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ZODD

Alba di Sangue

Gabriele Z. Campagnano

© Tutti i diritti riservati


Gabriele Campagnano

NECROSWORD

è marchio di Zhistorica
Sommario
Capitolo 1. Zodd
Capitolo 2. Zodd
Capitolo 3. Zodd
Capitolo 4. Zodd
Capitolo 5. Zodd
Capitolo 6. Zodd
Capitolo 7. Zodd
Capitolo 8. Zodd
Capitolo 9. Costantino
Capitolo 10. Costantino
Capitolo 11. Zodd
Capitolo 12. Zodd
Capitolo 13. Zodd
Capitolo 14. Costantino
Capitolo 15. Costantino
Capitolo 16. Rylock
Capitolo 17. Rylock
Capitolo 18. Lucio
Capitolo 19. Costantino
Capitolo 20. Costantino
Capitolo 21. Zodd
Capitolo 22. Zodd
Capitolo 23. Zodd
Capitolo 24. Zodd
Capitolo 25. Zodd
Capitolo 26. Costantino
Capitolo 27. Zodd
Capitolo 28. Zodd
Capitolo 29. Zodd
Capitolo 30. Costantino
Capitolo 31. Lucio
Capitolo 32. Zodd
Capitolo 33. Zodd
Capitolo 34. Lucio
Capitolo 35. Costantino
Capitolo 36. Zodd
Capitolo 37. Zodd
Capitolo 38. Lucio
Capitolo 39. Zodd
Capitolo 40. Rylock
Capitolo 41. Costantino
Capitolo 42. Zodd
Capitolo 43. Zodd
Capitolo 44. Lucio
Capitolo 45. Lucio
Capitolo 46. Zodd
Capitolo 47. Zodd
Capitolo 48. Rylock
Capitolo 49. Costantino
Capitolo 50. Zodd
Capitolo 51. Zodd
Capitolo 52. Rylock
Capitolo 53. Zodd
Capitolo 54. Lucio
Capitolo 55. Zodd
Capitolo 56. Zodd
Capitolo 57. Lucio
Capitolo 58. Zodd
Capitolo 59. Lucio
Capitolo 60. Zodd
Capitolo 61. Lucio
Capitolo 62. Zodd
Capitolo 63. Rylock
Capitolo 64. Costantino
Capitolo 65. Lucio
Capitolo 66. Lucio
Capitolo 67. Lucio
Capitolo 68. Costantino
Bakers

