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Leopardi

ARGOMENTI DI ITA
La Vita - Par 1 (Pag 4)
Immagini, sensazioni e affetti - t3 (pag 13)
Il Pensiero - Par 3 (Pag 15)
La poetica del «vago e indefinito» - Par 4 (Pag 18)
La teoria del piacere - t4a (Pag 20)
L'antico - t4c (Pag 23)
Indefinito e infinito - t4d (Pag 24)
«Il vero è brutto» - t4e (Pag 24)
Parole poetiche - t4g (Pag 25)
ricordanza e poesia - t4h (Pag 26)
La teoria del suono - t4i (Pag 28)
La doppia visione t4n (Pag 28)
La rimembranza t4o (Pag 28)
Canti - Par 6 (Pag 32-38)
L'infinito - t5 (Pag 38)
L'ultimo canto di Saffo - t8 (Pag 59)
A Silvia - t9 (Pag 65)
La quiete dopo la tempesta - t11 (Pag 81)
Il sabato del villaggio - t12 (Pag 85)
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia t13 (Pag 93)
probabilmente non sarà in verifica
A se stesso t16 (Pag 110)
La ginestra - t18 vv 1-16, 32-53, 87-135, 158-201, 297-317 (pag 120)
Fino a qua grano
Le Operette Morali - Par 7 (Pag 143)
Dialogo della Natura e di un Islandese - t20 (Pag 151)
Dialogo di Plotino e di Porfirio - t23 (Pag 169)
Dialogo di un venditore di almanacchi - t24 (Pag 173)
Dialogo di Tristano e di un amico - t25 (Pag 176)
Dialogo di Federico Musci e delle sue mummie - Non c'è sul libro

Vita
Nasce nel 1798-1837 (Morì a 39 anni) a Recanati, borgo dell’arretrato e
culturalmente chiuso stato pontificio, da un'importante famiglia nobile
con problemi finanziari; Il padre era un intellettuale, conservatore e
reazionario che aveva allestito una grande biblioteca. La madre invece,
persona anaffettiva e autoritaria si occupava delle finanze della
famiglia. Leopardi crescendo in questo ambiente bigotto e opprimente
venne influenzato e fin dalla tenera età si dedicò agli studi, a 10 anni
dopo aver imparato dai precettori ecclesiastici tutto quello che poteva
si chiuse nella biblioteca iniziando i 7 anni di studio matto e disperato.
in questo periodo impara oltre a latino, ebraico e greco antico, legge
testi di astronomia e filosofia e compone opere erudite già a 15 anni
(Compose una poesia in greco antico spacciandola per un testo
ritrovato e ingannando qualche esperto). Esse sono però caratterizzate
da un'erudizione arida e accademica, con ristretti orizzonti.
Questo stile di vita peggiora però le sue condizioni di salute già
precarie: verrà infatti colpito da una tubercolosi ossea e da un’infezione
agli occhi.

CONVERSIONE «DALL'ERUDIZIONE AL BELLO»


Scoprì in sé la vocazione poetica, studia i classici Omero, Virgilio, Dante
e si avvicina alla letteratura moderna e alla cultura romantica (per la
quale ha grandi riserve). Inizia la corrispondenza con Pietro Giordani,
prestigioso intellettuale classicista con idee democratiche e laiche che
gli fa da guida intellettuale con cui compensa la mancanza di affetto
dei genitori. Leopardi si interessa del dibattito tra filo romantici e
classicisti, grazie all’amicizia con Pietro Giordani e prende posizione
contro la nuova scuola romantica, scrivendo una lettera che condanna
il romanticismo nonostante in alcuni aspetti li condivida lo nega nel
momento in cui va contro i classici. Leopardi difende infatti la cultura
classica, sostiene che greci e latini abbiano creato diversi miti, e
paragona la civiltà classica all’infanzia di una persona; quel periodo è
l’infanzia dell’umanità. La stagione dell’infanzia è la stagione della
fantasia e dell’immaginazione, mentre nell’adolescenza la ragione
prende il posto dell’immaginazione. Afferma di preferire la lirica al
romanzo nonostante quest’ultimo genere fosse più privilegiato.
Preferisce la soggettività e libertà della poesia dell’arida e vera realtà.
Leopardi è in realtà un autore classicista e in parte romantico e di
difficile collocazione. Giacomo, oppresso dall’atmosfera chiusa e
stagnante di Recanati cerca di scappare , ma la sua fuga viene sventata
dal padre, e inizia per lui un periodo di profondo pessimismo (in ciò
consiste la conversione). il 1819 segna anche il passaggio dalla poesia
del bello a quella del vero, cioè dalla poesia di immaginazione a quella
di pensiero.

● Roma ⇒Nel 1822 esce da recanati e si reca a roma dove rimane


deluso dagli ambienti vuoti e meschini
Diventa completamente pessimista riguardo la vita umana, aridità
interiore, si dedica all’investigazione filosofica dell’acerbo vero e
traduce le sue idee nelle Operette Morali (1824).
Nel 1825 riesce a lasciare la famiglia e a mantenersi con il lavoro di
intellettuale soggiornando a Milano e Bologna. Nel 1827 a Firenze.

● Pisa ⇒ Nel 1828 è costretto ad andare a pisa in cerca un clima


mite per i suoi problemi di salute, e ritrova la vena poetica. È un
periodo sereno, scrive Le ricordanze, la quiete dopo la tempesta e
a silvia
● Recanati ⇒ Rientra a causa dei problemi finanziari e di salute per
un breve periodo (sedici mesi di notte orribili), vive isolato e
immerso in una tetra malinconia.
● Firenze ⇒ nel 1830 accetta uno stipendio dai suoi amici e si
trasferisce, fa vita sociale e conosce una donna sposata di cui si
innamora, Fanni Tozzetti, che però non lo ricambia e che ispirerà il
ciclo di Aspasia. Conosce Ranieri e nasce una grande amicizia
● Napoli ⇒ 1833 vanno a Napoli poiché la vicinanza del mare era
più consona alla sua salute. Lì scrive la Ginestra, ultimo
componimento importante.
Muore nel giugno del 1837 a 39 anni.
Immagini, sensazioni e affetti T3
Appunti presi da Leopardi nel 1819 per un romanzo autobiografico.
I temi chiave sono la musica e i suoi effetti sul giovane sensibile e
immaginoso, le impressioni sonore e il valore suggestivo del suono, che
evoca l’illusione dell’infinito; le sensazioni, il nulla del mondo e un
approccio impressionistico alla realtà. in questi appunti vi si trovano
molti spunti che saranno elaborati nelle future poesie è segnato dall
immediata impressionistica delle notazioni e della loro stessa
frammentarietà; sono infatti pagine scritte frettolosamente in cui
Leopardi anticipa le suggestioni frammentismo del 900.

Il pensiero
Il sistema leopardiano si fonda su un sistema di idee in continuo
sviluppo il cui processo di formazione si può seguire attraverso lo
zibaldone. Al centro della riflessione di Leopardi si pone un motivo
pessimistico, l’infelicità dell’uomo. Nel 1820 restando fedele all’indirizzo
di pensiero settecentesco e sensista Leopardi identifica la felicità con il
piacere sensibile e materiale, non un piacere bensì il piacere, quello
infinito per estensione e per durata. Nell’uomo, che non può trovare
questo piacere, nasce un senso di insoddisfazione perpetua, un vuoto
incolmabile nell’anima. Da questa tensione di un piacere che continua a
sfuggire nasce l’infelicità dell’uomo e il senso della nullità di tutte le
cose.
● Pessimismo Volgare (crede di essere la vittima, data la sua
situazione sfortunata)

natura benigna
L’uomo è infelice ma la natura che in questa prima fase è concepita
come madre benigna e provvidenziale è attenta al bene delle sue
creature e ha voluto sin dalle origini offrire un rimedio all’uomo,
l’immaginazione e le illusioni, grazie alle quali ha velato agli occhi della
misera creatura umana le sue effettive condizioni. Gli uomini primitivi e
gli antichi greci che erano più vicini alla natura come lo sono i fanciulli
e quindi capaci di illudersi e di immaginare erano felici, perché
ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà opera della
ragione ha allontanato l’uomo da questa condizione e ha messo
crudamente sotto i suoi occhi il vero e lo ha reso infelice.

