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LEOPARDI VITA

Un'importanza ha avuto la formazione culturale dell'autore. La biblioteca del padre Monaldo offre
a Leopardi un'opportunità di impegno esistenziale profondo. Il rapporto con Giordani e la scelta di
impegnarsi nel presente intervenendovi, modificano l'atteggiamento di leopardi dando alla sua
solida eruzione e alla sua competenza fisiologica una dimensione filosofica e civile. Leopardi
accoglie dall'illuminismo la fiducia nella scienza, nella ragione e nella ricerca sperimentale della
verità. Ma applica questa formazione razionalistica è illuministica ha un contenuto ideologico
ancora esplicitamente cattolico. L'adesione al classicismo si configura come un tentativo di
rilanciare nel corrotto presente le virtù degli antichi, servendosi dei loro modelli di stile. L'attività
erudita dei primi anni dai suoi risultati migliori in campo fisiologico. La padronanza assoluta del
latino e del Greco, nonché la buona concezione dell'ebraico fanno di Leopardi un'eccellente
filologo. Le attività filologica di Leopardi si accompagnano a un'attenzione alla evoluzione storica
delle lingue e degli stili e ai rapporti tra lingue diverse. Molti scritti filologici leopardiani sono
concentrati negli anni della prima giovinezza. Nello Zibaldone non cessano di depositarsi
occasionalmente appunti e osservazioni fino al 1932. Oggi si corre il rischio di fare di Leopardi un
pensatore grande proprio perché non sistematico e neanche rende, grande proprio perché è
aperto e privo di teologia. Ciò significa adattare Leopardi a categorie successive di sistematicità
concettuale. E dunque più che mai necessario concentrarsi sulle coordinate essenziali e del
pensiero leopardiano. Non c'è nessun altro autore della nostra storia letteraria eccettuato Dante,
per il quale ogni elemento della rappresentazione sia altrettanto legato al piano concettuale. La
mancanza di un elaborazione filosofica sistematica non vuol dire che Leopardi sia un pensatore
sistematico. Ciò che manca di sistematicità è il metodo leopardiano di indagine che può essere
definito aperto. Leopardi rifiuta un uso specialistico della speculazione filosofica. Il vero che
interessa Leopardi è il vero esistenziale dell'io ed è il vero sociale dei molti. Leopardi affronta
subito il problema dell'infelicità umana che non dipende dalla natura. La natura è Infatti
considerata un'entità positiva e benefica, produce solide e generose illusioni, che rendono l'uomo
capace di virtù di grandezza. La civiltà umana ha però distrutto le illusioni. L'uomo non era
destinato a essere felice sulla terra, ma lei illusioni lo proteggevano dal rendersene conto.
L'infelicità dell'uomo non è dunque un dato costruttivo ma storico: gli antichi erano ancora capaci
di grandi illusioni mentre i moderni le hanno perdute quasi completamente. Si parla perciò per
questa prima fase del pensiero leopardiano di pessimismo storico perché l'infelicità umana è
ritenuta il frutto di una condizione storica. Per i moderni, dei margini è possibile recuperare le
grandi illusioni degli antichi attraverso l'azione e l'eroismo e in particolare attraverso il rischio  il
disprezzo della vita in nome di una sfida al destino. Tra il 1819 e il 1823 questo sistema della
natura e delle illusioni entra in crisi a causa del modificarsi dei vari elementi che lo sorreggono e
viene meno l'adesione di Leopardi al cattolicesimo, ed egli abbraccia definitivamente il sensismo
illuministico. Negli anni 1800 19823 Leopardi acquisisce un punto di vista rigorosamente
materialistico ispirato al meccanicismo settecentesco. "Il corpo è l'uomo" conclude Leopardi:
dunque "il corpo pensa". La causa dell'infelicità umana è indicata nel rapporto tra il bisogno dell'
individuo di essere felice e le possibilità di soddisfacimento oggettivo. Nasce quella che Leopardi
chiama teoria del piacere. L'uomo aspira naturalmente il piacere ma il piacere desiderato è
sempre superiore al piacere effettivamente conseguibile. Queste riflessioni comportano una
ridefinizione del concetto stesso di natura, la natura era considerata incapace di garantire ai
viventi la felicità; ma le illusioni bastavano a farla considerare quale madre benevole. Ora la
responsabilità dell'infelicità umana è fatta invece di cadere per intero sulla natura. Ora non sono
più le condizioni storiche a essere indicate quale cause dell'infelicità, ma le condizioni esistenziali
dell'uomo, si parla per questa seconda fase del pensiero leopardiano di pessimismo cosmico. Il
procedere della civiltà è ancora considerato quale movimento opposto alla natura. Ma la
condanna della civiltà si sostituisce ora una considerazione complesse ambivalente di essa positiva
e  negativa allo stesso tempo. Da una parte la civiltà è l'arma attraverso la quale l'uomo ha
smascherato la verità della propria cognizione, dall'altra parte però la civiltà sottraendo l'uomo al
dominio delle forze naturali e delle illusioni lo ha reso più egoista e più fragile. Ad allargare la
portata del pessimismo leopardiano concorse anche la scoperta del pessimismo antico che mise in
crisi il mito dell'antichità felice. Tra il 1823 il 1827 la riflessione leopardiana trovò un approdo
provvisorio in una specie di saggezza distaccata  ed espone nelle operette morali i risultati
pessimistici della propria filosofia. Nell'ultima fase torna in primo piano l'esigenza dell'impegno
civile. A partire dal dialogo di Plotino e di Porfirio delle operette si assiste a una valorizzazione del
momento sociale dell'esperienza umana. Ciò consente fra l'altro di rispondere una volta per tutte
alla questione del suicidio frequentemente affrontate da Leopardi: esso costituisce una vilta e un
errore perché provoca dolore  ai superstiti rendendo loro più insopportabile la vita. Da questa
intensa pietà per il genere umano deriva la possibilità di ricostruire una morale fondata sul
sentimento della fraternità sociale. A questo punto il pensiero leopardiano assume i connotati di
un progetto di civiltà. Leopardi trasferisce a tutti gli uomini i valori del titanismo alfieriano, nati
quale opposizione aristocratica di un eroe singolo alla massa del volgo. Sta qui la democraticità del
pensiero leopardiano ultimo.                                                 
Leopardi propone una poesia capace di servirsi dei sensi per provocare sul lettore un effetto forte.
