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BREVI CATECHESI

Immigrazione
Sull’immigrazione il Magistero della Chiesa dice che l’uomo ha il diritto a emigrare, ma gli stati hanno il
diritto di regolare i flussi migratori attraverso normative rispettose della dignità delle persone; che gli
immigrati vanno accolti e integrati, ma essi devono “onorare” e “rispettare” le leggi dei paesi ospitanti
(Giovanni Paolo II)… In definitiva, accoglienza e ordine sociale vanno insieme in quanto rappresentano due
facce della giustizia.

Le leggi che regolano l’immigrazione devono perciò essere per quanto possibile aperte, senza però
destabilizzare l’ordine e gli equilibri sociali così tanto da procurare più danni di quelli che vorrebbero
combattere. Inoltre devono poter essere rispettate: promulgare leggi dando per scontato che non saranno
rispettate, è dannoso e diseducativo. Forse sarebbe meglio non promulgarle affatto.

Negare i problemi che l’immigrazione e l’integrazione spesso comportano, non solo è ridicolo ma,
soprattutto, è una mistificazione.
I problemi legati all’immigrazione non vanno né fuggiti, come fa chi è chiuso all’accoglienza, né vanno
negati, come fa chi si auspica, più che la giustizia, lo sfascio della società, ma vanno affrontati e risolti.

I numeri, che non sono razzisti, dicono che, percentualmente, certe fasce di immigrati commettono più reati:
questo non è razzismo, ma verità.
Vero razzista è chi nega l’evidenza, come a voler nascondere una imbarazzante realtà, quasi ammettendo che
certi immigrati siano intrinsecamente ladri. Mentre, chi non nega la realtà e, perciò, cerca i motivi e le
soluzioni ai problemi, ammetterà che alcune popolazioni di immigrati delinquono di più, e lo farà con tutta
tranquillità, perché sa bene che non delinquono perché “destinati” a farlo, ma solo per delle circostanze. Egli,
perciò, afferma la loro capacità e possibilità di cambiare, come possono fare tutte le persone.

Del resto certi problemi legati all’ordine sociale vanno affrontati, perché la solidarietà non può essere
separata dalla sicurezza: anche la sicurezza, infatti, è un aspetto della solidarietà. E’ un bene primario, come
il cibo: che forse un paralitico, solo perché ricco di denaro, non è un bisognoso? E senza sicurezza non è
forse difficile vivere dignitosamente?

Di solito quando si parla degli immigrati si fa una grande confusione, perché si generalizza e non si distingue
tra: rifugiati, poveri che comunque fuggono da una situazione di miseria, persone che arrivano cercando di
migliorare la loro posizione che non è certo florida, chi arriva per lavorare, chi arriva per delinquere, ecc.

L’accoglienza dei profughi, cioè di chi fugge da guerre o comunque da situazioni disperate, è doverosa,
perché nell’emergenza grave non si possono fare calcoli.
Essi vanno accolti ad ogni costo, anche se non “conviene”, semplicemente perché è giusto farlo.

Per quanto riguarda altre situazioni, tutti hanno il diritto di poter migliorare le proprie condizioni di vita,
anche quando sono tutt’altro che disperate, ma questo diritto si deve armonizzare con quello di tutti a vivere
nell’ordine sociale e nella sicurezza. Gli stati, perciò, non possono accogliere persone incondizionatamente e
all’infinito.

Accogliere non significa far passare una frontiera, ma ospitare in casa.


Scrive l’Apostolo Giacomo: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il
corpo, che giova?” (Gc 2,15-16).

Voler fare entrare tutti senza poi interessarsi alla loro sorte, anche morale, è buonismo, una delle ipocrisie
peggiori, in quanto è egoismo travestito da pietà.

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Il buonista non solo si disinteressa degli immigrati una volta che hanno attraversato la frontiera, ma si
disinteressa anche delle difficoltà che l’immigrazione incontrollata può recare ai ceti sociali meno abbienti,
su cui ricade più direttamente l’impatto con i nuovi arrivati, che trovano rifugio in quartieri popolari piuttosto
che in quelli prestigiosi.
I buonisti, infatti, di solito sono benestanti che vivono in abitazioni (o conventi) dotate di allarmi, sbarre,
cancelli e, spesso, anche custodi… Sfruttano la povertà altrui per farsi belli e per i propri fini, senza però
aprire le porte delle loro case a quelli di cui si sono eletti paladini.
Chi vuole abolire le frontiere, se è coerente, perché non comincia a farlo con le sue proprietà? E chi predica
la fiducia incondizionata, perché non lascia la propria abitazione aperta giorno e notte?
I doveri dello Stato non esentano dai doveri personali.

C’è inoltre da considerare che molti immigrati, anche quando acquisiscono un benessere maggiore rispetto al
loro paese di origine, lo fanno a un costo enorme.
Quanti immigrati, ad esempio, sono vittime di racket, sfruttatori, malavitosi? E quante donne ricorrono
all’aborto, che nel loro paese di origine non avrebbero mai praticato?
 
Un’altra cosa che i buonisti non dicono è la necessità di privilegiare gli aiuti ai poveri nei loro paesi di
origine. Infatti, aiutare persone che mai vorrebbero emigrare ma sono costretti a farlo, attraverso la
realizzazione di adeguate prospettive di vita nel loro Paese, contribuirebbe anche a rafforzare il tessuto
sociale del Paese in questione.
 
Oggi esiste il mito della multicultura.
Non nego che tale fenomeno sia intellettualmente stimolante e possa comportare un progresso sociale, ma
non bisogna lasciarsi prendere da facili entusiasmi e, in ogni caso, occorre che tutto avvenga in modo
ordinato ed equilibrato.
Le invasioni barbariche, ad esempio, hanno portato i popoli ad “incontrarsi” e, spesso, a fondersi. Ma hanno
comportato anche stragi, epidemie, carestie, regresso culturale e sociale…
La multicultura è stimolante, purché l’incontro tra i popoli avvenga nel rispetto reciproco e che i vantaggi
sociali devono essere superiori agli svantaggi.

Di fatto la Chiesa, che oltre ad essere fedele ai principi è anche concreta e realista, favorisce la convivenza di
popoli diversi, ma, a volte, favorisce la pace auspicando una “separazione” tra i popoli.
Così, ad esempio, per quanto riguarda la pace in Libano, dice che la soluzione migliore è la convivenza
pacifica tra le diverse etnie e religioni, mentre, per quanto riguarda lo stato di Israele e i palestinesi, afferma
che la soluzione migliore consista in: due popoli, due stati. Non separati da muri, ma, comunque, da confini.
L’ideale sarebbe una pacifica e ordinata convivenza tra tutti i popoli, ma spesso occorre tempo e pazienza.

In Italia il fenomeno dell’integrazione deve basarsi sul rispetto della cultura italiana, che deve rappresentare
come le fondamenta su cui costruire. L’integrazione degli immigrati, perciò, consiste in un processo di
italianizzazione, pur senza rinunciare alle loro più tradizioni intese come valori capaci di universalizzarsi e di
integrarsi agli altri valori.
Cioè: gli immigrati, senza snaturarsi, devono acquisire i caratteri fondamentali dell’italianità e, nello stesso
tempo, contribuire a vivificare la cultura italiana attraverso quelle novità compatibili per arricchirla.

Un esempio di integrazione la danno i missionari nel testimoniare il Vangelo.


Essi sono chiamati a “inculturare” il Vangelo nel rispetto di ciò che le culture hanno di vero.
Essi, così, apprendendo la cultura dei popoli che li ospitano e proponendosi loro anche attraverso la propria
cultura di origine, promuovono un dinamismo positivo e fruttuoso per tutti.

Se i missionari devono portare il Vangelo nel rispetto delle culture dei popoli e, di conseguenza, devono
rinnovare la cultura dei popoli presentando il Vangelo (appreso nella loro cultura), perché gli immigrati, pur
pretendendo il rispetto delle loro culture, non dovrebbero assimilare gli usi del paese ospitante compatibili
con le verità umane espresse dalla legge morale, e, in certo modo, “inculturarli”?
Ne ricaveremmo tutti dei vantaggi culturali e l’integrazione sarebbe più facile.

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Partiti
I partiti tipici del sistema cosiddetto democratico parlamentare, sono leciti per quanto si fondano su principi
umani universali, quali vita, famiglia, solidarietà. Di conseguenza, più i partiti si attengono convintamente ai
principi universali, più sono compatibili con la Dottrina sociale della Chiesa e aperti ad essa.

Tutti i partiti, perciò, dovrebbero avere nella Dottrina sociale della Chiesa il loro principio primario, essendo
diversi solo in fase attuativa, che dovrebbe essere capace di esprimere l’originalità di ognuno, che di solito si
riassume attraverso dei principi secondari, da cui origina una dottrina particolare.

Se i principi umani universali sono immutabili, relativamente ai partiti lo sono anche i principi secondari, e
perciò, quando i partiti non si attengono ai principi umani universali, i principi secondari vengono considerati
universali, in quanto capaci in se stessi di realizzare l’uomo e la società.
Ma per quanto i partiti non si riconoscono nella Dottrina sociale della Chiesa, i loro principi sono perversi,
come l’ateismo per il Partito Comunista, o il razzismo per il Nazismo.

In ogni caso, se un partito cambia i suoi principi di riferimento, cessa di esistere (anche se poi l’uomo cambia
il significato alle parole e ai concetti relativizzandoli al suo sentire soggettivo).
La dottrina particolare di un partito, che ne esprime i principi, può, invece, cambiare. Almeno entro certi
limiti, superati i quali cambiano gli stessi principi e, perciò, il Partito stesso, fino a cambiarlo nella sua
sostanza, cosa che comporta, di fatto, la fine del partito.
Altrimenti si potrebbe arrivare a parlare di un Nazismo antirazzista e pacifista e di un Comunismo capitalista.

Ma di solito, anche quando i principi di un partito cambiano sostanzialmente cosicché il partito cessa di
esistere, essi possano lasciare un’eredità e una traccia finalizzati a ciò che si dice essere la realizzazione della
società.

I partiti moralmente leciti devono, perciò, contenere un germe che li supera, cioè i valori umani universali, la
cui realizzazione deve riflettersi nella prassi..

La prassi in politica conta perché è un po’ il risultato dell’azione dell’uomo (imperfetto) attraverso le sue
idee (perfettibili anche se ispirate a un principio primario perfetto come è l’ideale cristiano).

Ed è proprio la prassi, l’azione concreta, che così tanto conta per il Comunismo, a incoronare la Democrazia
Cristiana degli anni ’50, in cui l’Italia visse, anche se tra tante imperfezioni, un periodo di speranza e, anche,
di solidarietà statale.

Così è la prassi a provare che certi partiti brasiliani che si dicono di sinistra, sono essenzialmente ispirati al
cristianesimo e perciò non sono ideologizzati (e perciò non sono di sinistra, almeno così come è intesa in
Europa). Infatti sono contrari all’aborto e propongono politiche di difesa della famiglia, cosa che li colloca
più vicino a certi movimenti europei della cosiddetta destra, di ispirazione cristiana.
Così come è la prassi a provare come il Fascismo tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, ha di fatto
inventato lo stato sociale, nonostante l degenerazione totalitaria soprattutto dal 1934 in poi.
Togliendo alla politica l’ideologia, si possono apprezzare e possono piacere idee di provenienze diverse.

Il pluralismo tende a integrare in qualche modo le idee compatibili e, fatti salvi i principi universali, ammette
il confronto di idee diverse e, spesso, anche di valutazioni diverse.
Di conseguenza, anche le prassi politiche che tengono conto dei principi della morale naturale possono
divergere per tanti aspetti perché dipendono da valutazioni e previsioni probabili ma non dimostrabili, e da
variabili a seconda dell’evoluzione degli eventi.

Non solo: specialmente i questo tempo in cui la politica è molto “variabile”, nella scelta di voto occorre
tenere conto anche della situazione reale attuale, del valore del voto di testimonianza, ma anche di quello di
protesta e di quello utile… Eccetera.

Utopia marxista
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Ancora oggi, nelle scuole italiane, si insegna che il Marxismo è un’utopia che gli uomini non sono capaci di
attuare perché troppo perfetta, mentre gli uomini non lo sono.
Ma in realtà, se gli uomini non si adattano a tale idea di società, è perché è il Marxismo a non essere adatto
agli uomini.

Come la società umana non sarà mai simile a quella delle api o delle formiche semplicemente perché gli
uomini non sono né api, né formiche, così la società degli uomini non potrà mai essere marxista perché gli
uomini sono diversi da ciò che pensava Marx.
Arnie e formicai possono essere usati per fare esempi, ma non come modelli, sarebbe mostruoso.

Per molti entusiasti dell’utopia marxista (che, però, non si sentono obbligati ad esservi coerenti perché è,
appunto, un’utopia), il principio base del Marxismo è: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno
secondo le sue necessità”. Ma questo principio è prova che la ricetta di Marx per ottenere la felicità è
sbagliata.
Infatti tale principio, pur bello, può essere interpretato in modo sbagliato.
Di fatto, anche ammesso che si possano definire le capacità e le necessità di ognuno, va dato a ciascuno
secondo la giustizia, e perciò secondo il merito (poi ognuno può donare quello che è suo liberamente).
Naturalmente il “merito” deve tenere conto che il bene personale e il bene comune sono, nella loro essenza,
intimamente legati, in quanto l’uomo è un essere creato per donarsi.
Se, però, mancasse il merito, la società non sarebbe giusta e perciò non sarebbe libera.
In linea di principio, perciò, la società deve garantire a ognuno il necessario, ma deve dare a ognuno quanto
merita.

L’uomo è libero e deve essere lui a decidere cosa fare di ciò che è suo. Egli, infatti, è più dello Stato, che può
però intervenire per garantire il necessario a tutti e il vero bene comune, e che non può prescindere né dalla
giustizia, né dalla libertà.
L’uomo ha perfino il diritto di sbagliare, se ciò non nega i diritti di qualcun altro (come la parabola
evangelica del padre misericordioso e del figlio prodigo dimostra).

Del resto, con ciò che gli spetta, l’uomo può fare anche del bene, come creare posti di lavoro, e spesso lo può
fare meglio dello Stato, come afferma il principio di sussidiarietà.
L’uomo, per partecipare come soggetto e come protagonista alla vita sociale, deve essere libero e deve essere
considerato prima dello Stato, perché è lo Stato ad essere per l’uomo e non l’uomo per lo Stato.
Solo così ci può essere armonia (che più che un utopico meccanismo perfetto di società materiale, si
manifesta in una tensione verso la giustizia che deriva dall’amore).

Ma perché il Marxismo, nonostante proponesse una società senza conflitti, ha procurato tanto male?
Perché, negando Dio, ha negato all’uomo la sua umanità. E, perciò, la sua libertà.
Da ciò deriva un’immensa serie di contraddizioni collegate fra loro.
In ogni caso, i danni procurati da un errore grave come il materialismo marxista, sono minori se insegnati
come ipotesi e non in modo fideistico, cioè come una verità assolutamente sicura e, perciò, di fatto, come
un’utopia.

Se a un’ideale basta avere i caratteri dell’utopia per essere considerato perfetto, così perfetto da non poter
essere applicato, perché altre utopie non vengono considerate con altrettanta “simpatia” di quella marxista?
Ci sono anche utopie liberiste: anch’esse prevedono assenza dei conflitti, armonia sociale e benessere per
tutti, solo che partono da principi diversi rispetto al Marxismo, anche se anch’essi sbagliati.
Ciò lo si può constatare dal tipo di democrazia che i due sistemi, marxista e liberista, propongono.

Di fatto il Marxismo e il Liberismo sono incompatibili con la Dottrina sociale della Chiesa, al contrario del
Centrismo democratico in un sistema di capitalismo moderato, o, a certe condizioni, del sistema
Corporativista.
La stessa democrazia organica, postulata da alcune teorie corporativiste, che non prevede partiti politici, se
bene attuata può risultare compatibile con la Dottrina sociale della Chiesa.

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La Democrazia organica, infatti, in un sistema davvero corporativista, non esclude nessuna parte sociale,
perché il potere non lo detiene una sola classe, come nelle società marxiste, ma lo Stato che rappresenta tutti
i cittadini ed è al di sopra delle parti e perciò guarda al bene comune.
La così detta “Democrazia diretta” è, in fondo, una forma di Democrazia organica, difficile forse da
realizzarsi, ma non impossibile.

