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Letteratura latina – “Alla scuola del retore: la formazione del cittadino romano nell’epoca imperiale”

Tre autori: Seneca il vecchio, Quintiliano e Tacito

Cos’è Roma nel I-II sec dC?

Cosa si intende per prima età imperiale? Prima età imperiale perché fino al 27 aC c’era la repubblica. Nel 27
Ottaviano aveva già preso il potere però in quell’anno diventa Augustus, primus inter pares. Il 27 aC è
considerato l’inizio dell’impero Romano. Il passaggio dalla repubblica all’impero ha costituito una svolta
epocale nella storia non solo dell’impero romano.

Già dal 31 aC Ottaviano è signore di Roma, perché nel 31 abbiamo la vittoria nella battaglia di Azio su Marco
Antonio e Cleopatra. Le guerre civili sono un dramma che caratterizza tutto il primo secolo aC. 60 anni di
guerre da cui Roma esce devastata. Un momento storico sentito davvero come spartiacque nella storia
romana e con cui gli autori si confrontano spesso è la guerra civile tra Cesare e Pompeo (49-45 aC). Il
passaggio del Rubicone è il momento in cui Cesare dichiara guerra ai Romani (ostis- nemico pubblico/
nemicus - nemico civile). Già con Cesare abbiamo l’inizio di un insediamento di tipo autocratico. Potere che
verrà ripreso e ampliato da parte di Ottaviano. (Cesare viene ucciso alle Idi di marzo del 44 aC). Seneca il
vecchio parlerà dell’uccisione plateale di cesare da parte della curia a cui segue una separazione tra i
cesaricidi (Bruno e Cassio) e il secondo triumvirato (Marcantonio, Lepido e Ottaviano). Dopo l’omicidio di
Bruno e Cassio Inizia negli anni trenta una guerra tra Ottaviano e Marco Antonio che insieme a Cleopatra
conduce una guerra contro Ottaviano che sconfigge entrambi nel 31 aC e nel 30 abbiamo il suicidio di
Cleopatra e Marcantonio.

Augusto fonda l’impero pretendendo di restaurare la repubblica - grande pretesa da parte di Ottaviano che
ha l’obiettivo di instaurare non un regime nuovo ma restaurare un regime vecchio. Il fatto che avesse posto
le basi di quello che sarà il regime autocratico appare evidente nel 14 dC quando muore e gli succede il
figlio adottivo Tiberio. Questo passaggio di potere fa cadere il velo di ipocrisia di una res publica. Come
reagisce l’oligarchia senatoriale davanti a questa successione ma in generale davanti al potere autocratico?
Il senato era stata la massima espressione del potere repubblicano (homines novi- membri del ceto
equestre). Questo senato si vede esautorato dal potere che aveva e questo crea momenti di attrito che
ricorrono puntualmente durante tutto il I sec dC tra il senato e l’imperatore. Il senato si fa voce di un ideale
di libertas repubblicana in opposizione al controllo autocratico anche se bisogna ammettere che si trattava
di una libertà ben relativa al nostro concetto di libertà. Era una libertà di azione e di parola che avevano
solo i membri dell’oligarchia. Se da una parte il senato spesso assume un atteggiamento servile nei
confronti dell’imperatore, abbiamo casi di senatori (martiri della libertas) che anche dopo diversi anni dalla
fine della repubblica lottano per una maggiore azione della libertà di parola. Il senato quindi da una parte
ha quest’atteggiamento ambivalente nei confronti dell’impero ma è anche un senato che si sta rinnovando
perché si ha accesso a cariche amministrative anche da parte di chi precedentemente non aveva accesso a
queste cariche. Questa immissione di elementi nuovi ha delle ripercussioni sullo sviluppo e sull’importanza
che acquistano poi le scuole di retorica. Le nuove classi hanno bisogno di essere istruite in modo da essere
in grado di tenere discorsi in pubblico e amministrare lo stato. I limiti dell’impero sono la libertà ma al
tempo stesso non possiamo negare che al tempo imperiale Roma conosce un’amministrazione più attenta
ad un benessere generale della popolazione che non avveniva assolutamente in epoca repubblicana. Non è
sull’appoggio dell’imperatore che il senato poteva contare ma sulle classi del ceto meno abbiente e quindi è
normale che il nuovo assetto del potere sia più sensibile alle condizioni delle classi.

A questo mutamento storico e politico di Roma in modo più complesso si lega anche un mutamento degli
interessi letterari, della letteratura e del modo in cui viene approcciata la letteratura. Una nuova letteratura
anche rispetto alla Roma augustea che diventa un riferimento importante per i letterati del 1 sec dc che
però era assolutamente diversa dalla letteratura imperiale. (Possiamo individuare tre tappe) una letteratura
civilmente impegnata con un sostegno autentico all’opera di Ottaviano a partire dal 20 aC abbiamo un
momento di crisi importante nella letteratura latina perché mecenate si ritira ed è augusto che prende
direttamente il controllo dei rapporti con i letterati che si irrigidiscono ma non in modo drammatico

Opposizione che a più riprese vediamo presente in età imperiale tra l’imperatore e il senato.
Un’opposizione che nasce dall’impoverimento delle funzioni di potere effettivo concesse dall’imperatore. Il
senato non ha più un vero ruolo di azione politica, non ha più un ruolo decisionale forte. Il suo è un ruolo
sottomesso al volere e al giudizio dell’imperatore, un ruolo subalterno al quale è costretta tutta l’élite
oligarchica che tradizionalmente governava il senato. Il senato come organo sussiste in età imperiale e vede
anche l’immissione di homines novi, di ceti sociali che accedono per la prima volta ma che nelle sue
componenti aristocratiche e oligarchiche fa sentire la sua voce in opposizione all’autocrate di turno. Con
augusto e con Tiberio si innesca una prima forte opposizione tra senato e imperatore. Tiberio rispetto ad
augusto decide di mostrare in modo meno velato il suo ruolo autocratico scegliendo di governare in modo
meno mediato, più diretto. L’ideale tramite il quale il senato conduce di volta in volta le sue battaglie contro
l’imperatore è l’ideale della libertas repubblicana ormai perduta in un regime di tipo autocratico. Questo
atteggiamento del senato si ritrova anche alla base della storiografia della prima età imperiale, con
rappresentazioni spesso negative degli imperatori. Tacito- ritratto lucido di un senato che vuole smaccarsi
dall’imperatore. Critiche tipiche di un senato che in epoca imperiale si fa erede di questa tradizione
dell’ideale di libertà e di indipendenza dell’azione politica che ormai è tramontato. Senato che si rifiuta di
evolvere e di adeguarsi al cambiamento politico che c’è stato e all’apertura che lo stato deve avere verso
altre componenti della società perché lo stato possa fondarsi su un’amministrazione ampia e capillare e
quindi avere basi solide. (atteggiamento conservatore del senato) Teniamo presente che è uno stato che
passa da essere una città stato con province ad essere un impero di dimensioni enormi.

Questi valori saranno attivi nelle scuole di retorica che diventeranno dei focolai in cui si discutono e si
trattano temi repubblicani, in particolare la libertas, una figura centrale nelle scuole di retorica è quella di
Cicerone. Grandissimo oratore del I secolo aC, figura emblematica per la sua biografia per essere stato
un’incarnazione dell’ideale di Libertas repubblicana ed essere morto sotto Marcantonio come martire di
questo ideale.

Le scuole di retorica da una parte coltivano ideali repubblicani ormai di fatto tramontati nella realtà politica
dell’impero ma dall’altra fanno leva sui ceti nuovi della società generalmente più fedeli a un’ideologia di
tipo imperiale perché aveva permesso loro l’accesso alla società e ai ranghi alti dell’amministrazione che
era gli era stato sempre proibito.

Si è accennato come a quest’evoluzione politica che Roma aveva vissuto (oligarchia autarchia),
corrispondesse anche un cambiamento culturale con un’evoluzione di gusti, di modo di fare letteratura,
concezione e uso della letteratura. Con l’accesso di nuovi ceti sociali ai ranghi alti dell’amministrazione
imperiale c’è un bisogno di cultura che si fa più diffuso e quindi un bisogno di formazione retorica che
permettesse di tenere discorsi in pubblico. Anche il libro in questo momento subisce un’evoluzione
importante. Resta un bene che non è di consumo corrente, non lo è mai nel mondo antico. I libri sono cari,
difficili da produrre (spesso rotoli di papiro scritti a mano) il possesso quindi è riservato alle classi più alte
ma si ha una circolazione di testi che si fa più vivace e che va al di fuori dei ceti più elevati. Di questo sono
testimoni gli autori della prima età imperiale come ad esempio Marziale che testimonia un consumo più
ampio di libri. Accanto a questa maggiore diffusione della forma scritta si combina una diffusione orale dei
testi e un sistema di letture pubbliche di testi letterari che testimonia un bisogno di letteratura anche a
fasce sociali più ampie di quelle in epoca repubblicana. Il pubblico è misto, diverso da quello – ad esempio –
di Virgilio che leggeva le proprie opere davanti alla corte di Augusto.

Queste forme alte di lettura continuano anche in epoca imperiale ma a queste si abbinano letture in
pubblico che vedevano un pubblico più vasto e variegato. Proprio questo pubblico vasto e variegato che
caratterizza l’epoca imperiale porta a una differenziazione delle proposte letterarie scritte in questo
periodo. Muta radicalmente il rapporto tra intellettuali e potere e questo riguarda soprattutto le forme
letterarie più alte – grande produzione poetica e oratoria. Il cambiamento del regime politico influenza
particolarmente queste due forme letterarie. Con Tiberio non si ha più il tipo di mecenatismo che si aveva
con Augusto attorno al quale si era potuto creare un consenso da parte dei grandi letterati dell’epoca che
nelle loro opere avevano sostenuto il progetto di rinnovamento dello stato romano che era stato promosso
da Augusto anche nei limiti di una libertà di espressione che gli era stata garantita. In epoca imperiale i
letterati non vogliono mirare ad una forma di autonomia espressiva ma cercano piuttosto il consenso del
pubblico e la protezione dell’imperatore. Si ha l’obbligo di adulazione che appare aliena da qualsiasi
elemento di criticità. Se leggiamo Virgilio sentiamo un’adesione sofferta al programma augusteo, questo
non è più possibile già a partire da Tiberio. Non si parla più di un’adesione genuina o spontanea perché non
c’è più libertà espressiva. Questo non è un fenomeno che sorge ex nihilo ma si va affermando
progressivamente già a partire dal 20 aC, dalla seconda fase dell’età augustea. Augusto instaura un
rapporto diretto con gli intellettuali e controlla direttamente la loro espressione fino ad arrivare ad attività
di repressione verso celebri e letterati non conformi agli indirizzi del potere. (es Ovidio venne esiliato nell’8
dC) Due personaggi importanti vittime della repressione augustea: il retore e storico Tito Labieno – di cui
furono arsi gli scritti nel 12 dC per ordine dell’imperatore e a seguito di ciò si tolse la vita – l’oratore Cassio
Severo – critica severamente dei personaggi vicini all’imperatore con uno stile molto crudo e sarcastico
perciò nel 13 dC viene esiliato a Creta per ordine di Augusto, la sua condanna confermata da Tiberio e
morirà in esilio.

C’è una spiegazione alla fine di questa libertà intellettuale già da Augusto? Augusto già alla fine del suo
potere non riesce più a gestire i rapporti con un senato che non vuole attuare l’evoluzione e il
cambiamento. Un senato che non si rassegna ad essere esautorato dal suo potere. Nel momento in cui il
senato cerca di usare in modo più concreto le libertà che gli erano state concesse, l’attrito con l’imperatore
diventa chiaro e quindi anche l’attività di repressione da parte dell’imperatore diventa più netta.

Non tutta la letteratura della prima età imperiale trasuda odio nei confronti dell’imperatore o viene
dominata dai conflitti tra l’autorità imperiale e il desiderio di Libertas del senato. L’ampia fascia di cittadini
che nel regime ha visto riconosciuti i propri bisogni e i propri meriti e che ha accesso ora a ranghi più alti
dell’amministrazione si impegna in una cooperazione costruttiva con il potere che si esprime anche in
ambito culturale. Si hanno quindi scrittori intellettuali che si impegnano a dare il loro contributo positivo ad
una diffusione della cultura.

Abbiamo quindi una serie di opere di tipo divulgativo che fioriscono in epoca imperiale che si rivolgono a
questi nuovi ceti e che quindi non hanno alta pretesa letteraria perché puntano all’utilità. Manuali di storia
romana o di retorica, trattati e opere enciclopediche su argomenti tecnici e scientifici. A questo
atteggiamento positivista della letteratura si contrappone la predizione letteraria più ampia che appare
caratterizzata da un senso di epigonismo - sensazione di venire dopo un’epoca letteraria di grandezza
letteraria non più raggiungibile. I poeti augustei, da una parte nella produzione di prosa c’è il modello
ciceroniano, erano assunti già alla fine del I secolo aC come modelli letterari e si era venuto a creare già in
età augustea un canone della letteratura latina che era stato sentito capace di rivaleggiare al pari livello con
la letteratura greca (V-IV secolo aC). La letteratura latina, nella storia, è comunemente considerata inferiore
alla letteratura greca che era vista un punto di riferimento, una letteratura di imitare. Con Cicerone nella
prosa e con Virgilio Orazio Properzio nella poesia, Roma (I secolo aC) arriva a proporre un canone di autori
di riferimento in grado di competere con i grandi nomi della letteratura greca. (Virgilio compete
grandemente con Omero) È veramente un momento di grandissima fioritura letteraria a Roma a cui si
guarda come in stretta connessione con il clima politico che l’aveva fatta nascere. Anni di sangue, di lotte
fratricide ma lo stesso tempo anni eroici in cui la letteratura lattina si batte per la propria libertà
d’espressione. Agli autori dell’età augustea si guarda come un periodo felice e irripetibile in cui ancora gli
intellettuali potevano genuinamente partecipare alla res publica con le proprie opere, non erano messi al
margine ma erano invitati a costruire un nuovo volto dell’età imperiale. La consapevolezza della grandezza
di questo momento storico e letterario che c’era stato nel I secolo aC e la consapevolezza dell’impossibilità
di riprodurlo sono alla base di questo senso di epigonismo che caratterizza gran parte della produzione del I
sec dC, produzione che a volte si caratterizza per tendenze barocche che vogliono stilisticamente opporsi
alle forme più nitide e pure della produzione augustea – in particolare in ambito poetico Lucano che
nell’artificiosità della sua poesia vuole denunciare quella che lui considera la menzogna della poesia
virgiliana che nelle sue forme pure aveva edulcorato un crimine contro la libertà. Se da una parte si guarda
con nostalgia l’altezza dei modelli precedenti, dall’altra ci si oppone a questi modelli. Stilisticamente ci si
vuole distinguere da essi perché si rifiuta il messaggio politico che veicolano.

I tre autori che tradurremo sono Seneca il Vecchio, Quintiliano e Tacito. Quintiliano in particolare il secondo
libro, Seneca il vecchio la prefazione alle controversie, e tacito una parte centrale del Dialogus de
Oratoribus. Perché questi autori? Perché ci offrono dei diversi spaccati interessanti sulle scuole di retorica
nella Roma della prima età imperiale. Ci saranno anche altri autori di cui all’esame sarà necessario prendere
come punti di confronto con i testi Plinio il giovane, Petronio e Giovenale.

Date prima età imperiale = sotto quale imperatore ci si trova. Importante per capire con chi si rapporta il
senato perché il rapporto con il potere è diverso a seconda dell’imperatore con cui ci si rapporta.

 27 ac-14 dC - Augusto

 14-37 dC - Tiberio

 37-41 dC - Caligola

 41-54 dC - Claudio

 54-68 dC - Nerone

Con la morte di Nerone nel 68 si conclude la dinastia giulio-claudia.

Il 69 dC è chiamato anno dei 4 imperatori, anno in cui si alternano l’uno all’altro. Galba, Otone, Vitellio e
Vespasiano il quale inaugura una nuova dinastia che regnerà per il resto del secolo: la dinastia flavia.

 69-79 - Vespasiano

 79-81 - Tito (figlio)

 81-96 - Domiziano (altro figlio)

A Domiziano succede Nerva con un breve regno di due anni 96-98 (morto di malattia, non ucciso)
A lui succede Traiano dal 98 al 117. È con Traiano che l’impero Romano raggiunge la massima espansione.

Seneca il vecchio vive sotto Ottaviano e Tiberio ma scrive sotto Caligola. È importante sottolinearlo perché
si può permettere di fare riferimenti a letterati perseguitati da Tiberio – e che vennero in parte riabilitati da
Caligola.

Quintiliano vive e opera sotto Domiziano.

Tacito vive sotto Domiziano ma compone le opere sotto Traiano (100 dC dialogus de oratoribus)

Petronio vive sotto Nerone e morto per ordine suo. Plinio il giovane è un contemporaneo e amico di Tacito
e compone le proprie opere tra Domiziano e Traiano. Soprattutto in epoca di Domiziano svolge attività
oratoria
Giovenale, come Tacito, vive sotto Domiziano ma inizia a scrivere solo dopo la sua morte. Si comprende
come sotto Domiziano la possibilità di parresia fosse praticamente nulla.

Nell’epoca di Tiberio l’evoluzione letteraria a cui assistiamo è una volontà da parte di Tiberio di non favorire
un vero coinvolgimento dei letterati nell’opera di potere ma di scrivere un tipo di letteratura ricercata che
non si intromettesse nella politica. Sotto il suo regno viene condannato Cremuzio Cordo che è uno dei
rappresentanti della “storiografia del dissenso” cioè un’opera storiografica, Annales fino agli anni del
secondo triumvirato, in cui difendeva i valori della repubblica in modo militante. Gli viene mossa un’accusa
di lesa maestà in senato. Tiberio si pone da giudice al processo in senato (con Augusto non è mai stata così
palese l’autocrazia). La vicenda di Cremuzio Cordo è emblematica nelle Historiae di Tacito il quale afferma
che la libertà di scrivere in modo veritiero della storia di Roma era finita con la battaglia di Azio.

La storiografia paga un prezzo altissimo quando vuole essere veritiera.

I due generi letterari che sembrano più risentire di questi tempi cambiati sono appunto la storiografia e
l’oratoria. La parresia (liberà di parola) non esiste più quindi l’oratoria perde la libertà che la rendeva viva,
vera.

14/10/20

Come si struttura il sistema educativo scolastico romano. Lo vedremo paragonandolo all’attuale sistema
educativo italiano, si noterà come è direttamente figlio di quello romano. La definizione stessa di sistema
sarà oggetto di critiche.

L’elemento basilare da chiarire per comprendere il ruolo dell’educazione romana è stabilire il rapporto che i
romani avevano con il passato. Importante definire il concetto di mos maiorum: insieme del patrimonio
culturale romano tramandato dagli avi e da tramandare ai posteri - letteralmente il costume degli avi.

È un valore di epoca repubblicana che passa attraverso la scuola all’epoca imperiale

Non si tratta di un codice di leggi da seguire ma esso risiede sostanzialmente nella memoria collettiva
quindi nel ricordo e nella lettura di opere che rievocano il passato. La funzione fondamentale che nell’ottica
romana la scuola deve avere è nutrire questa memoria culturale. La vera essenza dell’educazione romana è
la fusione tra l’acquisizione di tecniche oratorie e la formazione morale- che avviene tramite la trasmissione
del mos maiorum - della futura classe dirigente. È tipica di Roma. Anche rispetto alla Grecia è un elemento
di differenza, di identità romana. Questo ideale affonda le sue radici già in epoca repubblicana “vir bonus
dicendi peritus”. Bonus perché si allinea alle pratiche del mos maiorum, e grazie all’oratoria dicendi peritus.

Che cos’è l’educazione a Roma? A chi era destinata? Tendenzialmente a Roma venivano educati i bambini
nati liberi, non i figli di schiavi. Questi ultimi potevano ricevere un’educazione ma ciò era a completa
discrezione del dominus. Non c’è alcun obbligo scolastico, ecco perché non si può parlare di sistema
educativo – niente è sistematico. Si può parlare di metodo educativo standardizzato dovuto a maestri che si
attenevano ad una routine comune. Si può parlare quindi di un modello standard educativo, non di un
sistema scolastico. Docenti e insegnanti spesso si improvvisavano maestri senza una formazione specifica.
La formazione dei maestri soprattutto a livello elementare era davvero scarsa e questo implicava delle
conseguenze anche a livello

L’insegnamento antico è volto ad una formazione retorica che sia destinata ad un’attività giudiziaria forense
e non esistevano altri indirizzi di studio. Chi voleva seguire un percorso diverso da quello giudiziario seguiva
apprendistati da specialisti del settore.

Catone il censore rappresenta il padre romano ideale che si dedica personalmente all’istruzione del proprio
figlio per la trasmissione delle conoscenze. L’istruzione romana cominciava in genere all’età di sette anni
(più o meno stessa età attuale). Si tratta di un’istruzione elementare in cui i bambini imparavano a leggere,
scrivere e far di conto. Il tutto era assicurato dalla figura del padre che assicurava un’istruzione di base e
della madre che assicurava una formazione morale. Questo è un elemento della tradizione romana più
antica, una società oligarchica in cui è all’interno della famiglia in cui si educano i propri figli quindi i figli
degli analfabeti non avevano opportunità di riscattarsi, di accedere a posizioni sociale più alte. A partire dal
III secolo aC si ha un’evoluzione di questa situazione per influsso del mondo greco – referente sempre di
primo piano a Roma. Nelle famiglie più abbienti alla figura del padre si sostituisce un precettore privato di
origine greca. Figura che diventa importante è la figura del paedagogus. Il pedagogo ha origine servile e
poteva trattarsi di uno schiavo nato in casa, non per forza di origine greca ma il suo nome letteralmente
significa colui che accompagna il bambino nelle sue attività quotidiane. Istruito dal padre di famiglia il
pedagogo può a sua volta istruire i figli del padrone e attraverso questa via acquisire metodi che gli
permettono di diventare dei liberti e a volte anche di aprire delle scuole. Il pedagogo è una figura esclusiva
del mondo romano e dei ceti abbienti, primo educatore dei bambini, li aiutava a crescere guidandoli nei
loro processi di sviluppo. Era lui che contribuiva in modo determinante a forgiarne l’indole. Soprattutto a
partire dell’età repubblicana anche alle bambine era affiancato il precettore – prima di solito le bambine
non venivano istruite. Soprattutto dal I sec aC abbiamo testimonianze di donne raffinatamente istruite
come Cornelia madre dei Gracchi, Ortensia madre di Ortensio Ortalo (considerato il più grande oratore
romano prima di Cicerone), Plinia II (madre di Plinio il giovane). L’istruzione era prettamente bilingue, greco
e latino venivano insegnati contemporaneamente. Parallelamente a questo insegnamento di tipo privato
all’interno delle domus, le famiglie che non potevano permettersi un’educazione privata inviavano i propri
figli a “scuola”: ludus litterarius o ludi primi magistri. Ludus in romano vuol dire gioco ma anche scuola. A
questi ludi litterari si rivolge la gente comune che aveva necessità di insegnare ai propri figli a leggere e
scrivere. Sulla base di un’allusione di Marziale (seconda metà del I sec dC – epoca Domizianea) abbiamo
testimonianze di classi miste.

L’iter scolastico romano si articolava in ludii litterarii, ludi grammatici e ludi rhetoris. Al primo stadio si
fermavano i figli delle famiglie meno abbienti.

Non è un sistema organizzato e sorvegliato dallo stato e proprio per questo si può evidenziare questa
tripartizione dell’istruzione dei giovani romani ma non era nulla di rigido e fisso. Anche gli studenti erano
eterogenei tanto per età quanto per livello di istruzione, in più le classi erano molto numerose. Soprattutto
nella prima fase se il maestro era abbiente, poteva ospitare gli allievi a casa altrimenti l’istruzione avveniva
nelle piazze, negli incroci di tre o quattro strade. Primus magister, detto anche litterator perché insegnava
le litterae (nel primo stadio). La prima fase dell’istruzione durava dai sette agli undici anni e si basava
principalmente sulla ripetizione. La memoria è essenziale in un mondo in cui la circolazione dei libri era
estremamente limitata, appannaggio solo dei ceti elitari. Già nei primi stadi dell’educazione non esistevano
libri di testo, spesso i maestri facevano dei dettati e i bambini scrivevano su delle tavolette di legno cerate
su cui incidevano con dei bastoncini di legno detti stilo.

Dopo questo primo stadio dell’educazione, il destino dei figli delle famiglie meno abbienti era indirizzato
verso l’apprendimento di un mestiere mentre i figli delle famiglie più abbienti proseguiva con le scuole di
grammatica e retorica. Le bambine seguivano un discorso a parte, poiché nella maggior parte dei casi
ricevevano un’istruzione solo di basi. A partire dall’età dei 12 anni venivano date in spose.

I figli maschi delle famiglie più abbienti si recavano presso il grammaticus che era un esperto delle lettere
(gramma in greco = lettera) era un esperto che aveva competenze non solo di grammatica ma anche di
letteratura. Presso di lui gli studenti dai 12 ai 16 anni acquistano una consapevolezza della lingua greca e
latina e studiano testi letterari, in particolare tesi poetici. I grammatici si occupavano di ortofonia (corretto
modo di pronunciare i termini), ortografia (corretto modo di scrivere), insegnavano la lectio cioè a leggere
correttamente con un’adeguata intonazione. Insegnavano a leggere in modo cosciente e consapevole i
testi. Spiegavano le parole più difficili, trasmettevano notazioni di prosodia e stilistica (la lettura a Roma è
sempre una lettura ad alta voce. La lettura silenziosa si svilupperà poi in ambito monastico con il
cristianesimo). Questo spiega perché la scrittura era continua, le parole non sono separate, sono attaccate
come nel continuum del discorso orale. Ultimo ma non meno importante, i grammatici introducono gli
allievi all’uso delle figure retoriche. Anche i grammatici erano di umili origini.

A 16/17 anni, presso il rhetor i giovani romani destinati alla carriera giudiziaria e/o politica imparano l’arte
della retorica, della parola, di saper convincere con le parole. Nella prima fase dell’educazione della retorica
presso il rhetor i giovani si dedicano ad una serie di esercizi preliminari (chiamati progymnasmata).
Preliminari all’esercizio tipico delle scuole di retorica cioè la declamazione. Esercizi che servono a
potenziare la capacità del giovane di curare singoli aspetti di un discorso. Le declamazioni saranno discorsi
fittizi completi – con le progymnasmata si insegna allo studente ad aver cura di singole parti del discorso.
Uno dei progymnasmata è quello che si chiama narratio che era un esercizio di narrazione (riassumere un
fatto) e serviva a sviluppare la capacità di raccontare in modo efficace i fatti che poi il giovane avrebbe
dovuto discutere davanti al giudice o davanti al senato. Abbiamo anche casi di elogio (altro esercizio) o di
elogio paradossale (es. l’elogio di qualcosa in cui non si crede – elogiare la procrastinazione). La thesis è un
altro esercizio che serve a sostenere un’argomentazione contro un’altra.

Il patrimonio di esercizi dei progymnasmata è un tipo di patrimonio educativo che viene a Roma dal mondo
greco. A Roma - qualche volta alternativamente all’istruzione presso il rhetor o anche insieme alle
esercitazioni presso il rhetor -di grande importanza e tipico dell’educazione romana (e non greca) è quella
del tirocinium fori – consisteva nell’affiancare un oratore per un anno, imparando la pratica oratoria dal suo
esempio diretto e anche assistendo ai processi nei quali questo oratore era coinvolto. È un esempio chiaro
della pragmaticità del mondo romano, caratteristica che lo differenzia dal mondo greco. Questa pratica
nasce in epoca repubblicana e continua anche se meno fiorente in epoca imperiale, a più riprese viene
ribadita l’importanza di questa pratica proprio perché è una pratica che durante l’età imperiale va
scemando. In Quintiliano viene teorizzato l’importanza dell’insegnamento del retore insieme alla pratica del
tirocinium anche nel dialogus de oratoribus.

È una pratica che continua anche in epoca imperiale ma in modo limitato in relazione al problema della
decadenza reale o presunta della grande oratoria in connessione con l’instaurazione del regime autocratico.

Il tema dell’opposizione schola - forum è un’opposizione estremamente presente nella letteratura retorica
latina della prima età imperiale. I letterati propongono di unire il tirocinium alla schola che prima erano
alternabili.

Un momento di fondamentale svolta nello sviluppo dei metodi educativi della scuola romana si ha nel I
secolo aC quando viene introdotto a Roma l’insegnamento superiore in latino (prima del primo secolo era
un insegnamento in greco ed era spesso alternativo al tirocinium fori). La retorica è sempre stata vista con
diffidenza dai romani perché gli esercizi di retorica che chiedevano di sostenere teorie nelle quali non
credevi per puro esercizio stilistico andava contro il vir bonus dicendi peritus. Per questo nel 97 aC si parla di
una svolta perché gli stessi esercizi di retorica che prima, anche a Roma venivano praticati in greco, ora
vengono praticati in latino. L’insegnamento della retorica in latino sancisce anche per i romani l’importanza
di tecniche oratorie di persuasione che nella tradizione romana erano viste in modo problematico. La
scuola faceva esercitare i giovani solo su due principali tipi di esercizi che si praticavano tipicamente presso
le scuole di retorica e ai quali i progymnasmata dovevano preparare: le declamazioni- che si articolavano in
controversie e suasorie.

Le controversie sono discorsi giudiziari di tipo fittizio in cui si chiedeva agli studenti di difendere o accusare
un determinato personaggio in processi fittizi e spesso in cause completamente lontane dalla realtà
quotidiana. I protagonisti delle controversie sono personaggi stereotipati, tipologie fisse di personaggi e
ricorrenti (tiranni, pirati, matrigne avvelenatrici, figli diseredati dai genitori). Questi personaggi si trovano
sempre ad agire in situazioni inverosimili e ai limiti dell’assurdo. La complessità degli intrighi era ricercata
perché la complessità un modo di rendere l’esercizio più interessante perché più difficile.
Le suasorie sono discorsi deliberativi fittizi in cui l’oratore si trovava a dibattere i pro e i contro di una
decisione da prendere – o lui stesso o da consigliare di prendere. Anche in questo caso si tratta di discorsi
completamente immaginari con personaggi fittizi che però sono spesso storici o mitologici.

16/10/20

Nella seconda metà del II secolo aC c’è una celebre ambasciata che arriva a Roma da parte di filosofi greci in
cui era presente un celebre filosofo Carneade che propone a Roma davanti al senato un esercizio retorico,
detto dei dissoi logoi (discorsi in contrasto). Un giorno propone un discorso di elogio sulla grandezza
dell’imperialismo romano, il giorno dopo davanti al senato propone un discorso di attacco nei confronti
dell’imperialismo romano come esempio di ingiustizia. A seguito di ciò, l’ambasciata viene buttata fuori da
Roma, esiliata perché un uomo bonus non sostiene una tesi e il suo contrario, ma sostiene solo la tesi che in
quanto bonus la sua coscienza gli dice di sostenere. Roma si impossesserà di questa eloquenza ma andando
contro ad un ideale tradizionale di semplicità. Ci sono grandi esempi di retori romani che si fingevano ignari
degli artifici greci per avere credibilità dal popolo.