La poesia ha la funzione di ristabilire sul piano dell'immaginazione, quel rapporto primitivo e
diretto, con la natura che la civiltà e la ragione hanno distrutto. Il classicismo leopardiano si fonda
su questa condanna del presente. La modernità è segnata dal distacco della natura, dal prevalere
della riflessione e della ragione sull'immaginazione e sulle illusioni. Alla poesia compete di
garantire un'estrema appiglio a un vero e proprio bisogno antropologico di illudersi, di
immaginare, di fantasticare. La poesia deve avere per Leopardi una funzione sociale. Per Leopardi
la prospettiva sociale ha invece un significato più profondo. Non si tratta di favorire un modello di
cambiamento ma si tratta di tenere vivi dei modi di sentire caratteristici dell'uomo e ben sviluppati
nel mondo antico. Dall' illuminismo Leopardi recupera e potenzia la componente sensistica. Il
classicismo leopardiano non ha nulla di tradizionalista e di riduttivo. Si ritrovano anche in Leopardi
alcuni importanti aspetti dell' immaginario romantico. D'altra parte Leopardi resta poi irriducibile
al Romanticismo per l'ideologia materialistica. La poesia deve essere in grado di corrispondere
all'aspirazione umana Al piacere servendosi di specifiche tecniche, deve perseguire a una
espressività a sua volta indeterminata. Ed essa deve essere in grado di utilizzare la prospettiva del
ricordo e di dare voce alla tensione verso il piacere costituendone già una forma di
soddisfacimento. L'evoluzione del pensiero leopardiano segna anche i modi della sua poetica. A
partire dal 1823 la crisi del sistema della natura e delle illusioni determina un nuovo orientamento
di fondo; ne consegue il rifiuto almeno provvisorio della poesia. La rinascita della poesia a partire
dal 1828 non rinuncia ad alcuni dei termini chiave della poesia giovanile: la prospettiva della
memoria da anzi in questa fase i suoi risultati più alti e la ricerca del vago e dell'indefinito non
cessa di costituire una specificità della scrittura poetica leopardiana. In queste condizioni muta il
compito sociale della poesia che non deve essere più di restaurare la forza delle illusioni ma di
stabilire il vero e comunicarla agli uomini. Leopardi attribuisce alla poesia alla letteratura
un’importanza grandissima. Egli interpreta il ruolo di scrittore in modo assai lontano dai termini
tradizionali. sono rifiutate le concezioni dell’arte come produzione di bellezza per il godimento dei
fruitori o come nobile esercizio di decoro. questo rifiuto fa di leopardi il continuatore delle
tendenze più democratiche dell’illuminismo. D’altra parte è però distante da ogni riduzione della
letteratura ad un ruolo di servizio. da questo punto di vista egli è dunque lontano sia
dall’illuminismo che dei romantici italiani. La posizione di leopardi risulta isolata e eccentrica.