Di fatto, sebbene la Democrazia organica non sia mai stata sostanzialmente applicata, là dove qualche suo
principio ha ispirato la politica, ha prodotto un’idea di società come comunità e ha prodotto del notevole
progresso sociale. Basti pensare, pur con tutti i suoi difetti, al Peronismo argentino, capace di far sue le varie
istanze della società, soprattutto quelle dei più poveri e armonizzarle in qualche modo (anche se imperfetto)
tra loro, senza rinunciare all’azione riformista.

Là dove il Marxismo ha teorizzato il collettivismo, la Democrazia organica ha teorizzato la socializzazione


dell’economia che, senza abolire la proprietà privata (attraverso cui gli uomini possono concretamente e
liberamente godere, armonizzandoli coi diritti degli altri, dei beni della terra che sono destinati a tutti) e
senza abolire la libera iniziativa, permette ai lavoratori di partecipare alla gestione e agli utili dell’azienda in
cui lavorano.

Nella società possono esservi sensibilità e vocazioni diverse e anche strade diverse, ma se c’è confronto,
collaborazione, buona volontà, onestà, competenza e coerenza a dei fini conformi alla morale naturale, poco
importa, ad esempio, se si sottolinea un po’ di più il controllo che deve fare lo Stato sui privati, piuttosto che
la libertà che compete ai soggetti privati, perché tutti saranno comunque garantiti.
Se ci si apre alla verità senza idee preconcette e se si mira al bene, l’uomo deve mettere solo la sua buona
volontà: il resto lo fa Dio, che guida la storia.

Vale la pena sposarsi? Considerazioni sul matrimonio


Solo la gioia soprannaturale, che ci viene donata da Dio con la grazia, può realizzarci pienamente. Ma la
grazia, sebbene superi la natura umana, ordinariamente viene a noi proprio attraverso di essa.
Di conseguenza, come l’agire secondo la natura umana predispone alla grazia e la manifesta, così l’agire
contro natura ostacola la grazia.
Questo avviene anche nel matrimonio cristiano: la grazia s’innesta sugli aspetti umani del matrimonio
aiutandolo a “funzionare” ma, se il matrimonio non funziona, la grazia non ha “appigli” per manifestarsi.

Ad esempio, se vogliamo annunciare l’amore di Dio, non possiamo farlo attraverso gesti che non sono atti a
manifestare l’amore umano, come un insulto.
Esso, infatti, si manifesta nel linguaggio dell’amore umano e, perciò, richiede gesti di affetto, gentilezza, ecc.

Come la natura umana anela a conoscere l’infinito (e perciò a pregare), così richiede di realizzare qualcosa di
concreto: lavorare, sposarsi, procreare e prendersi cura dei figli… Tutte cose che vanno relazionate a Dio.
Per questo motivo il matrimonio va vissuto come una vocazione, come un “luogo” in cui i coniugi devono
santificarsi e realizzarsi attraverso gesti concreti che richiamano in modo particolare la loro natura “carnale”.

Ma per trovare la propria realizzazione nel matrimonio, occorre perseguirne le finalità, che sono innanzi
tutto: la comunione nella fedeltà e la procreazione e l’educazione dei figli.
Se la gioia matrimoniale si cerca al di fuori di queste cose, non la si trova, perché non c’è.

Non è vero che il matrimonio uccide l’amore: il fallimento di un matrimonio può avere varie cause, ma, in
ogni caso, non dovute all’istituto matrimoniale.
La vita, e perciò anche la vita famigliare, è come un sentiero di montagna che, se ci si impegna a percorrerlo
senza deviare, oltre alla fatica, donerà vedute mozzafiato, se si è capaci di coglierle.

Il matrimonio cristiano, come sacramento, è sostenuto dalla grazia che, come detto, si inserisce su ciò che è
umano: manifestazioni di tenerezza, sessualità, emozioni, ecc.
Perciò, sebbene occorra soprattutto confidare sulla forza soprannaturale della grazia, bisogna anche curare gli
aspetti umani.
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Come una corrente elettrica che scorre in un circuito non servirà a generare luce se la lampadina a cui è
destinata ha il filamento spezzato, così la grazia difficilmente darà frutto se il matrimonio a cui è destinata è
portatore di un “malfunzionamento” nelle relazioni umane.
Naturalmente la grazia può aiutare e ritornare a far funzionare le relazioni tra gli sposi, ma è necessario che
esse debbano “funzionare” anche secondo le leggi della natura umana.

La Chiesa, nel suo grande equilibrio, dice che del matrimonio vanno accettati i sacrifici (ma anche le gioie),
ma, nello stesso tempo, dice anche di fare di tutto per eliminare i conflitti che potrebbero portare a delle
sofferenze.
Questo è il suo stile: incoraggiare a perseverare ma, anche, aiutare.

Perché l’unione di Olindo e Rosa, gli sposi assassini che hanno perfino ucciso un bambino, è solidissima
anche in prigione, nonostante il loro amore fosse malato, mentre l’unione di tanti sposi cristiani è naufragata?
Il fatto è che essi hanno dato alla loro unione di coppia le stesse finalità, anche se morbose. E hanno trovato i
giusti equilibri perché la cosa potesse funzionare, e funzionare bene, tanto che possono, in un certo senso,
essere perfino presi come esempio di armonia di coppia.

Però gli equilibri, da soli, non bastano, come dimostra proprio il caso di Olindo e Rosa: ciò che è umano,
infatti, se non è relazionato a Dio, può degenerare arrivando a pervertirsi.

In un matrimonio ci possono essere, a volte, delle cose che devono essere chiarite, ma non è affatto vero il
detto: l’amore non è bello se non è litigarello. Anzi, occorre fare in modo che le cause di conflitto tra i
coniugi possano essere eliminate senza litigi.
Nel litigio, infatti, si possono dire cose che feriscono, si possono dire cose cattive, in modo cattivo. In
genere, poi, l’aggressività genera aggressività e ciò comporta un processo che è difficile tenere sotto
controllo: un attimo di follia può rovinare delle vite. E non mi riferisco tanto agli omicidi, quanto piuttosto a
tanti gesti di rabbia o di orgoglio che minano la serenità della vita famigliare.
Quindi, meglio non litigare, e per questo lo strumento migliore rimane l’affidarsi alla grazia di Dio.
Ma, se proprio si litiga, occorre non farsi sopraffare dalla rabbia e, in ogni caso, come dice Papa Francesco,
anche se si arrivasse a rompere dei piatti, la cosa più importante è poi rappacificarsi.

Anche il semplice e umanissimo buon senso, nei rapporti umani, può aiutare molto.
Così, ad esempio, se qualcosa non va nei rapporti con i suoceri, in genere è bene parlare col coniuge con
calma, un po’ alla volta, senza creargli o crearle grossi conflitti.
Non tutti, coi propri genitori, hanno lo stesso tipo di rapporto e, inoltre, ci sono dei legami psicologici che,
ordinariamente, possono sciogliersi solo un po’ alla volta.

Perché tanti matrimoni cristiani falliscono? A volte perché anche tanti credenti, sebbene conoscono
l’essenziale della fede, non conoscono Cristo se non in modo umano, cioè non hanno fatto esperienza di lui.
L’annuncio del Vangelo, come dice san Paolo ai Corinzi, va centrato su Cristo, e questi crocifisso.
Un Gesù senza la Croce è, in realtà, un impostore, è l’Anticristo.
Occorre annunciare il Crocifisso, che, però, è anche il Risorto ed è Signore del Cielo e della terra!

Le gioie della famiglia vanno ricercate non tanto in una vita brillante, quanto nell’intimità che si manifesta
soprattutto nelle piccole cose.
Dice il Vangelo che, chi perde la vita per Gesù, la ottiene. Cioè: chi butta la sua vita in Gesù e per Gesù, vive
di più, anche se non partecipa a party, se non va in crociera, se non mangia caviale.
Vive di più perché vive la Vita, che è Gesù, Vita ancora crocifissa, ma, nello stesso tempo, risorta.

Gli sposi cristiani, perciò, sono crocifissi ma, nello stesso tempo, sono anche risorti. Ne consegue che nel
matrimonio le prove vanno vissute attraverso la risurrezione di Cristo, mentre le gioie vanno vissute con
spirito di gratitudine, ma non come fossero fine a se stesse.
Scrive san Paolo: “da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero; quelli che
piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero… quelli che
usano di questo mondo, come se non ne usassero…” (1Cor 7,29-31).

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Oltre al matrimonio, l’altra grande vocazione nella Chiesa è quella della consacrazione: sia religiosa, sia
sacerdotale. Ma matrimonio e consacrazione religiosa e sacerdotale sono inscindibilmente uniti. E se la
consacrazione, rispetto al matrimonio, è più “forte” e più “diretta”, cioè è una via privilegiata, la santità, che
è la cosa essenziale, dipende direttamente dalla carità.

Quando a qualche consacrato viene chiesto di testimoniare come ha scoperto la sua vocazione, spesso
racconta di come, pur avendo tutto nel mondo, si sentisse insoddisfatto: “avevo un lavoro, ero fidanzato,
avevo tutto, ma non mi bastava”.
In un certo senso queste parole sono giuste: non ti bastava la vita nel mondo perché la tua strada era un’altra.
Ma, tali parole, non vanno prese in senso univoco.
Infatti, anche a un laico che vive nel mondo e che ha una famiglia, sia il mondo, che la famiglia, in se stessi
non bastano, così come a un religioso non può bastare il silenzio e le mura del convento come fine della
propria vita. Occorre il rapporto con Dio perché, come dice Santa Teresa d’Avila, Dio solo basta, anche se si
vive nel mondo.

Si potrebbe così dire che Dio si è servito dell’istinto del mangiare, deputato alla sopravvivenza personale, per
donarci il Sacramento dell’Eucaristia, la cosa più bella che i sacerdoti possono donare alla Chiesa, e si è
servito dell’istinto umano della riproduzione della specie e dell’attrazione sessuale, per donare ai coniugi e
all’intera Chiesa, il Sacramento del Matrimonio.

I 2 modi di ricevere l'Eucaristia


Molte polemiche sono divampate quando la Chiesa ha introdotto in Italia la possibilità di accostarsi
all'Eucaristia ricevendola sulla mano.

Alcuni, contrari a questa novità, oltrepassando i limiti della discussione lecita e costruttiva, contestano la
Chiesa e bollano la Comunione sulla mano come eretica.
Per costoro ricevere la Comunione sulla mano comporta il raffreddamento della devozione, la mancanza di
rispetto verso il Corpo del Signore, la dispersione dei frammenti dell'Ostia consacrata e i furti sacrileghi.

Se di eresia è assurdo parlare, in quanto il termine eresia si riferisce ad un errore dottrinale e non ad una
prassi (anche se a volte le prassi sbagliate possono essere sintomo di errori dottrinali), occorre però prendere
atto che il pericolo di abusi esiste. Ma per debellarlo non occorre necessariamente proibire la Comunione
sulla mano, come alcuni affermano, ma basta rispettare le norme che i Vescovi italiani hanno dato.

Dicono i Vescovi italiani: “Accanto all'uso della Comunione sulla lingua, la chiesa permette di dare
l'Eucaristia deponendola sulle mani dei fedeli protese entrambe verso il ministro, ad accogliere con
riverenza e rispetto il Corpo di Cristo.
I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi. Chi la riceverà sulle mani la porterà alla bocca
davanti al ministro o appena spostandosi di lato per consentire al fedele che segue di avanzare.
Se la Comunione viene data per intinzione, sarà consentita soltanto nel primo modo.
In ogni caso sarà il ministro a dare l'Ostia consacrata e a porgere il calice. Non è consentito ai fedeli di
prendere con le proprie mani il pane consacrato direttamente dalla patena, di intingerlo nel calice del vino,
di passare le specie eucaristiche da una mano all'altra” (Istruzione CEI La Comunione eucaristica, n. 15-16,
19 luglio 1989).

E ancora: “Prima di introdurre la possibilità di ricevere la Comunione sulla mano, dovrà essere fatta una
congrua catechesi, che illustri i vari punti della presente Istruzione e in particolare il significato della nuova
prassi.
Il fedele che desidera ricevere la Comunione sulla mano presenta al ministro entrambe le mani, una
sull'altra (la sinistra sopra la destra) e mentre riceve con rispetto e devozione il Corpo di Cristo risponde
"Amen" facendo un leggero inchino.
Quindi davanti al ministro, o appena spostato di lato per consentire a colui che segue di avanzare porta alla
bocca l'Ostia consacrata prendendola con le dita dal palmo della mano. Ciascuno faccia attenzione di non
lasciare cadere nessun frammento. Le ostie siano confezionate in maniera tale da facilitare questa

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precauzione” (Istruzione CEI La Comunione eucaristica, parte titolata Indicazioni particolari per la
Comunione sulla mano, n. 3-4, 19 luglio 1989).

Qui tutto parla di rispetto verso l'Eucaristia e nulla vieta che le catechesi di cui si parla potrebbero, quando è
il caso, anche essere ripetute.

Alcuni, però, che sono contrari alla Comunione sulla mano forse più per un principio, quasi per una specie di
tabù, che per il timore della dispersione dei frammenti, fanno alcune obiezioni ingenue e poco pertinenti. Ne
riporto alcune tra le più frequenti come esempio.

1) I Vescovi italiani hanno agito in ribellione al Papa.


Questa accusa, molto grave e ingiusta, è lanciata da ambienti cattolici piuttosto “tradizionalisti”, dove non è
difficile trovare persone che, sebbene spesso in buona fede, contestano la Chiesa pur dicendosi ad essa
fedelissime. Così, spesso, pur non attaccando direttamente il Papa, attaccano tutto il resto. Ma questa accusa
è smentita dal decreto della CEI prot. n. 571/89 del 19 luglio 1989 dove è scritto che la nuova prassi di
ricevere la Comunione è conforme al Codice di diritto Canonico e allo Statuto della C.E.I. e che ha ricevuto
l’approvazione della Santa Sede con un decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti.
E’ da notare come il Codice di Diritto Canonico sia stato approvato dal Santo Padre e come i Dicasteri della
Curia Romana agiscono in stretta collaborazione con lui e sotto di lui, come egli stesso afferma: “Il
successore di Pietro adempie poi la sua missione con gli scritti... oppure, indirettamente, mediante i
Dicasteri della Curia Romana che operano dietro suo mandato” (Giovanni Paolo II, Udienza del
10/03/1993).

2) La rivista “Il segno del soprannaturale” (febbraio 1994, n. 70, pag. 12) ha pubblicato due fotogrammi in
successione che ritrarrebbero Papa Giovanni Paolo II nell'atto di porgere la Comunione sulla lingua ad una
signora protendente le mani in avanti con le palme aperte.
Pur non avendo motivo di dubitare dell'autenticità dei fotogrammi (nonostante la qualità delle immagini sia
incredibilmente poco buona), va detto che risalgono al luglio 1988, tempo in cui non era in vigore la
normativa CEI sul modo di ricevere la Comunione nella mano.
Precisato ciò, mi domando: invece di tirare in ballo vecchi fotogrammi, non si farebbe prima ad andare a
controllare come si comporta il Papa quando comunica i fedeli?

3) Alcuni dicono: “Alla tal mistica (o al tal mistico) è stato rivelato che la Comunione ricevuta nella mano è
contro la volontà di Dio”.
Premesso che mai nessuno, nemmeno un santo o un mistico, può uscire dall'alveo della dottrina della Chiesa
né può arrogarsi l'autorità propria della Gerarchia (il cui limite lo dichiara il Magistero), pur ammettendo
siano vere alcune di queste presunte rivelazioni, occorre tener presente a quando esse si riferiscono: se
risalissero a un tempo in cui la Comunione nella mano era esplicitamente proibita o, in ogni caso, poteva
rappresentare una forma di contestazione verso la Chiesa, potrebbero benissimo essere accettate. Infatti se,
ad esempio, nei secoli scorsi vi fosse stato un frate che avesse rifiutato la tonsura, il suo gesto sarebbe stato
giustamente considerato non conforme alla volontà di Dio. Ma oggi non c’è più l’obbligo della tonsura per i
frati, per cui, chi non l’ha, non può certo essere considerato un ribelle. Anzi, è piuttosto chi porta la tonsura
in un ordine in cui non la porta nessuno, che può essere sospettato di stravaganza e individualismo.
Così, se oggi un presunto mistico dicesse che il non portare la tonsura da parte dei frati è andare contro la
volontà di Dio, non sarebbe da prendere minimamente in considerazione.

Dietro certe prese di posizione di certi ambienti di “tradizionalisti” può nascondersi, magari inconsciamente,
una contestazione contro il Concilio Vaticano II, assurdamente ritenuto responsabile di aver favorito il
cancro del Modernismo.
Se dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa ha permesso che vi fosse meno rigore in certe prassi, come nel caso
del digiuno eucaristico, lo ha fatto non per sminuire il valore di certe realtà, ma perché erano maturi i tempi
in cui il cristiano, badando più all’essenziale, potesse crescere nella fede con più libertà e perciò con più
responsabilità e convinzione.