Capitolo 1. Zodd

Il vento umido gli sbatteva quel fottuto pulviscolo di


cenere dritto negli occhi, giù nella gola. Ogni respiro
arroventava un pugno di chiodi ficcati nei polmoni.
Alzò la visiera per osservare meglio quei pulciosi bastardi.
Venti passi davanti a lui, forse qualcosa in più.
Avanzò nel vicolo: una latrina a cielo aperto. Rigagnoli di
smaltimento provenienti dal frantoio chiazzavano il fango e la
merda di vacca. Raggiunse uno slargo sterrato e piantò i piedi
in terra.
Lì c’era abbastanza spazio per manovrare l’addhur.
Si piegò sulle gambe, la lama dello spadone puntata verso i
suoi avversari. Guardia lunga. Attesa.
Venite a prendermi.
Avvertì la presenza di un altro nemico alle spalle. Scostò la
testa di scatto. Una lama tagliò l’aria a un pollice dal suo
orecchio destro.
Graffiare assordante di acciaio contro acciaio. Lo
spallaccio sbalzò il colpo verso l’esterno.
Zodd ruppe la difesa con cui teneva in scacco le tre
sagome, deformate dalla foschia del vicolo.
Ruotò sui talloni per fronteggiare la nuova minaccia,
l’addhur pronto ad assecondare la frustata delle braccia.
Davanti a lui un uomo dall’aspetto macilento: corpetto di
cuoio bollito macchiato di fango, barba come un rovo fradicio,
occhi dilatati.
Dopo lo sguardo di Zodd arrivò l’addhur. Penetrò a fondo,
ingordo di carne. La corsa fra membra e vene s’interruppe con
uno schiocco sordo di costole fracassate. Un braccio cadde
nella morchia.
Zodd calciò il petto dell’uomo per liberare la lama dallo
sterno. Uno sbuffo di schegge d’osso e il fiottare martellante
del sangue. Si voltò di scatto, digrignando i denti come un
cane randagio.
I tre uomini si erano fatti avanti. Li vedeva bene, ora. Tre
idioti. I loro volti tramutati in maschere di pietra.
Sette piedi d’altezza, armatura completa d’acciaio, Zodd li
sovrastava di un’intera testa. Si guardarono l’un l’altro.
Nei loro occhi, il panico.
Bene.
Uno di loro aveva una maglia ad anelli arrugginita, gli altri
due indossavano vesti di cuoio indurito che coprivano a
malapena il busto.
Zodd si fece avanti brandendo l’addhur, diciotto libbre di
dolore metallico.
I suoi avversari avevano le bocche cucite, ma i loro occhi
parlavano: nessun uomo può maneggiare una spada del
genere, che Murion ci aiuti, siamo morti.
Li vide deglutire un boccone di paura.
Al cospetto dell’addhur, le loro spade e asce di ferro
apparivano come fuscelli in mano a dei bambini.
Erano comunque in tre. Incazzati, terrorizzati, con la bava
alla bocca. Pronti a saltargli addosso.
Quelli ai lati si aprirono per circondarlo, ma Zodd aveva
già puntato l’uomo nel mezzo: maglia ad anelli, scure da
taglialegna e cappellaccio ricavato in modo penoso da una
pentola di rame.
Con un paio di falcate bruciò la distanza che li separava.
Alzò l’addhur sopra la spalla destra e lo calò come una
mannaia sulla clavicola del malcapitato.
Crack.
Il poveraccio latrò e franò in ginocchio. Lasciò cadere
l’arma, la mano premuta alla scheggia d’osso che deformava
gli anelli.
Non era un soldato. Movimenti lenti, pessimo armamento,
riflessi offuscati dalla paura. Forse si trattava del suo primo
scontro.
Primo e ultimo.
Il poveraccio lacrimava e singhiozzava, le mani giunte
all’altezza del petto.
«Non mi ammazzare, ti prego.»
Ma Zodd aveva già gli occhi fissi su quel collo lurido privo
di protezioni. Passo avanti e peso sulla gamba destra.
Colpo mezzano di pura potenza.
Pelle, muscolo, esofago, trachea, laringe, vertebra,
giugulare, muscolo, pelle.
La testa rotolò sul petto e finì nel fango come una palla di
stracci, mentre il corpo si afflosciava in modo scomposto.
Scrosci violenti di sangue arterioso pomparono contro il legno
marcio di un barile.
Zodd scorse la scena di sfuggita, impegnato com’era ad
affrontare un nuovo avversario. Un tipo tarchiato, sulla
quarantina, pochi capelli e tanto grasso.
Osservò i suoi occhi porcini imbevuti di paura.
In mezz’ora aveva affrontato una decina di duelli o,
meglio, dieci esecuzioni. L’imboscata più idiota in cui fosse
mai caduto. Ne aveva abbastanza di questi scarafaggi merdosi.
«Non mi arrendo, pezzo dimmerda. Per me che mi scanni
qui o nel culo dell’imperatore non mi importa. Anzi, te mi
ammazzi ora, bastardo!» ringhiò Occhi-di-Porcello.
Le parole preferite degli uomini che sperano di crepare con
un briciolo di dignità.
Una vita vissuta da vermi e poi pretendono di salvare
l’orgoglio sull’orlo del precipizio.
Stupide parole vuote. Parole di un cadavere.
Zodd sorrise. L’imitazione grottesca di un sorriso. La
grossa cicatrice, un ponte di marmo diroccato che univa
l’angolo destro della bocca all’orecchio, gli tirò la pelle del
viso.
«Non c’è bisogno di chiederlo.»
Caricò il fendente un attimo prima di sentire una lama
schiantarsi sulla sua piastra posteriore.
Scarafaggi, ma fottutamente silenziosi.
Lo avevano sorpreso alle spalle per la seconda volta.
Un pezzo di ferro scadente schizzò via e si infilò nel
terreno.
L’altro uomo era scivolato dietro di lui.
Zodd colpì con la punta della cubitiera alle sue spalle e si
voltò. L’aggressore franò in ginocchio con entrambe le mani
serrate sulla radice del naso.
Intanto, Occhi-di-Porcello era già scattato in avanti, in
mano l’ascia sottratta a un cadavere. La scagliò con tutta la
forza che aveva in corpo a meno di tre braccia di distanza.
Mancato.
Un lancio da cagasotto. Cagasotto già morto, per di più.
Zodd fintò un fendente, ma alla fine preferì mandarlo a
sedere accanto alla testa del compare, imbrattata di liquame,
con un calcio ferrato nello stomaco.
«Finiscimi» mormorò quello, mentre alzava il mento in un
secondo impeto d’orgoglio. Zodd fece un passo avanti.
«Ti ho già detto che non c’è bisogno di chiederlo.»
Una densa poltiglia rossa riempiva la scanalatura che
percorreva l’addhur. Grumi di fango e sangue secco coprivano
le convessità dell’armatura.
Tutto intorno si spandeva un delirio di urla e clangore
d’acciaio. Ai margini del piccolo slargo sterrato, le fiamme
punteggiavano i tetti di paglia, oscillando nel vento che
soffiava da ovest come sciami di api intorno all’alveare.
Ora Zodd torreggiava su Occhi-di-Porcello.
«Mi ammazzassi pure la moglie, cosa cazzo campo a
fare?» strinse le mani nel fango, gli occhi arrossati e gonfi di
lacrime. «Non voglio vedere il demonio che vince. Uccidimi.»
Una nenia che iniziava a diventare fastidiosa.
Zodd portò la mano sul ricasso, appena sotto i denti
d’arresto, dove la lama era fasciata di cuoio nero.
Affondo al cuore.
Occhi-di-Porcello aprì la bocca per gridare. Uscirono solo
bolle di saliva e due rigagnoli di sangue nero. Calciò via il
cadavere dalla lama.
Cazzo, se gli avessero dato un denaro per ogni volta che
aveva compiuto quel gesto, sarebbe stato più ricco di quel
ciccione schifoso di Ulpio Mettico.
Nel frattempo, il terzo uomo si era dileguato, la sua accetta
da taglialegna buttata nel fango. Zodd tornò verso l’ultimo
avversario, quello in terra con il naso ridotto a una frittata.
Notò che non stava guardando lui, ma qualcosa alle sue spalle.
Girò il collo, pensando che ci fosse un altro ribelle.
In realtà si trattava solo di un bambino, tutt’al più
dodicenne. Faceva capolino dall’angolo di una casetta di
mattoni. Tremava di terrore. Il viso sporco rigato dalle lacrime.
Il figlio di Naso-a-Frittata, almeno a giudicare da come lo
fissava.
«Vai figliolo, liberalo! Le chiavi… Quelle del mercante. E
poi scappa!» urlò l’uomo, la mano ancora premuta sulla faccia.
Zodd fulminò il bambino con lo sguardo.
«Papà, ho paura…» si appiattì sul muro per nascondersi
allo sguardo del guerriero.
«Vai! Papà ti vuole bene.»
Scosso dal grido paterno, zampettò fra le pozze
disseminate sulla via e si fiondò in direzione di un tendone
verdastro. Roba da circo itinerante, coperto di toppe
rammendate alla bene e meglio. Zodd ne aveva visti parecchi,
in giro per la Niversia. Sapeva solo che esibivano fenomeni da
baraccone e spillavano denari a chi non ne aveva per un tozzo
di pane.
«Chi deve liberare?»
«Il nostro cagnolino, figlio di puttana! Un cagnolino che i
figli di puttana come a te se li mangia, lui» disse quello. Rivoli
di sangue gli scivolavano fra le dita.
«Cagnolino? Ma che cazzo stai dicendo?»
Naso-a-Frittata rimase in silenzio. Un sorriso ebete si aprì
sul suo volto. Il sangue scivolò su una manciata di denti gialli
e gocciolò sulla lingua.
«Il cagnolino… Ah ah ah… Il cagnolino che ti mangia a
te.»
Denti gialli e lingua volarono fuori dalla bocca,
accompagnati da un otre di liquido rosso. Al loro posto, ora,
c’era un grosso pezzo d’acciaio: il debole dell’addhur.
Penetrazione da parte a parte, l’uscita al livello della prima
vertebra, i bulbi oculari ribaltati verso il cervello.
Naso-a-Frittata non rideva più.
Più che altro gorgogliava, il corpo scosso da convulsioni
violente e i denti rimasti che battevano sull’acciaio. Lo fece
solo per qualche secondo, il tempo di passare all’altro mondo.
Poi un tuono sputato dalle nubi. La fusione graffiante tra
un urlo di guerra ed un muggito.
Il bambino sbucò trafelato dal tendone e si infilò nella
prima porta alla sua destra prima ancora che il drappo potesse
afflosciarsi.
Quello strano verso aveva messo Zodd in allerta. Il suo
sguardo cadde sul tessuto ondeggiante da cui era appena uscito
il ragazzino.
Prima fluttuò lievemente, come se qualcuno la stesse
toccando dall’altro lato, poi la cucitura esplose verso l’esterno.
Una figura gigantesca allargò lo squarcio nella stoffa.
A meno di cento passi da Zodd, due narici dilatate
spruzzarono nuvole di vapore verso l’alto. Anche a quella
distanza, non ebbe difficoltà a intuire una sagoma nerboruta,
zampe ossute, artigli che schioccavano sulla pietra. Sette piedi
d’altezza o poco più. Ancor prima di chiedersi cosa cazzo
fosse quel mostro, incrociò i suoi occhi. Tanti occhi, guizzanti
di umanità bestiale, infossati sotto altre ossa deformi che
facevano le veci delle sopracciglia. Lo aveva puntato.
Sbuffava come un toro.
Figlio di troia, sono io che punto te.
Lo avrebbe caricato, questione di attimi.
Nel silenzio della scaramuccia appena terminata, un urlo
bestiale addentò i suoi timpani. Scalpiccio frenetico di artigli
sul selciato. Colpi sordi sul fango.
Era difficile dire dove finissero i lineamenti umani e
iniziassero quelli animali. Apparivano mescolati in un
guazzabuglio contorto dal quale irrompeva una dentatura
famelica.
Settanta passi.
Guardò il mostro.
San-gue! San-gue! San-gue!
Un corazzato si mise in mezzo, opponendosi con armatura
a piastre e alabarda. Sforzo inutile.
La bestia lo colpì con un pugno alla gola: sangue a fiumi e
un collo che oscillava sulla schiena, la testa adagiata tra le
scapole, la lingua di fuori.
Trenta passi.
Zodd rivolse l’addhur in modo che fosse quasi parallelo al
suolo, con la punta leggermente rivolta verso l’alto. Guardia
lunga.
L’istinto di conservazione dell’avversario fece il resto. Si
arrestò come un cavallo davanti a un muro di picche.
Sbuffò e scalciò.
Poi raccolse da terra il cadavere di un soldato imadiano, i
bicipiti si gonfiarono sotto la pelle grigia. Lo scagliò contro
Zodd, che riuscì a proteggersi il volto col lo spallaccio e la
cubitiera sinistri. Le ossa del cadavere schioccarono sorde
contro il metallo. Zodd assorbì il colpo, ma fu costretto a
rompere la guardia.
La creatura si fece sotto spalancando le mascelle a un
angolo impossibile.
Attese fino all’ultimo istante e riuscì a schivarlo con un
passo laterale.
La creatura frenò, uscendo dal selciato e alzando spruzzi di
fango in tutte le direzioni.
Zodd aveva già portato lo spadone dietro al fianco destro.
Colpo a due mani, indirizzato dietro al ginocchio della bestia.
Crack.
La zampa massiccia rimase attaccata al corpo, ma al primo
passo le cartilagini si sfaldarono. Cadde carponi muggendo di
dolore.
Capacità offensiva dimezzata. Sbuffò ancora. Non era un
buon segno. Si spinse in avanti usando entrambe le braccia e
colpì Zodd al gomito sinistro. La cubitiera volò in aria e
ricadde nel fango.
Sbilanciato, Zodd riuscì a contrattaccare. L’addhur si
schiantò sul polso del mostro. Dita semiumane e unghie
rugose gli sfiorarono la guancia, spinte da una fontana di
sangue.
Fregandosene della mutilazione, la bestia si lanciò in
avanti e lo atterrò con una spallata, bloccandolo in terra. Il
ginocchio glabro, un pollice sotto iniziava una folta peluria
nera, deformava la piastra pettorale. Pesava quasi il doppio di
lui, forse cinquecento libbre contro trecento.
Il figlio di troia voleva sfondargli lo sterno.
La pressione sul petto aumentò, mozzandogli il fiato.
Uccidilo! Uccidilo! Uccidilo! Il pubblico dell’Arena urlava
intorno a lui.
La mano di Zodd era già stretta sulla daga. Lama
triangolare da quindici pollici, punta rinforzata. L’affondò
nell’addome del mostro con un colpo secco dell’avambraccio.
La bestia quasi non se ne rese conto.
Strattonò verso l’alto fino a sentire l’impatto con una
costola. La bestia comprese.
Un urlo assordante. Le interiora guizzarono fuori in una
cascata di sangue come bisce di fiume impazzite.
Zodd scivolò via, mentre la bestia umanoide si contorceva
e tentava di tenersi dentro le budella.
Chissà perché tutti cercano di rimettersi dentro le budella.
Non sono patate uscite da un sacco. Escono e sei fottuto.
Punto.
Il mostro continuava a dimenarsi con vigore sempre
minore. Zodd si avvicinò, la daga salda nella destra. Qualcosa
non quadrava. Non aveva mai visto un aborto del genere. E
sotto la sua lama ne erano passati parecchi, di aborti.
E poi mugugnava. Dannazione, sembrava volesse parlare.
Zodd non voleva ascoltare.
Finiscilo! Finiscilo! Finiscilo! Gli uomini tiravano
all’indietro i capelli dei figli per costringerli a guardare.
Si limitò ad affondare la lama nella giugulare della belva.
Il sangue fiottò come un fiume in piena. Si mescolò alla
morchia oleosa, arrossò le pozze di piscio.
Poi gli occhi si spensero. Due torce colpite da una
secchiata d’acqua.
Zodd smosse il cadavere con un piede e si chinò per
prendere un respiro profondo. L’aria esplose nei suoi polmoni.
Sopravvivenza. Vittoria. Sono il migliore.
Combattere, vincere, uccidere. Erano come le prime
boccate d’aria per un neonato. Irrinunciabili. Irrimandabili.
Con il cervello a mollo in un brodo di furia primordiale,
Zodd osservò per qualche istante il nemico sconfitto.
I suoi sensi, spinti all’esasperazione e ancora all’erta,
sussultarono nell’avvertire lo scalpiccio di passi cadenzati.
Tre o quattro persone, non di più. Senza esitare, raccolse
l’addhur dal fango e si voltò, ringhiando come un demone
vomitato dall’inferno.
In testa al gruppo c’era Lucio. La peluria rossiccia
adolescenziale sul mento lo faceva apparire ancora più
piccolo, ma in realtà Lucio aveva venticinque anni. Ed era
ancora affannato per il combattimento.
«Abbiamo ucciso la maggior parte dei muriani. Gli altri li
abbiamo catturati.»
«Bene» Zodd sollevò la visiera. Il perno cigolò come un
cardine male oliato e lasciò spazio alla luce tenue del
tramonto.
«L’ultimo rimasto era questo coglione. Lo abbiamo appena
preso» disse l’ufficiale. «Correva come un pazzo.»
L’uomo che aveva abbandonato l’ascia e se l’era data a
gambe.
«Tenente Lucio, cerchiamo di riportarlo a Miniarum
ancora vivo. Ci servono prigionieri.»
«No!» gridò l’uomo, divincolandosi dai due soldati che lo
custodivano e cadendo a faccia avanti nel fango.
«Sissignore» rispose Lucio. Fece un cenno con la testa. I
due che lo accompagnavano agguantarono l’uomo sotto le
ascelle.
«Fatti forza amico, sai che le ricche matrone imadiane
fanno i bagni nel fango per allisciarsi la pelle?» Lucio guardò
meglio. «Beh, con te però ci vorrebbe un miracolo.»
I due soldati scoppiarono in una risata sguaiata. In due
avevano sì e no una ventina di denti in tutto.
L’uomo abbassò il capo mentre lo trascinavano via, gli
occhi chiusi sopra le guance devastate dall’acne.
Zodd lanciò un’occhiata all’ufficiale.
«Quanti uomini abbiamo perso?»
In assenza di altri soldati, tenente e capitano avevano poco
senso. A dire il vero, ogni formalismo andava a farsi fottere.
«Nove, sei corazzati e tre rettangolari, più una decina di
feriti non gravi. Se ne sta occupando il medico.»
«Ci è andata bene. Sbucavano da tutte le parti. All’inizio
ho temuto il peggio.»
«Anche io.»
«Per fortuna il generale ha raddoppiato il numero dei
soldati all’ultimo momento. Con soli cinquanta uomini anche
questa banda di disperati sarebbe diventata un cazzo per il
culo.»
Zodd diede uno sguardo ai suoi corazzati, che mettevano
in fila i prigionieri legandoli l’un l’altro per i piedi.
Condannati a morte.
Decapitazione, rapida e indolore, abilità del boia
permettendo, se erano cittadini imadiani, squartamento o
morte nell’arena se si trattava di stranieri.
«A questi stronzi come è andata?»
«All’incirca settanta morti e nove prigionieri… Dieci
contando l’ultimo» rispose Lucio strizzando l’occhio.
«Nulla di cui vantarsi» Zodd gli mostrò un ghigno di
disgusto. «Erano contadini e straccioni. Pidocchi. La maggior
parte di loro non aveva neanche armi degne di tal nome.»
Puntò il dito su un braccio mozzato. La rigidità della morte
premeva i tendini sull’impugnatura di una roncola. Più in là,
un corpo trapassato dalle spade imadiane giaceva accanto a un
forcone per il fieno.
«I soliti muriani» sentenziò Lucio. Cercò di strapparsi il
sangue rappreso dalle tempie rasate e dai riccioli rossi.
«L’Editto di Dustennio li ha fatti impazzire completamente.
Ormai ci stiamo occupando solo di loro.»
Zodd fece cenno a Lucio di incamminarsi insieme a lui.
«Il resto del villaggio è sicuro? Non vorrei ritrovarmi con
una freccia nel culo.»
«Lo stiamo passando al setaccio, cantine e stalle
comprese.»
«Trovato qualcosa?»
«Un cazzo.»
«Gli altri abitanti? Li avete messi sotto controllo?»
«Sono nella Sala del Consiglio.»
«Forza. Togliamoci questa grana dai coglioni e torniamo al
campo.» Si sfilò l’elmo e lo mise sottobraccio.
Niente. Nonostante l’elmo, aveva la faccia completamente
imbrattata di sangue e altri liquami disgustosi.
Passò le dita callose sul viso, i rilievi delle cicatrici che
spingevano gli spuntoni della barba sotto le unghie.
Lucio era in silenzio da quasi un minuto. Un evento raro.
«Perché diavolo ci hanno attaccato? Siamo venuti qui su
loro richiesta.»
Con Lucio, chiedere più di un minuto di silenzio era
davvero troppo.
«Gli unici a sapere della nostra visita erano i consiglieri e
quel magistrato con il naso da ratto. I muriani, neomuriani, o
quello che cazzo sono, devono aver saputo del nostro arrivo»
disse Zodd. «Hanno massacrato gli abitanti di Camledum e poi
ci hanno teso una trappola per evitare che li facessimo a pezzi
nelle loro baracche di merda.»
«Bella trappola» rise Lucio. «Ha funzionato alla
perfezione. Sono davvero degli strateghi raffinati.»
«Quel mostro però è stato una bella trovata. Non me
l’aspettavo.»
«Peccato, mi sono perso il combattimento.»
«Fottuti gli Dei, mostri del genere escono fuori quando ti
scopi sorelle e cugine per dieci generazioni. Questo aveva una
forza sovrumana e dei bei denti aguzzi» scoprì i suoi con la
solita brutta copia di un sorriso.
«Ho rischiato parecchio. Senza questa» si batté una mano
sulla piastra pettorale. «E questa» sfiorò l’impugnatura
dell’addhur. «Mi avrebbe ammazzato.»
Erano giunti in una piccola piazza dove affluivano diversi
viottoli paralleli e perpendicolari. L’eredità geometrica del
vecchio fortino imperiale era infangata, il legno putrido aveva
sostituito buona parte della pietra, ma Zodd non aveva
difficoltà a individuare il punto in cui, decenni prima,
sorgevano l’infermeria e il deposito delle armi.
Imboccarono un vicolo ostruito da un carro e dai cadaveri.
Pestò una mano rompendone le ossa. Al loro passaggio, una
dozzina di gatti e qualche randagio interruppero il banchetto a
base di viscere e bulbi oculari freschi. Ai corvi sarebbero
rimasti da spolpare solo tendini e ossa.
«Che tanfo merdoso» Lucio si mise la mano sul naso.
Zodd lo guardò.
Scosse la testa. Quello era l’odore della sua fottutissima
infanzia. Pungente, vomitevole come quello di una grotta
immersa nel guano.
Capitolo 2. Zodd
Finalmente giunsero a uno spazio aperto.
L’edificio della Sala del Consiglio non aveva nulla di
imponente. Superava i tetti delle altre case di dieci braccia e la
base era in pietra, ma aveva la stessa struttura di legno
decrepito. Tre nasi adunchi, politici fra i quaranta e i
cinquanta, li attendevano sulla soglia con le mani giunte e
sorrisi finti timbrati sulla faccia. I farsetti rossi e blu, tesi come
tamburi, lasciavano intuire ventri gonfi di vino.
Zodd si fermò prima dei due gradini. Volti tesi e scavati
dall’ansia lo scrutavano.
Colpa. Quei volti trasudavano colpa e sudore. A fiotti.
Fece scivolare l’addhur dalla spalla con movimenti
calcolati, teatrali. Lo poggiò davanti a sé perché potessero
apprezzarne le dimensioni. E tremare.
«Un aumento degli omicidi e qualche problema di ordine
pubblico?» chiese.
Il più anziano accennò un passo in avanti.
«Sì, certo, avete visto voi stessi la furia di questi muriani
impazziti.»
«Cento persone che aggrediscono i corazzati. Cento» Zodd
gli sventolò la mano aperta davanti alla faccia. «Questa è una
rivolta.»
«Una rivolta molto stupida» aggiunse Lucio.
«Dovevate essere più precisi nel vostro messaggio,
abbiamo rischiato grosso. Avevano anche un fottutissimo
mostro.»
«Non pensavamo fossero così tanti. Molti erano andati via
dopo l’Editto di Dustennio.»
Il consigliere indicò la porta della sala, dove erano affissi
gli ultimi editti dell’Imperatore. In basso, sotto i due più
recenti, riguardanti un aggravio delle tasse e un calmiere per i
generi alimentari, si distinguevano i caratteri netti di
un’intestazione:
Della Libertà di Culto nell’Impero.
I bordi del foglio erano stracciati e arricciati in più punti, il
testo usurato, ma non era difficile distinguere le parole.
Poche righe d’inchiostro che avevano sconvolto l’Impero.
Le parole non sono mai risolutive, creano solo problemi. E
i problemi si risolvono in un altro modo.
Zodd si avvicinò al consigliere.
«Evidentemente, la maggior parte dei muriani è rimasta nel
villaggio o nei boschi qui intorno» si girò verso Lucio.
«Controlla se gli aggressori sono muriani. Interrogali per bene
e spogliali, guarda se qualcuno di loro ha fatto parte della
Legione. E torna qui a riferire personalmente.»
Il tenente imadiano si dileguò all’istante.
«Se il mio tenente torna qui e dice che ci sono dei
legionari, non ci saranno provvedimenti contro il villaggio» il
suo sguardo si fece più torvo. «Per questa volta.»
«Bene» i consiglieri sospirarono all’unisono.
«In caso contrario potreste avere dei problemi.»
Un modo gentile per dire che sarebbe rotolata qualche
testa, e magari gli esattori dell’Impero avrebbero trovato
qualcos’altro da tassare.
«Davvero capitano, non potevamo saperlo» piagnucolò
uno.
«I muriani sono diventati imprevedibili, ormai sono uguali
ai legionari. Noi non abbiamo alcuna colpa» proseguì il più
giovane dei tre, le mani fra i capelli.
Uno spettacolo pietoso, ma non hanno tutti i torti.
Zodd aveva sperimentato in prima persona il fervore
religioso dei muriani, ma non aveva ben chiara la differenza
fra questi, i neomuriani e i seguaci della Legione. A quanto
aveva capito, adoravano tutti e due quella faccia barbuta di
Murion, ma i secondi rompevano il cazzo molto più dei primi
e non si facevano problemi ad ammazzare. E i legionari erano
anche peggio.
A sentire loro, si stavano solo difendendo dai seguaci del
demonio. E intanto sparivano bambini. Spesso non si
trovavano più neanche i corpi. A Gordium, qualche tempo
prima, i rothiani avevano recuperato tre cadaveri maciullati
nelle case degli stessi muriani, che avevano gridato al
complotto infernale.
Zodd era stato costretto ad ascoltare le loro difese decine
di volte; inutili chiacchiere su persone vendutesi al demonio,
sacrifici umani, false divinità e sull’unico vero Dio. Un intero
armamentario di credenze e invenzioni idiote costruito nel
corso dei secoli. Una sequela infinita di stronzate.
Mezz’ora in un’arena dell’Ibunod e la loro idea di divinità
sarebbe cambiata per sempre. Ma le prove dicevano altro.
Portavano tutte a ritenere che i muriani fossero ormai sempre
più vicini alla violenza neomuriana, quando non a quella,
ancora peggiore, dei legionari.
In attesa di Lucio però, volle mostrarsi imparziale davanti
ai consiglieri.
«Anche i muriani lamentano diverse uccisioni e
sparizioni.»
«Le loro bugie sono grandi come l’odio che nutrono verso
chiunque non abbracci il loro credo» disse l’anziano,
riscuotendo ampi assensi fra gli altri. «E sono… Siamo
convinti che il suo ufficiale confermerà che tutti i ribelli
morirebbero pur di vedere rinascere la Legione.»
«Vedremo» rispose Zodd girandosi verso la strettoia da cui
doveva giungere Lucio. L’ufficiale non tardò. Imboccò il
vicolo scortato da tre soldati, e già a qualche passo di distanza
da Zodd cominciò a fare segni positivi con il capo.
«Capitano…»
«Tutti muriani, vero?»
«Dal primo all’ultimo, e orgogliosi di esserlo, a quanto
pare. Alcuni dei più anziani hanno anche servito nella
Legione, poco prima della Settimana di Sangue. E questo è il
ringraziamento per non averli ammazzati» indicò con
disprezzo due macchie giallastre che gli imbrattavano la
piastra pettorale. «Due di loro mi hanno sputato addosso.»
«Ovunque la stessa storia. Ancora qualche mese e
rischiamo di trovarci milioni di fanatici incazzati in giro per
l’Impero» disse Zodd.
I consiglieri lasciarono uscire dai polmoni una ventata di
sollievo.
«Ricordate che questo villaggio ha appena ricevuto un
ammonimento ufficiale.»
«Sì, sì… Certo» fu lo spaventato coro di risposta.
«Non saranno tollerate altre infrazioni, e dovrò stendere un
rapporto per il generale Gneo Aurelio.»
«Immagino sia giusto così» rispose il consigliere più
anziano con un sorriso accomodante. Il suo unico interesse
sembrava quello di vedere i corazzati fuori dal villaggio.
«Chiederò al generale Gneo Aurelio di mandare un
distaccamento, due o tre centurie al massimo, per gestire la
situazione nelle prossime settimane. Nel frattempo, dovete
reclutare e addestrare una guardia cittadina più efficiente.»
«Anzi» continuò, mentre si guardava attorno corrugando la
fronte. «Dove cazzo sono finite le vostre guardie? Durante
l’imboscata ci hanno lasciati in mezzo ai muriani senza
muovere un dito.»
«Ehm…» farfugliò quello sulla quarantina. «Abbiamo solo
trenta uomini.»
«Trenta uomini armati e ben addestrati possono cambiare
l’esito di una battaglia» lo liquidò Zodd. «Dove sono? Non lo
chiederò un’altra volta.»
Quello tossicchiò imbarazzato.
«Sono nella Sala del Consiglio, insieme ai cittadini. Stanno
interrogando alcuni prigionieri catturati stamane.»
Zodd si grattò una guancia.
«Interrogare prigionieri mentre il villaggio viene messo a
ferro e fuoco?» Sputò in terra, a un pollice dai piedi del
politico. «Proprio una buona idea. Vediamoli.»
«Ce… Certo.»
L’uomo infilò di corsa nel portone e ne uscì un paio di
minuti dopo, seguito da un gruppo di persone. Una decina
erano soldati, armati con spade corte di qualità modesta e
maglie ad anelli larghi. Gli altri cinque, con dei sacchi per la
farina in testa e i piedi nudi, dovevano essere i prigionieri.
Una guardia, più giovane di Zodd e orgogliosa della sua
barbuta, tenuta sotto il braccio come una preziosa reliquia, si
fece avanti.
«Sono Criziano, il comandante della guardia di Camledum.
Benvenuto capitano!» disse con tono ossequioso. «Per prima
cosa vorrei complimentarmi per il successo. Quello che ha
fatto è straordinario!»
Leccaculo della peggior specie. Di quelli che si
meriterebbero un dritto sul grugno per il solo fatto di respirare.
«Come hai fatto a vedermi?»
«Da… Dal tetto»
«E hai pensato di rimanere lì a guardare…»
«Io… Veramente… Sì… No…»
«Non importa» disse Zodd. «Eri impegnato con i
prigionieri.»
Guardò verso la fila di persone appena uscite dalla Sala.
«Toglietegli il cappuccio. Vediamoli in faccia.»
Nessuna delle guardie mosse un dito. Si limitarono a
guardarsi a vicenda.
«Voglio vederli. Sono solo in cinque, piccoli di statura. Se
lì sotto non ci sono bestie sanguinarie, mi incazzo sul serio.»
Fece un passo verso il primo della fila. Mani e piedi legati,
tremava come centrato da un fulmine. Un rivolo di urina e
sangue gli scendeva lungo le ginocchia, verso le caviglie, fra
le dita dei piedi immerse nel putridume. Un piagnucolare
sommesso aveva macchiato la stoffa logora davanti agli occhi.
Tirò via il cappuccio, provocando un’eruzione di riccioli
biondi sporchi di fango.
Non aveva più di quattordici anni, lo sguardo fisso davanti
a lei, le labbra screpolate e livide di terrore. Uno sfregio
ancora fresco, vicino al naso, le faceva colare il sangue in
bocca.
Una ragazzina.
Zodd le poggiò un dito sotto il mento e la voltò verso di
lui. Occhi liquidi, fissi nel vuoto. Se l’erano lavorata per bene,
in gruppo. Un servizio completo. Dopotutto non c’era da
biasimarli, era abbastanza carina.
«No… No…» sussurrò la ragazza. «Non ancora… Basta…
Preferisco morire.» La sua voce era una corda d’arpa sfibrata.
«Controllate gli altri» comandò Zodd. Dopo qualche
secondo d’ispezione, i prigionieri si rivelarono essere tutti
prigioniere. Adolescenti, probabilmente figlie dei rivoltosi.
Sfondate avanti e dietro, almeno a giudicare dal sangue e
dalle altre cagate che le ricoprivano. Zodd si rivolse ai soldati
che avevano accompagnato Lucio.
«Prendete in consegna queste piccole troie, sono
prigioniere dell’Impero.»
«Capisco» disse Criziano strizzando l’occhio. «Volete
divertirvi anche voi.»
Forse non vide partire la risposta di Zodd, ma di sicuro
sentì il manrovescio di ferro che gli frantumava lo zigomo.
Stramazzò al suolo con un grugnito, ai piedi dei consiglieri
terrorizzati.
Zodd si piegò sui talloni.
«Vi siete nascosti come ratti mentre noi combattevamo per
il vostro villaggio. E invece delle armi avete impugnato i
vostri cazzi marci per stuprare delle puttanelle.»
Zodd lo prese per il collo dell’imbottitura che sporgeva
dalla maglia ad anelli. Lo sollevò e gli sputò in faccia un fiotto
di muco.
Criziano iniziò a piangere come un matto. Scalciava e si
dimenava.
«Papà! Papà! Aiuto! Questo mi ammazza. Dei Santissimi
non voglio crepare!»
«Tu e questi dementi senza palle siete feccia. Dovrei farvi
squartare come maiali.»
Lo gettò con la faccia nel fango e si alzò. Lo colpì con un
calcio sul fianco, facendolo rotolare verso gli scalini
dell’edificio.
Criziano si abbarbicò come una radice alle caviglie del
padre, il politico più giovane, sporcandogli le calzebrache
rosse con manate di fango.
Le guardie cittadini sembravano statue di sale, i consiglieri
di pietra. Nessuno riusciva a muovere un muscolo per la
tensione.
Zodd li guardò disgustato. Una manica di burocrati e
guardie piagnucolanti. Persone inutili. Parassiti. Le parole e
l’inchiostro non hanno mai risolto nulla. Solo l’acciaio. Solo la
violenza.
Tutto il resto non conta un cazzo.
Andandogli incontro, il consigliere anziano porse altre
scuse formali per ciò che era avvenuto, le mani giunte, la testa
inclinata verso la spalla.
Zodd non lo ascoltò nemmeno. Quello proseguì.
«Naturalmente, nessuno di noi vuole che si verifichino altri
problemi, abbiamo perso tutti tanto, troppo, per colpa dei
muriani» il consigliere abbassò il capo mostrandosi
addolorato.
«Appena i miei uomini avranno finito di spegnere gli
incendi torneremo al campo.»
Zodd si era stancato di ascoltare. Non sopportava più quel
posto. Voleva solo mangiare qualcosa e sdraiarsi.
Diede le spalle alla Sala del Consiglio senza aggiungere
altro. Dietro di lui, ringraziamenti a voce alta e maledizioni a
denti stretti.
Percorse a ritroso il sentiero seguito all’andata, Lucio
sempre al suo fianco.
Zodd scosse la testa constatando le condizioni della sua
armatura. Fango, sangue, ammaccature, la cubitiera sinistra
frantumata. Aveva bisogno di Vellidio o di un altro fabbro.
L’addhur invece, a parte le incrostazioni vermiglio e marroni
che ne rigavano la lama, non sembrava aver subito danni.
Doveva anche comprare una nuova celata, la legarossa e…
Dannazione, i denari sembravano non bastare mai. Non se
voleva mantenere il suo armamento superiore alla media.
Raggiunsero il resto dei soldati, già in assetto di marcia,
appena fuori dal villaggio. Il campo temporaneo era a meno di
un miglio e mezzo.
Guardò il cielo. Rosso e limpido, con la luna già alta.
Quella notte non avrebbe piovuto, Zodd ne era convinto.
Viste le ultime settimane, passate sotto il battere incessante di
un inizio d’estate schifoso, gli sembrò una buona notizia.
Capitolo 3. Zodd
La ragazza tremava come una foglia. Non era ancora
successo nulla, ma già singhiozzava. Ematomi e fango
rappreso sulla faccia, sangue e piscio le rigavano le cosce.
Non esattamente un bel bocconcino, ma sempre meglio di
un calcio nelle palle. La porta della cella si chiuse alle spalle di
Zodd, portandosi via la luce del corridoio.
Penombra.
Da una finestra quadrata, larga quanto il fondo di un barile
e chiusa da sbarre di ferro da un pollice, filtravano lame di
cielo rosso.
Aveva assaporato questo momento non appena le aveva
tolto il cappuccio a Camledum, e poi durante la marcia di
ritorno, guardandola mentre si trascinava vicino ai suoi soldati.
La ragazza si spinse indietro con i talloni. Riuscì a
strisciare fino al muro, dove un grosso scarafaggio dimenava
le zampe mentre affogava in una pozza d’acqua marcia. Si
strinse le ginocchia contro il viso, arricciando le dita dei piedi
come a volerle conficcare nel pavimento. Guardò Zodd di
sottecchi, poi si ficcò di nuovo la faccia tra le gambe.
La cella era piccola, un buco di culo di pietra. A Zodd
bastarono due passi per raggiungere la ragazza e affondarle la
mano fra i capelli.
Unti. Appiccicosi. Un vero schifo. I rettangolari di guardia
se l’erano goduta.
La puttana.
La tirò su con una mano. I capelli si tesero. Lei si aggrappò
al polso di Zodd.
Leggera come una piuma.
La voltò contro il muro mentre con l’altra mano si calava
le braghe. Si tirò fuori il cazzo già duro e sollevò la tunica
della ragazza. Tunica, ci voleva coraggio a definirla così, tanto
era imbrattata di sperma e altra merda. Le allargò le cosce
colpendola all’interno della caviglia. Lei mugolò ma non
oppose resistenza.
A breve avrebbe strillato come un’aquila.
La sfondò con un colpo secco e iniziò a pomparla come un
toro da monta.
Cazzo se era bassa. Si sarebbe dovuto mettere in ginocchio
per scoparla lasciandole i piedi in terra. I suoi pantaloni però
erano già abbastanza lerci, inzupparli nel piscio non era certo
una buona idea.
Lo spinse dentro con più forza, senza ottenere alcuna
reazione. La ragazzina oscillava come un cadavere impalato,
le braccia penzoloni. Zodd preferiva quelle che strillavano
dall’inizio alla fine. Gli ricordavano i bei tempi andati, la sua
adolescenza.
Allora cazzo se strillavano.
Forse era merito dell’odore del sangue, della gente che
gridava fino a farsi uscire le tonsille, ma ai bei tempi andati
non si era fottuto nessun cadavere impalato.
Poco male comunque, ogni tanto una così silenziosa
poteva anche sopportarla, specie se significava risparmiare
denari sonanti nel bordello.
Accelerò il ritmo, battendole il bacino sul culo in modo
sempre più forsennato. Un tamburo di carne alternato a
risucchi selvaggi.
Poi passi. Nel corridoio. Si fermarono dietro la porta.
Il solito guardone che non riusciva ad aspettare il proprio
turno.
«Vatti a fare una sega da qualche altra parte, oppure
aspetta. Pezzo di stronzo» disse Zodd mentre continuava a
sfondarla.
Nocche timide sfiorarono la porta. Qualcuno si schiarì la
voce.
«Capitano, il generale Gneo Aurelio l’attende.»
«Fottuti gli Dei, il solito tempismo» borbottò, mentre lo
tirava fuori dalla fica stretta della ragazza e le annaffiava
l’interno delle cosce.
«Arrivo… Danna…zione» urlò, scosso dai sussulti
dell’orgasmo.
La giovane crollò in ginocchio, la schiena percorsa da un
singhiozzare convulso «Per…perché?»
Zodd si tirò le braghe sull’uccello gocciolante.
«Ti è tornata la voce» Zodd rise e si passò le mani sulla
tunica. Le diede le spalle e imboccò la porta.
«Dalle una ripulita» disse alla guardia. «Il generale vorrà
interrogarla insieme alle altre.»
«Agli ordini, capitano.»
Prese la brigantina marrone e se la gettò addosso. Era
ridotta male: in alcuni punti i listelli di metallo facevano
capolino dal tessuto rovinato e la manica destra era tenuta
insieme da due ganci di metallo ribattuti.
Addhur in spalla, imboccò il lungo corridoio su cui si
affacciavano le camerate. Gli alloggi dei corazzati non
avevano pareti in muratura, né sale comuni; non c’erano cessi
interni neanche nelle stanze degli ufficiali. Solo file di camere
stipate di brande.
In compenso, abbondavano muffa e chiodi arrugginiti, per
non parlare del tanfo di sudore e delle impronte di fango.
Percorse il corridoio a passo svelto, facendo cigolare le assi e
grattando il legno del soffitto con il pomolo dell’addhur.
Uscì, inspirando l’aria fresca del tramonto. Le torce erano
già accese ovunque, dagli edifici dei rettangolari a quelli degli
arcieri, e anche all’interno di Forte Dustus, che poggiava sulla
collina adiacente.
La sezione dell’accampamento che ospitava i corazzati era
stata aggiunta da poco, modificando la cinta muraria della
zona est. Zodd era costretto ad attraversarla per intero ogni
volta che doveva andare verso la parte originale, occupata dai
rettangolari.
Una dozzina di ragazzi stava fuori dall’edificio per il
reclutamento dei corazzati. Coperti solo da una tunica grezza,
stretta in vita da un laccio, erano irrigiditi sull’attenti in attesa
delle misurazioni. A pochi passi, sotto la tettoia di legno
dell’edificio, tre ufficiali reclutatori compilavano due registri
spessi come mattoni, mentre un terzo, in piedi su un gradino,
misurava un nero dal naso schiacciato e dal fisico robusto.
«Sei piedi e due pollici. Ammesso alle prove.»
A Zodd tornò in mente il suo reclutamento, quando aveva
sforato la misura di sette piedi sotto gli occhi strabuzzati del
reclutatore e degli altri soldati.
E di Gneo Aurelio.
Mentre si avvicinava al gruppo, squadrò il candidato
successivo: non avrebbe raggiunto i sei piedi neanche sui
trampoli. Aveva la pelle scura e fasci di muscoli nervosi che
gli ricordarono le strisce di carne secca delle razioni.
L’ufficiale reclutatore lo scrutò a lungo con diffidenza, poi
lo fece accostare all’asticella.
Il ragazzo tentò di guadagnare mezzo pollice allungando il
collo e drizzando la schiena.
«Cinque piedi e nove pollici. Non ammesso» l’ufficiale
scandì bene le parole.
Il ragazzo scosse la testa e sfilò verso il tavolo dei registri
con le braccia penzoloni. Zodd non comprendeva la delusione
del ragazzo. Con i balariti vicini al confine, i rettangolari
dovevano rimanere a disposizione lungo la Linea Fortificata o
nelle basi dell’entroterra, mentre ai corazzati spettavano
sempre i compiti più infami. Insomma, fare a pezzi i muriani
diventava sempre meno divertente, ma almeno la paga era
buona.
Zodd passò vicino a loro prima di svoltare l’angolo. Le
reclute lo notarono e scattarono sull’attenti.
«Cosa cazzo fate? Idioti!» urlò il reclutatore, un tipo sulla
cinquantina, la barba lunga con cui tentava di coprire un buco
sul mento grosso quanto una noce. «Voi non siete corazzati!».
Si girò verso il ragazzo appena scartato.
«Puoi fare richiesta per un altro corpo ausiliario
dell’esercito. Ora fuori dalle palle.»
Allungò lo sguardo sulla sagoma di Forte Dustus. Anche
se i rothiani lo avevano costruito proprio sopra la collina che
dominava Miniarum, Zodd non poteva fare a meno di
apprezzarlo. Gli ricordava le fortificazioni dell’Ibunod, dove i
confini tra i regni erano inclini a cambiare spesso ed enormi
castelli neri spuntavano su ogni collina e costone di roccia.
Zodd puntò dritto all’edificio posto al centro
dell’accampamento. Costruito in muratura e un piano più alto
dei baraccamenti, una lastra di marmo sopra l’ingresso
recitava Comando Generale.
Due rettangolari facevano la guardia, gli scudi in terra ed i
giavellotti pesanti incrociati davanti al portone. Uno
sbadigliava, l’altro cercava di grattare via la ruggine dal
rinforzo metallico dello scudo. Gli fecero spazio senza dire
nulla.
Sette piedi d’altezza, quasi sette piedi di metallo in spalla.
Zodd era fin troppo riconoscibile.
Pianterreno, primo corridoio a destra, ultima porta sul
fondo, se non ricordava male; lo stesso ufficio dove il generale
gli aveva affidato l’incarico di Camledum.
Lumi ad olio a parte, sui muri non c’era nulla. Né una
nicchia, né un mosaico, né un dipinto. Solo mattoni nudi,
senza intonaco, in fila geometrica verso la porta di Gneo
Aurelio. Nell’anticamera c’era un altro soldato, la maglia ad
anelli tirata a lucido come un piatto d’argento.
«Aspetti qui, capitano.»
Capitolo 4. Zodd
Mentre il soldato si dileguava nella stanza del generale,
Zodd si lasciò cadere sulla sedia nell’angolo. Anche
nell’anticamera, le pareti erano spoglie, come se una
decorazione o uno schizzo d’intonaco fossero troppo per la
vita militare.
L’unica eccezione rifletteva la luce delle torce: un piccolo
specchio ovale, annerito sui bordi, penzolava attaccato a un
chiodo. L’occhio di Zodd cadde sul suo riflesso. I capelli corti,
rasati sulle tempie, erano amalgamati con il fango, mentre
chiazze di sangue secco gli coprivano una guancia e parte del
collo. Si guardò per un attimo, poi si sputò sulla mano e cercò
di pulirsi il volto. Grattò a fondo con le unghie luride, specie
sul bordo della cicatrice, dove si era accumulato il sudiciume.
Sputò ancora e grattò sulla fronte, procurandosi un piccolo
taglio con l’unghia scheggiata dell’anulare.
Il soldato rientrò, lasciando aperta la porta dietro di lui.
«Può entrare.»
Zodd si voltò di scatto. La punta dell’addhur rovesciò la
sedia, il pomolo colpì l’architrave, ma non se ne curò.
Un’arma poco adatta agli spazi chiusi. Quanto a scomodità,
non c’era molta differenza tra portarla nell’imbracatura che si
era fatto cucire o in spalla. Rimase un istante sulla soglia e poi
entrò.
Con Gneo Aurelio andava d’accordo. Forse perché era
stato lui a consigliargli i corazzati, forse perché al generale
piaceva andare diritto al punto.
Se ne stava seduto dietro a una scrivania di noce coperta di
volumi, la piuma d’oca in mano che svolazzava su un foglio
con il sigillo di ceralacca già apposto.
Zodd non fece in tempo a portare il pugno al petto.
«Siediti» gli disse l’altro, sbirciandolo da sotto le
sopracciglia.
Zodd obbedì. Gneo Aurelio continuò a scrivere senza dire
una parola. Niente discussioni inutili, per l’appunto.
Per cinque minuti Zodd rimase a guardare gli scaffali di
legno dietro al generale, ricolmi di manuali di guerra dal dorso
usurato, e il manichino con l’armatura completa in acciaio
brunito appoggiato accanto alla libreria. Poi passò ai lumi a
olio, al cielo, sempre più scuro e chiazzato di rosso oltre le
mura del campo, alla brocca d’acqua piena per tre quarti, al
bicchiere vuoto, alle venature del legno, ai mucchietti di
segatura provocati dai tarli vicino alle gambe del tavolo.
Si schiarì la voce.
Niente discussioni inutili, ma se lo aveva chiamato doveva
pur dirgli qualcosa. Gneo poggiò la penna al lato del foglio.
«Dicevamo?»
«Voleva vedermi, Signore.»
«Sì», disse. Lasciò la penna accanto alla pagina e si
appoggiò allo schienale. «Ho avuto il rapporto preliminare del
tenente Lucio sull’imboscata di Camledum, e volevo sentire
subito anche il tuo.»
«Non c’è molto da dire. I muriani ci hanno aggredito
all’interno del villaggio. Cento, forse centoventi, armati con
forconi e asce. Una banda di disperati… ci hanno colto di
sorpresa, ma alla fine li abbiamo fatti a pezzi. Siamo riusciti a
prendere parecchi prigionieri.»
«Me lo hanno riferito» Gneo Aurelio si chinò in avanti con
sguardo indagatore. «Eppure, non riesco a spiegarmi una
cosa.»
Dove voleva andare a parare il generale? A Zodd non
piaceva quel tono, era quello che il generale utilizzava quando
uno dei suoi faceva una cazzata. Eppure, dannazione, aveva
agito in maniera perfetta: poche perdite, nemici massacrati, un
buon numero di prigionieri.
«Io» continuò Gneo Aurelio, facendo scricchiolare lo
schienale. «Io non mi spiego perché un mio ufficiale abbia
spaccato la faccia al comandante della guardia cittadina
davanti a tutto il Consiglio.»
«Era un…» disse Zodd colpendosi il palmo della mano con
un pugno.
Gneo alzò il tono, impedendogli di terminare.
«Non mi spiego per quale motivo tu gli abbia distrutto il
naso e sputato addosso. Hanno aggiunto che lo hai fatto
rotolare nel fango a calci nello stomaco.»
Spiegare perché lo avesse fatto era l’ultimo dei suoi
problemi. Al momento voleva solo capire chi cazzo avesse
fatto la spia.
Di sicuro non un corazzato. Un rettangolare… Un
rothiano? Forse.
«Signore, mentre noi combattevamo, l’intera guardia
cittadina era rinchiusa nel municipio a fottere le figlie dei
muriani e a guardare la battaglia dal tetto. Quegli idioti
dovevano aiutarci, Camledum è il loro fottutissimo villaggio!
Per colpa loro ho rischiato di crepare.»
Gneo sorrise, scuotendo la testa. La sua sedia grattò sul
pavimento mentre scivolava all’indietro. Con passi ampi, il
generale girò intorno alla scrivania e si fermò vicino a Zodd. Il
suo pugno si abbatté sul tavolo.
«Nell’esercito non abbiamo nessun ho. Io è una parola che
non esiste. Quando un soldato ha fame, l’esercito ha fame.
Quando un soldato sta scopando una troia, tutto l’esercito sta
scopando quella troia.»
«Povera troia» rispose Zodd.
La risata di Gneo gli esplose in faccia come un tuono.
«Dovrei farti frustare, ma se hai un umorismo così
brillante, allora non dovresti avere problemi a ficcarti in zucca
ciò che ti ho appena detto.»
«Certo Signore.»
«Abbiamo i rothiani con il fiato sul collo e i sudditi sempre
meno contenti a causa dei costi dell’esercito. Non abbiamo
bisogno di farci altri nemici pestando a sangue i governanti
locali» disse tornando alla sedia. «Le voci passano
velocemente da un villaggio all’altro, e quando arrivano in
città uno schiaffo è diventato un pugno, un pugno un omicidio
e un omicidio un massacro.»
«Non si ripeterà.»
«Ne sono sicuro.»
Io no.
Zodd allungò la mano verso brocca. «Posso?»
Gneo gli fece un segno d’assenso con l’indice.
Alla base delle dita aveva dei massicci calli scuri e gli
mancava una parte dell’ultima falange del medio, che ora
sembrava pareggiato a indice ed anulare. Su quest’ultimo,
spiccava un anello d’oro con il sigillo del Comando Generale
dell’Armata Orientale.
Zodd aveva la gola riarsa e temeva che il generale lo
avrebbe fatto parlare ancora per parecchio tempo. Prese il
bicchiere di terracotta e mandò giù due sorsi. Gneo intrecciò le
mani davanti a sé e inspirò con aria grave.
«Ora cerca di essere preciso su quanto è accaduto al
villaggio.»
Un fottuto casino.
«Da dove comincio?»
«Per prima cosa voglio sapere se ci sono state
inadempienze degli esploratori. A quanto ho capito, i nostri
amici rothiani vi hanno lasciato finire in bocca a quei cani
senza accorgersi di nulla.»
«Hanno la loro parte di colpa, come al solito, ma
distinguere uno straccione muriano da uno straccione semplice
è quasi impossibile» Zodd si sporse in avanti poggiando le
mani sulla scrivania. «Ci aspettavano in strada, nelle case,
mentre la maggior parte dei cittadini erano barricati nella Sala
del Consiglio. Ne abbiano trovati solo pochi legati o uccisi
nelle loro abitazioni.»
Si buttò sullo schienale, non prima di aver lasciato qualche
ditata lurida sul legno rossiccio della scrivania.
Gneo Aurelio si alzò di nuovo, mostrando che era ancora
in discreta forma. Sopra la cinghia di cuoio scuro, sporgeva un
abbozzo di ventre sovrastato da un ampio torace.
Rimase fermo alla sinistra di Zodd, con le braccia conserte
sulla tunica rossa orlata d’oro. Sotto, si intuivano gli anelli di
metallo di una maglia. Portava alcune decorazioni militari che
Zodd conosceva bene, come le Due Spade, consegnate a chi
uccideva sul campo un ufficiale nemico, e il Cerchio Murario,
l’anello d’oro con sui si premiava il primo soldato a
raggiungere gli spalti delle mura nemiche; altre, invece, non le
aveva mai viste.
L’esercito ne aveva inventate talmente tante che era
impossibile ricordarle tutte.
«Voglio sapere perché vi hanno attaccato.»
Zodd scosse la testa e allargò le braccia.
Che cazzo ne so.
«Abbiamo avuto parecchi problemi con i muriani» lo
incalzò Gneo Aurelio. «Anzi, cerchiamo di essere precisi.
Quelli che hanno sempre dato problemi sono i legionari e i
neomuriani, mentre i muriani hanno iniziato a essere inquieti
solo dopo l’Editto. E comunque in tutti questi anni non hanno
mai cercato lo scontro con un’unità dell’esercito.»
«C’è sempre una prima volta» rispose con poca
convinzione. Tirò giù un angolo della bocca, mentre l’altro
rimase bloccato dalla cicatrice e gli rispose con una coltellata
dalle labbra all’orecchio.
Fottuti gli Dei! La maggior parte dei muriani sono dei
pazzi furiosi. Sembrano sempre imbottiti di aloise e fanno a
pezzi le persone pensando che siano tutte adoratrici del
demonio; che bisogno c’è di trovare una spiegazione
ragionevole?
«Già, ma non posso escludere che quel villaggio fosse
particolarmente importante per loro.»
«Camledum, quel merdaio?» chiese Zodd scuotendo la
testa.
«Sì. Non hai notato niente di strano? Magari stavano
cercando qualcosa… o qualcuno.»
Zodd si sforzò di ricordare qualche particolare in più:
l’agguato, la battaglia, il mostro, quello stronzo della guardia
cittadina.
«Mi hanno sguinzagliato contro un essere deforme» disse
Zodd. «Era fottutamente forte, ma alla fine l’ho sbudellato per
bene.» Con il pollice, si fece un segno orizzontale sul ventre.
Gneo Aurelio lo degnò a malapena di uno sguardo. Si era
alzato di nuovo, irrequieto, dirigendosi verso la finestra. La
sua sagoma si stagliò contro il cielo vermiglio, oscurando il
castello dei rothiani che sorgeva sulla collina fuori dal campo.
«Va bene, vorrà dire che aspetterò l’interrogatorio. Mi
hanno riferito che hai preso prigioniere parecchie ragazze.»
«Abbastanza, si.»
«Bene. Sono meglio degli uomini, tendono a cantare più
facilmente. Spero siano in buone condizioni.»
«Ottime, direi.»
Le avevano stuprate abbastanza da permettere loro di
partorire senza neanche accorgersene. Poco male, una lavata e
una tunica pulita fanno miracoli.
La testa di Gneo Aurelio si mosse in un cenno d’assenso,
poi il Generale ritornò alla sua sedia. Si poggiò allo schienale
con uno sbuffo e fissò Zodd dritto negli occhi.
«Ti ho fatto chiamare anche per un altro motivo» disse con
tono grave.
«Lo immaginavo, ho sentito che i balariti si stanno
muovendo parecchio, ma non pensavo fossero diventati di
nuovo un pericolo.»
«I balariti non c’entrano, se non indirettamente. Il
problema è a est, Aratan, ma non posso spostare un solo
soldato dai castelli di confine, né dai forti interni.»
«Aratan? Non dovrebbero occuparsene i rothiani?»
«Il Governatore ha dato il preciso ordine di non
scomodarli.»
«Cos’è, sono troppo occupati ad attaccarsi lo scolo fra di
loro?»
«Una parata a Calisium; arriveranno anche ambasciatori
dall’Impero al di là del Fennarit» con un mezzo sorriso, il
generale scoprì un canino rotto alla base. «Ulpio Mettico vuole
impressionarli.»
«O, forse, i rothiani non hanno voglia di marciare fino ad
Aratan.»
«Strano, i muriani sono la loro passione» disse Zodd. «A
Gordium ne hanno fatti a pezzi talmente tanti che abbiamo
sentito la puzza di decomposizione a un miglio di distanza.
Dico io, scavate almeno una fossa comune come si deve,
fottuti gli Dei.»
«Sulla gestione diretta dei muriani non ho alcun potere. E
su Aratan non posso aprir bocca senza ritrovarmi un emissario
di Ulpio Mettico a contarmi i peli del culo» il generale
intrecciò le dita sotto al mento, inarcando le folte sopracciglia.
Viveva nell’Impero da qualche anno, ma Zodd aveva
ancora qualche difficoltà a comprendere come diavolo fosse
possibile che il “potere militare”, come lo chiamavano gli
imadiani, potesse essere sottoposto al “potere civile”.
Uno aveva armi e soldati, l’altro codici di leggi e libri
contabili.
E la cosa, cazzo, sembrava funzionare molto bene. Nei
regni descariani e nell’Ibunod la regola era un po’ diversa, più
orientata verso il “Io ho i soldati. La tua alternativa è tra
obbedire e morire”, eppure tutti insieme non raggiungevano un
terzo, forse anche meno, dell’estensione dei territori imperiali.
«Per ora abbiamo trovato solo gruppi poco organizzati, ma
Aratan è una città con migliaia di abitanti. E la metà è
muriana.»
«Hanno cacciato l’intero drappello rothiano di stanza lì,
quindi sì, sono molti. I rothiani dicono mille-millecinquecento
facinorosi. Ma il loro numero è destinato a crescere.»
«I miei corazzati potrebbero non bastare» Zodd si grattò la
nuca. Fra i capelli rasati trovò altri grumi di sangue e fango
secco.
«Capitano Zodd, devo ricordarti chi è il generale qui?»
«Nossignore.»
«Molto bene. Comunque, non sarai da solo. Ho deciso di
affiancarti due contingenti di arcieri e i corazzati di Geleas» il
generale lo fissò come a volergli trasmettere i suoi pensieri con
lo sguardo. «E sarai tu a guidare l’operazione.»
Perfetto. Proprio quello che voleva. Già gli cascavano i
coglioni quando organizzava i suoi cinquecento corazzati, e
ora - sorpresa! - doveva preoccuparsi dell’ordine di marcia, del
supporto logistico e dello schieramento di un contingente
molto più numeroso.
«Più di mille uomini sotto il mio comando?» disse
sospirando.
Fanculo.
«Sai fare i conti, me ne compiaccio.»
«Quando?»
«Tre giorni» questa volta fu Aurelio ad afferrare la caraffa
e a versarsi un bicchiere d’acqua. «Lascia riposare i tuoi, sono
esentati dall’allenamento e dai turni di guardia; non voglio che
si mettano in marcia con i crampi.»
«Sissignore.»
«Congedato» disse Gneo Aurelio. Poi chinò nuovamente il
capo sul volume.
Sissignore, sissignore, sissignore, quante volte lo aveva
ripetuto negli ultimi anni? Si chiese se, in concreto, fosse
cambiato davvero qualcosa rispetto a quando viveva
nell’Ibunod.
Guardando un gruppo di reclute che gli passava davanti, in
direzione del muro ovest, Zodd rise fra sé e sé.
Cazzo se è cambiato qualcosa. È cambiato tutto.
Capitolo 5. Zodd
Ho dormito di merda. Come al solito.
I suoi nervi vibravano tutto il fottuto giorno e tutta la
fottuta notte fin da quando erano partiti. Una sensazione
irreale, di pericolo imminente, che non riusciva a levarsi di
dosso.
Si affrettò a vestirsi e uscì dalla tenda. La maggior parte
degli uomini era intenta a smontare l’accampamento. Alcuni
caricavano i muli con le provviste e i rifornimenti, altri
sfilavano dal terrapieno i pali d’abete che, durante la notte,
avevano costituito la palizzata difensiva. Un paio di soldati, le
piastre pettorali già strette al torso, lo salutarono passandogli
davanti con le mani piene di carne essiccata e gallette.
Meglio riempire lo stomaco.
Affondò i denti in un mazzo di carne essiccata e masticò.
Dura come un sasso. La mandò giù alla svelta con l’aiuto di
una pinta d’acqua e ruttò un tuono.
I suoi corazzati erano stati veloci a stipare gli utensili e le
vettovaglie negli zaini, mentre quelli di Geleas stavano ancora
caricando i somari o, come preferivano chiamarli gli ufficiali
imadiani, i supporti logistici.
Il suonatore era incollato a lui dall’alba, in attesa di un suo
segnale, con le labbra esangui sempre appoggiate sulla tromba
dritta. Zodd gli fece suonare l’adunata e attese qualche minuto.
«Venti miglia per raggiungere Aratan» guardò i corazzati
che alzavano martelli da guerra inastati e alabarde. L’aria
vibrava di metallo. «Anche oggi dovrete spaccarvi i polpacci:
marcia spedita.»
Si alzò un mugolio sommesso. Le tappe forzate non
incontravano mai grandi consensi.
«Forza animali, neanche a me frega un cazzo di Aratan,
consolatevi pensando alle due settimane di congedo e al
doppio soldo per il prossimo mese.»
Il mugolio si trasformò in un brusio misto di assensi e
lamentele.
«È molto semplice: arriviamo lì. Sistemiamo i muriani.
Torniamo indietro» continuò Zodd. «Le mura della città sono
vuote, le porte barricate, ma nei dintorni non c’è traccia di
uomini armati. In questo momento i nostri esploratori
dovrebbero essere arrivati sul posto. Forse fra poche ore
riusciremo a capire qualcosa in più.»
Spense l’ultimo falò con un pestone.
«Preparate la formazione di marcia.»
Zodd cominciò ad indossare l’armatura completa con
l’aiuto di un arciere.
Dopo la scaramuccia di Camledum, aveva fatto appena in
tempo a portarla da un fabbro dell’esercito.
Il marchio sotto il pettorale destro, uno scudo con impressa
la lettera “V”, gli ricordò che erano già passati tre anni da
quando Vellidio l’aveva completata.
Ne era valsa la pena, però. Ogni pezzo era modellato alla
perfezione sui suoi muscoli, e aveva faticato parecchio per
trovare qualcuno in grado di fabbricare degli spallacci che gli
permettessero di manovrare l’addhur senza problemi. E cazzo
se era costata!
Infilò la celata sotto il braccio, la visiera cigolò verso il
basso. Sull’armatura mise la veste smanicata nera con tre stelle
rosse inscritte in un rettangolo dello stesso colore.
Con quasi sessanta libbre d’acciaio addosso, un uomo
senza allenamento avrebbe avuto difficoltà a muoversi per più
di due minuti, mentre Zodd già pregustava i dolori muscolari
che quella massa di metallo gli avrebbe presentato il mattino
seguente.
La mia seconda pelle.
Dietro la spalla destra avvertì il dondolio dell’addhur.
Preferiva portarlo come un’arma in asta, appoggiato alla
spalla, ma l’imbracatura gli permetteva di avere entrambe le
mani libere.
Lo cercò d’istinto; le dita scivolarono sui grandi bracci
metallici e sui due anelli che proteggevano l’impugnatura,
sovrastata da un grosso pomolo di ferro a cupola.
Anche i due plotoni di rettangolari si stavano preparando.
«Sono veloci quei figli di puttana» disse Geleas.
«Fottutamente precisi e fottutamente veloci» annuì Zodd.
«Ne ho voluti apposta due plotoni per questa missione. Con la
logistica e le operazioni di montaggio e smontaggio del campo
i miei fanno solo casini.»
Non li conosceva tutti, ma era convinto che Geleas fosse il
capitano dei corazzati più basso dell’Impero. Anche quel
nanerottolo del suonatore di tromba era più alto di lui.
Di sicuro, non c’era nessuno che portasse con più orgoglio
le tre stelle rosse. A occhio, sembrava le avesse fatte cucire di
dimensione doppia rispetto al normale. E l’effetto sul suo
corpo era penoso.
«Non c’è da meravigliarsi se hanno sbaragliato intere
nazioni» aggiunse Geleas.
Zodd passò accanto a un rettangolare.
Già, non c’è da meravigliarsi
Maglia ad anelli stretti, rinforzata da due piccole piastre in
corrispondenza dei pettorali e indossata su una sottoveste
semirigida di cuoio bollito, elmo con ampia gronda paranuca,
piccola visiera per proteggere il naso e cresta bassa di rinforzo
che divideva in due la calotta.
E poi quello scudo… che follia.
Un rettangolo rosso lievemente convesso, talmente grosso
da raggiungere lo sterno del portatore quando veniva poggiato
in terra; aveva l’umbone circolare e il bordo superiore e gli
angoli rinforzati in ferro.
Come se non fosse abbastanza, alcuni soldati investivano
parte dei primi salari in una protezione elastica a squame
sovrapposte per il braccio non riparato dallo scudo. Altri, visto
che l’esercito lasciava libera scelta, preferivano corazze a
lamine orizzontali di metallo, molto solide ma di difficile
manutenzione.
La convinzione di Zodd, per cui un grande scudo ti
costringe ad avere una piccola arma, era confermata dalla
spada a doppio taglio in dotazione all’esercito, abbastanza
corta da sembrare una daga. O, almeno, Zodd aveva pensato
questo prima di accorgersi che i rettangolari chiamavano daga
la lama triangolare da dieci pollici che portavano sul fianco
opposto.
Sopra la maglia ad anelli vestivano tutti una tunica
vermiglio smanicata che scendeva fino a metà coscia ed era
legata all’altezza della vita con un laccio scuro.
Geleas allungò il passo, tentando di raggiungere Zodd.
«Che dici, quanto spende l’Impero per tingere di rosso
tutte queste tuniche?»
«Sempre un denaro in più di quello che dovrebbe.»
Fra l’ordine di marcia, le notizie dagli esploratori e tutto il
resto, avere l’altro capitano fra le palle era l’ultima cosa che
voleva; ma almeno sembrava aver preso bene il fatto di
trovarsi un pari grado come superiore.
«Torna dai tuoi» disse Zodd «È ora di andare.»
Geleas alzò le sopracciglia come a dire non te ne frega un
cazzo di quello che dico, giusto?
Zodd annuì.
«Capitano» disse un soldato dai capelli a spazzola.
Zodd gli fece capire con un’occhiata che aveva la sua
attenzione.
«Siamo pronti» affermò. Nella mano destra stringeva le
briglie di uno stallone nero.
I denari buttati per agghindare questo animale li avrei
presi volentieri io.
Infilò i piedi nelle staffe montando sull’animale, che si
lasciò scappare un nitrito di sorpresa.
«Andiamo.»
Fece cenno di suonare l’avanzata. Lo squillare delle
trombe ruppe la quiete della radura.
La colonna si mosse sotto il tiepido sole di fine estate, le
armature baluginavano di riflessi azzurrini mentre il pesante
passo di marcia faceva tremare il terreno ancora umido di
brina. Dopo la prima coorte di corazzati veniva il contingente
degli arcieri, gli archi lunghi di tasso a tracolla e le faretre al
fianco, poi la coorte guidata da Geleas.
Zodd avanzava dietro le prime linee della coorte di testa,
da dove poteva tenere d’occhio l’avanguardia e buona parte
della colonna alle sue spalle.
Posò lo sguardo sulla strada rettilinea che congiungeva la
frontiera dell’est ad Aratan, edificata per sfruttare le ricche
miniere d’oro che si inabissavano sotto le pendici del monte
Aroft.
Zodd ne aveva sentito parlare anche prima di arrivare
nell’Impero. La città assoldava da anni intere compagnie di
balestrieri del Fodeis e, ancora prima di pensare ai corazzati,
gli era venuto in mente di mettersi al servizio di Aratan.
Piazzata in mezzo al nulla, alcuni dicevano che la città
mostrasse al mondo il vero valore dell’oro. E proprio per
questo gli riusciva difficile capire come mai l’Impero non
avesse mai tentato di conquistarla. L’aveva lasciata lì, a
rifornire d’oro mercanti e regni, limitandosi solo a stringere un
accordo privilegiato.
In cambio, l’Impero aveva costruito Via Aratense.
Aggrottò le sopracciglia e scosse la testa.
Contando quanto ci vuole a fare una strada, è stato un
accordo di merda.
Ma, ehi, alla fine l’Impero aveva fondato gran parte della
sua gloria militare sulla velocità delle comunicazioni, quindi la
cosa funzionava.
L’importante era che a nessuno venisse in mente di
chiedere ai corazzati, specie ai suoi, di togliere l’armatura e
andare a picconare sotto la guida di un ingegnere dell’esercito.
A sentire Lucio avevano impiegato una divisione,
un’intera fottuta divisione, per bonificare il territorio che
stavano attraversando ora, mentre altre due gettavano gli strati
di sabbia e ghiaia dove non c’era più nulla da bonificare.
I suoi pensieri furono interrotti proprio da Lucio, che fece
trottare il suo cavallo verso di lui. Sopra l’armatura indossava
una tunica con due stelle rosse incorniciate, il segno distintivo
del suo grado.
«Gli uomini sono a pezzi. Non fanno molte storie, ma ne
abbiamo caricati sui muli altri dieci.»
«Qualcuno grave?»
«No. Caviglie slogate, vesciche profonde e roba del
genere.»
«Poteva andare peggio.»
Lucio fece una smorfia come a dire poteva anche andare
meglio. Rimase a marciare accanto a lui, in silenzio.
E Lucio stava in silenzio solo quando voleva iniziare un
discorso serio.
«Dimmi» Zodd abbassò lo sguardo verso di lui. «Ma se si
tratta della stessa lagna dei giorni scorsi, allora puoi
risparmiare fiato.»
«Risparmio fiato, allora.»
Non lo avrebbe fatto, Zodd ci avrebbe scommesso i
coglioni. Lucio riuscì a trattenersi per dieci secondi.
«Non è una lagna, penso solo che sia assurdo percorrere
duecento miglia senza incontrare anima viva»
Ci risiamo.
«Mi aspettavo qualcosa del genere. Dalla Linea Fortificata
ad Aratan non ci sono villaggi. Le uniche abitazioni sono le
fattorie fuori dalla città, e lì non sono arrivati neanche i nostri
esploratori.»
Lucio si riparò gli occhi con la mano e alzò la testa verso il
sole.
«Facendo un rapido calcolo, dovrebbero essere già sulla
via del ritorno.»
«L’importante è che tornino indietro. Sarebbero i primi in
quattro settimane. I muriani ne avranno catturati già quanti?
Una trentina?»
«Catturati? Secondo me sono diventati carne tritata ancora
prima di entrare ad Aratan.»
«La cosa non mi meraviglierebbe» Zodd si sistemò sulla
sella. Poi si voltò verso Lucio.
«Andare in ricognizione senza sapere nulla del nemico è
sempre una pessima idea.»
«Qualcosa sappiamo» disse Lucio. «Abbiamo il rapporto
dei rothiani cacciati dalla città.»
«Buono per pulircisi il culo» disse Zodd. «Te lo riassumo
così: insurrezione cittadina… bla bla bla… forze
soverchianti… bla bla bla… costretti alla ritirata.»
«Bene, molto esauriente.»
«Sai quanti rothiani sono morti ad Aratan?»
«Nessuno. Me lo hai già detto prima della partenza.»
«Esatto. Per me non hanno neanche sguainato le spade»
Zodd guardò Lucio e scosse la testa. «Hanno abbandonato la
città non appena le cose si sono messe male, per cui la loro
stima di millecinquecento muriani non mi convince.»
«Pensi siano di più?»
«Molti di più. Pensa a quanti ce ne vogliono per
sorvegliare la cinta muraria, tenere a bada la popolazione e
intercettare tutti gli esploratori.»
«L’hai detto a Gneo Aurelio?»
«Sì, durante l’ultima riunione. Metà degli aratensi sono di
fede muriana, ma forse anche gli altri abitanti hanno iniziato a
supportarli.»
«Ventimila persone. E noi siamo un migliaio.»
«E loro hanno anche delle belle mura per difendersi» disse
Zodd. «Andrà così: loro rimarranno chiusi lì dentro. Noi gli
chiederemo di arrendersi e loro, beh, non lo faranno. E a quel
punto noi torneremo indietro dicendo che Aratan è in rivolta.»
E allora perché non vedo l’ora di arrivare lì? Voglio
combattere. Devo combattere.
«Potrebbero anche attaccarci.»
«E rischiare di perdere i loro soldati migliori? Non credo.»
Lo spero.
«Ormai dai muriani mi aspetto di tutto» disse Lucio. «Però
se questa dovesse rivelarsi solo una scampagnata di duecento e
passa miglia non sarei affatto dispiaciuto. Alla fine, noi
ufficiali abbiamo i cavalli…»
«Sono comodi per viaggiare, ma non per combattere.»
Lucio sorrise e scrollò le spalle. Poi girò il cavallo e tornò
dai suoi.
Capitolo 6. Zodd
La testa di Zodd dondolava da una parte all’altra,
assecondando il passo del cavallo. Solo qualche settimana
prima si sarebbe addormentato senza problemi. Ora gli
sembrava impossibile anche solo immaginarlo.
Non era ansia, ma qualcosa di più logorante. Un desiderio
non soddisfatto o un pericolo che non riusciva a identificare. È
strano come uno possa provare sensazioni simili per due stati
d’animo che dovrebbero essere opposti.
Le montagne sono sempre più vicine.
In assetto da marcia spedita, senza carri, artiglieria e con i
bagagli portati in spalla e sui muli, il contingente aveva
percorso ventisei o ventisette miglia al giorno per quattro
giorni consecutivi. Per i rettangolari non era un record, ma per
i corazzati sì. Non avevano tutti lo stesso equipaggiamento, ma
in media portavano un carico più pesante rispetto ai
rettangolari.
Stirò il collo a destra e sinistra e si guardò intorno.
Il paesaggio era sempre lo stesso. Distese d’erba bassa per
decine di miglia su entrambi i lati e qualche gruppo di alberi
buttato nel mezzo a caso. E poi solo la strada, che tagliava la
natura selvaggia e affondava nelle montagne.
Poco avanti, una pietra miliare, posta sul ciglio
dell’acciottolato, indicava che mancavano solo nove miglia.
La sola vista della pietra sollevò l’umore dei soldati.
Dall’avanguardia si alzò un canto di marcia che destò Zodd
dal torpore.

