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15 feb/7 mar 2020


Quindicinale
Anno 171

Simboli religiosi e politica


Il falso mito della deterrenza
nucleare
Il pensiero di Gaston Fessard
Le recenti elezioni regionali
La Conferenza di Berlino sulla Libia
La politica del coronavirus
Essere mediterranei
«Le nuove melanconie»
La speranza nel futuro
«Tolo Tolo», di Checco Zalone
RIV ISTA INTERNAZIONALE DEI GESUITI

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B E AT U S P OPU LU S , C U I U S D O M I N U S DE U S E I U S
SOMMARIO 4072

15 feb/7 mar 2020


Quindicinale
Anno 171

313 SIMBOLI RELIGIOSI E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA


Una riflessione biblica
Vincenzo Anselmo S.I.

322 ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE


Drew Christiansen S.I.

334 IL PENSIERO DI GASTON FESSARD


Esercizi spirituali e attualità storica
Paul Gilbert S.I.

346 IL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA


Francesco Occhetta S.I.

352 LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA


Giovanni Sale S.I.

365 LA POLITICA DEL CORONAVIRUS


Attivare gli anticorpi del cattolicesimo
Antonio Spadaro S.I.

368 ESSERE MEDITERRANEI


Fratelli e cittadini del «Mare Nostro»
Card. Pietro Parolin

381 «LE NUOVE MELANCONIE»


I destini del desiderio secondo Massimo Recalcati
Giovanni Cucci S.I.

390 È POSSIBILE SPERARE IL FUTURO SENZA RELIGIONE?Ò


Giandomenico Mucci S.I.

394 «TOLO TOLO»: UN VIAGGIO TRA LA FORTUNA E IL SOGNO


Claudio Zonta S.I.

399 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA


Eni
vuole
trasformare
il moto ondoso
in energia
elettrica

Silvia
è sempre
attenta a non
sprecare
acqua

Eni Silvia
è meglio di Eni.
INSIEME A BBI A MO UN ’A LT R A ENERGI A
SOMMARIO 4072

ARTICOLI
313 SIMBOLI RELIGIOSI E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA
Una riflessione biblica
Vincenzo Anselmo S.I.

Ultimamente, sempre più spesso i simboli religiosi fanno la loro irruzione nell’agone politico.
Il tema è senz’altro di attualità, ma la problematica è già affrontata nelle Scritture ebraico-cri-
stiane. Riuscirà Israele a rispettare l’alterità di Dio, oppure proverà a farne un idolo? Cosa ac-
cade quando colui che è posto a capo del popolo strumentalizza Dio per ottenere il consenso?
Il racconto dell’arca dell’alleanza (1 Sam 4,1-11) e quello della riforma religiosa di Geroboamo
(1 Re 12,26-33) offrono uno spaccato interessante su come la Bibbia metta in guardia da ogni
manipolazione del sacro per asservirlo ai propri fini. L’Autore è professore di Sacra Scrittura
alla Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, a Napoli.

322 ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE


Drew Christiansen S.I.

La condanna delle armi nucleari da parte di papa Francesco va vista alla luce dei cambiamenti
sia nel contesto geostrategico sia nel clima etico che circonda la politica sulle armi nucleari.
L’ambiente geostrategico e tecnico odierno è molto più complesso, instabile e non vincolato
dagli accordi sul controllo degli armamenti rispetto a quello degli anni Ottanta. Il contesto
morale delle nazioni dotate di armi nucleari è minato da due fattori: la perdita di fiducia, da
parte degli Stati non nucleari, nel loro impegno a disarmare, e la loro aperta sfida alle norme per
l’accettazione morale condizionale della deterrenza formulate più di 30 anni fa.

334 IL PENSIERO DI GASTON FESSARD


Esercizi spirituali e attualità storica
Paul Gilbert S.I.

Papa Francesco ha ricordato più volte che il filosofo e teologo gesuita Gaston Fessard è stato
uno degli autori che maggiormente hanno accompagnato la sua riflessione. L’articolo esa-
mina gli scritti di Fessard su tre autori che lo hanno influenzato: Maine de Biran, Friedrich
Hegel e sant’Ignazio di Loyola. Il primo ha costruito un metodo filosofico capace di aprire la
coscienza all’assoluto, senza denigrare l’evidenza delle nostre fragili esistenze. Il secondo ha
prestato attenzione alle strutture dell’esistenza. Il terzo ha insegnato all’essere umano un cam-
mino di libertà, in modo che egli possa costruire progressivamente la propria esistenza nella
continuità di un’elezione fondamentale che noi tutti siamo invitati ad attualizzare. L’Autore è
professore emerito di Filosofia alla Pontificia Università Gregoriana.
LA CIVILTÀ CON L’ACCENTO SULLA “È”.
La Civiltà Cattolica pubblica la collana monografica «Accènti», con articoli tematici
tratti dalle sue pagine. Ogni due mesi un nuovo numero di Accènti racconta e
approfondisce un tema di attualità.

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FOCUS
346 IL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA
Francesco Occhetta S.I.

Lo scorso 26 gennaio si è votato per eleggere il governo regionale dell’Emilia-Romagna e della


Calabria. Era un voto atteso per valutare la stabilità del governo nazionale e la salute delle forze
politiche e ha rivelato un contrasto tra due arterie dello stesso cuore: il Nord e il Sud d’Italia.
Due elezioni diverse, che richiedono analisi diverse. A livello nazionale, il voto rinforza i partiti
che hanno sostenuto Bonaccini, indebolisce il M5S, consolida la destra come alternativa di go-
verno. Il referendum del 29 marzo e le prossime elezioni regionali in primavera potrebbero ri-
mescolare le carte, se la classe politica non si decide su quale modello politico assestare il sistema.

352 LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA


Giovanni Sale S.I.

La Conferenza di Berlino sulla Libia del 19 gennaio 2020, alla quale hanno partecipato i
rappresentanti di 11 Paesi e delle maggiori organizzazioni internazionali, ha prodotto una
dichiarazione condivisa, nella quale si sostengono gli sforzi delle Nazioni Unite per una tre-
gua duratura, per far rispettare l’embargo delle armi e smantellare le milizie inviate da alcune
potenze straniere nel Paese. Finora diversi punti fissati nel comunicato sono rimasti lettera
morta. Per dare attuazione alla dichiarazione di Berlino è necessario che le parti belligeranti
e le grandi potenze implicate nel conflitto pongano in essere atti concreti di pacificazione.
L’articolo descrive il percorso degli ultimi mesi di guerra.

IL PUNTO | POLITICA
365 LA POLITICA DEL CORONAVIRUS
Attivare gli anticorpi del cattolicesimo
Antonio Spadaro S.I.

Il coronavirus si sta diffondendo nel mondo dalla Cina, generando una sindrome del contagio
universale. L’apocalisse è a portata di mano. Scattano gli anticorpi contro tutto ciò che temiamo di
non riconoscere e di non riuscire a controllare. Il coronavirus sembra essere così anche un sintomo
(e un simbolo) di una più generale condizione di paura che ci portiamo dentro. Il principale effetto
del contagio da virus della paura è l’anima arida, la desolazione. Il primo compito di un cattolico
è la lotta all’inaridimento. Il cristiano deve farsi carico delle attese, dei cambiamenti e dei problemi
del Paese, sentendosi interpellato ad agire. Come attivare concretamente, nell’ambito della nostra
vita sociale e politica, gli anticorpi contro il virus della pandemia della paura, dell’ansia e dell’odio?
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DOCUMENTO
368 ESSERE MEDITERRANEI
Fratelli e cittadini del «Mare Nostro»
Card. Pietro Parolin

Il Segretario di Stato della Santa Sede, il card. Pietro Parolin, è intervenuto l’1 febbraio scorso
alla presentazione del volume Essere mediterranei. Fratelli e cittadini del «Mare Nostro», frutto di
un seminario organizzato nel 2019 dalla nostra rivista, a seguito della firma del Documento
sulla Fratellanza Umana da parte di papa Francesco e del Grande imam di al-Azhar, al-Tayyeb.
Parolin ha accolto e sviluppato la «visione mediterranea» e la prospettiva della fratellanza che
emergono dal volume, anche considerando gli scenari di crisi presenti nell’area. Ha ricordato
le tappe del percorso che ha portato alla firma del Documento ad Abu Dhabi e ha sottolineato
come esso abbia nella riflessione sulla cittadinanza, in tutti i Paesi rivieraschi, uno dei suoi temi
di grande attualità e urgenza.

RIVISTA DELLA STAMPA


381 «LE NUOVE MELANCONIE»
I destini del desiderio secondo Massimo Recalcati
Giovanni Cucci S.I.

La melanconia sembra essere la protagonista dell’immaginario occidentale a partire dall’epoca


romantica, fino a diventare simbolo della condizione umana e avere una risonanza enorme
in tutti gli ambiti della cultura – dall’arte alla psichiatria – degli ultimi due secoli. Ma essa ha
anche potenti ricadute in campo politico-sociale. Un recente libro di Massimo Recalcati cerca
di evidenziare proprio questo legame. Tale stato d’animo tuttavia – qualora non sia confina-
to alla psicosi – può diventare contestazione della situazione presente e spingere a elaborare
nuove forme di vita comune, ispirate al dialogo, alla relazione e all’ospitalità. È la lezione che
giunge dalla riflessione sapienziale, fin dall’antichità.

NOTE E COMMENTI
390 È POSSIBILE SPERARE IL FUTURO SENZA RELIGIONE?
Giandomenico Mucci S.I.

L’articolo si sofferma su una pagina di Sabino Cassese, presidente emerito della Corte Co-
stituzionale, nella quale, scrivendo della speranza nel futuro, l’illustre giurista fa un discorso
esclusivamente politico-economico senza neppure un cenno al ruolo pubblico e vitale della
religione in una società in crisi che spera in un futuro migliore.
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ARTE MUSICA SPETTACOLO


394 «TOLO TOLO»: UN VIAGGIO TRA LA FORTUNA E IL SOGNO
Claudio Zonta S.I.

Tolo Tolo, ultimo film del comico Checco Zalone, affronta il tema del viaggio dei migranti afri-
cani, del quale mostra la complessità e l’aspra drammaticità. Con una narrazione spregiudicata,
paradossale, ilare e caustica, la pellicola mette a fuoco i molteplici punti di vista con cui si pensa la
migrazione: come viene percepita da coloro che intraprendono questi viaggi di fortuna; i pericoli
che corrono, ma anche le polarizzazioni delle opinioni dei cittadini che vedono e assistono agli
sbarchi; le inadatte politiche di accoglienza da parte delle istituzioni locali ed europee. Zalone,
in questa odissea ancor troppo attuale, sembra salvare soltanto la relazione umana, che diviene
àncora di salvezza in ogni situazione tragica dell’esistenza.

399 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

Alessi N. 400 - Chiti V. 399 - Crouch C. 409 - Dall’Asta A. 413 - Dolce è la luce 413 - Fer-
rarotti F. 403 - Hirschfeld M. L. 408 - Martin Lutero 402 - Messinese L. 405 - Petti D. 407
- Ryūnosuke A. 411 - Sabetta A. 402 - Salviucci Insolera L. 413 - Sorge B. 400
SIMBOLI RELIGIOSI
E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA
Una riflessione biblica
Vincenzo Anselmo S.I.

Negli ultimi tempi, sempre più spesso i simboli religiosi fanno la


loro irruzione nell’agone politico. Spesso Dio viene tirato in ballo in
maniera impropria, chiamato come testimonial di una parte politica
o come un’etichetta per promuovere un partito. Il tema è senz’altro
313
di attualità, ma la problematica ha radici antiche. Per questo le stesse
Scritture ebraico-cristiane contengono gli anticorpi contro qualsia-
si strumentalizzazione del divino.
Se, da un lato, il Signore è il Dio di un popolo particolare, Israe­le,
dall’altro il testo sacro è consapevole che egli è «Santo» (cfr Es 15,11;
Is 6,3; Os 11,9), «messo a parte», cioè «distinto» rispetto al mondo1. Il
Signore dice per mezzo del profeta: «I miei pensieri non sono i vostri
pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore» (Is
55,8). Quel Dio così vicino al suo popolo, tanto da essere interve-
nuto per liberarlo dalla schiavitù dell’Egitto e condurlo nella Terra
promessa, è anche Altro rispetto a Israele. Segno eloquente ne è il
Tetragramma, il Nome di Dio che non si può pronunciare2.
Questo interdetto protegge l’alterità di Dio, perché non è possi-
bile afferrare il mistero del Signore chiamandolo per nome3. Questa
trascendenza, e al tempo stesso immanenza, divina è richiamata dal
profeta Isaia: «Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, perché grande in

1. Per un approfondimento sulla radice semitica Q-D-SH che è alla base della
parola «Santo», cfr L. Koehler - W. Baumgartner (eds), The Hebrew and Aramaic
Lexicon of the Old Testament, II, Leiden - New York - Köln, Brill, 2001, 1072-1075.
2. Cfr G. Odasso, «Nome», in R. Penna - G. Perego - G. Ravasi (eds),
Temi teologici della Bibbia, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2010, 898-908.
3. Il tetragramma Yhwh viene generalmente tradotto con il termine «Signo-
re» sia nelle versioni antiche (LXX, Vulgata, Peshitta) sia in quelle moderne (ad
esempio, la versione della Cei del 2008).

© La Civiltà Cattolica 2020 I 313-321 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


ARTICOLI

mezzo a te è il Santo d’Israele» (Is 12,6). Il Dio Santo si fa presente


nella storia di una comunità particolare, Israele, che egli si è scelta
fra tutte le nazioni della terra (cfr Dt 14,2).
L’arca dell’alleanza o del patto è segno di questa presenza con-
creta di Dio in mezzo al suo popolo in una dinamica che prefigura
l’incarnazione dell’Emmanuele, il Dio con noi (cfr Is 7,14; Mt 1,23).
Qual è la relazione di Israele con il Dio che cammina accanto a sé?
Riuscirà a rispettarne l’alterità, oppure proverà a fare di questo Dio
un idolo? Cosa succede quando il Signore degli eserciti viene spinto
impropriamente sul campo di battaglia?

COSA ACCADE QUANDO COLUI CHE È POSTO A CAPO


314 DEL POPOLO STRUMENTALIZZA DIO PER IL PROPRIO
TORNACONTO?

Nella storia biblica il potere affidato ai sovrani dà loro grandi


responsabilità, perché le loro azioni possono condurre i molti verso
la morte o verso la vita. Cosa accade quando colui che è posto a
capo del popolo strumentalizza Dio per il proprio tornaconto? A tal
proposito, il caso di Geroboamo, re d’Israele, si rivela emblematico.

Il Signore delle schiere può essere condotto sul campo di battaglia?

All’inizio del primo libro di Samuele è collocato un ciclo di storie


che vedono l’arca come protagonista del racconto (1 Sam 4,1b–7,1).
Questo scrigno sacro, che contiene le tavole della legge, era il luogo
dell’incontro fra il Signore e il suo servo Mosè (cfr Es 25,10-22;
37,1-9). Tuttavia, l’arca non è soltanto un oggetto religioso, ma nel
corso della narrazione si mostra dotata di volontà e di vita proprie.
Nel racconto di 1 Sam 4 Israele si vede costretto a fronteggiare i
filistei, riportando una sonora sconfitta4. Davanti a questo smacco, gli
anziani del popolo non fanno in tempo a interrogarsi sulle cause che

4. Il popolo filisteo è uno dei cosiddetti «popoli del mare», che, provenienti
dall’Egeo, si scontrano con l’Egitto e si stabiliscono nella terra di Canaan tra il XIII
e il XII secolo a.C. (cfr T. Dothan, «Philistines», in D. N. Freedman [ed.], The
Anchor Bible Dictionary, V, New York, Doubleday, 1992, 326-333).
SIMBOLI RELIGIOSI E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA

si volgono a una soluzione che appare fin troppo affrettata: «Quando il


popolo fu rientrato nell’accampamento, gli anziani d’Israele si chiese-
ro: “Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai filistei? Andiamo
a prenderci l’arca dell’alleanza/patto del Signore a Silo, perché venga
in mezzo a noi e ci salvi dalla mano dei nostri nemici”» (1 Sam 4,3)5.
L’intuizione iniziale che sia stato il Signore a colpire Israele at-
traverso la mano dei filistei non viene approfondita. I capi del po-
polo non considerano la propria disobbedienza a Dio come causa
della sconfitta. Non c’è una presa di coscienza dei propri peccati e
delle proprie responsabilità. Ma il lettore sa che la leadership d’Israe­le
opera il male (cfr 1 Sam 2–3).
Gli anziani, dunque, non si interrogano sulle cause che hanno
portato alla sconfitta, ma pongono in atto la soluzione più facile e
315
immediata, cioè quella di forzare il Signore, spingendolo sul campo
di battaglia6. In un certo senso l’arca diventa un mero strumento:
non più un segno della presenza del Dio vivente, ma un talismano
da utilizzare come arma definitiva contro un nemico che appare
imbattibile. Eppure, obbligare il Signore a scendere in guerra con-
tro i filistei potrà mai assicurare al popolo la sospirata rivincita?
Coloro che giungono a Silo trovano assieme l’arca e i figli di Eli,
sacerdote e giudice d’Israele (1 Sam 4,18): «Il popolo inviò a Silo, a
prelevare da lì l’arca dell’alleanza del Signore delle schiere, che siede
tra i cherubini: c’erano con l’arca dell’alleanza di Dio i due figli di
Eli, Ofni e Fineès» (1 Sam 4,4).
Non è un caso che qui l’arca sia collegata con i figli di Eli. Que-
sto dato, che connette 1 Sam 4 a quanto narrato nei capitoli prece-
denti, esplicita l’identità di coloro che sono i primi responsabili del
peccato che ha condotto Israele alla sconfitta. Infatti, i figli di Eli
sono corrotti e perversi e sono stati già rigettati dal Signore (1 Sam
2,12-36; 3,11-14). Purtroppo, invece di estirpare il male da Israele,
il popolo sceglie la via più comoda, cioè piegare il sacro ai propri
scopi. Tuttavia Dio non è un idolo manipolabile dall’uomo e non si
lascerà condurre dove gli israeliti desiderano.

5. Le traduzioni dei testi biblici sono nostre.


6. In altre occasioni viene raccontato che l’arca cammina con il popolo nel
deserto (cfr Nm 10,35-36), oppure che la sua presenza è fondamentale in battaglia,
come avviene per la conquista di Gerico (cfr Gs 6).
ARTICOLI

Nei libri di Samuele per la prima volta Dio viene chiamato «Si-
gnore degli eserciti», intendendo con questo termine le schiere
d’Israe­le o le schiere celesti7. Inoltre, in 1 Sam 4,4 si fa riferimento
all’aspetto dell’arca, che appare sormontata da due cherubini d’oro.
Lo spazio vuoto tra i due rappresenta il luogo della presenza di Dio e
dell’incontro tra il Signore e Mosè (Es 25,18-22). Tuttavia, «il Signo-
re degli eserciti che siede tra i cherubini» si rivelerà per Israele un peso
troppo grande da portare nel bel mezzo dello scontro con i filistei.
La narrazione continua rivelando al lettore l’accoglienza trion-
fale dell’arca sul campo da battaglia: «Non appena l’arca dell’alleanza
del Signore giunse all’accampamento, tutto Israele gridò un grande
grido e la terra tremò» (1 Sam 4,5).
Le espressioni iperboliche utilizzate dal narratore descrivono
316
pienamente la forza di un urlo che è al tempo stesso un grido di
guerra, ma anche un grido di gioia ed esultanza8, forse prematura e
avventata. Ora che Dio è stato costretto a scendere in campo, Israele
riacquista repentinamente fiducia, mentre per i nemici sembrerebbe
non esserci più speranza: «Anche i filistei udirono l’eco di quell’ur-
lo e dissero: “Che cos’è quest’urlo grande nell’accampamento degli
ebrei?”. Poi vennero a sapere che era arrivata nell’accampamento
l’arca del Signore. I filistei ne ebbero timore e si dicevano: “Sono
venuti gli deì9 nell’accampamento!”» (1 Sam 4,6-7a).
La tensione narrativa cresce assieme alla paura dei filistei per la
presenza di Dio in mezzo a Israele. Il lettore entra nel punto di vista
terrorizzato dei nemici di Israele, che chiamano gli israeliti con l’ap-
pellativo di «ebrei»10 e identificano la presenza di Dio con il generi-
co Elohim, che in questo caso si può tradurre con il plurale «dèi», in

7. L’espressione ricorre per la prima volta in 1 Sam 1,3. Per una trattazione
esaustiva del significato dell’espressione «Signore degli eserciti», cfr M. Gargiulo,
Samuele. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo,
2016, 46.
8. Cfr H. Ringgren, «rw‘», in Grande lessico dell’Antico Testamento, VIII,
Brescia, Paideia, 2008, 319-323.
9. Qui seguiamo la versione greca dei LXX e traduciamo in maniera letterale
il generico Elohim che si trova nella Bibbia ebraica.
10. Nella Bibbia la parola «ebrei» viene generalmente usata dagli stranieri per
riferirsi al popolo d’Israele (cfr M. Gargiulo, Samuele…, cit., 76).
SIMBOLI RELIGIOSI E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA

accordo non solo con il politeismo del Vicino Oriente Antico, ma


anche con i versetti che seguiranno11.
La riflessione dei filistei circa la situazione nuova che si è crea-
ta nel campo degli avversari continua: «Dissero: “Guai a noi, per-
ché non è stato così né ieri né prima. Guai a noi! Chi ci libererà
dalla mano di queste divinità così potenti? Queste sono le divini-
tà che hanno colpito l’Egitto con ogni colpo nel deserto12 . Siate
forti e siate uomini, o filistei, altrimenti sarete schiavi degli ebrei,
come essi sono stati vostri schiavi13. Siate uomini e combattete!”»
(1 Sam 4,7b-9).
I filistei esprimono il loro lamento davanti alla presenza, sul
campo di battaglia, delle divinità d’Israele. Essi fanno memoria
della storia dell’Esodo e dei colpi subiti dagli egiziani. Come ri-
317
corda Walter Brueggemann: «I filistei vengono presentati come
eccellenti interpreti della storia e della fede di Israele; […] anche
questi stranieri incirconcisi possono discernere lo strano potere
che agisce nella vita di Israele, uno strano potere immensamente
pericoloso»14. Eppure, diversamente da quanto era avvenuto nel li-
bro dell’Esodo, il lettore non assiste qui al tracollo degli avversari
di Israele. Infatti, ogni aspettativa viene capovolta quando i filistei
non solo non si abbattono e non si arrendono, ma, incoraggiandosi
vicendevolmente, ritrovano nuove energie per reagire, pur di non
finire sconfitti e assoggettati. Con grande sorpresa questa volta
non sarà il nemico di Israele a essere colpito, come in Egitto, ma il

11. Cfr R. Alter, The David Story. A Translation with Commentary of 1 and 2
Samuel, New York, W. W. Norton & Company, 1999, 23.
12. Alcuni autori traducono con «ogni piaga nel deserto», intendendo così le
calamità che Dio ha mandato sull’Egitto (cfr Cei 2008; M. Gargiulo, Samuele…,
cit., 77; P. K. McCarter, I Samuel. A New Translation with Introduction and Com-
mentary, New York, Doubleday, 1980, 102). In questo caso, però, risulterebbe diffi-
cile collocare le piaghe d’Egitto nel contesto del deserto. Si può pensare, invece, che
l’espressione «ogni colpo» alluda alla sconfitta cocente patita dagli egiziani durante il
passaggio del Mar Rosso: sconfitta che il libro dell’Esodo colloca proprio nel deserto
(cfr Es 13,18.20; 14,3.11-12).
13. Il riferimento al fatto che gli israeliti erano stati assoggettati dai filistei si
trova nel libro dei Giudici. Gli uomini di Giuda, infatti, si rivolgono a Sansone con
una domanda che presuppone un’egemonia filistea: «Non sai che i filistei domi-
nano su di noi?» (Gdc 15,11).
14. W. Brueggemann, I e II Samuele, Torino, Claudiana, 2005, 43.
ARTICOLI

popolo del Signore subirà una cocente sconfitta: «Quindi i filistei


attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua
tenda. Il colpo fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero tren-
tamila fanti. In più, l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni
e Fineès, morirono» (1 Sam 4,10-11).
La sorte degli israeliti subisce un pesante rovesciamento. Non
solo essi hanno ingenti perdite di vite umane sul campo di bat-
taglia, ma l’arca, segno della presenza di Dio in mezzo al popo-
lo, «è presa». Il passivo teologico sottolinea come sia Dio stesso
l’artefice di tutto questo15. La vittoria dei filistei è permessa da
Dio a causa dei peccati di Israele. Infatti, i figli corrotti di Eli
perdono la vita in battaglia, e così si realizza la profezia annun-
ciata in 1 Sam 2,34. Il Signore, dunque, non può essere ridotto a
318
idolo fabbricato dall’uomo allo scopo di trarne profitto e benefi-
cio (cfr Is 44,10). Il Dio vivente è libero e mostra la sua signoria
allontanandosi dalle schiere d’Israele, sottraendosi alla morsa del
popolo che vuole strumentalizzarlo e piegarlo ai propri scopi e al
proprio tornaconto.

Geroboamo e la religione al servizio della ragione di Stato

In un momento cruciale della storia biblica fa la sua comparsa


Geroboamo, un sovrano la cui azione si caratterizza per una forte
commistione tra religione e politica. Di fatto, la fede del popolo
viene manipolata dal re, e la religione diventa uno strumento per
attuare un progetto politico. Tutto ciò avrà un effetto a cascata,
influenzando a lungo termine la storia d’Israele. Il «peccato» di Ge-
roboamo attraversa le generazioni e le varie dinastie che si alterne-
ranno sul trono del regno del Nord fino alla conquista assira (cfr 2
Re 17,7-23)16.

15. Cfr K. Bodner, 1 Samuel. A Narrative Commentary, Sheffield, Sheffield


Phoenix Press, 2009, 46.
16. Nell’offrire la propria interpretazione della caduta del regno d’Israele, il
narratore biblico fa un riferimento diretto al peccato di Geroboamo: «Difatti, quan-
do Israele fu strappato dalla casa di Davide e proclamò re Geroboamo, figlio di Ne-
bat, questi allontanò Israele dal seguire il Signore e gli fece commettere un grande
peccato» (2 Re 17,21).
SIMBOLI RELIGIOSI E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA

Le vicende che vedono protagonista Geroboamo si svolgono nel


corso di quattro capitoli del primo libro dei Re (1 Re 11–14). Il futu-
ro re d’Israele è introdotto nel racconto sotto una luce positiva come
un guerriero valoroso (cfr 1 Re 11,28). Egli è stimato da Salomone,
che lo sceglie come sovrintendente ai lavori coatti della casa di Giu-
seppe presso la città di Davide (cfr 1 Re 11,28). In seguito, Geroboa­
mo sembra promosso e legittimato come nuovo re dall’intervento
del profeta Achia (cfr 1 Re 11,29-39) e dall’atteggiamento arrogante
e insensato di Roboamo, successore di Salomone, che porterà alla
rottura politica tra il Nord e il Sud (cfr 1 Re 12,1-19).
Tuttavia, ben presto la percezione del lettore su questo sovrano
cambierà radicalmente e assumerà un segno negativo. Infatti, in un
decisivo monologo interiore il re d’Israele condenserà le sue paure e
319
i suoi timori, che lo spingeranno verso uno scisma non solo politico,
ma anche religioso, tra Israele e Giuda. Le parole che Geroboamo
rivolge a se stesso fanno luce sulle motivazioni che lo inducono
a manipolare l’elemento religioso per assicurarsi il potere17: «Disse
Geroboamo al suo cuore: “Ora il regno tornerà alla casa di Davide.
Se questo popolo salirà a Gerusalemme per fare sacrifici nella casa
del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signo-
re, verso Roboamo, re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da
Roboamo, re di Giuda”» (1 Re 12,26-27).
Il re si rende conto che può perdere il regno ed essere ucciso se
il popolo continuerà a salire a Gerusalemme per il culto, perché in
questo modo Israele continuerà a sentirsi legato a Giuda. Geroboa-
mo si sente in pericolo; pertanto agisce sulla scia della paura e piega
la religione alle sue esigenze politiche: «Consigliatosi, il re fece due
vitelli d’oro e disse al popolo: “Siete già saliti troppe volte a Gerusa-
lemme! Ecco, Israele, i tuoi dèi che ti hanno fatto salire dalla terra
d’Egitto”» (1 Re 12,28).
Geroboamo architetta un piano per tenere gli israeliti lontano
da Giuda, collocando due vitelli d’oro, uno a Betel e l’altro a Dan.
Egli mente al popolo su Dio, presentando i due vitelli come le divi-

17. Cfr R. D. Nelson, I e II Re, Torino, Claudiana, 2010, 94; J. T. Walsh,


1 Kings, Collegeville, Liturgical Press, 1996, 171.
ARTICOLI

nità che hanno liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto18. Il narratore


biblico dà un chiaro giudizio sull’azione del re: «Ma questa cosa
divenne un peccato» (1 Re 12,30).
La manipolazione di Dio per scopi politici diviene idolatria
che coinvolgerà tutto Israele, allontanandolo dal Signore non sol-
tanto nel presente, ma anche nel futuro. Come leader, Geroboamo
è gravemente responsabile delle sue azioni, che avranno pesanti
ripercussioni su molti. Inoltre, egli persiste nella sua opera di stra-
volgimento della fede del popolo edificando templi sulle alture,
istituendo un sacerdozio non levitico e stabilendo una nuova festa
(cfr 1 Re 12,28-33). In questo modo differenzia ancora di più il
culto rispetto a Giuda: «Il giorno quindici del mese ottavo, il mese
che aveva scelto di sua iniziativa19, salì all’altare che aveva eretto
320
a Betel; istituì una festa per gli israeliti e salì all’altare per offrire
incenso» (1 Re 12,33).
Geroboamo si pone come mediatore del sacro per consolidare
il proprio potere. Usa i simboli della religione a suo piacimen-
to, ingannando Israele. Infatti, controllando l’elemento religioso,
egli ritiene di tenere in pugno la massa del popolo, legandola a sé
piuttosto che a Dio. Dal cuore del re, dalla sua interiorità e dalle
sue intenzioni scaturisce il male, che non solo egli commette, ma
che fa commettere anche al suo regno. La trasgressione non ri-
guarda solo la persona di Geroboamo, ma si estende a tutto Israe­
le, «diventa un peccato», perché le azioni del sovrano guidano il
popolo verso il male20.
Invece di dare il suo contributo per sanare le divisioni tra i due
regni, Geroboamo getta sale sulle ferite ancora aperte. Agendo in
questo modo, suscita ulteriori contrapposizioni tra Israele e Giuda.
Attraverso la religione e la strumentalizzazione di Dio pone nuovi
steccati e barriere, che dividono ancor più profondamente il popo-

18. C’è qui un riferimento esplicito a Es 32 e al racconto del vitello d’oro.


19. La versione greca traduce «il mese che aveva scelto dal suo cuore», richia-
mando il monologo che Geroboamo aveva tenuto dentro di sé (cfr 1 Re 12,26-27).
Nella Bibbia, il cuore è l’organo dell’interiorità dove si attuano il discernimento e il
giudizio (per un approfondimento di questo tema, cfr E. Bianchi, «Cuore», in R.
Penna - G. Perego - G. Ravasi [eds], Temi teologici della Bibbia, cit., 288-294).
20. Cfr J. T. Walsh, 1 Kings…, cit., 174.
SIMBOLI RELIGIOSI E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA

lo del Signore. Lo scisma religioso isola il regno di Geroboamo e


impedisce la comunicazione tra Giuda e Israele. La religione così
asservita alimenta i conflitti e le incomprensioni, e spezza l’unità del
popolo, spingendolo verso la catastrofe dell’esilio.

LA RELIGIONE COSÌ ASSERVITA ALIMENTA


I CONFLITTI E LE INCOMPRENSIONI, E SPEZZA
L’UNITÀ DEL POPOLO.

Conclusioni

Il racconto dell’arca (1 Sam 4,1-11) e quello della riforma «reli-


giosa» di Geroboamo (1 Re 12,26-33) offrono uno spaccato inte- 321
ressante su come la Bibbia metta in guardia da ogni strumentaliz-
zazione del sacro. Gli anziani d’Israele considerano Dio in modo
magico. Difatti, conducono l’arca sul campo di battaglia, ritenendo
che basti questo gesto dal sapore scaramantico per garantirsi il suc-
cesso. Scopriranno, però, a caro prezzo che Dio non è un amuleto,
ma il Vivente e il Signore della storia.
Geroboamo è un re che non agisce per il bene del regno d’Israe­
le, ma è mosso dal timore e dalla preoccupazione di perdere il suo
potere. Per questo opera in modo irresponsabile, conducendo tutto
il popolo verso l’idolatria tramite la sua riforma cultuale. La religio-
ne viene così asservita agli interessi del sovrano, al fine di consoli-
dare il suo regno vacillante.
Questi racconti si presentano come un monito, per il lettore di
ieri e di oggi, perché non si riduca il mistero di Dio a mero stru-
mento idolatrico per i propri interessi partigiani. La Scrittura am-
monisce i capi politici, anziani e re, affinché non manipolino l’ele-
mento religioso per ottenere il consenso o il successo. Attraverso le
storie bibliche tutta la comunità credente è sollecitata a non vivere
la religione come superstizione e magia, ma a stabilire la giusta re-
lazione con un Dio vivo che «in tutto ha potere di fare molto più di
quanto possiamo domandare o pensare» (Ef 3,20).
ARTICOLI

ABBANDONARE IL MITO
DELLA DETERRENZA NUCLEARE

Drew Christiansen S.I.