Pessimismo Storico (date le situazioni politiche sia dell’Italia che


dell’europa)
Il pessimismo storico della prima fase di pensiero leopardiano è
costruito su un antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni. gli
antichi nutriti di illusioni erano capaci di azioni eroiche e magnanime
perciò erano più grandi di noi sia nella vita civile sia nella vita culturale;
il progresso della civiltà e della ragione spegnendo le illusioni ha spento
ogni slancio eroico e generato viltà, meschinità e corruzione dei
costumi. L’infelicità del presente è attribuita all’uomo stesso che si è
allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna. Leopardi dà un
giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni, dominata dall’inerzia dal
tedio, ciò soprattutto per l’Italia miserevole e decaduta dalla grandezza
del passato. Scaturisce da qua la tematica civile e patriottica delle
prime canzoni leopardiane ma anche un atteggiamento titanico.
(Titanismo, Leopardi si ribella a questa sensazione di oppressione del
destino, contrastare il destino (spesso visto come la morte), che
diventerà poi la natura ) il poeta come unico depositario della virtù si
erge solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l’Italia a tanta
abiezione.
Questa fase del periodo è stata designata con la formula pessimismo
storico nel senso che la condizione negativa del presente viene vista
come effetto di un processo storico di una decadenza, di un
allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità e
pienezza vitale ma non bisogna dimenticare che si tratta di una felicità
relativa, Leopardi è ben consapevole del fatto che la vera condizione
dell’uomo è infelice in assoluto e che la felicità antica era solo frutto di
un’illusione.

La natura malvagia
Leopardi si rende conto che più che al bene dei singoli individui la
natura mira alla conservazione della specie e per questo fine può
anche sacrificare il bene del singolo e generare sofferenza e morte. Ne
deduce che il male non è una semplice accidente ma rientra nel piano
stesso della natura e che è la natura inoltre che ha messo nell’uomo
quel desiderio di felicità infinita senza dargli i mezzi per soddisfarlo,
condannandolo quindi all’infelicità. Concepisce la natura non più come
madre amorosa e provvidente ma come meccanismo cieco indifferente
alla sorte delle sue creature meccanismo anche crudele in cui la
sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale perché gli
individui devono perire per consentire la conservazione del mondo. È
una concezione non più finalistica, la natura che opera
consapevolmente per un fine, il bene delle sue creature ma
meccanicistica e materialistica, la realtà non è che materia regolata da
leggi meccaniche privi di alcun fine. Con l’approdo materialistico muta
anche il senso dell’infelicità umana prima concepita come assenza di
piacere in una dimensione psicologica ed esistenziale ora l’infelicità
materialisticamente dovuta soprattutto ai mali esterni a cui nessuno
può sfuggire malattie elementi atmosferici cataclismi vecchiaia morte.

natura indifferente
La natura verrà infine vista come indifferente alle sfortune dell’uomo,
che segue le sue leggi senza malizia nè benevolenza, ciò è molto visibile
nel dialogo di un islandese con la natura

Il pessimismo cosmico
Se causa dell’infelicità è la natura, tutti gli uomini in ogni tempo sono
necessariamente infelici anche gli antichi. Al pessimismo storico della
prima fase subentra il pessimismo cosmico nel senso che l’infelicità non
è più legata a una condizione storica e relativa dell’uomo ma ad una
condizione assoluta, diviene un dato eterno e immutabile di natura.
Questa concezione una periodizzazione storica rimane pur sempre
anche all’interno di pessimismo cosmico poiché Leopardi continuerà a
credere che gli antichi fossero comunque relativamente meno infelici
dei moderni ma da questo pessimismo assoluto deriva in un primo
momento l’abbandono della poesia civile e del titanismo. Se l’infelicità è
immodificabile, vana è la protesta e la lotta e non resta che la
contemplazione lucida e disperata della verità. Subentra infatti in
Leopardi un atteggiamento contemplativo ironico, distaccato e
rassegnato. Il suo ideale non è più l’eroe antico ma il saggio antico
soprattutto quello storico la cui caratteristica è l’atarassia il distacco
imperturbabile dalla vita è questo l’atteggiamento che caratterizza le
operette morali. La rassegnazione dinanzi a ciò che è dato senza
possibilità di cambiamento non è proprio dell’indole di Leopardi, il
quale infatti al termine della vita, nella ginestra. sulla base della
concezione pessimistica della natura arriva a costruire una nuova
concezione della vita sociale e del progresso e a proporre un titanismo
non più individuale ma collettivo che deve abbracciare tutta l’umanità,
la social catena.

IL PESSIMISMO (riassunto)
● Pessimismo Volgare (crede di essere la vittima, data la sua
situazione sfortunata)
● Pessimismo Storico (date le situazioni politiche sia dell’Italia che
dell’europa)
● Pessimismo Cosmico (quello delle operette morali, Leopardi
tramite la ragione arriva alla conclusione che tutti gli esseri umani
e piante soffrano)
● Pessimismo Eroico (collegato alla fase storica, Mori del 30-31,
consiste nel saper resistere all’ostilità della natura tramite la
“Social Catena” (solidarietà).
Gli uomini non devono farsi la guerra, ma combattere contro
l’unico nemico comune, la natura, tramite la social catena

La poetica del «vago e indefinito»


LA TEORIA DEL PIACERE E LA POETICA DEL «VAGO E INDEFINITO»
Dalla teoria filosofica del piacere (1820), uno dei fondamenti del
pessimismo leopardiano della prima fase, si sviluppa tutta una poetica,
che identifica la poesia con il «vago e indefinito». Si distinguono tre
passaggi:
1. Il piacere infinito, a cui l'uomo tende per natura, è impossibile, poiché
nessun piacere è illimitato né per estensione né per durata.
2. Tale aspirazione impossibile è compensata dall'illusione dell'infinito,
creata nell'immaginazione da aspetti vaghi e indefiniti della realtà
(visioni e suoni)
3. Tutte queste immagini, in poesia, sono sempre bellissime. Il bello
dell'arte consiste principalmente nella scelta di tali sensazioni
indefinite. Vi sono anche parole di per sé poeticissime, per le idee
indefinite che suscitano.

teoria della visione ( e Indefinito e infinito)

la vista impedita da un ostacolo è piacevole per le idee vaghe e


indefinite che suscita, «perché allora in luogo della vista, lavora
l'immaginazione e il fantastico subentra al reale» ; lo stesso effetto ha
una torre veduta in modo che parga innalzarsi sola sopra l’orizzonte e
una valle o filare d'alberi che si perde all'orizzonte,contrasto tra il finito e
l’indefinito (Indefinito e infinito).

teoria del suono


Leopardi elenca tutta una serie di suoni suggestivi perché vaghi: un
canto che vada a poco a poco allontanandosi, un canto che giunga
all'esterno dal chiuso di una stanza, il muggito degli armenti che
echeggi per le valli, lo stormire del vento tra le fronde.

L’antico
il concepire che fa l’anima dell’antico produce una sensazione indefinita
l’idea di un tempo indeterminato non come quella del moderno, perché
non si può vedere chiaramente tutta la sua estensione temporale. infatti
l’uomo vedendo per esempio una torre moderna è un’altra antica è
molto più commossa da questa che da quell’alta perché l’indefinito di
quella è troppo piccolo.
il vero è brutto

il Passato a ricordarsene è più bello del presente come il futuro a


immaginarlo. è il solo presente l’immagine del vero e tutto il vero è
brutto

doppia visione
L’uomo sensibile immaginoso possiede la doppia visione della realtà
attraverso l’immaginazione

ricordanza
Molte volte un’immagine riesce piacevole in una poesia per la copia
delle ricordanza e della stessa o simile immagine veduta in altre poesie

Parole poetiche,
per le idee indefinite che suscitano: ad esempio «lontano», «antico»,
«notte», «ultimo», «eterno».

