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Gammarò editori

Maia
2
Impaginazione di Francesco Virgona
Copertina realizzata da Niccolò Gueglio Grafica Gammarò

I disegni nel testo e in copertina sono di Marcello Rezzano

Vincenzo Gueglio, Ciao bella fuga


© Gammarò editori – Sestri Levante, 2007
www.gammaro.it info@gammaro.it

ISBN-10: 88-95010-33-7
ISBN-13: 978-88-95010-33-5

Finito di stampare nel dicembre 2007 presso le


Officine Grafiche Fassicomo in Genova per conto di
Gammarò editori Sestri Levante
VINCENZO GUEGLIO

CIAO BELLA FUGA


ROMANZO ATIPICO
PER LETTORI EDONISTI E (POCO) BIGOTTI

Ove con allegria si narra


e non senza divaganti saggezze si discute
SE SIA MAI POSSIBILE EVADERE DAL SESSO E VIVERE FELICI
«E perché molti, e specialmente quelli a cui in dispiacere toccano,
forse diranno, come spesso si dice, “queste son favole”; a ciò rispondo
che ce ne saranno forse alcune, ma nella verità mi sono ingegnato di
comporle. Ben potrebbe essere, come spesso incontra, che una novella
sarà intitolata in Giovanni, e uno dirà: ella intervenne a Piero; questo
sarebbe piccolo errore, ma non sarebbe che la novella non fosse stata.»
Franco Sacchetti, Il trecento novelle

«…diranno che de cinquanta novelle, delle quali io te ho ordinato,


Novellino mio, la maggior parte sono favole e busche; a’ quali te
piazza nondimeno lo dire che loro se dilungano molto della verità, e
invoca l’altissimo Dio per testimonio che tutte sono verissime istorie.»
Masuccio Salernitano, Novellino

«Venga chi vuol con sue ragioni avanti,


ch’io lo farò poi star contento e zitto,
e dirà: “Ciò che l’aüttor qui scrisse
par che sia tratto dalla Apocalisse”.»
Luigi Pulci, Morgante, XXIV, 105

«Me, vede Prufesciù, sono coscì sfortunato ma coscì sfortunato, che se


voscià un giorno ci piacesse, che ne so, raccontare qualcosa de mi,
coscì per divertimento o magara per qualche motivo che mi adesso
come adesso non mi viene da immaginarmelo, scommetto che ci sarà
quarcheduno che storcignerà il naso e dirà: “quel Pruensa lì non è mai
esistito e se l’è inventato il Prufesciù.” E invece guardi, Prufesciù,
guardi se non fasso ombra anche mi: poca, d’accordo, ché la sfortuna
mi ha limato sino a ridurmi coscì scriatello che paro trasparente, e
però anche coscì macero, lo vede che esisto un po’ anche mi. E allora
ce lo dica, alla gente, che ci sono stato indaddovvéro nel mondo,
anche se magara ci sono stato solo per fare da sghimbello alla
sfortuna.»
Pruensa, Chiacchierata informale
AVVERTENZA
AVVERTENZA