E se nel duello la tua spada poi cadrà,


non aver paura che la daga basterà.
E se il rothiano il tuo scudo prenderà,
non aver timore che la maglia basterà.
Senza spada, senza daga, senza scudo, senza maglia,
anche tutti nudi nessuno noi temiamo,
basterà combatter con il cazzo in mano.

I corazzati erano sul punto di iniziare la seconda strofa,


quando le sagome dei cavalieri esploratori emersero
all’orizzonte.
Finalmente.
Zodd ringraziò gli Dei fottuti e si spinse oltre
l’avanguardia.
«Siamo arrivati a meno di un quarto di miglio miglia da
Aratan. Non c’è anima viva» disse uno degli esploratori. «Le
fattorie e le coltivazioni nei paraggi sono vuote. Forse hanno
fatto riparare i contadini e gli altri abitanti dei dintorni
all’interno delle mura.»
«Si aspettano un assedio» Zodd tirò a sé le briglie.
Non mi piace affatto.
«Non penso, Signore» aggiunse l’esploratore. «Gli spalti
sono vuoti e… Le porte della città ora sono aperte.»
«Aperte?» Zodd fece una smorfia con la bocca. «E non
siete entrati? Qualche informazione in più ci avrebbe fatto
comodo.»
«Gli ordini parlavano di un sopralluogo esterno alla città.»
Mai che piscino fuori dal vaso durante una missione.
«Sì, va bene, fuori dalle palle ora» disse Zodd.
Le ultime ore di marcia, come sempre accadeva, furono le
più pesanti. E il fottuto nervosismo saliva.
Si può sapere che cazzo ti prende?
Lasciò scorrere la colonna al suo fianco. Nelle prime file
c’erano almeno una decina di corazzati che arrancavano
zoppicando, mentre il gruppo dei rettangolari era già arrivato
all’altura scelta per l’accampamento.
Erano molto più abituati a marciare, ma di certo non
poteva rimproverare ai suoi soldati di essere fuori allenamento.
Giorni e giorni di tappe forzate avrebbero pietrificato i
polpacci di un mulo.
La luce del sole stava lasciando spazio a un tramonto
infuocato, ma la sagoma del monte Aroft si tagliava sullo
sfondo sempre più netta.
Era difficile distinguere le mura di Aratan dalle rocce alle
sue spalle, ma i campanili della città bucavano l’oscurità come
zanne d’elefante.
Il campo per la notte era a circa mezzo miglio di distanza
sulla sinistra della via Aratense. Altri comandanti, nel corso
degli anni, avevano scelto lo stesso luogo per accamparsi. Lo
testimoniavano due torrette di legno e la linea netta di un
piccolo fossato. Le pendici della collina erano punteggiate da
castani. I rettangolari se li stavano già lavorando a colpi
d’ascia.
«Va bene» affermò Zodd, soddisfatto della scelta.
Entrambi i tenenti, Lucio e Marrenio, erano vicino a lui.
«Mandate altri due esploratori prima che faccia buio.
Questa volta devono provare ad entrare in città.»
Era impossibile che ad Aratan non sapessero nulla del loro
arrivo.
«Ne è sicuro, capitano?» gli occhi di Marrenio tradivano la
sua preoccupazione.
«Solo due. E nessun rumore» Zodd si puntellò su una
staffa e scese dal cavallo.
Tutti e tre si incamminarono verso l’altura.
I rettangolari stavano scavando lungo il perimetro del
vecchio fossato e, a giudicare dal loro ritmo di lavoro, in meno
di un’ora avrebbero piazzato anche i pali nel terrapieno.
Bisognava solo posizionare gli arcieri sulle torrette, ma a
quello ci avrebbe pensato il primoarco, Egleton, senza bisogno
di alcun ordine specifico da parte di Zodd.
Forse non avevano l’organizzazione dei rettangolari, ma
anche i corazzati si davano da fare picchettando decine di
tende verde scuro e nere: quelle degli ufficiali al centro, in
prossimità dei depositi di armi e vettovaglie, e intorno le altre.
Mentre lo spento rosseggiare del tramonto moriva in una
notte offuscata da basse nubi, Zodd entrò nella sua tenda.
Rimase seduto al buio, con l’armatura indosso, mentre gli
uomini erano ancora impegnati con le faccende del campo. I
ricognitori tardavano a fare ritorno.
La grossa clessidra da un’ora svuotò il suo contenuto
nell’emisfero inferiore. Dopo tanti giorni di marcia, era a
pochi passi dalla città. E doveva aspettare.
Odiava rimanere fuori dai giochi.
Poggiò l’addhur sul suo giaciglio e prese un grosso
astuccio con dei legacci, simile a quello in cui riponeva lo
spadone nei giorni di pioggia per evitare la ruggine.
Armeggiò per qualche istante con le cordicelle e tirò fuori
una sbarra di ferro da sei piedi e trenta libbre di peso.
Prese ad alzarla frontalmente con una sola mano, poi
aggiunse dei sollevamenti laterali.
Infine, iniziò a tirare qualche colpo controllato: fendente,
discendente obliquo da destra, fendente, ascendente obliquo
sinistro, fendente. Fendente, fendente, fendente, fendente.
Basta. Non starò qui ad aspettare tutta la notte.
Uscì dalla tenda con la sbarra di ferro ancora in pugno. I
suoi due tenenti erano lì davanti a passeggiare in circolo.
Anche loro non sembravano troppo convinti del ritorno degli
esploratori. Marrenio e Lucio si voltarono di scatto verso di
lui.
«Chiamate anche Egleton e Geleas. Vi voglio tutti qui.
Ora.»
Capitolo 7. Zodd
Aspettò al centro della tenda, su una sedia a tenaglia che
scricchiolava senza pietà sotto il suo peso. Di fronte, un tavolo
coperto da un pesante panno di tessuto nero. Nel mezzo era
collocata una lanterna di bronzo che rischiarava l’atmosfera di
riflessi arancio.
I due tenenti dei corazzati arrivarono per primi, seguiti da
Egleton, primoarco degli ausiliari, un uomo massiccio dai
penetranti occhi azzurri, e da Geleas.
Zodd si alzò.
«Basta raccontarci cazzate. I nostri esploratori non
torneranno più» poggiò le mani sul tavolo. «E mancano ancora
dieci o undici ore all’alba.»
Gli altri annuirono, scuri in volto.
Dall’Ibunod, dalla sabbia dell’Arena, gli arrivò un
pensiero.
O forse era già lì e non aveva mai abbandonato la sua
mente.
Attacca per primo.
«Basta con i ricognitori. Voglio muovermi con almeno
cinquecento uomini.»
«Una spedizione notturna?» chiese Marrenio. Le sue mani
già accarezzavano l’impugnatura di corda bruna della sua
spada. Zodd sorrise.
«Vedo che hai centrato il punto» il suo sguardo passò da
Marrenio a Egleton. «Voglio anche duecento dei tuoi arcieri.»
«Noi non vedremo loro e loro non vedranno noi» disse
Marrenio. «Non so, il manuale di Rothi ammette azioni
notturne solo quando si hanno notizie precise sul nemico. Noi
non siamo neanche sicuri che questo nemico ci sia ancora.»
«Rothi è a marcire in una tomba da tipo diecimila anni»
disse Zodd.
«Duecentocinquanta» lo corresse Lucio.
«Cambia poco. I nostri esploratori sono morti. Lo so io e lo
sapete voi. Possiamo decidere di rimanere qui, oppure di
muoverci.»
Nella tenda ci fu un attimo di silenzio. Il ginocchio di
Marrenio andava su e giù come un martello, facendo vibrare il
tavolo. Egleton guardava fisso nella tazza di caffè mentre la
ruotava con l’indice.
«Andiamo a vedere cosa succede» disse Lucio.
Egleton si alzò dalla sedia. «Per me va bene.»

Marrenio rimase seduto.


«Chi rimane al campo?»
«Geleas» disse Zodd. «Tu rimani a guardia del campo
insieme a trecento arcieri; Egleton, scegli duecento uomini, i
migliori nel corpo a corpo. Le cose potrebbero mettersi male
laggiù.»
«I miei arcieri maneggiano archi da centocinquanta libbre,
potrebbero spezzare il collo di un balarita con una sola mano.»
Zodd non ebbe problemi a credergli. Alcuni arcieri erano
più grossi dei corazzati.
«Va bene. Muoviamoci allora.»
Non ci volle più di mezz’ora per ultimare i preparativi, poi
il contingente si mosse verso Aratan. Non essendoci
rifornimenti da proteggere e bagagli da portare in spalla, lo
schieramento era molto più compatto e veloce rispetto a quello
adottato durante le solite marce.
Davanti a Zodd, le mura si facevano più alte passo dopo
passo. Cinerei blocchi di pietra incombevano sulla spedizione.
Troppo buio per vedere a un passo di distanza, Zodd
ordinò di accendere le torce. Le aste di legno, fasciate di
bende, scivolarono fuori dagli zaini.
Gli acciarini scintillarono nel buio.
Aratan era una fortezza solida. Le mura, di circa
venticinque piedi, formavano una semicirconferenza che si
appoggiava sull’ultima propaggine di un costone dell’Aroft. A
guardia della cinta difensiva, si ergevano torri cilindriche dalla
merlatura a coda di pesce.
Non ci sono sentinelle.
Non un rumore, né un brusio, né un vociare proveniva
dall’abitato.
«Niente luci e niente rumori» disse Zodd a denti stretti.
«Sembra di essere a dieci miglia dalla città più vicina.»
Le colossali porte di noce attirarono la sua attenzione.
Erano rivestite da un pollice di bronzo e tempestate da borchie
metalliche.
Ed erano aperte.
Zodd aggrottò le sopracciglia.
«Forse gli ultimi esploratori sono riusciti ad entrare. Ma di
sicuro non sono usciti.»
Era in testa e guidava il gruppo, mantenendosi leggermente
sfasato sulla destra dopo il primo manipolo. Marrenio, al suo
fianco, stringeva il lume nella mano.
«Capitano, hai presente quando ho appoggiato questa
ricognizione notturna?» disse Marrenio. «Temo di aver fatto
una cazzata.»
Superarono la porta con cautela, immettendosi nella via
principale. Il silenzio era intenso. Da far fischiare le orecchie.
Sembrava che il passo dei corazzati lo stesse infrangendo
solo ora, per la prima volta, dopo millenni di regno
incontrastato.
Zodd voltò il capo da una parte e dall’altra, cercando di
penetrare le tenebre.
Socchiuse gli occhi. Una sottile nebbia argentea gli
bagnava le pupille.
Nessun segno di vita. Delle case di mattoni che si
affacciavano sulla via, erano a malapena intuibili le sagome.
«Se ci hanno preparato un’imboscata, è di sicuro la
migliore mai pensata dai muriani» Zodd alzò la visiera
dell’elmo. «Pare che non ci sia anima viva.»
«Forse sono fuggiti tutti, un’epidemia o qualcosa del
genere» disse Marrenio.
«Quante possibilità ci sono che tutti i fuggitivi siano morti
lungo la strada senza lasciare traccia?» rispose Zodd.
Ripensò a tutte le supposizioni fatte da Gneo Aurelio e dai
suoi ufficiali. Una marea di stronzate. L’unica cosa certa è che
non rimanevano più ipotesi plausibili.
E che davanti a lui c’era una città di ventimila abitanti
completamente vuota.
Che cazzo.
La via scivolava senza grandi curve in mezzo al centro
abitato. Mentre i soldati la percorrevano in formazione, le
calzature chiodate battevano sugli ampi lastroni di pietra
facendo risuonare una cupa eco.
Il vento iniziò a cambiare direzione. Prima lo aveva alle
spalle, ora dritto negli occhi. E nel naso.
Zodd fiutò subito odore di carne putrefatta e di formaggio
ammuffito. Gli ricordava quello delle fosse comuni dei
condannati nell’Ibunod.
Verso il centro della città la foschia si diradava e le case di
mattoni iniziavano ad essere visibili. C’era qualche uscio
sfondato, imposte rotte, ma la maggior parte sembrava in
buone condizioni.
In fondo alla piazza, a quasi trecento passi, doveva esserci
la facciata dorata del tempio di Murion, affiancato dai due
campanili cilindrici che aveva notato già a parecchie miglia
dalla città.
Le terme, dotate di tre grandi cupole immacolate,
sbucavano come fantasmi nel buio, ma il palazzo della
Compagnia Mineraria era l’unico chiaramente visibile. Ornato
da un lungo frontone d’oro massiccio che scintillava alla luce
della luna, si trovava proprio davanti a lui, all’ingresso della
piazza.
L’entrata poggiava su solide colonne marmoree, i capitelli
contornati da foglie auree, ed era sovrastata da lettere alte
come un uomo:
Che l’oro e la libertà non manchino mai.
Vicino al palazzo c’era una fontana di granito arricchita
dalle statue di due centauri rampanti, entrambi sui venti piedi
d’altezza.
Era piena di cadaveri smembrati. Qualcuno sembrava
averli ficcati a forza nell’invaso. Rompendo le ossa, lacerando
gli arti.
E una distesa di ossa e brandelli di carne copriva anche la
pavimentazione a mosaico fino a dove arrivava la luce delle
torce.
Capitolo 8. Zodd
Il puzzo di decomposizione era asfissiante.
Zodd agguantò un ciuffo di capelli che spuntava da un
cranio ai suoi piedi. Tirò su il cadavere di un bambino. Era
strappato al di sotto della cintola, come se lo avesse morso uno
squalo, i vermi strisciavano sulle interiora secche sparpagliate
in terra. Le orbite del cadavere lo fissavano, come se avessero
conservato l’ultimo istante dell’orrore che le aveva pervase.
Lucio e Marrenio raggiunsero Zodd.
«Porca puttana!» esclamò il primo. «Chi può essere stato
capace di tanto?»
«Vorrai dire cosa» ribatté il secondo.
Zodd gettò via il cadavere e rimase in silenzio.
Che merda schifosa.
Migliaia di uomini, soldati e civili, stringevano spade,
lance, asce e balestre fra le dita senza più membra. La maggior
parte di loro sembrava aver subito mutilazioni atroci, le casse
toraciche erano divelte, le spine dorsali spezzate.
«Hanno combattuto uomini e donne, anche i vecchi e i
bambini» disse Zodd. «Massacrati come pecore. Muriani un
cazzo.»
Non possono essere stati degli uomini.
Lucio e Marrenio sembravano giunti alla stessa
conclusione.
Davanti a una scena del genere, fermare il brusio
proveniente dai soldati divenne impossibile.
Zodd si spostò con un paio di squadre verso il palazzo
della Compagnia.
Il portone spuntava all’interno di un arco a sesto acuto.
Dalla chiave di volta, larga almeno quattro piedi, sbucava un
cerchio dorato raffigurante una moneta: un sole di
mezzogiorno sul mondo in rovina, circondato da sangue
incrostato e da macchie di fumo e cenere che scurivano il
marmo dell’edificio.
Un ordine di finestre trifore ornava il primo piano, mentre
il secondo e il terzo sfumavano nella nebbia bassa.
Odore di carne fresca, di bestia macellata nell’arena.
Due cavalli degli esploratori giacevano alla base delle
scale. Uno aveva le zampe anteriori spezzate e il ventre
dilaniato, le sue interiora ricadevano sopra il muso dell’altro,
con i denti frantumati tra le labbra retrattili e metà del cranio
mancante.
Le selle erano ancora lì, ma non c’era traccia dei cavalieri.
Zodd non ebbe difficoltà ad immaginare le loro membra
sparpagliate sui pavimenti del palazzo.
Con due dita segnalò a Marrenio di muoversi e questi
sguinzagliò subito alcuni dei suoi per andare a controllare.
Il primo era un rinomato puttaniere del Fodeis di cui non
ricordava il nome. Indossava una piastra pettorale, due grossi
spallacci presi da armature differenti e nelle mani stringeva
un’azza d’arme. L’altro invece vestiva un’armatura completa
d’acciaio brunito e teneva sulla spalla un trebbio da guerra
grande quanto un albero.
Li seguì, torce alla mano, un’altra mezza dozzina di
soldati.
Scattarono per le scale e si appoggiarono con la schiena ai
lati dell’ingresso, sporgendosi per dare un’occhiata all’interno
prima di fare cenno agli altri di muoversi. Mentre i due
corazzati si infilavano nell’atrio, Zodd si portò a metà strada
fra il palazzo ed il contingente con altre tre squadre.
Metallo sul marmo. Le ombre guizzarono sulla soglia,
stagliandosi contro il pallore delle torce.
Si affievolirono e poi furono inghiottite da fauci di pietra e
buio.
Zodd fece un passo avanti. Vicino a lui, uno dei suoi
soldati si tolse la barbuta dalla testa. Ciocche di capelli neri gli
scivolarono lungo la fronte come rigagnoli di latrina, l’asta
dell’alabarda che ticchettava contro la fiaschetta
dell’acquavite.
«Capitano» disse. «A me mi sa che qua i muriani c’entrano
poco.»
Zodd inarcò un sopracciglio.
«Dimmi qualcosa che non so.»
Qui è successo un fottuto macello.
Quello deglutì e fece un passo indietro.
Ad altezza uomo, sotto le finestre, una scritta rossa
imbrattava il marmo bianco: Asmodeoth.
Sangue.
«Asmodeoth» disse Zodd.
«Non mi dice niente» rispose Lucio.
La nebbia si muoveva a poche braccia dal suolo, una cappa
bianca che portava silenzio.
Il primo urlo fu di sorpresa. Il secondo di dolore.
Ne seguirono altri. Tonfi metallici. Passi veloci.
Rimbombavano fuori dal l’edificio come tuoni. Zodd
trascinò i suoi uomini a ridosso delle scalinate.
I corazzati attesero, le armi in asta puntate verso il palazzo.
Zodd si posizionò alla sinistra dello schieramento, le
orecchie tese come quelle di un lupo.
Una goccia di sudore gli finì nell’occhio, un’altra scivolò
sulla punta del naso.
I rumori si fecero più vicini.
Il puttaniere del Fodeis fu il primo ad uscire.
«Aiuto, cazzo, aiuto!»
«Medico!» urlò qualcuno.
Al posto del braccio destro, troncato all’altezza della
spalla, c’era solo un moncherino, il sangue pompava contro il
muro nonostante il corazzato tenesse la mano premuta
sull’arteria. Zodd gli andò incontro.
«Cosa soldato? Cos’è successo?»
«Mostri… ci sono i mostri» sussurrò prima di crollare ai
piedi di Zodd. La schiena era uno scempio. Brandelli di carne
e ossa esposte si alternavano al ferro della piastra posteriore.
Un altro soldato barcollò fuori. La parte frontale dell’elmo
era penetrata a fondo nel cranio, la materia grigia gli colava in
bocca. Parlava da solo.
«Mamma, mamma» passò oltre Zodd. «Mamma,
mamma…»
Cadde in ginocchio dopo una ventina di passi. E rimase
così mentre la maggior parte del suo cervello scivolava in
terra.
Zodd si voltò verso Lucio. «Riunisci i tuoi uomini,
torniamo alle porte» si piegò sulle ginocchia e fece scivolare
l’addhur da dietro la schiena, poggiandoselo in spalla come un
piccone. «Ho fatto una cazzata, dovevamo rimanere
all’accampamento.»
Un verso stridulo, brutale, squarciò le tenebre.
Gli lacerò i timpani.
Silenzio.
Poi un urlo umano, seguito da un altro e da un altro ancora.
Qualcosa era piombato nello schieramento.
Vide Lucio correre verso i suoi, l’azza impugnata a due
mani. Davanti a Zodd era già cominciato un combattimento
furioso.
Ombre enormi, difficili da definire.
Un braccio tranciato gli schizzò contro la spalla. Una testa
con tutto l’elmo gli sfiorò la visiera e una fontana di sangue
seguì l’espressione ancora sorpresa del soldato.
Prima che potesse rendersi conto di cosa stava accadendo,
davanti a lui c’era un essere alto dieci piedi.
Due occhi gialli, ovali, grandi poco più di un pugno, lo
sovrastavano.
La testa triangolare era congiunta al corpo grinzoso da un
lungo collo rigido. Erano le fattezze di una mantide
spropositata. Ma c’era qualcosa in più.
Un rigurgito di volto umano spuntava, fra le pieghe della
corazza organica, come un pezzo di pergamena stracciato. Al
centro, un occhio sbarrato. La sclera era una ragnatela di
capillari rotti. Un occhio liquido, con la palpebra strappata a
metà che gli penzolava davanti. Dalle gengive, gonfie come
prugne marce, irrompevano denti sottili e scuri, mentre due
tenaglie seghettate cozzavano ai lati della bocca.
Zodd lo tenne a distanza con l’allungo dell’addhur, ma
ebbe subito l’impressione che neanche sette piedi d’acciaio
sarebbero stati sufficienti.
Fili di muco lattiginoso iniziarono a colare fra i denti della
bestia, formando una pozza in terra.
«Fottuti gli Dei… Sei un mostro schifoso!»
La cosa seguiva i suoi movimenti. Le fiaccole cadute in
terra ne illuminavano le pieghe della corazza.
Arretrò.
Intorno a lui, il delirio.
Il rumore di armi, armature e corpi mutilati che sbattevano
sulla pietra scuoteva la notte.
Due falci ossee ticchettarono davanti a Zodd. Quella destra
saettò verso di lui. La deviò con il piatto dell’addhur e con il
colpo obliquo di ritorno affondò nella sinistra, appena sopra
una giuntura.
L’ultima porzione della zampa cadde in terra sprizzando
sangue.
Zodd portò una mano sul forte e spinse la lama dell’addhur
nel petto della bestia. Le ossa dello sterno si spezzarono.
Zodd spinse ancora. Altre costole andarono in frantumi.
Questo mostro ha le ossa di un uomo.
Entrarono anche i denti d’arresto. Fiotti di sangue caldo si
insinuarono tra le giunture dei guanti d’acciaio.
La testa del mostro si abbassò verso di lui, snodata come
un tentacolo. Zodd tirò fuori la daga e l’affondò appena sotto il
bulbo oculare sinistro.
Strappò verso l’alto, scalzandolo via. Oscillava fuori
dall’orbita come un pendolo, tenuto attaccato alla testa dallo
spesso nervo ottico.
La bestia lanciò un grido acuto e allargò le mandibole
laterali. Zodd non mollò la presa sulla daga e tirò verso il
basso, squarciando il volto del mostro fino alle gengive.
Con un taglio diagonale ne fece esplodere due, mentre
l’altra mano scattava verso la mandibola destra.
Strinse finché le articolazioni delle dita non gli andarono in
fiamme. La spinse all’indietro, crack, strappandola via come la
testa di un crostaceo.
Quanto cazzo godo!
Un fiume di linfa scura lo investì in pieno volto.
Sputò fuori quella merda e liberò la daga. Un canino grigio
schizzò fuori dall’alveo.
Con una mandibola nella mano e la daga nell’altra, Zodd
continuò a rimanere incollato alla bestia, fuori dalla portata
della zampa anteriore rimasta. Ma il mostro ne aveva altre
quattro.
Una falciò in basso, all’altezza del ginocchio di Zodd, che
spinse il piede contro il petto della bestia e saltò indietro.
L’addhur si portò dietro frammenti di costole e un brano di
pelle.
Fottuti gli Dei, sei un bastardo resistente.
Un tamburo impazzito gli batteva nel petto. Piantò in
talloni in terra. Le ginocchia piegate. Attaccò di nuovo.
Questa volta fu il mostro a deviare il colpo. Il fendente a
vuoto gli fece perdere l’equilibrio, cadde sul fianco e rotolò sui
gomiti. La falce organica si abbatté più volte sul lastricato, a
un soffio da lui. Continuò a rotolare.
Un cadavere gli impedì di proseguire.
Dove cazzo è finito l’addhur?
Un’arma. Un’arma qualsiasi.
Si rialzò. Poi lo vide arrivare.
Un colpo dall’alto verso il basso. Lo spallaccio d’acciaio si
aprì sotto la forza della falce, che affondò poco sopra la
clavicola di Zodd e si ritrasse con uno scatto fulmineo.
Un tremito scomposto gli rimbombò per tutto lo scheletro.
Crollò in ginocchio.
La falce era penetrata per almeno dieci pollici, impossibile
che non avesse leso il polmone o qualche altro organo.
Mosse la mano, strusciandola sulla terra umida in
direzione dell’addhur. L’essere lo sovrastava, con la testa
pronta ad abbassarsi per azzannarlo. Zodd avvertì una
sensazione di quiete irreale.
Il torpore della morte già strisciava sulla sua pelle,
congelandogli le membra. Le palpebre divennero
improvvisamente pesanti. Si abbassarono come le grate di un
cancello.
Non c’è più un cazzo da fare. Sono morto.
Fottuti gli Dei.
Sorrise all’idea che il suo ultimo pensiero fosse una
bestemmia.
Il tempo di riaprire gli occhi e una fiamma gli si accese nel
cervello, bruciò lungo il collo e nella bocca fino a esplodergli
nel petto.
Ebbe la netta sensazione che qualcuno gli stesse
strofinando con forza delle foglie d’ortica sulla pelle e anche
all’interno, sul fegato, vicino ai polmoni, dentro lo stomaco.
Assieme allo strazio arrivò la forza.
La furia. Raggiunse i muscoli e spazzò via tutto.
Tutto. I pensieri, la fatica, il dolore e la morte. Digrignò i
denti.
Cosa? Cosa cazzo mi sta succedendo?
Dopo.
Ora doveva sfruttare quello flusso di energia, forse
l’ultimo della sua breve esistenza.
Un montante coperto d’acciaio si infranse contro i denti
conici e le tenaglie del mostro, mandandoli in frantumi.
Zodd sollevò l’addhur con il piede. La mano sinistra trovò
il cuoio borchiato dell’impugnatura, il braccio destro che
penzolava inerte lungo il corpo. Il mostro gli saltò addosso
sputando denti.
Ammazzalo! Ammazzalo!
Zodd gli tagliò il collo con un colpo mezzano. Una fontana
di sangue gelatinoso, in parte rosso come quello umano, in
parte denso e biancastro come quello di un insetto, eruttò nella
notte.
Il tronco, perso il centro di controllo, continuò a muoversi
in maniera scomposta sulle sottili zampe posteriori,
Franò al suolo, le fauci che si contraevano convulsamente.
Zodd alzò la visiera e prese fiato.
Fottuti gli Dei fottuti.
Il suo corpo era ancora in fiamme, ma sentiva che il flusso
energetico che lo aveva alimentato si si stava esaurendo.
E un pezzo dell’arto del mostro era ancora dentro la sua
spalla.
Davanti a lui, scene da incubo.
Uno scarafaggio grosso come un bue aveva la bocca
immersa nella schiena di un soldato. Una testa umana
spuntava, dal mento in su, sopra quella d’insetto. Non solo una
testa, ma anche due braccia. Innestate ai lati della bocca.
Strappavano pezzi d’osso e lo portavano alle mandibole
umane, che si ingozzavano di midollo. Le mani del mostro
frugarono nello squarcio sulla schiena del soldato. Tirarono
fino a strappare la spina dorsale dall’anca. La portarono alla
bocca d’insetto, che iniziò a tritare fra le mascelle una vertebra
dopo l’altra.
Crunch. Crunch.
Che merda.
Zodd si avvicinò, l’addhur stretto al corpo. A pochi passi,
si accorse che le zampe del mostro sbucavano da quelli che
sembravano… Culi umani. Culi spellati. Vide le fibre
muscolari scintillare, strette attorno all’ultima giuntura delle
zampe d’insetto.
Gli escono dal buco del culo!
Fece un passo indietro. Era meglio tornare verso il centro
dello scontro.
Gli strisciò accanto un millepiedi delle dimensioni di un
serpente. Al posto delle zampe aveva lingue umane che lo
trascinavano sui mosaici lasciandosi dietro una lunga scia di
bava.
L’unico occhio della bestia fissò Zodd.
«Cosa cazzo hai da guardare?»
Pestò l’occhio con il tallone.
Rumore di uova rotte e la sensazione di aver calpestato una
merda. La bestia si contorse impazzita.
L’oscurità continuava a vomitare incubi. Si accalcavano al
margine della piazza. Un ammasso confuso, era difficile
distinguere le sagome una dall’altra. Zodd riconobbe braccia,
gambe e volti di uomo che spuntavano da corpi di insetto
colossali. Una cavalletta grande come due vacche saltò sopra
una casa. Al posto del capo aveva un grappolo di teste umane.
Le bocche erano squarciate fino alle orecchie e zeppe di
canini.
Fottuti aborti.
Era come se un dio demente avesse cucito insieme parti di
uomo e pezzi di insetto.
Le richieste d’aiuto disperate, le imprecazioni e il rumore
delle ossa rotte erano assordanti. Impossibile sentire il segnale
della ritirata.
Vide che i corazzati cercavano di riorganizzarsi in diversi
punti della piazza. Sei plotoni indietreggiavano in quadrati
difensivi, le picche puntate verso l’esterno.
I mostri arrivavano da tutte le direzioni.
Zodd si unì a una delle squadre e tentò di raggiungere i
plotoni. Un soldato appena adolescente si attaccò al suo
braccio.
«Capitano, cos…»
Qualcosa di molto veloce lo colpì prima che potesse finire.
Zodd lo vide accasciarsi in avanti. Una zampa di ragno
grande come un uomo si ritrasse, portandosi dietro una
matassa di viscere bluastre. Si srotolarono in una frazione di
secondo con un suono viscido. Il soldato volò verso il mostro,
mentre i suoi organi interni piovevano in terra.
Assieme agli altri sopravvissuti, Zodd si precipitò fuori
dalla città bruciando le ultime energie in una corsa a
perdifiato.
Voltandosi, Zodd vide che i mostri si erano fermati alle
porte, come se non valesse neanche la pena inseguirli.
La fuga precipitosa si interruppe dopo circa cinquecento
passi, dietro a un piccolo complesso di rocce plumbee che
guardava alle luci dell’accampamento.
Zodd si voltò, scrutando con attenzione i compagni
affannati.
La maggior parte degli uomini era distrutta, nessuno
parlava, solo respiri ansimanti. E poi, silenzio.
Chiese subito di verificare a quanto ammontassero le
perdite. Marrenio procedette all’appello aiutato dai
sottotenenti ancora vivi.
Nei minuti successivi, Zodd non sapeva cosa fosse peggio,
se la conta dei morti o l’idea che i mostri di Aratan li stessero
raggiungendo. Le sue mascelle continuavano a serrarsi come
tagliole impazzite.
Troppi. Ne mancano troppi. E perché ho fame?
Marrenio si mosse verso di lui e gli strinse la spalla, la
bocca deformata in una smorfia di rabbia.
«Duecentottantanove, ne abbiamo persi
duecentottantanove» borbottò a testa bassa.
Lucio si portò le mani al volto.
Era una cifra allucinante per una sola ora di
combattimento. In lontananza scorgeva l’accampamento.
Un fioco pallore arancio rischiarava l’oscurità di strani
bagliori.
La cosa gli sembrò subito sospetta, ma era ancora troppo
distante per sentire un qualsiasi rumore.
Si trascinò dietro i plotoni rimasti.
Ora sentiva clangore di armi ovattato. Proveniva da dietro
la palizzata. Poi grida, versi mostruosi.
Una tremenda sensazione di già visto gli strizzò le palle.
Una battaglia infuriava all’interno, le frecce sibilavano in
aria, le tende andavano a fuoco. Ombre deformi erano
proiettate sulle torrette difensive di legno, Zodd comprese
all’istante il motivo per cui lui e i suoi uomini avevano
superato le mura: quelle bestie li stavano aspettando al campo.