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Certamente la Chiesa non impedisce, a chi si vuol comunicare, di digiunare dalla sera prima, come si faceva
una volta: semplicemente non lo obbliga.
Del resto il digiuno eucaristico che inizia a mezzanotte non è facilmente riscontrabile neanche tra i cristiani
più integralisti: quelli che rimpiangono il rigore del tempo che fu. Specialmente se essi hanno l'abitudine di
accostarsi quotidianamente alla Comunione durante la Messa vespertina.

In conclusione, si potrebbero rispedire le accuse ai mittenti, perché chi contesta il principio che la
Comunione non si possa rispettosamente ricevere sulle mani e che la Chiesa non può permettere questa
prassi, contesta la dottrina dell'autorità spirituale della Chiesa.
Lo scrivo sebbene io riceva abitualmente la Comunione sulla lingua.

Gli animali e l’uomo


L’animalismo inteso come forma ideologica è un tipico prodotto della società occidentale che, se pure ha
evoluto il proprio pensiero fino a riconoscere ad ogni persona dei diritti fondamentali inalienabili,
separandosi sempre più da Dio fa sì che le sue stesse conquiste subiscano un processo di corruzione e di
perversione. E, di fatto, si è arrivati ad ammettere l’aborto ed a equiparare l’amore e il rispetto che si deve
agli uomini a quello che si deve agli animali.

La sensibilità nei riguardi degli animali e, più in generale, della natura, è cosa buona, purché al centro del
creato vi sia l’uomo e, sopra ad ogni cosa, vi sia Dio.
L’errore degli animalisti spesso è dovuto dal non tenere conto di Dio e dell’ordine che egli ha stabilito.
Perciò la sensibilità degli animalisti, spesso molto spiccata, di per se non è sbagliata, ma solo male
indirizzata.

Dice il proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Gli animali sono creature di Dio. Egli li circonda
della sua provvida cura.  Con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria.   Anche gli
uomini devono essere benevoli verso di loro. Ci si ricorderà con quale delicatezza i santi, come san
Francesco d'Assisi o san Filippo Neri, trattassero gli animali. Dio ha consegnato gli animali a colui che egli
ha creato a sua immagine.  È dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per
confezionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a
ricrearsi negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche moralmente
accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane. È
contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro
vita. È pure indegno dell'uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente,
a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali; ma non si devono far oggetto di
quell'affetto che è dovuto soltanto alle persone” (n. 2416-2418).

La differenza sostanziale tra l’uomo e gli animali è l’anima. Gli animali, infatti, al contrario degli uomini,
non hanno l’anima, almeno non in senso umano.

L’anima umana è un principio spirituale che Dio crea al momento del concepimento. Le sue caratteristiche,
come il pensiero astratto e il comprendere la trascendenza, non provengono dalla materia, mentre il principio
vitale degli animali non supera la materia biologica e l’istinto.
Di conseguenza, poiché Dio si manifesta all’uomo a cominciare dall’anima, per gli animali non c’è Paradiso,
di cui, per altro, non sentono alcun bisogno.
Il Paradiso, infatti, è, essenzialmente, conoscere Dio: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero
Dio, e colui che tu hai mandato: Gesù Cristo” (Gv 17,3).
Il fatto è che gli animali non sono vivi come noi, ma in modo diverso. Essi non sono come persone senza
anima o come persone meno intelligenti, semplicemente non sono persone.

Eppure l’Apostolo Paolo scrive: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio;
essa infatti è stata sottomessa alla caducità… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù
della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 19-21). Il creato, perciò, non
sarà distrutto ma verrà trasformato (in meglio).

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Alcuni parlano di intelligenza negli animali. Ma possono essi essere intelligenti?
In un certo senso sì, in quanto l’istinto è una forma di intelligenza inconscia (almeno in buona parte dovuto
al DNA), inscritto come un programma in un computer biologico capace di interagire con l’ambiente. Del
resto, non è forse vero che le stesse leggi del creato “possiedono” un’intelligenza, cioè sono razionali e frutto
dell’intelligenza creatrice di Dio?
In senso proprio, però, nel mondo materiale solo l’uomo è intelligente, perché ragionare è ben più che la
capacità di associare elementi ed agire di conseguenza, come detta l’istinto.

Se la massima forma di animalità è l’istinto, la massima forma di umanità è la ragione e, più ancora, la
capacità umana di amare, che Dio eleva fino a Lui, tramite la grazia.

Poiché nell’uomo tutto è mediato dall’anima, chiamata ad entrare in comunione con Dio tramite la grazia,
anche le reazioni dei sensi agli stimoli assumono un valore sostanzialmente diverso da quelle degli animali.

Di fatto è proprio perché negli animali gli stimoli non interagiscono con un principio spirituale come
nell’uomo, che la loro capacità di gioire e di soffrire è molto inferiore a quella degli uomini, non solo
quantitativamente, ma anche qualitativamente.
Se da un punto di vista fisico i centri nervosi degli animali sono di numero e grado inferiori rispetto
all’uomo, la differenza non si riduce a questo: il fatto è che la gioia e la sofferenza sono categorie
essenzialmente spirituali. Perciò quando si parla di gioia e sofferenza è da tenere presente che, pur con delle
analogie, tra uomo e animali questi concetti assumono significati sostanzialmente diversi.

Oggi si usa studiare il comportamento degli animali per studiare all’uomo.


Il concetto in se stesso non è del tutto errato, purché ci si renda conto che, se anche l’uomo ha un istinto (ed
anzi egli è l’essere più istintivo), non si può ridurre a solo istinto. L’istinto umano, infatti, entra in relazione
con l’anima e, perciò, con la ragione e, soprattutto, con la grazia.
Certe analogie tra uomo e animali, perciò, possono valere, quando effettivamente esistono, solo parzialmente
e a determinate condizioni.

E se proprio si vogliono equiparare i comportamenti degli animali, o di certi animali, a quelli dell’uomo,
quasi che gli uomini fossero animali, cioè che l’uomo fosse animato da un principio solo animale, perché lo
si fa solo riguardo a certi temi, ad esempio riguardo la sessualità nella sua forma istintiva, e non nei confronti
della lotta per la sopravvivenza o della legge del più forte?

A volte di certi animali si dice che sembrano umani ma, invece, certe somiglianze tra uomo e animali non
riguardano l’umanità quanto, piuttosto, la materialità, cioè la biologia e l’istinto (cioè l’animalità), che
nell’uomo, però, sono spiritualizzati dall’anima.

Gli animali, perciò, non sono da equiparare agli uomini, ma sono comunque da apprezzare.
Ma per certi cristiani praticanti manifestare questo apprezzamento è diventato quasi imbarazzante, perché
temono di passare per animalisti.
Essi non temono di vedere Dio nella natura, ma non menzionano mai gli animali. Eppure degli autori biblici,
come anche certi santi, si sono sentiti liberi di manifestare stupore nei riguardi degli animali, che indirizzano
verso Dio.

Se ci si può affezionare (nel modo giusto) a cose e luoghi anche non sacri, perché non a degli animali? Se si
può essere appassionati alle leggi che regolano gli astri, come lo sono gli astronomi, perché non si può avere
la passione per i cani, come i cinofili? Se si possono avere hobby quali i viaggi o la vela (spesso costosi) che,
di per se, la Chiesa non condanna, perché non si può avere l’hobby degli animali in modo equilibrato e senza
chiudersi ai bisogni dell’uomo?
L’importante è indirizzare ogni attività alla gloria di Dio.

San Francesco usava gli animali per glorificare Dio. Egli, ad esempio, prediligeva gli agnelli perché gli
ricordavano Gesù, l’Agnello immolato, e aveva pietà per i vermi, che gli rammentavano il Salmo 21 che
preannuncia la passione di Cristo: “Ma, io sono verme, non uomo” (Sal 21,7).

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E Gesù stesso, volendo esprimere la sua sollecitudine verso il popolo di Gerusalemme, si paragona ad una
chioccia che allarga le ali per accogliere e proteggere i pulcini.

L’uomo si è spesso servito di immagini di animali, ad esempio nella letteratura e nel cinema, per veicolare e
suscitare messaggi, emozioni, sentimenti, in un virtuale processo di umanizzazione degli animali che, in se
stesso, può rivelarsi utile se avviene in modo consapevole ed equilibrato.

Quando, ad esempio, si constata che la natura è “crudele”, la si umanizza. La “crudeltà” della natura, infatti,
al contrario di quella umana, non è mai voluta. E’, appunto, naturale, mentre quella dell’uomo è una forma di
perversione.
La natura è quella che è: siamo noi che, leggendola attraverso le categorie umane, la configuriamo come
crudele.
Certamente anche in essa si ripercuotono gli effetti del peccato originale, ma ciò non è dovuto alla sua
perversione, ma a quella del peccato dell’uomo istigato dal demonio. E’ l’uomo che, peccando, ha fatto
entrare la crudeltà nel mondo.

Il giusto rispetto della natura e, perciò, degli animali, è cosa umana, conforme alla dignità dell’uomo.

San Francesco è un santo che piace a molti perché tollerante, ecologista, allegro, amante degli animali, ecc.
Tutte cose vere, ma tutte cose che San Francesco radica in Dio. In quel Dio che si manifesta in pienezza nella
Chiesa Cattolica. L’amore verso gli animali di San Francesco, perciò, era assolutamente vero ed autentico,
soprattutto perché finalizzato al piano divino.

Quando ad uno studioso americano che si batteva per la tutela del condor, minacciato dall’estinzione,
chiesero perché il condor andava salvato, egli rispose: “Perché nel salvare il condor l’uomo tirerà fuori
quelle risorse che poi gli serviranno per salvare se stesso”.
Il merito di questa risposta consiste nel portare al centro della salvezza del condor non il condor, pur
importante in quanto frutto della creazione, ma l’uomo stesso.

L’uomo è un essere dotato di anima spirituale e per lui tutto assume un valore spirituale. Perciò il condor non
deve estinguersi così come una foresta non deve essere distrutta per pura avidità e il quadro della Gioconda
non deve essere bruciato per alimentare il camino del museo del Louvre.
Perché l’uomo vive anche di cultura, di bellezza, di conoscenza, dello spettacolo della natura, di ricordi e
memorie storiche… Sfregiando queste, si insulta la stessa umanità.
Non che gli animali, o anche le opere d’arte, valgano l’uomo, ma agendo con disprezzo verso queste realtà,
l’uomo mortifica la sua stessa dignità.

Del resto certi atteggiamenti di disprezzo verso gli animali e la natura, non si configurano come atti conformi
ad un sano istinto umano, ma denotano, quando non immaturità o una forma di patologia, una grettezza di
animo che non promette nulla di buono.

"Profezia" dei Maya?


Molti, oggi, sono affascinati dalle cosiddette “profezie” dei Maya.
Magari non credono al Vangelo e il discorso di Cristo sugli ultimi tempi non li coinvolge. Magari non si
interessano a quello che dice la Chiesa, ma ai Maya ci credono.

Premesso che un cristiano non può dare fiducia a queste presunte "profezie", che hanno anche subito
forzature di interpretazione da parte di fanatici creduloni, io non nego che Dio possa in qualche modo
manifestarsi anche attraverso popoli non cristiani.
La Bibbia, del resto, non racconta forse di come Dio parlò a Baalam, mago pagano, attraverso la sua asina? E
di come lo stesso Baalam, suo malgrado, ma ispirato da Dio, benedisse Israele?
Egli perciò non profetò in quanto mago pagano, ma fu lui ad essere strumento di Dio.

Pregiudizialmente non nego nemmeno (anche se lo ritengo improbabile), che certi popoli antichi possano in
qualche modo aver calcolato in modo abbastanza preciso eventuali impatti tra il nostro pianeta e qualche

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asteroide, o cose del genere. Inoltre la provvidenza divina può anche permettere delle coincidenze, sempre al
fine di convertire gli uomini.
Di fatto quelli attuali sembrano tempi di transizione, come attestano profezie provenienti da seri ambienti
cristiani come Fatima, tanto che, come i pagani al tempo di Cristo erano, anche se inconsciamente, in attesa
di una qualche forma di salvezza, così pare avvenire anche oggi.

Senza scomodare le profezie, vere o presunte che siano, quasi tutti intuiscono che probabilmente siamo
all’alba di grandi cambiamenti.
Oggi tra superstizioni, millenarismi, profezie di catastrofi, noglobal ideologizzati… tutti “sanno” e tutti
parlano della fine del mondo o, almeno, della fine di “un” mondo, quello, effettivamente insoddisfacente, in
cui viviamo. Ma nessuno cambia, nessuno si converte.
Molti credono o sperano nella fine del mondo per disperazione, per alienazione... Ma ciò che occorre è la
conversione al bene.

Per affrontare il futuro bastano il Vangelo e la grazia divina. Le speciali rivelazioni di Dio lungo il corso dei
secoli, che la Chiesa può ammettere, servono a ricordare e ad attualizzare il Vangelo. E basta.
Solo chi si converte in conformità a esso, diventa un protagonista del cambiamento.

La beatitudine del Paradiso


Volendo usare le categorie della nostra esperienza terrena, si potrebbe forse dire che in Paradiso non si
finisce mai di “scoprire” Dio e le sue meraviglie.

Tra tutte le generazioni, e perciò tra i beati del Cielo e i redenti ancora pellegrini sulla terra, esiste una stretta
relazione. Di conseguenza, come in Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra, (cfr Gn 12,3), così
potremmo dire che Abramo è benedetto attraverso tutte le famiglie di tutti i tempi: la santità di ognuno è in
qualche modo in relazione con quella di tutti, e si basa sulla santità della Chiesa. Per cui l’aumento della
santità generale della Chiesa, a cui ognuno contribuisce con la sua santità, giova ad ogni suo membro.
Ne consegue che, almeno fino a ché la santità della Chiesa aumenta, cioè fino alla fine del mondo, aumenta
in certo senso anche la santità dei beati.

Ma tele crescita continuerà anche “dopo”? Cioè: è possibile che esista una qualche forma di crescita anche
nell’eternità, anche di grado?
Da ciò che dice la dottrina della Chiesa, pare di no. Una cosa però è sicura, in quanto è la Chiesa ad
affermarlo: in Cielo la beatitudine sarà anche dinamica, inesauribile, sempre nuova.
In ogni caso, una base a cui ogni anima rimarrà vincolata come a una “costante”, è la “quantità” di santità
ottenuta in vita.

Per san Tommaso d’Aquino la grazia santificante (grazia necessaria per ottenere la vita eterna), che è
proporzionale al grado di santità e, perciò, al grado di beatitudine in Paradiso, è come un abito che, finché si
possiede, può solo crescere di intensità, senza mai diminuire. Ma, col peccato mortale, l’uomo se ne priva.
Ritornando però in stato di grazia, l’uomo riacquista tutti i meriti perduti, ma secondo l’intensità della carità
che egli possiede in quel momento.

Ma a tal proposito le teorie teologiche sono varie. Per altri, ad esempio, la santità riacquistata sarà dello
stesso grado di intensità di quello da cui si era caduti e, anzi, ancora più grande, poiché l’atto con cui il
peccatore si è riconciliato con Dio, comporta un ulteriore merito da aggiungere a quelli precedentemente
ottenuti.

Per san Tommaso d’Aquino, affinché gli atti di carità abbiano una ricompensa nell’ordine della visione
beatifica, occorre che siano compiuti con una carità più intensa rispetto a quella che si possiede fino a quel
momento, altrimenti la ricompensa riguarda solo la natura umana (comunque trasfigurata dalla grazia), cioè
gli “accidenti” e non la visione beatifica, che è l’essenza.

Per altri teologi, però, anche seguaci di san Tommaso, ogni atto di carità comporta una ricompensa anche
nell’ordine della visione beatifica. In tal caso l’atto comporterebbe tanta grazia santificante quanto è

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l’intensità della carità che possiede: esso, cioè, si comporterebbe in modo simile a un recipiente che trasporta
tanta acqua a seconda della sua capienza.
Qualunque sia la teoria teologica migliore, in ogni caso il Concilio di Trento afferma che ogni atto di carità
comporta una ricompensa (cfr Mt 10,42).

Come accennato, in Paradiso i beati, oltre alla visione beatifica di Dio, che è l’essenza di ogni gaudio,
godranno anche di beni secondari, sempre provenienti da Dio, in proporzione della loro santità. Beni legati
non solo alla visione soprannaturale di Dio, ma anche alla loro natura umana, che da Dio è innalzata alla
sfera soprannaturale.

