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Atti - Primo Festival dell’Archeologia e del Turismo - Vibo Valentia

Il Mare e le Sue Genti


dedicato a Khaled al-Asaad

a cura di
Anna Maria Rotella
Michele Antonio Romano

DIEMMECOM®
Calabria 2021
Volume finanziato da D i E M M E C O M®
Società Editoriale Srl

In copertina:
La peschiera di Sant’Irene (Briatico - VV)
Foto di Khaled al-Asaad

© 2020 D i E M M E C O M Società Editoriale Srl


®
Zona Industriale Loc. Aeroporto
89900 Vibo Valentia, Italy
Tel. 800.97.42.45
e-mail: info@diemmecom.it
www.diemmecom.it
C.F. / P.Iva 01737800795

ISBN 978-88-946184-0-2
INDICE

pp.
Prefazione
Domenico Maduli . . . . . . . V

Presentazione
Anna Murmura . . . . . . . VIII

La figura, l’opera e la memoria di Khaled al-Asaad


Anna Murmura, Maria Pia Aloe, Elenoire Farfaglia
Thomas Rubino, Irene Russo . . . . . . 1

Buffet di vivande dell’antica Roma


Domenico Licastro . . . . . . . 9

DALLA PREISTORIA ALL’ETÀ MODERNA E CONTEMPORANEA

Oltremare. Contatti tra la Calabria e le rive del Mediterraneo


dal Neolitico all’età del ferro
Massimo Cardosa . . . . . . . 19

Il mare color del vino: rotte minoiche e micenee nel Mediterraneo


Aurelia Speziale . . . . . . . 35

«Grande cosa è il dominio del mare»: il mare come base di dominio e veicolo di
ricchezza nel pensiero politico della Grecia di età classica
Gianfranco Mosconi . . . . . . . 45

Immagini marine nelle emissioni monetali di età greca


Giuseppe Collia . . . . . . . 67

La disciplina della navigazione e del commercio marittimo nel diritto


greco-romano
Angelo Calzone . . . . . . . 77

Naviganti e militari della flotta romana attraverso la documentazione epigrafica


(Regiones II et III)
Alfredo Sansone, Antonio Zumbo . . . . . 89

La Calabria e il Mediterraneo in età medievale percorsi, culture, contaminazioni


Giuseppe Hyeraci . . . . . . . . 151

“Gli specchi di Sant’Eufemia”. Le tonnare vibonesi tra organizzazione e difesa


delle aree marine di produzione
Antonio Montesanti . . . . . . . 185
L’attività dell’associazione Kodros e l’impegno del volontariato per la ricerca
archeologica subacquea in Calabria
Stefano Mariottini . . . . . . . 199

Mediterraneo e identità occidentale tra passato e presente


Maria Teresa Iannelli . . . . . . . 221

TURISMO CULTURALE TRA PROSPETTIVE E PROPOSTE

Archeologia e cittadinanza attiva


Antonio D’Agostino, Franco Gallo . . . . . 233

Modello “CroceNeviera”: ri-coltivare la terra per restituire valore al patrimonio


archeologico nazionale
Anna Maria Rotella . . . . . . . 243

Associazione Guide Turistiche della Provincia di Vibo Valentia


Caterina Malfarà Sacchini, Liane Scherf . . . . 259

My travel in Italy
Rosanna Gangemi . . . . . . . 265

La Diano Viaggi T.O. e Dafne Turismo


Antonio Muià . . . . . . . . 273

Tropea Viaggi
Giuseppe Tassi . . . . . . . 279

Viaggi degli Dei


Antonio Maiolo . . . . . . . 285

Il ruolo del Museo Archeologico “Vito Capialbi” di Vibo Valentia per lo


sviluppo del turismo culturale
Adele Bonofiglio. . . . . . . . 293

- IV -
PREFAZIONE
Quando l’archeologa Anna Rotella mi ha proposto di condividere il progetto di un Festival
dell’Archeologia e del Turismo a Vibo Valentia da un’idea del locale Archeoclub, ho accolto con sin-
cero entusiasmo l’idea, per diversi motivi.
Primo fra tutti il desiderio condiviso di voler comunicare, diffondere, valorizzare il territorio
calabrese attraverso l’archeologia e il turismo. Un binomio strategico, ancora poco esplorato, che
animato dal confronto tra ricercatori, scuole, imprese turistiche, associazioni e sana politica, così da
costituire davvero un potenziale notevole per lo sviluppo dell’intera Calabria.
Le nostre collaborazioni sono costantemente dettate dalla visione comune rispetto a quanto sia
fondamentale - e più che mai urgente - contribuire ad alimentare nella società calabrese il “valore dei
luoghi”, il senso di responsabilità di ciascuno verso scelte consapevoli, che trovano spazio nel rispetto
del patrimonio paesaggistico, culturale e sociale. Nella capacità di riuscire a trarre dalle ricchezze del
passato gli strumenti utili a traghettare questa terra verso una prospettiva futura di crescita, sostenibile
e consapevole. Proprio qui, dove si vive una crisi che sembra eterna e profonda, dove pare impossibile
riuscire a guardare oltre l’emergenza dell’attimo presente.
Un altro elemento che mi ha spinto a dare l’immediato assenso è racchiuso proprio nelle qualità
di Anna Rotella, nella cura con cui ha realizzato questo volume, nell’interessamento solerte e premu-
roso con il quale porta avanti progetti ed eventi. Quella stessa cura che Anna ha messo a servizio del
Parco archeologico agricolo e naturalistico del vibonese e che ha portato il Gruppo Pubbliemme a
sposarne il progetto denominato “CroceNeviera”, orientato verso una riqualificazione culturale e pa-
esaggistica del territorio.
Il sentire comune e la necessità di condivisione ci hanno stimolato a collaborare anche alla re-
alizzazione di un altro grande evento, il convegno “Parchi pluriculturali, esperienze a confronto. Idee
per una gestione autosufficiente, innovativa e integrata”, una tavola rotonda dedicata alla gestione
dell’immenso patrimonio culturale italiano.
Segnali di attenzione e di cura, di sensibilizzazione e tutela del bello che in questo libro si fon-
dono piacevolmente nell’omaggio ad un uomo, Khaled al-Asaad, emblema del coraggio, che ha per-
cepito il valore dei luoghi, ne ha custodito l’essenza fino a pagare con la vita stessa la scelta di sposare
una missione tanto rischiosa quanto virtuosa, tanto complessa quanto impagabile.
La narrazione di una Calabria tra passato e presente, sapientemente descritta nei capitoli, sarà
una guida per acquisire la consapevolezza di come i beni culturali debbano essere concepiti e trattati:
esclusivamente come bene comune. In netto contrasto con l’uso distorto che una politica disattenta
ha prodotto, svilendo e depauperando il territorio calabrese in una corsa selvaggia e senza regole nel
costruire, questo volume costituisce un prezioso strumento fatto di proposte, di riflessioni, di soluzioni
necessarie ad imprimere nella coscienza collettiva il valore dell’immenso patrimonio culturale di cui
disponiamo e che dobbiamo affrettarci a custodire, coltivare ed esaltare per restituire a questa terra il
fascino e il progresso che merita.
Domenico Maduli
Presidente Gruppo Pubbliemme - Editore Società Editoriale Diemmecom

-V-
- VI -
“Il mare e le sue genti”, protagonista è il mare
crocevia di popoli e di culture, tema del 1° Festival dell’Archeologia e del Turismo
di Vibo Valentia, terra dove mare e genti hanno fatto la storia.

- VII -
PRESENTAZIONE
Anna Murmura

Il Festival dell’Archeologia e del Turismo Culturale e il premio Khaled al-Asaad di


Vibo Valentia (FATUVV), nascono nel 2019 da un’idea della sede di Vibo Valentia dell’Ar-
cheoclub d’Italia che ha portato avanti l’iniziativa avvalendosi della collaborazione di altre
importanti associazioni culturali del territorio: AO Vibo WWF Italia, Associazione Italiana di
Cultura Classica, Associazione Medexperience, Associazione Pro Fondazione Antonino Mur-
mura, Associazione Veipocam, Club Unesco di Vibo Valentia, Comitato pro mura greche e
Forum delle Associazioni Vibonesi. L’evento ha potuto contare, inoltre, sulla partnership me-
diatica del Gruppo Pubbliemme e dell’emittente televisiva LaC tv, sul fattivo contributo di im-
portanti isitituzioni culturali della città, prima fra tutte il Liceo Capialbi, il Museo Archeologico
Nazionale Vito Capialbi, il Liceo Scientifico Berto, il Liceo Classico Artistico Morelli-Colao
e l’Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri Gagliardi. Vogliamo infine, ma non
ultimo ricordare il maestro Antonio Montesanti, che ha gentilmente messo a disposizione gra-
tuitamente le sue doti artistiche per la realizzazione del logo dell’evento (Tav. I, 1); un logo
elegante ed essenziale nelle sue linee, espressione quanto mai pregnante dei contenuti e delle
finalità dell’evento.
Perché un festival e un premio alla memoria di Khaled al-Asaad che è stato ed è celebra-
to in molte altre parti d’Italia e del mondo, prima fra tutte la Fiera del Turismo Archeologico di
Paestum? Perché ritenevamo e riteniamo che anche in Calabria, come era già avvenuto nel resto
d’Italia, fosse necessario creare un momento in cui poter ricordare e onorare questo grande eroe
e martire della cultura. Gli eventi relativi alla tragica fine di Khaled ci dimostrano che essere
archeologi o storici dell’arte non vuol dire soltanto indagare, studiare e far conoscere le testimo-
nianze del passato, ma significa, soprattutto, tutelarle e difenderle da ogni aggressione come ha
fatto l’archeologo siriano a costo della sua vita; infatti, la storia, l’arte e l’archeologia sono parte
integrante dell’identità di un popolo e, come tali, gli attacchi a qualsiasi popolo possono essere
fatti anche solo distruggendone e annientandone il patrimonio culturale (in questi casi si parla di
genocidio culturale prendendo in prestito il termine al diritto internazionale). Per questo motivo
vogliamo ribadire con forza l’importanza della missione civile e morale di archeologi e storici
dell’arte che sono chiamati a illustrare a tutti e custodire per tutti la bellezza che è espressione
del divino che c’è in ogni uomo.
Perché un festival dell’archeologia e del turismo a Vibo Valentia? Perché Vibo Valen-
tia è una importante colonia (subcolonia per la precisione) della Magna Grecia e città fioren-
te anche in età romana nel cui centro urbano oggi sorge un vasto parco archeologico (la cui
inaugurazione è prossima, almeno a quanto garantiscono le autorità competenti) e per il quale
si propongono innovative soluzioni di gestione (cfr. infra Rotella) testimonianza importante
dell’illustre passato della città dai molti nomi (Hipponion, Valentia, Monsleonis, Monteleone)
e dalla storia millenaria. Perché Vibo Valentia ospita all’interno del Castello Svevo il Museo
Archeologico Nazionale (diretto da Adele Bonofiglio) che è tra i più importanti della Calabria

- VIII -
sia per la qualità e la quantità dei reperti conservati ed esposti al suo interno, sia il per numero
dei visitatori che accoglie.
Perché la provincia di Vibo Valentia spicca nel panorama turistico nazionale ed interna-
zionale per il suo mare cristallino, le sue coste frastagliate e le sue spiagge dorate (tanto che il
tratto di costa da Pizzo a Nicotera viene chiamato Costa degli Dei) e per annoverare tra i suoi
50 comuni la perla del Mediterraneo, Tropea. Questa cittadina, infatti dalla primavera all’au-
tunno accoglie più di ogni altro centro costiero calabrese un gran numero di visitatori italiani e
stranieri.
In proposito a quanto detto fin’ora desidero anche fare presente il mio debito di ricono-
scenza nei confronti della Borsa del Turismo Archeologico di Paestum, dove mi reco ogni anno
da un po’ di tempo a questa parte soprattutto per partecipare all’International Archaeological
Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’importantissimo premio dedicato al famoso archeolo-
go di Palmira e che vede coinvolta, unico caso al mondo, la famiglia. L’evento nasce grazie
all’idea del direttore della Borsa Ugo Picarelli che ogni anno assegna un riconoscimento a una
scoperta archeologica di qualsiasi parte del mondo tra quelle realizzate nel precedente anno
solare. In occasione dell’edizione del 2016 ho avuto modo di conoscere tre dei figli di Khaled,
Fayrouz, Waleed e Omar (archeologi come il padre) e da allora sono onorata di aver instaurato
un rapporto di simpatia e di affettuosa amicizia soprattutto con Fayrouz come il padre ricca di
grandi doti umane e morali e con la quale da allora mantengo un bel rapporto epistolare. Gra-
zie a questo premio, alla Borsa del Turismo di Paestum e al suo direttore ho fatta mia l’idea di
celebrare Khaled in Calabria e, soprattutto, rafforzato la mia convinzione sull’importanza del
dialogo tra culture “diverse” che è uno degli obiettivi dichiarati, se non il principale, di Ugo
Picarelli e sul quale anche noi pensiamo e speriamo di confrontarci nelle prossime edizioni del
nostro piccolissimo festival.
Per la prima edizione del festival si è scelto un tema tanto ampio quanto interessante e
denso di implicazioni: Il mare e le sue genti. Perché parlare del mare e delle sue genti? Perché
l’Italia è una penisola bagnata per tre lati del mare e la Calabria sorge proprio al centro del
“mare della storia”, il Mediterraneo, l’antico Mare nostrum, che negli ultimi anni, purtroppo
è diventato il teatro di uno dei più striscianti genocidi che l’uomo abbia compiuto nella storia,
quello della “razza povera”, la razza dei disperati. Questi ultimi, infatti, alla ricerca di condi-
zioni di vita più umane, spesso attraversano lo stretto braccio di mare che separa l’Africa dalla
Sicilia in cui molti di loro perdono la vita. Perché il mare Mediterraneo è quello attraverso il
quale gli antichi greci con le loro imbarcazioni sono giunti in Italia meridionale per fondare
una della più grandi civiltà che la storia umana abbia conosciuto, quella magno-greca; è quello
attraverso cui gli antichi romani sono andati alla conquista dell’Africa, realizzando quel pro-
cesso di romanizzazione del Maghreb che ha comportato la fondazione di importanti città e la
costruzione di strade, ponti, acquedotti, teatri e anfiteatri in Tunisia, in Algeria e in Marocco;
è quello da cui è partita Roma per fondare il suo grande impero e gettare le basi di quella che
oggi chiamiamo Unione Europea che ha nell’Italia e nel mar Mediterraneo il suo centro ne-
vralgico in quanto l’Europa è greco-romana anche nel nome oltre che nell’anima; è quello che
gli arabi hanno solcato con le loro navi per arrivare in Spagna e in Sicilia dove hanno fondato
centri di cultura e portato il profumo degli agrumi e dei gelsi. È, insomma, il mare della cultura
e, dunque, agli organizzatori è sembrato logico in una provincia proiettata sul mare come Vibo
Valentia, partire dall’analisi di questo universo e delle genti che lo hanno attraversato e che con
esso si sono relazionate.