Scrivere significa per lui esprimere il mondo concreto di un io determinato. In questo senso si
spiega l’inclinazione lirica della scrittura di leopardi. L’io di leopardi è fatto di corpo di sensazioni,
di storicità materiale oltre che essere sempre sensibile. Ciò determina la dimensione civile della
scrittura leopardiana. Prevale la tendenza a distruggere cioè la tendenza a smantellare il carattere
illusorio dei miti e delle ideologie. La concezione leopardiana dell’intellettuale rivendica la base
antropologico - empirica della ricerca filosofica. In questa prospettiva si definisce il progetto
leopardiano di intellettuale. Tale progetto assume i tratti eroici di una sfida estrema e senza
garanzie. È su questo terreno individuale e antropologico che nasce la ricerca leopardiana di un
senso. E tale ricerca riguarda sia la condizione naturale dell’esistenza che la dimensione artificiale
della società. Questa vocazione si esplica soprattutto nel ‘discorso sopra lo stato presente dei
costumi degli italiani’. Questo testo registra la distanza tra l’Italia e gli altri grandi paesi europei. In
Italia mancherebbe una società stretta cioè un sistema di valori e di norme da tutti riconosciuto e
accettato. Questa arretratezza è da un lato tratteggiata da Leopardi con accenti di impietosa
durezza ma dall’altro è additata quale possibile smascheramento dei valori artificiali della civiltà.
Una realizzazione parziale del progetto possono essere considerati i Tardi pensieri dettati a
Ranieri, 111 aforismi di varia lunghezza dedicati all’analisi della dimensione sociale.
Se il fine inevitabile della ragione è distruggere le certezze infondate ma necessarie di cui si basa la
vita degli uomini, l’intellettuale delineato da Leopardi dovrà secondo il messaggio conclusivo della
ginestra associare un esercizio radicale di distruzione con un progetto di rifondazione. Sarà
compito dei mezzi provvisori a disposizione dell’uomo consentire la sopravvivenza delle illusioni e
tra queste illusioni spiccano quelle garantite dall’arte e dalla bellezza.
A 19 anni, nell’estate del 1817, Leopardi deposita le proprie riflessioni in un quaderno lo Zibaldone
di pensieri. Il titolo allude alle varietà disordinate dei temi e al carattere frammentario e
provvisorio della scrittura. L’ imponente mole di materiale restò affidata a Ranieri per
cinquant’anni dopo la morte di Leopardi e solamente nel 1900 venne pubblicata a cura di
Carducci. Lo Zibaldone non nasce come opera per il pubblico .è una specie di diario intellettuale
per annotare anche episodi autobiografici e impressioni dirette. Infatti Leopardi fissa tra le pagine
dello zibaldone le proprie riflessioni di studio appunti di letture discussioni eccetera. Si tratta
insomma di un immenso e disordinato laboratorio intellettuale i cui confini e tematici e mitologici
coincidono con gli interessi Leopardiani . lo Zibaldone rappresenta il campo privilegiato per
indagare il pensiero dell’autore soprattutto la sua evoluzione. Ciò dimostra il carattere tutt’altro
che distintivo della sua ricerca i cui risultati sono una lunga elaborazione intellettuale. la verità e
disorganicità non escludono l’esistenza di alcuni temi ricorrenti. Si assiste però una continua
evoluzione del rapporto tra natura e civiltà un pensiero in progresso cioè un evoluzione continua.
Inoltre altre volte più che il bisogno di fare chiarezza si dà il gusto della dimostrazione a questioni
di battute ormai dominate. Si tratta di fasi di diverse dell’elaborazione intellettuale cui
corrispondono anche modi e atteggiamenti diversi della scrittura. la scrittura dello zibaldone si
colloca in una dimensione di non-finito originale, riguardo tanto le microstrutture quanto le
macrostrutture.
Le microstrutture per i continui segnali di abbreviazioni. Le macro strutture per la disposizione
disorganica e mescolata degli appunti.
Il tema dell’infelicità è ricondotto infine al suo nucleo filosofico con ‘il dialogo della natura e di un
islandese’. L’islandese ha fuggito tutta la vita la natura, convinto che essa perseguita gli uomini
rendendoli infelici. Infine si imbatte proprio nella natura, una inquietante figura gigantesca di
donna. Nel dialogo tra i due emerge l’indifferenza della natura al bene al male degli uomini. ed è la
natura stessa ad affermare le leggi del materialismo: la scomparsa di questo o quell’individuo, di
questa o quella specie non tocca l’interesse della natura, volta solo a perseguire l’esistenza
attraverso un perpetuo circuito di produzione e a non dare un senso alle proprie creature. Il
dialogo è mozzato sulla disperata richiesta di un significato rivolta dall’’islandese alla natura e
resta dunque senza risposta.
Nelle operette morali confluisce il nucleo della riflessione filosofica leopardiana:
-il pessimismo
-il materialismo
-la critica alle ideologie borghesi della restaurazione.
Le operette morali si collocano in un momento di snodo dell’elaborazione concettuale e artistica
leopardiana. Le prime operette corrispondono inoltre a un ripiegamento psicologico e culturale di
Leopardi che tentava di trovare la saggezza in quell’equilibrio che è venuto a mancare.
Leopardiconcepisce le operette come un’opera unitaria e organica tuttavia ne organizza la
struttura nel modo più variato e disorganico possibile: mutano da una parte all’altra la prosa,
mutano i protagonisti ,mutano gli ambienti. L’organicità sta nel fine del libro che pratico e
concettuale: esso vuole da un lato mostrare il vero e dall’altro individuare Moris, modi di vita
adeguati alla consapevolezza del vero. Il fine pratico decreta il carattere morale dei testi e
giustifica l’aggettivo presente nel titolo, mentre l’abbassamento del diminutivo dipende dal fatto
che le tipologie suggerite sono tutte di carattere difensivo quasi satirico. I caratteri salienti sono:
-il ricorso al registro comico
-la contaminazione di genere delle forme.