Perciò, se i Sacramenti ricevuti in stato di grazia aumentano sempre la grazia santificante perché sono diretta
opera di Cristo, anche gli atti di carità possono farlo e, comunque, predispongono sempre l’anima affinché,
soprattutto attraverso i Sacramenti, la grazia possa aumentare maggiormente.
I Sacramenti sono fonte di grazia per se stessi: chi vi si accosta degnamente aumenta il proprio grado di
santità a seconda delle disposizioni che ha nel riceverli.

Gli atti di carità, invece, sono azioni formalmente umane che lo Spirito Santo ispira, perfeziona ed eleva.
Sono opere che Cristo assume come proprie e che, perciò, “riempie” di grazia.
Sono atti veramente umani e veramente divini: l’azione la compie materialmente l’uomo, ma la grazia
proviene da Dio: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), scrive san Paolo.
L’opera umana offerta a Dio, specialmente nella S. Messa, si “eucaristizza”, diventando in qualche modo
come un prolungamento della Messa. Diventa, cioè, un’offerta che nasce da Cristo e culmina in Cristo.
La perdita di fervore in chi è in stato di grazia, anche se non diminuisce il grado della santità, comporta una
“sclerosi” della vita spirituale dalle conseguenze negative, come, ad esempio, l’aumento dei peccati veniali e
una maggiore possibilità di commettere peccati mortali.

Il peccato come occasione della riscoperta dell’amore di Dio


Ha detto Gesù: “colui a cui poco è perdonato, poco ama” (Lc 7,47).
E la Madonna? Ella è senza peccato e nulla le è stato perdonato, eppure ha amato più di tutti.
Maria è stata concepita senza peccato per grazia: ciò che Dio ha fatto per lei (trovando la sua piena
collaborazione) è una grande opera di misericordia, che tutto comprende. E’ più di peccare e poi tornare a
Dio, e per questa misericordia (corrisposta), lei ha amato più di tutti.

Di conseguenza, a chi non risponde alla grazia, non gli è perdonato, e non ama; a chi risponde poco, gli è
perdonato poco e ama poco; a chi risponde molto, gli è perdonato molto (il perdono di Dio agisce più
fortemente) e ama molto. L’iniziativa è sempre di Dio e se l’uomo non ama non è perché deve peccare per
poterlo fare ma, semplicemente, perché non risponde con generosità all’amore che Dio per primo gli ha
manifestato.

Non risponde, cioè, alla grazia. Per questo Dio, per ottenere risposta, può perfino permettere il peccato.
Non che sempre è così. A volte, come per Maria, è l’inverso. Cioè: Dio preserva dal male per ottenere più
amore. In Maria sempre, in noi a volte. Infatti, nella vita di tanti credenti ci sono casi in cui il peccato (più o
meno grave che sia), col dolore che comporta, può rappresentare uno strumento attraverso cui Dio ci vuole
manifestare, come per “contrasto”, la sua grazia e il suo amore.

Ma se il peccato può concorrere al bene di coloro che Dio ama, in se stesso rimane pur sempre un ostacolo
per la crescita spirituale tanto che, come detto, la Madonna non ha mai peccato.
Perciò in Maria la misericordia precede anche il peccato originale.

Il piano originario di Dio prevedeva l’impeccabilità per tutti: se Dio sfrutta il peccato per far conoscere il suo
amore, sfrutta anche il non peccare di chi, sentendosi piccolo e bisognoso, si tuffa nelle sue braccia.
E se è vero che peccare, per poi pentirsi e tornare ad amare con rinnovato vigore, può essere più vantaggioso
che amare mediocremente senza peccare, ma è anche vero che amare sempre con rinnovata e piena
generosità, come ha fatto la Madonna, è la cosa più vantaggiosa in assoluto.

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Ma l’uomo, essendo peccatore e, spesso, sordo alla grazia divina che previene il peccato, deve sfruttare la
misericordia che si manifesta nel perdono dei peccati. Tutto dipende dall’amore.
In questo processo la cosa straordinaria è che il peccato manifesta l’amore di Dio.

Secondo una tesi teologica molto accreditata dalla Chiesa, se l’uomo non avesse peccato, Dio si sarebbe
incarnato ugualmente e ci avrebbe redento alla pienezza della vita divina con una grazia maggiore a quella
iniziale data ad Adamo ed Eva.
Ebbene, nonostante il peccato dell’uomo e il fatto che, per questo peccato, la Redenzione sia, in un certo
senso, costata di più (ma l’amore divino non è questione di calcoli e costi, ma in ogni situazione è sempre
totale), Dio, pur nella nostra situazione di peccato, ci ha riproposto la grazia che aveva in programma nei
suoi piani iniziali, attraverso l’Incarnazione.

L’amore di Dio in tal senso non dipende dal peccato, e la gloria (o l’ignominia) che l’uomo raggiungerà
davanti a Dio, dipende dalla sua risposta alla grazia.
Ma, probabilmente, l’unica creatura che non avrebbe potuto rispondere di più alla grazia, è Maria, la Madre
di Dio. Che è proprio l’unica persona umana che, tra i figli di Eva, è stata concepita senza peccato originale.

Parapsicologia: scienza o superstizione?


I fenomeni riscontrabili fisicamente, ordinariamente hanno una origine secondo la natura fisica.
In alcuni casi, però, possono avere un’origine soprannaturale, cioè possono provenire direttamente da Dio,
quali i miracoli, oppure possono essere di origine preternaturale, dovuti, cioè, a una natura creata ma
superiore a quella umana (angeli buoni e demoni).
E, se è vero che la natura umana, sebbene inferiore a quella angelica, non è riconducibile alla sola materia,
ma è anche spirituale, è anche vero che le facoltà spirituali dell’uomo, quali volontà e razionalità, non risulta
possano produrre direttamente fenomeni fisicamente rilevabili, in quanto influiscono nel mondo fisico
attraverso il corpo: tutte le ipotesi alternative, fino ad oggi, non si sono rivelate consistenti a un attento
studio. Per quanto riguarda, poi, ipotetiche sconosciute facoltà dell’anima, mai finora accertate e di cui mai
la Chiesa ha parlato, dobbiamo considerare che, come dice la dottrina cattolica, l’anima umana si manifesta
attraverso il corpo.

Premesso ciò, che origine hanno certi fenomeni che nulla hanno a che fare con la grazia divina, quando non
sono riconducibili a trucchi, imbrogli, suggestioni, coincidenze o a semplici fenomeni fisici di cui non si è a
conoscenza?
Cioè, che origine hanno i fenomeni parapsicologici di cui tanto spesso si parla, che non vanno confusi con i
miracoli, i carismi e gli altri doni di Dio, come può accedere, ad esempio, in certe trasmissioni televisive?
Da quanto premesso, appare difficile pensare che siano dovuti allo spirito umano.

Infatti, anche se, in certi frangenti, escluso i casi di semplici intuizioni apparentemente inspiegabili dovute a
elaborazioni di dati incamerati dall’inconscio, o di tentazioni e interferenze del maligno, potrebbero essere
ipotizzate delle comunicazioni tra anima, in realtà queste, se veramente accadono, è probabile siano dovute a
mediazioni di angeli, o a ispirazioni divine, o alla provvidenza che guida il “caso”, ecc.

Alcuni affermano che i fenomeni parapsicologici hanno un’origine fisica (flussi magnetici, energie, ecc.) e
che in futuro potranno essere spiegati scientificamente.
Ma i veri fenomeni parapsicologici, quando esistono, sono tali proprio perché, come dice il vocabolario della
lingua italiana Zingarelli, non paiono rientrare in ciò che è soggetto alle leggi della natura.
Di fatto, fino ad oggi, nonostante i progressi della scienza in ogni ambito, nulla di scientifico si può dire su di
essi e sulle presunte leggi che li regolano: infatti non sono ripetibili a piacere alle medesime condizioni
(come prevede il metodo galileano per i fenomeni scientifici). Sono perciò incontrollabili e sembrano non
rispondere a leggi naturali. Almeno a leggi che rientrano nell’ambito sperimentale, che così tanto ha
contribuito al progresso scientifico degli ultimi secoli.

A questo punto la domanda da porsi è la seguente: se certi fenomeni non sono né miracoli, né carismi, se non
sono facoltà dell’anima, se non sono trucchi e suggestioni, se non sono fenomeni scientificamente spiegabili,
quale è la loro origine? Almeno la più probabile?

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Il fatto che spesso essi si manifestano in contesti “strani”, quali esoterismo, magia, superstizione, ecc., fa
supporre che potrebbero avere origine demoniaca. Tanto più che l’esperienza di molti operatori ecclesiali nel
campo delle guarigioni spirituali e delle liberazioni sembra convergere nella convinzione che, se alcune
esperienze spirituali non provengono da Dio, hanno allora una origine demoniaca.

Sull’origine dei veri fenomeni parapsicologici, perciò, nella migliore delle ipotesi non si può dire nulla,
mentre, nell’ipotesi più probabile e ragionevole, si può dire che la loro origine potrebbe essere demoniaca. E,
ammesso e non concesso che non tutti i veri fenomeni paranormali siano dovuti all’azione del demonio,
molti però lo sono, e perciò occorre tenerne conto.
Di fatto la “moda” della parapsicologia, che una volta veniva chiamata metapsichica, è iniziata con
l’esplodere dello spiritismo.

Quale è la posizione della Chiesa nei riguardi della parapsicologia?


Secondo l’Enciclopedia Cattolica (al termine metapsichica), quando la parapsicologia si identifica con lo
spiritismo, è espressamente vietata. E, in ogni caso, almeno fino a quando non si riesca a separare
sufficientemente eventuali fenomeni naturali da contesti illeciti o pericolosi, è proibita per diritto naturale e
divino positivo.
La Chiesa però permette che certi fenomeni si possano studiare. In proposito l’Enciclopedia Cattolica
consiglia di fare prima una richiesta all’autorità ecclesiastica. Richiesta che, anche se parrebbe non
obbligatoria, visti i pericoli a cui si può andare incontro, si potrebbe forse considerare come moralmente
vincolante.

Il problema degli “extraterrestri”


La Rivelazione non parla che, oltre all’uomo, nell’universo esistono altri esseri intelligenti. Qui, perciò, ci si
limiterà solo ad alcune considerazioni.

Uno dei luoghi comuni più frequenti da sfatare è quello che dice: “L’universo è tanto grande! Deve pur
esserci qualcun altro, oltre a noi!”. Ma Dio non deve niente a nessuno.
Infatti, se pure possiamo ammettere che Dio, creando l’universo, gli abbia conferito un movimento che
comporti anche un’evoluzione (di per se, senza un intervento esterno, la sola materia non ha alcuna
“convenienza” a muoversi, ma tende alla stabilità, e il caos genera caos), perché si arrivi all’uomo occorre
l’anima umana, che non è un prodotto della materia e della sua eventuale evoluzione, e che non può che
essere creata da Dio al momento del concepimento. Perciò, anche ammesso (e non affatto concesso) che
debbano esistere pianeti adatti alla vita e, in essi, la vita possa essere sorta “spontaneamente”, si tratterebbe
al massimo di vita animale e non umana, cioè non dotata di anima razionale e di pensiero astratto.

La Chiesa non nega affatto che Dio possa aver permesso un’evoluzione della materia fino ad arrivare alla
vita e alla vita biologica, e che dalle più primitive forme di essa si sia arrivati a quelle più complesse:
l’evoluzionismo che la Chiesa nega è quello che nega l’opera divina, che la provvidenza muove il mondo,
che nega la creazione, che riduce la vita umana a sola materialità…

La Chiesa non entra direttamente nei dibattiti scientifici e nelle diatribe tra evoluzionisti e no. Essa insegna
verità spirituali, alcune accessibili anche alla ragione, come quella della creazione e della necessità
dell’anima umana.

Perciò il dinamismo naturale che Dio ha impresso nell’universo non può arrivare, da solo, a forme di vita
intelligente, di un’intelligenza libera e dotata di pensiero astratto, di un’intelligenza di tipo spirituale e non
riconducibile all’organizzazione della materia, perché l’intelligenza umana ha sede nell’anima, che è creata
direttamente da Dio, e dalla materia non si possono spontaneamente generare realtà spirituali.

La clonazione dell’uomo, perciò, è impossibile soprattutto perché l’anima, unica e irripetibile, non si può
clonare.

A livello essenziale c’è più differenza tra l’uomo e lo scimpanzé, che tra quest’ultimo e un virus (o un
minerale).

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Di fronte alle domande esistenziali, infatti, come di fronte al pensiero astratto, lo scimpanzé è sullo stesso
piano del virus.

Perciò, come visto, anche ammettendo che la vita, oltre che sulla Terra, si sia sviluppata anche altrove
nell’universo, l’ipotetica evoluzione in atto in quei remoti luoghi potrà al massimo arrivare, od essere
arrivata, a forme di vita più o meno equivalenti a quelle dello scimpanzé o dell’orango.
Di conseguenza, se nell’universo esistono, oltre la nostra, altre forme di vita intelligenti, non è perché
“devono” esistere, ma è perché Dio le vuole. E le vuole non tanto come prodotto di un’eventuale evoluzione,
ma, essenzialmente, come persone.

L’uomo, perciò, non si differenzia dal resto della materia solo perché è all’apice della scala biologica, cosa
evidente soprattutto nella complessità del cervello umano, non spiegabile nemmeno attraverso il patrimonio
genetico, perché il cervello umano, caso unico, appare come molto più complesso del DNA. La differenza tra
l’uomo e il resto del creato visibile, e degli animali in particolare, è dato dall’anima razionale e, di
conseguenza, dal fatto che l’uomo è chiamato, attraverso la grazia, a partecipare alla vita divina, cioè alla
vita eterna.

Se dovessero esistere gli extraterrestri è presumibile che anche a loro Dio abbia fatto il dono della vita
soprannaturale, superiore a quella spirituale della natura della loro anima.
E se così fosse, gli extraterrestri hanno commesso un peccato originale? O il peccato di Adamo ed Eva
varrebbe anche per loro? E in che rapporto si porrebbero con la Redenzione di Cristo, che ha valore infinito e
universale?
E se essi si fossero conservati innocenti, in che rapporto sarebbero con l’Incarnazione e la Redenzione di
Cristo, visto che riguarda anche gli angeli (cfr Ef 3,10), e con la stessa Madre di Dio, concepita senza
peccato originale? E come bisogna intendere l’affermazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il
mondo fu creato in vista della Chiesa” (n. 760), intendendo, per mondo, l’intero universo materiale?
Questa è materia per teologi.

Io, che pure, quando sono ben realizzati, apprezzo film e telefilm di fantascienza, sono restio a credere agli
extraterrestri, cioè a forme di vita intelligenti al di fuori della Terra.
Naturalmente non affermo ciò come verità assoluta e sono pronto a ricredermi in ogni momento, ma mi
chiedo: se gli extraterrestri esistono, perché la Tradizione non ne fa cenno, visto che invece nomina, non solo
gli angeli custodi, che si prendono direttamente cura di noi, ma anche altri ordini di angeli, come i serafini?

Se il non menzionare non significa necessariamente negare, potrebbe però rappresentare un indizio di
negazione. Così come quando la Scrittura parla dell’istituzione del sacerdozio ministeriale: non dice
esplicitamente che è riservato ai solo uomini, ma lascia un indizio (confermato e ratificato come verità
dottrinale dalla Tradizione).

Tra le persone che credono nell’esistenza degli alieni ci sono anche cattolici praticanti. Cosa lecita, se la
dottrina della Chiesa non ne risulta compromessa. Ma cosa che diventa pericolosa quando il modo di credere
agli extraterrestri sconfina nel fanatismo, come di fatto avviene con coloro che desiderano mettersi in
contatto con gli extraterrestri.

Il fissarsi sull’esistenza degli extraterrestri non è pericoloso soltanto perché può rappresentare una specie di
ideologia in quanto, contro ogni ragionevolezza, spesso ci si ostina a dare fiducia a trucchi, voci, visioni di
folli e “prove” che non provano nulla e che, anzi, attentamente esaminate, si sono rivelate inconsistenti, ma è
pericoloso anche perché può condurre a forme di esoterismo e spiritismo.

Di fatto gli “esperti” di “ufologia” sono molto spesso affascinati e impelagati con stranezze quali spiritismo,
parapsicologia, pranoterapia, meditazione trascendentale, yoga, medicine alternative particolari (che spesso
richiedono il manifestarsi di pseudo “energie” sconosciute alla scienza), ecc. Fenomeni che, di fatto, hanno,
come denominatore comune, l’incompatibilità con la dottrina cattolica.