- IX -
L’evento si è svolto nell’aula magna del Liceo Capialbi (dove siamo stati ospiti del
Dirigente Scolastico, Antonello Scalamandrè, che da sempre sponsorizza e appoggia con fa-
vore le attività culturali organizzate dall’Archeoclub di Vibo Valentia) e nelle sale del Museo
Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia (ringraziamo per averci concesso gli
spazi al suo interno la direttrice, Adele Bonofiglio) e si è articolato su tre giornate. L’inaugura-
zione ha avuto luogo il pomeriggio di venerdì 17 maggio 2019 con l’assegnazione del premio
Khaled al-Asaad alla memoria dell’archeologo Sebastiano Tusa, fondatore e direttore della So-
printendenza Archeologica del Mare in Sicilia, improvvisamente e prematuramente scomparso
in un tragico incidente aereo in Etiopia il 17
marzo del 2019. I familiari, invitati a ritira-
re il premio, un bellissimo piatto artigianale
in ceramica ispirato alle opere dei ceramisti
greci e magno-greci, realizzato dagli studen-
ti del Liceo Artistico Colao sotto la guida dei
docenti Maestri Agostino Caracciolo, An-
tonio Polistena e Antonio Lorenzo (fig. 1),
purtroppo, non sono riusciti a partecipare.
Nell’occasione è stato anche presen-
tato il volume dal titolo: La vita, l’opera e
la memoria di Khaled al-Asaad, realizzato
dagli alunni della II D Linguistico e della II
B Scienze Umane del Liceo Capialbi sotto la
guida della Professoressa Anna Murmura. Il
volume raccoglie tutto quanto è stato repe-
rito sul web e che faccia riferimento anche Fig. 1. Piatto artigianale in ceramica ispirato alle opere
dei ceramisti greci e magno-greci, realizzato dagli studenti
indiretto all’archeologo di Palmira dall’ago- del Liceo Artistico Colao di Vibo Valentia.
sto del 2015 (data della sua tragica morte)
fino al dicembre del 2018, la presentazione è
stata affidata agli stessi alunni che hanno illustrato al pubblico la metodologia di lavoro seguita,
le motivazioni del loro impegno in questa attività e le sensazioni provate nel leggere gli articoli
da inserire nella pubblicazione.
Sono seguiti gli interventi degli specialisti in archeologia preistorica e protostorica Mas-
simo Cardosa e Aurelia Speziale che si sono confrontati con il pubblico rispettivamente sui
contatti tra la Calabria e il Mediterraneo dal Neolitico all’età del ferro e sulle rotte minoiche e
micenee nel Mediterraneo; il pomeriggio è proseguito con Gianfranco Mosconi, dell’Univer-
sità della Tuscia, che ha relazionato sul mare come base di dominio e di ricchezza nel pensiero
politico della Grecia classica e con Angelo Calzone, studioso vibonese, che ci ha fornito infor-
mazioni sul diritto della navigazione nel mondo greco e romano.
La giornata di sabato 18 maggio ha dato spazio a specialisti di numismatica e archeolo-
gia classica e medievale: il professore Giuseppe Collia sulle immagini del mare sulla moneta-
zione greca, Antonio Zumbo e Alfredo Sansone, dell’Università della Calabria, su naviganti e
militari della flotta romana attraverso le testimonianze epigrafiche, Giuseppe Hyeraci, arche-
ologo medievista, sulla Calabria e il Mediterraneo in età medievale, Antonio Montesanti sulle
tonnare del golfo di S. Eufemia e poi Stefano Mariottini sulle ricerche di archeologia subacquea
in Calabria ed infine, con un intervento che funge da cerniera dell’intero percorso Maria Teresa

-X-
Iannelli su Mediterraneo e identità occidentale tra passato e presente.
La giornata è stata inframmezzata e deliziata da un gustoso “buffet con Apicio” a base
di ricette della Roma antica curato dagli studenti dell’Istituto per i servizi della ristorazione di
Vibo Valentia sotto l’attenta guida del docente Michele Licastro e dei suoi collaboratori (i do-
centi Oreste Niccoli, e Antonio Ramondi e gli aiutanti tecnici Roberto Montaleone, Salvatore
Mirenzio e Domenico Altamore). Per questo ci preme particolarmente ringraziare il Dirigente
Scolastico Pasquale Barbuto che, oltre a impegnare il suo personale per la realizzazione delle
pietanze, ha fornito la location per l’evento.
La domenica 19 maggio al Castello Svevo si è svolta la giornata conclusiva che ha visto
la presenza sia di studiosi che di esperti del settore turistico che hanno focalizzato la loro atten-
zione sul tema del turismo culturale in Calabria tra prospettive e proposte. In apertura è stata
data la parola a Antonio D’Agostino e Franco Gallo che hanno affrontato il complesso tema
del rapporto tra archeologia e cittadinanza attiva e all’archeologa Anna Maria Rotella che ha
illustrato il progetto del “CroceNeviera” e fornito spunti di riflessione per la costituzione di un
modello di gestione del patrimonio archeologico nazionale a partire dalla proposta del Parco
archeologico agricolo e naturalistico di Vibo Valentia. È stata poi la volta di alcuni operato-
ri del settore turistico: l’Associazione delle Guide Turistiche della Provincia di Vibo Valen-
tia rappresentata da Caterina Malfarà Sacchini e Liane Scherf; la guida turistica italo-svedese
Rosanna Gangemi; Antonio Muià (Tour operator Diano Viaggi e Società di servizi turistici
e congressuali Dafne, Siderno); Giuseppe Tassi (Tour operator Tropea Viaggi, Catanzaro) e
Antonio Maiolo (Tour operator Viaggi degli Dei, Vibo Valentia). Tutti gli intervenuti, dopo
aver tracciato un quadro sintetico delle attività da loro svolte nel settore del turismo culturale,
hanno indicato le loro proposte operative mettendo in campo numerose idee anche allo scopo di
fornire delle linee guida utili per l’assessorato regionale al turismo e ai beni culturali e per tutte
quelle organizzazioni e quegli enti che, a vario titolo, si occupano di promozione e valorizza-
zione del turismo nella nostra regione.
Le conclusioni sono state affidata alla padrona di casa Adele Bonofiglio, Direttrice del
Museo, che ha focalizzato l’attenzione sul ruolo del museo archeologico di Vibo Valentia per
lo sviluppo del turismo culturale in Calabria e nella provincia di Vibo Valentia.
Dulcis in fundo si è potuto assistere alle proiezioni del video Censored Danza 2009 (Pre-
mio Arte Danza al festival di San Diego in California) dell’Associazione Veipocam realizzato
e presentato dalla danzatrice e coreografa Enrica Candela; con le immagini proiettate abbiamo
potuto ripercorrere “a passo di danza” alcuni dei luoghi della nostra storia antica.
Mi preme molto, prima di avviarmi alle conclusioni, di mettere in evidenza l’approccio
utilizzato per selezionare i partecipanti a questa prima edizione del festival: si è voluto dare
spazio non solo a specialisti della materia quali docenti universitari, funzionari e collaboratori
delle Soprintendenze calabresi, operatori turistici ma anche a tutte le forze attive della città
quali studiosi locali ed esponenti del mondo dell’associazionismo, oltre che a studenti e docenti
delle scuole.
Abbiamo tenuto in particolare al coinvolgimento dei giovani in quanto siamo oltremodo
convinti che essi siano gli unici, naturali e legittimi eredi del patrimonio culturale e che, altret-
tanto naturalmente, noi adulti abbiamo solo l’obbligo della tutela e della custodia del patrimo-
nio esclusivamente per poterne effettuare la consegna alle future generazioni.

- XI -
Alla luce di quanto detto si è scelto di dare un ruolo primario a docenti e studenti delle
scuole cittadine sia per la gestione delle attività pratiche quali la gestione delle diverse fasi
dell’evento (Liceo Vito Capialbi), che per la realizzazione del piatto premio (Liceo Artistico
Domenico Colao) oltre che alla preparazione del “pranzo con Apicio” (Istituto per i servizi
della ristorazione Enrico Gagliardi) sia nella stesura di alcuni dei testi presentati questo volume
(La figura, l’opera e la memoria di Khaled al-Assad e Buffet di vivande dell’antica Roma).
Ritengo un dovere, oltre che un piacere, ringraziare il numeroso e attento pubblico,
composto da appassionati e cultori di storia e archeologia e da studiosi, ma, soprattutto, da
studenti dei licei calabresi accompagnati dai loro docenti. Ringrazio inoltre i presidenti delle
associazioni coinvolte nel progetto1 e i soci dell’Archeoclub di Vibo (che io presiedo da molti
anni) donne e uomini che con il loro amore per la cultura supportano e affiancano il lavoro
dell’associazione; vorrei nominarli ad uno ad uno ed elencare le pregevoli doti di ciascuno di
loro, ma mi limito a fare i nomi solo di due di loro ai quali ho affidato l’onore e l’onere di curare
la stampa di questo volume, l’archeologa Anna Maria Rotella (vicepresidente dell’Archeoclub
di Vibo Valentia) e lo studioso Michele Antonio Romano2.
Per concludere vorrei ricordare che il festival è stato non solo un momento importante
dal punto di vista culturale, ma anche sotto l’aspetto umano; infatti, è stata per l’Archeoclub e le
altre associazioni coinvolte, l’occasione per riprendere e rimettere in campo storiche amicizie,
ma anche e, soprattutto, per crearne di nuove con studiosi di varia provenienza. Amicizie che
sicuramente conserveremo come cosa preziosa e come bagaglio e patrimonio di inestimabile
valore che ci aiuteranno in tutte le nostre esperienze ed attività future a fare meglio e di più, non
a vantaggio di un singolo, ma per il bene della collettività. Perché solo con la cultura ciascuno
di noi può contribuire a rendere un po’ migliore l’impatto che noi umani abbiamo sul mondo e
a rendere quest’ultimo un posto migliore anche per le giovani generazioni.

Anna Murmura
Archeoclub d’Italia sede di Vibo Valentia
archeoclubvibovale@libero.it

1 Angelo Calzone (AO Vibo WWF Italia), Enrica Candela (Associazione Veipocam), Antonio D’Agostino (Fo-
rum delle Associazioni Vibonesi), Maria Loscrì (Associazione Medexperience, Club Unesco di Vibo Valentia),
Antonio Montesanti (Comitato pro mura greche), Maria Murmura Folino (Associazione Pro Fondazione Antonino
Murmura) e Giacinto Namia (Associazione Italiana di Cultura Classica).
2 Oltre i due soci citati nel testo ho piacere di ricordare anche gli altri in ordine alfabetico Vincenzo Barbieri,
Caterina Ferro, Antonio Florestano, Guglielmo Galasso, Maria Liguori Baratteri, Maria Murmura Folino, Nicola
Palmieri, Domenico Ruffo e Attilio Toma.

- XII -
LA FIGURA, L’OPERA E LA MEMORIA DI KHALED AL-ASAAD
Anna Murmura, Maria Pia Aloe, Elenoire Farfaglia, Thomas Rubino, Irene Russo

A settembre del 2018 appena dato avvio all’anno scolastico ho pensato di coinvolgere
gli alunni in un progetto incentrato sul grande archeologo di Palmira Khaled al-Asaad allo sco-
po di approfondire la conoscenza di questo importante personaggio che come scuola avevamo
già onorato nel precedente anno scolastico il 6 marzo nella giornata europea dei giusti dedican-
dogli un albero nel Giardino dei Giusti del Liceo Vito Capialbi di Vibo Valentia inaugurato in
quella occasione1. Pertanto, ho coinvolto tutti gli alunni di due mie classi la II D Linguistico e
la II B Scienze Umane per la realizzazione di un volume dedicato a lui. Il lavoro è stato diviso
in due parti: la prima affidata alla II D Linguistico sulla vita e all’attività di Khaled fino alla sua
tragica morte il 18 agosto del 2015; la seconda curata dagli alunni della II B Scienze Umane
sulla memoria di Khaled fino al 31 dicembre 2018. Il lavoro è consistito nella raccolta di tutti
gli articoli pubblicati sul web in cui fosse citato anche indirettamente l’archeologo e gli alunni
sono stati divisi in gruppi a ciascuno dei quali è stato affidato un anno e/o un aspetto del libro2.
Le varie parti sono state poi accorpate e messe insieme e ne è venuto fuori il volume
di circa 700 pagine che noi oggi possiamo leggere. Questo, dato alle stampe a marzo del 2019
e autofinanziato, è stato presentato al pubblico in occasione della prima giornata del Festi-
val dell’Archeologia e del Turismo Culturale; la presentazione è stata affidata ad alcuni degli
alunni delle classi che lo hanno realizzato e le osservazioni fatte in quella occasione sono state
trascritte dagli stessi ragazzi e le riportiamo nei paragrafi successivi (fig. 1).

Anna Murmura
La figura e l’opera di Khaled al-Asaad
“Lotta, lotta sempre per ciò in cui credi, per ciò che reputi giusto. Lottare non è facile,
si sa, è necessaria una passione tale da allontanarti dalla riva, dal porto sicuro”. Molto spesso
lasciamo la presa, gettiamo l’amo. È comprensibile, la paura a volte inonda la passione, tra-
1 L’evento è stato spostato al 7 marzo, essendo il 6 marzo del 2018 la scuola chiusa per la pausa elettorale.
2 Qui di seguito riportiamo l’elenco dei gruppi di lavoro e dei singoli alunni che hanno realizzato il volume: II
D Linguistico: La figura e l’opera di Khaled al-Asaad, I gruppo 2015 (Elisa Orlando, Konrad Skunczyk, Maria
Vittoria Marrella, Francesca Mangiardi, Emilio Langellotti, Jasmine Serraino, Aurora Suriano); II gruppo 2016
(Alice Tonietti, Martina Parisi, Davide Galeano, Antonio Bilotta, Ludovica Curtosi, Elisa Febbraro); III gruppo
2017 (Nicola Antonio Blasa, Andrea Schiariti, Leonardo Parisi, Federica Quattrocchi, Dorotea Vangeli, Maria Pia
Aloe, Martina Barbalace); IV gruppo 2018 (Giorgia Tripodi, Veronica Cicciò, Giuliana Baldo, Syria Talora, Erika
Campisano, Daniela Lo Bianco, Noemi Mastrandrea, Emilio Magalotti). II B Scienze Umane: La memoria di
Khaled al-Asaad, I gruppo 2015 (Roberta Patania, Francesca Sorrentino, Samuele Marsico, Giuseppe Fazio, Ve-
ronica Provenzano, Eleonora Cirillo); II gruppo 2016 (Greta Rizzo, Fiorina Asturi, Angelica Monteleone, Thomas
Rubino, Aurora Colloca, Maria Celeste Demaldè); III gruppo 2017 (Anna Maria La Gamba, Clelia Marino, Ilaria
Iedà, Elenoire Farfaglia, Sara Staropoli, Gabriele Pujia). Attività svolte al di fuori dei gruppi: Disegno di coperti-
na: Vanessa Arena (II D Linguistico); Coordinamento informatico: Veronica Cicciò (II D Linguistico); Appendice
fotografica: Ludovica Curtosi, Federica Quattrocchi, Aurora Suriano (II D Linguistico).

-1-
Anna Murmura, Maria Pia Aloe, Elenoire Farfaglia, Thomas Rubino, Irene Russo

scinandola sul fondo; ma c’è chi, grazie alla


paura, è riuscito a costruire un porto capace
di sfidare qualsiasi tempesta.
È proprio questo che ci ha portato a
scrivere un libro su Khaled al-Assad. Ab-
biamo visto in lui, “l’uomo del coraggio”,
capace di proteggere il proprio porto con
perseveranza, andando contro qualsiasi ura-
gano.
Appena rientrati a scuola a settembre
del 2018 abbiamo sposato con entusiasmo
l’idea della nostra docente di Italiano e Sto-
ria di ricordare e celebrare Khaled al-Asaad
(fig. 2).
L’archeologo siriano è nato nel 1934
a Tadmur (il nome moderno di Palmira), si
è laureato in storia e pedagogia. Dal giorno
della laurea non ha mai smesso di lavorare
alla riscoperta del patrimonio archeologico
e alla promozione della storia di Palmira,
facendola divenire la città dell’archeologia
e, soprattutto, città patrimonio mondiale
dell’Unesco (fig. 3).
Fig. 1. Liceo Capialbi presentazione del libro su Khaled al-
Assad, la professoressa Anna Murmura e l’allieva Veronica Come un buon capitano, prima che i
Cicciò.
miliziani dello stato islamico si impadronis-
sero di Palmira, si è impegnato nonostante
fosse già in pensione, per mettere in salvo i
reperti più importanti del museo archeologico. Khaled è stato ucciso il 18 Agosto 2015, è stato
decapitato in pubblico e il suo corpo è stato appeso a un palo del telegrafo, nella piazza di fronte
al museo archeologico. A ucciderlo sono stati i miliziani dell’Isis che, dopo aver conquistato
la città, lo hanno tenuto prigioniero per circa un mese torturandolo per cercare di convincerlo a
rivelare dove avesse nascosto i tesori e l’oro di Palmira.
Una morte inaccettabile, priva di ogni dignità umana. Lui è l’esempio da seguire. Do-
vremmo imparare da uomini come lui a inseguire, a coltivare ciò in cui crediamo. Dovremmo
attaccare i nostri sogni alla bitta e tenerli ben stretti.
Realizzare questo libro ci ha dato molte cose: innanzitutto la storia di Khaled ci ha fatto
capire che lottando talvolta si può uscirne lesi, ma l’importante è sapere di aver combattuto
“in tutto e per tutto”. Come detto da Khaled: “Ignorare il passato significa rimanere bambini”.
Perciò dobbiamo parlare e diffondere queste storie che hanno molto da insegnarci. Abbiamo il
dovere di trasmettere alle generazioni future il ricordo e l’esempio di un uomo giusto e, soprat-
tutto, libero, di un eroe che non ha né confini, né frontiere, né spazi limitati, ma che appartiene
a tutti quelli che si battono per un mondo migliore e che credono nella bellezza.
Siamo sicuri che lì su, dove ora si trova, occuperà un posto tra quelli destinati ai Grandi

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La figura, l’opera e la memoria di Khaled al-Asaad

Giusti, agli uomini come lui che hanno rincorso e realizzato nella giustizia e con determinazio-
ne il proprio sogno.
In tutto questo la cosa che più ci ha emozionato è stata la sorpresa fattaci da Fayrouz, una
delle figlie di Khaled, la quale ci ha inviato la foto di una statua trovata nel corso di operazioni
di scavo condotte nella città con il messaggio che riportiamo di seguito e che abbiamo tradotto
dall’inglese “Questa fotografia è di una statua di Palmyra che mio padre ha scoperto nel 1988. A
lui piaceva moltissimo ed era molto fiero di averla scoperta. Questa signora è chiamata AQmaa

Fig. 2. Khaled al-Assad. Fig. 3. Palmira, Via colonnata,


Foto di A. Baudini.

in aramaico. Ora è stata distrutta” (fig. 4). Siamo felici e onorati di aver ricevuto questo mes-
saggio, è stata per noi una vera gratificazione. La ringraziamo di cuore per averci resi partecipi
ancor di più di quel che Khaled ha fatto per la sua Palmira e per l’umanità intera. “Gli eroi sono
i sognatori, uomini e donne che hanno cercato di rendere il mondo un posto migliore”.