Numerosi sono i temi affrontati nelle operette. Un tema fondamentale riguarda la cosiddetta
teoria del piacere in cui si riconnettono il tema della natura è quello della civiltà. Un tema che si
va definendo riguarda la concezione materialistica. Un altro tema insistente è quello della virtù.
Viene infine sviluppato una critica di fondo di alcune costanti della civiltà umana come la
prospettiva religiosa o l’illusione antropocentrica.
Lo stile delle operette risente della contaminazione dei generi. Domina il bisogno di varietà e di
ricchezza espressiva. Inoltre il ricorso sistematico anche se non unico allo strumento dell’ironia è
un aspetto molto importante.l’ironia e il riso hanno una funzione liberatoria positiva. Le operette
morali vogliono dunque assolvere a tre funzioni fondamentali:
-rappresentare senza peli la necessità del dolore,
-smascherare e di ridere le illusioni,
-additare un modello di reazione alll’infelicità
La posizione di Leopardi sul rapporto tra modernità e poesia è netta, sono in contrapposizione. La
vera poesia è quella degli antichi. La modernità è invece il regno della ragione e il primo effetto
della ragione è la distruzione delle illusioni. In un primo momento Leopardi tenta di ridare vita alle
illusioni antiche. In un secondo momento scommette invece proprio sulla distruzione delle
illusioni. Tra i due momenti sta la prosa delle operette morali. In entrambe le stagioni creative
Leopardi afferma la centralità della lirica. La lirica dovrà però sapersi adeguare alla nuova
condizione. La tradizione lirica precedente si fonda sul canone impostato da Petrarca e dunque
sulla centralità del soggetto quale istituzione. Il soggetto il Leopardi diviene invece un io concreto
addirittura biografico. Le sue affermazioni in prima persona si fondano sull’esperienza concreta.
Questa soggettivizzazione della lirica segna la modernità e Leopardi si colloca tra i suoi fondatori.
La prospettiva leopardiana presuppone anche un’altra novità importante cioè la tendenza
all’argomentazione poiché nei canti leopardiani i soggetti oltre che vivere pensano, così
dall’infinito alla ginestra. La produzione poetica significativa di Leopardi è tutta raccolta nei canti. Il
libro dei canti conta 41 testi con tre diverse edizioni, due pubblicate a Firenze tra cui una postume
e una a Napoli. La struttura dei canti è il risultato di varie esigenze e intenzioni. Il criterio
cronologico quello di genere quello tematico si incrociano nella struttura del libro. Anche il titolo i
canti riconduce all’unificazione dei due filoni fondamentali del libro, quello delle canzoni e quello
di testi idillici. Un’utilità soprattutto didattica può avere la suddivisione della produzione poetica
leopardiana in tre fasi. Sia quindi una prima fase che vede nascere le canzoni civili e gli idilli, una
seconda fase caratterizzata da dei grandi canti pisano-recatanesi, una terza fase corrispondente a
una nuova poetica come la ginestra.

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE(brano)


Un uomo, dopo aver viaggiato molto per varie parti del mondo, per fuggire la Natura arriva un
giorno in Africa. Qui gli compare una donna gigantesca, seduta per terra, con il dorso e il gomito
appoggiati ad una montagna, viso bello e terribile e i capelli nerissimi. A lei che gli domanda chi sia
e che cosa cerchi in quei luoghi ancora inesplorati l’uomo risponde di essere un povero Islandese
che sta fuggendo la natura. Quando la donna gli dice di essere la natura che egli fugge, l’Islandese
pronuncia una lunga requisitoria contro di essa, parlando della sua vita di patimenti e accusandola
di essere la causa della sofferenza e dell’infelicità degli uomini. La Natura quindi risponde che il

mondo non è stato fatto per il genere umano e per la sua felicità, anzi se un giorno esso si
estinguesse, lei forse non se ne accorgerebbe. L’Islandese controbatte facendo un esempio.
Se fosse invitato da un signore nella sua villa e all’arrivo in casa fosse maltrattato dai servi e dai
figli, rinchiuso in una stanza buia e fredda, ricorderebbe al signore di essere stato invitato e di non
esserci andato di spontanea volontà. Di conseguenza aveva il diritto di non essere trattato male. La
Natura si è comportata con gli uomini allo stesso modo del signore.
