenziale di membrana a riposo quindi ha queste proprietà:
• nelle cellule animali è negativo e varia tra –40 e –100 mV
• non varia se la pipetta del microelettrodo penetra più profondamente nell’interno della cellula
(potenziale uniforme)
• la differenza di potenziale costituisce una sorgente energetica

Movimenti degli ioni: il gradiente elettrochimico


Le cariche sono ioni, atomi carichi in grado di muoversi in un liquido per due motivi:
1. fisico, ovvero per movimento di gradiente di concentrazione per far sì che le concentrazioni interne
ed esterne siano uguali;
2. elettrico, per differenza di potenziale, se lo ione è positivo tende a spostarsi in un compartimento
più negativo.
Quindi lo ione si muove spinto da due forze: la concentrazione e la differenza di potenziale, che si
compensano a vicenda finché il generatore della differenza di potenziale resta acceso, in questo modo la
situazione è stabile. Il movimento dello ione permeabile è in equilibrio elettrochimico, sia per
concentrazione che per differenza di potenziale. Il potenziale elettrochimico di uno ione deriva da:
• il gradiente ionico tra i compartimenti intracellulare ed extracellulare
• la permeabilità selettiva della membrana

ll potenziale di Nernst
La concentrazione intracellulare del potassio (K+) è di 145 mM, mentre la concentrazione extracellulare è
2,5 mM. La membrana in condizioni di riposo ha canali passivi che consentono il passaggio di K+, che quindi
passa dall'interno all'esterno della cellula attraverso questi canali seguendo il gradiente di concentrazione.
All'interno della cellula ci sono grossi anioni proteici (A-) che per la loro mole non passano attraverso i
canali. Quindi ogni K+ che esce dalla cellula rimane confinato nelle immediate vicinanze della cellula attirato
da A-. La fuoriuscita di K+ crea un gradiente elettrico dovuto allo spostamento di carica. Man mano che K+
esce si crea e aumenta un potenziale elettrico che ostacola sempre più la fuoriuscita di K+. Si raggiunge un
equilibrio dinamico fra il K+ che esce a causa del gradiente di concentrazione e il K+ che entra a causa del
potenziale elettrico causato dalla stessa fuoriuscita. In questo equilibrio elettrochimico, la forza chimica è
uguale e contraria a quella elettrostatica e il flusso complessivo di K+ che attraversa la membrana è pari a
zero. La spinta lungo il gradiente di concentrazione e quella lungo il gradiente elettrico si equilibreranno a
un livello intermedio, con gli anioni intracellulari parzialmente compensati. Si avrà quindi una situazione di
equilibrio in cui il potassio tenderà ad entrare per gradiente elettrico e ad uscire per gradiente di
concentrazione. All’equilibrio il flusso netto di potassio attraverso la membrana = 0.
Per ogni ione è possibile misurare il valore di potenziale, chiamato potenziale di equilibrio, al quale lo ione si
troverà in equilibrio tra il gradiente elettrico e gradiente di concentrazione, utilizzando l’equazione di
Nernst: Vext-Vint = -RT/zF ln [C]ext/[C]int
Se la membrana di una cellula è permeabile ad un singolo ione, l’equazione di Nernst ci dice il potenziale di
riposo della cellula, come succede per le cellule gliali: il potassio è l'unico ione permeabili e quindi il suo
potenziale di Nernst è uguale al potenziale di riposo. Il potenziale di riposo è infatti quel potenziale a cui il
flusso netto è 0 e se un solo ione è coinvolto, coincide con il potenziale di Nernst, ovvero con il potenziale di
equilibrio per quello ione.

La pompa sodio-potassio ATPasi


La membrana separa il compartimento intracellulare da quello extracellulare, compartimenti che non
hanno la stessa concentrazione di ioni e molecole. Per capire il potenziale ci interessa considerare solo le
sostanze dotate di carica e presenti in grandi quantità: lo ione potassio è fortemente concentrato
all'interno, lo ione sodio all'esterno. Per quanto riguarda le cariche negative abbiamo il cloro principalmente
concentrato all'esterno e all'interno della cellula invece ci sono grandi proteine anioniche. I neuroni a riposo
sono molto permeabili al potassio e al cloro, e in parte anche al sodio. Il potenziale di riposo di un neurone è
circa -60 mV, che non corrisponde né ad EK né ad ENa. ECl è invece praticamente corrispondente al
potenziale di riposo. Ci sono quindi flussi di potassio in uscita e sodio in entrata che, al potenziale di riposo,
si eguagliano. Ci sono molti più canali per il potassio che per il sodio (la permeabilità di membrana del
potassio è 50\100 volte maggiore di quella per il sodio), parte del potassio esce quindi dalla cellula secondo
il suo gradiente chimico. Non c’è flusso netto ma non è una situazione di equilibrio stabile. Il potenziale di
riposo corrisponde ad una situazione di equilibrio tra il flusso di sodio in entrata e quello di potassio in
uscita.
Si potrebbe tuttavia obiettare che questa condizione è impossibile da mantenere nel tempo in quanto la
continua entrata di sodio e la continua uscita di potassio dovrebbero lentamente cambiare ed infine
annullare le differenze di concentrazione tra interno e esterno, annullando anche il potenziale di
membrana. Questo non avviene in quanto i neuroni sono provvisti di un enzima, la pompa sodio-potassio
ATPasi, che è posto sulla membrana e, consumando ATP, estrude dalla cellula 3 ioni Na+ in cambio di 2 ioni
K+ in entrata. Poiché i flussi ionici prodotti dalla pompa sono elettricamente sbilanciati, la sua azione non
solo impedisce che si dissipi il gradiente di concentrazione ma contribuisce alla negatività del potenziale di
membrana a riposo.
Si vengono quindi a creare due gradienti chimici, e dato che la cellula presenta una certa permeabilità agli
ioni, anche se bassa, grazie ai canali ionici passivi sempre aperti, in questo modo la membrana perde delle
cariche positive e l'intera cellula diventa negativa rispetto all'esterno. Questo genera la differenza di
potenziale ai capi della membrana: normalmente l’interno si trova a -70 millivolt rispetto all'esterno.
Ciò che è importante da capire che questo potenziale viene mantenuto grazie alla costante attivazione della
pompa sodio potassio che lavorando contro gradiente di concentrazione crea un gradiente chimico, e la
fuoriuscita dello ione potassio, secondo il suo gradiente, determinando così la negatività del potenziale di
membrana. Se la pompa sodio potassio smettesse di funzionare si annullerebbe sia il gradiente chimico che
quello elettrico. Questo potenziale prende il nome di potenziale di riposo, e rappresenta la situazione
basale di tutte le cellule.
Il cervello è uno degli organi con maggior consumo energetico dell'organismo perché deve mantenere
carica la pila di membrana. La forza che agisce su uno ione per farlo muovere si chiama forza elettromotrice
e non è altro che il potenziale di membrana meno il potenziale di equilibrio dello ione, che quindi dovranno
essere diversi altrimenti ci sarà una f.e.m. pari a zero. Introduciamo anche la legge di Ohm: essa ci dice che
se c'è differenza di potenziale la corrente è uguale al quoziente tra la differenza di potenziale e la resistenza
(o il suo inverso, la conduttanza)

I segnali nervosi
Essi sono variazioni del potenziale di membrana rispetto al potenziale di riposo, quindi se i valori del
potenziale di membrana e del potenziale di riposo sono diversi vuol dire che la cellula sta segnalando.
Alla base del ciclo del potenziale di azione sta il ciclo autorigenerativo della corrente sodio, anche noto
come a feedback positivo: aumentando la permeabilità al sodio sposta Vm verso ENa e cioè a potenziali
positivi depolarizzati. La depolarizzazione a sua volta aumenta la conduttanza per il sodio e quindi la
corrente. In pratica un feedback positivo fa in modo che la risposta del sistema sia positiva, quindi è come
una specie di ciclo che si autoalimenta e si ferma solo quando il potenziale di membrana raggiunge il
potenziale di equilibrio del sodio. Mentre per il ciclo di feedback negativo la risposta del sistema, al
contrario di quella del feedback positivo, spegne la perturbazione, facendo partire il ciclo del potassio.
Ci sono due tipi di segnali:
1. Analogici, che presentano ampiezza e duratura variabili e dipendenti dall'intensità dello stimolo.
Possono essere:
• iperpolarizzanti, dovuti all’uscita del potassio, quindi alla rimozione delle cariche positive dal
citoplasma (risposta passiva). Esso ha una corrente positiva e dipende o da uno ione positivo
che esce o da uno ione negativo che entra.
• depolarizzanti, dovuti all’entrata del sodio, quindi al rifornimento delle cariche positive nel
citoplasma (risposta passiva). Esso ha una corrente negativa e dipende o da uno ione positivo
che entra o da uno ione negativo che esce.
2. Digitali, ovvero quando lo stimolo è sufficiente ad innescare una risposta attiva, come per il
potenziale d’azione. L'ipotesi di Hodgkin e Huxley è basata sulla forma, si innesca con un segnale
depolarizzante che deve avere l'ampiezza maggiore della soglia, in seguito si depolarizza
velocemente per poi iperpolarizzarsi fino ad arrivare al di sotto dell’equilibrio per poi riequilibrarsi.
L’ascendenza è dovuta all'ingresso del sodio che entra, mentre la discendenza per l'aumento del
potassio.

Il potenziale d’azione
I neuroni possiedono questi particolari canali ionici, chiamati voltaggio dipendenti, che in risposta a stimoli
possono aprirsi o chiudersi. La chiusura dei canali del potassio o l'apertura dei canali del sodio determina un
accumulo di cariche positive all'interno delle cellule. In questo modo il potenziale di riposo da -70 mV si alza
perché l'ambiente interno è meno negativo. Se raggiunge i -55 mV si scatena un importante evento: la
depolarizzazione della membrana. Al potenziale di -55 mV si aprono i canali sodio voltaggio dipendenti, il
sodio a questo punto entra massimamente per la grande differenza di concentrazione. In questo modo il
potenziale della membrana non solo viene dissipato ma addirittura invertito: ora ci sono più cariche positive
all'interno della cellula che all'esterno. Per questo motivo questa fase viene definita di depolarizzazione.
Durante la depolarizzazione il potenziale sale fino a un massimo di +35 millivolt, dopodiché i canali sodio
voltaggio dipendenti si inattivano, impedendo l'ulteriore ingresso di sodio nella cellula. La riduzione della
negatività della membrana però non ha aperto solo i canali del sodio, ma anche quelli del potassio voltaggio
dipendenti che, per loro natura, sono più lenti ad aprirsi e subentrano con un certo ritardo. Questi canali
lasciano uscire il potassio secondo gradiente di concentrazione ad un flusso elevatissimo, molto più alto di
quello permesso dai canali potassio passivi costantemente aperti nella fase di riposo. La fuoriuscita delle
cariche positive, rappresentate dal potassio, ripristina il potenziale di membrana, e questi canali dovrebbero
richiudersi, ma così come erano lenti nell'apertura lo sono anche nella chiusura, così la fuoriuscita di
potassio è tale da ripristinare non solo il potenziale di membrana, ma di renderlo ancora più negativo dei
famosi -70 millivolt. La membrana quindi si iperpolarizza. Il potassio, ora che è libero di fluire secondo
gradiente, attraversa la membrana dai canali passivi finché non si crea una differenza di potenziale tale da
essere respinto indietro nonostante il gradiente di concentrazione. Questo potenziale di equilibrio è vicino
ai -90 millivolt ed è per questo che la cellula si iperpolarizza in questa fase. Quando il potenziale della
membrana torna negativo il canale del sodio torna dalla sua conformazione inattiva a quella chiusa. La
membrana è tornata con un potenziale negativo ma questa non è la situazione di riposo: nonostante il
potenziale elettrico sia tornato più o meno a posto, quello chimico è ancora alterato. Nella cellula sono
rimaste ancora grandi concentrazioni di ioni sodio, all'esterno invece è concentrato il potassio. La
concentrazione di riposo si ripristina con il lento passaggio degli ioni attraverso la membrana dai canali
passivi, e il costante funzionamento della pompa sodio potassio ATPasi che ripristina gli equilibri chimici.

Canali sodio voltaggio dipendenti


Il canale del sodio controllato dal voltaggio in condizione di riposo, ovvero quando il potenziale di
membrana è più negativo di -55 millivolt, è in una conformazione chiusa. Si dice chiusa perché uno stimolo
depolarizzante, che aumenta il potenziale di membrana, può aprirlo ed innescare la depolarizzazione
dovuta al violento ingresso di sodio. Se uno stimolo depolarizzante non riesce a raggiungere i -55 millivolt il
canale non si apre e lo stimolo viene ignorato. Tra i -55 millivolt e i +35 il canale è aperto, ma ad un
potenziale maggiore invece si inattiva. Anche in questo stato il canale non lascia passare il sodio, ma a
differenza dello stato chiuso, uno stimolo depolarizzante non è in grado di fare aprire il canale. Per questo
motivo è impossibile la sovrapposizione di due onde di depolarizzazione, ma è necessario che si regolarizzi
la membrana prima che parta una seconda depolarizzazione.

Rivediamo schematicamente tutti questi eventi elettrici, che nel complesso prendono il nome di potenziale
di azione:
• In condizione di riposo il potenziale di membrana viene mantenuto a -70 millivolt dalla pompa sodio
potassio e dal lento flusso di ioni potassio attraverso la membrana
• Uno stimolo induce un lieve aumento del potenziale di membrana. Se questo stimolo
depolarizzante non è in grado di raggiungere i -55 mV viene ignorato ed il potenziale di riposo si
ripristina lentamente.
• Se invece raggiunge la soglia critica si attivano i canali del sodio voltaggio dipendenti. Nella cellula
entra un enorme flusso di sodio (feedback positivo) ed il potenziale di membrana si inverte.
• Raggiunti i +35 mV i canali del sodio si inattivano e la membrana è refrattaria a qualunque altro
stimolo. Per questo motivo questo stato è definito refrattarietà assoluta.
• A questo punto però si sono aperti i canali del potassio che ripristinano il potenziale di membrana,
facendo uscire le cariche positive rappresentate dal potassio (feedback negativo).
• A causa della lentezza di risposta alle variazioni del potenziale il potassio continua ad uscire fino a
raggiungere i -90 mV, iperpolarizzando la cellula. In questa fase in teoria la cellula può avviare un
nuovo potenziale di azione in seguito ad uno stimolo, ma dato che la membrana è iperpolarizzata è
difficile che lo stimolo raggiunga i -55 millivolt, a meno che esso non sia molto intenso. Per questo
motivo questo stato è definito refrattarietà relativa.
• Infine il ripristino delle corrette concentrazioni intra ed extracellulari si raggiunge tramite l'attività
della pompa sodio potassio e la trasmissione attraverso la membrana degli ioni dai canali passivi.

Verifica dell’ipotesi di H-H


La membrana è carica negativamente dentro e positivamente fuori, se voglio portare il potenziale da -60 a 0
mV devo togliere negatività all'interno e metterci cariche positive: con l'elettrodo trasporto le cariche
positive all'interno, quindi le negative escono e insieme a queste le positive se ne vanno per mancanza di
cariche negative, quindi avrò le cariche equilibrate senza che esse abbiano attraversato le membrane, si
sono solo “riarrangiate”, in questo modo si è cambiato il potenziale di membrana. Una volta che le cariche
si sono aggiustate attraverso la membrana passa una corrente di brevissima durata chiamata capacitiva
(perché accumula e separa cariche come fa il condensatore, che ha appunto lo scopo di accumulare e poi
rilasciare le cariche) bifasica (ovvero prima entrante, ioni sodio positivi che entrano, e poi uscente, ioni
potassio positivo che esce).
Per verificare gli effetti delle correnti sodio e potassio si usano delle neurotossine che impediscono alle
porte che fanno passare gli ioni di aprirsi:
• La tetradotossina impedisce l’apertura dei canali sodio, in questo modo si ha solo l'uscita del
potassio;
• la tetraetilammonio impedisce il passaggio del potassio e si ha solo la corrente sodio.
Quindi in condizioni di blocco del voltaggio si registra una corrente formata da 2 componenti (Na+, K+)
dissociabili con sostituzioni ioniche o con farmaci bloccanti:
• La corrente Na+ che si attiva rapidamente e si disattiva sempre rapidamente, alla base della fase
ascendente del potenziale d’azione, fluisce attraverso conduttanze di membrana selettive per il
Sodio che hanno la proprietà di aprirsi solo se il potenziale di membrana varia in senso
depolarizzante.
• La corrente K+ alla base della fase discendente del potenziale d’azione fluisce attraverso
conduttanze di membrana selettive per il Potassio che hanno la proprietà di aprirsi solo se il
potenziale di membrana varia in senso depolarizzante.
Le due correnti non si apriranno contemporaneamente e non agiranno in senso contrario, ma si
riequilibrano in seguito. Le porte si aprono in risposta alla depolarizzazione, quindi dipendono dal voltaggio.
Per questa loro proprietà queste conduttanze sono definite voltaggio-dipendenti.

La soglia
L'innesco del potenziale d'azione avviene solo se si supera questa soglia. Per poter generare il PdA la
corrente sodio deve superare la corrente potassio, quindi devono essere aperti tanti canali sodio voltaggio
dipendenti. Se la depolarizzazione non raggiunge la soglia la corrente sodio voltaggio dipendente viene
controbilanciata dall’aumento della corrente potassio passiva della membrana, questo perché quando si
depolarizza la membrana non solo si aprono le porte voltaggio dipendenti per il sodio, ma aumenta anche la
forza elettromotrice per il potassio. La soglia è il momento in cui la corrente del sodio supera la corrente
passiva del potassio, ed è quindi il momento di innesco del ciclo. La soglia cambia tra cellule diverse ma
anche tra compartimenti della stessa cellula: in punti diversi nella stessa cellula la soglia può variare da -50 a
-35 mV, cioè il monticolo assonico, punto nel quale, proprio a causa della bassa soglia, si genera il PdA.

I canali
Le porte da dove passano gli ioni sono molecole proteine che cambiano conformazione, consentendo o
meno il passaggio degli ioni. Esse si chiamano canali ionici, sono formati da una rete proteica che crea un
foro di comunicazione tra l'esterno e l'interno.
Le specie ioniche non possono attraversare la membrana perché essa è costituita da un doppio strato
fosfolipidico e dato che lo ione carico attrae le molecole d'acqua ( guscio d’idratazione) essi vengono
respinti dalla membrana. I canali ionici sono letteralmente infilati nella membrana, per questo vengono
anche chiamati proteine integrali della membrana.
• Formano un poro acquoso permeabili a ioni positivi o negativi;
• Sono selettivi;
• Possono avere dei meccanismi di apertura;
• Sono anche identificabili in base alle loro cinetiche di attivazione (tempistiche)
• Vengono bloccati da neurotossine, ma anche da farmaci o da ioni.
Le dimensioni del poro sono dell'ordine del diametro dello ione, quindi per attraversare il punto più stretto
del poro (filtro di selettività) uno ione dovrebbe essere liberato dal guscio di idratazione, questo avviene
grazie a delle protuberanze presenti nel canale, amminoacidi carichi negativamente in modo opposto allo
ione permeabile al canale. Lo ione si lega ad esse perdendo le molecole d’acqua, che verranno nuovamente
attratte non appena uscirà dal canale.
Il tempo di legamento degli ioni nel canale è di un milionesimo di secondo, ciò vuol dire che più di un
milione di ioni al secondo non possono passare attraverso il canale. Inoltre, più è ampia la corrente
maggiore è la dissipazione termica, quindi nel nostro sistema non c'è molta dissipazione dato che la
corrente all'interno dei canali è nell'ordine del Picoampere.
I canali si comportano come delle resistenze, gli ioni vengono spinti a passare per la forza elettromotrice e
la corrente che passa dipende dalla differenza di potenziale.
[Legge di Ohm: I=V/R]
[(Vm- EK) . gK = IK] (g=conduttanza=1/R)
[f.e.m.= Vm – EK]
Il potenziale di riposo è dovuto all'esistenza dei canali passivi che a potenziale di riposo sono normalmente
aperti, ma quando il neurone vuole generare segnali deve variare il potenziale di membrana quindi utilizza
altri canali ionici detti attivi.
1. I canali potassio voltaggio dipendenti e i canali sodio voltaggio dipendenti, quelli controllati dal
voltaggio, che sono chiusi a riposo e si aprono con la depolarizzazione
2. I canali a controllo meccanico, che si aprono con la deformazione della membrana e con la loro
esistenza danno alla cellula nervosa la capacità di rispondere alle cellule meccaniche
3. I canali a controllo ligando, che si aprono a risposta al legame con una determinata specie proteica
con un meccanismo chiamato chiave serratura
4. I canali a controllo di fosforilazione, la loro apertura o chiusura può essere dovuta grazie all'enzima
che attacca la struttura proteica del canale, ovvero un gruppo fosfato che lo regola aprendolo,
chiudendolo o bloccandolo, fornendo quindi un preciso controllo.

Il potenziale d’inversione
Il potenziale di inversione è una correnti ionica ed è uguale alla conduttanza per la forza elettromotrice
degli ioni. Corrisponde al valore del potenziale di membrana per il quale la corrente ionica che passa da quel
canale è 0 mA, ed è diverso per le diverse correnti ioniche. La sua curva in un grafico che mette in relazione
la corrente e i valori del potenziale di membrana, è una retta e corrisponde al punto in cui si attraversa
l'ascissa ovvero l'intercetta. Questo vuol dire che il canale ionico ha una resistenza che non cambia, e più la
curva pende più la conduttanza è ampia. Si chiama così perché l’intercetta corrisponde a quel potenziale di
membrana in cui la curva inverte di segno, perché passa da essere negativa a positiva, da corrente
polarizzante entranti negative a depolarizzanti uscenti positive.
Ci sono correnti monoione, canali selettivi per un solo ione, per le quali il potenziale di inversione è uguale
al potenziale di equilibrio dello ione, e correnti miste, che hanno un potenziale di inversione che non
corrisponde a nessun potenziale di equilibrio, questo vuol dire che la somma di tutte le correnti ioniche è 0.
[Calcolo del potenziale di inversione per una corrente trasportata da due specie ioniche, I1 e I2, per le quali
il canale ionico ha conduttanza rispettivamente gI1 e gI2 → E(inv)=(g1*E1+g2*E2)/g1+g2]
Il potenziale di inversione serve a:
• dirci quali ioni passano dal canale
• dirci se la corrente è mista o no
• se la corrente è sinaptica, dirci se è eccitatoria o inibitoria, questo perché se il potensiale degli ioni è
maggiore di -20 mV la corrente Ionica è superiore alla soglia, quindi è eccitatoria (di solito sono
all'incirca 0 mV). Invece se è al di sotto di -60 mV è inibitoria dato che mantiene il potenziale di
membrana negativo.
La corrente in mA vale 0, mentre i mV dipendono dal potenziale degli ioni.

Proprietà di membrana
La soglia è più bassa al monticolo che negli altri compartimenti, questo vuol dire che è da lì che si innesca il
potenziale: se nelle cellule nervose il potenziale d’azione si potesse attivare ovunque ci sarebbero collisioni
tra i vari potenziali, quindi si è scelto un singolo punto. Per innescare il potenziale serve che si aprono i
canali voltaggio dipendenti sodio e potassio ed essi si trovano in gran numero sul monticolo assonico. In
questo modo si specializza Il compartimento.
La cellula acustica (a cespuglio) lavora sul tempo di arrivo dei suoni ed è precisissima, riesce a localizzare un
suono in un millisecondo. Invece, la cellula della retina (a bastoncello) ci fa vedere anche con poca luce, essa
lavora sul tempo di arrivo della luce e lo fa in un secondo. La differenza del tempo tra le due cellule è
dovuta al fatto che la prima deve localizzare il suono, quindi deve essere molto reattiva, mentre le seconde
non servono per localizzare ma per catturare la massima luce possibile. Le cellule nervose obbediscono ad
un principio comune ma in modo diverso, perché hanno proprietà di membrana diverse, quindi tipo e
numero di canali ionici inseriti in quel tratto di membrana diversi. Alcuni ci sono in tutti i compartimenti e in
tutti i neuroni, altri sono in quasi tutti i neuroni ma in un solo compartimento, altri ancora sono in un solo
compartimento ma in un solo tipo di neurone. Questa divisione dei compiti si chiama proprietà di
membrana, ovvero quello che differenzia compartimenti nella stessa cellula in cellule diverse per funzioni
diverse
In determinati compartimenti neuronali ci sono i canali sodio voltaggio dipendenti, in alta concentrazione
nel monticolo assonico (massima concentrazione) e nell’assone (compartimenti di integrazione, necessità di
innescare i PdA, e di conduzione del PdA, rispettivamente), o anche i canali calcio voltaggio dipendenti,
necessari per la trasmissione sinaptica, presenti nel terminale assonico (compartimento di uscita).
Altri canali sono presenti in determinati tipi di neurone, ad esempio:
1. i canali a controllo meccanico. Le cellule che ce li hanno vengono chiamate meccani recettori e
rilevano gli stimoli meccanici;
2. i canali potassio calcio voltaggio dipendenti (che sono permeabile al potassio e aperti alla presenza
dello ione calcio, infatti il potassio è lo ione che entra mentre il calcio è lo ione che permette
l'apertura dei canali) presenti nel compartimento d’ingresso. Il calcio è uno ione positivo ed è
depolarizzante, ha una concentrazione bassissima e attiva enzimi che modificano le strutture del
canale oltre che attivare il canale.
• Adattamento: Una cellula dell'ippocampo che riceve un segnale artificiale viene depolarizzata e
genera due o tre potenziali d'azione che piano piano si diradano e poi alla fine smettono di
propagarsi: questo meccanismo viene chiamato adattamento, ovvero si smette di rispondere
allo stimolo presente inizialmente, all'inizio si risponde poi progressivamente diminuisce la
risposta e alla fine smette. Se nella stessa cellula venisse bloccato l'ingresso del calcio si ferma
l'adattamento, questo vuol dire che il calcio conferisce alla cellula la proprietà
dell’adattamento. L’iperpolarizzazione è dovuta alla presenza dei canali potassio calcio
dipendenti, la cellula cercherà di far andare via il calcio per trasmettere lo stimolo.
L'adattamento serve a filtrare le informazioni che riceviamo selezionando le più rilevanti, la
cellula con questi canali può modificare la sua capacità di elaborare e trasmettere informazioni
e può essere totale o parziale, invece le cellule senza questo tipo di canale hanno risposte più
stereotipate.
3. I canali calcio a bassa soglia: il calcio ha a disposizione diversi canali per entrare, due ad alta soglia
(>-40 mV del potenziale di membrana: Canali L, lunga durata, presenti a livello cardiaco, muscolare,
celebrale, responsabili delle contrazioni cardiache e muscolari e della liberazione del
neurotrasmettitore; Canali N, neuronali, responsabili del signaling neuronali), e uno a bassa soglia
(<-50 mV del potenziale di membrana). Questi a bassa soglia a a potenziale di riposo sono inattivi e
chiusi, ma quando la cellula si iperpolarizza i canali si attivano, mentre poi quando si depolarizza
entra tantissimo calcio che causa l'apertura dei canali. La cellula si iperpolarizza di nuovo, poi di
nuovo si depolarizza. La cellula è impegnata ad essere ritmicamente attiva e non trasmette altre
informazioni sul mondo esterno.
• Il sonno a onde lente: l'attività delle cellule nervose è per onde, ritmico, e durante il sonno
profondo sono a bassa frequenza ovvero con distanza tra loro, di grande ampiezza ma più
lente, per questo si definisce a onde lente. Le cellule nervose sono o tutte attive o tutte spente,
durante il primo caso il segnale è ampio, il secondo caso è il periodo di bassa attività
dell’encefalogramma. Oscillano tutte insieme da un massimo a un minimo, questo a causa della
presenza dei canali calcio a bassa soglia e dei canali voltaggio dipendenti presenti nelle cellule
nervose del talamo, inattivi a potenziale di riposo anche alla presenza di una depolarizzazione.
L'inattività è sbloccata dall’iperpolarizzazione: all’iperpolarizzazione della membrana i canali
calcio a bassa soglia si attivano, e una successiva depolarizzazione li fa aprire, facendo entrare
tanto calcio che provoca una depolarizzazione forte, facendo innestare i canali voltaggio
dipendenti del sodio e del potassio, in seguito quelli del potassio fanno cessare l'attività della
cellula, per poi far ripartire il ciclo. Questa attività si trasferisce alle cellule corticali ed è
registrabile.

Conduzione del PdA


L'innesco del potenziale d'azione sul monticolo è il segnale di conduzione, ed esso deve viaggiare fino al
terminale assonico.
Per comprendere i meccanismi alla base della propagazione del potenziale di azione occorre considerare
cosa succede se si verifica una depolarizzazione in un punto lungo l’assone. Esso diventa positivo dentro e
negativo fuori, al contrario del resto della membrana, quindi in quel punto il potenziale intracellulare è più
positivo rispetto ai tratti di membrana adiacenti. Le cariche positive intracellulari quindi diffondono
all’interno dell’assone dal punto in cui è avvenuta la depolarizzazione verso i punti vicini dove prevale la
carica negativa. Questa diffusione intra-assonale porterà il potenziale intracellulare a valori più positivi
anche in tratti dell’assone che non erano originariamente interessati dalla depolarizzazione iniziale. Nelle
zone diventate positive gli ioni positivi interni si allontanano e parte delle cariche uscirà dei canali passivi e
voltaggio dipendenti, disperdendosi attraverso la membrana, quindi questa propagazione, detta
elettrotonica, si attenua a mano a mano che ci si allontana dal punto iniziale, in quanto parte delle cariche
che fluiscono intracellularmente si disperdono nel mezzo extracellulare attraverso i canali passivi.
A mano a mano che mi sposto dalla zona iniziale, la corrente elettromagnetica diminuisce, ma in questo
modo essa non arriverà mai alla fine dell'assone dato che si disperderà completamente e sarà quindi
praticamente assente nelle zone dell’assone più lontane dal punto in cui vi è stata la depolarizzazione
iniziale. La variazione del potenziale di membrana indotta nel punto iniziale si attenua quindi con la distanza
fino a scomparire.
La rapidità con cui la depolarizzazione si attenua con la distanza dal punto iniziale dipende dalle
caratteristiche fisiche dei diversi assoni e può essere espressa con la costante di spazio, che è definita come
la distanza a cui la depolarizzazione si è attenuata al 37% del valore iniziale. Dato che essa dipende dalle
dimensioni dell'assone, quindi a parità della depolarizzazione iniziale l'assone grande fa propagare la
corrente elettronica più lontano dal punto iniziale, quindi è un buon conduttore.
Maggiore è la costante di spazio maggiore sarà la lunghezza del tratto di assone depolarizzato dalla
propagazione elettrotonica.
A causa dell’attenuazione con la distanza, la propagazione elettronica non è per se sufficiente a coprire
l’intera lunghezza degli assoni; tuttavia nei punti dell’assone raggiunti dalla propagazione elettrotonica, il
potenziale di membrana può superare la soglia per la generazione di un nuovo potenziale di azione, ed ogni
potenziale d'azione innescherà a sua volta altra corrente elettrotonica, e questo processo si ripete fino a
che non si arriva in fondo alla assone. Non è il potenziale d'azione che viaggia ma la corrente, che
depolarizza e innesca i potenziali d'azione. La presenza del potenziale di azione in un punto determina la
comparsa di un nuovo potenziale di azione nei punti vicini. Ripetendo questo ciclo molte volte il potenziale
di azione attraverserà tutto l’assone senza attenuazione, in quanto il nuovo potenziale di azione generato
sarà del tutto uguale a quello originario.
Con questo meccanismo il potenziale di azione potrebbe propagarsi contemporaneamente lungo l’assone
nei due sensi, tuttavia normalmente i potenziali di azione viaggiano a “senso unico”, dalla zona di innesco
verso il terminale sinaptico. L’unidirezionalità della propagazione è spiegabile se si considera che le zone
dell’assone che sono già state attraversate dal potenziale di azione si trovano nel periodo refrattario e
quindi non possono generare potenziali di azione. Il potenziale di azione può quindi generarsi solo nei tratti
di assone a valle, che non ha ancora attraversato e non può tornare indietro.

La guaina mielinica
Ci sono diversi modi per far viaggiare il potenziale d'azione in modo più sicuro: il diametro assonale, ovvero
il fatto che più è grande l’assone maggiore è la sua conducibilità. Se la costante di spazio è grande, il segnale
si propagherà a distanza con minore decremento, determinando l’insorgenza di un secondo potenziale
d’azione a maggior distanza dal primo e riducendo il tempo necessario per percorrere una certa distanza.
[Diametro assonale grande → Costante di spazio grande → Velocità di conduzione maggiore ]
Dato che perché non tutti gli animali possono avere assoni così grandi, esiste un secondo metodo per
facilitare la conduzione del PdA: la guaina mielinica, presente solo sull’assone. Ha tre effetti: rende la
conduzione più veloce, più sicura e meno costosa di energia. La mielinizzazione consiste nell’ avvolgimento
degli assoni da parte di una guaina lipidica che ha come componente principale la mielina. Nei nervi
periferici questi avvolgimenti sono prodotti da un tipo di cellula gliale detta cellula di Schwann, all’interno
del sistema nervoso centrale invece la mielina è prodotta da un altro tipo di cellula gliale detto
oligodendrocita. La guaina è formata da cellule gliali e consiste nell’avvolgimento attorno ad un tratto
dell'assone di una cellula gliale. Essa si attacca a una parte dell’assone grande quanto sei stessa e strizza il
suo citoplasma in corrispondenza del nucleo, quindi resta solo la membrana cellulare che avvolge l'assone.
• Velocità: La presenza di una capacità di membrana introduce un ritardo tra corrente e variazione
del voltaggio di membrana. Per far cambiare il potenziale di membrana è necessario che le cariche
accumulate sulla faccia interna ed esterna della membrana si muovano. Questo avviene senza
passaggio di cariche attraverso la membrana, è solo un riarrangiamento delle cariche depositate
sulle due facce della membrana. Per spostare le cariche dalle facce della membrana occorre tempo
e questo tempo sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà il numero di cariche accumulate, ovvero
quanto maggiore sarà la capacità di membrana. La mielinica riduce la capacità di membrana e
quindi velocizza la conduzione: più bassa è la velocità di membrana, più tempo c'è per spostare le
cariche, quindi le cariche vanno più veloci. Se la capacità di membrana è bassa, la variazione di Vm
sarà più rapida, quindi ci sarà una velocità di conduzione maggiore.
• Sicurezza: riducendo la perdita verso l’esterno delle correnti elettrotoniche, ne consente la
propagazione a maggior distanza dalla zona di innesco e quindi rende la conduzione più sicura.
Nonostante questi accorgimenti, negli assoni mielinizzati la propagazione elettrotonica non riesce a
percorrere l’intero assone. I tratti mielinizzati dell’assone sono quindi interrotti da corti tratti
amielinici ricchi di canali sodio voltaggio-dipendenti, detti nodi di Ranvier, in cui si possono generare
nuovi potenziali di azione. Questo tipo di propagazione viene detto “saltatorio”.
Il fattore di sicurezza dato dalla mielina è tale che il blocco della capacità di generare potenziali
d’azione in due o tre nodi di Ranvier consecutivi non blocca la conduzione del potenziale d’azione
lungo quell’assone: la corrente elettrotonica è in grado di innescare un potenziale d’azione al nodo
di Ranvier successivo a quelli bloccati.
• Risparmio: il lavoro delle pompe Na/K dipende dalla quantità di cariche che hanno attraversato la
membrana neuronale durante un PdA. Maggiore è il numero di tali cariche, maggiore sarà il lavoro
delle pompe per ripristinare le concentrazioni ioniche interne di Na e K. Se l’assone è nudo, le
cariche potranno attraversare la membrana su tutta la sua superficie. Se è mielinizzato, potranno
attraversare la membrana solo ai nodi di Ranvier. In quest’ultimo caso, il numero di ioni che
attraverserà la membrana sarà molto minore che nel primo, ed anche il lavoro delle pompe sarà
minore.
Non tutti gli assoni del sistema nervoso sono mielinizzati, tuttavia gli assoni mielinizzati hanno velocità di
propagazione maggiore (20-100 m/sec) rispetto a quelli non mielinizzati (0,5-2 m/sec). L’importanza della
mielinizzazione per il funzionamento del sistema nervoso è evidenziata dai gravi deficit che si hanno nelle
malattie demielinizzanti come ad esempio la sclerosi multipla.

Riflesso patellare
È un circuito nervoso semplice, formato da due cellule alla base del riflesso, stereotipato e non modulabile
dall'esperienza. Se un muscolo viene violentemente stirato, in risposta all’allungamento si contrae. La prima
cellula misura l'allungamento e quindi è meccanorecettore, se il segnale dall’allungamento è una
depolarizzazione esso viaggia lungo l'assone, i canali ionici si aprono, si innesca il potenziale d'azione che si
propaga fino al suo terminale nel midollo, dove c'è la trasmissione sinaptica al moto neurone ovvero la
seconda cellula, che darà segnale al muscolo di contrarsi.
1. ll meccanorecettore rileva l’allungamento del muscolo;
2. La cellula nervosa con i canali ionici risponde alla deformazione meccanica facendo aprire i canali;
3. Entrano ed escono ioni che vengono spinti per la forza elettromotrice;
4. Passa corrente ionica che tenderà a portare il potenziale della membrana verso il suo potenziale di
inversione, che è verso valori positivi perché il potenziale sta depolarizzando. L’ampiezza e la durata
dell'allungamento determineranno l’ampiezza e la durata del segnale depolarizzante, questo vuol
dire che è un segnale analogico;
5. Questa depolarizzazione innesca il potenziale d'azione nel monticolo perché ha più canali sodio
voltaggio dipendenti;
6. Questi potenziali d'azione sono gli unici che viaggiano lungo l'assone perché il segnale analogico si è
estinto per la distanza, mentre i potenziali d'azione vengono rigenerati con la corrente
elettrotonica;
7. Si arriva al terminale assonico e il messaggio deve essere passato al motoneurone.
La trasmissione si basa ora su un segnale chimico e non più elettrico. Il segnale chimico è analogico, sono
molecole trasmesse dal neurotrasmettitore. Il primo codice con cui funzionano i potenziali di azione è in
frequenza, quindi ne vengono generati di più ma con la stessa ampiezza, questo vuol dire che più c'è lo
stimolo più potenziali d'azione ci sono (ogni cellula ha un codice che corrisponde allo stimolo esterno, ora
sappiamo anche che il tempo in cui arriva il singolo potenziale d'azione è un'informazione)

Trasmissione sinaptica
Le nervose comunicano tra loro scambiano informazioni attraverso meccanismi specializzati a livello
anatomico morfologico: la definiamo sinapsi (che vuol dire congiungo). Essa, chiamata anche trasmissione
sinaptica, collega il post sinaptico e il presinaptico, (ovvero il compartimenti d’uscita del neurone che
trasmette ed il compartimento d’entrata del neurone che riceve), e l’informazione deve passare per il vallo
sinaptico (lo spazio tra il presinaptico ed il postsinaptico, 20-40 nanometri). Il presinaptico deve produrre,
impacchettare, rilasciare e riprendere in neurotrasmettitore, mentre il post sinaptico lo deve ricevere. Nel
sistema nervoso ci sono due tipi di trasmissione:
1. Elettrica: l'elemento che trasmette informazione tra il terminale assonico (ovvero la parte d'uscita)
e l'albero dendritico (ovvero la parte di ingresso) è la stessa corrente elettrica che trasporta il
segnale nell'elemento presinaptico. La corrente del presinaptico attraversa la membrana ed è la
stessa che arriverà al postsinaptico, senza complicazioni perché le correnti ioniche si trasmettono
dal presinaptico al postsinaptico. Quando una sinapsi elettrica deve trasmettere il terminale
presinaptico si avvicina al postsinaptico e lo spazio tra i due (fessura o vallo sinaptico) ha dimensioni
minori (2-4 nanometri)
2. Chimica: ha bisogno di più elementi ed è quindi più complicato. Il segnale presinaptico, ovvero il
potenziale d'azione, arriva al terminale che viene depolarizzato, questo causa l'apertura dei canali
calcio voltaggio dipendenti. Entra il calcio, le vescicole (che si trovano nel presinaptico e che
contengono il neurotrasmettitore) si fondono con la membrana del presinaptico e rilasciano il
neurotrasmettitore, questo processo avviene perché le vescicole sono chiuse e quando devono
rilasciare vengono schiacciate con la membrana, le due membrane si fondono e quindi la
membrana è più ampia, in questo modo l'interno delle vescicole è in contatto con l'esterno.
L’apertura dei canali calcio è essenziale per il rilascio del neurotrasmettitore, più calcio entra, più
vescicole si aprono e più neurotrasmettitore viene rilasciato. Il neurotrasmettitore va nel vallo
sinaptico, esso diffonde e si lega ai recettori, che sono nel postsinaptico, e questo permette
l’apertura dei canali. Una volta aperti i canali passano gli ioni permeabili a tali canali, e a seconda
degli ioni che passano il segnale potrà essere una depolarizzazione o una iperpolarizzazione. Il
segnale chimico determina la trasformazione del segnale elettrico che si trasforma in chimico per
poi ridiventare elettrico. In sintesi:
• arriva il potenziale d'azione al presinaptico che ne determina la depolarizzazione;
• a causa della depolarizzazione si aprono i canali calcio voltaggio dipendenti;
• la corrente calcio determina l’apertura delle vescicole ed il rilascio del neurotrasmettitore;
• il neurotrasmettitore si lega ai recettori facendo aprire i canali nel postsinaptico;
• passano gli ioni e si genera il segnale postsinaptico.

Nei vertebrati la maggior parte delle trasmissioni è chimica.