Sì, io canto uomini grezzi, e tingo di nostalgia un mondo nel quale


probabilmente non sarei stato in grado di sopravvivere; eppure l’amo, quel mondo,
così come lo rappresento, con la passione con cui si ama l’amante; e poiché nel
deserto lunare che abito sento disperatamente la mancanza di quel tepore animale
che gli uomini hanno smarrito assieme ai loro volti, così tento di animare, un poco
almeno, il paesaggio - «di cartone e moplen» come direbbe Venìn - nel quale mi
trovo costretto a muovermi, proiettandovi le immagini di quegli uomini; e la
bellezza perduta del borgo tradito e massacrato.
L’unica virtù di uno scrittore è probabilmente il rimorso d’avere scritto un libro;
è una virtù che posseggo solo parzialmente e che oggi mi spinge a tentare di diluire
la mia colpa distribuendola fra un certo numero di persone: che di volta in volta
potrei indicare come ispiratori, suggeritori, collaboratori, fonti, amici o complici.
Una delle bizzarrie che rendono divertente e sconcertante la vita non meno della
letteratura fa sì che questa menzogna sia anche la verità: ho spremuto, infatti, la
sostanza di questo libro da una serie di riunioni conviviali: nel corso delle quali, tra
formaggi inconsueti, vini conturbanti, coloratissime tinozze d’insalata, montagne di
stoccafisso percorse da fiumi d’olio, costellate da chili di pinoli e olive nere, è
emersa, frammezzo alle emozioni alimentari e al piacere dell’amicizia, la
rievocazione di un mondo abitato da minimi eroi: uomini che, si dirà forse, ho
collocato in una costellazione mitica, ma che appaiono comunque capaci - così
almeno pare a me - di rivelarci almeno un pezzo verità e mostrarci quali siamo:
sagome ritagliate nel polistirolo.
Principe indiscusso di questi convivii - che sentiamo non inferiori a quelli
ricordati da Platone e da Dante - è Marcello Rezzano, uomo al quale sono debitore
di tante cose che, se le enumerassi, lui si adonterebbe: diciamo solo, allora, di una
amicizia che da almeno trent’anni mi impreziosisce; e poi, s’intende, del
malinconico affetto che mi ha trasmesso per questo mondo perduto: sono quasi
interamente suoi, infatti, gli spunti narrativi da cui nasce questo libro: che non può
restituire (Plato docente) se non una debole eco dell’incanto irripetibile dell’oralità.
Non resta che sperare sia vero quello che mi ripeto per consolarmi, che un’eco è,
forse, meglio di niente. Saggezza nella quale infine lo stesso Platone accettò,
benché nobilmente scontento, di rifugiarsi.
Forse era meglio che questo libro - come, secondo una filosofia o una religione,
ciascuno di noi - non fosse mai nato; ma dal momento che è nato, non voglio fargli
mancare la paterna benedizione del mio viatico:
«Va’, dunque, librino, e possa tu avere, oltre al pregio della brevità che ti ho
assegnato in dote, la sorte felice di incontrare lettori che in te trovino motivo di
allegria e, chissà, magari anche di commozione. Vale.»

VG

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VINCENZO GUEGLIO VISTO DA MARCELLO REZZANO
VINCENZO GUEGLIO

CIAO BELLA FUGA


Il problema più importante

«TROMBARE O-O-O NON TROMBARE, questo è il problema» annunciò


drammaticamente Zizzola, in malcerto equilibrio sullo schienale di una
panchina. In mano aveva il teschio di una bottiglia di rum, la notte era tenera
e invitava alle domande ultime e alle confidenze; e anche, si capisce, a un
po’di teatro, ma questo accade sempre, quando coloro che si incontrano
sono veri uomini.1

Venìn, Spassùia, Patella e Pignulin, e gli altri che guardavano e


ascoltavano Zizzola con la prudente attenzione di chi mette nel conto dei
prossimi dieci minuti la delusione, non si vuol dire che raggiungessero
l’emotività tremula dei cani, perché erano uomini e dunque intrisi di sorgivo
scetticismo e disincanto, ma l’ansia del teatro sì che l’avevano
magnificamente sviluppata; e anche il senso della storia possedevano: sin
dalla nascita mescolato con la carne e il pane; dunque aspettavano di vedere
che piega avrebbe preso la faccenda appena iniziata e a quali sviluppi
avrebbe introdotto e come magari - si spera sempre - sarebbe finita in ridere.
Ma per intanto Zizzola, rivolto - indelicatamente - più che a loro a una pigna
che aveva sopra la testa continuava a declamare:

1
MINIMA DIGRESSIONE INFORMATIVA OVVERO: ISTRUZIONI INUTILI PER DISTINGUERE
GLI UOMINI AUTENTICI DALLE VOLGARI IMITAZIONI
Molti, lo so, si vantano di saper distinguere, più o meno a prima vista, gli uomini dalle loro
imitazioni; sarà vero e tuttavia constato non pochi errori ed erranti: evidentemente non è
impossibile confondersi o distrarsi se persino coloro che hanno sviluppato un metodo
dichiarato infallibile a questo come ad altri fini dimenticano poi di applicarlo (pare sia
anche capitato a Renato Dellecarte con il proprio). La verità è che a livello individuale i
taroccanti hanno sviluppato strategie che possono ingannare anche il più attento intenditore:
in gruppo, invece, si distinguono senza difficoltà: ominicchi, robotti, quacquaracquà, gente
di plastica, di polistirolo o di moplen, quando si riuniscono fanno una folla esanime e
soltanto isterica; mentre gli uomini veri costituiscono subito un coro alla greca (tragico o
comico non importa: in genere tragico e comico insieme): sono protagonisti e pubblico;
senza essere autosufficienti non hanno tuttavia bisogno di niente altro che di se stessi; e
sanno - naturalmente senza sospettarlo - quello che Lorca espresse per tutti, che il teatro è la
poesia che esce dai libri e si fa cosa tranquillamente umana: come un braccio o un’altra
parte qualsiasi del corpo; e danno origine a teatro e poesia e vita umana calda di passione e
di quella sacra inquietudine che prende anche i cani, in notti simili a questa, e li fa gemere
nel sonno o nella veglia.
«Perché occorre decidere se sia più degno di un vero uomo patire per un
po’ di mussa i capricci e le umiliazioni di una femmina ingiuriosa o,
sdegnosamente rifiutando questi mali, fuggire anche l’odore della donna, e a
sé provvedere da sé, sdegnosamente. Fuggir, fuggire: pensieri di femmine
mai più; ed evasi finalmente dal tristo tunnel della fica vivere liberi e allegri
nel mondo allegro e liberato.»
«Un mondo senza donne» mormora Venìn con un brivido «è un incubo
che non ci voglio neanche pensare» e si chiude cupo alle spalle la terribile
visione; mentre Zizzola continua a spencolarsi, beatamente indifferente al
mondo e ai problemi che ha evocato, e si capisce che è solo per questa totale
evanescenza che Venìn non gli molla un cazzotto nell’ombelico.
«Pentitevi» intima intanto Zizzola con voce tremenda: «Liberatevi,
uomini: via, fuori tutti, tutti fuori dal tunnel buio, dall’indegna schiavitù
della fica.»
«Vedete» interviene pensoso Prufessù «Zizzola forse non lo saprà mai,
ma nell’ubriachezza s’è imbattuto in un problema fondamentale, e ha anche
trovato il modo di esprimerlo con precisione.»
Prufessù era l’intellettuale del gruppo.
Era stato Prufessù da subito: fin da quando, ragazzo d’una quindicina
d’anni, aveva preso a intrufolarsi nelle combriccole dei grandi con una tale
ansia di conoscere e condividere eventi e racconti che gli uomini lo
riconobbero con naturalezza parte della loro comunità: e lo chiamavano
Prufessù mica perché avesse qualcosa da insegnare – e quando mai i
professori hanno avuto da insegnare a degli uomini? - ma perché la sete di
imparare e capire che lo guidava verso di loro come alla manìa preoccupante
di leggere libri lo immillava nell’ambra di una tranquilla autorità che
rendeva inevitabile chiamarlo Prufessù, anche se loro erano i docenti e lui
l’allievo; ma sono cose troppo complicate, queste, perché possa
comprenderle la stupida logica che pretende di governare il linguaggio ma
naufraga nel guazzabuglio dei cuori e affoga nel palmo d’acqua degl’istinti
e delle cause prime che regolano i rapporti fra i viventi.
Gli amici si disposero dunque, con curiosità come sempre saviamente
temperata di scetticismo, ad ascoltare quello che Prufessù pareva
intenzionato a diffondere.
Zizzola intanto, balzato giù - o caduto che fosse - dallo schienale della
panchina, cercava di ambientarsi nell’erba dell’aiuola, ed esortava le radici
dei pini:
«Uomini, questo dovete sapere: dopo di noi non ci saranno più altri
uomini, solo puponi di pezza. Noi siamo gli ultimi, dobbiamo decidere e
vivere per tutti; chiudere con dignità e in bellezza questa stagione estrema
della civiltà: sapendo che i barbari che verranno la chiameranno barbarie e
ci diranno barbari. Pancia in dentro, uomini, e fronte alta: sappiatelo, che
siete gli ultimi: c’è della responsabilità in questo. Fatti non foste a trombare
come bruti, ma a seguire virtute e canoscenza e a troncare la vile dipendenza
dalla fica. Sappiatelo, questo, e operate in conseguenza.»
«Questo» confermò Prufessù come mormorando fra sé ma ad alta voce,
«mi ricorda una cosa.»