Fanculo.
In quel momento cento, mille occhi si accesero ai loro lati,
fra i castani che costeggiavano la bassa collina. Si
ingrandirono, fino a rivelare rigidi corpi d’insetto. E pezzi
umani.
Altri mostri fottuti.
Dall’accampamento uscirono fuori altri sciami di mostri
strepitanti. Si riversarono ai piedi dell’altura come locuste
affamate.
Zodd diede un’occhiata a ciò che rimaneva della sua coorte
e degli arcieri. Un pugno di uomini contro un esercito di
mostri ributtanti.
«Quadrato. Quadrato!» urlò con tutto il fiato che aveva nei
polmoni.
I corazzati si chiusero braccio contro braccio. Zodd
combatteva al fianco di Lucio e con il lato destro libero, in
modo da poter attendere in guardia di coda senza che nessuno
lo intralciasse.
I nemici erano un fiume in piena. La terra tremò sotto la
loro carica.
Gli uomini tennero a distanza la prima ondata con le armi
in asta. Poi i mostri sfondarono le linee.
Un essere deforme, simile a una formica, ma coperto di
pelle umana e alto come Zodd, irruppe per primo fra i
corazzati. Sui fianchi aveva una linea composta da teste di
donna attaccate per il collo, le bocche cucite e gli occhi
sgranati.
Una delle teste esplose sotto il colpo di un martello da
guerra, un’altra aveva una picca piantata sopra il naso. Quando
la formica arrivò davanti a Lucio, aveva una decina di aste che
gli fuoriuscivano dal corpo. Lucio la colpì sulla testa d’insetto
con l’azza. La corazza organica scricchiolò come una foglia
secca e cedette al metallo, che si portò dietro occhi e
mandibole.
Invece di provare disgusto per quello spettacolo, a Zodd
venne fame.
Fame?
Mostri, mostri e altri fottuti mostri, la maggior parte alta
sei o sette piedi. Ma c’erano ombre molto più grandi, in attesa.
E passi.
Passi che facevano tremare il terreno.
Dalla quantità di arti umani che volavano in aria, Zodd
intuì che lo scontro stava andando sempre peggio. Minuto
dopo minuto il quadrato si stringeva.
Con le dita ormai intorpidite, Zodd strizzò ancora
l’impugnatura fasciata di cuoio come fosse il collo del nemico.
I sette piedi d’acciaio saettarono in avanti, tracciando un
discendente obliquo destro che squarciò il petto di una blatta
bipede. Le due teste umane accolte sotto la corazza di insetto
vomitarono sangue. E piangevano. Le tre braccia umane e gli
altrettanti arti animali si protesero verso Zodd.
Zodd continuò a incalzarla, mentre quella imbrattava
l’erba con i fluidi corporei.
La bestia tentò un assalto frontale, ma Zodd schivò due arti
e poi la piccola bocca irta di denti conici. Entrò così a fondo in
quella che poteva essere definita la guardia del nemico, tanto
che il suo colpo orizzontale perforò l’occhio dell’animale con
un dente d’arresto. Il successivo fendente divise l’animale in
due fino al petto, separando il cranio insettiforme, le teste
umane e tutti gli organi di merda che aveva nel torace.
Lo stomaco di Zodd gorgogliò.
Questa volta non si pulì il sangue del mostro dalla faccia,
ma lo deglutì.
Che merda. Buono.
Rimanevano forse venti uomini, ognuno combatteva in
ordine sparso, portato fuori dal centro della battaglia dal
numero spropositato di nemici.
I colori intorno a Zodd si andavano spegnendo. Le voci e il
clangore si attutirono lentamente fino a divenire un’eco
lontana, percepiva il mondo intorno a lui come se si trovasse
in apnea sott’acqua.
E aveva fame.
Marrenio gridava in sua direzione.
Poi gli sembrò di sentire cavalli al galoppo. Sei o sette
cavalli, le riserve dei ricognitori, scendevano giù per il pendio
legati uno all’altro guidati da un unico uomo. Peccato non
avesse più la testa. Il suo cadavere ballava sulla sella come un
ubriacone alla festa del paese.
«Capitano» urlò Marrenio lanciandosi su un destriero «I
cavalli. Prendete i cavalli.»
Lucio, che zoppicava vistosamente, si aiutò a salire in sella
puntellandosi sull’azza, che cadde in terra alle sue spalle
mentre si allontanava. Quando gli passarono accanto, Zodd
afferrò un cavallo per le redini e la criniera, mettendosi in sella
e spronandone subito i fianchi. Sentì che un paio di mostri
stavano provando ad inseguirlo. Sperò che un cavallo al
galoppo fosse troppo anche per loro. Lottò per riuscire a tenere
la testa dritta, la sentiva cadere sul petto. Sentiva i muscoli del
collo sfilacciati, inutili.
Dove il mostro aveva sfondato la corazza era rimasto
infilato un grosso pezzo di artiglio. Lo prese con due dita e lo
sfilò dalla carne. Non sentì dolore.
Solo fame.
Le pareti dello stomaco iniziarono a contrarsi, era la prima
volta che le percepiva in modo così distinto.
Fame.
Dei fottuti, ma cosa? Fame, fame, fame.
Tutto il suo corpo, dalla punta del cranio alle budella,
voleva mangiare quello schifo.
Fame, fame, fame.
Zodd mangiò.
Capitolo 9. Costantino
Costantino si era appena svegliato dal solito incubo. Le sue
compagne di letto erano la bocca arida e i battiti accelerati di
un doloroso risveglio. Fissò le prime luci dell’alba filtrate
dalle tende scure, le dita affondate nella barba, e allungò la
destra verso il comodino per spegnere il lume a olio.
Come ogni mattina, la sua mano tremava.
Oggi è peggio del solito.
Si strinse nel mantello scuro, il collo ampio e bordato di
pelliccia, che gli scendeva fino alle caviglie.
Aprì la finestra.
Dal balcone di marmo bianco la foresta appariva avvolta in
un alone di luce rosa.
Sporse il capo, osservando lo strapiombo che scendeva in
verticale per tremila piedi, dalla struttura ad archi che
sosteneva il Monastero fino all’altopiano sottostante. Riusciva
a scorgere anche le fondamenta dell’edificio, artigli di pietra
aggrappati alla parete del monte.
Domani devo mandare fuori una squadra di operai per la
manutenzione, le piogge degli ultimi mesi avranno provocato
certamente qualche infiltrazioni.
Gli ululati profondi di un branco di lupi lo strapparono ai
suoi pensieri.
Inspirò il vento fresco ancora un paio di volte. Rientrò
nell’edificio dopo aver chiuso la pesante finestra d’alabastro e
tirato i drappi che impedivano al freddo montano di aggredire
il tepore della stanza.
Accese di nuovo la piccola lampada ad olio e la portò alla
scrivania.
L’ultima segnalazione dell’Astrodaimon meritava un
appunto personale.
Il callo sul dito medio gli lanciò una fitta quando iniziò a
muovere la piuma d’oca sul foglio.
Negli archivi non è presente alcun episodio analogo alla
Frattura 27. La durata lascia presumere un nuovo tipo di
Frattura o un evento diverso. Una seconda particolarità è
rappresentata dal luogo, il medesimo della Frattura 26.
Finì di scrivere con uno svolazzo della mano, poi si diresse
verso il letto.
Infilarsi sotto le coperte di lana sembrava una buona idea,
ma preferì sdraiarsi sul copriletto con le braccia conserte, in
attesa di Gerardo, a osservare le scene dipinte sul soffitto
istoriato e la libreria di quercia.
Sugli scaffali, si susseguivano file di volumi antichi e
rotoli di pergamena ingialliti dal tempo. Scese dal letto e iniziò
a girare in tondo per la stanza strusciando i piedi in terra.
Per calmarsi, decise di inginocchiarsi su una panca di duro
legno posta vicino alla scrivania e recitare un rosario.
Le preghiere presero a scorrere dalle sue labbra come una
melodia cadenzata.
Nella tenuità della luce artificiale, il ritratto del primo Gran
Maestro lo osservava severo. Una fitta barba bianca, lunga ma
ben curata, ammorbidiva i tratti duri del volto, gli zigomi alti e
i lampi glaciali degli occhi grigi. Li separavano secoli, ma
sembravano gemelli.
Un boato. Le pareti della stanza sussultarono.
Costantino scattò a sedere sul letto.
Murion Santissimo.
Urla, passi, porte che sbattevano.
Si sollevò dalla panca aiutandosi con le mani. Anche nella
penombra, trovò la porta senza problemi.
Prima che potesse aprirla, Cassio era già nella stanza, i
capelli biondi che gli coprivano buona parte del volto.
«Ci attaccano» disse Costantino.
«No» rispose Cassio, gli occhi azzurri gonfi di rabbia.
«Uno dei prigionieri è fuggito.»
Peggio di un dritto in bocca. Costantino vacillò. Passò
mentalmente in rassegna tutti gli ospiti dei livelli inferiori del
Monastero. In ordine di pericolosità.
«Nel nome di Murion, uno dei demoni? Chi?»
«Rogodh, è già fuori.»
Rogodh?
«Un adoratore è riuscito a fuggire?» Costantino sentì la
tensione scendere di colpo.
«I cercatori lo hanno rilevato solo due minuti prima della
fuga… quando ha perso la forma umana. Lui è…» Cassio si
morse il labbro inferiore e gli afferrò il polso. «È un demone di
classe Yorda.»
Il cuore di Costantino uscì fuori dal corpo. Ebbe
l’impressione di vederlo battere anche dall’esterno. Diede un
pugno alla porta. «È un disastro.»
A giudicare dalle sopracciglia inarcate e dalla faccia livida,
anche Cassio stava cercando di non crollare sotto il peso della
notizia.
Lo aveva visto combattere contro tre demograth senza
tradire alcuna paura, e ora erano bastate due parole per
fiaccarne la freddezza. Non poteva biasimarlo, anzi, in certi
casi la paura è l’unica cosa sensata. Avere paura vuol dire
evitare rischi inutili e prendere le giuste precauzioni.
Un gruppo di potenziati, i morioni calcati sul cranio e le
armi in asta in spalla, sorpassò di corsa la stanza di Costantino.
«Stavo tornando dalla Frattura 25» disse Cassio. «Non ho
fatto in tempo…»
«Non importa, sbrighiamoci.»
«Sì, provo ad inseguirlo.»
«No» rispose Costantino. «Non ti metterai a inseguire un
classe Yorda da solo, Murion santissimo! Prima fammi vedere
cos’è successo.»
Ebbe qualche problema a tenere il passo di Cassio. Anche
quando manteneva la forma umana, le sue gambe si
muovevano a una velocità quasi doppia rispetto a quella degli
altri legionari. Di solito percorreva quel corridoio con andatura
compassata, recitando a voce alta i nomi di tutti i Priori
massacrati durante la Settimana di Sangue. Ora non aveva
neanche il tempo di leggere le targhe poste all’ingresso di
ciascuna stanza.
«Lascia stare l’elevatore, usiamo le scale» disse
Costantino. «E fai controllare tutto l’edificio.»
«Ma Santità, i cercatori lo rilevano in allontanamento.
Deve essere a parecchie miglia di distanza.»
«Voglio solo essere sicuro che non abbia preso nulla»
Costantino aveva la voce rotta dal fiatone. «Controllate.»
Lasciò scorrere quel pensiero fuori dalla sua mente.
Doveva rimanere concentrato.
Le scale sembravano non finire più. Affrontò l’ultima
rampa reggendosi al corrimano. Dall’ingresso del Monastero,
ancora urla e stridere di tacchetti metallici sul marmo.
Le porte dell’atrio erano spalancate, il sole lo accecò per
un istante.
Si precipitò di fuori.
La radura davanti al Monastero sfumava in un fitto bosco
di pini, tagliato a metà dalla via lastricata, che diventava
sterrata a pochi passi da lui, e portava verso le valli più in
basso.
L’alba colorava di riflessi rosati le armature dei suoi
soldati. Il gruppo di potenziati si era spinto ai limiti del bosco,
seguito da un ibrido coperto di metallo che portava in spalla
una partigiana da otto piedi. Cassio aveva ragione, non
avrebbero trovato nulla.
Si fermò un istante, le mani sulle ginocchia. Al momento,
c’era solo un classe Yorda su Onnar, passato centoventi anni
prima e mai trovato dalla Legione. E lo aveva avuto tra le
mani, sottochiave, fino a pochi minuti prima.
Dannazione a me.
I suoi occhi percepirono un movimento nella parte sinistra
del bosco.
Dagli alberi sbucò un potenziato. Mascella quadrata e
spalle larghe come un tavolo. Sulla faccia una smorfia di
fatica. Tirò dritto verso il Monastero correndo come un
cavallo. In braccio portava un ragazzo, dietro di lui una scia di
sangue sull’erba umida.
Altri due soldati tentavo di stargli dietro. Costantino ne
intercettò uno.
«Chi è?»
«Demetrio»
Il più giovane. Sedici anni.
«Condizioni?»
Il soldato abbassò gli occhi.
«Gravi. Rogodh gli ha strappato una gamba.»
Costantino tornò verso il Monastero. Affrettò il passo fino
a sentire le cosce indolenzite.
Il sole era una sfera arancio pallido, ammantata dalle nubi.
L’aria era fresca, ma Costantino sentiva rivoli di sudore
scorrergli sotto le ascelle e sulle tempie.
Tallonato da Cassio, percorse il ponte di marmo e la rampa
di scalini rettangolari che portavano a quello che, fino a pochi
minuti prima, era stato il portone principale. La pietra
scintillava di sangue. Anche un battente di bronzo largo un
piede portava traccia dell’emorragia di Demetrio. Nell’atrio
rimbombavano grida di dolore adatte a una sala di tortura. E
gli ordini stentorei di Prisco, il capomedico.
«Pinze emostatiche, presto.»
Non avevano fatto in tempo a portarlo nell’infermeria.
Erano lì, nella parte più illuminata dell’ingresso. Grandi
colonne, sormontate da strutture a volta, sorreggevano la nuda
pietra del soffitto, cinquanta braccia sopra di loro.
«Tampona, tampona.»
Le chiazze di sangue si inseguivano, a intervalli regolari,
sul marmo nero venato di bianco. Costantino vide che su
Demetrio c’erano cinque persone. Tentavano di tenerlo
bloccato su un tavolo di ciliegio, ma lui continuava a
dimenarsi.
«Ha perso molto sangue, ma può ancora farcela» Prisco
lavorava sulle ferite come un ossesso. Indossava una tunica
bianca a maniche strette, imbrattata di rosso. Il cranio rasato
faceva sembrare il suo volto ancora più simile ad un teschio di
quanto già non facessero le orbite profonde e le labbra sottili,
che coprivano a malapena le gengive. «Fermo, dannazione!
Fermo. Passatemi la sega, dobbiamo sbrigarci.»
Costantino guardò Demetrio.
Rogodh era stato magnanimo, la gamba era ancora lì, ma
ridotta a brandelli. Mancava l’intera parte esterna della coscia
e il femore era esposto per un terzo della sua lunghezza. Il
bianco dell’osso rifletteva le luci puntate sulla gamba.
L’arteria femorale, recisa, fuoriusciva dalla carne come un
verme dal terreno; una pinza emostatica ne strizzava
l’estremità, impedendole di annaffiare i presenti.
Il colpo inferto da Rogodh aveva raggiunto anche l’altra
gamba, ma lì gli artigli non avevano penetrato l’osso. C’erano
solo dei larghi squarci orizzontali sopra al ginocchio che un
altro medico stava tentando di bendare. Cercò di immaginare
la forma mostruosa di Rogodh, le dimensioni di quegli artigli.
Costantino si fece largo fino a Prisco.
«Ce la farà?»
«Non lo so, dobbiamo amputare subito.»
Con una gamba sola non mi serve più.
Un drappello di legionari si avvicinò al tavolo chirurgico
improvvisato.
«Santità» disse il caposquadra, gli occhi dello stesso colore
metallico della piastra pettorale.
«Deve venire con noi all’Astrodaimon.» Costantino si
voltò di scatto.
Trattenne il fiato.
«Cosa è successo ancora?»
«Rogodh ha colpito anche lì.»
Prisco iniziò a lavorare sul quadricipite. Dal rumore,
sembrava stesse segando dei gambi di sedano. Le urla del
ferito divennero rauche.
Costantino lo sentì a malapena.
Le tempie gli pulsavano. Stese le braccia stese lungo i
fianchi, i pugni chiusi.
«Andiamo subito» sibilò. Le sue parole furono coperte
dallo schiocco netto di un tendine sotto la pressione delle
tronchesi.
Questa volta presero l’elevatore. Costantino diede un
pugno alle sbarre di ferro. Guardò un piccolo taglio aprirsi
sulla nocca dell’indice destro. Non sentiva alcun dolore.
Cassio e gli altri lo fissavano in silenzio.
Un disastro completo.
«Come è potuto succedere?» diede un altro pugno contro il
ferro. «Come diavolo è potuto succedere?»
Nessuno parlò. I volti dei legionari erano ombre scure
sotto gli elmi.
«Quello era cattivo» disse Attalo ad alta voce, le braccia
che azionavano le carrucole dell’elevatore. «Ora è andato via.
È meglio, ora.»
«Cosa ci fa lui in tenuta da combattimento?» sussurrò
Costantino.
«Ha insistito per mettere la maglia ad anelli, non ci
sembrava una cosa grave» Cassio abbassò la voce. «Ma non si
preoccupi Santità, non metteremo esperimenti malriusciti in
prima linea.»
Con un’espressione improvvisamente tranquilla,
Costantino mosse un passo verso Attalo e gli poggiò una mano
sulla spalla.
«Ti invidio Attalo, sei un puro. Un giorno conoscerai la
beatitudine.»
«È una cosa buona, vero Santità?»
«Sì.»
Clang. Ultimo piano.
Cassio aprì il cancello.
Capitolo 10. Costantino
Sfiorato dalla luce che filtrava, tenue, attraverso le finestre
bifore, il sangue brillava come la superficie di un lago. Rigava
le pareti intonacate di bianco, inondava il pavimento. Nell’aria
aleggiava l’ammorbante fetore di un mattatoio a fine giornata,
Mentre avanzava, Costantino riconobbe un avambraccio,
una porzione di pettorale, un cranio frantumato come un vaso
di coccio e più materia grigia sul muro di quanta ne fosse
rimasta nella sua sede naturale. Cercò di non calpestare quella
che sembrava una guancia con un goffo balzo laterale.
«L’avevo detto che era cattivo.»
«Rimani a guardia dell’elevatore» ordinò ad Attalo.
Con le scarpe che si impiastricciavano su quanto
disseminato sul pavimento, Cassio affiancò Costantino.
«Ha trovato l’Astrodaimon.»
«Perché nessuno ha dato l’allarme?» ringhiò Costantino,
gli occhi fissi sulla porta divelta a pochi passi da lui.
«Devono aver tentato, ma…»
Le labbra di Cassio smisero di muoversi quando attraversò
la soglia.
In fondo alla stanza i cerchi metallici dell’Astrodaimon
continuavano a ruotare, sovrapponendosi sull’emisfero a
intervalli regolari.
Le due grandi librerie laterali che custodivano i volumi
dell’Astrodaimon erano integre. Non c’erano segni di lotta.
Avanzò verso le scrivanie: una era vuota, con il registro
ancora aperto e la piuma d’oca infilata nel calamaio, l’altra era
occupata.
Una figura immobile. Il capo, chino sul petto, dondolava
avanti e indietro.
«È vivo» disse Costantino mentre gli altri si avvicinavano.
Di fronte al ragazzo, Costantino si portò una mano alla
bocca. La testa del ragazzo si alzò.
«Santità, mi aiuti, non voglio morire.»
Dal ginocchio all’anca, la tunica era zuppa di sangue. Al
posto delle rotondità delle cosce, c’erano forme concave. Il
tessuto ci sprofondava in modo grottesco.
Con un sussulto, Costantino riconobbe il profilo di un
femore. Allungò la mano verso l’orlo della veste. Iniziò a
sollevarla.
«No» fece il ragazzo. «Non voglio vedere. Murion Santo,
mi ha mangiato le gambe. L’ho visto mentre mi mangiava le
gambe.»
«Devo vedere figliolo, non ti lascerò così.»
Costantino sollevò ancora. Densi fili di sangue si
allungarono fra il tessuto e la carne. Il ragazzo urlò.
Costantino guardò le cosce del ragazzo e scosse la testa.
Erano scarnificate fino al femore. I pochi fasci muscolari
rimasti erano funi fibrose immerse nel sangue e, mentre il
ragazzo singhiozzava, si contraevano in modo impercettibile.
Mancava troppa carne. Non c’era modo di salvargli le
gambe, e con un’amputazione all’anca il ragazzo sarebbe
morto subito.
«Perché non l’ha ucciso?» sussurrò Cassio.
Costantino si accovacciò alla sinistra del ragazzo,
sopportando una fitta lancinante al ginocchio. Gli poggiò
l’indice sotto il mento con gentilezza, facendogli ruotare la
testa verso di lui.
«Ti ha detto qualcosa?»
Il ragazzo era bianco come un cadavere, e a breve lo
sarebbe stato. Apriva e chiudeva gli occhi. Balbettava.
«Le gambe Santità, mi mangiava le gambe…»
«Rogodh ha detto qualcosa?» ripeté Costantino.
Il ragazzo mosse la testa dall’alto in basso con grande
sofferenza.
«Grazie…»
«Per cosa? Forza figliolo, fa uno sforzo, cerca di
ricordare.» La voce di Costantino si era fatta più dura.
«Grazie… Rogodh mi ha detto… di dirle… grazie…»
Il cuore di Costantino perse un colpo. Si voltò di scatto
verso i due soldati.
«Svelti, controllate ancora che non abbia manomesso
l’Astrodaimon.»
La mano del ragazzo in fin di vita gli arpionò il braccio.
«Santità, non l’Astrodaimon… ha letto un volume.»
«Quale?»
«Non lo so…»
«Maledizione cosa state aspettando? Voglio sapere quale
volume ha consultato.»
I soldati rinfoderarono le spade e si diressero verso le due
navate laterali, separate da quella centrale tramite due esili
strutture ad arco.
Dietro le piccole colonne bianche erano posizionate le
massicce librerie di noce, che traboccavano di volumi rilegati.
Con uno scrocchio netto del ginocchio sinistro, Costantino
si alzò. Rogodh era stato lì. Aveva visto. Sapeva cosa cercare.
Un solo volume.
E magari Costantino lo aveva tenuto lì, nelle prigioni del
Monastero, senza immaginare che era stato Rogodh a scegliere
di farsi catturare.
Le pareti della stanza gli si strinsero intorno, il soffitto
sembrò cadergli addosso. Gli scatti dell’Astrodaimon
iniziarono a battergli nei timpani.
«Santità» le dita di Cassio tamburellarono sull’elsa della
spada. «Devo chiamare il chirurgo?»
«No», rispose Costantino. Si voltò verso il ragazzo.
«Come di chiami figliolo?»
«Epa… Epacretes.»
«Epacretes, sono orgoglioso che tu non abbia ceduto alle
lusinghe di Rogodh.»
«Lui… voleva che tradissi… mi aveva promesso il
bozzolo.»
Bozzolo. Demone. L’associazione fu immediata e
terrificante. Gli mozzò il respiro. Accarezzò la testa di
Epacretes, più per trovare un contatto con il mondo reale che
per tranquillizzare il ragazzo.
«Figlio mio, sei pronto a tornare fra le braccia del
Signore?»
Costantino lo accarezzò, asciugandogli una lacrima con il
dorso della mano.
«No… No… Mi aiuti Santità.»
Cercò invano il braccio di Costantino.
«Egli accoglierà la tua anima immortale presso di sé, e ti
risveglierai nel suo Regno di Luce.»
Spinse il pollice sulla fronte di Epacretes e disegnò un
cerchio.
«Il cerchio è chiuso. Sia fatta la Sua volontà.»
Costantino fece un passo indietro e poggiò una mano sullo
spallaccio di Cassio, che ricambiò con un lieve cenno del
capo. Si portò alle spalle di Epacretes e sguainò la daga. Poi
l’affondò alla base del collo del giovane, consegnandolo al
Regno di Luce con un’espressione stupita sul volto.
«Santità, il volume di ieri» disse uno dei soldati,
apparentemente disinteressato a quanto era appena accaduto.
«Qualcuno lo ha toccato.»
Costantino si portò la mano alla bocca.
Prima ancora di leggere, non ebbe alcun dubbio.
In quel volume c’era un solo dato interessante: il secondo
evento di Aratan.
La Frattura 27.
Il soldato glielo portò. Costantino lo aveva già sfogliato
parecchie volte e ricordava ancora la pagina esatta.
«Lo portiamo all’inceneritore?» fece lo stesso soldato
indicando Epacretes.
Costantino non gli rispose. La sua mente era troppo
impegnata ad elaborare i fatti. La Frattura 27, Rogodh fuggito
subito dopo.
La pagina dov’è riportata l’ubicazione esatta della
Frattura 27.
«Ecco» annuì a sé stesso. «Vedi, qui l’Astrodaimon ha
rilevato un picco di magnitudine 100.»
Catturò subito l’attenzione di Cassio, che distolse lo
sguardo dal cadavere di Epacretes. «É lo stesso luogo della
prima Frattura di Aratan?»
«Lo stesso, ma la 27 è un tipo Frattura che non abbiamo
mai visto» Costantino spostò il libro verso l’ibrido. «Non c’è
stata attività prodromica all’apertura del varco, né successiva.»
«Cosa può essere passato?»
«Dubito sia passato qualcosa, in tutto la Frattura 27 è
rimasta aperta un battito di ciglia. Rogodh. Lui… In qualche
modo, deve averla percepita. E ha preso questo registro per
sapere in che luogo si è verificata.»
«Se solo fossi arrivato prima» Cassio strinse il pugno
davanti a sé. «Sarei…»
«Saresti morto anche tu» disse Costantino.
L’ibrido si tolse il morione intarsiato d’argento e lo infilò
sotto al braccio, facendolo cozzare contro il metallo della
piastra pettorale. I capelli dorati scesero ai lati del volto,
superando gli occhi azzurri e il naso dritto. Il viso sereno di
una bambola di porcellana, i denti digrignati fra le labbra
socchiuse. «No, io potevo farcela.»
Costantino scosse la testa.
«Guardati attorno. Rogodh ha fatto a pezzi otto dei nostri.
A pezzi. È un maledettissimo demone di classe Yorda, ed è qui
da più di un secolo, quindi potrebbe essere ancora più forte. La
verità è che non abbiamo idea del suo potenziale. Per quanto
ne sappiamo, potrebbe spazzare via mezza Legione.»
«Non conosciamo neanche i miei, di limiti, Santità. Sento
che potrei combattere anche contro uno dei Sei.»
«Ragazzo mio, non essere precipitoso.»
Altri cinque potenziati li attendevano a pochi passi.
Armature complete, spade a una mano e mezza e martelli da
guerra.
Un’atroce ironia del destino. Tanto metallo e una forza
fisica sovrumana, ma tutti insieme non avrebbero avuto una
sola possibilità contro Rogodh.
«Santità, ha già deciso chi mettergli alle calcagna?» chiese
Cassio. «Io mi offro volontario.»
«Sembra che tu non mi abbia ascoltato… non voglio
perdere altri uomini. Siamo pochi, troppo pochi.»
Cassio strinse l’impugnatura della spada, fasciata di pelle
bruna. Le sue nocche sbiancarono.
«Lo lasciamo andare così?»
«Non ho detto questo» disse Costantino. «I lupi non
cacciano l’orso, ma lo seguono, sperando che gli lasci qualche
avanzo.»
«Vuole che lo seguiamo senza far nulla?»
«Sì. È un demone. E farà quello che fanno i demoni.»
«Una strage.»
«Non solo. Troverà nuovi adoratori. Prometterà loro lo
stato di demograth» Costantino si tolse il mantello bordato di
pelliccia e lo piegò sull’avambraccio. «Gli ordini sono questi:
metti sulle sue tracce un solo cercatore, accompagnato da due
potenziati di medio livello. Penso che andrà verso Aratan, ma
non ne ho la certezza. Voglio che lo seguano senza interferire.»
«Sempre che riescano a trovarlo.»
«Già, sempre che riescano a trovarlo. Ha perso la forma
umana, quindi aspetterà di recuperarla prima di farsi vedere in
giro. Difficile dire quanto ci metterà» Costantino lo fissò negli
occhi. «Dopo averlo individuato, devono rimanere sempre a
distanza di sicurezza e limitare al minimo i contatti visivi.»
«Rogodh si lascerà dietro centinaia di adoratori.»
E di demograth?
L’immagine di un bozzolo pulsante fece capolino come in
un incubo a occhi aperti.
«Ci conto, sarà quella la pista da seguire» disse Costantino
incrociando le braccia dietro la schiena. «La squadra dovrà
raccogliere informazioni e fare rapporto quando capirà qual è
la destinazione finale di Rogodh.»
«Ma, Santità, lo abbiamo tenuto prigioniero per parecchio
tempo senza strappargli di bocca una sola parola.»
«Da questo possiamo dedurre una sola cosa: abbiamo
sbagliato a imprigionarlo… Anzi, in questo caso il plurale non
ha senso, me ne assumo la colpa in prima persona. Non avrei
dovuto prendere una decisione così avventata.»
Strinse gli occhi sotto le sopracciglia spruzzate di bianco.
Il suo errore di valutazione era costato caro a tutta la Legione.
Sarebbe bastato prestare maggiore attenzione per evitarlo.
In nome di Dio, come aveva potuto scambiare Rogodh per
un adoratore!
O per un demograth.
«Dovevamo ucciderlo subito» disse Cassio, i muscoli del
viso contratti per la rabbia. «L’unico adoratore buono è quello
morto.»
«Ho ripetuto quella frase troppe volte, fino a farla
diventare un’ossessione anche per voi. Ma in questo momento
dobbiamo sforzarci di lasciarla da parte; abbiamo bisogno di
conoscere meglio il nemico. Ci vogliono nomi, numeri, luoghi,
tutto quello che può aiutarci a entrare nella sua testa. Non mi
interessa quanto ci costerà, o, meglio, mi dispiace per la
povera gente che perirà per mano sua, ma dobbiamo scoprire il
suo piano.»
Congedò Cassio e si spostò verso una delle finestre.
Arroccato sul costone della montagna, il monastero
scendeva con il suo corpo di pietra e muratura verso
l’altipiano, mentre sopra di lui uno spesso pennacchio di fumo
usciva dalla ciminiera e andava a ficcarsi fra le nuvole basse,
gonfie d’acqua.
Odore di fine estate. Odore di pioggia. A catinelle. In
meno di un’ora.
Poi immaginò un bozzolo, muco denso che usciva, liquidi
scuri che pompavano dentro un corpo umano.
Forme mostruose e denti affilati.
Capitolo 11. Zodd
Una pianura sterminata. A ogni passo sprofondava nel
fango fino alle ginocchia, come se un masso legato alle
caviglie volesse trascinarlo al centro del mondo. L’armatura lo
stava uccidendo. Percepiva il peso di ogni singola oncia
d’acciaio che aveva addosso. Alzò lo sguardo. Anche l’elmo
sembrava pieno di piombo. Il collo scricchiolò sotto il suo
peso. Chiese ai suoi muscoli uno sforzo sovrumano e alzò la
testa. Lentamente, a scatti, combattendo la forza oscura che la
spingeva verso il basso.
Montagne aguzze all’orizzonte. Coltelli neri che si
stagliavano sul cielo porpora. Una pioggia di cenere.
Dove sono?
«Fuori dalla gabbia che ti opprime. Che ci opprime» la
voce arrivò come un ronzio lontano. «Sangue chiama sangue.
Il sangue ha chiamato il sangue.»
«Dove sono?» Zodd urlò a pieni polmoni, ma dalla sua
bocca non uscì un fiato.
Cosa?
Poi la pianura si sciolse sotto di lui. Le montagne
sprofondarono, come se un fabbro invisibile le stesse
martellando in preda a una furia inarrestabile. Sparirono.
Tutto, a dire il vero, sparì dalla sua vista.
La realtà riprese forma.
Colpi di tosse e lamenti alla sua sinistra, un mugolio
sommesso a destra.
Zodd si issò sui gomiti. Avvolto dalla prima luce dell’alba,
si guardò attorno. L’ospedale di Miniarum sembrava un abisso
infernale.
Vicino a lui, una figura si contorceva nella branda.
Dall’altro lato, un militare si stava tastando il braccio poco
sopra il gomito, nel punto in cui era stato amputato. Le brande
formavano due file ai lati opposti della stanza. Quasi tutti gli
altri erano immobili, i petti che si gonfiavano appena, i
lenzuoli come sudari.
Si mise a sedere sul letto senza fatica. Strofinò le mani
sulla faccia e sul collo. Gli ci volle un momento per ricordare
come mai si trovasse là.
Aratan.
La mano destra si mosse verso una clavicola rotta.
Esitò un istante. Sapeva di essere ridotto male. Il mostro
gli aveva spezzato l’osso e scavato nella carne. Un terremoto
che gli aveva squassato il corpo. Sfiorò la ferita con l’indice e
il medio.
Nessun dolore.
Trovò una fasciatura, bagnata di sudore, che gli
comprimeva parte del petto. Ruotò il braccio sinistro un paio
di volte. Sembrava tutto a posto.
Com’è possibile?
Da quello che ricordava, era arrivato a Miniarum solo un
paio di giorni prima.
No, devono avermi imbottito di latte di papavero. Forse
aloise. Saranno passate almeno tre settimane.
La frattura era guarita del tutto. Sapeva di essere in grado
di recuperare nella metà del tempo rispetto a un uomo
normale, era sempre stato così, ma stavolta era stato
semplicemente troppo veloce.
Sì, lo avevano drogato, perché sentiva svanire il torpore di
poco prima. Il sonno, però, non sembrava sfiorarlo. E più la
morsa delle droghe si affievoliva, più si sentiva riposato. In
forze.
Eppure, il mostro gli aveva fracassato la clavicola, e chissà
quanto era sceso in profondità nella cassa toracica. Possibile
che non avesse toccato il cuore o i polmoni?
Mostri. Creature rigurgitate da un abisso profondo. Alle
immagini confuse del massacro si sovrapponevano le urla e il
rumore di ossa rotte. Cos’erano davvero?
Ho mangiato un pezzo di quel mostro.
Sentì l’esoscheletro scricchiolare sotto i suoi incisivi, il
sangue denso come muco che gli scivolava fra le gengive,
l’ondata di soddisfazione spandersi lungo le pareti dello
stomaco e poi nel resto del corpo.
Scosse la testa e strizzò gli occhi. Quando li riaprì, vide
che da una finestra filtrava un po’ di luce.
L’alba.
Ora, un fiotto di luce illuminava tutte le brande della sua
stessa fila, mentre quelle dall’altro lato rimanevano in
penombra.
Era in una delle stanze comuni dell’ospedale rettangolare.
Niente altro che grossi contenitori di legno nella parte più
esterna dell’edificio. Di solito ci tenevano chi era destinato a
crepare. Lui, però, era ancora vivo. E se il sonno e la
stanchezza sembravano averlo abbandonato, la fame era
ancora lì.
Zodd rimase a guardare il soffitto con gli occhi sbarrati.
La sua mente passò in rassegna tutti quello che era
accaduto ad Aratan.
E poi andò indietro. Le guerre, i morti, l’acciaio e il sangue
degli anni precedenti erano roba da signorine rispetto a ciò che
aveva visto e sentito - e mangiato - qualche giorno prima.
Quegli esseri… Cosa erano? Quanti erano? L’effetto
sorpresa aveva reso il loro attacco devastante. Ma anche in
pieno giorno, e con una divisione imadiana rinforzata da
picchieri dell’Ibunod, corazzati, arcieri e magari balestrieri del
Fodeis, l’esito sarebbe stato lo stesso.
Fottuti gli Dei, quei mostri li aveva sputati fuori Gorgoth
in persona o qualche altro dio fottuto di cui non ricordava il
nome.
E io non credo negli Dei fottuti.
Il medico entrò nella stanza dopo un’ora. Sui cinquanta. I
capelli rasati e un giorno, massimo due, di ricrescita ingrigita
sulle guance scavate. La tunica di lino grezzo, macchiata di
sangue, gli ricordò per quale motivo lo chiamassero Il
Macellaio.
«Capitano» gli disse. «Ce la fai a metterti seduto?»
Puoi scommetterci.
Zodd trascinò il culo sul bordo della branda.
«Bene, bene, vedo che gli antidolorifici hanno fatto il loro
dovere.»
«Da quanto sono qui?»
«Te ne ho dati quattro volte la dose che uso di solito, più
altre tre di sedativi. Non volevi proprio saperne di dormire.»
«Quanto tempo?»
«Cinque giorni.»
Il Macellaio aprì un astuccio di pelle consunta accanto a
Zodd.
Con la coda dell’occhio, vide scintillare file di bisturi,
cateteri e strumenti seghettati. Alla vista dei cateteri metallici,
si portò istintivamente la mano all’uccello, tirando un sospiro
di sollievo.
Cinque giorni.
Zodd ricordava in modo vago il suo arrivo a Miniarum.
«Il Generale sa?»
Il Macellaio prese un paio di forbici.
«Parli degli esseri che hanno distrutto Aratan?» fece
scattare a vuoto le forbici un paio di volte. «Sì, certo, ormai
qui dentro non si parla d’altro… I tuoi due amici non si sono
ancora ripresi, ma i rothiani hanno portato qui un
sopravvissuto di Aratan. Ha parlato a lungo con Gneo Aurelio,
spiegandogli cosa è accaduto.»
«Com’è possibile che Marrenio e Lucio non si siano
ancora ripresi?»
E come cazzo è possibile che ci sia un sopravvissuto?
«Ti ricordi La Settimana di Sangue? No, sei troppo
giovane» Il Macellaio tagliò le bende dal basso, vicino al
pettorale sinistro di Zodd, e continuò fino alla parte che
fasciava in obliquo la clavicola. «Bene, durante la Settimana di
Sangue mi è capitato di visitare alcuni soldati che, dopo gli
scontri, erano diventati insensibili agli stimoli. Non parlavano,
fissavano il vuoto e non sentivano nulla. A volte passa, a volte
no. Ecco, al tuo ufficiale Marrenio è successa la stessa cosa.
L’altro invece è ancora in preda alla febbre, ma penso che si
rimetterà.»
Il Macellaio gli tastò la spalla.
«La clavicola sta bene» Zodd scostò la testa di lato per non
intralciare l’operazione. «Non ho dolori.»
Ho fame.
«Ah ah» fece il Macellaio. «Non farmi ridere, altrimenti
rischio di farti un’altra cicatrice.»
Zodd rimase in silenzio.
«Sai… Zodd, giusto? Ho parlato con il medico dei
corazzati.»
«Già, perché non sono nella mia infermeria?»
«Perché in quella latrina saresti schiattato in due ore. Quel
vostro medico va bene per ricucire i pezzi, non per un
polmone perforato e una clavicola spezzata.»
«Polmone perforato?» Zodd respirò a fondo. «Cazzate, sto
benissimo.»
«Lascia che sia io a valutare, tu sei imbottito di intrugli.»
«Come vuoi.»
«Beh, quel tuo medico mi ha detto che sarei rimasto…»
Il Macellaio tolse tutte le bende. Le lasciò cadere in terra.
La sua bocca si spalancò come per accogliere il cazzo di
un elefante. Fece un passo indietro.
«… Sorpreso.»
Zodd toccò la cicatrice con la destra.
Addirittura meglio del previsto.
Ispirò ed espirò a fondo, mostrando al medico che i suoi
polmoni stavano benissimo.
«Murion maiale» disse quello. «No, non è possibile.»
Zodd scattò in piedi. Sorrise.
«Sto bene.»
«Ma come… ma che…» il medico si passò una mano sulla
barba corta e ispida. «Ho visto la tua ferita quando sei arrivato.
La clavicola era spezzata a metà.»
Zodd mulinò il braccio avanti e indietro. «Ora non lo è
più»
«Mi aveva detto che saresti guarito presto, ma questo…»
Zodd si chinò su di lui.
«Guarire non è una cosa buona?»
«Si… si.»
«E allora dov’è il problema?»
Gli diede due schiaffetti sulla guancia.
«Nessun problema… è che… sei un mostro.»
Zodd scoppiò a ridere.
«Dimmi qualcosa che non so, Macellaio.»
«Shhh» rispose quello portandosi l’indice alla bocca. «Ci
sono altri malati qui.»
«Certo, come vuoi, dove sono le mie cose?»
«Abbiamo mandato tutto ai baraccamenti dei corazzati.
Pensavo di tenerti qui per settimane.»
«Vado a riprendermele.»
«Cosa? Devi rimanere qui almeno un altro giorno.»
«Me ne vado, puoi dare il letto a qualcun altro.»
Il Macellaio alzò le braccia.
«Fai come ti pare.»
Zodd gli poggiò una mano sulla spalla e lo spostò dalla sua
strada.
Arrivò alla fine del corridoio. La porta era spalancata
sull’alba.
Uscì.
La sensazione di forza continuava a crescere.
E anche la fame.
A parte pochi esercizi con il palo di ferro, non si allenava
da quasi tre settimane, eppure i suoi muscoli sembravano sul
punto di scoppiare.
Aprì e strinse i pugni davanti agli occhi. Le vene degli
avambracci diventarono spesse come corde.
Fottuti gli Dei!
Il suo stomaco iniziò a lamentarsi. Si poggiò una mano
sotto lo sterno.
In realtà non si lamentava. Si contorceva come un serpente
intorno a un topo. Strizzava e schiacciava.
Doveva buttarci dentro qualcosa.
All’alba, la cucina del campo serviva una poltiglia a base
di farro, pane nero e carne di porco. Era convinto che avrebbe
potuto mangiarne dieci ciotole senza saziarsi.
Che cazzo mi sta succedendo?
Passò dai gradini di legno al fango. Lo sentì insinuarsi,
gelido, tra le dita dei piedi.
Si lasciò alle spalle l’ospedale e gli acquartieramenti dei
rettangolari, posti al margine meridionale del campo, e avanzò