La <<Rimembranza>> e la poesia di Leopardi

A questo punto della meditazione leopardiana si verifica la svolta


fondamentale, e la teoria filosofica dell'indefinito si aggancia alla teoria
poetica.: «Quello che ho detto altrove degli effetti della luce, del suono, e
d'altre tali sensazioni circa l'idea dell'infinito, si deve intendere non solo
di tali sensazioni nel naturale, ma nelle loro imitazioni ancora, fatte
dalla pittura, dalla musica, dalla poesia ec. Il bello delle quali arti, in
grandissima parte [...] consiste nella scelta di tali o somiglianti
sensazioni indefinite da imitare».
Poetica dell'indefinito e poetica della «rimembranza» si fondono: la
poesia non è che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza
attraverso la memoria.
La «rimembranza» risulta quindi essenziale nel sentimento poetico(si
noti che quest'ultima affermazione è del 1828: si colloca cioè nel periodo
dei "grandi idilli", che si fondano appunto sul recupero dell'illusione
giovanile attraverso la memoria). Le rimembranze riguardano non solo
fatti vissuti, ma anche immagini trovate in altri poeti: In effetti, Leopardi
osserva che i maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi:
essi, perché più vicini alla natura, erano appunto immaginosi come
fanciulli.I moderni, invece, per Leopardi, hanno perduto questa capacità
immaginosa e fanciullesca. Egli, attraverso Madame de Staël, riprende
una distinzione proposta da Schiller, tra poesia d'immaginazione e
poesia sentimentale. Ai moderni, che si sono allontanati dalla natura
per colpa della ragione, e per questo sono disincantati e infelici, la
poesia «d'immaginazione» è ormai preclusa; ad essi non resta che una
poesia «sentimentale», nutrita di idee, filosofica, che nasce dalla
consapevolezza del «vero» e dall'infelicità della condizione umana.
Leopardi stesso, nella sua produzione in versi, segue puntualmente la
poetica del «vago e indefinito»: quegli esempi di visioni e suoni
suggestivi che egli propone nello Zibaldone torneranno puntualmente
nelle sue liriche, come avremo modo di constatare (sinché, dopo il 1830,
subentrerà una nuova poetica).

I Canti
Dopo la conversione «dall’erudizione al bello», Leopardi fece molti
esperimenti letterari, scrivendo idili pastorali, elegie, visioni, canzoni su
argomenti moderni, tragedie pastorali, inni cristiani e un romanzo
autobiografico. In particolare compose:
● 10 Canzoni (1818-1823)
● Una raccolta di Versi (1826) che comprende:
- Due elegie
- Un’epistola in versi
- 6 componimenti riuniti sotto il titolo di Idilli
Nel 1831 riunisce tutti questi componimenti (insieme ad alcuni
componimenti giovanili e altri testi scritti tra il 1828 e il 1830) sotto il
nome di Canti: questo nome rimanda al carattere lirico di queste
poesie, che hanno però uno stile molto vario e riassumono generi
poetici diversi, alcuni più fedeli alla tradizione, altri con una forma più
libera.

Le Canzoni
Hanno uno stile classico, che si fa direttamente ai grandi della
letteratura (Dante, Alfieri, ecc), sia nello stile che nella metrica.
● Le prime 5 (1818-1821) ⇒ Pessimismo storico, affrontano una
tematica civile. Criticano l’età contemporanea e esaltano i tempi
antichi.
All’italia, Sopra il monumento di Dante, Nelle nozze della sorella
Paolina, A un vincitore nel pallone, Ad Angelo Mai ⇒ La più
rappresentativa, oltre alla polemica contro l’Italia, compare il
motivo del «caro immaginar» e dei «leggiadri sogni», dissolti dalla
conoscenza razionale del «vero»
● Bruto minore e l’Ultimo canto di Saffo (1821, 1822) ⇒ Le prime
canzoni civili: Leopardi delega il discorso ai due personaggi,
entrambi morti suicidi.
SVOLTA DEL PESSIMISMO STORICO: l’umanità non è più infelice
per ragione storiche, ma per una condizione assoluta, e ad essere
incolpati di questa condizione sono ora gli Dei, contro cui si
scagliano i due eroi, che affermano la propria libertà uccidendosi.
Questa è l’affermazione del titanismo eroico del primo Leopardi
● Alla Primavera (1822) ⇒ rievocazione nostalgica della visione
fanciullesca della vita degli antichi.
● Inno ai Patriarchi, o dei principi del genere umano (1822) ⇒ Unico
inno cristiano portato a termine, rievocazione dell’umanità
primitiva
● Alla sua donna (1823) ⇒ Dedicata a un immagine ideale e utopica
della donna per Leopardi.

Gli Idilli
Tematiche intime e autobiografiche e un linguaggio più colloquiale e
più semplice. Le poesie che fanno parte di questa raccolta, tutte
composte tra il 1819 e il 1821, sono: L’infinito, La sera del dì di festa, Alla
luna, Il sogno, Lo spavento notturno, La vita solitaria.
Il termine idillio indicava nell’antichità la brevità dei testi, ma dato che il
suo principale esponente, Teocrito, diventò famoso per le sue poesie
pastorali, allora la parola viene associata anche ad esse. Leopardi nei
suoi idilli si ispira a un imitatore di Teocrito, ma questi non hanno a che
fare né con la tradizione bucolica classica né con la definizione
moderna di Idilio “borghese”, bensì sono un espressione di «sentimenti,
affezioni, avventure storiche del suo animo» (come dirà Leopardi
stesso): sono difatti momenti essenziali della sua vita interiore.
● L’infinito ⇒ Può ricordare l’Idillio classico, ma la sua non è una
contemplazione serena, bensì una meditazione lirica dell’idea di
infinito creato dell’immaginazione, a partire dalle sue sensazioni
● Alla luna ⇒ Tema della ricordanza, che trasfigura la realtà e la
abbellisce, anche se è triste e angosciosa
● La sera del dì di festa ⇒ Da un notturno lunare trapassa in una
confessione della sua infelicità e della sua esclusione, fino a una
meditazione sul tempo che cancella ogni traccia dell’azione
umana.
● La vita solitaria ⇒ Culmina in un momento di estasi negativa,
dove l’io individuale si annulla nella contemplazione di una natura
immobile e silenziosa.
● Il sogno ⇒ Colloquio con una fanciulla morta e affronta il motivo
della giovinezza spezzata e delle illusioni non realizzate.
In queste Idilli Leopardi fa la prova di un originalissimo linguaggio
poetico, tutto giocato sul «vago e indefinito».
Il «risorgimento» e i canti pisano-recanatesi del
1828-30
Silenzio poetico fino alla primavera del 1828, in cui non scrive più
poesia, lamentandosi della fine delle illusioni giovanili, e decide quindi
di dedicarsi solo all’«arido vero»; sarà in questo periodo, infatti, che
scriverà le Operette morali. Questo periodo corrisponde anche con il
suo passaggio al pessimismo cosmico. La svolta arriverà con il felice
periodo di soggiorno a Pisa, dove il silenzio si interrompe e scrive Il
risorgimento e A Silvia. Quando torna a Recanati, nonostante non sia
un bel periodo, scrive i cosiddetti canti pisano-recanatesi: Le
ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto
notturno di un pastore errante dell’Asia e Il passero solitario.
Questi componimenti riprendono i temi dei primi Idilli: illusioni e
speranze della giovinezza, rimembranze, immagini e suoni vaghi e
indefiniti e un linguaggio più semplice e musicale.
Nonostante ciò, non sono comunque una semplice ripresa dei vecchi
Idilli: a questa si accompagna sempre la consapevolezza del «vero», ed
essi sono composti da immagini liete, rarefatte, assottigliate, senza
corpo materiale; sono accompagnate solo dalla costante
consapevolezza del dolore, del vuoto dell’esistenza, della morte. Questa
consapevolezza pessimistica non distrugge le immagini di vita, ma
porta in primo piano l’«acerbo vero», richiamato con delicatezza, in
equilibrio con il suo opposto, il «caro immaginar».

Canzone libera leopardiana


Rispetto ai vecchi Idilli non ricompaiono più slanci, fremiti e impeti, ma
c’è un atteggiamento, nato dal pessimismo cosmico, di contemplazione
ferma e di lucido dominio razionale davanti alla dolorosa verità. Inoltre
il linguaggio è più misurato, più dolce, e il poeta ora usa una strofa di
endecasillabi e settenari disposti liberamente, e altrettante rime,
assonanze e figure retoriche disposte senza uno schema fisso.

Ciclo di Aspasia
Dopo il 1830; il presupposto è sempre il pessimismo filosofico, ma
Leopardi è in contatto diretto con gli uomini del suo tempo, e
soprattutto è più combattivo nel diffondere le proprie idee. Instaura
l’amicizia con Antonio Ranieri e sta sotto a una, Fanny Targioni Tozzi,
che però non lo caga, quindi lui in cambio crea il cosiddetto “Ciclo di
Aspasia”, una raccolta di 5 componimenti scritti tra il 1831 e il 1835: Il
pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, Aspasia e A se stesso. A
parte Consalvo, si tratta di una poesia nuova e molto diversa da quella
Idilliaca: non ci sono più immagini indefinite e un linguaggio limpido e
musicale, bensì la poesia diventa nuda, priva di immagini sensibili, fatta
di puro pensiero. Il linguaggio è più duro, aspro, antimusicale, e la
sintassi è molto complessa e spezzata.

