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LECTURE 3
La retorica
PREMESSA
La retorica è l’arte del persuadere attraverso il discorso.
Per effetto della decadenza plurisecolare di una disciplina dalle origini illustri, la parola ‘retorica’ è comunemente intesa
in senso negativo, deteriore, con sfumatura dispregiativa. Eppure, a partire dalla metà del XX secolo la retorica è stata
‘riabilitata’ nel campo degli studi linguistici: oggi se ne occupano non solo le discipline linguistiche (oltre naturalmente
alla letteratura), ma anche la filosofia, la semiotica, gli studi sulla comunicazione e sulle tecniche dell’informazione.
Importanti punti di svolta per questa rinascita sono stati la pubblicazione nel 1949 del volume di Heinrich Lausberg,
Elementi di retorica (trad. in italiano nel 1969) e la pubblicazione nel 1958 del volume di Chaïm Perelman e
Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione (trad. in italiano nel 1966).
Questa ‘rinascita’ si spiega con la constatazione che la retorica è una ‘tecnica’ che noi tutti, nella nostra quotidianità,
utilizziamo; è alla base dello scambio comunicativo. Insomma, la retorica entra di diritto in una molteplicità di testi a cui
quotidianamente siamo esposti.

Proprio perché la retorica ha lo scopo di persuadere, essa non si occupa di dimostrare il vero, ma di convincere
riguardo a ciò che è verosimile (ciò che ha l’aspetto della verità e dunque è credibile; ciò di cui si presume la
credibilità). L’ argomentazione, che è al cuore del discorso persuasivo, è diversa dalla dimostrazione.

Nel campo del vero, del necessario, che si accerta per dimostrazione, non c’è bisogno di argomentare, di aderire, di
assentire: di fronte all’evidenza del vero dimostrato non vi può essere disaccordo. Il discorso persuasivo, invece, opera in
relazione al verisimile: cioè a ciò che sfugge all’evidenza empirica, alla certezza del calcolo, alla logica formale.
Diversamente dalla dimostrazione, la conclusione dell’argomentazione non è coercitiva: il destinatario è libero di fare
una scelta (aderire o meno).

Quanto appena detto ci rimanda allo statuto ineludibilmente ambiguo del discorso: la lingua è un mezzo di
comunicazione, non di accertamento della verità. La parola, cioè, è un mezzo, che può esserevolto ad indicare il
vero (parola autentica, veridica) o il falso (parola fallace, menzognera). Anche la retorica, in quanto arte del
discorso, può essere impiegata a fine di bene, come a fin di male.

CENNI STORICI
a)
La retorica, intesa come tecnica e come teoria, nasce nel V secolo a.C. in Magna Grecia (Sicilia) e in Grecia (Atene) e
si configura come arte del persuadere attraverso il discorso, cioè come arte del discorso persuasivo. La sua nascita e il
suo sviluppo sono strettamente collegati al costituirsi delle polis e della democrazia: in Sicilia, dopo la cacciata dei
tiranni (465 a.C.), i cittadini che da quelli erano stati derubati intentano numerose cause giudiziarie per riavere i propri
beni; ad Atene, dove non c’è un tiranno, le questioni che riguardano il bene comune sono oggetto di discussioni e
dibattiti; chi vorrebbe esercitare il potere deve essere eletto e per questo deve convincere i suoi potenziali elettori; le
leggi e le decisioni politiche sono oggetto di dibattiti; le contese politiche si risolvono attraverso il confronto e non con la
forza.
È Aristotele, nel IV secolo a.C., a dare una prima, grande sistemazione all’arte retorica nei tre libri della sua Retorica.
Essa fu tenuta come modello nei secoli successivi e si rivelò fondamentale per i futuri sviluppi dell’arte retorica.
Comprendeva infatti una ricchissima casistica; illustrava molti concetti che sarebbero rimasti alla base
dell’insegnamento e della pratica della retorica, per poi essere ripresi in epoca moderna; analizzava molte forme e molti
artifici dell’espressione (quella che i latini avrebbero chiamato elocutio), indicando alcune ‘virtù’ necessarie (come la
chiarezza, l’appropriatezza, la naturalezza, la correttezza); dava una definizione di alcune figure retoriche, prima fra tutte
la metafora.

Aristotele distingue tre generi del discorso oratorio: giudiziario, deliberativo, epidittico.