Quando, nei primi anni Ottanta, i vescovi degli Stati Uniti ini-
ziarono la stesura di The Challenge of Peace1, la loro rivoluzionaria
lettera pastorale sulle armi nucleari, Bill Spohn, gesuita ed esperto
di etica, era nostro collega nel corpo docente della Jesuit School of
322
Theology, a Berkeley. All’epoca, tutti i membri della facoltà dedica-
vano tempo a incontrare parrocchie e scuole in tutta la San Franci-
sco Bay Area. Esponevamo i criteri che definivano la «guerra giu-
sta», valutavamo la moralità della guerra nucleare e coordinavamo i
dibattiti sulle bozze della lettera dei vescovi.
Negli incontri condotti da Bill Spohn ricorreva un’argomenta-
zione che ci ha colpiti in modo particolare. Egli sosteneva che, nel
loro esilio in Babilonia, gli israeliti avevano dovuto apprendere un
nuovo modo di rivolgersi a Dio. Privati del loro tempio, lontani dalla
Terra promessa, si chiedevano: «Come cantare i canti del Signore in
terra straniera?» (Sal 137,4). Allo stesso modo, secondo lui, oggi gli
americani e i cittadini degli altri Stati in possesso di armi nucleari do-
vrebbero domandarsi: «Come vivere senza che siano le armi nucleari
a fare da ultimo baluardo della sicurezza nazionale e mondiale?».
Quasi quarant’anni dopo, non è diversa e meno decisiva la sfida
di fronte alla quale si trovano oggi tutte le potenze nucleari. Come
fare a vivere senza i loro arsenali nucleari? Come seguire il moni-
to di Geremia a «cercare il benessere del paese» (Ger 29,7)? Come

1. Il testo completo è stato tradotto e pubblicato da Aggiornamenti Sociali,


con il titolo «La sfida della pace: la promessa di Dio e la nostra risposta», nei nn. 7-8
e 9-10 del 1983. Su questo tema, cfr anche D. Christiansen, «Il “no” della Chiesa
alle armi nucleari. Implicazioni morali e pastorali», in Civ. Catt. 2018 I 544-557; Id.,
«È tempo di abolizione delle armi nucleari», ivi 2019 IV 156-162.

© La Civiltà Cattolica 2020 I 322-333 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE

perseguire quel bene comune globale rappresentato da una pace


positiva, non nucleare?
Gli specialisti in relazioni internazionali a volte si riferiscono
con ironia a certe posizioni ideologiche, che definiscono «teologie»,
intendendo che i loro irremovibili sostenitori si comportano come
se affermassero un dogma religioso. Negli ultimi settant’anni, al
primo posto fra tali «dogmi secolari» si pone la teoria della deter-
renza nucleare, ovvero la convinzione che la migliore difesa contro
la minaccia di un attacco nucleare sia un’attendibile intimidazio-
ne basata sulla possibilità di rappresaglie. Sebbene dall’epoca della
Guerra fredda a oggi il mondo sia profondamente cambiato, ab-
bandonando sotto vari aspetti la logica della deterrenza nucleare, gli
analisti militari, i politici e i diplomatici guardano ancora a quella
323
dottrina come a un totem della sicurezza nazionale.
Bill Spohn sosteneva, come abbiamo detto, che gli statuniten-
si dell’epoca di Reagan, così come un tempo gli ebrei dell’esilio,
avrebbero dovuto imparare un nuovo modo di pensare al dio laico
della sicurezza nazionale. Gli eventi successivi, dopo il Vertice Rea­
gan-Gorbaciov nel 1986 a Reykjavík, condussero le superpotenze
a sottoscrivere e ad attuare nuovi trattati sul controllo delle armi,
e questo forse ha indotto l’opinione pubblica a ritenere che la que-
stione nucleare fosse ormai superata. Ma oggi, come se tutti noi ci
risvegliassimo da un sogno, ci troviamo di fronte un mondo in cui
il rischio di una catena di eventi incontrollabili si è fatto molto più
vicino. Gli statunitensi, i loro alleati della Nato e i Paesi che si tro-
vano sotto «l’ombrello nucleare degli Stati Uniti» – così come russi,
cinesi, indiani, pakistani e altri popoli – hanno bisogno di imparare
a vivere senza vedere nella «bomba» la loro salvaguardia contro la
distruzione. La deterrenza è un dio fallace. Quella che era la relativa
stabilità su cui contavano le due superpotenze negli anni Ottanta
è stata rimpiazzata, quarant’anni dopo, da un mondo multipolare
instabile, in cui la minaccia di una guerra nucleare è aumentata.
Quell’equilibrio tra superpotenze che allora rendeva plausibile la
deterrenza nucleare oggi non c’è più. Inoltre, gli Stati non nuclea­
ri vengono fatti oggetto di intimidazioni e di soprusi da parte di
quelli dotati di armi nucleari, si tratti dell’Ucraina rispetto alla Rus-
ARTICOLI

sia, o dell’Iran rispetto agli Stati Uniti2. Le reti terroristiche globali


aggravano il pericolo all’estremo. Per le potenze mondiali è giunto
il momento di voltare le spalle alla deterrenza come garante ultimo
della sicurezza nazionale.
L’anno scorso, durante il suo viaggio in Giappone, papa France-
sco ha condannato la deterrenza nuclere, definendola immorale. Alla
folla che lo ascoltava nel Peace Memorial Park di Nagasaki ha detto:
«Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per
fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uo-
mo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra
casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immora-
le, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche,
come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati su questo»3.
324

L’USO DELL’ENERGIA ATOMICA PER FINI DI


GUERRA È IMMORALE, COME ALLO STESSO MODO È
IMMORALE IL POSSESSO DELLE ARMI ATOMICHE.

Il possesso e la minaccia – entrambi condannati da papa Francesco –


sono le due componenti principali della deterrenza. In The Challenge of
Peace, nel 1983, i vescovi degli Stati Uniti, pur condannando i conflitti
condotti con armi nucleari, tuttavia ammettevano che il possesso di si-
mili armamenti potesse ancora giustificarsi esclusivamente a fini dissua-
sivi rispetto a un eventuale attacco nucleare. Poiché il Concilio Vaticano
II aveva già condannato solennemente simili attacchi ad ampio raggio
contro i territori e le loro popolazioni, i difensori morali della deterrenza
sostenevano che bastasse «un centimetro di ambiguità» affinché un de-
terrente nucleare potesse considerarsi moralmente accettabile.
Eppure, l’ambiguità è un fondamento esile su cui poggiare la le-
gittimità morale della minaccia di distruzione nucleare. Dopotutto,

2. Sulla disuguaglianza indotta dalle armi nucleari nel sistema mondiale, cfr
Nuclear Disarmament: Time for Abolition, il contributo della Santa Sede alla Con-
ferenza di Vienna del 2014 sull’impatto umanitario delle armi nucleari (www.fciv.
org/downloads/Holy%20See%20Contribution-Vienna-8-DEC-2014.pdf).
3. Francesco, Discorso nell’Incontro per la pace, Hiroshima, 24 novembre
2019.
ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE

i vescovi condannavano le rappresaglie nucleari contro gli attacchi


nucleari e approvavano le politiche No First Strike («Non sferrare il
primo colpo») in vista di un equilibrio nucleare stabile. I moralisti cat-
tolici accoglievano acriticamente la tesi dell’ambiguità, e la riduzione
delle armi dopo il Vertice Reagan-Gorbaciov a Reykjavík, come pure
la caduta della cortina di ferro (1989) e la dissoluzione dell’Unione
Sovietica (1991), forse avevano ingenerato in tutti noi un miope com-
piacimento di fronte al venir meno del vecchio equilibrio strategico.
Finché è proseguita la riduzione delle armi nucleari, cioè fino ai
primi anni del Duemila, l’idea di un deterrente morale condiziona-
to è rimasta in qualche modo plausibile. Ma non appena il disarmo
ha perso slancio con i velleitari trattati sulla riduzione e limitazio-
ne delle armi nucleari strategiche offensive degli anni 2003-10, la
325
natura illusoria della «posizione ambiguista» sarebbe ormai dovuta
risultare chiara agli osservatori attenti. In effetti, la Santa Sede l’ha
notata. Nel 2013 l’arcivescovo Dominique Mamberti, allora mini-
stro degli Esteri vaticano, affermò, alle Nazioni Unite, che i piani
per la modernizzazione degli arsenali nucleari mettevano in discus-
sione «la buona fede» degli Stati possessori di tali armi. E aggiunse
che «l’ostacolo principale [al disarmo nucleare] è la persistente ade-
sione alla dottrina della deterrenza nucleare»4.
Sebbene le accademie militari e le scuole di guerra abbiano
adottato The Challenge of Peace come lettura obbligatoria, molti
strateghi nucleari non hanno mai considerato la deterrenza con-
dizionata alla stregua di una dissuasione vera ed efficace. Secondo
loro, la deterrenza richiede certezza. «Un centimetro di ambiguità»
sull’uso delle armi nucleari non basta. Affinché la deterrenza sia rea­
le, la minaccia del loro impiego dev’essere certa ed effettiva.
Inoltre, sebbene i vescovi abbiano stabilito che le armi nucleari si
possano utilizzare esclusivamente per scoraggiare gli attacchi nuclea­
ri, gli indefessi negoziatori del controllo degli armamenti affermano
che, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’attenersi a un ricor-
so rigoroso alla deterrenza esclusivamente a fini di scoraggiamento

4. D. Mamberti, Intervento all’Incontro di alto livello dell’ Assemblea genera-


le delle Nazioni Unite sul disarmo nucleare, 26 settembre 2013 (www.vatican.va/
roman_curia/secretariat_state/2013/documents/rc-seg-st-20130926_mamberti-
nuclear-disarmament_it.html).
ARTICOLI

probabilmente non è mai stato un presupposto politico attendibile.


Di più: tutta una serie di Nuclear Posture Reviews (i Rapporti del Pen-
tagono sulla strategia nucleare degli Stati Uniti) conferma che spesso
l’uso delle armi nucleari veniva contemplato come una risposta a mi-
nacce non nucleari. Risulta improbabile, soprattutto negli ultimi due
decenni, che una qualsiasi altra potenza nucleare abbia considerato le
condizioni morali di The Challenge of Peace come un quadro restrit-
tivo riguardo al proprio utilizzo delle armi nucleari.
Nel suo intervento del 2013, l’arcivescovo Mamberti dichiarò
che «il re era nudo», sostenendo che «le dottrine militari basate sulle
armi nucleari come strumento di sicurezza e di difesa di un gruppo
elitario, in una esibizione di potere e supremazia, ritardano e met-
tono a repentaglio il processo di disarmo nucleare e di non prolife-
326
razione». E arrivò a questa conclusione: «Urge iniziare a lavorare su
un approccio globale per offrire sicurezza senza affidarsi alla deter-
renza nucleare»5.

Un nuovo contesto strategico

La richiesta di una rinnovata attenzione sull’abolizione del nu-


cleare si è concentrata in gran parte sui maggiori rischi conseguenti
alla modernizzazione degli arsenali nucleari. Il drone sottomari-
no e il missile ipersonico, come pure altri nuovi sistemi balistici
progettati per eludere il rilevamento e le contromisure esistenti,
accrescono i rischi connessi all’uso preventivo delle armi nuclea-
ri, riducendo al minimo il pericolo di rappresaglia. Aumentano gli
incentivi all’uso di armi nucleari, e quindi si rendono ancora più
urgenti nuovi approcci al disarmo. Tra l’altro, un recente studio,
integrando il «Movimento sulle conseguenze umanitarie» che si è
sviluppato all’inizio di questo decennio, ha dimostrato che anche
un conflitto nucleare in un’area limitata potrebbe tradursi in un
inverno nucleare per l’intero Pianeta6. La complessità degli attuali
contesti geostrategici aumenta le ragioni non soltanto per un allar-

5. Ivi.
6. International Physicians for the Prevention of Nuclear War,
«Nuclear Famine: Two Billion at Risk» (www.ippnw.org/nuclear-famine.­html).
ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE

me diffuso, ma anche per quella condanna morale della deterrenza


nucleare che papa Francesco ha espresso negli ultimi due anni.
L’attuale regime di controllo degli armamenti e del disarmo, ri-
salente alla Guerra fredda e soprattutto all’era Reagan-Gorbaciov, è
allo sbando. Esso presupponeva un mondo bipolare, dominato dalla
competizione fra superpotenze, e in seguito a un’intesa tra la Russia
e gli Stati Uniti. Da qualche tempo, il numero delle potenze nuclea­
ri è salito a nove, e quattro di esse (Israele, India, Pakistan e Corea
del Nord) non fanno parte del Trattato di non proliferazione (Tnp).
Inoltre, gli Stati possessori di armi nucleari che fanno parte del Tnp
(Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) nel corso degli
ultimi due decenni per lo più hanno disatteso il loro impegno sul
disarmo secondo l’articolo VI del Trattato. Questo prevedeva, da
327
parte degli Stati firmatari, che «ciascuna Parte si impegna a con-
cludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima
cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nu-
cleare, come pure per un trattato sul disarmo generale e completo
sotto stretto ed efficace controllo internazionale»7.
Nel contesto strategico inaugurato dalla tragedia dell’11 settembre
2001, la minaccia del terrorismo globale ha esasperato il pericolo, pro-
spettando il timore che attori non statali, come al Qaeda e Isis, siano in
grado di acquisire a loro volta armi nucleari. La rete di Abdul Qadeer
Khan (il «padre» della prima bomba atomica pakistana) ha già soste-
nuto quelli che gli Stati Uniti hanno definito «Stati canaglia», come
Libia, Siria e Corea del Nord, nell’intraprendere propri programmi
nucleari. Dal momento del ritiro degli Stati Uniti dal Piano d’azione
congiunto globale (Pacg), e dopo l’assassinio del generale Qasem So-
leimani8, la Repubblica islamica ha annunciato che riprenderà la pro-
duzione su vasta scala di uranio arricchito con un anticipo di cinque
anni rispetto alla data stabilita dal Pacg. Se l’Iran avvierà la produzione
di armi, probabilmente lo seguiranno a breve l’Arabia Saudita e altri
Stati, come l’Egitto.

7. «Trattato di non proliferazione nucleare», 1 luglio 1968 (www.­­difesa.it/


SMD_/CASD/IM/ISSMI/Corsi/Corso_Consigliere_Giuridico/Documents/62002_
Trattato_non_proliferazione.pdf).
8. Cfr G. Sale, «L’uccisione del generale Soleimani e lo scontro tra Usa e
Iran», in Civ. Catt. 2020 I 249-262.
ARTICOLI

Inoltre, il vano tentativo del Presidente degli Stati Uniti e del


leader della Corea del Nord di concordare secondo quali modalità
sarebbe possibile avviare un processo di denuclearizzazione della pe-
nisola coreana, mentre entrambi i Paesi portano avanti lo sviluppo
di nuovi sistemi d’arma, dimostra come sia difficile impedire a quelli
che gli Usa definiscono «Stati canaglia» e ad altre nazioni bellicose
di destabilizzare la sicurezza internazionale e di aumentare notevol-
mente il rischio di una guerra nucleare. La Corea del Nord ha fatto
vedere come anche uno Stato impoverito possa riuscire a «passare al
nucleare». Inoltre, in passato l’ardua impresa di sviluppare sistemi di
missili balistici sembrava ridurre la minaccia di attacchi strategici da
parte di «Stati polveriera» come la Corea del Nord; ma, elaborando
sofisticate apparecchiature missilistiche, questo Paese ha dimostrato
328
che gli ultimi arrivati potrebbero avere colmato lo svantaggio. Una
dopo l’altra, tutte le barriere alla non proliferazione sono state scaval-
cate. La nuova corsa agli armamenti nucleari si prospetta incontrol-
lata, in un contesto in cui sia gli Stati avanzati sia quelli che lo sono
meno fanno a gara per costruire i propri arsenali nucleari.

SI SONO INDEBOLITI SIA L’APPARTO GIURIDICO SIA


QUELLO TECNICO CHE FINORA AVEVANO PROTETTO
IL MONDO DA UN CONFLITTO NUCLEARE.

Allo stesso tempo, sono stati abbandonati quegli schemi di con-


trollo degli armamenti che erano retaggio della Guerra fredda e del
periodo successivo; a sancirlo, in particolare, è stato il recedere degli
Stati Uniti e della Russia dal Trattato Intermediate-Range Nuclear
Forces Treaty (Inf), che è stato annullato nell’agosto 2019. E mentre la
Russia ha considerato la possibilità di prolungare il New Start prima
della sua scadenza, fissata per il 2021, gli interlocutori dell’ammini-
strazione statunitense hanno rifiutato di impegnarvisi, adducendo la
scusa che il Trattato favorirebbe la Russia. In sostanza, si sono grave-
mente indeboliti sia l’apparato giuridico sia quello tecnico che finora
in larga misura avevano protetto il mondo da un conflitto nucleare,
e ciò accresce notevolmente l’urgenza di trovare un nuovo percorso
per giungere all’eliminazione delle armi nucleari.
ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE

Tutti questi cambiamenti intervenuti nel quadro geostrategi-


co hanno portato al sorgere di un nuovo clima morale riguardo
alle armi nucleari. Ne fa parte un ridimensionamento dell’accetta-
zione morale condizionale, in questo XXI secolo, della deterrenza
nuclea­re che era stata formulata negli anni Ottanta.

Un nuovo contesto morale

Furono i pericoli connessi alla caotica situazione successiva all’11


settembre a convincere vari anziani politici americani, guidati dall’ex
segretario di Stato George P. Shultz, a schierarsi nel 2005 in favore
dell’abolizione degli armamenti nucleari come rimedio a una stra-
tegia di deterrenza che era stata messa a dura prova. Quei veterani
329
politici – Shultz, Henry Kissinger, William Perry e Sam Nunn – si
resero conto che nell’attuale quadro geostrategico non è più ragio-
nevole riporre la propria fiducia nella deterrenza, con la vana speran-
za che essa garantisca la sicurezza e la stabilità internazionali. Come
Kissinger ha detto ai suoi colleghi, «gli Stati Uniti non possono più
sostenere che nessun altro possa incrementare o allestire propri arse-
nali nucleari finché noi stessi continuiamo a fare affidamento esclu-
sivamente sulle armi nucleari»9.
Per andare oltre la deterrenza, il «gruppo Shultz» proponeva
misure concrete capaci di aprire la strada verso un mondo senza
armi nucleari, nella convinzione che la cooperazione, tramite passi
possibili a breve termine, avrebbe fatto capire alla gente che il Nu-
clear Zero rappresenta un obiettivo politico realizzabile. Secondo la
Nuclear Threat Initiative, a cui quel gruppo di persone ha dato vita, i
due terzi degli ex segretari di Stato, della difesa e dei consiglieri per
la sicurezza nazionale degli Usa hanno sottoscritto la proposta, di-
mostrando che l’abolizione non è una politica per sprovveduti dilet-
tanti, ma viene abbracciata da gran parte dell’establishment nucleare
degli Stati Uniti10.

9. P. Taubman, The Partnership: Five Cold Warriors and Their Quest to Ban
the Bomb, New York, HarperCollins, 2012.
10. Cfr Nuclear Threat Initiative, «Nuclear Security Project: Working
Toward a World without Nuclear Weapons» (www.nti.org/about/projects/nuclear-
security-project).
ARTICOLI

Oltre al progetto Shultz, hanno contribuito ad avviare una nuova


dinamica politica e giuridica favorevole all’abolizione come obietti-
vo di politica internazionale con il «Movimento sulle conseguenze
umanitarie» (2013-15) e con il Trattato delle Nazioni Unite per la
proibizione delle armi nucleari (2017). Entrambi hanno evidenziato
l’ampliamento del divario tra gli Stati con armi nucleari e gli altri. Le
loro differenze hanno portato a relazioni tese riguardo al Tnp, in cui
le potenze nucleari si sono rifiutate di unirsi al consenso di maggio-
ranza nella Conferenza di revisione del 2015 e a quello espresso dal
PrepCon, il Comitato preparatorio del 2019 in vista della Conferen-
za di revisione del Tnp del 2020. Queste differenze, inoltre, hanno
indotto le potenze nucleari a fare marcia indietro sugli impegni pre-
cedentemente assunti nel quadro del Tnp, come quello di favorire la
330
creazione di una Nuclear Free Zone in Medio Oriente.
L’attuale clima geopolitico che circonda la politica nucleare è di
progressivo allontanamento tra le potenze nucleari e i loro soci, da
un lato, e gli Stati non nucleari, dall’altro, la maggior parte dei quali
appartengono a Nuclear Weapons Free Zones. Il consenso sul Tnp è
venuto meno. Dedicandosi al riarmo, gli Stati dotati di armi nucleari
non rispettano più il proprio impegno al disarmo e fanno favoritismi,
lasciando impuniti alcuni proliferatori e penalizzandone altri. Di con-
seguenza, il grande patto tra il resto del mondo e chi è dotato di armi
nucleari è stato, a quanto pare, irrimediabilmente compromesso.
Alla base del nuovo contesto morale riguardo alla politica sulle
armi nucleari ci sono due condizioni: 1) la perdita di fiducia ne-
gli Stati possessori di armi nucleari come interlocutori responsabili
all’interno della comunità internazionale; 2) l’aperta sfida alle norme
morali precedentemente sancite riguardo alla politica sulle armi nu-
cleari, e in particolare a quelle relative alla deterrenza nucleare. Ad
esse si aggiunge una maggiore consapevolezza delle conseguenze
umanitarie delle armi nucleari. La Chiesa, ovviamente, ha ulteriori
motivi per contrastare le armi nucleari: in particolare, il grande co-
sto che comportano in termini di perdita di risorse necessarie per il
benessere generale e per risollevare le condizioni dei poveri11.

11. Sulla preoccupazione della Chiesa per il costo delle armi nucleari a scapito
dei poveri, cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 81; Gio-
ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE

Su questo sfondo va letta la ripetuta condanna di papa Francesco


alle armi nucleari. Si tratta di un giudizio di riprovazione nei con-
fronti di un sistema di difesa nazionale e di alleanze che ha dissipato
la sua legittimità morale e che in un ambiente geostrategico molto
instabile presenta un elevato rischio per il futuro del Pianeta12.
Non c’è etica provvisoria che possa giustificare moralmente l’o-
dierna mancanza di regole sul nucleare. L’abolizione, di conseguen-
za, non è più soltanto un obiettivo politico auspicabile, ma è diven-
tata una necessità morale. La condanna, espressa da papa Francesco
a Hiroshima, alla deterrenza nucleare – in cui sono incluse le armi
nucleari, «la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso»
– è una solenne affermazione di quella innegabile esigenza mora-
le. Le giustificazioni etiche di ogni singolo passo verso il disarmo
331
vanno giudicate in primo luogo alla luce del loro contributo all’eli-
minazione delle armi nucleari.
Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, per quanto
imperfetto, è un quadro importante entro cui può essere collocata
l’abolizione. Le sue limitate disposizioni circa il disarmo e le relative
verifiche devono essere rafforzate, tramite modifiche o aggiunte di
trattati supplementari, ma il trattato in sé delinea i contorni di un
nuovo mondo privo di armi nucleari.
Gli statisti americani avevano oltrepassato il confine fra la de-
terrenza e l’abolizione grazie a un discorso di Max Kampelman, già
negoziatore di Reagan sugli armamenti, il cui intervento su «The
Power of “The Ought”» («Il potere del “dovere morale”») ha decreta-
to il loro passaggio, dopo lunghe esitazioni, da custodi della deter-
renza a fautori dell’abolizione13. Quanto alla Chiesa, il cambiamento
fondamentale è avvenuto nel 1965, con il Concilio Vaticano II. La
Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS) ha condannato la guer-

vanni Paolo II, s., Discorso alle Nazioni Unite, 7 giugno 1982; Francesco, Discor-
so ai partecipanti al Convegno «Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per
un disarmo integrale», 10 novembre 2017.
12. Sull’instabilità in una regione critica, cfr M. Krepon et Al., Deterrence
Instability and Nuclear Weapons in South Asia, Washington, Stimson, 2015.
13. Sul consenso di Shultz al discorso di Kampelman, cfr il suo «The Power of
the Ought», in Hoover Digest, 9 ottobre 2009 (reperibile al link: www.hoover.org/
research/power-ought).
ARTICOLI

ra totale, le armi di distruzione di massa e la corsa agli armamenti


nucleari come «una delle piaghe più gravi dell’umanità»14.
Due decenni più tardi, con la Centesimus annus, Giovanni
Pao­lo II lodò i manifestanti non violenti del 1989 per aver saputo
discernere, attraverso la loro unione con le sofferenze di Cristo,
«il sentiero spesso angusto tra la viltà che cede al male e la violen-
za che, illudendosi di combatterlo, lo aggrava» (una critica indiretta
della guerra come strumento di giusta pace)15.
Gli eventi degli ultimi vent’anni – in particolare le occasioni
di disarmo perdute dopo la caduta del comunismo nel 1989 –
fanno capire i pericoli che si nascondono nell’accordare spazio
alla deterrenza nucleare. Perciò, in considerazione dell’aggravata
situazione geostrategica, è opportuno riaccogliere con rinnova-
332
ta convinzione l’invito del Concilio ad avvicinarci al tema della
guerra nucleare e della deterrenza «con mentalità completamen-
te nuova»16.
In primo luogo, a qualsiasi livello, i cattolici devono fare pie-
namente propria la condanna della guerra totale pronunciata dal
Vaticano II e comprendere che essa vale in particolare, ma non
esclusivamente, per la guerra nucleare.
In secondo luogo, i cattolici, il grande pubblico, cioè quello
degli uomini e delle donne di buona volontà, e in particolare gli
studiosi della guerra giusta dovrebbero avvicinarsi con sospetto
critico alle distinzioni che cercano di trovare scappatoie al divieto
della guerra totale.
In terzo luogo, si richiede da parte di tutti un’onesta memoria
storica dell’insufficienza dei precedenti sforzi per limitare lo svi-
luppo delle armi nucleari mediante accurate e specifiche restri-
zioni etiche.
In quarto luogo, la conseguenza di tale mentalità nuova com-
porta che si punti al Nuclear Zero come a uno sviluppo fattibile e,
come hanno fatto l’ex segretario Shultz e la Nuclear Security Ini-

14. Cfr GS 80-81.


15. Giovanni Paolo II, s., Centesimus annus. Nel centenario della «Rerum no-
varum», n. 25; il corsivo è nostro.
16. GS 80.
ABBANDONARE IL MITO DELLA DETERRENZA NUCLEARE

tiative, che si cerchino misure adeguate per avviare gli Stati dotati
di armi nucleari sulla strada del Nuclear Zero17.
In quinto luogo, tutte le persone coscienziose dovrebbero te-
ner d’occhio i modi in cui la casistica contemporanea sulla «guerra
giusta» potrebbe contribuire al passaggio verso l’abolizione.
Infine, non dovremmo mai perdere di vista l’obiettivo, che è
l’eliminazione delle armi nucleari. A tal fine dovremmo vigilare,
piuttosto che cullarci in un’accettazione acritica di qualsiasi condi-
zione che non sia la completa abolizione come un risultato stabile.
In breve, è giunto il momento, come sosteneva Bill Spohn,
di imparare a vivere senza armi nucleari, di abbandonare il mito
della deterrenza nucleare e di valutare la sicurezza internazionale
in modi nuovi e coerenti con il messaggio della Chiesa di una
333
pace positiva.

17. Sui passi che si possono fare verso l’obiettivo dell’abolizione, cfr S. D.
Drell - J. E. Goodby, The Gravest Danger: Nuclear Weapons, Washington, Hoo-
ver, 2003; S. Lodgaard (ed.), Stable Nuclear Zero: The Vision and Its Implications for
Disarmament Policy, New York, Routledge, 2017, 53-130.
ARTICOLI

IL PENSIERO DI GASTON FESSARD


Esercizi spirituali e attualità storica

Paul Gilbert S.I.

L’opera del gesuita Gaston Fessard (1897-1978) è caratterizzata


da una capacità speculativa non comune, ma anche da una grande
umanità. Entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù nel 1913,
egli partecipò alla guerra del 1914-18. Come giovane soldato, fu
334
inviato al fronte, al famoso Chemin des Dames, dove le armate fran-
cesi e tedesche si affrontarono, lasciando sul terreno centinaia di
migliaia di morti (nell’aprile del 1917). Questa «esperienza» di vita e
di morte avrebbe segnato profondamente la sua intelligenza.
Fessard fece i suoi studi filosofici a Jersey, un’isola al largo
della Normandia, territorio inglese (le leggi francesi del 1905 di
separazione tra Chiesa e Stato avevano imposto questa soluzione
alla Compagnia di Gesù), dove visse con diversi compagni che
poi divennero famosi, tra cui Henry de Lubac. La formazione
impartita a Jersey risultava abbastanza noiosa e stancante. In que-
gli scolasticati dei gesuiti veniva insegnata tradizionalmente la fi-
losofia di Francisco Suárez, che però non riusciva più a nutrire le
giovani intelligenze, provenienti da situazioni umane dramma-
tiche, che non potevano essere trascurate. D’altra parte, le lezioni
erano diventate eclettiche.
Nel 1922, con de Lubac, Fessard cominciò a scrivere uno «Sche-
ma» di un possibile programma di filosofia. Con un gruppo di altri
studenti, iniziò a leggere autori abitualmente ignorati negli scola-
sticati. Così essi lessero insieme un buon numero di testi di Maurice
Blondel – tra cui L’ Action (1893) –, come pure opere di Maine de
Biran, un autore dell’epoca napoleonica e un maestro per tutto ciò
che riguarda la filosofia come riflessione rigorosa.

© La Civiltà Cattolica 2020 I 334-345 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


IL PENSIERO DI GASTON FESSARD

Maine de Biran

Il pensiero di Maine de Biran fu scelto da Fessard come argo-


mento di una tesi, presentata nel 1924, alla fine dei suoi studi filoso-
fici. Tale tesi, pubblicata solo diversi anni dopo1, fa parte della tradi-
zione filosofica tipicamente francese, vicina alle istanze di Blondel e
di molti intellettuali dell’epoca – ad esempio, Bergson –, consape-
voli che una riflessione sull’agire era diventata più importante e più
urgente dell’epistemologia delle scienze e delle certezze teoriche.
Il progetto è chiaramente delineato fin dall’inizio dell’opera: il
pensiero di de Biran, «in quanto assicura il passaggio dalla psicolo-
gia alla metafisica, è il solo capace di fondare una metafisica dello
spirito»2. Questo orientamento non era certo originale dal punto di
vista della scolastica, se non per il fatto che si poneva in una pro- 335
spettiva moderna, rendendosi riflessivo e proponendosi come una
«filosofia dello spirito» o della coscienza impegnata nella storia.
Nella sua «Introduzione» del 1937, Fessard spiegava perché de Bi-
ran suscitasse interesse in quel tempo: lo spirito «cerca incessantemente
di elevarsi dal fatto all’idea, senza sacrificare nulla della complessità del
fatto, come pure di ridiscendere dall’idea al fatto, senza mescolare nul-
la alla purezza dell’idea»3. È un metodo certamente impegnativo. La
conclusione del 1924 ne dà una descrizione sorprendente: la riflessione
«riproduce nel suo ritmo la vita stessa dello spirito».
Non siamo lontani dalla crisi «modernista», dall’enciclica di Pio X
Pascendi dominici gregis, che nel 1907 metteva in guardia dalle derive
di un’ermeneutica soggettiva nelle interpretazioni della Scrittura e
della storia della Chiesa. Tuttavia, per Fessard era importante pensare
la libertà reale, che non è un concetto, bensì un impegno nella storia
concreta. In questo compito egli è stato aiutato da de Biran e dal
suo metodo, che egli ha applicato in tutta la sua opera, collocando-
lo in una prospettiva cristiana. Si tratta di 1) considerare i «rapporti
della libertà con la verità»; 2) mettere in evidenza «la capacità del-
la libertà umana incarnata […] di rendere presente il trascendente»;

1. G. Fessard, La méthode de réflexion chez Maine de Biran, Paris, Bloud et


Gay, 1938.
2. Ivi, 7.
3. Ivi.
ARTICOLI

3) sottolineare «la permanenza dell’attualità storica di una Trascen-


denza incarnata che si propone alla libertà umana come principio,
mezzo e fine della sua autorealizzazione»4. Le grandi linee filosofi-
che e teologiche dei lavori di Fessard si trovano tutte qui: la libertà
dell’uomo, l’incarnazione, la vita dello spirito.
Nella sua conclusione de La méthode de réflexion chez Maine de Biran
(«Il metodo di riflessione in Maine de Biran»), il gesuita francese dichia-
rava che il pensiero di de Biran poteva avere alcuni motivi di consonan-
za con la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Un testo, quest’ultimo,
che, d’altra parte, «vorremmo avvicinare a quell’opera magistrale che,
per il suo contenuto non meno che per la sua ispirazione, ci sembra avere
sviluppato più fedelmente, nella linea della filosofia francese, i germi se-
minati da Maine de Biran: L ’Action, di Maurice Blondel»5.
336
Siamo dunque alla presenza di tre eredità filosofiche – due france-
si e una tedesca – intrecciate tra loro, che provocheranno mutamenti
profondi nei modelli di pensiero della Chiesa. Non tratteremo qui dei
problemi che portarono all’enciclica Pascendi dominici gregis e alla con-
danna del modernismo. In quel tempo c’era troppa confusione riguar-
do alle categorie di soggettività e oggettività. Per esempio, nel 1960,
presentando il primo volume di De l’actualité historique («L’attualità sto-
rica»), Fessard citò un passo de Les principes de la philosophie thomiste
(«I princìpi della filosofia tomista») (1956) di Joseph de Tonquédec, uno
dei critici più agguerriti di Blondel: «Identificare la verità con i processi
successivi dello spirito significa distruggerne la nozione stessa e abbas-
sarla al livello di quella cosa volgare e spregevole che è l’attualità»6.
Qui si vede a quale «disprezzo» possano condurre certi atteggia-
menti mentali, e il loro «errore» riguardo a un’attenta riflessione sul-
la realtà. Per Fessard, «attualità» significa certamente «un presente in
continuo mutamento»; ma «storica» significa «il solo passato che ha un
titolo per occupare la nostra memoria». Come allora riabilitare la sto-
ria umana e accogliere nel pensiero cristiano l’analisi delle condizioni
reali delle nostre esistenze? È ciò di cui si era occupata la tesi dottorale

4. M. Sales, Gaston Fessard (1897-1978). Genèse d’une pensée, Bruxelles,


Culture et Vérité, 1997, 11.
5. G. Fessard, La méthode de réflexion…, cit., 183.
6. Id., De l’actualité historique, t. 1: À la recherche d’une méthode, Paris, Desclée
de Brouwer, 1960, 9.
IL PENSIERO DI GASTON FESSARD

di Blondel, L’ Action. L’hegelismo, che era stato introdotto in ritardo in


Francia, spingeva nella stessa direzione.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Dal 1926 Fessard intraprese la lettura della Fenomenologia dello spi-


rito di Hegel. Allora in Francia la filosofia si indirizzava verso una fe-
nomenologia attenta all’esistenza concreta. A partire dal 1933, Fessard
partecipò, presso l’École Pratique des Hautes Études, al seminario di Ale-
xandre Kojève, nel quale si commentava la Fenomenologia dello spirito
del filosofo tedesco. Questo seminario, al quale presero parte i massimi
rappresentanti della cultura francese, come Raymond Aron, Georges
Bataille, Jacques Lacan, Maurice Merleau-Ponty, Raymond Queneau,
337
Éric Weil e altri, diede un nuovo impulso agli studi filosofici in Francia,
confermando l’importanza di rivolgere l’attenzione all’esistenza delle
persone. Kojève aveva posto l’accento sulla dialettica signore-servo che,
secondo Hegel, struttura il modo di essere nel mondo. È naturale che
una tale proposta assumesse alcune tesi marxiste, ma dava luogo anche
a una discussione sull’essenza del comunismo; Kojève era nato in Russia
ed era andato in esilio dopo la Rivoluzione di ottobre.