La natura sì è vero che non ha fatto il mondo per gli uomini, ma avendoli fatti nascere, non deve
renderli infelici e schiavi, ma deve trattarli umanamente.  Allora la Natura gli ricorda che la vita
dell’universo è un ciclo perpetuo di trasformazioni della materia, a cui nulla sfugge. Quindi
l’Islandese domanda il perché della vita e dell’universo. Una domanda che rimane senza risposta,
così come avviene nel “un pastore errante dell’Asia”, che sta a significare  il mistero insondabile
dell’universo. II dialogo si conclude in maniera brusca per la misera fine dell’Islandese:  secondo
alcuni, fu divorato da due leoni, secondo altri, fu preda di un violentissimo vento, che lo ricoprì di
sabbia, trasformandolo in mummia.

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN


PASSEGGERO(brano)
L’operetta è, come si è detto, un buon esempio di maieutica. La questione è “se la vita sia una cosa
bella oppure no”. Questione di grande impegno filosofico, ma che Leopardi riesce a trattare con
una leggerezza mirabile, senza solennità: il tono è quello di un dialogo cordiale e la sintassi è
sciolta, rapida, non solo nelle battute di dialogo ma anche nelle parti più discorsive (scioltezza che
qui si ottiene, per esempio, con il ricorso alle antitesi: «non è la vita che si conosce, ma quella che
non si conosce; non la vita passata, ma la futura».
Interrogato dal passante, il venditore non ha dubbi: che la vita sia una cosa bella «si sa», tutti sono
d’accordo. Ma allora come si spiega il fatto che nessuno vorrebbe rivivere la vita che ha vissuto,
con tutti i suoi dolori e le sue tribolazioni? Attraverso un serrato scambio di battute, il passante
(che è l’alter ego di Leopardi) porta il dialogo all’unica conclusione possibile (che è la conclusione
pessimistica di Leopardi): non è la vita a essere «una cosa bella», ma l’immagine che noi ci
fabbrichiamo della vita futura. Solo che questa immagine è un’illusione. «Coll’anno nuovo, il caso
incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?». No,
non è vero, ma tanto vale stare al gioco e non togliere le illusioni a chi – come il venditore di
almanacchi – ancora le ha: tanto vale comprare un bel calendario, e non pensarci più.

L’ INFINITO (brano)
Mi furono sempre cari questo colle( monte di Tabor) solitario e questa siepe, che esclude la vista
dell'orizzonte estremo per così grande parte. Ma sedendo e guardando al di là di quella siepe io mi
immagino nel pensiero che vi siano spazi interminabili e silenzi sovrumani e una pace
profondissima; nei quali il mio cuore per poco non si spaventa. E non appena odo stormire il vento
tra questi alberi, io vado confrontando quell' infinito silenzio (prima immaginato) a questo suono
degli alberi: e mi torna in mente l'eterno, e il tempo passato, e il tempo presente e vivo, e il suo
suono. Così tra questa immensità il mio pensiero si smarrisce e naufragare in questo mare mi dà
piacere.

A SILVIA(brano)
Oh Silvia, ricordi ancora il tempo della tua vita mortale( prima della morte), quando la bellezza
splendeva nei tuoi occhi ridenti e sfuggenti e tu lieta e pensosa, stavi raggiungendo il confine della
giovinezza? Al tuo canto continuo  risuonavano le mie stanze silenziose e le vie dintorno, allorchè
sedevi occupata nelle attività femminili, sufficientemente contenta di quell'avvenire bello e
indefinito che avevi in mente. Quando ciò succedeva ero un maggio profumato e tu eri solita
trascorrere il giorno così.
Io lasciando talora gli studio piacevoli e le carte faticose in cui si consumava la mia giovinezza e la
parte migliore di me( salute fisica),di balconi della casa paterna porgervi gli orecchi al suono della
tua vita e al suono della mano veloce che attraversa la tela faticosa( tessendo). Guardavo il cielo
sereno, le vie dorate dal sole e gli orti, e da qui il mare in lontananza e da qui le montagne. Parole
umane non possono esprimere quel che io provavo dentro. Che pensieri dolci provavamo! Che
speranze, che cuori che avevamo o mia Silvia! Come ci apparivano allora la vita umana e il destino!
Quando mi ricordo di una così grande speranza mi angoscia un sentimento doloroso e disperato e
riprendo a dispiacermi della mia sventura. O natura, o natura perché poi al dunque non dai quel
che prima prometti? Perché inganni così tanto i tuoi figli( uomini)? Tu prima che l'inverno
inaridisse l'erba, combattuta e vinta da una malattia occulta (la tisi), morivi o dolcezza(silvia). E non
conoscevi il il meglio dei tuoi anni della tua giovinezza piena; la dolce lode ora dei capelli neri, ora
dello sguardo che innamora e schivo, non ti allietava il cuore; ne le compagne discorrevano con te
d'amore nei giorni di festa. Poco dopo morì anche la mia dolce speranza: anche alla mia vita il
destino ha negato di vivere la giovinezza. Ahi come sei passata veloce, mia speranza ora rimpianta,
cara compagna della mia età giovanile! Questo che ora ho conosciuto è quel mondo che mi
aspettavo? Questi sarebbero i piaceri, l'amore, le attività, i fatti intorno ai quali così tanto abbiamo
discorso insieme con la speranza? Questa è la sorte del genere umano? Tu mia povera ( speranza),
sei crollata all'apparire della verità: e con la mano indicavi da lontano la morte fredda e una tomba
spoglia.