Un’altra celebre sentenza di Catone diceva: “rem tene, verba sequentur” – che letteralmente significa
“mantieni l’idea, le parole seguiranno” (l’uso di queste sentenze è di tradizione greca, Catone aveva una
finissima cultura greca anche se la camuffava). Questo motto è esattamente l’opposto dell’insegnamento
delle scuole di retorica che insegnavano a scegliere determinate parole e determinate figure retoriche per
convincere il giudice. Catone invece sostiene che l’eloquenza viene dal possesso reale di ciò che si vuole
dire. Se si ha il concetto, l’eloquenza viene da sola.

In questo clima, Plozio Gallo inaugura una fase determinante di sviluppo del mondo romano adottando gli
stessi esercizi greci ma in lingua latina. In particolare i due esercizi che pratica nella sua scuola – le
controversie e le suasorie - diventeranno base di tutte le scuole retoriche romane e acquisteranno una
forza e una predominanza che non avevano mai avuto neanche nelle scuole greche.

Tema di controversia - per tema intendiamo la “consegna” che il professore dava all’allievo per sviluppare il
proprio discorso. Insieme alla consegna il professore elencava anche delle leggi che l’allievo avrebbe dovuto
usare durante lo svolgimento dell’esercizio. Spesso le leggi che dava il professore non corrispondevano al
sistema giuridico romano reale.

Tema della prima grande declamazione dello Pseudo-Quintiliano. Abbiamo la fortuna di avere 19 grandi
declamazioni maggiori, controversie che ci sono giunte integre insieme ai manoscritti dell’Institutio oratoria
di Quintiliano perché in età medievale erano state attribuite a Quintiliano –Oggi sappiamo che in realtà si
tratta di testi successivi a Quintiliano perché lo citano e li datiamo intorno al II - IV secolo dC.

Il tema della prima declamazione maggiore dice “Un uomo, che aveva un figlio cieco che aveva destinato
come proprio erede, gli impose una matrigna. Relegò il figlio in una parte isolata della casa e una notte,
mentre dormiva nel suo letto con la moglie, fu ucciso. Fu trovato il giorno dopo con la spada del figlio
piantata nel petto e il muro che portava dalla sua camera a quella del figlio era ricoperto di tracce di mani
insanguinate. Il figlio cieco e la matrigna si accusano reciprocamente dell’assassinio.” Lo sviluppo che ne fa
il retore svolge il tema in difesa del figlio Le matrigne (noverca) sono quasi sempre negative nelle
declamazioni antiche ma anche nelle storie, sfruttando uno stereotipo di matrigna cattiva molto diffuso nel
mondo antico. Si tratta di patricidio. Il parricidium non si riferiva solo all’uccisione del padre ma
all’uccisione di un membro della famiglia in generale, uomo o donna che sia. La pena era la chiusura in un
sacco di pelle con un serpente, un cane e un altro e buttato nel fiume.

Tutte queste declamazioni sono anche interessanti come repertorio di vita e di ideologia romana perché
veicolano il mos maiorum. Tutto ciò di cui si parla nelle scuole di retorica punta anche ad una formazione
etica dell’allievo.
Esempio di suasoria di Seneca: (le testimonianze delle antiche suasorie romane che ci sono pervenute sono
solo quelle di Seneca) tema della suasoria numero tre di Seneca. “Agamennone decide se immolerà Efigenìa
dal momento che Calcante dichiara che senza questo sacrificio gli dèi non permettono la navigazione”. Il
mito dice che Agamennone sacrifica Efigenia e così i venti riprendono e la flotta potrà partire per Troia.
Nelle scuole di retorica il giovane è chiamato a impersonare Agamennone e decidere se agire in un senso o
nell’altro. NB come i personaggi sono completamente diversi. L’intrigo non è di vita quotidiana, sempre una
serie di situazioni inverosimili. Altre suasorie riguardano Cicerone, Alessandro Magno ecc.

Questi sono esercizi che Plozio Gallo propone nella sua scuola. Questo susciterà notevoli proteste, Cicerone
si riferirà poi alle scuole di Plozio Gallo non come ludus rhetori ma con il termine ludus impudentiae (scuola
di sfacciataggine) perché sosteneva che in essa gli studenti si cimentavano nelle declamazioni senza aver
acquisito preventivamente i fondamenti della retorica. Riteneva che questa scuola desse agli studenti una
sorta di falsa sicurezza in se stessi perché a suo avviso agli studenti mancava di fatto un’abilità oratoria.

A prescindere da questa accusa di Cicerone, la declamazione nella tarda età repubblicana (I secolo aC) iniziò
lentamente ad affermarsi come esercizio centrale nella formazione retorica dei giovani e a partire dalla fine
della repubblica comincia a prendere piede a discapito del tirocinium fori.

La declamazione quindi si impone a Roma come esercizio fondamentale delle scuole di retorica riducendo
progressivamente l’importanza dei progymnasmata e diventando anche sempre più una forma di
spettacolo. Del resto l’avvento del principato e la progressiva perdita della libertà di parola, in questo
momento di prima fase dell’impero, sottraggono alla retorica la sua funzione originaria civile e politica.
Questa funzione viene meno perché di fatto l’esito dei processi può essere sempre cambiato a seconda del
volere dell’imperatore e non c’è più libertà di parola quindi non si può più veramente smuovere il senato
come ad esempio poteva fare Cicerone attaccando Catilina.

L’arte della retorica diventa da una parte strumento di formazione della nuova burocrazia composta da ceti
nuovi che si affacciano alla scena amministrativa dello stato e dall’altra parte diventa un’opportunità di
esibizione in performance prive di qualsiasi interazione con la realtà politica e civile dello stato.

Presso i retori i giovani imparavano l’arte dell’orazione in tre tappe:

 Prima di tutto gli studenti si impossessavano degli strumenti per impostare i loro discorsi. Si
insegnava loro che c’erano tre stili per impostare il discorso: uno stile basso, uno stile alto/fiorito
pieno di termini poetici e uno stile intermedio tra i due. Si insegnava anche ad impostare una
gestualità adeguata alle parole che potesse aiutare a convincere i giudici. Nel mondo latino come in
quello greco l’arte oratoria combina sempre la forza argomentativa a una gestualità imponente. Un
buon oratore deve essere anche un buon attore, avere una forza di scena potente. Allo stesso
tempo l’elemento di finzione deve essere dissimulato nell’oratore rispetto agli attori, è un rapporto
complicato. Prendevano quindi lezioni di actio, ovvero di gestualità.

 La seconda tappa è quella dello studio dei modelli letterari, principalmente in prosa – già presso il
grammaticus si studiavano testi letterari ma erano principalmente testi poetici. Gli studenti
studiano dettagliatamente testi in prosa, in particolare i modelli che il retore sceglie e propone loro
come modelli di riferimento per la creazione dei loro discorsi. In questa seconda fase, oltre a
studiare i testi letterari oratori di riferimento proposti dal maestro e orazioni - di cui parte intere
spesso venivano imparate a memoria per avere dei modelli di riferimento chiari – gli studenti
prendevano l’insegnante come esempio di riferimento per l’actio - l’impostazione della voce e il suo
variare in base alle situazioni, tutto ciò che riguarda l’aspetto fisico e formativo del discorso. Un
oratore bravissimo nell’impostazione del discorso ma che non ha un’impostazione dei gesti e della
voce adeguata alle diverse situazioni non è un buon oratore, nel modo romano - (la prima e la
seconda fase si intrecciano, non sono consecutive)
All’actio è dedicato uno dei dodici libri del più importante trattato di retorica del mondo romano ovvero
“L’institutio oratoria” di Quintiliano. L’undicesimo libro è completamente dedicato alla actio – che nella
riflessione antica riveste un’importanza non minore della capacità argomentativa.

 Il terzo momento dell’educazione consiste nella composizione e recitazione dei testi da parte
dell’alunno. Le recitazioni erano solitamente davanti al maestro e agli allievi, a volte davanti ai
genitori che pagavano l’educazione e volevano controllare l’andamento del percorso di formazione.
I discorsi erano imparati a memoria, non venivano letti.

Come accennato i temi delle declamazioni sono temi paradossali, lontani dalla vita quotidiana. Questi
intrighi avevano spesso un carattere romanzesco che è stato messo in rilievo da un testo fondamentale –
diventato un testo canonico dello studio della retorica romana “La fiction des déclamations” pubblicato nel
2007 da Danielle van Mal-Maeder. Sottolinea le reciproche influenze tra romanzo e declamazioni.

Perché venivano scelti temi così astrusi e complessi? L’istanza prima della scelta di questi temi è un’istanza
pedagogica. Fungevano da palestra retorica per gli studenti. In più era un mezzo attraverso il quale i retori e
i declamatori (= retori o oratori che, anche senza avere una propria scuola di retorica, declamavano
all’interno di scuole) potevano dimostrare le proprie abilità oratorie in modo più concreto.

SENECA IL VECCHIO
Opera di Seneca il vecchio. Seneca il vecchio è stato autore dell’unica opera che ci è rimasta non in modo
frammentario anche se non completa. È composta da 10 libri dedicati agli esercizi di controversie e un libro
mutilo (probabilmente era più diun libro, non ne abbiamo la prefazione) con all’interno sette suasorie.

Seneca il vecchio si chiamava in realtà Lucio Anneo Seneca omonimo del celebre filosofo vittima di Nerone
che era il figlio.

Nacque intorno al 55 aC nella provincia dell’Hispania Betica – Cordova - e morì sotto Caligola, tra il 37 e il
41. Dal successore di Caligola viene punito con un esilio. Seneca padre morì prima di Seneca figlio – ci è
noto grazie ad una lettera di Seneca figlio rivolta alla madre. Apparteneva ad una ricca famiglia equestre di
origine italica e si trasferì a Roma da giovane per completare la sua formazione presso le scuole di retorica
presso il magister Marullo. Fu amico di oratori e di grandi maestri di retorica dell’epoca. Lasciò un’ingente
fortuna ai suoi tre figli (dedicatari dell’opera che analizzeremo) due dei quali raggiungeranno il rango
senatoriale. Tutti e due i figli moriranno sotto l’ordine di Nerone.

L’opera fu pubblicata dal figlio filosofo dopo la morte del padre ma ci rimane solamente l’introduzione.

20/10/20

L’opera maggiore di Seneca è un’opera di storia dalle guerre civili alla sua contemporaneità di cui però ci
sono rimasti sono frammenti. Sappiamo che è stata pubblicata da uno dei suoi tre figli: grandissimo
scrittore, commediografo e tragediografo latino, Seneca. Quest’opera, che pure era di Seneca padre, è stata
tramandata nei codici nel corpus delle opere del figlio poiché quest’ultimo ha superato di fama il padre ed
era di fatto l’unico Seneca conosciuto nel medioevo. (solo nel Rinascimento si riprende coscienza
dell’esistenza di due autori ben distinti)

Opera di retorica a cui Seneca si dedicò piuttosto in là con gli anni, probabilmente è stata una composizione
lunga e complessa. Ci sono vari riferimenti cronologici alla repressione della Libertas, in particolare agli
autori perseguitati da Tiberio – Cassio Severo e Cremuzio Cordo - questo ci fa pensare che almeno alcune
parti dell’opera siano state scritte sotto Caligola (tra il 37 e il 41 dC). Nella parte iniziale, nella prefazione al
primo libro delle controversie, che costituisce una prefazione generale dell’opera, Seneca dichiara che il
libro è dedicato ai suoi figli ANCHE SE da subito emerge di fatto come il pubblico ideale dell’opera sia in
realtà molto più ampio cioè quello delle nuove generazioni che si relazionano con le scuole di retorica.
L’opera sembra rivolgersi non solo a chi come i suoi figli frequentava le scuole di retorica come allievo ma
anche a persone più adulte che continuavano con piacere a frequentare come pubblico partecipando alle
manifestazioni delle scuole di retorica e assistendo alle esibizioni di studenti, maestri e grandi declamatori
che spesso si esibivano in competizione tra loro.

Il suo intento è quello di raccogliere e conservare memoria delle più brillanti prove di eloquenza da lui
ascoltate in giovinezza. Cita discorsi di importanti retori e declamatori del suo tempo, non tanto di età
tiberiana ma di età augustea. Come vedremo nella prefazione al primo libro, Seneca afferma di basarsi solo
sulla sua portentosa memoria però è probabile che disponesse comunque di appunti giovanili e forse anche
di testi pubblicato e/o conservati di declamazioni. Con quest’opera afferma proprio di voler far conoscere ai
propri figli e più in generale alle nuove generazioni, i modelli sia positivi che negativi che non avevano
potuto ascoltare di persona a causa della loro giovane età.

STRUTTURA DELL’OPERA - Le controversie sono in dieci libri di cui ognuno ha dai sei ai nove temi e, a
seguire, estratti di discorsi che grandi retori e declamatori del tempo avevano fatto a partire da quei temi –
discorsi sia in difesa che in accusa. (retori e declamatori due categorie distinte. Retori= maestro di retorica
secondo la definizione antica. Declamatori= chiunque componga e reciti delle declamazioni. Il retore è per
forza un declamatore ma un declamatore non è necessariamente un retore.)

I temi delle controversie - cioè quelli che sono i tratti essenziali del caso trattato (con i due contendenti che
si accusano reciprocamente) sono sempre annunciati nella premessa, nell’introduzione insieme alle leggi
(coerenti con il caso ma non reali, proprie delle scuole di retorica – si vedrà come questo porta ad una
discrepanza forte tra schola e forum) che il caso mobilita.

Segue a questo ogni volta una tripartizione, uno schema tripartito. Prima di tutto vengono citate tutte le
sententiae che erano state inserite nella declamazione – frasi brillanti ad effetto con cui i declamatori
avevano adornato il discorso e con cui avevano colpito il pubblico. (Dobbiamo pensare che i temi delle
controversie circolavano da una scuola all’altra, non erano unici e spesso uno stesso tema di controversia
era più e più volte usat. La bravura consisteva anche nel saper dir meglio quanto era stato già detto da un
importante retore di una determinata scuola. E spesso si trovano riferimenti polemici a quanto detto in
altre scuole. I temi erano molti ma ricorrenti. Ciò voleva dire entrare nella dinamica molto diffusa
dell’imitatio. A Roma non c’è mai paura di imitare, perché l’originalità per un romano non è per forza
inaugurare qualcosa di nuovo, ma percorrere una via già percorsa in modo nuovo. Questa è l’ottica anche
nei confronti della tradizione greca)

La seconda sezione è composta dalle divisiones – sono le descrizioni di come i diversi retori abbiano deciso
di strutturare i propri discorsi, la struttura argomentativa scelta dai retri per sostenere le proprie cause. Era
una parte molto importante perché una buona strutturazione del discorso lo rendeva coerente, compatto e
quindi efficiente.

L’ultimo elemento di cui Seneca tratta in modo specifico sono i colores – le coloriture del discorso. Che tipo
di sentimenti il declamatore ha voluto evocare per essere più convincente e come ha cercato di ottenere
questo effetto (come ha ottenuto il patos, come ha fatto dell’ironia ecc).

Ognuna di queste sezioni era poi arricchita da aneddoti, digressioni, giudizi di stile che rendono molto
vivace una narrazione che altrimenti sarebbe pesante. Lo stile che usa nei suoi giudizi è molto diverso dalle
parti che cita, è uno stile semplice, enfatico, dinamico che rende viva la lettura del testo.

Proprio per questa divisione tripartita che ha ogni tema, nella tradizione manoscritta, il titolo con cui viene
citata l’opera di Seneca è “Oratorum et rhetorum sententiae, divisiones, colores”. Un titolo estremamente
descrittivo, piatto. Probabilmente non un titolo originale (spesso i titoli delle opere sono frutto di una
sistemazione grammaticale successiva, tardo antica). Perché si parla di oratorum e rhetorum? Perché oltre
a citazioni di importantissimi retori del tempo, abbiamo anche citazioni di oratori che si dedicavano a vario
titolo e per vario motivo alle declamazioni. L’atteggiamento nei confronti dell’altre della declamazione era
molto controverso e quindi alcuni oratori, per arricchire la loro eloquenza, si esercitavano nelle
declamazioni.

Ognuno dei dieci libri delle controversie è preceduto da una prefazione, rivolta ai figli, in cui Seneca
propone ampi e variegati ritratti dei più celebri retori e oratori del suo tempo. È come se mettesse in luce
alcune delle figure principali di cui poi riporta gli estratti. Approfitta delle prefazioni per scrivere dei ritratti
bellissimi, estremamente variati in cui sono presenti notizie e aneddoti sulla loro vita e sulle loro attività e
nei quali esprime giudizi sul loro stile e sulla loro personalità.

Queste prefazioni sono caratterizzate da uno stile piano e disinvolto che contrasta con il linguaggio
costruito e spesso innaturale delle citazioni. L’importanza delle prefazioni è anche quella di darci
un’immagine più vivida della personalità di Seneca perché in esse lui si esprime più apertamente: possiamo
vedere il suo equilibrato buonsenso, il suo genuino tradizionalismo e anche il suo intenso attaccamento al
mos maiorum, un moralismo che però al tempo stesso si sa aprire con grande disponibilità e che gli
consente di apprezzare gli esiti dell’eloquenza moderna e anche l’evoluzione che questa ha avuto. Ne
condanna di certo alcune derive come la retorica asiana perché iniziata nelle scuole di retoriche in Asia
minore, nelle quali era stata sviluppata una tendenza enfatica, magniloquente, eccessivamente volta ad un
linguaggio poco aderente al reale. Se Seneca condanna senza ombra di dubbio, in termini molto chiari nella
sua opera, questo tipo di deriva della retorica – che influenzava anche altri generi letterari del tempo- ma è
disposto a riconoscere la grandezza di una retorica brillante presente a Roma, curata che rifuggiva da
eccessi che pur proponeva un’eloquenza raffinata. L’esempio che porta Seneca nella sua opera come
modello di questa nuova eloquenza è Latrone.

Seneca nella prefazione al primo libro delle controversie asserisce che egli aveva potuto osservare il
nascere della pratica declamatoria dal suo inizio, in età augustea. Noi sappiamo che in realtà gli esercizi di
retorica erano ben antecedenti l’età augustea. Hanno origine greca ma già ai tempi di Cicerone si parla di
declamatio per descrivere questi esercizi di scuola. La novità che però effettivamente si instaura a partire
dell’età augustea è la centralità che assumono questi esercizi nell’insegnamento scolastico ma soprattutto il
crescente uso delle declamazioni al di fuori delle scuole, come forma di spettacolo, come performance
autonoma e ostentazione di eloquenza da parte di retori, declamatori e anche allievi all’ultimo stadio della
loro formazione. Ciò si sostituisce all’oratoria che ormai non dà più spettacolo: non ci sono più i grandi
processi che avevano animato la scena culturale e politica della fine della repubblica, ma ci sono appunto
sedute aperte al pubblico in cui si fa mostra di abilità retorica, entrando anche in competizione. (queste
competizioni erano in realtà anche molto concrete e reali, basti ricordare che il professore non è pagato
dallo Stato ma dalle famiglie, per cui mostrare in una seduta pubblica di essere eloquente poteva attirare
studenti e quindi soldi).

Seneca in due delle dieci prefazioni che ci sono conservate (al libro 3 e al libro 9), fa parlare due oratori:
Cassio Severo e Vozieno Montano. Queste due prefazioni contengono due ampi discorsi diretti di attacco
alla pratica della declamazione nelle scuole di retorica. In questi discorsi – che si richiamano per le
tematiche che trattano – si sottolinea non solo l’inutilità ma addirittura il carattere nocivo che, secondo
questi declamatori, avrebbe la pratica delle declamazioni per la formazione dell’oratore e addirittura del
buon cittadino. Questa pratica non faciliterebbe il cittadino romano a diventare un vir bonus dicendi peritus
perché la declamazione, a causa dei temi troppo astrusi e non pertinenti alla realtà con cui i giovani si
sarebbero dovuti confrontare, li avrebbe resi inetti come oratori.

Si sottolinea come lo scopo che il declamatore si proponeva non fosse quello di convincere i giudici ma di
piacere per ottenere il plauso di un pubblico non sensibile alle argomentazioni ma sensibile all’eleganza,
all’enfasi espressiva. I termini più usati in questi attacchi all’arte declamatoria parlano proprio di seduzione
che il declamatore fa nei confronti del pubblico, che non vuole convincere con la forza delle proprie
argomentazioni ma sedurre con la bellezza del discorso. Una pratica che mette in secondo piano il
contenuto rispetto alla forma.

Un’altra critica che viene mossa all’educazione retorica è quella di non abituare i giovani alla realtà in cui
questi avrebbero dovuto parlare (cioè nel foro, nella piazza del mercato in mezzo a gente disinteressata,
che parlava, che schiamazzava della quale dovevano richiamare l’attenzione con una presenza imponente e
verso i quali avrebbero dovuto avere un tono di voce che soverchiasse il brusio di fondo) perché vengono
abituati a declamare in una realtà “protetta”. Secondo le descrizioni che ci vengono fatte, si ha quindi un
meccanismo perverso per cui all’interno delle scuole si declama ma lo si fa non per forza a livelli molto alti
perché tanto il plauso è assicurato. Non c’è criticità, non c’è polemica, non c’è giudizio vero che possa poi
permettere di avere una preparazione adeguata. Né c’è esperienza della realtà con cui si sarebbero poi
trovati a fare i conti.

Queste critiche non si trovano solo in Seneca, ma si ritrovano in tutta la letteratura del I secolo dC. In
Quintiliano, in Tacito, in Plinio il giovane, in Petronio, Giovenale, in tutta quella letteratura che collega
l’attacco alle scuole di retorica alla decadenza dell’eloquenza in epoca imperiale.

Se la declamazione appare ben distante dall’oratoria del foro e quindi poco adeguata ad essere un esercizio
di preparazione, di fatto però sembra proporsi come un genere di eloquenza a sé stante che rispondeva da
una parte al gusto di esibizione dei retori ma incontrava anche un reale e profondo interesse nel pubblico.
Un pubblico che doveva essere interessato e intrigato dalle prodezze verbali, dalle sequenze ad effetto,
dall’enfasi espressiva dei retori ma soprattutto dai soggetti difficili astrusi che venivano proposti. Contenuti
romanzeschi anche come termine di evasione e allo stesso tempo affascinato dalla maestria dei retori.

A proposito del dibattito sulla decadenza dell’eloquenza e dell’oratoria, l’opera di Seneca è particolarmente
importante perché testimonia una delle fasi più antiche di dibattito su questo tema cioè sulla decadenza
dell’oratoria post-ciceroniana. Questo tema è una delle cause principali dell’epigonismo percepito dopo
Cicerone.

Questo tema è già presente in Nuce alla fine della repubblica (46aC) perché già nel Brutus, Cicerone aveva
già annunciato che l’oratoria romana, che con lui aveva raggiunto la piena maturità, sarebbe poi andata
incontro a un declino per il mutare della situazione politica in atto, a causa dell’instaurazione del regime
autocratico. Questa spiegazione politica della decadenza dell’eloquenza si ritrova nel dialogus de oratoribus
di Tacito.

Nell’opera di Seneca la decadenza dell’eloquenza è associata invece al ruolo troppo forte e predominante
delle scuole di retorica – ritroveremo queste motivazioni anche in Quintiliano.

Emerge però chiaramente come Seneca, nonostante la riporti, non sembra condividere quest’opinione -
anche se condanna l’astrattezza e la poca attinenza alla realtà – ma nella prefazione al primo libro delle
controversie propone due cause diverse della decadenza dell’eloquenza: da una parte il riferimento ad una
sorta di legge universale di una ciclicità dei fenomeni per cui inevitabilmente, una volta raggiunto l’apice di
un fenomeno, si inaugura un’inevitabile fase di decadenza. Un’altra spiegazione abbinata a questa è la
corruzione dei costumi moderni, la corruzione delle giovani generazioni.

21/10/20

Nell’opera di Seneca, questa causa della decadenza associata all’insegnamento è indicata nei discorsi di
Cassio Severo e Vozieno Montano che associano appunto la decadenza al tipo di esercizi che si facevano
incentrati su temi astrusi, completamente fuori dalla realtà, romanzeschi. Si è già accennato
precedentemente come Seneca non condivide questa motivazione ma ne propone due ben distinte. Da una
parte propone di vedere in questa situazione un fenomeno naturale di ciclicità delle esperienze per cui
l’eloquenza romana, dopo aver trascorso una prima fase di crescita – dall’eloquenza di tipo arcaico come
quella di Catone – che ha portato fino a Cicerone che è stata la massima descrizione dell’eloquenza romana
si ha naturalmente una decadenza naturale.

La spiegazione che affianca questa è invece di tipo etico moralistico, una tipica spiegazione romana (il
moralismo a Roma è una componente fondamentale dell’atteggiamento romano) che individua in questa
decadenza dell’oratoria la decadenza dei costumi. Questo è un altro grande must letterario romano, si parla
sempre di una decadenza dei costumi. I mali di Roma nascono sempre da una decadenza, di una corruzione
dei costumi. Già con Sallustio, a partire dalla distruzione di Cartagine (seconda metà del II secolo aC), si
parla di una corruzione dei costumi alla base della crisi politica romana (crisi delle guerre civili) dovuta alla
luxuria (desiderio del lusso, delle ricchezze) e all’avaritia (avidità). È un tema che viene ripreso da Seneca
nella prefazione al primo libro che afferma come alla base della decadenza dell’oratoria ci fosse una
corruzione dei costumi delle giovani generazioni che si sarebbero ormai allontanate dal cammino del mos
maiorum e sarebbero ormai una generazione di rammolliti di cui condanna un amore per il lusso, per
un’eccessiva certa comodità di vita e raffinatezza dei costumi – poco virile. Questo atteggiamento che vede
uno sguardo nostalgico del passato, che non è mai un passato reale ma sempre edulcorato, è detto
laudator temporis acti.

L’idea che l’età di Cicerone fosse l’età della libera res publica, il fatto che questo momento della grande
eloquenza romana fosse stato anche l’ultimo momento della libertà repubblicana in cui si poteva agire in
modo diretto sulle sorti dello stato, giocava un ruolo fondamentale nell’identificazione di questo momento
come grande ma irripetibile. Per questo motivo Cicerone, in ambito retorico, assume un duplice ruolo: da
una parte questa figura è un modello oratorio di riferimento per i suoi testi e le sue orazioni che venivano
imparate a memoria come modelli di stile, ma dall’altra assurge a figura iconica del martire della Libertas
per la sua storia personale (inserito nelle liste di proscrizione - liste in cui si inserivano i cittadini che
potevano essere uccisi impunemente - dal triumvirato nel 43 aC per volere esplicito di Marcantonio che si
voleva vendicare dei discorsi di attacco che Cicerone gli aveva mosso davanti al senato e manda i suoi sicari
a Formia per prendere Cicerone che stava cercando di imbarcarsi per scappare. La vicenda ci viene
tramandata da Seneca che riporta una descrizione storica di Livio in cui racconta come i sicari gli avessero
tagliato la testa e le mani che vengono poi portate ad Antonio come testimonianza della sua uccisione e
vengono appese nei rostri del foro. La testa e le mani erano i simboli dell’oratore). Seneca ci tramanda due
suasorie, la numero sei e la numero sette, in cui si chiede all’allievo di dibattere se Cicerone debba o meno
supplicare Antonio di risparmiargli la vita (suasoria sei) o eventualmente di aver salva la vita al prezzo di
bruciare i suoi scritti (suasoria sette). In un’annotazione di Seneca alla suasoria numero sei si riporta come
tutti i declamatori si pronunciarono a favore degli scritti di Cicerone e contro la sua vita. Anche da questa
annotazione si conferma come Cicerone veniva assolutamente visto come primo martire della Libertas.

Il fatto che queste suasorie fossero dibattute nelle scuole, mostra come fossero presenti spiriti repubblicani
che potessero manifestare i loro ideali attraverso vari discorsi: declamando a favore di un eroismo di
Cicerone contro l’autocrazia di Antonio o declamando contro crudeli tiranni fittizi o invece esaltando
eroicamente figure di tiranni e tirannicidi. Tiranni e tirannicidi sono figure topiche delle declamazioni.
Questi discorsi all’interno delle scuole di retorica non erano assolutamente esenti da rischio. Tra i tanti
intellettuali di cui sappiamo che furono vittime sotto i provvedimenti repressivi degli imperatori non sono
rari i retori che nelle scuole declamavano contro i tiranni. Declamare contro un tiranno nella scuola di
retorica può essere, in epoca imperiale, un atto politico. Si tratta di discorsi figurati, si parla di un tiranno
per riferirsi in realtà all’imperatore. A questo proposito, il tono di Seneca, che di solito è molto pacato, si
alza quando denuncia il primo rogo di opere letterarie condannate per ragioni politiche a Roma ovvero del
rogo dell’opera storica Historiae di Tito Labieno, fatte bruciare dal senato per volere di Augusto perché
considerata troppo filo pompeiana (12 dC) Augusto fa sì che il senato ordini il rogo di quest’opera storica
causando il suicidio dell’autore che non resistette. Si veda come storiografia e retorica spesso si mescolano
tra loro, come anche nel caso di Seneca. Sono le due forme che più risentono dell’assenza della libertà di
parola. (La sua vicenda ci è ricordata nella prefazione al decimo libro di Seneca.)

Seneca nella prefazione al primo libro indica che nell’arco della sua lunga vita ha assistito alla fine
dell’oratoria repubblicana. Ci dice che avrebbe potuto conoscere Cicerone ma non l’ha conosciuto
personalmente anche se l’età glie l’avrebbe permesso. Si assiste quindi alla fine della grande oratoria
politica e allo sviluppo della declamazione pubblica che, durante l’epoca augustea di cui parla nella sua
opera, non diventa più solo forma di esercizio ma performance di retorica. Ricco di questa sua esperienza
nelle scuole di retorica, avendo assistito a questa evoluzione della declamazione, intende offrire al pubblico
colto - che frequenta le scuole di retorica come pubblico di appassionati - testimonianza critica per i
rappresentanti di un momento che è stato chiave nella storia dell’eloquenza e dell’oratoria romana. Il fine
dell’opera di Seneca è quello di render conto di un momento che è stato chiave della storia dell’eloquenza
romana perché è un momento in cui dalla grande oratoria politica si passa alla declamazione come forma
alta di arte della parola. L’arte della parola assume connotati diversi perché diverso è il contesto politico di
riferimento. Il suo obiettivo è dare un giudizio stilistico sulle declamazioni perché capisce che questa è la
nuova arte della parola. Il compito che si propone è quello di creare una sensibilità stilistica, un gusto nel
pubblico che frequenta le scuole di declamazione che è lo stesso che usa poi l’eloquenza per i propri
incarichi pubblici. Il senso che lui ammette della decadenza in atto non impedisce a Seneca di apprezzare
anche i meriti che ha la pratica della declamazione che riveste ormai un ruolo a sé e che ha saputo creare
nuovi modelli stilistici di notevole qualità. Con la sua rassegna critica si propone di offrire dei modelli oratori
e retorici nuovi e validi per chi ne fa quotidianamente uso nella scuola e nelle attività giuridiche politiche o
amministrative. Seneca vede che c’è un’evoluzione però riconosce che la declamazione ha dei meriti
oggettivi e trova importante a questo punto fornire dei modelli. Tramite le citazioni e i suoi commenti
esprime chiaramente quali sono i modelli validi da seguire e quali quelli da scartare.