L’IMPORTANZA DELLA DIMENSIONE SOCIALE


DELL’ESISTENZA UMANA DIVENNE FONTE DI
ISPIRAZIONE PER FESSARD.

L’importanza della dimensione sociale dell’esistenza umana di-


venne fonte di ispirazione per Fessard, spingendolo a riprendere di
nuovo la questione in una prospettiva cristiana, cosa che lo porterà
ad allargare l’analisi dal rapporto con il mondo a quella dei rapporti
con gli altri (dialettica antropologica tra l’uomo e la donna, o della
lotta amorosa) e con Dio (dialettica teologica tra ebrei e cristiani).
La realtà umana non si relaziona solo con la materia del cosmo:
l’essenza della libertà e dell’autocoscienza si rivela a molti altri livel-
li dei suoi impegni. Al centro di questa dialettica si deve riconoscere
l’accordo tra le libertà e Dio: un principio saldo, che verrà sviluppato
nel primo dei due volumi pubblicati nel 1960 con il titolo De l’actualité
ARTICOLI

historique, in cui Fessard sviluppa in poche pagine la dialettica tra l’uo-


mo e la donna e, molto più estesamente, quella tra pagano ed ebreo7.
Contemporaneamente alla lettura della Fenomenologia, il gesui-
ta francese compose un testo che fu pubblicato solo nel 1966, «Con-
naissance de Dieu et foi au Christ selon saint Paul» («Conoscenza di
Dio e fede in Cristo secondo san Paolo»)8. Questo scritto introduce un
concetto che acquisterà tutta la sua importanza in seguito, nell’analisi
degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola: l’atto della libera deci-
sione suscita un evento nella storia, in modo tale da dividere la linea del
tempo in un prima e un dopo. Così, già nel 1926 si manifesta l’essenza
del pensiero di Fessard, che è la riflessione sulla libertà. Su di essa si fon-
derà la sua critica al comunismo e al nazismo, due ideologie che hanno
condotto molte popolazioni europee a esiti catastrofici.
338
Il filosofo ha un linguaggio particolare per parlarne e per provo-
care una riflessione profonda. Le sue categorie tecniche sono spesso
oscure e poco accessibili alle persone che non possiedono una cul-
tura appropriata e non si interessano degli strumenti della ragione,
ma questo non può scoraggiarlo. Per esempio, sorge una questione
apparentemente strana a proposito della libertà: questa è nella storia,
fa la storia, ma non esistono forse più logiche della storia? E la logica
della storia è in tre o in quattro termini?
La dialettica hegeliana, spiegata nei manuali più comuni, è ar-
ticolata in tre tempi, organizzati in una sorta di superamenti suc-
cessivi, dove non c’è spazio per la libertà: tesi, antitesi e sintesi. La
dialettica ignaziana, invece, è fatta di quattro tempi; la libertà vi
entra tra il secondo e il terzo tempo, provocando così una rottura
nel cuore della continuità temporale. Torneremo a parlare di que-
sto tema quando considereremo l’aspetto temporale degli Esercizi

7. Una versione breve della dialettica uomo/donna si trova in G. Fessard, De


l’actualité historique, t. 1, cit., 163-170 (in un testo dal titolo «Esquisse du mystère de
la société et de l’histoire», che risale al 1946-48). Una versione lunga, più completa,
si trova in Id., Le mystère de la société. Recherches sur le sens de l’histoire, Bruxelles,
Culture et Verité, 1997, 203-426. La dialettica tra pagano ed ebreo è esposta nelle
pp. 215-291 del volume De l’actualité historique (pagine del 1960, ma che proseguono
una riflessione iniziata molto tempo prima dall’autore).
8. Id., «Connaissance de Dieu et foi au Christ selon saint Paul», in E. Castelli
(ed.), Mythes et foi, Paris, Aubier, 1966, 117-160.
IL PENSIERO DI GASTON FESSARD

spirituali, che presentano percorsi differenti, l’uno in tre e l’altro in


quattro tempi.
Fessard non era un filosofo che voleva difendere una teoria
esclusiva e alcune linee prestabilite di una «scuola», ma un autore
appassionato della missione della Chiesa, in un’epoca e in un Paese
in cui la sinistra hegeliana, ossia il comunismo ateo, invadeva gli
spazi della politica. Significativa a tale riguardo è l’opera del 1937
La main tendu? Le dialogue catholique-communiste est-il possible?
(«La mano tesa? È possibile il dialogo tra cattolici e comunisti?»).
Per Fessard, non si tratta di schierarsi con gli uni o con gli altri atto-
ri del potere politico, ma di smontare le loro pretese, sottomettendo
le loro tesi all’esame rigoroso della ragione.

339
FESSARD CONSACRÒ LE SUE ENERGIE ALLA
DECOSTRUZIONE DELLE IDEOLOGIE, CONDIZIONE
INDISPENSABILE PER IL DISCERNIMENTO.

Il gesuita francese consacrò tutte le sue energie a questa decostru-


zione delle ideologie, condizione indispensabile per il discernimento
costruttivo di un impegno nella storia che sia veramente umano. De-
nunciò le restrizioni imposte dai poteri dittatoriali della prima metà
del XX secolo: il nazismo e il comunismo. Queste due ideologie furo-
no oggetto delle sue riflessioni, soprattutto perché avevano trascinato
nella loro bufera la maggior parte della popolazione francese, fino a
farla precipitare nelle catastrofi che conosciamo. Occorreva mostrare
l’eccellenza del cristianesimo di fronte a questi nuovi paganesimi. Nel
1941 Fessard pubblicò un articolo dal titolo «France, prends garde de
perdre ton âme!» («Francia, attenta a non perdere la tua anima!»), e poi
nel 1945 un altro articolo intitolato «France, prends garde de perdre ta
liberté!» («Francia, attenta a non perdere la tua libertà!»). Testi ai quali
fecero eco opere altrettanto impegnative di altri gesuiti di quell’epoca,
ad esempio quelle di Yves de Montcheuil.
Molti scritti di Fessard manifestano il suo interesse per la filosofia
politica: un interesse nato da circostanze storiche illuminate da forti
esigenze filosofiche e dal suo desiderio, in quanto sacerdote, di indi-
ARTICOLI

care le vie della libertà in Cristo9. La lungimiranza di questi articoli,


grazie alle loro accurate analisi dialettiche, suscitò l’ammirazione di
molti. Possiamo ricordare in particolare il libro Autorité et bien com-
mun («Autorità e bene comune») (1944), scritto al tempo dell’occupa-
zione nazista della Francia: allora era viva la questione della legittimità
del potere in una Francia divisa in una zona «occupata» e in una zona
«libera». Afferma Fessard: «La pratica dell’autorità è il potere e, in senso
stretto, il potere forte che domina o costringe. Non c’è alcun dubbio
che ogni autorità debba iniziare da lì, e proveremo a darne le ragio-
ni. Ma da ciò si deve forse dedurre che, per reagire a un eccessivo
liberalismo, occorre lasciare al potere il compito di fissarne i limiti?
Alcuni, sedotti dagli stessi successi di cui sono vittime, sembrano quasi
crederlo, o almeno parlano e agiscono come se non dubitassero che il
340
dominio porti con sé la sua giustificazione»10.
La riflessione è al tempo stesso filosofica e teologica. Filosofica,
nel senso che fa emergere l’essenza dell’autorità, che non può essere
separata dal «bene comune». Teologica, nel senso che la problematica
richiede una disposizione di fondo, sia razionale sia emotiva, un de-
siderio di universalità capace di raggiungere ogni persona. «Affinché
l’autorità sia veramente e definitivamente fondata, affinché ogni po-
tere possa farsi riconoscere ed essere riconosciuto come proveniente
da Dio, occorre che appaia, tra il fatto e il diritto, quello che è il loro
legame, ossia ciò che fonda la loro distinzione, dà un significato al loro
conflitto e ne rivela il fine. Come pure è necessario che si manifesti
l’Onni-Misericordia, perché ai nostri occhi si risolvano le antinomie
dell’Onni-Potenza e dell’Onni-Giustizia»11.
L’opera Autorité et bien commun segue di qualche mese la pubblica-
zione del primo dei Cahiers de Témoignage chrétien («Quaderni di testi-
monianza cristiana»), una rivista di cristiani che si opponevano al na-
zismo e alla collaborazione con la Germania. Fessard ne fu il redattore;
è lì che pubblicò «France, prends garde de perdre ton âme!». Ma già
nel 1936 il libro Pax Nostra – uno scritto di cui Gabriel Marcel aveva
fortemente desiderato la pubblicazione – proponeva un’antropologia

9. Cfr M. Aumont, Philosophie sociopolitique de Gaston Fessard, Paris, Cerf,


2004.
10. G. Fessard, Autorité et bien commun, Paris, Aubier, 1944, 6 s.
11. Ivi, 115 s.
IL PENSIERO DI GASTON FESSARD

filosofica, insieme a una teologia politica (la nostra pace è infatti Cristo
in persona)12, che poteva attirare l’attenzione dei lettori sulle questioni
reali, ma stravolte dai sentimenti popolari, che allora in Francia erano
divisi tra pacifismo e nazionalismo.
In questo scritto è significativo il richiamo di Fessard alla co-
scienza. Al termine dell’Introduzione egli parla dell’importanza
della fede, che offre alla coscienza i mezzi per essere retta. L’analisi
filosofica può spingersi molto lontano, ma può aver un esito positi-
vo soltanto assumendo un atteggiamento radicale che non proviene
dalla sola analisi razionale: «Poiché innanzitutto si tratta di affretta-
re la maturazione delle coscienze che dovranno realizzare la sintesi
degli opposti, nessun mezzo può essere più efficace di un atto di
fede e di speranza nella Carità, che, unitiva per essenza, si rivela
341
sempre mediatrice nell’esistenza»13.

Ignazio di Loyola

Ora ci soffermeremo sul commento che Fessard scrisse sugli Eser-


cizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola14. Questo studio sul libretto del
Santo, iniziato dall’autore a Münster nel 1930-31, «ha sempre orien-
tato, per così dire nascostamente, la nostra riflessione mentre veniva
esercitata sui temi più diversi e apparentemente più lontani dalla spiri-
tualità ignaziana»15. Esso propone un’articolazione della libertà secon-
do il ritmo di un dinamismo spirituale le cui tappe sono strettamente
collegate tra loro, non però per necessità, perché, al centro del sistema,
la libertà è chiamata a prendere le sue decisioni e a impegnarsi in pri-
ma persona16.

12. Cfr Id., Pax Nostra. Examen de Conscience International, Paris, Grasset,
1936, X.
13. Ivi, XIX-XX.
14. Id., La dialectique des Exercices Spirituels de saint Ignace de Loyola, t. 1:
Temps, liberté, grâce, Paris, Aubier, 1956.
15. Ivi, 16.
16. I volumi di Fessard sugli Esercizi spirituali di sant’Ignazio hanno segnato la
riflessione di papa Francesco. Cfr, per esempio, Francesco, Nel cuore di ogni padre.
Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014, 282, nota 4, a proposito della
massima: «Non essere costretto dal più grande, ma essere contenuto in ciò che è più
piccolo, questo è il divino» (si veda il commento di G. Fessard, in La dialectique des
Exercices..., t. 1, cit., 167 s).
ARTICOLI

La modernità di Ignazio appare quando negli Esercizi si manife-


sta la sovrapposizione di due percorsi differenti: quello classico delle
tre vie, e quello ignaziano delle quattro settimane. La divisione degli
Esercizi in tre tempi è fedele alla sequenza tradizionale delle tre vie
della mistica (purificatrice, illuminativa e unitiva, secondo le nostre tre
facoltà: memoria, intelligenza e volontà); ma la divisione fondamen-
tale e più originale è quella delle quattro settimane. Secondo Fessard,
le tre vie hanno la funzione di fissare le tappe di accesso al mistero di
Dio, ma si intrecciano tra loro con accentuazioni differenti. In questa
successione oggettivamente necessaria, l’ego non riconosce i tratti del
proprio coinvolgimento. Le tre vie sono più subite passivamente che
percorse attivamente. Invece, le quattro settimane degli Esercizi spiri-
tuali sviluppano le tappe della libertà che accede alla sua realtà. «All’al-
342
ba dei tempi moderni, Ignazio operò nel mondo spirituale una vera
e propria rivoluzione, ponendosi non più dal punto di vista oggettivo
dell’anima, ma dal punto di vista soggettivo dell’io, dell’ego»17.
Gli Esercizi collocano in quattro «settimane» lo sviluppo della li-
bertà. È molto importante notare come il terzo volume de La dia-
lectique des Exercices Spirituels de saint Ignace de Loyola («La dialettica
degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola») sottolinei una con-
cordanza tra il ritmo di queste «settimane» e l’articolazione dei quat-
tro sensi della Scrittura messi in evidenza da Henry de Lubac, tanto
che Fessard dichiara «[la loro] perfetta e indubitabile coincidenza»18.
Al primo senso – quello letterale o storico – corrisponde la pri-
ma «settimana», nella quale l’anima ricorda la realtà assurda della
scelta del peccato, descritta molto bene da Agostino come una scelta
in cui l’anima vuole opporsi a Dio; da quella scelta deriva l’esilio
dell’anima lontano dalla verità e senza speranza, a meno che non
renda grazie per essere ancora in vita19.
Durante la seconda «settimana», meditando i Vangeli, l’esercitante
contempla la vita del Figlio Salvatore per conoscerlo meglio. Le sce-
ne evangeliche sono altrettante allegorie che insegnano le verità della

17. G. Fessard, La dialectique des Exercices..., t. 1, cit., 34.


18. Id., La dialectique des Exercices..., t. 3: Symbolisme et historicité, Namur,
Culture et vérité, 1984, 405. Cfr P. Gilbert, «Esercizi, Scrittura e sistema», in La
Scuola Cattolica 118 (1990) 407-431.
19. Cfr Ignazio di Loyola, s., Esercizi spirituali, n. 60.
IL PENSIERO DI GASTON FESSARD

salvezza. Questo è il senso dogmatico. L’esercitante è quindi invitato a


decidersi e a scegliere un atteggiamento di vita che lo faccia uscire dal
peccato e gli permetta di ascoltare meglio Cristo per mettersi alla sua
sequela. Si prepara così il momento della scelta della libertà: una cesura
nel tempo, una rottura tra il passato e il futuro, una nuova nascita.
Poi l’esercitante entra nella terza «settimana», la settimana santa,
nella quale abbandona ogni sicurezza in se stesso e rinuncia a tutto
ciò di cui potrebbe essere padrone. Questo è il senso morale, una
disposizione al bene che ci chiama, senza che possiamo rapportarlo
alle nostre capacità.
Per quanto riguarda le contemplazioni sulla risurrezione di Cri-
sto, sul tempo della Chiesa e sulla familiarità con il Cristo vivente,
esse suscitano, durante l’ultima «settimana», un atteggiamento di
343
comunione con Dio e in Dio, un tempo di affetto e di gratitudine
per il «Consolatore»20. L’ultimo dei quattro sensi – quello anagogico
– caratterizza la quarta «settimana».
Il momento della libera decisione costituisce il cuore della tem-
poralità ignaziana. «Il tempo è superiore allo spazio». Nello spazio la
libertà si diluisce; nel tempo, invece, si unisce a se stessa e concorda
con un significato che le viene proposto. Davanti alla libertà si apre
un cammino, senza che essa possa definirne a priori le tappe, ma a
cui essa si dispone con generosità.
Un articolo scritto nel 1939 da Fessard sulla «direzione di co-
scienza» esamina la temporalità della coscienza e le sue condizioni.
La parola di un «direttore di coscienza» non può che essere una
parola che, fin dall’inizio, vieta di seguire strade indegne dell’uomo.
Qui è importante un percorso iniziale di purificazione, così come è
importante la prima «settimana» degli Esercizi spirituali, nella quale
il direttore di coscienza mette in guardia l’esercitante «dalle tenta-
zioni della facilità e, dopo averne stimolato l’energia e la generosità,
lascia a lui il compito di fare il “proprio cammino” nella vita»21.
Viene poi il momento della costruzione, di cui è responsabile
solo l’esercitante. Il direttore di coscienza può intervenire, ma sol-
tanto proponendo «alla coscienza il suo fine ultimo e presentando-

20. Ivi, n. 224.


21. G. Fessard, De l’actualité historique, t. 1, cit., 68.
ARTICOLI

le i fini secondari come mezzi per raggiungere quel fine ultimo e


assoluto»22. Accompagnare la coscienza di un altro significa impe-
dirgli di dimenticare il fine ultimo delle sue azioni. In queste spie-
gazioni di Fessard si può facilmente riconoscere un’attualizzazione
del «Principio e fondamento» degli Esercizi spirituali.
Le complicazioni dell’esistenza reale non consentono di cal-
colare e prevedere in tutti i suoi dettagli un andamento lineare
del futuro. Si richiede solo un atteggiamento interiore di docilità
allo Spirito e di fiducia e fedeltà a quanto egli ha già rivelato. Ciò
che è dunque in gioco è l’atto di libertà di colui che è «guidato»,
la sua capacità di essere completamente dedito a una realtà quo-
tidiana che diventa drammatica quando passa dalla contempla-
zione della vita di Cristo (seconda «settimana») a quella della sua
344
morte (terza «settimana»).

Un atteggiamento di itineranza

Ciò significa forse che è impossibile un dono totale di sé? Qui si


richiedono, evidentemente, un radicale atteggiamento di preghiera e
una grande attenzione all’esperienza spirituale della contemplazione,
alle mozioni «degli spiriti» – quello buono e quello cattivo – che ven-
gono presentate nelle «Regole del discernimento» degli Esercizi spiri-
tuali. Qui entrano in gioco, nella teologia cristiana, tensioni tra azione
di Dio e azione dell’uomo, tra grazia e natura. Il rischio è quello di
tendere verso il pelagianesimo, che esalta le nostre decisioni umane e
il volontarismo, oppure verso il quietismo, che fa affidamento su Dio
a tal punto che si diventa imprudenti verso se stessi.
È proprio contro queste tesi esclusive che ha reagito de Lubac nei
suoi scritti sul «soprannaturale». La posizione di sant’Ignazio viene
enunciata in una massima che opera una sintesi tra volontarismo e
quietismo e, pur con il rischio di sembrare contraddittoria, elabora
una formula che implica un’integrazione tra due tesi contrapposte:
«Affidati a Dio come se il successo delle tue opere dipendesse da te
e non da Dio, ma anche come se, al termine dell’opera, tutto fosse
stato fatto solo da Dio, e nulla da te».

22. Ivi, 63.


IL PENSIERO DI GASTON FESSARD

Il primo volume de La dialectique des Exercises termina con una


lunga analisi di questa massima. Essa in realtà proviene da Gabriel He-
venesi, un gesuita ungherese, che, per enunciarla, si era ispirato a una
lettera inviata da Ignazio a Francesco Borgia il 17 settembre 155523.
Si potrebbe essere tentati di considerare la tensione tra volonta-
rismo e quietismo come una tensione dialettica che troverebbe in
Hegel le ragioni del suo superamento. Ma in Fessard la dialettica è
più blondeliana che hegeliana: più che un’articolazione dialettica dei
contrari, essa è un’integrazione di poli di cui non si può concepire
separatamente la verità. Occorre comprendere questa dialettica di
integrazione partendo dal risveglio della propria libertà (prima e
seconda «settimana») e dal momento della propria decisione, con-
fermata dalla terza e dalla quarta «settimana» degli Esercizi. Hegel
345
aiuta a chiarire gli elementi di tale dialettica, ma Blondel ci dà la
possibilità di non rimanere prigionieri delle opposizioni. L’opzione
ignaziana, concepita alla luce di quella blondeliana, costruisce la
storia a partire da un atto di libertà e grazie al discernimento dell’a-
zione di Dio nella nostra vita. Non si dà dunque senza un cammino
paziente e senza un ascolto nella fede.

Conclusione

Tre autori sono stati i riferimenti principali di Fessard: un filoso-


fo della riflessione sull’esperienza (Maine de Biran); un altro filosofo
interessato al senso razionale della storia (Hegel); un autore e guida
spirituale (Ignazio di Loyola). Tutti e tre hanno influenzato Fessard
durante il decennio 1920-30. Il primo ha costruito un metodo filoso-
fico capace di aprire la coscienza all’assoluto senza denigrare l’eviden-
za delle nostre fragili esistenze. Il secondo ha prestato attenzione alle
strutture dell’esistenza; tuttavia la distanza tra l’universale e il singola-
re potrebbe non generare una lotta fino alla morte o essere solamente
«economica». Il terzo ha insegnato alla coscienza un cammino di
libertà tale che non le sia impedito di unificarsi, ma che al contrario
possa costruire progressivamente il proprio essere nella continuità di
un’elezione fondamentale che noi tutti siamo invitati ad attualizzare.

23. Cfr ivi, 308.


FOCUS

IL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA

Francesco Occhetta S.I.

Lo scorso 26 gennaio si è votato per eleggere il governo regio-


nale dell’Emilia-Romagna e della Calabria. Era un voto atteso per
valutare la stabilità del governo nazionale e la salute delle forze poli-
tiche e ha tenuto con il fiato sospeso l’intero Paese. Ma dal test elet-
346
torale dell’Emilia-Romagna è emerso molto di più: la straordinaria
affluenza (63,49%), il risveglio delle piazze – grazie al movimento
delle «sardine» e al movimentismo della Lega – e l’avvento di un neo-
bipolarismo all’italiana causato dall’emorragia dei consensi del M5S.

L’analisi del voto in Emilia-Romagna

I principali dati politici sono noti: sette candidati alla presidenza


della giunta della regione, 17 liste, 739 candidati per 50 posti in
Consiglio regionale. Inoltre il grado di partecipazione ha sfatato i
luoghi comuni del disimpegno politico: sei candidati su 10 erano
alla prima esperienza elettorale, una media di età piuttosto bassa (47
anni) e quasi il 50% dei candidati donne.
Nella terra definita in passato il «feudo rosso» ha vinto con il
51,43% dei voti Stefano Bonaccini, il candidato del centro-sinistra.
Lucia Borgonzoni, la candidata del centro-destra, si è fermata al
43,6%, anche se la sua area politica di appartenenza è cresciuta di
13,8 punti percentuali rispetto alle ultime elezioni regionali. Il test
elettorale, oltre a verificare il grado delle politiche riformiste del
Paese, ha fatto emergere anche alcuni valori simbolici sedimentati
nella coscienza degli elettori. Quel territorio, plasmato dalle anime
di Peppone e don Camillo, è stato il crocevia di grandi processi
politici: dalla nascita della bandiera italiana alla formazione delle

© La Civiltà Cattolica 2020 I 346-351 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


IL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA

prime «camicie nere», dall’antifascismo militante alle prime speri-


mentazioni dello Stato sociale.
Il Pd ha raggiunto il 34,7% dei consensi, mentre il M5S sola-
mente il 3,5%; grazie al voto disgiunto, due elettori pentastellati su
tre hanno scelto di votare per la lista del Movimento e per Bonac-
cini1, il quale ha raccolto 155.000 voti personali in più rispetto alle
liste che lo sostenevano. Invece Lucia Borgonzoni ha avuto 35.000
voti in meno rispetto ai partiti della sua coalizione.
Forza Italia ha perso 45.000 voti e quasi 6 punti percentuali negli
ultimi sei anni, ottenendo solamente il 2,6% dei consensi. Il partito
di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, ha raggiunto l’8,6%, mentre la
Lega di Matteo Salvini è passata dal 19,4% al 31,9%, pari a 690.000
voti. Il partito di Salvini è stato premiato dai ceti più popolari e nei
347
centri più piccoli, mentre il Pd ha ottenuto la fiducia delle città2. Gli
analisti politici ritengono che il movimento delle «sardine» abbia
sottratto il 3% all’astensione e aiutato il centro-sinistra a vincere. La
maggioranza dei Millenials ha scelto il centro-sinistra; per quanto
riguarda i giovani di età tra i 18 e i 34 anni, il 32,6% ha scelto di
votare Pd, il 6,5% la lista «Bonaccini presidente», il 26,1% Lega,
il 6,8% FdI e il 4,8% M5S. Il voto in favore di Bonaccini è stato
motivato dal suo «buongoverno», quello in favore della Borgonzoni
dalla spinta a cambiare e dal sostegno a Salvini.
Il netto successo elettorale della Lega è stato indebolito dalla
strategia comunicativa di Salvini, che ha interrogato l’intero Paese:
dalla domanda fatta al citofono a un tunisino («Lei spaccia?») all’en-
fasi posta sui bambini di Bibbiano – comune in cui ha vinto il Pd –
fino alla richiesta di essere processato sul caso della nave Gregoretti
per poter «convocare il popolo» nell’aula del tribunale.
Emerge così «il doppio limite di queste elezioni regionali: se nel
centrodestra è già iniziato, tra le righe, il processo al Capitano e alla
sua continua ricerca di eccessi che diventa difficile “superare” ogni
volta, nel centrosinistra si apre il problema di sempre, e cioè tutto
bene e bravi quando si tratta di andare contro qualcosa e qualcu-

1. Istituto Cattaneo, «Chi ha vinto e chi ha perso», 27 gennaio 2020, in


www.cattaneo.org
2. I dati sono tratti dall’Istituto di ricerca Swg, in www.swg.it
FOCUS

no, molto meno quando si tratta di trovare l’accordo su proposte


concrete»3.
Sono falliti per la seconda volta l’azzardo e la promessa di portare
al voto il Paese dopo la crisi di governo voluta da Salvini durante
l’agosto scorso. Lo stesso Giancarlo Giorgetti ha contestato a Salvini
il fatto di aver sbagliato campagna elettorale: una parte della Lega,
infatti, vorrebbe «intercettare l’elettorato moderato in uscita da For-
za Italia, piuttosto che cavalcare le vaste praterie a destra»4.

LA CHIESA LOCALE HA INVITATO I CITTADINI ALLA


PARTECIPAZIONE, A UN «DISCERNIMENTO SOCIALE
E A UNA SCELTA COERENTE».
348

Anche la Chiesa locale ha fatto sentire la propria voce in occasio-


ne del voto regionale. In una nota, i vescovi dell’Emilia-Romagna –
guidati dal cardinale Matteo Zuppi – hanno invitato i cittadini alla
partecipazione, a un «discernimento sociale e a una scelta coerente»
che avesse come criteri la costruzione dell’Europa attraverso il voto
locale, i bisogni dei poveri come categoria politica, la cura dei beni
culturali e ambientali.

La Calabria dopo il voto

Le votazioni del 26 gennaio hanno fatto esplodere un contrasto


tra due arterie dello stesso cuore: il Nord e il Sud. Per quale motivo i
riflettori sono stati puntati solamente sull’Emilia-Romagna, mentre
la Calabria è sparita dai radar politici? Si tratta di due elezioni di-
verse, che richiedono analisi diverse. In Calabria hanno votato poco
più di 810.000 elettori, il 44% degli aventi diritto, e di questi circa
35.000 sono andati a votare soltanto per il candidato alla presiden-
za della regione, senza scegliere un partito. Jole Santelli, candidata

3. C. Fusani, «Salvini perde la sfida e fallisce la spallata al governo. Sotto


processo i suoi eccessi. E in Calabria la Lega non sfonda», 27 gennaio 2020, in
https://notizie.tiscali.it
4. C. Lopapa, «Lega e alleati, primi guai per Salvini», in la Repubblica, 29
gennaio 2020, 6.
IL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA

del centro-destra, è stata eletta con il 55,42% dei voti, mentre Pip-
po Callipo, candidato del centro-sinistra, ha ottenuto il 30,14% dei
consensi e un successo personale di 17.556 preferenze. Invece il M5S
con Francesco Aiello è precipitato al 7,35%. La Lega in Calabria è
scesa al 12,3% – la metà dei voti presi alle ultime elezioni europee
–, e oggi è il terzo partito dopo il Pd (15,2%) e Forza Italia (12,4%).
È ormai dal 2000 che gli schieramenti si avvicendano in una sorta
di «alternanza forzata», causata dal logoramento della classe politica.
Nella regione mancano politiche di sviluppo; le aziende di eccellen-
za si contano sulle dita di una mano; non esistono distretti produttivi
che concorrono nel mercato globale. Molti centri abitati sono isolati; i
tempi per le realizzare le opere finanziate sono lenti; l’orografia del ter-
ritorio ha bisogno di interventi strutturali, come quelli per l’autostrada
349
Salerno-Reggio Calabria e per la statale n. 106. La ’ndrangheta – che è
una delle mafie più ricche e potenti del mondo – sta negando il futuro
della regione, mentre a causa dell’infiltrazione in molte zone dell’en-
troterra fa sì che neppure i migranti vogliano restare. La regione sta
esportando il suo futuro; e diventa causa di spopolamento la mancanza
di lavoro e di servizi. Così il nuovo governo regionale ha la responsa-
bilità di ridare speranza ai calabresi, arginare l’emorragia dell’emigra-
zione e rilanciare gli investimenti delle infrastrutture, bloccati da anni.

Nodi politici da sciogliere

A livello nazionale, il voto rinforza i partiti che hanno sostenuto


Bonaccini, ridimensiona il M5S, consolida la destra come alterna-
tiva di governo. Va però sottolineata una sfumatura: Salvini esce
indebolito e la Meloni rinforzata. Le dimissioni di Di Maio da capo
politico del M5S sono state un oscuro presagio di una partita già
persa. Il 22 gennaio, prima di dimettersi e cedere il testimone a
Vito Crimi, aveva dichiarato: «Bisogna rifondarsi, i peggiori nemici
sono all’interno. Basta “pugnalate alle spalle”». Parole che rivelano la
divisione e il disorientamento politico nel Movimento.
Il movimento delle «sardine» ha il merito di aver introdotto pa-
role nuove e permesso a tanta gente di incontrarsi nelle piazze ita-
liane; dopo le elezioni, nella loro pagina Facebook, hanno scritto:
«È successo. Siamo nati dicendo che eravamo contro il populismo.
FOCUS

Oggi siamo consapevoli che, se lo vogliamo, oltre che “contro” pos-


siamo essere “meglio”. E possiamo esserlo con mezzi sconosciuti a
chi fa propaganda di mestiere: gratuità, relazioni umane, creatività
ed empatia. Nella sua banalità è una notizia che rischia di far salta-
re tutte le certezze che ci erano state vendute in questi anni grigi.
L’esperienza dell’Emilia-Romagna dimostra che le «sardine» servi-
vano come l’ossigeno, l’esperienza della Calabria dimostra che le
«sardine» da sole non bastano; che la domanda di politica si risveglia
se l’offerta è adeguata, coraggiosa e coesa». Occorre tempo, ma se
il buon giorno si vede dal mattino, le premesse culturali per una
nuova stagione politica ci sono tutte.
L’esito del voto ha consegnato il timone politico del Pd al segreta-
rio, Nicola Zingaretti, e all’emiliano Graziano Delrio, capogruppo del
350
Pd alla Camera e tra i fondatori del modello di amministrazione emi-
liano basato sul comunitarismo. La loro «strategia tranquilla», aperta
al civismo, al movimento delle «sardine» e al dialogo con il M5S, ha
saputo portare Bonaccini a divenire nuovo leader nazionale. Lo sce-
nario politico però potrebbe cambiare di nuovo in primavera, quando
si voterà in Liguria, Toscana, Veneto, Marche, Campania e Puglia.
La fragilità del quadro politico richiede che il Parlamento scel-
ga alcune regole per dare stabilità al Paese, come la legge elettorale.
La Lega e in generale il centro-destra si sono dichiarati a favore di
un sistema maggioritario; i partiti di governo – in particolare il Pd –
sono invece a favore del sistema proporzionale, come il ministro Da-
rio Franceschini ha spiegato in una sua recente intervista5. L’obiettivo
politico è quello di assestare il sistema su un bipolarismo tra Pd e Lega,
sperando che il M5S non scelga di replicare la strategia del Psi di Craxi
per diventare l’ago della bilancia per qualsiasi alleanza. Il doppio turno
di coalizione invece obbligherebbe i pentastellati a scegliere da quale
parte stare. Nel modello francese, le alleanze elettorali sono scelte dagli
elettori e non imposte dai partiti, e valorizzano il rapporto candidato-
elettore soprattutto nel primo dei due turni elettorali. Il modello «pro-
porzionale puro» tedesco ha il merito di rafforzare la coalizione – che
propone il cancelliere, una volta che si è formata in Parlamento (grazie

5. F. Verderami, «Avanti con il proporzionale. Ci sarà un bipolarismo Lega-


Pd», in Corriere della Sera, 29 gennaio 2020, 7.
IL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA

alla sfiducia costruttiva) –, di non alterare l’identità dei singoli partiti e


di favorire la rappresentanza delle regioni6.