Khaled è l’eroe della cultura.


Vogliamo, inoltre, orgogliosamente fare presente che la copertina è stata realizzata da
Vanessa Arena, una nostra compagna appassionata di arte che, come sempre, ha eseguito un
lavoro splendido. A parlare della sua creazione è stata proprio lei che ci ha lasciato una sua
dichiarazione: “Vorrei ringraziare la professoressa Murmura per aver scelto me affinché realiz-
zassi la copertina del libro e per avermi dato la possibilità di dimostrare le mie doti artistiche. In

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Anna Murmura, Maria Pia Aloe, Elenoire Farfaglia, Thomas Rubino, Irene Russo

sincerità inizialmente non sapevo se accettare la sua proposta poiché la consideravo un’impresa
abbastanza importante e non sapevo se sarei stata all’altezza del compito; tuttavia ho deciso
di farlo. Ho scelto di disegnare al centro della copertina il viso di Khaled al-Asaad cercando
di cogliere l’essenza della persona utilizzando la tecnica del chiaroscuro. Ho utilizzato il nero,
simbolo del lutto e della morte, perché desi-
deravo far risaltare il bianco che rappresenta
la vita. Ho cercato di renderlo il più realista
possibile concentrandomi soprattutto sugli
occhi che, come tutti sanno, sono lo specchio
dell’anima. Tutto questo lavoro è stato svol-
to in classe durante le pause e anche duran-
te le ore di lezione della professoressa Anna
Murmura. Mentre disegnavo ho provato delle
emozioni indescrivibili: pensavo al coraggio
di quest’uomo nel proteggere e preservare le
opere d’arte. Nonostante i pericoli a cui anda-
va incontro, ha scelto di presidiare la sua città
“fregandosene” dei miliziani dello Stato isla-
mico ed è stato un esempio per tutti. Alla fine
sono riuscita a portare a termine il compito
anche grazie al sostegno della professoressa e
dei miei carissimi compagni di classe”.
Oltre alla copertina, anche l’appendi-
ce fotografica, è stata curata da un gruppo di
alunni della nostra classe. Il coordinatore del
gruppo Federica Quattrocchi dichiara a nome
Fig. 4. Museo di Palmyra, ritratto funerario calcareo di per conto anche degli altri membri: “Io ed il
AQmaa, figlia di Atelena Hajeuja, metà del II secolo.
mio gruppo abbiamo avuto il compito di cu-
rare l’appendice fotografica del libro. È stato
un lavoro molto importante perché come si suol dire: “anche l’occhio vuole la sua parte”. Ma
non solo, abbiamo cercato di far “arrivare” ancor più la grandezza di quest’uomo, non solo con
le parole, ma anche attraverso le immagini. Possiamo dire che, oltre ad essere piacevole, quello
che abbiamo fatto è stato un lavoro molto istruttivo perché andando alla ricerca di immagini
abbiamo avuto la possibilità di immedesimarci nella sua storia e capire qualcosa sul coraggio
e la perseveranza di quest’uomo. Ma, soprattutto, abbiamo cercato di scegliere delle immagini
che rispecchiassero fedelmente il contenuto del libro e con le quali abbiamo pensato di mostrare
ai lettori del volume la sua ingiusta e atroce morte e, soprattutto, la sua ricca vita e ciò che ci ha
lasciato per raccontarlo così a 360 gradi”.

La memoria di Khaled al-Asaad


“Nessuno muore sulla terra, finché vive nel cuore e nei ricordi di chi resta” in questa
frase si racchiudono un po’ le motivazioni che ci hanno spinti a collaborare alla realizzazione
del volume “La vita, l’opera e la memoria di Khaled al-Asaad”.
Naturalmente le motivazioni sono molteplici, e non posso essere tutte sintetizzate in

-4-
La figura, l’opera e la memoria di Khaled al-Asaad

un’unica frase. Cercheremo di illustrarne alcune. Innanzitutto, non volevamo assolutamente


che la storia di Khaled al-Asaad finisse, con il passare degli anni, nell’oblio e nella dimenticanza
quindi, abbiamo deciso di dare il nostro piccolo contribuito per impedire questo facendo sì che
la sua vicenda lasciasse una traccia evidente nel mondo, così come, il suo esempio di amore,
coraggio, lealtà, fedeltà e tenacia ha lasciato dei segni nei nostri cuori e nelle nostre menti. A
ciò si aggiunge, il desiderio di far conoscere la sua ammirevole storia, affinché sia d’aiuto a chi
combatte per la giustizia e a chi soffre per le ingiustizie, ma anche a noi, giovani studenti che
necessitiamo di esempi che ci diano la forza di batterci per le cose che ci stanno a cuore. Inoltre,
abbiamo pensato che un libro che narrasse la sua storia di grande uomo potesse spronare alla
perseveranza, un valore, purtroppo, oggi dimenticato a causa sia dell’attenzione maggiore data
alla ricerca dei beni materiali sia della paura e della mancanza di coraggio. Per di più, abbiamo
pensato che realizzare un volume in memoria dell’eroe di Palmira potesse ancora una volta, aiu-
tarci, facendoci riflettere profondamente su chi siamo veramente e sul mondo che ci circonda.
Di sicuro ci ha permesso di fare chiarezza su noi stessi e sulla nostra “vocazione”. Durante la
realizzazione, infatti, abbiamo iniziato a vedere le cose sotto una luce diversa, a metterle in una
prospettiva differente, a stabilire priorità diverse e speriamo che conoscere la sua storia dia a
tutti i lettori un modo per leggere dentro i loro pensieri più intimi, i loro valori e le loro passioni.
Infine, volevamo riscoprire il valore dell’unione e della collaborazione e quale miglior modo
di sentirci vicini se non lavorando tutti insieme ad un unico progetto, come una vera e propria
squadra? Tanta è stata la gioia nel poter collaborare con i compagni, condividendo idee, metodi
di studio, di ricerca e modi di pensare. Questa esperienza ci ha insegnato anche questo: spesso
è meglio mettere da parte la competizione, tralasciare la voglia di prevalere ma, ognuno mettere
in gioco le sue capacità e le sue risorse migliori. A volte ci siamo riuniti anche di pomeriggio,
per esempio uno dei gruppi si è incontrato nella biblioteca comunale di Vibo Valentia dove, tra
sorrisi e riflessioni sulla vita, tutti hanno capito il grande insegnamento che ci ha lasciato Khaled.
Khaled, in nome di una nobile, quanto rischiosa causa, è stato ed è ancor’oggi com-
memorato in Italia e nel mondo perché personaggi come lui, non possono, anzi, non devono,
essere dimenticati. Tante sono le storie simili alla sua, ma questa ha un particolare fascino
anche perché, ha avuto luogo in una terra, la Siria, da lungo tempo martoriata da conflitti in-
terni. Decapitato dall’Isis per non aver rivelato dove avesse nascosto i tesori della sua città,
Khaled è diventato il simbolo della resistenza ai fondamentalisti che, con la distruzione del
sito archeologico, hanno voluto cancellare le tracce millenarie delle civiltà che hanno lasciato
le loro testimonianze a Palmira. Khaled è dunque oggetto di doppia ammirazione, non solo per
le imprese compiute, ma soprattutto per la notevole forza d’animo che lo ha spinto ad andare
avanti nonostante il contesto critico in cui si è trovato ad operare.
All’indomani della sua morte il primo a promuovere il ricordo del celebre archeologo
è stato il presidente dell’Anci, l’allora sindaco di Torino, Pietro Fassino che ha subito lanciato
l’appello “in tutte le città italiane i musei e le istituzioni culturali espongano bandiere a lutto:
è il modo per onorare Khaled al-Asaad ed esprimere il rifiuto e la esecrazione per la ferocia
assassina dell’Isis”; a questo appello hanno risposto subito l’allora ministro dei Beni Culturali,
Dario Franceschini nonché sindaci e direttori di musei di tutta Italia con bandiere a mezz’asta.
Da novembre del 2015 a Milano, Khaled è ricordato nel Giardino dei Giusti di Monte Stella con
un albero e con la scritta “trucidato dall’Isis nel 2015 per aver difeso in Siria il patrimonio ar-
cheologico di Palmira, memoria della civiltà umana”. Un altro esempio di dedica è il fantastico
murales realizzato sempre a Milano dai writers Ivan, Pao, Orticanoodles e Piger nella Fabbrica
del Vapore di via Procaccini su cui si legge: “Talvolta fare un passo avanti è non indietreggia-

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Anna Murmura, Maria Pia Aloe, Elenoire Farfaglia, Thomas Rubino, Irene Russo

re”; la cerimonia di inaugurazione di questo murales si è svolta nel 2016 il 6 marzo in occasione
della Giornata europea dei Giusti, promossa dal Comitato per la Foresta dei Giusti-Gariwo
Onlus. Dal 2015, inoltre, la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum e Ar-
cheo hanno voluto dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche mondiali attraverso un
premio annuale assegnato in collaborazione con le testate archeologiche internazionali media
partner della Borsa. Si tratta dell’Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” che è
l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con spirito di sacrificio, dedizio-
ne e competenza affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del
passato e di professionisti a servizio del territorio; questo premio è importante perché celebra
e ricorda Khaled che diede la propria vita per difendere il patrimonio culturale. Anche nella
nostra scuola (unica istituzione in Calabria), come dice sopra la nostra docente, il Liceo Stata-
le “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, Khaled è stato ricordato durante la Giornata europea dei
Giusti3 nell’anno scolastico 2017/2018 e in suo onore è stato piantato il primo albero nel nostro
Giardino dei Giusti.
In una società tecnologicamente avanzata e digitale, come la nostra, scrivere un libro o
addirittura una semplice lettera ad una persona cara è diventata un’attività alquanto insolita. Si
preferisce inviare un veloce sms, senza soffermarsi più di tanto sul significato vero e profondo
delle parole. Scrivere, però, è sempre interessante perché permette di trasferire conoscenze;
tramandare tradizioni, usi e costumi; condividere idee, pensieri e stati d’animo; sfogare la celata
emotività, senza necessariamente comunicare con qualcuno, ma semplicemente gettando su un
foglio di carta impressioni, perplessità, angosce e letizie. Come affermava il filosofo e poeta
francese Voltaire: “La scrittura è la pittura della voce”. Attraverso le sue infinite sfumature,
infatti, ci dà la possibilità di esprimere molti pensieri ed emozioni e di comunicare con gli altri.
Noi studenti abbiamo riscoperto il piacere della scrittura grazie alla nostra docente di italia-
no, la professoressa Anna Murmura, che ha brillantemente cercato di conciliare gli argomenti
curriculari con la storia di Khaled al-Asaad. È stata per noi una bellissima esperienza, molto
istruttiva, in quanto ci ha permesso di confrontarci con il passato attraverso una vicenda, però,
estremamente attuale: un uomo che muore in nome della sua patria, difendendo i propri ideali,
proteggendo e preservando i monumenti del sito archeologico di Palmira, in gran parte distrutti
dal terrorismo e dalla barbarie dell’uomo, per le future generazioni come tesori inestimabili e
rivendicando la libertà che gli era stata negata.
Forse sono proprio le persone come Khaled a fare ancora paura, nonostante l’evoluzione
della società odierna; sono quelle persone che si pongono oltre gli schemi, che non si inchinano
a fare la volontà dei “potenti”, che non adulano chi appare più forte, ma inseguono costante-
mente i loro obiettivi, malgrado mille difficoltà. Abbiamo dunque deciso di sposare la proposta
della professoressa, data l’importanza, ma soprattutto l’esemplare storia di Khaled, la quale ci
ha particolarmente colpito e fatto riflettere. Ci ha fatto comprendere che è necessario schierarsi
sempre dalla parte dei “giusti”, forti o deboli che siano e che spesso, per inseguire mete impor-
tanti, si può anche pagare con la stessa vita. Questo lavoro, ci ha fatto crescere, sia come classe
ma, soprattutto, come persone, sia dal punto di vista umano che didattico: scrivere un libro,
alla nostra giovane età, è una cosa inconsueta e varie sono state le emozioni provate quando
l’insegnante ci ha comunicato l’idea del suo progetto. Da un lato c’era il timore di non riuscire
in un’impresa tanto grande; dall’altro, però, siamo sempre stati mossi da grande entusiasmo e
dalla curiosità di cimentarci in un’attività mai fatta prima. Se tutto è andato a buon fine e se,

3 Tale ricorrenza viene celebrata il 6 marzo di ogni anno ed è stata istituita dal Parlamento europeo nel 2012.

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La figura, l’opera e la memoria di Khaled al-Asaad

a dispetto delle nostre aspettative, siamo riusciti a creare un vero e proprio volume, il merito,
però, non è solo nostro. Certamente tutto è avvenuto sotto l’attenta e vigile guida dell’insegnan-
te, sempre paziente e pronta a darci sostegno e suggerimenti. Ovviamente il suo l’aiuto non è
mai mancato: la professoressa si è sempre dimostrata molto disponibile e paziente e anche lei,
tra l’altro grande appassionata di archeologia, ci ha fatto capire quali sono le tre azioni per poter
essere delle persone migliori: conoscere gli esempi di giustizia, imitarli e trasmetterli. È impor-
tante tramandare ai posteri storie come queste, dare esempi significativi e proporre modelli di
vita propositivi e positivi come quelli dell’archeologo di Palmira.
Tra le cose che segnano il percorso di una comunità c’è il senso di appartenenza alla
propria storia e il peso conferito a chi la storia l’ha fatta veramente. La consapevolezza di epi-
sodi come questo riaccendono la speranza in un futuro migliore in cui il bene riesca a trionfare
sul male e in cui nessun uomo debba avere paura dell’altro solo per divergenze di pensiero, in
un avvenire in cui gli individui siano tra loro più tolleranti e non abbiano timore di esprimere la
loro identità (religiosa, etnica, culturale, politica, ecc.). Sogniamo un Paese dove regnino idee
differenti, ma in cui regni anche la pace; forse un mondo così, come lo immaginiamo, non ci
sarà mai, sarà solo un’utopia di noi ragazzi, ma il bello è proprio questo.
Un celebre detto recita: “Volere è potere”. Noi siamo il futuro, il futuro è nelle nostre
mani e per cambiarlo, magari anche solo un pò, basta iniziare a credere che qualcosa, un giorno
o l’altro potrà essere diversa.