Vantaggi della trasmissione elettrica:
• è istantanea perché la stessa corrente che depolarizza il presinaptico depolarizza anche il
postsinaptico;
• servono solo i canali ionici delle congiunzioni comunicanti per il trasporto della corrente (i canali
della trasmissione elettrica si chiamano connessioni, ovvero canali ionici della presinaptica e della
postsinaptica a contatto);
• è bidirezionale;
• posso sincronizzare la risposta di più cellule nervose per ottenere un attivazione massima e rapida.
Svantaggi della trasmissione elettrica:
• deve avere uno stimolo forte per venire attivata;
• si attivano per forza sia il presinaptico che il post sinaptico;
• non posso invertire il segno della trasmissione;
• non funziona se il presinaptico e il postsinaptico hanno dimensioni diverse, in particolare se il
postsinaptico è troppo grande rispetto al presinaptico, perché se fosse così la corrente si
disperderebbe;
• è poco modulabile, ovvero le sinapsi non sono modificabili con il progresso.
Noi abbiamo un comportamento flessibile perché le nostre sinapsi sono modificabili per l'esperienza, per
questo la chimica è la scelta migliore.
Vantaggi della trasmissione chimica:
• permettono l'amplificazione del segnale perché le vescicole che contengono i neurotrasmettitori
possono accoppiarsi con più recettori;
• sono modificabili con l’esperienza.
Svantaggi della trasmissione chimica:
• per poter funzionare ha bisogno di più elementi
• c'è un ritardo tra la generazione del potenziale (ritardo sinaptico), per questo è più lenta;
• sono unidirezionali;
Il calcio fa rilasciare il neurotrasmettitore, e per verificarlo faccio un esperimento bloccando gli altri canali,
sodio e potassio, e vedo che nonostante essi siano bloccati il neurotrasmettitore viene rilasciato
ugualmente, mentre se blocco quelli calcio non più. Il calcio quindi, che entra dai canali grazie alla
depolarizzazione, serve per forza per il neurotrasmettitore.
Questo è stato studiato dalla sinapsi fra il motoneurone e il muscolo, ovvero la giunzione neuromuscolare,
per la quale il suo neurotrasmettitore è l'acetilcolina (Ach) e ogni vescicola ne rilascia un milione. Nel
postsinaptico essa trova dei canali recettori specifici per se stessa, che si aprono facendo passare gli ioni e
quindi provocando la depolarizzazione del muscolo.
Affinché la sinapsi sia pronta a rispondere a nuovi stimoli, subito dopo il suo rilascio il neurotrasmettitore va
rimosso dal postsinaptico, perché se rimanesse al suo interno si legherebbe ad un altro recettore. Ciò può
avvenire secondo tre meccanismi: diffusione, degradazione e riassunzione.
1. Diffusione: far diffondere fuori dalla fessura sinaptica l'acetilcolina, permette l’allontanamento del
neurotrasmettitore dal sito di rilascio, ma in questo modo se ne avrebbe un eccessivo numero
all'esterno, quindi questo metodo non è da preferire.
2. Degradazione: è utilizzata solo per alcuni neurotrasmettitori (ad esempio l’acetilcolina) ed è
eseguita da enzimi specifici posti extracellularmente tra il versante presinaptico e quello
postsinaptico. Consiste nel far agire un enzima, l’aceti colinesterasi, che è specializzato per spezzare
l'acetilcolina prima che essa possa interagire nuovamente con un altro recettore. Con questo
processo i pezzi dell'acetilcolina vengono recuperati dal presinaptico che li userà per rifarne altra.
3. Riassunzione: è un meccanismo abbastanza comune tra i diversi neurotrasmettitori ed avviene
tramite proteine trasportatrici poste sulla membrana del neurone o delle cellule gliali che
reintegrano del presinaptico i neurotrasmettitori rilasciati.

Le vescicole, il calcio e le proteine del complesso SNARE


I neurotrasmettitori sono impacchettati in vescicole perché sennò gli enzimi li degraderebbero subito.
Tramite degli esperimenti si può vedere che il muscolo ha delle depolarizzazione spontanea nonostante sia
a riposo, ed esse hanno ampiezza che sono multiple l'una dell'altra. È come se queste depolarizzazioni,
chiamate potenziale di placca in miniatura, non hanno un ampiezza qualunque ma sono multipli interi di un
minimo. Questo vuol dire che i neurotrasmettitori sono raggruppati e l'unità è la vescicola, non possono
esserci neurotrasmettitori singoli. Questa fu la prova dell'esistenza delle vescicole sinaptiche, allora
chiamate quanti, e ogni vescicola ha un certo numero di neurotrasmettitori che è più o meno lo stesso per
vescicola, a seconda del diverso neurotrasmettitore.
L’arrivo del PdA al presinaptico determina la liberazione di circa 150 quanti e produce quindi una risposta di
grande ampiezza. In assenza di PdA, il ritmo della liberazione delle vescicole è molto più basso, circa 1
quanto al secondo. Gli ioni calcio, che entrano grazie all’arrivo del PdA, fanno aumentare transitoriamente
la frequenza di liberazione dei quanti di circa 100.000 volte, determinando il rilascio di 150 quanti al
secondo. Le vescicole sinaptiche sono gli organelli di deposito dei quanti di neurotrasmettitore, esse si
fondono con la superficie interna della membrana del presinaptico a livello di siti specializzati di rilascio
(zone attive) e la probabilità di liberazione del neurotrasmettitore dipende dalla quantità di calcio entrato
durante il PdA.
Il calcio determina il rilascio delle vescicole. Esso, che è concentrato di più all’esterno del presinaptico, viene
spinto all’interno dalla forza elettromotrice attraverso i canali. Dentro il presinaptico trova subito le
vescicole che, per minimizzare i tempi sono già giustapposte alla membrana prima dell’arrivo del potenziale
di azione, radunate in una zona del terminale, la zona attiva, in cui si trovano concentrati i canali calcio
voltaggio-dipendenti. In questo modo il Ca che entra trova immediatamente il suo bersaglio sulla vescicola
sinaptica e la vescicola può immediatamente completare la fusione e rilasciare il neurotrasmettitore. Il
calcio si lega a proteine specializzate presenti sulla superficie delle vescicole, ed è grazie a lui che esse
vengono schiacciate contro la membrana. Queste proteine, chiamate proteine del complesso SNARE, sono
state scoperte grazie a due tossine: la botulinica e la tetanica.
▪ La botulinica è un paralizzante, blocca la trasmissione tra il motoneurone e il muscolo. Se
somministro la botulinica il calcio entra ma le proteine non si diffondono, e dato che è attraverso
l'interazione con le proteine del complesso SNARE che si determina l'uscita del neurotrasmettitore,
esso non viene trasmesso, ed avviene la paralisi.
▪ la tetanica inibisce la contrazione muscolare. Quando viene prodotta passa dal motoneurone fino al
midollo spinale dove agisce, inibendo i motoneuroni.

I recettori postsinaptici
Il postsinaptico ha dei recettori sinaptici, molecole che legano i neurotrasmettitori. Nei recettori sinaptici il
“nome” (ovvero la prima parola) definisce il neurotrasmettitore che si lega al recettore, il “cognome” (la
seconda parola) ci dice che tipo di recettore colinergico è, quindi che corrente passa, e deriva dall’agonista
più efficaci su quel recettore.
Il protagonista è il neurotrasmettitore apposta per quel recettore, l'agonista aiuta il protagonista, ovvero ha
lo stesso effetto del neurotrasmettitore; l'antagonista si oppone al protagonista, ostacola la sua azione,
ovvero impedisce il legame al neurotrasmettitore con il recettore.
Ne esistono di due tipi:
1. Recettori ionotropici, ovvero canali ionici a controllo di neurotrasmettitore. Sono come dei canali a
controllo di ligando, ovvero che si aprono con l'arrivo del loro determinato neurotrasmettitore.
Una volta aperto il canale-recettore passano gli ioni permeabili ad esso e la corrente determina il
cambiamento del potenziale di membrana del postsinaptico, quindi avviene il segnale. Nel
recettore ionotropico non c'è ritardo perché il recettore è esso stesso il canale ionico.
2. Recettori metabotropici, che non sono canali. Il neurotrasmettitore ci si lega, lo fa attivare e
tramite una cascata biochimica viene regolata l'apertura di canali del postsinaptico. È più lento
come recettore perché devono avvenire più passaggi.
L'effetto postsinaptico (depolarizzante o iperpolarizzante) non dipende dal neurotrasmettitore ma
solamente dal recettore al quale si lega, quindi se il segnale è una depolarizzazione (segnale eccitatorio) o
una iperpolarizzazione (segnale inibitorio) dipende solamente dal recettore con cui il neurotrasmettitore si
è legato. Questo perché il “segno” del segnale dipende dal segno della corrente che passa, ed essa dipende
da quali tipi di ioni passano, e quindi dalla diversa permeabilità agli ioni dei canali ionici, che sono i recettori
(esistano comunque delle eccezioni).

(Il segnale evocato è chiamato potenziale postsinaptico e se è analogico i canali da cui si genera sono
ligando dipendenti (e non voltaggio dipendenti)

Recettori ionotropici (o a canale)


Prendiamo in esempio la giunzione neuromuscolare. Uno dei recettori sinaptici dell'acetilcolina è il
recettore colinergico nicotinico, dato che la nicotina è l'agonista dell'acetilcolina. I recettori ionotropici
sono chiusi di base, ma quando si lega l'acetilcolina o la nicotina essi si aprono. L'antagonista
dell'acetilcolina è il curaro, paralizzante, blocca la trasmissione tra il motoneurone e il muscolo. Il segnale
postsinaptico, anche chiamato potenziale di placca, è un segnale analogico. Se di ampiezza sufficiente, esso
porta all’innesco di un potenziale d’azione muscolare. Si può bloccare con antagonisti del recettore, ma non
si possono bloccare i canali voltaggio dipendenti.
I potenziali postsinaptici eccitatori (EPSP) e i potenziali d’azione (PdA) presentano delle differenze:
• i EPSP non portano ad inversioni della polarità di membrana e sono mediati da canali ionici ligando
dipendenti non selettivi.
o Il PdA è un’inversione della polarità di membrana mediata dall’apertura dei canali voltaggio
dipendenti selettivi per il sodio ed il potassio
• L’ampiezza dei EPSP dipende dalla quantità di neurotrasmettitore rilasciato
o Il PdA è un fenomeno stereotipato di ampiezza fissa, o avviene o non avviene
• I EPSP si propagano con decremento
o I PdA si propagano senza decremento perché vengono continuamente rigenerati
Il recettore nicotinico dell'acetilcolina fa passare nel muscolo una corrente depolarizzante, di ampiezza e
durata breve, in grado di generare il potenziale d'azione. Per misurare quali ioni passano misuro il
potenziale di inversione: se esso è ad esempio +55 millivolt lo ione che passa è il sodio, mentre se fosse 0
mV vuol dire i canali sono permeabili al sodio e al potassio, quindi la corrente diventa mista e vuol dire che
nonostante si aprano i canali ionici passa 0 corrente. Con la formula del potenziale di inversione si possono
capire anche le conduttanze e quindi la maggiore permeabilità ad uno specifico ione.
Siamo al potenziale di riposo e dato che il sodio è lontano dal suo potenziale di equilibrio viene spinto dalla
forza elettromotrice. Ma essa, mano a mano che si depolarizza la membrana e mano a mano che il sodio
aumenta, diminuisce. Questo perché la corrente ionica cerca di portare il potenziale al potenziale di
inversione: all'inizio c'è poco sodio all’interno quindi c’è bisogno di tanto sodio che entra, ma mano a mano
che sodio e potassio si equilibrano, la forza elettromotrice si attenua. Questo canale ha due siti di legame
dell'acetilcolina, se sono entrambi occupati è aperto e il legame è infatti di breve durata, la corrente è
transitoria. Il segnale depolarizzante dipende da quanti canali possiede, dalla loro conduttanza e dalla
probabilità che questi si aprono, quindi da quanto neurotrasmettitore viene rilasciato, ma dipende anche
dalla forza elettromotrice. Quando passa corrente cambia il potenziale di membrana, quindi si produce il
segnale postsinaptico.

Trasmissioni eccitatorie e inibitorie


Nel sistema nervoso centrale un neurone può avere più neurotrasmettitori diversi e altrettanti recettori, nel
periferico l'acetilcolina è il più diffuso. Il recettore nicotinico ha una trasmissione sinaptica eccitatoria, altri
possono averla inibitoria.
Si definisce eccitatoria una trasmissione sinaptica la cui attivazione aumenta la probabilità che il neurone
postsinapico produca potenziali di azione. Mi accorgo che è eccitatoria perché il motoneurone genera
potenziale d'azione, quindi la corrente ha un potenziale di inversione pari a 0 mv. Il risultato di una
trasmissione sinaptica eccitatoria nella maggior parte dei casi è una depolarizzazione del terminale
postsinaptico (EPSP). Nel sistema nervoso centrale la gran parte delle sinapsi eccitatorie utilizza il
glutammato, mentre alla sinapsi neuromuscolare viene utilizzata l’acetilcolina.
Si definisce inibitoria una trasmissione sinaptica la cui attivazione riduce la probabilità che il neurone
postsinapico produca potenziali di azione. Il risultato di una trasmissione sinaptica inibitoria nella maggior
parte dei casi è una iperpolarizzazione del terminale postsinaptico (IPSP).
Oltre a suggerire quali ioni formino la corrente sinaptica, il fatto che il potenziale di inversione sia 0 mV ci
indica anche la natura eccitatoria della sinapsi neuromuscolare. Difatti, se il potenziale di membrana fosse
minore di 0 mV, la f.e.m. spingerebbe le cariche positive che attraversano i canali aperti dall’acetilcolina ad
entrare fino a che il potenziale di membrana non raggiungesse il valore del potenziale di inversione. A quel
valore la f.e.m. si annullerebbe e di conseguenza si annullerebbe anche la corrente sinaptica. Ciò significa
che l’attivazione di questa sinapsi tende a portare il potenziale di membrana a 0 mV, un valore molto
superiore al valore soglia per l’innesco del potenziale di azione e, in definitiva, ad aumentare la probabilità
che la cellula postsinaptica generi un potenziale di azione.
È quindi evidente che l’azione eccitatoria o inibitoria di un neurotrasmettitore dipende dal tipo di recettore
sinaptico cui esso si lega ed in particolare dal potenziale di inversione della corrente sinaptica che da esso è
determinata.
La corrente inibitoria post-sinaptica (IPSC) che media gli IPSP inverte a -70mV e cioè intorno al potenziale di
riposo del cloro. L'ingresso presinaptico è un interneurone inibitorio, e non il motoneurone stesso, e se
stimolato la risposta del motoneurone è una iperpolarizzazione. Se si stimola il neurone sensoriale esso
produce una depolarizzazione, ma se si fa ad entrambi gli effetti sulla membrana si “sommano” e quindi a
causa dell’affetto iperpolarizzante la depolarizzazione non superata la soglia.
L'inibitoria controlla l'attività della cellula perché, essendo negativa, riduce o annulla il potenziale d'azione.
Il risultato finale di tutta l’attività sinaptica inibitoria ed eccitatoria è rappresentata dalla frequenza di
scarica in uscita lungo l’assone. L’inibizione modula la scarica impedendo l’instaurarsi di potenziali di azione
o diminuendo la probabilità che vengano generati.
In sintesi, una trasmissione eccitatoria avvicina il potenziale di membrana alla soglia per la generazione di
un potenziale di azione, mentre una trasmissione inibitoria diminuisce la probabilità che si superi la soglia
per la generazione di un potenziale di azione
Il risultato finale è calcolato al monticolo, qui si sommano gli effetti depolarizzanti e iperpolarizzanti di tutti i
recettori, e da qui si innesca o meno il potenziale d'azione.
L’inibizione controlla anche il “timing”, ovvero la tempistica con la quale vengono generati i potenziali
d’azioni. Quindi essa non è solamente un freno, ma elabora anche le informazioni perché fa cambiare i
momenti temporali tra i potenziali, quindi il codice del potenziale d'azione. La temporalizzazione è inoltre
importante per qualunque azione che coinvolge i neuroni.
Localizzazione dei recettori inibitori
La localizzazione preferenzialmente somatica o sul monticolo assonico delle sinapsi inibitorie favorisce la
loro azione di blocco dell’azione di sinapsi eccitatorie simultaneamente attive.
La localizzazione di contatti inibitori sinaptici ha un ruolo cruciale, infatti essi si trovano nei dendriti più
vicino al monticolo, ovvero il più vicino possibile al punto nel quale vengono generati i PdA, altrimenti si
attenuerebbe troppo la sua azione a causa della distanza.

Recettori metabotropici (o a secondo messaggero)


Questi recettori sono maggiormente presenti nel nostro organismo e sono abbastanza complicati.
Necessitano di un intermediario per la trasduzione del segnale, ovvero un trasduttore, che sarebbe la
proteina G. Il neurotrasmettitore si lega alla molecola di recettore specifica per il neurotrasmettitore,
facendolo attivare. Una volta attivato il recettore attiva la proteina G, specifica per il recettore. La proteina
G deve il suo nome al fatto che mantiene molecole guanosintrifosfato, ma prima dell’attivazione del
recettore è inattiva. Una volta attivato il recettore, la proteina perdendo un gruppo fosfato scambia GDP
con GTP, attivandosi. Una volta attivata attiva l’effettore primario, specifico per la proteina. L'effettore
primario produce il secondo messaggero che interagisce con l'effettore del secondario, che a sua volta
interagisce con i canali. Esso è un enzima che fosforilizza i canali ionici, canali a controllo di fosforilazione,
facendo cambiare la probabilità di apertura del canale, che può aumentare o diminuire, quindi aprirlo o
chiuderlo o anche mantenerlo chiuso, facendo cambiare il potenziale di membrana. Per disattivare l’azione
di questi recettori va disattivata tutta la catena biochimica, quindi i passaggi devono essere tutti annullati:
se si sono chiusi i canali, per riaprirli va chiusa la fosforilazione, quindi eliminato o ridotto il secondo
messaggero, smettendo di produrlo ovvero disattivando l'enzima. Finché la cascata va avanti i canali
restano aperti o chiusi o bloccati. Dura più tempo e si spegne quando la cascata sarà completamente
disattivata.
Esempio: la noradrenalina si lega al recettore Beta-adrenergico ed esso attivandosi attiva il trasduttore Gs,
che fa parte delle proteine G, che hanno una struttura che lega una molecola di GDP. Fin quando non
avviene il segnale esterno è inattivo, ma appena esso avviene si attiva e il GDP perde un gruppo fosfato
trasformandosi in GTP. Una volta attivato il trasduttore attiva l’enzima, l’ adenilil-ciclasi, che crea la
molecola del secondo messaggero, l’adenosinmonofosfato ciclico (AMPc), che interagirà con il secondo
effettore.
È ad alta amplificazione, con un solo neurone si attivano tanti canali che possono venire aperti o chiusi,
infatti questa trasmissione è utilizzata per cambiare uno stato neuronale. Il tempo d'azione di questo
recettore per ottenere una risposta è di pochi secondi a causa dell’attivazione del trasduttore, che a sua
volta provvede ad attivare l'enzima. Il trasduttore, oltre a produrre un'attivazione dell'enzima, può anche
inibirlo.
La trasmissione sinaptica su recettori metabotropici può aprire canali ionici chiusi (come quella su recettori
ionotropici) ma può anche chiudere canali ionici aperti o bloccare un canale ionico chiuso, impedendo che
esso si apra in risposta al proprio stimolo. L’acetilcolina, oltre ad avere i recettori nicotinici, che sono
ionotropici, si lega anche ad un tipo di recettore metabotropico: i recettori muscarinici, ed essi mediano
l’azione inibitoria ed eccitatoria.

Caratteristiche del neurotrasmettitore


• È una sostanza neuro attiva, ovvero modifica l'attività delle cellule nervose, ma questo non è
sufficiente perché potrebbe anche essere un antagonista o un agonista. La nicotina non è un
neurotrasmettitore eccitante, ma è agonista dell'acetilcolina. Quindi, la prima caratteristica è che
deve essere una molecola endogena prodotta dalle cellule nervose, gli altri (nonostante anche la
nicotina modifica l’attività del neurone postsinatico) sono farmaci, molecole esogene, nonostante
interagiscono lo stesso con il canale.
• In seguito alla produzione del neurotrasmettitore essi vanno prima impacchettati nelle vescicole e
poi rilasciati fuori dalla cellula, quindi se non viene rilasciato non è un neurotrasmettitore.
• Inoltre sul post sinaptico ci devono essere i recettori adatti a quel neurotrasmettitore

Produzione del neurotrasmettitore


In una sinapsi affinché funzioni è essenziale che il presinaptico produca il neurotrasmettitore. Per produrre
acetilcolina c'è bisogno di un cammino biosintetico, essa viene prodotta dai neuroni colinergici dai primi
principi: la colina e AcetilCoenzimaA, ma è l'enzima biosintetico CAT (ColinAcetilTransferasi) che catalizza la
produzione. Un neurone colinergico deve possedere tutto quello che serve per produrla, quindi il neurone è
colinergico se possiede l’enzima adatto alla produzione, nel caso dell’acetilcolina il CAT. Oltre ad avere gli
enzimi necessari, deve impacchettare il neurotrasmettitore nelle vescicole, quindi c'è bisogno delle
molecole che lo trasportano al loro interno. Una volta rilasciato, dopo che esso agisce con i recettori, viene
o degradato e poi ripreso, o ripreso intero. In entrambi i casi c’è bisogno di trasportatori che riprendono il
neurotrasmettitori o i prodotti della degradazione, per poi “rifarlo”. Il neurone nel postsinaptico ha bisogno
dei recettori colinergici nicotinici (eccitatori, canali ionici permeabili al sodio e al potassio) o muscarinici
(che possono essere sia inibitori che eccitatori) e da questi si determina l'effetto sul postsinaptico.

Il glutammato e i canali NMDA e non-NMDA


L'acetilcolina è un neurotrasmettitore perché è prodotta dal neurone colinergico, per altri
neurotrasmettitori la via sintetica è più lunga perché ci vogliono più enzimi:
Il glutammato (acido glutammico) è un aminoacido essenziale che diventa un neurotrasmettitore quando
viene impacchettato. Ha numerosi recettori, sia canale sia a doppio messaggero.
I suoi canali ionotropici possono essere di due tipi: o non-NMDA. Sono entrambi recettori glutammatergici,
il primo si chiama così perché l’NMDA (acido N-metil-D-aspartico ) è l'agonista più selettivo di tali recettori,
il secondo si chiama così perché, al contrario, non lo è.
• non-NMDA: sono analoghi ai recettori nicotinici dell'acetilcolina. Ciò vuol dire che il
neurotrasmettitore ci si lega e fa aprire i canali facendo generare una corrente di 0 mV, quindi
eccitatoria.
• NMDA: quando il glutammato ci si lega il canale si apre, ma non passa corrente. Questo perché
all'interno del canale c'è un sito sul quale si lega il magnesio, occludendo il canale ionico come se
fosse un tappo. Il magnesio viene rimosso se la membrana del postsinaptico viene depolarizzata,
dato che lo ione è positivo e anche la membrana diventa positiva, viene costretto ad allontanarsi.
Una volta rimosso il magnesio possono passare gli ioni (potassio in uscita; sodio e calcio in ingresso)
con potenziale di inversione -10 mV, quindi sempre una corrente eccitatoria. Nonostante sia un
recettore canale, si ha bisogno di avere più eventi, dato che oltre al rilascio del neurotrasmettitore
va depolarizzato il post sinaptico (inoltre è modulato da numerose sostanze). Ha un doppio
controllo di apertura, essa avviene solo se l’azione del glutammato coincide con la depolarizzazione
del neurone postsinaptico, tale depolarizzazione può avvenire o grazie ai recettori non-MMDA o da
un'altra trasmissione eccitatoria. Il recettore MNDA è un esempio unico di recettore sia ligando
dipendente, sia voltaggio dipendente, e si presta ad essere un perfetto rilevatore della presenza di
attività correlata nel tempo tra l'attività presinaptica e postsinaptica, ovvero c'è un attivazione di
tutti e due insieme, questo a causa del blocco magnesio. Se applico glutammato e misuro nel post
sinaptico il tipo di corrente con il blocco magnesio sui recettori NMDA registro una corrente
sinaptica depolarizzante di breve durata, mentre se registriamo a potenziali depolarizzati si registra
un altro tipo di corrente perché si sblocca il magnesio e si attivano entrambi i canali. Senza il
magnesio non si occluderebbero i canali NMDA e non sarebbe più un recettore voltaggio-
dipendente ma un normale recettore canale

L’ipotesi di Hebb
Hebb fu uno psicobiologo famoso. Formulò l'ipotesi (quando non si sapeva nulla del recettore MNDA) per
spiegare l'apprendimento associativo, in cui si associano due elementi prima non associati.
Se si ha due cellule nervose, A e B, collegate tra loro, e se il neurone A, quindi il presinaptico, è
ripetutamente attivo nell'attivare il B, il postsinaptico, la sinapsi A-B si rinforza ed è più efficace; se, al
contrario, A fallisce ripetutamente nell'attivare il bersaglio B, si indebolisce. Lui proponeva una regolazione
dinamica con effetti a lungo termine, regolata dall'attività tra il presinaptico ed il post sinaptico: se una
sinapsi è di successo si rinforza fisicamente, sennò si indebolisce.
Quando si scoprì il recettore NMDA sembrava la molecola perfetta per interpretare l'ipotesi: se il recettore
è attivo, il presinaptico e il postsinaptico sono attivi insieme. Fu l'elemento cruciale, rilevò la coincidenza
temporale tra il presinaptico ed il postsinaptico. Questo tipo di plasticità (che può cambiare forma, in
questo caso modifico il circuito per l'esperienza) trova nel MNDA l’elemento per far partire i processi per la
trasmissione sinaptica.

Glutammato e GABA
Il glutammato esercita sempre l’azione eccitante sia per i recettori ionotropici sia per quelli metabotropici,
essendo il principale neurotrasmettitore eccitatorio del sistema nervoso centrale.
Il principale neurotrasmettitore inibitorio è invece il GABA (acido gamma amino butirrico) che viene
sintetizzato a partire dal glutamato, per l’azione dell’enzima biosintetico GAD (glutamic acid decarboxilase).
Ha sia il recettore ionotropico, il GABA-A, che metabotropico, il GABA-B, e con entrambi è inibitorio.
Solo questi due neurotrasmettitori (il glutammato ed il GABA) sono solo eccitatori e solo inibitori, per gli
altri la proprietà eccitatoria o inibitoria dipende dal recettore al quale si legano.
Il GABA ha agonisti usati come farmaci che potenziano la sua attività, il benzodiazepine e i barbiturici.

In ogni trasmissione sinaptica nel presinaptico troviamo:


• enzimi del neurotrasmettitore in questione
• enzimi trasportatori, per impacchettare il neurotrasmettitore nelle vescicole, ed essi sono specifici
per il neurotrasmettitore
• ricaptatori del neurotrasmettitore, o dei prodotti di degradazione, specifici per il
neurotrasmettitore
• vescicole
• canali calcio voltaggio dipendenti, che degradano il complesso SNARE
• proteine del complesso SNARE
Nel post sinaptico troviamo
• recettori sinaptici per il neurotrasmettitore, che possono essere o ionotropici (a canale) o
metabotropici (a secondo messaggero)
• enzimi che degradano il neurotrasmettitore, specifici

Neuromodulatori
Le trasmissioni sinaptiche a secondo messaggero influenzano l’eccitabilità della cellula postsinaptica
causando l’attivazione di cascate biochimiche che regolano l’apertura o la chiusura di canali posti su tutta la
membrana postsinaptica, provocando un cambiamento nella cellula. È l'attività di alcuni neurotrasmettitore
(che possiedono solo recettori a secondo messaggero) che provocano una risposta piccola o nulla, ma
facilitano o riducono la risposta di questo neurone ad altri ingressi sinaptici. Questi neurotrasmettitori
vengono detti neuromodulatori, e fanno parte dei peptidi, piccole catene proteiche.
Ad esempio, si blocca la trasmissione tra i neuroni della cellula dolorifica. Gli oppiacei, modulatori della
trasmissione dolorifica, hanno come esogeno l’oppio e i suoi derivati, ma vengono chiamati anche analgesici
endogeni perché è un sistema che consente all'organismo di controllare l'entità della percezione dolorifica.
L’azione degli oppioidi sulla trasmissione del dolore è mediata da sinapsi che modulano l’efficacia della
sinapsi tra la fibra nocicettiva afferente e il neurone che trasmette l’informazione dolorifica centralmente.
L’encefalina, oppioide endogeno, ovvero prodotto e rilasciato dal neurone, genera una forte
iperpolarizzazione sia nel presinaptico che nel postsinaptico. L’azione del neurone encefalinergico modula la
trasmissione dolorifica alla sinapsi fra il neurone sensoriale e il neurone di ritrasmissione, in particolare la
riduce con effetto analgesico.
Un altro esempio è la noradrenalina che, agendo sui recettori, impedisce l'apertura dei canali calcio
voltaggio dipendenti dell'ippocampo, modulando risposta dei neuroni dell'ippocampo a stimoli sensoriali.
Il bersaglio privilegiato sono:
• i canali potassio passivi, bloccandoli si cambia eccitabilità della cellula;
• i canali potassio voltaggio dipendenti, bloccandoli quando viene provocato un potenziale d'azione
esso durerà di più nel tempo, ma si perde la velocità per la trasmissione delle informazioni;
• i canali calcio passivi, si rimuove l'adattamento;
• i canali calcio voltaggio dipendenti, si controlla il rilascio del neurotrasmettitore.

Sistemi dei neuromodulatori


Il glutammato è prodotto dalle cellule nervose eccitatorie collocate in tutte le strutture celebrali perché è il
principale neurotrasmettitore eccitatorio, ma altri neuromodulatori vengono prodotti solo da alcune cellule
nervose addette.
• Sistema noradrenergico: La noradrenalina è un sistema attivante, attivo nella veglia (nel “rausa” o
“allerta”), potenzia le risposte agli stimoli, oltre a controllare la ritmicità nella locomozione. Essa è
prodotta da alcune cellule nervose, un piccolo sottoinsieme diviso in due piccoli nuclei, i Locos
coeruleus. Nel ratto ci sono 7 mila cellule nervose addette alla produzione di noradrenalina, e
nonostante nell'uomo ce ne sono di più, esso sarà sempre un numero molto basso rispetto a tutti i
neuroni presenti nel cervello. Nonostante il numero di neuroni addetti alla produzione di tale
neurotrasmettitore sia basso, il bersaglio sono tutti i siti celebrali e non (ad esempio il midollo
spinale). Queste cellule nervose innervano tutto il sistema nervoso centrale, quindi è
un'informazione che influenza tutta la zona. È chiamato sistema a proiezione diffusa perché
trasmette, tramite i terminali assonici, a tutti i post sinaptici. Sono pochi neuroni raggruppati in
piccoli nuclei che proiettano in tutto il sistema.
• Sistema dopaminergico: il neurotrasmettitore è la dopamina, i neuroni che la sintetizzano sono
raggruppati in 3/4 piccoli nuclei, ed innervano una vasta popolazione del sistema nervoso centrale.
Anche questa è un sistema a proiezione diffusa. La serotonina controlla le fasi del sonno,
l’alimentazione, l’umore e le funzioni del controllo spinale.
• Sistema serotoninergico: il neurotrasmettitore è la serotonina, i neuroni che la sintetizzano sono
raggruppati nei nuclei del Rafe, che si trovano intorno alla linea mediana del cervello, e proiettano a
tutto il sistema nervoso.
• Sistema colinergico: il neurotrasmettitore è l'acetilcolina, i neuroni che la sintetizzano sono
raggruppati nei nuclei colinergici e proiettano soprattutto al sistema nervoso periferico. Il sistema
colinergico controlla i ritmi sonno-veglia, l’apprendimento, la memoria e l’attenzione selettiva
I neuroni modulatori per le loro azioni sono anche bersaglio di farmaci e sostanze che possono creare
dipendenza perché interferiscono con la funzione del sistema.
Per il sistema dopaminergico esistono i farmaci antipsicotici (diminuiscono la produzione della dopamina
nel sistema nervoso centrale), la cocaina e l’amfetamina (prolunga la vita della dopamina).
Anche per la noradrenalina c’è la cocaina e le amfetamine.
Per la serotonina c’è il Prozac, che deriva dalla fluoxetina, sviluppato per essere anoressizzante ma poi si è
visto che provocava cambiamenti dell'umore. Il Prozac fa parte dei farmaci SSRI: sono farmaci che
selettivamente inibiscono la ricaptazione della serotonina, ovvero impediscono al presinaptico di
riprendersi la serotonina, quindi il suo effetto si prolunga, potenziando la sua azione. Questi farmaci hanno
tempi d'azione lunghi, intorno alle 2-3 settimane.
I neuroni modulatori sono neurotrasmettitori che modificano la risposta delle sinapsi, possono essere
bersaglio di farmaci. Ogni cellula nervosa può ricevere 1000 ingressi che convogliano in una decina di uscite,
ci sono più presinaptici con l'uscita singola. Il codice può essere la frequenza e la tempistica del singolo
segnale.

La retropropagazione del PdA nei neuroni (spike backpropagation)


Questa situazione fa parte di quelle caratteristiche che distinguono alcune cellule da altre: la
retropropagazione del potenziale d'azione. Di solito il PdA ha un verso, dal monticolo assonico al terminale,
ma alcune cellule (che per farlo devono avere i canali voltaggio dipendenti per il sodio anche nell' albero
dendritico) possono farlo andare “all’indietro”.
Il neurone presinaptico rilascia il neurotrasmettitore, si lega ai recettori MNDA e non-MNDA, ma i recettori
MNDA non si attivano perché non c'è abbastanza depolarizzazione nel postsinaptico. La corrente viaggia e
incontra un'altra depolarizzazione, ovvero quella della cellula retro propagante. Queste due
depolarizzazioni si sommano e formano il potenziale d'azione, che viaggia in entrambi i sensi, riuscendo a
tornare nel postsinaptico e depolarizzando la membrana. Dato che la membrana del postsinaptico ora è
depolarizzata, si aprono anche i recettori MNDA. Questo aumenta l’efficacia dell’attività sinaptica.

La plasticità sinaptica
Il nostro comportamento è modificabile per l'esperienza, grazie a questo impariamo nuove abilità, ma ci
sono specie che non hanno questa capacità e sono in grado di effettuare solo comportamenti stereotipati.
Una specie di serpente, di fronte ad una minaccia, fa il morto. Anche noi abbiamo questo meccanismo,
ovvero ci paralizziamo dalla paura, e questo può essere anche un vantaggio in quanto si riduce la probabilità
di essere visti dal predatore, oltre al fatto che molti predatori non si cibano di animali morti. Il serpente
attua questo comportamento, ma se il predatore toccandolo lo fa girare, lui si rigira di nuovo per
riassumere la posizione del morto che aveva assunto prima. Questa strategia non è producente in quanto se
si muove il predatore capisce che non è morto realmente, il suo comportamento però, al contrario del
nostro, non è modificabile dall'esperienza, quindi lui non riesce a modificare questa sua abilità.
Questa nostra qualità contribuisce anche alle differenze delle varie capacità sia in noi stessi che con gli altri,
i circuiti sono diversi da individuo a individuo ma anche nello stesso individuo. La modifica dei circuiti è la
base della frase “esperienze diverse, cervelli diversi”

Modulo 2
Anatomia funzionale del sistema nervoso
Il cervello è fatto di miliardi di neuroni che hanno almeno 10 alla quarta connessioni con altrettanti neuroni.
Per orientarci all'interno di un sistema complesso come il cervello abbiamo bisogno di punti di riferimento.

C'è una differenza tra il tipo di coordinate tra i punti di riferimento tra gli animali “ventre a terra” e gli
umani:

• Per gli animali la parte posteriore (la coda) è la parte caudale; la frontale è la rostrale; il ventre è
ventrale; il dorso è dorsale
• Per gli umani avviene una rotazione: nella spina dorsale la caudale è la parte bassa; la parte alta è
la rostrale; il davanti è ventrale; il dietro è dorsale. Nel caso del cervello è uguale agli animali.
Ci sono inoltre diversi tipi di taglio:

• Il taglio orizzontale
• Il taglio coronale
• Il taglio sagittale
Il sistema nervoso centrale ha la parte centrale e il midollo spinale, dove le cellule sensoriali o le meccaniche
mandano messaggi al cervello, o il cervello manda messaggi motori al corpo

Sistema nervoso centrale

Organizzazione anatomica dalla parte caudale alla rostrale, quindi dal basso verso l'alto:
1. Midollo Spinale - Spinal cord
2. Bulbo (midollo allungato, medulla oblongata o mielencefalo)
3. Ponte-Pons
4. Mesencefalo - Mid brain
• 2+3+4 = Tronco celebrale o Brain stem
5. Cervelletto – Cerebrellum
6. Diencefalo (Talamo e ipotalamo)
7. Telencefalo (Emisferi celebrali)
• 6+7 = Cervello o Brain

Midollo Spinale - Spinai cord

Il midollo spinale rappresenta la parte più caudale del sistema nervoso centrale. Riceve e analizza le
informazioni sensitive provenienti dalla cute, dalle articolazioni e dai muscoli degli arti e del tronco e
controlla i movimenti degli arti e del tronco.

Il midollo spinale è diviso in 4 porzioni: Cervicale, Toracica, Lombare, Sacrale.

Le sezioni del midollo spinale sono ad H. Nella parte dorsale entrano le informazioni sensoriali, mentre le
informazioni motorie che vengono dalle zone centrali escono dalla parte ventrale. Esistono 31 entrate degli
organi periferici

Tronco encefalico

II midollo spinale prosegue rostralmente nel tronco dell'encefalo, nel quale decorrono le informazioni che
vanno e vengono dal midollo spinale e dal cervello; esso contiene anche numerosi raggruppamenti distinti
di cellule nervose chiamati nuclei dei nervi cranici che sono il soma dei neuroni che inviano i propri
assoni dai nuclei all'esterno del tronco dell'encefalo a formare i nervi cranici (in totale sono 12)

Alcuni di questi nuclei ricevono informazioni dalla cute e dai muscoli del capo; altri provvedono al controllo
motorio dei muscoli della faccia, del collo e degli occhi.

Altri nuclei sono specializzati per l'analisi delle informazioni che provengono dagli organi di senso come
l'udito, il senso dell'equilibrio e il gusto; il tronco dell'encefalo regola anche i livelli di coscienza e lo stato di
all'erta mediante Ie strutture diffuse della formazione reticolare.

Le cinque funzioni fondamentali del tronco encefalico:

1. Media sensazioni e controllo motorio di capo, collo e faccia (nervi cranici)


2. Sede di ingresso di alcuni canali sensoriali come udito, equilibrio e gusto.
3. Specifici neuroni mediano riflessi parasimpatici come abbassamento della frequenza cardiaca o la
costrizione pupillare
4. Contiene via ascendenti e discendenti per ritrasmettere informazioni sensoriali e motorie alle
strutture celebrali superiori
5. Contiene la formazione reticolare, una rete diffusa di neuroni con un'importante ruolo nella
regolazione del livello di arousal

Il bulbo

Il bulbo (medulla oblongata): Posizionato direttamente sopra al midollo spinale comprende numerosi
centri responsabili di alcune funzioni viscerali di importanza vitale come la digestione, il respiro e il
controllo del ritmo cardiaco. Insieme al ponte regola la pressione sanguigna e la respirazione. Contiene poi
cellule che formano le prime componenti delle vie che mediano il gusto, l'udito e il mantenimento
dell'equilibrio e neuroni coinvolti nel controllo dei muscoli del collo e della faccia

Il ponte

Posto sopra il bulbo e trasporta informazioni relative al movimento che provengono dagli emisferi cerebrali
e sono destinate al cervelletto

Il mesencefalo (mid brain)

Posto rostralmente al ponte controlla molte funzioni sensitive e motorie, ivi compresi i movimenti oculari.
Importante stazione di ritrasmissione per stimoli visivi e acustici.

Il Cervelletto (cerebrellum)

Posto rostro-dorsalmente al ponte è connesso al tronco encefalico tramite fasci nervosi detti peduncoli.
Modulatore di forza e ampiezza dei movimenti è implicato nel mantenimento della postura, per la
coordinazione dei movimenti del capo, degli occhi e degli arti. E' inoltre coinvolto nell'apprendimento di
programmi motori.

Riceve informazioni somatosensoriali dal midollo, informazioni circa il senso dell'equilibrio dagli organi
vestibolari dell'orecchio interno e informazioni motorie e sensoriali da molte aree celebrali (via i nuclei
pontìni).

Il Diencefalo

Si trova rostralmente al mesencefalo e contiene due diverse strutture, il TALAMO e L'IPOTALAMO:

Il Talamo: compie un'analisi preliminare su tutte le informazioni sensoriali (OLFATTO escluso) che
raggiungono la corteccia cerebrale. Non solo ritrasmissione ma filtro delle informazioni. Connette
cervelletto e nuclei della base a altre strutture celebrali coinvolte nel controllo motorio e funzioni cognitive.

L'Ipotalamo

Nonostante sia anatomicamente molto piccolo svolge funzioni vitali controllando il sistema nervoso
autonomo. E' implicato nei processi della fame, della sete, nella regolazione della temperatura, nei
comportamenti atti alla riproduzione e molto altro. L'ipotalamo controlla anche la ghiandola pituitaria
(IPOFISI) che a sua volta svolge un ruolo fondamentale nella secrezione di quasi tutti gli ormoni.

Gli emisferi cerebrali


Gli emisferi celebrali comprendono la corteccia cerebrale e tre strutture (formazioni nucleari) localizzate
in profondità:

1. I nuclei della base: prendono parte alla regolazione delle prestazioni motorie e
dell'apprendimento motorio.
2. L'ippocampo: coinvolto in alcuni aspetti della conservazione delle tracce mnemoniche
3. Il nucleo dell'amigdala: deputato a coordinare le risposte endocrine e del sistema nervoso
autonomo

I 4 Lobi cerebrali

La corteccia celebrale è caratterizzata dalla presenza di numerose fissure (solchi) e regioni a forma convessa
(giri) ed è divisa in 4 LOBI

• Lobo parietale
• Lobo frontale
• Lobo occipitale
• Lobo temporale
Fanno parte della corteccia celebrale anche due altre formazioni:

• La corteccia del cingolo (o cingolata) che riveste la superficie dorsale del corpo calloso e svolge
un ruolo importante nella regolazione di emozioni e aspetti cognitivi
• La corteccia dell'Insula coperta dai lobi frontale (la parte di corteccia che la copre è chiamata
opercolo), parietale e temporale che è importante per la regolazione dell'omeostasi e delle
emozioni

Schema tipico del flusso di informazioni nelle vie sensoriali

1. Trasduzione: l'energia dello stimolo viene trasformata in segnale nervoso


2. Trasmissione ed Elaborazione nei circuiti lungo le vie sensoriali
3. Elaborazione a livello corticale
4. Percezione cosciente

Cellule addette al flusso delle informazioni

1. Cellule recettoriali
2. Neuroni sensoriali del primo, del secondo...ordine
3. Neuroni sensoriali talamici
4. Neuroni sensoriali della corteccia sensoriale primaria
5. Neuroni sensoriali delle aree associative unimodali
6. Neuroni sensoriali delle aree associative polimodali

I 4 principi cardine dell’organizzazione anatomica dei sistemi cerebrali

1. Ogni sistema contiene stazioni di ritrasmissione. Esistono in molte partì del sistema nervoso
centrale dei nuclei di ritrasmissione che non solo ritrasmettono l'informazione ma anche
partecipano alla sua elaborazione. Possono contenere sia interneuroni locali (mediatori sinaptìci
eccitatori/inibitori) che neuroni di proiezione che portano l'informazione a stadi di elaborazione
successivi
2. Ogni sistema comprende vie diverse. All'interno del sistema visivo c'è una distinzione piuttosto
netta per esempio fra la via del WHAT e del WHERE. Il sistema somatosensoriale distingue fra tatto
e dolore ecc.
3. Ogni via è organizzata in maniera topografica. Esempio sono l'organizzazione retìnotopica del
sistema visivo o quella tonotopica del sistema acustico. Ma sono organizzate spazialmente anche le
mappe somatosensoriale e quelle motorie.
4. La maggior parte della vie sono crociate. Molte vie nervose sono bilaterali e simmetriche. Gli
incroci di vie che avvengono nel tronco encefalico e nel midollo spinale si dicono DECUSSAZIONI. Le
strutture formate solo fibre di decussazione si chiamano Commessure: Commessura anteriore,
centrale (corpo calloso), caudale (splenio).