IL SABATO DEL VILLAGGIO(brano)


Al tramonto una ragazza arriva dalla campagna con il suo fascio d'erba; e porta in mano un
mazzolino di rose e di viole, delle quali, come è sua abitudine, ella si prepara a ornar si il petto e i
capelli, domani, al giorno festivo. Una vecchietta sta seduta con le vicine sulla scala di casa a filare,
la nella direzione in cui il giorno tramontava; e va raccontando dei suoi anni felici( giovinezza)
quando nei giorni di festa anch'ella si ornava e ancora in forma agile era solita danzare la sera in
mezzo a coloro che ha avuto come amici nell'età più bella. Oramai tutta l'aria scurisce, il cielo
sereno torna azzurro, e al biancheggiare della luna appena storta tornano le ombre disegnate in
terra dai colli e dalle case. Ora la campagna segnala la festa che avanza( la domenica) e a sentire
quel suono, diresti  che il cuore si consola. I fanciulli gridano in gruppo sulla piazzola, e saltando
qua e là, fanno un rumore allegro: e intanto il contadino ritorna fischiando alla sua povera casa e
pensa fra sé al giorno del suo riposo(alla domenica). Poi quando intorno è spenta ogni altra luce, e
tutto il resto del paese tace, puoi udire il martello battere, puoi udire la sega del falegname, che
stava sveglio nelle bottega chiusa, alla luce della lucerna, si affretta e si dà da fare di terminare il
lavoro prima della luce dell'alba. Il sabato è il giorno più gradito dei sette, pieno di speranze e di
gioia: domani le ore che avanzano porteranno tristezza e noi e ciascuno nei suoi pensieri farà
ritorno al ritorno consueto. Ragazzo allegro codesta tua età fiorita(adolescenza) è come un giorno
pieno di allegria(sabato) giorno chiaro, sereno che viene prima della festa della tua vita. Sii felice o
mio fanciullo; codesta età è una condizione beata, una stagione lieta. Non voglio dirti altro, ma
non ti dispiaccia il fatto che la tua festa( vita adulta) tardi ancora ad arrivare.

LA GINESTRA, O IL FIORE DEL DESERTO(brano)


Qui sulle pendici del monte terrificante e distruttore Vesuvio, che non rallegra nessuno altro
albero, né fiore, spargi intorno i tuoi cespugli solitari, o profumata ginestra,appagata dai deserti. Ti
ho visto già abbellire dei tuoi rami anche i borghi abbandonati che circondano la città (Roma) che
fu in passato signora degli uomini, e pare che, il loro aspetto solenne e taciturno offrono a chi
passa testimonianza e ricordo della grandezza passata di Roma. Ora ti rivedo in questo
suolo( pendici  Vesuvio)tu che sei amante di luoghi tristi e abbandonati da tutti e sempre
compagna di destini infelice. Questi campi cosparsi di ceneri sterili e ricoperti di lava dura come
pietra, che risuona sotto i passi del viandante; questi campi dove la serpe si annida e si contorce al
sole, e dove il coniglio torna alla consueta tana sotterranea: questi campi furono un tempo poderi
ridenti e coltivazioni e biondeggiano di spighe di grano, e risuonarono dei muggiti degli armeni;
furono giardini e palazzi, ricovero gradito per i riposi dei potenti, e furono città famose le quali il
monte superbo ricoprì dei suoi torrenti di lava,insieme agli abitanti, lanciando fiamme dalla bocca
infuocata. Ora intorno un'unica distruzione abbraccia tutto, lì dove tu stai, o fiore nobile(ginestra)
e quasi commiserando le disgrazie degli altri, mandi al cielo un profumo di odore dolcissimo che
consola il deserto. Chi è solito esaltare con le sue lodi della nostra condizione umana venga in
questa campagna e veda di persona quando il nostro genere umano è caro alla natura affettuosa.
E qui potrà anche per valutare con giusta misura la forza della stirpe umana che in un momento la
crudele natura distrugge in parte, quando meno se l'aspetta con un leggero movimento e può
anche con movimenti poco meno leggeri annullare del tutto di colpo. In queste pianure sono
raffigurate le sorti splendide e destinate al progresso del genere umano. Guarda qui e specchiati
qui, o secolo superbo e sciocco che hai abbandonato la via fino allora segnata avanzando dal
pensiero rinato e, rivolti i tuoi passi all'indietro, ti vanti di ritornare indietro e lo chiami avanzare.