La polemica contro l’ottimismo progressista


Parte poco importante, la lascio per ultima

La ginestra e l’idea leopardiana di progresso


La ginestra è il testamento spirituale di Leopardi. Polemica
antiottimista e antireligiosa, ma Leopardi non nega più la possibilità di
un progresso civile, senza però distaccarsi dal suo pessimismo. Per
combattere la vera nemica, la natura, gli uomini possono unirsi in
«social catena», e far cessare così le ingiustizie della società. Leopardi
quindi si apre a una generosa utopia, basata sulla solidarietà fraterna
degli uomini, che nasce a sua volta dalla diffusione del «vero».
La ginestra è la massima realizzazione di questa poetica anti idillica; è
un vasto componimento (blablabla, se vuoi sapere il riassunto leggila e
non scassare), e si chiude con le note gentili dedicate alla ginestra,
considerata il simbolo della pietà verso le sofferenze umane, la dignità
che dovrebbe essere propria dell’uomo davanti alla forza invincibile
della natura che lo schiaccia.

L’infinito
Analisi metrica e retorica
L’infinito appartiene al genere dell’idillio. E’ una poesia di soli 15 versi,
endecasillabi sciolti, senza strofe e senza rima con il ritmo spezzato e
dilatato da numerosi enjambements. Pur non avendo distinzione in
strofe si possono individuare 4 periodi sintattici di varia lunghezza
delimitati dal punto (vv.1-3; vv.4-8; vv.8-13; vv.13-15). L’asimmetria tra ritmo
metrico e andamento sintattico non riguarda il primo e l’ultimo verso
nei quali vi è coincidenza tra metrica e sintassi.

Figure retoriche in poesia


Allitterazioni, iperbole, metafora, onomatopea, ossimoro, anastrofe,
antitesi, polisindeto

Parafrasi
Ho sempre amato questo colle solitario
e questa siepe, che impedisce al mio sguardo
di scorgere l’interezza dell’estremo orizzonte. Ma quando sono qui
seduto, e guardo, comincio
a immaginarmi spazi sterminati al di là di essa,
e un silenzio sovrumano, e una pace abissale,
fin quasi a sentire il cuore tremante di paura. E non appena sento il
fruscio degli alberi accarezzati
dal vento, questa voce paragono
a quel silenzio infinito: e d’improvviso nella mia mente
affiora l’eternità, e tutte le ere ormai trascorse,
e quella presente, viva, con la sua voce. Così il mio pensiero è immerso
in quest’immensità
ed è dolce, per me, inabissarmi in questo mare.

Analisi
Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive o uditive che hanno
un carattere vago e indefinito inducono l’uomo a creare con
l’immaginazione l’infinito a cui aspira; questa poesia è la
rappresentazione di uno di questi momenti. Essa si divide in due parti:
● Infinito spaziale (vv. 1-8) ⇒ L’avvio è dato dall’impossibilità della
visione da parte della siepe, che esclude il reale e fa subentrare il
fantastico. Il pensiero si costruisce l’idea di un infinito spaziale,
ovvero di spazi senza limiti
● Infinito temporale (vv. 8-15) ⇒ Prende il via da una sensazione
uditiva: la voce del vento viene paragonata all’infinito silenzio
creato dall’immaginazione, e suscita l’idea del perdersi delle cose
umane nel silenzio dell’oblio causato dal trascorrere del tempo. Si
arriva quindi all’idea di un infinito temporale in contrasto sia con
l’antichità che con il presente, e destinato a svanire.
● Passaggio psicologico ⇒ Davanti all’infinito spaziale, ha un senso
di sgomento; davanti a quello temporale, ha un senso di
naufragio. La coscienza rappresenta il «vero» e quindi l’infelicità,
lo spegnersi di essa rappresenta un piacere (per questo «il
naufragar m’è dolce»)

L’ultimo canto di Saffo


Analisi metrica
Canzone di quattro strofe di 18 versi ciascuna: i primi 16 versi
endecasillabi sciolti, gli ultimi due a rima baciata (settenario ed
endecasillabo)

Parafrasi
Notte tranquilla e raggio pudico della luna al
tramonto; e tu [stella di Venere] che spunti
fra il bosco silenzioso, là sulla rupe, ad
annunciare il giorno; foste visioni piacevoli e
care ai miei occhi finché non conobbi
il furore dell'amore e il mio destino; nessun
dolce spettacolo rallegra chi è disperato.
Una gioia inconsueta ci rianima quando
l'onda di polvere sollevata dai venti turbina
nell'aria fluida e muove l'erba nei campi; e
quando il carro, il pesante carro di Giove,
tuonando sopra di noi, squarcia il cielo
tenebroso (con il lampo).
A noi piace nuotare nella tempesta tra pareti
montuose e valli profonde, ci piace vedere la
fuga disordinata delle greggi impaurite,
oppure, stando sulla sponda pericolosa di un
fiume profondo, ci piace sentire il fragore
trionfante delle onde infuriate.
Bello è il tuo manto, o cielo divino, e sei bella
tu, terra rugiadosa.
Ahimé, di questa infinita bellezza, gli dei e il
destino spietato nulla diedero alla misera Saffo.
Nei tuoi superbi regni, il mio ruolo è quello di
un'ospite volgare e sgradita, di un'amante
disprezzata, e tendo invano, supplice, gli
occhi e il cuore, o natura, alle tue belle forme.
A me non sorridono la riva soleggiata e l'alba
che appare dalla porta del cielo; non mi
saluta il canto degli uccelli variopinti né il
mormorio dei faggi: e il ruscello limpido, che
dispiega il suo corso sinuoso all'ombra dei
salici ricurvi, ritrae sdegnoso le sue acque
serpeggianti dal contatto con il mio
piede malfermo e fugge urtando le rive profumate.
Di quale colpa, di quale indicibile misfatto mi
macchiai prima di nascere, tale che il cielo
e la sorte mi fossero così ostili?
In che cosa peccai bambina, quando la vita
non conosce ancora il peccato, perché poi
l'indomabile Parca avvolgesse il filo
rugginoso della mia vita privandomi del
fiorire della gioventù?
La tua bocca pronuncia parole sconsiderate:
una volontà misteriosa governa gli
eventi secondo il loro destino. Tutto è misterioso,
tranne il nostro dolore.
Siamo una prole dimenticata, nata per
piangere; e la ragione di ciò è nota soltanto agli dei.
O affanni, o speranze degli anni giovanili!
Giove ha concesso solo alle apparenze, alle
belle forme, di dominare per sempre sulle
genti: e il valore, anche se realizza grandi
imprese nella dotta poesia o nel canto, non
risplende quando è dentro un corpo privo di bellezza.
Moriremo. Gettato a terra questo corpo
indegno, l'anima fuggirà nuda nel regno dei
morti e solo così sarà riparato il crudele
errore del cieco destino.
E tu, al quale invano mi legarono un lungo
amore, una lunga fedeltà e una vana, furente
e implacabile passione: vivi felice, se mai un
mortale è vissuto felice sulla terra.
Quanto a me, da quando sono morti le
illusioni e i sogni della fanciullezza, Giove
non mi ha più bagnata con il dolce liquore
della felicità, gelosamente racchiuso in un vaso avaro.
I giorni più lieti della vita sono i primi a
fuggire. Li sostituiscono la malattia, la
vecchiaia e l'ombra gelida della morte.
Ecco, di tanti successi sperati e di tanti
inganni piacevoli non mi resta che il Tartaro;
il mio nobile spirito è già nelle mani della
dea degli Inferi, della buia notte e del fiume silenzioso (infernale).

Analisi
L’idea di infelicità individuale, dovuta in questo caso all’essere brutti, si
allarga a quella di infelicità universale, che non è solo dei moderni, ma
coinvolge tutti gli uomini, in ogni tempo; proprio per questo a essere
esempio di infelicità è la poetessa greca. Si può quindi trovare un
accenno al pessimismo cosmico, a cui Leopardi arriverà più tardi; alla
natura benigna si contrappone un fato crudele, creando quella che è di
fatto una fase transitoria.
A Saffo sono attribuiti gli atteggiamenti titanici propri di Leopardi,
quelli dell’eroe che deve combattere con il fato, in una natura
tempestosa e cupa, e di fronte a questa condizione negativa l’unica
soluzione è la morte scelta deliberatamente; nonostante questa, rimane
comunque un rimpianto

A Silvia
Analisi metrica
Sei strofe di diversa lunghezza, senza schema fisso, composte di
endecasillabi e settenari liberamente rimati.