Oltre il referendum del 29 marzo

La manutenzione costituzionale non può essere procrastinata


sine die. Il possibile esito positivo del referendum del 29 marzo sul-
la riduzione del numero dei parlamentari toccherà a cascata anche
una serie di pesi e contrappesi costituzionali, come il bicameralismo
perfetto, la modifica dell’età per l’elettorato attivo e passivo, il raf-
forzamento dei poteri dell’esecutivo e del premier in Parlamento,
il ruolo del Presidente della Repubblica ecc. Il punto di equilibrio
rimane una buona legge elettorale che dia stabilità al sistema. Essa
351
dipenderà pure dalle norme parlamentari e dalle regole sui finan-
ziamenti pubblici dei partiti. Anche a questo si dovrà pensare. I
criteri per discernere sono: garantire la democrazia dell’alternanza,
assicurare la governabilità, ridurre la frammentazione del sistema
partitico, rispettare le minoranze politiche, introdurre una consi-
stente soglia di sbarramento che promuova la riduzione dei partiti e
dei gruppi parlamentari, favorire la nascita della stessa maggioranza
sia alla Camera sia al Senato. Occorre che tutte le forze politiche
se ne convincano per il bene del Paese. Solamente una soluzione
strutturale del sistema permetterà alla vita politica di trovare un suo
equilibrio, altrimenti tra i partiti continuerà a valere il detto antico
«Se Atene piange, Sparta non ride».

6. La legge elettorale tedesca assegna la metà dei seggi (299) con scrutinio
maggioritario a un turno nell’ambito di altrettanti collegi uninominali (compren-
denti in media circa 280.000 abitanti); i rimanenti 299 seggi sono assegnati a scru-
tinio proporzionale con liste bloccate, in rapporto alla consistenza demografica dei
Länder. In pratica, l’elettore tedesco è chiamato a esprimere sulla stessa scheda due
preferenze: una per la lista, e l’altra per il candidato al collegio uninominale.
FOCUS

LA CONFERENZA DI BERLINO
E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

Giovanni Sale S.I.

La Conferenza di Berlino sulla Libia del 19 gennaio 2020, alla


quale hanno partecipato i rappresentanti di 11 Paesi (per lo più
capi di governo) e delle maggiori organizzazioni internazionali,
ha prodotto una dichiarazione condivisa, nella quale si sostengo-
352
no gli sforzi delle Nazioni Unite per una tregua duratura, per far
rispettare l’embargo delle armi e smantellare le milizie inviate da
alcune potenze straniere nel Paese, nel quale si sta combattendo
una sorta di «guerra per procura».
Finora diversi punti fissati nel comunicato sono rimasti lette-
ra morta. La «tregua», sottoscritta soltanto dal presidente al Fa-
yez al Sarraj, sostanzialmente regge ancora, sebbene quasi ogni
giorno si registrino «attacchi» di piccola entità da parte di en-
trambi i fronti1.
Per dare attuazione alle dichiarazioni di Berlino è necessario
che le parti belligeranti e le grandi potenze implicate nel con-
flitto pongano in essere atti concreti di pacificazione. «Se non
si raggiungerà la pace il più presto possibile – ha dichiarato la
cancelliera tedesca Angela Merkel –, il caos in Libia colpirà tutto
il Mediterraneo»2 .
Per comprendere questo evento, i suoi punti di forza e anche
le sue debolezze, è necessario fare un passo indietro e ripercorre-
re le vicende belliche e diplomatiche di questi ultimi mesi.

1. Al tavolo negoziale aperto a Ginevra le due parti hanno concordato di


trasformare la «tregua» in un «cessate il fuoco duraturo», anche se devono ancora
accordarsi su come dare attuazione a questo obiettivo.
2. M. Ansaldo, «I colloqui con Merkel su Libia e profughi», in la Repubblica,
25 gennaio 2020.

© La Civiltà Cattolica 2020 I 352-364 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

La «guerra civile» libica tra Haftar e al Sarraj

La «guerra civile» libica è cominciata il 4 aprile 2019, quando il


generale Khalifa Haftar ha dato inizio all’assalto di Tripoli con l’auto-
proclamato Esercito nazionale libico (Enl)3. La capitale era controllata
dal Governo di accordo nazionale (Gna), diretto da Fayez al Sarraj,
che aveva il riconoscimento ufficiale della comunità internazionale,
cioè dell’Onu, ed era sostenuto dalle milizie della Libia occidentale.
In quei giorni di primavera, i bellicosi messaggi lanciati da Haftar
facevano temere un’immediata conquista della città. Il generale, che
controllava gran parte del Paese – cioè la Cirenaica e il Fezzan – e spe-
rava che molte città della Tripolitania passassero dalla sua parte, sen-
tiva la vittoria a portata di mano. Haftar, un ex ufficiale gheddafiano,
sconfitto disastrosamente in Ciad nel 1987 e poi esiliato negli Usa, era 353
convinto di realizzare il sogno di una vita e di insediarsi trionfalmente
a Tripoli4. Ma le cose sono andate diversamente. Per mesi le sue milizie
sono rimaste quasi ferme a pochi chilometri dalla capitale, occupando
soltanto piccole porzioni di territorio. Solo negli ultimi tempi, con la
presa di Sirte, l’«assedio» alla capitale si è fatto più stringente.
In questi nove mesi di «guerra civile» il bilancio dei morti è stato
purtroppo molto alto: circa 2.000 militari e più di 200 civili uccisi. «Se
a combattere e a morire sono i libici – è stato scritto –, a tirare le fila
di questa guerra sono in ampia misura le potenze straniere»5. Di fatto i
due fronti di lotta sono sostenuti da grandi o medie potenze regionali
che, dopo la fine del sanguinoso conflitto siriano, conducono in Libia
una sorta di guerra per «interposta persona», per il dominio di que-
sta regione del Maghreb, ricca di petrolio e di gas (che gli occupanti
italiani nel 1911 avevano definito «un’inutile scatola di sabbia»), e per
il controllo del Mediterraneo. La Turchia, il Qatar e alcuni Paesi del
Maghreb – in particolare la Tunisia e l’Algeria – sostengono il Gna di
al Sarraj, mentre la Russia, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita, l’Egitto
e, «sotto traccia», la Francia appoggiano il generale della Cirenaica.

3. Cfr G. Sale, «L’attacco del generale Haftar a Tripoli», in Civ. Catt. 2019 II
456-469.
4. Cfr G. Di Feo, «Il signore della guerra totale», in la Repubblica, 11 gennaio
2020.
5. M. Herbert, «Alta tecnologia sul campo di battaglia», in Internazionale,
20 dicembre 2019, 32.
FOCUS

In questi mesi di lotta gli alleati stranieri hanno offerto a entrambi gli
schieramenti supporto diplomatico, equipaggiamento militare (in par-
ticolare droni), personale militare qualificato e mercenari di ogni tipo.

IN LIBIA È IN CORSO UNA GUERRA SENZA ESERCITI,


CON DUE FRONTI FRASTAGLIATI, COMPOSTI DA
MILIZIE DISPOSTE A VENDERSI.

In Libia «è in corso una guerra senza eserciti, con due fronti


frastagliati, composti da milizie disposte a vendersi al migliore offe-
rente, capi locali che dettano legge, poche unità davvero addestrate
e disposte ad andare all’assalto»6. Questo spiega perché dopo tanti
354
mesi di guerra nessuno sia riuscito a sferrare l’attacco finale. Con al
Sarraj stanno le formazioni militari di Tripoli, e soprattutto le mi-
lizie di Misurata, ben addestrate ed equipaggiate. Senza l’appoggio
di queste ultime, secondo diversi analisti, il generale della Cirenaica
sarebbe già entrato nella capitale. Con l’Enl di Haftar stanno molte
milizie, che vanno dai laici gheddafiani ai salafiti filo-sauditi (invia-
ti da Riad per combattere gli odiati Fratelli Musulmani, interamen-
te schierati dall’altra parte), per un totale di circa 20.000 uomini7.
Una caratteristica di questa «guerra civile» è stata l’uso massiccio
dei droni da entrambe le parti. Infatti, per la loro fornitura il Gna
e l’Enl possono contare sui loro alleati. La Turchia ha inviato deci-
ne di velivoli Bayraktar Tb2, oltre alle unità di controllo di terra.

6. G. Stabile, «Due eserciti incapaci di combattere senza gli aiuti degli alleati
esterni», in La Stampa, 20 gennaio 2020.
7. Il fulcro dell’esercito di Haftar è costituto da due brigate: la 106a, composta
da circa 7.000 soldati (molti dei quali sono militari di carriera), armata dai russi e
comandata dal figlio Khaled; e la 73a, anch’essa composta da circa 7.000 uomini ed
equipaggiata con armi di ultima generazione, con moderni blindati e con droni in-
viati dagli Emirati. Il punto forte dell’Enl pare sia l’aviazione. A queste unità regolari
si sono unite decine di milizie, e in particolare i madkhalisti, seguaci del predicatore
saudita Rabi al Madkhali. Con al Sarraj, invece, combattono circa 15.000 uomini.
Sono milizie che nel 2011 hanno combattuto contro Gheddafi, e molte di esse sono
legate alla Fratellanza (questo spiega, tra l’altro, la coalizione Egitto-Arabia Saudita-
Emirati contro il governo di Tripoli). Il fulcro di questo «esercito» è costituito dalle
milizie di Misurata e di altre città vicine alla capitale, le quali, a differenza dei mer-
cenari, sono ben motivate alla lotta.
LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

Gli Emirati hanno fornito ad Haftar i droni di produzione cinese


Wing Loog II. Questi apparecchi, che costano molto meno degli
aerei da guerra, vengono usati per missioni di ricognizione, per
colpire depositi di armi o aeroporti, per dare copertura aerea alle
unità coinvolte negli scontri di terra, o anche per colpire obiettivi
precisi, sia militari sia civili, come è accaduto il 5 gennaio, quando
un drone ha colpito a Tripoli una scuola di cadetti militari, ucciden-
done 30. Al Sarraj ha definito questo raid «un crimine di guerra»8.
Pare che gli attacchi condotti da entrambe le parti con droni
sia­no stati, in questi mesi, più di 1.000. Ciò inaugura un nuovo
modo di «fare la guerra». Secondo alcuni osservatori, i conflitti del
futuro si muoveranno in questa direzione, sia perché i droni pos-
sono compiere attacchi relativamente precisi, sia perché sono più
355
economici degli aerei da combattimento9.

Russia e Turchia entrano nel conflitto libico


A partire dall’autunno del 2019, la «guerra civile» in Libia si è
trasformata, come era accaduto precedentemente in Siria, in una
sfida strategico-militare tra le grandi potenze, in particolare tra la
Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan (dietro le quali si muovono
altre potenze regionali). L’obiettivo di entrambi è quello di estende-
re il proprio dominio in quella importante regione del Nord Africa,
ma anche nel Mediterraneo, che fino a pochi anni fa era considerato
il «mare americano per eccellenza». Si è colmato così il vuoto lascia-
to, in questi mesi di guerra, dall’Ue e dagli Usa, cioè le potenze che
nel 2011 avevano rovesciato il regime di Gheddafi.
Per quanto riguarda l’Ue, il problema dei migranti – e i suoi
effetti a livello nazionale – aveva in qualche modo oscurato quello
della guerra in corso, sebbene nelle cancellerie europee si insistesse
nel parlare, per lo più retoricamente, della necessità di «stabilizzare
la Libia». Parole vuote, alle quali di solito non ha fatto seguito nes-
suna azione decisiva da parte dell’Unione.

8. Cfr F. Battistini, «Strage di cadetti, accuse ad Haftar», in Corriere della


Sera, 6 gennaio 2020.
9. Cfr M. Herbert, «Alta tecnologia sul campo di battaglia», cit., 32.
FOCUS

La sorprendente evoluzione del conflitto libico è maturata a set-


tembre, quando Mosca, ufficiosamente, ha iniziato a inviare in aiu-
to di Haftar mercenari – sembra circa 500 uomini –, che operavano
d’intesa con il Cremlino in diverse aree di crisi. In un primo momento
Putin non sembrava intenzionato a impelagarsi nel caos libico; poi
però le cose sono cambiate: il leader russo ha compreso che in Libia
avrebbe potuto capitalizzare, sia in termini di influenza regionale sia
con nuove opportunità per le aziende russe, nel settore energetico in
primis. Pertanto ha deciso di coltivare la parte più promettente, o en-
trambe le parti, tenendo costanti rapporti con Tripoli e dosando con
cura il supporto (ufficialmente smentito) ad Haftar, per mantenere alte
le quotazioni russe sul campo e nei negoziati10. Mai la presenza russa si
era estesa fino alle coste del Mediterraneo – ai desiderati «mari caldi»,
356
realizzando così l’antico sogno degli zar –, in una striscia senza solu-
zione di continuità che va dalla Siria fino alla Libia.
Gli uomini inviati da Putin in Libia hanno combattuto a fianco
dei miliziani di Haftar senza divisa o mostrine o altri simboli iden-
tificativi. Erano contractors molto abili della famigerata organizza-
zione Wagner, un’agenzia diretta da Evgenij Prigozhin, il cosid-
detto «cuoco di Putin», in quanto, ufficialmente, gestiva un’impresa
di catering, che aveva l’esclusiva della ristorazione nei ricevimenti al
Cremlino11. Si tratta dei cosiddetti «omini verdi» – molto apprez-
zati come cecchini e noti per la loro crudeltà –, che da anni com-
battevano in Ucraina per sostenere la secessione del Donbass: una
guerra che ha causato già 14.000 morti. Questa agenzia, operando
in modo anonimo, ha tolto a Mosca ogni responsabilità diretta sulle
efferatezze del conflitto, offrendole però la possibilità di agire come
intermediario e negoziatore tra le parti in lotta12.
Il 27 novembre 2019, il Governo di accordo nazionale di al Sar-
raj ha firmato con la Turchia di Erdoğan due memorandum d’intesa
sulla cooperazione militare e sui confini marittimi del Mediterra-

10. Cfr O. Moscatelli, «Putin in Libia ha mancato il colpo grosso», in www.


limesonline.com/libia-russia-putin-haftar-accordo-petrolio/116244
11. Cfr P. Garimberti, «Putin nel Mediterraneo», in la Repubblica, 21 dicem-
bre 2019.
12. Cfr L. Caracciolo, «Pessime notizie dalla guerra per procura in Libia», in
www.limesonline.com/rubrica/libia-aftar-tripoli-italia-lucio-caracciolo
LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

neo orientale, dando attuazione alle proposte fatte dal Presidente


turco nel suo discorso di Capodanno. L’obiettivo a breve termine
del Gna era di respingere le forze di Haftar, che insidiavano sempre
più da vicino Tripoli, ma anche di consolidare il rapporto con i
turchi per fermare una volta per tutte l’offensiva del generale della
Cirenaica, respingendolo nel suo territorio.
Con tale intervento Ankara intendeva salvaguardare le con-
quiste ottenute con i suddetti memorandum13. Questi impegnava-
no Tripoli ad accettare le rivendicazioni turche su un’ampia area
del Mediterraneo orientale, che in tal modo sarebbe diventata zona
esclusiva (Zee) della Turchia, con il diritto di effettuare lì trivella-
zioni e altro. Questo accordo è stato fortemente ostacolato dalla
Grecia, che è un membro dell’Ue, ma anche da Cipro e dall’Egitto,
357
che rivendicano i loro diritti su quella fetta di mare. Per ritorsione,
la Grecia ha troncato i rapporti diplomatici con Tripoli14.
Come previsto, il 2 gennaio 2020 il Parlamento turco ha auto-
rizzato l’invio di soldati in Libia, approvando una risoluzione con
325 voti favorevoli e 184 contrari. In realtà, questa decisione violava
formalmente l’embargo sulle armi in Libia imposto dall’Onu (riso-
luzione 1970 del 2011), ma che in pratica non veniva osservato da
nessuna delle parti. Va ricordato che Erdoğan è intervenuto nel tea­
tro di guerra non con un atto di forza, ma sulla base di un accordo
che prevedeva l’assistenza militare e su invito del Gna15.
In questo modo la Turchia, allargando il conflitto e armando al
Sarraj, svelava l’inconsistenza del processo di pace e del negoziato
multilaterale avviato, con il sostegno dell’Ue, dalle Nazioni Unite,
i cui tentativi di risolvere la crisi sul piano diplomatico erano falliti.
In Libia la Turchia può permettersi di scoprire le carte e di usci-
re allo scoperto, perché gli Usa si sono ritirati da quel fronte. «Gli
americani sono fuori dalla Libia, ma anche dal Sahel e da tutta l’A-

13. Cfr M. Yesiltas, «Perché la Turchia manda i soldati a Tripoli», in Interna-


zionale, 10 gennaio 2020, 20.
14. Cfr M. Cousins, «Una pericolosa offerta turca», ivi, 20 dicembre 2019, 33.
Grecia, Cipro e Israele in quei giorni hanno firmato un accordo per un gasdotto che
contrasta con gli interessi turchi nella zona. Cfr M. Rafenberg, «EastMed, le projet
de gazoduc destiné à contrer Turquie», in Le Monde, 4 gennaio 2020.
15. Cfr M. Jégo, «Ankara prêt à intervenir militairement en Libye», ivi.
FOCUS

frica. Il loro mandato strategico è solo quello di contenere la Cina e


la Russia a livello globale […]. Questo ha aperto uno spazio che ha
permesso alla Russia e alla Turchia di definirsi come nuovi protago-
nisti e di rivendicarlo pubblicamente»16.
Va anche precisato che Ankara è intervenuta in Libia – portando
uomini17, armi e droni di ultima generazione – non contro Mosca, ma
per essere presente in una regione strategicamente importante e per
tutelare i propri interessi economici. Anzi, il progetto di Erdoğan è
quello di trovare una sponda negoziale con Putin al fine di spartirsi il
Paese in zone di influenza. «In tal modo – scrive Vincenzo Nigro – gli
eredi dell’impero ottomano e di quello russo, dopo aver lavorato alla
spartizione della Siria, discuteranno della ripartizione della Libia, senza
l’Europa e soprattutto senza gli Stati Uniti»18. I veri nemici di Ankara
358
in questa partita sono, in realtà, gli altri Paesi che sostengono Haftar,
cioè l’Egitto, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita, i quali combattono in
Libia i Fratelli Musulmani, alleati sia del Gna, sia della Turchia.
La rapidità di questi sviluppi militari ha colto di sorpresa le po-
tenze occidentali. Parigi ha scoperto di aver perso il ruolo di alleato
principale del generale della Cirenaica, mettendo a rischio i pro-
pri interessi petroliferi in quella regione, dove opera la compagnia
francese Total. Mentre all’Italia, che vanta interessi economici mol-
to importanti nella Tripolitania – ad esempio, con l’Eni –, «è stata
strappata la partnership privilegiata»19 con il Gna. Il tutto nell’ap-
parente indifferenza delle altre cancellerie europee. Roma e Parigi
hanno fatto quasi a gara per accaparrarsi il primo posto nella con-
tesa nel 2018 (con la conferenza di Palermo, che non ha prodotto
nessun documento finale) e nel 2019 hanno messo in moto le loro
diplomazie, in accordo con l’Onu, per organizzare incontri tra le
parti belligeranti e concordare una qualche sospensione del conflit-
to, senza però raggiungere alcun risultato di rilievo.

16. A. Camilli, «La vera posta in gioco nell’intervento turco in Libia», in


www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2020/01/04
17. Buona parte dei soldati inviati in Libia sono le milizie islamiste sunnite che
hanno combattuto per Erdoǧan, contro i curdi, nel Nord della Siria.
18. V. Nigro, «Tripoli cade?», in la Repubblica, 14 dicembre 2019.
19. M. Molinari, «Libia, è ancora di Putin ed Erdogan», in La Stampa, 15
dicembre 2019.
LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

Il conflitto in Libia e la via diplomatica

L’8 gennaio 2020 è stata una giornata importante per la crisi libica.
Il presidente del Gna al Sarraj ha incontrato a Bruxelles l’Alto rappre-
sentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, e il presidente del
parlamento europeo, David Sassoli. Si sarebbe dovuto recare in serata a
Roma, per incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma ha
disdetto la visita ed è ritornato a Tripoli dopo aver saputo che a Palazzo
Chigi il capo del governo italiano, che sosteneva la necessità di una solu-
zione politica e negoziale della crisi, aveva da poco incontrato Haftar. La
visita di al Serraj a Roma si è svolta pochi giorni dopo, ma è stata soltanto
ufficiale, con lo scopo di «riparare» la gaffe diplomatica italiana.
Il 7 gennaio i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e
Regno Unito si sono incontrati a Bruxelles per discutere la situazio- 359
ne in Libia. Essi hanno escluso ancora una volta un coinvolgimento
militare – come avrebbe voluto al Sarraj – dell’Ue nel Paese norda-
fricano, dove sono presenti soldati inviati da altre potenze mondiali.
Il vertice inoltre ha condannato l’intervento militare turco a fianco
del Gna e non ha escluso che la missione navale Sophia venga dotata
di nuove navi, oltre che di velivoli20.
Sempre l’8 gennaio, a Istanbul, si è svolto un importante vertice
tra il presidente turco Erdoǧan e quello russo Putin. Ufficialmente i
due leader si sono incontrati per inaugurare il gasdotto Turkstream,
che porterà il gas russo dalla Turchia meridionale in tutta l’Europa,
attraverso il Mar Nero. Ma essi hanno anche trattato della crisi li-
bica e chiesto alle parti in lotta un cessate il fuoco da adottare entro
il 12 gennaio. Secondo alcuni osservatori, questa «pax russo-turca»,
pensata sulla falsariga di quella posta in essere in Siria, aveva, in real-
tà, come obiettivo principale quello di limitare l’influenza dell’Onu e
dell’Ue nel processo negoziale iniziato, e consentire a Mosca e Ankara
di mettere le mani sulla Libia e sul suo petrolio. «Esprimiamo il nostro
impegno – hanno dichiarato i due leader – per una de-escalation delle

20. Per salvaguardare il cessate il fuoco decretato a Berlino, l’Ue ha deciso di


rilanciare l’operazione Sophia, che non dovrà più occuparsi di lotta «ai trafficanti di uo-
mini», ma avrà lo scopo principale di vigilare sull’embargo Onu sulle armi. Nell’opera-
zione, oltre alle navi, verranno utilizzati anche aerei e satelliti di ricognizione. Questo
perché – ha dichiarato Josep Borrell – i traffici di armi oggi si fanno soprattutto nei
deserti africani. Cfr «Regge la tregua in Libia», in Oss. Rom., 22 gennaio 2020.
FOCUS

tensioni esistenti nella regione e facciamo appello a tutte le parti ad


agire con equilibrio e buon senso e a dare priorità alla democrazia»21.
Haftar non vedeva di buon occhio la decisione adottata dai «gran-
di» a Istanbul. Due giorni prima, infatti, aveva ottenuto un’impor-
tante vittoria militare, entrando a Sirte, una città costiera, ex rocca-
forte di Gheddafi e capitale dell’Isis in Libia dal 2014 al 2016. Ma va
anche detto che le truppe del generale sono entrate nella città senza
sparare un colpo. Di fatto, i due maggiori gruppi ex gheddafiani
presenti a Sirte – i Gaddafa e i Warfalla – avevano stretto un’alleanza
con il generale della Cirenaica, vedendo in lui un degno successore
del dittatore libico, capace di punire e umiliare i combattenti di Mi-
surata, che essi considerano i loro maggiori nemici.
Il 13 gennaio le parti combattenti sono state invitate da Putin
360
a Mosca per firmare un documento di «cessate il fuoco generale in
Libia», preparato dai russi e dai turchi a sostegno all’azione diploma-
tica avviata sotto l’egida delle Nazioni Unite22. Il documento è stato
sottoscritto da al Sarraj, mentre Haftar ha lasciato la capitale russa
senza firmarlo, affermando che «le nostre richieste non sono state
rispettate», e chiedendo tempo per riflettere sul documento insieme
ai suoi alleati. In effetti, il documento non era di gradimento né
degli egiziani, che intendevano fare della Libia una sorta di Stato-
vassallo, né degli emiratini o dei sauditi, che non intendevano ac-
cettare un testo redatto dai turchi protettori dei Fratelli Musulmani
e sollecitavano Haftar a continuare nella sua impresa per guadagna-
re terreno in vista di un futuro tavolo negoziale.
La diplomazia russa aveva sottovalutato il ruolo che questi Pae-
si svolgevano nella guerra in corso, e in particolare la determinazione

21. G. Agliastro, «Erdoǧan e Putin, patto sulla Libia: “Ora si fermino i com-
battenti”», in La Stampa, 9 gennaio 2020.
22. Nella dichiarazione congiunta Putin ed Erdoǧan affermavano: «Con
grande preoccupazione seguiamo gli ultimi avvenimenti, in particolare gli intensi
combattimenti intorno a Tripoli […]. Con conseguenze sulle migrazioni irregola-
ri, sulla diffusione degli armamenti, del terrorismo e della criminalità, compreso il
contrabbando». Subito dopo si ribadiva l’inviolabilità della sovranità, dell’indipen-
denza e dell’integrità territoriale e nazionale della Libia, «obiettivi raggiungibili
soltanto attraverso un processo politico, condotto dai libici e basato su un dialogo
sincero e inclusivo fra tutti» (A. Scott, «Erdoǧan e Putin mediano in Libia: “cessate
il fuoco”», in Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020).
LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

degli emiratini, i cui droni erano indispensabili per Haftar per portare
avanti il conflitto. Alla fine quest’ultimo, per non indebolire il suo fron-
te, ha ritenuto opportuno far cadere la proposta di Putin e promettere la
sua partecipazione alla Conferenza sulla Libia, fissata a Berlino per il 19
gennaio, organizzata dall’Ue (con il sostegno dell’Onu), e nella quale
l’Europa provava per la prima volta a parlare «con un’unica voce».
L’Unione, malgrado le divisioni interne e la sua sostanziale as-
senza da anni dal teatro di guerra, ha cercato «di riprendere il filo
diplomatico e con la regia della Germania ha invitato tutti gli attori
del conflitto alla Conferenza nella capitale tedesca»23. Questa ini-
ziativa ha avuto il placet anche di Mosca e di Ankara, le quali hanno
tenuto a specificare che le basi dell’incontro di Berlino erano già
state poste in quello precedente di Mosca e che, in ogni caso, le sue
361
decisioni sarebbero dovute poi essere approvate dall’Onu.

La Conferenza di Berlino sulla Libia

Il giorno prima della Conferenza di Berlino, il generale Haftar,


con una decisione improvvisa, ha bloccato la vendita del petrolio li-
bico, chiudendo i cinque porti – Brega, Al Sidra, Tobruk, Ras Lanuf
e Zueitina –, che dalla parte orientale del Paese esportano il greggio
dei campi petroliferi interni, costringendo la compagnia petrolifera
nazionale, la Noc, a dichiarare la «forza maggiore» (che è la formula
contrattuale che consente di sospendere i contratti di esportazione).
La mossa tattica di Haftar ha impedito la vendita di circa 800.000
barili di petrolio al giorno, pari al 70% dell’export libico.
In questo modo il generale intendeva presentarsi a Berlino «con in
mano la carta del blocco della produzione, dei flussi di danaro e di una
possibile crisi umanitaria»24, ritenendo che ciò gli potesse essere van-
taggioso dal punto di vista negoziale. Infatti, mentre la parte orientale
del Paese può fare affidamento sugli aiuti finanziari degli Emirati, la
parte occidentale dipende economicamente dalle entrate petrolifere.

23. O. Moscatelli, «Putin in Libia ha mancato il colpo grosso», cit.


24. F. Battistini, «Libia, bloccati i porti del petrolio. Le pressioni di Haftar su
Berlino», in la Repubblica, 19 gennaio 2020.
FOCUS

Fino a quel momento, nonostante la durezza del conflitto, Haftar


aveva evitato di toccare i due pilastri su cui si regge l’economia dell’in-
tero Paese, cioè la compagnia petrolifera statale e la Banca centrale,
che raccoglie e ripartisce gli introiti del petrolio tra le diverse compo-
nenti territoriali. Se la chiusura dell’export dovesse continuare per lun-
go tempo, oltre a danneggiare il Paese, potrebbe incidere sul prezzo
del petrolio del mercato globale.
Il 19 gennaio ha avuto luogo l’attesa Conferenza. Ad essa hanno
partecipato le delegazioni di 11 Paesi, rappresentati al più alto livello.
I due «belligeranti» al Sarraj e Haftar non hanno partecipato alle riu-
nioni plenarie: si trovavano in due stanze separate e venivano messi al
corrente dai rispettivi collaboratori. All’incontro ha partecipato anche
il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, il che fa capire l’importanza
362
dell’evento anche per chi aveva preso le distanze dal conflitto libico.
La Conferenza ha lavorato su una bozza precedentemente elaborata
da alcuni Paesi dell’Ue e dall’Onu, nella quale la materia era stata suddi-
visa in sei capitoli e 55 punti. Il documento finale prevede un processo
di pacificazione a tappe: «tregua monitorata dall’Onu; embargo delle
armi e smantellamento delle milizie; salvaguardia dell’ente petrolife-
ro di Stato, negoziato politico, riforme economiche e tutela dei diritti
umani; elezioni e nuovo Governo»25. Il testo, molto ambizioso, traccia
un percorso che si può dividere in due fasi: la prima, incentrata sulla ne-
cessità di un immediato cessate il fuoco e sul ritiro immediato delle po-
tenze intervenute a vario titolo nel conflitto; la seconda, orientata verso
l’aspetto politico e programmatico, tendente a stabilizzare il Paese, ma
da iniziare soltanto in un secondo momento. Stando alla dichiarazione,
la cosiddetta «fase due» dovrebbe attivare un processo politico virtuoso,
che porti alla creazione di un «Consiglio presidenziale e di un unico,
unitario, inclusivo ed effettivo Governo nazionale libico». Insomma,
non due Libie, ma una sola e governata da un solo leader politico.
Di fatto, tutte le parti intervenute si sono impegnate a sostenere
questo percorso; hanno promesso di rispettare l’embargo sulle armi
e di fermare le ingerenze esterne. Angela Merkel, nell’incontro con
la stampa, ha ammesso che, sebbene non siano stati risolti tutti i

25. T. Ciriaco, «Tregua ed embargo sulle armi. Il piano per il futuro della
Libia», in la Repubblica, 19 gennaio 2020.
LA CONFERENZA DI BERLINO E LA «GUERRA CIVILE» IN LIBIA

problemi, il risultato principale per cui il vertice si era riunito era


stato raggiunto. «Tutti siamo d’accordo – ha affermato la cancelliera
tedesca – che abbiamo bisogno di una soluzione politica [della crisi],
perché non c’è possibilità di una soluzione militare»26.
Uno dei progressi più importanti si è avuto nella designazione di
cinque nomi indicati da ciascuna delle parti (cioè da Haftar e da al
Sarraj) per la formazione di un «Comitato militare libico» misto, che
avrà il compito di monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli
schieramenti e dovrebbe riunirsi, sotto l’egida dell’Onu, al più presto
a Ginevra. Questo organismo, proposto dalle Nazioni Unite – il cui
Consiglio di Sicurezza dovrà valutare i documenti approvati a Berlino
–, dovrebbe favorire il consolidamento della tregua.
Il documento, approvato – con maggiore o minore convinzio-
363
ne – da tutti gli Stati intervenuti alla Conferenza, non è stato però
sottoscritto dai due attori principali, Haftar e al Sarraj, che hanno
lasciato Berlino senza incontrarsi. Ciò rende il «processo» di stabi-
lizzazione della Libia piuttosto incerto.
Un elemento di fragilità del documento, secondo gli osser-
vatori, consiste nel fatto che non prevede sanzioni per chi rompe
la tregua o per chi viola l’embargo delle armi. Sembra che tutto
sia affidato alla buona volontà dei soggetti interessati, o meglio
agli organismi internazionali preposti a garantire la tregua. Di
fatto, tra i firmatari della dichiarazione figurano Paesi che violano
apertamente l’embargo dell’Onu sulla vendita delle armi in Libia.
Sono gli stessi che in Siria hanno dimostrato di poter usare la forza
senza farsi troppi problemi. Si è parlato anche dell’invio in Libia di
una «forza di interposizione di pace», al fine di garantire il rispet-
to del cessate il fuoco. L’Ue si è detta disponibile a inviare i suoi
soldati per questa missione. Altri Paesi – ad esempio la Turchia
– hanno fatto sapere che preferiscono che questo compito venga
svolto dai militari dell’Onu.
Per molti analisti, la Conferenza di Berlino segna uno spartiac-
que con il passato. Essa infatti ha riportato l’Ue in primo piano, ri-
consegnando nelle mani dell’Onu «una gestione della crisi altrimenti

26. Ivi.
FOCUS

affidata al doppio protettorato di Putin ed Erdoǧan»27. Inoltre, per il


momento la tregua concordata «in parte» regge, e questo è un fatto
positivo. Va però ricordato che quattro giorni dopo il vertice, il 22
gennaio, la milizia di Haftar ha lanciato razzi di fabbricazione russa
contro l’aeroporto di Tripoli, dove erano schierati alcuni droni militari,
senza provocare gravi danni. Inoltre, gli oleodotti che sono stati chiusi
dal generale sabato 18 gennaio, nonostante le proteste della comunità
internazionale, non sono stati ancora riaperti, il che rischia di provo-
care danni economici ingenti a un Paese già indebolito dal conflitto28.
Anche dopo la Conferenza militari arabi, inviati dalla Turchia, hanno
continuato a entrare in Libia, come pure gli Emirati non hanno cessato
di far arrivare armi per spingere Haftar a continuare il conflitto29.
Una valutazione dell’efficacia delle misure previste potrà essere fat-
364
ta soltanto tra qualche tempo. In ogni caso, la Conferenza di Berlino
è stata un evento importante, e le decisioni prese in essa, con l’aiuto
delle grandi potenze (in particolare la Russia e la Turchia), potrebbe-
ro favorire il perdurare della «tregua», e così porre fine ai massacri e
alle distruzioni. Del resto, tutte le guerre di questo tipo, come è stato
scritto, sono passate per diversi accordi e diverse tregue, prima che la
diplomazia finisse per imporre una soluzione pacifica30.
Il giorno in cui si teneva la Conferenza, domenica 19 gennaio, nella
preghiera dell’ Angelus papa Francesco ha pronunciato parole di incorag-
giamento, auspicando che «questo vertice, così importante, sia l’avvio di
un cammino verso la cessazione delle violenze e una soluzione negozia-
ta che conduca alla pace e alla tanto desiderata stabilità del Paese»31.