Altro principio: i neuroni della corteccia cerebrale sono organizzati in strati e colonne

Broadman utilizzò i criteri di sviluppo relativo degli strati sopra e sotto il IV, la dimensione delle cellule e la
densità cellulare per definire 47 regioni distinte della corteccia cerebrale

Sistema nervoso periferico

A: Sezione SOMATICA. Fornisce al sistema nervoso centrale informazioni sensitive sullo stato dei muscoli, la
posizione degli arti e sull'ambiente esterno. Questa sezione comprende neuroni delle radici dorsali e dei
gangli annessi ai nervi cranici che innervano cute, muscoli e articolazioni.

B: Sezione AUTONOMA. Conosciuto comunemente come SISTEMA MOTORIO AUTONOMO è il sistema che
controlla gli organi interni, la muscolatura liscia (quella il cui movimento è involontario) e le ghiandole
esocrine.

Sistema ORTOSIMPATICO: Coinvolto nella risposta somatica allo stress

Sistema PARASIMPATICO: Tende a conservare le risorse dell'organismo (OMEOSTASI) e a conservare lo


stato di riposo

Sistema nervoso ENTERICO: Controlla la muscolatura liscia dell'apparato dirigente.

Il sistema visivo
La percezione visiva

La percezione, visiva, tattile, acustica, olfattiva, gustativa ci consente di metterci in relazione con gli altri, di
acquisire informazioni sul mondo esterno, di guidare il nostro comportamento. La percezione è il risultato
di una complessa serie di operazioni compiute da circuiti neurali specifici situati a diversi livelli nei sistemi
sensoriali. I segnali sensoriali vengono elaborati in codici per portarli dalla periferia al centro, tutto quello
che noi conosciamo è mediato dai sensi. Non esiste un contatto diretto con ciò che è reale. Percepire vuol
dire portare una sorta di conoscenza basandosi su degli indizi che poi il cervello deve elaborare e costruirci
un senso di realtà. Che cosa noi siamo in grado di percepire e come lo percepiamo dipende dalle
caratteristiche delle singole cellule sensoriali, dalle caratteristiche dei circuiti che esse formano ma anche
dalle interazioni dei sistemi sensoriali con gli altri sistemi cognitivi. Infatti, la percezione è un processo
cognitivo che si base in parte su competenze innate ed in parte su competenze apprese

Il funzionamento del sistema visivo è stato spesso paragonato a quello di una macchina fotografica. Infatti,
come accade per la macchina fotografica, le lenti dell' occhio mettono a fuoco su una "pellicola sensibile",
la retina, un' immagine rimpiccolita ed invertita degli oggetti.
L'analogia, però, finisce qui: infatti il processo della visione non è un processo passivo di riproduzione di una
immagine, ma è un processo attivo, conoscitivo. Vedere è il risultato della trasformazione del mondo
esterno, fisicamente esistente, nel mondo percettivo, che implica l'attivazione di specifiche cellule visive ma
anche la nostra precedente conoscenza, il nostro stato d'animo, la nostra cultura. Percepiamo quello che le
nostre cellule ci consentono di percepire, ma anche quello che abbiamo imparato a percepire Il
comportamento dipende dai sensi, siamo limitati da come lavorano loro.

La catena di eventi che portano alla visione comincia dalla messa a fuoco sulla retina delle immagini visive e
dalla trasformazione, da parte di cellule specializzate della retina, dell' energia luminosa in segnale nervoso,
che è un segnale elettrico. I segnali nervosi vengono comunicati alle altre cellule visive della retina e
subiscono una prima elaborazione, vengono poi inviati lungo le vie visive fino alle aree corticali, per
l'elaborazione che conduce alla percezione visiva cosciente di quelle stesse immagini. Anzi, è solo a questo
punto che posso parlare di immagine visiva.

Tutti i processi percettivi iniziano con la trasduzione: la trasduzione segna il passaggio fra evento esterno ed
evento sensoriale e pone il primo limite all' intervallo del percepibile, ciò che è suono per il gatto non è
suono per noi, ciò che è luce per gli insetti non lo è per noi, ciò che è luce di un certo colore per molti di noi
non lo è per altre persone come gli anomali del colore. Una volta trasdotta in segnale nervoso,
l'informazione relativa agli eventi esterni viene elaborata lungo le vie sensoriali specifiche per condurre alla
percezione.

La organizzazione dei circuiti di elaborazione pone altri limiti alle nostre capacità percettive e ne definisce le
caratteristiche: a volte non vediamo quello che è presente, a volte vediamo quello che non c’è. Non siamo
sensibili ai valori assoluti ma alle differenze (Contrasto simultaneo). Vediamo quello che abbiamo imparato
a vedere. Il fenomeno di apprendimento percettivo rapido che consente di riconoscere immagini in
condizioni impoverite.

Il sistema visivo è in grado di fornire il livello di descrizione di un oggetto richiesto in quel momento. In
effetti, a seconda dei casi, la caratteristica di maggior interesse di un oggetto può essere la sua forma, il suo
colore, la sua distanza, la sua posizione. A seconda delle richieste il sistema visivo sembra recuperare dalla
stessa distribuzione di luminanza in ingresso diversi tipi di informazione, ad esempio il colore e la forma, e
sembra metterne altre in secondo piano.

Questo modo di procedere suggerisce che il sistema visivo è in grado di svolgere in parallelo una
molteplicità di compiti e che, a seconda delle richieste, è in grado di focalizzare l'attenzione sul risultato di
uno o più processi simultanei. Dalla stessa rappresentazione iniziale, la distribuzione di luminosità a livello
dei fotorecettori, le informazioni relative ai parametri diversi di uno stimolo, quali il contrasto o la
posizione, verrebbero estratte in parallelo con processi successivi e smistate lungo vie nervose diverse, che
terminano in aree corticali separate.

In alcuni casi potremmo proprio dire che noi vediamo quello che ci serve vedere. L'idea è che per dare
l'impressione di ricchezza in una scena non c’è alcun bisogno che la ricchezza sia tutta nella mente. Quello
che serve nella testa è semplicemente un algoritmo per andare a prendere l'informazione in una scena. Un
algoritmo di questo tipo sono i movimenti oculari o gli spostamenti dell'attenzione. Se siamo interessati ad
un dettaglio in una scena, ci basta muovere gli occhi o spostare l'attenzione su quel dettaglio, ed esso
diventa immediatamente disponibile. Non immagazziniamo tutta l'informazione sul mondo esterno nel
cervello, ma abbiamo l'impressione che tutto quello che c'è da vedere lo vediamo perché se ci spostiamo gli
occhi o l'attenzione lo vediamo. Così, anche se solo una piccola parte di una scena è disponibile ad ogni
istante per l'elaborazione visiva, abbiamo l'impressione di elaborare tutta la scena allo stesso livello in
parallelo. L'impressione di vedere tutto quel che c'è da vedere in una scena contemporaneamente è un'
illusione.
L’occhio umano

Il primo passo verso la visione: la messa a fuoco di un'immagine

L’occhio è un organo rotondo formato da:

• una lente anteriore, la cornia


• un foro pupilla da dove entrano le luci
• una seconda lente il cristallino
• l'iride che chiude e apre la pupilla per controllare l'entrata della luce
• la retina, il fondo dell’occhio, dove ci sono i fotorecettori
La luce entra dalla pupilla e si propaga nella camera posteriore, raggiunge la retina, dove ci sono le cellule
che attuano la trasduzione, ovvero prendono il pacchetto di energia trasportata dalla luce (i fotoni) e li
trasformano in segnali. In seguito il segnale attraversa il cranio e va dalla parte frontale alla parte occipitale
della testa, attraverso il secondo nervo cranico formato dalle cellule gangliari.

La rifrazione

L'occhio è fatto da lenti, ed esse non hanno la consistenza dell'aria, quindi la luce passando dall’aria alle
lenti subisce la rifrazione.

La rifrazione dipende della densità ottica. L’acqua è più densa dell' aria. Grazie alla legge di Snell possiamo
calcolare l’angolazione della luce che attraversa materiali con indici diversi.

n1 sin 01 = n2 sin 02

n/n2 = sin 02/ sin 01

Acqua: 1 sin (60) = 1.33 sin (40.5)

Le lenti

I mezzi diottrici dell'occhio permettono la messa a fuoco delle immagini sulla retina capovolgendola, quindi
l'immagine retinica è invertita. Esistono diversi tipi di lenti:

• ci sono quelle biconvesse, ovvero convesse da entrambi i lati. Esse piegano i raggi, che arrivano
parallelamente all’infinito, in punti del fuoco successivi alla lente (convergente);
• ci sono quelle biconcave, ovvero concave da entrambi i lati. Esse piegano i raggi , che arrivano
parallelamente all’infinito, in punti di fuoco antecedenti alla lente, quindi il punto di fuoco sarà
negativo (divergente).
La potenza di una lente si calcola come il rapporto tra l'indice di rifrazione con la distanza focale: essendo la
distanza focale dell’occhio 22mm, si può calcolare che l'occhio ha 60 diottrie, 44 della cornea e 16 del
cristallino.

La cornea è una lente a menisco la cui potenza è di 42 diottrie (ricordiamo che una diottria è l'inverso di un
metro). Se la cornea fosse l'unica lente dell'occhio, un oggetto all'infinito formerebbe la sua immagine circa
8 mm dietro la retina (P= n/f ) e, man mano che l'oggetto si avvicinasse, la posizione della sua immagine si
allontanerebbe ulteriormente dalla retina.
Questa è la situazione in cui viene a trovarsi l'occhio privo di cristallino, asportato in quanto opaco
(cataratta). La sola cornea non è quindi sufficiente per portare l'immagine di un oggetto all'infinito a fuoco
sulla retina. Per questo è necessario il contributo del cristallino. Il cristallino è una lente biconvessa la cui
potenza è di circa 20 diottrie. Combinando insieme la potenza della cornea e quella del cristallino si ottiene
la potenza totale dell'occhio che è di 60 diottrie.

Con questa potenza l'immagine di un oggetto all'infinito sarà a fuoco sulla retina, anzi sarà a fuoco
esattamente sullo strato dei fotorecettori, le cellule retiniche che sono in grado di trasdurre il segnale
luminoso in segnale nervoso. Un occhio che abbia queste caratteristiche si dice emmetrope.

Il cristallino

La retina possiede cellule che catturano l'energia e la trasdurranno da fotoni a segnali neurali. Il segnale
viaggia lungo le cellule gangliari, che formano il nervo ottico, per raggiungere la zona occipitale. Il processo
visivo si basa sulla riflessione della luce sugli oggetti che noi catturiamo: noi vediamo la luce riflessa da tali
oggetti (a parte per gli oggetti che emettono loro stessi luce).

Tutti i raggi luminosi devono andare a fuoco sul punto oculare, la retina. Per far sì che si raggiunga
precisamente questo punto il cristallino può cambiare la sua potenza perché è collegato a microfilamenti
ciliari, e può essere schiacciato o disteso aumentando la curvatura delle sue facce. Variando la sua potenza
varia anche il raggio di curvatura, così facendo la luce derivata da quell’oggetto arriva sempre alla retina,
indipendentemente dalla sua distanza dall'occhio. Se il cristallino non fosse in grado di variare la sua
potenza, un oggetto vicino (che non arrivi dall'infinito) sarebbe fuori fuoco dato che, essendo già la
traiettoria divergente, il fuoco andrebbe oltre la retina. La variazione della potenza del cristallino che
aumenta la sua potenza secondo la formula P=(ni-n2)/rc [dove n1 e n2 sono gli indici di rifrazione del
materiali, rc è il raggio di curvatura] è un processo che si chiama accomodazione.

L’accomodazione

L'accomodazione necessaria per vedere nitidamente un oggetto posto a distanza X dall'occhio è di 1/X
diottrie. Per mettere a fuoco un punto a distanza di 1 metro sarà necessaria un'accomodazione di 1 diottria;
per mettere a fuoco un punto distante 33 cm saranno necessarie 3 diottrie.

Il potere di accomodazione massimo, cioè il valore massimo che l'accomodazione può raggiungere, è di
circa 12-14 diottrie nel bambino (che corrisponde alla possibilità di mettere a fuoco oggetti fino a 7 cm di
distanza). L'accomodazione decresce con l'età: è di circa 5-6 diottrie nell' adulto intorno ai 35-40 anni ma
nelle persone anziane scende sotto 1 diottria, causando la ben nota difficoltà di mettere a fuoco oggetti
vicini (presbiopia).

Tipologie e difetti dell’occhio

• Occhio emmetrope: è un occhio sano


• Occhio miope: ha un eccesso di potenza, l'accomodazione funziona male, i raggi si piegano troppo e
non arrivano alla retina. Ha bisogno di lenti negative biconcave per scalare di diottrie
• Occhio ipermetrope: il fuoco è dietro la retina, mancanza di potenza. Ha bisogno di lenti positive
biconvesse per aumentare la potenza.
• Occhio astigmatico: mancanza di sfericità del bulbo oculare.
Degradazione dell'immagine visiva

Anche l’occhio emmetrope ha dei limiti, ovvero il limite dell'acuità visiva (risoluzione spaziale)

Nella tabella di Snellen ogni lettera è 5*5 quadratini, e ogni quadratino rappresenta un primo. Essi possono
essere bianchi e neri, e il variare dei quadratini bianchi e quelli neri formano le lettere. La corretta visione
delle lettere si basa sul riconoscere la differenza tra i quadratini bianchi e neri, in pratica questa differenza
genera segnali che arrivano nel nostro occhio e ci fanno capire che lettera è.

Angolo visivo

Si definisce angolo visivo sotto cui è visto un oggetto di altezza Y l'angolo formato da due semirette che, in
prima approssimazione possiamo considerare uscenti dal punto nodale dell'occhio e passanti per gli
estremi del segmento Y. Se Y è piccolo rispetto alla distanza dall'occhio X allora si ha che l'angolo visivo Alfa,
in gradi, è dato da Alfa = (Y/X)*(360/2n).

Un oggetto alto 1 m e distante 100 m dall'occhio è visto sotto un angolo visivo di 0.57 gradi, così come un
oggetto alto 10 cm e distante dall'occhio 10 m. Dall'angolo sotto cui è visto un oggetto dipende la
dimensione della sua immagine retinica. Per un oggetto Y che sottende un angolo visivo Alfa le dimensioni
della sua immagine retinica Y' saranno Y' = Alfa*L, dove L è la distanza del punto nodale dalla retina,
nell'uomo 16.5mm.

Le dimensioni dell'immagine retinica di un oggetto saranno tanto maggiori quanto più grande sarà l'angolo
visivo sotto cui è visto l'oggetto. Oggetti che sottendono lo stesso angolo visivo hanno sulla retina immagini
di uguale dimensione. Il cervello conosce il mondo attraverso l'occhio, ovvero la proiezione dell’oggetto sul
fondo dell'occhio, e la grandezza dell'oggetto è definita dalla distanza dall'occhio quindi dalla sua
proiezione. Un oggetto lontano e grande e un oggetto vicino e piccolo hanno gli stessi angoli visivi, ovvero
hanno la stessa misura della proiezione. Per questo il cervello lavora attivamente per far sì che non cambi la
grandezza percepita degli oggetti.

L'accomodazione è un riflesso che accompagna la presenza di sfuocatura. Immagine di un punto non a


fuoco sulla retina è un disco le cui dimensioni dipendono sia dalla entità della sfuocatura che dalle
dimensioni della pupilla. Le minime dimensioni del disco di confusione distinguibili dall'immagine a fuoco di
un punto corrispondono ad una sfuocatura di circa 0.2 diottrie. Questo corrisponderebbe ad un oggetto che
dall'infinito si avvicinasse fino a 5 metri da noi.

Dallo stimolo luminoso al segnale nervoso

La retina contiene i neuroni coinvolti nella fototrasduzione e nella elaborazione dell' informazione visiva. L'
unica uscita dalla retina è costituita dagli assoni delle cellule gangliari retiniche che formano il nervo ottico.
La retina è costituita da strati che contengono i 5 tipi di neuroni, all'interno stanno le gangliari, all'esterno i
fotorecettori, quindi la luce attraversa gran parte della retina prima di arrivare ai fotorecettori. La fovea è
una struttura specializzata per la massima risoluzione spaziale, grazie anche al fatto che in questa zona le
cellule gangliari e le cellule bipolari si spostano per fare entrare la luce evitando quindi scontri con esse che
provocherebbero la diffusione dei raggi e distorsioni (lo scattering).
Noi abbiamo una struttura ottica fatta a puntini, ovvero le cellule della retina distribuite sul fondo oculare.
Il punto di massima potenza è definito fovea che, tra gli altri vantaggi, non ha cellule davanti a se. La retina
è scansionata in varie tipi di cellule che costituiscono due tipi diversi di percorsi, quello verticale e quello
orizzontale:

• il percorso verticale, di cui fanno parte


1. i fotorecettori
2. le cellule bipolari
3. le cellule gangliari
• il percorso orizzontale, di cui fanno parte
1. le cellule orizzontali
2. le cellule amacrine, entrambe aiutano a pulire il segnale mettendo a tacere alcune attività
neurali, hanno quindi azione di supporto

I fotorecettori

I fotorecettori hanno due classi di cellule dedicate a catturare energia e a trasdurla: i coni e i bastoncelli,
che sono funzionalmente e morfologicamente distinti (nonostante entrambi abbiano la stessa forma del
nucleo e la una parte esterna fatta a pettine):

• I bastoncelli hanno una sensibilità elevata, infatti sono specializzati per la visione notturna e sono
più sensibili alla luce diffusa, anche per il fatto di avere molto fotopigmento, grazie al quale
catturano molta luce. Inoltre hanno un’amplificazione elevata.
Hanno però una bassa risoluzione temporale, ovvero dopo un po' non riescono a catturare la
variazione di luce (limite di frequenza o soglia temporale)
Il sistema dei bastoncelli è caratterizzato da bassa acuità visiva, con vie retiniche altamente
convergenti, inoltre non è presente nella fovea ma solo in periferia.
È acromatico, presentano un solo tipo di pigmento
• I coni sono gli unici che permettono la visione dei colori. Sono nella parte ad alta risoluzione,
ovvero la parte centrale, dato che essendo tozzi si possono compattare e ce ne entrano di più.
Hanno migliore risoluzione spaziale, rendono la retina più nitida.
Hanno una sensibilità inferiore, sono specializzati per la visione diurna avendo quantità inferiori di
fotopigmento, e hanno anche un’amplificazione minore. Possiedono un’elevata risoluzione
temporale, quindi danno una risposta rapida, tempo di integrazione breve.
Il sistema dei coni è caratterizzato da un’acuità visiva elevata, vie retiniche meno convergenti, ed è
particolarmente concentrato nella fovea. Inoltre è cromatico: esistono tre tipi di coni, ciascuno dei
quali possiede un pigmento diverso ed è particolarmente sensibile a una parte dello spettro visibile

La fototrasduzione

Nonostante le differenze entrambi i fotorecettori devono prendere l'energia, il fotone, e trasformarlo in


segnale nervoso. Il processo è simile per entrambi, quindi vediamo quello dei bastoncelli:

I fotorecettori contengono il fotopigmento, composto da una parte proteica, chiamata opsina, e da un


cromoforo, il retinale. Nel caso dei bastoncelli il fotopigmento è la rodopsina. Quando un fotone colpisce la
rodopsina causa l'isomerizzazione del retinale (che ha come precursore la vitamina A). Parte il processo di
trasduzione, con l’attivazione della cascata intracellulare. La rodopsina libera opsina e diventa
metarodopsina 2, una molecola instabile. La metarodopsina attiva la trasducina, un catalizzatore, che a sua
volta attiva la fosfodiesterasi, ovvero il secondo mediatore. La fosfodiesterasi idrolizza il GMP ciclico
facendolo ridurre, e questa riduzione porta alla chiusura dei canali sodio, quindi si determina l’insorgenza di
un cambiamento del potenziale di membrana. Il minore ingresso di sodio iperpolarizza la cellula e
l'iperpolarizzazione provoca la chiusura dei canali del calcio nel segmento interno, quindi viene rilasciato
meno neurotrasmettitore (glutammato) dal terminale del fotorecettore.

Ogni evento accade in una molecola di rodopsina che cattura la luce, ed ogni volta che il processo avviene
la zona è in periodo refrattario. C’è una grande amplificazione dato che 1 molecola di rodopsina può
determinare l'idrolisi di 100000 cGMP.

Punti di chiusura:

La transducina si inattiva idrolizzando il GTP

L'opsina viene fosfoforilata e inattivata dall' arrestina

Il lavoro alternato tra i coni e i bastoncelli

Il processo visivo è a tunnel: il sistema usa la parte della fovea, dove sono compattati i coni, per avere alta
risoluzione, ma la zona restante è sfumata e aromatico. Non vediamo nitidamente il tunnel perché la
maggior parte delle cose che vediamo sono illusione del cervello.

Ma se la luce ambientale è scarsa, quindi in condizioni di luce scotopica (penombra), ci serviremo della
grande sensibilità dei bastoncelli per vedere, che riescono a catturare anche pochi fotoni, mentre se la luce
ambientale è elevata, i bastoncelli saranno saturati e ci serviremo dei coni.

L'esistenza di due tipi di recettori con soglie e punti di saturazione diversi ed il fatto che entrambi adattino,
potendo così lavorare su un ampio intervallo di quantità di luce disponibili, fa si che noi siamo in grado di
usare il nostro sistema visivo a fronte di variazioni della quantità di luce disponibile di un fattore 10 alla
undicesima. Ovvero, tra la minima quantità di luce per cui riusciamo ancora ad intravedere i contorni degli
oggetti e la massima quantità di luce oltre la quale siamo abbagliati c'è un rapporto di 100 miliardi. Nessuna
macchina fotografica è in grado di fare questo, bisogna cambiare la pellicola, passando da pellicole molto
sensibili a pellicole poco sensibili. Ebbene, i coni ed i bastoncelli sono come due pellicole, una poco sensibile
e l'altra molto sensibile, e si "cambiano da soli", in funzione della quantità di luce.

È un sistema logaritmico: la sensibilità dello strumento usato dipende dall'intensità dello stimolo, è una
sensibilità dinamica.

L’adattamento al buio avviene quando l'intensità della luce che attiva i coni si abbassa, i coni non riescono
più a codificare e si attivano i bastoncelli.

L’integrazione

La sensibilità dei bastoncelli supera di circa 1000 volte quella dei coni, e ciò spiega la maggiore sensibilità
della visione scotopica rispetto a quella fotopica. Gruppi più o meno estesi di coni e di bastoncelli sono
connessi con una sola cellula bipolare, la quale a sua volta si connette con una delle cellule gangliari da cui
originano le fibre del nervo. Tale organizzazione determina un notevole grado di convergenza dei segnali,
dato che stimoli provenienti da diversi fotorecettori vengono convogliati in una sola cellula gangliare. Le
gangliari che hanno 4-5 fotorecettori collegati non capiscono quale tra loro si attiva, quindi noi non
sappiamo da quale recettore avviare il segnale, conosciamo solo la cellula gangliare. In questo modo
aumenta la sensibilità, ma diminuisce la risoluzione spaziale. Questo fenomeno viene chiamato
integrazione, ed è un fenomeno che si realizza nel momento in cui informazioni appartenenti a diverse
modalità sensoriali vengono identificate e processate come appartenenti ad un singolo evento.

Il grado di convergenza varia nelle diverse regioni della retina, diminuendo progressivamente dalle regioni
periferiche verso la fovea. A questo livello la convergenza manca del tutto, poiché ogni cono è connesso
tramite una cellula bipolare con una sola fibra afferente. Questo processo avviene grazie ad una
connessione punto a punto (un fotorecettore, una cellula bipolare e una cellula gangliare), in questo modo
ho meno sensibilità ma più risoluzione spaziale. La visione a tunnel abbassa la risoluzione spaziale, ma alza
la sensibilità, in questo modo reagisce prima agli stimoli.

I colori

Ogni singolo colore percepito può essere sia l'effetto di una radiazione monocromatica (ad esempio
un'onda a banda ristretta di 700 nm in grado di generare la visione del rosso) sia l'effetto del sommarsi in
un'unica stimolazione di più radiazioni, ciascuna di lunghezza d'onda differente.

Questa osservazione porta in primo piano un'importante caratteristica della percezione visiva, che la rende
profondamente differente, ad esempio, dalla percezione uditiva. Mentre, infatti, l'orecchio è in grado di
discriminare, in un accordo musicale, le singole note componenti, l'occhio non è in grado di separare, in una
stimolazione luminosa composta dalla mescolanza di più luci diverse, le singole frequenze componenti.

La percezione visiva è sintetica piuttosto che analitica: una luce rossa ed una luce verde che colpiscono
insieme un medesimo punto della retina avranno come risultato la percezione del giallo, non vedremo né il
rosso né il verde. Ciò significa che, nel contatto della radiazione elettromagnetica con i recettori della
retina, l'informazione sulla lunghezza d'onda si perde. Al suo posto rimane la misura dell'eccitazione
suscitata, che è proporzionale sia all'intensità della luce incidente sia alla sensibilità del recettore in quella
particolare zona dello spettro a cui appartiene la radiazione che lo ha colpito.

Tutto ciò che vediamo è luce riflessa, ed i colori che vediamo dipendono dal tipo di luce che viene riflessa,
ovvero da che tipo di radiazione elettromagnetica. Il colore non è oggettivo, è costruito dalla mia
percezione, dipende dalla mia capacità di utilizzare le lunghezze d'onda della luce emesse da una sorgente
o riflesse da un oggetto. Per l’uomo la fascia visibile delle radiazioni comprende i 400 e 700 nm, ed è l'unica
parte di radiazioni che possiamo vedere.

La luce quando incontra un oggetto viene riflessa o trasmessa o assorbita: c'è uno spettro di riflettanza che
combinato con quello di riflessione definisce quello di luminanza, ciò che arriva all'occhio. Un'onda
elettromagnetica è caratterizzata dalla lunghezza e dalla frequenza. Le gangliari riportano un certo numero
di potenziali d'azione relativo alla luce catturata.

I coni e la percezione del colore

Ci sono tre classi di coni, ognuno dei quali ha un fotopigmento diverso a causa del diverso tipo di opsina:

• I coni L (long o rossi)


• I coni M (medium o verdi)
• I coni S (short o blu)
Queste tre tipologie di coni possono essere distribuiti in modo diverso da persona a persona.
I coni foveali, a causa del loro fitto impacchettamento e dell'assenza di convergenza, ci consentono un'alta
acuità visiva, purché la luminosità sia sufficiente per il loro funzionamento. Un'altra notevolissima
differenza fra il sistema dei coni ed il sistema dei bastoncelli è il contributo alla visione dei colori, dato
solamente dai coni.

Non basterebbe un solo tipo di coni per discriminare nella luce, allo stesso tempo, intensità e colori
differenti. Per capire il perché consideriamo l’esistenza di un unico tipo di recettore e consideriamo che il
differente grado di sensibilità di questo unico ipotetico tipo di recettori fotosensibili, rispetto a luci
monocromatiche di differente lunghezza d'onda, sia rappresentato da una curva su un grafico. Inoltre
consideriamo una radiazione monocromatica A1 avente una lunghezza d'onda corrispondente quasi alla
massima sensibilità del recettore, ed altre radiazioni monocromatiche A2 ed A3 aventi la medesima
intensità, che è la stessa della radiazione A1, ma lunghezza d'onda differente, alla quale il recettore risulta
tre volte meno.

Con tre tipi di coni possiamo distinguere in modo affidabile diverse lunghezze d'onda, ma in un sistema di
questo tipo l'informazione sulla lunghezza d'onda si perde, lasciando in sua vece solo la percezione
dell'intensità dello stimolo. Infatti A2 ed A3 daranno la stessa percezione di intensità e sarà possibile
eguagliare l'intensità della percezione dipendente dalla radiazione A2 ed A3 con quella della radiazione A1
aumentando di tre volte l'intensità della radiazione A2 ed A3. In questo caso la percezione visiva suscitata
da A1, A2 ed A3 sarebbe del tutto uguale; con un simile sistema si possono percepire differenze di intensità
luminosa, ma non di lunghezza d'onda. Non è possibile la discriminazione del colore, dal momento che
vedremmo come uguali due radiazioni monocromatiche dotate invece di differente lunghezza d'onda.
Questo è ciò che accade, all'incirca, nella visione scotopica dipendente dai soli bastoncelli, essi infatti
possiedono un solo tipo di opsina, e quindi un solo fotopigmento, la rodopsina. I coni possiedono invece tre
tipi di opsina. Combinando le risposte dei tre diversi tipi di coni è possibile discriminare lunghezze d’onda
diverse e quindi avere una visione a colori.

Per ogni fotopigmento, l'energia luminosa viene preferenzialmente assorbita per determinate lunghezza
d'onda della luce. Il fotopigmento dei bastoncelli, la rodopsina, ha un massimo di assorbimento a 498 nm
(lunghezza d'onda che genera la percezione del turchese). I tre fotopigmenti dei coni hanno un massimo di
assorbimento, rispettivamente, a 420 nm (blu), 534 nm (verde), 564 nm (rosso). La presenza di tre diversi
fotopigmenti nei coni è necessaria per avere una normale visione dei colori, noi vediamo i colori perché
abbiamo tre tipi di coni che riescono a dare le coordinate del colore dell'oggetto. La mancanza di un
fotopigmento produce vistosi difetti nella visione dei colori.

Teoria di Young-Helmoltz.

Per avere allo stesso tempo discriminazione dell'intensità luminosa e del colore abbiamo bisogno di almeno
due tipi differenti di recettori sensibili al colore. Con due tipi di recettori diventa possibile, ad esempio,
eguagliare la percezione visiva dipendente da una singola radiazione monocromatica alla percezione visiva
dipendente dalla miscela di due radiazioni monocromatiche di differente lunghezza d'onda.

Al principio dell''800 il fisico inglese Thomas Young propose una teoria della visione in cui si sosteneva la
presenza di tre differenti tipi di recettori, ognuno dei quali in grado di percepire un particolare colore: dalla
combinazione delle sensazioni provenienti da ciascuno di essi, risulterebbe la percezione dei colori nello
spettro visibile. Nella sua ipotesi iniziale, Young indicò come colori primari, cioè quelli alla base di ogni
possibile combinazione, il rosso, il giallo e il blu. Successivamente modificò la sua teoria indicando come
primari il rosso, il verde e il violetto. Le tesi di Young furono riprese circa mezzo secolo dopo dal tedesco
austriaco Hermann von Helmholtz. Da allora la cosiddetta teoria tricromatica della visione, basata cioè
sull'azione combinata di tre diversi tipi di recettori fotosensibili, è nota anche come teoria di Young-
Helmoltz.

Il singolo cono è "cieco" ai colori, così come il singolo bastoncello. Per estrarre l'informazione sulla
composizione spettrale della luce è necessario confrontare il segnale dei diversi tipi di coni.

Questo viene fatto a livelli successivi dell' elaborazione dell' informazione lungo le vie visive.

Il funzionamento delle cellule gangliari

Le cellule gangliari sono caratterizzate da un campo recettivo a organizzazione centro-periferia.

Il campo recettivo è il punto in cui la luce attiva le cellule, è la finestra sul mondo della cellula. Più
tecnicamente, il campo recettivo è l'area dello spazio esterno (che comprende i fotorecettori) che, se
stimolato, provoca una risposta nella cellula. Da alcuni esperimenti si è visto che il campo recettivo delle
cellule gangliari è circolare, e che il tipo di risposta dipende dal fatto che la luce lo colpisca nel centro o
nella periferia, e questo tipo di risposte sono opposte. Infatti le gangliari si dividono in:

• centro on: in condizioni di buio hanno un'attività di base. Quando viene proiettata luce nel suo
centro lei alza il suo tasso di risposta, mentre se si proietta luce in periferia, la risposta è opposta a
quella di prima, quindi è una risposta inibitoria, che porta la cellula a scaricare meno o addirittura a
smette di scaricare, fino a che la luce viene proiettata nella periferia.
• centro off: sono il contrario delle centro on, una proiezione di luce al centro le inibisce, mentre in
periferia fa aumentare il tasso di risposta.
Mettere in opposizione queste due zone serve a calcolare il contrasto: il sistema visivo calcola la differenza
di luce in una certa zona del campo visivo.

Griglia di Hermann

Quando guardiamo un punto la parte periferica non è messa a fuoco, quindi l'occhio confondere la parte
scura e quella chiara. Le macchie scure spariscono quando le guardiamo sono un’interazione tra il campo
recettivo centro-periferia con quello in fovea più piccolo, quindi tra centro off e on che abbassano la
percezione della zona chiara.

Organizzazione simmetrica della fovea

Ogni cono nella fovea ha una sinapsi con due cellule bipolari che fanno sinapsi con due cellule gangliari.
Solo in fovea succede questo, e grazie a questo fatto non c'è integrazione. Le due cellule bipolari sono una
off e una on, e anche le gangliari sono rispettivamente off e on. La finalità è prendere informazioni sulla
luce e portarla fuori dall'occhio, e questo è l'unico percorso.

Le cellule gangliari on hanno un attività base 100 m al secondo, ma con la luce si attivano e da 10 Hz passa a
12 Hz. La cellula si accorge immediatamente che qualcosa è cambiato, ovvero si rende conto
dell’incremento, mentre si accorge più lentamente di un decremento. Per le cellule gangliari off è il
contrario: si accorgono più lentamente di un incremento e più velocemente di un decremento. Tutto ciò
rende il sistema simmetrico, ci si accorge subito sia dell’incremento sia del decremento, permettendo
l'analisi di cambi veloci di luminosità.
Centro-periferia

Le cellule orizzontali connettono orizzontalmente i fotorecettori e trasferiscono i segnali tra i coni, per
questo il campo recettivo comprende le cellule al centro più quelle intorno a lui connesse tramite le cellule
orizzontali. Però quando un segnale da un cono esterno viene trasferito a quello centrale, cambia di segno,
facendo passare il segnale da depolarizzante a iperpolarizzante. Qualunque risposta sia al centro le cellule
intorno hanno attività opposta, quindi potrebbero far rilasciare un neurotrasmettitore inibitorio piuttosto
che uno eccitatorio. Per questo il segnale sulle gangliari è centro periferia, perché dipende sia dal segno del
cono al centro sia da quelli che arrivano dalla periferia.

La frequenza spaziale

Il centro periferia è il filtro per la frequenza spaziale, distingue gli stimoli. Facendo centrare la luce nella
zona eccitatoria del campo recettivo ed il buio nella parte inibitoria la condizione è ottimale, essendo la
parte inibitoria in ombra quindi non essendoci inibizione. Questo porta ad un picco di sensibilità nella
conduzione, la frequenza coincide con le zone centro periferia. L'occhio ha una sensibilità variabile che si
correla con la grandezza degli oggetti.

Ogni immagine è fatta da tanti pezzi, le frequenze spaziali. In un'immagine naturale ci sono tutte le
frequenze, alte, medie e basse, ma ogni segnale può essere scomposto: togliendo le frequenze alte vanno
via i dettagli dell’immagine e si vede l'immagine sfocata, togliendo invece le frequenze basse e medie si
lasciano i dettagli ma va via la base delle immagine.

Il sistema scompone l'immagine, riesce a capire le frequenze che ci sono, fa un’analisi del contrasto e del
colore, e molte informazioni vengono estratte dall'organizzazione centro-periferia.

Vie parallele delle cellule gangliari

Le cellule gangliari hanno modalità di attivazione complesse: lo stimolo ottimale è uno stimolo di contrasto,
che da la possibilità di costruire una prima idea, anche se vaga, di quello che abbiamo davanti. I campi
recettivi hanno centri di dimensioni che vanno da 1' nella fovea fino a 3-5° in periferia. Le gangliari possono
dividersi in:

• Magnocellulari, grandi (grandi campi recettivi), che comprendono il sistema M e servono ad


analizzare i cambiamenti della scena visiva quindi controllano il movimento, formano il percorso
“Where”
• Parvocellulari, piccole (campi recettivi piccoli), che comprendono il sistema P che analizza cosa
abbiamo davanti, formano il percorso “What”. Hanno un campo recettivo di opponenza tra due
classi di colori (quindi non solo tra luce e non luce) che ha come colori di opponenza il verde e il
rosso.
• Koniocellulari, sempre piccole, che comprendono il sistema K che analizza i colori. Come le
parvocellulari hanno un sistema di opponenza tra colori, che in questo caso sono il giallo e il blu.
E' solo attraverso l'esistenza delle cellule P, che combinano in maniera opponente l'uscita di coni il cui
fotopigmento assorbe su lunghezze d'onda diverse, che è possibile la visione dei colori. In assenza di tali
cellule, la visione dei colori si perde completamente.

La via P, la via K e la via M sono vie in parallelo che analizzano aspetti diversi di uno stimolo visivo: queste
vie manterranno una relativa separazione lungo le vie visive, per cui sarà possibile individuare aree visive
specializzate nell'analisi del colore e della forma, mentre altre si specializzeranno nell'analisi del
movimento.

Questa capacità del nostro cervello di elaborare in parallelo aspetti diversi di uno stesso stimolo è una
misura delle grandi capacità di elaborazione dei nostri circuiti cerebrali ed è anche alla base della nostra
capacità di elaborare con maggiore attenzione un aspetto di uno stimolo piuttosto che un altro a seconda
delle necessità.

Usciamo ora dalla retina e vediamo come l'elaborazione dell'informazione visiva prosegue analizzando le
proprietà delle cellule visive nelle altre stazioni lungo le vie visive.

Le vie visive

Usciti dal l'occhio abbiamo queste informazioni che viaggiano in diversi percorsi: le informazioni basse sono
nel percorso M, mentre quelle alte sono del percorso P, e le cromatiche nel percorso K.

Dall'occhio per il nervo ottico le informazioni passano dalla zona frontale a quella occipitale.

Le immagini vengono riflesse alle retine ed arrivano al chiasma ottico, dove vanno incontro alla
denidecussazione delle fibre retiniche, ovvero si incrociano le emiretine nasali. Dopo il chiasma tutto ciò
che accade a sinistra è ha carico della parte destra e viceversa. Poi si va nel tratto ottico che contiene la
rappresentazione completa dell’emicampo controlaterale.

I tratti ottici proiettano a tre zone:

1. Area pretettale mesencefalica: media i riflessi pupillari, movimento involontario a carico dell'iride
2. Collicolo Superiore: media i movimenti saccadici (oculari). È una zona con quattro palline, le
superiori sono del sistema visivo, le inferiori del sistema acustico.
3. Nucleo Genicolato Laterale: la parte del talamo visivo, unica delle tre aree a elaborare I segnali
visivi.
A ciascun nucleo genicolato laterale arriva l’informazione relativa all'emicampo visivo contralaterale. Gli
strati 1 e 2 del genicolato ricevono dalle cellule gangliari M e danno origine al canale M. Gli strati dal 3 al 6
fanno parte del canale P. Le K terminano negli strati intralaminari. Continua l’elaborazione in parallelo di
aspetti diversi dell' immagine. Le cellule sono tutte monoculari. I campi recettivi sono simili a quelli retinici.

Il genicolato non opera grandi trasformazioni dell’ingresso dalla retina. Però riceve connessioni da centri
come la sostanza reticolare che regolano lo stato di veglia (nel sonno una cellula del NGL non risponde a
stimoli visivi mentre una cellula gangliare della retina risponde).

Dal nucleo genicolato laterale si va verso la corteccia. Dal talamo si aprono le radiazioni ottiche, che
scendono a innervare il solco calcarino, l'area visiva primaria. Il segnale entra nella corteccia visiva primaria
(o striata).

La corteccia visiva primaria

La corteccia ha sei strati, e ogni percorso va a finire in uno strato diverso: il sistema M si infila e finisce nello
strato 4CAlfa (recettivo), il sistema P finisce soprattutto nel 4CBeta, alcune nell'1. La corteccia visiva
contiene anche piccole aree costituite da cellule con attività metabolica particolare, dette "blob". Le cellule
dei blob appartengono agli strati 2-3 e sono coinvolte nel riconoscimento dei colori. Esse ricevono ingresso
dalla via P (attraverso le cellule dello strato IV) e dalla via K (diretta).
Le cellule piramidali mandano fuori il segnale o scendono in altre aree corticali, fungendo da mediatore.

La cellule corticali

Le cellule corticali hanno diverse proprietà:

1. Le cellule corticali rispondono agli stimoli delle linee verticali, hanno una selettività
all'orientamento per le barrette di luce verticali, quando una linea è orizzontale la cellula è silente.
Ottengono la capacità di percepire gli orientamenti spaziali a causa delle cellule gangliari a loro
collegate: con quattro cellule gangliari, che hanno campo recettivo circolare, si proietta su una
cellula corticale per il principio di integrazione, quindi il campo recettivo della cellula corticale è
l'insieme dei campi recettivi delle cellule gangliari, che sono orientati nello spazio in una forma di
barretta verticale.
2. Sono selettive per la direzione del movimento. Le cellule gangliari segnalano solo lo spostamento,
mentre le cellule corticali sono in grado di distinguere la direzione del movimento.
3. Sono semplici e complesse: nelle semplici troviamo campi recettivi definiti; nelle complesse il
campo non è definito, ovvero le aree on e off e zone non sono molto ben definite, questo per dare
al sistema tolleranza alle variabili (le oscillazioni del corpo) in modo tale che l’analisi rimanga valida.
Alcune cellule semplici o complesse sono selettive anche per la lunghezza della barra luminosa
(cellule con margini di arresto), fanno quindi un calcolo della zona attivabile e oltre la quale sono
inibitorie.
4. Sono binoculari, ovvero rispondono a una zona osservabile da entrambi gli occhi, ma non sempre
simmetricamente. Le cellule non corticali rispondono o ai segnali di un occhio o dell'altro, quindi
sono segnali monoculari, mentre le cellule della corteccia visiva primaria sono le prime del sistema
visivo che ricevono informazione da entrambi gli occhi. Possono essere:
• Monoculari, ovvero rispondono ad un solo occhio;
• Binoculari, danno lo stesso segnale per entrambi gli occhi;
• Binoculari dominata da un occhio, o per il destro per il sinistro, ovvero per un occhio
rispondono di più.
Queste cellule binoculari, presenti negli strati 2-3 e 5-6, sono eccitabili dalla stimolazione di una
sola piccola area di campo visivo (campo recettivo) che però è vista da entrambi gli occhi. Le cellule
binoculari sono in grado di valutare la profondità e permettono si stimare la distanza a cui siamo
dagli oggetti. Infatti, a parte la zona della fovea, gli oggetti proiettano negli occhi in modo diverso,
quindi il cervello dovrebbe farci vedere due immagini degli oggetti differenti, una relativa ad un
occhio e una relativa all’altro, ma lui sfrutta le due immagini per avere una percezione precisa della
profondità, questo è il vantaggio di avere due occhi nello stesso piano. Il cervello calcola questa
disparità binoculare per calcolare la distanza.

Colonne e ipercolonne

Tutto nella corteccia è organizzato in colonne. Le zone corticali hanno caratteristiche diverse che si
raggruppano in strutture a forma di colonna, quindi le cellule con uguale orientamento preferenziale sono
raggruppate nelle stesse colonne. Il raggruppamento delle varie colonne forma l’ipercolonna, struttura del
cervello che ha tutti i meccanismi per estrarre tutte le informazioni visibili in una certa zona del campo. Le
ipercolonne sono come dei microrganismi verticali che analizzano rispettivamente diverse zone.