«Una coscia?» tentò lo scherzo Spassùia, nell’unanime trascuranza. E


mentre Zizzola, lungo disteso nell’erba a pancia all’aria, arringava le fronde
del pino ove forse degli angeli lo ascoltavano, Prufessù cominciò a
raccontare.
Filosofi

Un filosofo greco, giunto all’età in cui il sangue, impigrito, cessa di


collaborare a una delle funzioni che l’uomo, a ragione o a torto, considera
il segno orgoglioso della propria virilità, si rallegrò - o finse di rallegrarsi -
vantandosi nel cerchio di amici e allievi: «Mi sono liberato di un padrone.»
I filosofi, lo vedete, hanno modi eleganti per essere ipocriti.
Un allievo, alzando la tunica sino a mostrare il proprio padrone in piena
attività, disse:
«Forse, maestro, ti sei liberato di un padrone. O non sarà che hai perso
un servitore?»
Il maestro, dicono, traballò alla vista dell’argomento. E disse, più
onestamente:
«Tu sei filosofo migliore di me, amico mio, e sai mettere in evidenza la
contraddittorietà del reale.2 Il vero è più sottile di come io l’ho espresso; ma
la sostanza non cambia. Il vero è dunque che ho perduto padrone e servo
insieme.»
Il medesimo allievo, ricomposta la tunica, disse:
«Dunque avevi un padrone e un servo. Ma chi ha padrone è servo e chi
ha servo è padrone. A quanto pare vivevi due vite: questo forse è male
perché la doppiezza è male; eppure è anche una buona cosa poiché
consente di raddoppiare l’esperienza e temperare l’arroganza del padrone
con quella del servo. Adesso comunque, che non sei più né padrone né
servo, chi sei, se ancora sei qualcosa? E puoi rallegrarti davvero se hai
perduto con un possibile male anche un bene, o se non sei più niente?»

Il filosofo chinò il capo. Forse voleva parlare, ma prima di lui intervenne


un altro allievo che disse:
«E vedi anche questo, maestro: sembra che tu ti rallegri per la tua
conseguita libertà. E sia. Ma tu non hai onore in questo: non tu hai ucciso il
tiranno, ma il tiranno è morto da sé.»
Adesso il filosofo disse gravemente sorridendo:
«Sono stato un ottimo maestro, se ho allevato alla mia scuola allievi
migliori di me. Entrambi avete ragione. E tutti abbiamo torto: nessun

2
Dunque ciò che l’allievo del filosofo aveva mostrato era la contraddittorietà del reale e
non altro, come pure alcuni hanno creduto di poter sostenere.
tiranno, in verità, muore realmente se non viene ucciso: e senza di lui
rimangono non uomini liberi, ma servi disorientati: che continuano a
ricevere i medesimi ordini di sempre e non sanno più obbedire.»
«Dunque tu ci ordini di uccidere il tiranno, maestro?»
«Voi, che siete migliori di me, sceglierete da soli come comportarvi col
vostro tiranno. E adesso addio. A ciascuno auguro un servo affidabile, un
padrone possente e la forza di affrancarsi da entrambi, quando vorrà.»

«Sì, maestro; e però, perdona, se invece di profferire sentenze da


scolpire nel marmo tu dovessi insegnarci l’unica strada del bene, che cosa
considereresti meglio per noi? Tentare la fuga dal brulicare delle nostre
voglie cercando un giardino di serenità; o gettarci, piuttosto, nel mare dei
desideri e affrontarli e combatterli, e a volte vincerli e a volte rimanere
sconfitti; o, ancora, non vorresti augurarci di nutrire molti desideri nel
cuore disponendo della facoltà di soddisfarli? Io per me, confesso, mi pare
che quest’ultimo partito sia pienamente degno dell’uomo; e sopra tutti mi
piace.»
«Amici, ho speso la mia vita per rispondere a queste domande e adesso
che entro nella vecchiaia mi accorgo che non ho neppure cominciato a
porle. Forse ci occorrono non meno di dodici vite per decidere come uscire
dalla tirannia di Priapo e di Fica, e se.»