Nella cultura di età imperiale l’influsso degli esercizi di declamazione è forte soprattutto sulla pratica
dell’oratoria e si manifesta concretamente in diversi aspetti. Innanzitutto nell’uso di sententiae, frasi ad
effetto incisive e brillanti di cui si fa sempre più massiccio. Secondo poi l’impiego di concettismi, di antitesi,
di enfasi espressiva e l’attenzione marcata a sviluppi patetici o moralistici o descrittivi di singole parti del
discorso. Sviluppi più ampi di quanto era normale nell’oratoria repubblicana sempre perché ormai si mira a
colpire il pubblico, a conquistarlo. Spesso Seneca dice di retori che di fatto affrontavano argomenti
ponendo cura più a svilupparli nel modo più fine e lungo possibile che alla coerenza e armonia d’insieme
del discorso. Poiché la formazione retorica scolastica riguarda tutti coloro che si dedicano ad attività
qualificate come anche tutti gli scrittori, il gusto stilistico che prevale finisce anche per condizionare in
modo determinante il gusto stilistico di tutte le forme letterarie e tra queste anche di quelle che più ci
potrebbero sembrare lontane, come la poesia. È Seneca che ci parla dell’influsso dell’educazione
declamatoria in uno dei più celebri poeti della seconda metà dell’età augustea: Ovidio. Seneca dice che egli
aveva dato ottime prove in ambito declamatorio perché si era formato per diventare avvocato con risultati
molto buoni e poi avrebbe lasciato questa carriera per dedicarsi alla poesia. Seneca indica nella sua opera
in alcuni passi di estremo interesse, l’influenza dello stile declamatorio anche sulle forme di poesia di Ovidio
caratterizzate da sententiae – della lunghezza di un esametro - che andavano a compiacere il lettore e a
sedurlo. Spesso uno stesso concetto può venire ripetuto due o tre volte in versi consecutivi e in modo
diverso perché la repetitio (ripetizione di un concetto in forma variata) è un artificio tipico della
declamazione. Questo viene visto con occhio critico da Seneca.
Un elemento che ha portato a far sì che la letteratura alta subisse l’influenza forte da parte delle scuole di
retorica è il fatto che spesso di opere storiche, di tragedie venivano date pubbliche letture non nella loro
interezza (come invece accadeva in ambito privato in età repubblicana) ma di parti selezionate delle stesse.
Cambia non solo la fruizione che da privata diventa pubblica ma anche il contesto. Questo cambiamento
del tipo di fruizione spesso favoriva un’attitudine ad una cura e ad una ricerca di effetti soprattutto in
alcune parti dell’opera. Non più uno sviluppo armonioso dell’opera intera ma piuttosto un focus esagerato
di attenzione e di ricerca di effetti che si concentra prevalentemente sulla parte destinata alle letture al fine.
L’importanza data al movēre e al flectere va a discapito del docēre.

TRADIZIONE MANOSCRITTA

Purtroppo l’opera non ci è arrivata nella sua integrità. Di dieci libri sono andate perse tre prefazioni (del 5°,
6° e 8° libro) e abbiamo solo estratti – sintesi in forma di estratto – per lo più della zona relativa alla
sententiae dei libri 3°, 4°, 5°, 6° e 8°. Questa è proprio la dimostrazione che alcuni papiri sono andati
perduti. Per quanto riguarda le suasorie abbiamo solamente il primo libro e non sappiamo quale fosse il
progetto originale. Il libro non è completo perché si fa riferimento a suasorie di cui non abbiamo traccia e
soprattutto abbiamo perso anche la prefazione. L’opera di Seneca dev’essere stata pubblicata
probabilmente dopo la sua morte per opera dei figli e sembra aver avuto da subito un enorme successo,
sembra che sia ben presente a Tacito che ne parla nel dialogus de oratoribus. Quest’opera sembra presente
come fonte principali per alcuni passaggi del “de grammaticis et rhetoribus” di Svetonio che è andato
persona nella sua integralità, se ne conservano solo delle parti. Sol’opera è un punto di riferimento
importante anche per le declamazioni dello Pseudo-Quintiliano (19 testi declamatori integrali che sono
state composte tra il II e IV secolo). Nel III – IV secolo sono stati poi composti degli excerpta cioè delle
raccolte di estratti dei libri di Seneca e grazie a questa raccolta conserviamo parti dei cinque libri andati
persi nella loro integralità.

I tre codici principali che ci tramandano la parte che abbiamo conservato in modo integrale e non per
excerpta sono:

 Codice A – codice di Anversa del X secolo, codice n° 411 nello stemma codicum
 Codice B – codice di Bruxelles del IX secolo, conservato nella biblioteca reale di Bruxelles, codice n°
9544
 Codice V – codice Vaticano del X secolo, codice n° 3872

Scritti nel periodo chiamato “rinascita carolingia” in cui si ha una ripresa di trasmissione dei testi classici
estremamente importante. La maggior parte dei testi classici ci è giunta grazie a questo periodo di rinascita
in cui vengono copiati i testi dell’epoca classica. Molti testi sono andati perduti nel periodo tardo antico-
medievale.

I tre codici del testo di Seneca deriverebbero tutti da uno stesso archetipo o sub-archetipo α. A e B
direttamente da α, V forse da un intermediario. Da V deriverebbero tutti i codici deteriores, cioè tutti i
codici moderni descripti – cioè derivati da un codice già noto – e considerati deteriores perché non danno
nessun contributo positivo alla ricostruzione del testo ma anzi, com’è inevitabile nella tradizione
manoscritta, presentano degli errori nuovi di trascrizione. Gli unici elementi che possono interessare questi
codici sono legati alla divinatio, cioè alle proposte esegetiche di correzione che sono state avanzate in
epoca umanistica. Mentre per quanto riguarda i codici A e B questi presentano – secondo la ricostruzione di
Hakanson – una serie di errori congiuntivi e separativi.

Per quanto riguarda invece gli estratti, si ritiene che il filone degli estratti abbia avuto una derivazione a sé
stante.

23/10/20

Il presupposto della ricerca filologica in generale e in particolare della filologia moderna è che ogni copista,
nel momento in cui copia il testo, inserisce un errore. È ripercorrendo questi errori e analizzandone la
natura che si può stabilire una genealogia tra i manoscritti e stabilire se essi sono tra loro imparentati
oppure no. È fondamentale per ricostruire idealmente il testo base - che nel nostro caso risale a duemila
anni fa. La filologia, per ricostruire i testi dei codici, distingue gli errori in significativi e poligenetici (hanno
un’origine plurima = errori che ogni copista può fare indipendentemente dagli altri, errori naturali come ad
esempio scrivere et al posto di est in latino). Un errore significativo è un errore che si ritiene non possa
avverarsi in modo casuale in due copisti. Se c’è lo stesso errore significativo (ad es. qualche parola che
manca in due codici nella stessa frase senza che ci siano elementi che possano indurre il copista a compiere
lo stesso errorenon si può verificare per caso) bisogna considerare l’ipotesi che due codici siano fratelli o
uno derivante dall’altro.

Si parla di errori congiuntivi - che quindi individuano una parentela tra due o più testi, o errori separativi -
cioè codici che presentano un errore talmente importante che non potrebbe essere stato corretto per
divinatio - cioè per tentativo ipotetico da parte di un altro scriba.

Con ciò quindi si stabilisce o che non c’è una relazione tra i due testi analizzati – o si ipotizza che tra i due
c’è un testo intermediario o si ipotizza che i due testi appartengano a due rami paralleli che non si sono mai
“incontrati” (ciò si ipotizza nel momento in cui due codici presentano più errori separativi). Due codici
fratelli presentano sia errori congiuntivi che separativi (rispetto ad un altro testo, mai in modo assoluto)
quindi non dipendono l’uno dall’altro ma sono appunto fratelli. Tra gli errori separativi rientrano le lacune
del testo.

Archetipo: più alto grado di ricostruzione del testo a cui si può arrivare in modo meccanico cioè senza
intervenire senza correggere il testo.

I codici A, B e V presentano allo stesso tempo errori congiuntivi e separativi perciò ci permette di parlare di
tre filoni distinti della tradizione ma che possono rimontare tutti ad un unico sub-archetipo α. Il ramo della
tradizione da cui derivano gli excerpta invece (nel III e IV secolo vengono fatti dei riassunti sotto forma di
estratti dei libri di Seneca) è una tradizione indipendente rispetto a quella dei codici integrali. Questo è
molto interessante e molto importante perché ci conservano in alcuni casi – come nella prefazione al primo
libro – un testo che altrimenti sarebbe andato perduto perché nell’altro ramo della tradizione non c’è.

Quando nello schema codicum si vede sotto V “det omnes” significa che il resto dei codici della tradizione
manoscritta che derivano da V sono tutti deteriores, cioè peggiori. Sono testimoni della tradizione che non
presentano alcun elemento di una tradizione altra ma gli unici elementi nuovi che presentano sono frutto di
correzioni – spesso di epoca umanistica. Possono quindi essere interessanti per la storia della tradizione del
testo ma non particolarmente per la ricostruzione dello stesso.

Tre principali traduzioni della prefazione al primo libro di Seneca (questo testo ha avuto poche traduzioni
perché non è stato considerato un testo di riferimento) sono Agostino Zanon dal Bo – versione italiana,
edizione del 1986 in quattro piccoli volumi, Henry Bornecque – versione francese, edizione del 1932 e
Winterbottom – versione inglese edizione del 1974. Queste tre traduzioni che potranno essere utili per
confermare le nostre traduzioni.

< > segni editoriali che indicano l’integrazione da parte dell’editore di elementi che non son presenti nella
tradizione manoscritta.

Salutem + dativo (di interesse) = è un’espressione che possiamo tradurre con “salutare” (augurare la salute
a qualcuno)

Il primo elemento su cui ci possiamo soffermare è l’apparato critico in cui si dice che la prefazione del libro
primo non è stata tramandata se non nei codici degli excerpta. È solo grazie agli excerpta che derivano da
un ramo altro rispetto ai codici che conservano il resto dell’opera abbiamo la fondamentale prefazione al
primo libro.
Riferimento al codice M che è il codice principale degli excerpta che però ha subito un danno fisico e quindi
una parte del testo – indicata in corsivo – è ricostruita da altri codici deteriores. Là dove manca questo
codice Hakanson integra da altri codici.
Tre figli che nomini sono i suoi tre figli, li nomina in ordine di età:

 Lucio Anneo Novato (è stato un uomo politico, un senatore romano che ha ottenuto il proconsolato
di Acaia, regione nella parte nord nel Peloponneso. Importante in epoca imperiale sotto Claudio. È
stato adottato - nonostante avesse genitori vivi - da un retore molto amato da Seneca, Giunio
Gallione. Come è normale per la pratica dell’adozione, nel momento in cui si veniva adottati si
prendeva il nome del genitore diventa Lucio Giunio Gallione Anneano. Il nome originale della
gens diventa il cognomen.
 Il secondo figlio è il Seneca che noi conosciamo, Lucio Anneo Seneca. Celebre uomo politico,
filosofo e tragediografo dell’epoca di Claudio e poi di Nerone, precettore di quest’ultimo.
 L’ultimo figlio è Marco Anneo Mela che era il più giovane e dalla prefazione al secondo libro sembra
di molto più giovane. È l’unico figlio dei tre a non fare carriera politica. Frequenta le scuole dei
retori non per fare carriera politica ma amministra i propri beni. Era la scelta che anche Seneca il
vecchio aveva fatto. Riprende le orme del padre in questo ed è padre a sua volta di un personaggio
importante della letteratura latina: Lucano, autore della farsalia rimasta incompleta per la morte
prematura dell’autore.

TRADUZIONE - Seneca si rivolge ai figli e dice

1-6 Voi esigete (exigitis) una cosa per me più piacevole che facile. Mi ordinate (iubetis) infatti di esprimere
(indicare) cosa io pensi riguardo a questi declamatori che hanno coinciso (inciderunt) con la mia
generazione e di mettere insieme (colligere) ciò che hanno detto e che non è ancora sfuggito alla mia
memoria (lett. Le cose dette da quelli se qualcosa non è ancora sfuggito alla mia memoria) cosicché ( ut)
anche se sono (subducti sint) stati sottratti alla vostra conoscenza, tuttavia non prestiate fede (credatis) al
loro riguardo ma siate anche giudici (iudicetis – congiuntivo del v. iudico).

*qua (rigo 4) viene dal pronome agg indefinito quis quid che si usa insieme ad aliquid soprattutto in
subordinate come le ipotetiche ma anche dopo il ne, num e aut

 Come termine interessante per la traduzione nota bene notitia – deriva notizia in italiano ma notitia
in latino vuol dire notorietà e si lega sempre a nosco, noscis, novi, notum, noscere. Da conoscenza di
ciò che è noto si arriva a notizia. Un elemento che bisogna sottolineare subito è declamatores
fondamentale perché l’opera di Seneca, nonostante il titolo, parla di retori e oratori sempre e solo
in qualità di declamatori. Quest’inizio del testo di Seneca rafforza l’ipotesi del fatto che si tratta di
un titolo non senecano.

Sul carattere programmatico di quest’inizio si può sottolineare anche come quest’inizio ci indichi il soggetto
bipartito, la struttura e la finalità dell’opera perché ci dice che quest’opera parlerà dei declamatori che sono
stati più importanti nella sua generazione (età di Augusto) e di ciò che lui si ricorda dei loro discorsi. Proprio
in modo coerente con questo duplice soggetto, legato ma anche distinto, si ha la struttura dell’opera
anch’essa bipartita. Prefazione del libro legata alla descrizione dei ritratti dei declamatori, il corpo dei libri
sono raccolte di estratti dei loro discorsi. Infine la finalità dell’opera – un punto alla fine della frase in cui
afferma che giudicherà l’opera e attraverso questi giudizi dà al pubblico e ai suoi figli i mezzi per poter
creare un proprio giudizio. “vi citerò i loro discorsi perché non crediate solo a me ma siate capaci di
esprimere un vostro giudizio”.
Lo ammetto (fateor), è piacevole per me tornare (redire) agli antichi studi e guardare (respicere – dalla
radisce sp- di spettaculum, di guardare) ad anni migliori e eliminare ( detrahere) per voi che vi lamentate
(vobis querentibus) poiché non avete potuto ascoltare (audire non potueritis – congiuntivo

perf) uomini di così grande fama eliminare quindi per voi il torto -che vi ha fatto – il tempo (causale
soggettiva).

*antiqua studia – lui si descrive come senex ecco perché gli studi sono antichi.

* NON tradurre gli anni migliori perché sennò diventa un comparativo assoluto. Invece è un comparativo
relativo agli anni della vecchiaia

*queror – segue una causale con il verbo al congiuntivo perfetto perché è una causale SOGGETTIVA
(l’oggettiva avrebbe avuto l’indicativo) perché riporta il punto di vista dei figli, il loro parere.

27/10/20

Ma mentre la vecchiaia ha reso (fecerit - făcĭo, făcis, feci, factum, făcĕre) per me oggetto di rimpianto
(desideranda) molte delle mie qualità, ha indebolito (retuderit) la capacità degli occhi, ha affaticato
(hebetaverit - hebeto, hebetas, hebetavi, hebetatum,  hebetāre) la sensibilità delle orecchie, ha indebolito
(fatigaverit - fatigo, fatigas, fatigavi, fatigatum,  fatigāre) la robustezza dei tendini, tra quelle capacità che
ho riportato (rettuli - rĕfĕro, rĕfĕrs, retuli, relatum, rĕfĕrre) c’è la memoria, cosa tra tutte le facoltà della
mente particolarmente delicata e fragile, sulla quale prima di tutto la vecchiaia si avventa. ( incurrit -
incurro, incurris, incurri, incursum, incurrĕre). Che questa un tempo fosse in me così efficiente (floruisse -
flōrĕo, flōres, florui, flōrēre) non solo da bastare (sufficeret - suffĭcĭo, suffĭcis, suffeci, suffectum, suffĭcĕre)
alla necessità, ma da giungere (procederet - prōcēdo, prōcēdis, processi, processum, prōcēdĕre) fino ad esiti
straordinari non lo nego; infatti ripetevo (reddebam - reddo, reddis, reddidi, redditum, reddĕre) anche (et)
duemila parole recitate (recitata – lett. letti ad alta voce) in quell’ordine in cui erano state dette (dicta), e
recitavo (recitabam -rĕcĭto, rĕcĭtas, recitavi, recitatum, rĕcĭtāre ) da coloro che si erano incontrati -discepoli
(convenerant - convĕnĭo, convĕnis, conveni, conventum, convĕnīre) per ascoltare (ad audiendum) il mio
precettore, singoli versi pronunciati (datos) da ciascuno pur ammontassero (efficerentur - effĭcĭo, effĭcis,
effeci, effectum, effĭcĕre - qui in realtà ha forma passiva) essi più di duecento, dall’ultimo fino al primo. Né
la memoria era per me veloce soltanto per riportare solo le cose che volevo (vellem - volo, vis, volui, velle)
ma era solita (solebat -sŏlĕo, sŏles, solitus sum, solitum, sŏlēre) essere (esse) di buona affidabilità anche per
trattenere (continenda - contĭnĕo, contĭnes, continui, contentum, contĭnēre) le cose che avevo recepito
(acceperam -accĭpĭo], accĭpis, accepi, acceptum, accĭpĕre)

11*inter ea quae rettulit – prende il significato di conservare perché c’è inter + accusativo ea -accusativo
neutro plurale

senectus e memoria parole chiavi che sottolineano il problema della memoria nell’anzianità.

13*floruisse infinito passato (anteriorità d’azione rispetto alla principale – non nego

13*ut (+ congiuntivo) introduce una consecutiva che regge sufficeret e procederet

15*Ordine - fenomeno della attrazione inversa del relativo: un sostantivo che è come per logica nella
reggente ma che viene attratto all’interno della relativa (odine fa parte della reggente) per tradurla bisogna
estrarlo dalla relativa. inserendo ordine tra erant e dicta forma un iperbato. - La struttura grammaticale
sottolinea l’eccezionalità della sua dote

E recitavo, cominciando (incipiens) dall’ultimo fino al primo, ogni verso detto da ognuno da parte di questi
che si erano raggruppati per ascoltare il mio maestro

*ad + gerundio = finale

Altre finali:

 Ut+ congiuntivo
 Supino attivo
 Supino passivo in dipendenza da verbi di movimento
 Participio futuro

Cum efficerentur – valore concessivo

Mihi erant – dativo di possesso

Vellem - congiuntivo imperfetto che ha valore soggettivo

Ormai, colpita (quassata) dall’età e da una lunga inerzia (desidia) che abbatte (dissolvit) anche uno spirito
giovane, è stata portata (perducta est) al punto di non dare garanzie (possit promittere) anche se può
accordare ancora qualcosa (etiamsi potest aliquid praestare) a lungo non ho reclamato niente da lei (ab
illa).

Repeto si costruisce con a/ab + persona


Ora, poiché me lo ordinate, tenterò (experior) cosa può fare e lo sonderò con ogni cura. Infatti (ex parte)
fino ad un certo punto ho buona speranza. Infatti tutto ciò che in essa ho depositato da fanciullo o da
ragazzo, (profert) lo mette innanzi senza esitazione, come se si trattasse di cose recenti o appena udite. Ma
quanto le ho affidato negli ultimi anni (se le ho affidato qualcosa) lo ha perso (perdidit)e lasciato andare
(amisit) al punto che per quanto sia ripetuto (ingerantur) più spesso, tuttavia lo ascolterò come qualcosa di
nuovo. Sopravvive così della mia memoria (ex memoria – partitivo) quanto è sufficiente per voi (satis sit
congiuntivo che dà alla relativa sfumatura) infatti non mi interrogate su questi declamatori che udiste voi
stessi ma su quelli che non sono giunti (pervenerunt) fino a voi.

*Perdidit e amisit figura retorica delle endiadi- che mette insieme le cose = lo ha completamente perso

 Mittatur senex in scholas - Sul paradigma del vecchio a scuola: qui si ha


un’autorappresentazione di Seneca pregna di ironia. Fondamentale nell’opera di Seneca. Che si
descrive come un vecchio che viene rimandato a scuola dai propri figli e quest’immagine si
inserisce in un paradigma letterario ben preciso- topos letterario greco e romano che deride i
vecchi nei banchi di scuola. Per i vecchi è troppo tardi, l’uomo adulto deve agire positivamente
nella realtà, non deve più imparare. Da adulto, con la sua opera, torna a scuola dopo aver speso
la vita a res seriae. È un uomo che ha avuto una vita attiva che torna volentieri alla giovinezza
per essere utile ai propri figli. Anche se quest’opera rappresenta una sorta di svago tra le
attività serie della sua vita (probabilmente nello stesso periodo scriveva la sua opera storica)
questo svago comunque protraendosi fa sentire Seneca a disagio. Lo esprime nella prefazione
al X libro esprimendo la sensazione di noia e disgusto che l’adulto prova negli studi da studenti
(scholasticorum studi). Dirà che gli sembra di sottrarre troppo tempo alle cose serie. Contrasto
tra schola e forum.

(necesse est + congiuntivo) – è necessario che io ottenga (impetrem + completiva) che voi non vogliate che
io segua un certo ordine preciso nel raccogliere ciò che mi verrà in mente. È infatti necessario che io vada
errando tra tutti i miei studi e che colga qua e là tutto ciò che si presenti (obvenerit – congiuntivo con
sfumatura di eventuale). Forse porrò in più punti sentenzie di controversie che sono state dette ( dictas) in
una sola declamazione infatti mentre cerco qualcosa non la trovo ma spesso ciò che non si è mostrato a me
mentre lo cercavo è a portata di mano per me che faccio altro. Invero alcune cose di cui, quando mi si
mostrano e si manifestano da qualche parte, non posso entrare in possesso, quelle stesse all’improvviso
emergono quando l’animo è tranquillo e a riposo (ablativo assoluto – securo et reposito animo). Talora,
anche mentre svolgo qualcosa di serio e sono occupato una frase ad effetto a lungo cercata invano, in
modo intempestivo è fastidiosa. È necessario dunque che mi assoggetti (componam) ai capricci della mia
memoria che mi si manifesta già da tempo in modo precario (precario - avverbio).

28/10/20

17-20 Ragazzi miei, fate (facitis) invero una cosa necessaria e utile per il fatto che non paghi degli esempi
della vostra generazione volete conoscere (vulti cognoscere) anche quella dei precedenti. Innanzitutto
poiché (quo+comparativo=quanto più) quanti più esempi sono stati passati in rassegna (inspecta sunt)
maggiormente si avanza verso l’eloquenza.20-22 non è opportuno (non est ha un valore pregnante,
letteralmente non si deve imitare uno solo) anche se eccezionale (praecipuus sit), poiché colui che imita è
pari al modello (auctor è da intendersi come l’autore di riferimento)

*inspecta sunt – perfetto passivo di inspicio verbo interessante perché in italiano dà ispezione. In italiano
non abbiamo una consecutio temporum così stretta come in latino. Il prefisso in- indica andare a fondo in
qualcosa ecco perché ispezionare

*par si costruisce con il dativo della persona/cosa con cui si è uguale

22 - Questa è la natura delle cose: la somiglianza è sempre al di sotto del vero.

 Qui Seneca annuncia l’opportunità di seguire una moltitudine di modelli. Chi segue un solo
modello è destinato a seguire. La possibilità di superare i modelli si presenta solo se i modelli di
riferimento sono più di uno. Il principio dell’imitatio è fondamentale del mondo romano e
prevede la conoscenza profonda dei modelli e a partire da quella conoscenza prendere la
propria strada

Ecco che cosa dice Quintiliano a proposito dell’imitatio dei modelli letterari: Tutto ciò che è simile ad un
altro è inimitabile che sia inferiore di ciò che viene imitato come l’ombra rispetto al corpo, l’immagine
rispetto all’aspetto reale (facie) i gesti degli attori rispetto ai veri sentimenti. E questo accade anche nelle
orazioni. (…) Perciò accade che le declamazioni hanno meno sangue e meno vigore delle orazioni perché in
quelle la materia è vera, in queste è imitata.

Questo passaggio è interessante se confrontato al testo di Seneca, poiché è un attacco alla pratica
delle declamazioni. Ciò che crea un problema di forza e di efficacia nelle declamazioni è che queste
riprendono i modelli espressivi dell’oratoria ma poi li riproducono in contesti in cui non c’è alcuna urgenza
reale e i sentimenti quindi che evocano nelle loro declamazioni sono fittizi, sono come degli attori, fingono.
Ma la finzione è destinata ad essere meno efficace della realtà.

Successivamente, è perché possiate valutare (possit aestimare) quanto ogni giorno diminuisca l’ingegno
(ingenia) e per non so quale ingiustizia della natura l’eloquenza si sia portata indietro (se retro tulerit)

*deinde si riferisce ai modelli precedentemente

* ingenia è plurale perché si riferisce ad una collettività

Tutto ciò che l’eloquenza romana possiede (habet) che si può opporre (opponat) all’insolente Grecia o
superarla (praefero) è fiorito (effloruit) intorno a Cicerone. Tutti gli ingegni che hanno dato luce (attulerunt
luce) sono nati allora (nata sunt).

*relativa introdotta da quod – relativa impropria (perché c’è il congiuntivo) qui ha una sfumatura
consecutiva.

*si accenna qui con riferimento piuttosto chiaro e critico al confronto con il modello greco, modello di
riferimento ma difficile perché seppur inimitabile al tempo stesso si ha un sentimento di rivalità

Per approfondire il rapporto di Seneca con la cultura greca ecco qua un passo del libro X

Per questo riporto (refero) delle sentenze in greco, perché possiate valutare innanzitutto quanto sia facile il
passaggio dall’eloquenza greca a quella latina e quanto tutto ciò che può essere detto ( potest) bene sia
comune a tutti i popoli perché confrontiate gli ingegni agli ingegni e consideriate che la lingua latina non ha
minore facoltà oratoria ma minor arbitrio.

Questo passo è stato oggetto di un gran numero di esegesi diversi perché è un passo chiave dal punto di
vista programmatico nei confronti dei modelli greci di riferimento per tutta l’oratoria e la retorica romana.
Ci si è posti il problema di cosa voglia dire qui Seneca. Si costruisce con un elegante variatio – movimento
nella costruzione del periodo – la riflessione della non minore facultas della lingua latina rispetto a quella
greca. C’è una variatio vera e propria dal punto di vista lessicale, non grammaticale. Espone il concetto due
volte in modo diverso. Si vede già introdotta nella prima parte

“Omne quod bene dici potest” si potrebbe collegare al tema della licenzia alla fine del passo. Unico
elemento che Seneca indica come distinzione dalla Grecia. A Roma non si può dire tutto: Roma ha dei limiti
etici che sono quanti stilistici quanto di soggetto. Si fa un utilizzo delle figure retoriche moderato, c’è una
certa misura che deve essere usata nel loro uso. In più in latino non si può parlare di tutto. Ci son temi di cui
non si può parlare perché impudichi perché la cultura latina ha una moralità e senso del limite più alti
rispetto alla Grecia che non sono un segno di inferiorità ma anche una prova di superiorità morale. (non è
un riferimento alla situazione politica ma etica – limite che in realtà è un valore identitario)

*licentiae si oppone alla libertas – la Libertas è la libertà, una libertà controllata, un agire civile entro certi
limiti. Quando non si hanno freni la libertas diventa licentiae e diventa male

30/10/20

Esposizione delle cause della decadenza dell’oratoria: morale, politica naturale

Successivamente la situazione si è abbandonata al peggio (data est) di giorno in giorno (cotidie – ci fa


percepire una degradazione sensibile) sia (sive…sive - possibilità che non si escludono) per la dissipazione
dei nostri tempi (luxu temporum - genitivo soggettivo) niente è infatti tanto micidiale (mortiferum) per gli
ingegni quanto l’amore per il lusso (luxuria), sia per il fatto che essendo venuta meno la remunerazione
dell’arte più bella (cioè l’arte della parola – genitivo oggettivo) ogni disputa si è tramutata in cose indegne
che fioriscono (vigentia) grazie al molto onore e ai (molto) guadagno sia per un certo destino la cui legge
maligna e universale (lex maligna perpetuaque) in ogni cosa (in omnibus rebus) insita in ogni cosa (in +
ablativo) è che (ut completivo con congiuntivo) tutte le cose giunte alla sommità ricadano di nuovo in fondo
(ad infimum - superlativo) più velocemente invero di quanto si siano innalzate

Tre cause della decadenza dell’eloquenza che non dobbiamo interpretare come alternative ma
come possibilmente concomitanti.
1. La prima è la cosiddetta causa morale. La decadenza dei costumi, la corruzione del mos maiorum.
Elemento molto tipico del moralismo romano, riflessione che si sviluppa a Roma nella seconda
metà del primo secolo aC e tradizionalmente questa luxuria che ha invaso il mondo romano si fa
risalire al momento della distruzione di Cartagine (146 ac). Diventa una data simbolica perché nella
riflessione storica e moralistica romana questo momento viene visto come un momento di svolta
perché Roma non ha più un nemico ma con la fine del grande avversario, l’unione apparente di
Roma si disgrega e poi una tendenza ad aprirsi alla cultura orientale con tutti i problemi che questo
comporta.  con la fine del pericolo esterno la coesione sociale si sfalda e dal punto di vista
culturale si dice che i valori decadono a vantaggio di uno stile di vita più lussuoso
2. La seconda causa è di natura politica. Il riferimento è appunto all’oratoria che non è più apprezzata
e valorizzata e ciò si deve senz’altro interpretare come un problema. Ma il riferimento non è solo
generico ma è un riferimento ad una pratica ben precisa che in qualche modo aveva quasi sostituito
la grande oratoria libera repubblicana: la delazione (=rinuncia a fini di lucro di personaggi che sono
sgraditi all’oratore e che accusano con falsi argomenti gli avversari spesso politici dell’imperatore e
del suo entourage). Pratica legata al sistema autocratico. Sono spesso accuse a fini di lucro, si
muovono le accuse con un linguaggio di estrema aggressività. Ci sono anche declamatori che
vengono riconosciuti per le loro doti oratorie ma comunque accusati per motivi etici.
3. La terza causa che esone e che mette per ultima in una sorta di progressione ascendente – forse la
causa principale - è quella di una visione fatalistica e ciclica del mondo. Ogni fenomeno, dopo aver
raggiunto il punto più alto è destinato alla decadenza. Declino molto più rapido dell’ascensione.
Un motivo che non si trova solo in Seneca ma proprio in relazione all’oratoria e alla decadenza
dell’eloquenza si trova anche in Cicerone – nel Brutus - dove appunto associa la decadenza
dell’oratoria a motivi politici. Nelle Tusculanes disputationes parla di una legge universale secondo
cui l’oratoria romana stava ormai invecchiando e si sarebbe presto dissolta. Cicerone stesso in
un’opera filosofica torna su questo tema proponendo lo stesso paradigma filosofico di riferimento
di Seneca.