Parafrasi
Silvia, ricordi ancora
quel tempo della tua breve vita mortale
quando nei tuoi occhi ridenti e timidi
splendeva la bellezza, e tu, felice
e pensierosa, ti avvicinavi
al fiorire della giovinezza? Il tuo canto perpetuo risuonava
nel silenzio delle stanze, e nelle vie attorno,
quando sedevi presa dai lavori femminili,
felice di quel futuro misterioso
che provavi a immaginarti. Era il maggio
profumato: e tu passavi così ogni tua giornata. Io, di tanto in tanto,
trascurando
gli studi amati e le pagine su cui mi affaticavo,
dove la mia giovinezza e il mio corpo
andavano consumandosi,
dai balconi della casa paterna
mi mettevo ad ascoltare il suono della tua voce,
e il ritmo rapido delle tue mani affaticate
nel tessere la tela.
Guardavo il cielo sereno,
le vie color dell’oro, le campagne,
e da un lato il mare, dall’altro le montagne.
Non esistono parole umane per descrivere
ciò che provavo in quei momenti… Che pensieri soavi, che speranze,
che emozioni avevamo, mia cara Silvia!
Come ci sembrava la vita
umana e il destino!
Quando ripenso a speranze così grandi,
un dolore disperato mi strugge il cuore,
e torno a dispiacermi
della mia sventura. O natura, natura,
perché non restituisci mai quello che hai promesso?
Perché inganni così tanto le tue creature? Tu, prima che l’inverno
inaridisse l’erba,
Silvia, piccola mia, sfinita e vinta
da una malattia occulta, morivi. E non vedevi
il fiore dei tuoi anni, e non ti accarezzava il cuore
la lusinga per i tuoi capelli nerissimi,
e per il tuo sguardo vergine che fa innamorare;
né le tue amiche, nei giorni di festa,
chiacchieravano d’amore con te. Dopo non molto, morì pure
la mia speranza: anche a me il destino ha negato
gli anni della giovinezza. Ahimè,
come, come te ne sei andata, cara compagna
della mia gioventù, mia speranza rimpianta.
Sarebbe questo quel mondo?
Questi i piaceri, l’amore, le azioni, gli eventi
su cui tanto abbiamo fantasticato?
È davvero questa la sorte del genere umano?
All’apparire della verità
tu, misera, sei caduta:
e da lontano con la mano mi indicavi
una tomba spoglia e la fredda morte.

Analisi (questa è lunga)


La situazione è lasciata nel vago e nell’indeterminato: ciò che unisce
Silvia e il poeta è solo il parallelismo tra due condizioni: ciò che li
accomuna è l’età giovane, piena di speranze, sogni e successiva
delusione. Gli unici riferimenti al fisico di Silvia sono gli occhi «ridenti e
fuggitivi» e l
La quiete dopo la tempesta
Parafrasi
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

Il sabato del villaggio


Parafrasi
​ La giovinetta torna dalla campagna
​ al tramonto,
​ con il suo fascio di erba; e porta in mano
​ un mazzolino di rose e di viole,
​ con cui, come è solita fare,
​ si prepara ad ornare
​ l’indomani, giorno di festa, il petto e i capelli.
​ Insieme alle vicine di casa
​ la vecchietta siede sulla scala a filare,
​ di fronte al punto in cui tramonta il sole;
​ e racconta della sua gioventù,
​ quando si ornava nei giorni di festa,
​ e ancora giovane e bella era solita
​ ballare con i suoi compagni di gioventù.
​ Arriva il buio,
​ il cielo torna sereno, e tornano le ombre
​ delle colline e dei tetti
​ sotto la luce bianca della luna appena spuntata.
​ La campana annuncia l’arrivo della festa;
​ e a sentire quel suono si potrebbe dire
​ che il cuore si consola.
​ I bambini riuniti nella piazzetta gridando
​ E saltando qua e là
​ Fanno un rumore piacevole:
​ e intanto fischiettando fa ritorno
​ alla sua povera casa
​ il contadino
​ e fra sé pensa al riposo della domenica.
​ Poi quando intorno ogni altra luce è spenta
​ e tutti tacciono,
​ si sentono i colpi del martello, si sente la sega
​ del falegname, che è ancora sveglio
​ nella sua bottega al lume della lanterna,
​ e si affretta a concludere il suo lavoro
​ prima della luce dell’alba.
​ Questo, dei sette giorni della settimana, è il più gradito,
​ pieno di speranza e di gioia:
​ le ore di domani porteranno
​ tristezza e noia, e ciascuno tornerà
​ a pensare alle solite preoccupazioni.
​ Ragazzo felice,
​ la gioventù
​ è come un giorno pieno di felicità,
​ un giorno luminoso, sereno,
​ che viene innanzi all’età festosa della tua vita.
​ Goditi il presente, fanciullo mio; questa è una condizione dolce,
​ lieta e felice. Non voglio dirti altro; ma non
​ ti pesi che il giorno della tua festa sia ancora lontano a venire

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia


Parafrasi
O luna, che fai nel cielo? Dimmi, che fai,
o silenziosa luna?
Sorgi la sera, e inizi la tua peregrinazione,
osservando a lungo i deserti; e poi cali e ti posi.
Non sei ancora stanca
di percorrere sempre lo stesso itinerario?
Non ti è ancora venuta a noia, sei ancora desiderosa
di ammirar questi luoghi di esilio?
La vita del pastore
somiglia alla tua.
Si alza appena il cielo si fa chiaro
conduce il suo gregge per il pascoli, e vede
altre greggi, fonti e prati;
poi stanco si riposa verso sera:
non s’attende mai altro dalla vita.
O luna, confessami: per che finalità ha valore
la vita per il pastore, e che ragion d’esser
ha la nostra esistenza per te? Dimmi: dove punta
questa mia esistenza nomade, e dove
invece va il tuo itinerario eterno e sempre uguale?
Un vecchierello dai capelli ormai bianchi, infermo
vestito di stracci e senza scarpe,
che porta sulle spalle un fardello assai pesante,
attraversando valli e montagne,
sassi aguzzi, dune profonde e luoghi impervi
in mezzo al vento, alla tempesta, al sole
che batte e alla stagione invernale
corre affannosamente e ansiosamente spera
supera torrenti e stagni
cade, si rialza, e continuamente si affretta
senza sosta o riposo,
sanguinante e con le vesti lacere; quando infine
arriva là dove la strada
e la gran fatica erano da subito destinate:
un abisso immenso ed agghiacciante,
dove egli, precipitando, dimentica tutto.
O purissima luna,
questa è la vita dei mortali.
L’uomo nasce per soffrire,
e la stessa nascita è un rischio di morte.
Prova sofferenza e dolore
come prima cosa; e all’inizio stesso della vita
la madre e il padre
prendono a consolare il figlio per essere venuto al mondo.
Quando questo poi cresce,
l’uno e l’altro lo sostengono, e continuamente
con gesti affettuosi e parole dolci
s’impegnano a fargli coraggio
e a consolarlo della condizione umana:
i genitori nei confronti della loro
prole non compiono altri gesti più graditi.
Ma perché dare al mondo
e mantenere in vita chi poi
è necessario consolare dell’esistenza stessa?
Se la vita è una sventura continua
perché dev’essere subita e tollerata da noi?
O luna non toccata da tali problematiche,
questo è lo stato dei mortali.
Ma tu non sei come noi,
e quindi forse poco ti interessa di ciò che dico.
Tuttavia tu, solitaria, eterna pellegrina
che sei così pensosa, tu forse puoi capire
cosa sia l’esistenza terrena,
il nostro soffrire e il nostro sospirare;
puoi intendere cosa significhi la morte,
lo scolorarsi del nostro volto,
e lo scomparir dalla terra, e abbandonare
ogni consueta ed amata compagnia umana.
E tu certo hai nozione
della causa delle cose, e vedi l’esito proficuo
del mattino, della sera,
e del silenzioso e inarrestabile alternarsi delle giornate.
Tu sicuramente sai per quale causa
lieta rida la primavera,
a chi sai favorevole l’estate, e che vantaggi
abbiano i ghiacci dell’inverno.
Tu mille cose sai, e mille ne scopri,
che sono tenute segrete all’umile pastore.
Spesso, quando ti osservo e ti contemplo
mentre stai così silenziosa sopra il deserto
che, al suo orizzonte, confina col cielo;
oppure mentre mi segui viaggiando
a mano a mano con il mio gregge;
e quando scruto le stelle splendere nel cielo;
dico pensando fra me:
“A che scopo così tante luci?
Qual è il senso dell’universo infinito, e della
grandiosità della volta celeste? Che vuol
dire la solitudine totale dell’uomo? Io che sono?
Così rifletto tra me e me: e non so
trovare uno scopo o un beneficio qualsiasi
dell’universo immenso e smisurato,
e di tutte le cose viventi;
né poi mi spiego
il senso di tanta fatica, di tanti andirivieni
di ogni cosa terrena o celeste
che girando ininterrottamente, finisce
là da dove era partita. Ma tu sicuramente
giovane luna immortale, sai la motivazione
di tutto. Questo io so e provo,
che forse ad altri verrà
un bene o un premio
dell’eterno ruotare degli astri,
della mia fragilità; per me, la vita è dolore.
O gregge mio che ti accucci, beato te,
che - suppongo - non conosci la tua miseria!
Come ti invidio!
Non solo perché vai
libero dalle preoccupazioni umane;
tanto che dimentichi immediatamente
ogni sofferenza, dolore o timore di morte
ma soprattutto perché non provi mai la sensazione
del nulla. Quando siedi all’ombra, sull’erba,
sei pacifica e felice;
e vivi in questo stato senza noia
per buona parte dell’anno.
E pure io siedo in un prato ombroso,
ma un’insoddisfazione latente mi ingombra
il pensiero, e uno sprone quasi mi pungola
così che, benché seduto, io sono ben distante
dal trovar un luogo di pace.
E tuttavia non desidero alcunché
e non ho per ora motivo di dolermi.
Non so dire con precisione
quanto o per qual motivo tu sia felice; ma sei fortunata.
Ed io provo ancor poco piacere,
o gregge mio, né mi lamento solo di questo.
Se tu sapessi parlare, io ti chiederei:
“Dimmi, perché
ogni animale è contento
giacendo nell’agio e nell’ozio mentre,
se io mi riposo, la noia mi assale?”
Forse se io avessi le ali
per volare sopra le nuvole,
e contare a una a una le stelle
o se potessi errare di cresta in cresta
sarei più felice. o dolce mio gregge,
sarei più sereno, o candida luna.
O probabilmente il mio ragionamento
si allontana dalla verità, prestando attenzione alla sorte altrui.
Forse - in quale che sia lo stato in cui si nasce,
dalla stalla alla culla - per chi viene
al mondo è funesto il giorno della nascita