Dodici vite, adesso come adesso, non credo che possiamo permettercele.
Dodici storie, direi di sì.
Del modo in cui, involontariamente, Becciarin pensando a tutt’altro e
non sospettando di filosofare, provò a uscire dal tunnel della fica e rischiò
di liberarsi - malamente, però - dalla tirannia di Piero

Era notte a Sestri Levante. Il mare nella piccola Baia di Portobello


sospirava sensuale. Nel cielo migliaia di stelle e neanche uno spicchio di
luna. Beccia rivive, raccontando la sua avventura, la dolce atmosfera.
Agguanta Prufessù per un braccio e tirandogli in giù la manica del
maglione fino alle ginocchia, gli va accosto e mentre Prufessù cerca invano
di recuperare una distanza decente e soprattutto la manica del maglione,
Beccia come in confessione gli alita sul viso:
«L’avevo messa nel mirino della mitraglia sin da giugno. Lei, sai come
sono le mogli degli ambasciatori, aveva bisogno di mostrarsi ritrosa, ma a
starle a un metro di distanza si sentiva che la fica le sfrigolava fra le cosce.
Chissà le mutande che ha bruciato nel frattempo. Ma insomma, finalmente,
metti che sia passato il tempo giusto, o che non avesse più mutande o
magari, to’, che il fornello avesse bisogno di manutenzione urgente,
insomma un giorno mi si avvicina e, Lerfe,3 gli occhi parevano due fiche
anche loro, nascosti nel pelo delle ciglia - lo sai anche tu, no, come ce le
hanno le ciglia le mogli degli ambasciatori: sembrano piume di struzzo - e
mi fa: “stasera”. Lerfe, non ha detto altro: ha detto “stasera” e l’ha detto che
pareva mi stesse facendo un pompino. Lerfe, cosa ti devo dire: io mi sono
venuto nelle braghe; e mi sono detto: “Meglio così, Beccia”.»
Trascorse un attimo denso di dramma e di pensiero.

3
AVVERTENZA LINGUISTICA CORREDATA DI PROFONDE OSSERVAZIONI.

LERFE, in dialetto genovese, vuol dire “labbra”. Per qualche misteriosa ragione con questo
appellativo viene spesso chiamato Prufessù; ma non lui solo. Lerfe, risulta infatti non
essere, propriamente, un soprannome, ma una sorta di attributo di genere, come sarebbe a
dire, poniamo, “uomo”; o, all’omerica, “divo”, “pie’ veloce” ecc.; l’osservatore attento
noterà che il termine è usato esclusivamente per apostrofare membri del gruppo e non è
privo - la lingua di questi barbari conosce sfumature di significato di esasperante
sottigliezza - di una ruvida e sprezzante affettuosità: e costituisce l’istintivo riconoscimento
di una nobiltà di sangue che viene, s’intende, dalla comune appartenenza al clan. Lerfun
(‘labbrone’) invece, attribuito a persona, è decisamente spregiativo. Lerfun è anche lo
schiaffo dato sulle labbra. In questo caso il termine non fa che definire, tranquillamente, un
fatto. Si dice questo a beneficio degli appassionati di questioni linguistiche e per
divertimento.
«Perché mi sono detto Meglio così, mi domandi?”» Becciarin guardò con
disprezzo Prufessù, che in verità non aveva parlato né mosso muscolo, ma
Becciarin seguiva certe sue regole interiori di teatro.
«Mi domanda perché mi sono detto Meglio così» denunciò, fremente di
santa indignazione, all’universo attonito. La luna nell’acqua della baia ebbe
un brivido, il Cane sotto Sirio ululò penosamente; Orione e il Toro, Castore
e Polluce guardarono in giù increduli. Becciarin agguantò di nuovo Prufessù
per una manica, gliela prolungò di settantasei centimetri e avvicinandoglisi
al volto ferocemente come se volesse mordergli un orecchio digrignò:
«Lerfe, bisogna spiegarti tutto, a te, come ai bambini.»
Poi rappacificatosi concesse:
«Sei duro, ma sei anche un amico e te lo spiego: - Primis, mi sono detto
“meglio così, Beccia” perché godere subito è sempre meglio che aspettare
di godere fra dieci minuti; seccundis, meglio godere una volta di più che una
di meno, tienitelo per detto; tanto per gente come noi, coi sangui che ci
abbiamo, trombare è come dire i numeri, che ne puoi sempre aggiungere
uno, e così è con la tromba, che ne puoi sempre fare un’altra. E queste sono
cose che si sanno; e valgono sempre, orbi et orbe;4 ma ora con
l’ambasciatora, Lerfe, me lo sono detto in un altro senso: lo capisci anche te,
Lerfe, con la voglia che ci avevo a bordo c’era il rischio che partissi ancora
prima di inserire la chiave dell’accensione; è per questo che mi sono detto:
“Meglio così, Beccia, perché così stasera avrai un po’ meno urgenza nel
sangue e la fai gridare che la sentiranno anche in Patagonia e chi è Beccia
de’ Becciaris se ne accorgeranno anche gli Eschi Mesi.” E mi sono messo ad
aspettare la sera. Sono andato da Paladin, ho preso un fiasco di aleatico,
mezza pagnotta con un quarto di mortadella, poi me ne sono andato in
spiaggia ad aspettare che arrivasse ’sta belin di notte. E la notte - lo sai
anche tu, Lerfe, come sono le notti di giugno - non c’era verso che
arrivasse. E così - te, Lerfe, cosa avresti fatto? - mi sono acquegato5 sotto