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genere giudiziario o giudiziale: è legato all’ambito processuale giudiziario e ha la funzione di persuadere
dell’innocenza o della colpevolezza di qualcuno;

genere deliberativo: è legato all’ambito politico e ha la funzione di consigliare o dissuadere rispetto a una
determinata scelta politica, rispetto a ciò che è utile, buono ecc.;

genere epidittico: è legato all’ambito celebrativo ed è volto a persuadere i cittadini che qualcuno, o qualcosa, è degno
di lode, o, al contrario, di riprovazione

Naturalmente oggi la situazione è ben più complessa, ed esistono altre e diverse forme di discorso persuasivo.
Tuttavia, sebbene mutati per molti aspetti, anche nella nostra società attuale questa tripartizione del discorso
oratorio mantiene la sua validità

b)
Nata in Grecia, l’arte retorica è trapiantata a Roma e nel mondo romano nel II sec. a.C., e qui conosce una grande
fioritura. La retorica romana eredita e fa suoi, rielaborandoli, i concetti fondamentali della retorica greca. In particolare,
conobbe uno sviluppo straordinario e assunse una particolare importanza l’oratoria politica (il genere deliberativo),
proprio perché l’impegno politico era prevalente su ogni altra attività sociale.
Alcune opere in particolare furono fondamentali per la trasmissione di quest’arte al Medioevo: il trattato Rhetorica ad
Herennium (che a lungo fu erroneamente attribuito a Cicerone) e le opere di Cicerone (fra le quali De
inventione, De oratore, Orator, Brutus).

Per Cicerone (106 a.C.-43 a.C.), oltre alla preparazione relativa alla tecnica propriamente retorica, il buon oratore egli
deve essere anche un uomo colto. L’oratore, inoltre, deve essere dotato di alto spessore morale; riprendendo un
precetto di Catone il Censore (234 a.C.-149 a.C.), anche Cicerone afferma che l’oratore deve essere vir bonus dicendi
peritus (l’uomo retto esperto nell’arte del dire).

I grandi oratori e maestri di retorica del mondo latino, non solo Cicerone, hanno infatti chiara la consapevolezza del
grande potere della parola. Per questo essi ritengono che sia necessario che chi possiede al massimo grado la capacità di
usare la parola sia un uomo ‘buono’, cioè moralmente retto, capace di esercitare questo potere a fin di bene.

Secondo Cicerone (che si rifà ad Aristotele), sono tre i modi in cui il discorso può agire sull’interlocutore:

docere: insegnare, informare, recare all’interlocutore un accrescimento di conoscenza in merito ad una certa materia;

delectare: dilettare, recare all’interlocutore un piacere;

movere: commuovere, suscitare emozioni, sentimenti, affetti nell’interlocutore, coinvolgerlo attraverso il pathos.

Questi tre modi fanno capo a due aspetti del discorso persuasivo, e quindi della retorica: l’aspetto argomentativo, che
cioè implica il ragionamento (docere); e l’aspetto oratorio (psicologico, emotivo), che invece implica il ricorso
all’affettività, ai sentimenti (delectare, movere).

Già per Cicerone, e prima di lui per Aristotele e più in generale nel mondo greco, la retorica implica, accanto ad una
teoria del discorso (come costrutto logico e linguistico, nei modi che vedremo), una riflessione ‘pragmatica’, che
riguarda, cioè, il rapporto tra gli interlocutori coinvolti nella situazione comunicativa. Infatti, mettere in opera questi tre
modi implica da un lato, che l’oratore si mostri ‘credibile’, ovvero tale da poter insegnare, dilettare, commuovere;
dall’altro, che egli conosca bene i propri interlocutori, il proprio uditorio.

A partire dal I secolo d.C. la retorica subisce un progressivo mutamento: la caduta della repubblica e il consolidarsi del
potere imperiale la privano dell’importanza che aveva avuto nei secoli precedenti, come arte del discorso persuasivo,
prima di tutto politico. La retorica tende così man mano a diventare precettistica con poche ricadute concrete sulla vita
quotidiana, politica e civile: diventa soprattutto ‘arte del parlare e dello scrivere bene’. In questo secolo, tuttavia, il
grande maestro di retorica Quintiliano (circa 35-96 d.C.) compone un’opera monumentale, la Institutio oratoria, che
traccia una summa di tutta l’arte oratoria precedente e nello stesso tempo la ‘consegna’ ai secoli successivi. Come infatti
ha scritto la studiosa Bice Mortara Garavelli, «le età successive non hanno fatto altro che riprendere, più o meno
criticamente, le dottrine antiche, per rielaborarle adattandole a contenuti nuovi e, sempre, sviluppandone singoli aspetti
a scapito di altri. La storia della retorica classica […] è storia degli ampliamenti parziali e delle riduzioni, degli acquisti e
delle perdite, ridistribuite le parti e mutati i rapporti di forza, nell’immane congegno impiantato dai greci, passato poi ai
romani e modellato esemplarmente, nel suo ultimo assetto antico, dalla summa quintilianea» (Manuale di retorica,
Milano, Bompiani, 1988).
c)