verso la mensa più vicina.
Gli si fece incontro un plotone di rettangolari in
armamento completo, con il tenente che teneva il passo alla
destra dei suoi uomini cantilenando:
«Am-maz-ziamo il ba-la-ri-ta Eh! Eh!»
«Eh! Eh! Eh!»
«E-fottia-mo la sua tro-ia Eh!»
«Eh! Eh! Eh!» fecero gli altri sollevando la spada corta.
A ogni passo, il fango schizzava sul bordo inferiore dei
loro scudi.
Quando gli passarono accanto, qualcuno fischiò verso di
lui.
«Ragazzi, guardate quanto è carina la nuova tenuta dei
corazzati!» disse il tenente.
Zodd guardò in basso. La tunica di lino grezzo gli copriva
a malapena l’uccello.
Gli passò per la testa di deviare verso la zona dei corazzati,
ma si accorse che mangiare era un bisogno più urgente rispetto
a quello di vestirsi.
Suono di martelli sul legno e di martelli sul ferro. L’ordine
di andare al campo d’addestramento urlato da un sottotenente.
Risate. Bestemmie.
Il campo era in piena attività.
Un rettangolare gli tagliò la strada di corsa, sulle spalle
uno zaino grande quasi quanto lui, con un pentolino e
un’accetta agganciati a una cinghia.
Il rettangolare si fermò. Si batté una mano sulla fronte.
«Cazzo! Cazzo! Lo scudo…»
Ritornò da dove era venuto, tenendosi l’elmo con una
mano, e questa volta rischiò di scontrarsi con una unità
d’arcieri. Procedevano verso il loro quadrante
d’addestramento, appena fuori dalla porta ovest.
Uno di loro era alto quasi quanto Zodd. In media, la loro
stazza non differiva troppo da quella dei corazzati.
Aveva in mano un arco di tasso di almeno sei piedi e
mezzo, la barbuta già calcata sulla testa e una brigantina
intonata al fango che stava calpestando. Quello dietro di lui
stringeva l’asta di una freccia fra i denti mentre rovistava in un
sacchetto. Si stava lasciando dietro una scia di piume nel
tentativo di sistemare la coda della freccia.
Zodd superò gli arcieri aumentando il passo.
Fame.
Dai baraccamenti alla sua sinistra, costruzioni in legno
basse e sopraelevate rispetto al terreno, iniziarono a uscire
altre unità di arcieri. Si unì al flusso. La maggior parte dei
soldati non portava alcun armamento. Anche loro diretti alla
mensa.
«Ehi» gli disse un veterano con due occhiaie che
sembravano macchie d’inchiostro. «Tu sei quel capitano dei
corazzati, Zoddiar…»
«Zodd.»
L’arciere lo squadrò a lungo, cercando di mantenere il
passo.
«Uno dei sopravvissuti di Aratan, vero?» diede un colpo di
gomito al soldato dietro di lui, che si voltò. «Sì è lui, quello
che doveva morire tre giorni fa.»
«Sono vivo.»
Non per molto, se non mangio.
«Si può sapere che diavolo è successo laggiù?» chiese
l’arciere. «Il nostro primoarco ha la bocca cucita.»
«Tutti morti» disse l’altro. «Sono sopravvissuti solo in
tre.»
«Lo so. Ero lì. Razza di coglione» Zodd andò avanti
scuotendo la testa.
Il veterano lo prese per il gomito.
«Lascialo perdere» disse l’altro. «Guarda com’è ridotto.
Deve ancora riprendersi.»
A parte sentire una voragine nello stomaco - ed era
naturale, visto che non buttava giù cibi solidi da giorni - era in
buona forma. Troppo a dire il vero. Gli veniva da ridere al solo
pensiero, ma era convinto che avrebbe potuto buttare giù il
muro di cinta del campo con un paio di pugni.
Anche la fame, però, doveva aspettare. Dopo avrebbe
saccheggiato le scorte del campo. Tutto, dalle strisce di carne
salata alle gallette più merdose, ma ora doveva fare qualcosa
di molto più urgente: informare il generale Gneo Aurelio.
Capitolo 12. Zodd
La tunica era allacciata sul dorso e gli lasciava scoperta
buona parte della schiena e del culo. Mentre camminava verso
il comando generale, l’aria fresca del mattino gli sfiorava la
spina dorsale.
All’ingresso, le due guardie lo osservarono con gli occhi
sgranati.
«Capitano?»
«Devo parlare con il Generale.»
Non aveva tempo per spiegare il suo abbigliamento. E
neanche per immaginare quali notizie fossero già arrivate a
Gneo Aurelio.
«Subito.»
«Temo non sia possibile» la guardia più alta scosse la testa.
«È impegnato con Riffolk, il Comandante dei Rothiani, nella
Stanza della Guerra.»
Gneo Aurelio odiava la compagnia dei rothiani. Se Riffolk
era lì con lui, c’era di sicuro qualcosa di urgente da discutere.
Si toccò la cicatrice sotto la clavicola. Aveva una mezza idea
di quale fosse l’argomento.
«Guardami» Zodd fece un passo in avanti. Per qualche
tempo, quel soldato aveva prestato servizio sotto il suo
comando. «Secondo te sono venuto qui con il culo di fuori per
parlare di cazzate?»
«No capitano, penso di no» la guardia abbassò la testa,
sfiorando il pettorale dell’armatura con la barba. «Ma non
possiamo farla entrare.»
«Ero ad Aratan» fece un passo. Altro fango gelido spuntò
negli spazi tra le dita dei piedi. «E ora entro. Prestami il tuo
mantello.»
La guardia glielo consegnò senza fare storie.
Invece di dirigersi, come al solito, verso la stanza di Gneo
Aurelio, Zodd salì la rampa di scale e si infilò nel corridoio
alla sua sinistra.
L’anticamera era molto più ampia dell’altra ed era
sorvegliata da un rettangolare con lo sguardo torvo. Lo aveva
incrociato al bordello più di una volta e lo convinse farsi
prestare le scarpe. Si buttò su una sedia e cercò di togliersi il
fango dai piedi. Il rettangolare si portò la mano agli occhi e
scosse la testa.
«Non preoccuparti. Dopo te le riporto.» Infilò le scarpe e
batté una pacca sulla spalla dell’uomo.
Chiuse il mantello come poteva, ma buona parte della
tunica rimase scoperta. Le scarpe erano un supplizio: strette
sul tallone e cortissime; gli sembrava di avere il piede piegato
a metà. Prese fiato e spinse le due ante della porta.
La Stanza della Guerra gli si aprì davanti come la navata di
un tempio. I bassi soffitti dell’anticamera lasciavano il posto a
un arco di travi a vista che superava del doppio la sua altezza.
Le mappe appese ai muri grigi raggiungevano, a occhio, i
quindici piedi di lunghezza. Rispetto a quell’enormità, il
tavolo tattico al centro della stanza sembrava più adatto a una
riunione di nani.
Gneo Aurelio si voltò all’istante. Lo stesso fecero le altre
due persone che erano con lui. Riconobbe la faccia da culo di
Riffolk e la sua armatura scura, con un’incisione d’argento che
raffigurava un drago.
Mentre camminava verso di loro, zoppicando e trattenendo
il mantello con entrambe le mani, Zodd si sentì un vero
coglione.
La mano di Riffolk andò sull’impugnatura della spada
lunga. L’altro uomo cercò di nascondersi dietro di lui.
«Capitano» Gneo Aurelio fece qualche passo verso di lui,
lo sguardo stupito. La cinta gli era scivolata sotto l’inguine,
diventando una specie di sostegno per il ventre, più gonfio
dell’ultima volta. Zodd lo immaginò a trincare vino, nel suo
studio, bestemmiando gli Dei dopo aver saputo
dell’annientamento di un intero contingente.
Per colpa mia.
«I medici non erano sicuri che ce l’avresti fatta.»
«Non capiscono un cazzo di ferite» Zodd fissò Riffolk, che
tolse la mano dall’arma. «Mi avevano detto che c’era un buco
nel polmone, ma sto già benissimo.»
Gneo Aurelio aggrottò le sopracciglia. Una fila di rughe
d’espressione salì fino all’accenno di frangetta che gli
incorniciava la fronte. Non ci voleva un genio per capire che
stava cercando di mettere insieme il rapporto del Macellaio
con quello che aveva davanti agli occhi.
«Meglio così. Sono felice di vederti» Gneo lo scortò al
tavolo. «Questi è Riffolk, Comandante della Guardia Rothiana
in Niversia.»
Quarant’anni, occhi azzurri e ciocche di capelli biondi che
gli scendevano ai lati delle orecchie, Riffolk aveva le spalle
strette e il collo sottile. Zodd gli fece un cenno con il capo.
«Capitano Zodd» Riffolk incrociò le braccia e serrò le
mascelle. Sembrava disgustato dalla sua presenza. «Mi
avevano detto che sarebbe morto in pochi giorni. I medici
dell’esercito sono più incapaci delle guardie di questo
edificio» si voltò verso Gneo Aurelio. «Non è vero Generale?
Mi aveva assicurato che nessuno ci avrebbe disturbati. E lui
non può certo passare inosservato.»
«Accanto al Comandante Riffolk c’è Sestio» Gneo fece
finta di un aver sentito le accuse di Riffolk. «È l’unico
sopravvissuto di Aratan.»
Zodd osservò l’uomo che aveva di fronte: mezz’età che
sembrava due terzi, farsetto blu con manica aperta, un riporto
osceno dalla tempia destra, gli occhi infossati e i lobi delle
orecchie grandi come monete.
«Sopravvissuto?»
Come cazzo ha fatto a salvarsi da quell’inferno?
«È riuscito a raggiungere un contingente rothiano poco
dopo il vostro ritorno.»
«Grazie a voi» Sestio giunse le mani davanti al petto.
«Senza il vostro intervento sarei morto anche io.»
La battaglia di Aratan aveva impedito a Zodd di setacciare
la città, su questo nessun dubbio, ma Sestio doveva essere
davvero un maestro di nascondino se era stato in grado di
sopravvivere per giorni, forse settimane, in una città piena di
creature mangiauomini e di fottuti cadaveri.
«Sestio è stato l’unico in grado di fornirci un quadro di
quanto accaduto ad Aratan» proseguì il generale.
«Lucio, Marrenio?»
Per qualche motivo, aveva dimenticato le parole del
Macellaio. Pronunciare i loro nomi gli ricordò il viaggio di
ritorno da Aratan. Marrenio era stato in silenzio fino a
Miniarum, mentre Lucio aveva passato gli ultimi giorni prima
dell’arrivo in preda ai deliri della febbre e con un fiume di pus
che gli usciva dal piede.
«Purtroppo, il tenente Marrenio è in completo stato
catatonico, mentre il tenente Lucio è ancora febbricitante, ma
sulla via della guarigione. Non sono stati in grado di dirci
quasi nulla» allargò le braccia. «Quindi averti qui, ora, è una
vera fortuna.»
«Generale» Zodd scosse la testa. «Voglio essere sincero: il
mio rapporto non le piacerà.»
«Lo so. Sfortunatamente, lo so» rispose Gneo Aurelio.
Riffolk si lasciò cadere sulla sedia. Sulla sua faccia di
cazzo comparve un broncio da adolescente contrariato.
«C’è qualche problema, comandante?» disse Zodd.
«Eccome se c’è» Riffolk incrociò le braccia. «Perché
dovremmo ascoltarla? Lei ha causato il massacro di centinaia
di soldati.»
«Fanculo» Zodd rimase in piedi e gli puntò il dito contro.
«Era compito vostro. Gli esploratori che avete mandato hanno
fatto un lavoro di merda.»
«Generale, il suo uomo manca di disciplina. Non mi
meraviglia che abbia portato al macello tutti i suoi uomini.»
«Stai calmo» Gneo Aurelio prese Zodd per l’avambraccio.
«E rispetta i gradi.» Mollò la presa e si rivolse a Riffolk.
«Abbiamo un grosso problema. Ed è alle porte dell’Impero.
Cerchiamo di collaborare.»
Per essere a capo di un corpo militare costituito da appena
trent’anni, Riffolk era fottutamente arrogante.
Sestio si alzò, le mani puntate sul tavolo. Rimase con la
testa bassa. Poi l’alzò lentamente.
«È iniziato tutto con un boato. Sembrava che il mondo
fosse andato in frantumi. Un rumore così forte da far
sanguinare le orecchie. Da parecchi giorni le cose non
andavano bene, in città. I muriani, specie quelli più vicini alla
Legione, volevano mettere in discussione l’accordo
commerciale con l’Impero.»
«Perché?»
«Per via dell’Editto di Dustennio. Dicevano che ai loro
fratelli dentro l’Impero stavano accadendo cose orribili, che
togliere il flusso d’oro all’Impero lo avrebbe… Vi avrebbe…
fatto tornare sui vostri passi.»
«Nei confini le cose sono sotto controllo» Riffolk lanciò
un’occhiata a Gneo. Il supporto del generale non arrivò. «Non
c’è alcuna persecuzione. Sono le solite esagerazioni dei
muriani.»
«Dopo l’Editto di Dustennio hanno deciso di usare il
ricatto. Ci sono state assemblee, votazioni; alcuni volevano
addirittura accordarsi con i balariti e rompere l’accordo con
l’Impero»
«Che razza di idioti» Riffolk sbuffò. «Noi li trattiamo bene
e loro ci ringraziano così.»
Zodd ricordava benissimo com’erano conciati i cadaveri
dei muriani nelle fosse comuni riempite dagli uomini di
Riffolk. Quando si prendevano la briga di scavarle. Vedere
cadaveri con il proprio uccello ficcato in bocca faceva sempre
un certo effetto. Insomma, su alcune cose i muriani non
esageravano affatto.
«Continua Sestio» disse Gneo Aurelio. «Ti prego.»
«Le cose sono precipitate quando i quattro consoli hanno
annunciato la decisione di continuare a supportare l’Impero. I
muriani contrari hanno deciso di aprire i cancelli dell’Inferno
piuttosto che lasciarla vinta all’Imperatore.»
«Nel tuo racconto c’è qualcosa di più consistente dei
cancelli dell’Inferno o dobbiamo sorbirci anche qualche passo
dell’Apocalisse dei Rotoli di Murion?»
«Lui ha visto» Sestio indicò Zodd.
Certo che ho visto. Ho anche combattuto, ucciso.
E mangiato.
Si concesse qualche secondo per tirare fuori una
spiegazione sensata. Parlare di mostri mai visti non gli pareva
il modo migliore per iniziare, specie dopo l’accenno ai cancelli
dell’Inferno.
Gli altri lo osservavano: Sestio sistemandosi il riporto,
Riffolk a braccia conserte e Gneo Aurelio con la punta del
naso poggiata sulle mani giunte.
Si aspettavano una risposta.
«Dunque, uhmm, come dirlo.»
«Dei Santissimi, dillo e basta» disse Riffolk.
«La città era piena di fottuti mostri. Quando siamo arrivati,
avevano già massacrato tutti. Hanno fatto lo stesso con noi.»
Fanculo!
Meglio così. C’erano già abbastanza persone che avevano
voglia di perdere tempo. Lui non era una di quelle.
«Sono stato io a decidere una sortita notturna. I nostri
esploratori mancavano all’appello e il campo temporaneo non
offriva una protezione adeguata. Quando ci hanno attaccati,
non abbiamo avuto scampo.»
Gneo Aurelio sospirò. «Spiegati.»
«Bisogna vederli per crederci. Un dio pazzo si è divertito a
inchiodare insieme parti di insetti enormi, di cadaveri e altra
merda. Sono grossi, incazzati e affamati.»
E gustosi.
«Li hanno evocati i muriani» Sestio lo interruppe con voce
tremante. «Hanno squarciato il cielo. Sono passati nel nostro
mondo.»
«Dei Santissimi» Riffolk scosse la testa. «C’è qualcuno in
questa stanza che abbia ancora un briciolo di razionalità?»
«Quando vedrai quei cazzo di mostri potrai prendere la tua
razionalità e ficcartela su per il culo» Zodd sorrise. «Sono
tanti. Hanno annientato un intero contingente in un lampo.
Scommetto che fra poco inizieranno a cercare altro cibo. O
forse si stanno già muovendo.»
Zodd puntò l’indice in basso, verso la mappa fissata sul
tavolo tattico. Rappresentava l’intera provincia della Niversia:
forti dell’esercito, strade, stazioni di posta, città, rilievi
montuosi.
Fuori dal confine imadiano, le informazioni si facevano
più scarne, ma erano ben segnalate sia Aratan che alcuni
accampamenti dei balariti più a nord.
«Puoi togliere il forse. Qualsiasi cosa siano, si stanno
muovendo» Gneo Aurelio si schiarì la voce. «I rapporti
parlano di creature sconosciute. Si tratta di gruppi più piccoli,
ma non sappiamo in che modo siano connessi ai mostri di
Aratan.»
«Ce ne sono altri?» disse Zodd.
«Sì, ce ne sono altri. Hanno attaccato i balariti qui» Gneo
Aurelio indicò il villaggio di Uyumila, centoventi miglia a
nord di Aratan. Poi spostò l’indice verso il basso e iniziò a
batterlo in un punto cento miglia a est della Linea Fortificata
dell’Impero. «E anche qui. Non ci sono villaggi, ma i mostri
hanno braccato una carovana balarita in fuga. Hanno ucciso
quasi mille persone.»
«Fottuti gli Dei, sono a uno sputo da qui.»
«Aspettate, aspettate un attimo. Stiamo davvero dando per
certo che i muriani abbiano aperto i cancelli dell’Inferno?»
Riffolk si afflosciò sulla sedia e si schiacciò entrambe le mani
sulla faccia.
«Quale parte di mangiano le persone non hai compreso,
comandante? Ci hanno inseguito fuori dalla città, hanno
attaccato il nostro campo. Quelle cose arriveranno fino alla
Linea Fortificata, che tu lo voglia o no. Per me puoi chiamarle
bestie infernali o mostri o come cazzo ti pare, ma credo a
quello che ho visto.»
«Dobbiamo mettere da parte lo scetticismo, Riffolk. Le
testimonianze iniziano a essere parecchie e concordi» Gneo
Aurelio si grattò la nuca. «Il problema è che sappiamo
pochissimo di questi esseri. Ad Aratan avete visto qualcosa
che possa esserci d’aiuto? Un indizio, un segno, qualsiasi cosa
vi venga in mente. Dico a entrambi.»
All’inizio, Zodd scosse la testa. Nulla che potesse aiutare,
ma qualcosa gli era rimasto impresso.
«Una parola. Enorme, tracciata con il sangue» Zodd
socchiuse gli occhi, cercando di riportarla alla mente.
«Asmodeoth.»
Riffolk scosse la testa. «E cosa vorrebbe dire?»
Sembrava proprio uno di quei froci truccati che piacevano
tanto alle nobildonne di Calisium.
«Dimmelo tu. Io non ne ho idea.»
«Razza di cane senza disciplina» il comandante dei
rothiani scosse ancora la testa. «Sestio, tu ne sai qualcosa?»
«Io» l’uomo si strinse nelle spalle. «Non ricordo di aver
visto quella scritta.»
«Devi esserti nascosto proprio bene per non vedere una
scritta fatta con il sangue e grande quanto questa fottutissima
stanza. L’abbiamo trovata sulla facciata del palazzo della
Compagnia, nello stesso punto in cui è iniziato l’attacco.»
«Ho cercato di rimanere il più lontano possibile dal centro.
Lì il massacro è andato avanti per due giorni. Noi…» Sestio
scoppiò a piangere. «Sono usciti dal nulla, proprio nel mezzo
della città. Ci siamo difesi con tutte le forze, hanno combattuto
anche i vecchi e le donne, ma non c’è stato niente da fare. Ho
perso tutto: mia moglie, mio figlio, la mia casa. Che gli Dei
possano aiutarmi, che possano aiutare tutti noi.»
«Sestio, cerca di calmarti» Gneo Aurelio addolcì il tono.
«Ci sei stato molto utile, ma ora vorrei che andassi a riposare.
Dopodomani dobbiamo partire per il Calisium e voglio che ci
sia anche tu. Il governatore vorrà sentire tutti i testimoni prima
di prendere qualsiasi decisione.»
«Il governatore?» Zodd sperò di aver capito male.
«Sì, tutte le persone presenti in questa stanza verranno con
me dal governatore. Ho chiesto un incontro di emergenza
immediato. Questi esseri infernali…»
«Infernali?» Riffolk schiccò i palmi aperti davanti al petto,
come a voler iniziare un applauso. «Andremo da Ulpio
Mettico dicendogli la parola “Infernali”?»
«… Vanno fermati» continuò Gneo Aurelio. «E sì,
possiamo chiamarli Infernali, un termine vale l’altro. Nel
frattempo, ho fatto spargere la voce, oltreconfine, che c’è una
ricompensa. Visto che i balariti cercheranno di entrare
nell’Impero, voglio concedere la cittadinanza e la possibilità di
stabilirsi dietro la Linea Fortificata a chiunque mi porti una di
quelle bestie. Viva o morta.»
Zodd guardò il generale diritto negli occhi.
«Meglio morta.»
Capitolo 13. Zodd
Ascoltare i suoi commilitoni che commentavano il
massacro di Aratan, puntandogli il dito contro, non lo
preoccupava. Aveva mangiato fino a scoppiare, eppure stava
crescendo in lui una sensazione di voragine incolmabile e di
grigia angoscia. Qualcosa che era dentro di lui. Era come se i
morsi della fame avessero deciso di affondare i loro denti
aguzzi anche nel cervello.
Riempire una troia forse avrebbe placato quei morsi e
colmato quel fottuto vuoto.
Il bordello più vicino era appena fuori dalla porta ovest.
Il villaggio costruito alle porte del campo aveva una
struttura semplice. Le prime case di legno erano appoggiate
direttamente alle solide mura di pietra del forte. Gli spacci,
due taverne e, al secondo piano o dall’altro lato della strada, le
case di chi ci lavorava. In fondo, fuori dal trambusto, Zodd
riusciva a scorgere anche le abitazioni delle famiglie dei
soldati.
Una delle catene che reggevano l’insegna della taverna
Birrascura era spezzata a metà, Zodd sfiorò con la testa il
disegno di un boccale schiumoso e prese la discesa sterrata che
portava al bordello. Il puzzo di piscio era peggiore di quello
vicino alle latrine dei rettangolari. Qualcuno, forse un
bambino, suonava note stonate con un flauto. Su entrambi i
lati della strada spuntavano edifici di legno a due o tre piani.
Immaginò che la bottega del macellaio stesse facendo buoni
affari, perché il proprietario aveva ricostruito il primo piano in
muratura e circondato il secondo con una pedana di legno.
Dall’interno dell’edificio provenivano i colpi ritmici della
mannaia sulla carne.
Questa volta, però, non fu il pensiero di buttare giù una
bistecca da quattro libbre a fargli gorgogliare lo stomaco, ma
le carni rigide e grinzose del mostro. Gli erano scese nello
stomaco come una manna paradisiaca. Il qualcosa dentro di lui
le desiderava. Si colpì il volto con uno schiaffo.
Pochi passi più avanti, un uomo alto e smunto portava in
spalla un sacco grigio che doveva pesare più o meno quanto
lui. Lo seguivano una donna con uno scialle marrone sulle
spalle e un ragazzino con le guance scavate di otto o nove
anni. Anche loro due portavano in spalla grossi sacchi logori.
Il sacco dell’uomo urtò la spalla di Zodd, ma non si fermò
neanche per chiedergli scusa. «Andiamo» disse al figlio
terrorizzato. «Dobbiamo unirci alla prossima carovana.»
Zodd fu tentato di piazzargli un calcio in culo, ma preferì
proseguire per il bordello.
Se possibile, la costruzione sembrava ancora più fatiscente
dell’ultima volta che l’aveva vista. Pendeva sul lato destro,
mezza affondata nel terreno.
La pedana sotto il portico aveva due assi sfondate, Zodd ci
girò intorno e spinse la porta socchiusa.
Marco gli si fece incontro scodinzolando. Era decrepito
come la casa, la testa calva e coperta di macchie scure.
«Bentornato capitano, è da mesi che non la vedo.»
«È da mesi che non vedi un cliente.»
«Ah… beh… gli affari non vanno benissimo, ma passerà.»
«C’erano molte prigioniere al campo, ma ora le hanno
spostate. Venire qui e pagare, quando si può scopare senza
scucire un soldo, è da idioti.»
Marco aprì le braccia, mostrando due ridicole toppe
marroni sotto le ascelle.
«Lasciamo perdere questi futili discorsi» sorrise. «Al
momento ho una sola donna in casa, bellissima, le altre sono
già al campo»
«Andrà bene, bastano due tette e un buco in mezzo alle
gambe, ma non provare a rifilarmi quella latrina ambulante
che succhia cazzi al buio.»
«Figurati, non mi permetterei mai.»
«La proponi sempre ai miei uomini.»
Sono tutti morti.
«Non sono troppo pretenziosi, tengo le vere perle per i
miei clienti migliori» il sorriso di Marco era molto simile a
una paresi.
Zodd gli sventolò la mano davanti alla faccia.
«Taglia corto. Quale stanza?»
«Primo piano, terza a sinistra.»
«Bene.»
Salì le scale e spalancò la porta.
La stanza della troia non aveva mobilio, ad eccezione di un
appendiabiti scurito dall’umidità e di un comodino a fianco del
letto.
Zodd si tolse la tunica con un unico movimento,
chiedendosi per quale motivo il suo cazzo non fosse ancora in
fiamme. Dalla finestra arrivava poca luce, filtrata da una tenda
scura che toccava in terra.
Le condizioni ideali per non vedere bene lo schifo di faccia
che si ritrovava la puttana.
Anche nell’ombra, riusciva a notare la cicatrice che le
deturpava il volto. Uno squarcio in diagonale, dalla parte
destra della fronte a quella sinistra del mento.
Zodd si mosse verso di lei con il cazzo che oscillava come
il bastone di un rabdomante.
Almeno aveva due tette che avrebbero fatto cadere in
ginocchio anche un monaco. A supplicare per un po’ di latte.
«Sei bello grosso, voglio che mi sfondi» disse quella. Poi
allargò le gambe. Aveva la fica sbrindellata.
«Fottuti gli Dei, non c’è bisogno di chiederlo.»
Si inginocchiò ai piedi del letto.
Sentiva l’odore di carne che veniva dalla troia. Forte,
intenso, nonostante il profumo scadente che ammorbava l’aria.
Lo stomaco di Zodd gorgogliò.
Fame.
Cazzo.
Il suo cazzo ne risentì all’istante. Si abbassò piano, a scatti,
fino ad appoggiarsi sulla coscia.
La fame annientava il suo desiderio di fottere. Non ne
aveva più. Punto.
L’odore della puttana invece gli provocava i crampi allo
stomaco. Sotto i profumi dolciastri e lo sperma stantio, sentiva
la carne fresca. A colazione aveva ingurgitato dieci libbre di
cibo, eppure gli sembrava di avere le budella vuote.
Si trovò a desiderare il senso di sazietà provato ad Aratan.
«Cos’è, ti faccio schifo?» la puttana glielo prese in mano.
Lo tirava avanti e indietro come una fune, senza ottenere
risultati.
«Guarda che mi paghi uguale» disse.
Zodd cercò di togliersi la fame dalla testa. Provò a
ficcarglielo in bocca.
La puttana scosse la testa.
«Che cazzo pensi di fare? Quel tronco nella mia bocca non
c’entra.»
Fame. Fame. Fame.
Mangia. Mangia. Mangia.
Il suo uccello si afflosciò definitivamente.
Resa incondizionata.
«Colpa tua» mentì Zodd. «Preferirei scoparmi uno
stronzo.»
«Vaffanculo» la troia gli mollò uno schiaffo.
Zodd si sentì avvampare la guancia sinistra.
Nello sguardo della donna c’era la sicurezza che Zodd non
avrebbe potuto farle niente. Il bordello era controllato
direttamente dall’esercito. Picchiare una troia costava moneta
sonante. Quel poveraccio che ne aveva soffocata una con
l’uccello, aveva perso un anno di salario per rimborsare il
mancato guadagno.
Mentre la fame cresceva, Zodd si alzò dal letto.
«Bravo, vattene.»
«Chiudi la bocca» Zodd si portò le mani alla testa.
Lo stomaco gli inviava manciate di aghi nel cranio. E
quegli aghi urlavano, mentre affondavano. Urlavano.
Mangiala.
Poi qualcosa di simile ad un muscolo strappato. Nella sua
testa.
Si voltò di scatto. Guardò quel pezzo di carne con le tette e
tutto gli fu chiaro.
Le saltò addosso prima che potesse alzarsi dal letto.
Un urlo soffocato. Le mani di Zodd erano serrate sulla gola
di lei.
Strinse la presa finché non vide esplodere i capillari degli
occhi, sempre più fuori dalle orbite.
Plop.
La lingua le penzolava al lato della bocca simile ad un
fegato ingrossato. Zodd chinò la testa e morse.
La lingua era dura, fibrosa. Affondò gli incisivi e scrollò il
capo. Si ritrovò in bocca un bel pezzo di lingua.
Spruzzi di sangue caldo gli arrivarono sul petto, sulla
faccia. Ne assaporò il sapore dolciastro.
Il moncone si agitava nella bocca della donna annaffiando
il letto.
Qualcosa che aveva scalciato nell’angolo più lontano della
sua mente cercava di avvertirlo.
Mangiare una persona…
Follia.
Ti scopriranno, ti squarteranno come un maiale.
Zodd continuò. Prima addentò una guancia della donna. La
strappò, lasciando esposta la dentatura posteriore. Poi le
strinse le mani intorno alla gola. Non ci furono urla. Tutte
soffocate dal moncone di lingua, dal sangue e dalla presa di
Zodd.
La troia schiattò senza troppe storie. Zodd passò all’altra
guancia, poi al collo.
Succhiò il sangue dalla carotide come un fottuto vampiro.
Carne e sangue erano bocconi di pura energia.
L’istinto gli diceva di mandarli giù senza masticare, ma
Zodd ci provò lo stesso.
Strappò e ingoiò per diversi minuti. Il letto era un bagno di
sangue. Il cadavere sembrava passato per le mascelle di un
orso. Le ossa degli zigomi della troia brillavano come perle.
La fame scendeva, salivano le domande.
Per riuscire a farla franca serviva un miracolo.
E gli Dei fottuti non sembravano intenzionati ad aiutarlo.
Nascondere il cadavere e pulire la stanza? Idea idiota.
Chissà quanti lo avevano visto entrare. Risalire a lui
sarebbe stato un gioco da ragazzi. Si guardò intorno mentre
tentava di togliersi un pezzo di pelle incastrato fra gli incisivi.
Il lume a olio.
Fuoco. Un incendio.
E devo sistemare anche Marco.
Doveva agire in fretta. Oltre al lume, il piccolo pugnale sul
comodino sembrava fare al caso suo.
Prese la tunica da terra e aprì la porta.
«Marco!» urlò «questa troia mi sta dando problemi.»
Sentì i passi per le scale.
«Capitano sto venendo su, non si preoccupi.»
Ho appena mangiato una persona.
I passi si facevano più vicini, sentiva anche lo strusciare
delle dita di Marco sul corrimano.
Dovevo farlo, avevo troppa fame.
E ora devo ammazzare quel poveraccio di Marco.
Lo aspettò dietro la porta, con il pugnale stretto nel pugno.
Marco fece capolino pochi istanti dopo. Quando Zodd lo
colpì con un dritto in piena faccia, i suoi occhi tradirono una
certa sorpresa.
E i suoi incisivi finirono sul pavimento.
Il padrone di casa barcollò indietro e si appoggiò allo
stipite della porta. Si voltò verso le scale.
Zodd lo agguantò e gli strizzò il collo fra avambraccio e
bicipite.
«Gha… gha…» Marco sputava sangue e pezzi di dente.
Con la mano libera, Zodd lo pugnalò al petto una, due, tre,
quattro volte, poi smise di contare. Qualche costola si ruppe. Il
pugnale ormai penetrava con buona parte del manico.
Il piscio caldo di Marco iniziò a gocciargli sui piedi.
Guarda che merda sta combinando questo coglione.
Sentiva le vene del collo gonfie, il sangue che pompava a
fiumi dal cervello ai piedi.
Dei fottuti, non si era mai sentito così vivo. Così forte.
Le gambe di Marco si afflosciarono. Zodd lo trascinò nella
stanza e diede un calcio alla porta. Buttò il cadavere di Marco
su quello della puttana e versò l’olio del lume su di loro.
Voleva essere sicuro che bruciassero per bene,
Marco aveva detto qualcosa sulle altre puttane; forse erano
ancora al campo per i servizi a domicilio o qualcosa del
genere, quindi non c’era nessun altro da ammazzare. Almeno
per ora.
Prese il lenzuolo e se lo strofinò sulla faccia,
impregnandolo di sangue. Passò agli avambracci, rossi fino al
gomito, e grattò forte nell’incavo del braccio, dove
l’attaccatura del bicipite creava una montagna.
Con il lenzuolo fece una palla rossa e umida e ci versò
l’olio rimanente. Gli diede fuoco e la gettò sui due cadaveri.
Accese anche le tende ed il baldacchino.
Le fiamme avvolgevano la stanza, ma continuò a guardarle
finché non fu costretto a coprire gli occhi con la mano.
Chiuse la porta dietro di sé. Il fumo già lo inseguiva.
Era quasi convinto che lo avrebbero beccato, poi pensò a
quante abitazioni di legno erano andate a fuoco solo
nell’ultimo anno. Più di una volta era intervenuto anche
l’esercito.
Si, la farò franca. Il vecchio ha fatto cadere una candela
durante la notte. Che cazzo, sono cose che succedono.
Un fastidio fra i denti. Frugò la bocca con indice e pollice
e raggiunse uno dei molari. Tirò via un altro pezzo di pelle.
Cosa cazzo ho fatto? Ho appena divorato una persona.
Ammazzare qualcuno è una cosa, mangiarlo un’altra.
L’ho mangiata.
Eppure aveva agito con naturalezza, come fosse la cosa più
normale del mondo.
Era buona.
Raggiunse la strada.
Era sazio, euforico.
E consapevole che quel mostro fottuto lo aveva contagiato
con qualcosa di schifoso.
Capitolo 14. Costantino
Si toccò il volto, senza trovare il familiare intrico di rughe
attorno agli occhi, né i fili lisci della barba curata. Solo tratti
ben distesi, e duri aculei sotto il mento e sulla mascella, come
quando aveva quarant’anni.
Ancora. Dio ti prego. Non ancora.
Un fascio di luce, interrotto da scure linee verticali, gli
illuminava il volto. Andò verso la finestra. Sbarre.
Guardò alle sue spalle già sapendo cosa avrebbe trovato.
La cella del Castello Dustus lo aspettava, immobile e umida,
come ogni notte. Lo stesso letto scavato nel muro da
scalpellate violente, la stessa coperta di lana grezza
stropicciata, lo stesso foro nel pavimento, incrostato di urina
ed escrementi, che appestava l’aria.
Non era cambiato nulla.
Infilò la testa fra le sbarre e ne strinse due fra le mani. Il
cortile interno sembrava un lago di fango. Impronte di cavallo
e ruote di carro avevano smosso terra e acqua, creando cumuli
viscidi appena sotto il patibolo, una struttura di legno cadente
illuminata da un raggio azzurro che bucava le nuvole di
piombo sopra la sua testa.
L’esecuzione.
Ancora quell’esecuzione.
Grida disperate dalle celle vicine. I suoi commilitoni
avrebbero fatto la stessa fine del Gran Maestro entro poche
ore.
Tutti morti. Tutti tranne lui.
Le porte del cortile cigolarono come se non fossero mai
state aperte. Entrò un carro trainato da due somari. Lothar, sua
moglie Cathryn e il figlioletto Aurelio, abbarbicato alle gambe
della madre come una pianta d’edera, stavano in piedi nella
pedana sul retro, chiusa da quattro assi storte.
«Figli di Puttana! Lasciatelo! Cani Imperiali!» urlavano
dalle altre celle. Ma Costantino aveva gridato, pianto e
graffiato i muri fino a rompersi le unghie decine di volte, notte
dopo notte. Rimase in silenzio, la fronte premuta sul metallo
arrugginito.
A guardare.
Fecero il loro ingresso nel cortile una cinquantina di
uomini della nuova guardia imperiale, i rothiani, con le tuniche
e i mantelli blu che svolazzavano nell’aria fredda dal mattino.
Si disposero su due file parallele, che andavano dai lati del
carro al patibolo, rivolgendo gli scudi verso i condannati.
L’Imperatore arrivò poco dopo. Rimase sul camminamento
di guardia, sul lato opposto rispetto alle celle, contornato da
una dozzina di guardie. Anche da quella distanza, Costantino
ne intuiva la statura imponente e lo sfarzo del vestiario: una
giornea, con cuciture d’oro sul petto e sul bordo, rivestiva la
camicia in broccato dorato, mentre sulla testa portava un
berretto viola, con tesa rialzata, che richiamava il disegno
geometrico della veste.
Costantino sapeva di trovarsi nello stesso maledetto sogno
che lo torturava da più di vent’anni. Un inganno tramato dal
suo cervello. Una trappola in cui cadeva ogni notte, senza
alcuna possibilità di scampo.
Non è possibile. Basta.
Un rothiano strappò il bambino dalle braccia della donna.
Benché avesse mani e piedi legati, il Gran Maestro si gettò
contro la guardia, facendo valere la sua mole, ma quella gli
rifilò un colpo sotto il mento con il pomolo della spada,
facendolo cadere carponi. Cathryn urlò disperata, allungando
le mani verso il figlio. Un altro rothiano la strattonò per i
capelli, una criniera bionda sulla tunica bianca.
«Allora, Legionari!» l’Imperatore sfruttò al meglio
l’acustica creata dalle mura del castello. «Dopo secoli passati a
prosperare nel ventre grasso dell’Impero… Del mio Impero,
per voi finisce qui. Qui. Ora. Lo capite questo?»
Figlio di troia, brucia all’inferno fu la frase più gentile che
arrivò dalle celle.
«Urlate quanto vi pare, ma è finita.»
Fece un cenno con due dita e un rothiano trascinò Aurelio
fino al patibolo. I suoi piedi scavarono due piccoli solchi nel
fango.
Maledizione, sembrava tutto così reale. Costantino sentiva
tutto, dall’odore di letame allo scalpiccio degli stivali nel
fango. E il freddo metallico sulla fronte. Come se il vero sogno
fossero stati gli ultimi venticinque anni della sua vita, spesi a
far ripartire il cuore smembrato della Legione.
Sentì anche il gorgoglio soffocato di Aurelio, mentre il
grosso rothiano glabro gli strappava la vita a mani nude,
stritolandogli la gola davanti ai genitori. Vide le lacrime rigare
la faccia sporca del bambino. I suoi occhi ingrossarsi fuori
dalle orbite.
Aurelio. La sua speranza.
Ha sofferto tutta la vita. Dal primo vagito fino a questo.
Ed è tutta colpa mia.
Tutto finito. Per sempre.
Ma Costantino sapeva che la parte peggiore doveva ancora
arrivare. Sarebbe giunta con le luci dell’alba: un mattone sul
cuore e un groviglio di spine nello stomaco. Quanto ci aveva
messo, due, tre anni per imparare a tenersi dentro quel dolore?
Forse qualcosa in più. Era il suo maledetto incubo, e non
voleva condividerlo con nessuno.
Cercò di staccarsi dalle sbarre, ma, come ogni notte, non
riuscì a voltarsi verso l’interno della cella. Qualcosa, un
angolo masochista della sua mente, un sadico torturatore, o
forse un suo inconscio desiderio di espiazione, lo costringeva a
guardare, a tenere gli occhi sbarrati su quella scena.
Iniziarono a stuprare la donna. I rothiani si calarono le
braghe uno alla volta, grugnendo di piacere fra le cosce e nella
bocca della donna, mentre l’Imperatore rideva come un
ossesso sbattendo i piedi in terra.
Arrivarono altri rothiani, anche loro le braghe abbassate. Si
masturbavano sulla donna in attesa di penetrarla. Lo stupro
sembrava senza fine. L’ultimo arrivato fu costretto ad
accontentarsi di sodomizzarla, ansimando come un tisico,
mentre giaceva svenuta.
Costantino sapeva che non sarebbe rimasta incosciente a
lungo.
Una volta finito, il soldato sfilò la daga della cintura e
guardò l’Imperatore, che fece un segno d’assenso con la testa.
Immerse la lama nell’ombelico della donna e la spinse verso il
costato. Il ventre bianco si aprì come una viscida rosa di
sangue. Un urlo, soffocato dal grosso cazzo di un altro
rothiano.
Il soldato tirò fuori una manciata di budella.
Il Gran Maestro gridò, la faccia affondata nel fango mentre
quattro soldati lo tenevano fermo.
«La tua troia non sembra granché ora» disse l’Imperatore.
«Fategli vedere come le sue interiora sono diventate
esteriora!»
L’Imperatore scoppiò in una risata isterica. I rothiani
obbedirono.
Ammassarono l’intestino di Cathryn davanti al Gran
Maestro, glielo strofinarono sulla faccia.
La donna era ancora viva. Sputava sangue e gridava, ma
era viva. Quando gli trascinarono accanto il cadavere del
figlio, iniziò a scalciare. Dal ventre aperto uscì qualche altro
organo.
«Ehi, c’è abbastanza spazio adesso» urlò Ulpio, il
corpulento fratello dell’Imperatore. «Rimettetegli dentro quel
piccolo stronzo.»
«E tu guarda, tutti voi guardate cosa accade a chi si mette
contro l’Impero.»
Un rothiano infilò Aurelio nel ventre aperto della donna,
ma ormai il bambino aveva due anni. Ci pensò il piede del
soldato a calcarlo dentro per bene, pestandolo come uva nel
tino. Le piccole ossa si frantumarono, il sangue spruzzò in
aria.
E quelle risate.
Murion santissimo, smettetela di ridere.
Stuprare e umiliare le creature di Dio era la loro fine, la
loro competizione. Un crescendo di efferatezza inarrestabile.
In quanti si erano guadagnati il bozzolo, quel giorno?