4
ORBI ET ORBE. NOTA CHE POI DIVENTA ESORTAZIONE E INFINE NOBILE
ED ESPLICITA INVETTIVA.
Dal fatto che questa formula non ricalca esattamente quella che essi hanno in mente
argomentano i pedanti che Becciarin non avesse col latino quella confidenza che gli piaceva
esibire; e chi sono io per entrare nell’intimità dei rapporti di Becciarin con le lingue estere?
Questo mi dà modo una volta di più, invece, di annotare l’insostenibile grettezza dei
pedanti: e una volta di più mi convinco che se fosse per loro la poesia non sarebbe mai
venuta al mondo (essi infatti non solo non la capiscono ma la odiano e la combattono come
bestia aliena e minacciosa) e i territori dell’estro umano mai sarebbero stati esplorati.
5
ACQUEGATO. In lingua normale si direbbe ‘sdraiato’, ma volete mettere? Nel termine
dialettale sentite la liquida mollezza di tutte le membra che si abbandonano e si sciolgono
nel sonno, mentre il participio italiano - spiace dirlo - è spigoloso come una sedia scomoda.
una lancia e mi sono addormito come un bàmbino. Alle tre sento una mano
che mi cerca nel posto giusto: Lerfe, mi sono alzato di scatto e ho preso una
zuccata nella chiglia che s’è svegliato il gallo di Boràzi sulla Mandrella e s’è
messo a strepitare come un dannato. Lei - Lerfe, lo sai anche te il fiato che
hanno le ambasciatore: sa di marron glacé - con un tono da farlo drizzare a
un morto mi fa: “dormivi, povero caro, scusami ma sai” e intanto io sentivo
distintamente la fica che le sfrigolava. La temperatura si era alzata tanto lì
attorno che aveva già cominciato a sciogliersi la Groenlandia. Lascia
perdere i discorsi, Lerfe, te lo sai come sono io, sette secondi dopo eravamo
in posizione di combattimento, nudi come totani, e Piero pareva la Berta,
pronto a sparare su Parigi. Lei gli lancia sguardi golosi: lo sai, Lerfe, come
son fatte le mogli degli ambasciatori: non vede l’ora di incorporare la Berta
con le ruote e tutto. La fica le sgronda come novembre e ha un profumo che
fiorisce lavanda e timo da qui in Provenza e cresce salvia e menta fra gli
scogli. Lerfe, io non capisco più dove sono e cosa vuoi che me ne importi;
non ci ho più un muscolo in corpo che se ne stia fermo al suo posto. Io - te
cosa avresti fatto al mio posto? - l’avverto lealmente: “Adesso ti opero.”
Detto fatto, la volto di poppa, lei mi guarda, sorride e asseconda: le piace, si
vede, l’ambasciatora, imbarcare di poppa. Io, Lerfe, come mi vedo quella
fiammenghilla di budino apparecchiata davanti, già connettevo poco, non
capisco più niente del tutto: opero a senso, come quelli che suonano senza
sapere la musica. Le tiro uno sputo, ma gentile - te lo sai, Lerfe, che
galantuomo sono - nel portacoda e aspetto che le si lubrifichi l’impianto;
impaziente, ma anche affascinato: era un piacere vedere quel culo, pareva
vivo - lo sai anche te, Lerfe, come ce l’hanno espressivo il culo, queste
mogli di ambasciatori, e profumato come il giardinetto delle suore - poi la
agguanto per le maniglie, le punto la Berta all’orifizio e le sparo una vile
botta che - Lerfe, lo sai anche tu che bestia è il mio Piero – lei dà un urlo che
devono averlo sentito fino a Marsiglia. Di colpo si sono accese tutte le luci
di Portobello e si sono spalancate tutte le persiane a Levante e a Ponente.
Lei intanto mi scappa da sotto i ferri e col culo nella sabbia ha fatto un solco
che i bambini ci hanno giocato con le biglie sino alla mareggiata del ‘58 che
l’ha cancellato; e te, Lerfe, te lo ricordi bene, che c’eri.»
Così dicendo Beccia appoggiò l’indice della mano destra sul naso di
Prufessù mentre con la sinistra gli inforcava il collo sino alle orecchie con le
corna rovesciate. Dopo essersi in tal modo assicurato la testimonianza di
Prufessù Becciarin tacque, pensoso, e si acquietò.
Prufessù, liberatosi dal gancio cui s’era trovato appeso, rimise un poco
d’ordine nel sistema respiratorio, confessò di ricordare perfettamente la
mareggiata del ‘58, dalla quale con ogni evidenza veniva provata la
veridicità di tutta la storia, e manifestando il più alto interesse per la
vicenda, sollecitò:
«Ma dunque?»
«Ma che dunque… Non fare finta di niente, Lerfe. Lo sai meglio di me
come vanno queste cose. Era successo che insomma, nella frenesia del