A se stesso
Parafrasi
​ Ora avrai riposo per sempre,
​ Mio cuore stanco. L’ultima illusione,
​ Che io credevo eterna, è morta. È morta. Sento bene,
​ Che in me si è spento il desiderio, oltre che la speranza,
​ Di illusioni dolci.
​ Riposa per sempre. Hai palpitato
​ Abbastanza. Nessuna cosa vale
​ I tuoi turbamenti, né la terra è degna
​ Di sospiri. La vita è
​ Dolore e noia, nient’altro; il mondo è fango.
​ Ormai devi fermarti. Perdi la speranza
​ Per l’ultima volta. Agli uomini, il fato
​ Non ha concesso altro che la morte. Ormai dispressa
​ Te stesso, la natura, il il brutto
​ Potere che, nascosto, domina a danno di tutti,
​ E l’infinità vanità di tutto.

La ginestra
Parafrasi
[vv 1-16]
Qui sulle brulle pendici
del terribile vulcano
Vesuvio, distruttore di genti,
che non sono rallegrate da nessun altro albero
né fiore, o profumata ginestra, spargi i tuoi rami
solitari, felice di trovarti
nei deserti. Ti ho già visto
abbellire con i tuoi steli le campagne disabitate
che circondano Roma
che fu sovrana dei mortali nell’antichità,
e sembra che questi luoghi col loro aspetto
severo e silenzioso facciano da ricordo
e testimonianza del perduto potere a chi passa.
Ti rivedo ora su questo suolo, amante
di luoghi tristi e abbandonati da tutti e sempre
compagna di sorti sventurate
[vv 32-53]
Ora qui intorno
la rovina ricopre tutto, là dove tu hai radici,
o fiore gentile, e come per commiserare
i danni prodotti da altri, spandi verso il cielo
un profumo assai dolce, che allieta
il paesaggio desertico. A questi luoghi deserti
si rechi chi è solito lodare in maniera esaltata
la condizione umana, e si renda conto
di quanto la natura affettuosa si preoccupa
dell’uomo. E in maniera opportuna
potrà anche aver cognizione
della potenza del genere umano,
che la natura crudele, quando l’uomo meno se l’aspetta,
annulla in parte e in un solo momento
con un moto impercettibile, e può
con una scossa un po’ più netta
cancellare del tutto in un istante.
Qui rappresentate
sono le “sorti magnifiche e progressive”
delle stirpi umane.
Guarda qui e qui specchiati,
secolo stupido e arrogante
[vv 87-135]
Un uomo di condizioni modeste e salute
cagionevole, nobile ed elevato d’animo,
non definisce né reputa se stesso
ricco di beni o di vigore fisico,
e non si mette ridicolmente in mostra
tra la gente per la vita lussuosa
o per il suo bell’aspetto;
ma senza vergogna si mostra privo
di forza fisica e di beni materiali, e chiama
apertamente le cose col loro nome, e stima
le sue cose in modo aderente alla verità.
Non penso che sia un essere
magnanimo ma sciocco chi,
destinato a morire, educato attraverso le sofferenze,
afferma: “Sono nato per essere felice”
e riempie con il suo nauseante orgoglio
fogli su fogli, promettendo in terra,
a genti che un’onda di tempesta,
una pestilenza, un terremoto
possono distruggere in modo che
ne sopravviva a stento il ricordo,
un destino sublime
e straordinarie felicità,
che il cielo stesso ignora.
Uno spirito nobile è quello
che ha il coraggio di sollevare
i propri occhi mortali contro
il destino comune, e che con parole oneste
e sincere e senza nulla togliere alla verità,
e confessa il male che ci è stato assegnato,
e la nostra condizione meschina e fragile;
una natura nobile è quella che mostra sé
coraggiosa e forte nella sofferenza, e che non
aggiunge alle sue sciagure né gli odi
né le violenze tra simili, che sono ancora
più gravi del resto, dando la responsabilità
all’uomo del suo dolore, ma dà la colpa
alla natura che è davvero colpevole, e che
per gli uomini è madre per il parto e matrigna
per come ci tratta. L’umanità definisce
questa come nemica;
e pensando di essere, com’è vero, unita
e schierata contro di lei,
ritiene tutti gli uomini confederati tra loro
e tutti li stringe in un abbraccio
con vera partecipazione, offrendo
ed aspettando un valido e rapido aiuto
nelle alterne difficoltà e nelle sofferenze
della comune lotta.
[vv 158-201]
Sovente siedo nottetempo in queste lande,
che, deserte, il flutto solidificatosi della lava
- e sembra muoversi ancora - ricopre di colore
marrone cupo; e sul paesaggio tristissimo,
sotto un cielo terso e pulitissimo
vedo risplendere le stelle nel cielo, alle quali
il mare, da lontano, fa da specchio,
e tutto il mondo brilla di scintille
per l’universo sereno.
E quando fisso lo sguardo a quegli astri,
che ai miei occhi paiono solo dei puntini,
e invece sono immensa, così che in realtà
terra e mare sono un punto al loro
cospetto; e per queste stelle
non solo l’uomo ma la stessa Terra,
dove l’uomo vale nulla,
è completamente ignota; e quando contemplo
quelle costellazioni di stelle
lontanissime e senza fine,
che ci sembrano come una nebbia, alle quali
non l’uomo, non la terra soltanto,
ma tutte insieme le nostre stelle,
insieme con il sole dorato,
infinite per numero e per mole, o sono ignote
o appaiono come loro sembrano a noi, e cioè
un punto di luce fioca; allora che puoi
sembrare al mio pensiero,
o stirpe umana? E ricordando
il tuo stato sulla terra, di cui è testimonianza
il suolo vulcanico che io calpesto; e d’altra parte
considerando che ti reputi padrona
e fine dell’universo; e pensando a quante volte
ti è piaciuto fantasticare su come i creatori
del mondo siano scesi su questo dimentico
granello di sabbia, che ha nome di Terra,
e su come abbiano spesso conversato
piacevolmente con i tuoi simili; e ricordando
che, raccontando nuovamente illusioni
già derise a suo tempo, il nostro secolo,
che pretende di superare le ere precedenti
in sapere e in civiltà, si burla dei saggi;
che sentimento d’animo, o umanità infelice,
che pensiero nei tuoi confronti mi prende il cuore?
Non so so prevale il riso o la pietà
[vv 297-317]
E tu, docile ginestra,
che adorni con cespugli odorosi
queste campagne desertificate,
anche tu presto soccomberai alla potenza
crudele della lava in eruzione,
che ritornando ai luoghi
già colpiti, stenderà sui tuoi molli rami
il suo duro e acre lembo di rocce. E piegherai
sotto la colata mortale il tuo fusto innocente
senza opporre resistenza:
ma il tuo capo non è stato piegato
fino a quel momento, con suppliche inutili
e codarde al futuro oppressore; e il tuo capo
non si è eretto con orgoglio folle contro
le stelle, né sul deserto, dove hai avuto
il luogo di nascita e di residenza
non per scelta ma per gioco del caso;
ma più saggia, e tanto meno debole ed insensata
dell’uomo, poiché non hai mai creduto
che la tua specie fosse stata resa immortale
o dal destino o da te stessa.