Il complesso di riflessioni e di precetti elaborati dalla retorica greca e romana viene ereditato dal Medioevo, ed occupa un
posto centrale entro il sistema delle arti liberali, cioè le discipline in cui era necessario un lavoro intellettuale:

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grammatica, retorica, dialettica (il trivium); aritmetica, geometria, astronomia, musica (il quadrivium). La retorica (intesa
come ars bene dicendi: ‘arte del parlare bene’) subisce però una progressiva erosione di prestigio da parte delle arti affini,
grammatica e dialettica (la tecnica e l’arte della discussione).

Durante l’Umanesimo (seconda metà del Trecento e Quattrocento) vengono riscoperte molte fonti originali della
retorica classica ed essa viene portata ad un nuovo splendore, basandosi principalmente sul modello di Quintiliano. A
partire dal Cinquecento si assiste a una progressiva divaricazione fra teoria e tecnica dell’argomentazione da una parte,
normativa dello stile e degli ornamenti dall’altra: gli ornamenti del discorso non sono più intesi come parte
dell’argomentazione, funzionali al discorso, ma si specializzano in norme e regole del ‘bel parlare’. Si consuma insomma
una divisione delle due anime che caratterizzano la retorica delle origini come complesso unitario: un’anima logica (volta
all’argomentare, al persuadere per mezzo dei ragionamenti: docere) e un’anima poetica (volta all’ornamento, al dilettare e
al commuovere per mezzo del bello: delectare, movere). Ciò implica un impoverimento della retorica, una restrizione del
suo campo di pertinenza: non più arte del discorso nella sua totalità, ma tecnica concentrata sulla forma dell’espressione,
pratica formale, esteriore, fine a se stessa.
Questa tendenza si conferma nel Seicento e poi nel Settecento: la retorica è tramandata come insieme di precetti
orientati unicamente all’ornamento del discorso, come rigida precettistica. Essa è ‘l’arte del parlare e dello scrivere
ornato’, con una particolare sottolineatura del valore e dell’ornamento linguistico e dell’elocuzione artificiosa (cioè
elaborata sul piano formale e ricca di figure). In quanto tale, la retorica diviene spesso oggetto di dispregio.

Così è anche nell’Ottocento: contro i vincoli della retorica il Romanticismo proclama la spontaneità della creazione, la
libertà dell’ispirazione, l’importanza dei sentimenti, il mito del ‘genio’, l’insistenza sulla naturalezza dell’espressione. E
più tardi il positivismo rigetta la retorica in nome della verità scientifica. Tuttavia nell’Ottocento continua, come era
continuata nei secoli precedenti, la produzione manualistica, cioè di numerosi trattati di retorica, frutto di un continuo
lavoro classificatorio: si ricorda in particolare l’opera di Pierre Fontanier (1765-1844), Les figures du discours (1830), che
definisce e classifica tutte le figure retoriche, proponendone un ricchissimo inventario.
A partire dalla metà del Novecento la retorica è stata riscoperta: ne è stata rivalutata l’importanza, la centralità nella vita
quotidiana. La sua rinascita si deve innanzitutto al lavoro di Perelman e Tyteca, ma a partire dalla metà del secolo si
sono moltiplicati gli studi sulla retorica, in prospettive anche molto diverse. Alcune, in particolare, si sono incentrate
sull’elocutio, sul discorso, sulle figure retoriche: ricordiamo almeno il Gruppo di Liegi (o Gruppo µ), negli anni Sessanta.

LE 5 FASI DELL’ELABORAZIONE DEL DISCORSO SECONDO LA RETORICA CLASSICA


Spettano a Cicerone (De oratore) la sistemazione e la definizione delle cinque fasi di elaborazione del discorso dal
momento in cui viene concepito fino al compimento.