27. Ivi.
28. L’Ue, in una dichiarazione, ha affermato di essere «profondamente preoccu-
pata che la Noc sia stata costretta a sospendere le attività in importanti impianti petro-
liferi del Paese e chiede la ripresa immediata delle attività». Il documento non intende
denunciare la parte che ha chiuso i pozzi (considerato l’ostruzionismo francese a una
condanna di Haftar), ma prendere una posizione comune nei confronti di un atto che
nuoce sia alla Libia, sia al mercato petrolifero internazionale. Cfr V. Nigro, «Libia,
Haftar rompe la tregua. Razzi sull’aeroporto di Tripoli», in la Repubblica, 23 gennaio
2020; «Nessuno convince Haftar a fare la pace», in Internazionale, 24 gennaio 2020, 12.
29. Cfr G. Di Deo, «Se in Libia si torna a sparare», in la Repubblica, 24 gennaio
2020.
30. Cfr P. Haski, «Da Berlino piovono buone intenzioni sulla tregua in Libia», in
www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/01/20/berlino-conferenza-tregua
31. Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, 19 gennaio 2020, in w2.vatican.va
LA POLITICA DEL CORONAVIRUS

IL PUNTO | POLITICA
Attivare gli anticorpi del cattolicesimo

I
Antonio Spadaro S.I.

l coronavirus 2019-nCoV si sta diffondendo nel


mondo, generando una sindrome del contagio
universale. Il sistema di interconnessione plane-
taria dell’umanità ci fa sperimentare una condi-
zione paradossale: più siamo connessi, più il con- 365
tatto si può trasformare in contagio; la comunicazione in
contaminazione; le influenze in infezioni.
L’apocalisse è a portata di mano. Scattano gli anti-
corpi, che impazziscono e si trasformano in sistema im-
munitario nei confronti di tutto ciò che temiamo di non
riconoscere e di non riuscire a controllare. Il virus è or-
mai da tempo figura dell’immaginario: sin dalle piaghe
bibliche fino alla peste dei Promessi Sposi e agli attacchi
informatici. I confini dell’anima si restringono con la
scoperta della nostra vulnerabilità.
La pandemia in questi casi finisce per essere sempre
quella dell’insicurezza e dell’ansia. Il coronavirus sembra
essere diventato oggi anche un sintomo (e un simbolo)
di una più generale condizione di paura che ci portia-
mo dentro. Un recente sondaggio Swg ha messo in luce
quanto gli italiani avvertano paura. Quali paure? Solo un
dato esemplare: il 72% teme che i propri figli non riesca-
no ad avere uno standard di vita decente e il 58% che non
riescano a costruirsi una famiglia. La paura del futuro:
questo è oggi il virus dell’anima. Ma si potrebbe pronun-
ciare una lunga litania di paure.
Facendo memoria di Benigno Zaccagnini, il Presiden-
te Sergio Mattarella di recente ha ricordato la sua esigenza
«di offrire ai giovani un orizzonte di ideali, una prospetti-
va di valori per evitare l’inaridimento». «Inaridirsi è il pe-

© La Civiltà Cattolica 2020 I 365-367 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


LA POLITICA DEL CORONAVIRUS

ricolo che si corre», ha affermato: la gica dell’algoritmo che ha plasmato


paura inaridisce. Il primo effetto del le «macchine da guerra» social all’o-
contagio da virus della paura è l’a- pera nella propaganda nazionalista e
nima arida, la desolazione. Il primo sovranista dell’homo homini lupus.
compito di un cattolico è, innanzi- Una specifica forma virale di
tutto, la lotta all’inaridimento. «paura» è il nazionalismo, che riduce
l’idea di «nazione» anch’essa a una bol-
*** la filtrata. Pio XI nel 1938, ricevendo
gli assistenti ecclesiastici dell’Azione
Quali i sintomi del virus? La rea- Cattolica, aveva fatto comprende-
zione immunitaria che ci fa percepire re come il cattolicesimo possieda gli
il contatto con l’altro, il diverso, come anticorpi per debellare questo virus.
366 un rischio di contagio si va radican- Disse: «Cattolico vuol dire universa-
do nelle nostre società e prende varie le, non razzistico, non nazionalistico,
forme: una concezione angustamente non separatistico. Queste ideologie
securitaria che comprime i diritti di non sono cristiane, ma finiscono con
libertà e lo Stato di diritto; il sovra- il non essere neppure umane».
nismo inteso come l’opposto di una A differenza della globalizzazione
politica estera imperniata sul multila- imposta dai mercati, la visione cattoli-
teralismo e sull’Europa; l’ostilità verso ca è universale e pone al centro la per-
l’integrazione; l’uso politico del cri- sona e i popoli, riconoscendo l’altro,
stianesimo ridotto a «religione civile». l’estraneo e il diverso come «fratello».
Il ragionamento è: se voglio star
bene ed essere sicuro, devo indossare ***
una mascherina e guardarmi dal con-
tatto con l’estraneo. «Dovunque, l’uo- Il cristiano sente che deve farsi
mo evita d’essere toccato da ciò che gli carico delle attese, dei cambiamenti
è estraneo» (Elias Canetti). Vale sul li- e dei problemi del Paese, che lo in-
vello personale, vale sul livello politico. terpellano ad agire. Come attivare
L’algoritmo di Facebook ce lo ha inse- concretamente, nell’ambito della
gnato: le relazioni si basano su un cal- nostra vita sociale e politica, gli anti-
colo di affinità. Gli algoritmi ci garan- corpi contro il virus della pandemia
tiscono di incontrare sostanzialmente della paura, dell’ansia e dell’odio?
chi ci è affine, simile e compatibile. Una via per uscirne è rompere fi-
Viviamo in una bolla filtrata da sicamente la bolla degli algoritmi che
mascherine che rafforza la nostra fanno scattare una reazione di paura.
identità e ci fa sospettare dell’altro. Lo hanno fatto le «sardine», che – a
Ecco perché bisogna smentire la lo- prescindere da ogni altra valutazione
IL PUNTO | POLITICA

di merito – hanno funzionato come La prima è che la vita di fede e


anticorpi contro le retoriche d’odio. le responsabilità politiche non siano
Hanno dato una risposta fisica. I so- viste più come un binomio inscindi-
cial sono serviti per essere «sociali», bile. Si tratta di un’opzione disastrosa
cioè per incontrarsi. Questa è una perché disconnette il sentimento re-
via d’uscita: incontrarsi, fare cose in- ligioso dalla costruzione della città.
sieme, dall’Erasmus alle iniziative di La seconda opzione è che la vita
quartiere, per rivitalizzare i territori, di fede sia strumentalizzata in fun-
le piazze, dove oggi non ci si parla zione del consenso politico. Que-
più, ma si fanno comizi. sta ha un impatto nefasto proprio
Chiaro che le «sardine», così sull’annuncio del Vangelo. L’opzione
come altri fenomeni simili del pas- che riduce i simboli cristiani a ele-
sato e del presente, sono interfacce, menti di propaganda politica chiama 367
a prescindere dalla definizione delle in causa direttamente la Chiesa, che
istanze delle quali si fanno portatrici, ha una responsabilità diretta quanto
che restano aperte (e dunque inevi- all’annuncio, all’educazione, all’edi-
tabilmente vaghe). La reazione fisica ficazione della fede cristiana. Si con-
deve dunque diventare progettuale figurerebbe, dunque, una «nuova
e tale da integrare pure emotività e questione cattolica» (G. Brunelli).
intelligenza politica. La reazione an- Tramontate le «direttive genera-
tivirale deve lasciare spazio a un pro- li», oggi ci si trova, dunque, davanti a
cesso riabilitativo, ricostituente. questi due scogli da evitare per pro-
Ma come organizzare le forze seguire la navigazione in mare aper-
cattoliche all’interno della vita pubbli- to. Proprio in un contesto come il
ca? Papa Francesco ha scritto che il nostro di crisi della governance e della
laico, «immerso nel cuore della vita rappresentanza, la sinodalità si pre-
sociale, pubblica e politica», ha bi- senta alla Chiesa come il cammino
sogno di nuove forme di organiz- da intraprendere per andare avanti.
zazione, e tuttavia «non si possono Certamente quella sinodale è
dare direttive generali per organiz- una dinamica meno «governabile» a
zare il popolo di Dio all’interno del- priori, perché mette al centro l’as-
la sua vita pubblica» (Lettera al card. semblea di persone reali che «parte-
Marc Ouellet, 19 marzo 2016). cipano» e «rappresentano» la Chie-
In Italia stiamo elaborando l’u- sa. Ma è questa, a nostro avviso, la
scita dal tempo delle «direttive ge- via per attivare gli anticorpi propri
nerali». È un processo delicato e im- del cattolicesimo, trovando una ri-
portante, nel quale il rischio è quello sposta pastorale della Chiesa ai virus
di oscillare tra due opzioni opposte. della nostra democrazia.
DOCUMENTO

ESSERE MEDITERRANEI
Fratelli e cittadini del «Mare Nostro»

Card. Pietro Parolin

Nel pomeriggio dell’1 febbraio a Roma, presso la sede de «La Civiltà


Cattolica», il Segretario di Stato della Santa Sede, card. Pietro Parolin,
e il Presidente del Consiglio dei ministri, prof. Giuseppe Conte, hanno
presentato il volume «Essere mediterranei. Fratelli e cittadini del “Mare
368
Nostro”». L’ incontro è stato moderato dal direttore della nostra rivista
e curatore del volume, p. Antonio Spadaro. Riportiamo qui di seguito
l’intervento del Cardinale1.

Rivolgo un cordiale saluto al Presidente del Consiglio, prof.


Giuseppe Conte, e a tutti i presenti.
Ringrazio il Direttore de La Civiltà Cattolica, p. Antonio Spa-
daro, per il cortese invito a prendere parte a questo incontro e a
condividere con voi alcune riflessioni sui due volumi che oggi pre-
sentiamo. Il primo ha per titolo Essere mediterranei. Fratelli e cittadini
del «Mare Nostro»; il secondo ha per titolo Fratellanza2. Entrambi
sono espressione del lavoro culturale de La Civiltà Cattolica.
Approfitto della circostanza per fare i miei auguri alla rivista,
che quest’anno compie i suoi 170 anni di vita e di servizio alla Chie-
sa e al Papa. È una delle riviste più antiche al mondo e davvero
«unica nel suo genere»3. Faccio mio il bell’augurio che san Giovanni

1. I testi degli interventi del presidente Conte e del direttore sono pubblicati sul
sito della rivista: www.laciviltacattolica.it/articolo/il-card-parolin-e-il-presidente-del-
consiglio-conte-a-la-civilta-cattolica
2. Essere mediterranei. Fratelli e cittadini del «Mare Nostro», Milano - Roma,
Àncora - La Civiltà Cattolica, 2020; Fratellanza, Roma, La Civiltà Cattolica, 2020.
3. Francesco, Discorso alla Comunità degli scrittori de «La Civiltà Cattolica»,
14 giugno 2013.

© La Civiltà Cattolica 2020 I 368-380 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


ESSERE MEDITERRANEI

XXIII rivolse ai gesuiti della rivista il 9 febbraio 1963: che essa di-
venti «più giovane a misura del suo invecchiare»4!

La «visione mediterranea» e la prospettiva della fratellanza

Il tema di oggi è il Mediterraneo: luogo di scambio e di comuni-


cazione spirituale, sinonimo di incontro, e talvolta anche di scontro,
fra i popoli e le culture dei tre continenti che si affacciano su di esso.
Stasera lo vogliamo guardare nella prospettiva dell’evento che la
Conferenza episcopale italiana promuoverà a Bari a fine mese, intitola-
to «Mediterraneo, frontiera di pace». Il volume de La Civiltà Cattolica è
un contributo importante al dibattito sul tema del Mare nostrum in que-
sta fase storica di turbolenze politiche e sociali. Esso raccoglie gli scritti
369
di una ventina tra accademici, studiosi e giornalisti, alcuni dei quali
provenienti dai vari Paesi mediterranei. Le voci che si ascoltano tra le
pagine sono cattoliche, ortodosse, ebraiche e islamiche. Non è possibile
parlare di Mediterraneo senza coinvolgere tutte queste voci insieme.
Sarebbe trasformare il suono di un’orchestra nel canto di un solista.
Nella sua Introduzione, p. Antonio Spadaro parla di una «visione»
mediterranea che è «insieme teologica e storica» ed è stata plasmata
dalle «traiettorie politiche, economiche e culturali che per terra e per
mare sono state aperte nel corso dei secoli». Il Mediterraneo, infatti, «è
stato ed è capace di generare valori, simboli, colori, sapori, architetture,
linguaggi e sensibilità insospettabilmente simpatetiche e armoniche,
pur nella differenza delle storie e nonostante la presenza dei conflitti:
dalla Spagna alla Grecia, dal Marocco al Libano, da Malta all’Albania»5.
Pagina dopo pagina, il lettore è messo davanti alle prospettive
e ai problemi gravi del cammino dell’uomo verso la fratellanza, vi-
sta come orizzonte possibile. Anzi, proprio il riconoscimento della
fratellanza cambia la prospettiva di lettura e porta a riflettere sul
concetto di cittadinanza, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e
dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia»6.

4. Citato in G. Sale - A. Spadaro, Il coraggio e l’audacia. Da Pio IX a Francesco.


«La Civiltà Cattolica» raccontata da dodici Papi 1850-2016, Milano, Rizzoli, 2017, 31.
5. Essere mediterranei…, cit., 11.
6. Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza
comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019.
DOCUMENTO

Il volume, infatti, guarda al Mediterraneo dalla prospettiva di


una data precisa: il 4 febbraio dello scorso anno, quando il San-
to Padre e il Grande Imam dell’Università di Al-Azhar, lo sceic-
co Ahmed Al-Tayyeb, hanno firmato ad Abu Dhabi il Documento
sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune,
un testo significativo, che merita di essere annoverato tra gli sforzi
creativi per salvaguardare la pace. La fratellanza trova così nel Me-
diterraneo dei tre monoteismi un senso profondo, e il volume che
presentiamo ha il pregio di dare voce alle attese, alle speranze e alle
preoccupazioni di tutti i Paesi rivieraschi, nessuno escluso.
La prospettiva della fratellanza si manifesta anche nell’atten-
zione per i profughi e i migranti, soprattutto considerando che il
primo viaggio apostolico di papa Francesco è stato nel cuore del
370
Mediterraneo, con la visita, l’8 luglio 2013, a Lampedusa. In quella
circostanza il Santo Padre ha riproposto una domanda fondamen-
tale della Scrittura: «“Caino, dov’è tuo fratello?”. Il sogno di essere
potente – disse il Papa – di essere grande come Dio, anzi di essere
Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a
versare il sangue del fratello […]; non siamo più capaci neppure di
custodirci gli uni gli altri»7.
Se la prospettiva è quella di Caino, il Mediterraneo non può che
trasformarsi in un grande cimitero, come ha più volte ricordato il
Papa8, per il quale, invece, siamo chiamati a spezzare la logica di
Caino e a riconoscerci e custodirci gli uni gli altri come fratelli. Il
rischio è sempre quello di fare dell’altro un concorrente, un nemico
da combattere e non un fratello9.
Fin dal principio del suo pontificato, la fratellanza è un tema im-
portante per papa Francesco: «Preghiamo sempre […] l’uno per l’altro.
Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza»10,
perché ci sia «un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi»11,

7. Id., Omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013.


8. Cfr Id., Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa
Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 9 gennaio 2020.
9. Cfr Id., Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 22
marzo 2013.
10. Id., Primo saluto e benedizione «Urbi et Orbi», 13 marzo 2013.
11. Ivi.
ESSERE MEDITERRANEI

disse affacciandosi per la prima volta dalla loggia della basilica di San
Pietro subito dopo l’elezione.
Nella prospettiva alla quale papa Francesco ci ha introdotto nel
suo ministero carico di gesti emblematici, si comprende come «Me-
diterraneo» e «fratellanza» siano termini di uno stesso binomio.
E proprio al Documento sulla Fratellanza è dedicato l’altro vo-
lume che presentiamo questa sera, e che è stato pubblicato con il
patrocinio dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana, un Comi-
tato composto da leader religiosi, studiosi dell’educazione e figure
del campo della cultura che si dedicano a condividere il messaggio
di comprensione reciproca e di pace del Documento. A presiedere
l’Alto Comitato è Sua Eminenza il card. Miguel Ángel Ayuso Gui-
xot, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligio-
371
so, che ha firmato la Prefazione al volume.
Certamente il Documento sulla Fratellanza è portatore di una
visione mondiale più ampia rispetto all’area mediterranea. Ricordo
che il Santo Padre lo ha donato al Patriarca supremo dei buddisti in
Thailandia e lo ha citato varie volte in Giappone. Resta però chiara
nel Documento la sua applicazione alla prospettiva mediterranea e
alle problematiche peculiari che la riguardano, a partire dalla neces-
sità di un’idea comune di cittadinanza, fondamentale per il vivere
insieme, soprattutto islamo-cristiano.

Cittadinanza: da Giovanni Paolo II a papa Francesco

Il Documento sulla Fratellanza Umana ha proprio nella rifles-


sione sulla cittadinanza uno dei suoi fuochi. Esso rappresenta per
la Chiesa cattolica l’importante approdo di un cammino avviato
con la Dichiarazione conciliare Nostra aetate e del cammino medi-
terraneo verso la comune cittadinanza cominciato ormai 29 anni
fa, quando san Giovanni Paolo II convocò il Sinodo speciale per il
Libano, che rafforzò il suo rapporto speciale con il Paese.
Il Sinodo per il Libano fu convocato il 12 giugno 1991, quando
la situazione del Paese era drammatica, e grande importanza ebbe
l’invito a tutte le altre Chiese e Comunità ecclesiali ad associarsi nel
discernere le priorità spirituali e pastorali da promuovere in quel
particolare contesto. Essendo in questione la ricostruzione materiale
DOCUMENTO

e spirituale del Paese, Giovanni Paolo II invitò anche le comunità


musulmana e drusa, che aderirono all’invito. Come frutto dei lavori
sinodali, Giovanni Paolo II pubblicò l’Esortazione Una nuova spe-
ranza per il Libano, di cui vorrei ora sottolineare due punti.
Il primo riguarda proprio la cittadinanza. «È evidente – scriveva
Giovanni Paolo II – che i cristiani del Libano, come tutti i loro con-
cittadini, sperano di godere delle condizioni necessarie allo svilup-
po della persona, della famiglia, nel rispetto delle proprie tradizioni
culturali e spirituali. In particolare, aspirano alla tranquillità, alla
prosperità, ad un reale riconoscimento delle libertà fondamentali,
quelle che tutelano ogni dignità umana e che permettono la pratica
della fede; aspirano ad un sincero rispetto dei loro diritti e di quelli
altrui; infine contano su di una giustizia che consacra l’uguaglianza
372
di tutti davanti alla legge e permette a ciascuno di assumere la pro-
pria parte di responsabilità nella vita sociale»12.
Il secondo riguarda il rapporto dei cristiani del Medio Oriente
con la cultura araba. Ha scritto il Santo Pontefice: «Vorrei insistere
sulla necessità per i cristiani del Libano di mantenere e di rinsaldare
i loro legami di solidarietà con il mondo arabo. Li invito a consi-
derare il loro inserimento nella cultura araba, alla quale tanto han-
no contribuito, come un’opportunità privilegiata per condurre, in
armonia con gli altri cristiani dei Paesi arabi, un dialogo autentico
e profondo con i credenti dell’Islam. Vivendo in una medesima re-
gione, avendo conosciuto nella loro storia momenti di gloria e mo-
menti di difficoltà, cristiani e musulmani del Medio Oriente sono
chiamati a costruire insieme un avvenire di convivialità e di colla-
borazione, in vista dello sviluppo umano e morale dei loro popoli»13.
Nel 2010 fu papa Benedetto XVI a presiedere, dal 10 al 24 ottobre,
un nuovo Sinodo, questa volta per tutto il Medio Oriente. L’Esortazio-
ne apostolica Ecclesia in Medio Oriente conferma questa indicazione.
Scriveva infatti Benedetto XVI: «I cattolici del Medio Oriente, che in
maggior parte sono cittadini nativi del loro paese, hanno il dovere e il
diritto di partecipare pienamente alla vita della nazione, lavorando alla

12. Giovanni Paolo II, s., Esortazione post-sinodale Una nuova speranza per
il Libano, n. 17.
13. Ivi, n. 93.
ESSERE MEDITERRANEI

costruzione della loro patria. Devono godere di piena cittadinanza e


non essere trattati come cittadini o credenti inferiori. Come in passa-
to, quando, pionieri della rinascita araba, erano parte integrante della
vita culturale, economica e scientifica delle varie civiltà della regione,
desiderano oggi, ancora e sempre, condividere le loro esperienze con i
musulmani, fornendo il loro specifico contributo»14.
Nel 2014 papa Francesco volle dedicare al Medio Oriente un appo-
sito Concistoro, proprio quando notizie terribili giungevano da quelle
terre per intere comunità, inclusa quella cristiana di Mosul. In quell’oc-
casione il Santo Padre ammonì che «tanti nostri fratelli sono persegui-
tati e hanno dovuto lasciare le loro case anche in maniera brutale». E
proseguì: «Sembra che si sia persa la consapevolezza del valore della vita
umana, sembra che la persona non conti e si possa sacrificare ad altri
373
interessi. E tutto ciò, purtroppo, nell’indifferenza di tanti»15.

Le tappe verso il Documento firmato ad Abu Dhabi

La riflessione sul tema della cittadinanza è attiva in questo mo-


mento anche in ambito islamico e, in particolare, nella prestigiosa
Università di Al-Azhar.
Sappiamo che, sebbene la prima Costituzione islamica, quella di
Medina, attribuita a Maometto, nel testo pervenuto tramite ibn Ishaq,
non discriminasse in base alle differenti appartenenze religiose, sin dai
primi secoli si affermò il concetto di «protezione». I popoli del Libro,
cioè i monoteisti non musulmani, avevano diritto alla protezione in
cambio del pagamento della tassa di capitazione, ma non alla pari cit-
tadinanza, limitandola in vario modo a seconda dei luoghi e dei tempi.
Lo statuto della dhimma, cioè il patto di protezione tra governo mu-
sulmano e sudditi non musulmani, ha determinato importanti conse-
guenze sull’identità collettiva e sulla coscienza di intere comunità.
Il concetto di «nazione», che in arabo non esisteva fino all’Ot-
tocento, è stato interpretato sempre in termini etnici o religiosi.
Ora l’importante istituzione sunnita di Al-Azhar lo plasma in
termini geografici, all’interno della cornice della patria comune,

14. Benedetto XVI, Esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente, n. 25.


15. Francesco, Parole al Concistoro ordinario pubblico, 20 ottobre 2014.
DOCUMENTO

dove si può vivere insieme, da uguali, senza subordinazioni o


primati, etnici o religiosi.
Nel 2015 ebbe luogo l’importante Incontro promosso dall’U-
niversità islamica di Al-Azhar su «Terrorismo e fondamentalismo»,
come pure numerose altre iniziative al riguardo nel mondo islamico.
La denuncia del terrorismo è stata seguita nel marzo 2017 da un
importante Simposio sul tema della cittadinanza, che ha comportato
due giorni di interventi e dibattiti. A quella Conferenza su «Libertà,
cittadinanza, diversità e integrazione», organizzata al Cairo dall’Uni-
versità di Al-Azhar e dal Consiglio dei saggi musulmani con sede a
Abu Dhabi, si sono dati appuntamento più di 600 delegati, tra i quali
politici, accademici, leader religiosi cristiani e musulmani, provenienti
da 50 Paesi. Essi hanno sottoscritto la Dichiarazione di reciproca coe-
374
sistenza islamo-cristiana, che condanna l’uso della violenza in nome
della religione e indica nel principio di cittadinanza il criterio da ap-
plicare per garantire la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone ap-
partenenti a fedi e comunità religiose differenti.
A esporre i contenuti e fornire la chiave interpretativa della Di-
chiarazione è stato lo stesso Grande Imam di Al-Azhar, richiaman-
do la necessità di applicare i princìpi di cittadinanza, uguaglianza
e Stato di diritto per contrastare discriminazioni e maltrattamenti.
Numerose voci in campo cristiano si levarono allora per sottolinea­
re la portata epocale di quelle parole.
Nel primo articolo della Dichiarazione si parla di «eguali diritti di
musulmani e cristiani nei loro paesi, considerandoli una umma/nazio-
ne». L’articolo 6 afferma che l’ambizione è quella di promuovere un
nuovo partenariato, «un nuovo contratto tra i cittadini di paesi arabi,
musulmani, cristiani o di altra fedeltà». Tale contratto è basato sul «re-
ciproco riconoscimento, sulla cittadinanza e sulla libertà».
Si giunse così al viaggio di papa Francesco al Cairo, che lo vide
intervenire alla Conferenza promossa dall’Università di Al-Azhar il
28 aprile del 2017. Se ne parla ampiamente nel volume Fratellanza, nel
quale finalmente appare anche la traduzione italiana dell’intervento
del Grande Imam all’incontro interreligioso di Abu Dhabi del 4 feb-
braio 2019. La prospettiva della fratellanza, appunto, venne evocata
dal Santo Padre nel suo intervento in quell’aula: «L’unica alternativa
alla civiltà dell’incontro è la inciviltà dello scontro, non ce n’è un’altra.
ESSERE MEDITERRANEI

E per contrastare veramente la barbarie di chi soffia sull’odio e incita


alla violenza, occorre accompagnare e far maturare generazioni che
rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del
bene: giovani che, come alberi ben piantati, siano radicati nel terreno
della storia e, crescendo verso l’Alto e accanto agli altri, trasformino
ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità»16.
È la richiesta di un salto di qualità e di consapevolezza. La prati-
ca secolare della protezione delle minoranze ha fatto entrare questa
consapevolezza nella vita e nella cultura, pure dei protetti. Anche
per questo, in occasione del Concistoro del 2014, io stesso ebbi l’oc-
casione di osservare che «i cattolici, come un piccolo gregge, hanno
la vocazione di essere lievito nella massa. Essi, uniti tra di loro e
con i fedeli delle altre Chiese e confessioni cristiane, e collaborando
375
con gli appartenenti ad altre religioni, soprattutto con i musulmani,
sono chiamati ad essere artefici di pace e di riconciliazione e, senza
cedere alla tentazione di cercare di farsi tutelare o proteggere dalle
autorità politiche o militari di turno per “garantire” la propria so-
pravvivenza, devono offrire un contributo insostituibile alle rispet-
tive società che si trovano in un processo di trasformazione verso la
modernità, la democrazia, lo stato di diritto e il pluralismo»17.
Quelle che ho indicate sono solo alcune delle tappe del cammino
che ha reso possibile arrivare ad Abu Dhabi. Il desiderio di sentirsi cit-
tadini lo abbiamo percepito in tante delle mobilitazioni che lo scorso
anno hanno attraversato il Nord Africa e il Medio Oriente. L’Assem-
blea dei Patriarchi e Vescovi cattolici in Libano e il Patriarca caldeo,
S. B. il card. Louis Raphael I Sako, ne hanno parlato in termini di su-
peramento del confessionalismo politico, che tanto affligge quei Paesi,
rendendo difficile il sentire propria una comune identità nazionale.
La cittadinanza è dunque il punto di arrivo del Documento sulla
Fratellanza Umana, ma è pure un’esigenza che riguarda i Paesi della
sponda settentrionale del Mediterraneo. Paesi di antica tradizione
democratica si trovano di fronte a sfide altrettanto complesse, re-
lative anch’esse allo spazio pubblico, ma in un altro senso, a partire

16. Id., Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale per la pace, Il


Cairo, 28 aprile 2017.
17. P. Parolin, Intervento durante il Concistoro ordinario pubblico sul Medio
Oriente, 20 ottobre 2014.
DOCUMENTO

dall’accoglienza e dall’integrazione dei migranti. Per esempio, nel


dibattito sulla relazione tra la migrazione e lo sviluppo, non è sta-
to pienamente riconosciuto il contributo apportato dai migranti al
progresso dei Paesi di destinazione. Anche in tale contesto andreb-
be meglio affrontato il tema della cittadinanza, che rimane parola
chiave per favorire un processo di integrazione sano di quanti ap-
prodano sulle coste europee ed evitare i fenomeni di ghettizzazione,
che altro non sono che l’incubatrice di nuove violenze.