Le Operette morali e «l'arido vero»


Siamo nel 1824, quando scrive 20 testi, di ritorno da Roma, primo
viaggio al di fuori del suo “borgo natio”, in cui entra a contatto con la
società, ricevendone una cocente delusione; verrà pubblicata nel 1927,
in parallelo con i Promessi Sposi. Periodo del pessimismo cosmico con
spenta vocazione poetica. Decide di riordinare il suo pensiero e di
esplicitarlo. Parla di quest’opera nel dialogo di Tristano e di un amico.
“Operette” perché sono brevi testi scritti con tono lieve che fa leva sul
ridicolo, sul comico e sull’ironia, “morali” per l’impegno morale per
l’appunto
Sono dei testi in prosa di argomento filosofico, con un forte impegno
morale e civile alla base, la morale è che una persona, attraverso il
sarcasmo e l’ironia demolisce le false sicurezze degli umani, e sottolinea
che la dignità umana sta nell’affrontare le difficoltà della vita attraverso
la solidarietà. Imita i dialoghi di Platone, Luciano, che scrivevano un
genere definito “serio-comico”; il tono è sempre ironico e sarcastico.
Temi principali sono l’infelicità inevitabile dell’uomo, l’impossibilità del
piacere, la noia, il dolore, i mali materiali dell’umanità.

Personaggi
● Personificazioni che inventa (natura)
● Filosofi
● Personaggi di mitologia e letteratura (Tristano)
● Personaggi storici
Sono dei testi in prosa con due strutture:
● Dialoghi. (es. Ercole e Atlante, Islandese con la natura , Cristoforo
Colombo e Pietro Gutierrez)
● Narrazioni
● Prose liriche
● Raccolte di aforismi

Dialogo della Natura e di un Islandese


Un islandese è insofferente e infelice e inizialmente crede che questo
suo stato d’animo sia dovuto ai mali rapporti con i vicini. Per questo
motivo decide di isolarsi ulteriormente.
Ma ancora una volta è insofferente e attribuisce la sua infelicità al
clima.
In casa è costretto a stare vicino al fuoco ma qui soffre per l’ambiente
secco e pieno di fumo, all’esterno invece il clima è troppo rigido.
Decide dunque di girare il mondo convinto di trovare un luogo adatto a
lui.
Ma trova luoghi troppo caldi, troppo freddi, troppo piovosi, troppo
freddi, con venti forti, terremoti.
Arrivato in Africa, incontra la Natura (la quale ha sembianze di donna
enorme appoggiata a una montagna) a cui rivolge domande
esistenziali circa l’uomo, dopo averle mostrato la sua incomprensione e
contraddizione verso il suo comportamento (della Natura).
La paragona inoltre a un ospite pazzo che costringe colui che ospita a
stare in luoghi scomodi, lo tiranneggia e lo danneggia, impedendogli di
andare via.
Quindi l’islandese chiede alla Natura il senso del suo operare contro i
viventi ma lei asserisce di essere al di là del bene e del male e di operare
seguendo un ciclo di conservazione ben al di sopra delle vite.
Ma quando alla fine l’islandese chiede a chi giova questa vita infelice
dell’universo, conservata con il danno e con la morte delle cose che lo
compongono.
La storia ha un doppio finale:
1. passano due leoni e lo divorano.
2. una tempesta di sabbia lo seppellisce rendendolo una mummia da
esposizione.

Leopardi si ispira alla storia di Jenni Voltaire in cui si parla dei flagelli a
cui sono sottoposti gli islandesi.
- Islandese: simbolo dell’infelicità dell’uomo.
- Emerge la cultura cosmopolita di Leopardi (Vasco de Gama, isola di
Pasqua, Lapponia, Tropici…)
- È ateo ma conosce bene i testi sacri.
- È nichilista: tutto è nulla ( non esiste nulla di trascendentale ma tutto è
immanente)- (N.B. nichilismo: atteggiamento anarchico di chi nega i
valori della vita e propone l’abbattimento dell’ordine costitutivo.)
- Il duplice finale si ricollega a questa teoria per cui “nulla si crea, nulla
si distrugge”…infatti…
Mummia: oggetto di studio, serve agli studiosi.
Mangiato dai leoni: se mangiato è utile per la sopravvivenza di altre
specie.

Dialogo di Plotino e Porfirio


È il dialogo affrontato da il maestro Plotino e l’allievo Porfirio.
Quest’ultimo narra al maestro che vuole suicidarsi per porre fine alle
sofferenze della vita. Infatti crede che solo grazie al suicidio si possano
evitare i sentimenti vani della vita. Per questo motivo non bisogna avere
paura della morte, in quanto è l’unica medicina per i mali dell’uomo. Ma
secondo il maestro, se tutti gli uomini tentassero il suicidio, non
sarebbe garantita la continuità della specie umana. Ed inoltre ritiene
che il dolore sia lecito nella vita dell’uomo, lo accompagnerà lungo tutto
il corso della sua vita ed il piacere sarà raggiunto inconsapevolmente.
Appunto per questo motivo allora Porfinio crede che sia necessario il
suicidio per annullare i mali. Ma il maestro ribatte dicendo che questo è
utile solo per i mali personali ma accentua i mali dei propri cari. Anche
in questo racconto si affronta il tema della morte. Per Leopardi la morte
è l’unica medicina capace di ridurre i mali terreni, ma questa deve
avvenire spontaneamente in quanto il suicidio porta alla sofferenza di
altre persone. Per questo motivo è necessario confortarsi a vicenda tra
gli uomini, in modo da affrontare la natura nemica, la vera responsabile
di questi mali.

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un


passeggere
L’operetta si presenta come un confronto tra due anonimi interlocutori,
un popolano, il venditore di almanacchi, e un uomo colto, il passante.
Dietro di questi si cela evidentemente Leopardi stesso, con tutto il suo
sistema filosofico. Il popolano, che riflette sull’opinione corrente, è
convinto che l’anno nuovo sarà sicuramente più felice di quelli
precedenti, nonostante l’esperienza gli dica che il passato è stato
sempre e regolarmente infelice. L’uomo colto non lo irride per questo,
dall’alto della sua superiore consapevolezza del male di vivere, ma
cerca pazientemente di condurlo, attraverso il ragionamento, ad
ammettere che nella vita passata di ognuno è stato maggiore il peso
del male che quello del bene, tanto che nessuno accetterebbe di
riviverla tale e quale
Questa operazione è condotta con una sottile ironia, che non implica
disprezzo per l’opinione volgare, ma al contrario una forma di pietà per
l’infelice sorte toccata all'umanità e di comprensione per le ragioni di
quell’errore, che rivelano da parte dell’uomo colto la consapevolezza di
partecipare a una comune miseria. È quella forma di pietà che percorre
i testi dell’ultimo Leopardi e troverà la sua espressione più compiuta
nella Ginestra. L’unica felicità concessa all’uomo è la speranza nel
futuro ignoto, che si fonda sull’illusione che possa essere migliore del
passato