Connessioni orizzontali
I moduli con proprietà simili sono connessi tra loro da connessioni orizzontali. Queste connessioni
orizzontali, che corrono cioè parallele alla superficie corticale connettendo colonne diverse, consentono di
integrare l'informazione su zone di campo visivo molto più grandi delle dimensioni dei campi recettivi delle
singole cellule corticali. Come risultato della loro esistenza, una cellula può essere influenzata da stimoli al
di fuori del suo campo recettivo e può quindi cambiare la sua risposta in funzione del contesto in cui lo
stimolo visivo cui risponde è inserito.

Questo è un punto importante, perché è stato suggerito che la presenza di gruppi di cellule che mostrano
attività correlata, fenomeno che sembra facilitato durante stati in cui c'è un'alta attività sulle frequenze
gamma (40-70 Hz), potrebbe essere sfruttata per segnalare relazioni funzionali selettive durante stati di
attesa o di attenzione focalizzata e questi pattern dinamici di attività potrebbero consentire il
raggruppamento e la selezione di risposte neuronali distribuite nello spazio corticale per inviarle come un
"unicum" ad ulteriori stadi di elaborazione.

Ora, supponiamo che un oggetto attivi una certa popolazione di neuroni nella corteccia visiva, ogni neurone
attivato da diverse caratteristiche dello stimolo a seconda del tipo di campo recettivo posseduto. L'attività
oscillatoria sincrona di diverse popolazioni neuronali che condividono le stesse caratteristiche (risposta a
bordo verticale, risposta a contrasto cromatico, risposta allo stesso grado di disparità retinica) potrebbe
costituire un "legame" fra popolazioni che rispondono a caratteristiche differenti dello stesso oggetto.

Questa informazione potrebbe favorire il "legare insieme" queste caratteristiche per giungere ad un
percetto unico (asta verticale verde e rossa, posta di fronte ad un muro bianco). Il grado di sincronia
dell'attività di queste cellule dipenderebbe anche dall'arrivo di segnali da aree visive superiori, in
particolare segnali legati all'attenzione. L'attenzione è un requisito essenziale affinché le diverse
caratteristiche di un oggetto vengano a confluire in un percetto coerente.

Oltre la corteccia visiva primaria

Dalla corteccia visiva primaria V1 le proiezioni arrivino tutte alla corteccia visiva secondaria V2 e come da
qui si dipartano due vie di proiezione, una diretta verso le aree corticali inferotemporali (via ventrale) ed
una diretta verso le aree parietali (via dorsale). La via ventrale è principalmente coinvolta nel
riconoscimento degli oggetti e nell'analisi del colore(What). La via dorsale è principalmente coinvolta
nell’analisi del movimento (Where). Aree visive superiori diverse si attivano per stimoli diversi, colore e
stereogrammi attivano entrambi la V1 ma selettivamente il colore attiva aree IT (V4) mentre lo
stereogramma attiva l'area medio-temporale (MT). In pratica è un riepilogo dell'analisi in parallelo di
movimento, colore, tridimensionalità e forma nella aree visive superiori. Esistono più di 30 aree visive, è la
modalità sensoriale più rappresentata nel cervello umano

I neuroni nella corteccia inferotemporale rispondono alla presentazione di stimoli complessi. La corteccia
medio¬temporale (MT, via del "dove") è responsabile della percezione del movimento. Recentemente
l'utilizzo della stimolazione transcranica magnetica ha consentito di studiare nell'uomo gli effetti dovuti al
disturbo recato all'attività di cellule corticali in aree ben precise.

La lesione del lobo parietale destro causa una eminegligenza dell' emicampo visivo sinistro.

L'attività di V1 non è sufficiente alla percezione cosciente. Come può dall'attività di cellule in aree diverse
emergere una consapevole, unitaria esperienza percettiva, che contenga tutte le caratteristiche di un
oggetto?
Il sistema acustico
La percezione acustica

Il suono è caratterizzato da rarefazione e compressione. Gli oggetti rigidi perturbati trasmettono energia
che sposta le molecole del mezzo in cui è immerso, per questo nello spazio non ci sono rumori, perché non
c'è il mezzo di trasmissione e le molecole non si possono propagare. L'oggetto spinge le molecole nel mezzo
elastico, ed esse si comprimono e poi si rilasciano. In natura non esistono toni puri, ovvero formati da più
frequenze. L’unico tono puro conosciuto è quello del diapason, se toccato lui fa propagare un suono nello
spazio ben definito con un’onda sinusoidale.

Tutti i suoni, a parte il diapason, sono complessi, ma comunque scomponibili in seni e coseni. Un suono ad
onda quadra è una sinusoide fondamentale.

• La corrispettiva psicologica della frequenza è l'altezza del suono. La frequenza di un' onda è
l'inverso del periodo: quindi, se un' onda ha un periodo di 100 msec, la sua frequenza sarà di 10
periodi/sec. 1 periodo (o ciclo)/sec è 1 Hertz (1 Hz). Un' onda con periodo 100 msec avrà la
frequenza di 10 Hz. La frequenza di un' onda determina l'altezza del suono percepito: frequenze
basse corrispondono a suoni gravi, frequenze alte corrispondono a suoni acuti. Noi siamo in grado
di percepire come suono onde di vibrazione con frequenze che vanno da circa 20 Hz a circa 20.000
Hz. Come abbiamo già detto per l'intervallo del visibile, altre specie hanno intervalli dell' udibile
diversi, in particolare carnivori e roditori sono sensibili a frequenze più alte di 20.000 Hz
(ultrasuoni).
• L'ampiezza dell'onda determina l'intensità del suono: più grande è l'ampiezza, più intenso è il
suono. Psicologicamente corrisponde al volume. L'intensità è definita in decibel ed è il livello della
pressione del suono che preme sulla membrana rispetto alla pressione di soglia. L'intensità del
suono viene espressa frequentemente in maniera relativa, ovvero in rapporto alla intensità minima
percepibile per le frequenze sonore cui siamo più sensibili (la frequenza di riferimento è di 4000
Hz). Livello della pressione del suono L(dB) = 20 * log10 P/P. P = pressione in esame.
Pr = pressione di riferimento pari alla soglia umana per suoni di frequenza 4 kHz.
20 dB= 1 log
• Il timbro è la forma dell'onda ed è legato ai meccanismi delle armoniche di un suono (le armoniche
sono somma di onde) La forma d'onda determina il timbro del suono, ed è data dalla cassa
armonica dello strumento. A parità di frequenza di una nota, è possibile riconoscere facilmente se
essa è stata emessa da un violino piuttosto che da una viola e, con un po' di esercizio, si può
distinguere la "voce" di due diversi violini.

L’orecchio

L’organo sensoriale dell’udito è diviso in tre zone: esterna, media ed interna.

1. La zona esterna, chiamata anche pinna o padiglione, è formata da cartilagine piegata per far
riconoscere il suono e la sua posizione. Inoltre cattura i suoni frontali e inibisce quelli posteriori. I
suoni entra attraverso l‘orecchio esterno che li convoglia nel canale uditivo.
Il timpano segna la fine dell’orecchio esterno e l’inizio della zona mediale. Esiste un muscolo
timpanico che irrigidisce le strutture ossee per salvare le membrane in presenza di onde troppo
forti, attenua i suoni. Ha un tempo di reazione di 40 millisecondi e se l'intensità è troppo forte
irrigidisce gli ossicini o la tensione della membrana. Si è evoluto per salvare l'orecchio dai tuoni.
2. La zona media, che inizia col timpano, viene messa in vibrazione e mette in movimento i tre ossicini
al suo interno, ovvero il martello, l’incudine e la staffa , che fanno propagare le vibrazioni dal
timpano fino alla membrana della finestra ovale grazie alla staffa che vi è appoggiata. È una
vibrazione meccanica. Gli ossicini trasmettono il segnale, ma inoltre lo amplificano e mettono in
sicurezza il sistema se l'intensità è troppo alta. La finestre ovale segna la fine della zona media e
l’inizio della zona interna.
3. La zona interna è la coclea, ovvero “la retina del sistema acustico”, in cui si trasducono i segnali.

La coclea

Il primo passo verso l'udito è la cattura dell' energia meccanica delle onde di pressione, la sua trasmissione
all' orecchio interno e la trasduzione in segnale nervoso, compiuta dalle cellule ciliate dell' orecchio interno.

La coclea ha il compito di tradurre le informazioni. Ha una forma a chiocciola, arrotolata su se stessa, e ha


tre canali riempiti da liquido: la scala vestibolare (attaccata alla staffa), la scala media e la sala timpanica. La
staffa fa vibrare la finestra ovale e questa vibrazione spinge il liquido della coclea. Tutte le scale vibrano fino
all'organo del corti, formato dalla membrana basilare, dove ci sono le cellule ciliate, interne ed esterne. Le
esterne hanno tre disposizioni parallele, mentre le interne solo una. I processi di trasduzione acustica sono
fatte dalle ciliate interne, mentre le esterne hanno compito di supporto, ovvero codificano i tipi di suoni
dell'orecchio e inoltre ricevono tante afferenze del sistema centrale, quindi quando il sistema centrale
vuole modificare il sistema di trasduzione per cambiare l'attenzione dei suoni innerva le esterne. L'energia
si propaga nel liquido e si trasmette fino all’elicotrema.

L'energia arrivata all’elicotrema deve essere fatta uscire dalla finestra rotonda, membrana che fa uscire
l'energia. Quando la coclea vibra la membrana basilare si modifica e vibra in maniera verticale. Sulla
membrana basilare le ciliate interne hanno nella parte superiore dei filamenti chiamati stereociglia che
toccano sopra la membrana tettoria. Le stereociglia sono congiunte da legami di punta che a riposo sono
un po' in tensione, quindi la cellula è sempre un po' depolarizzata. Quando arriva la vibrazione oscilla la
membrana e i legami si possono comprimere, aumentano quindi la loro tensione, o rilassare, e fanno
effetto sui canali ionici. La compressione aumenta la depolarizzazione, mentre la distensione aumenta
l’iperpolarizzazione. Il pattern di segnali neurali generano potenziali d'azione.

Selettività delle cellule ciliate

La vibrazione del timpano viene trasmessa alla finestra ovale per mezzo degli ossicini dell'orecchio medio,
viene trasmessa quindi al liquido della scala vestibolare che si sposta deformando la membrana che chiude
la finestra rotonda. In questo modo i movimenti dei liquidi endococleari determinano l'oscillazione della
membrana basilare. Questo determina sulla membrana basilare (MB) l'insorgenza di un'onda viaggiante di
vibrazione il cui massimo si raggiunge in punti diversi della MB a seconda della frequenza del suono. Le
cellule ciliate poste a distanza diversa dalla base della MB e le fibre del nervo acustico che le innervano
mostrano sensibilità massima a frequenze acustiche diverse. Ogni cellula ha preferenze, in punti diversi
preferiscono suoni con frequenze diverse. Suoni con toni diversi mettono in vibrazione tutta la membrana,
ma in particolare solo una zona. La MB è stretta alla base e larga all'apice: la base vibra bene su frequenze
più alte (10 kilohertz), la zona media sulle frequenze medie e l'apice su frequenze basse. Questo da una
frequenza caratteristica alle ciliate per la quale la cellula è particolarmente sensibile. In questo modo la MB
fa un'analisi tonotopica del suono in ingresso. Il sistema acustico in questo modo scompone le frequenze.

Le cellule ciliate esterne

La morfologia delle cellule ciliate (CCE) (corte alla base, lunghe e flessibili all'apice) conferisce loro una certa
selettività per le frequenze acustiche che è in corrispondenza con quella locale della membrana basilare
(fibre corte e rigide alla base, lunghe e flessibili all'apice). Le CCE attive possono quindi amplificare
l'oscillazione locale attraverso i loro movimenti oscillatori. Dato che l'ampiezza dell'oscillazione delle CCE
dipende dall'entità della loro depolarizzazione, tale ampiezza sarà massima in una ristretta regione della
membrana basilare, dove l'oscillazione della membrana basilare è massima. In questo modo, le CCE
contribuiscono ad amplificare selettivamente la risposta oscillatoria della membrana basilare, e quindi il
segnale delle cellule ciliate interne, in una ristretta zona della membrana basilare. La presenza di
amplificazione locale aumenta la selettività della coclea per la frequenza dell'onda sonora. Hanno un ruolo
di amplificazione, senza si confonderebbero i picchi di intensità dei suoni e non si distinguerebbero,
amplifica la zona più in vibrazione e rendono più nitida la percezione acustica.

L'attivazione delle cellule ciliate esterne ne causa l'accorciamento. Le ciliate esterne possono allungarsi a
seconda della depolarizzazione o iperpolarizzazione. La loro lunghezza cambia la probabilità meccanica di
vibrazione. A causa delle caratteristiche meccaniche della membrana basilare (più larga ed elastica all'
apice, più stretta e rigida alla base) e del contributo attivo dato dalle cellule ciliate esterne, la membrana
basilare svolge sostanzialmente una prima analisi della frequenza dei suoni.

Dalla coclea al cervello

Le cellule ciliate poste a distanze progressivamente maggiori dalla base rispondono progressivamente a
frequenze acustiche più basse. Una volta che il segnale è trasdotto dalla coclea, quindi una volta ottenuta la
codifica di scissione delle frequenze, le proiezioni degli assoni delle cellule ciliari interne fanno sinapsi con le
fibre delle cellule del ganglio del Corti, i cui assoni centrali formano il nervo acustico, che proietta sui nuclei
cocleari. Le fibre del nervo acustico mostrano quindi una risposta massima per una precisa frequenza
acustica (frequenza caratteristica) che dipende dalla posizione lungo la membrana basilare della ciliata
interna che contattano. La scarica delle cellule del ganglio del Corti declina rapidamente allo spostarsi della
frequenza acustica rispetto alla frequenza caratteristica. La frequenza del suono è quindi codificata dalla
posizione lungo la coclea in cui avviene il contatto sinaptico dell’assone (codice di luogo) e dalla frequenza
di scarica dell'assone (curva di selettività)

Questo arrangiamento spaziale ha consentito lo sviluppo di protesi, dette impianti cocleari, che possono
supplire a situazioni di sordità dovute alla degenerazione o al mancato sviluppo delle

cellule ciliate. La protesi consta di un microfono per captare i suoni e tradurli in segnali elettrici, un
processore per scomporli in frequenze semplici ed una serie di elettrodi per stimolare le fibre del nervo
acustico. Sapendo che le fibre progressivamente più lontane dalla base avrebbero portato il segnale
relativo a frequenze acustiche progressivamente più basse, i segnali sulle diverse frequenze in uscita dal
processore vengono inviati agli opportuni elettrodi, piazzati lungo la coclea, dalla base all' apice.

I nuclei cocleari, che hanno varie zone e ricevono diversi afferenze (codice di frequenza) per analizzare in
parallelo le parti diverse del suono (alte, apicali; basse, basali).

Dai nuclei cocleari emergono diverse vie parallele (tono, timing). Le cellule dei nuclei cocleari sono tutte
monoaurali e mostrano morfologie e proprietà di risposta diverse.

• Le cellule a cespuglio codificano con grande precisione per il tempo d'arrivo dei suoni e sono
considerate importanti per la localizzazione della direzione di provenienza del suono lungo il
meridiano orizzontale.
• Le cellule fusiformi hanno proprietà di risposta tali da farle considerare importanti per la
localizzazione del suono lungo il meridiano verticale.
• Le cellule stellate codificherebbero con particolare accuratezza l'intensità e la frequenza del suono,
• le cellule octopus l'intensità (cellule diverse codificano per intervalli di intensità diversi).
Anche nel sistema acustico si creano vie parallele che analizzano aspetti diversi dello stimolo
(frequenza, localizzazione). Nel sistema visivo le vie parallele iniziano a differenziarsi dalla retina, nell'
acustico le troviamo in maniera netta a partire dai nuclei cocleari.

A livello del tronco encefalico il bulbo proietta su strutture del ponte dove ci sono i nuclei olivari superiori,
che sono la prima stazione di trasmissione del segnale dove le cellule ricevono i segnali da tutti e due gli
orecchi, quindi confronta i due segnali per costruire una mappa spaziale. Integrati i segnali si fa la
ritrasmissione sui collicoli inferiori, che si trovano nel mesencefalo. In seguito si fa proiezione a livello del
talamo acustico sul nucleo genicolato mediale, e in seguito si proietta al lobo temporale dove c'è la
corteccia temporale acustica primaria.

Localizzazione del suono

La localizzazione del suono avviene in base ad indizi binaurali (localizzazione lungo il meridiano orizzontale)
e monaurali (localizzazione lungo il meridiano verticale).

Gli indizi binaurali dipendono da precise relazioni temporali (timing) nella differenza tra il tempo di arrivo
del suono ai due orecchi (differenza di tempo interaurale) e dalla differente intensità del suono fra
l'orecchio ipsi e controlaterale (differenza di intensità interaurale).

I primi sono utilizzati ed elaborati da neuroni con alta sensibilità al timing nell'oliva superiore mediale. I
secondi sono utilizzati ed elaborati da neuroni nell'oliva superiore laterale.

Gli indizi monaurali derivano dal fatto che la forma e la disposizione delle pliche dei padiglioni auricolari
opera un filtraggio diverso sulle frequenze del suono a seconda di dove è posizionata la sorgente sonora
(alto-basso).

Localizzazione del suono lungo il meridiano orizzontale

Ci sono due meccanismi complementari per il piano orizzontale: differenza di intensità interaurale e
differenza di tempo interaurale.

• Propagazione fisica dei suoni che interagiscono con la testa: l'intensità dei suoni che colpiscono un
orecchio è maggiore dell'intensità che colpisce altro, questo perché la testa è fonoassorbente, cioè
assorbe l'energia di una parte del suono e crea una zona in ombra. Il sistema si è voluto in modo
che a livello dei nuclei olivari superiori laterali (LSO) la parte laterale confronta l’intensità di quello
che arriva all'orecchio destro e al sinistro. Il complesso delle olive superiori laterali riceve segnali o
dalla zona posteroventrale ipsilaterale o dalla zona controlaterale. Se riceve dalla zona ipsilaterale,
che è a sinistra, il segnale è eccitatorio, mentre se la riceve dalla parte controlaterale il segnale fa
sinapsi al corpo trapezoidale, che mette in collegamento il nucleo di destra con quello di sinistra,
ma gli fa cambiare di segno, quindi il segnale inizialmente eccitatorio arrivato dal nucleo cocleare
posteroventrale controlaterale diventa inibitorio. Se l’inibizione supera l’eccitazione l'intensità del
controlaterale è più alta, quindi il suono proviene da destra, se è il contrario quindi se avviene una
depolarizzazione l'intensità ipsilaterale deve essere più alta della controlaterale, quindi il suono
deve venire da sinistra. A seconda dell’iperpolarizzazione o dalla depolarizzazione si capisce da
dove viene il segnale. L'altro nucleo deve ottenere il codice inverso, fa la stessa cosa ma al
contrario. I suoni davanti hanno un vantaggio di intensità a causa della forma del padiglione. Un
suono ad alta frequenza è bloccato bene dalla testa, ma per frequenze più basse è più difficile
capire la differenza d’intensità, quindi questo metodo funziona bene per frequenze sopra i 6k
Hertz. Le frequenze alte danno una differenza di intensità che correla la posizione del suono nello
spazio, ma con frequenze più basse c’è differenza fra i livelli di intensità perché la frequenza bassa
può circumnavigare la testa, sono frequenze che si disperdono più lentamente, al contrario delle
altre, che si disperdono più velocemente.
• Modello di Jeffress. Si basa sulla velocità di propagazione e sulle linee di ritardo, lo fanno le MSO,
nuclei olivari superiori mediali: un suono proveniente da sinistra arriva prima all’orecchio sinistro
che al destro. La differenza di tempo di arrivo viene analizzata dal sistema come un codice, usato
per localizzare il suono. Un suono che arriva frontalmente non crea differenza di arrivo, arriva cioè
insieme a tutti e due li orecchi, stessa cosa vale per un suono proveniente da dietro, mentre la
differenza diventa massima se un suono proviene o da destra o da sinistra. Questo metodo lavora
bene su frequenze più basse. Essi costituiscono un sistema di cellule binaurali che funzionano
come detettori di coincidenza, ovvero cellule che hanno bisogno di ricevere da due cellule vicine
contemporaneamente per essere attivate. Il detettore di coincidenza riceve da due cellule e ha
una soglia che se non riceve da entrambe contemporaneamente non scarica. Il suono entra
dall’ipsilaterale e dal controlaterale da direzioni opposte, e fanno sinapsi con un detettore a
seconda del timing con cui arrivano. A seconda di che detettore cellulare viene attivato, che deve
ricevere sia dall’ipsilaterale sia dal controlaterale contemporaneamente, capiamo da dove c'è
ritardo, si sa la differenza di tempo tra i due segnali, quindi da dove arriva il segnale. Tutte le
strutture sono in face-lock: i face-lock sono neuroni che scaricano selettivamente per una fase
dell'onda, questo perché avere neuroni del genere ci aiuta a fare un campionamento distribuito,
ovvero un codice digitalizzato; le cellule si dividono i compiti per codificare tutto il segnale,
distribuisce un’analisi acustica, un codice temporale.

Localizzazione del suono lungo il meridiano verticale

La zona esterna dell’orecchio convoglia i suoni nel canale uditivo, ma non essendo mobile un suono emesso
dietro l'orecchio emette energia piatta su tutta la banda delle frequenze, ovvero emette lo stesso su tutte
le frequenze. Quando colpisce il padiglione nelle pieghe dell'orecchio le onde di frequenza diversa si
riflettono in modo diverso, vengono scompattate per ragioni di natura fisica. All'interno del canale alcune
frequenze saranno state inibite, altre lasciate così come sono, altre ancora saranno state amplificate.
Questa interazione tra il padiglione e le varie frequenze dipende dall'angolazione di arrivo del suono, in
particolare se arriva dall'alto o dal basso. A seconda della frequenza e a seconda della posizione verticale di
arrivo del suono, arriverà al timpano il suono con una certa energia, ed ogni volta che arriva un suono la sua
posizione spaziale viene memorizzata dal cervello, e mano a mano che il cervello memorizza e impara
costruisce una mappa spaziale. Il padiglione trasforma informazioni dallo spazio esterno in qualcosa che il
cervello capisce. Ogni volta che vengono codificati questi valori, il cervello può creare mappe nuove senza
sovrascrivere la vecchia, si abitua ad apprendere altre informazioni senza sovrascrivere la precedente.

Mappa tonotopica

Il collicolo inferiore è una struttura estremamente complessa, fatto da strati concentrici, ed ogni strato
possiede cellule con la stessa frequenza caratteristica, in pratica ogni strato rappresenta un’unità che
codifica una determinata frequenza, in questo modo costituiscono la mappa tonotopica che si estende in
direzione perpendicolare agli strati. Sono neuroni binaurali, sensibili sia al ritardo che alla differenza di
intensità interaurale, codificano le informazioni della localizzazione, che proiettano al nucleo talamico
acustico, il nucleo genicolati mediali. In questa struttura è presente una organizzazione tonotopica e le
risposte dei neuroni sono estremamente selettive per la frequenza caratteristica, più che nei neuroni del
collicolo inferiore. In seguito si proietta alla corteccia acustica primaria, nel lobo temporale. Il sistema
acustico, diversamente da quello visivo, ha la corteccia primaria in una zona vicino all'organo esterno,
l'orecchio.
La corteccia acustica

Possiede tre aree, A1, R, e RT, che costituiscono il nucleo della corteccia, il core. Queste aree proiettano ad
8aree secondarie localizzate nella "cintura" corticale che circonda il "core", il belt, ognuna con la solita
codifica tonotopica. Intorno ci sono altre aree, che formano il parabelt, che possiedono neuroni sempre più
sensibili a stimoli acustici di alto livello. Le aree più esterne fanno analisi più complesse.

Lesioni in A1 compromettono la capacità di localizzare i suoni nell'emicampo controlaterale. Se la lesione in


A1 è localizzata, il deficit di localizzazione nell' emicampo controlaterale è specifico per le frequenze
acustiche rappresentate nella zona lesionata. Studi successivi hanno mostrato che il deficit di localizzazione
è però maggiore se la lesione include anche specifiche aree acustiche superiori ad A1. Questo suggerisce
che la localizzazione spaziale coinvolge anche aree successive al core.

Neuroni delle aree della "cintura" rispondono bene solo a stimoli complessi e rilevanti. I neuroni dell'area
AL sono abbastanza selettivi per il tipo di stimolo. Al contrario i neuroni dell'area CL rispondono in modo
selettivo per la posizione della sorgente sonora e non per la composizione in frequenza dello stimolo

Colonne di isofrequenza

Nella corteccia acustica primaria, i neuroni sono binaurali, selettivi per le frequenze acustiche e sono
organizzati in colonne di isofrequenza ed in colonne alternate di sommazione o soppressione. Nelle colonne
di isofrequenza, tutti i neuroni hanno la stessa frequenza caratteristica. Nelle colonne di sommazione i
neuroni sono eccitati dalla stimolazione di entrambe le orecchie, anche se l'orecchio controlaterale è in
genere dominante. Nelle colonne di soppressione i neuroni sono eccitati dalla stimolazione di un orecchio
ed inibiti dalla stimolazione dell' altro orecchio.

L’organizzazione colonnare è quindi presente anche nella corteccia acustica. Le colonne di isofrequenza
sono organizzate in bande che corrono grosso modo in direzione medio-laterale. Quindi, una particolare
frequenza è rappresentata come una banda di tessuto corticale, spessa come lo spessore della corteccia.
Queste bande progrediscono dalle frequenze alte nella regione caudale di A1 alle frequenze basse nella
regione rostrale di A1, al bordo con l'area R. Qui c'è una inversione del gradiente, con le frequenze basse
nella parte caudale di R e le alte alla parte rostrale, e di nuovo una inversione per RT.

Mentre c'è il flusso seriale si fa contemporaneamente un’analisi in parallelo, che ci fa distinguere che cosa è
un suono, via del What, a carico del sistema ventrale, rispetto a dove è un suono, via del Where, parietale.
La via ventrale del riconoscimento dei suoni (via del "What"); la via dorsale della localizzazione del suono
(via del "Where").

Nell' uomo, il sistema acustico, oltre a fornire i mezzi per orientarsi e localizzare sorgenti sonore, è
implicato nel riconoscimento dei suoni e, normalmente, nell' elaborazione del linguaggio.

Come è evidente da quanto detto sopra, abbiamo pochissime informazioni su come i suoni di carattere
linguistico vengono elaborati dai singoli neuroni acustici. Lo studio di pazienti con lesioni e le tecniche di
neuroimmagine consentono di localizzare con precisione le aree corticali coinvolte nell' elaborazione
linguistica nell' uomo ma la mancanza di modelli animali per l' elaborazione del linguaggio non consente di
avere modelli in cui arrivare a livello dell' attività dei singoli neuroni.
Il sistema somatosensoriale
Avere un'idea della propria identità in un contesto di altri individui simili è un'attività che si genera dal
riconoscere se stessi come entità. Tutto ciò che vediamo è altro da noi, e se la modalità visiva non ti aiuta
cosa definisce l'entità? In filosofia l'identità nasce con gli organismi unicellulari, l'idea di un essere contro il
resto del mondo. Ma cosa siamo noi biologicamente? Noi siamo il nostro corpo e l'idea che abbiamo di esso
grazie al sistema somatosensoriale. Esso si riferisce ad un sistema di meccanismi che definiscono il
funzionamento dell'essere. Il sistema somatosensoriale è formato da quattro sistemi diversi: il tatto, la
propriocezione, la percezione termica e la percezione nocicettiva.

1. Il tatto, sensazioni meccaniche sulla pelle, energia meccanica degli oggetti che entrano in contatto
con la pelle;
2. La temperatura, essendo mammiferi abbiamo il meccanismo dell'omeostasi, che mantiene la
nostra temperatura corporea costante spendendo energia, e quando veniamo a contatto con un
altro tipo di temperatura abbiamo dei termorecettori che ce la fanno percepire.
3. Propriocezione, avere un'idea di come è posizionato il nostro corpo;
4. Nocicezione, ovvero la trasmissione delle informazioni dolorifiche.
È un sistema diviso in quattro forme di energia tutte veicolate dai detettori periferici, che codificano il
segnale e lo inviano dalla periferia al centro, ovvero il midollo spinale, attraverso i neuroni dei gangli delle
radici dorsali, un cavo unico formato da tante connessioni. Mentre le informazioni della testa, ovvero il
sistema somatosensoriale della parte superiore, sono portate dal trigemino, il quinto nervo cranico.

Il recettore trasduce le informazioni e le trasmette al nervo ganglio, alcune vanno verso il centro inferiore,
altre ai riflessi spinali. Il midollo spinale ha nella parte dorsale agli innesti del nervo ganglio, che vanno nel
gracile o nel cuneato. Mentre quando il cervello prende decisioni, quindi è lui che deve mandare il segnale,
induce risposta motoria veicolata alla periferia attraverso la parte ventrale.

I terminali periferici dei neuroni dei gangli delle radici dorsali sono di due tipi: terminazioni nervose nude o
terminazioni nervose incapsulate

• quelle lunghe non hanno la capsula e trasducono il segnale con la cascata di eventi chimici,
mediano le informazioni termiche e nocicettive;
• quelle incapsulate, hanno il trasduttore avvolto da una struttura che lo incapsula, mediano le
informazioni tattili e propriocettive.

Il sistema tattile

La pelle è l'organo di senso più grande che abbiamo, disteso è grande 2 metri quadrati e ha 4 kg di peso. I
meccanorecettori sono recettori meccanici che devono tradurre i segnali provenienti da un'informazione
della pelle. La pelle ha una tensione di base che se deformata fa attivare i meccanorecettori. I
meccanorecettori sono divisi in quattro:

• due tipi di recettore sono collocati negli strati superficiali della pelle, il recettore di Merkel ed il
recettore di Meissner,
• due nel tessuto sottocutaneo, i recettori del Pacini ed i recettori del Ruffini.
Quelli superficiali sono più sensibili alla deformazione delle increspature, percepiscono la variazione di
tensione, mentre quelli in profondità sono sensibili ad un'area della cute più ampia e alla pressione più
forte. Si differenziano anche per caratteristiche funzionali, non sono fisiologiche:

• I recettori di Meissner ed i recettori del Pacini sono a rapido adattamento, cessano cioè
rapidamente di rispondere ad uno stimolo costante. Rispondono ai transienti della stimolazione,
codificano l'inizio della stimolazione e quando finisce, non è un'attività sostenuta, non dichiarano
per quanto tempo c'è lo stimolo ma scaricano i potenziali d'azione quando inizia e quando finisce,
quindi danno il codice temporale.
• I recettori di Merkel e del Ruffini sono invece a lento adattamento, rispondono allo stimolo
continuo, scaricano per tutto il tempo e adattano la scarica all'intensità dello stimolo.
Nelle colonne dove vengono raggruppati i meccanorecettori si trovano sempre sia quelli a rapido
adattamento sia quelli a lento adattamento, in ordine alternato, in modo tale da avere sia un’analisi del
timing sia dell’intensità dello stimolo.

Nella cute con peli i principali meccanorecettori a rapido adattamento sono i recettori dei bulbi piliferi,
sensibili allo spostamento del pelo che emerge dal bulbo.

Campo recettivo

Il campo recettivo di un meccanorecettore è quella parte di pelle che se deformata meccanicamente fa


attivare recettori specifici. I recettori non sono distribuiti uniformemente, la sensibilità tattile sulle mani è
diversa da quella nella schiena. In zone diverse del corpo ci sono diversi numeri di recettori a seconda della
rilevanza di quella zona per il sistema. La mano deve ottenere più feedback per capire gli oggetti che
maneggia, infatti nella punta delle dita il campo recettivo ha un diametro molto piccolo, questo vuol dire
che sono più precisi, mentre già sul palmo della mano sono più grandi. Tanti più recettori ho tanto più alta è
la sensibilità tattile.

Per stabilire che i campi recettivi tattili sono più grandi o più piccoli in determinate zone si da una
stimolazione tattile con un oggetto con due estremità in diverse zone. Quando questo oggetto si troverà
sulle punte delle sue dita il soggetto, bendato, dirà che ci sono due contatti, ovvero le due estremità, che
riuscirà a percepire. Ma se lo stesso oggetto viene messo sul palmo le due estremità cadranno nello stesso
campo recettivo, il cervello quindi percepirà una sola stimolazione, quindi per lui è solo una sola entità.

Soglia dei due punti è di 2 mm sulle punte delle dita, 4 mm sulle labbra, 10 mm sul palmo, 40 mm sulla
coscia e sul polpaccio.

A seconda della caratteristica da estrarre si azionano movimenti specifici:

• movimenti laterali: struttura


• pressione: durezza
• contatto statico: temperatura
I meccanorecettori Merkel hanno una frequenza caratteristica molto bassa, codificato in una gamma di
frequenze temporali da 0.5 a 4 Hertz, sono usati per la lettura in Braille.

I recettori di Meissner hanno una frequenza più alta, da 3 a 40 eventi al secondo, e ci consentono di sentire
se qualcosa ci scivola da una mano.

I corpuscoli del Pacini hanno una frequenza da 40 a 500 Hertz, servono per regolare la pressione del
contatto tra qualcosa che stiamo tenendo ed un'altra superficie.

I recettori del Ruffini hanno una frequenza del 100 500 Hertz, servono sia per lo stiramento della pelle sia
per lo scivolamento, inoltre per calibrare la presa degli oggetti.

Il sistema propriocettivo
La propriocezione è il senso della posizione e dei movimenti dei propri arti e del proprio corpo. Quest'
ultima è nota anche come cinestesia. Queste informazioni sono essenziali per il controllo dei movimenti e
della postura ma sono anche parte essenziale della percezione del nostro corpo. Ci sono tre tipi di
meccanorecettori con funzione propriocettive nei muscoli e nelle articolazioni:

• I propriorecettori dei fusi neuromuscolari, che si avvolgono intorno a fibre muscolari specializzate
all' interno di una struttura chiamata fuso neuromuscolare e collocata all' interno del muscolo. Tali
recettori segnalano la lunghezza del muscolo.
• I recettori tendinei del Golgi, che si collocano all' interno dei tendini e segnalano la tensione
esercitata sul tendine a un gruppo di fibre muscolari.
• I recettori articolari, collocati nelle capsule articolari, segnalano la flessione o l'estensione
dell'articolazione.

La propriocezione è parzialmente a carico dei meccanorecettore tattili perché si hanno distensione della
pelle. Il nostro corpo è legato a noi perché il nostro cervello lo conosce attraverso questi meccanismi. La
somatoparafrenia è una condizione patologica in cui non si riconosce il proprio corpo, si dissocia l'idea di sé
come cosa innata e come informazioni che arriva al corpo.

Il sistema nocicettivo

Le zone del dolore sono le zone sensibili al dolore che rispondono al livello del dolore percepiti dai
nocicettori. Questo sistema appartiene a tutte le dimensioni, ci segnala che qualcosa può mettere a
repentaglio le funzionalità del sistema. È un meccanismo di difesa, serve per salvaguardare l'individuo.

Il sistema termocettivo

Calcola la differenza di temperatura tra un oggetto che fa contatto e la pelle spessa. Ci sono per il freddo,
sentono la riduzione di temperatura fino a un tot che poi passa il dolore, stessa cosa per quelli del caldo.

Le vie somatosensoriali

Ogni sistema del somatosensoriale è complementare con gli altri, essi riguardano la periferia, ma tutte le
informazioni vanno veicolate verso l'alto tramite le vie somatosensoriali, che sono due e differenziano le
informazioni trasportate dai recettori incapsulati (informazioni tattili e propriocettive) e quelli del terminale
del gangli della spina dorsale nudi (informazioni nocicettive e termocettive)

1. Il sistema colonne dorsali-lemnisco mediale, che convoglia informazioni per le modalità tattile e
propriocettiva. Le informazioni di questa via salgono nella corteccia somatosensoriale, che è nel
lobo parietale, nella via spinale attraverso il sistema delle colonne dorsali. Le cellule dei gangli delle
radici dorsali proiettano i nuclei gracile e cuneato, poi al talamo, e poi all’area S1. È una via che si
incrocia a livello del tronco encefalico, al bulbo, quindi tardi
2. il sistema anterolaterale che convoglia informazioni termiche e nocicettive. Le cellule dei gangli
delle radici dorsali proiettano a interneuroni spinali, che danno origine a vie spino talamiche, spino
reticolari, spino tettali; solo le informazioni che, tramite il talamo, giungono alla corteccia, danno
origine a sensazioni coscienti). Via che crocia subito dopo l'innesto

La corteccia insulare e la cingolata anteriore


I neuroni talamici proiettano alla corteccia somatosensoriale primaria, S1, nel lobo parietale. Molte
informazioni somatosensoriali devono essere codificate a livello di positiva o negativa, questo è a carico di
due strutture: la corteccia insulare e la corteccia cingolata anteriore.

Se un esperienza ti ha fatto male diventa un’esperienza negativa, quindi da non ripetere, questo tramite
queste strutture. La nocicezione attiva sia la S1 che la corteccia insulare e cingolata.

Quando vediamo qualcuno che si fa male si attiva le empatia, nonostante non si attivi la S1 perché riguarda
la dimensione edonistica del dolore, si attivano lo stesso la insulare e la cingolata. È il primo sistema
collegato in una dimensione edonistica, legato comunque ad una dimensione più affettiva.

La corteccia somatosensoriale

La S1 si divide in quattro aree: 3a, 3b, 1 e 2. La 1 e 2, che sono state identificate prima, ricevono da 3a e 3b.
La S1 proietta alla corteccia somatosensoriale secondaria, S2, che proietta alla corteccia parietale
posteriore PPC. S2 proietta, via la corteccia insulare, ad aree del lobo temporale, importanti per la memoria
tattile.

La PPC integra l'informazione tattile e quella propriocettiva e riceve anche ingressi visivi. E' quindi
importante per il riconoscimento di un oggetto nella sua globalità, che integra informazioni raccolte da
esplorazione manuale (stereognosiche) e visiva.

La somatotopia corticale. La mappa somatotopica o homunculus della corteccia somatosensoriale primaria


è molto precisa. Essa non rappresenta il corpo umano in maniera proporzionata: la bocca e le dita sono
smisuratamente grandi (cioè ci sono molti neuroni sensibili a queste parti del corpo), mentre il tronco e gli
arti sono piccoli (cioè ci sono molti meno neuroni adibiti alla sensibilità di queste parti). Le dimensioni della
corteccia correlata ad un’area del corpo sono direttamente proporzionali alla densità delle proiezioni
sensoriali afferenti ad anche all’importanza degli impulsi sensoriali ricevuti da quella specifica zona del
corpo.
Modulo 3
Il sistema motorio
Il sistema motorio non è il servo del sistema cognitivo, ma è un sistema estremamente complesso. Alcuni
aspetti del sistema motorio sono assolutamente assimilabili a processi cognitivi. Il sistema motorio è un
sistema estremamente evoluto, organizzato in maniera gerarchica: i motoneuroni spinali, che hanno il
corpo cellulare nelle corna ventrali, eseguono il comando loro inviato, vengono infatti chiamati la via finale
comune, l’uscita di qualunque processo e comando voglia provocare un movimento, infatti se questi non
funzionano, non c’è movimento. I motoneuroni proiettano ai muscoli, che è la periferia del sistema
motorio, determinandone la contrazione e, a seconda di quanti e quali sono, è possibile avere un
movimento molto semplice, complesso, di forza, di pressione. Ci sono dei neuroni detti di Renshaw che
sono nel midollo spinale ed hanno un’azione inibitoria sui motoneuroni stessi, creano quindi un circuito di
autocontrollo della scarica per impedire che l'attività dei motoneuroni raggiunga livelli eccessivi.
I motoneuroni ricevono ingresso sinaptico dai neuroni sensoriali che fanno parte del sistema
somatosensoriale. Oltre alla parte propriocettiva, il neurone sensoriale emette infatti delle vie per i riflessi
spinali, che si trovano nel midollo spinale e che fanno parte di circuiti semplici chiamati circuiti riflessi.
Queste vie mediano azioni motorie stereotipate, semplice e rapide.
I motoneuroni proiettano alla periferia muscolare, e li posso distinguere in base a dove proiettano:
• muscolatura assiale (tronco);
• muscolatura distale (mani e piedi);
• muscolatura prossimale (arti).

L’attività dei motoneuroni è controllata a diversi livelli:


1. il primo è a livello del midollo spinale stesso, tramite i riflessi spinali.
2. il secondo è costituito dal tronco dell’encefalo, il quale invia proiezioni al midollo spinale stesso;
3. il terzo sono le aree corticali, in particolare la corteccia motoria primaria, che controlla il tronco
dell’encefalo;
4. la corteccia motoria primaria è a sua volta controllata da altre aree corticali.
A questi controlli si aggiungono quelli esercitati dal cervelletto e dai nuclei della base.

Non esiste una via tronco-encefalica spinale, ma esistono numerose vie che dal tronco dell’encefalo vanno
al midollo spinale. Questo significa che ci sono neuroni che si trovano nel tronco dell’encefalo e che
proiettano al midollo spinale, che però danno origine a vie di proiezione con significato funzionale diverso.
Queste vie sono:
• le vie laterali, che proiettano ai motoneuroni che innervano i muscoli distali per i movimenti fini
• le vie mediali, che proiettano principalmente ai motoneuroni che innervano i muscoli assiali
Quando effettuiamo un movimento volontario con le dita, quindi partito dalla corteccia motoria, come
sottosistema di controllo useremo le vie tronco encefaliche laterali. Quando invece avviene uno
sbilanciamento, quindi uno spostamento inaspettato del baricentro, il tono posturale viene modificato in
modo da evitare di cadere in avanti, questo perché viene mandato un comando alla muscolatura assiale per
mantenere un assetto, tramite le vie mediali.
La corteccia motoria ha sia una proiezione diretta al midollo spinale, sia una proiezione al tronco
dell’encefalo.

Il pool motoneuronale
Il pool motoneuronale è l'insieme dei motoneuroni che innervano un muscolo preciso o muscoli
funzionalmente correlati. I motoneuroni Alfa e Gamma sono organizzati in gruppi funzionalmente definiti
nelle lamine IX del corno anteriore; i motoneuroni situati medialmente innervano la muscolatura assiale del
collo e del dorso e quelli situati lateralmente innervano la muscolatura prossimale e distale degli arti, i
motoneuroni situati dorsalmente innervano i muscoli flessori e quelli situati ventralmente innervano i
muscoli estensori, i motoneuroni mediali sono collegati tramite neuroni intersegmentali con lunghi assoni e
motoneuroni laterali, tramite neuroni intersegmentali con assoni più brevi. Il cilindro, che si prolunga per
più di un segmento spirale della lamina IX, rappresenta la distribuzione dei motoneuroni inferiori che
innervano un muscolo specifico o muscoli funzionalmente correlati.