Seneca continua il proprio discorso che ha introdotto con la prima delle tre cause e attacca le nuove
generazioni, con una terminologia tipica del mondo romano

33 – 1 Ecco che dormono (torpent) gli ingegni della gioventù e non vegliano (vigilatur – in realtà è passivo,
non si veglia) nella fatica della sola arte onorevole (l’eloquenza): il sonno e l’indolenza ( languor) e più turpe
del sonno e dell’indolenza lo zelo (industria) che dedicano ai vizi (malarum rerum – genitivo oggettivo) ha
invaso gli animi (invasit animos); un’oscena passione (obscena studia in realtà è plurale) di cantare e ballare
tiene (tenent) questi effemminati. [et] l’ideale (specimen est) dei nostri giovani è di rendere i propri capelli
ondulati (capillum frangere – letteralmente farsi i boccoli), di schiarire la propria voce verso le lusinghe
femminili (mulieres blanditias), di competere (certare – da cui viene certamen = competizione) con le donne
in morbidezza del corpo (mollitia corporis – ablativo di limitazione) e di adornarsi con un lusso
massimamente impuro (immundissimis munditiis – iperbato molto forte, figura retorica dell’ossimoro)

* immundissimis muditiis - Figura etimologica = due termini diversi ma legati etimologicamente. È molto
interessante perché denuncia il valore ossimorico del sostantivo mundizia. Entrambi derivano dall’aggettivo
mundus che significa mondo (=pulito, da cui in italiano mondare). Da questo senso base, l’aggettivo ha
avuto un’evoluzione in quanto elegante, aggraziato. La munditia è l’eleganza e in questo caso è l’eleganza
dei giovani che però nella denuncia di Seneca è assolutamente immonda, è un’eleganza che di fatto nega sé
stessa, nega la propria natura di nettezza, di pulizia, di essere aliena da brutture. La figura etimologica di
immundissimis muditiis è un ossimoro – un’eleganza volgare.

Analizzando il linguaggio usato da Seneca rileviamo delle parole chiave di questo suo attacco ai giovani che
sottolineiamo per due motivi: da una parte perché permettono un approfondimento sulla questione della
virilità e dell’omosessualità a Roma e dall’altra perché ci saranno fondamentali quando vedremo la figura
del primo retore presentato nell’opera – Marco Porcio Latrone. La costruzione della sua figura è
perfettamente speculare a quella dei giovani qui descritti
Due parole chiave: 1) industria rerum malarum zelo di cose negativi – siamo in ambito etico. 2) obscena
studia passione oscena (studio ha doppio significato: studio e passione). 3) si parla di effemminati e poi di
immundissimis munditiis. tutti termini che appartengono alla sfera della raffinatezza vista come
effemminatezza, come una mancanza di virilità.

Questo è un luogo comune, un topos della letteratura latina che ritroviamo già in epoca repubblicana nei
testi satirici soprattutto rivolti ai giovani (le giovani generazioni sono spesso quelle più sensibili al
cambiamento nelle quali si possono vedere le tendenze del futuro). Un tema ricorrente proprio nella prima
età imperiale in Persio, Seneca figlio, Giovenale, in Plinio il giovane e in Marziale.

Qual è quindi l’ideale della virilità romana? A Roma la questione della e dell’assenza di virilità si pone in
termini di approccio attivo o passivo all’atto sessuale. Non si pone in termini di omoerotismo/etero
erotismo/omosessualità/eterosessualità perché non sono schemi che appartengono al mondo antico
classico né greco né romano. Per gli uomini la questione della virilità si declina in termini di attività o
passività. Un cittadino romano è chiamato ad essere attivo perché la passività è connessa al genere
femminile che nel mondo greco e romano è considerato inferiore. Avere un atteggiamento politico passivo
equivaleva abbassarsi al grado di una componente della società che non aveva riconoscimento civile,
ovvero le donne.

L’attacco che quindi Seneca fa nei confronti nei giovani non è rivolto all’omoerotismo – poiché
comunemente praticato a Roma – si deve interpretare come una perversione dei ruoli sociali. L’attacco che
qui si fa è di rivestire un ruolo passivo – essere effemminati non è qualcosa che rimanda all’omosessualità
ma qualcosa che associa l’uomo ad un essere senza riconoscimenti civili. Nel momento in cui si assume un
atteggiamento femminile, il cittadino non risponde più ai dovei che la società gli chiede perché in questo
momento lui rinuncia al suo ruolo attivo e al vigore che gli si chiede come cittadino romano. Rinuncia
inoltre alla procreazione dei figli, altro dovere del cittadino romano (lo Stato ha investito in lui quindi lui
deve dare dei figli allo Stato per poter far sì che lo stato vada avanti). Innovare sovvertendo il canone di
virilità proprio dell’ideologia romana è visto con grandissima preoccupazione. Perché non ci sono più
giovani che vogliano seguire i valori del mos maiorum e quindi la società è destinata a crollare come se
fosse dominata da donne.

2 – 3 Chi dei vostri coetanei (aequalimu vestrorum - genitivo partitivo) è che dico abbastanza acuto,
abbastanza operoso, no (immo), chi è abbastanza uomo?

Gradatio discendente, da una qualità più rara segue una qualità che si può imparare fino ad arrivare
all’essere un vir.
Smolliti e snervati, come sono nati (nati sunt), rimangono controvoglia (manent), conquistatori della
pudicizia altrui e indifferenti della propria. Che gli Dèi non diano (verbo aggiunto in traduzione) tanto male
(tantum mali genitivo partitivo) che l’eloquenza cada (cadat) in loro (in hos), ma io non l’ammirerei
(mirarer) se non scegliesse (eligeret) gli animi in cui recarsi (se conferret – congiuntivo nella relativa, ha
sfumatura evetuale/potenziale). Che gli dei non permettano una così grande sventura, che l’eloquenza cada
(cadat) nelle loro mani: (quam nesso relativo) non l’ammirerei (mirarer – congiuntivo imperfetto con valore
condizionale) più se non distinguesse (eligeret) più gli animi a cui affidarsi (se conferret). Sbagliate (erratis),
giovani ottimi, se credete quel celebre motto (vocem) non di Marco Catone ma di un oracolo. Che cos’è
infatti un oracolo? Certo la volontà divina riferita (enuntiata) attraverso la bocca di un uomo. E quale
sacerdote (antistitem) più santo (sanctiorem – secondo termine di paragone) di Catone, poi, avrebbe
potuto (verbo servile potuit -sogg. divintas) trovare (invenire) la divinità per sé, attraverso il quale non
insegnare (praeciperet – sfumatura consecutiva) al genere umano, ma fare (faceret) un’ammonizione? E
dunque quel grand’uomo che afferma (ait)? “Marco, figlio mio, un oratore è un uomo di valore ed esperto
(peritus – agg participio perfetto di pereo) nel dire”.

Andate (ite – imperativo) dunque e cercate (quaerite - quaero, quaeris, quaesii, quaesitum, quaerĕre) degli
oratori tra questi depilati (vulsis – da vello depilazione per asportazione) e levigati (esfolio) e che da nessuna
parte (nusquam) se non tra i piaceri sono uomini. Giustamente hanno (habent) tali modelli quali le loro
inclinazioni. Chi è che eserciti (studeat) la memoria? Chi c’è che piaccia (placeat) non dico per grandi doti,
ma almeno per le proprie? Sentenze enunciate dagli uomini molto eloquenti (dissertissimis), facilmente in
una grande inerzia di uomini (genitivo soggettivo) possono indicare come proprie (dicunt), e così la
venerabilissima (sacerrimam - superlativo) eloquenza, che non possono (non possunt) praticare (praestare),
non cessano (non desinunt) di profanare (violare).

Perciò più volentieri farò (faciam) quello che mi chiedete (exigitis), e tutte le parole eloquenti dette (dicta)
dagli uomini più noti che (quaecumque) mi ricordo (teneo), le dedicherò (dedicabo) al pubblico, perché non
appartengano (pertineant - si costruisce con l’accusativo) a nessuno (ad quemquam – lett. qualcuno) in
modo privato. Inoltre mi sembra (videor – costrutto impersonale, segue una soggettiva con esse sottinteso)
di fare un grande servizio (prestaturus – infinito futuro, non perifrastica attiva) ai declamatori stessi, su cui
incombe (imminet) dall’oblio, se qualcosa non viene trasmessa (traditur) ai posteri qualcosa da cui (quo –
ablativo neutro singolare, complemento di causa efficiente) il loro ricordo sia prolungato (producatur –
relativa con congiuntivo con valore eventuale). Infatti non rimane (extant) quasi (fere) nessuna raccolta dei
più grandi declamatori oppure, ciò che è peggio (peius est), (rimane) falsa. Dunque perché non restino
ignoti (ignoti sint) o siano resi noti (debent noti) in maniera diversa dal dovuto, con grande scrupolo
restituirò (reddam) a ciascuno il suo.

Credo (videor) di aver udito (audisse) tutti i grandi nomi (magni nominis – genitivo di qualità) nell’eloquenza
(in eloquentia stato in luogo figurato), ad eccezione di Cicerone.) L’età non mi aveva sottratto (eripuerat)
Neppure (ne quidam) Cicerone, ma il furore delle guerre civili, che allora attraversava (pervagabatur) il
mondo intero, mi trattenne (continuit) nella mia colonia. Altrimenti avrei potuto essere presente in quel
piccolo vestiboletto nel quale egli ci dice che due giovani anziani (pretestati – dal nome della toga che
indossavano), un po’ cresciuti declamavano (declamare) assieme a lui, e avrei potuto conoscere (potui
adesse) quell’ingegno che solo il popolo romano ebbe pari al suo impero, e avrei potuto – cosa che si suole
dire talora comunemente – ma in lui si deve dire in senso proprio, avrei potuto ascoltare la sua viva voce.
(viva voce = personalmente)

Accusa di plagio. Seneca sta dicendo che le nuove generazioni non hanno i mezzi e le capacità delle
generazioni precedenti e in compenso si appropriano delle opere altrui. Uno dei fini che si propone con la
sua opera è attribuire in modo sicuro le sentenze degli oratori del suo tempo in modo che non possano più
essere oggetto di furto da parte delle nuove generazioni. Questa questione viene sottolineata anche da
tacito nel dialogus de oratoribus.

Congiuntivo nella relativa può avere più sfumature: eventuale, potenziale, consecutiva, finale

04/11/20

Ci parla della genesi del termine declamazione

Cicerone poi (autem – è un’espressione che si trova spesso ad inizio frase e può essere tradotta o meno)
declamava (declamabat) non quali quelle che noi ora chiamiamo controversie e neppure (quidem) tali quali
erano pronunciate (dicebantur) prima di cicerone che chiamavano (vocabant) tesi. Infatti questo tipo di
materia (genus materiae) con cui noi ci esercitiamo (exercemus) è a tal punto nuovo che (ut – consecutiva)
il suo nome è nuovo.

 Se dovessimo dare retta a Seneca sembrerebbe che le controversie siano state introdotte a Roma
dopo Cicerone, che cicerone declamasse ma non propriamente le controversie. In realtà noi
sappiamo che già nel 97 aC alla scuola di Plozio Gallo si facevano principalmente controversie e
suasorie in latino e non in greco. Quello che è senz’altro vero è che, a partire dall’età augustea e
quindi post ciceroniana, nelle scuole di retorica le controversie e le suasorie assumono un rilievo
preponderante.
Noi diciamo controversie: Cicerone le chiamava cause. Invero quest’altro termine greco ma così tradotto in
latino che vale come termine latino ‘scholastica’, è molto più recente di controversia come (sicut)
‘declamatio’ non può essere trovato presso nessun autore antico prima di Cicerone e di Calvo che distingue
(distinguit) la declamazione dalla dizione; dice infatti di declamare ormai non in modo mediocre ma di
parlare bene. [è sotteso un giudizio severo dell’oratore nei confronti della declamazione, l’oratore Calvo
che è uno dei grandi oratori dell’epoca cesariano era molto amato per un tipo di oratoria ridotta all’osso,
molto sobria]. (Calvo è il soggetto) considera che una cosa sia propria dell’esercitazione domestica l’altra (la
dictio) sia propria della vera azione giudiziaria. (abbiamo due genitivi di pertinenza con il verbo essere) Il
nome è comparso (prodiit) di recente (modo) infatti anche lo studio stesso è praticato da poco. Perciò è
facile per me conoscere (nosse – infinito di novi) dalle culle una cosa nata dopo di me.

Ora si entra nella seconda parte dell’introduzione alle controversie in cui si introduce il personaggio di
Marco Porcio Latrone. Abbiamo un ritratto sia fisico che ideologico.

Tra le atre cose poi (daturus sim – perifrastica attiva) non so se io mi appresti a rendervi un favore in questo
solo caso ne ricevo: infatti (enim) a più riprese sarò costretto a rinnovare il ricordo (memoriam retractare)
di Porcio Latrone, mio amico carissimo e a rievocare con grandissimo piacere l’amicizia affettuosa
(familiarem) durata dalla prima infanzia fino al suo ultimo giorno.

6/11/20

Marco Porcio Latrone aveva frequentato la stessa scuola di Seneca, ovvero quella di Marullo.

18 – 19 niente era più duro (gravis opposizione chiara tra i comparativi gravius e suavius), niente più soave
di quell’uomo (illo viro), niente fu più degno della sua eloquenza.

 La sua eloquenza era massimamente degna, decorosa. In questa piccola frase mette prima
l’immagine dell’uomo e poi della sua eloquenza. La descrizione dell’uomo seguirà lo stesso ordine.
Descriverà prima Latrone dal punto di vista fisico e poi descriverà la sua retorica. Dignità del
discorso, tanto nei temi quanto nella forma. Latrone incarna l’ideale del mondo romano che sta nei
limiti della dignità. Durus e suavius. Una figura di grandi contrasti che rimane comunque un
modello positivo anche con le contraddizioni che lo caratterizzano
Frasi molto brevi e asindeto che rende incisiva la descrizione. L’asindeto illumina tratti diversi della
personalità di Latrone in una sorta di mosaico che ricostruisce la sua figura

Nessuno dominò maggiormente il suo ingegno (impero + dativo) nessuno fu più indulgente ( indulsit). Sotto
entrambi i punti di vista (in utramque partem) a quell’uomo veemente mancava la misura: non sapeva
interrompere (intermittere) lo studio né riprenderlo (repetere). Quando si era lanciato a scrivere (ad +
gerundio, valore finale) i giorni si aggiungevano alle notti e stava addosso a se stesso ( sibi instabat) in modo
gravoso senza posa (sine intervallo) e non la smetteva se non si era sentito spossato (nisi defecerat).

 Importante sottolineare la doppia allitterazione incrociata nec desinebat nisi defecerat – con il de-
(prefisso pregnante) che sottolinea la compiutezza dell’azione. Ciò indica la volontà di portare a
termine l’azione che caratterizza Latrone anche nei confronti di se stesso. Portare a termine il suo
lavoro anche a costo di non dormire e di distruggersi. La figura di Latrone è costruita in maniera
opposta a quella dei giovani e qui c’è il primo elemento (fa seguire il giorno alla notte per il suo
studio VS i giovani non vegliavano più nella sola attività degna ovvero lo studio dell’eloquenza – par
8)

23 – 24 viceversa (rursus) quando si era rimesso (remiserat) si liberava a tutti i divertimenti, a tutti gli svaghi
(in omnes iocos moto a luogo figurato). Quando invero si era abbandonato (tradiderat se) alle selve e ai
monti, gareggiava (provocabat – transitivo regge compl ogg.) in sopportazione della fatica (laboris – abl di
limitazione) e in abilità di cacciare (sollertia – abl limitazione) con quegli uomini agresti nati tra le selve e i
monti (omini agresti compl ogg) e giungeva a un così grande desiderio di vivere (vivendi cupiditatem) in tal
modo che (ut consecutiva) a stento poteva (posset) essere ricondotto (retrahi – infinito presente passivo) al
precedente modo di vita (consuetudinem)

 In opposizione ai giovani c’è il vigore e rilassarsi andando comunque a fare attività faticose come
cacciare. Al contrario dell’ozio dei giovani

28 – 30 (at – opposizione) ma quando aveva gettato su di sé la mano (iniecerat manum – rivendica il


possesso sulle cose  aveva ripreso il controllo su di sé) e aveva sottratto se stesso dall’ozio seducente e si
applicava allo studio con così tante forze che sembrava non soltanto non aver perso niente ma aver
acquisito molto grazie all’inerzia (desidia).
 A differenza di giovani il risultato dell’ozio non è il torpore (torpent ingenia) ma è uno svago pieno
di attività. Desidia termine chiave perché visto anche in riferimento alla gioventù (iuventus
desidiosa) l’uso dello stesso termine rende più evidente la contrapposizione

Invero rilassare il proprio animo di tanto in tanto (subinde) giova a tutti (omnibus prodest) infatti il vigore
viene stimolato dal riposo e ogni fastidio che viene prodotto dalla continuazione di uno studio ostinato
viene spazzato via (discutitur dis-cutitur scuotere via) dall’allegria dei giorni di festa (feriarum hilaritate) –
tuttavia a nessuno (nulli opposto a omnibus) l’interruzione giovava in modo più manifesto (manifestius
comparativo dell’avverbio): ogni volta che si era alzato [per parlare] (surrexerat - piuccheperf) dopo una
pausa, parlava (dicebat) in modo molto più energico e violento infatti esultava (exultabat) con una forza
rinnovata ed integra e tirava fuori da sé (exprimebat) tanto quanto aveva desiderato (concupierat).

 Si può sottolineare il poliptoto prodest – proderat. Ripresa dello stesso verbo in tempo diverso che
sottolinea la circolarità del discorso e al tempo stesso lo scarto di Latrone.

4 – 8 non era capace (nesciebat) di moderare le proprie forze ma fu di comando smodato (imperii genitivo
di qualità) nei confronti di se stesso e perciò il suo ardore (studium eius) doveva essere interrotto (prohiberi
– infinito passivo) poiché non poteva essere controllato (regi infinito passivo). Anche lui stesso (et valore
rafforzativo) dal momento che (se fregerat) si era distrutto con uno sforzo continuo e mai interrotto
(numquam intermissa), era solito sentire una stanchezza dell’intelletto che non è minore di quella del corpo
ma più nascosta (occultior)

Comincia ora la descrizione fisica

(dativo di possesso, il corpo diventa soggetto) aveva un corpo solido e indurito dal molto esercizio e perciò
non abbandonò mai gli impeti del suo animo ardente.

 Corpo totalmente opposto alla mollitia corporis dei giovani precedentemente descritti.
L’opposizione è anche nella voce
La sua voce era (ellissi del verbo erat) robusta ma sorda, velata dalle veglie e dalla trascuratezza, non dalla
natura. Tuttavia veniva innalzata grazie all’aiuto dei polmoni e sebbene sembrasse essersi procurato poca
forza (parium virium – virium gen part) nella prima parte del discorso, aumentava con il discorso stesso.

Periodo dedicato alla voce, al fatto che non la esercita

(altro dativo di possesso, illi) egli non ebbe nessuna cura di esercitare la sua voce, non poteva disimparare
(dediscere) quel costume forte e agreste e propria dell’abitudine ispanica (hispanie consuetudinis – genitivo
di pertinenza): come la situazione lo aveva richiesto, così viveva (vivere – infinito storico, segue serie di
infiniti storici cioè come se fossero degli imperfetti), non faceva niente (causa vocis causa+ gen compl di
fine) per la voce, non la portava poco a poco dal fondo alla cima viceversa non la faceva scendere dalla
somma elevazione con pari intervalli, non scacciava (discutio) il sudore con la frizione, non ristorava i suoi
polmoni con la deambulazione.

 Ci testimonia una serie di esercizi che venivano effettivamente praticati dai retori per allenare la
voce ma che Latrone non fa. Qui il ritratto è implicitamente opposto a quello di Demostene.

Spesso, dopo che aveva vegliato per tutta la notte, subito procedeva dal cibo stesso alla declamazione. ( ab
ipso cibo ad declamandum - variatio) poi invero, in nessun modo lo si poteva impedire dal fare una cosa
massimamente nociva per il corpo: in genere (fere) vegliava dopo cena e non permetteva (patiebatur) che
gli alimenti fossero digeriti in modo uniforme durante il sonno e il riposo ma li faceva salire in testa in modo
disordinato e confuso (perturbata e dissipata – participi). Così aveva offuscato l’acutezza nei suoi occhi e
aveva cambiato il suo colorito.

10/11/20

18. Per natura (compl di limitazione), certo, lui (dativo di possesso) aveva una memoria veramente
produttiva, ma favorita (adiuta) assai dall’esercizio. Non rileggeva (relegebat) mai i discorsi che doveva
pronunciare (dicturus erat) per impararli a memoria (ediscendi causa subordinata finale, causa + gerundio -
agg I classe, genitivo singolare): li aveva imparati (edidicerat - ēdisco, ēdiscis, edidici, ēdiscĕre) mentre li
scriveva (scripserat - piuccheperfetto). E questo (quod – nesso relativo) in lui potrà sembrare (videri potest)
in lui tanto più (eo magis – valore avverbiale) straordinario, poiché (quod - causale) scriveva (scribebat) non
lentamente e con ansia, ma quasi (paene) con lo stesso impeto (eodem impetu) con cui recitava (dicebat).
Coloro che tormentano (torquent) i suoi scritti, che vanno a deliberare (eunt – ricorrere se è seguito da in +
accusativo, moto a luogo figurato) ogni singola parola, è inevitabile (necesse est) che imprimano (adfigant)
nel proprio animo ciò che rigirano (admovent) tante volte (nel loro animo);

ma di tutti coloro dei quali (quorumcumque – genitivo plurale, genitivo di appartenenza relativo a stilus) la
penna è veloce (velox est) la memoria è piuttosto lenta. E non c'era in lui soltanto la naturale felicità della
memoria* (naturalis si riferisce sia a felicità che a memoria, genitivo e nominativo di un aggettivo a due
uscite), ma un'arte eccellente sia per trattenere (ad comprehendenda – ad + gerundio finale) ciò che doveva
tenere a mente (debebat tenere) sia per custodirlo (ad custodienda) al punto che teneva a mente anche
tutte le sue declamazioni, tutte quelle che (quascumque) aveva detto (dixerat). E così aveva reso superflue
per sé le tavolette cerate: diceva (aiebat – aio) di scrivere (scribere) nella sua mente. Diceva (dicebat) ciò
che pensava (cogitata) così che su nessuna parola la memoria mai lo ingannava (deceperit – congiuntivo
perfetto di decipio). Aveva la somma conoscenza di tutte le narrazioni storiche (dativo di possesso):
ordinava (iubebat - iubeo) che fosse nominato (nominari – infinito passivo) qualche condottiero e subito ne
elencava (reddebat) in ordine (cursu) le sue gesta; a tal punto, tutto ciò che era entrato (descenderant) nella
sua mente, erano disposizione (in promptu).

19. Vi vedo, ragazzi miei, meravigliarvi (obstupescere), più di quanto sia giusto, di questa sua virtù; voglio
(volo) che ne ammirate (vos mirari) altre in lui; ciò che a voi sembra (videtur) tanto grande (tantum), può
essere (potest) trasmesso (tradi) con l’esercizio neppure molto faticosi (non operosa). Entro il tempo esiguo
di pochi giorni chiunque (quilibet) potrà (poterit – futuro semplice) fare ciò che fece (fecerit) Cinea, inviato
(missus) da Pirro ai Romani come ambasciatore, il giorno seguente, in qualità di uomo nuovo, salutò ad uno
ad uno con il loro nome (persalutavit – per- prefisso che indica la completezza dell’azione) sia il senato sia
tutta la plebe urbana sparsa attorno al senato; o ciò che quel tale che disse che una nuova poesia recitata
da un poeta era, e subito la recitò a memoria mentre (cum) il quello di cui era la poesia (genitivo di
appartenenza) non riuscì a farlo (-lo – hoc); o quello che fece Ortensio il quale, sfidato da Sisenna rimase
seduto all’asta per un giorno intero e ripeté tutti gli oggetti, i prezzi e i compratori nel loro ordine, mentre i
banchieri esaminavano (ablativo assoluto), di modo che non si sbagliò su nessun dato. Siete desiderosi di
impararlo subito? Terrò sospesa la vostra bramosia; lascerò spazio (locum facere) per questo secondo
favore (alteri indica uno tra due); per ora, assolverò (persolvam) per voi a questo favore nel quale mi sono
impegnato.

*se si considera naturalis con felicitas c’è un chiasmo

11/11/20

Paragrafo 20 - 21: stile di Latrone

Vi sembra forse che io abbia presentato più cose di quelle che avreste desiderato ascoltare (quam audire
desiderastis – perfetto con valore di impossibilità): anche io stesso (provideram) avevo previsto che questo
sarebbe accaduto (hoc futurum esse - sottinteso) cosicché difficilmente mi sarei sottratto al suo ricordo ogni
qualvolta (quotiens) che ce ne fosse stata l’occasione; ora tuttavia mi accontenterò di queste cose (delle
cose dette) ma ogni qualvolta il ricordo mi avrà stimolato con grandissimo piacere (libentissime) farò in
modo che (facio ut – fare in modo che) voi conosciate quello nella sua interezza e io mi ricordi di lui nella
sua interezza (totum compl ogg sia di cognoscatis che di recognoscam – figura etimologica); non rimanderò
a dopo quella sola cosa (unum – pronome dimostrativo per introdurre le subordinate in modo più forte)
cioè che una falsa opinione ha preso piede (convaluisse) negli animi degli uomini riguardo a quello
(Latrone): ritengono infatti che abbiano parlato certo con forza ma poco sobriamente ( subtiliter) mentre
(cum) in lui, se ci fu una qualche altra virtù, ci fu anche la sobrietà.

 Qui vediamo che Seneca fa riferimento a una critica stilistica mossa a Latrone. Ci tiene subito
all’inizio della sua opera a difendere quella che era un’accusa grave nei suoi confronti. Accusa
che la sua retorica mancava di subtilitas cioè di sottigliezza. La subtilitas è la virtù di essere di
una sobrietà espressiva lontana da enfasi e da strutture pesanti tipiche dell’oratoria di tipo
asiano. È quella della subtilitas una caratteristica che era considerata propria della retorica di
tipo atticista, opposta a quella asiana. Seneca implicitamente difende Latrone dall’accusa di non
essere abbastanza puro, dall’avere un eloquio troppo ricco ed enfatico. Torna nella difesa della
subtilitas di Latrone verso la fine (doveva essere un’accusa grave) e quest’accusa ci permette di
tracciare un ulteriore parallelo con la retorica greca. Latrone era presentato quasi come un
anti-demostene. Era bravo come Demostene in tutte le virtù oratorie ma in più rispetto a
Demostene non ha dovuto lottare contro la natura perché è forte con una voce tonante.

Sempre fece ciò che ora noto (animadverto) che non viene fatto da nessuno (a nullo fieri). Prima di iniziare
a parlare, mentre era seduto (sedens), presentava i punti principali (questiones – punti
dell’argomentazione) di quella controversia che stava per pronunciare, cosa che è emblema di somma
fiducia; infatti il discorso stesso (actio – propriamente discorso giudiziario, qui intende però il discorso
declamatorio) presenta molte tenebre e può apparire non facilmente (nec facile – alitote) e se in qualche
punto è venuta meno (defuit) la sobrietà dal momento che il flusso del discorso impedisce (impediat) il
giudizio di chi ascolta e nasconde il giudizio di chi parla. Ma quando vengono proposte le nude membra
(iperbato – ossatura del discorso) se qualcosa nel ritmo o nell’ordine (dativo di limitazione) è sfuggito
(excidit) è manifesto.

E che dunque? (domanda retorica che serve a richiamare l’attenzione del pubblico, in questo caso del
lettore. Qui indica la partecipazione emotiva di Seneca che difende a spada tratta l’amico da questa accusa
ingiusta) da dove è venuta (venit) questa reputazione? Non c’è niente di più ingiusto di questi che ritengono
che non ci sia nessuna sobrietà se non laddove non c’è niente all’infuori della sobrietà. E poiché (cum –
causale) in lui erano presenti tutte le virtù oratorie, questo fondamento (hoc fundamentum) era coperto
(obruebatur) da tante e tanto grandi costruzioni (molibus – ablativo di causa efficiente) sovrapposte
(superstructis) e non mancavano in lui ma non erano eminenti e non so se (an – interrogativa indiretta) il
più grande difetto della sobrietà sia di mostrarsi troppo (sit nimis se ostendere): sono più pericolose le
trappole che stanno nascoste (latent). La sobrietà più utile è quella dissimulata che appare (apparet) nel
risultato, si nasconde (latet) nell’apparenza.

 Discorso di Latrone con una base semplice presente. Latrone lo arricchisce ma la base c’è,
quindi no si può accusare di mancanza di subtilitas. Il rigore espressivo non è aridità ma
coerenza e struttura chiara dell’argomentazione. Questa è una polemica che non è mossa
solamente da Seneca. Ci rimanda ad un legame inter testuale in particolare con il Brutus di
Cicerone. i testi di cicerone erano assolutamente noti ai lettori di Seneca quindi i legami
intertestuali erano facilmente riconoscibili. Nel Brutus si parla della subtilitas che è considerata
come una virtù tipicamente greca e veniva rimproverato all’eloquenza romana di essere priva
di questa qualità. In particolare nel testo di Cicerone viene sottolineato come la subtilitas è una
virtù già presente in Catone il censore, per mostrare come sia una qualità inerente
all’eloquenza romana fin dalle origini. Tanto in Seneca quanto in Cicerone non si deve pensare
che la polemica sia rivolta alla tradizione atticista ma è rivolta a chi a Roma tendeva a
riprodurre questi modelli greci in modo esagerato interpretando la purezza del loro discorso
come una ricerca di aridità espressiva – che invece è un limite, non un pregio. Contatto con la
Grecia ambivalente: si dice che a Latrone non è mancata la subtilitas ma non ha rinunciato alla
forza. Forza che implicitamente sembra mettere in dubbio nella tradizione greca.