Tutti gli intellettuali di cui la loro sorte sventurata ti fece padre adulano continuamente il tuo
comportamento puerile benché talora ti abbiano in scherno in cuor loro. Io non scenderò
sottoterra con tale vergogna, ma piuttosto prima di morire avrò mostrato per quanto è possibile
esplicito il disprezzo verso di te racchiuso nel mio petto; benché io sappia che l'oblio colpisce chi
ha dato troppo fastidio al proprio tempo. Di questo male che sarà per me comune con te fin da ora
non mi curo ha fatto. Vai sognando la libertà e contemporaneamente vuoi di nuovo che il pensiero
sia asservito, il pensiero grazie al quale soltanto siamo risorti in parte dalle barbarie, e grazie al
quale soltanto si progredisce in civiltà, la quale sola guida i destini collettivi verso il meglio. A tal
punto ti è dispiaciuta la verità sul destino infelice e solo luogo misero che la natura ci assegnò. Per
questo rivolgerti vigliaccamente le spalle alla luce che rese palese ciò;  e mentre troni indietro
definisci vile chi segue la luce, e definisci nobile soltanto colui che prendendo in giro se stesso o gli
altri, furbo o folle, innalza il livello degli uomini fin sopra le stelle( sostenendo il carattere divino
degli uomini, o almeno delle loro anime). Un uomo di condizione povera e di corpo malato che sia
generosa e nobile d'anima ma non si definisce, ne considera ricco di oro o robusto, e di vita
dispendiosa o di fisico sano non fa tra la gente un'esibizione ridicola; ma senza vergogna si mostra
e si dice parlando, apertamente privo di forza fisica e di ricchezza, e valuta la sua condizione
rispettando la verità. Io non credo davvero che sia un vivente nobile, ma stupido, quello che
essendo nato per morire è vissuto tra i dolori dice "sono fatto per godere" e riempie i suoi iscritti di
orgoglio disgusto, promettendo sulla terra destini meravigliosi e felicità sconosciute, quali non solo
questo nostro mondo ma l'universo intero ignora, a popoli che un onda di maremoto( mare
agitato), un alito di aria contaminata(epidemia), un crollo sotterraneo (terremoto) distruggono al
punto che di essi resta a gran fatica e ricordo. È invece è un carattere nobile quello che osa
sollevare gli occhi mortali verso il destino comune degli uomini, e che con parole sincere senza
togliere nulla alla verità, dichiara il male che c'è stato assegnato in sorte, e la condizione umile e
fragile quello che si mostra grande e forte nel soffrire, e non aggiunge alle proprie sofferenze gli
odi e le ire fraterni, incolpando l'uomo del proprio dolore, ma da invece la colpa alla natura che è
veramente colpevole, che è madre degli uomini quanto a generarli, è matrigna quanto al
trattamento. La natura giudica nemica; e pensando che la società umana sia associata e
organizzata fin dal principio contro di questa, così come è in realtà, considera gli uomini e tutti
alleati fra loro e abbraccia tutti con amore autentico (generoso), porgendo e  aspettando aiuti
validi e tempestivi nei periodi alterni e nelle sofferenze della guerra comune. E  armare la mano
contro gli altri uomini, e porre ai vicini trappole e ostacoli reputa sciocco così come sarebbe in un
accampamento assediato di truppe nemiche, durante il più violento incalzare degli assalti,
dimenticando i nemici, intraprendere però feroci scontri con gli amici e seminare la fuga e
uccidere con la spada fra i guerrieri propri(alleati). Quando pensieri come questi saranno, come già
furono in passato, evidenti al popolo e quel terrore che in origine unì gli uomini in un'alleanza
sociale contro la natura malvagia, sarà riportato in parte senza residui superstiziosi da un sapere
veritiero, allora l'onesto e leale consorzio civile, e la giustizia e la solidarietà avranno ben altro
fondamento che non invenzioni superbe(religione), essendo fondata sulle quali, la virtù degli
uomini sta di solito tanto solida quanto può stare ciò che ha il fondamento sull'errore. Spesso di
notte siedo in questi campi desolati che il corso indurito della lava ricopre di nero e sembra
ondeggiare; e sul triste paesaggio vedo dall'alto scintillare le stelle, nel cielo limpidissimo, alle quali
in lontananza fa da specchio il mare, e vedo intorno il mondo intero brillare di luci attraverso l'aria
sgombra. E dopo che fisso gli occhi su quelle luci(stelle), che a agli occhi sembrano un punto, e
invece sono immense, così che la terra e il mare sono veramente un punto rispetto al loro; alle
quali stelle è del tutto sconosciuto non soltanto l'uomo, ma anche questo pianeta sul quale l'uomo
non è nulla; e quando osservo quella specie di ammassi di stelle (galassie) ancora più infinitamente
lontani, che a noi appaiono simili a nebbia, a cui non solo l'uomo e la terra, ma tutte insieme le
nostre stelle, infinite di numero e di grandezza, insieme al sole dorato, o sono ignote o appaiono
così come essi alla terra, cioè un punto di luce nebbiosa; che sembri allora al mio pensiero o stirpe
dell'uomo? E ripensando al tuo stato infelice quaggiù sulla terra, di cui è testimonianza il suolo che