1. inventio (ricerca e ritrovamento): consiste nel ricercare tutto ciò che occorre – idee, argomentazioni, esempi, concetti
– per svolgere il proprio discorso, per sostenere la propria tesi, per costruire il proprio testo

2. dispositio (disposizione): la distribuzione del materiale stabilito dall’inventio in modo ordinato e rispondente alla
finalità del nostro discorso. È la ‘scaletta’, l’ordine, lo schema, insomma l’organizzazione in cui si dispongono gli
argomenti per renderli più efficaci, che deve essere costruito in modo tale da essere funzionale al senso e allo scopo
complessivo del discorso, al pubblico a cui è rivolto ecc. Cambiare l’ordine, e quindi distribuire il materiale (idee e
parole) in un ordine o in un altro significa modificare anche in modo sostanziale il discorso.

Fin dalle origini il discorso retorico viene articolato solitamente in quattro parti (i momenti, o passaggi del testo, che
si susseguono in ordine ‘cronologico’):

▬ introduzione (exordium, proemium): la parte iniziale del discorso, in cui si espone il tema o oggetto dell’orazione
e in cui si suscita l’attenzione, l’interesse e l’atteggiamento benevolo del destinatario; ne fa parte infatti anche la
captatio benevolentiae. Quando l’introduzione è soppressa, si dice che il discorso inizia ex abrupto (ed è un artificio
retorico)

▬ esposizione o narrazione (propositio, narratio): racconto dei fatti, o sviluppo dell’argomento trattato, o
esposizione della tesi che verrà sostenuta
▬ argomentazione (argumentatio): si compone di confermazione (probatio), nella quale si espongono le prove a
favore della propria tesi, e di confutazione (refutatio), nella quale si rigettano le tesi opposte, argomentando contro
di esse

▬ conclusione (conclusio, peroratio): conclusione del discorso, in cui ci si ricapitola il discorso e si auspica il favore,
il consenso degli ascoltatori.

Non è detto che ogni discorso debba contenere tutti i passaggi canonici, così come, a volte, i discorsi possono
contenerne di più: ad esempio, può esserci il riassunto o all’interno dello svolgimento può inserirsi una digressione.
Inoltre anche all’interno di ogni parte (introduzione, esposizione, argomentazione, conclusione) i contenuti
dovevano rispettare un ordine opportuno e adatto al singolo caso.

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3. elocutio (elocuzione): il rivestimento verbale, la forma dell’espressione dei concetti trovati nell’inventio e ordinati
della dispositio

4. memoria (memoria): la fase in cui l’oratore, terminata la stesura del discorso, lo impara a memoria

5. actio (declamazione, pronuncia): la gestualità e la recitazione dell’oratore nella fase finale di pronuncia del discorso
davanti al pubblico. È un momento che gli antichi consideravano molto importante, anzi essenziale.

Le prime due parti riguardano la progettazione e l’organizzazione del discorso; la terza la sua espressione.
Sostanzialmente tutte le teorie retoriche si sono concentrate sulle prime tre parti: inventio, dispositio, elucutio, e
soprattutto su quest’ultima, da cui l’identificazione della retorica con l’eloquenza (la tecnica e l’arte di parlare con
efficacia). Le ultime due parti (memoria e actio) pertengono invece all’oralità, alla ‘rappresentazione’ del discorso in atto,
di fronte agli uditori (tecniche di gestione della voce, di gestualità, di prossemica ecc.), cioè alla dimensione
‘performativa’ del discorso.
Come si è detto, molti dei concetti e dei principi elaborati in epoca classica sono stati erediati dalla cultura moderna e,
pur discussi e modificati, sono alla base degli studi recenti di retorica, ma anche di altre discipline affini (come la
linguistica e la pragmatica). Anche le 5 parti del discorso costituiscono passaggi che ancor oggi, sostanzialmente, ogni
‘produttore’ di testi efficaci è chiamato a rispettare.

