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EDUARDO

CHILLIDA

‐Lo spazio e il limite‐

Eduardo Chillida fu uno scultore e architetto spagnolo che riuscì a trovare nelle sue opere un
nesso che accomuni musica, architettura e poesia in un contesto unitario e armonioso e che
non ponga limiti allo spirito, partendo proprio dall' anima della materia.

Sin da piccolo fu influenzato dalla vena artistica del padre verso il disegno e la pittura tanto
da trasferirsi a Parigi nel 1947 per dedicarsi alla scultura, alla lavorazione del ferro battuto,
dell’acciaio e del legno.

Gli studi di architettura iniziati ma poi interrotti, lasciarono in lui la capacità di modellare lo
spazio attraverso linee e segni architettonici, trattandolo quasi come materia concreta. Nelle
sue opere infatti, lo scultore usa la materia per definire lo spazio che è, così come il vuoto, il
fulcro della sua arte. A Tindaya ritaglia lo spazio dentro la montagna per creare un luogo, fra
cielo e terra, da cui contemplare l’orizzonte. Chillida realizza uno “spazio carico”, reso vivo dai
continui cambiamenti della luce, un vuoto da percepire con tutti i sensi. La scultura non è più
solo a tre dimensioni ma diventa una configurazione visiva, sonora, emotiva, multisensoriale,
vibrante al cambiare delle condizioni di luce e d’ombra.

Colpisce in Chillida la consapevolezza del rapporto con la musica e in particolar modo alla
figura di Bach, da lui visto come un architetto che crea spazi con altri mezzi, con i suoni e con
il tempo. Così come la musica si serve di suoni e silenzi, per Chillida nell’architettura il pieno
della materia non può esistere separatamente al vuoto. Il suo processo creativo lavora molto
spesso per estrazione di materia, per via di levare, secondo la tradizione della plastica
scultorea; in questo si può trovare un parallelismo con la scultura di Michelangelo: se
quest’ultimo rimuoveva la materia per tirarne fuori l’opera in essa contenuta, Chillida invece
la svuota per definire con il vuoto l’opera stessa.

Solitario e atemporale lo scultore lavora in relazione alla res (materia) di volta in volta
incontrata, per liberarne nel silenzio ogni potenzialità d’essenza sempre in rapporto al
circostante. Numerose sono state le opere per spazi pubblici, che si pongono in relazione con
la natura, come fossero visioni in positivo di un Friedrich moderno. Citando il pittore
romantico, il sentimento del sublime, protagonista delle opere di Friedrich, è presente in
Chillida in quanto, così come il Viandante sul mare di nebbia è inerme davanti alla vastità della
natura che lo circonda, anche lo spettatore che osserva le sculture di Chillida è completamente
immerso nello spazio da egli creato, che aspira al coinvolgimento del fruitore stesso nella
stanza spaziale.

Le sue opere vogliono porci davanti a un orizzonte infinito, esattamente come quelle del
pittore tedesco, a una solitudine vuota, un silenzio spaziale aperto, da cui l’uomo può
contemplare la grandezza del paesaggio circostante. Allo stesso modo l’architettura di
Fabrizio Foti in “Casa M_P” si ispira all’opera di Chillida “Elogio dell’orizzonte”, in quanto
l’architetto crea una connessione, sia percettiva che fisica, con la campagna circostante sulla
quale si affaccia la casa. Foti sceglie di porre la casa su un basamento collocato sulla solida
roccia, cosi come il viandante di Friedrich, che l’architetto considera il simbolo
dell’architettura.

È interessante vedere le opere di Chillida come evoluzioni distanti nel tempo dei cromlech,
ovvero i monumenti preistorici monolitici costituiti da pietre infisse nel suolo, disposte a
circolo nelle lande delle terre nordiche. Le opere dello scultore condividono con questi
monumenti antichi la forte caratterizzazione dello spazio che delimitano e contengono allo
stesso tempo. Inoltre entrambi sono esempi di architetture composte da elementi semplici,
segni, che da soli sono privi di valore ma che insieme sono capaci di creare forme che
modificano spazio, carico di tensioni, di luci, di sensazioni, vibrante, cangiante, dinamico.

Uno dei punti di partenza per capire il concetto di spazio in Chillida, potrebbe essere la
poetica espressa nelle opere dell’artista olandese Piet Mondrian.

L’originalità in Mondrian consiste nel tentativo di esprimere con la pittura non il sentimento
individuale, ma il sentimento collettivo, universale, mediante un’unica forma che egli chiama
«neutra», il rettangolo, perché in esso la linea non ha l’ambiguità della curva ma la decisione
inequivocabile della retta.

Chillida non condivide l’uso dell’angolo perfetto utilizzato da Mondrian, in quanto secondo lui
“sa di prigione”. Proprio per questo nelle sue opere egli non utilizzerà mai angoli retti, bensì
angoli dati dall' ombra.

Se per Mondrian il linguaggio pittorico aveva come strumenti indispensabili «la linea e il
colore», per Chillida fondamentali sono invece “lo spazio e il vuoto”.

In Mondrian l’equilibrio delle linee e dei colori in un piano, rappresenta lo spazio infinito, che
tutto comprende e racchiude, fuori del tempo.

Viceversa Chillida parla di uno “spazio vuoto”, un vuoto che tende a presentarsi come
presenza di una pura assenza, anche se per definirlo abbiamo la necessità di vederlo in
opposizione al pieno, quindi alla materia percepibile coi nostri sensi, visibile, tangibile.

Dunque è per questo motivo che Chillida è definito l’”architetto del vuoto”. 

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