I propriocettori dei fusi neuromuscolari


Un fuso neuromuscolare è una struttura fatta da fibre muscolari modificate e assoni. Sono posti in parallelo
alle fibre muscolari extrafusali, che sono connesse al tendine e che con la loro contrazione determinano la
tensione del muscolo, mentre internamente circondano le fibre intrafusali. Ciascun fuso neuromuscolare è
composto da due regioni polari periferiche e contrattili, e da una regione centrale non contrattile che in
risposta alla contrazione della periferica si allunga. Il numero di fusi muscolari in ciascun muscolo varia in
base alle necessità di controllo più o meno fine del movimento muscolare. Queste fibre trasmettono in
continuazione impulsi al midollo spinale e al cervello per informarli della lunghezza dei muscoli e quindi
della posizione del corpo nello spazio.
Le terminazioni che arrivano al sistema nervoso centrale sono gli assoni periferici dei neuroni propriocettivi
di tipo 1a, di grande diametro e ad alta velocità di conduzione, che formano le fibre nervose 1a. Le fibre 1a
avvolgono le fibre intrafusali per poi uscire dal fuso neuromuscolare. Un allungamento del muscolo causa
uno stiramento del fuso neuromuscolare in esso contenuto con conseguente eccitazione degli assoni dei
neuroni propriocettivi delle fibre 1a, causando una depolarizzazione che farà avviare il potenziale d'azione.
Un accorciamento (contrazione) del muscolo causa un afflosciamento dei fusi, con conseguente riduzione o
cessazione della scarica degli assoni dei neuroni propriocettivi delle fibre 1a.
I propriocettori dei fusi neuromuscolari segnalano la lunghezza del muscolo, facendoci sapere dove sono i
pezzi del mio corpo. Sono misuratori di lunghezza

I motoneuroni Gamma
Nel midollo spinale abbiamo i motoneuroni Alfa e Gamma. I motoneuroni Gamma innervano la parte
contrattile delle fibre intrafusali, ovvero la parte polare; gli Alfa innervano le fibre extrafusali, ovvero quelle
che fanno contrarre il muscolo. Entrambi ricevono comandi da aree superiori, in quello che viene chiamato
co-attivazione alfa-gamma, cioè dalla simultanea contrazione delle fibre extrafusali ed intrafusali. Quando
un muscolo si contrae il fuso si affloscia, e l’attività dei fusi si riduce o sparisce. Usando sempre l’attività dei
propriocettori per monitorare la posizione degli arti, quando faccio una contrazione questa attività mi
scomparirebbe. Non scompare perché lo stesso comando che arriva ai motoneuroni Alfa e che fa contrarre
le fibre extrafusali ed accorciare il muscolo, arriva anche ai Gamma che fanno contrarre la parte polare
delle fibre intrafusali facendo allungare il fuso, la parte centrale. Quando il muscolo si accorcia, il fuso si
allunga grazie ai motoneuroni Gamma, quindi l’attività dei propriocettori non cessa. Quando effettuiamo
dei movimenti c’è sempre l’attività dei Gamma che si assicurano che il fuso sia in tensione anche se il
muscolo si accorcia.

I propriocettori tendinei del Golgi


I neuroni che innervano il tendine, anch’essi propriocettori, sono chiamati tendinei del Golgi. Sono neuroni
grandi anch’essi, anche se un po’ meno di quelli muscolari, e le loro fibre vengono chiamate 1b. Il loro
corpo cellulare è sempre nei gangli delle radici dorsali, l’assone periferico va a innervare il tendine e le
ramificazioni dell’assone si avvolgono intorno alle fibre tendine.
Quando il tendine entra in tensione, quindi si allunga, schiaccia le terminazioni assonali dei neuroni 1b, ed
essendo meccanorecettori apriranno i canali a controllo meccanico, generando una depolarizzazione. La
terminazione assonale dei propriocettori tendinei Golgi è posta fra una fibra e l’altra, e quando il tendine
viene posto in tensione, ad esempio per contrazione di un muscolo, si determina un’eccitazione del
propriocettore tendineo del Golgi. I tendinei del Golgi sono misuratori di tensione, a carico del tendine,
quindi indirettamente a carico delle fibre neuromuscolari.

I riflessi spinali
Uno stimolo provoca una risposta, e il circuito alla base della risposta si chiama circuito del riflesso. Il
riflesso è caratterizzato da risposte stereotipate. Lo stimolo è trasdotto dai recettori sensoriali, trasformato
in segnale nervoso, ovvero una depolarizzazione che genera un PdA che viaggia lungo l’assone del neurone
sensoriale, passa ai gangli delle radici dorsali e entra nel midollo, e fa sinapsi su un’altra cellula nervosa.
I riflessi possono dare origine a movimenti ritmici complessi come il riflesso da grattamento, che è anche un
esempio in cui i neuroni sensoriali e i motoneuroni si trovano distanti, infatti i neuroni sensoriali possono
essere quelli che innervano la cute dietro le orecchie e i motoneuroni sono quelli dell’arto, quindi ci
saranno degli interneuroni che trasportano l’informazione dal lungo d’ingresso dei nocicettori fino al corpo
cellulare dei motoneuroni. Questo da origine al movimento ritmico.
Distinguiamo tra riflessi monosinaptici e riflessi polisinaptici (l’uscita è sempre il motoneurone):
• se fra il neurone sensoriale e il motoneurone non c’è nessun motoneurone, quindi gli fa sinapsi
direttamente, è monosinaptico. Il neurone sensoriale si attiva, depolarizza il motoneurone, e il
motoneurone fa contrarre il muscolo, e quindi ho la risposta riflessa.
• se invece fra il neurone sensoriale e il motoneurone sono interposti degli interneurone è detto
riflesso polisinaptico, può essere disinaptico se c’è solo un interneurone, (sensoriale-interneurone,
prima sinapsi; interneurone- motoneurone, seconda sinapsi) ma può anche essere trisinaptico.
La via fra il neurone sensoriale e il midollo spinale è detta via afferente (porto verso). Una via afferente è
una via che porta informazione verso il midollo spinale, quindi la via sensoriale. La via motoria efferente
(porto via) è quella dei motoneuroni. In un riflesso abbiamo sempre una via afferenze e una via efferente,
nel mezzo ci possono essere altri circuiti, quindi sarà polisinaptico, oppure no, quindi monosinaptico. Di un
riflesso possiamo dare il circuito e la funzione

Il riflesso da stiramento
Il riflesso da stiramento è un riflesso monosinaptico ed ha la funzione di tenere sotto controllo la lunghezza
di un muscolo misurandola tramite i fusi, elaborando l’informazione, e poi ritrasmettendola alla via
efferente. È un riflesso attraverso il quale si tiene sotto controllo la lunghezza di un muscolo.
La branca afferente è costituita dai propriocettori dei fusi neuromuscolari, la branca efferente è costituita
dai motoneuroni Alfa che innervano lo stesso muscolo. Quando un muscolo viene allungato, i
propriocettori dei fusi neuromuscolari segnalano lo stiramento, eccitano i motoneuroni che innervano lo
stesso muscolo, i quali faranno contrarre il muscolo che quindi si riaccorcia. Il sintesi, allungando il muscolo
la risposta riflessa è la sua contrazione, quindi esso ritorna alla lunghezza prefissata.
Quando più muscoli concorrono allo stesso movimento, vengono definiti sinergici di quel particolare
movimento. Con il termine agonista si definisce il principale muscolo che si contrae durante un determinato
movimento, a cui si contrappone un muscolo chiamato antagonista. Quando uno dei due è contratto, l’altro
sarà allungato e viceversa. Quindi i muscoli antagonisti vengono fatti rilassare: se si contrae il quadricipite,
che è un muscolo estensore, estendiamo la gamba, mentre se si contrae il tricipite, che è flessore, flettiamo
la gamba. Per estendere la gamba quindi ci deve essere la contrazione del quadricipite ma senza la
contrazione del tricipite, perché altrimenti la tirerebbe per farla flettere. Questo avviene perché mentre
mandiamo al quadricipite il comando monosinaptico, contemporaneamente, tramite un interneurone
inibitorio che viene chiamano interneurone 1a, mandiamo un comando inibitorio ai motoneuroni che
innervano l’antagonista, in questo caso il tricipite, il quale si rilassa.
Al contrario flettere la gamba mandiamo un comando eccitatorio ai motoneuroni che innervano i muscoli
flessori, mentre ai motoneuroni che innervano gli estensori arriverà un comando inibitorio.
Quindi, il riflesso da stiramento è monosinaptico nel controllo del muscolo che si è allungato, però ha una
componente disinaptica tramite gli interneuroni inibitori 1a.
Il circuito completo quindi è quello monosinaptico:
• branca afferente: propriocettori dei fusi neuromuscolari,
• branca efferente: motoneuroni Alfa che innervano il muscolo omonimo e i sinergici, i quali si
contraggono,
In più c’è la parte disinaptica:
• i fusi neuromuscolari fanno sinapsi sull’interneurone 1a inibitorio che va ad inibire i motoneuroni
che innervano i muscoli antagonisti.
La funzione del riflesso di stiramento è quella di mantenere costante la lunghezza di un muscolo, questo ci
potrebbe far comodo quando dobbiamo bilanciare un peso sulla nostra mano, misurando la lunghezza del
bicipite e fissando la posizione. Questo ce lo consentono i motoneuroni Gamma che mandano il comando
iniziale: attivati faranno allungare un po’ i fusi fissandone la lunghezza desiderata del fuso, e questo causa
un’attivazione dei propriocettori che attiveranno gli Alfa, e questi ultimi manterranno il muscolo in
contrazione, stabilizzando la posizione. Caricato il peso, appena il bicipite tende ad allungarsi, il riflesso da
stiramento lo farà contrarre. Mi basta tenere sotto controllo i piccoli motoneuroni Gamma, e per farlo
basta una piccola quantità di neurotrasmettitore, per mantenere costante la posizione dell’articolazione a
fronte di una situazione progressivamente in cambiamento, ovvero quella del peso che aumenta, non
misurando il peso ma l’effetto che esso ha sulla lunghezza del bicipite.

Il riflesso del Golgi


È polisinaptico, ha una funzione duplice: nella muscolatura prossimale e assiale ha una funzione protettiva,
mentre nella distale, in particolare quella delle dita, ha la funzione di graduare finemente la forza
esercitata. La branca afferente sono i propriocettori tendinei del Golgi: se il tendine entra in tensione si
depolarizza e il tendineo del Golgi genera PdA che viaggia lungo l’assone fino al midollo. È disinaptico in
tutte e due le sue suddivisioni:
• nella muscolatura prossimale e assiale il propriocettore tendineo del Golgi fa sinapsi su un
interneurone inibitorio, chiamato 1b, il quale va a inibire i motoneuroni Alfa che innervano lo
stesso muscolo. Questo vuol dire che quando il muscolo ha una tensione superiore ad un certo
livello, l’attività del propriocettore tendineo del Golgi lo fa rilassare, perché va ad inibire gli Alfa che
lo facevano contrarre. Questa è un’azione protettiva perché evita un’eccessiva tensione al tendine
del muscolo. Se rilassata una porzione muscolare, quella antagonista deve fare l’opposto, quindi lo
stesso assone dei propriocettori neuromuscolare tramite un interneurone stavolta con azione
eccitatoria va a eccitare gli Alfa che innervano gli antagonisti. Quando un carico di peso è eccessivo
il riflesso del Golgi scatta, il muscolo si rilassa e il braccio si estende bruscamente mentre in
parallelo gli antagonisti si contraggono aiutando l’estensione del braccio. I propriocettori tendinei
del Golgi misurano la tensione, sono meccanorecettori a soglia alta quindi per eccitarli ci deve
essere una tensione cospicua, quando però si eccitano fanno rilassare il muscolo interrompendo la
tensione.
• Nella muscolatura distale il ruolo del riflesso è quello di controllare con finezza la forza esercitata.
L’interneurone 1b controlla sempre in maniera inibitoria i motoneuroni Alfa che innervano i
muscoli delle dita ma viene utilizzato per graduare la forza muscolare esercitata nel momento in
cui essa raggiunge il livello prefissato. Quando si vuole fare una presa a forza controllata ma
l’oggetto ci sta scivolando i neuroni sensoriali mandano l’informazione, questo con la
temporizzazione dell’arrivo dei singoli PdA, e i propriocettori tendinei del Golgi regolano la stretta
che si deve esercitare sull’oggetto, lavorando in sinergia con i propriocettori tattili che misurano il
momento in qui smette di scivolare avvertendo che non c’è più bisogno di aumentare la forza. È un
circuito che sviluppa lentamente, infatti i bambini all’inizio non sanno fare la presa fine perché non
sanno graduare la forza. Il riflesso con la muscolatura distale non ha un ruolo protettivo.

Il riflesso di retrazione
Il riflesso di retrazione è un riflesso protettivo, ci consente di ritrarre l’arto da una potenziale minaccia. È
polisinaptico, la branca afferente sono i nocicettori cutanei, che rilevano il dolore eccessivo che li attiva. I
PdA viaggiano lungo gli assoni e arrivano al midollo. Nel midollo attraverso interneuroni eccitatori attivano i
motoneuroni Alfa dei muscoli flessori, quindi si ritrae il braccio, e attraverso interneuroni inibitori vanno a
inibire i motoneuroni Alfa dei muscoli estensori.
Attraverso degli interneuroni detti commisurali, ovvero che proiettano all’altra metà del midollo spinare,
possono influenzare l’altro arto, cosa molto importante per gli arti inferiori: il riflesso include la retrazione
dell’arto offeso e la contemporanea stabilizzazione della postura dell’altro arto. Questa informazione va
anche verso il cervello perché poi percepiamo coscientemente la percezione del dolore. È la via
anterolaterale: il nocicettore fa sinapsi su un neurone del midollo che proietta immediatamente, crocia e
poi ascende lungo le vie anterolaterali. Il riflesso è protettivo, la branca afferente sono i nocicettori e la
branca efferente sono i motoneuroni Alfa dei flessori, che ci fanno retrarre l’arto dalla potenziale sorgente
di danno, e gli Alfa degli estensori, ce si inibiscono in modo tale da favorire la flessione dell’arto.

Le funzioni motorie
I riflessi sono il primo livello di controllo, la loro funzione è modulata dalle vie discendenti che provengono
dagli altri livelli di controllo, il tronco dell’encefalo, la corteccia ed eventualmente il cervelletto, questo per
integrare i riflessi in una funzione motoria, quindi per coordinarli. Le principali funzioni motorie sono la
postura, la locomozione e il movimento volontario, ed ogni funzione motoria ha dei riflessi reclutati nel suo
programma.

La postura
Con la postura o il tono posturale intendiamo la posizione desiderata, quindi impostata dal soggetto, che il
corpo mantiene, sia a riposo sia durante il movimento, contro la forza di gravità, a fronte anche di
destabilizzazioni dovute ad altri pesi che fanno spostare il baricentro. È un processo attivo fatto da specifici
circuiti, ma è anche automatico. L’impostazione del tono posturale, quindi la lunghezza desiderata dei
muscoli, va a carico del riflesso da stiramento.
Abbiamo diverse vie di controllo per mantenere il tono muscolare che utilizzano tre tipi di ingressi:
• l'ingresso propriocettivo
• l'ingresso visivo, il sistema visivo mi dice che devo caricare più forza sui muscoli antigravitari in
presenza di ostacoli o cambiamenti del percorso
• gli ingressi vestibolari, i recettori vestibolari sono cellule ciliate sensibili all'assetto del corpo
rispetto alla gravità.
Vie di cruciale importanza per il controllo del tono posturale sono le vie mediali dal tronco dell’encefalo.
Esse partono dalle strutture del tronco dell'encefalo che sono poste medialmente. Il sistema ventromediale
è composto da quattro vie, che hanno origine in aree diverse del tronco dell’encefalo e contribuiscono
principalmente al controllo posturale e ad alcuni movimenti riflessi. I neuroni di origine di queste 4 vie
ricevono informazioni sensoriali circa la posizione del corpo, l’equilibrio e l’ambiente visivo (propriocettori,
sistema vestibolare, sistema visivo):
• il tratto vestibolospinale prende origine dai nuclei vestibolari che ricevono informazione
dall’orecchio interno. Questa via, controllata dal cervelletto, controlla il mantenimento della
postura utilizzando le informazioni del sistema vestibolare. dando origine a via discendenti che
sono dirette principalmente ai motoneuroni assiali e prossimali per il mantenimento della postura
• Il tratto tettospinale ha origine dal collicolo superiore (tetto) nel mesencefalo. Il collicolo superiore
riceve informazione visiva dalla retina ma anche informazione uditiva e somatosensoriale.
Attraverso la rappresentazione multisensoriale dell’ambiente formata dal collicolo superiore, la via
tettospinale contribuisce all’orientamento, specialmente quello visivo, e al controllo del tono dei
muscoli del collo.
• I tratti pontinospinale e bulbospinale costituiscono la via reticolospinale che ha origine dai nuclei
della formazione reticolare del tronco dell’encefalo, ed in particolare dalla formazione reticolare
pontina e bulbare. La formazione reticolare riceve ingressi molteplici, tra cui visivi e
somatosensoriali, e si estende per l’intera lunghezza del tronco dell’encefalo. I tratti pontino e
bulbo-spinale controllano entrambi la postura: il tratto pontino, sotto il controllo del cervelletto,
potenzia i riflessi spinali antigravitari, mentre il tratto bulbo-spinale, sotto il controllo della
corteccia motoria, ha l’effetto opposto, rilasciando la tensione dei muscoli coinvolti in questi
riflessi.
Il tratto tettospinale è principalmente coinvolto con l'assetto posturale del collo e della testa, mentre la
formazione reticolare mediale e i nuclei vestibolari con l'assetto globale. Inoltre le via reticolospinale e
vestibolospinale sono importanti per la postura e l’equilibrio, mentre la via tettospinale è importante per la
coordinazione dei movimenti degli occhi e del capo.
Recluto il riflesso da stiramento dei muscoli appropriati per mantenere in maniera automatica un assetto
muscolare che ho preimpostato, quindi mando i comandi ai motoneuroni Gamma dei muscoli antigravitari
della schiena e del collo e poi faccio si che il riflesso da stiramento me lo mantenga. Il comando viene
mandato dalle vie mediali del tronco dell'encefalo, utilizzo informazioni propriocettive, visive e vestibolari
per comandare, attraverso le vie del tronco dell'encefalo, l'assetto del riflesso da stiramento.

Recluto il riflesso da stiramento dei muscoli appropriati per mantenere in maniera automatica un assetto
muscolare che ho preimpostato, quindi mando i comandi ai motoneuroni Gamma dei muscoli antigravitari
della schiena e del collo e poi faccio si che il riflesso da stiramento me lo mantenga. Il comando viene
mandato dalle vie mediali del tronco dell'encefalo, quindi se mi sposto un po' me lo dicono i neuroni
vestibolari, i propriocettori e il sistema visivo. Utilizzo informazioni propriocettive, visive e vestibolari per
comandare, attraverso le vie del tronco dell'encefalo, l'assetto del riflesso da stiramento.

La locomozione
La locomozione è un comportamento volontario, però come anche la postura una volta avviato lo
mantengo automaticamente. È usata per lo spostamento e ha la caratteristica di avere un inizio e una fine
volontari, ma il mantenere la ritmicità dell’attività è un processo automatico, questo attraverso i riflessi
spinali.
Il circuito può sembrare complicato: ci deve essere un comando volontario, quindi dalla corteccia motoria,
ma il mantenimento della locomozione è a carico di una struttura mesencefalica che si chiama regione
locomotrice mesencefalica. La corteccia motoria la attiva ed attraverso la sua attività mantiene attivi i
circuiti del midollo spinale che assicurano l'attività ritmica. Il circuito ritmico quindi è nel midollo spinale ma
per essere attivato ha bisogno di un comando che viene dalla regione mesencefaliche. Una volta attivo
mantiene la ritmicità contemporaneamente monitorando la situazione in maniera leggera.
Il mesencefalo risponde alla corteccia, quindi al comando volontario, e attiva il midollo spinale,
contemporaneamente tengo sotto controllo l’equilibrio attraverso il riflesso del cervelletto e tengo sotto
controllo l'ambiente circostante attraverso l'ingresso visivo, che viene ovviamente dalla corteccia visiva,
essa infatti proietta a strutture sottocorticali (anche al cervelletto) che tengono sotto controllo la
locomozione, quindi recluto circuiti spinali riflessi, ovvero quelle ritmici presenti nel midollo spinale.

Il movimento volontario
Il movimento volontario richiede assolutamente la funzione della corteccia motoria e quindi delle proiezioni
dalla corteccia motoria al midollo spinale, che si chiamano vie cortico-spinali.
Per avviare il movimento volontario serve un piano, ovvero uno scopo, quindi devo selezionare tra i piani
motori che ho appreso quello che ritengo più efficace per raggiungere lo scopo desiderato. Però se stiamo
cercando di apprendere un movimento complicato il piano motorio è ovviamente più complesso da
mettere in atto. Quindi, il piano motorio corrisponde alla soluzione di un problema motorio per raggiungere
un determinato scopo, questo fa si che io debba elaborare internamente il movimento prima di metterlo in
atto. Posso farlo anche con muscoli diversi, quindi cambiando il piano motorio, e lo metto in atto
automaticamente perché lo scopo è lo stesso, tutto quello che conta è elaborazione dello scopo.
Quando faccio il movimento posso destabilizzare la postura: se devo prendere un oggetto mando un
comando alla muscolatura distale per compiere il movimento, ma mando anche un comando al sistema
posturale, quindi alla muscolatura assiale, per aggiustare la postura in modo da mantenere l'equilibrio al
fronte del movimento da attuare. Questo si chiama controllo anticipatorio, e normalmente lo attuiamo
sempre. Però ci possono essere cambiamenti inattesi, ad esempio un oggetto che pesa più del previsto, e
questo causa un aggiustamento postumo. Tutto ciò si fa sulla base dell'esperienza.

La via corticospinale
La corteccia motoria proietta al midollo spinale con due vie:
• in via indiretta: la corteccia motoria proietta alle vie mediali del tronco dell'encefalo, e le vie
mediali del tronco dell'encefalo proiettano al midollo spinale. La via indiretta proietta alla
muscolatura assiale, quindi è responsabile del controllo del tono muscolare.
• in via diretta: cellule della corteccia motoria, che hanno quindi il corpo cellulare nella
cortecciamotoria, vanno con il loro assone fino al motoneurone spinale. Questa è la via cortico-
spinale diretta, anche detta via piramidale. La via diretta, detta anche piramidale o via laterale,
parte dalla corteccia motoria primaria e premotoria e anche dalle aree somatosensoriali, si incrocia
al livello del bulbo e proietta direttamente ai motoneuroni delle muscolatura distale. È tipica dei
primati, ovvero degli animali che con la muscolatura distale fanno un uso più raffinato, infatti è
responsabile dei movimenti fini e complessi. La via piramidale si chiama così perché dove croce nel
tronco dell'encefalo gli assoni, essendo tanti, fanno dei rigonfiamenti simili a delle piramidi, visibili
anche ad occhio nudo.
Per quanto riguarda il movimento volontario è essenziale la corteccia motoria, non solo per l'avvio e per la
fine, ma anche come guida degli assi motori. Durante l'esecuzione del movimento il controllo continuo
viene esercitato dalle vie corticospinali che si dividono in dirette o indirette.
La corteccia è suddivisibile in 6 strati e ognuno ha il suo ruolo:
• il primo, quello con meno cellule, è quello meno studiato, quindi ne sappiamo poco
• il 2 e il 3 sono gli strati di associazione cortico-corticale, i loro neuroni proiettano ad altre strutture
corticali dello stesso emisfero o anche da altri emisferi
• lo strato 4 è lo strato di ricezione dal talamo, quindi ad esempio le cortecce sensoriali hanno uno
strato 4 molto sviluppato, mentre la corteccia motoria primaria che dallo strato 4 non riceve ce
l’avrà meno sviluppato
• lo strato 5 è lo strato di proiezione a strutture sottocorticali profonde
• lo strato 6 è lo strato di proiezione al talamo
I neuroni che danno origine alla via corticospinale sono allo strato 5, hanno neuroni con un assone molto
grande e anche molto lungo, perché il loro corpo cellulare è nella corteccia motoria e possono proiettare ai
motoneuroni che si trovano a livello lombare, per questo la conduzione deve essere ben mielinizzata.
Se si danneggia la via piramidale non è che non sappiamo più muovere il braccio, perché la corteccia
motoria comunica comunque con i motoneuroni spinali, però non si potrà più avere la presa di precisione.
La via piramidale non è l'unica via di comunicazione tra la corteccia motoria e i motoneuroni spinali (c'è
anche la via polisinaptica) ma è l'unica che è in grado di guidare i movimenti fini.

Forza e direzione
Registrando l’attività dei neuroni corticospinali durante l'esecuzione di un movimento vedo che l'intensità
della loro scarica codifica per la forza da esercitare, quindi se devo esercitare una forza maggiore i neuroni
della corteccia motoria che si attivano sono sempre gli stessi, ma aumenta la loro frequenza di scarica. Con
la frequenza di scarica codificano quindi per la forza, perché si deve reclutare un numero maggiore di
motoneuroni spinali e quindi si contrarrà un numero maggiore di fibre muscolari.
Per quanto riguarda la direzione del movimento la codifica viene dal codice di popolazione, ovvero per un
movimento in una direzione non si identifica il neurone che si attiva quando faccio il movimento in una
certa direzione, ma identifico una popolazione di cellule della corteccia motoria primaria che sono
principalmente attive quando muovo il braccio in una certa direzione. C'è una raggiera di possibili direzioni
di movimento, e per ogni direzione c'è l'attività di una cellula nervosa della corteccia motoria primaria che
proietta al midollo spinale. La corteccia non codifica in una singola direzione, quindi il singolo neurone non
è molto preciso, ma dato che recluto una popolazione di neuroni, ognuno con la sua direzione
caratteristica, mettendoli insieme viene fuori il movimento preciso. Quindi, la forza la codifica un singolo
neurone nella via piramidale, mentre la direzione la codifica una popolazione di neuroni.

Organizzazione corteccia motoria primaria


La corteccia motoria primaria si trova nel lobo frontale subito davanti al solco centrale, che la separa dalla
corteccia somatosensoriale primaria. È organizzata in maniera somatotopica, questo perché la struttura che
proietta (il sistema somatosensoriale) trasferisce la sua mappa alla struttura a cui proietta (il sistema
motorio), e se la struttura che proietta ha una mappa somatotopica, anche la struttura a cui proietta ce
l’avrà. La mappa somatotopica si può ottenere stimolando le cellule e osservando il muscolo che si muove.
L'ingrandimento con cui a livello corticale viene rappresentato una zona periferica non è costante,
possiamo dire che i quattro quinti della corteccia motoria sono dedicati alla mano, al dito, alla lingua e alle
faringi: più i movimenti sono fini, più ho bisogno di cellule motorie per controllare la zona.
Come tutte le cortecce sensoriali, anche la corteccia motoria è organizzata in colonne. Nella corteccia visiva
le colonne sono gruppi di neuroni che nello spessore della corteccia codificano tutti per la stessa
orientamento dello stimolo, nella corteccia acustica sono gruppi di neuroni con la stessa frequenza
caratteristica, nella corteccia somatosensoriale rispondono tutte a recettori a lento e rapido adattamento.
La corteccia motoria (quarta area di Broadmann) è organizzata in neuroni per il tipo di movimento che
guidano.
• Al centro di questo gruppo di cellule che occupano lo spessore della corteccia motoria ci sono i
neuroni che danno origine alla via piramidale, la cui attività, evocata da una stimolazione, evoca un
movimento preciso. Potremmo chiamare l’insieme di muscoli attivati da una popolazione di
neuroni piramidali campo proiettivo, dato che non è un campo che riceve ma che proietta. Un
gruppo di neuroni della corteccia motoria che danno origine a una via piramidale avrà nel campo
proiettivo muscoli flessori dell'indice;
• Intorno a questo piccolo gruppetto di neuroni, che è il gruppo centrale, ci sono neuroni la cui
stimolazione provoca movimenti un po' più complessi, ad esempio la flessione dell'indice insieme a
movimenti del palmo della mano;
• Ancora intorno a questa zona ci sono neuroni la qui stimolazione provoca la flessione dell'indice
insieme alla contrazione di muscoli anche più prossimali.
Questa ridondanza fa sì che gli ingressi alla corteccia motoria primaria possono reclutare i neuroni per un
movimento semplice o per movimento più complesso, sempre cercando però intorno a quel gruppo
muscolare particolare. La corteccia motoria primaria è quindi il punto di arrivo di numerose vie parallele,
ciascuna delle quali analizza un aspetto specifico e locale dello stimolo.
Un movimento è composto nelle sue semplici subroutine, la corteccia codifica per gli aspetti semplici del
movimento, quindi il gruppo muscolare, la forza, la direzione. È una specifica molto locale e molto semplice.

La corteccia premotoria e la corteccia motoria supplementare


Insieme alla corteccia motoria primaria abbiamo altre aree motorie: la corteccia premotoria e la corteccia
supplementare motoria. Le aree motorie si trovano anch’esse nel lobo frontale e ed anch’esse sono
organizzate i maniera somatotopica.
La corteccia premotoria, quella che corrisponde all'area 6 di Broadmann, codifica già per frequenze
complesse. Proietta alla corteccia motoria per effettuare il movimento, ma proietta anche al midollo
spinale tramite la via piramidale per aggiustare il tono posturale. Lo fa sotto il controllo visivo ma anche
dalla memoria. La corteccia motoria supplementare rappresenta internamente il movimento, è la
percezione e la rappresentazione cosciente del movimento. Quando immaginiamo di fare un movimento la
corteccia motoria primaria non si attiva, ma si attivano la supplementare e la premotoria. La corteccia
premotoria si attiva quando eseguiamo un movimento sotto l'inizio visivo, ma non quando lo eseguiamo
recuperando il piano motorio dalla memoria, questo è a carico dell'area supplementare motoria.
La corteccia motoria primaria è quella che manda in esecuzione il movimento, quindi si deve attivare
sempre; la corteccia premotoria è quella che possiede l'istruzione che attiva la situazione sequenziale del
neurone della corteccia motoria primaria, però il piano motorio memorizzato è nella supplementare, l'unica
delle tre che è attiva quando recuperiamo il piano motorio dalla memoria.

Schema del piano motorio


• si parte dall'idea, ovvero l’idea del movimento per compiere un azione. Questo comando nasce in
circuiti della corteccia prefrontale, questo perché hanno ricevuto a loro volta un'informazione che
può essere molto semplice, oppure potrebbe essere un comando che gli arriva perché ho visto una
cosa di interesse nel campo visivo e quindi lo voglio prendere, allora alla corteccia prefrontale è
arrivato l'ingresso sensoriale;
• Questa idea viene implementata arrivando prima alle cortecce associative motorie, la
supplementare e la premotoria, che cominciano a pianificare il piano motorio. La pianificazione
viene messa in atto in collaborazione con due strutture: i nuclei della base e il cervelletto. Una volta
recuperato un piano motorio, devo reprimere gli altri;
• Adesso lo devo scomporre in comandi semplici, per questo mando il segnale ai vari neuroni della
corteccia motoria che lo manderanno ai gruppi muscolari necessari;
• I neuroni della corteccia motoria proietteranno quindi ai motoneuroni spinali, e io attivo il
movimento;
• Il movimento viene eseguito con comandi anticipatori e anche posticipatori, e verrà monitorato
tramite il cervelletto. Il movimento motorio può essere anche modificato o inibito tramite altre
idee che arrivano alla corteccia prefrontale da azioni cognitive.

I neuroni specchio
I neuroni specchio sono neuroni motori la cui esistenza è stata considerata nelle aree premotorie della
scimmia, o nelle equivalenti aree premotorie dell'uomo. Sono neuroni motori, quindi a comando del
movimento laterale, ma la loro caratteristica è quella che sono attivi non solo quando collaborano a
mettere in atto il movimento, ma anche quando il soggetto osserva lo stesso movimento eseguito da un
altro soggetto. Questo movimento deve essere però nel repertorio comportamentale dall'animale, quindi
deve essere un movimento che il soggetto già sa fare. Alcuni di questi neuroni si attivano alla vista dell'atto,
altri si attivano in risposta al rumore dell'atto, che deve essere però un suono che qualifica l'azione.
Quando si scoprirono questi neuroni si ipotizzò che essi codificassero la rappresentazione interna, quindi
siano le rappresentazioni interne del movimento. Codificano per il concetto dell'azione, ma per possedere il
concetto dell’azione devo essere in grado di metterlo in alto, quindi deve far parte del mio repertorio
comportamentale. I primi esperimenti dell'uomo sono stati tutti esperimenti di neuroimmagine.
L’utilità di avere una rappresentazione interna cognitiva grazie ai neuroni a specchio è quella di essere in
grado nell'imitazione, ma c'è anche un’ipotesi che essi siano legati allo sviluppo della teoria della mente,
ovvero la capacità di mentalizzare le convinzioni, le intenzioni e anche le emozioni del soggetto di cui
stiamo cercando di capire le intenzioni. I neuroni specchio farebbero parte di quelli che possiamo chiamare
precursori della teoria della mente.

Il cervelletto
Il cervelletto è una struttura piccola, è il 10% del volume totale del cervello, tuttavia possiede tantissimi
neuroni di piccole dimensioni, quindi impacchettati, che sono circa la metà del numero totale dei neuroni
presenti nel cervello. Ha un'architettura molto regolare: una sostanza grigia, una sostanza bianca, e nuclei
interni profondi nella sostanza bianca, il fastigio, l’interposito, e il dentato. Ha principalmente funzione
motoria, in particolare controlla la postura, l'esecuzione del movimento, ma anche l'apprendimento
motorio. Non dà inizio al movimento volontario quindi lesioni al cervelletto non producono paralisi ma
producono alterazioni del movimento
Ha tre ruoli: controllo della postura, controllo online dell’esecuzione del movimento, e apprendimento
motorio. Svolge tutti e tre questi ruoli per poter valutare che io sto eseguendo correttamente un
movimento:
• È in grado di valutare la differenza fra l’intenzione e l’azione, ovvero fra il comando motorio inviato
(riceve copia del comando inviato al midollo spinale) e l’effettivo movimento eseguito (riceve
afferenze propriocettive dal midollo spinale e afferenze visive). Il cervelletto deve possedere una
copia del comando motorio (cosa devo fare) e monitorare il movimento che sto eseguendo (cosa
sto facendo);
• E’ in grado di correggere un movimento on line (proiezioni dirette al tronco dell’encefalo ed alla
corteccia motoria, strutture che controllano direttamente i circuiti spinali). Se quello che sto
facendo non si discosta da quello che volevo fare, non interviene, mentre se quello che sto facendo
non è quello che dovevo fare, allora il cervelletto corregge on line il movimento, attraverso
proiezioni dirette al tronco dell'encefalo e alla corteccia motoria, controllano poi i circuiti spinali;
• E’ in grado di correggere un piano motorio (apprendimento motorio, proiezioni alla corteccia
motoria e premotoria) essendo le sinapsi del cervelletto modificabili con l’esperienza. Coopera a
modificare il piano motorio per perfezionarlo.
Lesioni del cervelletto non alterano le soglie sensoriali e non provocano paralisi, provocano però perdita di
accuratezza spaziale e temporale della coordinazione del movimento, compromissione dell'equilibrio, e
anche compromissione dell'apprendimento motorio, anche alcune funzioni cognitive possono essere
compromesse.

Suddivisione anatomica, filogenetica e funzionale del cervelletto


Si trova sotto il lobo occipitale, può essere suddiviso anatomicamente, in base filogenetica e in suddivisione
funzionale:
1. La suddivisione anatomica si può fare in direzione medio laterale e in direzione rostro caudale:
• direzione medio laterale:
- gli emisferi, ovvero le parti più laterali;
- il verme, la parte centrale.
• direzione rostro caudale:
- lobo anteriore;
- lobo posteriore;
- lobo flocculo nodulare, che non si vede perché il cervelletto si ripiega nella sua parte caudale,
quindi è ripiegato internamente.
2. Sulla base filogenetica (la filogenesi è il cambiamenti di una struttura tra una specie e l'altra)
abbiamo:
- la parte più antica, l’archicerebello, è il lobulo flocculo nodulare;
- la parte intermedia, il paleocerebello, che condividiamo con anche i vertebrati distanti da noi,
che il lobo anteriore;
- il neocerebello, che condividiamo con i mammiferi e i primati, che il lobo posteriore.
3. Su base funzionale:
- il vestibolocerebello, che corrisponde all’archicerebellum quindi il lobo flocculo nodulare, ha
una funzione di controllo della postura e il mantenimento dell'equilibrio utilizzando l'ingresso
vestibolare e controllare i movimenti oculari, sempre utilizzando l'ingresso vestibolare;
- la spinocerebello, che comprende il verme e le regioni mediali di entrambi gli emisferi, regola il
tono muscolare durante l'esecuzione di un movimento e controlla l'esecuzione dei movimenti
fini volontari;
- il cerebrocelebello o pontocerebello, che comprende le regioni laterali degli emisferi,
corrisponde alla parte del cervelletto che si occupano del controllo e dell'esecuzione r della
pianificazione, quindi collabora alla creazione di un piano motorio, all’apprendimento motorio
ed è il magazzino di alcune memorie.
Il lobo flocculo nodulare, che è il vestibolocerebello, riceve informazioni dai nuclei vestibolari, quindi
direttamente dal nervo acustico, che proietta ai nuclei vestibolari che proiettano ai sistemi mediali del
tronco dell'encefalo per il controllo della postura.
Lo spinocerebello riceve dal labirinto vestibolare e dal sistema somatosensoriale, proietta tramite il nucleo
del fastigio e dell’interposito ai sistemi mediali del tronco dell'encefalo e completerà l'esecuzione del
movimento e la gestazione posturale sulla base di ingressi sensoriali.
Infine il cerebrocelebellum riceve afferenze da zone corticali tramite il nucleo dentato, proietta alla
corteccia motoria e premotoria tramite il talamo per la codifica del piano motorio e per l'apprendimento
motorio. Ogni zona ha i suoi ingressi e le sue uscite.

Neuroni del cervelletto


Il cervelletto ha neuroni molto peculiari:
• cellule del Purkinje: cellule dotate di un albero dendritico molto esteso e ramificato, ma oltre a
questo hanno la peculiarità di essere bidimensionali, come un ventaglio. Le cellule del Purkinje sono
i neuroni di proiezione della corteccia cerebellare, ovvero la sostanza grigia del cervelletto, e il loro
corpo cellulare è nello strato più esterno della corteccia cerebellare. Di solito le cellule che fanno
ritrasmissione sono tutte eccitatorie, mentre le cellule del Purkinje sono inibitorie ovvero
gabaergiche. Sono un'eccezione alla regola dato che i neuroni di proiezione di solito sono piramidali
eccitatori, mentre nel cervelletto e nei nuclei della base sono inibitorie. Proiettano ai nuclei
profondi del cervelletto;
• cellule a canestro; le cellule del Golgi: sono degli inibitori locali, che con la loro attività modulano
l'attività delle cellule del purkinje;
• cellule dei grani: sono molto piccole quindi vengono impacchettate.
Vie di proiezione al cervelletto
L'informazione arriva al cervelletto attraverso due via afferenti: la via delle fibre muscoidi e la via delle fibre
rampicanti:
1. La via delle fibre muscoidi termina sulle cellule neurali che proiettano alle cellule del Purkinje
2. La via delle fibre rampicanti raggiungere direttamente le cellule del Purkinje. Le fibre rampicanti
sono quelle che segnalano un errore durante il movimento.
L'informazione che arriva al cervelletto è vestibolare, visiva, propriocettiva e uditiva, quindi in generale
sensoriale. I nuclei profondi del cervelletto proiettano alle vie mediali del tronco dell'encefalo (i nuclei
vestibolari fanno parte delle vie del tronco dell'encefalo) e tramite il talamo, alla corteccia, ma non
proiettano al midollo spinale. Il controllo che il cervelletto esercita ai motoneuroni spinali non è una
proiezione diretta, ma è tramite delle vie di controllo o tramite il tronco dell’encefalo o tramite la corteccia
motoria. L’informazione entra tramite le fibre muscoidi, viene elaborata ed esce tramite le cellule del
Purkinje. Le fibre rampicanti sono il segnale di errore.
I nuclei profondi del cervelletto sono attivi e sono eccitatori, le cellule del Purkinje li inibiscono controllando
così l'ingresso eccitatorio alle vie mediali del tronco dell’encefalo, le cellule del Purkinje del lobo flocculo
nodulare proiettano direttamente ai nuclei vestibolari che fanno parte delle vie mediali. Il cervelletto
proietta, tramite i suoi nuclei profondi, alle vie mediali del tronco dell'encefalo, che includono i nuclei
vestibolari, oppure alla corteccia motoria, così controllano i motoneuroni.
Lesioni al cervelletto o ai suoi nuclei possono causare tremore intenzionale, questo perché i muscoli si
attivano in temporizzazione sbagliata, viene alterata anche la capacità di temporeggiare quindi la capacità
di andare a tempo. Lesioni nelle parti laterali quindi del cerebrocelebello producono danni nella
temporizzazione, non solo nell’esecuzione ma anche nella percezione della durata di un intervallo
temporale, quindi è una funzione cognitiva: la capacità di lavorare sul tempo.
Il cerebrocelebello insieme i nuclei della base partecipa a compiti motori di programmazione, proiettando
stavolta alla corteccia e non alle vie mediali del tronco dell’encefalo, contribuente al piano motorio.
Le aree motorie integrano l’informazioni non solo che provengono dalle strutture preforontali ma anche dal
cervelletto e dai nuclei della base per formulare un piano motorio. Una copia del piano motorio va allo
spinocelebello che controlla l’esecuzione online, controllando ciò che sto facendo da ciò che volevo fare, ed
eventualmente correggendolo.

L'apprendimento motorio del cervelletto


La corteccia cerebellare proietta al nucleo dentato che proietta al talamo che proietta alle cortecce
motorie, ma il cerebrocelebello proietta anche a una struttura profonda del tronco dell'encefalo ovvero il
nucleo rosso, che proietta alle olive inferiori che proiettano alla corteccia cerebellare tramite le fibre
rampicanti. Le olive inferiori fanno parte del sistema motorio e sono l'origine delle fibre rampicanti che
proiettano al cervelletto. Quando l'esecuzione motoria si discosta dal piano motorio viene generato un
segnale di errore che viene portato dalle fibre rampicanti fino alla corteccia cerebellare, e qui, modificando
l'efficacia sinaptica dei circuiti del cervelletto, attraverso un fenomeno di plasticità sinaptica, si modifica il
piano motorio. Quando stiamo imparando a fare qualcosa le cellule del Purkinje monitorano ciò che stiamo
facendo confrontandolo col piano motorio: se stiamo sbagliando nell’azione l’errore viene rilevato dai
sistemi sensoriali e il cervelletto riceve un segnale di errore dalle fibre rampicanti che proiettano
direttamente alle cellule del Purkinje. Si chiamano fibre rampicanti perché il loro assone si arrampica e si
avvolge all'enorme albero dendritico delle cellule del Purkinje. Il segnale di errore fa si che questa cellula
del Purkinje, attiva mentre si compiva l’errore, non verrà più attivata dall'ingresso che viene dalle fibre
muscoidi, quindi cambia l'uscita dal cervelletto, così facendo si seleziona l'attività di quelle cellule del
Purkinje che sono attive quando il piano motorio viene perfettamente eseguito. I ruoli cognitivi del
cervelletto sono sempre di più, per esempio adesso sappiamo che il cervelletto ha un ruolo anche
nell'apprendimento di compiti di associazione di parole, perché il ritmo fa parte dell'apprendimento del
linguaggio, inoltre partecipa alla prosodia.