momento, ecco, Piero s’era appucciato nella sabbia e ben - le mogli degli
ambasciatori, si sa, sono delicate, loro, hanno la rosellina tenera e fragile,
loro - beh, al momento della brasatura le è entrato in corpo quel paio d’ettari
di spiaggia ch’era rimasto attaccato a Piero.»
«Eh! e poi?»
«E poi e poi… mi sembri scemo. Pare che non hai mai conosciuto la
moglie di un ambasciatore. Cosa vuoi che abbia fatto? L’ho portata dal
medico, no?»
«Alle tre di notte?»
«Macché tre, saranno state le quattro e un quarto.»
«Ah, beh. E allora?»
«Allora, allora. Filotte, che era appena rientrato, l’ha visitata, le ha
diagnosticato abrasioni praticamente mortali, le ha dato un bidone di pomata
e le ha detto: “Signora, grazie a lei ho più sabbia nello studio di quanta ne
sia rimasta a Levante. Non le domanderò come ha fatto a raccoglierne tanta,
anche se sarei curioso di saperlo. Le dirò, invece, quello che deve fare. Per
prima cosa si metta il cuore in pace che per una decina di giorni almeno
deve astenersi anche solo dal pensiero di introdurre qualcosa negli orifizi
offesi. Secondo: non si preoccupi se non riuscirà a sedersi per una
settimana: è normale, diciamo così. Poi le prescrivo la cura. Due cose. Prima
medichiamo la parte abrasa. Le regalo questa crema, che userà senza
risparmio. Ne metta pure due palate ogni volta che ne sente il bisogno.
Adesso per esempio va a casa, se ci riesce, si prende una bella purga, giusto
per essere sicuri che non sia rimasta abitata da una nidiata di granchi, poi si
lava accuratamente, infine si spalma la crema. Poi le do quest’altra cura: per
prevenire complicazioni.” Con la faccia più professionale e seria del mondo
Filotte si mette a rovistare in una montagna di carta sulla scrivania, in un
armadio, in una mezza dozzina di cassetti, infine trova un libro e una scatola
di medicine e li allunga all’ambasciatora, che se ne stava tutta vergognosa e
sofferente in un angolo, lo sai come sono le mogli degli ambasciatori: si
vergognano subito di niente, sono orgogliose, loro, e le spiega: “Queste
sono pillole di fosforo. Ne prenda una dozzina prima di andare a casa perché
avrà bisogno di farsi venire in mente una storia originale da raccontare a suo
marito; e questo è il vangelo su cui dovrà giurare per convincerlo.
Arrivedergliela signora. Torni quando vuole”. E la accompagna alla porta; e
mentre quella già è per le scale si affaccia e le dice: “E quando torna, mi
raccomando, porti un secchiello e le formine”. Sai com’è Filotte, mica che
gli fosse scappato mezzo sorriso: pareva che avesse recitato il Salve Regina.
Quella però silenzio, silenzio doppio e triplo. Silenzio… Quando ormai non
ce l’aspettavamo più sentimmo sbattere il portone. Ci mise ottantasette
minuti e mezzo a scendere quelle poche rampe di scale. Mai più saputo
niente di lei. E te?»
Prufessù affermò che nemmeno lui ne aveva mai saputo niente. Becciarin
rimase un poco assorto in se stesso a meditare sui casi della vita, quindi
riprese:
«Filotte, bastardo come lui solo, mi dà un’occhiata come se mi vedesse
allora per la prima volta e mi dice ruvido: “e te, cosa fai qui? Non è ancora il
minuto che mi lasciate andare a dormire?” Io, Lerfe, in condizioni normali
gli avrei dato un cazzotto, ma avevo un bruciore alla Berta come se avessi
sparato tutto il giorno su Parigi, e stavo lì con le gambe larghe e non sapevo
come dirglielo. Lo sai anche tu, Lerfe, come siamo noi: far vedere l’uccello
a un altro uomo, insomma, è roba che non ci va mica, neanche se l’altro è un
medico. Allora lui: “E va ben, se non si può evitare, tira fuori l’arnese.” Io -
te, Lerfe, cosa avresti fatto? - mi son tirato giù le braghe e gli ho mostrato
Piero.»
A questo punto Beccia si accese un sigàro, tirò tre, quattro boccate,
annusò l’aria e tacque, e pareva che non avesse intenzione di dire altro in
eterno.
Prufessù, lasciato trascorrere un quarto d’ora, il tempo del sigàro e un
minuto in più per buon peso, chiese, molto educatamente:
«E poi?»
«Lerfe, ma lo fai apposta o con tutti gli studi che hai sei diventato scemo?
Lui - lo conosci Filotte, o no? - cosa volevi che dicesse? Ha detto, il
bastardo: “Ti sei fatto una sega con la cartavetro del sei?” e mi ha dato una
pomata anche a me.»