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E’ vero che Maria Valtorta, a cui molti cattolici danno fiducia di mistica, nella sua monumentale opera che,
se anche può essere di aiuto spirituale ad alcuni, non appare ricca di dottrina come quella di Santa Teresa
d’Avila e che, secondo alcuni, contiene errori teologici, fa riferimento all’esistenza degli extraterrestri, come
è vero che a Medjugorje l’opera valtortiana avrebbe ottenuto l’imprimatur della Madonna, con le parole,
dicono alcuni, “Tutto vero, si può leggere”, ma è anche vero che le apparizioni di Medjugorje sono esse
stesse una rivelazione privata, che può essere ritenuta autentica, e io la ritengo tale, ma che è pur sempre
mediata dai veggenti e, soprattutto, da chi domanda ad essi e ne media la risposta.
A me personalmente che l’opera della Valtorta può essere letta ritorna, ma che è “tutto vero” non ritorna
affatto. Anzi, quando sono andato alla fonte, a me non è stato riferito.

E c’è anche da considerare che spesso anche opere mistiche superiori a quelle della Valtorta contengono
delle imprecisioni e delle forzature e per questo, a maggior ragione, quel “tutto vero”, che la Madonna non
aveva motivo di pronunciare per come gli era stata posta la domanda, appare come una forzatura di anime
tanto pie quanto entusiaste.
Ma le mie considerazioni non hanno la pretesa dell’assolutezza.

I pericoli dello Yoga


Lo Yoga è un percorso spirituale induista che prevede l’uso di parole sacre (mantra), il sorgere di forze
interiori e, perfino, la magia. Perciò non ha nulla a che fare col Cristianesimo.
Eppure da parecchi anni si sta diffondendo sempre di più in Occidente sotto la forma dell’Hatha Yoga,
basato su esercizi psicofisici a cui si danno significati spirituali.

Come mai nell’Occidente pragmatico e concreto l’Hatha Yoga ha tanto successo anche in ambienti cristiani e
perfino in certi conventi?
Il problema è che i maestri di tale pratica dicono che in occidente l’Hatha Yoga è stato “laicizzato”, cioè
viene presentato esclusivamente come una semplice ginnastica.
Ma allora: perché tanto successo visto che l’Occidente, quanto a tecniche atte a mantenere la forma fisica,
non è secondo a nessuno? Perché non praticare la classica ginnastica, che per la semplice forma fisica è più
efficace dello Yoga?
Perché, come ben sanno molti che, invece, praticano lo Yoga alla ricerca di risvolti esoterici, un Hatha Yoga
“neutro” non esiste. Almeno fino ad oggi. Vediamone alcuni motivi.

L’Hatha Yoga è associato non solo alla forma fisica, ma a un non meglio specificato “benessere”, come se il
benessere sia garanzia della bontà di una certa cosa.
Ma il benessere a volte fa male, come quando si mangia a crepapelle.
Infatti, anche se si parla solo dei presunti benefici dello Yoga, la realtà evidenzia anche effetti negativi gravi,
quali la follia, il suicidio, ecc.

Ma come è possibile che delle semplici posizioni fisiche possano procurare dei danni spirituali?
Basta leggere, su Wikipedia, le caratteristiche dell’Hatha Yoga, per capire come a ogni posizione fisica o
pratica respiratoria, spesso stravaganti e innaturali, viene data una valenza religiosa induista.
Infatti, le posizioni fisiche, per quanto stravaganti possano essere, pur non potendo di per se determinare
direttamente dei danni spirituali, possono creare delle condizioni che influenzano la psiche predisponendola
a essere condizionata da forze esterne che possono agire sullo spirito.

E proprio questo avviene nelle lezioni di Hatha Yoga, in cui viene sempre inculcata, magari mascherandola
da spiegazione pseudo scientifica, la filosofia induista, a cui alle posizioni o alle pratiche respiratorie
vengono attribuite proprietà che, a ben vedere, hanno una valenza religiosa.
E questo spesso accede anche negli esercizi di relax, in cui si arriva ad una specie di autoipnosi con relativo
indebolimento delle difese psicologiche.

Come nel vegetarianesimo religioso e nella Macrobiotica si dà al cibo un intrinseco valore spirituale, così
avviene per le posizioni di questa “ginnastica” indu.

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E come il vegetarianesimo religioso non ha nulla a che fare col vegetarianesimo per motivi di salute
(opportuno o meno che sia), così l’Hatha Yoga non ha nulla a che fare con la ginnastica. L’intenzione,
infatti, è molto importante.
Che i frutti dello Yoga siano negativi lo si può constatare dal fatto che tale pratica favorisce in modo sfrenato
la superbia spirituale.

Rivelazioni private
La vera devozione migliora chi la pratica senza farlo sentire migliore degli altri (cfr Col 2,18-21.23).
Tutte le promesse delle autentiche rivelazioni private si realizzano per chi le pratica nel modo giusto, ma
grazie alla grazia e alle promesse del Vangelo (cfr Mt 7,7; Mt 18,19; Gv 14,13).

La fede del Vangelo è superiore a quella delle devozioni e ne sta alla base, in modo da esserne l’attuazione.
Ciò però non toglie che Dio possa concedere gli stessi benefici delle devozioni anche a chi, per vari motivi,
non ottempera alla forma che esse richiedono, ma ne desidera vivere la sostanza (di cui la forma potrebbe
rappresentare la via formale o una specie di “segnaletica”) o, di fatto, ne vive l’essenza.
Del resto, cosa impedisce a Dio di concedere certi benefici a chi glieli chiede con fiducia?
In Dio non si potrebbe forse ipotizzare che il desiderio può realizzare il godimento dell’essenza di molti beni
spirituali, anche al di fuori della loro forma? Del resto non tutto ciò che la Chiesa non approva ufficialmente
lo disapprova, purché non contrasti con la fede.

In ogni caso una devozione o una spiritualità non aiuta solo a conseguire meglio una parte del Vangelo, ma si
apre a tutto il messaggio di Cristo. Per questo non è necessario seguire troppe devozioni ma, anzi, è dannoso.
Chi volesse seguire tutte le devozioni, leggere tutti i mistici e gli autori spirituali, è come chi volesse
ascoltare tutte le omelie. Il Catechismo della Chiesa Cattolica e la Liturgia della Chiesa riassumono tutto.
Nulla può essere paragonato alla carità, neanche i doni mistici: per la madre di Dio, ad esempio, non si parla
che avesse le stimmate, ma aveva l’Amore!

Se, come dice sant’Agostino, l’amore supplisce all’ignoranza (non colpevole) delle Scritture, quanto più a
quella delle rivelazioni private? E se vanno interpretate le Scritture, a maggior ragione le rivelazioni private!
La Madonna a Medjugorie ha detto di leggere la Bibbia per scoprire il messaggio delle sue apparizioni.
Le rivelazioni private vanno sottoposte alla Chiesa, integrate nella sua dottrina e inserite nella vita ecclesiale.
Va tenuto conto che san Paolo dice che la profezia è imperfetta e san Giovanni della Croce arriva a dire che
perfino nelle profezie autentiche Dio può permettere che si intrometta il demonio, mentre per sant’Alfonso
Maria de’ Liguori le false visioni sono più numerose delle autentiche.

Inoltre le profezie possono realizzarsi in modo imprevedibile, il linguaggio profetico può essere simbolico e
comunque non di facile comprensione, le rivelazioni private sono spesso condizionate, filtrate, mediate e
limitate dallo “strumento” umano, ecc.
Così, ad esempio, le visioni e le immagi di varia natura soprannaturale, o comunque dovute alla provvidenza
che ispira l’immaginazione, che si può usare anche in preghiera, non necessariamente vogliono essere
precise scientificamente o storicamente, ma sempre vogliono insegnare.
Ci possono essere più “livelli” di profondità spirituale e mistica, ma occorre sempre l’aderenza alla verità
teologica.

Anche se ci sono vari tipi di rivelazioni private, quelle che sono anche o prevalentemente profetiche,
generalmente richiedono degli uditori che esplicitamente raccolgono il messaggio. Non a caso la Madonna, a
Kibeho, ha detto: “Quando mi faccio vedere e parlo a qualcuno, intendo rivolgermi al mondo intero”.
Come accennato, non è strettamente necessario che tutti conoscano tutti i messaggi delle apparizioni
mariane, anzi, può essere controproducente. Importa però che le apparizioni rappresentino come un
“movimento” di anime che, in alcuni casi, può assumere una vastità universale, come, ad esempio, le
apparizioni di Fatima, o Kibeho, o Akita, o Medjugorje.

La fede umana si può dare solo a ciò che può essere ragionevolmente creduto.
Scrive Papa Paolo IV nella Bolla di approvazione del miracolo eucaristico di Monrovalle: “La Sacrosanta
Chiesa Romana… desidera prima di tutto la purezza della religione cristiana, e allo stesso tempo vigila
incessantemente affinché non si dia fede a falsi miracoli… giudicando che in tutte le cose, ma soprattutto in
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quelle che riguardano la fede, non bisogna credere in maniera sconsiderata” (J. Ladame – R. Duvin, I
miracoli eucaristici, Ed Dheoniane, Roma 1995, pag. 104-105).
E Santa Teresa d’Avila scrive: “Tengo per certo che il Signore non permetterà mai al demonio d’ingannare
un’anima che non si fida di sé ed è così forte nella fede da essere pronta a sopportare mille morti per un sol
punto di essa. Con quest’amore che Dio le infonde per la fede e che costituisce una fede viva ed inconcussa,
essa fa del suo meglio, per conformarsi in tutto agli insegnamenti della Chiesa, interrogando or questi, or
quelli: così ben fondata nella verità da non lasciarsi smuovere d’un sol punto da ciò che la Chiesa ci
propone a credere, neanche se vedesse il cielo aperto” (Opere. Vita si S. Teresa di Gesù; cap. 25, n. 12;
Postulazione Generale OCD, Roma, 1981).

Creazione
Anche se, per pura e assurda ipotesi, l’universo fosse da sempre, Dio ne sarebbe il creatore, perché l’universo
non si giustifica da se stesso, mentre Dio è l’Eterno che trascendente l’universo anche rispetto il tempo e lo
spazio fisico.
Se l’universo fosse da sempre, lo sarebbe secondo la sua natura materiale, cioè sarebbe da sempre secondo
ciò che noi chiamiamo “tempo”.

Ma noi sappiamo che l’universo è stato creato dal nulla e Dio lo regge in ogni istante.
Ma l’atto creativo di Dio forse non si è manifestato solo nel far sorgere della materia dal nulla e nel creare le
anime razionali degli angeli e degli uomini, ma anche nella comparsa della vita biologica, che potrebbe non
essere solo un’espressione di evoluzione della materia, sebbene guidata dalla Provvidenza.
E perfino le novità sostanziali dell’evoluzione potrebbero derivare da un intervento creativo di Dio.
In realtà non sappiamo ancora nulla di ciò e tante ipotesi possono essere ammesse. Una cosa però è certa:
l’opera creativa di Dio continua ancora oggi ogni volta che viene concepita un’anima umana, che informa e
personalizza la materia.

La materia si spiega solo con la fisica? Tutta la materia risponde, alla fine, sempre alle leggi della fisica?
Oppure, senza confonderla con lo spirito, c’è anche qualche altro principio?
Mi riferisco innanzi tutto alla biologia.

Di fatto, la vita biologica, senza arrivare all’uomo dotato di anima razionale, comporta delle novità: queste
novità sono comprese nel dinamismo intrinseco dell’universo a cui Dio ha dato un fine? E, soprattutto quelle
degli animali, perché non potrebbero avere qualche principio che, senza superare ciò che la biologia, supera
la materia bruta? Oppure la vita biologica si riduce alla sola fisica?
Se la vita biologica non fosse solo una conseguenza “logica” della materia, ma anche un vero perfezionarsi
ed evolversi anche nella novità della materia esistente o, a maggior ragione, se essa fosse un prodotto
dell’azione diretta di Dio creatore, forse potremmo parlare di un principio che, pur essendo materiale, è
capace di generare novità che manifestano un dinamismo di perfezionamento.

Che questo eventuale dinamismo dell’universo sia intrinseco alla sua stessa materia, almeno a certe
condizioni?
Non si sa ma, in ogni caso nulla si può spiegare senza Dio, che può aver agito in modo diretto o indiretto,
attraverso una “informazione” dinamica che agisce sulla materia, e su una certa materia, secondo la sua
volontà.

Universo.
Secondo qualcuno l’universo si è auto crea come i numeri che nascono dallo zero.
La teoria dice: lo zero non è nulla, ma è un numero, come gli altri che seguono, perciò, come i numeri
scaturiscono dallo zero, così l’universo scaturisce da uno spazio zero e da un tempo zero (ma questo sembra
più che altro un gioco di parole).

Ma se per la matematica lo zero ha un significato matematico, non così in fisica: uno spazio zero e un tempo
zero significa che non c’è nulla di materiale, né di temporale, perciò non c’è fisica.
Zero è un ente matematico, il nulla non è un ente fisico. Dove c’è fisica, lo zero esiste.
Dire che l’universo sorge spontaneamente dallo zero, è come dire che nasce dal nulla. E’ pura astrazione che
si basa su presupposti scelti ad oc, su pregiudizi indimostrabili.
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Matematicamente può essere ammissibile, ma la matematica e la fisica non sono la stessa cosa, così come
non lo sono lo spirito umano e la materia, anche se vengono da Dio.

La matematica è immateriale e di per se non perderebbe nulla anche se avesse solo un significato
immateriale: perché dovrebbe dare origine alla materia? E dove sono le osservazioni e le prove?
E soprattutto: chi lo ha creato lo zero, visto che non è nulla e che non si giustifica da solo?
Perciò il rapporto della matematica con la materia è una prova a favore del fatto che, per spiegare ogni cosa,
occorre Dio.
Se i numeri esistono: perché ci sono? Chi li ha creati? Perché la logica umana? Chi l’ha creata? Quale realtà
esprime?

Il mondo dell’astrazione e del pensiero non ha rapporti col mondo fisico se non per comprenderlo meglio
cogliendone anche, e soprattutto, il significato filosofico (e religioso) attraverso l’intelligenza naturale.
Non è più semplice, e anche più logico, dire che non è la logica umana a creare l’universo, ma Colui che è il
Logos e il creatore della nostra logica?

L’universo che si auto crea dallo zero ha lo stesso valore dei miti perché anche essi, a determinate condizioni
che noi inventiamo, potrebbero essere dimostrati logicamente. E, in ogni caso, dovrebbero esistere già delle
potenzialità naturali che non si spiegano da se stesse, e non il nulla.
Per una creazione dal nulla, ma anche solo per far sussistere e dare significato all’universo, occorre Dio, che
è tutt’altro che il nulla.
Non è forse Dio l’ipotesi più plausibile, più “elegante” e meno dispendiosa per spiegare e giustificare
l’esistenza dell’Universo, tanto da soddisfare anche il cosiddetto “Rasoio di Occam”?

L’universo è un mistero e lo sarebbe sotto molti aspetti perfino se, per assurdo, fosse solo una straordinaria
macchina: Dio infatti sarebbe comunque richiesto perché la macchina non si giustifica da sola.
L’universo, infatti, sarebbe comunque ben poco prevedibile, sia per la vastità e complessità dei fenomeni, sia
perché gli “osservatori” umani, che sarebbero solo parte della “macchina”, sia per Dio, sommamente libero,
che può interferire come vuole, sia attraverso un meccanismo imprevedibile, come potrebbe essere la
Meccanica quantistica, sia intervenendo direttamente, ecc.

Principio di causalità
La fisica è spesso descritta come piena di oggetti virtuali, di paradossi, di situazioni estreme, che spesso
coinvolgono il concetto di nulla o di infinito che, però, nulla hanno a che fare con la fisica.
Sebbene la scienza ci ha spesso riservato sorprese, anche a non voler per principio escludere ciò che per
principio è da escludere, una cosa è certa: il Principio di causalità non può essere messo in discussione
senza mettere in discussione la stessa scienza che, con tutti i suoi splendidi risultati sia pratici che teorici, si
basa proprio su di esso.

E’ più logico rivedere tutte le teorie della scienza che il Principio di causalità.
Così, se pure non vogliamo escludere a priori “oggetti” virtuali come l’iperspazio, i buchi neri assoluti con le
loro singolarità, i buchi bianchi, ecc., essi devono essere considerati come oggetti non fisici, ma matematici,
che possono magari servire alla fisica come parziali espressioni di realtà ancora del tutto, o quasi del tutto,
sconosciute.
E se per pura ipotesi dovessero in qualche modo esistere, tali entità dovrebbero essere ridotte, sempre e
comunque, entro il Principio di causalità e, perciò, della ragione, al di fuori della quale non c’è scienza. Per
cui gli scienziati che se ne volessero occupare, non lo potrebbero fare con criteri non scientifici, a volte simili
a delle credenze superstiziose.