«CITTADINANZA» RIMANE PAROLA CHIAVE PER


FAVORIRE UN PROCESSO DI INTEGRAZIONE SANO
DI QUANTI APPRODANO SULLE COSTE EUROPEE.
376

Il Mediterraneo e le sue crisi oggi

Il linguaggio e la prospettiva comune che il Documento sulla


Fratellanza Umana offre a tutti consentono a cristiani, ebrei e mu-
sulmani di cercare una lettura comune dei problemi. L’idea che una
nazione debba essere religiosamente compatta persiste ancora oggi
nel confessionalismo politico, quasi che le singole comunità religiose
siano davvero nazioni nel senso moderno del termine. Questa con-
fusione terminologica ha tolto in molti Paesi dell’Oriente il senso
di appartenenza nazionale, di cittadinanza, riducendo le minoranze
religiose a «nazioni minoritarie» all’interno di uno stesso Paese.
Si tratta di un processo che si origina ai tempi della decolo-
nizzazione, quando si ambiva a rispondere alle attese di giustizia
sociale e di ridistribuzione delle risorse, in un momento storico di
radicale mutamento sociale e segnato da un significativo processo
di urbanizzazione, che ha caratterizzato tutte le sponde del Medi-
terraneo. Tuttavia, l’incapacità di soddisfare le attese popolari ha, da
un lato, spinto alla militarizzazione dei governi e, dall’altro, favorito
l’emergere di una nuova opposizione, il cosiddetto «islam politico»,
fondato anche sull’idea che la giustizia sociale sarebbe arrivata con
l’applicazione della sharia, la legge islamica.
Il confronto politico si è presto incanalato verso un aspro con-
fronto tra panarabismo e panislamismo, i cui connotati estremi
ESSERE MEDITERRANEI

emergono nella tragedia siriana. Il libro Essere mediterranei ne dà


ampiamente conto, soffermandosi sul fatto che i moti popolari del
2011, che chiedevano libertà, democrazia e dignità, sono stati sosti-
tuiti da una lotta feroce tra un nazionalismo arroccato e repressivo
e tendenze panislamiste giunte a diverse forme di terrorismo jiha-
dista. Vorrei ricordare che i fautori della protesta pacifica sono stati
tra le vittime delle opposte violenze.
In Siria, come in altri Paesi toccati da quella che è stata definita la
«Primavera araba», le comunità cristiane, private da secoli di una pari cit-
tadinanza, hanno giustamente temuto per il proprio destino a causa della
ferocia inusitata dell’azione terroristica contro di loro, come dimostrato
da numerosi attentati ed eccidi in Egitto, dalla deportazione di Mosul,
dalla distruzione con bulldozer del convento siriano di Mar Elian.
377
Occorre dunque vigilare. Non si tratta di invocare da parte del
potere la «protezione» dell’una o dell’altra comunità religiosa, ma
di garantire alle persone, parte dell’unica famiglia umana, i diritti
fondamentali. Il luogo proprio della difesa dei cristiani è la tutela
della persona e del rispetto dei diritti umani, in particolare quelli
della libertà religiosa e della libertà di coscienza.
«Proprio per questo è necessario promuovere e sviluppare il concetto
di “cittadinanza” come punto di riferimento per la vita sociale, garanten-
do i diritti di tutti i cittadini attraverso strumenti giuridici adeguati»18.
D’altronde, laddove la cittadinanza non è adeguatamente tutelata, la so-
cietà finisce facilmente per polarizzarsi e i terroristi per prosperare sotto
quei poteri che, nel conflitto siriano, hanno spinto «le frange più fru-
strate della popolazione a cercare rifugio sotto le bandiere nere dell’i-
slam fondamentalista. Di qui la tentazione, da parte di coloro che sono
relegati al rango di “minoranze”, di affidare del tutto il proprio destino a
regimi considerati come baluardo di protezione dal terrorismo»19.
In Siria permane altissima la preoccupazione per la tragedia uma-
nitaria di Idlib, che ha spinto il Santo Padre a scrivere al presidente
Bashar Hafez Al-Assad una lettera che porta la data del 28 giugno
scorso. Papa Francesco aveva già scritto al Presidente nel dicembre
del 2016, rivolgendo l’appello affinché fossero messi in salvo i civi-

18. A. Spadaro, «Egitto, terra di civiltà e di alleanza», in Fratellanza, cit., 56.


19. Cfr ivi, nota 9.
DOCUMENTO

li intrappolati nella battaglia di Aleppo. Francesco ha nuovamente


chiesto di fare tutto il possibile per fermare la catastrofe umanitaria,
per la salvaguardia della popolazione inerme, in particolare dei più
deboli, nel rispetto del diritto umanitario internazionale. Nell’area
di Idlib vivono più di 3 milioni di persone, di cui 1,3 milioni di sfol-
lati interni, costretti dal lungo conflitto a trovare rifugio proprio in
quella zona rimasta fuori dal controllo del governo.
Nella sua lettera, il Santo Padre ha usato per ben tre volte la pa-
rola «riconciliazione»: questo è il suo obiettivo, per il bene di quel
Paese e della sua popolazione inerme. Papa Francesco ha incorag-
giato il Presidente siriano a compiere gesti significativi: ha citato, ad
esempio, le condizioni per un rientro in sicurezza degli esuli e degli
sfollati interni e per tutti coloro che vogliono far ritorno nel Paese
378
dopo essere stati costretti ad abbandonarlo. Ha citato pure il rilascio
dei detenuti e l’accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari.
La cittadinanza rimane comunque una questione cruciale per la
soluzione dei problemi che affrontano i Paesi del Medio Oriente, un
contesto nel quale i cristiani hanno certamente un ruolo decisivo da
svolgere, a partire dal particolare caso libanese.
Oggi il Libano è testimone di una nuova pagina di storia in cui il
popolo ha rigettato la strumentalizzazione delle divisioni settarie e sta
dimostrando la capacità di superare le tradizionali aderenze confessio-
nali e partitiche per abbracciare la lealtà civica alla nazione, la vera pietra
angolare su cui è stato fondato il Paese 100 anni fa, come tra l’altro evi-
denziato dal Comunicato finale dell’Assemblea dei Patriarchi e Vescovi
cattolici in Libano del 15 novembre 2019. La via d’uscita sembra anche
qui quella di rafforzare i princìpi fondativi di uguaglianza dei cittadini
e dei loro diritti politici e civili nel rispetto delle garanzie per ogni
comunità. Il Libano, pur tra le difficoltà, rimane l’ultimo baluardo di
una «democrazia» araba che accoglie, riconosce e sperimenta quotidia-
namente il vivere insieme di una pluralità di comunità etnico-religiose
che in diversi Paesi non riescono a vivere in pace. In tale contesto i cri-
stiani devono essere operatori di concordia e rinnovamento nel nome
del bene comune, senza lasciarsi assorbire dalle tensioni regionali.
A questo quadro di tensioni interne e internazionali si unisce
la questione israelo-palestinese, dove alle difficoltà persistenti nella
politica interna israeliana – che ricorrerà per la terza volta consecu-
ESSERE MEDITERRANEI

tiva a elezioni anticipate – e palestinese vengono ora ad aggiungersi


nuovi scenari, che occorrerà valutare con attenzione. La Santa Sede
ha espresso più volte la propria adesione alla soluzione dei «due Stati
per due popoli», che ha bisogno di ritrovare un rinnovato slancio da
parte della Comunità internazionale.
Un breve cenno vorrei fare alla Libia, visto il conflitto che la
continua a lacerare e che è sempre più luogo di ricaduta delle divi-
sioni e delle competizioni interne al mondo arabo – e non solo –,
come ha mostrato il recente intervento militare della Turchia nel
Paese. Quasi come la Siria, anche la Libia è diventata epicentro di
azioni e interazioni militari con presenze armate irregolari, anche
terroriste. «Tale contesto – come ha recentemente ricordato il Santo
Padre – è fertile terreno per la piaga dello sfruttamento e del traffico
379
di esseri umani, alimentato da persone senza scrupoli che sfruttano
la povertà e la sofferenza di quanti fuggono da situazioni di con-
flitto o di povertà estrema. Tra questi, molti finiscono preda di vere
e proprie mafie che li detengono in condizioni disumane e degra-
danti e ne fanno oggetto di torture, violenze sessuali, estorsioni»20.
Tutto quello di cui abbiamo parlato sin qui non poteva non avere
conseguenze sulla sponda settentrionale del Mediterraneo, trovando,
tuttavia, un’Europa impreparata a fronteggiare l’arrivo di milioni di pro-
fughi, poco consapevole e poco attiva, che ha lasciato deteriorare le crisi
mediterranee. Ciò ha determinato, insieme alla deriva terrorista, ten-
sioni gravide di conseguenze nel continente europeo, come si è potuto
constatare nel corso degli ultimi anni, e non solo nei Paesi che si affac-
ciano direttamente sul Mediterraneo. In tale contesto, lo scetticismo di
alcuni Paesi dell’Unione Europea in merito al processo di allargamento
nei Balcani Occidentali rischia di aprire la strada a ulteriori divisioni.
Infine, vorrei concludere questa breve rassegna volgendo lo
sguardo a Cipro, che il Santo Padre ha menzionato nel suo discor-
so al Corpo diplomatico di un mese fa, richiamando «l’importanza
di sostenere il dialogo e il rispetto della legalità internazionale per
risolvere i “conflitti congelati” che persistono [in Europa], alcuni
dei quali ormai da decenni, e che esigono una soluzione»21. Papa

20. Francesco, Discorso ai membri del Corpo diplomatico…, cit.


21. Ivi.
DOCUMENTO

Francesco ha quindi espresso l’«incoraggiamento della Santa Sede


ai negoziati per la riunificazione di Cipro, che incrementerebbe-
ro la cooperazione regionale, favorendo la stabilità di tutta l’area
mediterranea»22. È questa la strada maestra, perseguita attraverso il
dialogo, per evitare che nuove tensioni commerciali riaprano vec-
chie ferite, non ancora del tutto rimarginate.

Conclusione

Concludo queste mie riflessioni con un’immagine, che è poi quella


che il Santo Padre Francesco ha usato nel chirografo che vi ha inviato
per celebrare i 170 anni de La Civiltà Cattolica: «Si sentono salire dalle
pagine le voci di tante frontiere che si ascoltano». Mi pare che l’espressio-
380
ne si possa applicare alle pagine dei volumi che presentiamo questa sera.

LE RELIGIONI SONO RISULTATE UTILISSIME A


CHI INTENDEVA USARLE CONTRO ALTRI, A SCOPI
IMPERIALISTICI, EGEMONICI O COLONIALI

Nel Mediterraneo, e non solo, le religioni non possono né deb-


bono sostituire la politica, e tantomeno la diplomazia. È altrettan-
to vero però che, purtroppo, in passato le religioni sono risultate
utilissime a chi intendeva usarle contro altri, a scopi imperialistici,
egemonici o coloniali, per dividere e non per unire.
Il Documento sulla Fratellanza Umana ha un grande merito:
induce le frontiere ad ascoltarsi reciprocamente, fraternamente, e
contribuisce a evitare la strumentalizzazione della religione, che
è propria dei fondamentalismi, confermando invece il significato
spirituale delle religioni. Il Mediterraneo può essere così davvero il
«mare nostro», perché di tutti. Ce lo ha detto il Santo Padre Fran-
cesco: questo mare non dev’essere un «arco di guerra teso», ma è
chiamato a essere «un’arca di pace accogliente»23.

22. Ivi.
23. Id., Parole sul sagrato della Basilica di San Nicola di Bari, 7 luglio 2018.
«LE NUOVE MELANCONIE»
I destini del desiderio secondo Massimo Recalcati
Giovanni Cucci S.I.

I termini «malinconia» e «me- ginario occidentale a partire dall’e-


lanconia» vengono impiegati spes- poca romantica, fino ad assurgere a
so come sinonimi, anche se in sede simbolo della condizione umana. I
psicologica essi fanno riferimento a riferimenti in proposito sono estre-
stati piuttosto diversi. «Malinconia» mamente numerosi e trovano diffu- 381
è uno stato d’animo, una situazione sione e risonanza enorme in tutti gli
di tristezza e noia legata a situazioni ambiti della cultura – dall’arte, alla
puntuali. «Melanconia» indica invece letteratura, alla filosofia e alla psi-
una condizione patologica, un grave chiatria – degli ultimi due secoli2.
abbassamento del tono dell’umore, Alcuni si sono chiesti perché la
di tipo depressivo, che può diventare melanconia faccia la sua compar-
cronico, fino alla psicosi. Cionono- sa in maniera così preponderante
stante, non soltanto nel linguaggio a partire da questo periodo, cer-
corrente, ma anche nella stessa lette- cando un possibile legame tra sta-
ratura psicologica, questi termini ri- to psicologico e situazione storica,
sultano di fatto interscambiabili1. ipotizzando, ad esempio, che tale
improvvisa ondata di infelicità sia la
La dimensione storico-culturale del conseguenza della delusione per le
disagio psichico
promesse non realizzate dall’illumi-
Studiando questa tematica, col- nismo e dagli ideali rivoluzionari e
pisce soprattutto come la tristezza nazionali dell’epoca napoleonica.
introspettiva («il male di vivere») sia Qualunque possa essere l’ipotesi
divenuta protagonista dell’imma- più accreditata, rimane il fatto che i

1. Come, ad esempio, nel Dizionario di psicologia, curato da U. Galimberti, che


riconduce tristezza, malinconia e melanconia alla depressione.
2. Cfr G. Cucci, «La tristezza. I preziosi insegnamenti di questo sentimento», in
Civ. Catt. 2017 I 133-146; J. Starobinski, L’ inchiostro della malinconia, Torino, Einaudi,
2014; R. Klibansky - E. Panofsky - F. Saxl, Saturno e la melanconia, ivi, 1983.

© La Civiltà Cattolica 2020 I 381-389 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


RIVISTA DELLA STAMPA

disturbi psicologici, come ogni ca- della personalità – come la paranoia


ratteristica umana, risultano essere e le fobie –, espressi anche in precise
anche storicamente e politicamente scelte economiche e sociali (si pensi
connotati. alla diffusione in Svizzera dei rifugi
Un recente libro di Massimo antiatomici, divenuti quasi un requi-
Recalcati cerca di mostrare come la sito obbligatorio nella costruzione
dimensione psicopatologica possa delle case negli anni Sessanta e Set-
trovare un adeguato ambito di let- tanta; alla contemporanea febbrile
tura proprio in riferimento al parti- diffusione dei bunker nell’Albania di
colare clima storico-politico in cui Enver Oxa; o al terrore di essere sot-
si manifesta3. to osservazione da parte del regime
Già Freud aveva notato il legame politico)5. Dopo il crollo del Muro
tra la diffusione dell’isteria e della ne- di Berlino, il vuoto simbolico lascia-
382
vrosi ossessiva e le caratteristiche del- to dalla morte delle ideologie vede il
la società vittoriana del suo tempo. crescere dell’isteria collettiva e della
In seguito altri autori hanno rilevato paura dello straniero. A esasperare
come il periodo del secondo dopo- questo diffuso senso di incertezza
guerra, caratterizzato dal benessere contribuisce certamente la dramma-
alla portata di un numero sempre tica crisi economica e occupazionale,
maggiore di persone e dalla socie- iniziata nel 2008 e tuttora ben lungi
tà dello spettacolo (Bordieu), veda il dal trovare una possibile via di uscita.
fiorire e diffondersi del narcisismo,
per poi – di fronte alle inevitabili de- Le nuove melanconie
lusioni – diventare depressione e riti-
ro autistico, fuggendo dalle respon- Sorgono così anche nuove mo-
sabilità proprie dell’età adulta4. dalità di disagio. Per Recalcati, due
A sua volta, il clima cupo della eventi in particolare segnano un
guerra fredda e il terrore di un pos- cambiamento nell’attuale panorama
sibile conflitto nucleare hanno visto psichico: la diffusione delle perver-
la crescente diffusione di disturbi sioni e le psicosi. Entrambi hanno

3. Cfr M. Recalcati, Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermo-
derno, Milano, Raffaello Cortina, 2019.
4. Cfr O. Kernberg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, Torino, Bollati
Boringhieri, 1978; H. Kohut, Narcisismo e analisi del sé, ivi, 1977; E. Fromm, Fuga dalla
libertà, Milano, Mondadori, 2020.
5. Cfr G. Falanga, Il ministero della paranoia. Storia della Stasi, Roma, Carocci,
2019; L. Zoja, Paranoia. La follia che fa la storia, Torino, Bollati Boringhieri, 2011; W.
Reich, Psicologia di massa del fascismo, Torino, Einaudi, 2009.
«LE NUOVE MELANCONIE», DI MASSIMO RECALCATI

alla base la cancellazione della fi- dovuto alla mancata trasmissione


gura del padre (in particolare la sua del patrimonio indispensabile per
funzione di unire senso ed esisten- costruire l’identità e la dimensione
za) dal mondo psichico del sogget- di progettualità nella vita. I nuo-
to: una cancellazione che Recalcati vi disturbi sono la conseguenza di
chiama «forclusione», riprendendo una solitudine esasperante, dove
la terminologia lacaniana, e alla cui il figlio ha ricevuto cose, ma non
nozione dedica un’apposita appen- è stato educato al desiderio, e la
dice alla fine del libro6. vita ha smarrito il suo significato,
Una delle conseguenze più rile- la sua dimensione progettuale per
vanti della forclusione è di rendere appiattirsi sull’istante; in tal modo
impossibile l’elaborazione del lutto, si brama il godimento assoluto, la
cioè di assumere l’assenza, rappre- ricerca sfrenata del piacere e della
383
sentarla anzitutto a livello simbo- perversione come tentativi di ane-
lico, perché manca il linguaggio stetizzare il dolore di vivere.
e, di conseguenza, la distanza ri- La clinica delle «passioni tristi»,
spetto al vissuto, indispensabile per già rilevata in un libro di successo di
elaborare la perdita, e dunque per Miguel Benasayag e Gérard Schmit
rinvenirvi un possibile senso, un (un filosofo e uno psichiatra), alla
desiderio di vivere altrimenti: «La base dell’aumento preoccupante di
vita umana non è solo gioia, slan- richieste di aiuto psicologico da parte
cio vitale, apertura, perché essa non di giovani e giovanissimi in Fran-
può evitare la ferita dell’assenza e cia – ma non soltanto –, è un altro
della perdita. Nondimeno, questa indicatore di questa frammenta-
perdita è anche la condizione della zione. Le «passioni tristi» – come le
trascendenza della vita stessa e del- chiamava Spinoza – sono il segno di
la sua spinta desiderante, della sua una grave sofferenza interiore, di un
ek-sistenza, del suo esistere fuori disagio profondo e complesso; espri-
da se stessa, esposta alle sue possi- mono una sofferenza esistenziale che,
bilità vitali»7. a differenza del dolore, manca di un
Se l’attuale società è caratteriz- preciso motivo o di un oggetto di ri-
zata dall’atrofia del desiderio, ciò è ferimento. Esse sono la protesta della

6. Cfr J. Lacan, «Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della


psicosi», in Id., Scritti, vol. II, ivi, 1974, 527-579; M. Recalcati, Le nuove melanconie…,
cit., 167-193.
7. M. Recalcati, Le nuove melanconie…, cit., 25.
RIVISTA DELLA STAMPA

psiche nei confronti della mancanza psicanalisi come di una pratica ri-
di senso dell’esistere. Per questo, se- piegata sui problemi dell’indivi-
condo i due autori, «la crisi attuale è duo, a scapito della sua dimensione
qualcosa di diverso dalle altre […]: pubblica e sociale. Il libro dedica
si tratta di una crisi dei fondamenti molte pagine al legame tra disturbi
stessi della nostra civiltà […]. Sembra psicologici e dittature totalitarie. I
che la nostra società non possa più leader che le hanno realizzate – in
“concedersi il lusso” di sperare o di particolare Hitler, Stalin, Mussolini
proporre ai giovani la loro integra- – erano caratterizzati dalla forclu-
zione sociale come frutto e fonte di sione del padre, da deliri paranoici,
un desiderio profondo»8. pensando di essere incarnazione di
E così, al posto del desiderio pro- una missione ricevuta dall’Altro,
fondo (mai veramente esplorato), che o contro cui combattere, fino alla
384
parla di una mancanza (de-sidus), su- distruzione di sé e della propria na-
bentra la presenza continua dell’og- zione10. Ma essi hanno potuto go-
getto, ossessiva, interiorizzata, che dere di un’approvazione indiscussa,
non dà pace e che porta il soggetto a perché hanno offerto una parvenza
smarrirsi nel proprio vissuto, fino ad di sicurezza, di stabilità, a scapito
affogarvi9. L’esistenza stessa diventa della complessità e della diversità.
così malattia, colpa ontologica, lega- Il consenso unanime nei loro
ta al fatto stesso di condurre una vita confronti trova delle motivazio-
senza senso. ni (anche) psicologiche: la grave
situazione di incertezza e l’inca-
Il risvolto politico delle nuove cliniche pacità di elaborare la mancanza
portano molti a barattare la li-
Ma le nuove melanconie han- bertà con la sicurezza, sulla scorta
no soprattutto delle inquietanti ri- del celebre scambio ipotizzato da
cadute politiche. Questo è l’aspetto Freud all’origine della civiltà. La
più interessante del saggio di Re- libertà ricorda il rischio e la ver-
calcati, che smentisce l’idea della tigine della scelta e il caos in cui

8. M. Benasayag - G. Schmit, L’ epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli,


2005, 39 s.
9. «Mentre lo psicotico subisce passivamente la presenza della Cosa, il perverso si
proclama padrone della Cosa. È la distanza abissale che separa perversione e melanconia»
(M. Recalcati, Le nuove melanconie…, cit., 9; cfr G. Cucci, «Il desiderio, motore della
vita», in Civ. Catt. 2010 I 568-578).
10. Cfr V. Chalmet, L’ infanzia dei dittatori, Milano, Baldini e Castoldi, 2018.
«LE NUOVE MELANCONIE», DI MASSIMO RECALCATI

si può sprofondare qualora manchi soluta si privano altri dei medesi-


un desiderio capace di dare unità e mi diritti: «L’enfasi puberale della
dinamismo all’esistenza. libertà ha lasciato il posto a quel-
Recalcati parla a questo propo- la iper-normativa e, al suo fondo,
sito di un «inconscio fascista», come razziale, della sicurezza […]. Il pa-
censura del desiderio e spinta a chiu- radigma perverso è ruotato su se
dersi su di sé, a scapito della relazione stesso: la libertà assoluta si rovescia
con chi non è riducibile alle proprie nella assoluta illibertà»13.
categorie11. Il fascismo è una perver- Un’altra forma di chiusura, non
sione del desiderio che, privato di nuova in verità, è quella proposta
una sua educazione, non ha potu- dalla società dei consumi: l’accu-
to essere trasmesso alle generazioni mulo e l’avidità di possesso, che si
successive. Non è dunque solo frutto traducono nell’avarizia, nella gola,
385
di paura, ma è anche una scelta: «Il nella lussuria, nel gioco scherzoso
vero scandalo consiste nel fatto che di chi non prende sul serio l’altro,
le masse abbiano potuto desiderare ma, appunto, si prende gioco di lui.
il fascismo, che sia esistito qualcosa Forme di autosufficienza patolo-
come un desiderio di sottomissio- gica, il cui esito finale, come nelle
ne, un desiderio di fascismo […]. In figure della melanconia sopra con-
questi casi l’esigenza della protezio- siderate, è il medesimo, il rifiuto
ne si ipertrofizza e diviene una ma- della vita: «L’avaro trasforma la sua
nifestazione della pulsione di morte vita in quella di un morto […]. Non
[…]. Non a caso, come ha sottoli- è un caso che il sintomo dell’avari-
neato giustamente Umberto Eco, “il zia aumenti solitamente col passare
primo appello di un movimento fa- degli anni. Più la vita scivola verso
scista è sempre contro gli intrusi”»12. la morte, più l’avaro prova ad attac-
La perversione psicotica si ri- carsi a tutto quello che ha»14. L’ac-
vela anche nel crescente numero cumulo qui è visto come protezione
di muri eretti, nel Nord del mon- dal dissolvimento e, insieme, come
do, per proteggersi dalla minaccia segno più evidente della sua pro-
dell’altro. In nome della libertà as- gressiva invasività.

11. Per riprendere le parole di Recalcati: «Si tratta di quella spinta sempre presente
nell’umano a ri-territorializzare quello che la dinamica propulsiva del desiderio di vita ten-
de a fluidificare e a de-territorializzare» (M. Recalcati, Le nuove melanconie…, cit., XII).
12. Ivi, 62; corsivi nel testo. Cfr U. Eco, Il fascismo eterno, Milano, La nave di Teseo,
2018, 39.
13. M. Recalcati, Le nuove melanconie…, cit., 67.
14. Ivi, 102.
RIVISTA DELLA STAMPA

È possibile addomesticare la melan- il melanconico è originariamente


conia? una persona che non si accontenta
dello status quo, ma vuole altro e,
Il libro di Recalcati ha il pregio se presta ascolto a questa insoddi-
di trattare tematiche che per defini- sfazione, può esprimere il meglio
zione sfuggono a una trattazione si- di sé e riscattare la miseria presen-
stematica, ma che possono aiutare a te, a differenza della superficialità
leggere problemi di grande attualità dell’ottimista gaudente. Lo Stagi-
e a mostrarne la valenza di istruzio- rita riconosce la presenza di questo
ne anche in senso storico-politico. tratto nella gran parte degli eroi e
La melanconia racchiude tuttavia in dei geni del suo tempo (Lisandro,
sé anche una possibilità di riscatto. Empedocle, Socrate, Platone), e si
Coloro che la riconoscono e sono domanda stupito: «Per quale ra-
386
disposti ad ascoltarla possono trova- gione gli uomini eccezionali nel
re in essa un insegnamento di sag- campo della filosofia, della politica,
gezza e di progettualità. della poesia o dell’arte, sono mani-
Questa era anche la via indica- festamente malinconici?»15.
ta dalla riflessione su questo male Perché malinconia e genio sono
di vivere sin dal suo sorgere. Ari- spesso associate? Per Aristotele, la
stotele, riprendendo l’analisi me- risposta risiede negli sbalzi propri
dica di Ippocrate, non vede nella della bile nera, all’origine di que-
melanconia solamente il retaggio sto temperamento (dal greco melas
negativo di un carattere triste e in- [nero] e cholē [bile]), che mettono
troverso: egli ritiene che tale stato a contatto con le profondità dello
d’animo sia il frutto di una valuta- spirito, il cui esito può essere la ge-
zione sulla situazione presente che nialità o la follia (un altro binomio
non riesce a dare compimento ai spesso rilevato dagli studiosi), sco-
desideri profondi. In altre parole, nosciute a chi non è melanconico16.

15. Aristotele, Problema XXX, 1. Perché tutti gli uomini straordinari sono melancolici,
953 a 10, Pisa, ETS, 2018, 55.
16. «In chi ha bile nera abbondante e fredda, osserviamo torpore e apatia; in chi in-
vece ne ha in grandissima quantità e calda, riscontriamo follia e talento, propensione all’a-
more e facilità a essere mossi da impulsi e desideri, e in qualche caso anche una maggiore
loquacità» (ivi, 954 a 30-35; cfr Aristotele, De divinatione, 463 b 17). Circa il legame
follia/genialità, cfr L. Sass, Follia e modernità. La pazzia alla luce dell’arte, della letteratura e
del pensiero moderni, Milano, Raffaello Cortina, 2013; D. Nettle, Immaginazione, pazzia
e creatività, Firenze, Giunti, 2005; K. Jaspers, Genio e follia. Malattia mentale e creatività
artistica, Milano, Rusconi, 1997.
«LE NUOVE MELANCONIE», DI MASSIMO RECALCATI

Aristotele fa un passo ulterio- vo malinconico per il tristo suc-


re nella sua analisi: individua nella cesso di questa andata e pei trava-
melanconia la presenza del divino, gli del viaggio, pareami che mi si
che si mostra nelle facoltà più alte facesse incontro un uomo scono-
dell’uomo, come il sogno, l’imma- sciuto […]. Io meravigliandomi
ginazione e la ragione. Esse sono come colui potesse penetrare nel
tutte manifestazioni della vita di- mio cuore, […] gittatomi a’ suoi
vina: «Il punto di partenza della piedi e piangendo dirottamente,
ragione non è la ragione, ma qual- dissi: ‘Signore, giacché sapete que-
cosa di più potente. E cosa vi è di sto, perché fin ora non mi avete
più potente, persino della scienza e aiutato?’. Disse egli allora: ‘Andate
dell’intelletto, se non Dio? Perciò pure in quella città – e parea che
vi sono uomini melanconici i cui mi mostrasse Pachino –, e quivi vi
387
sogni sono veri»17. aiuterò’. Et questo è il sogno”». È
Lo stato di insoddisfazione significativo che, a differenza di
che caratterizza il melanconico, se molti scritti devoti e ascetici del
educato, lo porta a prendere le di- suo tempo, Ricci non si censuri,
stanze dal mondo in cui vive, e a non presenti un ritratto aulico e
desiderarne altri, elaborando nuo- monolitico di sé, non si vergogni
ve strade che possano dare rispo- di mostrarsi triste e in crisi. Dialo-
sta alla presente insoddisfazione. ga con questi sentimenti, li mette
Non a caso tale stato d’animo ha per iscritto, e cerca di individuare
caratterizzato anche i grandi spi- un possibile insegnamento.
riti missionari. È interessante che In un’altra lettera a p. Ludo-
Matteo Ricci, nelle sue lettere, ri- vico Maselli, egli riconosce di es-
conosca di soffrire di una malin- sere «molto carnale»; parla di una
conia buona, capace di animare il «certa sorte di melanconia che
suo desiderio di entrare a Pechino, mi par che è buona», anzi «avreb-
nonostante le difficoltà e gli osta- be scrupolo a non averla». Ricci
coli incontrati fin dal suo ingresso unisce la melanconia al sogno e
in Cina. Il gesuita si sofferma in all’immaginazione (un elemento
particolare sul suggerimento pre- centrale nella spiritualità ignazia-
zioso ricevuto dal Signore in un na), che gli ispirano cambiamenti
sogno, che lo aiuta a uscire dalla importanti per la sua attività mis-
sua triste situazione: «“Mentre sta- sionaria, come ad esempio indos-

17. Cfr Aristotele, Etica Eudemia, VII, 2, 1248 a 30-1248 b.


RIVISTA DELLA STAMPA

sare abiti differenti (da mandari- La lezione della melanconia


no e non da monaco buddista) e
investire sull’amicizia per entra- Se la melanconia «buona» è un
re a Pechino ed essere ricevuto giudizio sul presente che nasce da
dall’Imperatore: «Riconoscendo una insoddisfazione, non va mes-
esplicitamente e senza vergo- sa a tacere. Essa ha a che fare con
gnarsi la sua malinconia; ammet- quello che Recalcati chiama «l’in-
tendo senza ipocrisie devozionali governabile», rispondente cioè
la sua carnalità, la sua tristezza, al desiderio profondo che anima
le sue nostalgie e le sue lacrime, ogni essere umano e che può es-
Matteo attraversa la malinconia sere esplorato solo nella relazione
nei suoi significati migliori, quelli con l’altro20. Lo spazio che la cul-
che aprono a possibilità nuove e a tura umana da sempre vi ha rico-
388
sogni da realizzare»18. nosciuto, proprio perché deborda
Naturalmente non si tratta qui l’ambito asettico del chiaro e di-
di patologia, ma di un risvolto cul- stinto (l’assioma della modernità
turale di tale stato d’animo, che mai veramente messo in discussio-
apre a diverse possibilità. Se ci si ar- ne), è in grado di addomesticare la
rende alla situazione melanconica, malinconia, proteggendola dalle
l’immaginazione si perverte, uni- sue derive autistiche e perverse, per
sce erotismo a violenza, come ac- restituirle la sua preziosa dimensio-
cade nelle derive della pornografia ne di progettazione utopica.
e del sadismo, più volte ricordate da Esplorare tale dimensione, in
Recalcati19. sede analitica, come nei casi ricor-

18. G. Criveller, «Della malinconia di Matteo Ricci e dei missionari. I sogni dei
malinconici sono veri», in Tredimensioni 13 (2016) 158. Il sogno cui si fa riferimento è ri-
portato nella lettera di Ricci all’amico Gerolamo Costa del 28 ottobre 1595 (cfr M. Ricci,
Lettere, Macerata, Quodlibet, 2001, 290). Della «malinconia buona» egli parla invece nella
lettera a p. Ludovico Maselli, che era stato suo superiore al Collegio Romano (ivi, 19).
19. Cfr M. Recalcati, Le nuove melanconie…, cit., 9 s; 87; 92-95. Anche Aristotele
ne riconosce la differenza, quando nota che da tale stato d’animo sorgono «sibille, profeti
e invasati di vario tipo, quando non lo siano a causa di una malattia, ma per via del loro
temperamento naturale» (Aristotele, Problema XXX, 1…, cit., 953 a 37).
20. «L’impatto con l’ingovernabile ci costringe a fare amicizia con lo straniero […];
si tratta di fare spazio a una vulnerabilità condivisa. L’arte della poesia e quella della scrit-
tura offrono già un esempio illuminante di quanto sia necessario accogliere l’esposizione
all’ingovernabile per rendere possibile la creazione […]. Il governo etico non è quello che
persegue lo scopo di annullare l’ingovernabile, ma quello che lo sa ospitare» (M. Recal-
cati, Le nuove melanconie…, cit., 150).
«LE NUOVE MELANCONIE», DI MASSIMO RECALCATI

dati nell’ultima parte del libro, o in non può padroneggiare e che può
chiave storico-generazionale a livel- essere riconosciuto solo nella rela-
lo letterario – espressa emblemati- zione con l’Altro.
camente dalla figura di Telemaco21 Questo è il crinale della malin-
–, consente di vedere nel limite non conia descritto splendidamente da
una minaccia, ma l’unica vera pos- Romano Guardini: «La malinconia
sibilità reale di dare compimento al è l’inquietudine dell’uomo che av-
proprio desiderio fondamentale. verte la vicinanza dell’infinito. Bea­
Le nuove melanconie hanno titudine e minaccia a un tempo. Il
ucciso il desiderio (eros) e lasciato significato dell’uomo sta nell’essere
campo libero alla morte (thanatos); un confine vivente, nel prendere
solo nella dialettica riconosciuta tra sopra di sé questa vita di confine, e
il desiderio e il limite è possibile portarla fino in fondo. Con ciò egli
389
spezzare la prigione autistica che sta radicato alla realtà; è libero dagli
protegge-imprigiona il sé e vede incantamenti di una falsa immedia-
l’altro come minaccia22. Ma per ta unità con Dio. L’atteggiamento
fare ciò, è necessario dialogare con più autenticamente umano è quel-
la dimensione di mistero che ca- lo influenzato dal confine, l’unico
ratterizza l’uomo: mistero che egli adeguato alla realtà»23.

21. «Telemaco è insomma l’immagine del figlio giusto. Non è il figlio che vive la
dipendenza dal padre come una maledizione, ma non è nemmeno il figlio assoggettato a
questa dipendenza. È colui che si è confrontato radicalmente all’assenza, al lutto del padre,
al suo vuoto centrale senza restare irretito nell’impotenza infantile o nell’odio rancoroso
che vorrebbe negare ogni dipendenza dal padre» (M. Recalcati, Le nuove melanconie…,
cit., 130; cfr 147-165).
22. Questa è anche la lettura fornita come possibile via di uscita dalle passioni tristi:
«Solo un mondo di desiderio, di pensiero e di creazione è in grado di sviluppare legami e
di comporre la vita in modo da produrre qualcosa di diverso dal disastro. La nostra società
non fa l’apologia del desiderio, fa piuttosto l’apologia delle voglie, che sono un’ombra im-
poverita del desiderio, al massimo sono desideri formattati e normalizzati» (M. Benasayag
- G. Schmit, L’ epoca delle passioni tristi, cit., 63).
23. R. Guardini, Ritratto della malinconia, Brescia, Morcelliana, 1999, 78 s.
NOTE E COMMENTI

È POSSIBILE SPERARE IL FUTURO


SENZA LA RELIGIONE?
Giandomenico Mucci S.I.

Recensendo un volume recen- za è un moto più profondo della


temente edito1, Sabino Cassese ha disegualizzazione, perché si riferi-
scritto: «Cala il buio. Scompare sce alla proiezione di sé nel proprio
l’Occidente. Siamo divenuti tut- futuro. Gli Stati hanno peggiora-
390 ti di colpo razzisti o nazionalisti. I to la situazione facendo ricorso a
destini divergono. L’uomo scivo- stratagemmi che hanno spostato i
la ai margini. Si diffonde un sen- costi politici sulle generazioni fu-
so di irresponsabilità. La società si ture. Alle diseguaglianze è facile
trasforma in mille recessi, non ha rimediare con politiche fiscali; per
più spazi per obiettivi comuni. Il superare le divergenze ci vogliono
benessere, la solidarietà, lo Stato di molti anni. L’Europa è particolar-
diritto arretrano. La democrazia si mente vulnerabile».
indebolisce. Nuovi leader presenta- Il quadro è piuttosto fosco e,
no offerte politiche autoritarie. Ci qua e là, richiama alla mente certe
si dissocia dal passato e il ricordo celebri analisi di Huizinga, Ortega
della guerra sfuma. L’enfasi sul- y Gasset e, perfino, di Croce. Ma,
le minacce innesca il desiderio di anche nel nostro tempo, non man-
regole severe e di punizione delle cano gli aspetti positivi.
devianze e spinge a rinserrarsi nelle «Nonostante i rinascenti na-
proprie culture»2. zionalismi, viviamo da un set-
E continua: «Cambiamenti tec- tantennio in un’Europa pacifica,
nologici, crisi economica e glo- e la durata della vita aumenta.
balizzazione hanno prodotto un Le tensioni sociali e gli intrighi
declino protratto di Stati, regioni, che facevano dubitare di società
professioni, individui. La divergen- e Stato (terrorismo, golpe tentati)

1. Cfr C. Bastasin, Viaggio al termine dell’Occidente. La divergenza secolare e l’ascesa


del nazionalismo, Roma, Luiss University Press, 2019.
2. S. Cassese, «Un Occidente privo di luci», in Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2019, 26.