Anna Murmura
Liceo Capialbi Vibo Valentia
murmuraanna@istitutocapialbi.edu.it
________________
Elenoire Farfaglia
II BSU Liceo Capialbi
elenoirefarfaglia@virgilio.it
________________
Irene Russo
II BSU Liceo Capialbi
russoirene@istitutocapialbi.edu.it
________________
Maria Pia Aloe
II DL Liceo Capialbi
alomariapia@istitutocapialbi.edu.it
________________
Thomas Rubino
II DL Liceo Capialbi
rubinothomas@istitutocapialbi.edu.it

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LA CALABRIA E IL MEDITERRANEO IN ETÀ MEDIEVALE

PERCORSI, CULTURE, CONTAMINAZIONI


Giuseppe Hyeraci

Altri, che correvano grave rischio sul mare,


ricordavano le preghiere di quel giusto e si salvavano,
vedendolo che teneva in mano e spingeva il remo,
e lottava con i flutti e guidava la nave al porto della salvezza.
Vita di S. Elia il Giovane

Protesa nel Mediterraneo e per questo, per secoli, parte di un universo geopolitico globa-
le e multiculturale, la Calabria ha incontrato anche in età medievale, attraverso la mobilità uma-
na, culture lontane rimanendone necessariamente contaminata. Molteplici sono stati i vettori
di collegamento con le varie regioni del Mediterraneo e analogamente composita e nel tempo
fluida la sua identità interna, oggi come allora, chiusa e aperta contemporaneamente all’incon-
tro con “l’altrove”, talora porto di accoglienza o ancora base di partenza per conflitti di civiltà,
talora internamente ripiegata verso la sua anima collinare e autoreferenziale.
Il legame della società calabrese con il mare, nel tempo instabile, non può essere consi-
derato secondo modelli di rappresentazione o autorappresentazione deterministici quando non
retorici, ma deve necessariamente modularsi in rapporto ad una rete di condizioni di volta in
volta differenti, a partire dall’evoluzione dei quadri politici ed istituzionali, dell’impalcatura
economica e fiscale, dei sistemi di relazione sociale e degli attori coinvolti tanto a scala globale
che locale. Imprescindibile è ad ogni modo la costante geo-morfologica che oltre a differenzia-
re sul piano interno la nostra regione in molteplici bacini sub-regionali, determina talora una
netta separazione tra aree costiere e interne e, al solo livello costiero, aree vocate ad un’apertura
marittima, portuale e marinara, e settori di costa per lo più slegati dal relativo sistema insedia-
tivo e produttivo. Anche in questo caso, si tratta di una precondizione mutevole, considerando
l’evoluzione della linea di costa e la relazione non costante tra popolamento e risorsa marittima,
nel tempo sempre più circoscritta a specifiche aree.
In premessa, occorre sottolineare come, lontani da ogni pretesa di esaustività e comple-
tezza, in questa sede si prenderanno in considerazione sinteticamente alcuni elementi esemplari
utili a definire lo spazio di movimento intermediterraneo, evidenziando di volta in volta l’am-
piezza geografica delle relazioni, i vettori e gli elementi di acculturazione, i settori economici
di intervento, le componenti etniche e istituzionali coinvolte, quando non sul piano interno
dinamiche di cesura, continuità o adattamento. Ci si soffermerà infine su aspetti peculiari della
cultura materiale, nel tentativo di fornire una dimensione di concretezza ai processi preceden-
temente indicati.
All’interno del quadro appena esposto, il ruolo commerciale della Calabria, durante l’età

- 151 -
Giuseppe Hyeraci

medievale, presenta ancora dei contorni sfumati, ma la tradizionale visione di marginalità e di


una linea commerciale eterodiretta, non solo secondo una visione storiografica coloniale, ma
anche nell’ottica di una dipendenza da realtà economiche limitrofe trainanti, è stata progressi-
vamente attenuata da studi di settore che hanno approfondito l’ampiezza di specifiche aree eco-
nomiche, lasciando emergere un quadro oltremodo articolato. Se per l’alto Medioevo, le fonti
storiche e quelle archeologiche risultano qualitativamente non omogenee al fine di determinare
dei quadri di sintesi esaustivi, per i secoli centrali e finali del Medioevo, il dibattito storiografico
sulla nostra regione ha incontrato da tempo categorie esegetiche altrove in via di ripensamento.
Ad esempio, la visione tradizionalmente dualistica dello sviluppo economico peninsulare, con
un Settentrione comunale, borghese, manifatturiero, commerciale e dalle solide basi creditizie,
contrapposto ad un Meridione monarchico, rigidamente strutturato dal punto vista sociale, agri-
colo e latifondista ed economicamente soggetto alla colonizzazione di operatori settentrionali,
in quanto esportatore di materie prime e mercato di consumo della manifattura settentrionale,
è stata via via mitigata e sono state messe in evidenza le forti sintonie che toccano il settore
agrario e artigianale, le dinamiche del latifondo, la struttura della proprietà, l’importanza delle
istituzioni signorili nell’organizzare le forze produttive e non ultima la funzione dei centri ur-
bani e delle componenti sociali più intraprendenti.
Come ha sottolineato Emilia Zinzi, il quadro della situazione insediativa della Calabria
all’epoca di re Ruggero descritto da Idrisi, coglie i tratti salienti di un paesaggio antropizzato
dominato da «città vetuste e belle, piccole popolose ma ricche di traffici, con porti attivi sul
mare e scali fluviali nei quali entrano navi di grande e piccola stazza e mercati e molini mossi
dall’acqua dei fiumi, e fortezze di efficiente costruzione»1. Un quadro che, seppur indistinta-
mente florido, esprime complessivamente l’esito di quella condizione di evoluzione ed espan-
sione dell’economia e della densità insediativa che avevano caratterizzato la regione negli ulti-
mi due secoli di governo bizantino.
Durante l’alto Medioevo, l’integrazione della Calabria con il Mediterraneo, benché scar-
samente documentata dalle testimonianze materiali, risulta evidente dalla molteplicità delle
fonti che indicano, a più riprese, l’esistenza di rotte attive tra la Calabria, il Mediterraneo oc-
cidentale e le diverse regioni orientali, all’interno di un sistema di comunicazione marittimo
consolidato in cui i principali porti calabresi, e specialmente quello di Reggio, rappresentavano
dei nodi di transito verso Roma e Bisanzio.
All’interno dell’asse ionico, chiaramente integrato nelle rotte da e per l’Oriente, si con-
figura un tipo di navigazione “a vista”, con scalo nei principali approdi, così nel Liber Ponti-
ficalis nella biografia di papa Costantino o nella Vita di S. Leone di Catania, che vedeva nelle
coste albanesi e nel Golfo di Corinto i terminali preferenziali di destinazione o di transito per
ulteriori percorsi via terra o via mare in direzione di Salonicco e Costantinopoli, come altresì
descritto nella Vita di S. Elia il Giovane, dello Speleota o di S. Fantino il Giovane. Per quanto
riguarda il settore tirrenico, nell’alto Medioevo gli itinerari di Terrasanta non documentano
altra stazione portuale che Reggio, ad esempio nell’itinerario di Willibaldo o differentemente
negli atti apocrifi degli Apostoli Pietro e Paolo (VIII secolo). Le fonti agiografiche italo-greche
documentano a più riprese rotte attive sul Tirreno e frequenti sono le visite dei monaci italo-gre-
ci alla tomba dei Corifei giungendo attraverso percorsi marittimi. Talora si menzionano stazioni
intermedie come Pozzuoli, Napoli o le Eolie2.
1 Zinzi 1998, 294-295.
2 Von Falkenhausen 1991, 249-282; Luongo 1999, 39-56; Dalena 2006, 20-21.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

A giudicare dai dati che è stato possibile desumere dai portolani di età normanna e
successivi e da più isolate notizie collaterali di natura storica e archeologica, il quadro della
topografia portuale calabrese medievale sembra rimanere sostanzialmente analogo a quanto
descritto dalle fonti tardo romane. Le fonti agiografiche, nel documentare il flusso dei monaci
che giungono dalla Sicilia nell’alto Medioevo, forniscono indirettamente informazioni sulla
presenza di punti di approdo di diversa entità, così nella Vita di S. Saba, S. Giovanni Theri-
stìs, S. Elia il Giovane e S. Nilo. Una realtà
non uniforme, con città costiere tradizional-
mente indicate come riferimento topografico
marittimo e differenziazioni tra approdi flu-
viali di diversa entità e più strutturati porti,
cui si correla un diverso volume economico,
emerge nell’opera di Idrisi3. Il costante rife-
rimento alla foce di fiumi sembra avvalorare
la resistenza di un assetto portuale “minore”
rapportabile alla densità dei centri collinari
retrostanti e, del resto, tale assetto è ancora
ben percepibile nella documentazione basso
e post-medievale (fig. 1).
Oltre ai portolani medievali e alle
carte nautiche tradizionali, occorre far riferi-
mento a fonti del tutto peculiari come i “por-
tolani sacri”, che appunto recitati in forma
di litania facevano della topografia religiosa
e santuariale costiera una sorta di cordone
Fig. 1. Domenico Vigliarolo (1598). immunizzato contro i pericoli della naviga-
zione nel Mediterraneo. Appartiene a tale
categoria le Sante Parole, testo giunto in una
versione fiorentina degli anni Settanta del XV secolo, laddove in maniera cadenzata e ripetitiva
si ripercorreva la successione dei nodi topografici marittimi più importanti, per la Calabria il
Santuario di Capo Colonna e quello di S. Maria dell’Isola a Tropea4.
Alle pur esigue informazioni relative alla topografia portuale e alle attività connesse
occorre evidenziare le esigenze di un interesse al mantenimento strategico delle linee di costa,
così come significativamente descrivono la Vita di S. Nilo o ulteriori fonti di età normanna. Dal
punto di vista della gestione militare delle acque calabresi in età bizantina, pur senza approfon-
dire gli aspetti legati ad un più diretto coinvolgimento della nostra regione, si indica unicamente
quello che può essere interpretato, in relazione alla politica di riorganizzazione del sistema
difensivo e offensivo regionale, come un segnale di allineamento con la condizione dei Temi
limitanei all’epoca dell’introduzione del governo catepanale. L’ordine di Niceforo Hexachio-
nites, esteso alle città costiere calabresi, di allestire cantieri per la realizzazione di chelandie,
documenta la presenza diffusa di arsenali cittadini5.

3 Idrisi, 72-73; 97; 122; 132-133.


4 Recita così il testo: «Die n’ai’ e Santa Maria del Cavo delle Colonne (…) Die n’ai’ e Santa Maria dell’Isola di
Turpia», cfr. Bacci 2004, 244-245.
5 Burgarella 1989, 472-473.

- 153 -
Giuseppe Hyeraci

Porti, piccoli approdi e imbarcazioni appartenenti ad istituti monastici documentano,


nell’ambito della più generale esigenza di comunicazione e di integrazione economica anche tra
cellule dipendenti e periferiche, un’attività parallela spesso garantita da facilitazioni di carattere
organizzativo e fiscale. Gli atti che si susseguono a partire dai primi anni Sessanta dell’XI se-
colo, forniscono ulteriori dati in merito alla situazione precedente. Così per Catona, per i porti
lametini dell’abbazia benedettina di S. Eufemia, per quello non localizzato concesso all’abba-
zia della Matina, per le dipendenze marittime cassinesi di Cetraro e tropeiane, per i diritti e le
concessioni spettanti al monastero di S. Stefano del Bosco. Alla luce degli effetti di carattere
insediativo e socio-politico l’atto più importante è la donazione della villa di Bivona, del suo
porto e di una tonnara al monastero di S. Angelo di Mileto.
Nell’ambito delle iniziative di popolamento nel corso dell’alto Medioevo si documen-
tano veri e propri trasferimenti di consistenti fette di popolazione, così ad esempio parte della
popolazione di Patrasso insediatasi presso Reggio nel VII sec. a causa della penetrazione ava-
ro-slava nei Balcani, laddove sembra aver mantenuto una propria identità distinta fino al ritorno
in patria nel IX secolo. Alla Calabria fu inoltre destinato, all’epoca di Basilio I, un gruppo più
o meno consistente di schiavi affrancati di origine peloponnesiaca, o ancora, del tutto probabile
è l’apporto di culture allogene, segnatamente balcaniche, nella fondazione o popolamento di
centri del medio Ionio insieme al trasferimento di culti altrove ben radicati. È quanto è stato
avanzato ad esempio per le origini di Evria-Umbriatico e per l’adozione del culto di S. Donato
a partire dall’omonima città epirota. Tutt’ora oggetto di dibattito sono le origini di S. Severina,
talora identificata con il centro di Nikopolis6, a sua volta possibile filiazione di Nikopolis in
Epiro, dove ben radicato risulta agli inizi dell’alto Medioevo il culto di S. Anastasia, che in età
normanna si impone, nella cittadina calabrese, sostituendosi a quello di S. Severina. Un legame
con l’area questa volta dalmata si attribuisce secondo tradizione alla fondazione di Catanzaro e
all’introduzione del culto di S. Trifone in città7.
La presenza slava nella Calabria bizantina e normanna risulta scarsamente documenta-
ta dalle fonti che, non solo non consentono di determinare la dimensione del radicamento, ma
difficilmente forniscono indizi sul grado di integrazione sociale. Esse tuttavia non mancano di
riportare riferimenti toponomastici o onomastici collegati con i termini sklabos – sclavus o pa-
ganos – paganus, nomenclature che possono designare genti di origine slava8. Ad ogni modo,
per il 1054, il Malaterra ricorda, in relazione alle fasi iniziali di espansione normanna in Val di
Crati, il ricorso da parte del Guiscardo a sessanta slavi che, benché indicati come esperti dei luo-
ghi, sembrano ben differenziarsi dal resto della popolazione locale9. Gli archivi di S. Giovanni
Theristìs e S. Stefano del Bosco, offrono suggestivamente ulteriori ma puntuali indizi. È noto
infatti il radicamento in territorio di Stilo della famiglia degli Sklabopetroi; unico rappresentante
di qualche rilievo è il notarios Ruggero attestato tra il 1128 e il 1133, membro del consiglio de-
gli arconti di Stilo e sottoscrittore in vari atti della pratica. Da un documento del 1154 si evince

6 L’identificazione risiederebbe principalmente nell’associazione tra le due nomenclature contenuta nella Notitia
Dignitatum XII redatta in età normanna. Nikopolis di Calabria è indicata come Sede di arcivescovato fin almeno
dagli inizi dell’VIII secolo; di essa sono noti due sigilli conservati nella collezione reggina, uno dei quali rinvenuto
nella stessa Reggio, vd. Prigent 2002, 939-953.
7 Su questi aspetti cfr. Cuteri 2009a; Strano 2011; Corrado 2016.
8 Cfr. Torre 2013.
9 Malaterra, I, XVI.

- 154 -
La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

altresì il radicamento patrimoniale della famiglia nello stesso comprensorio10. Nella Platea I di S.
Leonzio di Stilo non datata, ma risalente all’incirca alla metà del XII secolo, è menzionato un tale
Kostas sklabos, mentre precedentemente, nel 1040, il testamento della nobile Irene, originaria di
Stilo, aveva disposto l’affrancamento dello sklabopoulos Pikzoulos. In territorio di Castelvetere
(Caulonia), si documenta nel 1092 un tale Sclavo di nome Basilio11.
In relazione ai rapporti con le componenti islamiche, tralasciando il dato evenemenziale
della ben nota e prolungata pressione di carattere militare che aveva coinvolto non solo le aree e i
centri pericostieri a partire dagli inizi del IX secolo, pur motivata da ragioni ed equilibri comples-
sivi di volta in volta differenti e diffusamente documentata da vari generi di fonti di diversa area
culturale, è altresì necessario soffermarsi sulle pur esigue ma significative testimonianze di una
presenza stabile in terra calabrese, temporanea o prolungata, quando non di veri e propri processi
di acculturazione o assimilazione, ben osservabili anche in relazione alla cultura materiale e più
in generale nell’articolazione di linguaggi più complessi12.
Se la temporanea occupazione di Tropea, Amantea e S. Severina tra l’843 e l’886, non
ha prodotto, allo stato attuale delle conoscenze, significativi effetti sul piano materiale, alcune
riflessioni possono essere in ogni caso effettuate a riguardo della valenza strategica dei tre centri,
rappresentando i tre presidi, anche per la Calabria, un salto di qualità nella politica di espansione
islamica, ora indirizzata verso una dimensione di sedentarietà e stabilizzazione, ulteriormente e
con forza perseguita da ʻAbbās ibn al-Faḍl il quale, secondo Ibn al-Aṯīr, «Avea governato (…)
ben unici anni; continuata sempre la guerra sacra inverno e estate; infestati [perfino] i territori di
Calabria e di Longobadia, e fatti stanziare i mussulmani in quelle province (...)»13. Ciò già risulte-
rebbe indicativo di una progettualità politica a più ampio raggio e, a questo proposito, il racconto
di Andrea da Bergamo riguardo all’intervento franco contro Amantea evidenzierebbe suggesti-
vamente il coordinamento delle operazioni militari islamiche, non già a partire da un eventuale
emiro cittadino, come tradizionalmente la letteratura storiografica ha sostenuto, ma direttamente
da un delegato aghlabide, quel princeps Cincimus, da intendere il ṣāḥib al-uṣṭūl (comandante in
capo della flotta), per altro possibilmente identificabile con Naṣr bin al-Ṣamṣāma14. Analogamen-
te le fonti a disposizione non consentono con chiarezza di attribuire lo statuto di emirato a Tropea
e S. Severina, considerando le modalità stesse di fondazione dei due presidi “per filiazione”.
Risultano altresì contraddittori alcuni passi del Chronicon Salernitanum in cui, se da un lato si
menzionano tres ammiradas calabresi, d’altro canto si precisa la dipendenza di quegli “agareni”
«qui in Calabrie finibus demorabant» da tale Apolaffar, ṣāḥib al-uṣṭūl noto anche alla cronaca di
Giovanni Diacono15.
Il caso di Amantea è ulteriormente significativo dal momento che nel testo di Andrea da
Bergamo la condizione di occupanti si associa esplicitamente ad elementi di sedentarietà, allor-
ché la spedizione di Ludovico II incontra sul suo cammino presso quaedam vallem un gruppo
di saraceni posti a sovrintendere alla raccolta del grano da parte di contadini locali assoggettati.