22. Inserirò (interponam) dunque in alcuni punti, i punti principali delle controversie, come sono stati
proposti da lui, né coprirò con questi (his – ablativo) le argomentazioni per non eccedere la misura e il
proposito, dal momento che (cum) voi volete ascoltare delle sententiae e tutto ciò che si allontanerà da
quelle è destinato ad essere molesto (futurus sit – perifrastica attiva). Il mio Latrone faceva anche questo:
(ut completivo) cioè amava le sententie: quando eravamo condiscepoli presso il retore Marullo, un uomo
piuttosto arido che diceva (dicentem) pochissime cose in modo elegante (belle) ma non parlava in modo
volgare (dicentem con valore transitivo rispetto a paucissima e con valore intransitivo rispetto a vulgato
genere), dal momento che quello imputava l’esilità (exilitas) del suo discorso alla controversia e diceva.
“occorre che io ponga i piedi sospesi (avanzi con cautela) poiché procedo attraverso un luogo pieno di spine
(spinosum)” Latrone affermava: “Certo (mehercules) i tuoi piedi non calpestano delle spine ma ne hanno” e
subito lui stesso pronunciava delle sententiae che potevano essere inserite (interponi) agli argomenti di
Marullo che appunto (cum maxime – espressione rafforzativa) declamava.

 Se c’è troppa subtilitas si scade nell’aridità. L’aridità è dura come avere troppe ossa o troppe
spine. Gli ornamenti servono a rendere vivo il discorso, a renderlo energico. Chi ascolta un
discorso arido non prova diletto ma soffre in un certo modo. Lui sapeva utilizzare in modo
opportuno le sententiae.

Era solito anche usare questo tipo di esercizio (ut completivo) cioè che scriveva un giorno nient’altro se non
epifonemi, un altro giorno nient’altro che entimemi, un altro giorno nient’altro se non queste frasi comuni
(translaticias) che propriamente chiamiamo sententiae le quali non hanno niente di implicito con la
controversia stessa ma si adattano in modo piuttosto opportuno anche ad altro come quelle che ( tamquam
quae) sono dette riguardo alla fortuna, riguardo alla crudeltà, riguardo ai tempi (seculo singolare), riguardo
alle ricchezze. Questo tipo di sententiae le chiamava corredo (supellectilem).

 Gli entimemi sono i cosiddetti sillogismi imperfetti o retorici. Sillogismi in cui una delle
premesse non è certa ma probabile. Repertori a cui un retore poteva attingere per rafforzare il
proprio discorso. Così le translaticias sono frasi comuni su argomenti generali ad esempio la
corruzione dei tempi, attacco moralistico delle ricchezze che generano vizi, sulla crudeltà ecc.
luoghi comuni di tipo moralistico.

13/11/20

Soleva scrivere anche per sé delle figure retoriche (schemata – termine greco schema/schematos), tutte
quelle che (quaecumque - sfumatura potenziale della relativa) che la controversia poteva contenere, e
considerano che quell’uomo fosse carente di questa virtù mentre il suo ingegno abbondava anche di questa
virtù! (dote di scrivere figure retoriche) Ma il suo giudizio fu piuttosto duro (lett. stretto): non gli piaceva
piegare il discorso (inflectere oratione) né allontanarsi mai dalla retta via (recta via – ablativo perchè retto
dal prefisso de- di decedere) se non quando o la necessità lo aveva reso necessario o lo aveva
raccomandato una grande utilità. Negava che le figure di retorica (anche se schemata è singolare) fossero
state inventate (inventum esse sottinteso – ellissi dell’infinito) per ornamento (fine) ma per aiuto (subsidii
causa) affinché (ut) ciò che sarebbe stato destinato ad offendere (offensurum esse) le orecchie se detto
apertamente (si palam diceretur) per insinuare (subreperet) in modo indiretto (oblique) e furtivo (furtim).
Affermava che invero è una somma demenza piegare un discorso a cui sia lecito essere retto. (in questo
periodo manca un verbo della principale perché è un’oratio obliqua cioè un discorso indiretto di Latrone. Si
sottintende di nuovo un verbo di dire. Prima era negabat, qui si pensa ad un verbo affermativo come
dicere. Dall’infinitiva esse summa dementiam si regge un’altra infinitiva, infinitiva soggettiva – detorquere
orationem – che corrisponde con variatio all’orationem inflectere della frase precedente. Questa relativa
può avere un valore consecutivo e potenziale – potenziale veicolato dal verbo liceret)

 Inflectere orationes

Latrone dopo essere stato indicato come modello di persona oratoria è diventato un modello etico e poi
stilistico. Modello stilistico di cui in questo caso viene sottolineato l’uso moderato delle figure di retorica.
Un uso che doveva essere implicitamente in contrapposizione con la retorica di tipo asiano, molto in voga
nelle scuole di retorica da cui Seneca atteneva far prendere le distanze alla figura di Latrone da lui
tratteggiata. Contrasto tra una retorica di tipo atticistico – oratoria più pura, essenziale, sobria, e la retorica
asiana più abbondante ed enfatica. Il ritratto di Latrone offerto da Seneca è un ritratto di aura mediocritas,
un giusto mezzo rappresentato da Latrone stesso. Non è arido, sa usare le figure di retorica ma non ne
abusa, questa è la sua caratteristica. In questo caso dice che sa usarne e addirittura le scrive come esercizio
per poi usarle nei propri discorsi all’occorrenza ma non sono interessanti per lui di per sé ma sono
interessanti quando sono necessarie. In particolare questa necessità è individuata nell’opportunità di
parlare in modo indiretto laddove l’etica romana non permette di parlare direttamente. L’etica retorica
permette di evocare immagini che non sarebbe opportuno descrivere in termini propri. Questo si vede poi
applicato nell’opera di Seneca nel momento in cui si parla di vicende di scandali a sfondo sessuale. Nel
mondo romano bisogna fare allusioni senza entrare nelle espressioni dirette che erano considerate
volgarità. L’oratione inflectere si ha solo un’altra volta nel mondo latino ovvero in un passo del Brutus di
Cicerone (nominato anche a proposito della subtilitas). Nella storia dell’eloquenza trattata da Cicerone nel
Brutus si fa riferimento ad un oratore greco – Demetrio Falerio – che è indicato come un oratore di svolta
perché è colui che “primus inflexit orationem” cioè colui che per primo fece deviare il discorso – discorso
che non è più lineare come tipicamente era quello greco ma è un discorso che concede più al diletto. Lo ha
piegato per ottenere attraverso il diletto un maggiore impatto sul pubblico. In Cicerone a proposito di
Demetrio Falerio si parla di soavitas che si contrappone alla necessitas e all’utilitas evocate da Seneca a
proposito da Latrone. Da una parte c’è il diletto, dall’altra c’è uno scopo reale, forte. Il Brutus si può quindi
considerare un’opera importante con cui confrontare la prefazione al primo libro di Seneca.

Per riassumere quindi la costruzione del personaggio di Latrone rispetto ai modelli greci, si ha all’inizio una
descrizione di Latrone come un anti Demostene, come un autore nel pieno delle sue forze e del suo vigore
fisico che ha un corpo che lo porta naturalmente ad essere un grande retore con una voce possente che
neanche curava (contrapposizione rispetto alla gracilità tipica dei modelli greci). La sua retorica ha una
subtilitas che non ha niente da invidiare alla tradizione greca. Secondo i canoni della tradizione romana è
una sobrietà che sa anche essere animata dalla carne e dal sangue, una sobrietà che sa essere espressiva,
alla base di un discorso costruito sopra. Sulla scia delle accuse a Latrone di aderire ad una corrente asiana,
viene anche proposto come anti Demetrio Falerio che avrebbe autorizzato qualche espressione non diretta
ma determinata da necessità e utilità e quindi eticamente giustificabile e giustificata a differenza
dell’oratoria greca a partire appunto da Demetrio Falerio.

Ma ormai non tollero di trattenervi più a lungo: so quanto sia per me cosa odiosa la processione (pompa) al
momento dei giochi (circensibus – compl di tempo determinato). Inizierò (incipiam) da quella controversia
che per prima mi ricordo (memini) che il mio Latrone declamò (declamasse- forma sincopata di
declamavisse) alquanto giovane nella scuola di Marullo, quando aveva ormai iniziato a condurre la schiera
(ordinem ducere) – espressione che deriva dal mondo dell’esercito.

PREFAZIONE AL NONO LIBRO DELLE CONTROVERSIE


È un libro dedicato ad una figura completamente diversa da quella di Latrone, è la figura di un oratore e
declamatore, non retore (non un maestro di retorica). È una delle due figure (Cassio Severo e Vozieno
Montano) presenti nell’opera di Seneca che non solo non sono retori ma attaccano la retorica di scuola.

In due delle dieci prefazioni di Seneca si hanno degli attacchi espliciti alla retorica scolastica e sono un
ottimo punto di confronto con quanto visto ora con Latrone anche perché le motivazioni di attacco che
sono addotte tanto da Vozieno Montano tanto da Cassio Severo sono topoi che si ritrovano anche in
Quintiliano e il Tacito. ci si chiederà anche che funzione hanno queste critiche alle scuole di retorica in
un’opera che tratta appunto della retorica di scuola. Critiche a cui Seneca sceglie di dedicare ben due
prefazioni.
Comincia con una movenza quasi di tipo epistolare con un’apostrofe che Seneca rivolge ai propri figli.

Ormai sembrava (costrutto personale di videbar) aver adempiuto (implesse – forma sincopata di implevisse)
alla mia promessa; tuttavia mi guardavo intorno (circumspicio: circum – intorno, spicio – radice di guardare)
se qualcosa mi sfuggisse (praeteriret). Spontaneamente (ultro) avete fatto menzione (intulistis) di Vozieno
Montano e vorrei (velim – congiuntivo con valore ottativo/desiderativo) che in seguito (subinde) voi mi
proponeste alcuni nomi dai quali la mia memoria sia stimolata (evocetur); (memoria) che (quae – relativa
che dipende da memoria) come vecchia (quomodo senilis) è di per sé indebolita (marcet) ma stimolata
(admonita – asindeto avversativo) e punzecchiata (lacessita) di tanto in tanto (aliquando) facilmente
tornerà in sé (se colliget – cum+lego).

 Fino ad ora è stato Seneca a proporre una o due figure per ogni prefazione di libro, nel nono e
decimo libro accetta e richiede i suggerimenti dei propri figli. Ritorna la questione della memoria
vecchia che si sta corrompendo e che invece è di importanza fondamentale e parte integrante delle
scuole di retorica.

Passiamo ora alla descrizione effettiva di Vozieno Montano

Vozieno Montano a tal punto mai declamò per ostentazione (ostentationis causa) che non declamò
neppure per esercizio (exercitationis)

 Si tratta di un’affermazione che sembra troppo categorica per un personaggio a cui di fatto Seneca
dedica una delle prefazioni della sua opera di retorica. Qui sembra che Seneca dica che Vozieno
non avesse mai declamato né per far mostra di sé né per esercizio – che sono i due principali motivi
per cui si declamava all’epoca. Ciò va contro il rilievo che gli viene dato in questa prefazione ma
soprattutto va contro il fatto che Seneca in vari punti della sua opera, a partire dal settimo libro ma
soprattutto nel nono, cita vari estratti di declamazioni di Vozieno. Quindi Vozieno declamava, ma
perché lo faceva, con quale scopo? Per risolvere questo problema è stato proposto di vedere in
questo riferimento un errato scioglimento di un’abbreviazione e che quindi il nome qui citato non
fosse quel Vozieno Montano ma un altro oratore che non si era mai dedicato alla declamazione
(nella tradizione manoscritta, talora i nomi ricorrenti venivano abbreviati con le iniziali. È probabile
quindi che l’abbreviazione sia stata esplicitata male ci si potesse riferire ad un altro oratore dal
nome simile). Contro questa ipotesi però si nota come nel nono libro sono molti gli estratti di
Montano. Il fatto quindi che sia presente nel nono libro sta ad indicare come molto probabilmente
invece sia proprio lui il soggetto in questione. Emanuele Berti, importante studioso di Seneca,
suggerisce di considerare questa espressione come iperbolica. Probabilmente non vuole dire che
Montano non declamasse ma che era uno di quei declamatori vecchio stile, come Asinio Pollione,
che declamavano non per far mostra di sé, poiché disprezzavano quest’espressione di eloquenza, e
neanche per esercizio perché non credevano nell’efficacia di questi esercizi ma declamavano per
dare un modello di come sarebbe bene declamare – cosa che a loro giudizio non veniva fatta nelle
scuole e quindi a loro parere i giovani si trovavano davanti a modelli corrotti.
Ci sono solamente due discorsi diretti nelle prefazioni ed entrambi sono attacchi alle scuole di retorica. (qui
e nella prefazione al terzo libro)

A me che gli chiedevo ragione disse: quale delle due vuoi, la rispettabile o ( an – disgiunzione
dell’interrogativa) la vera? Se la rispettabile, non … (lacuna). Se la vera, per non abituarmi male ( ne male
adsuescam).

 Purtroppo la ragione rispettabile non la conosciamo ma questa doveva riferirsi al desiderio di non
ostentare perché la ragione reale fa riferimento all’altra motivazione, ovvero all’esercizio.

Di seguito comincia l’attacco alle scuole di retorica. L’aspetto che turba di più, che non è in Cassio Severo
ma appunto in Vozieno Montano e che ha dato molto filo da torcere agli studiosi di Seneca è che Montano
non sembra una figura così netta come potrebbe sembrare leggendo la prefazione al nono libro. All’interno
del settimo libro, nel primo momento in cui Seneca fa riferimento a Montano lo descrive come “toto animo
scholasticus” dove scholasticus in questo caso vuol dire oratore di scuola. Quindi dice di lui che nel
profondo del suo essere è in realtà un declamatore di scuola e giustifica questa espressione ricordando
come all’interno di un processo in cui si difendeva da alcune accuse, Montano avesse sottolineato la
bravura degli argomenti dell’avversario. Movenza tipica delle scuole di retorica in cui i condiscepoli sono
soliti farsi molti complimenti poiché non c’è nessuna conseguenza al dibattito ma che però sono fuori luogo
in un processo reale.  Questo suggerisce come le accuse alle scuole di retorica riportate da Seneca
vadano lette in CHIAVE IRONICA. Le accuse alle scuole di retorica seppur giuste e a cui Seneca dà
giustamente rilievo, sono smorzate dal fatto che in questo libro siano attribuite ad un personaggio che
attacca le scuole di retorica, che afferma e che fa mostra di disprezzare le declamazioni tanto come
possibilità di ostentazione quanto come esercizio per la sua attività di oratore, si atteggia come oratore
vecchio stile ma di fatto non è esente assolutamente da quegli stessi vizi che denuncia come propri delle
scuole di retorica. Seneca quindi proporrebbe nella figura di Montano non un modello da seguire ma un
modello più critico perché senz’altro i difetti e i limiti che questi traccia delle scuole di retorica sono limiti
reali e pratici dell’epoca ma al tempo stesso presentarli dal punto di vista di Montano può essere un monito
a non fidarsi solo delle parole ma avere un proprio metro di giudizio che permetta loro di riconoscere come
anche personaggi come Montano non dovevano essere assunti come modello di riferimento se di fatto poi
la loro oratoria era intrisa degli stessi difetti e limiti da loro rimproverati alle scuole di retorica. Qui si torna
al discorso visto all’inizio, alla prefazione al primo libro, dell’importanza di creare una propria base di
giudizio. Vuole arginare la crisi del gusto e dare ai propri figli un metro di giudizio valido.

Vediamo ora le critiche alle scuole di retorica – motivo presente nella seconda parte di questo corso (riga
10)
Colui che prepara una declamazione scrive non per vincere ma per piacere (placeat) così cerca (conquirit –
conquaero) tutti gli orpelli (omnia lenocinia), abbandona (relinquit) le argomentazioni poiché sono
fastidiose (molestae) e hanno pochissimo ornamento (minimum floris - metonimia). Si accontenta di
sedurre (delinire) il pubblico (audientis – genitivo plurale in -is) con frasi ad effetto ed esposizioni
particolareggiate, desidera (cupit) infatti rendere gradito se stesso (se approbare), non la causa. Questo
vizio (hoc vitium – forte iperbato) segue poi i declamatori fino al foro al punto che (ut – valore consecutivo)
abbandonano ciò che è necessario (necessaria deserant) mentre seguono assiduamente (sectantur) ciò che
è di bella apparenza (speciosa).
Si aggiunge poi anche quello, cioè il fatto che (quod) si immaginano degli avversari sommamente (quamvis
– rafforzativo dell’aggettivo che segue) sciocchi: rispondono a quelli ciò che vogliono e quando vogliono
(volunt).

 Dice che non c’è vero dibattito perché non ci sono avversari reali, non c’è la vera sfida di un
avversario che proponga argomenti seri nella parte avversa che intervenga in modo inaspettato

Inoltre non c’è niente che punisca (castiget) con qualche danno (aliquo damno) l’errore; la loro stupidità è
gratuita.

 Nel momento in cui sbagliano non ci sono conseguenze gravi da un punto di vista politico

Così a stento nel foro può essere scosso (discutio) un futuro rischioso torpore (stupor) che è cresciuto
(crevit) mentre è al sicuro (tutus est).

17/11/20

E che dire del fatto che (quid –interrogativo – quod – esplicativo) sono confortati (sustinentur) da elogi
frequenti (crebris laudationibus) e la loro memoria (memoria illorum) si è abituata (adsuevit – adsuesco) a
riposare (quiescere) a intervalli certi (certis intervalli).

 Qui si fa riferimento ai frequenti applausi che intervallavano le declamazioni di scuola, e i giovani


che declamavano sapevano che in certi punti dei loro discorsi – in particolare dopo alcune figure di
retorica o al termine di una sezione particolarmente enfatica – il pubblico avrebbe iniziato ad
applaudirsi interrompendo il discorso, quindi potevano contare su queste pause per ricordarsi cosa
dovevano dire successivamente. Ricordiamo sempre che i discorsi erano imparati a memoria.

Quando si è giunti (ventum est – impersonale) nel foro ed è venuto meno (desiit) che quelli ricevano
applausi per ogni gesto (ad omnem gestum) o si scoraggiano (deficium) o esitano (labant). Aggiungi (adice –
tu impersonale) ora il fatto che quelli non sono agitati (excutitur – passivo impersonale, lett. non si agita nei
loro confronti) dall’intervento di nessuno (interventu nullius): nessuno ride, nessuno li biasima di proposito;
i volti di tutti sono familiari. Nel foro se non altro (ut nihil aliud) li turba il foro stesso (qui la
contrapposizione implicita è con in schola. Il fatto stesso che siano nel foro e non nell’ambiente protetto
della scuola turba gli studenti)

 A scuola non ci si trova davanti nessuno in aperta opposizione che schernisce o interrompe, è tutto
programmato e a favore degli studenti o di chi declama.

Tu puoi sapere (scire) meglio (di me sottinteso) se sia vero ciò che si dice (narratur – passivo impersonale)
comunemente (vulgo): (si dice) Porcio Latrone, esempio unico di virtù declamatoria, quando parlava
(diceret) in Spagna a favore (pro) di Porcio Rustico, suo familiare (propinquo suo) accusato (reo), era
confuso a tal punto da (confusum esse determinato dall’oratio obliqua) iniziare da un solecismo (il
solecismo è una struttura grammaticalmente scorretta), e lui che desiderava un tetto e una parete non poté
essere rassicurato (confermari) prima di (antequam) ottenere (impetravit) che (ut completivo) il processo
fosse trasferito (transferretur) dal foro alla basilica.

 È interessante questo bozzetto perché fa riferimento a Latrone, massimo esempio di virtù retoriche
proposto nella prefazione al primo libro come modello di riferimento fisico, morale e stilistico. Qui
ci viene proposto un altro aspetto di questa figura che quindi risulta estremamente sfaccettata. Se
ne mettono in luce dei limiti che non sono riferiti nello specifico a Marco Porcio Latrone ma fanno
parte di un problema più ampio che dipende dalla preparazione nelle scuole di retorica.
Gli ingegni sono nutriti (nutriuntur – metafora legata al cibo) a tal punto delicatamente nelle esercitazioni di
scuola che (ut consecutivo) non sanno tollerare il clamore, il silenzio, il riso né infine il cielo. Non c’è poi
esercitazione utile se non quella che è massimamente simile (simillima – superlativo di similis) al lavoro a
cui esercita (exercet, exercitatio – figura etimologica). Così suole essere (solet esse) più dura della gara vera
e propria: i gladiatori apprendono con armi più pesanti (gravioribus armis) di quelle con cui combattono
(quam pugnant – comparatio compendiaria, paragone abbreviato); il maestro li (illos) tiene armati più a
lungo di quello che non li tenga (detinet) l’avversario. Gli atleti stancano simultaneamente due o tre
avversari così da (ut consecutiva) resistere più facilmente ai singoli. I corridori sebbene (quom – forma
arcaica di cum, concessivo) si giudichi sulla loro velocità entro uno spazio esiguo (exiguum spatium) negli
esercizi percorrono più volte questo spazio che in gara sono destinati a percorrere ( decursurus sunt –
perifrastica attiva) una sola volta (semel) (decurrunt/decursuri – poliptoto). Di proposito viene moltiplicata
la fatica con cui impariamo (condiscimus) così che (ut consecutiva) si è ridotta (levetur) quella con cui
combattiamo. Nelle declamazioni scolastiche avviene (evĕnit – presente) il contrario: tutto è più sciolto e
più libero. Nel foro ricevono l’incarico, nella scuola lo scelgono. (contrapposizione esplicitata tra schola e
forum, fino ad ora era sul fondo). Là seducono (blandiuntur, deponente) il giudice, qui lo comandano
(eligunt). (contrapposizione sempre per asindeto avversativo – l’ellissi dell’avversativa rende ancora più
evidente il contrasto). Là l’animo deve essere teso (tendendus est – perifrastica passiva) attraverso il
fremito della folla che parla tutta insieme (consonantis – con+sono), la voce deve essere portata
(perferenda est – perifrastica passiva) fino alle orecchie del giudice; qui gli sguardi (omnium vultus –
metonimia) di tutti pendono dal solo volto di colui che parla (dicentis – genitivo singolare del participio
presente). Così come lo splendore (fulgor) di una chiara luce acceca (prodeuntes) coloro che escono da un
luogo ombroso e oscuro, così tutto così nuovo e inusitato turba codesti che passano dalla scuola al foro e
non maturano in oratore prima di aver rafforzato (durarunt – forma sincopata di duraverunt) con una vera
fatica (vero labore) l’animo puerile indebolito (languidum) dalle delicatezze scolastiche una volta
completamente soggiogati (perdomiti) dalle molte offese. Lepido, un uomo straordinario e che non per
passione declamatoria --- si interrompe la frase per mancanza di testo.

Si può leggere in questo discorso di Vozieno Montano anche una forte carica autoironica che si crede
sinceramente oratore d’altri tempi ma che in realtà non è perché nel profondo del suo essere era un uomo
di scuola. Ripete numerosi luoghi comuni contro le scuole di retorica senza essersi però purificato. Ancora
una volta ritorna qui il problema fondamentale della scelta dei modelli. Vozieno Montano dice cose giuste
ma non le dice nel modo giusto.

Quintiliano

Si passa dall’età tiberiana all’età Flavia, dinastia che succede quella dei giulio – claudi (dopo Nerone, dopo
l’anno dei quattro imperatori, dal 69 ci sarà Vespasiano Tito e Domiziano dinastia flavia dal 69 al 96 –
anno dell’uccisione di Domiziano)

Marco Fabio Quintiliano, nato tra il 30 e il 35dC, anche lui ispanico, originario della Spagna terragonese,
compì i propri studi a Roma presso i più importanti retori del tempo. Dopo la sua formazione retorica torna
in Spagna e tornerà a Roma per esercitare la professione di maestro di retorica, di retore. La sua fama fu
tanto grande che diventò il primo professore stipendiato dallo Stato, è stato il primo professore pubblico a
Roma. Vespasiano gli assegnò un posto di insegnamento pubblico, un incarico di grandissimo prestigio che
lasciò dopo vent’anni di carriera – dagli anni 70 agli anni 90 – e come culmine di questa esperienza, al
momento in cui si ritira dall’insegnamento decide di mettere a frutto quest’esperienza scrivendo un’opera
sulla formazione dell’oratore: L’ “Institutio oratoria” è un trattato di retorica in dodici libri che ha composto
in soli due anni e mezzo, tra il 92 e il 95. Sappiamo dall’opera stessa che mentre componeva quest’opera gli
fu affidato di essere precettore di corte, dei due nipoti di Domiziano. Probabilmente morì poco dopo la
pubblicazione della sua opera, tra il 95 e il 96. Sappiamo che oltre all’institutio oratoria scrisse anche
un’altra opera che però è andata perduta: “De causis corruptiae eloquentiae” – sulle cause della corruzione
dell’eloquenza. L’institutio oratoria si propone di offrire una guida completa allo studio dell’eloquenza
come formazione dell’oratore perfetto, dalla prima infanzia alla piena maturità professionale, fino ad
arrivare alle occupazioni e agli interessi che l’oratore dovrà coltivare dopo il ritiro della carriera.

Il secondo libro tratta delle qualità e dei compiti di un buon insegnante e dei caratteri generali della
disciplina retorica. Resta il libro che più ci porta all’interno delle scuole di retorica.

Nell’opera emerge in modo chiaro il legame di fiducia e di fedeltà dell’autore con la corte imperiale. Vari
sono gli elogi nei confronti di Domiziano che però significativamente non si trovano nei primi libri ma
iniziano dal quarto libro, momento della stesura in cui gli viene affidato l’incarico di precettore di corte.
Quintiliano si sente in obbligo in qualche modo di adulare Domiziano, abbiamo vari momenti di elogio dai
quali si capisce che l’opera è stata pubblicata prima della sua morte, prima della sua damnatio memoriae.
Queste adulazioni a Domiziano hanno fatto mettere in dubbio anche la qualità morale di Quintiliano,
ricordiamo come Domiziano sia stato un imperatore piuttosto tirannico e autocratico, una figura dispotica a
differenza del padre Vespasiano, tant’è vero che sarà ucciso all’interno della corte dalle guardie
dell’imperatore stesso. Le forme di adulazione all’interno dell’opera erano il minimo che poteva esserci in
un’opera pubblicata sotto un regime dispotico. Rispetto ai letterati della sua epoca sono anzi forme di
adulazioni piuttosto pacate, questo perché la sua figura era già affermata.

Bisogna sottolineare come punto importante dell’etica di Quintiliano è che egli non solo non praticò mai la
delazione (false accuse mosse contro avversari politici appositamente per farli condannare) ma condanna
apertamente la pratica della delazione nella sua opera. Probabilmente lo si deve considerare uno dei tanti
romani leali nei confronti della dinastia flavia che quando il potere di Domiziano si è rivelato tirannico non
hanno scelto l’opposizione ma, nella loro funzione di magistrati ufficiali e intellettuali, hanno continuato ad
esercitare il loro lavoro nel modo più corretto al fine di giovare alla comunità, a prescindere dal fatto di
essere all’interno di un regime oppressivo. (tematica molto intensa all’interno dell’opera di Tacito)

Nella sua opera integra l’enorme trattatistica greca e latina di ambito retorico (per noi purtroppo perduta)
con la sua esperienza pluriennale di insegnante. Combina la teoria retorica con la pratica retorica. Questo
dà vita ad un’opera che, essendoci stato un naufragio nei secoli della trattatistica retorica, ci rende difficile
valutare l’originalità della teoria retorica di Quintiliano. Senz’altro sappiamo che l’apporto innovativo è
l’integrazione tra sapere teorico e sapere pragmatico dell’insegnante e sappiamo essere completamente
innovativo l’apporto che ci dà nel primo libro dedicato alla formazione nella prima infanzia, l’importanza di
far frequentare la scuola ai fanciulli già dai primi anni. L’importanza di mandali a scuola per confrontarsi con
i coetanei, cosa che a casa con i demagoghi non potevano fare.

Un aspetto che caratterizza quest’opera è quello che si può chiamare ottimismo pedagogico. Quintiliano è
convinto che se si insegnano bene le basi, si ottengano buoni frutti. Il ruolo dell’insegnante è quindi
fondamentale nella formazione non solo stilistica ma anche morale dell’allievo che gli viene assegnato. Si
deve creare un orator che sia anche un bonus civis. Interessante il decimo libro che presenta una storia
della letteratura greca e latina dal punto di vista dell’utilità nella formazione di un giovane oratore.
Presenta quindi una rassegna degli autori più significativi tanto del mondo greco quanto di quello romano
con un giudizio esplicito da parte di Quintiliano in relazione all’utilità per un giovane oratore di studiarli. Gli
autori non sono solo oratori perché la formazione deve prevedere lo studio di opere di prosa e poesia
perché bisogna essere in grado di orientarsi in una realtà variegata. Quintiliano si fa portavoce e sostenitore
di questo tipo di formazione contro l’educazione di tipo settoriale.

20/11/20

All’interno dell’institutio oratoria è importante sottolineare il carattere etico dell’insegnamento retorico e


della pratica retorica che è un po’ il filo rosso che unisce i tre autori del programma.

Quintiliano condanna esplicitamente la pratica della elazione nella sua opera e mai la praticò. Avevamo
cominciato a parlare del decimo libro nel quale traccia una storia della letteratura e nel quale dà dei giudizi
sugli autori che sono utili per diventare un buon retore. È una storia della letteratura parziale, che vede solo
gli autori utili alla formazione dei giovani. Fa una comparazione tra mondo greco e latino ed è sottintesa
un’idea di sfida di produzione letteraria tra questi due ambiti, i soli autori per i quali Quintiliano proclama la
sostanziale parità e la loro superiorità rispetto ai modelli greci sono i classici di età cesariana e augustea.

Il modello stilistico seguito da Quintiliano è la prosa di stile ciceroniano quindi uso di sentenze,
argomentazione del discorso ricca e abbondante che ben si adatta allo scopo spesso celebrativo e non
giudiziario che l’oratoria è chiamata ad avere. Per quanto riguarda la decadenza dell’eloquenza anche
Quintiliano – come Seneca – considera Cicerone come apice dell’oratoria anche se il suo approccio stilistico
da bravo insegnante lo porta a riconoscere la presenza di buoni autori nella sua contemporaneità. Il senso
generale di decadenza dell’eloquenza si avverte nella sua opera e vengono sottolineate soprattutto due
cause per questa decadenza: da una parte la pratica delle declamazioni come esercizio scolastico e ad essa
strettamente connesso una decadenza morale che sarebbe alla base anche di una corruzione del gusto che
si riverbererebbe nella pratica corrotta delle declamazioni e dall’altra una mancanza di disponibilità dei
giovani allo studio come sacrificio. Giovani che non sarebbero disposti a sacrificarsi abbastanza per lo
studio. La pratica delle declamazioni come esercizio scolastico non è condannata di per sé, non sono le
declamazioni la causa prima della decadenza dell’eloquenza ma è la pratica corrotta di queste, cioè la
pratica che vede l’uso di soggetti astrusi e situazioni irreali. La scelta di questi temi e la scelta di un
linguaggio oltremodo enfatico e teatrale che mira a impressionare e a suscitare un interesse estetico e non
etico, non mira a coinvolgere l’oratore con la forza delle proprie argomentazioni ma a dilettarlo con
descrizioni approfondite di contesti e stati d’animo – descrizioni legate a quella che può essere una lettura
d’evasione senza il coinvolgimento pratico richiesto dall’oratoria. Alla base di questo c’è un problema più
generale di una corruzione di costumi che porta ad una corruzione del gusto, non si sa più distinguere ciò
che è bene da ciò che è male.