Si svegliò con la bocca secca. Respirò a fondo.


Il volto di Rogodh affiorò all’improvviso. Un fulmine nero
che annientò all’istante i residui sfumati del sogno.
Costantino ricordava bene il giorno in cui gli avevano
portato Rogodh. Aveva l’aspetto di un quarantenne schivo,
non troppo sveglio e con pochi capelli in testa. Due cercatori
lo avevano tastato e annusato a fondo, senza neanche
percepirlo.
Ho pensato che fosse un adoratore.
Un pensiero? No, un errore imperdonabile.
Imperdonabile, dannazione.
La ragione per cui gli era tornata in mente quella giornata,
così, all’improvviso, non era stata però la cattura di Rogodh,
ma un’altra: meno di ventiquattro ore prima dell’ingresso di
Rogodh nel Monastero, con due potenziati che lo trascinavano
per le braccia, l’Astrodaimon era impazzito. L’agghiacciante
enormità di quell’evento aveva eclissato completamente la
cattura di quello che sembrava un semplice servo in attesa del
bozzolo.
Si alzò di scatto, senza neanche infilare la vestaglia, e si
gettò sul quaderno degli appunti lasciato aperto la sera prima.
Nello stesso punto del globo in cui era avvenuta la Frattura
26, i cerchi e gli aghi di metallo dorato del macchinario
avevano registrato un altro evento. Dalla Frattura 26 era uscito
un qualcosa di inimmaginabile, un orrore siderale cui non
poteva dare una forma, ma di cui, forse, poteva immaginare il
nome. Ma la 27 era stata un qualcosa di diverso da tutto quello
che la Legione aveva annotato nel corso dei secoli. Guardò la
pila di libri che faceva scricchiolare il legno della scrivania e
sfilò un volume dalla metà.

Quattro ore dopo si sentiva spossato, anzi, svuotato di ogni


energia. Sospirò e iniziò a massaggiare con forza la radice del
naso tra pollice e medio, mantenendo l’indice della mano
destra sulla pagina.
I caratteri della stampa diventavano sempre più sfocati e
contorti con il passare delle ore. La vecchiaia e la luce grigia
del mattino non erano certo le compagne più adatte ad
affrontare una giornata di studio.
Riprese a scorrere le righe del suo quaderno. Forse, in quel
momento, era più importante della maggior parte dei volumi
manoscritti e stampati che si trovavano nella Biblioteca.
Il giorno dopo la Frattura 27, Rogodh si era fatto catturare.
E che fosse maledetto se esisteva la possibilità che due
potenziati potessero avere la meglio su un demone di classe
Yorda.
Abituato a valutare con grande attenzione la differenza fra
possibilità e probabilità, Costantino iniziò a convincersi che
forse non si trattava di una semplice coincidenza. Tamburellò
il pollice sulla pagina, poi chiuse di scatto il quaderno e poi un
volumetto grande come la sua mano. Li ripose con cura nella
borsa di pelle poggiata sul tavolo.
Quanto tempo sarebbe servito a Rogodh per riacquistare la
forma umana? Contando che i tempi erano differenti anche da
demograth a demograth, indovinare quelli di un demone era
qualcosa che andava al di là delle sue capacità.
In quel momento, nelle prigioni del Monastero, giù, negli
abissi più profondi della struttura, c’erano quattro demoni, tre
classe Kathor e un classe Barshar. Nessuno di loro aveva mai
mostrato la sua forma umana. Quegli occhi, però, che lo
guardavano rabbiosi quando passeggiava davanti alle loro
celle, qualcosa di umano l’avevano. Forse anche loro, come
aveva fatto Rogodh, si erano divertiti con lui, lo avevano preso
in giro come si fa con un bambino storpio che ha voglia di
giocare con gli altri ragazzini del villaggio. Avevano
sopportato le torture e gli esperimenti solo per spiare, per
conoscere l’unico vero nemico che avevano su Onnar.
La gola, arida, gli permise di deglutire solo aria. Si alzò
con il bisogno irrimandabile di camminare. A lungo. Per
schiarirsi le idee.
Si lascò alle spalle l’odore delle pagine ingiallite non
appena ebbe imboccato il corridoio che portava all’elevatore.
Si prese il suo tempo, quasi un’ora di giri attraverso i piani del
Monastero, tra corridoi di marmo e saluti ai potenziati che
incontrava lungo il cammino, ma alla fine raggiunse
l’Osservatorio.
I movimenti dell’Astrodaimon lo distraevano. I cerchi
dorati ruotavano senza sosta, sovrapponendosi a intervalli
regolari, attorno alla sfera planetaria. Una melodia meccanica
rimbalzava fra le pareti di pietra, sovrastata dal rombare
incessante degli otto tubi metallici, quattro per ogni lato corto,
che scuotevano l’aria e sfogavano un denso fumo nero
all’esterno. Il solo pensare al meccanismo ancestrale che ne
governava i meccanismi, un qualcosa di antico e misterioso,
aveva rischiato di fargli perdere la ragione più di una volta.
Leggendo le memorie degli altri Gran Maestri, aveva scoperto
di essere stato solo uno dei tanti a provare quella sensazione.
Le due scrivanie di ciliegio, piazzate davanti
all’Astrodaimon, erano leggermente inclinate per favorire i
due controllori che le occupavano. Per lui era impossibile
guardarle senza immaginare le gambe dilaniate di Epacretes e
il massacro compiuto da Rogodh prima della fuga.
Da giorni attendeva notizie dal gruppo che aveva messo
alle costole del demone. Conosceva bene i rischi di una simile
missione, ma scoprire le intenzioni di Rogodh era una priorità
assoluta. E valeva ogni genere di sacrificio. Per certi versi, le
notizie su Rogodh gli interessavano più del ritorno della
squadra inviata a indagare sulla Frattura 26, a poche miglia
dalla città mineraria di Aratan.
Si è fatto catturare di proposito. Ha sottratto le
informazioni necessarie a raggiungere il luogo della Frattura
27 e ora è diretto lì.
Era questa l’intima convinzione di Costantino.
Arrivò alle spalle dello scriba di destra e lo scosse uno con
un colpetto sulla spalla.
«Qualcosa di rilevante, oggi?»
Il ragazzo, sulla ventina ma già stempiato, si voltò.
«Niente.»
L’altro confermò con un cenno del capo. Entrambi
sembravano stravolti dalla tensione, con le occhiaie scavate e
la fronte corrugata.
«Quest’anno abbiamo registrato otto Fratture alla
settimana prima della numero 26» disse Costantino, tranquillo
come se stesse parlando del tempo.
«Uhm…dunque…vediamo» rispose il novizio sfogliando
le pagine.
«Non era una domanda» lo interruppe Costantino.
«Scusi Santità.»
«Poi nessuna segnalazione fino alla 27.»
«Sì.»
«E da allora di nuovo silenzio» Costantino incrociò le
braccia dietro la schiena. La spalla destra cigolò come un
perno arrugginito. «Non è possibile.»
Scosse la testa. Dal giorno in cui aveva messo piede nel
Monastero, non ricordava periodi così lunghi senza che
l’Astrodaimon segnalasse qualcosa. Durante il suo governo, la
massima distanza temporale fra due Fratture era stata di
quattro o cinque giorni. Ricordava abbastanza bene anche i
nove giorni passati una quarantina di anni prima, quando lo
stesso Gran Maestro Massimiano si era chiuso nella stanza
dell’Astrodaimon in attesa che quest’ultimo tornasse a
muoversi.
«Non distraetevi» Costantino si mosse verso il fondo della
stanza e aprì la porta. «Mandatemi a chiamare subito se ci
sono novità.»
Chiuse la porta e appoggiò la schiena al legno.
Mentre Attalo lo riportava giù, portò la mano alla borsa di
pelle appoggiata sul fianco, che conteneva il suo quaderno e il
piccolo volume che aveva consultato quella stessa mattina. Lo
aveva scritto un matematico della Legione molti anni prima.
Kandreuripos era stato uno studioso molto più brillante di
lui, capace di analizzare le Fratture del Flusso e la loro
frequenza con una profondità che Costantino non era mai stato
in grado di comprendere appieno. Per qualche motivo, alcuni
calcoli contenuti in quel libro continuavano a ronzargli nella
testa. Tornò ai suoi alloggi. Alla sua scrivania.
Capitolo 15. Costantino
Le sue dita scivolarono ai lati del naso. Poi lungo le
guance, verso le orecchie, palpando i segni della vecchiaia.
Sì, doveva essere proprio uno stupido vecchio. Si era illuso
di poter preparare la Legione a un’invasione. All’Invasione. Al
combattimento finale. Di avere a disposizione ancora un lasso
di tempo quantificabile in secoli. Altri, magari Gerardo e
Cassio, avrebbero portato avanti il suo disegno.
Aveva sbagliato tutto.
Tutti avevano sbagliato. Anche gli studiosi della Legione,
con i loro calcoli, e i Gran Maestri, con la loro brama di terra e
di denaro.
Sono questi i mezzi che renderanno grande la Legione,
dicevano.
Avevano sottovalutato l’Impero. E ora anche un altro
nemico. L’unico vero nemico degli uomini.
Non doveva cedere alla rassegnazione, ma concentrarsi sul
presente. Prese un foglio e affogò la penna nel calamaio.
Per prima cosa aveva bisogno di altre generatrici. Ne erano
rimaste solo due e avrebbero partorito a breve. Fino a ora
aveva fatto in modo che il loro “prelievo” fosse infrequente, in
modo da non alimentare inutili sospetti nelle genti delle valli.
Da pochi giorni, la situazione era completamente cambiata.
Forse non c’era neanche il tempo di ottenere nuovi ibridi, ma
doveva tentare.
Mise un punto al termine della frase e passò all’argomento
successivo: velocizzare le attività di ricerca. Visto che non
c’erano più fratture del Flusso, molte squadre erano tornate al
Monastero.
Sotto la punta della penna, si allargò una macchia
d’inchiostro. Costantino la lasciò ingrandire, indeciso. Era
giunto il momento di farle rientrare tutte e concentrarsi sulla
Frattura 26? E sulla 27?
Ogni singolo demone, demograth e adoratore presente in
quel momento su Onnar avrebbe festeggiato alla notizia. Con
la Legione sulla difensiva, chi li avrebbe ostacolati?
Costantino si sforzò di scegliere il male minore. Doveva
impiegare tutte le forze per sviluppare gli armamenti e
fortificare le difese. I suoi ingegneri avevano appena portato
decine di progetti per rendere impenetrabile il Monastero, il
problema maggiore era rappresentato dalla manodopera
specializzata e dalla difficoltà nel reperire alcuni materiali.
Chiuse il periodo con un altro punto e un mattone sul
cuore.
Prese una candela e fece gocciolare la cera rossa sul foglio,
poi aprì il cassetto e tirò fuori il suo sigillo, premendolo sulla
carta. Il profumo denso della cera calda gli diede una
sensazione di tranquillità che non provava da giorni.
Durò il tempo di posare di nuovo lo sguardo sulla borsa di
pelle. E sul dorso di quel piccolo volume che spuntava dalla
tasca esterna. Nei giorni precedenti lo aveva riempito di
segnalibri.
«Frattura Zero» mormorò. Quelle due parole ebbero il
potere di gettargli un fiume di lava nello stomaco. Si sforzò a
spostare gli occhi sulla la finestra. Il sole era un disco di
bronzo addormentato tra le nuvole. L’ora di pranzo era passata
da poco, ma non aveva alcuna voglia di mangiare.
Sbuffò contro sé stesso, come a convincersi di non aprire
di nuovo quel libro e di concedersi, invece, qualche ora di
riposo. Un vecchio mezzo morto di stanchezza, fosse o meno
il Gran Maestro, non sarebbe stato utile a nessuno.
Prenditi un’ora, Murion Santissimo. Sdraiati.
Ma l’unica cosa che prese fu proprio quel volumetto pieno
di segnalibri. Guardò il letto e decise di eliminare quella
rilassante distrazione andando in Biblioteca, sicuro di trovarla
deserto.
La raggiunse in pochi minuti e superò a passo spedito i
primi ambienti, scavati nella roccia e con soffitti a volta alti
quasi venti piedi. C’erano voluti diversi anni per completare il
lavoro, ma Costantino ringraziò fra sé e sé gli ingegneri e gli
operai che avevano prestato la propria opera per un bene
superiore. L’aria era fredda e asciutta, adatta a conservare
volumi che avevano sulle spalle centinaia di anni.
I blocchi di quarzo trattato, posti dopo ogni sezione
rettangolare di scaffali, emanavano una fioca luce gialla.
D’altronde, era meglio sforzare la vista che rischiare un
incendio usando le lampade a olio all’interno della biblioteca.
L’odore era inebriante, denso. Inchiostro e copertine di pelle
consunte.
Senza smettere di camminare, passò l’indice su uno
scaffale nella sala dei testi storici senza lasciare alcun segno.
Gerardo ha pulito bene.
Superò le Cronache di Onnar in sedici volumi, poste sul
terzo scaffale dell’ultima fila. Pensando al fatto che si trattava
di un semplice riassunto, si sorprese a ricordare che, nella
vecchia sede della Legione, aveva a disposizione anche la
versione completa, composta da un’ottantina di volumi scritti a
mano.
Una delle poche opere che il Gran Maestro aveva deciso di
non dare alle stampe. E adesso era perduta per sempre,
distrutta dai rothiani insieme a migliaia di altri documenti.
Uno scherzo del destino, soprattutto perché era stato proprio
un tecnico della Legione a costruire la prima stampa a caratteri
mobili.
Guardò tutti quei volumi, intere pile e scaffali di carta, e si
sentì sopraffatto. La storia e la scienza che avevano
accumulato in tanti secoli, grazie alle fatiche di maestri e
discepoli, non sarebbe bastata a salvare il mondo.
Alla fine, contano più l’acciaio e la brama di sangue che
una piuma d’oca e una candela. Lo studioso può indirizzare la
spada del soldato, renderla più affilata, ma all’inizio della
battaglia deve fare un passo indietro.
Scosse la testa e inspirò ancora, a pieni polmoni, le
sfumature d’inchiostro che saturavano l’aria e l’odore
inconfondibile del legno di noce.
A metà dell’archivio si aprivano due stanze laterali, chiuse
da porte rinforzate con serrature di ferro. Costantino si voltò
verso quella di destra e portò le mani al petto, dove
penzolavano le chiavi. La porta era socchiusa.
Il chiarore fluorescente del quarzo filtrava dalla fessura
come una lama d’oro.
Appoggiò il palmo della mano sinistra sulla porta e spinse
con delicatezza.
Oltre a lui, solo un’altra persona aveva le chiavi
dell’Archivio.
Al centro della stanza vide una figura china sui libri, i
gomiti poggiati sul piano scuro della scrivania.
Era proprio lui.
«Gerardo?»
Il ragazzo si voltò di scatto. Piccolo di statura, occhi
leggermente a mandorla e ciuffi di capelli castani che
incorniciavano il volto ovale. La cinta gli stringeva in vita una
tunica che era stata cucita, con ogni probabilità, per una
persona con addosso almeno trenta libbre di carne in più di lui.
«Santità» chiuse di botto il libro che stava leggendo e saltò
in piedi. «Mi perdoni, so che dovrei essere ai piani inferiori.»
«Ti ho già detto che puoi venire quando vuoi, hai le chiavi
della Biblioteca e dell’Archivio proprio per questo motivo»
Costantino entrò nella stanza. La pila di libri sulla scrivania
alle spalle di Gerardo era di almeno quindici volumi. «Ma non
devi saltare i tuoi turni di servizio.»
«Non pensavo fosse così tardi, le assicuro che non accadrà
più.»
«È accaduto altre volte. O sbaglio?»
Gerardo sollevò la testa dalle mani e si alzò. Fece un passo
verso Costantino guardandosi la punta dei piedi. «Santità, io…
preferirei passare meno tempo con quelle cose. Mi disgustano.
Mi disgusta quello che facciamo loro. E alle generatrici. Lei
pensa…» alzò lo sguardo. Occhi liquidi, ingranditi dalla
tensione. «Pensa che potrei essere spostato in pianta stabile
qui, in Biblioteca?»
Si rese subito conto che inculcare la disciplina in quel
diciannovenne sarebbe stato molto difficile. Lo guidava
un’ossessione per lo studio che alla Legione, a conti fatti,
poteva essere molto più utile del contatto diretto con quello
che accadeva più in basso. Si chiese distrattamente dove
sarebbe sbucato se ci fosse stato un elevatore, sotto di lui,
capace di scendere per trecento piedi in un istante. Nel
Redentorio? Nell’Ospedale?
«Preferirei» Costantino espirò più aria di quella che
potevano contenere i suoi polmoni e tirò dentro un flusso
caldo di pergamena e inchiostro. «Preferirei avere al mio
fianco tutti i priori fatti a pezzi nella Settimana di Sangue,
guidare un esercito di diecimila ibridi, poter distruggere con il
solo pensiero tutto quello che è uscito dalla Frattura 26… La
lista potrebbe andare avanti, e riempire per intero i Rotoli di
Murion e tutti i volumi di esegesi che li riguardano.»
E salvare Aurelio.
«Ciò che preferiamo, oppure le nostre aspirazioni
meramente personali» continuò. «Sono concetti che non
possono trovare posto nel Monastero.»
Avrebbe voluto chiarire meglio le sue parole con uno
schiaffo ben assestato sulle gote pallide del ragazzo. In quel
momento, però, non sarebbe stato di alcun aiuto. Gerardo, in
fondo, aveva ragione. Forse non riusciva a capire per quale
motivo fosse necessario passare del tempo a contatto con il
male e l’orrore, ma l’avrebbe compreso presto. Presto o tardi
tutti, alla fine, lo facevano.
«Certo Santità» tornò a guardarsi la punta dei piedi. «Vado
via subito.»
«No» Costantino posò la sua mano sulla spalla di Gerardo.
«Troverò una punizione adatta per te, ma ora mi servi qui. Ho
bisogno del tuo aiuto per una ricerca.»
Sul volto di Gerardo si allargò un sorriso. «Cosa devo
fare?»
Per un istante. Per un solo, impalpabile, istante, Costantino
fu tentato di non punirlo affatto. Ma anche la sua preferenza
personale doveva essere sacrificata sull’altare della Legione.
«Dobbiamo capire qual è stato il più lungo intervallo di tempo
senza Fratture segnalate dall’Astrodaimon.»
«In quale anno?»
Costantino si avvicinò alla bacheca in cui erano conservati
i volumi più antichi dell’Astrodaimon e batté un dito sul vetro.
«Tutti.»