10 Hyeraci 2012-2013, 431.


11 Syllabus, P.A., XVI, 557-559; CDB, IV, 92-94, n. 46 ; Becker (a cura di) 2013, 107-111, n. 21. Nel caso di
Pikzoulos, è certo lo statuto servile, essendo nell’occasione creato pantheleutheros kai polites Romaion.
12 Cfr. Vanoli 2017.
13 Amari, XXXV, 382.
14 Cfr. Di Branco 2019 , 88-92.
15 Chronicon Salernitanum, 80.

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Giuseppe Hyeraci

Ad Amantea, il rinvenimento, di un
cippo sepolcrale, inscritto in due momenti
differenti, il secondo dei quali da una mano
poco avvezza al lessico e alla sintassi isla-
mica, oltre a riproporre l’idea di una com-
mittenza locale, non esclude il reimpiego del
manufatto a partire da contesti più propria-
mente islamizzati come la Sicilia e il nord
Africa16 (fig. 2).
Una presenza non stagionale di arabi
in Calabria emerge inoltre puntualmente at-
traverso le agiografie italo-greche che talora
rielaborano, secondo topoi esemplari, eventi
storici, o più in generale ripropongono mo-
delli complessivi di relazione e non ultimo la
dimensione tutta privata di una instabilità di
condizione che talora poteva tradursi, oltre
che nel costante stato di terrore, nella mor-
te, nella riduzione in servitù o nella vendi-
ta sul mercato schiavile, specie quello nord
africano. Ne abbiamo documentazione fin
Fig. 2. Amantea. Particolare del cippo con iscrizioni in lingua araba.
dall’inizio del IX secolo e ancora nel 1122,
come recita il Bayan, la presa di Nicotera,
si accompagnò alla requisizione del bottino,
allo sterminio degli anziani e alla deportazione di donne e bambini17. A questo proposito la
letteratura agiografica italo-greca, proprio in virtù della condizione limitanea della Calabria,
ha elaborato la figura peculiare del monaco mediatore; nella casistica pure affollata dei santi
monaci italo-greci dotati del diritto di parresia e di tale specifica techne diplomatica, è utile
ricordarne uno tra i meno noti come S. Simeone di Calabria.
Ritornando al radicamento di gruppi, unità familiari, individui di varia etnia islamica o
più in generale ad elementi immediatamente riconducibili ad un sostrato culturale allogeno in
Calabria, è bene riferirci all’apporto, certamente complesso, delle testimonianze onomastiche.
Gli atti della pratica, abbastanza cospicui per la Calabria di età bizantina e normanna, eviden-
ziano una distribuzione abbastanza capillare di individui recanti nomi o appellativi di chiara
matrice islamica, pur a volte grecizzati o associati a nomi tipicamente bizantini. Altro discorso
è la condizione sociale di tali individui, in alcuni casi possibilmente arabi assimilati, quando
non apostati, individui liberi, o quelli inscritti nelle platee signorili soggetti ad un gradiente
funzionale di servaggio.
In riferimento alla Calabria meridionale il Brebion della Metropolia di Reggio menziona
a più riprese nomi o toponimi di origine araba: per quanto riguarda l’apporto onomastico, ad
esempio Selimos, Maiouapha, Basilio Kalaphades, Mamoutos, Leon discendente di Chamou-
tos, il mercante Mule. Per quanto riguarda tale Nasar è del tutto verosimile l’identificazione con
Basilio Nasar, lo strator siriano, comandante in capo della flotta bizantina nello scontro contro
16 Tonghini 1997, 207-221.
17 Ibn al Adhārī, I, 461-462.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

gli arabi nell’88018.


Dall’archivio della Cattedrale bizantina di S. Agata (Oppido) si evince il ricorrere di
nomi di persona di origine araba per circa un 13% del totale19, contro un 4% relativo ai topomi-
mi. Ulteriori esigue testimonianze onomastiche si ricavano dal dossier di Briatico20 e, sempre
nello stesso comprensorio vibonese, una Platea del 1093 menziona su un totale di 39 uomini
di Nicotera 5 individui designati da un nome o un elemento onomastico di matrice islamica21.
Ulteriori individui ricorrono anche più tardi in una Platea greco-araba del 1145 contenuta in un
privilegio di Ruggero II alla SS. Trinità e relativa nello specifico al contesto miletese22.
Anche l’archivio di S. Stefano del Bosco risulta a questo proposito eloquente. L’atto di
dotazione dell’appena istituito monastero (1093) si accompagna alla donazione di tale Mule
cum filiis a cui viene attribuita la specifica mansione di custodire la selva serrese23. Ulteriori at-
testazioni ricorrono in Platee di poco successive, ad esempio quella del 1097 riguardante Stilo,
laddove si menziona tra gli altri Konstas tou presb(uterou) Mole o la Platea II di S. Leonzio24.
Nel privilegio di Malgerio d’Altavilla del 1154, la descrizione dei confini dei beni donati presso
S. Andrea dello Ionio menziona una divisione de Melzaver, una divisione de Sarracinar e la
culturam quam tenebant Richardus Sariacini, laddove in età sveva si documenta un casale de
Saracena25.
Per la ricchezza di documentazione, il territorio di Stilo risulta un bacino di analisi esem-
plare. Non è possibile certamente tracciare in questa sede un quadro esaustivo riguardo al tema
in oggetto, ma è utile segnalare nell’ambito di un contesto sociale articolato, tra età bizantina e
normanna, individui, quando non famiglie, designati da appellativi di matrice islamica, per lo
più appoderati patrimonialmente nel territorio o talora membri appartenenti alla classe dirigente
cittadina, per quanto è possibile documentare, culturalmente italo-greci. Kasires sono qualifi-
cati ad esempio il tassiarca Andrea (1054), il turmarca Calociro (1127), il presbitero Giovanni
(1140-1141), il papas Giovanni (1177); l’appellativo Changemes designa un gruppo familiare
in cui figurano tale Ilarione (1098-1114) monaco ed economo di S. Giovanni Theristìs, Leonzio
(1098-1114) presbitero, il beskomes Papathyrsos (1127-1128), Giovanni (1138-1156) presbi-
tero ed economo del monastero di S. Teodoro e ancora Basilio presbitero nel 1154. Tra i besko-
mites si segnalano inoltre tale Pietro Chamutos (1149-1155) e Mule (1176). Alla metà del XII
secolo alla famiglia Mavrades appartiene, tra gli altri, un individuo di nome Maimunos. Infine è
possibile far riferimento ad una famiglia probabilmente di origine siciliana, appunto i Mazares,
che annovera tra il 1140 e il 1153 due presbiteri26.

18 Guillou (a cura di) 1974.


19 Guillou (a cura di) 1972: Selimos, Albake…ei…, Chareris, Asanos, Barchabas, Mamour, Moule, Okanos,
Channites.
20 Rognoni (a cura di) 2004.
21 Cusa (a cura di) 1868, 26-27: Moule Pitzileon, Mule o Bruptolos, Ioannis tou Zammari, Dabis tou Zammari,
Basilios tou Chaggemas.
22 Cusa (a cura di) 1868, 479-480: ad es. Chammout, Ali, Tzaphar…
23 Becker (a cura di) 2013, 136-137, n. 30.
24 Becker (a cura di) 2013, 222-225, n. 57: Konstas tou pres(buterou) Mole, Mole; Syllabus, P.A., XVII, 559-560:
Mule.
25 Cfr. Cuteri, Hyeraci c.s., 2020, 80, con rimando alle fonti.
26 Guillou A., Mercati S.G., Giannelli C. (a cura di) 1980. Per un quadro sulle famiglie documentate in territo-

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Giuseppe Hyeraci

Nella Cattolica, l’individuazione di


due iscrizioni in lingua araba recitanti la pro-
fessione di fede islamica sulla colonna S-O
del tempietto solleva problematiche diverse.
Il carattere “non ufficiale” delle due iscrizio-
ni, grossolanamente tracciate a punteruolo,
una delle quali tuttavia maggiormente cura-
ta, non esclude l’eventuale coinvolgimento
di maestranze arabe nella costruzione del
piccolo edificio o un’operatività non meglio
precisabile della componente islamica nelle
dinamiche recupero e redistribuzione degli
Fig. 3. Stilo, Cattolica. Colonna S-O: Iscrizioni in lingua spolia lapidei27 (fig. 3).
araba (riel. da Cuteri 1997).
Per l’area reggina e in dettaglio per la
Valle Tuccio, dall’archivio del S. Salvatore
di Messina, oltre a diversi nomi di derivazione araba28, è interessante estrapolare il caso di Ni-
ceta tou Arabou, indicato in diversi documenti rispettivamente come prete e monaco29.
Testimonianza diretta di un contesto culturale composito sono le parole di S. Luca di
Bova (fine XI secolo, inizi del XII secolo), che nelle sue Omelie evidenzia alcuni tratti antropo-
logici generalmente taciuti. L’intento del santo vescovo è chiaramente disciplinare e, per tanto,
egli non fa che stigmatizzare comportamenti sociali ritenuti non consoni alla dottrina e più
coerenti con un substrato allogeno quando non profondamente “pagano”: «Taccia il lamento,
taccia il gemito, segno di scompostezza. Se però il morto è di quelli che sono nostri avversari
perché non hanno la nostra fede, [seppelliscano] i morti i loro morti dopo il lamento, da amici
di Maometto qual sono o discendenti di Agar (…)». E ancora: «Per quarantacinque anni mi
sono affaticato nelle radunanze e nelle feste, e la mia gola si è logorata proprio nel mio continuo
affannarmi a lottare contro i costumi dei greci e dei figli di Agar (…)»30.
Carattere di eccezionalità certamente riveste la città di Reggio, porto attivo durante tutto
l’alto Medioevo, capitale istituzionale, città di frontiera, divisa e nello stesso tempo integrata
nello spazio culturale islamico e per la quale le fonti arabe e latine, tra X e XI secolo, sottoli-
neano la presenza di comunità islamiche radicate, l’esistenza di attivi mercati e il carattere di
«ritrovo dè viaggiatori che vanno e vengono»31.
Ibn al-Atīr ne ricorda l’edificazione della moschea a vantaggio dei cittadini di fede isla-
mica già presenti: «Entrato l’anno quarantuno (29 mag. 952 - 17 mag. 953) ritornò ‘A1 Ḥasan a
Gerace e assediavala, quando venne a lui un messaggero di Costantino re dei Rûm a chieder la
tregua. ‘Al Ḥasan la stipulò e ritornò a Reggio, dove fece nel bel mezzo della città una spaziosa

rio di Stilo tra età bizantina e normanna, cfr. Hyeraci 2012-2013, 327-443.
27 Cuteri 1997, 74-75; 78-79, figg. 17-20.
28 Bagalas, Charirias, Maimoun, Mimoun, Mourabites, Moles…, cfr. nota seguente.
29 Rognoni (a cura di) 2011. In una Platea inserita e confermata in un privilegio concesso da Ruggero II all’ar-
chimandrita Luca nel 1144 si menziona tra gli altri tale Nikolaos tou protopapa sun tou adelphou autou o Arabos,
anche in questo caso possibile soprannome, al pari della possibile origine culturale della famiglia.
30 Joannou 1960, 215; 225.
31 Amato di Montecassino, V-8, 230; Idrisi, 71, 111.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

moschea, in uno degli angoli della quale ei fabbricò un minaretto. Stipolò coi Rûm che non
fosse impedito ai Musulmani di tenere aperta questa moschea, né di farvi la preghiera e l’ap-
pello del mu’aḏḏin; che nessun cristiano entrasse in quella; e che rifuggendovisi alcun prigione
musulmano, professante in atto la propria fede o convertito ch’egli fosse al cristianesimo, vi
rimanesse in sicurtà. [Dichiarò inoltre] che se [i Cristiani] togliessero una sola pietra di quella
moschea, sarebbero distrutte tutte le chiese loro in Sicilia ed in Affrica. Cotesti patti furono
osservati con sottomissione e riverenza (…)»32, ma per poco rispettati se nel 956, come recita
la Cronaca di Cambridge, «sbarcato in Reggio Bâsilûh ‘al ‘Abrûṭûqârabus (Basilio Protokara-
bos), distrussevi la moschea»33.
Nella Calabria settentrionale non mancano ulteriori attestazioni di elementi riconduci-
bili ad un sostrato onomastico islamico in età bizantina, come nel Merkourion, dove si ricorda
l’igumeno Clemente Mouletzes34. Altro carattere ha invece la politica di deportazione di intere
comunità, come in età normanna, la popolazione arabo-siciliana di Bugami, con la finalità di
ripopolare il castrum di Scribla in Val di Crati35 (fig. 4).
Dal punto di vista della cultura materiale e delle espressioni artistiche, le testimonianze,
pur percentualmente esigue, risultano talora latrici di un linguaggio colto, meglio contestualiz-
zabile se all’interno di un tessuto culturale latamente mediterraneo, aperto alle contaminazio-

Fig. 4. Spezzano Albanese (CS). Fortezza di Scribla. Fig. 5. Lastre di stucco da S. Maria di Terreti
(riel. da Orsi).

ni, come quello normanno; così ad esempio per le pur non infrequenti attestazioni di plastica
scultorea in stucco (fig. 5) o di innovativi linguaggi costruttivi (fig. 6). Inoltre la circolazione di
ceramica fine di manifattura islamica nelle espressioni più precoci (catini ad orlo bifido da Reg-
gio, Tropea e Crotone; il c.d. “bacino” siciliano di Caccuri, o i catini nord africani con decoro a
boli gialli da Reggio) segnalano, in assenza di manufatti equivalenti, l’articolarsi delle scelte di

32 Amari, XXXV, 382.


33 Amari, XXVII, 291.
34 Guillou (a cura di) 1967.
35 Malaterra, II, XXXVI.

- 159 -
Giuseppe Hyeraci

consumo del mercato interno, ora aperto alla


ricezione di linguaggi “esotici” (figg. 7-8).
Contaminazioni sono ad ogni modo puntual-
mente attestate anche sul piano della cera-
mica d’uso comune, se si considera signifi-
cativamente la segnalazione di ceramica da
fuoco tipologicamente assimilabile a forme
islamiche da Tropea, o la distribuzione di
vasi a filtro a Reggio, Crotone, S. Severina,
Rocca Imperiale e anche in contesti che so-
pravanzano l’età bizantino-normanna36.
Meglio documentata nel corso di tut-
to il Medioevo è la presenza stabile degli
ebrei37, inquadrabile più complessivamente
Fig. . 6. Bivongi, S. Giovanni Theristìs. Particolare dello
sviluppo del vano cupolato.
nel contesto mediterraneo, dove appunto gli
ebrei, già nel corso dell’alto Medioevo38, ri-
vestivano un ruolo di primo piano soprattut-
to in relazione alla commercializzazione di beni suntuari, come del resto documenta la fitta rete
di relazioni tra l’Italia meridionale e la Geniza di Fustat39.
Il loro radicamento in terra calabrese è ben attestato dal punto di vista insediativo e
sul piano della cultura materiale specie a partire dalla tarda Antichità, quando se ne certifica