Questi sottolineati sono gli elementi di continuità con Seneca padre. È importante indicare anche degli
elementi di differenza. Uno dei principali è il fatto che Seneca padre pone la causa naturale come causa
principale del processo di degradazione dell’eloquenza mentre in Quintiliano non si ha questo senso di
ineluttabilità della decadenza. Quintiliano è un maestro di retorica, nessun insegnante in quanto tale mai
accetterebbe di vedere un processo di decadimento senza una visione pragmatica ottimistica di poterlo
migliorare. Lui crede che l’insegnamento retorico, portato sulla retta via, possa invertire la direzione in cui
sta andando l’eloquenza e possa interrompere questo processo di decadenza. Si avverte anche la possibilità
che un giorno, grazie ad una preparazione tecnica e un talento naturale, possa dare vita ad un oratore
ideale che neppure cicerone, pur nella grandezza della sua oratoria, aveva potuto incarnare. Slancio
ottimistico di Quintiliano che crede in una potenziale rigenerazione dell’eloquenza, di un optimus orator di
cui parla anche Cicerone ma che neanche quest’ultimo era riuscito ad incarnare. L’assenza che si nota in
Quintiliano – un’assenza fragorosa – è il riferimento politico alla decadenza. Non si fa più riferimento al
fatto che l’oratoria non è più chiamata a quell’impegno politico e attivo della res publica. Né che con
l’instaurazione del regime autocratico non c’è più libertà di parola e quindi non c’è più la possibilità di
esprimersi liberamente nei processi. Questa causa politica già accennata nel Brutus di Cicerone e ripresa in
Seneca che parla di un’eloquenza che non si fa più propugnando il bene ma facendo male che procura soldi
(allusione alle delazioni nel primo libro di Seneca). Questa causa sarà invece discussa in modo importante
nel Dialogus de oratoribus di Tacito.

Tre autori che nel I secolo dC discutono le cause della decadenza dell’eloquenza con argomentazioni in
parte simili e in parte diverse, in questo periodo della storia di Roma c’è una ricerca di nuovi equilibri e
nuove posizioni. Sono intellettuali che avevano come modello intellettuali di una generazione precedente
che avevano portato ad un’altezza di ingegno con una produzione mai vista prima. Sono modelli che però
diventano molto ambigui perché non più proponibili a causa del cambiamento radicale della situazione
politica.
All’assenza di argomentazioni politiche sulla decadenza dell’eloquenza si contrappone però un forte
impegno civile che lo porta ad insistere sulle doti morali che un oratore deve avere. Quintiliano riprende e
ripropone perfettamente l’ideale catoniano del vir bonus dicendi peritus in una prospettiva eticamente
forte. Il buon oratore non deve essere puro professionista della parola scisso da problematiche etiche, non
deve far un uso neutro né tantomeno spregiudicato della parola. Con la parola si poteva ancora fare molto
bene e molto male alla comunità. Per questo l’appello di Quintiliano ad una responsabilità morale e ad una
severa professionalità dell’oratore ha un rilievo fortissimo e mostra come la sua opera voglia inserirsi nella
tradizione gloriosa dell’eloquenza romana – tradizione che viene sentita come sempre più in pericolo per
una professionalizzazione dell’eloquenza che la distacca da una reale esigenza morale. Un’eredità che
Quintiliano vuole riportare in auge, rilanciare e affidare ai posteri.

Enorme quantità di manoscritti che, dal medioevo fino ad oggi, ci è giunta dell’institutio oratoria perché
utilizzato a livello scolastico. È sempre stato ritenuto un testo fondamentale del sistema scolastico,
Quest’enorme quantità di manoscritti, più o meno integrali, ci impedisce di tracciare uno stemma codicum
ovvero una filiazione di manoscritti che ci permetta di riscostruire l’originale. Ci sono di fatto moltissimi
manoscritti interpolati tra loro, modelli integrati con altri manoscritti – impedisce di ricostruire una
genealogia perché non sono più distinguibili gli errori significativi che permettono di costruire la relazione di
discendenza.

Il manoscritto principale è il Manoscritto A, manoscritto ambrosiano probabilmente del IX secolo ed è il più


antico che abbiamo e piuttosto affidabile nel testo. Ha un’ampia lacuna tra il nono e il decimo libro.
L’edizione critica invece è Belletre, edizione francese del 1976 di Jean Cousin adottata anche da Stefano
Corsi.
CAPITOLO X – pag 332 – Sull’utilità e sulle modalità di declamare

Bisogna sottintendere una sorta di iuvene, un discipulo

1. Al giovane ben formato (bene instituto) e sufficientemente esercitato (satis exercitato) a queste prime
fatiche che non sono in se stesse piccole (ipsa parua) ma sono membra e parti di fatiche maggiori*
(maiorum), ormai si avvicinerà (adpetet) quasi (fere) il tempo di iniziare (adgrediendi) le suasorie e gli
argomenti giudiziari.

* fa riferimento ai progymnasnata

Primo parere che riguarda le declamazioni che possono essere suasorie o controversie

Prima di intraprendere (ingredior) la via di queste (quarum – nesso relativo), io devo dire (dicenda sunt –
perifrastica passiva) qualche cosa sul modo stesso di declamare che invero come è stato inventato (inventa)
in tempi più recenti tra tutti (novissime) così è di gran lunga il più utile.

2. Infatti contiene in sé (in se fere continet) quasi tutti gli esercizi dei quali abbiamo parlato (quibus diximus)
e fornisce un’immagine massimamente vicina alla verità e perciò (ideoque) è stata praticata a tal punto che
(ita…ut) ai più sembra (costrutto personale di videor – seguito da sola al nominativo e non all’accusativo)
essere sufficiente (sufficere) anche da sola (vel sola – vel rafforzativo) a formare l’eloquenza (ad formanda
eloquentia). Infatti non può essere trovata alcuna virtù almeno (dumtaxat) di un discorso continuo
(orationis perpetuae) che non sia comune a questo esercizio della parola.
 Perpetua oratio è un discorso scolastico. Non è un discorso giudiziario, è un discorso fittizio.

3. Invero (quidem) per colpa degli insegnanti (culpa docentium) questa situazione è precipitata (reccidit) al
punto che tra le principali cause che corrompono l’eloquenza vi sono la eccessiva libertà (licentia) e
l’ignoranza di coloro che declamano. Ma è lecito (licet) fare un buon uso (bene uti) (utor regge l’ablativo eo)
di ciò che è buono per natura.

 Molto interessante il linguaggio utilizzato. NB licentia – trovato anche in Seneca quando faceva il
rapporto tra Grecia e Roma. L’eloquenza romana non ha meno ricchezza espressiva ma meno
licentia, meno libertà d’espressione sia nei contenuti che nella forma. Qui si fa chiaramente
riferimento al problema della decadenza dell’eloquenza e si parla esplicitamente della corruzione
dell’eloquenza, la colpa è delle scuole di retorica che hanno permesso ciò che l’eloquenza romana
non può permettere ovvero un’eccessiva libertà di parola e un’ignoranza. Comincia qui una critica
nei confronti della declamazione non in quanto esercizio ma per via delle modalità con cui viene
eseguita.

24/11/20

4. Siano dunque le stesse materie (eadem) che sono create (fingentur), quanto più simili (simillime) alla
verità e la declamazione imiti (imitetur) quanto più può (maxime potet) quei processi per l’esercizio dei
quali (quarum – relativa propria specifica exercitazioni – ha funzione attributiva) è stata inventata.

5. Infatti cercheremo (quaeremus) inutilmente (frustra – avverbiale) maghi, pestilenza, responsi, matrigne
più crudeli di quelle dei poeti tragici (seviores tragicis novercas – comparatio compendiaria, tradiciorum) e
altre cose ancora più favolose (magis adhuc fabulosa) tra promesse di pagare (sponsiones)* e i divieti*
(interdicta). E quindi? Non dovremmo mai permettere (permittamus – congiuntivo esortativo, sfumatura
eventuale) ai giovani di trattare questi argomenti al di sopra della credibilità ( supra fidem) e dell’arte
poetica (poetica), a dire il vero (ut vere dixerim), perché (ut) si profondano (expatientur – congiuntivo
presente, verbo deponente con valore riflessivo) e gioiscano della materia e quasi ( quasi – metafora) si
irrobustiscano (corpus eant)?

*accordi tra le parti se fosse stato dimostrato che le pretese da loro mosse erano ingiustificate
*divieti del ___ di uscire dalla città

NB. Si parla di maghi, pestilenze e oracoli – temi declamatori che i giovani erano chiamati a trattare, temi
astrusi. Interessante il punto sulle matrigne.

Supra fidem e poetica è una variatio. Poetica è un attributo.

6. Sarebbe la cosa migliore (impossibilità espressa al condizionale in italiano è espressa con i tempi storici in
latino), ma almeno siano (sint) i temi siano grandiosi ed enfatici, non anche (non etiam) sciocchi e ridicoli
per chi li esamina (intuntuenti – participio sostantivato) con occhi più critici, in modo tale che, se ormai
bisogna concedere (cedendum est), il declamatore si sazi (se impleat) una volta per tutte (aliquando),
purché sappia (dum sciat) che, come i quadrupedi si curano con la detrazione del sangue, dopo che si sono
abbuffati (distentae sunt) d'erba verde (viridi pabulo) e così tornano a cibi adatti a conservare le forze
(viribus conservandis – gerundivo, perifrastica passiva), parimenti anche lui dovrà smaltire ( tenuandas esse
sottinteso – perifrastica passiva) il grasso e buttar fuori (emittendus esse sottinteso – perifrastica passiva)
tutto ciò che di umore corrotto (umoris corrupti) avrà accumulato, se vorrà essere sano e robusto.

7. Altrimenti quell’inutile turgore (tumor) sarà colto (deprehendetur) al primo tentativo (primo conatu –
ablativo di tempo) di qualunque vera azione (cuiuscumque veri operis). (prolessi del relativo) Quelli che
invece ritengono (existimant) tutta l’arte della declamazione (opus declamandi) del tutto diversa dalle cause
del foro (diversum omni modo autem) questi certo non riconoscono (ne pervidem) neppure la ragione
(rationem) per la quale questo esercizio sia stato inventato (inventa sit, relativa con valore consecutivo)
8. Infatti se non prepara al foro, o è estremamente simile (simillimum est) all’ostentazione scenica o agli
schiamazzi dei pazzi (furiosae – si dice che un oratore è folle quando ha uno stile asiano. Si trova molto
spesso la parola furiosae). Infatti a che serve predisporre (praeparare) un giudice che non c'è, narrare
(narrare) dei fatti che tutti sanno (sciat) essere falso, portare (adhibere) le prove di una sulla quale (de qua)
causa nessuno ha intenzione di pronunciarsi (pronunciaturus sit – relativa impropria, perifrastica passiva)?
Certamente tutto ciò sarebbe (sit – sottinteso) inutile, ma quale (cuius – valore esclamativo, genitivo di
appartenenza) beffa (ludibrii- genitivo di appartenenza) provare degli stati d'animo e agire come
(permovere) arrabbiati o tristi, se tutto ciò non ci stiamo abituando (consuescimus – verbo incoativo) con
certe simulazioni (quibusdam simulacris) della schermaglia (discrimen) alla vera (giusta) competizione
(aciemque) ed al reale combattimento (verum pugnae)! 

25/11/20

9. Dunque non ci sarà (intererit) nessuna differenza (nihil) tra il genere (genus dicendi) forense e questo
(genere) declamatorio? Se parliamo (dicimus nihil) per il progresso (profectus gratia - causa/gratia +
genitivo, complemento di fine) nessuna differenza (nihil). O se (utinam – espressione che introduce il
desiderio) si potesse aggiungere (posset adici – passivo impersonale) a questa consuetudine (cioè quella
declamatoria) di (ut – completivo) utilizzare (uteremur si costruisce con l’ablativo) dei nomi (nominibus –
abl. intende nomi propri) e se si potessero inventare (fingerentur) delle azioni (actus) di controversia più
complesse e più lunghe e che se potesse essere di costume (moris esset – genitivo di appartenenza) di
inserire delle battute (iocos inserere). Cose che anche se in altre (per alia) ci siamo esercitati nelle scuole,
nel foro ci trovano novizi (tirones – termine tecnico del linguaggio militare).

 Quintiliano si sta augurando di poter modificare la pratica oratoria attraverso tre elementi:
l’inserzione di nomi propri che rendano più concreto il discorso – erano sempre inseriti nei temi
delle declamazioni nomi generali riferiti a categorie di persone nella società – uno sviluppo più
articolato di discorsi e l’inserzione di battute, di umorismo. Le battute servono a stabilire un legame
con i giudici oltre che variare il tono della conversazione rendendolo più interessante da seguire. Si
vede bene di nuovo la contrapposizione schola - forum (presente in Seneca con Vozieno Montano)

10. Se invero la declamazione viene preparata (comparetur) per l’ostentazione certo (sane) dobbiamo
concedere (paulum) qualcosa a coloro che ascoltano.

11. Infatti anche in quei discorsi (actionibus) che rimangono (versantur) senza dubbio nei limiti di qualche
verità (in aliqua verita) ma sono stati disposti per piacere al popolo come leggiamo (qualis legimus) per
esempio i panegirici e tutto questo genere dimostrativo, si concede (permittitur – passivo impersonale) di
usare maggiore argomentazione (genitivo partitivo) e non solo ammettere tutta l’arte che per lo più deve
rimanere nascosta ma ostentarla anche agli uomini chiamati (advocatis) per questo (in hoc).

 Fa riferimento ai tre generi del discorso: genere giudiziario – discorsi giudiziari per convincere
dell’innocenza o colpevolezza di qualcuno. Genere deliberativo – genere di discorsi che si tiene in
pubblico per convincere di una certa azione. Il genere dimostrativo è il discorso di elogio – non mira
a convincere il pubblico ma fa un’esaltazione di qualcosa o di qualcuno. Tipico discorso di elogio è il
panegirico. Questi discorsi non si possono limitare ad essere discorsi di pura ostentazione.

12. perciò la declamazione deve essere simile alla verità poiché (quoniam riprende quaere) è immagine dei
processi e delle assemblee; ma poiché ha in se qualcosa di epidittico (alid epidiction – altro modo in cui si
chiama l’oratoria dimostrativa) deve (debet - sottinteso) assumere in sé (nonnihil nitoris – genitivo partitivo)
qualche splendore.
13. E questo (quod – nesso relativo) fanno gli attori comici i quali né recitano proprio (prorsus) così (ut –
comparativo) come noi parliamo comunemente (vulgo) cosa che (quod) sarebbe (esset) privo d’arte. Né
tuttavia si allontanano (recedunt procul) dalla natura per il quale difetto l’imitazione perirebbe (periret) ma
adornano (exornant) questo modo comune di (morem communis) parlare con un certo ornamento scenico
(scaenico decore).

 Interessante perché abbiamo il parallelo oratore attore visto anche in Seneca, in più il fatto che non
devono essere presi a modello tutti gli attori ma solo gli attori comici perché hanno una realtà più
comune degli attori tragici. La tragedia è un referente non adatto alla retorica di scuola come
preparazione ad un’oratoria reale, gli attori comici hanno un tipo di recitazione più verosimile, più
vicina alla realtà. Una recitazione che imita la realtà senza scadere nella tribalità del linguaggio
comune. Questo giusto mezzo di trasformazione del sermo deve essere cercato anche nel giovane
dalle scuole di retorica – monito agli studenti e agli insegnanti.

14. Così ci deriveranno (consequentur) alcuni disagi (incommoda) da quelle materie (ex iis materiae) che
avremo inventato, soprattutto (praecipue) in ciò (in eo – introduce la causale) che sono lasciate
(relinquuntur) incerte molte cose che assumiamo (sumimus) come ci sembra (ut videtur) le età, le
condizioni economiche, i figli, i genitori, le ricchezze, delle città stesse, le forze, le leggi, i costumi e altre
cose simili a queste.

15. Anzi talora traiamo (ducimus) anche le argomentazioni dai difetti stessi dei temi (positionem – ciò che è
posto tema). Ma queste cose siano anche al loro posto (tratteremo al momento dovuto). Infatti sebbene
tutto il proposito dell’opera da me (nobis – pluralis modestiae) stabilita miri a ciò che sia formato l’oratore
(instituator) tuttavia perché (ne finale negativa) gli studiosi non ricerchino niente (quid – forma
dell’indefinito nelle subordinate - Nella principale c’è aliqui - e non nihil perché all’interno di una
subordinata negativa, la doppia negazione è un’affermazione) anche se vi sarà qualcosa che riguardi
propriamente (pertineat) le scuole non lo dimenticheremo (non omittemus)nel passaggio (in transitu).

 Sta agli studenti inventare tutto ciò che non è nel tema e cercare di rendere più reale possibile
l’argomentazione che fanno. Questa è una libertà che poi una volta usciti da scuola non avranno
più perché saranno molto più vincolati. I temi sono troppo generici e questo un limite che deve
essere superato o del quale si deve avere almeno coscienza.
CAPITOLO XV – pag 363

Rhetorice – traslitterazione latina della parola greca, ecco perché c’è rh- iniziale. In latino passa questo
segno di aspirazione. Desinenza -e, in questo caso desinenza di un nominativo femminile, non usuale in
latino ma propria dei cosiddetti grecismi. Questa desinenza greca del termine la vedremo tornare spesso
non solo in nominativo ma anche in accusativo che termina in -n e in genitivo che termina in -es

1. Prima di tutto, cosa è la retorica? (sit quid- congiuntivo determinato dall’interrogativa) E questa viene
definita invero in vario modo ma ha un duplice problema infatti o c’è dissenso sulla qualità della cosa stessa
o sulla comprensione delle parole. La prima e principale differenza di opinioni circa questo (circa hoc) è il
fatto che (hoc esplicativo) alcuni considerano (putant) che anche gli uomini malvagi possono essere detti
oratori, altri al cui (quorum – genitivo perché specifica sententiae, sottolinea l’appartenenza) parere noi
aderiamo (accedimus) (pluralis modestiae) vogliono che questo nome e quest’arte di cui parliamo (de qua
loquimur) siano attribuiti (tribui) solamente agli onesti.

 Non è chiaro che cosa si intenda per retorica perché da una parte si deve definire la qualità ma si
deve definire anche l’uso che se ne fa. Qui ritorna il concetto di vir bonus dicendi peritus.

27/11/20

Fine – ha due accezioni: finis in quanto limite, quindi quali sono i limiti della retorica e finis ovvero lo scopo
della retorica. Termine polisemantico.

2. Ma tra coloro (eorum – genitivo partitivo) che (qui) distinguono (secernunt) l’abilità (facultas) di parlare
(dicendi – gerundio) da una maggiore e maggiormente desiderabile (expetenda – desiderabile) lode della
vita, alcuni hanno chiamato (nominaverunt) la retorica solo una capacità (vim), altri (quidam) una scienza
ma non una virtù, altri una pratica, altri invero un’arte ma distinta (diiunctam) dalla scienza e dalla virtù,
altri una sorta di perversione dell’arte (pravitatem quandam artis) cioè una cacotecniam 1
1
cacotecnia significa proprio

 Anche tra coloro che considerano l’arte della retorica un’arte non etica, ci sono delle differenze
sulle definizioni

3. questi hanno ritenuto (arbitrati sunt) che il compito dell’oratoria fosse stato posto (positum) o nel
persuadere o nel dire (in dicendo) in modo atto a persuadere (ad persuadendum); questo infatti può essere
realizzato (fieri) anche da colui (ab eo) che non è un uomo buono

 Tutti però sono comuni nel considerare la sua caratteristica pregnante come quella della
persuasione. La caratteristica dominante della retorica per loro è la persuasione

È dunque una definizione (finis) molto frequente che la retorica è “una capacità di persuadere (vim
persuadendi)”. Ciò che io chiamo capacità la maggior parte (plerique) la chiama potere, alcuni facoltà.

Perché (quae res – nesso relativo) questa cosa non produca (ne adferat – finale negativa) una qualche
ambiguità (quid ambiguitatis- quid si costruisce con il partitivo) intendo come capacità (vim) la diunamin
(δύναμις termine greco – sta facendo un paragone tra termine greco e latino)

4. Quest’opinione ha tratto origine da Isocrate, se realmente (re vera) il trattato (ars) che circola
(circumfertur) è di lui (genitivo di pertinenza). E questo, benché (cum, valore concessivo) sia lontano (longe)
dalla volontà di coloro che screditano (infamantium) i compiti dell’oratore, definisce (comprendit) alla
leggera (temere - avverbio) lo scopo dell’arte dicendo (dicens esse) che la retorica è un artefice (opificem) di
persuasione cioè peitius demurgon (termine greco): infatti non mi sarei permesso (permiserim – perfetto
con valore potenziale, eventuale) di utilizzare la stessa definizione (eadem declinatione) con cui Ennio
chiama M. Cetego “fior fiore della persuasione”
5. Anche in Platone, Gorgia nel libro che è stato intitolato a suo nome ( eius nomine) dice quasi la medesima
cosa ma Platone vuole che questa sia considerata (accipi) un’opinione (opinionem) di lui (eius - Gorgia), non
sua (asindeto avversativo). Cicerone in più passi ha scritto che il compito dell’oratore è “di parlare in modo
atto a persuadere”

6. Anche nelle opere retoriche, che senza dubbio egli (Cicerone) non approva (non probat), fa del
persuadere lo scopo (finem facit persuadere). Invero (verum - avverbiale) anche il denaro persuade e
l’influenza e l’autorità di colui che parla e la sua dignità, infine anche l’aspetto stesso senza la voce,
attraverso cui (quo stumentale) o il ricordo dei meriti di ognuno (recordatio meritorum cuiusque), o una
certa apparenza degna di compassione (miserabilis), o la bellezza della figura (forme pulchritudo) detta
(dictat) la sentenza.

 Perché identificare la retorica con la persuasione? Perché la retorica non è l’unica che persuade. È
anche questo ma non è l’unico. Altri elementi all’interno di un processo sono altrettanto persuasivi.
Es denaro – corruzione, o l’aspetto – se uno si mostra come reduce di guerra influenza l’opinione
del giudice, lo stesso se si mostra miserabile o la bellezza – bellezza esteriore specchio di una
bellezza esteriore.

7. Infatti anche Antonio, difendendo Magno Aquilio, quando mostrò (ostendit) le cicatrici una volta
squarciata la veste (scissa veste) che quello (is) aveva ricevuto (suscepisset) in difesa della patria (pro
patriae) in pieno petto (adverso pectore – ablativo assoluto), non ebbe fiducia del discorso ma fece violenza
(vim attulit) agli occhi del popolo romano e credette che questi soprattutto da questa stessa vista fosse
stato mosso (motum) a questo (quem – nesso relativo) cioè ad assolvere (ut absolveret) l’imputato (reum)
 Cita un caso del primo secolo aC, marco Antonio nonno del marco Antonio che conosciamo e che
insieme a crasso fu il più importante oratore del primo secolo aC. Qui si fa riferimento a un
processo del 99 aC verso il governatore della Sicilia accusato di mal versazione o concussione. Altro
caso di mal versazione importante è Cicerone contro Verre – caso vinto da cicerone.

8. Che invero (infinitiva) Servio Gallo sia scampato (elapsum esse – verbo dell’infinitiva) alla condanna
grazie alla sola compassione (miseratione sola) per la quale aveva portato (produxerat) nell’assemblea non
solo i suoi figli piccoli ma aveva portato con sé (circumtulerat) con le sue stesse mani anche il figlio di
Surpicio Gallo, ci è testimoniato (testatum est – impersonale passivo verbo della principale) non solo dalle
testimonianze di altri (aliorum monumentis) ma anche (tum) da un’orazione di Catone.

 Catone il censore aveva accusato il propretore della spagna inferiore Servio Galva che nel 151aC si
era macchiato di un massacro dei lusitani, compiendo un abuso di potere. La comunità lusitana si
era rivolta ad un cittadino romano – Catone – (come sempre per quanto riguarda le provincie) che
perora la loro causa in senato e ne difende gli interesso. Fu assolto in quanto si mostrò con abiti di
lutto e con i figli piccoli che avrebbero perso il padre se lui fosse morto e facendo anche mostra
delle simpatie politiche che aveva con il figlio di Surpicio Gallo.

9. E anche Frine ritengono (putant) sia stata liberata (liberatam esse) non dal discorso di Iperide, sebbene
ammirevole, ma dalla vista (conspectu) del suo corpo in generale (alioqui) bellissimo che quella, toltasi la
tunica (diducta tunica – ablativo assoluto), aveva denudato. E se tutti questi aspetti persuadono, questa (la
persuasione) di cui abbiamo parlato non è scopo idoneo (idoneus finis) all’eloquenza.

 Si fa riferimento a Frine, metà del IV secolo aC – epoca macedone – modella bellissima che aveva
ispirato l’afrodite di Cnido. Fu accusata di empietà ad Atene e fu difesa da Iperide, uno dei grandi
oratori del quarto secolo, e nonostante il suo discorso ammirevole, fu assolta per via del suo corpo
bellissimo.
10. Perciò, sembrarono (visi sunt) a se stessi più precisi (diligentiores) coloro che provando (cum sentirem)
ritennero (existimarunt) quella una capacità di persuadere parlando (vim dicendo persuadendi).

01/12/20

Anche (nesso relativo) Gorgia fornisce, nel medesimo libro (in eodem libro) di cui prima abbiamo parlato,
per così dire (velut) costretto/indotto da Socrate (coactus a socrate) questa definizione (finem), dalla quale
Teodette (oratore greco) non dissentì/fu in disaccordo, sia che questa opera sia di lui stesso, che Sulla
Retorica (de nomine rhetorice) è intitolata a suo nome (inscribitur), sia che, come si è creduto (creditum est,
passivo impersonale), sia di Aristotele; in quest’opera (in quo, nel libro) c’è/si dice che il fine della retorica
è: condurre gli uomini parlando/col (suo) parlare a ciò che/dove l’attore/l’oratore vuole/desidera”.

- sive…sive: sia che – sia che, nozione ipotetica

11. Ma nemmeno questo [questa definizione] è sufficiente (ne quidem satis) ai fini della comprensione
(comprehensum, supino attivo con valore finale): infatti persuadono con la parola e anzi/perfino conducono
dove vogliono (in quod volunt) anche gli altri, come per esempio (ut) le meretrici, gli adulatori e i corruttori.
Ma al contrario l’oratore non sempre persuade, così che (ut consecutivo) talore (interim) questa definizione
non gli si addice (lett. non è propria di lui), talora è comune con coloro che sono molto lontani dall’oratore
(dall’essere oratore).

12. Eppure (atqui) Apollodoro non si allontana molto da questa definizione quando dice (dicens, participio
presente con uso verbale temporale) che il compito/scopo primo ([res] + primum) e principale (super
omnia) del discorso oratorio forense (iudicialis orationis) è [quello di] “persuadere il giudice e condurre la
sua sentenza/il suo giudizio dove egli vuole/desidera” e infatti anche lui stesso sottopone (subicit) l’oratore
alla fortuna/alla sorte (fortunae), così che, se non avrà persuaso, non può mantenere il suo nome.

13. Alcuni (Quidam) recedettero/si sono staccati/allontanati (recesserunt) dall’esito, così come (sicut,
avverbio) dice/afferma Aristotele: “La retorica è la forza/capacità di trovare tutto ciò che è persuasivo
(omnia persuasibilia) in un discorso oratorio (in oratione)”. Questa (lett. qui la quale) definizione ha (habet)
anche quel difetto, di cui abbiamo detto sopra (de quo supra diximus), e inoltre (insuper) il fatto che non
comprende/abbraccia (complectitur) niente se non l’invenzione la quale, senza l’elocuzione (sine
elocutione), non costituisce/è un discorso oratorio.

14. Ad Hermagora (genitivo di pertinenza), che dice che il suo scopo è “parlare in modo persuasivo (dicere
persuabiliter)” e ad altri che propongono la medesima definizione (eandem sententiam), solamente non
con le stesse parole e (ac) affermano che lo scopo è “dire tutto ciò che è opportuno (oporteat) per
persuadere (ad persuadendum, gerundivo con valore finale)”, sia risposto (responsum est, passivo
impersonale) a sufficienza, dal momento che abbiamo confutato/dimostrato che persuadere non è soltanto
proprio (non tantum, avverbiale) dell’oratore.

15. Altre definizioni in vario modo (varie) sono state aggiunte a queste. Alcuni, infatti, hanno ritenuto
(putaverunt) che la retorica (rhetoricen) tratti (versari) riguardo a (circa) tutti i temi (res omnes), alcuni che
tratti (versari circa) solo i temi politici e dirò (dicam) cosa tra questi due (utrum quorum) sia più vero in quel
punto (in eo loco) che è proprio a questa questione.
16. Aristotele sembra aver attribuito (videtur subiecisse lett. aver subordinato) all’oratore ogni argomento,
quando ha detto che [la retorica] “è la capacità di vedere ciò che possa essere (possit esse, relativa
impropria con valore eventuale) persuasivo in ogni contesto (in quaque re)”. Anche Iatrocle, che invero non
aggiunge “in ogni contesto” ma non escludendone nessuno (nihil excipiendo) dichiara la stessa cosa (idem
ostendit): infatti chiama (vocat) capacità di trovare ciò che sia persuasivo in un discorso. E anche queste
stesse definizioni abbracciano/riguardano la sola capacità di trovare argomenti. E (nesso relativo) evitando
questo difetto, Eudoro la ritiene capacità di trovare e di esporre con eleganza cose credibili in ogni discorso.

17. Ma dal momento che anche chi non è oratore (lett. il non oratore) trova cose credibili allo stesso modo
con cui trova cose persuasive, aggiungendo “in ogni discorso”, concede più di quanto abbiano fatto i
precedenti (magis quam superiores) il nome della cosa più bella anche a coloro che convincono di
scelleratezze.

18. Presso Platone (apud Platonem), Gorgia dice di essere artefice di persuasione nei processi e nelle altre
assemblee e dice che tratta anche di cose giuste e ingiuste. E a lui, Socrate concede la capacità di
persuasione non di insegnamento.

 Sappiamo che il docere è una delle caratteristiche dell’oratore: egli deve informare. Invece qui
Quintiliano dice che un sofista come Gorgia, che può difendere giusto e ingiusto allo stesso modo,
ha capacità di persuadere ma non è un oratore perché non può insegnare, non può informare.
19. E invero coloro che non attribuivano tutto/tutte le doti all’oratore, ricorsero (adhibuerunt) in modo più
particolareggiato e verboso (comparativi avverbiali), come era inevitabile, a distinzioni e tra questi vi fu
Aristone, discepolo del peripatetico Critòlao, di cui è questa definizione: “scienza del discernere e dell’agire
in questioni politiche attraverso un discorso di persuasione popolare (che mira a persuadere il popolo).