La volta che Prufessù mi ha raccontato questa storia c’era anche Luca -


nome da partigiano, nessuno si ricorda l’altro. Luca, alto, bello, flemmatico,
stette a sentire senza fiatare tutta la storia; quando fu terminata alzò un
sopracciglio, socchiuse un occhio, arricciò il labbro superiore sino al naso,
si massaggiò accuratamente il collo, infine disse:
«Mmm.»
Prufessù ed io lo guardammo sorpresi e incuriositi. Per quella sera,
tuttavia, riconoscemmo che aveva parlato abbastanza e non osammo
sollecitare chiarimenti. Luca è come le patelle che, se si sentono toccare, si
stringono allo scoglio e non le stacchi nemmeno con lo scalpello. La
monumentale esibizione di perplessità avrebbe trovato seguito - forse - e -
forse - spiegazione soltanto quando i tempi fossero giunti a maturazione e
insomma quando a Luca fosse piaciuto.

Un paio di settimane dopo ci ritrovammo, per puro caso, come accade


sempre, da Pecunia.
Fu Prufessù a parlare. Se così si può dire. Fece un cenno a Pecunia:
«Tre bianchi.»
E Luca ci stupì:
«Gliel’ho raccontata io, a Becciarin, un anno fa, la storia. Un po’ diversa,
ma in sostanza questa qui. È capitata a … A chi è capitata non ve ne deve
fregare. Ben, al Becciarin gli è piaciuta tanto che ci si è immedesimato; se
l’è raccontata tante volte che si è convinto in coscienza d’averla vissuta
proprio lui: e con tutto il manico che gli è piaciuto fargli.»
«Salute» disse Prufessù alzando il bicchiere con la bianchetta opaca.
«Salute» dicemmo anche noi, anche noi alzando i nostri tozzi bicchieri.
La bianchetta andava giù come acqua.