Fig. 7. “Bacino” di Caccuri (KR). Ceramica invetriata Fig. 8. Reggio Calabria, Piazza Italia. Ceramica rivestita
con decoro “a Pavoncella”. con decoro “a boli gialli”.

altresì il significativo ruolo svolto nell’ambito di economie redditizie, come la produzione e la


circolazione di vino kasher contenuto nelle tipiche anfore calabro-sicule Keay LII designate

36 Infra.
37 Colafemmina 2012.
38 Von Falkenhausen 2011a.
39 Ashtor 1997.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

da bolli distintivi, attestate, al di là confini calabresi, a Roma, e in Calabria, oltre che presso
l’insediamento ebraico di Bova-S. Pasquale, anche a Scolacium e Vibo Valentia, dove si docu-
menta inoltre la presenza di una comunità di Samaritani40. Di recente, lo scavo di un nucleo di
necropoli proto-bizantina presso Girifalco ha consentito di recuperare una tegola con menorah
impressa a crudo.
Se per l’alto Medioevo le fonti risultano poco eloquenti e la cultura materiale del tutto
assente, la documentazione a partire dall’età normanna diventa sicuramente più cospicua, anche
a ragione di un pregresso radicamento delle comunità ebraiche. Nello specifico, per la Calabria
e l’età altomedievale l’attenzione è stata prevalentemente focalizzata sulla figura eccezionale di
Donnolo Šhabbeṯai e sulla presenza di costui a Rossano41, ma non infrequenti sono le menzioni
di individui possibilmente di origine ebraica negli atti della pratica bizantini. A questo proposi-
to suggestivamente si segnala il caso di tale Solomon, possibilmente un ebreo, documentato tra
i censuari del monastero metropolitico del Teologo presso Motta S. Giovanni42. Nel catasto me-
tropolitano il calcolo della censuazione è unicamente possibile nel rapporto tra contribuzione e
numero di piedi di gelso, sebbene in principio del passo relativo al monastero stesso si affermi
che la stima riguardi specificatamente il phyllologema. Il valore medio ricavato è di 0,4 tari per
albero; si distaccano di molto rispetto alla media raffinata alcuni valori ed in particolare quello
di 1,8 tari per pianta applicato appunto a Solomon.
In età normanna variamente si documentano comunità ebraiche e talora si fa riferimento
alle relative sinagoghe. Fonti letterarie ricordano gli hazzan (cantore della Sinagoga) di Reggio
e Rossano, alla cui cattedrale Sikelgaita, moglie del Guiscardo, assicura nel 1086 la devoluzio-
ne dei cespiti fiscali della comunità ebraica locale. Analoga donazione è effettuata da Ruggero
Borsa nel 1093 in favore della Chiesa di Cosenza e, similmente, Adelasia attribuisce individui
di stirpe ebraica ad istituzioni ecclesiastiche, come del resto lo stesso Ruggero II alla SS. Trini-
tà di Mileto nel 113643. Un’ordinanza del 1311 consentiva agli ebrei di Gerace di restaurare la
propria sinagoga, indicata come «veterem»44.
Solo a partire dal XIII secolo la documentazione consente di avere un quadro capillare
della distribuzione delle comunità ebraiche nelle città calabresi e anche nei centri minori, dove
il relativo radicamento è talora ben tramandato sul piano toponomastico dalla persistenza e
diffusione del termine “Judeca” o dalle sue derivazioni. Ad ogni modo, benché le “Judeche”
evidenziano la preferenziale concentrazione delle comunità ebraiche in settori circoscritti degli
abitati, altresì il ricorrere di tali termini nella documentazione basso e tardo medievale ha per
lo più valore fiscale e, a mio avviso, le dinamiche insediative degli ebrei non devono essere
unicamente circoscritte a modelli precostituiti.
Passando ora alla struttura e la prassi amministrativa bizantina, è ben noto la circola-
zione trans-mediterranea di soggetti insigniti di cariche ufficiali, talora possibilmente latori di
linguaggi culturali più ampi45; basti a titolo esemplificativo ricordare la vicenda del reggino

40 Cfr. Cuteri 2008, 17-38; Corrado, Ferro 2012, 175-186.


41 Si vd. per un quadro complessivo riguardo alla figura di Šhabbeṯai Donnolo: Lacerenza (a cura di) 2004.
42 Guillou (a cura di) 1974, 21.
43 Colafemmina 2012, 7-11.
44 D’Agostino 2004, 194-195.
45 Cfr. Von Falkenhausen 2011b.

- 161 -
Giuseppe Hyeraci

Demetrio, vescovo a Corfù, o di Eufrassio, giudice imperiale allora risiedente a Costantinopoli,


che fece erigere nella parte alta della città natale di Rossano l’oratorio detto “bellissimo” di S.
Anastasia, l’origine verosimilmente mediorientale della dinastia dei Maleinoi e, ad un livello
superiore, i vari strategoi, ope legis estranei alla regione di stanza o i Metropoliti, non necessa-
riamente calabresi, come Blattone, che tra l’altro «era familiare del re dei Saraceni col pretesto
che una sua sorella fosse moglie di quello», il quale era riuscito grazie alla sua azione diploma-
tica e alla sua consuetudine con le élites califfali a liberare diversi prigionieri.
L’organizzazione militare e la composizione dei contingenti durante tutto il corso dell’al-
to Medioevo evidenzia il carattere globale delle strategie di controllo politico bizantino. Per
quanto riguarda l’esercito di terra, se il consolidamento della struttura tematica ha certamente
comportato anche sul piano militare l’introduzione di principi di regionalizzazione, il carattere
limitaneo della Calabria insieme forse ad un insufficiente apporto interno, ha reso necessario la
mobilitazione di truppe scelte da regioni orientali, insieme a contingenti professionali (tagma-
ta) la cui presenza, a partire dalla fiscalizzazione generalizzata della strateia e dall’istituzione
del Catepanato, diventa la norma accanto al reclutamento di soldati locali armati alla leggera
(kontaratoi). Elementi assimilabili ad una organizzazione tagmatica sono ad ogni modo già
presenti in Calabria tra la seconda metà dell’VIII e la prima metà del IX secolo, in linea con
quanto parallelamente sperimentato in Sicilia. L’esistenza di un sigillo del topotereta di Tropea,
databile ad un momento appena successivo alla deduzione delle diocesi calabresi e dei patri-
moni ecclesiastici, evidenzierebbe appunto l’esistenza di un contingente professionale di stanza
nel centro tirrenico46 (fig. 9).
Di fronte ad una sollecitazione mili-
tare permanente in Calabria e nel meridione
bizantino, gli imperatori hanno risposto di
volta in volta con l’invio di truppe prevalen-
temente dall’area balcanica, dal Peloponne-
so e dall’Armenia. Nel 880 furono mobilita-
ti i Temi di Charsiano, Cappadocia, quindi
Fig. 9. Sigillo del topotereta di Tropea (riel. da Prigent 2006). quelli di Cefalonia, Durazzo, Peloponneso,
Tracia, Macedonia e soldati slavi. Gli inter-
venti di riconquista dell’885-886 avevano
coinvolto oltre ai Temi occidentali anche gli
Armeni; Basilio I e Leone VI cercarono quindi di potenziare la struttura militare e insediativa
interna deducendo stabilmente in Calabria truppe ausiliarie armene al pari, come si è detto
precedentemente, di schiavi affrancati peloponnesiaci. Più tardi al seguito di Basilio Boioannes
si documentano truppe russe, e sotto il comando del kitonites Oreste figurano russi, variaghi,
turchi, bulgari, valacchi, macedoni e unità del Tema dell’Ellade. La stessa campagna militare di
Giorgio Maniace aveva coinvolto corpi macedoni, un tagma armeniaco e contingenti paulicia-
ni; in questa occasione fanno significativamente la comparsa mercenari lombardi e normanni.
Meno documentati, ma pur presenti, sono alcuni reggimenti della guardia imperiale, come gli
Hikanatoi e i manglaviti47.
Gli atti della pratica e, ancora una volta, le testimonianze onomastiche contenutevi evi-
denziano il ricorrere di cognomi o appellativi che renderebbero conto all’origine di tale com-
46 Prigent 2006, 146.
47 Von Falkenhausen 1978, 129-135.

- 162 -
La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

plessità di relazioni. Sempre in riferimento alla Calabria meridionale, il termine Armenes-Ar-


menites è diffusamente attestato ad esempio nel Brebion, in Valle Tuccio, a Oppido; in un
documento di incerta datazione, ma di poco anteriore al 1062, si documenta Giovanni Armenis,
turmarca del drouggos di Briatico. In tale presbitero Demetrio Blachos, A. Guillou riconosce-
rebbe un individuo di stirpe-origine valacca, mentre il cognome Baraggos, che designa una
famiglia ben nota nel vibonese tra il 1062 e il 1173, ne potrebbe designare l’origine varega48. Un
documento del 1053-1054, quindi in pieno conflitto bizantino-normanno, ricorda la presenza
nella Calabria meridionale di Teodoro tassiarca dei Bizineoi (Tarsia, tra Nicomedia e Paflago-
nia), dello spatarocandidato Cirillo domestikos del corpo d’armata degli Ungari e di Costantino
protospatario ed epi tou Magglabiou, appellativo questo che compare anche come cognome in
documenti di età normanna e specie in Platee, ma svuotato del significato originario49.
Quanto alle relazioni interne all’impero, talora di carattere diplomatico, indicatori ne
sono i sigilli, che accompagnavano la comunicazione ufficiale. A conferma delle rotte prece-
dentemente tracciate, un piombo diplomatico di Stefano, Metropolita di S. Severina, è stato
rinvenuto a Corinto; un altro, del vescovo Pietro di Amantea, è stato recuperato presso il castel-
lo di Lipari50. Significativamente si conserva a S. Severina un tondo di quattro kommerkiarioi
dalla datazione tutt’ora dibattuta, ad ogni modo carica significativa nell’ambito più diretto della
tutela statale bizantina, altrove documentati come veri e propri agenti di commercio, ma soprat-
tutto funzionari dello stato ai quali era generalmente devoluta la gestione delle imposte, specie
quelle indirette, e di fatto mediatori rispetto a particolari settori economico-commerciali51.
Recentemente, diversi contributi hanno approfondito specifici aspetti relativi all’orefice-
ria e all’arte suntuaria altomedievale calabrese non solo dal punto di vista tipologico, ma anche
in relazione ad aspetti socio-economici e simbolici. Manufatti in metallo relativi a corredi da
contesti funerari altomedievali evidenziano la presenza di una cultura materiale sostanzialmente
uniforme nell’Italia meridionale e insulare bizantina, con significative analogie con l’area bal-
canica ed ellenica. Tale uniformità ripropone problematiche per la Calabria da ritenere ancora
aperte in relazione a tali produzioni artigianali e ai modi di circolazione degli stessi manufatti.
Tessuto connettivo non solo tra le varie regioni del Mediterraneo è stato certamente il
pellegrinaggio di cui recano testimonianza materiale alcuni manufatti peculiari, come la nota
ampolla di S. Janni Monaco e, con ogni probabilità, le fibule a scatoletta con le relative brattee
diffuse in area ionica. Per quanto riguarda gli enkolpia, attestati differentemente in area tirre-
nica, B. Pitarakis ha attribuito ai manufatti di Calanna e Drapia una possibile provenienza co-
stantinopolitana o anatolica, anatolica per l’enkolpion rinvenuto a Reggio presso Piazza Italia,
e balcanica per quello di Malvito-Pauciuri. L’insieme dei manufatti menzionati si daterebbe tra
il X e l’XI secolo52 (fig. 10).
Tra X e XI secolo l’evoluzione dello scenario economico con lo sdoppiamento dell’unità
mediterranea in due bacini di influenza (islamico e bizantino), ricolloca la Calabria insieme ad
altre regioni italiane al centro di un sistema osmotico di relazioni tra le due parti. La regione
in questo periodo si apre a opposti influssi e certo ha beneficiato del ruolo trainante svolto
48 Guillou (a cura di) 1974, 74; Rognoni (a cura di) 2004, 111-112; 116, 138, 142, 169, 170, 171, 172.
49 Guillou A., Rognoni C. 1991-1992, 423-429.
50 Cuteri 1998, 60, fig. 32; Kislinger E., Seibt W. 1998, 19, nota 65.
51 Oikonomides 2002, 983-988.
52 Pitarakis B. 2006, 217 n. 99; 273 n. 279; 287 n. 324; 358 n. 541.

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Giuseppe Hyeraci

dall’economia e dal commercio islamico di


Sicilia e Nord Africa. Rapporti commerciali
con il mondo islamico sono ad ogni modo
documentabili già nel IX secolo, secondo il
Chronicon Salernitanum, proprio nel mo-
mento in cui si manifesta anche in Calabria
la pressione piratesca araba, evidenziata da
uno dei miracula post-mortem di S. Fantino
il Vecchio o dalla lettera di Leone III a Carlo
Magno dell’813. Ad ogni modo, lo sviluppo
della Calabria (tra X e XI secolo), non uni-
formemente valutabile, ma caratterizzato nel
complesso da una tendenza all’espansione
pur nell’evidenzia di una crescita interna ine-
guale, con l’identificazione di poli gerarchi-
camente forti, trova nel bacino islamico non
solo uno dei punti di confluenza di alcune
attività caratterizzanti l’economia regionale,
ma il mercato a cui rivolgersi per il consumo
locale di prodotti trasportati in anfora e di
vasellame fine chiaramente caratterizzato da
elementi estranei alla tradizione locale.
Da tempo è stato dunque indicato il
gravitare della nostra regione nell’XI secolo, Fig. 10. Valva di Enkolpion da Calanna (RC).

durante l’ultima fase del dominio bizantino,


nell’orbita economica islamica, emblemati-
camente documentato dall’adozione di moneta araba in oro, il tari, come moneta di conto. A
questo proposito occorre considerare come di recente D. Castrizio abbia messo in dubbio il
reale valore del tari come sistema di riferimento per la Calabria bizantina dell’XI secolo sulla
base di una rilettura della cronologia di compilazione-revisione del Brebion della Metropolia di
Reggio Calabria53, su cui in gran parte si basa il modello economico tradizionale, e sull’eviden-
zia di una sostanziale assenza di circolante islamico. Altrettanto esigue sono le attestazioni di
gettoni vitrei documentati a Nicotera, a Reggio e unicamente segnalati per Amantea.
Dal punto di vista dei rapporti commerciali, per il pieno alto Medioevo le fonti non risul-
tano essere molto eloquenti. La storiografia più recente ha affiancato ai percorsi di regionalizza-
zione politica che hanno interessato le enclaves bizantine d’Italia, un decremento significativo
del volume commerciale per lo più rivolto al mercato interno. Ciò nonostante non mancano
indicatori di apertura ai traffici o di mobilità economica.
L’esigua documentazione a disposizione non manca di rilevare fenomeni di specializza-
zione produttiva, sostenuti da meccanismi fiscali interni flessibili. A questo proposito, opinione
comunemente condivisa è l’invasione di seta grezza calabrese non solo sul mercato islamico
siciliano ed nord africano, ma anche su quello bizantino54. Sul piano interno, se lo spoglio della
53 Castrizio 2005, 1063-1064. Dal documento si evincerebbe l’adozione di un nuovo sistema di riferimento pon-
derale basato sul tari amalfitano. Il dato rimanderebbe quindi ad un periodo successivo alla riforma di Ruggero I.
54 Muthesius 2002, 152; Jacoby 1991/1992, 476-478.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