© La Civiltà Cattolica 2020 I 390-393 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


È POSSIBILE SPERARE IL FUTURO SENZA LA RELIGIONE?

non si sono ripetuti negli ultimi È purtroppo vero che oggi l’uomo
anni. La partecipazione politica, democratico riconosce teorica-
pur diminuendo, non scende al mente i valori dell’eredità cristiana
di sotto di quella degli altri Paesi e pensa di essere fedele allo spirito
europei. Le debolezze statali sono del cristianesimo, ma praticamen-
in parte compensate da corpi pa- te vive lontano dalla dottrina del-
ralleli. La società, pur attraversatala fede e indifferente a quanto la
da paure e malesseri, è tranquilla. Chiesa insegna alla luce di questa
Se ai giovani non si apre un fu- dottrina. Il rapporto tra religione
turo radioso, compensano le fa- e società democratica non si riduce
miglie. La globalizzazione, se in pertanto a un’indifferenza totale,
qualche punto arretra, avanza in ed è superata ogni forma dell’antica
altri. Il peso del debito pubblico ostilità, a meno che non si voglia
391
è alto, ma lo è stato quasi sempre conferire soverchia importanza
nel corso della storia unitaria ita- agli sparuti focolai di integralismo
liana. Se non c’è il “sogno di una cattolico. Sembra, dunque, che si
vita più bella”, come nel Rinasci- possa dire che la modernità è uscita
mento, non è perduta la speranza dall’influenza del cristianesimo, ma
di migliorare il mondo. Se la clas- conserva ancora, consapevolmente
se dirigente non riesce a indicare o no, molto del suo spirito3.
un futuro e si limita a dichiarare Giuliano Amato non stima la re-
di voler interpretare la volontà del viviscenza religiosa come l’effetto re-
“popolo”, quest’ultimo non si fer- siduale insorto a causa del fallimento
ma, è anzi alla ricerca di strade e dell’ideologia illuminista fondata sul
surrogati». mito della ragione onnipotente e
sovrana. A suo parere, anzi, proprio
Un’assenza vistosa le moderne scoperte scientifiche e le
loro applicazioni, che indurrebbero
La pagina citata di Cassese a celebrare l’onnipotenza dell’uomo,
contiene una valutazione esclusiva- hanno riproposto i problemi della
mente sociale e politica. Neppure vita e della morte a qualunque co-
un cenno sulla presenza attiva della scienza che non sia pregiudizialmen-
religione nella società democratica. te chiusa all’esperienza religiosa4.

3. Cfr Ph. Raynaud, «Fine dell’Illuminismo o fine della religione?», in Aspenia 13


(2008) 195-200.
4. Cfr G. Amato – G. Quagliarello, «Il ritorno di Dio», ivi, 172-185.
NOTE E COMMENTI

Chi legge la pagina di Cassese le e professionale, è caratterizzata


e vi nota quell’assenza vistosa è in- dal debito contratto in passato con
dotto a ripensare a un’osservazione l’umanesimo marxista-comunista,
di Del Noce il quale, quando udiva che perseguitò l’idea stessa di Dio,
le discussioni sui valori irrinuncia- prescindendo dalla validità o meno
bili della cultura europea, rispon- delle dimostrazioni vere e proprie
deva che con questa formula si che riguardano il discorso su di lui.
intendevano soltanto quelle regole La crisi attuale del costume (al-
del gioco che permettono la coe- tri direbbero l’attuale libertinag-
sistenza: regole e valori non pro- gio in ogni campo) dipende dalla
priamente morali, ma economici, volontà di costruire la vita e la so-
sostenuti da quell’egoismo che non cietà degli uomini prescindendo
oltrepassa l’economico e ad esso ri- da quell’assoluto trascendente che
392
porta con indifferenza l’etico5. suole chiamarsi Dio. Quando la
sua negazione non è frontale, lo si
Il posto di Dio riduce a pura funzione dell’umani-
tà dell’uomo. Oggi, infatti, quanti
Le analisi e le preoccupazioni negano o ignorano Dio, affermano
riguardanti il futuro da parte dei che lo fanno per salvaguardare la
saggisti contemporanei sono quasi piena realtà dell’uomo.
sempre rivolte all’economico e al Un teologo, che fu un profondo
sociale. Il contesto filosofico mo- conoscitore del pensiero moderno,
derno e contemporaneo rimane si chiedeva: «Che cos’è l’uomo? La
segnato dal crepuscolo calato sulla dimensione verso il trascendente, e
coscienza dell’uomo come essere quindi la struttura religiosa, sono o
capace dell’assolutezza del vero e no parte del suo essere? Negare, o
dell’imperatività del bene. Da qui anche solo ignorare tale dimensione,
a bandire Dio dall’universo della è mettere in libertà l’uomo auten-
conoscibilità il passo è breve. «L’uo- tico o è invece decurtarlo e quindi
mo è ciò che egli mangia» (Der soffocarlo? La dottrina cattolica af-
Mensch ist, was er isst), aveva sen- ferma che un umanesimo rispettoso
tenziato Feuerbach. La saggistica dell’uomo, e quindi capace di pro-
corrente, anche quando è praticata muovere l’uomo integrale, è irri-
da autori di grande valore cultura- nunciabilmente un umanesimo reli-

5. Cfr A. Del Noce, «Le due facce del laicismo progressista», in Il Tempo, 10 gen-
naio 1990, 3.
È POSSIBILE SPERARE IL FUTURO SENZA LA RELIGIONE?

gioso. La mente umana, insegnano sti rifarsi al discorso del crollo delle
il Vaticano I e II, è aperta sul mistero grandi narrazioni»7.
di Dio come sul principìo primo e Quando pensa al futuro, il
sulla ragione ultima di ogni cosa»6. credente vive ed esprime una spe-
Sotto il profilo pratico, merita ranza che riposa sulle promesse e
attenzione un’osservazione del card. sulla grazia del Dio della Rivela-
Angelo Scola, arcivescovo emerito zione cristiana. E quando riflette
di Milano, quando parlava delle re- sullo svolgimento della storia e del
ligioni come realtà vitali che sono pensiero umano, sugli eventi del-
in grado di sviluppare una sogget- la storia e sui risultati e i silenzi
tività pubblica liberamente assunta del pensiero, richiama alla mente,
e dialogata: «In quest’età post seco- e gli è di conforto, ciò che Kant
lare in cui, con la modernità, è stato ha scritto dell’uomo, che è «un le-
393
abbandonato il riferimento a Cristo gno così storto (so krumm Holze)»
come senso di un cammino, biso- che con esso «non si può costru-
gna riconoscere che tutti i tentativi ire nulla di perfettamente diritto
fatti per sostituirlo sono falliti. Ba- (ganz Gerades)»8.

6. G. B. Sala, «Dio e la religione umana», in Rassegna di Teologia 20 (1979) 249.


7. Cfr Il Foglio, 27-28 agosto 2016, 1.
8. I. Kant, «Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht», in
Id., Gesammelte Schriften, vol. VIII, Berlin, 1910, 23. Il testo è del 1784.
ARTE MUSICA SPETTACOLO

«TOLO TOLO»: UN VIAGGIO


TRA LA FORTUNA E IL SOGNO
Claudio Zonta S.I.

Tolo Tolo è l’ultimo film scrit- Checco stringe amicizia con


to, diretto e interpretato dall’attore Oumar, un ragazzo africano,
Checco Zalone (il cui vero nome è anch’egli cameriere, con la passio-
Luca Medici), il quale si confronta ne per la cultura italiana e il cine-
394 con il tema della migrazione forzata ma neorealista: «L’Italia è la mia
che, per la drammaticità e l’attualità passione, io sogno di andarci». In
dell’argomento, ha innescato pole- questa amicizia appare la prima di-
miche e polarizzazioni di pensiero. vergenza di punti di vista: infatti,
L’antefatto narra la disastro- Checco conosce – perché ne ha
sa operazione commerciale di fatto esperienza – il complesso iter
Pierfrancesco Zalone – più comu- burocratico che si deve seguire in
nemente conosciuto come Chec- Italia per avviare un’attività com-
co, e dunque con un riferimento merciale privata e, proprio per que-
esplicito alla biografia del comico sto, apprezza la semplicità africana,
–, il quale tenta di avviare un im- immediata anche negli aspetti di il-
probabile ristorante di sushi nella legalità: «La corruzione qui è one-
cittadina di Spinazzola. Costretto stissima […], qui si può sognare».
a fuggire in Africa, sommerso dai Oumar, invece, sogna e idealizza
debiti, lascia ai familiari pignora- un futuro da regista cinematogra-
menti e cambiali da pagare. fico nella patria dei poeti, degli ar-
In questa nuova situazione lo tro- tisti e della cucina.
viamo indaffarato a lavorare, come Entrambe le visioni si mostrano
cameriere, in un esclusivo e paradi- parziali: se, infatti, Checco conosce
siaco villaggio turistico del Kenya, solamente la realtà del villaggio tu-
chiamato African dream; anche i ristico, delle spiagge incantevoli e
colori della fotografia sono sempre del mare azzurro, Oumar enfatizza
caldi, rassicuranti, con paesaggi na- l’idea di poter stare in un Paese che
turalistici strabilianti e affascinanti. sembra dare possibilità di vivere so-

© La Civiltà Cattolica 2020 I 394-398 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


«TOLO TOLO», DI CHECCO ZALONE

lamente attraverso l’arte: «Troppa laggio natio di Oumar. Anche qui


cultura e poca moneta», dirà di lui la situazione è precaria, per cui essi
Checco, con quel suo fare pragma- decidono di intraprendere un viag-
tico e ironico. gio di fortuna verso l’Europa.
Mentre svolge il suo nuovo la- La visione delle scene degli as-
voro, Checco s’innamora di una salti violenti da parte dei guerri-
ragazza africana, Idjaba, e, per farsi glieri fa sorgere un interrogativo: è
apprezzare, prova a stringere ami- possibile rappresentare comicamen-
cizia con il piccolo Doudou, che lei te una problematica tragica, anco-
accudisce. L’amore, espresso con la ra estremamente viva, ossia quella
stravaganza che appartiene alla fi- delle bande armate che rapiscono,
gura di Checco, entra nella narra- violentano e distruggono interi vil-
zione con comicità e ilarità, mentre laggi in alcuni Paesi africani? La
395
il legame di amicizia con Doudou visione stride, perché la memoria va
si rinsalda gradualmente con il sor- immediatamente, ad esempio, ai ra-
riso e la semplicità dell’universo dei pimenti operati dai terroristi Boko
bambini, a cui anche Checco, fon- Haram in Nigeria pochi anni fa.
damentalmente, appartiene. Un altro esempio di satira conce-
pita in momenti storici drammatici è Il
Comicità e guerra grande dittatore di Charlie Chaplin, del
1940 – nelle sale italiane fu possibile
Quando Checco e Oumar si vederlo soltanto nel 1946 –, dunque
recano in un villaggio che si trova proprio durante il periodo di forza del
fuori dall’esclusivo resort, per acqui- nazismo, che l’attore deride con acu-
stare una costosa crema idratante, tezza e audacia. Anche il film La vita è
si scatena una terribile sparatoria a bella (1997), diretto da Roberto Beni-
opera di alcuni guerriglieri. Il pro- gni, affronta – senza dubbio con tono
tagonista, paradossalmente, sem- più poetico – il delicato tema dei cam-
bra non capire il pericolo, intento pi di sterminio della Seconda guerra
a perseguire i suoi fini puramente mondiale, ma forse con una distanza
estetici. I due amici cominciano a di tempo che permette una maggiore
fuggire, oltrepassano il villaggio oggettività da parte del pubblico.
turistico, ormai completamente È una questione che rimane
bruciato – nella cui insegna rimane aperta per tutta la durata del film, e
soltanto il termine dream, che indi- forse Zalone, con il suo modo nar-
ca che il sogno, nonostante tutto, rativo, riesce a mantenere un equi-
continua –, e si dirigono nel vil- librio che consente allo spettatore
ARTE MUSICA SPETTACOLO

di sorridere anche all’interno delle situazione migratoria contempo-


tante situazioni drammatiche. Egli, ranea, è necessario osservare la
infatti, riesce a mostrare la tragedia scelta del cast presente all’inter-
del viaggio con la leggerezza propria no del suo film. Troviamo infatti
della commedia che, senza banaliz- l’attore teatrale e mediatore cul-
zare il lungo cammino, svela come la turale Mohamed Ba, il quale si
violenza non risparmi nessuno. presenta così nella sua personale
pagina web: «Sono nato in Sene-
La complessità del viaggio gal, piccolo grande Paese dell’A-
frica Occidentale. Vivo e lavoro
Le tappe del viaggio sono quel- in Italia da oramai sedici anni,
le raccontate dai tanti migranti posso quindi affermare di esser-
giunti fino alle coste dell’Italia e mi gradevolmente italianizzato.
396
dell’Europa: l’odissea attraverso il Tuttavia, mi muovo anche con la
deserto, il tentativo di lavorare nelle consapevolezza che il tronco d’al-
città per trovare i soldi necessari per bero in acqua ci sta secoli e non
continuare il viaggio, la spietatez- per questo diventa un coccodrillo.
za dei trafficanti che abbandonano […] Cerco, attraverso il mio lavo-
i migranti in mezzo al deserto, il ro di formatore, educatore, attore
carcere, la partenza in mare, il nau- e drammaturgo teatrale, di dare il
fragio, il salvataggio da parte di mio contributo per una rifonda-
una nave appartenente a una Ong. zione della nostra forma mentis,
Zalone affronta ogni situazione mettendo l’uomo al centro».
con grande comicità, mostrando, Mohamed non è il solo tra gli
attraverso il suo personaggio ap- attori: compare anche il musici-
parentemente sempre fuori posto sta senegalese Badara Seck, che ha
e tenacemente attaccato al proprio collaborato in Italia con numerosi
eccentrico punto di vista, i drammi musicisti – tra i quali Mauro Paga-
di un viaggio incerto nella parten- ni, Massimo Ranieri, Paolo Fresu,
za, nelle tante tappe e nell’arrivo. È Ennio Morricone – ed è molto im-
un percorso che, con il passare del pegnato nel dialogo tra le culture e
tempo, permette di entrare in rela- i processi di integrazione.
zione empatica con i fuggitivi: «Io
ormai sono uno di loro». L’Europa
Per comprendere come l’in-
tenzione di Checco Zalone non Tolo Tolo da una parte rappre-
sia quella di strumentalizzare la senta il viaggio di fortuna intra-
«TOLO TOLO», DI CHECCO ZALONE

preso da tanti migranti, dall’altra zarsi fino all’epilogo finale. Checco


descrive con acre ironia la sce- insegna a nuotare a Doudou – un
na politica europea: se, infatti, la gesto che gli salverà la vita durante
Francia interviene prontamente il naufragio del barcone –, mentre
per liberare il proprio giornalista Doudou si getterà giù dal camion
catturato a un posto di blocco, la dopo che Checco è rimasto a ter-
burocrazia italiana si perde in in- ra. Entrambi, al termine delle tante
terminabili rimandi. Con sarca- avventure e disavventure, appro-
smo è mostrata anche l’inefficien- deranno a Trieste, alla ricerca del
za delle relazioni internazionali padre del piccolo.
dei Paesi europei, che non sono È una storia semplice, che attra-
in grado di creare politiche fun- versa tutto il film, e in questa spon-
zionali e attuabili nei confronti taneità si mostra come gli affetti
397
della migrazione. L’Italia, dipinta siano il fondamento della vita che
nella sua mediocrità, per Checco spinge a sopravvivere nei momenti
rimane il Paese «che ci persegui- di difficoltà.
ta», ed è rappresentata dalla rapida
ascesa di un conterraneo del pro- Conclusione
tagonista, Luigi Gramegna, che
da disoccupato vince il concorso Questo film si può leggere con
per entrare in polizia e, mostran- la chiave interpretativa del deside-
do un’ordinarietà sempre uguale a rio, espresso come sogno. Lo dice
se stessa, arriva a essere ministro lo stesso Checco all’inizio del film:
degli Esteri, presidente del Con- «Sono nato per sognare». Il sogno è
siglio e, infine, presidente della il motore che spinge l’essere umano
Commissione europea. a intraprendere cammini comples-
si, sfidando anche la drammaticità
Gli affetti, àncora di salvataggio degli eventi. Idjaba deve compiere
una promessa d’amore e di rispetto
In questo lungo viaggio si crea nei confronti del piccolo Doudou;
un legame di amicizia tra Checco quest’ultimo comprende di essere
e Doudou, il ragazzino che sembra alla ricerca del padre e si fa accom-
essere il figlio di Idjaba, la bella e pagnare da Checco, anch’egli bam-
seria ragazza di cui Checco è inna- bino, ma nel corpo di un adulto;
morato. Questa relazione è capace Oumar è innamorato dell’Italia e
non solo di attraversare le tragedie della sua poesia e, pur di arrivarci,
lungo il cammino, ma di raffor- sarà capace di tradire i propri amici.
ARTE MUSICA SPETTACOLO

Checco, in fuga dall’Italia e dalla to tema della migrazione, sul quale


sua burocrazia, rimarrà fedele all’a- è complesso ironizzare, perché è
more verso Idjaba e all’affetto verso ancora luogo di scontro politico e
Doudou. Queste storie semplici e ideologico, e continua a rimanere
fragili dovranno confrontarsi con irrisolto. I protagonisti – ciascuno
l’inettitudine dei politici, la violen- vivendo tra contraddizione e de-
za delle guerre, la drammaticità dei siderio di trovare un’esistenza di-
viaggi di fortuna, l’odio che si con- gnitosa – dovranno districarsi tra
tinua a perpetrare nella realtà. innumerevoli disavventure, messe
La comicità di Zalone sovverte in atto da un’ingiustizia sociale e
le regole del pensiero comune, esce strutturale diffusa in ogni conti-
dal percorso della convenzionalità e nente, che continua a opprimere i
prova a confrontarsi con il delica- poveri e i diseredati.
398
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

VANNINO CHITI

L E RELIGIONI E LE SFIDE DEL FUTURO.


PER UN’ETICA CONDIVISA FONDATA
SUL DIALOGO
Milano, Guerini e Associati, 2019, 192, € 18,00.
399

In questo volume l’A. intende presentare qualcosa di originale e, al tempo


stesso, attuale. Vannino Chiti, il cui curriculum non si ferma solo al ruolo di
politico e amministratore a livello locale e nazionale, è uno studioso del mo-
vimento cattolico ed è attento al dialogo interreligioso. Egli offre al lettore sei
capitoli di riflessioni su tematiche religiose, lasciando spazio – nell’ultima parte
del libro – ai contributi di Sumaya Abdel Qader, Vittorio Robiati Bendaud,
Simone Siliani e don Armando Zappolini.
Chiti parte dalla necessità di un dialogo che «richieda consapevolezza della
propria identità, conoscenza e rispetto degli altri, capacità di ascolto e disponibi-
lità, se convinti, a cambiare le proprie idee» (p. 9), Il dialogo, infatti, ultimamente
sembra aver conosciuto un certo declino o, meglio, sembra essere stato archiviato.
Appare allora chiaro l’obiettivo dell’A.: «dar vita, per quello che si può, a un dia-
logo tra religioni, culture, scienza» (p. 10). Così, nei primi due capitoli, oltre alla
necessità del dialogo, l’A. ne esprime anche le modalità, insistendo sul confronto e
sulla conoscenza reciproca per poter affrontare insieme le sfide del mondo attuale.
Nel terzo capitolo Chiti ricorda che la Chiesa, soprattutto negli ultimi 50
anni, ha dato all’umanità contributi decisivi, in delicate fasi di passaggio sto-
rico: ad esempio, nella difesa dei diritti umani, nelle prese di posizione contro
la guerra (proclamando che non ci può mai essere una «guerra giusta») e nel
dialogo con le altre religioni. Quest’ultimo dev’essere vissuto come «un con-
fronto per conoscersi, individuare ciò che unisce, comprendere ciò che rende
diversi» (p. 72). Esso risulta positivo «se sa costruire una proposta comune sui
diritti, le libertà fondamentali della persona, l’ecologia e la pace; se promuove
l’uguaglianza delle donne» (p. 72).

© La Civiltà Cattolica 2020 I 399-414 | 4072 (15 feb/7 mar 2020)


RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

Una volta che si è compresa l’utilità e la bellezza del dialogo, l’A. passa a
esaminare le varie religioni – protestantesimo, ortodossia, comunità evange-
liche, ebraismo, islam, induismo e buddismo –, esponendo chiaramente sia le
loro caratteristiche fondamentali e il loro sviluppo storico, sia le loro prese di
posizione nel mondo attuale.
Il quinto capitolo costituisce il vertice di tutto il libro, perché in esso Chiti
esprime la sua idea di «nuovo umanesimo»: «La premura per la persona e per
il cosmo [che è l’aspetto fondamentale delle religioni] muove anche la scienza
e può costituire […] il principio cardine che regge una collaborazione per il
futuro dell’umanità e del pianeta. Conoscere e amare sono inseparabili, se l’o-
biettivo è quello di realizzare una civiltà più avanzata» (p. 139). Il nuovo uma-
nesimo è uno sviluppo della scienza e dei mezzi a disposizione dell’uomo per
migliorare la vita dell’umanità dei giorni nostri e, con essa, salvaguardare il
creato. Esso richiede la costruzione di un’etica condivisa, che chiama in causa
la nostra responsabilità. «È l’etica che muove una rivoluzione nuova, pacifica e
400
permanente, che costruisce, non distrugge». Ed «è necessario ritrovare anche
il senso del mistero, […] “smettere di parlare di Dio e iniziare a parlare con
Lui”, per potere, nell’incontro con gli altri, liberare la nostra vita, darle un
senso e rendere il mondo più giusto» (p. 148).
Nel sesto capitolo, infine, tre laici e un sacerdote, appartenenti alle tre
grandi religioni monoteiste, espongono la propria esperienza di dialogo, di
incontro, di studio e di conoscenza dell’altro. Il dialogo non cancella il sub-
strato religioso e sociale della persona, ma, al contrario, lo arricchisce e apre
la pista verso una via che, se ben percorsa, condurrà a un futuro di giustizia e
di pace per l’intera umanità.

Matteo Cantori

BARTOLOMEO SORGE

I SOGNI E I SEGNI DI UN CAMMINO


a cura di NICOLA ALESSI
Aosta, LeChâteau, 2019, 152, € 15,00.

Un libro «composito», costituito da due parti che si richiamano a vicenda,


benché non risultino mai l’una il doppione dell’altra. L’ultima, più recente, fatica
editoriale del gesuita p. Bartolomeo Sorge è difatti composta, per un verso, dai
«tre sogni» che hanno orientato l’intero suo percorso spirituale e intellettuale,
credente e culturale, umano e sacerdotale e, per altro verso, dai «sette segni» che
si sono inverati nella sua vicenda biografica, ormai lunga novant’anni.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

I tre sogni sono la santità, cui l’A. ha anelato nel feriale compimento del suo
ministero presbiterale e delle sue mansioni religiose; la costruzione della città a
misura d’uomo, tentata soprattutto a Palermo; il rinnovamento ecclesiale, ossia una
riforma intesa sotto la cifra moderna dell’aggiornamento, nel solco del Vatica-
no II, durante i molti anni trascorsi a Roma presso La Civiltà Cattolica.
I sette segni sono il dono della vocazione, di cui l’A. ha una concezione spon-
sale (la chiamata paragonata al tempo dell’innamoramento, il discernimento
e la formazione presentati come il tempo del fidanzamento, la consacrazione
vissuta con gioia nuziale); l’attuale cambiamento epocale, affollato di tanti se-
gni dei tempi; la Parola di Dio come luce necessaria per discernerli; lo Spirito
Santo, dono battesimale, accolto sacramentalmente anche nella confermazione
e nell’ordinazione; la preghiera personale, quella del cuore umano che parla al
Cuore di Dio; l’Eucaristia, culmine e fonte dell’esperienza credente; la provvi-
dente maternità della Madonna, Mater Divinae Gratiae, punto di partenza e di
arrivo di tutto questo cammino.
401
Il libro è un’intervista. È in parte biografia, firmata da Maria Concetta
De Magistris, religiosa della Comunità monastica di Citerna (Pg), e in par-
te autobiografia. L’intreccio di biografia e autobiografia ne fa un’autentica
dilogia.
Tre sottolineature si possono fare nel libro. La prima riguarda il ritratto
del gesuita che ne emerge. Per la De Magistris, p. Sorge impersona il «gesuita
dei tempi nuovi»: «Perché un prete sia credibile, oggi si esige che comprenda
le nuove sfide sociali e culturali, conosca i problemi della gente, li condivida e
contribuisca ad affrontarli». Insomma, urge che il prete sia samaritano più che
levita, agile nello scavalcare gli steccati del sacro e della sacrestia.
La seconda sottolineatura riguarda il cambiamento epocale, che p. Sorge
vede accadere nei sessant’anni del suo sacerdozio, e il discernimento dei segni
dei tempi che egli ha elaborato per affrontarlo. Questo discernimento si realizza
in virtù dello Spirito Santo e alla luce del Vangelo.
Molto bello è il discernimento che l’A. fa di questi segni nelle varie stagioni
della sua vita – dall’Elba a Gallarate, da Roma a Palermo, da Milano di nuovo
a Gallarate – alla luce di Gen 46,3-4: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non
temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te una grande nazione. Io
scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare».
In questa prospettiva, il discernimento dei tempi è pure un esercizio pro-
fetico, o ermeneutico, dato che il profetismo non è preveggenza del futuro,
ma comprensione profonda di quanto accade già. Per questo l’A. vede con
lungimiranza ciò che dev’essere dismesso e ciò che dev’essere intrapreso. Sono
significative, a questo proposito, le pagine che egli dedica al passaggio dalla
modernità alla postmodernità, e dalla civiltà industriale a quella informatica.
Qui p. Sorge dà un saggio di ciò che egli sa fare magistralmente: l’analisi
politica di teorie come la fine della storia e lo scontro di civiltà. Nel suo caso,
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

però, la politologia non è mera analisi scientifica del dato sociale e culturale,
bensì «discernimento dei tempi». La politologia, difatti, per lui, è anche eccle-
siologia, perché interpreta i cambiamenti della Chiesa nell’orizzonte secolare e
secolarizzato in cui essa vive e opera.
La terza sottolineatura riguarda la provvidente presenza mariana nella
vicenda dell’A. Il ricordo grato nei confronti della Mater Divinae Gratiae –
icona della Madonna da cui p. Sorge si è sentito sempre accompagnato e che
ora ha ritrovato a Gallarate, dove risiede – colpisce il lettore e gli fa capire
che la devozione è una dimensione importante della spiritualità cristiana. Nel
caso personale di p. Sorge, è persino una cifra esistenziale, quasi il sigillo di
una lunga «vita devota». Per questo, l’incipit del libro è una lettera alla «Cara
Mater Divinae Gratiae»: un modo bello, e geniale, di confidare, quasi agosti-
nianamente, le proprie confessioni.

402 Massimo Naro

MARTIN LUTERO

C ONFESSIONE SULLA CENA DI CRISTO


a cura di ANTONIO SABETTA
Roma, Studium, 2019, 304, € 28,50.

La Confessione sulla Cena di Cristo (1528), l’ultimo grande trattato di Lu-


tero sull’Eucaristia, ora pubblicato per la prima volta in italiano, fa il punto
sulla controversia sorta tra i riformatori. Il sacramento dell’altare è l’argo-
mento che ha occupato di più Lutero nel corso della sua vita: su di esso egli
ha scritto sia contro i cattolici, sia contro i «fanatici» dell’ala radicale della
Riforma (gli Schwärmer).
Il motivo del dissenso è l’interpretazione della natura della presenza di
Cristo nel pane e nel vino: come vanno intese le parole dell’istituzione della
Santa Cena: «Hoc est corpus meum»? Lutero critica la posizione di Zwingli
e di Ecolampadio, che interpretano l’est come significat: il pane sarebbe segno
di una realtà diversa, che è il corpo di Cristo. Inoltre, l’interpretazione tropo-
logica di Ecolampadio è insostenibile, perché non si può applicare un senso
retorico quando quello letterale è chiaro. Infatti, «in tutte le lingue, quando
si usa la parola “è” in un discorso, si parla dell’essenza della cosa in questione
e non del suo significato» (p. 164). Per Lutero, si tratta dunque della presenza
reale di Cristo nel pane e nel vino: «Affermo e confesso il sacramento dell’al-
tare, nel quale il vero corpo nel pane è mangiato con la bocca e il vero sangue
è bevuto nel vino» (p. 263).
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

Il contrasto con i riformatori svizzeri fu drammatico, tanto che il colloquio


di Marburg sancì la spaccatura, divenuta poi definitiva con la Confessio augusta-
na: erano d’accordo su tutto, eccetto che sulla presenza reale di Cristo nel pane
e nel vino. Lutero era particolarmente addolorato, perché la controversia con gli
svizzeri era frutto della «sua» Riforma; lo preoccupavano anche le sorti dell’uni-
versità di Wittenberg, le malattie che lo affliggevano e la peste che imperversava.
Nell’introduzione, Antonio Sabetta nota acutamente che l’inconciliabilità tra
i riformatori non riguardava solo la Cena del Signore, ma il mistero dell’incarna-
zione, cioè «la questione fondamentale della presenza di Dio nel Cristo incarnato.
La rivelazione di Dio in Gesù Cristo e la presenza del corpo e sangue di Cristo
nella cena erano indissolubilmente connessi, dal momento che entrambi hanno
a che fare con il paradosso della presenza di Dio nella carne o, nei termini dei
concetti cristologici tradizionali, con l’unità delle nature divina e umana» (p. 42).
Questa è appunto la novità della Confessione, dove la cristologia è fondamento
per comprendere il mistero del sacramento. Non a caso, nella seconda parte del
403
testo Lutero sviluppa l’esegesi dei passi del Nuovo Testamento sull’Eucaristia e
trova in 1 Cor 10,16 la conferma della propria posizione (cfr pp. 251-254).
Ma la parte più interessante e significativa dell’opera è forse l’ultima, dove
Lutero confessa «la [sua] fede punto per punto davanti a Dio e al mondo inte-
ro» (p. 258): è quasi un testamento spirituale e la sintesi della sua teologia. Tale
Confessio, in cui egli collega i dogmi della Chiesa antica con l’interpretazione
soteriologica, è stata determinante per il futuro della fede evangelica.
L’introduzione di Sabetta traccia la storia del problema eucaristico, che
per Lutero è «il tesoro più eccelso». La postfazione di Giuseppe Lorizio ne
approfondisce la teologia e la spiritualità. Occorre notare che, mentre di solito
sembra che Lutero neghi il carattere sacrificale della Messa, qui, attraverso
una serie di rinvii biblici, egli afferma che la Messa è un sacrificio, «non per-
ché essa lo sia in sé, ma perché noi ci sacrifichiamo con Cristo» (p. 277).

Giancarlo Pani

FRANCO FERRAROTTI

O PERE
Bologna, Marietti 1820, 2019, voll. I-II,
880, € 50,00 (ogni volume).