I nuclei della base


I nuclei della base sono strutture all'interno del cervello, fanno parte del telencefalo. Hanno un ruolo
motorio ma anche di memoria e dell'apprendimento implicito. Non hanno accesso diretto al midollo
spinale, come il cervelletto, proiettano al talamo e alla corteccia, con minime proiezione al tronco
dell'encefalo. A differenza del cervelletto che riceve informazioni dal midollo spinale, i nuclei della base
ricevano ingresso quasi esclusivamente dalla corteccia celebrale, e la loro uscita attraverso il talamo è
diretta di nuovo alla corteccia celebrale.
Disturbi ai nuclei della base danno disturbi motori, come la malattia del Parkinson, provocano tremore di
riposo, movimenti involontari, scarsità di movimento e deficit cognitivi, perché i nuclei della base hanno un
ruolo nella memoria implicita.
Sono cinque strutture sottocorticali: globus pallidus, il nucleo caudato, il putamen, la sostanza nera e il
nucleo subtalamico. Molto spesso il putamen e il nucleo caudato vengono raggruppati insieme e vengono
chiamati corpo striato, quindi diventano quattro strutture.
Di questi cinque nuclei uno è il principale ingresso, un altro la principale uscita, e poi sono raggruppati in
circuiti: la corteccia proietta ai nuclei della base, più precisamente al corpo striato, quindi al nucleo caudato
e al putamen. I nuclei della base proiettano al talamo, e queste proiezioni partono dal globus pallidus (parte
interna) e poi dal talamo ritornano alla corteccia. L'informazione entra nei circuiti interni che la elaborano
per poi uscire dal globus pallidus. I circuiti dei nuclei della base sono:
• Il corpo striato proietta al globus pallidus (sia parte esterna che interna)
• Il nucleo subtalamico proietta al globus pallidus
• La sostanza nera proietta al corpo striato
Ci sono dei circuiti principali
• putamen che proietta al globus pallidus (parte interna) che proietta al talamo che proietta alla
corteccia. Questa è la via diretta, l’informazione entra, viene elaborata, viene passata al nucleo
d'uscita che la manda in uscita
• corpo striato che proietta al globus pallidus (parte esterna) che proietta al nucleo subtalamico che
proietta al globus pallidus (parte interna) e poi viene fatta uscire. Questa è la via indiretta:
• corpo striato che proietta alla sostanza nera che riproietta al corpo striato.

La funzione dei nuclei della base


La funzione dei nuclei della base è quella di focalizzare l'attività della corteccia motoria che manda in
esecuzione il piano motorio verso uno specifico piano motorio: quando seleziono un piano motorio metto
in atto quello, lo focalizzo, e gli altri li reprimo, quindi focalizza l'attività verso i neuroni che definiscono il
piano motorio. I nuclei della base svolgono questo ruolo bilanciando l'attività della via diretta e quella della
via indiretta. La via diretta è quella che chiama il piano che metterà in esecuzione, la via indiretta è quella
che inibirà gli altri piani motori.
Attività della via diretta:
• la corteccia celebrale proietta al corpo striato e attiva i suoi neuroni, questa è una proiezione
eccitatoria;
• i neuroni del corpo striato sono inibitori (come per il cervelletto, i neuroni di proiezione dei nuclei
della base sono inibitori), essendo stata una proiezione eccitatoria aumentano la loro attività;
• i neuroni del corpo striato andranno ad inibire maggiormente il loro bersaglio, ovvero i neuroni del
globus pallidus (parte interna) i quali ridurranno la loro attività;
• i neuroni del globus pallidus proiettano al talamo e avendo ridotto la loro attività (anche loro sono
inibitori) il talamo sarà meno inibito, quindi aumenterà la sua attività;
• il talamo proietta alla corteccia, e avendo aumentato la sua attività farà arrivare alla corteccia
motoria un'attività maggiore.
Attività della via indiretta:
• la corteccia cerebrale attiva i neuroni del corpo striato, i quali sono sempre inibitori:
• i neuroni del corpo striato attivati inibiscono di più i neuroni del globus pallidus (parte esterna), i
quali saranno più inibiti;
• i neuroni del globus pallidus inibiranno di meno i neuroni del nucleo subtalamico, che sono
eccitatori, quindi verranno eccitati di più;
• i neuroni del nucleo subtalamico ecciteranno di più i neuroni del Globus pallidus (parte interna);
• i neuroni del globus pallidus, che sono inibitori, essendo più eccitati inibiranno di più il talamo;
• il talamo, essendo più inibito, ecciterà di meno la corteccia.
Questa è la repressione dei piani motori, ovvero quelli che non devono essere messi in atto.
Il primo ruolo dei nuclei della base è quello di partecipare alla scelta e alla messa in atto del piano motorio,
questo viene fatto bilanciando l'attività della via diretta, che determina un ritorno eccitatorio alla corteccia
motoria, e della via indiretta, che quella che passa dal nucleo subtalamico e che al contrario determina un
ritorno inibitorio.

Il sistema dopaminergico e i nuclei della base


Si sono due tipi di recettori per il neuromodulatore dopamina e si chiamano D1 e D2. Attraverso recettori
D1 la dopamina esercita azioni eccitatorie, attraverso il D2 la dopamina esercita azioni inibitorie. La
dopamina facilita l'attività della via diretta e inibisce l'attività della via indiretta, infatti il sistema
dopaminergico è il sistema che viene colpito dalla malattia di Parkinson, nella quale muoiono le cellule
dopaminergiche che sono nella sostanza nera. La sostanza nera si trova nel tronco dell'encefalo, proietta al
corpo striato, e i suoi neuroni sono tutti dopaminergici. Esiste una cura sintomatica per il Parkinson: viene
fornito il precursore della dopamina, con l'idea che i neuroni dopaminergici sopravvissuti lo utilizzeranno
per produrre dopamina, aumentando quindi la loro funzione, ma non è una cura definitiva perché le cellule
continueranno a morire.
Con il Parkinson nella via diretta manca l'azione facilitatrice della dopamina, quindi funzionerà meno bene,
inoltre manca l'azione inibitoria della dopamina sulla via indiretta, quindi la via indiretta funzionerà meglio.
In questo modo mi ritrovo il bilancio completamente alterato, la selezione del piano motorio sarà difficile e
l'esecuzione del movimento sarà lenta, si includeranno pezzi dei piani motori che non sono stati
sufficientemente inibiti. I pazienti dicono di sentirsi legati, quindi hanno più difficoltà ad eseguire un
movimento. Questa è la rigidità muscolare, che provoca la difficoltà a mettere in atto un movimento. Il
tremore ritmico dipende dal fatto che i neuroni talamici possiedono i canali calcio a bassa soglia che
quando vengono attivati conferiscono l'attività ritmica alle cellule che li contengono, e l'attivazione era a
causa di una forte inibizione. Se la via diretta è poco facilitata e la via indiretta è molto facilitata al talamo
arriva un’inibizione eccessiva, quindi parte il tremore perché le cellule talamiche iniziano ad attivare un
comportamento di scarica ritmico.

La plasticità sinaptica
La plasticità sinaptica determina la flessibilità del comportamento. I circuiti neurali sono flessibili e possono
cambiare in risposta all’esperienze, sia quando apprendiamo un'attività motoria sia quando apprendiamo
nozioni. Il successo dell'apprendimento, quindi la formazione di robuste tracce di memoria, è legato al fatto
che sono cambiati circuiti celebrali specifici in risposta alle esperienze. La modificabilità dei circuiti nervosi
non è solo legata all'effetto dell'esperienza per l'apprendimento, ma è anche legata all'effetto
dell'esperienza sulle capacità e sulle caratteristiche dei singoli individui, quindi a fattori genetici e alle
esperienze individuali. Se quello che noi percepiamo del mondo esterno dipende dalla costruzione del
nostro cervello, allora dipende da come funziona il nostro cervello, quindi da come si sono formate durante
lo sviluppo e da come si sono modificate le nostre sinapsi nervose.
La modifica di un circuito nervoso in risposta all'esperienza è la proprietà che definiamo plasticità, che
include anche il mantenimento della modifica. Per plasticità neurale si intende la capacità dei circuiti
nervosi di modificarsi in risposta all'esperienza e questa capacità è presente in tutte il sistema nervoso
centrale ed è particolarmente evidente a livello dei circuiti della corteccia celebrale. Senza la plasticità
neurale noi saremmo una specie condannata, avremmo un comportamento stereotipato e non avremmo
capacità di memoria. La plasticità neurale è molto forte durante lo sviluppo, tuttavia rimane per tutta la
vita. Studiare la plasticità sinaptica è utile in quanto tramite questi studi si possono correggere deficit dei
circuiti nervosi oppure potenziare le abilità di apprendimento e di memoria
In un circuito nervoso quando l'esperienza lo modifica avviene un cambiamento nella efficacia dei contatti
sinaptici, in risposta ai cambiamenti dell'attività elettrica che l'esperienza determina, quindi l'esperienza si
traduce nel tipo di cambiamento dell'attività elettrica.
Questa non è tutta la plasticità neurale, c'è un altro esempio di plasticità neurale che non coinvolge la
modifica dei contatti sinaptici ma coinvolge la generazione di nuove cellule nervose e si chiama
neurogenesi, però avviene solo nell'adulto e solo nelle strutture del bulbo olfattivo e nell’ippocampo.

Il meccanismo Hebbiano
Non tutte le esperienze inducono fenomeni di plasticità, quindi non tutti i cambiamenti di attività elettrica
in un circuito inducono plasticità. Esiste un meccanismo, chiamato meccanismo Hebbiano di plasticità, che
consiste nel rafforzamento delle sinapsi più efficaci.
Una sinapsi è efficace quando il neurone che trasmette, ovvero l’elemento presinaptico, attiva con
successo, quindi ripetutamente, il neurone bersaglio, ovvero l’elemento postsinaptico
Una sinapsi non è efficace quando il presinaptico attiva raramente l'elemento postsinaptico. Questo
meccanismo è una regola che rafforza le sinapsi più efficaci ed è stata proposta quasi un secolo fa da Hebb,
il quale ipotizzo che se il neurone presinaptico attiva ripetutamente e con successo il suo bersaglio
postsinaptico la connessione sinaptica tra A e B si rafforza, viceversa se A fallisce ripetutamente
nell'attivare B la connessione sinaptica si indebolisce.
Tutto questo si traduce nel fatto che se il presinaptico è attivo e il post sinaptico gli risponde attivamente
saranno attivi insieme, se invece il postsinaptico non risponde al presinaptico, il preservativo sarà attivo ma
il postsinaptico no, ma si potrebbe anche verificare che il postsinaptico avrà altri ingressi presinaptici a cui
risponde, quindi lui è attivo mentre il presinaptico no.
Un esempio è dato durante lo sviluppo nella corteccia visiva: un neurone dello strato 2 riceve ingressi dalle
cellule monoculari dello strato 4. All'inizio dello sviluppo riceve ingressi sia dalle cellule guidate dall'occhio
destro che delle cellule guidate dall'occhio sinistro, ma col procedere dello sviluppo succede che l'attività
dei neurone piramidale, data la simmetria del numero di contatti sinaptici guidati dall'occhio destro
rispetto a quelli guidati dall'occhio sinistro, è più probabile che il neurone postsinaptico risponda
all'ingresso dell'occhio destro, che ha un insieme di contatti più forti, rispetto a quello che accade
nell'occhio sinistro. Dato che i due occhi sono distanti, quando noi rimuoviamo l'attività delle cellule
guidate dall'occhio destro potrebbe essere leggermente diversa da quella delle cellule guidate nell'occhio
sinistro, quindi potrebbe succedere che col passare del tempo i contatti già deboli si indeboliscono
ulteriormente e contatti più forte si rafforzano ulteriormente, finché alla fine del processo di sviluppo
questa cellula è diventata monoculare.
Un altro esempio è dato dai campi recettivi delle cellule gangliari: due cellule, che hanno campi recettivi in
posizioni diverse, proiettano alla stessa cellula, che avrà quindi come campo recettivo la somma dei loro
campi recettivi. All'inizio dello sviluppo la cellula ha un campo recettivo grande, essendo la somma dei due
ingressi, ma alla fine avrà un campo recettivo più piccolo perché ha perso gli ingressi deboli che ricevevano
informazioni su un altro punto del campo visivo. Questi processi avvengono durante lo sviluppo,
correggiamo le dimensioni dei campi recettivi delle cellule visive con un parametro molto robusto ovvero la
risoluzione spaziale: più i campi recettivi sono piccoli, più la risoluzione spaziale sarà elevata. Questo
processo di selezione farà sì che i campi recettivi diventino sempre più piccoli e l'acuità visiva matura.

Il cambiamento neurale nel condizionamento


L'amigdala è una struttura celebrale cruciale per la manifestazione delle risposte di paura, sia innata sia
appresa quindi proprie del singolo individuo. Se si presenta uno stimolo che innesca una paura innata, ad
esempio un rumore molto forte, il soggetto mostrerà una risposta di paura comportamentalmente
evidente e l'amigdala si attiverà; se presento invece un suono, quindi sempre uno stimolo uditivo però di
intensità moderata, il soggetto non avrà nessuna risposta emozionale, quindi l'amigdala non si attiva. Però,
se faccio un procedimento di condizionamento classico cioè appaio lo stimolo sensoriale neutro, che sarà lo
stimolo condizionato, ad uno stimolo che induce una risposta di paura, che sarà lo stimolo incondizionato, e
se lo faccio più volte, quello che noto è che quando presento lo stimolo neutro il soggetto mostrerà una
risposta di paura, e vedo che quindi l'amigdala si attiva. Il cambiamento comportamentale è correlato e
sostenuto dal cambiamento neurale, il soggetto mostra paura allo stimolo inizialmente neutro perché è
cambiata la risposta dell'amigdala. La risposta di paura che rimarrà per mesi, come per mesi rimane la
risposta dell'amigdala. Questo è un esempio di plasticità neurale: se presento uno stimolo che induce una
risposta innata di paura il neurone dell'amigdala si attiva e il soggetto mostra una risposta di paura, se poi
presento lo stimolo neutro che non attiva sufficientemente i neuroni dell'amigdala il soggetto non mostra
nessuna reazione emozionale. Adesso presentando insieme lo stimolo neutro e lo stimolo incondizionato, il
quale attiva fortemente il neurone dell'amigdala. Dal punto di vista della sinapsi il neurone uditivo amigdala
sta avendo uno straordinario successo, essendo sia lui sia il suo bersaglio postsinaptico attivi, perché è stato
attivato dallo stimolo incondizionato. La regola di Hebb è verificata: si rafforza la connessione fra i neuroni
uditivi che trasmettono informazioni sullo stimolo neutro e il neurone dell'amigdala, così tanto che se
adesso presento solo lo stimolo neutro attraverso queste connessione rinforzate esso attiva il neurone
dell'amigdala e il soggetto mostrerà una risposta di paura. Quello che conta è la simultaneità dell'arrivo dei
neuroni dell'amigdala dai segnali evocati dallo stimolo neutro e dai segnali evocati dallo stimolo
incondizionato, quest'ultimo attiva i neuroni dell'amigdala che si troveranno ad essere coincidentemente
attivi insieme ai neuroni uditivi che trasmettono informazioni dello stimolo neutro. Applicando la regola di
Hebb questa sinapsi si rinforza, e da questo momento in poi lo stimolo neutro non sarà più neutro ma
evocherà una risposta di paura, abbiamo avuto quindi un potenziamento dell'efficacia sinaptica delle
sinapsi. La simultaneità della presentazione dello stimolo incondizionato e dello stimolo condizionato
tramite fenomeni di plasticità Hebbiana ha causato un cambiamento in un circuito specifico nell'amigdala,
in particolare nel circuito ingresso uditivo e amigdala, e questo è il motivo per cui lo stimolo condizionato
ora diventa emozionalmente carico. Questo cambiamento rimane per molti mesi e giustifica il fatto che
anche la risposta di paura al suono rimarrà per molti mesi.
Fenomeni analoghi di plasticità sinaptica hanno luogo in altre strutture: quando per esempio apprendiamo
altre informazioni avvengono dell'ippocampo; quando forniamo una mappa spaziale avvengono nel
cervelletto. Ogni volta che apprendiamo o ricordiamo qualcosa questo avviene perché in una struttura che
è cruciale per quel tipo di apprendimento di memoria è avvenuto un episodio di plasticità sinaptica.
La plasticità sinaptica sembrerebbe la base dei fenomeni di apprendimento e memoria ed è sempre la
stessa in tutte le strutture celebrali, quindi obbedisce alle stesse regole, ad esempio la regola di Hebb
quindi i cambiamenti che avvengono a livello delle sinapsi. I fenomeni di plasticità sinaptica che ci
consentono di apprendere due cose completamente diverse, come imparare ad andare in bicicletta o
imparare a memoria una poesia, sono gli stessi, cambia però dove avvengono, infatti quando impariamo ad
andare in bicicletta avverranno nel sistema motorio, mentre quando si impara a memoria una poesia
avvengono nell'ippocampo.

Le false memorie
Esperimento che ci fa vedere come le sinapsi obbediscono talmente tanto alla regola di Hebb che le posso
sfruttare per creare false memorie:
Giorno 1. Un topolino viene messo in un ambiente nuovo che chiameremo contesto A. In questo ambiente
lui inizia un processo di esplorazione che attiverà le cellule dell'ippocampo. Questo animale formerà una
mappa spaziale dell'ambiente. Le cellule dell'ippocampo, con la loro attività, codificano per il contesto.
Giorno 2. L'animale viene messo in un altro ambiente, il contesto B, e qui avviene un episodio spiacevole:
l'animale formerà un'associazione fra la mappa spaziale del contesto B e l'ingresso doloroso legato allo
stimolo spiacevole e formerà una memoria di paura condizionata non allo stimolo ma al contesto. Se a
distanza di tempo lo mettete di nuovo nel contesto B senza eventi spiacevoli correnti l'animale dimostrerà
tutti i segni della paura: questa è una normale memoria di paura non allo stimolo ma al contesto, se in un
ambiente è avvenuto un episodio negativo quando ritorna in quella ambiente l’animale ha una reazione di
ansia e di paura, ho associato l'ambiente all'elemento negativo. Questo è un condizionamento classico,
quindi la vera memoria.
Mentre l'animale è nel contesto B ed è presente lo stimolo incondizionato, con un trucco neurobiologico
vengono riattivate le cellule che codificano per il contesto A e che quindi si trovano ad essere attive mentre
è presente lo stimolo incondizionato.
Rimettendo l'animale nel contesto A, dove non gli era successo niente di spiacevole, l'animale mostrerà
segni di paura, questo perché le cellule dell'ippocampo che codificano per il contesto erano attive mentre
era presente lo stimolo negativo. La regola di Hebb è stata rispettata anche per queste cellule, il contesto è
diventato aggressivo. Questa è una falsa memoria perché nel contesto A non è accaduto mai niente di
spiacevole al soggetto. Se l'animale viene messo in un contesto mai esplorato, o se esplorato mai attivato
durante un evento negativo, l'animale non mostra nessuna risposta di paura.
La falsa memoria è stata costruita sperimentalmente sfruttando i meccanismi che regolano la plasticità
sinaptica, in particolare sfruttando la regola di Hebb. Circuiti nervosi obbediscono a regole, ad esempio la
regola di Hebb, che lavorano sia durante lo sviluppo che nell'adulto

Il potenziamento a lungo termine


Per potenziamento a lungo termine si intende un aumento duraturo nel tempo dell'efficacia di una
connessione sinaptica. Si svolge nell'ippocampo: registrate l'attività di un neurone postsinaptico mentre
state controllando l'attività del neurone presinaptico, quindi stimolando il presinaptico. Determiniamo le
attività del presinaptico si nota che se stimolato con una certa intensità costante il postsinaptico vi risponde
con una risposta di ampiezza costante, quindi possiamo costruire una linea base in un grafico dove in
ascissa c'è il tempo e in ordinata c'è una misura dell'efficacia sinaptica.
• Si parte da una situazione di controllo: registrando l'attività del postsinaptico vediamo che se la
stimolazione del presinaptico ha un ampiezza costante, anche la risposta nel postsinaptico avrà
un’ampiezza costante. Stimolazione presinaptica 1, risposta postsinaptica 1
• Se si stimola fortemente il presinaptico, quindi si cambia l'attività nel circuito, il postsinaptico
risponderà maggiormente. Stimolazione presinaptica 2, risposta postsinaptica 2
• Poi, di nuovo si stimola fortemente il presinaptico e di nuovo il postsinaptico risponderà
maggiormente. Si fa per quattro volte. Stimolazione presinaptica 4, risposta postsinaptica 4
• Seguendo nel tempo la risposta postsinaptica, tornando però a stimolare il presinaptico con
l'intensità che prima dava la prima risposta postsinaptica, la risposta post sinaptica è rimasta
maggiore. Stimolazione presinaptica 1, risposta postsinaptica 4
Mentre prima una stimolazione presinaptica di ampiezza X dava una risposta postsinaptica base, dopo che
si è fatto cambiare l'attività nel circuito stimolando fortemente per quattro volte l'elemento presinaptico,
se si torna a stimolare con l'ampiezza X che prima dava la risposta base, adesso ci dà un'altra risposta
maggiore. Abbiamo aumentato cospicuamente l'efficacia di questa trasmissione sinaptica, e questo effetto
dura anche per giorni, quindi è un potenziamento duraturo dell'efficacia sinaptica. Questo è un esempio di
plasticità sinaptica misurata su una singola sinapsi: facendo cambiare in maniera robusta anche per un
breve tempo l'attività presinaptica in modo da attivare fortemente l'elemento postsinaptico. La regola di
Hebb lavora e la sinapsi viene rinforzata finché non succederà qualcosa che smonta gli effetti del
potenziamento.
Se invece stimolo fortemente una sola volta ottengo un potenziamento non solo di minore ampiezza, ma
anche di minor durata, quindi io posso avere potenziamenti dell’efficacia sinaptica di breve durata o di
lunga durata, ma questi a lungo termine sono modifiche del potenziamento dell'efficacia sinaptica che
durano giorni. Questi fenomeni sono presenti sia in vitro, quindi in un circuito semplificato, sia in vivo
quindi nell'ippocampo.

Proprietà del potenziamento a lungo termine


1. Specificità; il potenziamento è specifico per la via attivata: se il neurone dell'ippocampo riceve un
ingresso visivo e un ingresso uditivo e io faccio aumentare l'attività solo nell'ingresso visivo e quello
di tipo uditivo è inattivo, mi si potenzierà solo la connessione sinaptica dell'ingresso visivo, quindi il
potenziamento è specifico per la via attivata. Le vie che non erano attive in coincidenza con
l'aumento dell'attività presinaptica e postsinaptica non vengono potenziate. La specificità ci dice
solo i neuroni presinaptici attivi mentre attivo il post sinaptico si potenziano
2. Associatività; se c'è una linea debole che di per sé non attiva in modo sufficiente il bersaglio
postsinaptico da attivare con un fenomeno di potenziamento, se però questa via si trova ad essere
attiva in coincidenza temporale con una via invece fortemente attiva (caso dell'esempio di
condizionamento classico), allora questa via debole si potenzia perché era attiva mentre il bersaglio
postsinaptico era attivo. la associatività dice che se un ingresso presinaptico debole si trova ad
essere attivo simultaneamente ad uno forte si potenzia perché si trova ad essere attivo mentre è
attivo il suo bersaglio postsinaptico
3. Cooperatività; avendo diverse vie presinaptiche tutte e deboli, e nessuna riesce ad attivare a
sufficienza il bersaglio postsinaptico singolarmente, se però sono tutte attive insieme la loro attività
a livello postsinaptico si somma, quindi sono in grado di ottenere una risposta postsinaptica, e
quindi si potenziano tutte. la cooperatività dice che se un tot di ingressi presinaptico sono deboli,
ma tutti e tre sono attivi insieme, i loro potenziali postsinaptici eccitatori si sommeranno a livello
postsinaptico, quindi si attiva il neurone postsinaptico, ed avendo avuto tutte successo, tutte si
potenzieranno. Io posso avere problemi a memorizzare un'informazione, ma se la memorizzo
attraverso canali diversi (visivo e uditivo) magari riesco a ricordarmela.
Queste caratteristiche sono tutte derivate dal fatto che il potenziamento a lungo termine è un esempio di
plasticità sinaptica di tipo Hebbiano.
Il condizionamento classico è un esempio di associatività ma anche di flash mob memory, ovvero il
ricordarsi un contesto molto dettagliatamente quasi come una fotografia se, contemporaneamente a quel
contesto, è avvenuto un evento importante. Questo grazie alla regola di Hebb: l'attivazione dovuta allo
stimolo emozionale ha potenziato la memorizzazione del contesto in cui l'emozione è stata provata.
La plasticità sinaptica è una modifica dell'efficacia sinaptica innescata da cambiamenti nell'attività elettrica
nel circuito, cambiamenti che induce l'esperienza, quindi cambierà qualcosa nell'efficacia sinaptica se si
verifica la regola di Hebb.

Cambiare l'efficacia sinaptica


Per indurre il cambiamento e per mantenerlo in una sinapsi bisogna svolgere più fasi:
1. Detezione: la prima cosa che devo fare è vedere se la regola di Hebb è stata rispettata, quindi è il
passo di rivelazione, dobbiamo rivelare se c'è stata attività correlata fra l'elemento presinaptico e
elemento postsinaptico. Per farlo ci viene in soccorso il recettore per il glutammato di tipo NMDA
che, per le sue proprietà di doppio controllo, ovvero ligando dipendente e voltaggio dipendente, è
adatto per rilevare la presenza di attività correlata fra l'elemento presinaptico e l’elemento
postsinaptico. Per far passare corrente da questo canale ionico si devono verificare
simultaneamente due fenomeni: ci dev'essere glutammato, quindi il neurone presinaptico deve
essere attivo, e il neurone postsinaptico deve essere depolarizzato, quindi il postsinaptico deve
essere attivo. Solo se si verificano simultaneamente questi due fenomeni il canale si apre, viene
sbloccato dal blocco magnesio e passa corrente, quindi se passa corrente del recettore NMDA vuol
dire che la regola di Hebb è stata rispettata e posso partire con i processi che mi modificano
l'efficacia sinaptica. Siccome l'attività della circuiteria inibitoria riduce la probabilità che il neurone
postsinaptico venga depolarizzato, l'attività dei circuiti inibitori è determinante per l'induzione della
plasticità sinaptica dato che se il postsinaptico si iperpolarizza, sarà difficile farlo depolarizzare,
quindi la regola di Hebb non sarà stata rispettata.
2. Induzione: adesso dobbiamo rafforzare la sinapsi, quindi indurre le prime modifiche dell'efficacia
sinaptica. Lo faccio attraverso l'attivazione di vie intracellulari nella stessa cellula che coinvolgono
enzimi quali ERK, PKA, CaMKII. L'attivazione di vie intracellulari che comprendono l'attività di diversi
enzimi avviene grazie all’apertura del canale NMDA, entra corrente e quindi passano ioni che non
sono solo sodio e potassio ma contiene anche un numero cospicuo di ioni calcio. Proprio questi ioni
calcio vanno ad attivare gli enzimi intracellulari. Ci sono anche fattori extracellulari, come ad
esempio altri neurotrasmettitori o neuromodulatori. Gli enzimi intracellulari fanno inserire in
membrana altri recettori sinaptici, quindi anche se il presinaptico tornasse a rilasciare lo stesso
numero di molecole di neurotrasmettitore che rilasciava prima dell'evento che ha indotto
l'aumento di attività, siccome adesso ha più recettori nel postsinaptico produrrà un effetto
maggiore, quindi i primi cambiamenti postsinaptici cambiano l'attività. Lo sblocco del recettore
NMDA genera un’attività correlata: la regola di Hebb viene rispettata e vengono rapidamente
inserite nuove molecole di recettore sinaptico e questo potenzia la trasmissione sinaptica. Tutto ciò
avviene molto rapidamente dato che non si devono sintetizzare queste proteine, ma sono già
pronte.
3. Consolidamenti: col passare del tempo il neurone postsinaptico può anche esporre nuovi contatti
sinaptici con una sintesi locale, alla sinapsi attivata, di nuove molecole a partire da mRNA già
esistenti (processi di traduzione), che determinano ulteriori cambiamenti funzionali locali, ad
esempio a carico dei recettori sinaptici, ed i primi, rapidi cambiamenti morfologici, a carico dei
contatti sinaptici. Abbiamo una modifica morfologica, ma per farlo ci vuole più tempo. Il passo
numero due che coinvolge questi enzimi consiste rapidamente nell'inserzione di nuovi recettori
sinaptici che si possono poi distribuire su uno spazio più ampio, quindi un cambiamento
morfologico.
Esiste un fenomeno che si chiama riciclo delle proteine: quando si produce una proteina non
rimane per tutto il resto della vita della cellula, ma viene continuamente ricambiata. Lo stesso
accade per le proteine dei recettori sinaptici, rimangono in membrana qualche decina di ore, poi
vengono ricambiate e se ritorno a mettercene poche si torna alla situazione iniziale, quindi si perde
il potenziamento. Devo consolidare il cambiamento: avviene un fenomeno di sintesi locale alla
sinapsi attivata di nuove proteine a partire da mRNA già esistenti, quindi traducendo mRNA già
esistenti si producono nuove proteine che possono essere altri recettori sinaptici oppure si può
rafforzare il cambiamento morfologico, a carico dei contatti sinaptici ed in particolare delle spine
dendritiche, quindi proteine di membrana che consentono di allargare il sito sinaptico. Se si
interferisce con la sintesi proteica si ottengono dei potenziamenti di breve durata perché bloccando
la sintesi proteica bloccate il consolidamento e anche il mantenimento.
A questo punto succedono anche cambiamenti a carico della matrice extracellulare: se si devono
creare dei nuovi contatti sinaptici bisogna fare spazio, eliminando parte di matrice extracellulare,
quindi il consolidamento comporta anche un'attività che degrada un po' di componenti della
matrice extracellulare consentendo i cambiamenti strutturali.
4. Mantenimento: Attivazione di fattori di trascrizione e sintesi di nuovi mRNA (processi di trascrizione
genica), che determinano ulteriori cambiamenti morfologici e stabilizzano quelli già avvenuti.
Adesso abbiamo consolidato il cambiamento, che potrà durare giorni, ma per farlo durare ancora di
più ci serve l'ultimo passo ovvero il mantenimento che richiede la trascrizione genica e la sintesi di
nuove proteine. Ci servono cambiamenti che possono essere sostenuti nel tempo al livello della
trascrizione genica, quindi produrre nuovi RNA messaggeri e produrre nuove proteine che
mantengono nel tempo i cambiamenti che sono avvenuti. Questi processi sono essenziali per il
mantenimento a lungo termine, servono dei fattori di trascrizione che migrano nel nucleo e ci
consentono la trascrizione di specificità del genoma.
Se da quel momento in poi vogliamo più recettori sinaptici lo diciamo al macchinario di trascrizione,
questo grazie al fatto che la trascrizione genica è regolata attraverso meccanismi epigenetici.
Questi meccanismi consentono di rendere un gene più trascrivibile o meno, trascrivendolo senza
cambiarne la sequenza, quindi la sequenza genica rimane la stessa, ma il gene verrà trascritto con
maggiore o con minore facilità. Avremo dei meccanismi epigenetici che facilitano la trascrizione, ad
esempio modifiche a carico delle proteine istoniche su cui si appoggia il DNA, oppure meccanismi
che reprimono la trascrizione, ad esempio l'aggiunta di gruppi metilici al DNA. Il DNA però rimane lo
stesso, non c'è mutazione nella sequenza genica, però alcuni geni saranno più o meno trascritti.
Per far produrre più recettori sinaptici innesco una modifica epigenetica a carico del gene che
codifica per questi recettori. Questa modifica epigenetica faciliterà la trascrizione del gene e quindi
da quel momento in poi, finché non smonto la modifica epigenetica, verranno prodotte più
proteine recettoriali. Ho mantenuto, non solo consolidato nel tempo, quindi se i primi passi cioè i
primi minuti richiedono recettori sinaptici già pronti, poi bisogna che li riproduciamo. All'inizio
abbiamo RNA già trascritti, ma se li vogliamo mantenere nel tempo dobbiamo cambiare la
probabilità di trascrizione, quindi ci servono dei meccanismi epigenetici. Possiamo avere cambi
morfologici anche su grande scala, quindi l'albero dendritico o i terminali assonale che si
espandono, però ci servono nuove molecole, nuove proteine.
Per questi processi è essenziale l’attivazione, da parte delle protein chinasi sopra menzionate, di
fattori di trascrizione quali CREB, che è nella via dell’MP ciclico, che innesca la trascrizione di geni
specifici, ma oltre a questo può anche fare una modifica duratura attraverso appunto i meccanismi
epigenetici.

Sintesi
I passi che conducono ad una modifica duratura dei circuiti neurali in risposta all'esperienza coinvolgono
diversi fattori
1. Verifica regola di Hebb (recettori NMDA). Se blocco l'attività del recettore NMDA non parte nessun
fenomeno di plasticità di tipo Hebbiano
2. Si attiva il recettore, la sua corrente comprende il calcio che attiva i primi enzimi intracellulari, ed
essi determinano i primi cambiamenti, la rapida migrazione nella membrana di recettori sinaptici
per il glutammato, questo nell’elemento postsinaptico della sinapsi efficace.
3. Se vogliamo consolidare ci servono i fattori di trascrizione, questo perché non ci bastano più gli RNA
messaggeri già trascritti, ma dobbiamo trascrivere di nuovi, tramite fattori di trascrizione come
CREB. Bloccando il fattore di trascrizione blocchiamo il consolidamento.
4. Se però vogliamo mantenerlo nel tempo dobbiamo cambiare la probabilità dell'espressione genica,
quindi ci servono i meccanismi epigenetici. Bloccando il meccanismi epigenetici si blocca il
consolidamento e il mantenimento.

Rimodellamento della cromatina


Un ruolo cruciale nel consolidamento e nel mantenimento sembra essere svolto da fattori che regolano la
trascrivibilità genica attraverso il controllo del rimodellamento della cromatina (meccanismi epigenetici). La
cromatina è l'insieme del DNA avvolto sulle proteine istoniche. Quando un gene viene trascritto l'enzima di
trascrizione è attaccato sul DNA. Se la cromatina è compatta, le proteine istoniche sono tutte appiccicate
l'una all'altra, quindi c'è poca probabilità che il gene venga trascritto.
Per risolvere il problema uno dei meccanismi epigenetici modifica l'impacchettamento degli istoni, che
avviene tutto nella stessa cellula. Ci sono anche fenomeni che modulano questa via diretta intracellulare,
ad esempio la presenza di fattori neuromodulatori come l'acetilcolina e la noradrenalina, che convogliano
uno stato comportamentale: la noradrenalina può convogliare uno stato di attenzione, quindi imparo
meglio perché le cellule dell'ippocampo rispondono agli stimoli che voglio memorizzare e quindi la plasticità
sinaptica la induco più facilmente; l'acetilcolina potrebbe convogliare uno stato comportamentale di allerta;
la dopamina potrebbe convogliare uno stato comportamentale di soddisfazione o di interesse quindi,
neuromodulatori modificano la probabilità che si inneschi una plasticità di tipo Hebbiano sulla base dello
stato comportamentale.
I fenomeni di plasticità sinaptica possono essere puramente funzionali, quindi aggiungo più recettori, però
poi diventano subito morfologici, quindi aggiungo contatti sinaptici, allargo il sito sinaptico, sia creando
spine dendritiche sia più elementi assonale.

Meccanismo epigenetico
Esso è presente non solo per la plasticità sinaptica. Una coppia di gemelli monozigoti hanno lo stesso
patrimonio genetico, e per ogni coppia di cromosomi c'è la presenza di marcatori epigenetici, in particolare
di marcatori repressivi, ovvero di gruppi metile aggiunti al DNA.
In gemelli di tre anni di età quello che è metilato nel primo gemello lo è anche nel secondo, quindi ciò che è
poco trascrivibile in un gemello lo è anche nell'altro.
In gemelli di cinquant’anni di età quello che è metilato nel primo gemello non lo è nel secondo gemello, e
viceversa, nonostante il genotipo sia sempre lo stesso, ma dal punto di vista funzionale è di molto diverso
perché se un gene metilato non viene trascritto, la proteina per cui codificano non viene prodotta. Questo
vuol dire che i gemelli di cinquant’anni producono proteine in maniera diversa tra di loro, quindi
nonostante il genotipo sia sempre lo stesso, il loro fenotipo sarà diverso. Cosa c'è di differente tra gemellini
di tre anni e i gemelli di cinquant’anni? Cinquant’anni di vita. L'esperienza si scrive sul codice genetico non
perché lo modifico, ma perché ne modifica la trascrizione. Se un gene c'è ma non viene trascritto è come se
non ci fosse.

Relazione tra plasticità sinaptica e memoria spaziale


Per misurare la memoria spaziale di un soggetto animale mi servono degli strumenti. Il sistema viene
chiamato labirinto d'acqua di Morris: viene chiamato labirinto perché i primi esperimenti sulla memoria
spaziale degli animali utilizzavano dei labirinti, nonostante adesso si utilizzi un contesto circolare; Morris è
quello che l'ha inventato, d’acqua perché è pieno d'acqua. In pratica è una piscina circolare riempita
d'acqua che viene resa opaca con un colorante. Sotto il pelo dell'acqua c'è una piattaforma, la via di fuga,
resa però invisibile a causa del colorante.
La prima volta che mettete un animale in un ambiente di questo tipo si muoverà per cercare una via
d'uscita: la prima cosa che farà sarà il giro delle pareti, per poi cominciare ad esplorare la parte interna. Alla
fine, per caso, troverà la piattaforma. Una volta capito che c'è una via d'uscita cercherà di memorizzarne il
punto esatto. Ogni giorno, durante la prova, verrà messo nella piscina da punti diversi, questo perché deve
formarsi una mappa spaziale dell'ambiente. Alla fine dell'allenamento, quindi dopo due o tre giorni,
qualunque sia il suo punto di partenza, l’animale nuoterà dritto verso la posizione della piattaforma. Ha
formato una mappa spaziale dell'ambiente, e se la porta nel tempo.
La struttura cruciale per la memoria spaziale è l'ippocampo: se vado a vedere ciò che succede
nell’ippocampo la prima cosa che noto è che al suo interno ci sono delle cellule specializzate chiamate
cellule di posizione, che sono quelle che usiamo per formare una mappa spaziale. Ogni cellula di posizione
forma un campo di posizione che corrisponde ad una precisa posizione all'interno di un ambiente.
Mettendo l'animale in un ambiente nuovo, vediamo che esso lo esplora, e il giorno dopo mettiamo di
nuovo l'animale in quell'ambiente e registriamo l'attività di una cellula di posizione dell'ippocampo.
Immaginando il contesto visto dall'alto e diviso in quadratini, ogni quadratino corrisponde ad una posizione,
se il quadratino è chiaro vuol dire che quando l'animale è in questa posizione la cellula di cui state
registrando l'attività non è attiva, mentre se il quadrato è più scuro vuol dire che quando l'animale si trova
in questa posizione la cellula è attiva. Più scuro è il quadratino, maggiormente è l’attività della cellula.
Possiamo definire un campo di posizione della cellula di cui state registrando l'attività la posizione in cui si
trova l’animale mentre la cellula è attiva, e si forma durante l'esplorazione del giorno prima. Quando
l'animale sarà in un’altra posizione sarà attiva un’altra cellula di posizione, quindi un gruppo di cellule di
posizione codifica per le caratteristiche dell’ambiente.
Si ipotizza che il campo di posizione delle cellule di posizione si formi attraverso meccanismi di
potenziamento a lungo termine, associando la posizione dell'animale in un punto con gli indizi sensoriali
della mappa spaziale. Se fosse vero, bloccando l'induzione del potenziamento a lungo termine
dell'ippocampo dovrei vedere che le cellule di posizione non formano il loro campo di posizione.
L’induzione del potenziamento a lungo termine dell'ippocampo viene bloccata bloccando il recettore
NMDA, in questo modo non parte il meccanismo. Dal punto di vista comportamentale un soggetto normale
impara la posizione della via di fuga, mentre il soggetto senza recettori NMDA passa settimane girando
intorno alla vasca senza riuscire a memorizzare la posizione della piattaforma della via di fuga. Nelle sue
cellule di posizione i campi di posizione si formano molto grossolani, quindi già ha un’incertezza sulla sua
posizione, ma inoltre il giorno dopo sono completamente cambiati, non si sono minimamente mantenuti, è
come se l'ambiente lui non l'avesse mai esplorato. In un esperimento fatto con degli animali anziani è stato
misurato che si formano le mappe di posizione, ma quando poi l'animale viene riinserito nello stesso
ambiente si può attivare una mappa spaziale spuria, quindi l'animale ci dimostra che pensa di essere in un
altro ambiente. Siamo abbastanza convinti che l'attivazione delle cellule di posizione coincide con la
formazione e la attivazione di una mappa spaziale: il recettore NMDA è cruciale perché e cruciale per i
fenomeni di plasticità sinaptica, questo però è un dato correlativo. Nello stesso animale ho cancellato
l'espressione dei recettori NMDA nell'ippocampo, poi ho misurato il potenziamento a lungo termine e ho
visto che è deficitario, ho misurato la memoria spaziale e ho visto che è deficitaria, ho misurato la
formazione e il mantenimento dei campi di posizioni delle cellule dell'ippocampo e ho visto che è
deficitaria, però sono tre correlazioni, quindi non è detto che l’una sia responsabile dell'altra. Quello che
non posso fare è tirare una mina causale: il recettor NMDA serve al potenziamento a lungo termine, e
siccome se manca tutte e due sono deficitari, il potenziamento a lungo termine e la formazione dei campi di
posizione, io dico che il potenziamento a lungo termine serve alla formazione dei campi di posizione. Non lo
posso dire perché se A è correlato con B e A è correlato con C, questo non mi dice che B causa C. La
relazione tra plasticità sinaptica e la memoria è solo correlativa, oppure è una relazione causale?