documentazione disponibile per l’età bizantina e normanna evidenzia innegabilmente una dif-
ferenziazione di indirizzo colturale tra beni ecclesiastici e proprietà laica, e ciò nonostante la
parzialità di un documento come il Brebion della Metropolia di Reggio, è pur vero che nello
stesso catasto metropolitico la gelsicoltura si definisce per lo più all’interno di rapporti censuali,
lasciando possibilmente anche agli stessi locatari gli esiti di una collocazione commerciale del
prodotto grezzo.
Momenti di integrazione economica tra Sicilia e Calabria si documentano occasional-
mente in periodo bizantino. È il caso della commercializzazione speculativa dei grani calabresi
o dello sfruttamento dell’ingente patrimonio boschivo, utile all’attività cantieristica regionale
e siciliana55. In età normanna, il bosco incolto e non parcellizzato sembra rientrare nell’ambito
generale del controllo signorile; pece calabrese era venduta secondo la tradizione da S. Leo a
Messina. Quanto alle colture arboree specializzate se l’olivicoltura ancora non sembra raggiun-
gere significative quote di surplus, è stato al contrario ipotizzato da Guillou una certa commer-
cializzazione anche oltre i confini regionali del vino calabrese. Per l’età normanna, in relazione
all’attività estrattiva, nell’ambito delle relazioni tra la Sicilia e le regioni limitrofe, Idrisi ricorda
come «i monti di Messina racchiudono miniere di ferro, che si esporta ne’ paesi vicini» e di
recente non è stato escluso per il complesso metallurgico di Reggio Calabria - Piazza Italia, un
approvvigionamento di minerale proprio dal distretto metallifero di Fiumedinisi (ME), accanto
a più probabili aree di estrazione in prossimità della città, già coltivate, possibilmente per rifor-
nire di metallo l’officina tardo Antica della Stazione Lido, sorta in contesto portuale56.
Oltre alle più canoniche forme di commercializzazione regolate dal sistema monetario
o da transazioni naturali, la struttura di scambio era ulteriormente sostenuta dagli xenia, docu-
mentabili a vari livelli. Investimenti per l’anima quelli destinati ai monasteri e alle chiese, gli
xenia sono altresì la spia di un fenomeno di circolazione, documentabile specie all’interno di
un sistema di relazioni di filiazione spirituale in cui il dono diventa obolo in favore del “contro
dono spirituale”. Emblematica in relazione ai rapporti con l’Oriente è la vicenda di S. Barto-
lomeo da Simeri, che incontrò gli imperatori Alessio Comneno e Irene, i quali gli fecero dono
«di venerande icone sia di libri e suppellettili sacre» per il monastero del Patir. Analogamente,
Basilio Pediatites, inviato in Italia in sostituzione di Giorgio Maniace, fece dono di uno skara-
mangion al monastero di S. Nicola di Calamizzi. Nel caso di Pediatites va tenuto in considera-
zione, come ha fatto V. Von Falkenhausen, il particolare attributo del culto di S. Nicola, quale
signore dei mari e protettore dei naviganti57.
All’interno di tale sistema economico si riconosce tradizionalmente alla città di Amalfi
un ruolo di mediazione fondamentale nelle dinamiche di integrazione economica tra le diverse
regioni del Mediterraneo58. In Calabria, prima di alcune esigue ma importanti attestazioni basso
medievali, non vi sono concrete evidenze dell’operare della mercatura amalfitana. Una pre-
senza amalfitana è ricordata a Reggio; una ruga amalfitanorum e un quartiere degli Amalfitani
(Amalfitania) si documentano in ogni caso a Messina in età normanna, facenti capo alla chiesa
di S. Maria di Malfinò e non sembra fuori luogo ricordare la consuetudine di alcuni monaci ita-

55 Rugolo 1988, 329.


56 Idrisi, 31; Cuteri 2009b, 652.
57 Von Falkenhausen 1991, 268; Guillou (a cura di) 1974, 47; Vita di S. Bartolomeo da Simeri, 262-263; 267-271.
58 Cfr. Von Falkenhausen 2010.

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Giuseppe Hyeraci

lo-greci come S. Saba e S. Elia il Giovane a trattare cordialmente con il patriziato amalfitano59.
A Catanzaro, in prossimità del cuore politico e amministrativo della città normanna, si
trovava la chiesa di Sant’Angelo degli Amalfitani. La più antica attestazione della chiesa si ha
solo nella seconda metà del XIII secolo, ma è lecito supporre che la presenza amalfitana sia da
retrodatare significativamente60. Analogamente, la fondazione della chiesa di S. Giovanni degli
Amalfitani a S. Marco Argentano ha fatto pensare all’esistenza di una colonia permanente in
età normanna61, mentre ancora nella Calabria settentrionale si documenta, nello stesso periodo,
la stabilizzazione dei rapporti con la regione salernitano-amalfitana attraverso la notevole in-
fluenza della SS. Trinità di Cava. Tra le dipendenze, particolare rilievo riveste il monastero di
S. Adriano a S. Demetrio Corone62. Del resto già V. Von Falkenhausen aveva segnalato come
a partire dall’insediamento di Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano si era innescato un
processo di trasferimento in Calabria di individui o gruppi familiari da area longobarda e so-
prattutto da area salernitano-amalfitana63. Una famiglia designata dall’appellativo Salernites è
documentata a partire dal 1145 a Briatico; in questo caso non è possibile valutare l’antichità
dell’appoderamento64.
Cognomi assimilabili all’etnico “Longobardo” sono ad ogni modo documentati prima
dell’invasione normanna anche nella Calabria meridionale, come tale Giovanni Longobardos,
menzionato nel Brebion; le attestazioni di età normanna (Langobardos – Longobardos – Log-
gobardos – Langoubardos - Lakouuardos) non necessariamente devono essere considerate
come apporti recenti, anche a ragione della frequente associazione dell’appellativo – cognome
con un’onomastica chiaramente greca, che ne segnalerebbe l’assimilazione sul piano culturale.
Nel 1112-1113 ad esempio sottoscrive un documento per il monastero di S. Nicola di Drosi tale
Letos Longobardos. Caso contrario sarebbe quello di tale Giovanni Loggobardos indicato come
proveniente da Venosa, contenuto nella Platea II di S. Leonzio di Stilo e documentato insieme
a Niceta Loggobardos di Maida. Nella Platea I ricorrono tali Arcadio e Basilio Langoubardos
e Nicola Lakouuardos65.
L’economia calabrese negli anni della conquista normanna sembra dunque presentare
specificità e problematiche ancora da definire. L’integrazione dell’esperienza politica norman-
na ha in ogni caso comportato l’introduzione di nuovi meccanismi strutturali. L’assorbimento
della nostra regione all’interno del dominio unitario dei normanni va infatti costruendosi sulla
base del progressivo consolidamento dell’impalcatura istituzionale, con profonde differenzia-
zioni tra il nord e il sud della Calabria. In particolare la Calabria meridionale sembra corrispon-
dere, oltre che ad un settore amministrativo integrato con quello siciliano, ad una geografia
signorile con profonde relazioni tra le due regioni e, di fatto, ad un ambito economico unitario
specie in relazione al settore tirrenico. Basti pensare ai cospicui possedimenti calabresi di S.
Maria e del SS. Salvatore di Messina; alle dipendenze calabro-sicule dei Borrello, a quelle
siciliane del S. Arcangelo di Mileto e degli agostiniani di Bagnara. Un’espansione in area si-

59 Cosentino 2008, 217; Pispisa 1999, 228-229.


60 Cuteri 2009a, 13.
61 Von Falkenhausen 1987, 66-67.
62 Coscarella 2018, 153-162.
63 Vd. nota 61.
64 Rognoni (a cura di) 2004, 138, 143, 144, 146, 169, 176, 177.
65 Guillou (a cura di) 1974, 39; Rognoni (a cura di) 2004, 218; Syllabus, P.A., XVI-XVII, 557-560.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

ciliana è documentata per la comunità bruniana, mentre anche per il monastero di S. Giovanni
Theristìs si fa riferimento ad esigui possedimenti presso Messina. Il carattere transmarino di
alcuni istituti di perfezione trovò inoltre a partire dall’età normanna il favore degli Altavilla,
che garantirono facilitazioni in merito al trasferimento di merci in Oriente e in ambito locale.
Ad esempio S. Maria Valle Josaphat, di cui si registrano consistenti patrimoni nel vibonese e
soprattutto in tutto il cosentino.
All’interno di questo scenario, ruolo fondamentale assume il porto di Messina, rispetto
al quale l’autorità pubblica normanna aveva previsto una serie di facilitazioni di carattere fiscale
sul traffico e la commercializzazione di merci tra le due sponde dello Stretto66. La regione uni-
taria dello Stretto favorì nel tempo, secondo Pispisa, una progressiva colonizzazione territoriale
da parte delle componenti aristocratiche messinesi in Calabria. Tra il 1197 e il 1201, Enrico VI
e Federico II donarono alla Chiesa di Messina il casale di Feroleto, mentre maggiorenti isolani
acquisirono beni nella Piana di Gioia Tauro e sul medio Ionio reggino. La Calabria meridionale,
secondo lo studioso, sempre più proiettata verso il porto di Messina, divenne il terminale degli
interessi più diretti del piccolo e medio ceto mercantile messinese67.
Il passaggio dal dominio bizantino a quello normanno, escludendo casi di mobilitazione
di comunità o della classe dirigente, per scopi di popolamento o per ragioni amministrative,
mantenne sul lungo periodo sostanzialmente inalterata la composizione culturale della popo-
lazione civile. Gli atti della pratica di età normanna evidenziano per lo più fenomeni di adatta-
mento su strutture e prassi già consolidate, a partire dagli strumenti di gestione del territorio,
alla composizione della classe dirigente, alle modalità di autorappresentazione delle stesse élite.
La città di Stilo, a questo proposito, risulta un contesto peculiare ma ben analizzabile.
La composizione della classe dirigente, a parte puntuali casi, rimane appannaggio della
base calabro-greca, quando non di famiglie (ad es. i Maleinos o i Moschatos) che, benché soli-
dali con il governo normanno, documentano una tradizione consolidata di eminenza in ambito
locale. Le titolature stesse che designano individualmente il ceto arcontale rimangono sostan-
zialmente invariate per buona parte dell’età normanna; semmai sullo scorcio dell’XI secolo
se ne segnala un adattamento a quanto parallelamente sperimentato in Oriente all’epoca dei
Comneni.
Per quanto documentabile, solo la classe militare, ad eccezione di puntuali menzioni di
kontaratoi, non sempre o non chiaramente riferibili a uomini d’arme in attività, o di individui
non meglio inquadrabili sul piano dell’origine, sembra dominata da soggetti di stirpe latina. Se
le cariche burocratiche laiche o la composizione del ceto militare si connettono con le esigenze
più immediatamente di gestione strategica del comprensorio cittadino, la struttura della chiesa
locale evidenzia un più “tenace conservatorismo” tanto nell’organizzazione che nella composi-
zione del ceto dirigente e nella disciplina68.
Per quanto riguarda il monachesimo, una rete già di per sé densa in età bizantina di mo-
nasteri italo-greci di statuto diverso sopravanza la fine del dominio romeo, in alcuni casi evol-

66 Abulafia 1991, 173-175; Von Falkenhausen 1991, 273; Salerno 2006, 90-91.
67 Pispisa 1999, 234.
68 Non è possibile in questa sede tracciare un quadro bibliografico completo a dispetto della ricchissima pro-
duzione scientifica. Per un orientamento su questi temi, si vedano i lavori di Annick Peters-Custot, a paritre da
Peters-Custot 2009. Per un quadro di dettaglio sulla composizione della classe dirigente a Stilo tra età bizantina e
normanna, cfr. Hyeraci 2012-2013, 71-117.

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Giuseppe Hyeraci

vendo secondo direttrici “naturali” e secondo schemi di diritto consoni alla tradizione bizantina;
in altri casi si assiste ad un vero e proprio ripensamento della geografia monastica da parte delle
autorità civili ed ecclesiastiche normanne, teso alla formazione di signorie territoriali capaci di
rivitalizzare un paesaggio agrario già di per sé in espansione e realtà monastiche necessaria-
mente effimere, ma soprattutto alla costruzione di una maglia geopolitica controllata69. La fon-
dazione di monasteri latini, prossimi talora topograficamente e, di sicuro, ideologicamente alla
nuova dinastia dominante, costituisce un chiaro esempio di discontinuità su livelli complessivi,
ma che si insinua su un tessuto prediale già formato, talora implementandolo.
La politica ecclesiastica e monastica normanna ha comportato anche l’introduzione di
nuovi linguaggi culturali. Sul piano architettonico, ad esempio, l’introduzione di modelli icno-
grafici oltremontani (Cluny II), ripensati ora nell’ottica di sintassi peculiari che contribuiscono
alla definizione di un corollario simbolico e autorappresentativo ad un potere in cammino sulla
strada del radicamento.
Al fine di arricchire il quadro delle attività manifatturiere e commerciali si propone
ora l’analisi del repertorio vascolare calabrese di età medievale, con particolare riferimento ai
materiali ceramici d’importazione70. Il panorama delle attestazioni di anfore altomedievali tra
l’VIII e l’XI secolo generalmente riferibili a fabbriche regionali e pur nella consapevolezza di
un non esclusivo utilizzo commerciale, come per altri contesti dell’Italia bizantina, evidenziano
un complessivo allineamento con le coeve produzioni di anfore globulari o sub-cilindriche di
area bizantina (fig. 11). Esigue sono le indicazioni di forme o fabbriche più tipicamente rela-
tive a produzioni orientali. Ulteriori esemplari presentano analogie morfologiche o di impasto
rispetto alle tipologie islamiche e segnatamente isolane. Per l’età normanna, oltre ai gruppi
appena menzionati, sono stati segnalati im-
pasti relativi all’Italia centro-meridionale
tirrenica.
In relazione alla ceramica fine, il qua-
dro delle importazioni di ceramica invetriata
e smaltata, dipinta in policromia o monocro-
ma tra X-XI e XII secolo evidenzia, secondo
un modello noto, il gravitare della regione
verso la Sicilia e più in generale verso l’area
culturale islamica, compresa l’area levan-
tina, pur documentata da unici esemplari. Fig. 11. S. Severina (KR). Anfora alto-medievale.
Difficile è per ora comprendere l’entità e la
qualità dei rapporti commerciali, mancando
spesso per i contesti noti di precisi dati quan-
titativi. In ogni caso, confronti con manufatti già attestati in area campana, toscana e ligure
ricollocano la Calabria all’interno del comune sistema di circolazione delle manifatture isla-
miche all’interno del Mediterraneo occidentale, con una differenziazione marcata, allo stato
attuale degli studi, tra area ionica e tirrenica.
Le attestazioni calabresi di ceramica di manifattura islamica per tutto il XII secolo te-
stimoniano del generale processo di semplificazione morfologica ed esornativa, indizio del più

69 Sul il territorio di Stilo, vd. Hyeraci 2018.


70 Si veda per un quadro d’insieme, Cuteri-Hyeraci 2013.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

generale processo di modificazione del sistema di produzione, all’interno di un nuovo scenario


socio-politico determinato dalle istanze unificatrici della dinastia normanna. Muta, di conse-
guenza, la dimensione qualitativa del commercio maggiormente indirizzato verso la diffusione
di produzioni di più larga commerciabilità.
Passando ora ai secoli finali del Medioevo, a partire dagli anni Trenta del XIII secolo, la
Corona si consolida come principale soggetto economico, definendo l’estensione e le modalità
del suo operare specie nei confronti di quelle attività ritenute redditizie o tenute in regime di
monopolio. La regolazione dei regimi doganali e l’applicazione dello ius exiture su soggetti
diversi dal demanio definiscono la centralità del ruolo produttivo e commerciale dello Stato,
principalmente nella direzione del consolidamento della struttura fiscale. L’Ordinatio novorum
portuum evidenzia in questa direzione l’interesse demaniale nell’apertura delle attività eco-
nomiche regionali in prospettiva commerciale e parallelamente l’apertura dei porti demaniali
alle importazioni. Esempio significativo, sotto quest’ottica è la rifondazione della città di Vibo
Valentia (Monteleone) in età federiciana e il potenziamento e demanializzazione del porto di
Bivona.
In età federiciana si assiste ugualmente ad un appesantirsi del controllo pubblico sui
luoghi di mercatura. Nel 1234 nella Dieta di Messina furono istituite le sette fiere a carattere
regionale (Reggio e Cosenza per la Calabria) che costituirono, come ha sostenuto Corrao, la
costruzione di un’impalcatura essenziale attorno alla quale si muovevano sedi di mercato de-
localizzato anche di più antica istituzione come sottintende la Costituzione IX delle Assise di
Capua del 122071.
Parallelamente alla Corona, le istituzioni monastiche documentano una diretta opera-
tività economica e commerciale, come nel caso di S. Maria di Fonte Laurato e dell’abbazia
florense, del monastero di S. Maria di Corazzo o delle dipendenze marittime in Calabria di
Montecassino. Al contrario, si documenta agli inizi del Duecento l’arrivo di navi mercantili
calabresi nei porti della SS. Trinità di Cava, tra Vietri e Cetara72.
Diretti rapporti commerciali con le città marinare e manifatturiere, presenza di mercanti
e operatori economici stranieri, indizi di rapporti anche mediati con i principali mercati medi-
terranei sono altrove documentati a partire dalla metà del XII secolo, come mostrano in alcuni
casi gli effetti del loro radicamento sul piano del popolamento, sul piano onomastico e della
costruzione dell’identità urbanistica di diversi centri calabresi.
Seppure non necessariamente indizio di rapporti commerciali, un diploma di Rao di
Loritello del 1131 documenta il naufragio di una nave genovese diretta ad Alessandria presso
Isola Capo Rizzuto. Un diretto interesse genovese e veneziano per il grano di Calabria emerge
nella seconda metà del XII secolo. Il progressivo radicamento di operatori di mercato toscani
tra la fine del Duecento e il Trecento coinvolge anche l’appalto dell’esportazione del frumento
calabrese che la Corona d’Angiò concesse tra gli altri a Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli. La crisi
dei rapporti con Venezia nel XV secolo offrì maggiore spazio anche a città dalmate economi-
camente vitali come Ragusa e Spalato, le cui navi sono documentate lungo la costa orientale

71 Vd. Corrao 1995; Riccardo di S. Germano, 90: «Novae nundinae et mercata de cetero non fiant; et facta post
obitum parentum nostrorum cassamus; et ea que tempore regis Guilielmi facta fuerunt precipimus firmiter obser-
vari, non obstantibus privilegiis vel rescriptis, si ab aliquo super hiis fuerunt impetrata».
72 Vitolo 1987, 179.