Sono passati settant’anni da quando un giovane appena laureato osò


contraddire Benedetto Croce, che aveva definito la sociologia una «in-
ferma scienza» (vol. I, p. 5). Oggi per Franco Ferrarotti, fondatore della
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

sociologia italiana, professore universitario, deputato, consulente azienda-


le, diplomatico, studioso di respiro mondiale, posseduto da un’irriducibile
vitalità nonostante i suoi 93 anni, è il momento dei primi bilanci di una
vita intensissima.
Le sue principali opere sono state raccolte per Marietti 1820 in sei volumi
di oltre 5.000 pagine complessive. I primi due, dedicati agli scritti teorici,
sono usciti nell’ottobre 2019. Le introduzioni dello stesso A., recenti e inedi-
te, delineano in pochi tratti, con precisione e chiarezza, alcuni fondamentali
concetti sulla sociologia, «scienza ibrida, caratterizzata da un originario im-
pulso filosofico e latamente speculativo, ma nello stesso tempo tenuta a una
validazione empirica» (ivi).
I due volumi sono disseminati di spunti di riflessione su sociologia e fi-
losofia, individuo e società, scuola e politica. Nei ponderosi e fondamentali
Trattato di sociologia e Lineamenti di storia del pensiero sociologico si analizza
l’evoluzione dalla perenne «sociologia del senso comune» alla sociologia si-
404
stematica, da Ferguson e Comte fino alle problematiche contemporanee. Si
passa dalla definizione di tecniche e strumenti per un’analisi empirica con-
cettualmente orientata al profilarsi di Una sociologia alternativa, «sassata nel
pantano della sociologia accreditata» (vol. I, p. 573), tentativo a lungo respiro
di ricostruzione di una scienza perennemente in tensione, «nata da una crisi»
e che «vive, si nutre di crisi» (vol. II, p. 77).
In Storia e storie di vita viene affermata l’inadeguatezza dei metodi quanti-
tativi, approfondendo l’impostazione qualitativa e le storie di vita come unico
metodo che consenta di «venire a contatto diretto con il “vissuto” delle per-
sone e quindi con la “materia prima”, fondamento della ricerca sociale» (vol.
II, p. 43).
Non manca un segnale d’allarme, nel recente La conoscenza partecipata,
sull’ultima crisi della sociologia di fronte alla «società detta digitale, con le sue
emergenti caratteristiche: gruppo-centrismo, logica dell’armento, caduta del-
la memoria e disgregazione dell’individuo, realtà virtuali e smaterializzazione
dell’esperienza» (vol. II, p. 699), che finiscono col creare, come recita un altro
testo dell’A., «un popolo di informatissimi idioti».
È anche con l’opera di Ferrarotti che la sociologia ha superato quella
«sorta di complesso d’inferiorità» di cui «ha sempre sofferto di fronte al
cultore di scienze “esatte” o di scienze della natura”» (vol. II, p. 745), e ha
assunto il suo ruolo fra le scienze interpretative come filosofia e storia. Ciò
anche grazie all’evoluzione delle stesse scienze «esatte», con «l’irruzione
nella ricerca scientifica della dimensione “tempo”» (vol. II, p. 6), che ha
reso «possibile una “nuova alleanza” fra scienze della natura e scienze della
cultura» (ivi).
«La sociologia non ha mai perduto di vista il senso umano della scienza»
(vol. I, p. 510). Nel vivo delle sue ricerche, Ferrarotti riconosce infatti che
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

l’oggetto della sociologia è una persona e coinvolge direttamente lo stesso


ricercatore. «La sociologia come partecipazione non è un’opzione etica. È
un’esigenza scientifica» (vol. II, p. 6). Per l’A., la sociologia può renderci con-
sapevoli della situazione di fatto in cui ci troviamo e anche darci indicazioni
«intorno alle linee tendenziali del suo sviluppo. Per questo la società, e gli
uomini che vivono in società, hanno bisogno della conoscenza sociologica.
E in questo senso la sociologia è una scienza essenzialmente critica» (vol. I, p.
526), verso la quale le dittature dimostrano un’ostilità significativa, e diventa
uno strumento fondamentale per la conoscenza di una società in rapida tra-
sformazione come quella odierna.

Maurizio Mazzurco

405

LEONARDO MESSINESE

L A VIA DELLA METAFISICA


Pisa, ETS, 2019,
264, € 24,00.

Nella Premessa, posta in apertura di questo libro assai profondo e molto


complesso, l’A., facendo riferimento a un suo volume precedente intitolato
Verità finita (ETS, 2017), dichiara di averlo scritto per compiere «un passo ul-
teriore che ora […] intendo fare nella riflessione dedicata alla verità filosofica.
Questa volta l’attenzione sarà spostata sulla dimensione del suo “contenuto” o,
più precisamente, sul nucleo originario dell’incontrovertibile, ossia su ciò che
è chiamato abitualmente il “fondamento”» (p. 10). Tali affermazioni fanno
comprendere al lettore che l’A. ha voluto concentrarsi intorno alla questione
della «totalità di ciò che è», opzione che, fin dai primordi del pensiero occi-
dentale, ha indicato l’atteggiamento di chi si occupa della «filosofia prima»,
ovvero della metafisica. Nell’Introduzione, in effetti, egli mette in luce le
differenze che sussistono fra la teoria fisica del Tutto, il Dio delle religioni e la
Totalità assoluta di cui parla la metafisica.
Il destino di questa branca della speculazione intellettuale si è rivelato
davvero particolare: per lunghi secoli essa è stata considerata una sorta di re-
gina delle scienze filosofiche e del sapere tout court; poi ha conosciuto una si-
gnificativa decadenza, tanto che uno degli imperativi del pensiero moderno è
condensato nell’esclamazione Keine Metaphysik mehr! («Non più metafisica!»),
risuonata tra l’Ottocento e il Novecento negli ambienti dell’empirismo logi-
co; oggi, invece, «la metafisica sta vivendo […] una stagione particolarmente
favorevole. Essa, ora, non è vista solo come l’impossibile teoria di “un mondo
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

dietro il mondo”, che impedirebbe di essere fedeli alle parole e ai suoni della
terra. La stessa conoscenza scientifica la circonda di attenzioni, sta ricucendo
il legame che un tempo essa aveva rescisso e, sovente, ne richiede apertamente
la collaborazione».
Messinese, docente di Storia della filosofia moderna e di Metafisica
alla Pontificia Università Lateranense, è consapevole che le critiche nei
confronti della metafisica non si sono certo estinte e si dimostra parti-
colarmente attento a fare i conti con esse. Non casualmente la prima
parte del volume viene dedicata a chiarire «il carattere antifondazionale
che caratterizza gran parte della filosofia contemporanea» (p. 19), mentre
un discorso di tipo diverso dev’essere fatto per il pensiero moderno. In
quest’ultimo, infatti, il tema del «fondamento» era stato elaborato nel-
la prospettiva del pensiero come «trascendentale», di cui Immanuel Kant
è stato l’interprete più famoso, anche se il suo sviluppo più maturo lo
si deve al successivo idealismo e poi all’attualismo di Giovanni Gentile.
406
Mettendo a frutto la lezione di Gustavo Bontadini, l’A. intende mostrare
che «il Logos della filosofia moderna non si costituisce come una posizione
“pregiudizialmente” negativa riguardo all’affermazione dell’essere nella sua
distinzione dal pensiero e dell’Essere trascendente l’esperienza» (p. 25).
Una sezione notevole del testo – la seconda e la terza parte – accoglie
importanti riflessioni sui grandi temi dell’essere e dell’ente e, in tale contesto,
tre sono i nomi a cui Messinese fa più spesso riferimento: Platone, Aristotele
e san Tommaso. L’attenzione particolare dell’A. qui è di mostrare alcuni ele-
menti che differenziano la metafisica di Tommaso da quella aristotelica.
La quarta parte espone la dimensione «verticale» del pensiero metafisico
ed elabora la struttura di quella che è chiamata la «metafisica originaria», alla
luce della quale si ritorna sulla costituzione metafisica degli enti. Nelle Con-
clusioni del volume viene mostrata la convergenza della trattazione dell’A.
con la «metafisica dell’esperienza» teorizzata da Bontadini e viene fatto un
confronto con la «metafisicità originaria», che per Kant e per Heidegger ca-
ratterizza l’essere umano.
Lo scopo principale che Messinese si propone in questo volume viene
sinterizzato da lui stesso nell’Introduzione con questi termini: «In par-
ticolare, sarà dimostrato che la Totalità assoluta dell’essere è trascendente
rispetto alla totalità dell’essere che appare e che quest’ultima ne dipende
totalmente. Acquisendo dalla dimensione religiosa il nome di Dio per la
Totalità assoluta di cui parla la metafisica, si potrà dire che questa ha il
volto di “Dio creatore”» (p. 21).

Maurizio Schoepflin
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

DONATO PETTI

L IBERI DI EDUCARE IN ITALIA COME


IN EUROPA. 55 QUESTIONI TRA DIRITTO,
FILOSOFIA E POLITICA
Roma, Armando, 2018, 128, € 12,00.

Il volume è una severa critica al monopolio statale dell’istruzione e un’a-


nalisi delle ragioni alla base di una riforma strutturale disattesa. L’A. affron-
ta gli aspetti controversi del sistema scolastico in Italia, riconducendo nei
giusti binari la questione, spesso ridotta a una semplicistica contrapposi-
zione tra «scuola pubblica» e «scuola privata». È una distinzione «sbagliata e
fuorviante», rileva Petti, sia perché entrambe le scuole svolgono un servizio
in favore della collettività, e quindi pubblico, indipendentemente dall’ente
gestore, sia alla luce della legge n. 62/2000, che ha introdotto la distinzione
fra scuola pubblica statale e scuola pubblica non statale e sancito il principio
407
di parità di entrambe.
Ma al riconoscimento giuridico della parità scolastica non sono seguiti i
provvedimenti finalizzati a modificare il sistema di finanziamento per assicurare
le risorse necessarie anche alle scuole non statali. La quasi totalità delle risorse
finanziarie continua a essere destinata alle scuole a gestione statale, mentre le
altre vengono lasciate morire di inedia.
L’attuale sistema scolastico garantisce la libertà di scelta delle famiglie sul
piano solo formale, ma non sostanziale, ossia economico, malgrado i princìpi
di uguaglianza dei cittadini e il primato educativo della famiglia sanciti dalla
Costituzione. Di conseguenza, alle scuole non statali possono iscriversi sol-
tanto studenti di famiglie benestanti.
A differenza dell’Italia e della Grecia, negli altri Paesi europei la libertà di
scelta è effettivamente garantita, in quanto le scuole non statali sono gratuite
per gli studenti, in quanto finanziate direttamente dallo Stato nella misu-
ra dell’80-100%. In Italia, critiche di natura ideologica, timori del potere di
controllo delle famiglie sulla scuola, resistenze corporative e anche una non
adeguata conoscenza del problema da parte della classe politica costituiscono
gli ostacoli all’introduzione di novità e al cambiamento.
L’esclusività della gestione statale, come quella vigente in Italia, viene
bocciata dall’A., il quale non esita a definirla «inammissibile», lesiva della giu-
stizia sociale, ormai anacronistica e «culturalmente superata».
Occorre precisare che Petti non si scaglia contro la scuola statale, che
anzi considera patrimonio di una nazione, ma contro il monopolio statale
dell’istruzione. Una battaglia culturale che lo vede in buona compagnia, con-
siderando le voci autorevoli di intellettuali e filosofi, del presente e del passa-
to, levatesi in favore della libertà di istruzione. Fra le prime, quella di Dario
Antiseri, che nella prefazione definisce il monopolio statale «la vera, acuta,
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

pervasiva malattia della scuola italiana». Fra le seconde, per citarne solo al-
cune, quelle di Rosmini, Gramsci, don Sturzo, Salvemini, Einaudi e Popper.
Nei 55 punti che sintetizzano le riflessioni, l’A. indica anche alcune pos-
sibili soluzioni, come l’introduzione del buono-scuola, criticato aprioristica-
mente perché in contrasto con l’articolo 33 della Costituzione, la cui interpre-
tazione da parte dei giuristi è controversa.

Annalisa Latartara

MARY L. HIRSCHFELD

408
A QUINAS AND THE MARKET.
TOWARD A HUMANE ECONOMY
Cambridge (Ma), Harvard University Press, 2018, 288, $ 45,00.

Può un teologo del Duecento guidare una riflessione cristiana attuale sull’eco-
nomia? Il libro di Mary Hirschfeld, vincitore del premio «Economia e Società» della
Fondazione vaticana Centesimus Annus pro Pontifice, lo sostiene e argomenta con
rigore. L’A., un’economista convertita al cattolicesimo e dottore in teologia, con-
duce il discorso con autorevolezza sui due versanti, senza tradire né l’uno né l’altro.
Economisti e teologi vivono in due mondi intellettuali diversi. Quale stra-
tegia può adottare la riflessione teologica per abbordare con efficacia la materia
economica? Per il teologo non si tratta né di accettare servilmente, né di limitarsi
a una critica superficiale. Prendere le distanze dal capitalismo a parole è facile, ma
il capitalismo in atto è una realtà troppo complessa per essere rifiutato o adottato
senza discussione. Hirschfeld vuole offrire «una valutazione ponderata di quanto
si può imparare o meno dagli economisti» (p. 18).
I punti di aggancio non stanno tanto nelle teorie economiche tomiste di giu-
sto prezzo o di usura, oggi superate, quanto nella riflessione di san Tommaso sulla
felicità. La ricerca della felicità è centrale nella teologia dell’Aquinate, come pure
è alla base del pensiero economico moderno: c’è dunque un terreno comune tra i
due. Ma le strade sono diverse: Tommaso valuta il progetto umano di felicità tem-
porale nella misura in cui il suo fine è volto alla felicità ultima, dove il desiderio si
sazia nel Bene infinito, che è Dio; la felicità umana persegue la perfezione, non la
soddisfazione dei desideri. Tuttavia il pensiero tomista descrive in modo realistico
l’effetto degli incentivi sulle decisioni e il valore dei beni materiali. Si fa strada così
«un’adesione critica al nostro ordine economico» (p. 27).
L’A. esamina in sei densi capitoli il pensiero economico moderno, fondato sulla
soddisfazione delle preferenze, la massimizzazione dell’efficienza e la scelta raziona-
le. L’orientamento verso un fine – la felicità per il teologo, l’utilità per gli economisti
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

– consente di confrontare passo passo le rispettive impostazioni: per esempio, le dif-


ferenze tra la virtù tomista della prudenza e la scelta razionale degli economisti. Per
san Tommaso, l’opposizione a priori tra altruismo e cupidigia impoverisce la realtà.
La «ricchezza artificiale», il beneficio come motivazione e gli incentivi economici
hanno senso se il proprio interesse è regolato dalla virtù. La proprietà privata può
essere funzionale nello sviluppo umano, e il mercato, strumento efficace per l’allo-
cazione delle risorse, può essere una risposta adeguata in un mondo finito.
L’A. si guarda però dal giustificare un determinato modello economico. La
sua riflessione critica si riassume nell’ultimo capitolo, intitolato «Verso un’eco-
nomia umana. Un approccio pragmatico». È necessario riesaminare le ipotesi
soggiacenti e le premesse metodologiche: il pensiero economico rivendica un
valore normativo e intende dimostrare che con gli incentivi si possono manipo-
lare i comportamenti. Il pensiero tomista, invece, non pretende di manipolare
le persone per raggiungere determinati risultati, bensì di illuminare la strada
perché le persone possano trasformarsi in quello che sono chiamate a essere. 409
La teoria delle decisioni razionali basate sull’incremento marginale in un
dato momento non considera i costi previamente «sotterrati» e si contrappone
all’educazione alla virtù, che dipende proprio dall’effetto cumulativo delle de-
cisioni prese nel corso del tempo. Perciò il modello degli economisti produce
un’«inconsistenza dinamica, in cui la scelta razionale di un giorno è incompa-
tibile con quanto sarebbe razionale a lungo termine» (p. 206). Da qui deriva la
critica radicale di un concetto normativo di efficienza che nasconde la scala dei
beni e ostacola un autentico sviluppo umano. Il malinteso tra economia e teolo-
gia nasce «perché gli economisti non tengono conto di quell’aspetto della natura
umana che non si può manipolare mediante gli incentivi» (p. 216).

Domingo Sugranyes Bickel

COLIN CROUCH

S E IL LAVORO SI FA GIG
Bologna, il Mulino, 2019,
192, € 13,00.

L’autore di questo saggio è Colin Crouch, professore emerito di Sociolo-


gia, che ha insegnato alla London School of Economics e all’Istituto Universi-
tario Europeo. Da anni consacrato a studiare l’economia capitalistica nei suoi
diversi aspetti, questa volta egli concentra la sua riflessione su una della nuove
forme di organizzazione dell’economia digitale, la cosiddetta gig economy,
«l’economia dei lavoretti». Da non confondere con la sharing economy, che
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

prevede la condivisione di risorse sottoutilizzate, la gig economy si impernia su


un lavoro vero e proprio, organizzato da una piattaforma digitale attraverso
le prestazioni professionali dei freelance.
Come in altre occasioni, anche questo libro di Crouch si apre con un
riferimento a un fatto di cronaca avvenuto nel sud dell’Inghilterra un paio
di anni fa: la morte di un corriere – che lavorava per una ditta di logistica –,
avvenuta per il peggioramento del diabete di cui soffriva. Un peggioramento
– si è poi acclarato – dovuto all’aver trascurato di sottoporsi ai consueti perio-
dici controlli ospedalieri, non per personale negligenza, ma per il timore di
incorrere in altre sanzioni, come era avvenuto qualche tempo prima con una
multa di 150 sterline, comminatagli dalla ditta per non aver effettuato tutte le
consegne programmate, avendo egli occupato una parte della giornata lavo-
rativa nello svolgimento dei suddetti controlli ospedalieri.
Sull’onda dell’indignazione popolare crescente per i dettagli di questa tra-
gica vicenda, si è così aperto un dibattito sulle diverse forme di precarietà nel
410
mondo del lavoro che sta coinvolgendo esponenti del mondo politico e di
quello sindacale, accademici e studiosi.
Si inserisce in questo dibattito il libro di Crouch, che investiga l’ampiezza
e la portata dei differenti tipi di precarietà, il loro impatto anche sulle forme di
lavoro tradizionale e sulla relativa contrattualistica, sulle trasformazioni delle
competenze richieste e, infine, sulle modificazioni della rappresentatività e
significatività delle organizzazioni sindacali. Un’interessante ricognizione,
che non è finalizzata a una semplice fotografia puntuale della situazione dei
mercati del lavoro, ma a proporre cambiamenti adeguati nell’ottica di una
equità sociale spesso fortemente compromessa dal lato dei più deboli.
L’impianto del libro permette di riflettere via via sulla crescita del lavoro
precario nel mondo contemporaneo; sulle ambiguità del contratto di lavoro,
partendo dall’asimmetria di base tra i due contraenti; sul trend – inizialmente
crescente e poi sempre più in forte diminuzione – delle forme di occupazione
a tempo indeterminato.
Dopo una valutazione sia di alcune misure attuate per il sostegno del
lavoro, sia dei nuovi tipi di diritti che si stanno sviluppando dalla parte dei
lavoratori, ma che di fatto non riducono quell’asimmetria a cui si è fatto rife-
rimento sopra, l’A. si dedica all’esame delle diverse forme di precariato che si
collocano al di fuori del modello standard di lavoro.
Si giunge così al capitolo conclusivo, dove, sulla scorta degli esiti di due
importanti Rapporti dedicati al mondo del lavoro in questo secolo, alle sue
trasformazioni e all’impatto della tecnologia – il Rapporto Supiot del 2001 e il
Rapporto Taylor del 2016 –, l’A., rigettata la tesi neoliberista di un superamen-
to del lavoro precario, si sofferma sull’esperimento della flexicurity. Si tratta di
un modello di contrattazione coordinata che, da un lato, si pone come punto
di riferimento essenziale per le riflessioni sul tema del mercato del lavoro e,
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

dall’altro, si segnala per la sua divaricazione conclamata rispetto alle politiche


del lavoro adottate anche recentemente in sede Ue.
Da questo libro emerge un quadro di riferimento – in cui si colloca la gig
economy – caratterizzato dall’esternalità negativa dell’insicurezza che condizio-
na il mercato del lavoro e dalla pesantezza degli oneri assicurativi sulle imprese.
Premessa indispensabile per comprendere la reale sfida di questi anni per le
politiche pubbliche: quella di ridurre l’asimmetria di base del contratto di lavoro
per migliorare la qualità di vita dei lavoratori dipendenti, senza nuocere all’ef-
ficienza organizzativa delle imprese. Una sfida, che per l’A. può essere vinta, se
si guarda a quei casi concreti già verificatisi, in cui all’asimmetria contrattuale
ridotta ha corrisposto un significativo miglioramento dell’efficienza del sistema
nel suo complesso, nell’ambito di economie caratterizzate da elevati standard
occupazionali e da soddisfacenti livelli di tutela dei diritti dei lavoratori.

Filippo Cucuccio 411

AKUTAGAWA RYŪNOSUKE

L UCIFERO E ALTRI RACCONTI


Torino, Lindau, 2019,
208, € 19,50.

«Ma il Signore Dio non è morto. E non lo è neppure Cristo. Fino a quan-
do il muschio continuerà a crescere sui muri di cemento, Dio veglierà su di
noi. Dante ha collocato Francesca nell’inferno, ma solo perché un giorno
possa essere salvata dalle fiamme. Chi si pentirà anche solo una volta o chi
vivrà anche un solo bell’istante potrà senza dubbio godere della vita eterna»
(p. 140). Questo strano incontro tra visionarietà, lettura dantesca e teologia
«personale» non è frutto della fantasia di un letterato o di un mistico dell’Oc-
cidente, magari a contatto con le visioni di William Blake o le riletture eso-
teriche di Yeats: è invece una delle riflessioni del grande scrittore giapponese
Akutagawa Ryūnosuke (1892-1927), contenute in Lucifero e altri racconti.
Si tratta di una raccolta di storie e di pensieri che hanno come oggetto l’ar-
rivo e il propagarsi del cristianesimo in Giappone tra il 1548 e il 1639, anno del-
la definitiva espulsione dei missionari gesuiti. Akutagawa rappresenta al tempo
stesso la reazione delle antiche religioni e il fascino che la nuova fede esercita su
molti giapponesi, intellettuali e non. E qui si sente la presenza della letteratura, di
tutte le latitudini, in un autore sensibile e colto come Akutagawa, che aveva ben
presenti, per esserne stato fin da bambino un avido lettore, Fëdor Dostoevskij,
Anatole France, Guy de Maupassant, August Strindberg e lo stesso Dante.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

Già dai nomi dei suoi preferiti dell’Occidente emerge l’attenzione


dell’A. verso la dimensione interiore, gli abissi dell’anima umana, con il
conseguente rifiuto della stagione del naturalismo, visto come eccessi-
vamente appiattito sulla realtà materiale. E questo gli causò, sia ai tempi
dell’influsso naturalista sia a quelli dell’impegno ideologico e politico, un
radicale isolamento rispetto agli altri scrittori e intellettuali della sua epo-
ca. Il suo suicidio – sul suo petto venne trovata una traduzione in giap-
ponese della Bibbia –, oltre che a ragioni familiari (la mamma fu vittima
della follia), va ricondotto anche a questa dimensione di diversità rispetto
ai movimenti culturali che provenivano dall’Occidente e che venivano
adottati anche in Giappone.
La relativizzazione delle tradizioni e delle convinzioni sociali operata da
Akutagawa era già evidente in un suo racconto, Nel bosco, dove è narrata la
moltiplicazione e relativizzazione dei punti di vista: ogni testimone racconta
in modo diverso, e talvolta opposto, il medesimo episodio. Già da qui è evi-
412
dente l’influsso della letteratura occidentale, che con Pirandello, ma prima
ancora con Shakespeare e Calderón de la Barca, aveva trovato essenziali punti
di riferimento.
Il cristianesimo in Oriente è narrato appunto a partire dai vari punti di
vista, con tutte le contraddizioni che ne conseguono. Ne Il rapporto di Ogata
Ryōsai il miracolo del ritorno in vita della figlia di una povera donna conver-
titasi al cristianesimo, e per questo emarginata, viene visto dagli altri – con
un rovesciamento radicale dei ruoli – come la prova che «il cristianesimo
è una dottrina diabolica» (p. 25). In Morte di un cristiano il sacrificio di un
giovane fatto segno ingiustamente al disprezzo della gente viene considerato
alla fine un esempio che «rende la vita degna di essere vissuta» (p. 49). La
stessa presenza del demoniaco – come nel racconto che dà il titolo all’intero
libro –, viene vista come la persistenza dello spirito del luogo e delle sue anti-
che divinità, che profetizzano orgogliosamente la vittoria finale del pantheon
giapponese, capace di rendere del tutto autoctone le divinità venute dalla
Cina prima e dall’Occidente poi.
Questa sorta di gioco degli specchi però non è un divertimento fine a se
stesso. Nelle due riflessioni poste alla fine del libro Akutagawa approfondisce
l’interpretazione, fatta da un orientale colto, della religione portata dai padri
gesuiti: Gesù è ai suoi occhi un «giornalista», che per noi può equivalere a un
narratore e propugnatore di nuove verità, o un «bohémien che predicava “non
affannatevi per il domani”». Il che potrebbe sembrarci un travisamento, se non
fosse che anche noi dovremmo sforzarci di interpretare quelle parole alla luce
di un linguaggio che tenta di tradurre, negli anni Dieci e Venti del Novecento,
codici che ai nostri occhi si sono diversificati nel corso dei millenni.
Il gioco degli specchi si ferma a un certo punto, perché quel «giornalismo
di Cristo è riuscito a consolare i poveri e gli schiavi» (p. 171), fino a toccare
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

gli abissi più impraticabili del cuore umano: «Nessuno di noi, proprio come
i viandanti in cammino verso Emmaus, potrà fare a meno di cercare Cristo,
l’uomo che ha acceso i nostri cuori» (ivi).

Marco Testi

D OLCE È LA LUCE.
ARTE, ARCHITETTURA, TEOLOGIA
a cura di LYDIA SALVIUCCI INSOLERA -
ANDREA DALL’ ASTA
Roma, Artemide, 2019, 144, € 17,00.
413
Il titolo di questa raccolta di saggi non può che richiamare alla mente
l’importanza che la luce, come concetto filosofico, ebbe nella vita religiosa
e culturale del periodo medievale. Tra gli innumerevoli personaggi – Padri
della Chiesa, teologi, filosofi, scienziati e, non ultimi, artisti – che si occu-
parono della luce in quel millennio, vogliamo qui ricordare solo Suger, il
grande abate di Saint-Denis, che della luce – diretta o trasfigurata – fece
uno strumento della gloria di Dio. Luce trasfigurata dalla policromia del-
le vetrate dipinte del nuovo coro dell’abbazia alle porte di Parigi, suntuoso
mausoleo dei re di Francia, che egli fece costruire e che oggi rimane come
straordinaria testimonianza del protogotico transalpino.
In effetti, l’architettura gotica è trionfo della luce, sulla cui presenza e mani-
polazione si fonda la sensazione di trascendenza e smaterializzazione che si prova
entrando in una cattedrale, soprattutto del periodo rayonnant. Questo periodo
viene chiamato rayonnant, «raggiante», per la luce che attraversa, trasfigurandosi,
le grandi superfici di vetro che vanno sostituendosi alla muratura, come per sma-
terializzare la natura stessa dell’architettura, di cui rimangono soltanto gli elemen-
ti portanti essenziali (cfr la Sainte-Chapelle di Parigi, fatta costruire da Luigi IX).
Già da questi accenni si può intuire il collegamento concettuale tra arte,
architettura e teologia, che nell’età medievale nasce e si sviluppa, fino a diven-
tare uno dei temi centrali del pensiero cristiano.
Il libro si apre con un saggio di p. Dall’Asta sulla luce «naturalistica» – pren-
dendo in prestito il termine dalla letteratura – dei grandi maestri del Seicento,
in primis Caravaggio, che della luce diretta fa un elemento narrativo e, quando
occorre, di intensità drammatica, come nel caso della Vocazione di san Matteo.
Gli aspetti fisici e la definizione che la scienza moderna dà della luce sono trat-
tati da p. Gabriele Gionti, il quale in particolare esamina il passo di Gen 1,3, il fiat
lux, la luce da cui prende le mosse la storia del mondo e dell’umanità.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

Dopo la fisica, la metafisica della luce è affrontata da Roberto Dioda-


to, soprattutto in relazione a Tommaso d’Aquino e all’interpretazione che ne
diede James Joyce.
P. Jean-Pierre Sonnet ci propone una raffinata raccolta di testi biblici
sulla luce, sempre intesa come manifestazione del divino e fonte di beati-
tudine e di salvezza.
Ma la luce è anche elemento portante della liturgia: di quella contem-
poranea e di quella delle origini, come mostrano i contributi di Giuseppe
Midili e Maria Giovanna Muzj. Quest’ultima si sofferma sulle iconografie
paleocristiane di Roma – dagli affreschi della catacomba di Priscilla fino al
VI secolo –, mostrando l’importanza del testo dell’Apocalisse nella formazio-
ne della nuova arte cristiana.
Anche l’islam, nonostante il divieto di usare raffigurazioni antropomorfe
– o forse proprio grazie ad esso –, considera la luce elemento essenziale nella
progettazione delle moschee, dove sono documentate vetrate colorate, anche
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se non così ampie e complesse come quelle delle cattedrali cristiane, come
mostra la relazione di Beatriz Laguillo Gutiérrez.
Il tema delle vetrate dipinte è trattato da César A. Suárez Cajamarca con
uno studio su quelle di Antoni Gaudí nella cattedrale di Palma di Maiorca.
Lydia Salviucci esamina alcune opere di committenza gesuitica che sot-
tolineano l’idea che sant’Ignazio di Loyola aveva della luce come esperienza
mistica e come espressione del Corpus Domini. La centralità di questa idea è
ben testimoniata dall’adozione del monogramma cristologico inscritto in un
sole raggiante (ideato da san Bernardino da Siena e divenuto un vero e pro-
prio «geroglifico cristiano»).
Marcello Fagiolo analizza le ricerche luministiche di Gian Lorenzo Ber-
nini, basate sulla luce radente, la cui origine è nascosta all’osservatore, prove-
nendo da finestre laterali, ed è volta a ottenere effetti magistrali di scenogra-
fia. L’intera opera dell’artista è attraversata dall’idea della luce: a partire dalla
Cappella Cornaro con la Transverberazione di Santa Teresa d’Ávila, passando
per la statua di Costantino, per giungere alla trionfale esplosione fiammeg-
giante della Cattedra di San Pietro, nella Basilica Vaticana. Dio è luce, e Ber-
nini lo dimostra con tutta la potenza della retorica barocca.
Completano il volume un testo dell’architetto Franco Purini, che prende
in esame alcuni aspetti dello spazio liturgico nelle chiese di età contempora-
nea; un contributo di Giuseppe Lanci sulla luce quale elemento emozionale
nell’arte cinematografica; e uno scritto di Agostino De Rosa sul Roden Crater
Project, land-formed work dell’artista contemporaneo James Turrell.

Alessandro Tomei
OPERE PERVENUTE

BIOGRAFIE ECUMENISMO
ALTAMORE G., Convoglio 53. La vera CLÉMENT O., Da Oriente. Ecumenismo,
storia di Jean Khaieté scampato alla deportazione, Europa, spiritualità, Milano, Vita e Pensiero, 2019,
Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2019, 160, 200, € 15,00.
€ 18,00. SAVINA G., Formare la coscienza per affinare
BENZI O., Con questa tonaca lisa, ivi, 2019, lo sguardo. L’urgenza permanente di una catechesi
160, € 9,90. confessionale ecumenica e interreligiosa, Bologna,
CAPPELLETTO R. - STORACE E., Poveri EDB, 2019, 184, € 25,00.
noi! Don Pietro Sigurani: la rivoluzione della carità,
Milano, Paoline, 2019, 144, € 15,00.
DE VANNA U., Carlo Acutis. 15 anni di LETTERATURA
amicizia con Dio, Torino, Elledici, 2019, 128, CALASSO R., Il libro di tutti i libri, Milano,
€ 9,90. Adelphi, 2019, 556, € 28,00.
FORBICE A., Il viaggio dell’ingegner Terrone. COLAGRANDE P., La vita dispari, Torino,
Il pericoloso percorso di un coraggioso imprenditore Einaudi, 2019, 288, € 19,50.
del Sud, Milano, Guerini e Associati, 2018, 160, ERRICO A., Stretture d’ombra. Raccolte di
€ 17,00. poesie, Roma, Controluna, 2019, 64, € 9,90.
MAZZI A., Amori e tradimenti di un prete di KING CH., Gods of the Upper Air, New
strada. Autobiografia, Cinisello Balsamo (Mi), San York, Doubleday, 2019, 434, $ 30,00.
Paolo, 2018, 160, € 9,90. LACKBERG C., Donne che non perdonano,
Padre Geremia Arosio. Memorie 1934-1976 Torino, Einaudi, 2018, 144, € 14,50.
dalla Cina e dal Brasile (L. VACCARO), Gorle POZZI A., A cuore scalzo. Poesie scelte (1929-
(Bg), Velar, 2018, € 10,00. 1938), Milano, Àncora, 128, € 12,00.
SUOR EMMANUELLE, Sono una delle RIMI M., Le voci dei bambini. Poesie 2007-
donne più felici della terra, Cinisello Balsamo (Mi), 2017, Milano, Mursia, 2019, 84, € 15,00.
San Paolo, 2019, 160, € 9,90. SINGER I. B., Il ciarlatano, Milano, Adelphi,
VALOTA S., Luigi Melesi. Prete da galera, ivi, 2019, 270, € 20,00.
2019, 288, € 9,90. TAMBURINI A. M., Margherita Guidacci.
La poesia nella vita, Roma, Aracne, 2019, 300,
ECCLESIOLOGIA € 18,00.
VACCA R., Nuovi elzeviri, Milano, Vita e
MARENGO G., La nascita di un’enciclica. Pensiero, 2019, 200, € 15,00.
«Humanae vitae» alla luce degli Archivi Vaticani,
Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2018, 288,
€ 15,00.
POLITICA
SABBADIN G., La Chiesa, trasfigurazione LA PIRA G., Scritti giovanili (P. A.
della prima creazione. L’ecclesiologia come principio CARNEMOLLA), Firenze, Firenze University
di lettura unitaria della teologia di Jean Daniélou, Press, 2019, 136, € 27,00.
Roma - Milano, Pontificio Seminario Lombardo - PENNISI M. – SAMMARTINO C.,
Glossa, 2019, XV-664, € 46,00. Dialogo sulla corruzione. Giustizia e legalità,
SAPIENZA L., La barca di Paolo, Cinisello impegno per il bene comune, Napoli, Editoriale
Balsamo (Mi), San Paolo, 2018, 240, Scientifica, 2019, 160, € 15,00.
€ 16,00.
Volto (Il) dei volti Cristo. Cristo e il
volto della Chiesa sua sposa (ISTITUTO VARIE
INTERNAZIONALE DI RICERCA SUL CARFORA A., Mediterraneo. Prospettive
VOLTO DI CRISTO), Gorle (Bg), Velar, 2019, storiografiche e immaginario culturale, Trapani, Il
250, s.i.p. Pozzo di Giacobbe, 2019, 80, € 10,00.

NOTA. Non è possibile dar conto delle molte opere che ci pervengono. Ne diamo intanto un annuncio
sommario, che non comporta alcun giudizio, e ci riserviamo di tornarvi sopra secondo le possibilità e lo
spazio disponibile.
BEATUS POPULUS, CUIUS DOMINUS DEUS EIUS

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