Possiamo dunque fare qualche riflessione a partire dalle varie fasi di elaborazione del discorso appena esposte.

inventio: si pensi al problema del pubblicitario di che cosa dire, che cosa comunicare (indirettamente, il più delle
volte) al potenziale cliente

dispositio: si pensi, a proposito dell’introduzione, all’importanza che ha l’inizio di un testo, la presentazione


dell’argomento: il modo in cui questo viene presentato deve essere coerente con il tipo di testo che si elaborerà e a
seconda del modo in cui il testo inizia il destinatario si aspetta un certo tipo di testo; l’inizio del testo, inoltre, può
influenzare la lettura e l’interpretazione del testo nella sua globalità.

actio: si pensi all’importanza di come è ‘recitato’ un discorso di un politico (il tono, la voce, i gesti, ma anche il suo
look e nel complesso il suo comportamento).

Prima di addentrarci in maggiori dettagli e approfondimenti, possiamo chiederci che senso può avere studiare
un testo dal punto di vista retorico. Conoscere il modo in cui un testo è costruito consente di interpretarlo e
capirlo meglio.

L’ELOCUTIO
Ci concentriamo ora sull’elocutio. Il termine ha la stessa radice di ‘eloquenza’: entrambe le parole derivano da ‘e-/ex-’
(‘fuori’) e ‘-loqui’ (‘parlare’), e rimandano dunque al significato ‘parlare apertamente, in modo chiaro, efficace’. L’elocutio
è l’espressione linguistica delle idee trovate nell’inventio e ordinate nella dispositio.
Secondo gli antichi l’elocutio doveva rispettare un requisito fondamentale: la convenienza (aptum: idoneo, adatto), cioè
che il discorso si addica, si convenga, a quanto è richiesto dalle circostanze, alla situazione comunicativa, in altre parole
che sia adatto agli scopi prefissi. Questo è il principio che sostiene tutte le parti della retorica, il criterio ultimo che
orienta le tre virtù richieste all’elocutio:

la correttezza linguistica (puritas)

la chiarezza (perspicuitas), necessaria perché il discorso sia comprensibile

l’eleganza (ornatus), tutto ciò che abbellisce, impreziosisce, adorna l’espressione. È questa la dimensione più
propriamente estetica, che però presso gli antichi era subordinata allo scopo della persuasione.

La moderna riscoperta della retorica come arte dell’argomentazione ha portato anche alla rivalutazione di quella che gli
antichi chiamavano elocutio Il modo in cui si dice una cosa non è indifferente, ma produce sul pubblico un effetto e
quindi incide sul significato e sull’efficacia di un testo: «uno stesso contenuto […] non è identico a se stesso quando è
presentato diversamente» (Perelman, OlbrechtsTyteca, Trattato dell’argomentazione).

I fenomeni e gli artifici che pertengono all’elocutio, e che costituiscono un insieme molto ricco e complesso, già a partire
dall’antichità sono stati organizzati secondo diverse classificazioni; anche gli studi moderni e più recenti non sono
concordi nel classificare il materiale retorico relativo all’elocutio.

Una tappa fondamentale, come si è anticipato, è stata comunque la sistemazione operata da Lausberg. Dunque si propone
di seguito una classificazione composta, adattata e semplificata a partire proprio dalla sistemazione di Lausberg,
Elementi di retorica (1949), integrata da Mortara Garavelli, Manuale di retorica (1988). Tale classificazione è da intendersi
come supporto al ragionamento e alla memoria, non come sistemazione esaustiva.

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Parleremo dunque di figure: esse sono configurazioni del discorso. Come si vede, è una definizione molto generale.
D’altra parte la nozione di ‘scarto’ dalla norma è insufficiente e problematica. Infatti, come si può definire l’uso comune
della lingua? Inoltre anche nella lingua quotidiana usiamo molte figure e quindi esse fanno parte anche dell’uso comune.
Infine non è possibile pensare alle figure come a semplici abbellimenti dovuti appunto a una deviazione dall’uso comune.
Prima di iniziare lo studio delle figure retoriche dobbiamo riprendere la fondamentale distinzione introdotta dal linguista
Ferdinand de Saussure fra asse paradigmatico e asse sintagmatico:

asse paradigmatico (della selezione): è l’inventario degli elementi/delle parole a disposizione


nella competenza del parlante e che nella sua mente si associano;

asse sintagmatico (della combinazione): è costituito dalla catena lineare in cui si posizionano gli elementi/le parole
prodotte dal parlante.

Distinguiamo tre tipi di figure:

► paradigmatiche (tropi): si basano sul procedimento della sostituzione


► sintagmatiche: si basano su procedimenti di aggiunta, soppressione o modificazione

► fonetiche (di suono): operano per ripetizione di materiale fonetico

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