Prendiamo, ad esempio, il caso dei tachioni, oggetti virtuali che avrebbero la caratteristica di avere
comportamenti opposti alle particelle normali e di essere più veloci della luce che, però, mai potrebbero
raggiungere (la velocità della luce farebbe da spartiacque tra gli oggetti subluminari e superluminari). Cioè,
se i tachioni ricevessero una spinta, rallenterebbero, e se la spinta fosse di forza infinita, o quasi infinita,
raggiungerebbero la velocità della luce, o quasi; mentre se l’energia si riducesse a zero, o quasi, la oro
velocità sarebbe infinita, o quasi.

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Ma da dove spuntano i tachioni? Non da osservazioni, ma da equazioni che descrivono teorie scientifiche che
fanno uso di numeri immaginari e che perciò, più che essere teorie, sono ipotesi e congetture non
giustificabili nella fisica che non fa uso dell’infinito, che di per se è un ente astratto.

Di fatto i tachioni, che non hanno ancora nessuna evidenza scientifica e sperimentale, sembrano essere, più
che entità fisiche, solo il risultato di un “trucco” matematico che potrebbe essere possibile applicare a certe
astruse teorie fisiche per farle “tornare”. Cioè: certe teorie fisiche, almeno finché non sono definitivamente
accantonate o non si trovano soluzioni più consone, possono reggersi ammettendo l’artificio dell’esistenza
dei tachioni, sarebbero, però, solo uno strumento che sostituisce qualcosa che ancora non è stato “trovato”.
E comunque, se pure i tachioni esistessero, dovrebbero rientrare all’interno delle coordinate del Principio di
causalità.

La loro espressione matematica però può essere ammessa, perché in matematica tutto può esistere di
matematico purché sia coerente e non si contraddica.
Di fatto se in matematica possono essere ammessi certi “trucchi” come i numeri irrazionali, purché seguano
una logica rigorosa, in fisica gli unici “trucchi” ammessi sono quelli che hanno la funzione di ridurre e
semplificare la realtà reale per fare in modo che un suo modello teorico funzioni.
Ad esempio: anche chi non si intende di elettronica sa che, se si accende la televisione, questa funziona, e
questo dato lo prende così com’è. Non sapendo come funziona, può costruirsi un modello coerente che
prevede che, all’interno, ci sono tante figurine che si muovono, nell’attesa di scoprire, un po’ alla volta, la
realtà vera.

Paradossi
In epoche passate ci si divertiva a inventare paradossi come: può Dio creare un macigno che non può
sollevare? Dio può tutto, tranne il male (che è assurdo). Di conseguenza in questo paradosso sono sbagliate
le premesse: la creazione non è Dio, ma inferiore, per cui la risposta è no.
Se Dio potesse creare un qualcosa pari a lui, cioè un altro Dio, sarebbe sminuito e non sarebbe giusto, per cui
non sarebbe Dio.

Se l’assurdo esistesse concretamente, sarebbe, come visto, un male, per cui se, per assurdo, Dio avesse creato
il male, ne sarebbe stato diminuito e non sarebbe Dio.
Del resto, se l’assurdo fosse vero, anche la ragione ne sarebbe diminuita.
Il male si può concepire non come essere, ma non come essere. Per questo Dio è il compimento di tutto il
concepibile, anche del non essere, nel senso che il non essere ha la sua ragione d’essere nell’essere (che è
stato rifiutato).

Il bene è il positivo del male, che esiste, ma solo come negativo del bene e che, perciò, in se stesso non
possiede alcuna originalità. E così l’assurdo.
Dio è sommamente libero e fa solo ciò che vuole. E vuole solo il bene, per cui non può, né vuole, fare il
male, altrimenti non sarebbe sommamente libero.
Perfino in matematica i paradossi non sono ammissibili perché ne minano la coerenza e, se non c’è coerenza,
non c’è soluzione matematica.

La ragione, con le sue leggi logiche, si fonda su Dio, tanto che, se è sufficientemente retta, può arrivare fino
a lui, che può concepire attraverso i propri criteri limitati ma che non limitano Dio, limitandosi a
testimoniarne il mistero che capisce e, capendolo, capisce di non capire.
E’ Dio, infatti, che ha fondato la ragione umana su basi sicure ed evidenti, di per se, alla ragione stessa. La
fede, poi, illumina la ragione (e con la grazia la potenzia…).

In fisica i paradossi non esistono, nemmeno in Meccanica Quantistica, che in parte è inconoscibile ma che è
regolata da leggi precise.
I tentativi di trovare una teoria scientifica capace di integrare Relatività e Meccanica Quantistica sono
lodevoli, ma non è detto che le due realtà possano sicuramente essere integrate.
Qualunque cosa sia la Meccanica Quantistica, è difficile da immaginare. Essa consiste essenzialmente nelle
sue leggi ed è possibile che i suoi “componenti” siano delle “entità” a cui noi diamo il nome di tempo, massa

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ecc. Cioè entità che matematicamente equivalgono al tempo (che, però, può andare in ogni direzione), alla
massa, ecc., ma che non sono il tempo (almeno il nostro), la massa, ecc.
Il modello non è la realtà.
La MQ forse possiede anche altre leggi fisiche e comunque funziona anche secondo altri parametri che, però,
sempre rispondono bene al linguaggio della matematica, cioè sono regolati da precise leggi matematiche. Ma
cosa essa esattamente sia, non si sa. Almeno non ancora.

Nell’universo reale, perciò, non c’è nulla di assurdo anche se non è detto che tutto possa essere spiegabile, in
quanto la realtà è sempre più complessa del modello e il modello non è detto che debba rappresentare tutta la
fisica. L’assurdo, in fisica, non esiste: significa solo che ci sono dei limiti nell’indagate o occorre cercare
ancora.

Perciò, nonostante quello che dicono certi scienziati, tutto ciò che nel nostro universo è assurdo, (o perché
contrario al principio causa – effetto, o perché presuppone che l’energia, o lo spazio, o il tempo, siano
infiniti, ecc.), non è reale. Come i viaggi nel tempo.

Infinito
Se in matematica e in filosofia l’infinito è “pane quotidiano”, nella fisica sperimentale, cioè reale e
verificabile, tale concetto non è contemplato. Per la fisica sperimentale tempo, energia, densità… infiniti,
non esistono. Perciò non esistono neanche le singolarità come i buchi neri (cioè: probabilmente esistono, ma
sono un po’ meno “neri”, cioè non sono delle vere singolarità).

Il tentativo di voler infinitizzare l’universo spesso è solo un inconscio tentativo di fare a meno del Creatore
ma, così facendo, l’universo viene in qualche modo divinizzato, o, meglio, viene divinizzata la volontà
dell’uomo che, in genere, tende credere in ciò che vuole pur non potendolo realizzare e provare.

In ogni caso, se pure l’universo fosse davvero infinito in tutte le sue dimensioni spazio temporali, non
sarebbe comunque eterno, perché l’eterno è infinito anche in senso trascendente. L’Infinito (con la
maiuscola), infatti, più che essere una “estensione” infinita, è una “pienezza” infinita, che può essere comata
solo da Dio: è lui l’Infinito!

Ma anche in matematica si ha a che fare con l’infinito. Così, tra un punto nello spazio, che è immateriale, e
un altro punto a una certa distanza, ci sono infiniti punti, come tra un numero (immateriale) e un altro. Le
grandezze fisiche, invece, cioè quelle “materiali”, non sono continue ma discrete.
Se Dio ci ha dato la ragione è per capire la realtà attraverso i parametri e i limiti della stessa ragione, che non
è un’entità fisico materiale e, perciò, ammette il continuo, ma che non può capire tutto perché è solo umana e
perché la realtà creata è in qualche modo in relazione con il mistero infinito di Dio. Ma quello che può capire
può capirlo in modo vero, cioè con criteri veritieri.

Di fatto, se la ragione può confrontarsi con la stessa Rivelazione (teologia), partendo da “assiomi” rivelati,
cioè da Principi primi soprannaturali, anche se lo può fare solo tramite le categorie che le sono proprie,
quanto più essa può “studiare” l’uomo e le sue realtà spirituali e, più ancora, l’universo, anche se il mistero li
pervade, in quanto ogni cosa entra in qualche modo in relazione con Dio?

Forse una delle ragioni che in fisica più depongono a favore del Modello Standard, è che a tuttora è ancora
incompleto: voler sapere tutto e subito conduce ad errori.
Tutto conduce a Dio attraverso la contemplazione e la speculazione. Sia la fisica, che direttamente studia la
materia; sia la matematica, che riguarda anche il concetto di infinito, senza però arrivare “direttamente” a
Dio; sia la filosofia, che tratta anche di Dio secondo i criteri della ragione; e sia, e soprattutto, la teologia, che
tratta direttamente della Rivelazione che Dio ha fatto di sé stesso.

Evidenze
L’agnosticismo è una presa di posizione esattamente come l’ateismo e il credere nell’esistenza di Dio.
Per gli agnostici, però, la loro posizione è la più “equilibrata” e, perciò, si eleva sulle altre scelte, ma in realtà
questo atteggiamento può essere un sintomo di rinuncia a cercare.

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In realtà la scelta di credere è quella più logica perché solo così tutto assume un ordine.
Le altre scelte comportano problemi insolubili riguardo ai grandi perché della vita.
La scelta di credere è quella più “bella” e che dà più speranza: solo una ragione ottenebrata non vede, in
questo, un valido motivo per privilegiare tale scelta.
In realtà alla ragione occorre credere in Dio per esistere ed essere coerente, e ha bisogno della fede in Cristo
per trovare la pienezza.
Senza Dio la ragione sragiona e nemmeno può capire appieno le ragioni di chi ha fede.

Del resto, se qualcuno desidera ragionare è perché la ragione risulta evidente alla ragione. Ma, se è così,
devono esistere delle evidenze, altrimenti come ragionare? E su cosa ragionare? E perché ragionare?
E se solo la ragione fosse evidente, essa non potrebbe che ragionare su se stessa. Ma a che pro? E in rapporto
a cosa?
E’ perciò evidente che esistono altre cose evidenti, oltre alla ragione e alle leggi intrinseche ad essa, come il
senso del bene e del male e, soprattutto, il senso di Dio.
Se la ragione non arriva all’evidenza di Dio è perché, col peccato originale e i susseguenti peccati, la stessa
ragione ha subito una corruzione.

Che fare in tal caso? Annunciare la ragione alla ragione e, perciò, annunciare Dio alla ragione. Ma,
soprattutto, annunciare Cristo semplicemente, senza troppa filosofia.
Poi, se opportuno, la filosofia e la teologia possono approfondire le ragioni.
In un non credente di buona volontà la ragione è aperta per come può, mentre in chi fa pregiudizialmente a
meno di Dio, la ragione si ripiega su posizioni ideologiche e immotivate e, perciò, irrilevanti.

So di non sapere significa che più so, più so che devo imparare, non che non so nulla e che nulla si può
sapere, altrimenti ragionare non serve più, e nemmeno cercare la verità.
Di conseguenza, per parlare di Dio in modo corretto accorre almeno sperare nella sua verità, e per parlare di
Dio per come lo ha rivelato Gesù Cristo, occorre la fede.
Se così non fosse, le opere compiute da Hitler, da Ghandi e da Madre Teresa di Calcutta, avrebbero la stessa
valenza morale. Il bene e il male sarebbero la stessa cosa e l’indignarsi verso il male sarebbe frutto di una
“programmazione”, come fossimo dei computer o parte di un computer.

Il senso della genealogia di Gesù


La nostra storia è il risultato di un’infinità di possibilità di eventi che si “materializzano” in circostanze
concrete e in precise coordinate spazio temporali, ma che, in qualche modo, si “universalizzano”.
Il nostro stesso DNA, in quanto risultato di innumerevoli possibilità, lo dimostra, nonostante noi, come
persone, siamo molto più di esso.
Ma la nostra storia, e la storia in genere, è fatta anche dalle nostre scelte, che ci manifestano e ci formano.
Di fatto ciò che siamo, lo siamo anche in rapporto alle relazioni che stabiliamo con le altre persone, e innanzi
tutto con Dio, attraverso le nostre scelte libere.

Noi siamo come Dio ci ha pensato, ma anche come noi ci pensiamo in rapporto al pensiero divino. Siamo il
progetto di Dio, ma anche come ci realizziamo in rapporto a quel progetto.
Ciò che “manca” alla creazione è lo sviluppo che essa richiede e che ci chiama in causa: in un certo senso
questo sviluppo ci appartiene, ma, anche, ci manca per essere pienamente noi come persone realizzate.
Noi siamo secondo la grazia divina, ma anche secondo la nostra volontà. Siamo le nostre potenzialità, ma
anche la nostra realtà concreta. E ciò che siamo si realizzerà pienamente nella vita eterna, anche in relazione
alla nostra risposta alla grazia.

L’anima umana, per relazionarsi con gli altri attraverso i criteri della propria natura, si esprime e comunica
col corpo e con la psiche attraverso la cultura, che è il risultato dell’azione dello spirito umano con la materia
del suo corpo e del creato.

La comunicazione umana è propria dello spirito che, esprimendosi col corpo, usa segni e simboli da
associare al messaggio da comunicare.

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Questa comunicazione naturale, anche a causa del peccato, è limitata e imperfetta, e spesso anche imprecisa,
ma può funzionare abbastanza bene in quanto il genere umano ha una natura comune, sebbene poi ogni
persona abbia anche una sua “natura” specifica.
Se dovessimo schematizzare, si potrebbe dire che più il messaggio da comunicare è un’informazione che
soprattutto “descrive” una realtà, cioè più si basa su categorie “lineari” e conseguenziali, più è funzionale,
mentre se si vuole comunicare un sentimento, un sentore, un’intuizione, ecc., la comunicazione che si basa in
buona parte su espressioni atte a “descrivere” risulta più limitata, e perciò spesso usa anche il linguaggio
dell’arte.

Ma la struttura fondamentale della natura di tutti gli uomini si basa sull’amore e sulla verità, e perciò sul
sentimento inteso come amore, che è il principio di tutti i sentimenti che ad esso devono essere orientati, e
sulla razionalità intellettiva.
Per questo il vero Comunicatore è Dio stesso, capace di servirsi del linguaggio umano superandolo e
rendendolo atto a comunicare all’anima, attraverso la Chiesa, il suo mistero, sia razionalmente, sia attraverso
la carità, che interagiscono tra esse.
Perciò, pur coi suoi limiti, la cultura risulta un mezzo naturale atto a trasmettere l’informazione spirituale.

La cultura, che è sempre in mutamento e sempre chiamata in qualche modo ad evolversi, si intreccia
profondamente con la storia e con la nostra storia.
E poiché siamo chiamati a sviluppare il progetto di Dio concretamente, cioè attraverso quelle possibilità che
si “materializzano” nella realtà della nostra vita di tutti i giorni, risulta interessante, per capire meglio chi
siamo, tracciare, anche solo approssimativamente, le coordinate storiche e, di conseguenza, culturali, che
hanno condotto a noi e che sono in relazione con quelle di ogni altra persona.

Perciò, sebbene lacunose, le tracce della nostra storia ci danno degli indizi che ci aiutano a capire meglio chi
siamo.
La storia, infatti, parla dell’uomo, e di ogni singolo uomo, un po’ come un frammento fossile dà notizie di
quel singolo organismo che lo ha prodotto, ma anche del genere a cui quell’organismo apparteneva,
relazionando il tutto all’ambiente che lo circondava.

La mia storia si intesse con la cultura della mia città (o delle mie città), della mia regione, del mio popolo.
Ma anche con la storia dell’umanità, sia attraverso gli incontri “diretti”, che “indiretti”. Ma si relaziona
soprattutto con la storia della salvezza, di cui la mia personale storia diventa parte, divenendo la storia della
mia salvezza.
Storia della salvezza e storia del mondo non si possono disgiungere: la storia si colora di salvezza e la
salvezza è l’anima della storia e le dà un senso.
In un certo senso, se la mia storia è nella storia della salvezza, anche la compendia.

Storia e storia della salvezza: come una stessa storia, ma su 2 piani diversi. Due piani senza confusione, ma
indissolubilmente uniti, in cui la salvezza assume la storia. La Bibbia ne è la testimonianza.
Tutto nella storia è in funzione della salvezza: in tal senso non c’è storia profana, perché anche ciò che è
profano viene da Dio ed è per Dio.
Perciò anche le storie dei popoli, della letteratura, della scienza… non hanno un fine proprio, ma sono in
funzione della storia della salvezza.