Le aree corticali associative


I sistemi sensoriali e motori mandano informazioni, ma su tutte queste informazioni non ci si lavora in
isolamento. Le funzioni cerebrali superiori come le memorie, il linguaggio e il ragionamento, la
pianificazione, si poggiano tutte sull’integrazione di informazioni che vengono dai singoli sistemi sensoriali e
da quello che chiamiamo sistema cognitivo.
Mentre però per i sistemi sensoriali sappiamo esattamente cosa succede e dove, nel senso che sappiamo
cosa succede nella corteccia visiva e dov'è la corteccia visiva, le aree del linguaggio sappiamo dove sono ma
non abbiamo una chiara idea di cosa succede dentro, perché non abbiamo modelli animali su cui studiarle.
Le aree associative che colleghiamo con funzioni complesse come la memoria del linguaggio non sempre
hanno un livello di conoscenza paragonabile a quello che abbiamo con funzioni monotoniche, come ad
esempio sistemi sensoriali. Nel momento in cui vado a svolgere un qualunque compito devo integrare
informazioni che provengono da diversi sistemi sensoriali, ma devo anche integrare i sistemi sensoriali con i
sistemi motori. Le funzioni superiori più complessi emergono dalla coordinazione di aree primarie, ma
anche di aree come quelle visive, quelle inferotemporale, che sono gerarchicamente superiori. Le funzioni
celebrali sono tutte interconnesse, le aree si parlano l'una con l'altra, per esempio la memoria e il
linguaggio non li posso separare, c'è addirittura chi dice che il linguaggio si sia evoluto nel momento in cui
l'ampliamento delle capacità mnemoniche ha consentito di avere non soltanto “qui e ora”, ma “ieri e
domani”: la comunicazione linguistica complessa si è evoluta man mano che i nostri sistemi cognitivi
avevano bisogno di uno strumento più evoluto.
Le aree associative frontali e aree associative parietali, con la loro combinata prestazione, sostengono
funzioni che poi noi leghiamo al costrutto dell'intelligenza: una serie di suoni per poterli rivelare e percepire
coscientemente richiedono l'attività della corteccia uditiva primaria, quindi l'attività delle vie uditive, se
devo riconoscere suoni diversi probabilmente già mi serve un'area uditiva secondaria, ad esempio un'area
della cintura, ma se devo riconoscere una parola non mi basta più un’aria uditiva, ho bisogno di un’area
linguistica che definisco quindi associativa, perché in quest'area confluiscono informazioni uditive ma anche
informazioni legate alla mia pregressa esperienza. Mi serve un'area che sia in grado di ricevere informazioni
uditive di base e di collegarle con l'esperienza linguistica, e quindi di riconoscere le parole e attribuirgli un
significato, un'area di memoria.
Un oggetto Io memorizzo e lo percepisco nella sua interezza, non si attiva solo il sistema visivo, anche la
percezione ha bisogno dell’integrazione, quindi dalle aree associative, quelle inferotemporale, che ci
consentono di riconoscere la forma, e quelle parietali, che ci consentono di localizzare.
Le strutture nervose che noi studiamo in isolamento in realtà si parlano tra loro, e lo fanno principalmente
nelle aree associative.
Le aree associative sono la maggior parte delle aree cerebrali. Con l'evoluzione la presenza delle aree
associative è aumentata, quindi la loro presenza caratterizza l'emergenza di comportamenti complessi e
flessibili. Abbiamo:
• aree primarie sensoriali,
• aree secondarie sensoriali, che potremmo chiamare aree associative multimodali
• aree polimodali, che chiameremo aree associative polimodali, le quali proiettano alle arie
polimodali esecutive, che proiettano alla corteccia motoria, quindi si chiude il giro dall'ingresso
dell'informazione all'uscita, e quindi avviene il comportamento motorio.
Le cortecce sensoriali primarie proiettano alle cortecce associative della stessa modalità (la corteccia visiva
primaria proietta alla corteccia visiva secondaria; la corteccia uditiva primaria proietta alle zone della
cintura), le aree associative unimodali proiettano alle aree associative polimodali, dove i neuroni sono
simultaneamente visivi e uditivi, oppure visivi e tattili, che convivono vicini. Le aree associative multimodali
proiettano alle aree associative motorie, e da qui nasce l'idea. Le aree associative motorie proiettano alle
arie di esecuzione, quindi alla corteccia motoria primaria, dove si trovano queste aree associative sensoriali
e motorie a carico dei lobi temporali parietale e frontali.
Noi troveremo delle arie associative parieto-temporali, ovvero tra il lobo temporale e il lobo parietale,
frontali, oppure esclusivamente temporali o esclusivamente parietarie.
Il flusso di informazione:
• aree unimodali sensoriali primarie (ingresso);
• aree gerarchicamente superiori unimodali (aree occipitali, parietali e temporali)
• aree associative multimodali; ricevono informazioni da più di una modalità, neuroni ricevono da
modalità diverse, polimodali e unimodali (nel lobo parietale o temporale)
• aree associative anteriori; pianificazione (lobo frontale);
• aree motorie polimodali;
• corteccia motoria (esecuzione, uscita).
Le aree associative sono aree corticali che caratterizzano i primati e fungono da zone di integrazione sia per
l'elaborazione sensoriale sia per la pianificazione.
Possiamo parlare di un'area associativa posteriore (temporo-parietale), che è sensoriale; un’area
associativa anteriore (lobo frontale) che è esecutiva; un'area associativa limbica (parte mediale del lobo
temporale e del lobo frontale) che si occupa della memoria e delle emozioni.
Le aree associative posteriori, che sono multimodali sensoriali, quindi area di integrazione sensoriale, la cui
informazione converge su aree associative anteriori che convertono queste informazioni integrandola con
informazione che viene dall'altro gruppo di aree associative, che sono le aree limbiche, trasformandole in
una serie di comportamenti volti ad uno scopo.

Le funzioni delle aree associative


Le funzioni delle aree associative sono state dedotte da varie informazioni: la prima informazioni sono gli
studi dei pazienti con lesioni selettive, osservando quali deficit comparivano in soggetti umani che avevano
avuto lesioni selettive in una regione celebrale si associava questa regione ad una possibile funzione.
Successivamente si è potuto aggiungere a queste informazioni quelle che si ottengono dalle tecniche di
neuroimmagine, che consentono in soggetti non lesionati di visualizzare quali aree cerebrali si attivano
maggiormente durante l'esecuzione di un compito.
Mettendo insieme queste due evidenze si sono generate evidenze congruenti, ad esempio lesioni in aree
associative visive, quindi nel lobo temporale inferiore (aree inferotemporali visive) possono produrre una
capacità selettiva di riconoscere una classe di oggetti.
Se prendiamo soggetti normali a cui facciamo svolgere dei compiti di riconoscimento visivo degli oggetti,
quindi tramite la neuroimmagine andiamo a misurare quali sono le aree che si attivano maggiormente
vediamo che ci sarà un attivazione selettiva delle arie inferotemporale. Le due evidenze sono congruenti.
La terza evidenzia è la registrazione dell'attività delle cellule nervose in quell'area, quindi se andate nelle
aree inferotemporale nella scimmia vediamo che i neuroni rispondono a stimoli visivi complessi, quindi le
aree inferotemporale sono aree associative visive che noi utilizziamo per il riconoscimento degli oggetti.
Un'altra area associativa, per esempio nella zona dell'area associativa posteriore, troviamo cellule che si
attivano simultaneamente per due modalità, ad esempio sia a stimoli visivi che a stimoli uditivi, cellule
multimodali si alternano con cellule unimodali. Queste aree sono importanti per il riconoscimento
multisensoriale, per esempio passare dall’esplorazione tattile alla visualizzazione mentale della forma
visiva.
Durante lo svolgimento di una funzione complessa non si attiva una singola area, ma si attiva una rete di
aree, quindi un insieme di aree. Probabilmente le funzioni celebrali superiore potrebbero emergere
dall'attività di diverse aree associative che sono interconnesse tra di loro.

Oscillazione del potenziale di membrana


È stato proposto che le cellule nervose possono avere delle modalità di oscillazione del loro potenziale di
membrana, che possono essere singole, quindi ogni neurone oscilla per conto suo, oppure popolazioni
neuronali oscillano in maniera sincrona. Si ipotizza che queste oscillazioni siano un modo per sincronizzare
popolazioni neuronali, ovviamente interconnesse tra di loro. Quando sono attive in questa modalità
oscillatoria, la loro uscita convoglia in maniera unica, contribuendo quindi a facilitare l'elaborazione di
informazioni che provengono da aree diverse. È stato visto in modi diversi, ad esempio in un compito di
riconoscimento visivo si può proporre al soggetto un compito facile oppure più difficile: nei compiti difficili
si vedono che le cellule delle aree associative visive iniziano ad oscillare su bande specifiche di frequenza
intorno ai 40 Hertz e oscillano in maniera sincrona con aree temporali occipitali, quindi visive associative e
frontali. Quando il soggetto riesce nel compito questo oscillazioni sono sincronizzate, quando il soggetto
fallisce queste oscillazioni sono desincronizzate. La proposta che viene fatta è che quando noi svolgiamo un
compito le aree coinvolte non solo sono interconnesse, quindi non solo si scambiano informazioni, ma
creano una specie di bolo unico di informazione creando questa attività sincronizzata temporalmente su
una frequenza. L’uscita da questi gruppi di cellule sincronizzate fra di loro è particolarmente efficace e
quindi viene utilizzato in maniera migliore, e il soggetto riconosce lo stimolo anche in una versione molto
degradata. L'attenzione facilita grandemente la creazione di questi complessi neuronali sincronizzati tra di
loro. Il fatto che aree celebrali diverse mostrano una coordinazione dell'attività oscillatoria vuol dire che si
sta lavorando in rete, quindi si sta sommando la loro potenza per risolvere un problema.
La plasticità compensativa dell'anziano è un esempio in cui fare rete aiuta, i soggetti anziani mostrano un
declino in alcuni domini cognitivi, però alcuni mantengono prestazioni migliori di altri. Questi soggetti sono
quelli che per svolgere il compito in cui mantengono la migliore prestazione reclutano un numero maggiore
di cellule nervose, facendo lavorare insieme più aree e reclutare più risorse, e ciò gli consente di mantenere
una buona prestazione sempre a carico delle aree associative.
Queste oscillazioni locali si generano tramite dei canali ionici, e se questa capacità delle cellule nervose di
oscillare con il loro potenziale di membrana in sincronia viene alterata si possono generare numerosi
disturbi dei processi cognitivi, ad esempio la schizofrenia. L'associazione tra l'attività delle aree associative
parietali e delle aree associative prefrontali sembrerebbero responsabili di quelle capacità che noi
associamo al concetto di intelligenza, quindi dell'attività delle due grosse aree posteriori e anteriori (frontali
e parietali) che integrano funzioni che sono la base della memoria di lavoro e delle funzioni esecutive.

Area associativa anteriore


L’area anteriore, collocata nel lobo frontale e che in particolare interessa la corteccia prefrontale, si divide
• Dorsalmente, coinvolta nel ruolo di pianificazione, quindi è l'area associativa anteriore:
Funzioni cognitive, quindi funzione della parte dorsale della corteccia prefrontale. I neuroni della
corteccia prefrontale dorso laterale partecipano a compiti di memoria di lavoro, essendo attivi
durante il ritardo, quindi contribuendo a mantenere in memoria le informazioni.
Hanno una mappa interna: se sono coinvolti nella memoria spaziale hanno una mappa del campo
visivo controlaterale, ma che non serve per riconoscere e localizzare gli oggetti, ma a seconda di
dov'è il loro campo recettivo questi neuroni con la loro attività mantengono l’informazione
durante il ritardo, questo consente poi all'animale di pianificare il movimento.
La sua parte dorsolaterale è quindi reclutata per lo svolgimento di compiti di memoria di lavoro,
che è suddivisibile in componenti: magazzini a breve termine e l'esecutivo che lavora
l'informazione, che sarebbe la corteccia prefrontale dorsolaterale. Sembra anche essere attiva
quando dobbiamo svolgere compiti visivi complessi.
La corteccia prefrontale è anche quella che supporta maggiormente l'attività delle altre aree dei
soggetti anziani, ed è anche utilizzata come magazzino finale delle tracce di memoria dichiarativa
a lungo termine.
Lesione alla corteccia prefrontale associativa non causano amnesia, però si può manifestare la
cosiddetta amnesia della fonte ovvero mi ricordo se ho visto qualcosa ma non mi ricordo il
contesto di quando l'avevo vista. Pianificazione, memoria di lavoro, manipolazione
dell'informazione.
• Ventralmente, è parte del sistema limbico, quindi coinvolta con la memorizzazione e le emozioni.
La corteccia prefrontale ventrale (ventromediale orbitale) ha un ruolo legato alle funzioni del
sistema limbico.
I soggetti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale sono in difficoltà nel valutare la
conseguenza delle loro azioni, quindi nel prendere decisioni vantaggiose. Quello che interferisce
con la loro capacità di prendere decisioni vantaggiose è l’incapacità di valutare il valore delle
conseguenze sulle nostre azioni.
È impegnata nei meccanismi decisionali: quando noi prendiamo una decisione non la prendiamo
solo in base a valutazioni razionali, ma anche emozionali. La corteccia prefrontale ventromediale
gioca il ruolo emozionale perché contribuisce a dare un valore personale alle cose. Il peso delle
cose è parte del sistema limbico e contribuisce ad assegnare valore agli oggetti ed a guidare il
nostro comportamento. Per assegnare un valore è necessaria non solo l'attività corticale, ma
anche l'attività di strutture sottocorticali, che fanno parte del sistema della motivazione.
La corticale prefrontale ventromediale è anche cruciale per la flessibilità del comportamento: è
associata alla corteccia cingolata che monitora il corso degli eventi e la difficoltà percepita di un
compito.

Area associativa posteriore


L’area associativa posteriore si trova nella corteccia parietale posteriore. Pazienti con lesioni in questa area
associativa mostrano difficoltà nel lavorare sullo spazio, ad esempio quelli con lesioni a destra mostrano
negligenza, quindi un’incapacità di percepire coscientemente lo spazio sinistro, quindi la parte
controlaterale alla lesione cerebrale. La corteccia visiva si attiva, però non lo percepiscono perché c'è uno
sbilanciamento nell'attenzione, quindi una mancata percezione cosciente. Il paziente si comporta come se il
suo emicampo sinistro non esistesse, ma anche la sua stessa metà sinistra. Questa negligenza si estende
anche alle informazioni che vengono recuperate dalla memoria: studi di neuroimmagine ci dicono che
quando vado a effettuare dei compiti di visualizzazione mentale si attivano aree parietali, ed i singoli
neuroni della corteccia parietale sono coinvolti nei meccanismi di attenzione selettiva, quindi la loro attività
è correla con il direzionamento dell'attenzione selettiva.
La parietale destra è anche indicata nella posizione numerica, infatti si può osservare la presenza di neuroni
che rispondono in maniera selettiva a piccole numerosità, questo ci consente di iniziare a lavorare su
piccole quantità in maniera quasi automatica.
Le aree di destra sono associate con il direzionamento dell'attenzione e con la linea dei numeri, mentre le
aree posteriori di sinistra sono associate con il linguaggio e la comprensione dei simboli che stanno a
rappresentare gli elementi che formano una parola, lavorando quindi sul significato.
La corteccia parietale inferiore è il magazzino fonologico della memoria di lavoro verbale, corrisponde a
quelle zone in cui noi immagazziniamo a breve termine informazioni verbale per lavorarci poi
successivamente.

Il sistema limbico
Secondo gli anatomici le aree limbiche costituivano un anello di corteccia filogeneticamente antica che fa
da soglia per l'ingresso della neocorteccia, che è quella sovrastante. È un insieme di aree che si trovano
nella parte ventrale mediale degli emisferi frontali e temporali quindi il lobo temporale mediale, la
corteccia prefrontale mediale e la corteccia prefrontale orbitofrontale. Mentre la corteccia dorsolaterale
associativa fa parte della pianificazione.
Il sistema limbico è costituito da numerose zone localizzate nella parte ventrale mediale dei lobi temporali
e frontali, a cui si aggiungo strutture sottocorticali come l'amigdala, l'ippocampo e strutture dei nuclei della
base (il nucleo striato ventrale)
Lesioni alla parte mediale del lobo temporale caratterizzano un quadro molto diverso da quello delle lesioni
della parte esterna del lobo temporale. Se viene asportato l'intero lobo temporale si manifesta scarsa
capacità di riconoscere gli oggetti (corteccia inferotemporale), amnesia anterograda e retrograda (questo fa
parte del ippocampo, quindi la parte mediale), scarse reazioni emotive e docilità (a carico di una
componente sia nell'ippocampo che dell'amigdala, che va ad influenzare il comportamento emozionale).
Quindi questa sindrome porta ad un insieme di sintomi, ognuno legato ad un pezzo del lobo temporale.
Il lobo temporale è simultaneamente parte di aree associative posteriori e multisensoriali, ma anche, nella
sua parte mediale, del lobo limbico. Con il lobo temporale mediale associamo due tipi di memoria: con
l'ippocampo associamo la memoria dichiarativa, con l'amigdala associamo la memoria emozionale.

La motivazione e il sistema emozionale


Quando proviamo un'emozione essa ha una componente cosciente, privata, e una componente corporea,
che noi mostriamo agli altri. Una forte emozione negativa ci fa percepire una serie di cambiamenti a livello
corporeo (vasocostrizione, aumento della motilità intestinale, tensione muscolare), e queste alterazioni
fisiologiche valgono per tutte le specie. Le aree del sistema emozionale, che sono tutte aree limbiche,
orchestrano entrambe le componenti, sia quella cosciente sia quella corporea.
L'ipotalamo è una struttura cruciale per la manifestazione delle emozioni, coordina le alterazioni a carico
del sistema. L’ipotalamo svolge anche l'omeostasi, ovvero il mantenimento della stabilità delle condizioni
dell'organismo: la temperatura corporea, il bilancio dei liquidi circolanti e la disponibilità di risorse
energetiche ed il modo in cui questi circuiti vengono reclutati nel sistema emozionale.
Noi abbiamo dei bisogni primari che sono condivisi da tutti gli individui della stessa specie, e anche di specie
diverse, essi sono:
• avere energia sufficiente per sopravvivere, quindi nutrirsi con il cibo
• avere liquidi circolanti sufficienti, quindi bere acqua
• avere una temperatura da mammifero se sono un mammifero, o da rettile se sono un rettile,
quindi mantenere una temperatura minima cruciale, a spese del metabolismo se sono
mammifero, oppure cercando luoghi caldi se sono un rettile
• avere sicurezza, quindi vivere in un ambiente che non è minaccioso
Questi sono tutti i bisogni primari dell'individuo e la loro soddisfazione è essenziale per la sopravvivenza
dell'individuo, ma abbiamo anche bisogni che sono legati alla sopravvivenza non dell'individuo della specie,
ad esempio la riproduzione, senza la quale una specie non si perpetua.
Questi bisogni primari sono di necessaria soddisfazione. Ci sono due modi per cui noi siamo motivati a
soddisfare i bisogni primari:
1. il metodo negativo: se ci troviamo in un ambiente freddo e la temperatura corporea scende sotto il
livello tipico dei mammiferi, noi sentiamo freddo. Abbiamo la sensazione di disagio cosciente che
mi porta a prendere delle decisioni per risolvere il disagio. L'ipotalamo determina, attraverso
l'attivazione delle strutture corticali limbiche, il disagio cosciente. Attraverso la generazione di un
disagio sono motivato ad agire per soddisfare i bisogni, mi metto in azione.
2. Il metodo positivo: per risolvere il problema che la temperatura corporea sia scesa, il soggetto ha
nella sua testa l'enorme soddisfazione che proverà quando riuscirà a mettersi al caldo. Il sapere che
la soddisfazione del bisogno primario quando avrò ottenuto il caldo mi darà una sensazione di
gratificazione e di soddisfazione mi motiva.
Siamo motivati ad agire da due diverse strategie. La struttura che misura la carenza del bisogno primario è
l'ipotalamo: esso misura la temperatura corporea che si discosta da quella canonica e genera, attraverso
l'attività corticale, la sensazione di disagio, e nello stesso tempo mette in modo l'altro sistema che invece
lavora sul rinforzo positivo.

L'omeostasi
Il concetto di omeostasi nacque quando una scuola di fisiologi francesi notarono come l'ambiente interno,
quindi le condizioni dell'organismo, fossero relativamente stabili a fronte di grandi variazioni dell'ambiente
esterno: la temperatura corporea è in genere sui 37 gradi, sia se fuori ci siano 40 gradi sia se fuori ci siano
12 gradi; I liquidi circolanti sono più o meno sempre gli stessi, sia se noi viviamo in un ambiente umido e
piovoso, sia se noi viviamo in un ambiente secco e asciutto. L'ambiente interno è stabile perché è
controllato e si agisce per mantenerlo stabile, quindi si coniò il termine “omeostasi” (rimanere lo stesso). Si
ipotizzò che ci fossero dei meccanismi che misurassero parametri cruciali di riferimento dell'organismo,
attivando poi dei sistemi di controllo, quindi dei sistemi regolatori, che mantengono stabile il parametro
misurato se esso si discosta troppo dal valore di riferimento.
Abbiamo:
• un parametro, in questo caso la temperatura corporea, che chiamiamo variabile controllata,
• un livello di riferimento, che per i mammiferi è circa 37 gradi,
• poi devo avere dei termorecettori che misurano la temperatura corporea e che saranno i primi
sistemi di controllo. Essi misurano la variabile controllata e confrontano la temperatura corporea
con il valore di riferimento. Se c'è un discostamento allora si innesca il sistema di controllo che,
limitando la dispersione di calore e generando calore riporta la temperatura in alto se si è
abbassata, viceversa aumentando la dispersione di calore e riducendo la riporta in basso se si è
alzata.
• In più l'ipotalamo, attraverso le sue connessioni con la struttura della corteccia limbica, determina il
disagio cosciente e mi motiverà a far qualcosa.
La febbre si discosta da questo: quando c'è un processo infiammatorio batterico che causa un aumento
della temperatura, quella che chiamiamo febbre, cambia il valore di riferimento quindi improvvisamente il
nostro valore di riferimento della temperatura diventa 40 gradi. L'ipotalamo a questo punto mette in atto
tutto quello che serve per portare la nostra temperatura a 40 gradi, inducendo anche il brivido per
provocare calore. In questo caso il sistema di controllo lavora per portare la temperatura a 40 gradi perché
è cambiato il valore di riferimento.

L’ipotalamo
L'ipotalamo regola l'omeostasi dell'organismo, e lo fa integrando le funzioni di vari sistemi: il sistema
nervoso autonomo, simpatico e parasimpatico; il sistema endocrino, quindi il sistema ghiandolare; il
sistema comportamentale cosciente. Per controllare il sistema endocrino si serve dell'ipofisi, mentre il
sistema nervoso autonomo lo controlla direttamente attraverso connessioni nervose.
L'ipotalamo è costituito da tanti piccoli nuclei, tutti specializzati in una funzione:
• I nuclei anteriori. Un nucleo è quello suprachiasmatico: le cellule gangliari fotorecettrici ci servono
per sincronizzare il ritmo di questo nucleo con il ritmo luce-buio del luogo in cui siamo.
• I nuclei mediali possono controllare la secrezione ormonale e possono anche direttamente
produrre ormoni.
L'ipotalamo è una struttura molto piccola di sostanza grigia, è collocato subito sopra il chiasma ottico (per
questo il suo nucleo anteriore è chiamato nucleo suprachiasmatico), subito sotto l'ipotalamo c'è la
ghiandola dell'ipofisi.
Per controllare l'omeostasi l'ipotalamo deve poter misurare le variabili di interesse, quindi temperatura,
risorse energetiche, liquidi circolanti, ioni circolanti. Per questo ha bisogno di sensori da cui ottenere
l'informazione, poi deve possedere il valore di riferimento con cui controllare il valore misurato, e poi delle
uscite che gli consentono di attivare i sistemi di controllo che riportano la variabile controllata.
Le fibre afferenti che forniscono informazioni sensoriali all'ipotalamo sono fibre che provengono dalla
periferia sensoriale, ad esempio le cellule gangliari fotorecettrici con i loro assoni arrivano al nucleo
soprachiasmatico e forniscono informazioni sulla luminosità dell'ambiente, oppure i termorecettori che con
i loro assoni porteranno informazioni sulla temperatura dell'ambiente.
La maggior parte delle afferenze sensoriali, con l'eccezione del sistema visivo e del sistema olfattivo che
proiettano direttamente all’ipotalamo, arrivano all'ipotalamo attraverso il nucleo del tratto solitario.
Informazioni nocicettive, quindi dolorifiche, giungono dal sistema somatosensoriale, quindi riceve
informazioni sensoriali in ingresso, ma riceve anche informazioni limbiche viscerali che correlano con lo
stato interno, quindi possiede anche dei neuroni sensoriali propritermorecettori locali, che sono all'interno
dell'ipotalamo. Nel bilancio fra l'importanza dell'informazione ricevuta da termorecettori cutanei ed
all'informazione ricevuta dai termorecettori ipotalamici, è quest'ultima che prevale: manteniamo costante
la temperatura di un nucleo interno (asse testa-tronco) e non di tutto l'organismo.
I valori di riferimento sono nei singoli nuclei ipotalamici, e se si discostano il valore misurato da quello di
riferimento allora si attiva il circuito di controllo:
• la variabile controllata, la temperatura, ovvero l'ingresso, che viene misurata dai termorecettori
ipotalamici e dai termorecettori periferici. Questo valore viene confrontato nel centro ipotalamico
di controllo con il valore di riferimento.
• Se il valore misurato è diverso da quello di riferimento l'ipotalamo, in uscita, ha bisogno di poter
attivare il sistema nervoso autonomo con innalzamento del battito cardiaco con vasocostrizione
periferica quindi disperde meno calore e mandamelo sangue in periferia (simpatico e
parasimpatico); l'ipofisi, attraverso la quale si attiva il sistema endocrino e la tiroide che attiva il
metabolismo; un'uscita ormonale diretta, infatti l’ipotalamo ha due ormoni ipotalamici; le aree
corticali e genera una sensazione cosciente di disagio.

Il sistema dello stress


Il sistema dello stress ci aiuta a far fronte a necessità improvvise, non necessariamente pericolose. Serve
per mobilitare e direzionare le risorse in modo tale da facilitare la sopravvivenza di un individuo. Lo stimolo
stressogeno (che può esserlo per tutti, quindi generico, oppure può essere individuale) attiva i nuclei
dell'ipotalamo che vanno ad agire. Ci sono due vie, quella nervosa e quella ormonale, e entrambe fanno
parte dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, o asse HPA:
• Ormonale: I neuroni dell'ipotalamo producono un fattore che si chiama CRF o CRH che sta per
fattore di rilascio dell’ormone adrenocorticotropo, prodotto dall'ipofisi. L'ipotalamo produce un
fattore di rilascio e lo rilascia nel flusso ematico locale che lo collega con l’ipofisi, il fattore arriva
all'ipofisi e stimola le sue cellule che hanno il recettore per il CRF, che producono l'ormone
adrenocorticotropo (ACTH) e lo rilascia nel circolo ematico generale ed esso agirà dove trova i suoi
recettori, che sono in particolare nella ghiandola surrenale suddivisione corticale, quindi nella
corticale del surrene. Stimolata dall’ormone adrenocorticotropo le cellule della corteccia surrenale
producono glucocorticoidi, tra cui il cortisolo, che è la principale uscita corticale, esso va in circolo
producendo degli effetti.
• Nervosa: i neuroni dell'ipotalamo vanno a contattare le cellule pregangliari del tronco dell'encefalo,
che fanno parte del sistema nervoso autonomo, in particolare del sistema simpatico. Questi
neuroni attivano la parte midollare della ghiandola del surrene, che una volta attivata rilascia in
circolo adrenalina nel flusso ematico.

Il risultato dell'attivazione del sistema dello stress è un aumento del cortisolo e dell’adrenalina circolanti,
che producono effetti positivi, ad esempio mobilitano le risorse energetiche che devono essere consumate
perché l'organismo si prepara a fronteggiare un pericolo, ma può essere anche il freddo, quindi dobbiamo
bruciare più carburante e quindi dobbiamo mobilitarci.
È un esempio di sistema ipotalamico volto a preservare l'omeostasi dell'organismo. Non mira a controllare
la singola variabile, ma la sua funzione è quella di massimizzare la probabilità che un individuo possa con
successo far fronte a sfide che provengono dall'ambiente, che possono essere molto banali ma anche più
complesse. Mobilitare risorse e direzionarle in maniera opportuna.
Tutto parte da una valutazione della situazione: lo stimolo vuol dire che nell'ambiente esterno o
nell'ambiente interno, cioè nella mia percezione della situazione, attiva il sistema. L'attivazione viene da
strutture corticali oppure dei miei sistemi cognitivi, o anche da uno stimolo emozionale, ed è individuo
specifica. Questo stimolo attiva i neuroni ipotalamici, che sono quelli che producono l'adrenalina.
L'adrenalina stimola il sistema nervoso simpatico provocando aumento del battito cardiaco e aumento
della pressione arteriosa ma in maniera direzionale: se devo fronteggiare un pericolo metterò il flusso
ematico nei distretti muscolari, sottraendolo ai distretti viscerali, dirottando quindi le risorse dai sistemi
digerenti all'attività circolare, compromettendo la funzione digerente. L’adrenalina fa parte delle stessa
categoria della noradrenalina, si lega a recettori adrenergici e produce gli stessi effetti della noradrenalina,
che è il mediatore dei neuroni postgangliari del sistema simpatico. Si produce un aumento della pressione
arteriosa, un aumento del battito cardiaco, una mobilizzazione della disponibilità di glicogeno e glucosio per
il consumo metabolico, quindi un attivazione generalizzata. Allo stesso tempo il cortisolo determina, oltre a
un aumento della pressione arteriosa e del battito cardiaco, un dirottamento del flusso ematico nei distretti
muscolari, sottraendolo ai distretti viscerali, inibendo quei processi che non sono ritenuti essenziali per la
sopravvivenza in quel momento. Questo meccanismo deve succedere per poter reagire agli eventi che ci
fronteggiano, è uno stress positivo. L'attivazione del sistema HPA è un attivazione fisiologica e funzionale.

Sistema di autospegnimento
Diventa uno stress negativo quando questo ciclo si cronicizza: il sistema dello stress va spento in qualche
modo, se il cortisolo circolante è sempre alto vuol dire che c'è qualcosa che non va. Per essere sicuri che si
spenga non appena non è più necessario il sistema dello stress ha un sistema di feedback negativo di
autospegnimento.
Il cortisolo circolante agisce ovunque trova i suoi recettori, e li trova anche a livello dell'ipotalamo e
dell'ippocampo. Legandosi con i recettori, sia quelli ippocampali sia quelli ipotalamici, riduce la produzione
di CRF, questa riduzione riduce la produzione di ACTH, e questa riduzione riduce la produzione del cortisolo
stesso, in questo modo il sistema si autospegne. Se l'ippocampo o l'ipotalamo non rispondono
correttamente al cortisolo, il sistema di spegnimento non funzionerà.
L'ippocampo possiede la più alta densità di recettori per il glucocorticoidi presenti in una struttura
cerebrale, quindi non solo è cruciale per l'autospegnimento, ma i glucocorticoidi sono anche cruciali per la
funzione dell'ippocampo. Il primo ruolo dell'ippocampo è quindi quello di facilitare lo spegnimento del
sistema, se però l'ippocampo ne produce pochi allora il cortisolo non troverà dove legarsi, e quindi lo
spegnimento sarà meno efficace. Una situazione che riduce la presenza di recettori per i glucocorticoidi
nell'ippocampo è costituita da esperienze negative di vita precoci, che possono avere effetti a lungo
termine. La densità dei recettori per il glucocorticoidi può cambiare da un individuo all'altro, sia su base
genetica sia su base legata all'esperienza stessa del soggetto, quindi la nostra esperienza ci può rendere più
o meno vulnerabili agli effetti di eventi stressogeni.
Il nostro asse HPA può essere fisiologicamente attivabile, ma può anche essere cronicamente attivo. Le
cellule ippocampali hanno altre densità di recettori per i glucocorticoidi, quindi la funzione ippocampale è
estremamente sensibile ai livelli di cortisolo circolanti. La curva della Rausal si può applicare ai neuroni
ippocampali proprio per la presenza di cortisolo: se il cortisolo è molto basso i neuroni ippocampali non
funzionano al loro meglio, se però i livelli di cortisolo salgono ulteriormente l’effetto sarà ancora più
negativo, fino ad arrivare a situazioni di estrema stimolazione dell'asse HPA in cui addirittura si può
produrre una amnesia. Eccessivi livelli critici di glucocorticoidi possono rendere le cellule ippocampali più
vulnerabili, addirittura fino a portare i neuroni ippocampali alla morte, diventando deleteria anche per i
processi cognitivi. La funzione ippocampale funzionerà al meglio in presenza di una moderata quantità di
cortisolo circolante.

Sistema di regolazione dell'assunzione di cibo


Regola la motivazione a mangiare. Nell’ipotalamo, in particolare in quelle strutture ipotalamiche che non
hanno barriera mesencefalica, quindi raccolgono segnale circolanti che provengono dalla periferia, come ad
esempio l'insulina, prodotta a livello pancreatico, che danno un'idea dell'energia circolante sotto forma di
glucosio. Queste strutture raccolgono anche segnali che provengono dalle masse grasse, in particolare dalla
leptina. La leptina è un ormone che partecipa ai processi che regolano la massa corporea, è prodotta dagli
adipociti quindi dalle cellule che immagazzinano grassi.
Nell'ipotalamo noi abbiamo cellule che possiamo definire
• oressizzanti, ovvero neuroni che con la loro attività stimolano il comportamento alimentare, quindi
motivano a mangiare;
• anoressizzanti, neuroni che inibiscono il comportamento alimentare.
La leptina agisce a livello del nucleo arcuato ipotalamico, su cui ci sono i neuroni sia oressizanti che
anoressizzanti. I neuroni del nucleo arcuato dell'ipotalamo proiettano da altri due nuclei ipotalamici: Il
nucleo paraventricolare e il nucleo ipotalamo laterale
• Se c'è tanta leptina vuol dire che c'è tanta massa grassa, quindi non importa motivare il soggetto a
mangiare, e la leptina avrà un'azione eccitatoria sui neuroni anoressizzanti e contemporaneamente
un'azione inibitoria sui neuroni oressizzanti, riducendo la motivazione a mangiare. Il nucleo
paraventricolare con la sua attività incrementa l'attività metabolica e produce una mancata
motivazione all'assunzione di cibo, verrà eccitato dai neuroni anoressizzanti, che inibiranno la
motivazione a mangiare ed aumenteranno i processi metabolici.
• L'altro nucleo a cui proiettano i neuroni del nucleo arcuato è il nucleo ipotalamo laterale, che
proietta poi ai sistemi talamo-corticali e quindi compare una motivazione cosciente a nutrirsi. La
mancanza di leptina ecceterà questi neuroni, quindi avremo un’azione inibitoria da parte dei
neuroni anoressizzanti e un'azione eccitatoria da parte dei neuroni oressizzanti, che fanno avvenire
una cosciente sensazione di fame. Risulterà prevalente l'attività dei neuroni oressizzanti del nucleo
arcuato, quindi l'attività del nucleo paraventricolare verrà inibita. Si limiterà lo spreco di energia
non metabolizzando i grassi.
La funzione dell'ipotalamo laterale è modulata anche da un'altra proiezione che proviene dalla
corteccia prefrontale, ad esempio dal nucleo accumbens e dall’amigdala. Questa attività non ha
niente a che vedere con la misurazione delle risorse circolanti. L'azione dell'insulina e della leptina è
legata ad una misurazione delle risorse circolanti e disponibili, mentre l'azione sul ipotalamo
laterale della corteccia prefrontale è legata ad altri processi che io metto in relazione con la
motivazione ad assumere cibo. Se ho una motivazione forte a mangiare, quindi i neuroni
dell'ipotalamo laterale sono attivi, mi può comunque arrivare il segnale della corteccia prefrontale
che può inibire la motivazione a mangiare, motivazione che non viene da bassi livelli di leptina
circolanti, ma provenienti dai miei processi emozionali e cognitivi.
Se si elimina il gene della leptina al ipotalamo arriva costantemente un segnale di carenza di materia grassa
accumulata, quindi nel circuito ci sarà un'attività forte dei neuroni oressizzanti che proietteranno al nucleo
laterale dell'ipotalamo in maniera eccitatoria, mentre al nucleo paraventricolare proietteranno in maniera
inibitoria. I processi metabolici saranno bassi, quindi si accumulerà massa grassa, e comunque non
smetterà la motivazione a mangiare. Ci sono soggetti umani con disturbi al sistema della leptina, quindi non
basta somministrare leptina perché a volte mancano proprio i recettori per la leptina o comunque ne
hanno pochi.

Funzioni ormonali dell'ipotalamo


L'ipotalamo è costituito da nuclei diversi ed hanno anche diverse tipologie di neuroni ipotalamici
• ci sono quelli che ricevono gli stimoli corticali, per esempio uno stimolo stressogeno, e che
proiettano ai neuroni ipotalamici che producono i fattori di rilascio;
• ci sono neuroni ipotalamici che con i loro assoni proiettano ai vasi sanguigni, quindi il loro bersaglio
sono le cellule dei vasi sanguigni il cui scopo è quello di far passare il fattore di rilascio. Questi
potrebbero essere i neuroni ipotalamici che producono CRF, per poi rilasciarlo dal terminale
assonale che proietta al sistema portale, vaso sanguigno che fa parte del sistema ipotalamo-
ipofisi. Questo si chiama fattore di rilascio, perché arriva all’ipofisi.
• Ci sono anche neuroni che vanno a rilasciare gli ormoni prodotti nel circolo sanguigno generale.
Tutti i prodotti ipotalamici che vanno nell’ipofisi sono fattori di rilascio; i due fattori ipotalamici che
vengono rilasciati nel circolo sanguigno generale li chiamiamo ormoni ipotalamici.
L'ipofisi è suddivisa in due parti:
1. una parte anteriore, chiamata adenoipofisi, ed è l'ipofisi ghiandolare dove ci sono le cellule
dell'ipofisi che producono i diversi ormoni ipofisari.
2. la parte posteriore dell'ipofisi viene invece chiamata neuroipofisi, qui non ci sono cellule che
producono fattori ma ci sono solo vasi sanguigni, dove i neuroni ipotalamici rilasciano i loro
ormoni, quindi è un sito di rilascio dei due ormoni ipotalamici.
Alcuni dei fattori di rilascio ipotalamici:
• CRF, fattore di rilascio dell'ormone adrenocorticotropo, va nell'ipofisi facendo produrre e rilasciare
ACTH;
• fattore di rilascio della tireotropina, TRF, che a livello dell'ipofisi fa produrre tireotropina, che
stimolerà la ghiandola tiroide; potrebbe anche produrre prolattina, ormone ipofisario che farà
produrre il latte;
• fattore ipotalamico GHRF, il fattore liberante dell'ormone della crescita. Prodotto dall’ipotalamo e
rilasciato nell'ipofisi, agirà a livello delle cellule ipotalamiche che producono l'ormone della crescita,
stimolandone la produzione.
Ci sono anche dei fattori ipotalamici che non sono di rilascio ma sono di inibizione, quindi inibiscono
l'ormone ipofisario. L'ipotalamo può agire sull'ipofisi in via ormonale attraverso fattori di rilascio o fattori
inibenti che rispettivamente stimolano o inibiscono il rilascio di ormoni ipofisari.
• l'ormone della crescita ha un solo un fattore ipotalamico liberante, ma anche un fattore
ipotalamico inibente. Si chiama GRIF, fattore inibitorio dell'ormone della crescita, o anche detto
somatostatina. Quando l'ipotalamo rilascia la somatostatina l'ipofisi produce meno l'ormone della
crescita.
L'ipotalamo poi ha due ormoni propri, ovvero che li rilascia non nella adenoipofisi ma nella neuroipofisi,
quindi direttamente nel circolo ematico generale:
• la vasopressina: è anche detta ormone antidiuretico, ovvero che riduce l'escrezione di liquidi a
livello renale, quindi aumenta la pressione arteriosa. Viene prodotta quando i liquidi circolanti
sono pochi, quindi si riduce l'escrezione di liquidi a livello renale
• l’ossitocina: legata alle funzioni riproduttive. È un potente stimolatore delle contrazioni uterine,
viene prodotto e rilasciato durante il parto. Può anche essere somministrata nel caso ci sia un
ritardo della comparsa delle contrazioni. L’ossitocina è anche famosa come ormone della socialità,
è un ormone che viene prodotto anche quando si formano legami di attaccamento, quindi ha
un'azione anche nel favorire le relazioni sociali.
L'ipotalamo è inserito all'interno di un più ampio sistema, che ha come uscita non solo quella ormonale ma
anche nel sistema nervoso autonomo, l'uscita nervosa. Per esempio l’uscita dell'asse HPA può essere
direttamente sulle cellule pregangliari del sistema nervoso autonomo, oppure può essere sui neuroni del
tronco dell'encefalo che proiettano al neuroni pregangliari del sistema nervoso autonomo.
Il nucleo del tratto solitario, ovvero quello che convoglia la maggior parte delle informazioni, provenienti da
afferenze viscerali, all'ipotalamo. Ci sono anche le vie dirette, quelle della retina e quelle olfattive.
L'ipotalamo da anche origine, con le sue proiezioni a sistemi talamo-corticali, a coscienti sensazioni di
disagio e di motivazione.