Riuscì a reggere il passo di Gerardo per un centinaio di


pagine, prima di sentire una serie di dolori lancinanti alla
schiena. Avere un bel cuscino morbido sotto il sedere lo
aiutava, ma alla fine fu costretto ad alzarsi in piedi. Continuò
così, andando avanti e indietro per la stanza, assaporando quel
gradevole silenzio, rotto solo dal rumore delle pagine voltate,
ed evitando gli spifferi che arrivavano dal cuore della
montagna.
I racconti di quei volumi erano così vivi da prendere la
forma di immagini nella sua mente. Si trovò nell’anno 121
dalla Fondazione di Imadion, al fianco del Gran Maestro
Jargorio nella sua battaglia contro un demone chiamato
Mallmozon; nel 156, con lo stesso Gran Maestro, ora anziano,
a fronteggiare Agra e le sue quattro teste deformi. Quei due
demoni erano passati con una Frattura di livello 14, di classe
Barshar. Pensare che le Fratture 26 e 27 erano state di livello
100 lo faceva rabbrividire, anche perché era convinto che
quello fosse solo il livello massimo misurabile
dall’Astrodaimon, ma non quello reale.
Giunto ai registri dell’anno 986 dalla Fondazione di
Imadion, Costantino poggiò i gomiti sul tavolo e si massaggiò
le tempie. Negli ultimi dieci anni che aveva controllato, il più
lungo intervallo fra due fratture era stato di venti giorni. Lo
stesso era accaduto nei novecentosettantasei anni precedenti e
in quelli anteriori alla fondazione della capitale dell’Impero.
Dalla Frattura 27 ne erano passati cinquanta, di giorni.
Avrebbe dovuto sentirsi sollevato, in fondo voleva dire che
negli ultimi cinquanta giorni nessun demone aveva raggiunto
Onnar, e invece lo stomaco gli era salito fino al cuore,
opprimendogli il petto.
Vicino a lui, Gerardo sfogliava le pagine di altri registri, al
doppio della sua velocità e senza mostrare segni di stanchezza.
Scuoteva la testa a piccoli scatti e i capelli castani gli
oscillavano sulla fronte. Anche lui non aveva trovato nulla.
I libri in cui aveva sempre cercato, e trovato, delle risposte,
si stavano rivelando inutili. Conosceva già il responso, ma
chiese ugualmente.
«Ancora niente?»
«No, Santità» Gerardo continuò a scorrere la pagina con
l’indice prima di girarsi verso di lui. «Penso che non
troveremo nulla.»
La verità è che avrebbe voluto lì uno degli studiosi della
Legione. Negli ultimi due decenni si era impegnato a fondo
per sopperire alle sue mancanze come storico.
Ma era nato scienziato, e nulla avrebbe cambiato la vera
natura del suo essere. Anche nel corso delle giornate passate,
da giovanissimo, davanti ai cerchi dell’Astrodaimon, con la
stessa mansione del povero Epacretes, la sua mente preferiva
concentrarsi sul meccanismo sconosciuto che governava
quella macchina piuttosto che a sorprendersi per ogni nuovo
ingresso demoniaco nel mondo.
Gerardo aveva qualità enormi: una memoria prodigiosa,
grande resistenza alla fatica e una capacità fuori dal comune di
collegare tra loro gli eventi storici.
Ma era anche dannatamente giovane, e aveva migliaia di
volumi da studiare. Non era Prassilao. Quanti anni avrebbe
avuto ora? centodieci? Senza la sua profonda conoscenza della
storia della Legione, per Costantino sarebbe stato impossibile
ottenere i primi successi con le ibridazioni.
Quasi riusciva a vederlo trascinarsi per la vecchia
biblioteca, borbottando storie sul Mietitore, alla ricerca dei
volumi più antichi, come Lo Scavo del Pozzo o Dell’Origine
dell’Astrodaimon.
Il sapere superstite della Settimana di Sangue era lì.
Fragile come una foglia secca, come la Legione. Sarebbe
potuto sparire tutto, questa volta per sempre, se solo Dustennio
avesse pensato che qualcuno (e qualcosa) fosse sopravvissuto
al massacro.
Quell’idea lo scosse, anche se si trattava della sua migliore
compagna di viaggio da quasi venticinque anni, il miglior
sprone a investire tutte le sue energie nella ricerca tecnologica.
Secoli ad ammassare uomini e ricchezze non erano serviti
a rendere invincibile la Legione, ma solo a farla diventare un
qualcosa di visibile, un enorme bersaglio da colpire.
E l’Impero l’aveva fatto nel migliore dei modi. O nel
peggiore, guardando dall’altra prospettiva.
Gerardo non gli aveva tolto gli occhi di dosso per tutta la
durata della sua rimuginazione. Non sapeva neanche quanto
fosse durata, di preciso.
«A questo punto» disse Costantino. «Non ci resta che
aspettare il primo rapporto dalla Frattura 26, e magari anche
qualche notizia dalla squadra a caccia di Rogodh. E sperare di
avere qualche elemento in più per valutare gli avvenimenti
delle ultime settimane.»
Capitolo 16. Rylock
Rylock mandò giù un altro sorso.
Sentì il caffè bollente scendergli in gola e tuffarsi nello
stomaco.
Poggiò la tazza sul tavolo e lanciò un’occhiata alla grande
mappa.
«Vediamo…»
Passò una mano sul bordo usurato della pergamena. La
parte bassa era un’unica macchia, visto che quel coglione di
Hofen ci aveva versato sopra una coppa di vino rosso un paio
di giorni prima.
Seguì i confini di Descarion con l’indice e scosse la testa.
Quello a sud era troppo ampio e quello a ovest troppo
concavo. Doveva chiamare il cartografo perché li tracciasse di
nuovo con la giusta accuratezza.
E fare lo stesso ogni mese o, forse, visto il ritmo con cui
quei maledetti confini si modificavano, ogni settimana.
Dalla morte di Re Leherius, l’intero Ibunod era in
fermento, e lui stava impazzendo nel tentativo di tenere
aggiornata la posizione e la consistenza di tutte le forze in
campo.
Re senza corona, cercatori di fortune, generali ribelli,
bande di disperati, compagnie di mercenari, città che si
dichiaravano regni indipendenti. A nessuno sembravano
mancare le investiture di cavalieri, i giuramenti e i codici di
leggi di Leherius. Rimanevano solo le arene. L’anima violenta
dell’Ibunod aveva atteso in un angolo, come una bestia ferita,
e alla fine aveva fagocitato il barlume di civiltà creato dal
sovrano nel corso del suo regno. Sessantuno anni sul trono
cancellati in quanto, diciotto mesi?
Cazzo, erano tutti alla ricerca di un nuovo territorio da
conquistare, di carovane da depredare o di un villaggio da
mettere a ferro e fuoco. Prese un soldato in miniatura dipinto
di bianco e lo spostò da Fymoor a Deminster.
«La compagnia dei Candidi Bastardi dovrebbe essere
arrivata qui» mosse la miniatura verso Baystone. «O forse si è
spostata fino a qui?»
«Non so come siano messi i Candidi Bastardi,
comandante» La voce di Corwald tuonò alle sue spalle. «Ma tu
sei messo male. Parli da solo.»
Rylock si voltò. Corwald mollò la tenda e fece un passo
all’interno. Le lanterne illuminarono il suo volto spigoloso e la
lunga barba nera intrecciata sotto il mento.
«Hai già finito l’addestramento?» Rylock tornò a guardare
la mappa. «Pensavo li volessi far schiattare di fatica tutto il
giorno.»
Corwald si avvicinò.
«Per oggi basta.»
Era grosso come un orso, con il naso piatto e storto proprio
nel mezzo, come se gli avessero piantato in faccia l’alluce di
una vecchia. La piastra pettorale aveva una convessità lavorata
a scanalature nella parte bassa, ma conteneva a malapena il
suo ventre dilatato.
Corwald prese la miniatura dei Candidi Bastardi e la fece
ruotare tra le dita callose. «Nei giorni scorsi ha piovuto troppo;
nel campo di allenamento si affonda fino al polpaccio. Mi
sono rotto i coglioni di mandare uomini in infermeria con le
caviglie slogate.»
Poggiò la pedina più o meno all’altezza di Fymoor. E con
l’ampia manica a sbuffo, decorata da grandi linee gialle e nere,
ne fece cadere altre due.
«Non era lì» Rylock alzò la testa. Una ciocca di capelli gli
scivolò sulla fronte. «Mettila vicino a Baystone.»
«Cosa?» guardò Rylock e poi la miniatura. «Ah sì, certo
comandante.»
«Hofen e Garon dove sono?»
«Al campo di tiro. Hofen sta insegnando ai suoi novellini
carica e tiro con la balestra.»
«E Garon?»
Corwald sorrise. «È lì con suoi veterani a prenderli per il
culo.»
Nulla di nuovo, due dei problemi cui si andava incontro, a
lasciare una milizia mercenaria senza combattere per troppo
tempo, erano proprio le zuffe e gli allenamenti svogliati.
D’altronde, non poteva pensare di mettere i suoi uomini a
costruire strade e ponti come i rettangolari dell’Impero.
Non ancora, almeno.
«Andiamo da loro» Rylock prese il mantello e se lo gettò
sul farsetto d’arme nero. «Sono arrivate due proposte di cui
voglio parlarvi.»
E poi sono chiuso in questa baracca da ore. Ho bisogno di
aria.
«Sono buone?»
«Molto. Portale tu, sono in quella borsa di pelle marrone
sulla sedia.»
«Il messaggero che le ha portate» Corwald schioccò le
dita. «Come si chiama, Herrey? Dov’è finito?»
«Helrey» lo corresse Rylock. «Ha cavalcato per giorni. Ho
dato istruzioni di farlo rifocillare e portarlo nell’alloggio
vicino al mio per riposare un paio d’ore. Ci sono due dei
picchieri di Garon a piantonarlo, non voglio che se ne vada in
giro per il campo.»
Rylock uscì. I recenti temporali avevano ridotto male sia i
viali sterrati che la strada principale. I suoi non erano bravi
con la manutenzione, ma stavano migliorando. Solo pochi anni
prima, al posto del campo della Rosa Nera c’era una pista per
la giostra, voluta da Re Leherius, e una bella tribuna di legno a
sei gradini. Proprio lì, dove i nobili dell’Ibunod si sfidavano
per la gloria, ora c’erano mercenari che della gloria non
sapevano che farsene. Tribune e recinti della giostra si erano
rivelati ottimi per ricavare parte del legno necessario alla
palizzata. E tanti saluti agli scontri epici cantati a corte dai
bardi.
Ficcò una mano nella saccoccia, sfiorando con la punta
delle dita il bordo di una moneta d’argento. Sapere di avere
ancora i soldi necessari a pagare i suoi soldati lo
tranquillizzava, anche se aveva maturato l’intima convinzione
che, forse, qualcuno di loro lo avrebbe seguito comunque, a
prescindere dalla paga.
Il sole era pallido e faceva capolino solo di rado dalla
coltre di nubi grigie, ma non gli dispiaceva sentire i suoi raggi
fiochi sulla pelle.
«Comandante, aspetta» disse Corwald, che arrancava nel
fango alle sue spalle. «Ero passato da te perché sono tornati gli
esploratori dalla pianura.»
«Ti ascolto.»
«Hanno detto che Wrand sta smontando il forte
provvisorio» si passò una mano sul cranio. A parte due ciuffi
neri sopra le orecchie, i capelli lo avevano abbandonato da
tempo. Dopo essersi toccato la testa, fece scivolare le dita
anche sulla barba. «Qualcuno deve averlo assoldato.»
«Mi servono notizie più precise» Rylock passò oltre un
soldato sulla ventina con una cervelliera sotto il braccio e una
grossa balestra a martinello in spalla. «La prossima volta
ordina agli esploratori di tornare con la destinazione della
Banda Infame, perché dove era lo sapevamo già.»
«Li spedisco fuori domani all’alba.»
«Va bene» Rylock si fermò pochi passi dopo le ultime
baracche di legno, appena prima dello spazio destinato alle
tende dei soldati. «Se vogliamo scegliere bene, dobbiamo
conoscere alla perfezione i movimenti di tutte le altre
compagnie mercenarie.»
Corwald annuì.
«Dobbiamo pianificare. Non possiamo gettarci nella
mischia senza sapere chi abbiamo intorno.»
«La Rosa Nera non deve temere nessuno, compresa la
Banda Infame di Wrand» sottolineò l’ufficiale.
«C’è sempre qualcuno da temere» Rylock scosse la testa.
«Il giorno che smetti di tenere alta la guardia, è quello in cui ti
affondano una lama nella schiena.»
«Non possiamo stare a guardare per troppo tempo»
Corwald si avvicinò e abbassò la voce. «Bisogna agire. E in
fretta. Altrimenti saranno gli altri a sfruttare questa
situazione.»
Corwald non aveva tutti i torti. La morte di Re Leherius
aveva mandato in frantumi le istituzioni del regno. I governi
cittadini non versavano più un solo denaro nelle casse della
capitale, i feudatari si erano rintanati dietro le mura di pietra
dei loro castelli e avevano tagliato i rifornimenti di viveri alle
città. Rylock stesso aveva visto gruppi di cittadini denutriti e
ammalati riversarsi nel contado o cercare rifugio nei boschi.
«Non rimarremo con le mani in mano ancora per molto»
Rylock indicò la borsa di pelle con gli angoli consunti portata
in spalla da Corwald e riprese a muoversi verso il campo di
addestramento.
«Non puoi darmi un’anticipazione, comandante?»
«Dai muoviti, siamo quasi arrivati.»
Fra le ultime tende e la palizzata c’erano una ventina di
passi liberi che portavano alla porta sud.
Dall’altro lato arrivavano urla di dolore e grida di
incitamento.
Aveva sbraitato contro i suoi per un paio di mesi prima di
convincerli a trasformare una palizzata di tronchi d’abete in
qualcosa di più simile a una vera fortificazione, di quelle che i
rettangolari tirano su in pochi giorni lavorando come un
maledetto formicaio perfettamente coordinato.
Ora tutti, o quasi, ammettevano che ne era valsa la pena.
Anche se le altre bande non erano abbastanza vicine, avere a
disposizione una doppia palizzata, un camminatoio e quattro
torri di guardia in legno permetteva all’intera Rosa Nera di
poter dormire sogni (relativamente) tranquilli.
Rylock guardò i due soldati di guardia e quelli scattarono
sull’attenti. Indossavano corazze a tre quarti e pantaloni
aderenti rossi, gli spadoni in spalla come fossero picche. Poco
più in là, un sacerdote muriano stava benedicendo un gruppo
di soldati. Il suo volto, forse per il naso mozzato e le cicatrici
su tutta la guancia destra, assomigliava più a quello di un
mercenario veterano che di un mite uomo di religione.
Comunque tutti, nella Rosa Nera, dovevano essere pronti a
combattere.
Appena fuori dalla palizzata, alla sinistra di Rylock, si
apriva un ampio spiazzo per gli allenamenti. Era delimitato da
grossi tronchi d’albero, che venivano usati come gli spalti di
un anfiteatro.
Un paio di tribunette in legno, scurite dalle piogge
torrenziali, sorgevano sul lato ovest e quello est.
All’interno del perimetro i soldati annaspavano nel fango,
mentre quelli sugli spalti si facevano grasse risate.
A Re Leherius non sarebbe piaciuto vedere la sua giostra
ridotta così. Decisamente no.
Il campo di tiro, alla sua destra, era vuoto.
«Non avevi detto che Hofen stava allenando i suoi?»
«Sì, era qui quando sono venuto via» Corwald si passò una
mano sul cranio, poi guardò alle spalle di Rylock. «Ma tu
guarda. Ora sia i balestrieri di Hofen che i fanti di Garon
sguazzano nel fango.»
«Comandante!» urlò qualcuno. Era Hofen, che saltava tra
le pozzanghere verso di loro, cercando di evitare quelle più
profonde. Era un uomo fin troppo corpulento, e a ogni passo
gli schizzi di fango gli arrivavano alla cinta di cuoio.
«Comandante» ripeté. Poi gli poggiò una mano sulla
spalla, usandolo quasi come sostegno per riprendere fiato.
Rylock alzò gli occhi al cielo.
«Dimmi.»
«Ci sono novità sulle proposte d’ingaggio che hanno
portato quei tizi nei giorni scorsi?»
Un raggio di sole squarciò un cumulo nero sopra
l’accampamento. «Sì, sono venuto qui per ragguagliarvi.»
Rylock si riparò l’unico occhio rimastogli. «Ma vedo che tu e
Garon siete alle prese con un’altra sfida.»
«Niente di particolare» Hofen scrollò le spalle sotto la
brigantina verde scuro. Il viso tondo e il pizzetto erano
incrostati di lerciume. «Mi ha costretto. Diceva che nel corpo a
corpo i suoi picchieri, amanti dei grossi cazzi nel culo, sono
più forti dei miei balestrieri.»
«E quindi non hai potuto esimerti dal sfidarlo?»
«Non so cosa sia “esimerti”, ma sì, l’ho sfidato.»
«Idiota» Corwald irruppe come una furia e piazzò una
manata sul cappello di ferro di Hofen. «Domani ci sono le
prove per le manovre di aggiramento dell’istrice. Se oggi fai
lottare mezzo contingente rischiamo di fare la simulazione con
un branco di soldati zoppicanti.»
«Figlio di puttana» Hofen si fece sotto a muso duro.
Corwald gli dava dieci pollici d’altezza, ma Hofen non era tipo
da tirarsi indietro. Un paio di anni prima, aveva letteralmente
sfasciato la sua costosa balestra a martinello sulle teste di due
paesani ubriachi. Della balestra era rimasto poco, forse solo il
meccanismo di carica, di quei disgraziati ancora meno.
Era meglio farli smettere subito, specie ora che aveva
buone notizie da dare loro.
«Ha ragione Corwald» Rylock si mise fra i due. «Ma non
voglio più vedere queste stronzate tra i miei uomini.»
I cenni di assenso dei due non lo convinsero troppo, ma
aveva altro a cui pensare.
«Raggiungiamo Garon sulle tribune» Rylock superò un
piccolo avvallamento in cui scorreva un rivolo di acqua
torbida e schiuma bianca. «E occupiamoci delle cose
importanti.»
A lottare erano rimasti venti o trenta uomini in tutto.
Grazie al Cielo.
Appollaiato sulla balaustra che dava sul campo, Garon
batteva le mani. «Ammazzateli porca troia! Così dai!»
Poi il suo sguardo incrociò quello di Rylock.
Garon sgranò gli occhi e passò dalle incitazioni a un
«Smettetela subito!» aggiungendo anche un plateale cenno di
dissenso, come a dire: “io non c’entro nulla”.
Rylock si portò le dita alla bocca e lasciò partire un fischio.
Hofen scostò la testa di scatto, portandosi la sinistra
all’orecchio.
«Basta!» urlò Rylock.
I soldati si voltarono verso di lui. A volte gli sembravano
un branco di adolescenti ritardati. Non si capacitava di come
potessero essere così stupidi.
Alcuni erano completamente coperti di fango. Rylock
riusciva a distinguere solo il bianco degli occhi e i sorrisi
sdentati.
Almeno hanno avuto la decenza di lasciare armi e
armature sugli spalti.
«Avete sentito il comandante?» Garon si sporse dalla
tribuna piegato a novanta gradi. «Ritornate all’accampamento
e portate via la vostra roba!»
I soldati iniziarono a raccogliere le armi e ad aiutare i
compagni feriti a rimettersi in piedi. Una fila di armature
opache e brigantine macchiate sfilò lentamente accanto al
gruppo degli ufficiali. Alcuni, passando accanto a Rylock,
mormorarono parole di scusa prima di prendere la via per la
porta meridionale.
Capitolo 17. Rylock
Le scalette per raggiungere la tribuna pendevano sul lato
sinistro, le assi deformate dall’acqua. Rylock salì i primi
gradini e vide spuntare il capo di Garon. Ciocche di capelli
neri, densi come la criniera di un cavallo, erano incollati alla
fronte.
«Allora» il sorriso dell’ufficiale dei picchieri andava da un
orecchio all’altro. «Immagino che ci stanno buone notizie.
Stamattina il cavallo di quel messaggero sembrava che
c’aveva il pepe nel culo.»
Hofen si sistemò accanto a lui. In due arrivavano almeno a
quattrocentocinquanta libbre. Le assi si piegarono. Corwald
iniziò a passeggiare avanti e indietro sulla pedana.
«Sarei tentato di non dirti nulla» Rylock rimase nei pressi
delle scalette. «Tu e Hofen dovete imparare che bisogna
guidare gli uomini anche fuori del campo di battaglia.»
«Comandante, cercavamo solo di farli sfogare un po’»
Garon allargò le braccia. Aveva un’apertura più ampia di
quella degli scimmioni grigi del Dershar. La faccia invece era
uguale. Occhi piccoli e scuri, sopracciglia che spuntavano
dalla fronte come capitelli e la mascella simile a un cassetto
aperto.
«Questi non combattono da nove mesi e ormai hanno pure
consumato le puttane nei bordelli del villaggio. Tra poco
iniziano a succhiarselo tutti i giorni tra di loro. Io te lo dico,
eh»
«Lasciamo perdere» Rylock gli andò incontro e si mise a
sedere sull’ultimo gradino di legno dello spalto. «Se domani
mi farete vedere un’esercitazione convincente, non tornerò
sull’argomento.»
«Non rimarrai deluso, comandante.»
«Sarà meglio» Rylock fece cenno a Corwald di mettersi a
sedere vicino a lui. «Dammi la borsa.»
Rylock se la poggiò sulle calzebrache nere. Le pieghe e gli
sbuffi dei calzoni corti aderirono alla pelle.
«Abbiamo ricevuto due proposte. E sono una meglio
dell’altra.»
Rovistò l’interno della borsa e tirò fuori una pergamena
arrotolata.
«Va bene, ci siamo. Questa è la prima» la srotolò davanti
agli sguardi avidi degli altri tre.
«La invia il generale Grotherc.»
«È ancora vivo?» Hofen si tolse il cappello di ferro. «Buon
per lui.»
«Cazzo, era già vecchio quando abbiamo fondato la Rosa
Nera» aggiunse Corwald.
«Ha settantasei anni» disse Rylock. «E più soldi di quanti
se ne possano desiderare. È lui a gestire quel che è rimasto del
patrimonio di Re Leherius.»
«Ha fregato i soldi di Leherius? E il figlio del re non gli ha
detto nulla?»
Rylock sospirò. «Troppo giovane e amante dell’uccello. Si
è rinchiuso a Stamoron con i suoi seguaci. Il generale Grotherc
punterà lì o su Angbrook. È un muriano molto devoto, oltre
che un ottimo generale, e per prima cosa vorrà mettere fine
alle persecuzioni contro i muriani in entrambe le città. La sua,
però, non è l’offerta migliore.»
«Per quello che vale, l’idea di combattere contro le sue
truppe non mi piace per niente. Molti di loro sono veterani
della fanteria di Re Leherius» disse Corwald. «Però mi piace
ancora di meno l’idea di iniziare un assedio.»
Rylock assentì, al servizio di Grotherc sarebbero finiti
senza alcun dubbio sotto le mura di Angbrook.
«Grotherc offre uno stipendio mensile di settemila solidi
d’oro» Rylock ripose la pergamena nella borsa. «Sono duemila
in più dell’ultimo ingaggio.»
«Ah!» Corwald batté le mani. «Pensavo a cinquemila,
massimo cinquemilacinquecento… È una grande offerta.»
Hofen poggiò il piede sul gradino, vicino a Rylock.
«Cazzo se è buona.»
«L’altra offerta di chi è?» Garon cercò di scollarsi i capelli
lunghi dalla fronte. «Perché dicono che quel frocio del figlio di
Leherius vuole un esercito pure lui. Con quello ci andrei solo
per un milione di pezzi d’oro. Non uno di meno. Spero che il
generale Grotherc gli tira fuori gli intestini e li dà in pasto ai
porci.»
«Mica gli vuoi bene a quei porci» Hofen scoppiò a ridere.
«Jont avrà le budella ridotte a un colabrodo. I cazzi che…»
«Zitti, dannazione. È una fissazione, la vostra. Non mi
interessa sapere quanti cazzi si è preso Jont. Provate a
rimanere concentrati» Rylock scosse la testa. «Allora, la
seconda offerta arriva proprio da Angbrook. Ed è superiore a
quelle di Grotherc.»
Rylock srotolò la pergamena.
Garon e Hofen rimasero immobili. Corwald si avvicinò.
«Leggo io per queste due bestie» si voltò verso i due
commilitoni. «Dovreste imparare, non è tanto difficile.
Possono riuscirci anche degli idioti come voi.»
«A che cazzo mi serve» Hofen inarcò un sopracciglio.
«Già» lo sostenne Garon. «Ai nemici mica dobbiamo
leggergli le poesie.»
«…Il Consiglio, con voto unanime, chiede alla Compagnia
della Rosa Nera di mettersi al servizio della città per un anno.
In compenso, offre vitto e alloggio a tutti i soldati per l’intero
periodo e un salario di diecimila solidi d’oro, che depositerà
nelle mani del comandante Rylock l’ultimo di ogni mese… bla
bla bla… Il Consiglio informa che la Compagnia potrà
disporre liberamente dei quartieri già destinati alle milizie di
Re Leherius, situati nella cittadella e dotati di stalle, cucine,
sale d’armi, fucine… bla bla bla… Scaduto l’anno di servizio,
il Consiglio permetterà ai soldati della Rosa Nera di prendere
possesso di Forte Strag, e tenerlo in perpetuo come propria
base operativa, sperando che possa essere l’inizio di
un’alleanza vantaggiosa per entrambe le parti…»
Garon e Hofen pronunciarono una solo parola. La stessa,
all’unisono. «Angbrook.»
«Vedo che per una volta siete d’accordo» sbuffò Corwald.
«Non siate precipitosi. Secondo me ci sono due punti di
attenzione» Rylock prese l’indice della mano sinistra con la
destra. «Il primo è meramente economico. Angbrook ci offre
più soldi» poi prese anche il medio. «Ma Angbrook è una città
ricca in tutti i sensi; non solo di soldi, ma anche di problemi.
Negli ultimi anni la maggioranza muriana si è ridotta a una
minoranza scomoda. E questo rappresenta un’incognita,
perché intorno ci sono diverse città muriane. Città forti, con
buone milizie cittadine e molte compagnie mercenarie pronte a
offrire i loro servizi. Se ci piazziamo al centro delle ostilità,
con gli uomini di Grotherc alle porte, rischiamo di portare la
Rosa Nera dritta verso l’annientamento. E a quel punto con i
soldi potremo pagarci al massimo un bel funerale.»
Anche Corwald, ora, sembrava indeciso.
Rylock si trovava a decidere della vita e delle fortune di
migliaia di uomini, il pane quotidiano di un comandante
mercenario. Abbassò l’occhio verso sinistra e girò la mano. Si
passò il pollice sui calli. Un tempo non ne aveva. Un tempo
c’era qualcuno che gli massaggiava le mani e i piedi dopo il
bagno. E l’unica decisione che doveva prendere era fra
l’unguento ai petali di rosa e l’olio di cocco.
Un silenzio di riflessione, un qualcosa di molto raro in un
accampamento di mercenari, era caduto sul gruppo. Rylock
prese la pergamena dalle mani di Corwald, facendo attenzione
a non rovinarla, e continuò a leggere il contenuto della
missiva, enfatizzando i passaggi più salienti con il tono della
voce.
Mentre ascoltava incredulo, Garon si stropicciava i piccoli
occhi infossati e, quando Rylock ebbe concluso, si rivolse agli
altri.
«Un intero forte. Un mare di soldi.»
«Ci pensate? Strade di ciottoli, pane tutte le mattine, pareti
di pietra» Hofen conteneva a stento l’entusiasmo. «Finalmente
non passeremo più la notte a congelarci il culo in quelle
brande umide. E tutti quei soldi… Dobbiamo accettare.»
«Certo» intervenne Garon. «Che si fotta anche il buon
Grotherc. Mi avrebbe fatto piacere aiutarlo, ma a queste
condizioni anche il cadavere di sua madre si alza in piedi e va
a prendere cazzi ad Angbrook.»
«Immaginavo sareste stati d’accordo» disse Rylock. «Io
stesso, dopo una prima lettura, non avevo dubbi.»
Fece una pausa, andando a cercare con l’indice la lunga
cicatrice che, tagliando l’occhio destro, univa il sopracciglio
alla parte bassa dello zigomo come un ponte di marmo
diroccato.
Prima di ogni temporale, l’orbita vuota gli lanciava fitte di
ferro che gli rimbalzavano nella scatola cranica. In quel
periodo, quindi, soffriva di frequente.
«Alla fine, si tratta di piazzarci sulle mura e aspettare
Grotherc. Si può fare, no?» disse Hofen.
«Già. Questi coglioni ci vogliono pagare per stare fermi ad
aspettare un assedio che alla fine magari non lo fanno. E poi ci
danno pure Forte Strag» aggiunse Garon.
«Avete ragione entrambi» Rylock puntò il suo unico
occhio grigio su ciascuno dei suoi ufficiali. «Angbrook però
sembra pronta a fare il passo più lungo della gamba. Quel
compenso è quasi assurdo. È come dare una libbra d’oro per
riceverne in cambio una di rame. Questo mi preoccupa, perché
abbiamo a che fare con delle persone acute, avvezze alla
trattativa. Adesso invece hanno solo inviato un messaggero cui
possiamo dire sì o no. Devono essere disperati, oppure hanno
in mente qualcos’altro.»
Un sole sempre più pallido e arrossato, velato da pesanti
drappi di nubi grigie, fece cadere i suoi raggi tenui sul gruppo
di ufficiali.
«Vedete, mi sembra strano che Angbrook, per quanto ricca,
sia disposta a pagare un prezzo così alto. Con la metà di una
somma del genere potrebbe convincere qualunque esercito a
desistere dall’assedio. Ciononostante avete sentito, il
Consiglio è disposto a rinunciare non solo ai soldi, ma anche a
un possedimento strategico come il Forte» scosse la testa. Era
il comandante proprio per questa ragione: amava il tintinnio
delle monete come gli altri, ma non si lasciava offuscare la
mente. Sapeva valutare ciò che era meglio per la Rosa Nera.
«E poi quale città si metterebbe volontariamente una banda di
mercenari come vicini di casa. Non lo so…»
«Noi però il castello mica lo vogliamo usare per
conquistare altre terre» rispose Hofen.
«Questo però il Consiglio di Angbrook non può saperlo. E
ha comunque votato all’unanimità, è scritto chiaramente qui»
disse Rylock indicando la lettera. «Fossi stato in loro, non
avrei mai - mai - concesso il Forte.»
«Beh» si inserì Corwald. «Sapevano che con il Forte ci
avrebbero convinti di sicuro. Sarei pronto a partire domani.
Anche perché non vorrei arrivare ad Angbrook e trovare
un’altra compagnia sugli spalti del castello.»
«Ho forse detto che non dobbiamo accettare?» espirò
rumorosamente. «No. Ma ogni cosa va valutata con attenzione.
Voglio mettermi nei panni dei politici della città e capire il
perché di questa mossa.»
«Hai paura che ci fanno un agguato?» disse Garon.
«Non so dirlo con precisione. L’istinto mi dice di non
fidarmi troppo, mentre il cervello… Beh… quello è già in una
vasca di marmo piena d’acqua calda nei quartieri militari della
città» rispose Rylock. «L’unica cosa certa è che abbiamo
pochissimo tempo per comunicare la nostra decisione. Il
messaggero ha detto che ripartirà dopodomani all’alba.»
«Io dico che andare ad Angbrook ci conviene» Garon
raschiò una crosta di fango dalla piastra pettorale con l’unghia
del pollice. «Ora voglio solo togliermi quest’armatura di
dosso.»
«Concordo con lo scimmione» sorrise Hofen.
Corwald non disse nulla, ma fece un ampio cenno
d’assenso.
Si avviarono insieme verso la porta sud poco dopo. A metà
strada, Rylock lasciò andare avanti i suoi ufficiali. Rimase lì, a
pochi passi dal campo d’addestramento, a osservare la lenta
oscillazione dei pioppi affacciati sul torrente che li riforniva
d’acqua.
La strana sensazione non lo aveva ancora abbandonato, ma
non aveva intenzione di deludere i suoi uomini senza poter
spiegare, e farlo al di là di ogni ragionevole dubbio, la ragione
per cui aveva deciso di rinunciare a un bottino del genere. Non
lo aveva mai fatto, e non voleva iniziare proprio ora.
Angbrook poteva davvero rappresentare una svolta
definitiva nella vita della Rosa Nera.
Ma come le gocce, piano piano, possono scavare un solco
nella roccia, allo stesso modo sentiva le concatenazioni
logiche del suo pensiero che cercavano di spingere indietro il
suo istinto, esiliandolo negli abissi più profondi del suo cuore.
Eppure, un piccolo spillo continuava a torturarlo alla base del
cranio, suggerendogli di non essere precipitoso.
Pensava anche, ma non lo avrebbe ammesso davanti a
Corwald e agli altri, che Angbrook, temendo di ricevere una
risposta negativa, si fosse già attivata per trovare un’altra
compagnia.
Rylock guardò ancora la lettera. La lesse di nuovo.
E pensò che il generale Grotherc sarebbe diventato presto
un nemico: l’offerta di Angbrook era irrinunciabile, ai limiti
della follia.
Riprese a camminare verso la porta sud. L’unica delle
quattro ad avere ancora tutto il viale d’uscita sgombro da
baracche sbilenche con insegne di taverne e bordelli, che si
riconoscevano per un boccale di birra o un paio di tette
stilizzate dipinte alla bene e meglio su una trave di legno. Ci
avevano messo pochissimo a spuntare intorno al campo, un
po’ come funghi dopo la pioggia, per soddisfare un numero
così grande di soldati. In modo del tutto naturale, si era
formato un piccolo villaggio. I militari facevano sentire sicura
la gente, e questa si adoperava per fornire tutti i servizi
necessari a rendere più gradevole la loro permanenza lì.
Rylock sapeva che, mancando un governo centrale,
avrebbe potuto edificare una vera città. Dai villaggi vicini
sarebbero accorse centinaia di persone ad abitarlo e lui ne
avrebbe mantenuto il controllo con le sue milizie mercenarie.
Prima della morte di Leherius un’idea del genere sarebbe stata
inattuabile, adesso, invece, affiorava con una certa frequenza
nei suoi pensieri.
Un giorno… chissà.
Capitolo 18. Lucio
Ombre mostruose, metallo sulla carne e urla. Il caos era
esploso all’improvviso, senza che le guardie fossero riuscite a
dare l’allarme. Uscì dalla tenda oscillando come un ubriaco.
Chi diavolo era il nemico? Come aveva fatto a penetrare
nel forte? Le sagome dei mostri si confondevano con quelle
dei soldati. Il sangue scorreva a fiumi. Un rettangolare si
trascinava pancia a terra, un braccio proteso verso di lui, le
budella srotolate come funi viscide sul ponte di una barca.
Lucio non riusciva a reagire. Rimase a guardare
quell’orgia di violenza finché il contorno deforme di uno dei
nemici non divenne più nitido. Inclinò la testa e strinse gli
occhi.
Un vecchio.
Gli veniva incontro con la bocca spalancata, due rivoli di
bava gli scendevano lungo i solchi del viso e gocciolavano sul
petto.
Al posto degli avambracci, due falci grinzose di mantide
religiosa con stracci di pelle umana inchiodati sopra. Lucio
fece un passo indietro e prese fiato.
Si ricordava di essere uscito dalla tenda a mani vuote,
mentre ora aveva la sua azza stretta nei palmi. L’alzò sopra la
spalla destra e si sbilanciò.
L’arma sembrava pesare venti libbre invece di quattro. No,
non poteva usarla. La lasciò cadere con un gemito e strinse i
pugni davanti a sé. Si piegò sulle ginocchia con il cuore in
gola e attese.
Il vecchio gettò il capo all’indietro. Le sue costole
bucarono il petto e si aprirono come ventagli d’ossa lacerando
le carni. Dalla voragine nel petto uscì un fascio di tentacoli
viola.
Lucio era paralizzato. Con le braccia lungo i fianchi,
osservò le schifose appendici tastare l’aria verso di lui. Erano
punteggiate da strane macchie bianche. Sassi? I tentacoli si
avvicinarono.
No, denti. Umani. Incisivi, molari e tanti canini. Li
ricoprivano completamente.
I tentacoli saettarono in avanti.
Si svegliò di soprassalto.

Tornando alla realtà constatò, con una certa amarezza, che


non era stato il peggior incubo degli ultimi giorni.
Il sole era già alto e i suoi raggi, passando per la piccola
finestra quadrata che si apriva fra i mattoni, gli scaldavano le
tibie. Le lenzuola erano ammucchiate in fondo al letto, ma non
sentiva freddo come nelle mattine precedenti.
Assieme alla febbre, anche i dolori ossei, specie quelli al
piede, erano quasi del tutto spariti. L’aloise stava funzionando
molto bene. Anche se gli lasciavano un retrogusto amaro e
metallico, quelle gocce si erano rivelate una vera e propria
benedizione.
Allungò il braccio verso il comodino di legno e prese la
brocca d’acqua. Lasciò perdere il bicchiere lì accanto e bevve
direttamente dal beccuccio. Si passò il dorso della mano sulla
bocca e affondò la testa nel cuscino. L’infermeria dei
rettangolari era molto più accogliente dei quella dei corazzati,
anche perché disponeva di alcune stanze singole, come quella
in cui si trovava ora, oltre alle camerate. Niente di lussuoso,
solo un letto, un comodino e un tavolino, ma, se lo avevano
messo lì, voleva dire che qualcuno teneva davvero molto alla
sua pelle. Probabilmente Gneo Aurelio.
Per la prima volta da quando era tornato a Miniarum, la
nube densa che opprimeva la sua mente, rendendogli
impossibile ricordare a fondo, si era dissipata. Forse lo aveva
fatto prigioniero, ma era stata una prigionia dolce, perché
aveva tenuto a bada l’orrore che ora soffiava su di lui come
vento del nord.
Il suo primo pensiero lucido fu sgradevole.
Aratan. Tutti morti.
Quelle cose, i mostri, erano sbucati dal nulla. L’inferno.
Un brivido di nausea innaturale. Fermò tre conati in gola nel
giro di venti secondi. Respirò a fondo.
Tutti morti, dal primo all’ultimo.
Con alcuni di loro aveva combattuto, scherzato e condiviso
ogni cosa per quasi dieci anni. Ora vedeva i loro volti
squarciati, lacrime di disperazione ingurgitate da fiumi di
sangue, mani tese verso di lui e poi strappate via, suppliche
agli Dei mentre le loro braccia finivano in bocche immonde.
Erano spariti per sempre.
Si mise le mani sulla faccia. Gli aculei della barba
grattarono sui palmi.
Zodd e Marrenio si erano salvati. Si trovavano a
Miniarum?
Ricordava di aver cavalcato a lungo al loro fianco,
divorato dalla febbre.
Zodd era messo peggio di lui, mentre di Marrenio
ricordava solo la bocca sigillata e lo sguardo fisso
sull’orizzonte.
Doveva uscire da quella stanza.
Allungò il piede sinistro verso il pavimento. Poggiò il
tallone, poi la punta.
«Cazzo.»
Cadde in terra, rovesciando il pitale al lato del letto.
Mentre la tunica si imbeveva di piscio, Lucio guardò il suo
piede.
Con gli occhi sbarrati.
Metà piede.
Mancavano tutte le dita e un pollice buono di carne e ossa.
Si rimangiò il pensiero di poco prima. Era il peggior incubo da
quando era lì. E non poteva uscirne.
«Il mio piede!»
La benda che gli fasciava il moncherino era intrisa di
sangue secco. Se la febbre era passata, c’erano buone
possibilità che anche l’infezione avesse fatto lo stesso.
Ora ricordava: uno dei mostri l’aveva morso. Cos’era?
Sembrava un serpente, ma si muoveva su due file di lingue
umane che spuntavano ai lati del corpo. Lo aveva impalato con
la spada subito dopo, ma il danno era fatto.
Tastò la punta di ciò che rimaneva del suo piede. Non gli
faceva molto male.
Il Macellaio entrò in quel momento. Rimase fermo sulla
porta con le braccia conserte. Lucio immaginò che trovare il
proprio paziente in terra, con grosse macchie di piscio che gli
si allargavano sulla tunica, non fosse il massimo per un
medico, neanche per uno come il Macellaio.
Entrò nella stanza.
«Rimettiti a letto, tenente.»
Una tempesta di pensieri si era appena scatenata nella sua
mente.
Sua moglie e i suoi figli stavano bene? I mostri stavano
avanzando verso il confine?
Lucio però fece solo una cosa: puntò l’indice verso il
basso.
«Mi hai tagliato il piede.»
«Beh» il Macellaio si grattò la nuca rasata. «Avevi una
grave infezione. Il mio collega voleva disarticolarti la caviglia;
sono stato io a decidere di limitarci all’avampiede.»
Lucio si issò sul letto e si sfilò la tunica sporca.
«Tornerò a camminare?»
«Come prima? No.»
Un altro brivido lungo la schiena. Per avere un
appezzamento di terra e i denari del congedo, gli mancavano
ancora nove anni di servizio.
«Ma sono in grado di costruire delle buone protesi.»
«Abbastanza buone da permettermi di combattere?»
Il Macellaio non rispose.
«Mi daranno il congedo anticipato?»
«Dovresti fare questa domanda ai tuoi superiori. Io non
sono in grado di risponderti.»
Notizie di merda. Una dopo l’altra. Lucio aveva quasi
timore a chiedere della sua famiglia.
«Mia moglie e mio figlio» si prese la testa fra le mani e
poggiò i gomiti sulle ginocchia. «Sanno che sono qui?».
«Tua moglie ha portato Licinio per i primi due giorni,
quando eri ancora incosciente. Le ho detto che l’avrei mandata
a chiamare non appena ti fossi ripreso.»
Almeno loro stanno bene. Per quanto tempo ancora?
Mi ha tagliato un piede, non ho più un piede.
Era difficile ragionare con quel pensiero che gli trapanava
il cervello.
Lucio si mise le mani in testa. La ruotò verso il Macellaio.
«Hanno già mandato un’altra spedizione?»
Il medico aggrottò le sopracciglia.
«Intendo ad Aratan, a distruggere quei mostri.»
«Hanno ascoltato il capitano Zodd solo pochi giorni fa, ma
non hanno ancora deciso il da farsi.»
Al posto loro, Lucio avrebbe deciso molto in fretta:
mobilitazione generale dell’Armata Orientale su Aratan.
Bisognava annientarli. E in fretta. O forse no. Meglio
difendere la Linea Fortificata, non potevano essere sicuri che
quello fosse l’unico gruppo di creature.
Il Macellaio si mise a sedere sul letto di fronte al suo e si
prese le mani l’una nell’altra. Erano rovinate, piene di tagli e
con la pelle dei palmi abrasa. I suoi avambracci erano fasci di
nervi sovrapposti, avvolti da una pelle sottile come la guaina
di una salsiccia.
«Tu li hai visti?»
«Li ho visti» Lucio tornò a guardare il soffitto. «E spero di
non doverlo fare di nuovo.»
«Puoi descriverli?»
«È difficile.»
Le dita del piede ferito si mossero solo nella sua testa.
«Il capitano Zodd dice che hanno qualcosa di umano. Mi
pare li abbia definiti miscuglio merdoso di pezzi umani, insetti
e altra merda.»
Richiamò alla mente alcune immagini di Aratan. E trovò
quella definizione abbastanza calzante.
«Non assomigliano a nulla che io abbia mai visto.»
Cercò di ricordare con precisione qualcuno dei mostri, ma,
a parte il millepiedi che gli era costato un piede, arrivavano
solo immagini di insetti coperti di volti stracciati, arti di
tarantola grandi come travi, chele di aragosta fatte di ossa,
grappoli d’occhi umani e d’insetto. Anche le dimensioni
variavano molto. Ebbe la fugace visione di un essere che
avrebbe riempito l’infermeria con metà del suo corpo e
sfondato il tetto alzando la testa.
«Spero che riescano a catturarne uno vivo» il Macellaio si
sfregò le mani e tirò fuori un bisturi dalla cintura di cuoio.
«Inizierei valutando la sua soglia del dolore e poi lo aprirei.»
Il bisturi tracciò una linea verticale in aria. «Poi lo farei a
pezzi. Lentamente. E lo studierei pezzo per pezzo.»
«Murion cane, ti sei davvero meritato il soprannome di
Macellaio.»
Avrebbe anche aggiunto una risata, se solo il pensiero di
essere diventato uno schifosissimo storpio lo avesse lasciato
per un istante.
«Comunque dubito che se ne possa catturare uno vivo.»
Il Macellaio rinfoderò il bisturi e poggiò le mani sulle
ginocchia.
«E perché mai?»
«Alcuni sono enormi, credimi. Enormi. Non basterebbero
catene per elefanti. E poi fra qui e Aratan c’è troppa distanza,
sarebbe impossibile trasportarne uno fino a qui.»
«Questo non è un problema» il Macellaio si sporse in
avanti. «Ci sono altri gruppi, o forse dovremmo chiamarli
branchi? Lascia stare, è uguale. Comunque ci sono altri
branchi di mostri fuori dai confini. Probabilmente quello che
ha ridotto Aratan a un mattatoio è il più numeroso, ma altri
stanno avanzando in territorio balarita e hanno spinto diverse
tribù fino alla nostra Linea Fortificata.»
Lucio si infilò l’unghia dell’indice in bocca e iniziò a
rosicchiarne il bordo. Il cuore aumentò i battiti.
«Quanto sono vicini?»
«Forse un centinaio di miglia.»
«Cazzo. Cazzo!»
Se davvero c’erano altri gruppi di quegli esseri, erano nella
merda fino al collo. Gli altri avrebbero compreso il pericolo
solo all’ultimo secondo.
Il volto di suo figlio lo colpì come un gancio sotto il
mento. Vide i mostri che gli strappavano la carne dal ventre, le
gracili braccia di bambino che finivano in poltiglia tra grandi
mascelle di squalo.
La sua famiglia viveva vicino al campo. Doveva portarla
via da lì.
«Qui siamo al sicuro tenente. Fra noi e loro c’è la Linea
Fortificata. E il generale ha chiesto alle basi di Hurdasium e
Dassirium l’invio di altri rettangoli.»
«Devo alzarmi. Voglio portare la mia famiglia lontano da
qui.»
«Calmati tenente, dannazione» il Macellaio lo inchiodò al
letto con entrambe le mani. «Ora tu prendi un’altra goccia di
aloise. Una sola. E torni a riposare.»
Lucio assentì. Il Macellaio aveva ragione: andare nel
panico non avrebbe aiutato né lui, né la sua famiglia. Lo
guardò rovistare nella borsa e tirare fuori una boccetta di vetro,
alta poco più di un pollice e racchiusa in una gabbia di
metallo. Il liquido all’interno era di un blu sbiadito, ma
bastarono un paio di schicchere sul fondo per farlo
riaccendere.
Il Macellaio si abbassò su di lui. «Apri la bocca e tira su la
lingua.»
«Ahhhhh.»
Poi, una goccia di paradiso.
«Te ne darò una fiala per il recupero. Una goccia al
mattino e una prima di cena, a stomaco vuoto. Stai attento,
l’aloise è in giro da pochi anni, ma sai bene quello che può
farti quando ne abusi.»
Di uomini assuefatti all’aloise ne aveva visti diversi, sia a
Calisium che al campo. Erano ridotti male, irrecuperabili.
«Si. Io… starò… atten…»
Non disse altro prima di piombare in un sonno profondo.
Capitolo 19. Costantino
Appesi per la bocca con ganci da prosciutto. I cadaveri del
Gran Maestro, di sua moglie Cathryn e del piccolo Aurelio
rimasero così, per un giorno intero, nel cortile del castello. La
carne di Aurelio era talmente delicata che, alla fine, il grosso
pezzo di ferro gli aveva strappato la guancia fino alla bocca. Il
suo corpicino devastato era caduto nel fango come un pupazzo
di paglia.
Costantino si svegliò con il cuore in gola.
I primi anni, quel sogno riusciva a sgretolare le sue
speranze, a gettarlo nell’oblio più nero per intere mattine.
Incredibile come il tempo e l’abitudine avessero temprato i
suoi risvegli. Si era convinto che quell’incubo fosse la voce di
Murion. Gli ricordava ogni notte contro cosa stesse
combattendo.
E le sue colpe.
Scostò le coperte e poggiò i piedi sullo scendiletto. Uscì
dalla stanza a testa bassa, immerso nei suoi pensieri.
Forse era giunto il momento di lasciar perdere le missioni,
far rientrare tutti, cercatori e ibridi, e difendersi. Fra nuove
fortificazioni, cunicoli e piani per le sortite esterne, ci sarebbe
stato abbastanza lavoro per tutti.
In fondo, che una Frattura del genere si fosse aperta al di là
del mare era una fortuna nella sfortuna. E poi bisognava
considerare l’esercito imperiale. Il generale Gneo Aurelio non
era compromesso, o almeno era quello che risultava dagli
ultimi rapporti. Avrebbe opposto resistenza con tutti i soldati a
sua disposizione, ma era pur sempre un ufficiale dell’Impero,
soggetto agli ordini dell’Imperatore.
Quasi non si accorse di essere già nel corridoio, diretto
all’elevatore.
Facendo una stima conservativa, la Legione poteva avere
ancora due o tre mesi prima dello scontro. Il doppio nella
migliore delle ipotesi.
Doveva continuare con i potenziati, aggiungere altri ibridi,
magari abbandonare la fase di sperimentazione delle nuove
armi e iniziare a produrle.
Non servirà.
E dovrei accettare che è finita? Mettermi in un angolo ad
aspettare? Tutti i morti, tutta la sofferenza che la Legione ha
sopportato, tutta quella che ha causato. Che ho causato.
Per niente.
Combattere.
Dio aiutami.
Davanti a lui, Attalo sorrise e azionò l’elevatore. Gli disse
anche qualcosa, ma Costantino non ascoltò una sola parola.
Si chiese quanti mondi fossero già caduti. Magari, in un
altro punto del cosmo, c’erano un altro Costantino e un’altra
Legione. E un mare scuro che scendeva dall’alto, mostruosità
di carne umana straziata, ombre fameliche. Interi eserciti creati
per fare a pezzi l’opera di Murion, umiliare la sua creazione.
Quando la speranza vacillava così e, poi, franava
portandosi via i detriti del suo pensiero, faceva capolino il
volto di un bambino con l’addome coperto di cicatrici bianche
e spesse: Aurelio.
Tutto inutile. Aveva riposto troppe speranze in quel corpo
minuto? Tre anni. Solo tre anni di vita, ma Costantino aveva
contribuito a renderli un’apoteosi di strazi infernali. Le
punture nel ventre di Cathryn, il volto teso del Gran Maestro, e
quel bambino che massacrava di iniezioni ogni settimana.
Continuava a crescere male, debilitato.
Le cicatrici, i conati di vomito, Murion Santissimo, e per
cosa?
Non ho fatto altro che torturarlo.
Affondò la faccia fra le mani. Trattenne le lacrime. Attalo
gli poggiò una mano sulla spalla e sorrise. Lo sguardo ebete e
il calore della sua mano ruvida sulla clavicola lo rinvigorirono
un po’. Non molto, ma comunque più delle preghiere.