Tutti gli uomini hanno la stessa dignità. Essi, infatti, pur nella loro diversità, hanno la medesima origine, sia
a livello biologico, essendo tutti discendenti dei medesimi Progenitori, sia a livello spirituale, avendo Dio
creato direttamente l’anima di ogni persona e propria immagine, e sia a livello di vita di grazia, essendo
Cristo morto e risuscitato affinché ogni persona possa essere a lui incorporata nella Chiesa attraverso lo
Spirito Santo, presente in ognuno di noi più che noi stessi.

Poiché Gesù ci dice di amare gli altri come noi stessi, conseguentemente noi dovremo amare le famiglie
degli altri come la nostra, le città degli altri come la nostra, gli altri popoli come il nostro, le altre nazioni
come la nostra, perché Dio è TUTTO in tutti. E noi siamo più in Dio che in noi stessi (senza confusione tra
noi e Dio).

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La genealogia di Gesù riportata dai Vangeli riguarda gli antenati di san Giuseppe, che non è padre di Cristo a
livello biologico. Ciò significa che quello che veramente conta è lo spirito.
Di conseguenza la cultura, frutto dello spirito umano, è un’eredità più grande di quella solo genetica, e la
grazia che l’uomo è chiamato a portare nel mondo come collaboratore di Dio, è un’eredità ancora più grande
della cultura, così come dimostra la Madre di Dio, che è madre anche degli uomini.

Ciò non toglie che la genitorialità fisica comporta sempre, per volere di Dio, la chiamata ad essere genitori
anche a livello spirituale, perché, anche se l’essenza della genitorialità spirituale discende da Dio, tutto ciò
che nell’uomo è fisico, ha un significato spirituale.

Le popolazioni del mondo e ogni singolo individuo, sia geneticamente, che culturalmente, sono frutto di una
serie di mescolanze: variano solo certe percentuali.
Se, ad esempio, i danesi, rispetto agli italiani, hanno una maggior percentuale di “sangue” vichingo, basta
l’inserimento di un solo vichingo nella storia genetica dell’Italia, per far sì che numerosi italiani di oggi
possano avere tra gli antenati un gran numero di vichinghi, anche se lontani nel tempo.
Perciò, più ci si allontana nel tempo, più l’eredità genetica, sembra sbiadirsi, anche se in realtà esiste un
legame reale tra tutte le generazioni.

Ma ciò che più ci rimane dei nostri antenati non è tanto l’eredità genetica, ma quella culturale e spirituale.
Per questo le tradizioni culturali della nostra patria ci manifestano le nostre radici più dell’albero
genealogico, e la fede ci manifesta le nostre radici più profonde più della cultura, che pure ne è influenzata,
soprattutto in rapporto col nostro “vero” popolo, quello di Dio, che si concretizza nella Chiesa.

Se la genetica, da sola, non conta nulla (“La carne non giova a nulla” dice Gesù nel Vangelo di Giovanni),
essa, però, deve farsi veicolo di ciò che veramente conta.
Anche in questo senso la genealogia di Gesù ha un significato spirituale importante.
Se le genealogie e la storia degli antenati, così come la storia del proprio popolo, dovessero esserci di
ostacolo a livello spirituale, dovremmo, parafrasando l’Apostolo Paolo, considerarle spazzatura. Ma se,
invece, conoscerle ci fa meglio conoscere noi stessi e, conseguentemente, ci fa meglio apprezzare la storia
degli altri, e gli altri, e la storia della salvezza, allora possono divenire uno strumento di pace, come le due
genealogie di Gesù riportate dai Vangeli, che, differendo tra loro, mettono in risalto proprio quello che più
conta nel conoscere la storia.

Scrive l’Apostolo Paolo: “Giudeo è colui che lo è interiormente” (Rm 2,29).


Si appartiene perciò a un popolo soprattutto attraverso la volontà e l’amore, condividendone ciò che di
essenziale lo caratterizza nel bene. Tutti i popoli tendono a Cristo e tutte le culture si realizzano in Cristo, che
è tutto in tutti.
Si è italiani non per genetica, ma per cultura, che si sviluppa nella storia. La genetica è solo uno strumento di
cui si serve lo spirito. E si è cristiani per la fede, e la genealogia di Gesù è la nostra genealogia, la genealogia
che parte da Gesù e arriva fino a ciascuno di noi, è la nostra genealogia.

Come la Storia della salvezza è la storia della storia, così il Popolo di Dio, la Chiesa, è il Popolo dei popoli.
Perciò, ciò che vale circa l’appartenenza a un popolo, vale, a maggior ragione e con significati nuovi e
trascendenti, per il proprio popolo per eccellenza: quello di Dio.
A un certo punto della storia dell’umanità, che sembrava senza senso, Dio ha preparato un “luogo”, un
“tempo” e un popolo, in cui potesse sorgere Colui al quale tutta la storia tende, perché l’Eterno entrasse nel
tempo per “eternizzarlo”.
Da quel momento ognuno di noi, pur “appartenendo” a un luogo e a un tempo, è contemporaneo di Cristo ed
è chiamato ad essere del suo popolo e suo “consanguineo”. Egli, infatti, donandosi, ha assunto tutti i popoli e
tutti i tempi e manda il suo Spirito su ogni uomo attraverso il suo Corpo mistico.

Annuncio del Vangelo


Il Concilio Vaticano II afferma che i non credenti che cercano la verità seguendo la propria coscienza,
possono ottenere la vita eterna. Perché, allora, la necessità e l’urgenza di annunciare il Vangelo?
La salvezza è intimamente legata alla verità: Dio, che salva, è verità e, di conseguenza, vuole salvare l’uomo
attraverso la verità.
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La verità che salva, che è efficace in se stessa, esige di essere annunciata.
Se nell’ordine naturale la conoscenza di una singola verità è importante, quanto più sarà importante la
conoscenza della verità nell’ordine soprannaturale? Se, ad esempio, l’aver scoperto l’effetto degli antibiotici
ha salvato o migliorato la vita a molte persone, quanto più grandi saranno i vantaggi derivanti dalla
conoscenza del Vangelo?

Lo Spirito Santo, che rende presente la Parola di Dio, può “inserire” la Comunicazione divina “dentro”
espressioni tipicamente umane, rendendole atte a trasmettere la Verità.
Perciò, a seconda dei casi, la Comunicazione divina può richiedere: l’esempio, la parola, la scrittura,
l’immagine, il gesto, il silenzio…
Tutte queste espressioni non sono in contrasto tra loro e non si possono separare a priori senza mettere degli
ostacoli umani alla stessa Comunicazione divina. Non si può, ad esempio, mettere in contrapposizione la
testimonianza di vita cristiana con la predicazione.

Ma si può evangelizzare partendo dai valori umani per arrivare al Vangelo?


Proporre delle singole verità morali avendo come riferimento ultimo Gesù Cristo, può rappresentare una
forma di evangelizzazione.
Parlare invece di singole verità o di buoni sentimenti senza far riferimento, neanche remoto o implicito, alla
verità tutta intera a cui fa riferimento il Vangelo, può sfociare in una sorta di moralismo o di buonismo che
può arrivare anche a rappresentare un ostacolo all’evangelizzazione.

Testimonianza di vita e annuncio


Il Regno di Dio si diffonde con la santità: solo la santità, cambiando l’uomo, può cambiare davvero il mondo
e la società. Per cui santificarsi significa portare il Vangelo nel mondo: la santità è un “messaggio eloquente
che non ha bisogno di parole, essa rappresenta al vivo il volto di Cristo” (Giovanni Paolo II, Novo millennio
ineunte, 7).

Ma la Parola di Dio, frutto della santità divina, ha in se stessa la forza dello Spirito Santo (cfr. Fil 1, 17-18).
Perciò i piani divini prevedono santità e predicazione: predicazione nella santità.
Insegna il Papa: “La santificazione è una condizione che Dio stesso ha posto per la maggior efficacia
dell’evangelizzazione. Certo, il Vangelo di Dio ha una sua efficacia oggettiva, che deriva dall’essere non
parola umana ma Parola di Dio. Ma Dio stesso, assumendo degli uomini liberi e responsabili come
collaboratori nell’opera di salvezza, ha voluto far dipendere anche da loro l’efficacia più o meno grande di
questa stessa opera di salvezza” (Giovanni Paolo II, Omelia in occasione del ritiro mondiale per sacerdoti
organizzato dal Rinnovamento Carismatico Cattolico, 18 Settembre 1990).

Così, quando l’annunciatore del Vangelo dà un esempio di vita gravemente cattivo, all’efficacia intrinseca
dell’esposizione della Parola di Dio può accompagnarsi una contro testimonianza.
L’annuncio accompagnato dalla santità, invece, dà grandi frutti.
Ma l’efficacia dell’annuncio dipende anche: dalla santità di tutta la Chiesa, dalle preghiere che vengono
elevate perché l’annuncio sia efficace, dalla componente carismatica (cfr. 1Cor 12,9), dalla grazia speciale
che accompagna chi ha ricevuto il ministero della predicazione (se un sacerdote è attivo nell’annuncio i frutti
saranno particolarmente abbondanti), nell’opera dello Spirito Santo in chi ascolta…

Come portare l’annuncio?


Annunciare il Vangelo non significa giudicare gli altri. Gesù è stato chiaro in proposito: il cristiano può
giudicare il bene e il male alla luce della dottrina della Chiesa, ma non può giudicare il cuore delle persone.
Sia perché non è capace di farlo, sia perché non ne ha l’autorizzazione da Dio.
L’annunciatore della Buona Novella deve sempre rispettare la coscienza e la libertà altrui, come fa Dio.

La “provocazione” che è contenuta nella Parola di Dio, se da una parte non va annacquata, dall’altra non va
appesantita dalla provocazione soggettiva dell’annunciatore, che non rientra nei piani divini e che potrebbe
offuscare la dolcezza del giogo di Gesù (cfr. Mt 11,30) e arrecare danno spirituale.
Gesù ha spesso evidenziato la radicalità del Vangelo con un linguaggio “provocatorio”, cioè forte, ma lo ha
sempre fatto a fin di bene. In ogni caso le “provocazioni” di Gesù non vanno isolate dal resto dei suoi
insegnamenti e della sua opera: i Vangeli infatti evidenziano come egli non ha respinto nessuno tra quelli che
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venivano sinceramente a lui e come fosse compassionevole e spesso esaudisse le richieste della gente che,
pure, nella maggior parte dei casi non manifestava segni di speciale santità.

Chi può portare l’annuncio cristiano


Tutti i fedeli possono e devono parlare di Cristo e annunciare il Vangelo, anche se non tutti possono farlo
allo steso modo.
Per quanto riguarda l’annuncio dell’amore di Dio e della salvezza che si è realizzata attraverso la passione,
morte e risurrezione di Gesù, tutti possono farlo.
Allo stesso modo tutti, dotti e analfabeti, possono testimoniare e proclamare come l’amore di Dio si è
manifestato nella loro vita, così come Gesù disse di fare all’uomo di Genezaret che aveva appena liberato
dagli spiriti immondi (cfr Mt 5,19).
Per quanto, invece, riguarda la catechesi, occorre un’adeguata preparazione, così come, e a maggior ragione,
occorre per la ricerca e l’approfondimento teologico.

Il Perdono della Porziuncola


Una notte, mentre era in orazione nella chiesina della Porziuncola, San Francesco vide Gesù con la sua Santa
Madre e una moltitudine di Angeli, come se il Paradiso fosse entrato tutto in quel luogo.
Gesù gli chiese cosa desiderasse e Francesco rispose: “… ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati,
verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte
le colpe”. Replicò Gesù: “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande, ma di maggiori cose sei degno e
di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da
parte mia, questa indulgenza”.

Così Francesco fece: andò dal Papa, che gli concesse l’Indulgenza.
Qualche giorno dopo aver ottenuto l’indulgenza dal Papa, Francesco, nei pressi della Porziuncola, davanti a
vari Vescovi provenienti dalle diocesi circostanti e davanti al popolo convenuto, disse: “Fratelli miei, voglio
mandarvi tutti in Paradiso”.

In cosa consiste l’indulgenza del Perdono richiesta da Francesco e da lui messa in relazione alla salvezza
delle anime?
Come tutte le indulgenze plenarie, anche quella detta del Perdono si ottiene alle solite condizioni che la
Chiesa ha stabilito, e si realizza pienamente, cancellando ogni pena da scontare in purgatorio, se il cuore è
totalmente distaccato da ogni peccato, anche veniale, altrimenti si realizza solo parzialmente, in proporzione
all’amore e al distacco che si ha dai propri peccati.
Ma tale pratica, che prevede anche l’accostarsi ai Sacramenti della Confessione e della Comunione, procura
anche un aumento della grazia santificante, ovvero del grado di santità, che solo il peccato mortale può
togliere.

In considerazione a quanto premesso, cosa vogliono dire allora gli aggettivi “ampio” e “generoso” riguardo
al perdono?
Pare evidente che riguardano la grazia che, con l’indulgenza del Perdono, Dio distribuisce in modo
particolarmente sovrabbondante in ordine alla salvezza. San Francesco infatti disse al Papa che con tale
indulgenza chiedeva anime.

E’ un fatto che, come il peccato dei nostri progenitori ha interrotto la vita in stato di grazia che Dio aveva già
donato all’uomo, così solo la grazia può cancellare il peccato e, contestualmente, ridare la vita di grazia, cioè
la vita soprannaturale di Dio stesso, attraverso la comunione con Gesù, il Figlio di Dio.
Perciò, dire che Gesù cancella il peccato equivale, di fatto, a dire che dona la vita eterna.

Gesù ha detto a Francesco, che chiedeva grazie in relazione alla salvezza delle anime, che era degno di
riceverne ancora più grandi di quella che richiedeva, e di più grandi gliene avrebbe concesse.
Che queste grazie, ancora più grandi di quella già grande dell’indulgenza del Perdono, in relazione alla
salvezza delle anime, Dio le avesse concesse proprio attraverso l’indulgenza del Perdono, come sarebbe
lecito pensare?

La Porziuncola è il luogo del Perdono e, perciò, in certo modo, il santuario del Padre Nostro.
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E’ il luogo in cui, come testimoniato da Francesco, in modo speciale si ottiene ciò che si chiede a Dio.
Non è tanto il luogo dove si ottiene tutto, ma è il luogo deve si prega per poter poi ottenere tutto.
Non è il luogo dove si ottengono tante grazie (anche quello!), ma per Francesco è il “luogo santo” per
eccellenza, cioè il luogo della grazia più che delle grazie.

Perché non pensare che Dio, a chi veramente lo desidera, attraverso l’indulgenza del Perdono, che il 2 agosto
è ormai possibile ricevere in ogni chiesa francescana o parrocchiale, voglia fare dono della salvezza eterna?
Se Gesù ha detto a San Francesco: “Va e ripara la mia casa” e il Papa ha poi confermato questa missione
attraverso un sogno in cui ha visto il Poverello sorreggere la Basilica del Laterano, perché non dovrebbe
anche essere libero di legare la figura e la missione di Francesco, grandissimo sia come santo, sia anche
come carismatico, a dei doni speciali per la salvezza delle anime?
E se la Porziuncola è il Santuario del Perdono, e perciò della Confessione, come dubitare di una speciale
grazia divina, visto che a Santa Faustina Kowalska Gesù ha detto che: “I più grandi miracoli avvengono in
confessione. Non occorre fare pellegrinaggi”, universalizzando così la salvezza che si manifesta alla
Porziuncola?
La salvezza di Gesù non supera forse i luoghi e i tempi, in modo che anche le sue manifestazioni particolari
siano manifestamente universali quanto più sono grandi come canali di grazia?

Caos, imprevedibilità ed evoluzione


Se in matematica il caos è regolato da una legge, chi ha, se così si può dire, “inventato” la matematica?
Il Caos, perciò, per avere una logica, deve essere programmato secondo quella logica, altrimenti sarebbe un
caos inerte, informe e senza ordine, cioè irrazionale, e perciò nemmeno esisterebbe, in quanto la non
esistenza dell’irrazionale è più vantaggiosa ed elegante della sua esistenza, e perciò è logica.

Ma, se ciò che è vero in matematica non sempre è vero in fisica, ciò che è vero in fisica pare che sempre
corrisponda a ciò che vero in matematica, cioè corrisponde a leggi matematiche. Per cui i frattali fisici
seguono le leggi di quelli matematici un po’ come se queste leggi fossero una forza ordinatrice, ma, proprio
perché sottoposti ai limiti della fisica, per cui anche alla casualità insita nella fisica, presentano delle
irregolarità e imprevedibili. Cioè non sono mai così “simmetrici” come in matematica.