Le emozioni
Un'emozione ha una componente cosciente e una componente corporea, che è l'unica che noi mostriamo
agli altri ma che comunque sperimentiamo anche noi. Le alterazioni fisiche sono tutte sensazioni che
accompagnano un'emozione, ed entrambe queste componenti fanno parte delle emozioni.
La componente corporea implica l'attivazione dell’ipotalamo, quella cosciente è mediata da strutture
corticali, in particolare limbiche, quindi è collegata col comportamento emozionale.
L'ipotalamo quindi fa parte del sistema emozionale, non perché è cruciale per esperire le emozioni, ma
perché è quello che manda in esecuzione la componente corporea: le strutture corticali proiettano
all'ipotalamo ma anche all'amigdala, la struttura cruciale per il comportamento emozionale di paura, quindi
lo stimolo arriva all'ipotalamo da strutture corticali e sottocorticali. Le emozioni sono il risultato di una
interazione dinamica tra strutture sottocorticali, come l'amigdala, fattori periferici messi in atto
dall’ipotalamo, e fattori coscienti centrali che sono a carico della corteccia celebrale.
Un tempo si pensava che l'ipotalamo fosse il centro della emozione della rabbia. Ora sappiamo che non è
vero, perché l'ipotalamo è l'esecutore finale, l'emozione viene controllata da altre strutture che la mettono
in esecuzione e la fanno esperire coscientemente.
Il circuito ipotalamico che mette in atto una reazione di aggressione consiste nel cercare di convincere un
potenziale avversario che noi siamo più forti di lui, quindi l'ipotalamo mette in atto l’azione di
l'innalzamento dei peli, e lo fa però viene è controllato dalla corteccia e dall'amigdala. Questa visione del
sistema limbico dove l'ipotalamo è un esecutore e chi veramente controlla lo stato emozionale è l'amigdala
e le strutture corticali, che a loro volta controllano l'amigdala, è diventata nota come il sistema dei tre
cervelli:
1. cervello dei rettili: un cervello primitivo, nel senso che lo condividiamo con specie di vertebrati che
non hanno un comportamento particolarmente flessibile controllato dalla corteccia, comprende il
tronco dell'encefalo e l'ipotalamo
2. cervello dei mammiferi: è la corteccia celebrale per esempio l'ippocampo
3. cervello dei primati: la neocorteccia, che caratterizza i primati
Queste tre strutture, che fanno tutte parte del nostro sistema, interagiscono continuamente. Se c'è una
situazione di pericolo, che viene valutata da strutture sottocorticali e corticali, le quali mettono in atto la
reazione più appropriata e per farlo si servono dell'ipotalamo, quindi del cervello dei rettili, che è sempre
costantemente sotto controllo.
Nell'ipotesi iniziale l'ippocampo faceva parte del sistema emozionale in maniera forte. Adesso sappiamo
che ha un ruolo importante, ma non è la struttura che mette in atto la reazione emozionale, quella è
l'amigdala. L’ippocampo ha il suo ruolo nei circuiti emozionali, ad esempio se mi trovo in un ambiente in cui
è successo un evento negativo ho un’attivazione dell'asse HPA e una sensazione di ansia e di minaccia:
l'ambiente è stato riconosciuto dall'ippocampo, ma la sensazione di ansia e di minaccia me la fa sentire
l'amigdala.
Se a due soggetti, uno con una lesione all'ippocampo e uno con una lesione all'amigdala, applichiamo un
protocollo di condizionamento classico, entrambi i soggetti sviluppano un’associazione ad uno stimolo
condizionato. Se presentate lo stimolo condizionato da solo nel soggetto con lesioni all'amigdala, esso
ricorderà lo stimolo ed il contesto in cui è avvenuto, ma non avrà nessuna reazione emozionale.
Il soggetto con lesione all'ippocampo invece avrà la reazione emozionale forte, però non ricorda di essere
stato in quel posto e non ricorda di aver sentito quello stimolo, quindi manca la memoria cosciente ma
rimane la memoria emotiva
Se viene lesionato il sistema limbico nella sua parte del lobo temporale avremo:
• una assenza di reazioni emotive, questo perché è stata asportata l’amigdala,
• una mancanza di memoria esplicita, questo perché è stato asportato l'ippocampo
• una difficoltà a riconoscere gli oggetti, questo perché sono state asportate le aree visive
inferotemporali
Quindi ogni aspetto della sindrome è legato ad una diversa struttura presente nella parte limbica costituita
dal lobo temporale.
Le evidenze che l'amigdala è struttura una cruciale per le emozioni sono le lesioni ma anche il fatto che una
stimolazione dell'amigdala provoca un forte stato di paura cosciente e viscerale, quindi il soggetto esperisce
sia la componente cosciente che la componente implicita delle emozioni. Inoltre l’amigdala si attiva anche
ai soggetti a cui vengono presentati stimoli emotivi di paura. Si attiva anche per emozioni negative come la
tristezza, mentre nel caso di un emozione attiva come la rabbia si attivano anche altre strutture limbiche
corticali. Se l'amigdala è lesionata non solo il soggetto non prova l'emozione della paura, ma non è in grado
di riconoscerla negli altri, quindi è importante per il comportamento sociale. Un soggetto con lesioni
all'amigdala non impara mai contingenze negative, quindi non sviluppare azioni di paura dove sarebbe
assolutamente fisiologico che le sviluppasse.
L’amigdala è al centro del sistema limbico, da cui riceve e da cui proietta. Le informazioni all'amigdala
arrivano da due vie: una via corticale cosciente, e una via sottocorticale non cosciente. Il vantaggio è che
questa seconda via è che è più rapida, dato che non devo aspettare l’arrivo dell’attività dalla corteccia,
quindi si mette in atto una reazione di paura prima ancora di aver coscientemente analizzato lo stimolo,
mettendo in atto la reazione difensiva più rapidamente. La via che viene dalla corteccia, chiamata via lunga,
è l’unica cosciente.
Tutte le informazioni arrivano all'amigdala laterale dal nucleo basolaterale che poi proietta dall'amigdala
centrale, nel nucleo centrale dell'amigdala, che è la vera uscita dell'amigdala, ed è essa che proietta
l'ipotalamo e quindi attiva la risposta viscerale, ma proietta anche a strutture corticali per esperire la parte
cosciente delle emozioni.
Aree del sistema limbico, in particolare la corteccia prefrontale, controllano l'amigdala regolando la messa
in atto delle emozioni. Sempre una parte del sistema limbico, la corteccia orbitofrontale, fa parte di quelle
strutture che non solo controllano l'amigdala, ma comprendono anche l’assegnare un valore alle cose,
quindi a sostenere la motivazione. In esperimenti nella scimmia era stato era stato rimosso il lobo frontale,
compresa la parte prefrontale. Come risultato l'animale diventava estremamente docile. Questo ha portato
a fare questo tipo di operazioni sull'uomo, con lo scopo di controllare persone con comportamenti
aggressivi. Questa operazione, che si chiama lobotomia frontale perché veniva asportato più di metà del
lobo frontale, fu ideata dal neurochirurgo Egger Moniz. Adesso conoscendo il ruolo della corteccia
prefrontale ed essendo più esperti nell’interpretare i risultati, il giudizio su questo tipo di intervento è
ovviamente estremamente negativo: la rimozione del lobo prefrontale in soggetti umani li ha portati ad
essere completamente senza alcun tipo di motivazione, la loro esistenza era priva di qualunque scopo.

La tecnica del mascheramento


Nell'uomo è possibile fare dei protocolli di condizionamento classico che creano la comparsa di una risposta
di paura condizionata. In un esperimento è stato provato che si può esperire paura per stimoli non
coscientemente percepiti tramite la tecnica del mascheramento: presentando lo stimolo sensoriale visivo
per un tempo molto breve e immediatamente di seguito un altro stimolo visivo, la presentazione del
secondo maschera quella del primo, quindi noi percepiamo coscientemente sono il secondo. Tramite un
protocollo di condizionamento associando il primo stimolo visivo ad uno stimolo incondizionato,
presentando lo stimolo il soggetto mostrerà una risposta di paura. Se si presentano gli stimoli nella
sequenza inversa, quindi prima lo stimolo neutro e poi quello condizionato, il soggetto percepisce
coscientemente lo stimolo condizionato e mostra una risposta di paura.
Se si torna alla sequenza originaria, il soggetto percepisce lo stimolo neutro, perché è il secondo stimolo
presentato quindi l’unico che percepisce coscientemente, però mostra lo stesso la risposta di paura. Lo
stimolo condizionato mascherato non è arrivato alla percezione cosciente, ma ha lo stesso attivato
l'amigdala.

L’empatia
L'empatia è una capacità che noi sperimentiamo spessissimo. Vuol dire provare un sentimento di un altro,
quindi partecipare alle emozioni di un altro. Ci fu uno studio in cui si mostrò che partecipare alla sofferenza
di una persona, quindi un'empatia per sensazioni negative, attiva nei soggetti gli stessi sistemi che si
attivano nei soggetti sottoposti alla sofferenza.
Nell’esperimento c'era un osservatore e un partecipatore: l’osservatore era l'oggetto dello studio, il
partecipato era il partner del soggetto osservatore. Al partner veniva applicato un piccolo stimolo doloroso
mentre era nel tubo di risonanza magnetica, e l'osservatore, anche lui nel tubo di risonanza magnetica,
poteva osservarlo tramite un sistema di specchi. Si misurò le aree che si attivano nel soggetto che prova lo
stimolo doloroso e le aree che si attivano nel soggetto affettivamente legato ma che non prova lo stimolo
doloroso. Nel soggetto che prova lo stimolo si attiva il sistema somatosensoriale e le vie nocicettive, che
non si attivano nel soggetto che osserva, ma nel soggetto che osserva però si attivano, così come nel
soggetto che prova lo stimolo, le aree limbiche, ad esempio la corteccia cingolata anteriore e parte
dell'insula, che danno la sensazione negativa dell'esperienza sensoriale. L'esperienza empatica si basa su un
attivazione celebrale ben precisa di un'area estesa del sistema dolorifico, ovvero le parti che danno la
sensazione negativa, e maggiore è il grado dei soggetti di empatizzare maggiore è l'attivazione celebrale.
Anche il giudizio morale sulla persona osservata influenza il grado di effettiva: se osservate non una
persona cara ma una persona di cui abbiamo un giudizio positivo, e una persona di cui abbiamo un giudizio
negativo, l'esperienza empatica è completamente diversa. L'empatia è regolata nei processi affettivi e dai
processi di giudizio morale.

Il sistema della ricompensa endogena


Per motivazione intendiamo le forze che ci mettono in movimento per raggiungere un determinato scopo.
Abbiamo due aspetti della motivazione:
1. La prima è quella che si riferisce a motivazioni che hanno origine da mancanza rispetto a un
bisogno primario, quindi la motivazione può nascere da necessità di soddisfare un bisogno
fisiologico. Le motivazioni fisiologiche sono innate e condivise da tutti gli individui della specie e
nascono da condizioni interne
2. Possiamo anche avere motivazioni legate a qualcosa di più personale, ovvero desideri e bisogni che
nascono dalla interna necessità di soddisfare una nostra aspettativa, un obiettivo da conseguire. Le
motivazioni personali sono acquisite e nascono dall'esperienza personale.
Questi elementi interagiscono continuamente: uno stato motivazionale fisiologico può essere sovrascritto
se un altro stato motivazionale viene valutato da noi più importante.
Prima lo studio della motivazione si limitava ai bisogni primari, quindi l'ipotalamo e il sistema emozionale
associato, che si serve dell'ipotalamo. Ora sappiamo che esistono anche le motivazioni che nascono da
mancanze relative non a bisogni primari, ma a bisogni acquisiti. Il soggetto valuta la priorità, quindi il valore
relativo delle conseguenze di vari tipi di azioni, in modo da metterli in gerarchia. Per fare questo è
necessario non solo poter valutare le conseguenze delle proprie azioni, ma anche usufruire della nostra
esperienza pregressa: devo valutare le necessità, il corso delle azioni e il loro risultato, e servirmi della
memoria per paragonare situazioni simili del passato. Tutti questi processi richiedono funzioni complesse
che chiamiamo funzioni esecutive.
La corteccia prefrontale lavora in combinazione con i sistemi di memoria e con i sistemi che consentono di
assegnare un valore al risultato di un'azione. I sistemi che assegnano valore includono strutture
sottocorticali e corticali. Fra le strutture sottocorticali abbiamo:
• L'amigdala, che colore emotivamente la nostra vita, e quindi partecipa alle motivazioni e a
sviluppare una gerarchia.
• L’ippocampo, con la sua relazione rispetto alla memoria dichiarativa
• Il nucleo accumbens.
Fra le strutture corticali c'è sempre
• una parte della corteccia prefrontale ventrale quindi limbica e in particolare la corteccia
orbitofrontale

La sinapsi dopaminergica
All'interno di questo sistema svolge un ruolo particolare il sistema dopaminergico. Il sistema dopaminergico
è un sistema a proiezione diffusa: i neuromodulatori sono neurotrasmettitori caratterizzati dall'avere
un'origine molto ristretta, quindi piccoli gruppi di cellule che danno origine ad un sistema. Il sistema
dopaminergico parte da numerosi nuclei situati all'interno del tronco dell'encefalo e che proiettano sia al
nucleo accumbens che all'amigdala che all'ippocampo, ma anche ad altre strutture coinvolte
nell'assegnazione di valore.
Le prime idee sul sistema della ricompensa endogena, la cui attività corrisponde per il soggetto ad una
sensazione di soddisfazione e di piacevolezza, nascono da evidenze su studi in modelli animali nei quali,
tramite degli elettrodi, venivano stimolate diverse zone per stimolare l'attività neuronale. Questi elettrodi
generavano delle correnti eccitatorie facendo emettere potenziali d’azione dalle cellule nervose intorno
alle elettrodi, e la stimolazione della corrente era controllata dall'animale stesso una leva.
Si osservò che quando l'elettrodo era in una particolare posizione all'interno del cervello dell'animale,
quest’ultimo iniziava a premere la leva in maniera compulsiva. Questo avveniva quando l’elettrodo stimola
una struttura che fa parte dei nuclei della base del corpo striato nella sua porzione più ventrale, ovvero il
nucleo accumbens: stimolando nelle vicinanze del nucleo accumbens l'animale lo trovava piacevole, la
stimolazione poteva essere paragonata ad un rinforzo positivo.
L'altra struttura di interesse è una struttura mesencefalica che si chiama area tegmentale ventrale e fa
parte del sistema dopaminergico. L'area tegmentale ventrale nella parte dorsale ha un ruolo
principalmente legato al sistema motorio, ma proietta anche dalla parte ventrale, nel corpo striato e in
particolare al nucleo accumbens. Il circuito della ricompensa sarebbe formato dalla proiezione
dopaminergica dall’area tegmentale ventrale al nucleo accumbens, infatti la stimolazione elettrica efficace
era quella che attivava la proiezione dopaminergica al nucleo accumbens.
I neuroni del nucleo accumbens proiettano ad altre strutture tra cui anche la corteccia prefrontale e in
particolare quella limbica.
Nella sinapsi dopaminergica fra i neuroni dell'area tegmentale ventrale e il nucleo accumbens il terminale
presinaptico, che è l'azione dei neuroni dell'area tegmentale ventrale, produce il rilascio dopamina, e i
neuroni del nucleo accumbens avranno i recettori dopaminergici. È un neuromodulatore, quindi ha un
sistema a secondo messaggero: una volta che la dopamina si è legata si attivano proteine G specifiche che
determineranno la produzione di un secondo messaggero che, tramite l’effettore primario, provocherà gli
effetti desiderati, anche a lungo termine. La stimolazione cruciale è quella che determina un aumento del
rilascio di dopamina da parte dei neuroni dell'area tegmentale ventrale verso il nucleo accumbens. Quando
aumenta l'attività dei neuroni dell'area tegmentale ventrale aumenta la quantità di dopamina rilasciata nel
nucleo accumbens. Le ricompense naturali, ovvero la soddisfazione di bisogni primari, hanno un effetto
soddisfacente e piacevole perché evocano il rilascio di dopamina nel nucleo accumbens. Sono motivato a
cercare queste ricompense naturali perché ho la sensazione di disagio che provoca la loro mancanza, ed
anche perché nella mente anticipo la sensazione di piacevolezza e soddisfazione che il cibo, cioè la
ricompensa, mi procurerà.

Risposta anticipatoria-oggetti associati a ricompense naturali


Possiamo avere stimoli che normalmente non elicitano il rilascio di dopamina nel nucleo accumbens e
quindi non verrebbero l'animale a ricercarli, se però con un protocollo di condizionamento operante si
associa uno stimolo con una ricompensa primaria, ad esempio cibo, l'animale cercherà l'oggetto associato
al cibo. L'oggetto associato al cibo, cioè alla ricompensa naturale, acquisisce un valore per l'animale. La
ricompensa naturale, che di suo quindi attiverebbe il sistema endogeno della ricompensa, una volta
associata all'oggetto, gli da la capacità di far rilasciare dopamina nel nucleo accumbens. È come se il rilascio
di dopamina si fosse trasferita all'oggetto, i neuroni dopaminergici dell'area tegmentale ventrale hanno
aggiunto un altro stimolo che ne evoca l'attività. Questa risposta è chiamata risposta anticipatoria, e questa
azione è specifica per quell'animale, possiamo avere una specificità individuale nelle motivazioni acquisite.
La corteccia prefrontale, in particolare la corteccia orbitofrontale, è coinvolta nella rappresentazione del
valore degli stimoli, e se cambia la contingenza si cambia la valorizzazione.
Inoltre la corteccia prefrontale è sensibile anche ai rinforzi astratti e ai rinforzi legati alla situazione sociale,
quindi rinforzi che vengono dal contesto sociale funzionano nel direzionare le priorità di un individuo. Danni
alla corteccia prefrontale orbitofrontale danneggiano l'apprendimento dell'associazione stimolo-rinforzo,
quindi il condizionamento operante, e inibiscono la flessibilità del cambiamento di contingenza.
Il giudizio comportamentale di giudicare migliore qualcosa che ha interazione con il soggetto è correlato
con l'attivazione del nucleo accumbens: il soggetto esperisce una situazione di ricompensa dal fatto di
essere osservato, la spiegazione è che un'interazione con qualcuno, quindi quando qualcuno ci guarda,
stimola il senso di relazione. Fra i molti fattori che influenzano un giudizio di bellezza, oltre alle
caratteristiche, c'è anche un discorso di relazione interpersonale, quindi un attivazione della corteccia
orbitofrontale e del sistema endogeno della ricompensa.
Lesione alla corteccia prefrontale danneggiano alla base la motivazione, il comportamento diventa privo di
scopo e caotico.

La dipendenza
Il sistema endogeno della ricompensa può essere dirottato, ovvero se ne possono impadronire, attraverso
fenomeni di plasticità sinaptica maladattiva, delle sostanze da cui si sviluppa dipendenza.
L'area tegmentale ventrale proietta alla sostanza nera che proietta allo striato dorsale
L’area tegmentale ventrale che proietta allo striato ventrale.
La corteccia proietta e riceve dai nuclei della base, e questo vale anche per il nucleo accumbens, quindi la
corteccia proietta al nucleo accumbens e il nucleo accumbens proietta alla corteccia.
Facendo uso di un farmaco che potrebbe portare dipendenza, il principio attivo si diffonde e arriva
all'intero cervello, in particolare al nucleo accumbens. Il suo arrivo nel nucleo accumbens determina un
aumento nel rilascio di dopamina da parte degli assoni dei neuroni dell'area tegmentale ventrale, quindi
l'animale diventa dipendente dal farmaco. La somministrazione del farmaco risulta piacevole come se fosse
una ricompensa naturale.
La sostanze che evocano il rilascio di dopamina nel nucleo accumbens sono tutte le sostanze note che
danno dipendenza: nicotina, etanolo, stimolanti come la cocaina e le anfetamine, oppiacei, cannabinoidi. Lo
sviluppo della dipendenza, qualunque sia la sostanza, si traduce in un’attivazione incongrua del sistema
endogeno della ricompensa: inizialmente sostiene la piacevolezza iniziale, poi però la ripetuta
somministrazione attraverso appunto fenomeni di plasticità maladattiva, modifica il sistema stesso.
L'animale trasferisce la motivazione dai bisogni primari al bisogno acquisito, ovvero ottenere di nuovo la
somministrazione del farmaco. Queste sostanze determinano un'attivazione anomala del circuito della
ricompensa endogena, l’eccesso di attività dopaminergica sconvolge la valorizzazione e la gerarchica, le
sostanze d'abuso diventano la motivazione principale del soggetto, e dall'uso si passa all’abuso.
I nuclei della base sono coinvolti nello sviluppo di comportamenti routinari, sabroutin già fatte, che metto
in atto senza doverci spendere troppe attenzioni. Sono anche coinvolti nello sviluppo degli effetti di un
condizionamento operante, quindi trasferire l'attivazione dopaminergica dalla ricompensa naturale allo
stimolo ad esso associato. Nel caso delle sostanze d'abuso si evoca plasticità sinaptica nel nucleo
accumbens per l'effetto diretto delle sostanze d'abuso, o sul rilascio di dopamina nel nucleo accumbens, il
che fa sviluppare un comportamento ripetitivo che si aggiunge alla difficoltà per un soggetto di smettere
l'assunzione della sostanza. L'assunzione di sostanze che danno dipendenza rende anche i soggetti più
vulnerabili allo stress perché modifica la risposta del sistema endogeno della ricompensa, che poi si riflette
anche sull' asse HPA che diventa ipereccitabile.
Se alla base della dipendenza c'è una plasticità maladattiva potrebbe essere possibile promuovere dei
fenomeni di plasticità adattivi che facilitano la vita al soggetto e che potrebbero contrastare i precedenti
fenomeni maladattivi.

I sistemi di memoria
La memoria è il risultato di un processo di apprendimento attraverso il quale possiamo acquisire nuove
informazioni ma anche nuove capacità, ed infatti un processo di apprendimento si qualifica come tale se
porta alla formazione di una traccia di memoria. Una volta acquisita una traccia di memoria essa va
incontro ad un processo di consolidamento che la rende progressivamente più robusta e più stabile.
Quando la traccia di memoria viene immagazzinata in modo da poter essere poi recuperata per utilizzo a
distanza di tempo parliamo di memoria a lungo termine.
Al processo che conduce la formazione di memoria a lungo termine si affiancano processi di memoria di
lavoro, ovvero la capacità di mantenere in memoria informazione per tempi brevi e lavorandoci a livello
della corteccia prefrontale.
I risultati combinati di neuropsicologia e psicobiologia hanno individuato quelli che chiamiamo i sistemi di
memoria, ovvero un insieme di strutture in cui avvengono processi che permettono di formare, conservare
e richiamare la traccia di memoria. Ogni sistema di memoria è associato con un tipo di memoria e la sua
funzione può essere dissociata dalla funzione di un sistema diverso che si occupa di un altro tipo di
memoria. Sulla base di evidenze concordanti siamo arrivati a proporre quello che potremmo chiamare la
tassonomia della memoria:
La memoria a lungo termine si distingue in memoria dichiarativa e memoria non dichiarativa, e a volte
anche memoria esplicita e memoria implicita.
• Per memoria dichiarativa intendiamo quel tipo di memoria che può essere coscientemente
richiamato e anche dichiarato, quindi non è solo informazione verbale o visiva ma è anche memoria
episodica. La memoria esplicita ha come strutture tutte quelle che fanno parte del lobo temporale
mediale, in particolare l'ippocampo e le cortecce circostanti, strutture diencefaliche talamiche e la
neocorteccia. La memoria dichiarativa viene divisa in memoria semantica e memoria episodica.
- La memoria semantica è decontestualizzata, ovvero informazioni che non hanno associato
nessun altro tipo di informazioni.
- La memoria episodica è contestualizzata nel tempo e nello spazio, fanno parte della memoria
episodica tutti gli aspetti della memoria spaziale.
• La memoria implicita non dichiarativa ha tanti sistemi di memoria quante sono le forme di memoria
implicita, per esempio la memoria procedurale, l’acquisizione di abilità motorie, le abilità
percettive, associazioni stimolo-ricompensa, il condizionamento operante, lo sviluppo di
comportamenti abituali, tutte le azioni che compiamo senza un controllo cognitivo esplicito. Queste
abitudini ci scaricano del controllo cognitivo e sono a carico dei nuclei della base, diversamente
dalla memoria dichiarativa di cui se ne fa carico l’ippocampo.
Nei soggetti in cui mancano entrambi i nuclei dell'ippocampo o che comunque presentano lesioni si
formano amnesie anterograde e permanenti, quindi non formando nessuna nuova memoria. L’amnesia
retrograda è invece più graduata: nei soggetti che hanno perso i nuclei ippocampali comunque rimane una
traccia di memoria passata, ciò vuol dire che una copia della memoria è stata trasferita da strutture
corticali. L'acquisizione di nuove informazioni, quindi nuove memorie episodiche o semantiche, richiede
l'ippocampo intatto, ma il richiamo di memorie dichiarative già acquisite richiedere l’ippocampo per
qualche anno.

La memoria non dichiarativa


L’acquisizione di abilità motorie e percettive, l’acquisizione di regole e procedure, e il condizionamento
sono tutte forme di memoria non dichiarativa. Ad esempio, imparare ad andare in bicicletta richiede
tempo: una volta appresa, tale abilità non è esplicitabile in parole ma si manifesta nell’atto di andare in
bicicletta.
Forme diverse di memoria non dichiarativa coinvolgono regioni cerebrali diverse. Ad esempio, memorie
emotive come quelle che si formano con il condizionamento alla paura coinvolgono l’amigdala.
L’apprendimento di abilità motorie coinvolge i nuclei della base e la corteccia motoria; anche il cervelletto
sembra coinvolto in alcune forme di memoria procedurale.
L’acquisizione di regole e procedure sembra coinvolgere i nuclei della base. Il ruolo di questa importante
struttura sottocorticale si manifesterebbe però anche in compiti di memoria dichiarativa, come la memoria
spaziale e la memoria di riconoscimento visiva.
L’apprendimento di abilità percettive, ad esempio visive o acustiche correla con cambiamenti nelle aree
sensoriali corticali, e coinvolge probabilmente proiezioni dalle aree associative superiori alle aree sensoriali
primarie e secondarie, proiezioni dette top-down. Il condizionamento classico, introdotto da Pavlov,
sembra coinvolgere cambiamenti nei circuiti neurali del cervelletto, dell’amigdala, della corteccia.
Il sistema percettivo della rappresentazione è una forma di memoria non dichiarativa posta in relazione al
fenomeno del priming percettivo. Nel priming vengono presentate ad un soggetto delle parole o delle
immagini e successivamente gli viene presentata una sola parte dello stimolo. La precedente presentazione
dello stimolo intero facilita il riconoscimento dello stimolo parziale. I pazienti amnesici mostrano effetti di
priming, dimostrando che l’integrità del lobo temporale mediale non è necessaria per il priming.
Gli aspetti del priming riflettono l’attività di un sistema, detto sistema percettivo della rappresentazione,
che mantiene la rappresentazione, visiva ed uditiva, della forma e struttura delle parole e degli oggetti. Tale
sistema è ben distinto da quello del lobo temporale mediale non solo perché i pazienti amnesici mostrano
effetti di priming ma perché recentemente è stato dimostrato che lesioni al lobo occipitale destro
provocano deficit nel priming percettivo mentre nessun deficit era presente alla memoria esplicita.
In questo modo si completa la dissociazione fra sistemi di memoria implicita ed esplicita: siamo di fronte
ad una doppia dissociazione, lesioni che danneggiano la memoria esplicita lasciano intatta quella implicita e
viceversa.

La memoria dichiarativa
L'ippocampo e altre strutture del lobo temporale mediale vengono considerate ugualmente necessarie per
tutti e due i tipi di memoria dichiarativa, quella episodica e quella semantica, alcuni ritengono però ci siano
due sistemi di memoria dichiarativa a lungo termine: uno che è quello dell'ippocampo ed è essenziale per la
memoria episodica, l’altro invece può fare a meno dell'ippocampo, e comprende strutture del lobo
temporale mediale intorno all’ippocampo, per esempio la corteccia peridinale, utilizzata per una forma di
memoria dichiarativa più semplice di quella episodica, ovvero il riconoscimento, e potrebbe fare a meno
dell’ippocampo. Nella memoria dichiarativa ci può essere solo il senso di familiarità che non è
contestualizzata e non necessita l’ippocampo, mentre quando una memoria viene contestualizzata, quindi
per la memoria episodica, stiamo usando l'ippocampo.
L'ippocampo destro è specializzato per la memoria spaziale, l'ippocampo sinistro è specializzato per la
memoria verbale. L'ippocampo è al centro di un circuito che parte e torna alle aree associative del cervello,
quindi aree associative unimodali e polimodali, che proiettano alla corteccia del lobo temporale mediale, ad
esempio la corteccia peririnale, che proiettano alla corteccia entorinale che è contemporaneamente il
principale ingresso e la principale uscita dell'ippocampo.

Circuito trisinaptico dell'ippocampo


I neuroni della corteccia entorinale con i suoi assoni proiettano all'ippocampo e formano una via che si
chiama via perforante. Questi assoni terminano in una struttura dell'ippocampo che si chiama giro dentato
e formano una sinapsi eccitatoria sulle cellule di tale struttura, le quali proiettano alle cellule di un'altra
suddivisione dell'ippocampo che è il campo CA3, ed anche questa è una sinapsi eccitatoria. Le cellule
piramidali del campo CA3 proiettano alle cellule piramidali del campo CA1, anche questa è una sinapsi
eccitatoria, che con i loro assoni formano la proiezione alla corteccia entorinale. La corteccia entorinale
proietta all'ippocampo, l'ippocampo lavora sull’informazione, ed il risultato dell'elaborazione viene
restituito alla corteccia entorinale, ciascuna delle sinapsi è soggetta a fenomeni di plasticità sinaptica.

Il consolidamento locale e il consolidamento di sistema


Per studiare il ruolo delle cellule di posizione dell'ippocampo ci servono dei compiti di memoria spaziale, ad
esempio il labirinto d'acqua di Morris. Nelle cellule di posizione mentre l'animale impara le posizione della
via d'uscita avvengono fenomeni di plasticità sinaptica, quindi potenziamento a lungo termine di una
traccia spaziale che si è appena formata nell'ippocampo. Le cellule di posizione formano il loro campo di
posizione quando l'animale esplora, associando i vari elementi. Ogni cellula codifica per una specifica
posizione. I campi di posizione si sono formati attraverso meccanismi di plasticità sinaptica nell'ippocampo
e si sono consolidati, questo viene chiamato consolidamento locale perché avviene nella struttura in cui si è
formata inizialmente la traccia di memoria.
Il consolidamento di sistema sembra avvenire principalmente per le memorie di tipo dichiarativo. Il sito
finale delle tracce di memoria dichiarativa non è l'ippocampo perché col tempo compare una traccia di
memoria anche al di fuori dell'ippocampo, in particolare nella neocorteccia. Il consolidamento di sistema è
quel processo che mi consente di trasferire l'informazione dall’ippocampo alla neocorteccia, e quando
avviene le memorie dichiarative diventano relativamente indipendenti dall'ippocampo. è come se creassero
una copia della traccia di memoria anche se magari non sarà molto vivida migrano dal l'ippocampo alla
neocorteccia
Memorie episodiche e memorie semantiche hanno tipi di immagazzinamento diversi: una lesione
ippocampale provoca un’amnesia anterograda, una lesione corticale provoca un’amnesia retrograda,
questo perché si lesiona il magazzino delle memorie remote, non quello sulla formazione di nuove memorie
a lungo termine. L'ippocampo è cruciale per la conversione da breve a lungo termine della memoria
dichiarativa, quindi per la formazione di una memoria a lungo termine di tipo dichiarativo e per il suo
iniziale consolidamento che avviene al suo interno.
Il consolidamento di sistema richiede anche i meccanismi di attivazione dall’ippocampo alla neocorteccia
durante il sonno. Durante la fase di sonno ad onde lente riattiviamo le tracce di memoria ippocampali e
l'ippocampo attiva la neocorteccia, quindi inizia questo processo che porterà col tempo alla formazione di
una traccia di memoria anche a livello della corteccia per la memoria dichiarativa. Senza l'ippocampo non si
formano memorie dichiarative a lungo termine, ma le memorie dichiarative più vecchie saranno
rappresentate anche a livello corticale. Infatti anche la lesione dell'ippocampo non elimina i meccanismi
che conducono alla formazione delle tracce di memoria dichiarativa che sono inizialmente nell'ippocampo,
poi saranno fenomeni di plasticità a livello corticale che trasferiranno la traccia. Quando imparo una
sequenza motoria cambio i circuiti nella corteccia motoria che recluto, e recluto più cellule perché potenzio
alcune connessioni nervose con un fenomeno di potenziamento a lungo termine.

Apprendimento percettivo
Il miglioramento delle capacità percettive in una modalità sensoriale si può illustrare con un esempio sulla
modalità uditiva degli animali facendogli imparare a discriminare due toni la cui frequenza diventa
progressivamente più simile con un paradigma che si chiama paradigma Oxford: c'è una sequenza di stimoli
tutti uguali e nel messo ne viene emesso diverso, e l'animale impara l'istruzione che quando arriva lo
stimolo diverso deve premere un tasto. All'inizio si parte con la sequenza dello stimolo infrequente OD, cioè
incongruo, che ha una frequenza molto diversa da quella degli altri stimoli, quindi il compito è inizialmente
facile. Una volta che l'animale ha acquisito un'istruzione si comincia a rendere la frequenza dello stimolo
progressivamente più simile a quella degli altri stimoli, finché l'animale non li distingue più. Con
l'allenamento la minima frequenza distinguibile, quindi la minima differenza di frequenza discriminabile,
diventa sempre più piccola e il soggetto diventa sempre più bravo a discriminare le frequenze.
Nella corteccia uditiva ci sono colonne di isofrequenza e le cellule nello spessore della corteccia in una
determinata zona rispondono tutte con la loro frequenza caratteristica. Alla fine dell'apprendimento quello
che si vede è che il numero di cellule della corteccia uditiva primaria che ha come frequenza caratteristica
quella appresa dall’animale è aumentato, si è quindi espansa la mappa di questa frequenza ai danni della
rappresentazione delle altre frequenze. C'è un reclutamento di un numero maggiore di neuroni che lavora
sulla frequenza di interesse
Nel caso dell'apprendimento motorio si dimostrava che il reclutamento di neuroni aggiuntivi avveniva
perché connessioni tra neuroni vicini venivano potenziate con fenomeni di potenziamento a lungo termine,
e per provare il potenziamento si misurava l'emisfero che guidava il muscolo che svolgeva il compito
rispetto all'altro. Inoltre se si provava ad indurre artificiosamente il potenziamento a lungo termine
stimolando elettricamente queste connessioni non ci si riusciva perché le connessioni erano già potenziate.
Nel caso del sistema uditivo queste due evidenze non ci sono, quindi mi limito a dire che anche
nell'apprendimento percettivo uditivo si osserva un cambiamento nelle mappe corticali, probabilmente
tramite un potenziamento a lungo termine delle connessioni tra neuroni vicini, per questo ne recluto di più,
però non lo posso dire con certezza perché non è stato dimostrato.
In un compito di apprendimento visivo, in cui stavolta l'animale diventa progressivamente più bravo a
discriminare stimoli visivi resi progressivamente più simili, nella corteccia visiva primaria c'è sempre una
modifica della mappa, ma in questo caso è stata fatta la misura dell'efficacia delle connessioni tra neuroni
vicini, e si vede che sono potenziate dalla apprendimento, quindi se provo a potenziarle artificiosamente
non ci riesco. Ne concludo che l'apprendimento ha potenziato le connessioni fra neuroni vicini,
aumentando di neuroni che lavora su un certo compito.
Sostanzialmente possiamo dire che abbiamo delle evidenze correlative: quando i soggetti apprendono una
determinata abilità cambia la mappa della corteccia coinvolta in quel compito (motoria, visiva o uditiva) ma
non è un evidenza causale. Posso proporre che il cambio è causato dall’apprendimento, però la causalità ce
l’ho solo negli esperimenti in cui vado a vedere l'efficacia delle connessioni sinaptiche tra cellule vicine della
corteccia di interesse. In alcuni casi ho evidenze solo correlative, in altri più causali.

Memoria dichiarativa di familiarità


Con un compito classico di familiarizzazione all’animale viene proposta una copia di oggetti uguali, che sono
quindi entrambi nuovi per lui, e l’animale li esplorerà. Dopo un intervallo di tempo variabile vengono posti
nello stesso contesto altri due oggetti: uno dei due è uguale a quelli che aveva già visto, e l'altro avrà la
stessa forma, ma cambia il rivestimento esterno, quindi lo stimolo visivo che li caratterizza è diverso. La
curiosità è una molla che tutti gli animali hanno, quindi se l’animale si ricorda che uno dei due oggetti lo
aveva già visto, andrà ad esplorare soltanto lo stimolo nuovo. Misurando il tempo che ha passato ad
esplorare lo stimolo nuovo e il tempo passato a riesplorare lo stimolo familiare, posso calcolare un indice
che mi dice quanto tempo passa ad esplorare l’uno rispetto all'altro: più tempo passa ad esplorare quello
nuovo, più mi dice che quello vecchio lo ha già visto, mentre se non si ricorda di averlo visto li esplorerà
come se fossero nuovi entrambi, in questo caso l'indice rimane zero.
Il giorno dopo aver esplorato gli oggetti l'indice d'esplorazione è piuttosto alto, quindi l'animale passa la
maggior parte del suo tempo ad esplorare l'oggetto nuovo, così anche per i due giorni seguenti, mentre il
quarto giorno l'indice va a zero, questo perché l'animale si è dimenticato che cosa aveva visto.
Questa è una memoria dichiarativa che però potrebbe non necessariamente richiedere l'ippocampo perché
non è ricca di contesto. In questo caso sono state ottenute delle evidenze correlative, ma che non ci
consentono di darne una conclusione causativa.
La plasticità sinaptica nella corteccia peririnale è ridotta:
• se uno dei fattori che contribuiscono al potenziamento a lungo termine, ERK, quindi uno degli
enzimi che fa immediatamente cambiare la presenza di recettori nella membrana cellulare viene
geneticamente ridotto, e la memoria visiva risulta deficitaria,
Mentre aumenta:
• se invece la funzione di questa molecola viene potenziata, quindi si ottiene un potenziamento nella
memoria che ci fa ricordare anche per più giorni.

Relazione fra plasticità sinaptica e tracce di memoria dichiarativa


La memoria dichiarativa in generale è sostanzialmente molto spesso ancora correlativa, quindi noi
vorremmo ottenere ciò che si è ottenuto per la memoria implicita, quindi una serie di evidenze che
indicano che:
1. manipolazioni farmacologiche o genetiche che interferiscono con l’induzione o il mantenimento del
potenziale a lungo termine danneggiano le prestazioni in compiti di memoria spaziale e
impediscono la formazione dei campi di posizione delle cellule ippocampali
2. l’apprendimento spaziale induce cambiamenti dell’efficacia sinaptica nell’ippocampo
3. la saturazione della plasticità sinaptica nell’ippocampo dovrebbe occludere nuovi apprendimenti
La prima evidenza è di tipo correlativo:
• gli esperimenti volti a investigare il ruolo del potenziamento a lungo termine nella memoria
spaziale hanno investigato la presenza di correlazione fra difetti nell’induzione o nel mantenimento
di potenziamento a lungo termine e difetti nella memoria spaziale. Con la manipolazione
farmacologica o genetica di una proteina necessaria per l’induzione e il mantenimento del
potenziamento a lungo termine, la protein chinasi CaMKII, vedo che la memoria spaziale non si
forma o non si consolida.
Le altre due sono più di tipo causale
• L’apprendimento spaziale induce una formazione dei cambi di posizione, e se ho utilizzato un
protocollo che mi determina la formazione dei campi di posizione e cerco poi di potenziare le
connessioni ippocampali artificiosamente non ci riesco, quindi ho una qualche indicazione che sono
coinvolti i fenomeni di potenziamento.
Nonostante appunto il tardivo completamento delle evidenze della memoria dichiarativa contestualizzata,
quindi dipendente dall'ippocampo, possiamo dire che la presenza di plasticità sinaptica in strutture
celebrali che fanno parte del sistema di memoria relativo a quella memoria è l'elemento cruciale della
formazione e del consolidamento di tracce di memoria che sono relative al funzionamento di quel sistema.
Per alcune memorie siamo arrivati fino all'ultima evidenza causale necessaria, ma anche per la memoria
dichiarativa siamo abbastanza messi bene perché abbiamo capito che non è più soltanto correlazione,
quando noi impariamo qualsiasi cosa, nonostante siano forme di memoria diverse che poggiano su
strutture diverse, alla fine quello che conta è l’avvenimento di fenomeni di plasticità sinaptica a lungo
termine. I fenomeni sono gli stessi, quello che cambia è la struttura in cui avvengono.

Il riconsolidamento
La frequenza classica dei fenomeni di apprendimento e memoria è: acquisisco informazioni; la codifico;
avvengono fenomeni di plasticità Hebbiana se il recettore NMDA si attiva; i fenomeni di plasticità se sono
lungo termine sostengono la memoria a lungo termine. Una traccia di memoria per essere a lungo termine
deve avere la fase di consolidamento e mantenimento, che rende stabile il cambiamento d’efficacia
sinaptica, fasi che si basano su cambiamenti nella presenza di proteine quindi nella traduzione da RNA già
presente, e poi nella trascrizione trascrizione da tratti di genoma, inoltre ci sono anche i meccanismi
epigenetici che influenzano a lungo termine la trascrivibilità di specifici geni.
L'idea è che una volta avvienuto il consolidamento, la memoria consolidata non la posso più perdere.
In realtà non sembrerebbe così: ogni traccia di memoria, almeno per i primi anni della sua vita, quando
viene riattivata torna di nuovo labile, e per poter essere mantenuta a lungo termine, quindi recuperata
ancora successivamente, deve essere di nuovo consolidata. Questo è il fenomeno che chiamiamo
riconsolidamento, è un consolidamento ripetuto su memorie già consolidate.
Le prime evidenze in modelli animali sono state ottenute relativamente a memorie emotive di paura,
quindi riguardo l'amigdala: l'animale dopo un protocollo di condizionamento classico ha sviluppato una
risposta piuttosto solida di paura condizionata allo stimolo condizionato. Se io gli presento lo stimolo
condizionato, quindi riattivo la traccia di memoria di paura condizionata, la traccia ritorna labile, e me ne
accorgo perché dopo averla riattivata uso un farmaco che blocca le molecole cruciali per il consolidamento,
ed il giorno dopo la traccia di memoria è sparita.
Un’altra evidenza è data dalla registrazione dei neuroni dell'amigdala: al termine di un protocollo di
condizionamento classico compaiono dei neuroni che rispondono fortemente allo stimolo condizionato.
Verifico che questo sia vero, poi presento lo stimolo condizionato e tratto farmacologicamente l'animale: la
risposta di paura comportamentalmente scompare, e quando vado a registrare di nuovo i neuroni
dell’amigdala non rispondono più allo stimolo condizionato, quindi ho cancellato la traccia.
Il riconsolidamento è un qualcosa che deve essere attivato, e viene attivato quando richiamo la traccia di
memoria, e solo a questo punto partono i processi che normalmente ci portano a riconsolidarla, ma se
interferisco con il consolidamento la memoria sparisce, nel caso della memoria emozionale ho cancellato il
potenziamento a lungo termine avvenduto nell'amigdala.
Ci sono soggetti umani che mostrano una risposta esagerata a stimoli emotigeni o che hanno un intrusione
di memoria emozionale che interferiscono con la qualità della vita del soggetto, quindi poter intervenire
riducendo la risposta emozionale negativa attraverso un protocollo di riattivazione e il successivo
intervento potrebbe riportare i soggetti a risposte emotive normali, ecco perché gli studi sul
consolidamento sono cominciati con le memorie emozionali.
Il ricondizionamento esiste anche per altri tipi di memoria, ad esempio per la memoria motoria: il giorno
uno si fa apprendere ad un soggetto una frequenza motoria semplice, il giorno due gli si fa apprendere
un'altra sequenza. Se fate ripetere al soggetto la prima e la seconda sequenza esso risulterà capace in
entrambe, quindi ha appreso e consolidato la prima e il giorno dopo ha appreso e consolidato la seconda.
Adesso le fate interferire con un protocollo di interferenza: il giorno uno acquisisce la prima sequenza, al
giorno due gliela fate rieseguire e subito dopo fate partire l'apprendimento della seconda sequenza. Al
terzo giorno se fate mettere in pratica al soggetto la sequenza uno e la sequenza due il soggetto risulterà
bravo nella sequenza due ma avrà perso tutti gli effetti dell'apprendimento della sequenza uno, questo
perché gliel'abbiamo fatta riattivare ed è tornata labile, mettendoci al suo posto l'apprendimento dell'altra
sequenza. So che non è una questione di effetto dell'aver appreso la sequenza due perché se non faccio
riattivare la prima sequenza, come nel protocollo iniziale, se le ricorda entrambe. Utilizzando protocolli di
interferenza retroattiva è stato dimostrato per diversi tipi di memoria che ci sono fenomeni di
riconsolidamento.
Il vantaggio è che la nostra traccia di memoria può essere aggiornata, nonostante ci rimetta la veridicità
della testimonianza perché se quando richiamo una traccia di memoria la posso modificare essa sarà
sempre diversa da quella originale, quindi quando io richiamo le memorie più vecchie quello che ricordo
ora potrebbe non essere esattamente quello che è accaduto, questo perché nel revocarla potrei averla
aggiornata. L'utilità è quella di poter aggiornare ed adattare le tracce di memoria alla mutata situazione
contestuale. La molecola cruciale per la formazione di una memoria di riconoscimento visiva e cruciale
anche per il riconsolidamento, quindi la protein chinasi CaMKII.
Se io dovessi applicare all'uomo un trattamento farmacologico che interferisce con il consolidamento tutte
le memorie di recente formazione verrebbero cancellate, questo non avviene perché una memoria per
essere riconsolidata va riattivarla, quindi anche le memorie che si sono formate esattamente nello stesso
momento ma che non vengono riattivate non vengono disturbate. Potenzialmente il trattamento che
potrebbe essere proponibile per l'uomo c'è, tramite un altro farmaco antagonista della noradrenalina e
dell'adrenalina, questo perché quando il soggetto è in allerta, quindi l’asse HPA è attivo, cercare di ridurre
la risposta emozionale negativa è più difficile rispetto al caso in cui il soggetto è in una situazione di quiete
emozionale.

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