02/12/20

Questo capitolo è principalmente composto da pars destruens, solo l’ultima parte del capitolo è una pars
construens. Darà una definizione di retorica molto succinta, quasi pleonastica ma con un termine chiave
“bene” che fa coincidere la perfezione della forma all’onestà del messaggio che attraverso il discorso viene
veicolato.

20. Questi, poiché è un peripatetico, pone la scienza non al posto della virtù come fanno gli stoici inoltre
(autem) è anche offensivo (etiam contumeliosus est) considerando la persuasione popolare (comprendendo
persuasionem popularem) nei confronti dell’arte della parola poiché ritiene affatto (nihil accusativo
avverbiale) che non sia destinata a persuadere (persuasuram - ___ si costruisce con il dativo) le persone
erudite (doctis). Riguardo a tutti coloro che (de omnibus qui) reputano che l’oratore si occupi ( versari) solo
(demum) di questioni civili, si deve dire (dictum sit- congiuntivo esortativo) questo (illum) da questi
vengono messi da parte (excludi) moltissimi (plurima) compiti dell’oratore (genitivo di pertinenza) e certo
(asindeto) tutta quanta quell’oratoria elogiativa (laudativam) che è la terza parte della retorica.

 La scienza è una tecnica, non una virtù

 Tre forme di retorica: giudiziaria, deliberativa e epidittica


21. (ellissi del verbo della principale) (c’è) Cautio Teodoro Gaudareo, per venire ormai a coloro che hanno
ritenuto invero che quella fosse un’arte ma non una virtù. Così infatti dice, per usare (ut utar) le stesse
parole di coloro che hanno tradotto queste cose dal greco: “un’arte di inventiva (inventrix) di giudizio e di
enunciazione con un’eleganza appropriata a seconda del valore (mensionem – mentior, pesare) di ciò che
può in ogni circostanza essere assunto come persuasivo in ambito civile”.

22. così parimenti c’è Cornelio Celso, che dice che lo scopo della retorica è di “esprimersi in modo
persuasivo (persuabiliter) su un soggetto politico dubbioso”. E non sono diverse da queste (definizioni –
finis) quelle che sono tramandate da altri come quella “una capacità di discernere e di trattare di argomenti
civili che siano stati sottoposti (subiectis) con una certa persuasione e una certa attitudine del corpo e una
certa pronuncia delle cose (eorum) che dirà (dicet)”

 Non si include solo l’inventio e la locutio ma anche l’actio. Quintiliano dedica all’actio tutto
l’undicesimo libro

23. ellissi del verbo principale – sunt. Vi sono mille altre definizioni ma o le stesse (eadem) o formate a
partire dagli stessi concetti (ex isdem) a cui (quibus item) risponderemo allo stesso modo ( isdem) quando si
dovrà trattare del soggetto della retorica. Alcuni non l’hanno considerata (neque putaverunt) né una
capacità, né una scienza né un’arte ma Critolao l’ha considerata una “pratica del dire” (dicendi - gerundio)
infatti questo significa tribè, Atena l’ha considerata “l’arte dell’ingannare” (fallendi)

24. ma la maggior parte (plerique) mentre si accontentano (contenti sunt – sottinteso) di leggere le poche
cose (pauca) derivate (excerpta) in modo incolto dal Gorgia di Platone da parte di autori precedenti (a
prioribus) e non esaminano (evolvunt) né tutta quest’opera né altri libri suoi sono caduti (inciderum)
nell’errore più grave (in maximum errorem) e credono (creduntque) che si riflettono nella massima
opinione cioè (ut completivo*) ritengono (existimet) la retorica non un’arte ma “una certa capacità di
influenza e di piacere”.

* non è dichiarativa perché la dichiarativa italiana è resa con l’infinitiva in latino

 evolvunt – volumina: termini interessanti. In latino ci proiettano in quella che doveva essere una
biblioteca antica. Libri che non sono quelli di oggi ma erano volumina (= avvolgere) erano papiri. E-
volvunt – altro verbo legato a volvo. Non srotolavano i papiri quindi non leggevano.

25. in un altro punto (del Gorgia) chiama (vocet che segue regge il resto”) “immagine di una piccola parte
della politica e quarta parte della contraffazione (adulatio)” poiché assegna (adsignat) due parti della
politica al corpo, la medicina e quella che traducono (interpretantur) come ginnastica (exercitatricem), due
all’animo, la legislazione e la giustizia, mentre chiama (mentiatur) la contraffazione della medicina l’abilità
dei cuochi (la contraffazione) della ginnastica, l’attività (artificium) dei venditori di schiavi che contraffanno
il colorito con il belletto (fuco) e la vera robustezza con vuoto ingrassamento (inani sagina – un alimento
poco sano che gonfia) e chiama (vocet) contraffazione della legislazione (adulationem legali) la sofistica
(cavillatricem) e della giustizia la retorica
26. e tutte queste cose invero sono state scritte in questo libro e dette da Socrate con il cui personaggio
Platone sembra indicare ciò che pensa. Ma vi sono altri suoi discorsi (disputa) composti (compositi) per
confutare (ad coarguendus) coloro che disputano al contrario che chiamano elenctius, altri per insegnare
(praecipiendum) che chiamano dogmaticoi.

Paragrafi 27 e 28 non sono da portare all’esame.

29. poi nel Fedro rende ancora più chiara (manifestus) che quest’arte non possa perfezionarsi senza la
conoscenza della giustizia alla quale opinione noi aderiamo. O avrebbe altrimenti scritto (scripsit- apodosi di
un periodo ipotetico dell’irrealtà) una difesa di Socrate e l’elogio di coloro che erano caduti per la patria? E
certamente queste azioni sono proprie dell’oratore (oratore – genitivo di pertinenza)

 Fa riferimento a due opere di Platone che mostrano come Platone dovesse ritenere l’arte della
parola strettamente legata al concetto di giustizia. Socrate mostra come bisogna fare un discorso di
elogio in opposizione ai retori

30. si scagliò però (invectus est) contro quel genere di uomini che (quod neutro) utilizzavano male la loro
facilità nel parlare (facilitate dicendi). Infatti anche Socrate ritenne (credidit) che fosse (sottinteso)
disonesto per sé il discorso che Lysia aveva composto per lui da imputato ( reo) e allora soprattutto
(maxime) si usava (erat moris) scrivere per gli imputati (litigatoribus) i discorsi da pronunciare (relativa) da
parte di loro stessi in difesa (pro se) e così l’inganno (fraus) era applicato (adhibebatur) alla legge per la
quale non era lecito (non licebat) parlare (agere) in difesa di un altro.
04/12/20

31. A Platone sembravano (videbantur) poco idonei/adatti anche i maestri di quell’arte (doctores eius artis),
i quali separavano la retorica dalla giustizia e preferivano cose credibili (credibilia) a cosa vere (veris); infatti
[sottinteso-Platone] dice anche questo nel Fedro.

32. Può poi sembrare essere stato d’accordo (potest videri consensisse) con quegli autori citati in
precedenza (illis superioribus) anche Cornelio Celsio, a cui appartengono queste parole [lett. di cui sono
queste parole (genitivo di pertinenza)]: “l’oratore cerca solamente (tantum) il verosimile”, poi poco dopo
[aggiunge/afferma]: “infatti sua ricompensa [per quello] non è la buona conoscenza ma la vittoria
dell’imputato (litigantis). E se ciò (Nesso relativo) fosse vero, sarebbe da uomini estremamente malvagi
(lett. proprio di uomini pessimi, genitivo di pertinenza) fornire (dare) questi strumenti (haec instrumenta)
tanto dannosi a uomini di carattere scelleratissimo (nocentissimis moribus lett. caratteri scelleratissimi) e
aiutare con insegnamenti (praeceptis) la malvagità (nequitiam). Ma quelli avranno visto/considerato il
motivo della loro opinione.

 Se la ricompensa fosse far vincere sempre l’imputato, dicendo cose verosimili ma false, sarebbe da
uomini pessimi/malvagi fornire, attraverso l’arte della retorica, degli strumenti per far compiere
immoralità a uomini immorali. Se ciò fosse vero, l’arte della retorica sarebbe un crimine perché
darebbe più forza di persuasione a uomini immorali.
33. Noi invece (pluralis modestiae) che abbiamo iniziato (ingresi, participio perfetto) a formare l’oratore
perfetto il quale noi vogliamo che sia innanzitutto un uomo buono/onesto, torniamo (revertamur,
congiuntivo esortativo) a coloro che hanno un giudizio migliore su questo soggetto (lett. giudicano meglio
riguardo a questo soggetto).

 Abbiamo visto cosa non debba essere l’oratoria, e la retorica in particolare (pars destruens). Ora
per solo 5 paragrafi abbiamo la pars construens: cosa sia e come si debba considerare la retorica. Il
fatto che si dedichi tanto a spazio a ciò che non è la retorica ci fa riflettere: lo possiamo connettere
in qualche modo anche a quell’ostilità, a quella diffidenza nei confronti della retorica e dell’arte
della parola che avevamo detto essere una marca caratteristica della cultura romana, soprattutto
nelle sue fasi iniziali (le opposizioni ai retori a partire dal II sec a.C., i problemi di Plozio Gallo che
apre la prima scuola in lingua latina ecc…): tutto ciò lo dobbiamo tenere presente per il ruolo, per la
dimensione di questa pars destruens: evidentemente ancora all’epoca di Quintiliano c’è una sorta
di timore, propriamente romano e meno greco, di un’arte della parola che, scissa da valori etici,
può essere uno strumento terribile, perché potentissimo (come dice Platone in Gorgia) e capace di
convincerci di cose inverosimili. Bisogna vincolare questo strumento a fini etici. In Grecia si può dire
tutto, la libertas è una licentia, una libertà sfrenata del parlare, ma a Roma no: Quintiliano, maestro
di retorica, al secondo libro della sua opera, deve dedicare un lungo capitolo su cosa non sia e non
debba essere la retorica proprio perché è una questione fondamentale e identitaria del mondo
romano.

33. Alcuni poi hanno giudicato/ritenuto (iudicaverunt) che la retorica fosse la medesima cosa (eandem)
della politica (civilitatem) (lett. fosse essa medesima politica); Cicerone la chiama parte “della scienza
politica/civile” (mentre la scienza politica è la stessa cosa che la saggezza); alcuni [hanno ritenuto] quella
stessa “filosofia” e tra questi c’è (quorum est) Isocrate.

 Per Cicerone la retorica è parte della saggezza. Sapientia è un termine polisemantico, una vox
media: saggezza, accrotezza, può essere una dote politica o filosofica e può anche essere
identificato ocn la filosofia. Dato che Cicerone ha scritto vari tipi di trattati (filosofici e politici)
34. A questa [alla retorica] converrà massimamente (maxime conveniet) come definizione (finitio:
predicativo del soggetto) della sua essenza che “la retorica è la scienza di dire bene” Infatti abbraccia in una
sola volta (semel) tutte le virtù del discorso e subito (et protinus) anche i costumi dell’oratore (etiam mores
oratoris), dal momento che non può dir bene se non è dabbene/onesto.

 Questa definizione abbraccia in una sola volta tutte le virtù del discorso, quindi la pratica del saper
parlare, e subito anche la moralità dell’oratore. Dunque questa definizione non scinde la tecnica
dalla morale dato che non può parlare bene se non l’uomo onesto.

Esprime lo stesso concetto (idem valet, lett. ha lo stesso valore) quella definizione di Cresippo, indotto da
Cleante, che è “la scienza di parlare in modo giusto (recte)”.

35. Ce ne sono numerose (plures) di quel medesimo [di Cresippo] ma riguardano (pertinent) maggiormente
(magis) altri soggetti (ad alis questiones). Esprimerebbe (Sentiret, protasi di periodo ipotetico della
possibilità) lo stesso concetto (idem) la definizione (finis) esposta (comprensus) in questo modo:
“Persuadere di ciò di cui (quod) è opportuno [persuadere]”, se non per il fatto che (nisi) unisce (alligat)
l’arte allo scopo (ad exitum).

 Si introduce una nozione di scopo, che non deve neanche essere espressa. Perché la retorica è
l’arte del parlare bene, ma dev’essere un’arte che non deve proporsi questo scopo (del convincere)
programmaticamente, nella sua definizione.

36. Bene dice Areo: “Parlare secondo la virtù del discorso”. Escludono (excludunt, verbo a inizio frase con
valore enfatico) dalla retorica i malvagi anche coloro che (et illi qui) l’hanno ritenuta “scienza dei doveri
civili”, se ritengono la scienza una virtù, ma la racchiudono/costringono (coercent) in modo angusto
(anguste) entro questioni civili. Albucio, un non oscuro [non di oscura fama] professore e un modello di
riferimento (auctor) è d’accordo che sia “scienza del dire bene” ma pecca con le eccezioni quando aggiunge
(adiciendo, ablativo del gerundio) “riguardo a temi civili e in modo credibile”: a entrambi questi argomenti
(utrique quarum) si è già risposto.
 Qui fa riferimento ad Albucio, una figura che già avevamo accennato, una figura a cui Seneca dedica
la Prefazione al VII libro delle Contrversiae (da preparare per l’esame). È un personaggio pieno di
luci e ombre, anche in Seneca, e che Quintiliano (seppure Albucio fosse vissuto quasi un secolo
prima) vede in lui una sorta di autorità. Secondo Quintiliano dà una buona definizione di retorica
ma pecca nelle eccezioni, perché la retorica non si può restringere all’ambito delle questioni civili,
ma è qualcosa di maggiormente permeante a tutti gli aspetti della società e perché la retorica non è
“credibile” ma “vera”.

37. Hanno una volontà degni di approvazione [lett. sono degni di approvazione nella loro volontà ( genitivo
di qualità)] anche coloro che hanno anche ritenuto “sentire e parlare giustamente/in modo giusto” propri
della retorica. Queste sono all’incirca le definizioni massimamente famose e delle quali si discute
(disputatur, passivo impersonale) in maggior modo/principalmente. Infatti né giova (neque attinet) invero
enumerarle tutte (omnis che sta per omnes fines, tutte le definizioni), né io lo posso, dal momento che è
esistita (extiterit) tra gli autori di trattati (scriptores artium) la passione, come a me sembra, perversa
(pravum) di non definire (finiendi, genitivo del gerundio) niente con le medesime parole che qualcuno in
precedenza (lett. qualcuno di precedente) aveva/avesse utilizzato (occupasset): questa ambizione sarà
lontana da me.

 Quintiliano ammette che non è possibile per lui enumerare tutte le definizioni di retorica fornite nel
tempo e poi ne spiega il motivo.
38. Infatti in ogni caso (utique) non dirò ciò che avrò trovato (invenero) ma ciò che mi piacerà (placebunt),
come questo: che la retorica è la scienza di dire bene, dal momento che (cum), trovato ciò che (reperto [eo],
ablativo assoluto) è il meglio (optimum), chi cerca altro vuole il peggio.

 Essendo che la definizione è “l’arte di dire bene”, per parlare bene si deve aver deciso che cosa è la
cosa migliore eticamente, e quindi tutti quelli che non saranno d’accordo con questo vorranno
qualcosa di peggiore, poiché non seguiranno i veri precetti della retorica. Perché la retorica è l’arte
del parlare bene, sostenere il giusto e l’onesto.

Una volta approvate queste definizioni (His adprobatis, ablativo assoluto), è al tempo stesso chiaro (simul
manifestum est) anche questo e cioè quale scopo (quem finem) o quale finalità somma e ultima abbia la
retorica, che è detta /telos/ (finalità in greco), a cui tutta l’arte tende; infatti se essa stessa è la scienza del
dir bene, il suo scopo e la finalità somma è dir bene.

 Se la definizione di retorica è arte del dire bene, questa è anche il suo scopo. Finis, infatti, ha un
doppio significato, fine e definizione, che si estende in tutto il capitolo. Per Quintiliano, fine e
definizione coincidono: la definizione ha un valore intrinseco all’oggetto. Questo si rifà ad una
corrente di pensiero del mondo antico, alla base dell’espressione “Nomina sunt omina” (I nomi
sono presagi): il modo in cui un oggetto si chiama, o viene definito, illustra anche il suo scopo ed è
intimamente connesso alla sua funzione, e quindi alla sua natura. La definizione ne vincola il
destino, in qualche modo. L’alta diffusione di questa corrente di pensiero è testimoniata dal fatto
che noi sappiamo da fonti antiche che Roma aveva un altro nome, un nome segreto che non è
presente in nessun testo, perché i nemici non dovevano conoscere di questo nome perché
altrimenti si sarebbero potuti impossessare di Roma, perché esso era la sua essenza.
Allora per il mondo antico non esiste il concetto di arbitrarietà del nome? Spesso si tende a
sottolineare, soprattutto in ambito romano, lo stretto legame tra il nome e la cosa, negandone
l’arbitrarietà. Con queste definizioni del bene dicere come definizione della retorica, noi prendiamo
congedo da Quintiliano e dalla definizione del vir bonus, che dev’essere l’oratore, e passiamo a
Tacito.

TACITO

Cornelio Tacito è vissuto nella seconda metà del I secolo d.C. fino alla prima metà del II secolo d.C., non
sappiamo di preciso. Della vita di Tacito abbiamo poche notizie e sono notizie che perlopiù deriviamo dalla
sua opera come dall’opera di un autore a lui contemporaneo, suo grande amico, Plinio il Giovane, che gli
dedica 11 lettere e lo cita in altre ancora. Abbiamo così poche notizie che noi ignoriamo il suo prenomen, il
suo nome proprio, e anche la data e luogo di nascita, che la poniamo tra il 55-58 d.C. nella Gallia narbonese
da famiglia illustre, dunque sotto il regno di Nerone. Compì i suoi studi a Roma, testimoniato proprio
dall’opera che analizzeremo, il Dialogus de oratoribus. Nel 77 d.C. sposa la figlia giovanissima, di soli 13
anni, di Giulio agricola, console in quell’anno e destinato per l’anno successivo a diventare proconsole di
Britannia. Tacito è evidentemente all’epoca un giovane molto promettente (ha circa vent’anni) ed è
dedicata proprio alla figura del suocero la sua prima opera, Agricola, una biografia del personaggio molto
nel 93 d.C., quando Tacito e la moglie erano lontani da Roma e non avevano potuto salutarlo. Vive e fa
carriera politica sotto la dinastia dei Flavi, e lo dice in modo molto onesto nella Prefazione alle Historiae:
inizia con Vespasiano, continua con Tito e dopo la morte di Domiziano (96 d.C.) inizia l’attività letteraria che
lo ha reso celebre. Un anno dopo, nel 97d.C. raggiunge l’apice della sua carriera: viene, infatti, eletto
console. Il potere di Domiziano era molto autocratico e Tacito non sentiva quella libertà di espressione che
gli permettesse di scrivere: scrive nella Prefazione “finalmente ora si può ricominciare ad avere memoria e
a parlare liberamente”, sotto Traiano, considerato come una rinascita dopo gli anni bui di Domiziano. È
interessante vedere come Tacito nella prima opera affermi di volere in seguito parlare dell’era d’oro,
inaugurata finalmente con Traiano, ma di fatto poi le numerose opere che scrive in seguito sono tutte
rivolte al periodo precedente: forse, anche sotto il dominio illuminato di Traiano, la libertà espressiva che
Tacito rivendica di poter usare non era possibile: c’era il permesso di scrivere del passato, da cui Traiano
vuole distaccarsi, ma probabilmente non del presente.

Tacito scrive un ritratto di Agricola, nel ritratto estremamente elogiativo che ne fa Tacito, risulta ___.
Agricola, nell’85 viene richiamato in patria da Domiziano che era geloso dei suoi successi militari e da allora,
per evitare ulteriori attriti con l’imperatore si vede una figura di agricola essa completamente in secondo
piano. Rifiuta incarichi proposti dall’imperatore per evitare conflitti e non celebra neanche le vittorie in
Britannia. Muore nell’83, in circostanze ambigue, con il sospetto – confermato da tacito- che fosse stato
avvelenato dallo stesso Domiziano, nel 98 pubblicazione di tipo etnografico sulla Germania, popolazione ai
confini dell’impero con cui tacito stesso ha avuto modo di confrontarsi.

Successive due opere le Historiae e gli Annales, famose ma non datate con certezza. Le Historiae ci sono
giunte incomplete e dovevano trattare della storia romana dal 69 (anno successivo alla morte di Nerone –
anno dei quattro imperatori) al 96 (fino alla morte di Domiziano e della dinastia flavia). Ci sono giunti solo
due libri, che terminano con la rivolta giudaica e la repressione da parte di Tito. La riflessione storica di
tacito si concentra molto sull’analisi del dispotismo imperiale e si interroga sul ruolo che devono avere il
senato e l’esercito per limitare e contenere questo potere imperiale e far si che la dialettica all’interno dello
stato sia positiva per lo stato stesso. Essendo questa la fonte principale dell’interesse di tacito, dopo la
conclusione delle Historiae, invece di proseguire agli anni successivi al 96, fa un passo indietro e si interroga
e analizza la creazione del potere autocratico romano, dalla morte di Augusto 14 d.C. (data spartiacque
della storia di Roma) al 68, morte di Nerone – termine da cui prendevano avvio le Historiae. È significativo
per noi che la riflessione di Tacito vada sempre a cercare cause più lontane, genesi lontana che deriva da
evoluzioni che vanno viste in prospettiva diacronica. Tacito, pur esaltando nella prefazione delle sue opere
la libertà di espressione e di memoria che si ha sotto Traiano, si guardi bene – in un’analisi lucida e
implacabile anche su tematiche basilari – dall’applicare questo sguardo lucido dettato dalla ricerca storica al
presente.

Il Dialogus de oratoribus: ambienta questo dialogo nel 75d.C., quando lui era un giovane impegnato nel
tirocinium forii. È un’opera sui generis, è un’opera di carattere retorico che per la sua diversità tematica e
stilistica (stile ampio e ciceroniano) è stata sospettata di non essere tacitiana. In realtà oggi la paternità
tacitiana di quest’opera è comunemente riconosciuta e a favore di quest’attribuzione si individuano due
elementi: il primo che conferma questa attribuzione è che il tema della decadenza dell’eloquenza è
declinato in una prospettiva del rapporto di potere è perfettamente consono all’analisi tacitiana, secondo
poi, in una lettera che Plinio il giovane indirizza a Tacito, Plinio riferisce un passo a Tacito che ritroviamo
espresso quasi con le stesse parole nel dialogus de oratoribus.

Il dialogus si presenta appunto come un dialogo avvenuto nel 75 d.C. a cui tacito avrebbe assistito nella sua
giovinezza. Si deve ovviamente considerare un dialogo fittizio la cui data drammatica è quella del 75. Dal
momento in cui in quest’opera si fa apertamente e ostilmente riferimento a oratori e delatori di epoca
flaviana e dal momento in cui è dedicata a Fabio Giusto (console 102 dC) si ritiene che sia successiva alla
morte di Domiziano, e che sia stata stesa nel 102 d.C. Tacito è un’ombra, figura completamente marginale
nel dialogus perché lui sta frequentando il tirocinium forii nel quale avrebbe assistito a questo dialogo.
Personaggi realmente vissuti e che certamente tacito dovette incontrare durante la sua giovinezza. Apro,
homo novus, oratore abile e delatore che in questo dialogo assume il ruolo di difensore dell’oratoria
moderna. Giulio Secondo, oratore importante dell’epoca e amico di Quintiliano di cui non conserviamo
orazioni né all’esterno del dialogus né all’interno dell’opera. Bisogna però dire che il dialogus contiene una
lacuna di grandezza indefinibile e quindi non sappiamo se contenga un discorso di Giulio ma è piuttosto una
figura di mediatore. Materno, oratore e tragediografo, nella funzione del dialogo avrebbe appena
declamato una tragedia che esaltava una figura di martire della Libertas (Catone l’uticense) e quindi Apro e
Giulio lo raggiungono per avvertirlo di fare attenzione. Materno fa un bellissimo il discorso in difesa della
poesia. Il terzo personaggio è Messalla, che indica nella decadenza dell’eloquenza è dovuta alla corruzione
del sistema educativa dovuta alle scuole di retorica. Le accuse alle scuole di retorica richiamano accuse ben
note (nono e terzo libro di Seneca e alcuni riferimenti a Quintiliano). Dopo questa lacuna succede l’ultimo
discorso di Materno in cui si parla delle cause politiche della decadenza dell’eloquenza in cui materno
sembra farsi portavoce del pensiero di tacito poiché sottolinea come ormai l’eloquenza non possa più
raggiungere le vette dell’eloquenza repubblicana per il mutato contesto politico però bisogna fare
attenzione perché quella che la Libertas che non c’è più – come sostengono i nostalgici repubblicani– è
diventata una licenzia, un’eccessiva libertà, una libertà sfrenata che ha causato non poche guerre civili. La
Libertas non è da guardare con nostalgia o amarezza perché di fatto il mutamento del sistema politico ha
dato una stabilità e una ricchezza allo stato che altrimenti non sarebbe stata possibile. A ciò si contrappone
la visione molto più disincantata di Apro – quella di un’eloquenza moderna che si adegua a nuove esigenze
del gusto (gusto asiano), per cui anche cicerone risulterebbe superata (una visione più disincantata non
legata all’etica – e l’ultima visione è quella con cui si conclude il dialogus, quella di materno, che definisce
l’eloquenza grondante di lucro e di sangue - che è quella delle elazione - e che quindi non si potrà più
innalzare all’oratoria di Cicerone. Il regime imperiale è comunque un regime al quale bisogna riconoscere
meriti indubbi.

Tradizione del testo estremamente complessa. Il problema della tradizione di tacito, motivo per cui
abbiamo perso quasi tutti i suoi scritti storici, è dovuto al fatto che Tacito non entrò mai a far parte degli
autori letti a scuola. Probabilmente per la difficoltà del suo stile, soprattutto storiografico, stile difficile da
dover riassumere e così anche il dialogus ci è miracolosamente giunto attraverso un solo esemplare
conservato all’interno di un codice ritrovato nel 1400 in Germania all’interno del monastero di Hersfeld.
Sappiamo che nel 1455 venne portato in Italia da Enoch perché acquistato dal papa dell’epoca. Questo
codice perso vengono fatte ulteriori copie che non abbiamo e dalle quali abbiamo ricostruito il testo.

28. E Messalla riprese: “Materno, tu richiedi (requiris) cause non nascoste (non reconditas) né sconosciute
(nec ignotas) a te o a Secondo o ad Apro qui (huic) presenti, anche se mi assegnate (adsignatis)i ruoli (partis
– accusativo in -is) di esporre (proferendi-genitivo del gerundio) in pubblico (in medium) le cose che tutti
pensiamo (sentimus). Chi ignora infatti che l'eloquenza e tutte (ete ceteras) le altre arti (accusativo in -is) si
siano allontanate (descivisse) da quella antica gloria non per mancanza (inopia – abl di causa) di uomini, ma
per l’inerzia (desidia – abl causa) della gioventù e per la negligenza (neglegentia – ablativo di causa) dei
genitori e per l'ignoranza (inscientia) degli insegnanti e per l’oblio (oblivione) dell’antica moralità 1? Mali che
(quae mala – nesso relativo), nati inizialmente nella città, poi (mox) diffusisi per l'Italia, ormai si espandono
nelle province. Anche se (quamquam – introduce una concessiva) le vostre cose vi sono più noti (notiora –
comparativo assoluto): io parlerò (loquar -futuro) della città e di questi vizi propri e locali (vernaculis - nb.
proprio di chi è nato in casa), che si impadroniscono (excipiunt) subito dei nati (natos) e aumentano
(cumulantur) nelle singole fasi dell'età, se però prima avrò dettò (praedixero – futuro anteriore, regola
dell’anteriorità di due azioni future) poche parole sulla severità e disciplina degli antenati a proposito dei
figli da educare e formare.

Infatti un tempo il proprio figlio a ciascuno (cuique – dativo d’agente), nato da madre casta, veniva educato
non nella stanzetta (cellula) di una nutrice assoldata, ma nel grembo e nel seno della madre ( parens vuol
dire sia madre che padre), la cui (cuius) lode (laus) più importante (praecipua) era occuparsi (tueri) della
casa e di servire (inservire – inservio si costruisce con il dativo) i figli. Si sceglieva (eligebatur) poi una
qualche (aliqua) parente (propinqua) maggiore per nascita (maior natu – abl di limitazione), alla cui (cuius –
genitivo che si riferisce a probatis) moralità comprovata (probatis) e accertata (spectatisque) si affidava
(committeretur – cong, relativo/consecutiva) tutta la prole (suboles) della stessa famiglia; e alla presenza
(coram) di questa (qua) non era permesso (erat fas – campo dell’etica delle leggi non scritte) né dire (neque
dicere) ciò (quod) che sembrasse (videretur – relativo/eventuale o relativo/consecutiva) turpe a dirsi (dictu

1
Il riferimento non è solo ai giovani ma anche ai genitori, agli insegnanti ecc..
– supino passivo) né fare ciò (che sembrasse) disonesto a farsi (factu – supino passivo)2. Moderava
(temperabat) con una certa (quadam – aggettivo indefinito) sacralità e discrezione (sanctitate ac
verecundia) non solo gli studi e le occupazioni (studia curasque), ma anche i momenti di pausa (remissiones)
e i giochi (lusus) dei bambini. Abbiamo appreso (accepimus – perfetto, valore risultativo) che così Cornelia,
madre dei Gracchi (Tiberio e Caio Gracco), così Aurelia, madre di Cesare, così Azia, madre di Augusto
governavano (praefuisse) l'educazione e fecero diventare (produxisse) i figli dei primi cittadini (princeps). E
questa (quae – nesso relativo) disciplina e severità mirava (pertinebat – concordanza ad sensum) allo scopo
che (ut) la natura di ciascuno (unius cuisque), sincera e integra e distorta (detorta) da nessuna perversione
(pravitatibus), (così che) affrontasse/apprendesse (arriperet, in ambito dello studio è sinonimo di disco)
subito con tutto l’animo (toto pectore) le arti liberali e, sia che avesse inclinato (inclinasset) verso l'arte
militare, sia alla scienza del diritto, sia allo studio dell'eloquenza, praticasse solo quella (id solum agerĕt),
penetrasse (hauriret - haurio) questo completamente (universum).