Anche la complessità ha un ordine matematico, regolato da leggi semplici, che prevede un “moto” iniziale
che non può spiegarsi da solo, e che in fisica si manifesta anche attraverso l’imprevedibilità delle forme e del
movimento. Complessità, regolarità e imprevedibilità ad un tempo.

Ma nemmeno la complessità spiega un salto di qualità essenziale come il pensiero astratto, che si situa oltre
l’esistenza della fisica (ma non oltre quella matematica che, essendo logica, è una categoria non fisica ma,
piuttosto, spirituale, che può essere compresa solo dall’intelligenza inerente all’anima).

L’eventuale evoluzione, perciò, non spiega il salto di qualità rappresentato dal pensiero astratto, perché
sarebbe solo “meccanica”, cioè solo straordinariamente complessa, o, al massimo, solo biologica.

Le applicazioni dell’evoluzione al computer, molto interessanti, stanno proprio a dimostrare che l’eventuale
evoluzione, se esiste, e per come esiste, può sorgere solo da un programma immesso dall’esterno, cioè da un
intervento esterno almeno iniziale, e che riguarda solo la fisica, ad esempio il movimento (come il volo degli
uccelli), secondo le leggi della logica. Ma che non riguarda affatto il pensiero astratto. E non riguarda
nemmeno tutta la materia.

Come l’intervento umano rappresentato dai programmi immessi nel computer provano una finalità precisa,
anche se si manifesta attraverso l’imprevedibilità, così il “programma” della Creazione.

Il caos, perciò, è la conseguenza dell’imprevedibilità ammessa dalla matematica e intrinseca alla natura.
Anche se il caos non dovesse riguardare tutte le forme della natura, è comunque parte integrante di essa.

Se il mondo fosse come lo pensavano dai tempi di Newton fino agli inizi del secolo scorso, cioè una sorta di
orologio di dimensioni enormi, tuttavia l’imprevedibilità non avrebbe potuto essere eliminata.

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Infatti, perfino negli ingranaggi di un orologio ci sono delle piccolissime differenze, a cui non si può risalire
con precisione e che perciò non possono essere misurate, che possono produrre caos e imprevedibilità anche
molto marcate. Il cosiddetto effetto farfalla ne sarebbe una dimostrazione.

Non che il meccanicismo così come lo intendeva Newton fosse intrinsecamente sbagliato, in quanto a certe
condizioni avrebbe funzionato e Newton non voleva affermare i propri preconcetti.
Il suo universo-orologio era, più che sbagliato, impreciso e parziale, perché non teneva conto, per mancanza
di dati, di tutta la complessità del creato. Ma poteva essere descritto matematicamente.
E, in ogni caso, Newton ammetteva che vi fosse un “programmatore” divino.

Il fatto è che tutto ciò che rende il mondo imprevedibile e caotico funziona con ordine grazie a delle regole
semplici, espresse attraverso delle equazioni matematiche semplici.
Regole che causano sia ordine, che caos e imprevedibilità, ma regole logiche e non casuali.
Regole matematiche che però, se applicate al mondo concreto, producono imprevedibilità.

Perché esiste qualcosa invece del nulla?


Quando i fisici provano a rispondere a questa domanda, abbandonano la fisica e diventano filosofi, perché
non si può rispondere a questa domanda attraverso le categorie della fisica.
Essi spesso considerano la fisica come la realtà fondamentale di ciò che esiste, cosicché si trovano costretti a
“spiritualizzare” la materia e a materializzare il pensiero e lo spirito, confondendo lo spirito con la materia e
la fisica e con la filosofia.

La fisica non è la realtà base di tutto, ma solo della… fisica, cioè della materia, che sussiste per Dio e in Dio.
Dio non si può spiegare con i criteri logici richiesti dalla fisica, perché non ha bisogno di essere spiegato per
esistere. Esiste in se stesso e il motivo della sua esistenza e se stesso. E questo lo si può logicamente
concepire.

Quando si parla che l’universo è sorto da una fluttuazione quantica dal vuoto o, meglio, dal nulla, nemmeno i
fisici sanno di cosa parlano.
Il nulla non può fluttuare: non sarebbe il nulla. E, se lo potesse, perché il nulla fluttuante invece del nulla e
basta? Cioè del nulla vero?

E’ possibile ricostruire matematicamente e senza contraddirsi una tale ipotesi? Probabile, ma così come lo è
con il linguaggio: arbitrariamente. Ad essere assurde sono, infatti, le premesse.
Tutti i nostri criteri di “eleganza”, da soli, non reggono e, comunque, il nulla appare più elegante e meno
complesso di una materia che non si spiega se non attraverso Dio.

Se fosse vera la teoria autoreferenziale degli infiniti universi, allora esisterebbe anche l’universo creato da
Dio o, se vogliamo evitare di fare esplicito riferimento a Dio, esisterebbe l’universo che non ammette altri
universi, ma questo contraddice la “teoria”, che non si basa su fatti ma su pura verbosità.
Si può fare un modello matematico anche di un universo unico, che non ne ammette altri: basta escludere
tutto ciò che postula altri universi e lo si può ottenere in modo elegantissimo e coerentissimo.

Piuttosto che dire boiate, sarebbe meglio dire “Non lo so” o, comunque, ammettere che, in realtà, ogni
spiegazione che parte dalla fisica o dal preconcetto umano, non spiega perché c’è qualcosa invece del nulla.
Si tende sempre a ragionare attraverso categorie solo relative, che non tengono conto dell’essenza.

Fatto sta che il concetto naturale di Dio si può raggiungere attraverso la ragione, come ha fatto Aristotele
parlando di motore immobile, di essere spirituale semplicissimo, di potenza ed atto insieme… E lo si può
postulare nella logica matematica attraverso il concetto di infinito trascendente, l’infinito degli infiniti.
Ma lo si può conoscere intimamente solo attraverso la fede e la carità che ci sono donate con la Rivelazione.
Tutta la scienza è orientata a questo. E la fisica può postulare Dio attraverso i suoi limiti.

Quando in fisica si hanno equazioni che hanno a che fare con l’infinito, si scartano, perché non portano a
risultati compatibili con la fisica. Vengono considerate un paradosso.

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San Tommaso dice che, in linea di principio, l’universo sarebbe potuto esistere da sempre, ma sempre per
opera di Dio, ma non è così perché la Rivelazione dice che è stato creato.
Ma, a quanto pare, anche la fisica non può considerare l’universo “da sempre”.
Anche perché, se lo fosse, non si sarebbe potuto indagarlo attraverso il metodo scientifico più completo:
quello galileano, che prevede un linguaggio matematico che si applica coerentemente alla materia solo se
non si prevede l’infinito.

Maria madre di Dio e madre nostra


Gesù è l’unigenito del Padre (cfr. Gv 3,10): per il Padre egli è l’unico Figlio secondo la natura divina: “Dio
da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”, proclama il Credo.
Ma anche per Maria Gesù è l’unigenito: l’unico figlio partorito fisicamente.
Se Dio genera il Figlio secondo la natura divina, Maria lo genera secondo la natura umana. Per questo egli,
sebbene sia Persona divina, possiede, insieme alla Natura divina, anche una natura umana che lo rende
pienamente uomo.
Di conseguenza, se Maria è madre della natura umana di Gesù, può essere venerata come Madre di Dio,
perché nella Persona di Gesù, la natura divina non può essere separata dalla natura umana.
Ma per il Padre, Gesù, oltre ad essere l’unigenito, è anche “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29): Dio,
infatti, ci ha resi suoi figli nel Figlio, cosicché l’Apostolo Paolo può scrivere: “Dio ha mandato nei nostri
cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre” (Gal 4,6).
Ma anche per Maria Gesù è il primogenito di molti figli, perché ella partorisce misticamente le “membra”
che al Figlio sono innestate tramite la grazia.
Se Gesù, incarnandosi, si è in qualche modo unito ad ogni uomo (cfr Concilio Vaticano II, GS, 22), Maria è
in qualche modo madre di ogni uomo.
Col concepimento di Gesù, natura divina ed umana si sono unite (Unione Ipostatica) ed il “luogo” dove
questo è avvenuto è Maria.
E poiché il mistero dell’Incarnazione di Cristo per noi si realizza nel Battesimo, attraverso cui la nostra
natura si unisce a quella divina del Figlio, attraverso il Battesimo per noi si realizza pienamente anche la
maternità di Maria, che ci concepisce come membra del Corpo di suo Figlio.
Ella è davvero nostra “madre nell’ordine della grazia”1 poiché è attraverso di lei che si manifesta Cristo e, di
conseguenza, la grazia della nostra salvezza.
La vergine Maria ha accettato di divenire nostra madre sul Calvario senza profferire parola: il suo sì lo aveva
detto a Nazareth, il giorno dell’Incarnazione del Figlio: la sua maternità verso gli uomini è conseguenza di
quella verso Gesù.
Ella, pur essendo membro della Chiesa, ne è anche madre e modello: come la Chiesa genera figli simili a sé
trasmettendo ad essi ciò che più la caratterizza: la Vita della sua vita, cioè Gesù.
Scrive Papa Giovanni Paolo II: “La Chiesa sa e insegna con san Paolo che uno solo è il nostro mediatore:
“Non c’è che un solo Dio, uno solo anche è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, che per
tutti ha dato se stesso quale riscatto” (1Tm 2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun
modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia: è mediazione in
Cristo… si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia; non
impedisce minimamente l’immediato contatto dei credenti con Cristo, anzi lo facilita… la mediazione di
Maria è strettamente legata alla sua maternità”2 ed ha “carattere di intercessione”.3
Maria è stata giustamente definita come il collo del Corpo mistico di Cristo: come nel corpo umano gli
impulsi che partono dal capo arrivano alle membra passando attraverso il collo, così nel Cristo totale le
grazie che Gesù riversa sugli uomini passano attraverso Maria. Ella è un “perfetto riflesso di Cristo”.4
Scrive san Luigi Maria Grignion di Montfort: “Io convengo con tutta la Chiesa che Maria, non essendo che
una semplice creatura uscita dalla mani dell’Altissimo, paragonata alla sua infinita Maestà, è meno di un
atomo, o meglio niente del tutto, poiché egli solo è - Colui che è -”.5
Ma, nonostante ciò, la Vergine Maria risplende di una dignità e di una grandezza unica tra le creature: quella
di Madre di Dio.
1
Concilio Vaticano II; LG,16.
2
Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris Mater, n. 38, anno 1987.
3
Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris Mater, n. 21, anno 1987.
4
Giovanni Paolo II, Roma, 14 Marzo 2001, Udienza Generale.
5
Trattato della vera devozione alla Santa Vergine e il segreto di Maria; n. 14; Edizioni Paoline, quinta edizione, 1989;
pag. 27.
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Di fatto la Chiesa insegna che, se a Dio, e solo a lui, è dovuto il culto della latria (adorazione), e ai santi
spetta il culto della dulia (venerazione), a Maria è dovuta una venerazione speciale, chiamata iperdulia. E
questo grazie alla “sua singolare dignità di Madre di Dio, la quale la colloca in un ordine a sé,
specificamente superiore a quello in cui si trovano tutti gli altri santi”.6
Ma, infine, perché Maria? Scrive Papa Paolo VI: “il culto alla Beata Vergine ha la sua ragione ultima
nell’insondabile e libera volontà di Dio”.7
E qui: “Taccia ogni mortale” (Zc 2,17).

Intelligenza
Come il peccato originale negli uomini ha comportato, ove più, ove meno, una corruzione della bellezza
originaria sia spirituale che delle proporzioni e delle caratteristiche dei corpi, che, però, si può realizzare
pienamente in Paradiso, così, e a maggior ragione, è avvenuto per l’intelligenza.
Poiché l’intelligenza è propria dell’anima, non è riconducibile al DNA biologico. Così, sebbene il DNA di
due gemelli omozigoti di per se sia identico, la loro intelligenza fondamentalmente non lo è.
Si potrebbe paragonare a due piloti automobilistici di una stessa scuderia: la macchina è pressappoco
identica, ma il modo di guidare no.
Che l’intelligenza riguarda essenzialmente l’anima e non la materia, lo dimostra l’esagerato stimolo
intellettuale fin dalla più tenera età, così come a volte avviene nelle attuali condizioni di caducità della natura
umana, che spesso si dimostra innaturale, e perciò controproducente, per lo sviluppo psicologico e per la vita
personale.
Le facoltà cerebrali, corrotte dal peccato originale, un po’ come la salute fisica, possono essere influenzate da
una molteplicità di fattori. Certamente contano molto la cultura, l’eredità spirituale, la vocazione, il
linguaggio, i condizionamenti… e anche la risposta alla grazia.
In ogni caso, le manifestazioni esteriori dell’intelletto sono circostanziali rispetto all’intelligenza spirituale.
Il DNA può incidere sul cervello e sulle sue facoltà, ma più che altro in “negativo”, cioè può manifestare dei
“difetti di funzionamento” dovuti non alla natura di per se, ma alla natura corrotta dal peccato, come certe
patologie e mancanze (anche se queste spesso si manifestano senza coinvolgere direttamente il DNA).
Il DNA, cioè, può influire sui condizionamenti della natura e, forse, viceversa.
Si potrebbe paragonare a una sorta di primitiva impostazione generale, su cui si innestano la volontà, gli
eventi e le circostanze della vita, l’attività neuronale, la grazia…
Di fatto il cervello possiede una straordinaria capacità di plasmarsi in relazione alle esperienze e
all’ambiente, e i suoi neuroni hanno la proprietà di potersi modificare non solo nella loro configurazione, ma
perfino nel proprio DNA, che di per se è molto meno complesso della rete neuronale del cervello.
Ogni cervello, infatti, in se stesso è attrezzato per essere “esageratamente” potente, di una potenza misteriosa
che eccede enormemente il DNA umano. E, di fatto, un suo difettoso funzionamento (ad esempio di
memoria) non dipende dalla sua struttura di base che sta in “principio”, ma da altri fattori.
Il cervello è come una Ferrari che tutti possiedono, anche se ognuno di un modello diverso. La possiedono
anche gli “impiegati” e i “braccianti”, cioè quelli che non sono considerati intellettuali, né sono scienziati.
Per cui, nel mondo dell’intelletto, anche un impiegato va in ufficio in Ferrari e anche un bracciante va nei
campi a bordo della sua Ferrari.
Ma, come visto, questa “Ferrari” che è il cervello, dopo il peccato originale ha guasti, difetti e limiti, ove più,
ove meno, in chi più, in chi meno, che la fanno funzionare in modo ridotto. Inoltre viene usata più o meno
bene anche a seconda di quanto si è avvezzi a sua guidarla.
Ciò però non esclude che possano esserci speciali doni intellettivi, non solo dovuti alla grazia, ma anche
naturali dell’anima, ma, in ogni caso, senza il peccato originale non ci sarebbero stati campi in cui qualcuno
fosse stato negato.
Ma in Paradiso l’intelligenza umana sarà realizzata pienamente secondo le caratteristiche di originalità di
ognuno, e in ognuno la “quantità” sarà essenzialmente determinata dalla santità personale, come la bellezza
spirituale che trasfigurerà i corpi dei beati.
In qualche modo si potrebbe dire che l’intelligenza sta al funzionamento della “macchina” cerebrale, come il
coraggio sta alla forza bruta.

6
Enciclopedia Cattolica; vol. VIII, col. 89; a cura dell’“Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico” di
Città del Vaticano; parte editoriale curata dalla Casa Editrice G. C. Sansoni – Firenze; anno 1952.
7
Paolo VI, Esortazione Apoatolica Marialis Cultus, n. 56, anno 1974.
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Ci sarebbe da definire meglio cosa si intende per coraggio e intelligenza, ma se consideriamo la forza come
orientata al coraggio, così la “macchina” cerebrale è orientata all’intelligenza.
Esiste una “intelligenza di genere”?
Poiché la differenza di genere è ontologica nella persona, non può non esistere anche a livello intellettivo.
Di fatto, l’intelligenza si realizza anche attraverso la propria missione, che è caratterizzata anche dal proprio
genere sessuale.
La differenza tra l’intelligenza al maschile e quella al femminile è un po’ come la differenza tra le gomme
per auto estive e invernali: sia con quelle estive, che con quelle invernali, ci si può andare ovunque, sia in
inverno che in estate, ma l’attitudine di base è diversa, anche se molto dipende da chi guida l’auto e da
quanto è abituato a portarla.

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