Dialogo di Tristano e di un amico


Tristano ritiene che non solo il suo tempo sia caratterizzato da
un’infelicità solida ed evidente, ma che ogni uomo sia ontologicamente
infelice. Non può perciò accettare nessuna fiducia nel progresso né,
tanto meno, alcun tipo di esaltazione dell’epoca attuale. Del resto, come
è noto, proprio le Operette portano avanti una feroce battaglia contro
le teorie antropocentriche in favore di un relativismo che ridimensiona
l'intera condizione umana, in particolar modo quella presente, che si
caratterizza solo per una superba considerazione di sé da parte degli
uomini. Così Tristano, in aperta polemica con l’Amico, all’ottimismo
spiritualistico della cultura della prima metà dell’Ottocento oppone il
suo lucido ed eroico pessimismo ontologico. L’arma con cui egli fa ciò in
questa operetta è senz’altro quella dell’ironia, attraverso la quale il
protagonista finge di aver cambiato idea e di ritornare sui propri passi
per abbracciare le tesi dell’Amico. La materia di scontro è l’ultimo libro
di Tristano (palese è il riferimento alle stesse Operette morali,
conosciute dal pubblico nell’edizione del 1827). Già dalle prime battute si
può notare come il piglio ironico non esiti a divenire
sarcastico:Attraverso questa finta ritrattazione Leopardi smonterà una
dopo l’altra le convinzioni ottimistiche e antropocentriche dell’Amico,
vero laudator della propria epoca. Tristano gli farà ammettere che
l’infelicità è una condizione evidente e innegabile dell’uomo e
respingerà, con il riso prima e con lo sdegno poi, le accuse di essere
approdato a simili convinzioni a causa della propria sfortunata
condizione fisica. Successivamente deriderà la fiducia nel progresso dei
contemporanei, che egli giudica vili e più deboli degli antichi, i quali
erano magnanimi e anche fisicamente più forti, sia nel corpo che nello
spirito. Il protagonista espone così un pensiero organico, che ha come
fondamento l’infelicità ineluttabile dell’uomo: infelicità che non può
essere definita, come tenta invece di fare l’Amico, né fenomeno
accidentale né condizione trascurabile.
A supporto della propria teoria Tristano richiama in libera alternanza
passi delle Sacre Scritture e dei poemi omerici. Il suo pessimismo, che
preferisce la morte alla vita, e che per nulla si scompone di fronte
all’incomprensione che i contemporanei riservano al suo libro, si
potrebbe definire “eroico”, già in linea con quello della Ginestra. Dopo la
finta accettazione di emendare la propria opera per divulgarla tra il
pubblico, l’ironia lascia spazio all’attacco diretto e a un tono di invettiva
schietto e crudo, in cui si difende il pensiero consegnato al libro delle
Operette. Qui l’autore ha cercato coraggiosamente di indagare la
drammatica essenza della realtà e non di rifuggirla vigliaccamente.
Tristano difende con forza il suo intento di aver analizzato la
condizione dell’uomo alla luce dell’effettiva fragilità che lo caratterizza
perché, solo in seguito a una onesta valutazione e a uno sguardo
consapevole sulla propria natura, si potrà accedere alla nobile
consolazione del riso e della pietà.

Dialogo di Federico Ruysch


La vicenda è ambientata nello studio dello scienziato; Federico Ruysch
viene svegliato nel cuore della notte dal canto dei defunti risorti poiché
si sta compiendo “l’anno grande e matematico”, ossia quel momento in
cui i pianeti si ritrovano nella stessa posizione in cui ebbe principio il
loro moto. Allo scoccare della mezzanotte i morti di ogni dove hanno
facoltà di parlare coi vivi per un quarto d’ora. Ma a una condizione: che
siano i vivi a rivolgere loro domande, poiché i defunti, tra loro, non
saprebbero che dirsi. L’imbalsamatore vince a fatica la paura che lo
inchioda a letto, si alza e ordina alle sue mummie di fare silenzio. Da qui
l’atmosfera dell’operetta perde quella solennità creata dai versi per
lasciare spazio a momenti di ironia e a passaggi burleschi, dovuti
essenzialmente alla goffaggine del personaggio personale, che si
ritrova inaspettatamente di fronte a una situazione paradossale.
Impaurito che i cadaveri siano risuscitati, Ruysch rimane spiazzato
finché il primo non lo rassicura con queste parole: Poco fa, sulla mezza
notte appunto, si è compiuto per la prima volta quell'anno grande e
matematico, di cui gli antichi scrivono tante cose.
L’olandese allora improvvisa una serie di domande che corrispondono
ad altrettanti luoghi comuni sul tema della morte, che i cadaveri si
apprestano a smentire o correggere. Ruysch chiede che cosa si prova in
punto di morte e, con sua sorpresa, si sente rispondere che non si
avverte proprio niente, esattamente come non ci si avvede del momento
in cui ci si addormenta. Col procedere del dialogo, l’anatomista cerca di
incalzare i suoi interlocutori ma si ritrova sempre più disorientato dalle
loro risposte. “Non sentiste nessun dolore in punto di morte?” domanda
alle mummie. Alla nuova risposta negativa esse aggiungono che la
morte non solo non è un’esperienza dolorosa, ma non è nemmeno un
“sentimento”, quanto “piuttosto il contrario”. Si devono quindi ricredere
tanto gli epicurei quanto coloro che credono nella vita spirituale: la
morte è semplicemente un affievolirsi progressivo di tutte le facoltà
senzienti, fino al completo spegnimento. Si arriva così alla risposta
decisiva che i morti danno a Ruysch quando egli chiede loro: “Dunque
che cosa è la morte, se non è dolore?”. Risponde uno dei cadaveri:
Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire, come l'addormentarsi,
non si fa in un solo istante, ma per gradi. Vero è che questi gradi sono
più o meno, e maggiori o minori, secondo la varietà delle cause e dei
generi della morte. Nell'ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore
né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non
può generare dolore perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell'uomo in
quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi, che è
quanto dire estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa di
piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior
parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di
modo che i sensi dell'uomo sono capaci di piacere anche presso
all'estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza e
piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la
cessazione di qualunque dolore o disagio, e piacere per se medesima.
Alla luce di questa risposta si comprende come la morte non solo venga
scagionata dall’essere fonte di dolore, ma venga definita addirittura
come un possibile piacere, proprio perché il piacere consiste nel non
sentire. Secondo Leopardi la percezione della vita è di per sé dolore
perché essa è caratterizzata in ogni momento da una tensione verso un
desiderio irraggiungibile. L’indebolimento delle nostre facoltà, invece, ci
libera da questa morsa per consegnarci a un non essere che è positivo
proprio perché corrisponde a un non sentire. Il piacere è, insomma -
come viene detto nell’operetta - la “languidezza”: è l’indebolimento delle
nostre forze fino a non essere più. Successivamente i morti rispondono
che, per sua stessa natura, l’uomo, fino all’ultimo secondo, rimane
aggrappato alla vita. Spera cioè di continuare a vivere anche quando
malato o ormai prossimo al trapasso. La domanda a cui i morti non
rispondono è l’ultima che Ruysch pone loro: “Dite: come conosceste
d'essere morti? Non rispondono. Figliuoli, non m'intendete? Sarà
passato il quarto d'ora. Tastiamogli un poco. Sono ri morti ben bene:
non è pericolo che mi abbiano da far paura un'altra volta: torniamocene
a letto”. La domanda tenta, come nota Cesare Galimberti, di “conoscere
la morte” 2 che però è già stata “definita ignota dal Coro”. Un mistero
drammatico si nasconde dietro questa chiusa apparentemente comica,
che circolarmente riporta Ruysch nella stesso luogo dove era all’inizio, il
letto, lasciandolo in balia di quella stessa incomprensione dell’arcano
che egli, come tutti gli uomini, aveva prima di intraprendere il dialogo
con le sue mummie.

appunti di lezione, valutare dove usarli

LA NATURA
Il pastore errante (Leopardi) dialoga con la luna ponendole domande
esistenziali, ma la luna non risponde, e resta indifferente.

IL DESIDERIO, TRA SPERANZA E DISILLUSIONE


Secondo Leopardi, una volta realizzato un desiderio, l’uomo ha una sete
infinita di desiderare altro. Perciò ogni piacere è temporaneo: «Piacer
figlio d’affanno» . L’uomo non può quindi essere sempre felice. I bambini,
con la fantasia e l’immaginazione si accontentano di poco, invece il
giovane, con la ragione pian piano capisce che la vita è difficile, tuttavia
mantiene i propri sogni e le proprie illusioni. L’adulto non vede realizzati
i propri sogni, e capisce che la realtà è dolore e non rispecchia le sue
aspettative: secondo leopardi, la maggior parte delle persone si lascia
vivere e non vive, non si pongono domande e seguono l’esistenza.
Più tu hai un animo sensibile e profondo, più cose capirai, più soffrirai;
questi uomini grandi non devono tenere per loro la loro esperienza, ma
condividerla, per la social catena

PRODUZIONE
Traduce la sua filosofia nell’opera delle Operette Morali.
Inizialmente scrive le canzone civili (all’Italia, dinanzi al monumento di
Dante, ad angelo mai): in questi testi critica l’Italia retrograde e chiusa
del suo tempo, manifesta il pessimismo storico, e si propone di
combattere per la sua patria, senza la consapevolezza dei problemi
dell’Italia

● Dialogo di torquato tasso e del suo genio familiare


● Dialogo della Natura e di un islandese
● Dialogo di Plotino e porfirio
● Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere
● Dialogo di Tristano e di un amico

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