29. Ora invece il bambino (infans – in+fari) appena nato viene affidato (delegatur) ad una qualche ancella
grecula (graecule- senso dispregiativo), alla quale si aggiungono (adiungitur) uno o due tra tutti gli schiavi
(ex omnibus servis – compl partitivo), per lo più (plerumque) i più vili (vilissimus - singolare) e non adatti ad
alcun incarico serio. Dalle chiacchiere (fabulis – causa eff) e dalle sciocchezze (erroribus) di costoro vengono
impregnati (imbuuntur) subito gli animi sia immaturi (virides – verdi) che inesperti; e nessuno (quid) in tutta
la casa ha rispetto (pensi habet – genitivo di stima) a che cosa o dice o fa (aut dicat aut faciat – interr
2
Poliptoto dicere dictu facere factu
indiretta con congiuntivo) in presenza (coram) del piccolo padrone (infante domino). Piuttosto (quin etiam)
neppure i genitori stessi abituano (assuefaciunt) i bambinetti (parvulos – diminutivo affettivo) all'onestà e
alla modestia, ma all’insolenza e alla maldicenza, attraverso cui gradualmente si insinua (inrepit)
l'impudenza e il disprezzo (paulatim) di sé e degli estranei. Ora poi i malanni (vitia) propri e caratteristici di
questa città, il favore per gli attori (histrionalis – attributo di favor) e l’interesse per i gladiatori e i cavalli
(genitivi oggettivi)3, mi sembra (mihi videntur) siano concepiti (concipi) quasi nel ventre della madre: e un
animo occupato e posseduto (obsessus) da questi (quibus – causa efficiente) quanto poco spazio (quantum
loci – valore partitivo) lascia (relinquit) alle arti liberali (bonis artibus)? Quanto pochi (quotum quemque) ne
troverai (invenies) che in casa (domi – locativo) parlino (loquatur) di qualcos'altro? Quali altri discorsi dei
ragazzi (adulescentulorum – diminutivo) afferriamo (excipimus), se qualche volta siamo entrati (intràvimus -
perfetto) nelle sale di conferenze? Neppure i precettori tengono (habent) con i loro alunni nessun discorso
più frequente (crebriores); raccolgono (colligunt) infatti gli alunni non con la severità della disciplina né con
la prova (experimento) del loro ingegno, ma con l’ostentazione (ambitio) dei saluti e con le lusinghe
(inlecebris) dell'adulazione.

* chiasmo severitate disciplinae ingenii experimento

 Accusa i maestri di servilismo nei confronti degli studenti. Problema caratteristico dell’istruzione
privata. Il maestro, pagato dai genitori, viene apprezzato non tanto per la sua severità o il suo
rigore ma dai saluti, la salutatio era una pratica per aggraziarsi i patroni. I maestri si sono ridotti al
ruolo di clientes dei genitori dei propri allievi.

30. Tralascio (transeo) i primi rudimenti degli apprendenti (discentium – participio presente) sui quali stessi
anche si fatica poco (laboratum – passivo impersonale – parum): né si spende (insumitur – passivo
personale) abbastanza fatica (opere) nel conoscere gli autori di riferimento (cognoscendis, evolvenda –

3
Variatio – attributo/genitivi
gerundivo) né nello studiare l’antichità né nella conoscenza ___ di uomini o di tempi. Però reclamano
(expetuntur) quelli che (eos quos) chiamano retori; e (quorum – nesso relativo) proponendomi di dire
(dicturus – participio futuro) subito (statim) quando la loro professione (professio quorum) sia stata
introdotta per la prima volta nella nostra città e come presso i nostri antenati non abbia avuto ( habuerit)
alcuna autorevolezza necessariamente (necesse est) riferirò (referam) il mio spirito a quella disciplina che
(qua – relativo in ablativo perché retto da utor) abbiamo appreso (accepimus) hanno utilizzato (usos esse –
infinito perfetto, infinitiva) quegli oratori la cui infinita fatica e quotidiana applicazione (meditatio) i cui
assidui esercizi in ogni genere di studi sono contenuti (contineor + abl del luogo reale o astratto) anche nel
libri di loro stessi (ipsorum).

 Messalla ricalca una visione tradizionalista a noi non ignota. Quanto le scuole di retorica abbiano
incontrato ostilità una volta arrivate a Roma. Solo nel 97 a.C. fu inaugurata da Plozio Gallo la prima
scuola di retorica in latino.

Vi è noto (notus est vobis) certamente (utique assertivo) il libro di Cicerone che si intitola Brutus nella cui
parte finale (infatti in precedenza svolge (veterum) un ricordo degli oratori antichi) riferisce (refert) i suoi
inizi, le sue tappe (suos grados) e per così dire (velut) una certa educazione (quandam educationem) della
sua eloquenza: *si ha un’oratio obliqua, si può sottintendere un verbo di dire* di aver imparato ( didicisse) il
diritto civile presso Quinto Muzio Scevola, di aver assorbito (hausisse) profondamente (paenitus) tutte le
parti della filosofia presso l’accademico Filone, presso lo storico Diodoto e afferma che non contento
(neque contentum) di questi maestri (doctoribus) dei quali un’abbondanza si offriva (contigerat) in città a lui
avesse viaggiato attraverso (peragrasse) la Grecia e l’Asia per abbracciare (complecteretur) tutta la varietà
di tutte le arti. (poliptoto omne, omnium)

15/12/20

E così, per Ercole, nei libri di Cicerone è lecito osservare che non mancò a quello ( ei defuisse) né la
conoscenza della geometria, né della musica, né della grammatica, in breve/insomma di alcuna arte
liberale.

- Ingenuae/honestae/liberales/bonae artes ≠ sordidae/illiberales artes

- anafora del non: crea enfasi nel discorso

Quello aveva studiato/appreso (cognoverat) la sottigliezza della dialettica, l’utilità dell’impegno


morale/etico, i mutamenti e le cause delle cose/dei fenomeni naturali.

- anafora di ille: crea enfasi nel discorso

Infatti è così, o ottimi uomini, è così: quella ammirevole eloquenza trabocca e abbonda da una vasta
erudizione, dalle numerosissime arti e dalla conoscenza di tutte le cose (climax/ varatio in gradatio multa-
plurima-omnium = variatio attributo/attributo superlativo/genitivo); né la forza né la facoltà dell’orazione
sono circoscritte (lett. concludono/chiudono), così come delle altre arti (sicut ceterarum rerum), in limiti
brevi e angusti, ma oratore è colui che può parlare di ogni argomento egregiamente, con eleganza e atto a
persuadere (apte ad persuadendum, in modo persuasivo), secondo (pro) la dignità dei temi, per l’utilità dei
momenti/tempi, con il piacere di chi ascolta/degli uditori.
31. Di ciò si (sibi) erano convinti quegli antichi: essi comprendevano per realizzare questo era necessario
che non declamassero nelle scuole dei retori né che esercitassero solo (modo) la lingua e la [loro] voce con
controversie fittizie in alcun modo vicine/prossime alla verità/realtà, ma [era necessario] che riempissero
l’animo/la mente di quelle arti nelle quali si parla/discute del bene e del male, dell’onesto e del turpe, del
giusto e dell’ingiusto; questa infatti è la materia sottoposta/soggetta all’oratore da discutere/trattare.
Infatti nei processi (in iudiciis) generalmente discutiamo della giustizia, nelle deliberazioni dell’utilità, negli
elogi dell’onestà, a tal punto che, tuttavia, queste stesse si mescolano (misceantur) spesso (plerumque) tra
loro/a vicenda. Nessuno può parlare/trattare di queste in modo abbondante, variegato ed elegante se non
colui che conosce (cognovit, valore resultativo) la natura umana, la forza delle virtù e la malvagità dei vizi e
la comprensione delle cose che (eorum quae) non sono enumerate né tra le virtù né tra i vizi. Da queste
fonti sgorgano inoltre quelle: [così, cioè] che più facilmente istiga o calma la violenza del giudice chi sa cosa
sia l’ira e più prontamente/agevolmente incita alla compassione chi sa cosa sia la compassione e da quali
moti dell’animo essa sia animata. L’oratore esperto (versatus) in queste arti ed esercitazioni sia che debba
parlare (habuerit dicendum lett. abbia da dire) alla presenza di persone ostili, interessate/ben disposte,
invidiose/mal disposte, severi o timorosi, terrà le vene degli animi (controllerà il polso degli stati d’animo),
e a seconda di come la natura di ciascuno lo richiederà, adatterà la mano e modererà il discorso, preparati
tutti gli strumenti e messi da parte per tutti gli usi (al singolare in latino). Vi sono persone presso cui (apud
quod) un tipo di discorso conciso (adstrictum), concentrato (collectum) e che porta a conclusione subito i
singoli argomenti guadagna (meretur) maggiore fiducia (plus fidei, genitivo partitivo): presso questi gioverà
essersi dedicati (dedisse operam, lett. aver dato opera) alla dialettica.

- variatio  aggettivo p.perfetto + aggettivo p.perfetto + p.presente che regge c.oggetto: adstrictum et
collectum et concludens singula argumenta.
Altri li diletta (delectat) un discorso maggiormente diffuso (fusa) e omogeneo (aequalis) e condotto secondo
il senso comune (docta ex communibus sensibus): per commuoverli (ad hos permovendos)
mutueremo/prenderemo in prestito (mutuabimur) dai Peripatetici passi adatti e preparati per ogni
discussione.

 I filosofi peripatetici avevano elaborato una sorta di dialettica in cui vi erano delle espressioni di
tipo generale, del sentito comune, che potevano essere inserire in ogni tipo di discorso. Solo un
oratore con una formazione completa potrà riferirsi all’arte dialettica, se l’uditorio vuole un
discorso serrato e convincente, oppure al periodare filosofico del sentire comune della scuola
peripatetica, se l’uditorio questo cerca. Questa duttilità del discorso la può avere solo quell’oratore
che ha una formazione globale.

Gli Accademici forniranno combattività, Platone solennità, Xenofonte piacevolezza; l’oratore non sarà
estraneo (dativo di possesso: all’oratore non sarà alieno ) dal riprendere alcune massime decorose neppure
di Epicuro e Metrodoro e dall’utilizzarle come la situazione lo richieda (prout res poscit).

 Qui abbiamo una carrellata di filosofi platonici e Platone stesso: addirittura dice che anche gli
Epicurei. Gli Epicurei a Roma davano sempre problemi (vedi Lucrezio). Eppure anche Epicuro va
conosciuto, tutta la filosofia. Perché anche Epicuro ha delle massime che possono essere utile.
Questo è l’invito di Messalla ad un’educazione retorica, molto filosofica, di tipo ciceroniano,
filosofia che invece era stata messa da parte. Anche Quintiliano non considerava la filosofia,
nell’opera per l’oratore per eccellenza. Forse qui si può vedere una certa avversione anche nei
confronti del regime precedente, di Domiziano, che aveva perseguitato i filosofi (ed è per questa
ragione che in Quintiliano non è presente la filosofia).

16/12/20

7. E Infatti non formiamo il filosofo (lett. il saggio- sapiens può avere un valore pregnante per indicare il
filosofo, dal filos – sofia: colui che è amante della saggezza) né il seguace degli stoici ma un oratore che
deve compenetrare (hauro: bere) alcune arti (artis x artes), gustarle (libro: gistare mangiando) tutte.
- metafora culinaria molto frequente nell’arte retorica: l’oratore non deve essere a digiuno di alcuna
disciplina
Perciò gli antichi oratori abbracciavano (comprehendebant) anche la conoscenza del diritto civile ed erano
imbevuti di grammatica, di musica e di geometria (tre ablativi – indica le tre materie ancillari).

8. Capitano (incidunt: da incàdo) infatti delle cause (processuali), invero la maggior parte o quasi tutte, dalle
le quali (quibus- complemento di causa efficiente) viene richiesta/desiderata un’informazione (notitia:
conoscenza un po’ meno approfondita- radice di noto: percepire) del diritto, e numerose invece, nelle quali
viene anche questa conoscenza viene domandata (scientia: radice di scio: conoscere).
- Differenza tra notita e scientia cioè essere informati sul diritto e conoscerlo.
32. 1. E nessuno (nec quisquam: modo per dire nemo) mi risponda (respondeant: congiuntivo esortativo,
sottinteso mihi) che è sufficiente che (ut- completivo) a tempo debito siamo istruiti (doceo si costruisce con
un accusativo alla greca, ovvero un accusativo di relazione: quiddam et uniforme) in qualcosa di semplice e
generico. Infatti Innanzitutto in caso (aliter) usiamo (utor: si costruisce con l’ablativo propriis) ciò che è
proprio/mezzi che ci sono propri, in un altro ciò che è stato preso in prestito (commodatis) ed è chiaro che
è molto diverso (longeque interesse) chi possiede (possideat quis: anastrofe – considerarla al contrario,
perché l’ordine naturale dei termini viene invertito – introduce un’interrogativa indiretta disgiuntiva) ciò
che espone o (an: disgiuntiva) chi lo prende in prestito (mutuetru).

- ALLUSIONE RESEMANTIZZATA attraverso l’anastrofe  Si fa un'allusione al ‘Rem tene verba sequentur’ di


Catone, in un senso rinnovato perché Messalla dice che l’oratore non deve possedere la rem, ovvero il
soggetto di cui parlare ma le artes, ovvero la disciplina attraverso la quale sarà capace di possedere ciò di
cui parla e di non parlare per conto d’altri.

Poi la conoscenza stessa (ipsa scientia) di molte discipline ci è d’ornamento anche mentre facciamo altro
(agentis x agentes) e laddove meno (minime: superlativo – tu impersonale) te lo aspetti emerge e spicca. E
lo capisce (intellegit) non solo l’ascoltatore dotto/colto e assennato ma anche il popolo e subito lo accoglie
(prosequitour) con lodi (laude: sing in latino) al punto che (ita ut- consecutivo) si ammette (fateor:
costruzione impersonale- motivo per cui questi verbo è seguito da infinitive soggettive) che l’oratore ha
studiato legittimamente (legittime: con buon metodo), che è passato (isse: perfetto di eo) attraverso tutti
(omnis x omnes) i gradi dell’eloquenza che infine è un oratore. E (Quem: nesso relativo) confermo che non
può essere altrimenti né essere mai stato questo (cioè un oratore) oratore, se non colui che come
equipaggiato di tutte le armi (omnibus armis: complemento di mezzo) in battaglia, così esca (lett. sia uscito)
nel Foro, armato di tutte le discipline.

- Metafora bellica, propria dell’educazione retorica  infatti si parla dell’oratore come di un soldato che
combatte contro il nemico; questo primo di metafora è stata poi ripresa in ambito della decadenza delle
scuole di retorica in tono polemico quando si parla dell’educazione scolastica perché si dice che i ragazzi
non sono abituati al combattimento al quale saranno poi sottoposti nel Foro (Si ricordi il discorso di Vozieno
Montano nella prefazione all’opera di Seneca). In questo passaggio la metafora è presente in chiave
positiva perché si parla degli Antichi.

Nella prima parte del discorso troviamo: ‘Idque...”- contrapposizione tra l’auditor doctus et prudes e il
popolus (ex silentio)  entrambi riconoscono, con una gradatio, con l’anafora dell’ut l’educazione del
giovane e la sua progressione con annessa ascesa nelle tappe dell’eloquenza sino a diventare un oratore
vero e proprio.

È particolarmente interessante il riferimento al popolus, perché il problema a Roma è che la vulgata era
piuttosto ostile alla formazione oratoria e retorica (nel II e I sec. ac. I grandi oratori, in accordo all’ideale
catoniano, non dovevano far mostra di sé e delle proprie qualità). Qui Messalla si sente in qualche modo in
debito di sottolineare che c’è il riconoscimento di un pubblico largo, che riconosce e apprezza le tappe
dell’istruzione dell’oratore. Plutarco, contemporaneo di Tacito, scrive le Vite Parallele e nel binomio
accosta Demostene e Cicerone. Parlando della vita di Cicerone, ci dice che egli una volta tornato dal suo
viaggio di studi in Atene ed in Asia minore era chiamato scolasticus e graecus, in modo ostile dal popolo
perché si era voluto andare a formare fuori da Roma, fuori dal contesto italico. Studiando presso retori e
filosofi e questo non gli viene perdonato a Roma. Qui invece è interessante come Messalla sottolinei invece
l’appoggio del popolo e la sua considerazione positiva nei confronti di questa cultura dell’oratore,
riconoscendo lo sforzo fatto per ottenerlo.

3. E ciò (quod: nesso relativo) è a tal punto trascurato (neglegitur) dagli eloquenti di questi tempi (della
nostra epoca) che nei loro discorsi, di scoprono (deprehendantur) anche i difetti (vitia) turbi e vergognosi di
questo linguaggio/parlare quotidiano (SERMO COTTIDIANUS CHE NON DOVREBBE ESSERE DEL LINGUAGGIO
PiU’ ALTRO); a tal punto che (ut- retto dal neglegitur precedente) ignorano le leggi, non tengono a
mente/ricordano (teneant) le decisioni del Senato (senatus consulta: genitivo della 4a), inoltre deridono il
diritto di questa città (diritto di cittadinanza), invero hanno profondamente paura dello studio della filosofia
(sapientiae) e degli insegnamenti di coloro che sono saggi. 4. Riducono (detrudunt) l’eloquenza a
pochissime idee e a brevi sentenze, l’eloquenza come se fosse espulsa dal sui regno, al punto che lei che un
tempo signora di tutte le discipline riempiva gli animi con il suo bellissimo seguito gli animi, ora
limitata/ridotta (circumcisa) e menomata senza solennità (apparatu), senza onore, quasi direi (dixerim)
senza nobiltà, viene imparata come una delle arti/discipline più vili.
▪ Scarsità di idee che in questo caso coincide con la brevitas dello studio  richiamarlo quando tradurremo
la prefazione la Settimo libro, in cui Seneca accusa Albucio di avere poche idee.

▪ Contrapposizione tra ingenuitate et sordidissimis  ars inegua vs ars sordita  arti liberali dei dotti,
arti solide cioè manuali proprie degli schiavi. Il civis romanis, patrizio o comunque di posizione sociale
elevata legittima la propria nobiltà per il fatto che il denaro gli arriva per via del lavoro degli altri, cioè
degli schiavi e non è lui a sporcarsi le mani in prima persona, in quanto è il possessore delle terre che lo
schiavo lavora.

▪ Gradatio: oratoria che viene ridotta orami ad essere priva di ornamento, di onore e addirittura della
propria libertà in quanto non è più n’arte liberale ma un’attività quasi da schiavi.

“Dunque ritengo che questa sia stata (sott. fuisse) la prima e principale ragione per cui (cur) ci siamo
allontanati a tal punto (in tantum) dall’eloquenza degli antichi oratori. Se vengono richiesti testimoni
(testes) chi nominerò meglio (potiores: lett. è un aggettivo e sta per ‘più appropriati’) che presso i greci di
Demostene che è stato tramandato alla memoria che fosse un ascoltatore appassionatissimo di Platone? E
Cicerone, come credo, riferisce con queste parole che tutto ciò che ha ottenuto nell’eloquenza, lo ha
conseguito “non negli spazi dei retori ma dell’Accademia” (fa riferimento ad un tipo di formazione
prettamente greca che si svolge all’esterno per questo troviamo ‘spazi’).

Vi sono altre ragioni/cause grandi e gravi che è opportuno/giusto che vengano sviluppate (lett. aperte) da
voi (vibis: dativo d’agente), poiché (quoniam) invero io ho assolto ormai il mio compito e cosa di cui ho
l’abitudine (lett. che è a me l’abitudine) ho sufficientemente offeso molti, i quali se per caso hanno udito
queste mie parole, so per certo che diranno (dicturus esse) che io, mentre lodo (dum laudo) la conoscenza
del diritto e della filosofia come necessaria all’oratore ho reso omaggio (plausisse) alle mie
pedanterie/sciocchezze (ineptiis).
18/12/20

-- Si interrompe il discorso di Messalla e inizia il discorso di Materno –

33. 1. E Materno “a me invero sembra”, disse “che tu non abbia ancora portato a termine il compito che ti
sei assunto (lett. assunto da te), al punto che (ut) sembri averlo solo iniziato e aver mostrato per così dire
delle linee e dei tratti (cioè solo uno schizzo). Infatti hai detto (dixisti) con quali discipline (quibus artibus, il
pronome introduce un’interrogativa indiretta) gli antichi oratori furono soliti (soliti sint, verbo semi-
deponente) essere istruiti e hai dimostrato (demonstrasti) la differenza della (in italiano, tra la) nostra
inerzia e ignoranza nei confronti di/rispetto agli studi estremamente fervidi (acerrima) e molto fecondi
(fecundissima) di questi (eorum): aspetto il resto (cetera exspecto), cioè che (ut completiva), come ho
appreso da te (inciso), cosa (quid) o quelli abbiano saputo o noi non sappiamo, così/cioè che io conosca in
tal modo anche questo (hoc è prolettico), cioè con quali esercizi i giovani di allora e coloro che erano sul
punto di entrare nel foro (forum ingressuri) e con quali esercizi furono soliti nutrire e consolidare i loro
ingegni (anastrofe tra confirmare e alere: viene invertito l’ordine dei termini). E non ritengo (nec puto) che
tu neghi infatti (costrutto di puto + congiuntivo abnues, senza ut) che l’eloquenza sia composta solo da arte,
disciplina e conoscenza ma di gran lunga maggiormente (longe magis) da abilità e pratica e questi (gli altri
due personaggi del dialogo) sembrano (videntur) indicarlo col loro volto.
Poi, dopo che anche Apro e Secondo avevano annuito nello stesso modo (idem, in forma avverbiale),
Messalla iniziando quasi nuovamente (rursus): “Poiché mi sembra (videor) di aver mostrato abbastanza
(satis demonstrasse) gli inizi e le origi dell’antica eloquenza, insegnando con quali discipline gli antichi
oratori furono soliti essere formati e essere istruiti (institui erudirique), enumererò (persequar) ora i loro
esercizi. Sebbene l’esercizio sia intrinseco (inest) a quelle discipline stesse, nessuno (nec quisquam) può
assorbire soggetti tanto numerosi, tanto reconditi tanto vari (asindeto x tre), senza che (nisi ut) la
riflessione si aggiunga alla conoscenza, l’abilità si aggiunga alla riflessione, la pratica dell’eloquenza si
aggiunga all’abilità. E (nesso relativo) attraverso queste riflessioni risulta (colligitur) che il metodo di
imparare (percipiendi) ciò che si espone (proferas, II persona singolare impersonale) e di esporre
(proferendi) ciò che si è imparato (perceperis) è il medesimo (eandem esse). Ma se queste cose (haec)
sembrano (videntur) molto oscure (obscuriora, comparativo assoluto) a qualcuno (isque) ed egli separa la
conoscenza dell’esercizio, certamente concederà quello (illud prolettico), cioè che l’animo, istruito e
completo grazie a queste arti, arriverà (venturum [esse]) di gran lunga più preparato (paratiorem) a quegli
esercizi che sembrano essere propri degli oratori.

34. Dunque, presso i nostri antenati, quel giovane che si preparava al foro e all’eloquenza ( due dativi retti
da parabatur), imbevuto/impregnato già di domestica disciplina, pieno (refertus, da referchio, il cui verbo
farchio è farcire in italiano) di studi liberali, era condotto (deducebatur) dal padre o dai famigliari presso
quell’oratore che possedeva il primo posto (principem locum) in città.

- Metafora culinaria
[Il giovane] si abituava (adsuescebat) ad accompagnare (sectari, frequentativo di sequor) questo [l’oratore],
a seguirlo (prosegui), ad assistere (interesse, lett. essere in mezzo) a tutti i suoi discorsi, sia nei processi sia
nelle assemblee, così da (ita ut) ascoltare anche i dibattiti (altercationes) e da assistere (interesset) alle
dispute (iurgiis) e, per così dire (sic dixerim), da imparare (disceret) a combattere in battaglia.

- Metafora bellica

Da questo [esercizio] (ex hoc) derivava subito (contingebat statim) una grande pratica (magnus usus), molta
costanza e moltissimo giudizio critico (constantiae e iudicii sono genitivi partitivi) ai giovani, che studiavano
in piena luce e tra i pericoli stessi (inter ipsa discrimina) dove nessuno dice impunemente qualcosa (aliquid)
in modo solto o contraddittorio, senza che (quo minus) il giudice lo respinga (respuat), l’avversario glielo
rinfacci (exprobret), infine gli avvocati stessi lo disprezzino (aspernentur).

- gradatio: magnus usus / multum contantiae / plurimum iudiciis

- variatio: attibuto sostativo + agg. sostantivato + gen. partitivo + agg. sost. di grado superlativo + gen.
partitivo

- gradatio nella gravità delle reazioni che suscita di un cattivo avvocato: il giudice  l’avversario  gli
avvocati che con lui difendono la causa

 Perché in piena luce? La contrapposizione è contro l’ombra della schola, perché si è all’interno di
un edificio, rispetto alla piena luce del forum. Di nuovo si fa riferimento alla schola quando dice che
nessuno subisce una punizione vera e propria se qualcuno dice una sciocchezza: in realtà, se un
avvocato sbaglia e dice una sciocchezza, egli perde la causa.
Allora venivano imbevuti (imbuebantur) subito da un’eloquenza vera e non corrotta e sebbene seguissero
(sequerentus) uno solo, tuttavia conoscevano tutti gli avvocati della medesima età/epoca in moltissime
cause e giudizi; e avevano un’abbondanza di orecchie diversissime del popolo stesso (di come il popolo
recepisce il messaggio, i vari gusti) da cui coglievano facilmente cosa in ogni causa fosse approvato o cosa
dispiacesse/non piacesse (vel probaretur vel displiceret). Così né mancava il maestro, invero il migliore e il
più insigne, che presentasse (cui praestaret, sfumatura finale) il vero volto, non l’ombra (non imaginem),
dell’eloquenza, né [mancavano] gli avversari e gli emuli (coppia polare) che combattevano (dimicantes) col
ferro, non con armi di legno (rudibus), né [mancava] un pubblico sempre pieno, sempre nuovo, di
maldisposti e di favorevoli (coppia polare di partitivi), così che (ut consecutivo) non venisse dissimulato né
ciò che era detto bene né ciò che era detto male.

- Metafora bellica e luce/ombra-forum/schola

Sapete infatti (scitis enim) che quella grande e durevole fama dell’eloquenza non viene acquisita meno sui
banchi avversari che sui propri, anzi (quin immo) di là (inde) sorge con maggiore stabilità, là (ibi) fiorisce con
maggiore fedeltà.

 L’eloquenza reale, nei tribunali, può procurare il rispetto e anzi l’ammirazione anche degli avversari.
Tutto questo non c’è nella schola: i condiscepoli tra loro sono molto clementi e si fanno
continuamente elogi e anche il maestro, pur di non perdere i propri allievi non è severo, ma è
ruffiano.
E, per Ercole (asserzione vivace), sotto insegnanti di questo tipo (eius modi), quel giovane di cui parliamo,
discepolo di oratori, uditore del foro, frequentatore di processi, colto e abituato a esperienze altrui al quale,
che le ascolta ogni giorno, erano note (novi[erant]) le leggi, per il quale i volti dei giudici non erano nuovi
(non novi [erant]), che frequenta usualmente le assemblee (dativo di possesso: a cui l’abitudine delle
assemblee è frequente sotto gli occhi), al quale erano spesso note (cognite) le orecchie del popolo (stesso
riferimento di prima ai gusti del popolo), sia che avesse assunto l’accusa, sia che avesse assunto la difesa,
subito lui da solo (solus et unus, endiadi) era adatto ad ogni causa. Nel diciannovesimo anno di età/A 19
anni (Nono decimo, ablativo di tempo determinato), Lucio Crasso accusò Gaio Carbone, a 21 anni (uno et
vicensimo, abl. di t.d.) Cesare accusò Dolabella, a 22 anni (altero et vicensimo, abl. di t.d.) Asinio Pollione
accusò Catone, non precedendoli/senza superarli molto in età (ablativo di limitazione), Calvio accusò
Vatinio, con quei discorsi (iis orationibus) che, ancora oggi (hodieque), leggiamo con ammirazione.

 Fa riferimento a dei discorsi, divenuti poi celebri, tenuti da giovani avvocati.

22/12/20
1 Ora invece i nostri giovanetti sono condotti alle scuole di costoro, che sono chiamati retori, i quali è
chiaro siano nati da poco tempo prima di Cicerone e non sono piaciuti ai nostri antenati da ciò, ossia che dai
censori Crasso e Domitio fu ordinato di chiudere “la scuola di impudenza”, come disse Cicerone.
2 Ma come avevo iniziato a dire, erano condotti alle scuole, nelle quali non facilmente direi (interrogati
indiretta- c’è il congiuntivo) se portano più male all’ingegno il luogo stesso, o i condiscepoli o il genere degli
studi.
3 Infatti non c’è alcun rispetto in un luogo in cui nessuno se non ignorante allo stesso livello entra; tra i
condiscepoli non ha origine nulla, poichè bambini tra bambini, giovani tra giovani parlano e si ascoltano con
pari indifferenza; in vero le stesse esercitazioni sono maggiormente verso la parte contraria. (Verbo essere
sottinteso)
4 In realtà infatti si trattano due generi di materie presso i retori: le suasorie e le controversie.
Tra queste anche se le suasorie dunque sono affidate (presente) ai fanciulli in quanto certo più semplici e
meno bisognose di giudizio, e (anche se) le controversie sono affidate ai più maturi di che genere (qualis), in
fede, sono e quanto incredibilmente sono composte.
Ma ne deriva che anche la declamazione è accostata a materie che si allontana (a ab + abl) dalla verità.
Così accade che i premi per i tirannicidi (genitivo oggettivo) o le scelte delle donne violentate o i rimedi per
le pestilenze o incesti delle madri (genitivo soggettivo) o qualsiasi altra cosa di cui ogni giorno si discute
nella scuola, ma raramente o mai nel foro, lo discutono con parole esagerate (magniloquenti): quando si è
giunti (passivo impersonale) davanti ai veri giudici […]

Si conclude dunque con un attacco alle scuole di retorica (simile a Quintialiano 2-10,5 ricorda le matrigne
peggiori di quelle della tragedia).
Il discorso di Messalla qui si interrompe a causa di una lacuna (non sappiamo quanto vasta sia questa
lacuna). Manca tra la fine del 35 fino al 36.
Gli studiosi si dividono tra due opzioni:
• nel 36 siamo già nel discorso di Materno (il quale aveva declamato una tragedia di Catone l’Uticense e
viene redarguito da Apro il quale gli dice: “stai attento perchè la situazione politica non te lo permette
blablabla”. Questo a inizio libro, che noi non abbiamo letto)
• dal 36-40 discorso di Secondo che inizia la versione storicizzata della decadenza dell’eloquenza (il
discorso di Secondo è completamente mancante nel resto del testo)

Leggiamo il 40. (Sta parlando Materno)


Continua critica nei confronti degli oratori repubblicani: libertas che è anche licentia
Quasi il gusto di attaccare i personaggi più in vista (ricordiamoci che Tacito è un pò servo del potere)
Mancanza di limiti degli oratori repubblicani: non c’è severitas (rispetto dei costumi)
L’eloquenza nasce negli ambienti in cui c’è crisi politica.
Non si può ottenere magnam famam e magnam quietem
Non per forza un ritorno al tempo passato, ma una positiva valutazione del presente, godersi il tempo
presente.

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