io calpesto; e ripensando poi d'altra parte che tu ti credi assegnata all'universo quale padrona e
scopo, e ripensando a quante volte hai voluto fantasticare che succedessero per te in questo
sconosciuto granello di sabbia che ha il nome di terra i creatori delle esistenze universale gli dei, e
conversassero piacevolmente con i tuoi simili, e che perfino il tempo presente, che in conoscenze
e in civiltà sembra superare tutte le altre età, offende i saggi rilanciando questi miti già derisi
dall'illuminismo; dunque infine  quale sentimento o qual pensiero provo verso di te, o infelice
discendenza umana? Non so se prevale il riso o la pietà. Come un piccolo frutto che nell' autunno
inoltrato la maturità senz'altra forza fa crollare la, cadendo da un albero schiaccia, annienta e
seppellisce di colpo i cari ricoveri di una colonia di formiche, scavati con gran lavoro nella terra
molle, e insieme le costruzioni (le gallerie) e le provviste che gli animali tenaci avevano con lunga
fatica radunato a gara durante l'estate così piombando dall'alto, dopo essere stata lanciata dalle
viscere del vulcano verso il cielo più alto, la oscura distruzione costruita di ceneri e di pomici e di
sassi, mescolata di ruscelli bollenti(di lava) o un'immensa piena di massi fusi e di metalli e di sabbia
infuocata, scendendo lungo la parete del monte con violenza tra l'erba travolse distrusse e ricoprì
in pochi istanti le città che il mare bagnava là sulla costa più lontana: per cui ora su quelle città
pascola la capra, e dalla parte opposta sorgono nuove città, a cui le città sepolte fanno da base, e il
monte ostile(Vesuvio) sembra calpestare alla propria base le mura abbattute delle città distrutte.
La natura non riserva più stima o più attenzione al genere umano che ha alla formica: e se la strage
è più rara in quello che nell'altra, ciò non avviene per altra ragione se non che l'uomo ha le proprie
generazioni meno feconde. Sono trascorsi ben 1800 anni da quando le città romane sparirono,
sepolte dalla potenza del fuoco, e il misero contadino dedito ai vigneti, che in questi campi la terra
morta è bruciata nutre a stento, ancora solleva lo sguardo timoroso verso la vetta funesta del
vulcano, la quale per nulla divenuta più mite, ancora sorge tremenda, ancora minaccia distruzione
a lui ed ai suoi figli ed ai loro miseri bene. E spesso il poveretto, stando tutta la notte insonne
all'aria aperta sul tetto della sua abitazione rustica, e balzando più volte in piedi, controlla il corso
della lava temuta, che si riversa dalle viscere instancabili del vulcano sul fianco arido del monte, al
cui riflesso brilla la Costa Di Capri e il porto di Napoli e Mergellina. E se lo vede avvicinare, o se nel
fondo del pozzo domestico ode per caso l'acqua a bollire per il calore, sveglia i figli, svegli in fretta
la moglie e fuggendo via con quanto possono afferrare delle loro cose vede in lontananza la sua
abitazione consueta e il piccolo campo, che fu per lui unico riparo contro la fame, divenuti preda
della lava che giunge che crepitando e inesorabile si stende per sempre sopra di essi. La distrutta
Pompei torna alla luce del sole dopo l'antico obblio, come uno scheletro sepolto che l'avidità di
tesori o la pietà restituisce all'aperto togliendolo dalla terra; e dal foro deserto il visitatore in piedi
tra le file dei colonnati troncati contempla in lontananza la vetta divisa e la cima fumante del
Vesuvio, che ancora minaccia le rovine sparse alle sue pendici. E nell'orrore della notte oscura il
bagliore della lava luttuosa, che in lontananza rosseggia attraverso le tenebre e colora i luoghi
intorno, come una torcia lugubre che si aggiri tenebrosa attraverso palazzi disabitati, corre tra i
teatri deserti, tra i templi sformati e tra le case distrutte, dove il pipistrello nasconde i suoi parti.
Così la natura resta sempre giovane, ignara dell'uomo delle epoche che egli chiama antiche, e del
succedersi dei nipoti ai progenitori, anzi la natura si muove per una via così lunga che sembra stare
immobile. Intanto cadono i regni, passano popoli e linguaggi: la natura non lo vede: e l'uomo
pretende il vanto di essere eterno. E tu, o ginestra flessibile che adorni di selve profumate questi
campi spogli anche tu soccomberai presto alla crudele potenza del fuoco sotterraneo(lava), che
ritornando ai luoghi già noti(già colpiti), distenderà il suo mantello serrato sulle tue foreste
cedevoli. E allora piegherai senza ribellarti la tua testa innocente sotto il peso mortale: ma non
piegata fino allora inutilmente per supplicare vigliaccamente davanti al tuo futuro oppressore; ma
non innalzata con orgoglio folle verso le stelle nè sul deserto, dove sia la sede sia la nascita hai
avuto non per scelta ma per caso; ma più saggia, ma tanto meno insensata dell'uomo quanto non
credesti che le tue fragili stirpi erano resi immortali o dal fato o da te.

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