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Giuseppe Hyeraci

calabrese e il principale oggetto dell’interesse mercantile il grano73.


Oltre al grano, un interesse per i vini di Calabria emerge diffusamente nei documenti
bassomedievali74. Le fonti documentano a più riprese l’utilizzo di botti e barili come strumento
di commercializzazione o riferimento ponderale (ad es. il barile di Amantea). Traffici marittimi
alimentavano il rifornimento di vino per la tavola imperiale all’epoca di Federico II (vino greco
o “grecisco” e gaglioppo, ritenuto calabrese) e delle principali città del Regno. Durante il XIV
secolo diversi settori della Calabria tirrenica figurano come aree di esportazione verso la Sicilia:
Cirella, Belvedere, Scalea, Tropea, e Nicotera. Fonti come la Memoria de tucte le mercantie o
la Pratica di Mercatura del Pegolotti evidenziano la commercializzazione del vino calabrese
ad ampio raggio nel Mediterrano. Vino calabrese è attestato a Tunisi dal XIII secolo. Vini di
Tropea e Crotone erano commercializzati nello stesso periodo sul mercato di Costantinopoli.
Ulteriori vini calabresi erano inoltre esportati da veneziani e genovesi nei porti regnicoli per
essere poi successivamente immessi nei mercati mediterranei, non ultimo quello spagnolo.
L’industria tessile calabrese sembra rimanere durante tutto il basso Medioevo uno dei
settori economici più vitali, in generale sostenuta a partire dall’età federiciana dalla definizione
del regime di monopolio nei confronti della manifattura serica e della tintoria e dal favore ac-
cordato in questo settore agli ebrei. Alcune città calabresi emergono alla documentazione come
centri manifatturieri di qualche entità, così Catanzaro e Cosenza. L’industria tessile lucchese,
in espansione nel corso del Duecento, era sostenuta, in assenza di una coltivazione locale docu-
mentata, da prodotti greggi provenienti tra l’altro dalla Calabria. Seta calabrese era inoltre com-
mercializzata sul mercato genovese fin dal primo Duecento; seta calabrese, definita di buona
qualità, veniva portata a Ragusa e analogamente lana calabrese alimentava l’industria manifat-
turiera ragusea. Nel tardo Medioevo l’area dello Stretto fu interessata da un attivo mercato della
seta. Sete calabresi lavorate erano smerciate da ebrei siciliani, mentre seta grezza o semifinita
calabrese veniva immessa nel mercato manifatturiero siciliano per essere quindi esportata nelle
città settentrionali. Il primo registro di importazione di cotone di Calabria a Venezia è contenu-
to nel codice marittimo del doge Ranieri Zeno nel 1255, mentre il Pegolotti classifica il cotone
calabrese come secondo solo a quello siriano75.
Ritornando alle attività estrattive, nell’ambito delle politiche di concessione mineraria,
particolarmente significativo è in chiave commerciale un diploma del 1221 in favore dell’abba-
zia florense di S. Maria di Monte Mirteto; il monastero laziale, già dotato della tenuta calabrese
di Turriano presso Fiumefreddo, riceveva la concessione di estrarre sale e ferro da tutte le mi-
niere della Calabria e di venderlo liberamente in tutto il territorio del Regno senza imposizione
di tasse o dazi. La documentazione diventa molto più esplicita a partire dall’età angioina; in
particolare, sulla scia di una storiografia consolidata, A.M. Santoro ha di recente riproposto il
legame tra i frequenti riferimenti allo sfruttamento minerario argentifero di distretti calabresi
tradizionalmente noti per le loro caratteristiche giacimentologiche (Longobucco, Labonia, S.
Pietro, Anglisio, “Comune”, Bivongi, Valanidi, Altomonte), a partire dal 1274, e la riforma
monetaria di Carlo I d’Angiò del 1278. Inoltre, indagini archeometriche hanno consentito di
ipotizzare l’utilizzo del minerale di Longobucco nella monetazione anche prima della riforma
di Carlo I. Alcuni documenti precisano inoltre le modalità di trasporto e i percorsi compiuti dal

73 Cfr. Syllabus, CXI, 146-148; Abulafia 1991, 121-122; 209-211; Spremić 2001, 539.
74 Su questi aspetti si vd. da ultimo Macchione 2019, con ampia bibliografia sull’argomento.
75 Petralia 1993, 301-312; Spremić 2001, 540.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

piombo e dall’argento di Longobucco per terra e per mare fino a Lucera e Napoli.
Il potenziamento dello sfruttamento minerario regionale in età angioina si accompa-
gna, come in altri ambiti economici, ed in linea con l’accrescersi degli interessi della Curia,
all’affidamento delle operazioni estrattive a privati o a consorterie, dinamica che ha favorito la
colonizzazione di operatori economici settentrionali (lombardi, genovesi) e una più articolata
circolazione della materia prima. All’apertura verso operatori toscani si affianca l’importazione
di minerale da aree extraregionali. Nella ferriera di Mesiano, ad esempio, era utilizzato mine-
rale di ferro elbano. L’utilizzo di minerale proveniente da aree extraregionali sembra diventare
consuetudine in periodo di poco successivo se si tiene presente come nella seconda metà del
XV secolo, secondo i contenuti di una Consulta della Sommaria, nell’Italia meridionale non
circolasse altro ferro se non quello proveniente da Venezia, Brescia, Trieste. Nel XV secolo
veniva inoltre importato ferro siciliano, in particolar modo attraverso Messina, quello delle aree
estrattive di Fiumedinisi e Alì. Ulteriori documenti certificano rapporti tra l’attività mineraria e
metallurgica calabrese e la presenza di maestranze specializzate slave all’epoca di re Ferrante
d’Aragona76.
Una parte consistente dell’economia regionale riguardava certamente lo sfruttamento
della risorsa boschiva. Le attività economiche ad essa connesse, legate agli interessi diretti del
demanio, risultano principalmente dirette a finalità strategiche. La documentazione di età sveva
e soprattutto di età angioina è a questo proposito eloquente. Legname calabrese era impiegato
nell’attività cantieristica regia e ugualmente tra i diritti demaniali vi era la corresponsione di
galee, vaccette e teride da parte delle istituzioni signorili e cittadine del Regno.
Il porto di Nicotera assume, tra gli altri, nel corso del Medioevo un valore strategico, per
lo più taciuto in età normanna, ma non meno significativo come in passato ha sostenuto V. Von
Falkenhausen. È in ogni caso in età federiciana che esso accresce la sua importanza in quanto
sede d’arsenale, ricordato inoltre nel 1272 nella lista di quelli da ristrutturare e principale testa
di ponte durante la Guerra dei Vespri. Diversi documenti di età angioina forniscono dettagli
sulla capacità del bacino dell’arsenale e sulla tipologia delle imbarcazioni prodotte e lo stesso
Saba Malapina descrive come il Re angioino vi fece rifare e allestire «octo magna corpora gale-
arum», e analogamente, in prospettiva di un attacco, Pietro Ruffo ordinò la distruzione di «octo
ingentia corpora vassellorum» lì presenti77.
Se le indagini archeologiche in loc. S. Teodoro - Casino Mortelleto hanno indotto in
passato ad identificarvi la statio romana o la prossimità dell’impianto portuale, è a P. Orsi che
si deve l’associazione tra il toponimo Tarzanà, che attualmente identifica un quartiere della
marina di Nicotera, e l’arsenale medievale, laddove si certifica una frequentazione a partire
dall’XI-XII, come documentano alcuni frammenti inediti di ceramica invetriata decorata in
bruno e verde e invetriata verde con decoro in bruno di manifattura islamica.
Nelle relazioni tra Calabria e Sicilia durante il XV secolo il legname era una delle prin-
cipali fonti di integrazione economica. Legno di faggio e castagno era venduto nei mercati di

76 Porsia 1989, 253; Petralia 1993, 314-315; Spremić 2001, 542; Cuteri 2001, 17; Cuteri, Rotundo 2001, 136;
Cuteri 2015, 379-383; Santoro 2009, 670-674.
77 Aquilano (a cura di) 1996, n. 8, 46-47; n. 38, 62-63. «Item galee esse debent de palmo in palmum longitudinis
cannarum 18 et palmorum sex. Item in carena erit longitudinis cannarum 13 et palmorum 3. Item puppis eiusdem
galee armat in altitudine palmos 14 minus tertium. Item in prora armat altitudine palmos 11 et tertium. Item in
medio armat per altitudinem de tabula in tabulam palmos 8». Saba Malaspina, X/4, 346-347; X/25, 367.

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Giuseppe Hyeraci

Messina e Siracusa, ma era richiesto anche nella Sicilia occidentale. Tra i prodotti “derivati”
dall’addomesticamento dei boschi, la pece era di sicuro uno dei settori più remunerativi per la
Corona, essendo tenuta fin dall’epoca federiciana in regime di monopolio. Alla metà del XIII
secolo Amalfitani esportavano nocciole calabresi sul mercato di Tunisi; al contrario, navi ca-
labresi frequentavano nella prima metà del XIII secolo i porti dell’abbazia di Cava al fine di
caricare castagne, nocciole, legname insieme ad altri frutti. Castagne calabresi erano vendute
nel XV secolo a Messina, come era ugualmente esportato il mirto.
La complessa rete di rapporti commerciali che emerge dallo spoglio delle fonti trova
dunque consistenza materiale nella decifrazione delle aree di provenienza della ceramica fine
d’importazione.
Tra XII e XIII secolo si assiste alla progressiva “deislamizzazione” della Sicilia signi-
ficativamente documentata dall’esaurirsi della produzione e del mercato tradizionali. Le at-
testazioni di vasellame rivestito d’importazione a partire da questo periodo documentano per
lo più la provenienza di manufatti a partire da aree interne al Regnum. Allo stato attuale delle
conoscenze quanto edito evidenzia una sostanziale esiguità di prodotti extraregionali, riferibili
alle canoniche aree di produzione pugliesi, campane, siciliane, nord-africane e di area bizan-
tina. L’esiguità delle importazioni deve necessariamente far riflettere non solo sulla portata
commerciale delle attestazioni, sull’entità
e qualità del consumo locale in rapporto ai
contesti socio-economici cui sono associati,
ma anche sull’eventuale linearità dei rappor-
ti con le singole aree produttive ovvero sulla
possibilità in alcuni casi di un traffico inter-
mediterraneo mediato. A questo proposito
rimane attualmente muto sul piano materiale
l’apporto della mercatura delle città marina-
re.
A giudicare da quanto edito, l’aper-
tura del mercato orientale rimane per la Ca-
labria un fenomeno complessivamente cir-
coscritto. Le attestazioni più significative di
ceramica di manifattura orientale si datano
a partire dal XII secolo, così la classe delle
Glazed slip ware with green splashed deco-
ration prodotte in area egeo-anatolica (fig.
12). Per quanto concerne le attestazioni di
graffita bizantina in contesto regionale se ne
segnalano esemplari Spiral style ed Incised
sgraffito ware di area ellenica. Da conte-
sti culturali islamici, si documentano alcu-
ni frammenti riconducibili alle produzioni
smaltate nord-africane cobalto-manganese
diffuse dall’ultimo quarto del XII secolo fino
alla metà del XIII secolo (fig. 13) ed esigue Fig. 12. Reggio Calabria, Piazza Italia. Importazione da area
attestazioni di prodotti levantini. La spiral bizantina. Glazed slip ware with green splashed decoration.

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

ware rappresenta l’indicatore più emblematico dell’inizio dei rapporti con l’area campana co-
stiera. La presenza della Protomaiolica pugliese (fig. 14), siciliana e napoletana in Calabria, tra
XIII e prima metà XIV secolo, rappresenta un elemento marginale rispetto al consumo quasi
esclusivo di ceramica con copertura vetrificata a base di piombo priva o meno di ingobbio.
L’estraneità produttiva della Protomaiolica rispetto alla nostra regione, la circoscrivibilità delle
aree di provenienza e la qualità e natura “esotica” del prodotto ne fanno un emblematico ele-
mento di consumo elitario.

Fig. 13. S. Severina (KR). Importazione dal nord Africa. Fig. 14. Filadelfia (VV), Castelmonardo. Importazione
Ceramica smaltata con decoro “cobalto-manganese”. dalla Puglia. Protomaiolica.

Per quanto concerne i manufatti invetriati monocromi o, in prevalenza, policromi d’im-


portazione ne sono state segnalate fabbriche o tipologie assimilabili a produzioni siciliane.
L’associazione tra caratteristiche tipologiche e decorative e i caratteri composizionali degli
impasti hanno suggerito la provenienza pu-
gliese e talora specificatamente salentina di
ulteriori manufatti.
L’analisi del repertorio vascolare
proveniente dai settori più settentrionali del-
la Calabria evidenzia l’integrazione con la
regione dell’arco ionico settentrionale con
particolare incidenza dell’area produttiva
bradanica e tarantina. Di norma associato
alla “scodella lucana” è il noto decoro “tipo
Taranto” (fig. 15) attestato in diversi centri
calabresi.
Tra basso Medioevo e primo Rinasci-
mento la Calabria si apre alla ricezione di ce-
ramica proveniente dalla Spagna valenzana
(Paterna e Manises), indizio di un’apertura Fig. 15. Spezzano Albanese (CS), fortezza di Scribla.
Importazione da area tarantina. Ceramica invetriata con
non troppo precoce al mercato iberico (fig. decoro “tipo Taranto”.

- 173 -
Giuseppe Hyeraci

16). Ancora una volta l’entità delle attestazioni


sembra indicare un fenomeno di circolazione
piuttosto circoscritto e un tipo di domanda e
consumo selezionati, sebbene alcuni rinveni-
menti siano associati anche a contesti insedia-
tivi minori come i casali. Tra le committenze
specifiche, merita particolare attenzione quella
dei francescani Osservanti di Amantea e Caria-
ti.

Giuseppe Hyeraci
Fig. 16. Nicotera (VV). Importazione dalla Spagna Archeologo, libero professionista
valenzana. Loza azul compleja. giuseppehyeraci@gmail.com

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La Calabria e il Mediterraneo in età medievale. Percorsi, culture, contaminazioni

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https://www.instagram.com/festivaldellarcheologia/?hl=it
Logo dell’evento.

2) Associazione Guide Turistiche della Calabria 5) La Diano Viaggi - Tour operator


https://www.facebook.com/associazione.guide.turistiche.calabria.agtc/ https://www.ladianoviaggi.it/

3) My Travel in Italy - Guida turistica 6) Viaggi degli Dei - Tour operator


https://mytravelinitaly.com/ https://www.facebook.com/pg/Viaggi-degli-
DEI-209280379852610/posts/

4) Dafne Turismo - Società di servizi turistici e congressuali 7) Tropea Viaggi - Tour operator
www.dafne.it https://www.tropeaviaggi.com/

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Finito di stampare nel mese di febbraio 2021

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