Pochi minuti dopo, Costantino era di nuovo con lo sguardo


fisso sulle rotazioni dell’Astrodaimon. Doveva essere
particolarmente sensibile al passato, quel giorno, perché una
vena di nostalgia lo aggredì all’improvviso, riportandogli alla
mente la prima volta che lo aveva visto. Quante cose erano
cambiate, il mondo in cui era cresciuto si era sgretolato come
un castello di sabbia, ma lui non si era arreso. Nei meandri più
nascosti del suo cuore sperava, anzi sapeva, che quello era il
motivo per cui Murion lo aveva fatto sopravvivere alla
Settimana di Sangue.
Si sporse in avanti per controllare il misuratore
dell’Astrodaimon. Attraverso un oblò di vetro opaco, un
occhio trasparente nella struttura dorata, poteva osservare il
fremito continuo del liquido bollente che lo alimentava.
La porta si spalancò di botto.
Gerardo si tolse una goccia di sudore dalla fronte con il
dorso della mano.
«È arrivato il primo rapporto dalla Frattura 26.»
«Finalmente. È in grave ritardo rispetto a quello che
speravo. Cosa dice?»
Gerardo fece un passo verso Costantino, il respiro
affannato. Allungò il foglio.
«Immagino siano cattive notizie.»
Gerardo lasciò il foglio nelle sue mani, quasi a voler
allontanare da sé quelle parole. «Pessime, Santità. Davvero
pessime».
Costantino aggrottò le sopracciglia.
«Porta via questo rapporto. Ascolterò direttamente la
squadra che abbiamo mandato sul posto.»
«Santità» sospirò Gerardo. «Non è rimasto molto della
squadra.»
«Chi abbiamo perso?»
«C’è un solo superstite» Gerardo fece un passo indietro.
«Silegos, è sopravvissuto solo Silegos.»
Costantino sentì il suo sterno stringersi intorno ai polmoni.
Otto potenziati, un ibrido e due cercatori. Ed era tornato
indietro solo un cercatore.
«Li hanno sterminati» aveva la gola secca, stentava a
deglutire. «È in buone condizioni? Voglio parlare subito con
lui.»
«È stremato, ma illeso.»
«Allora portalo nella mia stanza, non c’è tempo da
perdere.»
Gerardo fece un cenno con il capo e imboccò la porta.
L’ascensore e il lungo corridoio gli diedero il tempo per
pensare. Proprio nel momento in cui non ne aveva alcuna
voglia. Dai ritratti sulle pareti, i Gran Maestri del passato lo
fissavano con occhi torvi. Un tempo quei dipinti lo
osservavano con benevolenza, donandogli una tiepida
sensazione di pace. I dipinti non erano cambiati, tutto il resto
sì. Il peso del potere, nel momento più difficile della Legione,
aveva stravolto quegli sguardi.
Era l’unico al timone. E non c’era nessuno che potesse
aiutarlo a trovare la rotta.
Non in questa tempesta.
Si aspettava che la spedizione avesse subito delle perdite,
ma non avrebbe mai immaginato di veder tornare un solo
cercatore.
Uno solo, Murion santissimo, e per giunta un cercatore.
Calmo. Mantieni la calma.
Arrivò alla sua stanza.
Gerardo entrò poco dopo. Silegos era accanto a lui, con la
mano poggiata sulla sua spalla. Le dita affondavano nella
tunica del novizio come gli artigli di un’aquila. Gerardo non
era molto alto, ma Silegos gli arrivava al mento ed era gracile
come un ragazzino di dodici anni.
Il cercatore fece scorrere l’altra mano sulla porta e poi sul
tavolino, seguendo la curva di un vaso di coccio poggiato lì
sopra.
«Santità… Mi dispiace.»
Costantino prese la sua testa fra le mani. I capelli bruni
erano bagnati di sudore.
«Figlio mio, non devi scusarti. L’importante è che tu sia
riuscito a tornare.»
È un miracolo. Murion lo ha preso per mano e portato fin
qui. Ha percorso centinaia di miglia. Ed è cieco.
«Sarebbe stato meglio morire lì, insieme ai miei
compagni.»
Costantino fece segno a Gerardo di lasciare la stanza.
Il novizio chiuse la porta senza fare rumore.
«No, Murion ti ha salvato per una ragione. Sei l’unico che
può raccontarmi cosa è successo ad Aratan.»
Silegos strinse il braccio di Costantino e assentì.
«Vieni, siediti qui» Costantino scostò la sedia dalla
scrivania e fece accomodare Silegos. «Ora dimmi, e cerca di
essere il più preciso possibile.»
«Da dove inizio?»
«Da quando tu e l’altro cercatore avete iniziato a sentire le
tracce. Eri con Dardano, giusto?»
«Sì» rispose Silegos, gli occhi bianchi spalancati e fissi nel
vuoto. «Lui è stato il primo a sentire qualcosa. Eravamo
appena sbarcati in Niversia quando ha iniziato a percepire una
presenza.»
Costantino si affidò ai riferimenti geografici della sua
mente e fece un calcolo veloce.
«A cinquecento miglia da Aratan?»
Stentava a crederlo. La percezione dei cercatori poteva
arrivare al massimo a un centinaio di miglia, ma non aveva
ragione di dubitare di Silegos.
«Sì. Quando ho iniziato a sentire qualcosa anch’io
avevamo già percorso diverse miglia nell’entroterra» Silegos
scosse la testa.
Costantino gli poggiò entrambe le mani sulle spalle.
«Se lo avete percepito da quella distanza, doveva trattarsi
di… Qualcosa che…» Come con l’Astrodaimon. Si erano
convinti di sapere tutto, di comprendere ogni sua rotazione,
ogni segnalazione, per quanto insignificante fosse. E avevano
sbagliato.
«La traccia che sentivamo, io e Dardano, era del tutto
diversa da quella di un demone, e non c’erano demograth, di
questo sono sicuro» Silegos sembrava alla ricerca delle parole
giuste. «È difficile spiegarlo, ma la percezione di un
demograth è leggera. L’attrazione che proviamo è simile a
quella di un metallo verso un magnete lontano. La forza
attrattiva di un demone che non sia in forma umana, invece, è
devastante. È come essere trascinati da una corda stretta sulla
spina dorsale. Dà la nausea, fa vomitare. Ma quello che è
uscito dalla Frattura 26… noi… non lo abbiamo mai sentito
prima. Mai. E per questo sono tutti morti.»
Costantino fissò Silegos, pur sapendo che lui non poteva
vederlo. Una pioggia fitta, martellante, di immagini del suo
passato, lo sorprese come uno scroscio estivo. Sé stesso
davanti a un Silegos neonato. In mano una grossa siringa
d’argento. Poi vide l’ago, spesso e largo. La punta che toccava
la superficie dell’occhio, provocando una concavità innaturale
nella cornea prima di penetrare a fondo nel bulbo. E sentì i
pianti.
Violentò la sua mente per tornare al presente.
«Devo sapere cosa è uscito da quella Frattura, cosa avete
trovato ad Aratan?»
«Erano tutti morti. Io non posso vedere, ma sono in grado
di sentire. Un flusso negativo continuo e disgustoso. Puzza di
putrefazione» la voce di Silegos era rotta dall’orrore. Sottili
fili di bava univano le labbra appena dischiuse. «Li sentivamo
intorno a noi. I loro versi bestiali, le mascelle… grosse
mascelle al lavoro sulla carne. Santità, ha mai sentito come
grida un uomo… mentre lo mangiano vivo?»
«Cos’erano?»
«Esseri sconosciuti. Migliaia. I potenziati sono morti uno
dopo l’altro. Ho sentito il loro sangue su di me. Poi Kilianon
ha smesso di urlare ordini. Non è riuscito a mantenere la forma
umana. Deve aver venduto cara la pelle, perché nel frattempo
sono riuscito a correre lontano da lì.»
Kilianon non era mai riuscito a controllarsi. Aveva
rischiato di trasformarsi anche durante un allenamento con
Cassio. Ricordava ancora il corno taurino che cercava di uscire
dal cranio dell’ibrido, e le sue urla disumane, quasi muggiti di
dolore.
«Ti prego figliolo, devi essere più preciso» sussurrò
Costantino. «C’è la possibilità che fossero demoni in forma
umana e che non siete riusciti a percepirli?»
«No Santità. Non si possono sentire i demoni in forma
umana.»
Costantino pensò a Rogodh, a come li aveva ingannati per
giorni e giorni. Fece un cenno d’assenso.
«Quegli esseri hanno una traccia differente. Ma la cosa
peggiore è che» la voce del cercatore si ridusse a un sussurro.
«Tutte le loro tracce, insieme, non erano neanche paragonabili
a quella lasciata da chi ha aperto la Frattura 26.»
Migliaia di esseri sconosciuti. Ed erano passati grazie a
qualcosa di molto superiore a un demone di alto livello.
Invasione.
Tutti suoi timori erano diventati una terribile realtà.
«Gli altri hanno trovato una scritta, ad Aratan» Silegos
deglutì. La sua voce tremava. «Fatta con il sangue.
Asmodeoth.»
Costantino sentì un calore diffuso in tutto il corpo. Il cuore
accelerò i battiti fino a fargli pulsare la punta delle dita.
«Uno… Uno dei Sei.»
È troppo presto.
Frattura Zero.
Non aveva bisogno di controllare i registri
dell’Astrodaimon. Dopo le ore passate sui volumi assieme a
Gerardo, aveva memorizzato un quantitativo enorme di
fratture e un numero ancora più grande di dati che le
riguardavano.
Ora il demone di classe Kathor che era entrato nove anni
prima, da una Frattura nel Fodeis, non sembrava più una
grande minaccia.
La Legione non era ancora pronta per affrontare un nemico
del genere.
Guardò di nuovo Silegos.
Murion Santissimo.
Si ritrovò di nuovo a sperare che i rettangoli imperiali
riuscissero a contenere quegli esseri. Almeno la prima ondata.
Razionalmente, però, Gneo Aurelio aveva le stesse
possibilità di successo di qualcuno che provi ad arginare un
fiume di lava con una catasta di legna.
E questo dando per certo che Dustennio avesse intenzione
di far combattere Imadion.
Per quanto cercasse di rifiutare quel pensiero, di negare
l’evidenza dei fatti, Costantino si trovò da solo assieme a una
certezza.
Frattura Zero. La Grande Invasione è appena iniziata.
Capitolo 20. Costantino
Il corridoio era rischiarato da lumi a olio protetti da lastre
di talco. Alcuni, nel Monastero, lo chiamavano la Via
dell’Apocalisse, poiché sulla parete trovavano posto i mosaici
dorati che raccontavano la guerra dei Sei con il Mietitore.
La sua sconfitta e la sua caduta su Onnar.
Scintillavano nella pietra scura del corridoio come il filone
di una miniera. Costantino li costeggiò, sfiorandoli con i
polpastrelli della sinistra.
Asmodeoth.
«Asmodeoth» disse tra i denti. Poco più di un sussurro.
Immaginò un corpo mostruoso, dilatato ogni oltre
immaginazione, che fratturava lo spazio e si muoveva tra gli
abissi siderali che separano i mondi, bramoso di stuprare la
creazione e farla sua. Un’immagine che lo disgustava.
Tentacoli capaci di stritolare una montagna, chele grinzose
spesse come le mura di una città. Un fremito lo percorse.
L’ultimo mosaico rappresentava i Sei con fattezze quasi
umane, ma la realtà era ben diversa. Ne conosceva una piccola
parte, sufficiente, tuttavia, a fargli tremare un angolo della
bocca. «Asmodeoth» mormorò, osservando la sagoma oscura
di uno dei Sei avvinghiata a quella del Mietitore.
Quanti mondi hai già preso? Vuoi il nostro, ora?
Neanche l’Astrodaimon poteva dargli una risposta. Non gli
bastò distogliere lo sguardo e, poco dopo, chiudersi alle spalle
la porta dei suoi alloggi.
Quell’idea, sempre più vicina e morbosa, che Onnar
potesse essere l’ultimo mondo - l’ultimo! - si rifiutava di
abbandonarlo.
Poi sarà solo morte. Solo dolore. Per sempre.
Nocche timide sfiorarono la porta.
«Avanti.»
Una fessura di luce tagliò la stanza.
«Santità, volete una tazza di tisana?»
Costantino si strinse la veste sulle spalle. «No Gerardo, ma
grazie.»
Il ragazzo rimase sull’uscio senza proferire parola, come
un soldato in attesa di ordini. Dopo tanti anni, Costantino
aveva imparato a riconoscere un novizio che voleva fargli una
domanda.
«Non avere timore di parlare.»
«Ehm…»
«Entra e dimmi tutto» fece con voce paterna. «Hai ancora
mezz’ora prima di iniziare il turno nelle Prigioni e
nell’Ospedale.» Si alzò dalla sedia e ne scostò un’altra dalla
parete, mettendola al lato della scrivania.
Gerardo si avvicinò con passo incerto e si mise a sedere di
fronte a Costantino.
«Ho appena finito di leggere l’interpretazione dei Rotoli
del Gran Maestro Eborith.»
Quel ragazzo aveva una capacità di concentrazione
straordinaria. Nessuno dei giovani aveva mai mostrato una
simile abnegazione per le sessioni di studio notturne. Di solito,
gli chiedevano solo a cosa servisse stare svegli a studiare.
Costantino non aveva tempo da perdere con loro.
«Mi piace studiare di notte» disse il ragazzo. «Quando il
cielo è scuro e il mondo è assopito mi sento più vicino a Dio.
Le stelle, la luna, sono creazioni meravigliose di cui nessun
uomo potrà mai godere abbastanza.»
«Sei fortunato, figliuolo. Le mie notti sono fatte di ricordi
divorati dalle tarme, come i libri poggiati su quello scaffale.»
Sotto la libreria, si scorgevano piccole pile di legno tritato.
I tarli battevano incessantemente anche in quel momento,
rompendo il silenzio della stanza.
«Cosa ti turba?»
Gerardo poggiò i gomiti sulle ginocchia ossute. «Santità,
dev’esserci una soluzione diversa. Sento che stiamo
sbagliando.»
«Quanti anni hai?»
Il volto del ragazzo, magro e pallido, si fece tirato.
«Diciannove.»
Costantino non continuò. Rimase a fissarlo con severità.
Gerardo abbassò gli occhi.
«Mi perdoni Santità, non volevo sindacare le sue scelte.»
«È lecito che tu mi faccia delle domande. Ma non puoi
darmi consigli. Sei giovane. Hai visto poco, quasi nulla, di
quello che c’è là fuori. E qui dentro. La via per la salvezza è
stata tracciata. Purtroppo, è fatta di carne e sangue, di acciaio e
scienza. Ce ne fosse stata un’altra, l’avrei già intrapresa. Non
pensavamo di dover affrontare tutto questo così presto, ma,
credimi, non vale la pena stare a crucciarsi e singhiozzare.»
«Le parole del Gran Maestro Eborith, Santità, mi hanno
scosso. Lui parla… parlava di amore e perdono. Per tutti»
l’ardore dell’età aveva preso nuovamente il sopravvento sulla
ragione. «Sono solo confuso» scosse il capo amareggiato.
«Solo confuso.»
Le lacrime presero a strisciargli verso la bocca. Si coprì il
volto con una mano, l’altra stretta sul saio. «Non possiamo
continuare così» mugolò con il naso costipato. «Dio… Murion
è amore, non può volere questo.»
Costantino lo colpì sulla guancia con il dorso della mano.
Il muco prese a colare, denso, vicino alla gota arrossata.
«Siamo tutti in pericolo, non possiamo permetterci di
piangere. E tu, Gerardo, devi essere forte. Erano altri tempi,
quelli di Eborith, e lui è stato il Gran Maestro più vicino al
credo muriano puro e semplice. Eppure anche lui, in un mare
di miele e belle parole, ha scritto qualcosa che può esserti
utile.
Gerardo cadde in ginocchio, aggrappandosi ai piedi di
Costantino.
«Sento le loro urla di dolore, le bestemmie. Perché non
abbiamo pietà di loro? Sono uomini come noi.»
Costantino scansò le mani del novizio e si poggiò allo
schienale con un lungo sospiro.
«Erano» fece con pacatezza, come se la cosa non lo
riguardasse. «Hanno venduto la loro anima ai Sei, rinunciando
alla salvezza e corroborando le energie del Male. Per questo,
purtroppo, non c’è né amore, né perdono. Nessuna redenzione.
Adesso, proprio ora, mentre parliamo, migliaia di uomini,
donne e bambini stanno morendo in modi atroci. Il Flusso è
stato dilaniato completamente» spinse l’unghia dell’indice nel
legno del tavolo e la fece grattare fino al bordo. «Lacerato
come il ventre di un cervo dagli artigli di un orso. Asmodeoth
ha vomitato un fiume di creature infernali attraverso la
Frattura 26. Frattura Zero. Aberrazioni affamate, brutali. E
forse ha trascinato il suo corpo deforme nel nostro mondo.
Non possiamo permetterci di avere pietà.»
«Ma come possiamo sconfiggerlo con le sue stesse armi? Il
dolore, la sofferenza che infliggiamo a quelle persone non ci
rendono migliori di loro.»
«Non chiamarle persone» Costantino gli urlò in faccia e lo
guardò dritto negli occhi. «Nelle nostre prigioni non ci sono
persone, solo adoratori e demograth. Ci sono loro, le
informazioni che possono fornirci e gli esperimenti per cui
possono esserci utili. Non sei ancora riuscito a staccarti di
dosso la retorica muriana. Ricordati che questa è la Legione.
Serviamo Murion, ma non gli chiediamo di fare il lavoro
sporco al posto nostro. Questo è la sua creazione, ma è il
nostro mondo. E dobbiamo difenderlo.»
Costantino allungò la mano verso di lui, ma invece di
colpirlo, gli accarezzò una spalla,
«Figliuolo, ci sono troppe cose che vorrei imprigionare per
sempre nel mio cuore. Vorrei combatterle da solo e non
lasciarle uscire. Mai. Purtroppo, però, sono reali come me e te,
come questo tavolo e questo foglio su cui ho appena apposto il
mio sigillo» batté il dorso della mano sulla carta. «Ci verranno
a prendere a uno a uno, ci macelleranno come bestie e si
prenderanno le nostre anime. E Murion non scenderà dal cielo
per aiutarci.»
Gerardo ebbe un fremito. Si asciugò gli occhi con la
manica della veste.
«Le sue parole riescono sempre a mettermi paura.»
«È giusto che tu ne abbia, ma devi saperla incanalare nel
modo migliore. Far sì che non indebolisca la tua volontà, ma la
fortifichi. Deve spingerti a lottare finché avrai fiato in gola e
sangue nelle vene.»
«Santità, è proprio questa la mia obiezione» la sua voce
tremava in modo impercettibile. «Dopo aver rifiutato le risse,
condannato i duelli e controllato gli impeti di violenza, ora
devo fare cose che…»
Costantino scosse la testa. «Tu mi ascolti, ma non mi
comprendi. La tua mente è ancora debole, e si rifiuta di
collegare l’amore di Dio e per Dio con la necessità, talvolta,
della violenza.»
«Ma come può la violenza essere necessaria? Chi può
volere la morte di quelle pers…» Gerardo si morse un labbro.
«…di quelli.»
«Dio lo vuole. Dobbiamo difendere il mondo che ci ha
dato.»
«Deve esserci un modo per salvarli! Dio non può
pretendere da noi violenza e guerra.»
«Per loro, ormai, non esiste salvezza, hanno fatto la loro
scelta. Il libero arbitrio è il dono più dolce, la massima
espressione dell’amore di Murion, e, al tempo stesso, l’onere
più pesante che ci ha concesso. Possiamo salvarci o
condannarci. Noi siamo sempre ciò che scegliamo di essere.»
Si schiarì la voce un istante. Aveva parlato tutto il giorno
per impartire ordini e recitare preghiere. Prese il bicchiere
dalla scrivania e mandò giù un sorso d’acqua.
«Dobbiamo mettere da parte la bontà e la compassione, e
liberare solo i sentimenti che possono esserci d’aiuto.»
«Quali?»
«L’odio per il nemico, la brama di annientarlo.»
«Ma…»
«Continui a rimanere sorpreso, ma l’odio nei confronti del
nemico è l’altro lato della medaglia su cui è coniato l’amore
per la nostra gente e per questo mondo» gli sorrise. «Odiamo
perché amiamo.»
«Quest… Queste sono parole di Eborith.»
Costantino si poggiò allo schienale e chiuse gli occhi per
un istante.
«Per questo ti ho chiesto di leggerle stanotte. Lo so, pensi
che sia un concetto orribile. Ma, Murion mi è testimone, nella
tetra realtà in là da venire, ci rimarrà solo questo. Noi ci
aggrapperemo all’odio.»
«Rispondere alla violenza con la violenza. Mi sembra così
inutile …»
«Che la violenza sia inutile è una vera idiozia. Un assunto
creato da chi vuol far prevalere un mero atteggiamento
personale, il proprio pensiero, sulla verità storica.»
«Possiamo dialogare con alcuni di loro. Con i gli adoratori,
almeno. Far capire loro gli errori commessi.»
«Quanti anni di trattative ci sono voluti all’Impero per
ottenere il castello di Sornheim dalla Legione?»
«Non saprei, ero ancora nella culla. Venti?»
«Diciotto. Diciotto lunghissimi anni per quattro mura di
pietra.»
«Sì ma…»
«E invece quanto ci ha messo ad annientare la Legione e a
impossessarsi di tutti i suoi beni?»
«Una settimana» mormorò Gerardo.
«La Settimana di Sangue» disse Costantino, il naso
arricciato e gli occhi ridotti a due fessure. «In pochi giorni, con
un’azione violenta, per quanto vigliacca, l’Impero ha risolto la
questione pendente con noi in maniera quasi definitiva. Non
fosse stato per il Monastero, sarebbero scomparsi secoli e
secoli di storia gloriosa» congiunse le mani davanti alla bocca.
«Ne consegue che il modo più sicuro e veloce per risolvere
una controversia è quasi sempre la violenza. Murion lo sa. Noi
lo sappiamo. E lo sa anche Asmodeoth.»
Si sporse in avanti, le dita incrociate sotto al mento. La
fiamma della candela disegnava strane figure sul volto di
Gerardo. «Hai sentito anche tu quello che ha detto Silegos. È
qui, sulla stessa terra che calpesti ogni giorno. Riesco quasi a
sentirlo. Non sapevamo quando, ma sapevamo che sarebbe
accaduto. Uno dei Sei ha messo piede nel nostro mondo.
Vorresti andare davanti alle sue schiere con una bandiera
bianca, sperando in un accordo?»
Il ragazzo ascoltò e non pose altri quesiti. Un ragazzo con
le sue capacità intellettuali nasceva una volta ogni dieci anni.
Doveva imparare a conoscere la cruda realtà. Accettarla e
imparare a combatterla in ogni modo possibile, a costo di
passare ogni singolo giorno a spalare escrementi di demograth
nelle Prigioni e bruciare cadaveri ridotti a brandelli.
Alzandosi di scatto, Costantino sentì scricchiolare le
ginocchia.
«Vieni, voglio mostrarti qualcosa che potrebbe aiutarti a
capire.»
Gerardo si alzò a sua volta senza dire nulla. Seguì
Costantino nel corridoio.
«Dobbiamo scendere all’ultimo livello.»
La luce tremolante dalla lampada a olio illuminò
l’avambraccio di Gerardo. Aveva la pelle d’oca.
Capitolo 21. Zodd
Zodd andò verso il centro. Per ripararsi dal sole a picco, si
infilò in una viuzza ciottolata che si snodava fra le basse case
di mattoni cotti.
Alcuni bambini si lanciavano una palla di stracci, altri si
inseguivano fra i vicoli facendo ruotare un cerchio di legno
con un’asticella.
Una donna sulla trentina vide Zodd e chiuse la porta di
un’abitazione intonacata di ocra. Dopo una manciata di
secondi era alla finestra. «Derrio, Vennico, venite subito a
casa!»
Zodd affrettò il passo mentre ai lati scorrevano le case
popolari. Solo alcune superavano i due piani d’altezza, e gli
intonaci chiari sembravano aver perso da anni la loro guerra
silenziosa contro la salsedine.
Dal balcone di una di queste, un vecchio gridava e agitava
il pugno verso il suo dirimpettaio. Zodd ne comprese il motivo
e si scansò sulla destra, evitando una secchiata di merda
schiumosa. Il liquido finì nei canaletti di scolo scavati ai
margini della pietra stradale e gorgogliò in un chiusino di
pietra.
Figlio di puttana.
Dovrei sfondargli la porta di casa e… spaccargli la…
Mangiarlo.
Si diede uno schiaffo e scosse la testa. Doveva controllare
quei pensieri. Non poteva cedere in mezzo a una città. Non
poteva cedere in qualsiasi posto, a dire il vero.
Provò a distrarsi dando un’occhiata alle botteghe sul piano
della strada.
Vide un ciabattino che cuciva suole nuove di zecca sotto
un paio di sandali estivi, un maestro vasaio che lavorava al
tornio una montagna d’argilla e il suo aiutante che riponeva
pentole e scodelle su uno scaffale di legno in fondo al locale.
Decisamente non il massimo per distrarsi.
Dall’altro lato c’era un’armeria. La tinta rossa
dell’insegna, che un tempo forse rappresentava una spada o un
pugnale, era quasi del tutto scrostata.
Già meglio.
Un uomo sui trentacinque, calvo e con la faccia cotta dal
sole, tentò di attirare la sua attenzione. «Signore mio, ho la
migliore scelta della città.»
Zodd scosse la testa e indicò l’addhur, che portava
appoggiato alla spalla, con il pollice. Non era l’artigiano giusto
per il lavoro che aveva in mente.
Infine, giunse al Corso, una via elegante di circa mezzo
miglio che conduceva alla Piazza del Mercato. I fruttuosi
traffici marini avevano arricchito gran parte degli abitanti, in
special modo i venditori di prodotti pregiati: oggetti di
oreficeria, pietre preziose e tessuti ricercati.
Una donna dalla lunga tunica di seta, impreziosita da lacci
dorati in vita, camminava verso la sartoria accompagnata da
giovani ancelle, forse per farsi confezionare abiti nuovi con le
ultime stoffe provenienti dal capo opposto del mondo. Un
gruppo di giovani con farsetti sgargianti e camicie con le
maniche a sbuffo gli passò davanti; nient’altro che ricchi
bastardi viziati, cresciuti con una manciata di solidi d’oro in
tasca e una bella troia nel letto.
Zodd girò a destra e passò una vecchia sezione delle mura
di cinta. Una squadra di operai la stava smantellando mattone
per mattone.
Un nuovo quartiere da inglobare nelle mura, ma che
doveva rimanere a una certa distanza dall’abitato. Da secoli,
ormai, lì sorgevano officine, concerie e fabbriche di armi per
l’esercito. Meglio tenere gli effluvi delle lavorazioni e i rumori
a debita distanza dai cittadini.
Capì di essere arrivato quando avvertì il forte odore di
piscio delle concerie e il calore sprigionato dalle forge.
Sul primo edificio sulla destra torreggiava una grande
insegna di quercia. Sopra erano dipinti, con qualche sbavatura,
una spada e uno scudo giallo dalla tonalità scura.
Varcò l’uscio, una porta da un migliaio di libbre foderata di
ferro, entrando in un ampio locale dalla forma rettangolare.
Una specie di scatola di pietra e metallo senza finiture. Niente
intonaco né pitture.
Due pareti rudimentali portavano al bancone, formando un
largo corridoio che serviva da vetrina per la mercanzia. Sulla
parete destra faceva bella mostra una fila di armi in asta:
alabarde cerimoniali che davano l’idea di pesare quanto una
vacca, azze d’arme e partigiane. Sulla sinistra le nobili armi
bianche, fissate al muro tramite rastrelliere o appese
singolarmente a eleganti supporti di legno o bronzo. Spade
corte a doppio taglio, simili a quelle dell’esercito, con
l’impugnatura protetta da una piccola guardia rotonda, e spade
lunghe con due o tre sgusci.
Variavano in lunghezza, sezione, forma della lama,
pomolo, estensione della guardia. Alcune avevano il manico in
legno rivestito di pelle, altre di corda. Una sola frangipicche,
un esemplare che avrebbe potuto arrugginire per vent’anni
senza che qualcuno ne chiedesse neanche il costo, era affisso
in basso, sulla parte anteriore del bancone.
Dietro di questo, un uomo sulla cinquantina stava
trafficando con la schiena curva. Era di corporatura massiccia,
basso, la carnagione scura e la pelle avvizzita di chi si è rotto i
coglioni tutta la vita davanti a una fornace. Indossava una
tunica di lino grigio scuro e un grembiule di cuoio. Vide Zodd
e sorrise, allargando le braccia come per salutare un vecchio
amico.
«Capitano, alla fine ci rivediamo, sono mesi che non mi fai
visita.»
«Pensavi che avessi portato l’addhur da qualcun altro?»
«No, so che ti fidi solo di me nell’intera provincia.»
Zodd assentì.
Era di stanza in Niversia da anni, e non aveva mai fatto
riparare l’addhur dai fabbri dell’esercito a Miniarum. Troppo
abituati a favorire la quantità sulla qualità.
Vellidio, invece, aveva un’abilità straordinaria nel reperire
minerali di ferro puri e ottenere un acciaio di qualità superiore.
Scrutò Zodd passandosi le mani sporche sul grembiule.
«Forza, fammi vedere come l’hai ridotto questa volta.»
«Male» Zodd poggiò l’addhur davanti a Vellidio.
«Cosa cazzo è successo, l’hai usato per abbattere le torri di
Miniarum? Guarda che disastro.»
Iniziò a far scorrere le mani sul doppio taglio e sul piatto
della lama.
«È sbeccata in molti punti… qui e qui mi sembra di vedere
due traumi notevoli. Anche la pelle dell’impugnatura è da
cambiare, l’hai consumata, che diavolo, hai una pialla per il
legno al posto delle mani?»
Guardò Zodd.
«Forza, dimmi, contro cosa hai combattuto?»
«È entrata in troppi culi rothiani. A fondo.»
Vellidio cercò di reprimere una risata. Portò la mano
davanti alla bocca e poi si guardò intorno con fare
cospiratorio. Un sorriso gli fece risaltare due ragnatele di
rughe vicino agli occhi. «Lasciamo da parte questo argomento
per un altro giorno, avremo di che parlare almeno. Per questa
bellezza invece» spostò l’addhur dal suo lato del bancone.
«Cosa hai in mente questa volta?»
«Ho messo da parte un discreto gruzzolo per un solo
motivo. Lo sai cosa voglio.»
«Sei sicuro di potertelo permettere? Posso farti un piccolo
sconto, ma il trattamento con la legarossa è molto costoso.»
«Stai tranquillo» Zodd sfilò dalla tasca una manciata di
solidi d’oro. Sfiorò i grandi anelli d’acciaio posti a protezione
dell’impugnatura. «È parte di me, mi ha salvato un centinaio
di volte. Dovrei accenderle una candela davanti tutte le sere,
come si fa nelle edicole degli eroi.»
«Ognuno ha le sue fissazioni» l’armaiolo si strinse nelle
spalle. «Per fortuna la tua mia fa guadagnare.»
Iniziò a ridere, mostrando di non avere un solo molare in
bocca. Si girò verso la porta sul retro, l’apri e fischiò due
volte.
«Scusami, ma i ragazzi diventano sordi presto a battere
metallo tutto il giorno.»
Un adolescente con due cicatrici da ustioni sul collo entrò
trafelato, prese un paio di chiavi da Vellidio e si dileguò senza
dire una parola.
«Un paio di minuti e potrai vedere la legarossa.»
«Non ci sono problemi, ho aspettato mesi, due minuti in
più non mi ammazzeranno.»
«Visto che sei qui, ci sono novità dal confine? Sui fogli
settimanali affissi in piazza si parla solo della pace di
Dustennio, di quanto è potente l’Impero… le solite cazzate
insomma. Ma ci sono voci incontrollate su Aratan… È andata,
distrutta, non esiste più.»
Apnea di orrore cosmico e acquolina in bocca. Zodd si
impegnò a sembrare molto sorpreso.
«Aratan?»
«Aratan! Ti rendi conto? Ci vorrebbero trentamila uomini
solo per pensare di assediarla.»
Il ragazzo tornò col fiatone. In mano un sacchetto che
depositò sul bancone.
Tempismo perfetto.
«Fammi vedere» disse Zodd.
«La legarossa si trova solo nei mari del Nord, e trovare un
fornitore onesto è un’impresa ardua. Per questo è così
costosa.»
La tirò fuori dal sacchetto trattenendo il fiato. Zodd la
vide.
Allo stato naturale aveva l’aspetto di un sasso rugoso
grande come un pugno. In qualche modo gli ricordava il
magma solidificato.
«Guarda che bel colore. E alla luce del sole il rosso è
ancora più intenso.»
Zodd si sporse sul bancone.
Vellidio la ripose nel sacchetto e la infilò sotto al bancone.
«Il procedimento è piuttosto semplice, ne sai qualcosa?»
«Riscaldare la legarossa e metterla nell’acqua bollente,
togliere la copertura dell’impugnatura, immergere la lama per
qualche ora… roba del genere.»
«Sì» Vellidio strizzò un occhio. «Più o meno si procede
così. Mancano parecchi dettagli, ma sono segreti che vorrei
tenere per me. Per ora sono l’unico qui in Niversia, non voglio
che qualcuno spifferi in giro il mio procedimento. A te basti
sapere che stai spendendo bene il tuo denaro. La legarossa
penetra nell’acciaio e ne corrobora la struttura. È un materiale
fenomenale. La tua spada non conoscerà più la ruggine e si
graffierà solo con i colpi più forti. Se la tua forza è rimasta la
stessa, dovresti avere più possibilità di rompere la lama di un
avversario o gli anelli di una maglia di ferro.»
«Intendi tagliare gli anelli con il filo o perforare una
maglia con la punta? C’è una bella differenza.»
«Parlo di tagliare un braccio coperto di maglia metallica.
Bada bene, la spada è solo uno strumento, ci vuole una forza
disumana per fare una cosa del genere, ma se c’è qualcuno in
grado di farlo, quello sei tu.»
Zodd sorrise. «Anche tu devi fare qualcosa di molto
difficile.»
«Cioè?»
Zodd batté l’unghia dell’indice sulla lama.
«Mi serve per domani mattina presto.»
«Sei pazzo? Ho due commesse per la Marina» aprì un
grosso volume sporcandolo di grasso. «E cinquantanove
riparazioni.»
«Domani devo ripartire.»
«Una settimana per venirti incontro. Il trattamento con la
legarossa lo faccio io, i miei ragazzi non sono ancora in
grado.»
«Domattina. E ti pago il dieci per cento in più. Cazzo, l’hai
forgiato tu questo addhur!»
«Sì, una delle mie creature più belle.»
«Tieni» Zodd prese una manciata di denari d’argento e la
schiacciò sul bancone. «Questo è l’anticipo. Posso contare su
di te?»
Vellidio guardò in basso, combattuto. Brontolò qualcosa e
alzò le sopracciglia. «Va bene. A domani allora.»

Uscì e arrivò nei pressi del Tempio degli Dei, edificato ai


margini della Piazza Trionfale, pochi minuti dopo. La facciata,
rivestita con marmi dicromi orizzontali, era posta fra due
campanili che l’affiancavano come guardiani.
A una fascia luminosa se ne opponeva una d’ombra,
regalando un inseguimento continuo di basalto e calcare che si
dipanava fino ai cento piedi d’altezza delle due torri laterali,
simili a braccia protese verso il cielo.
La luce scivolava lungo i campanili mentre Zodd si
avvicinava.
Un bassorilievo in marmo, al centro della facciata, un
triangolo inscritto in un cerchio, era stato scalpellato via,
sicuramente poco dopo l’Editto di Dustennio.
Tre portali di bronzo, dotati di battenti a testa di leone,
permettevano l’ingresso ai fedeli. Giornata di sole e caldo.
Alla terza ora del pomeriggio non c’era un grande afflusso.
Chissà quanti muriani entrano lì facendo finta di credere
negli Dei…
La gente preferiva starsene al centro della piazza, dove si
ergeva la statua commemorativa della vittoria dell’Impero
sulla Legione: una riproduzione in marmo di Dustennio, alta
venti piedi, che piantava una spada nel petto del Gran Maestro
Lothar, rappresentato come un bruto dai tratti somatici
sgraziati.
Affrettò il passo. Monumenti del cazzo a parte, era in un
cazzo di ritardo fottuto. Che potesse cascargli l’uccello (ormai
ridotto a protuberanza per pisciare), però, se aveva intenzione
di presentarsi in perfetto orario nel giorno della sua
sospensione dall’esercito. Almeno tre mesi, a detta di Gneo
Aurelio, ma anche l’espulsione, per quanto improbabile, non
era da escludersi.
Capitolo 22. Zodd
Il palazzo del governatore aveva ricevuto qualche ritocco,
negli ultimi mesi, almeno a giudicare dal nuovo colore del
frontone. Sembrava che qualcuno avesse versato una colata di
oro fuso sui bassorilievi. Sotto quell’orgia dorata, quattro
rothiani montavano un’annoiata guardia al portone.
Si voltarono verso di lui tutti insieme.
Lo avevano riconosciuto?
Un ufficiale, corazza muscolare nera e intarsi sull’elsa
della spada al fianco, gli venne incontro.
«Capitano Zodd?» l’uomo lo squadrò con una smorfia di
disgusto. «La stanno aspettando nella sala del primo piano.»
Zodd passò oltre senza dire una parola.
«Capitano» l’ufficiale schioccò le dita. «Prima dobbiamo
perquisirla.»
Un altro rothiano si staccò dal gruppo, la sua segmentata
brunita rifletté pigramente un raggio solare. Zodd si fermò e
guardò l’ufficiale da sopra la spalla.
«Non ho armi.»
«Vedo che non ha portato quell’inutile trave di ferro, ma
qui nel Palazzo non sono ammessi neanche daghe e coltelli.»
Che bastardi zelanti!
«Sono in ritardo.»
Di nuovo.
Il rothiano più giovane iniziò a passargli le mani sui
polpacci e salì verso il cavallo.
«Invece di rompere i coglioni a me potreste provare a
prendere qualche muriano, o magari imparare a fare le
ricognizioni, visto il bel lavoro che avete fatto ad Aratan.»
«Giusto, e tu potresti scrivere un nuovo manuale di guerra
per sostituire quello di Rothi.» L’ufficiale si tolse il bacinetto
nero e si passò una mano sulla fronte umida. «Come titolo
consiglio L’Arte di fuggire come un coniglio mentre i nemici
fanno a pezzi i tuoi uomini.»
La perquisizione passò al busto, Zodd alzò le mani sopra la
testa.
«Io ne ho uno migliore: Le madri dei rothiani si scopano
anche i maiali.»
Il rothiano gli si fece sotto a muso duro. A malapena sopra
i trenta, i suoi occhi arrivavano al gozzo di Zodd.
La perquisizione si arrestò.
«É disarmato.»
«Te l’avevo detto» Zodd abbassò le braccia. «Sei
soddisfatto?»
Salì la prima rampa di scale due gradini alla volta, che
diventarono quattro alla seconda rampa.
Sulla destra trovò la porta della sala aperta. La chiuse
dietro di sé.
Era uno spazio ampio, con pavimenti in marmo nero
venato di bianco. Finestroni alti otto piedi si affacciavano sulla
piazza e lasciavano penetrare la luce del giorno assieme al
vociare soffuso della gente.
Gneo Aurelio stava dicendo qualcosa, ma si interruppe
quando vide arrivare Zodd.
Al capo più lontano di un tavolo di quercia sedeva il
governatore Ulpio. Una lunga tunica blu, bianca e oro copriva
i suoi strati di grasso, mentre il doppio mento grottesco si
adagiava sul collo a V dell’abito. I suoi occhi annoiati salirono
fino a raggiungere quelli di Zodd.
«Buongiorno capitano Zodd, o sarebbe meglio dire
buonasera? Non l’aspettavamo più ormai.»
«Scusatemi, ho avuto dei problemi.»
Succhiamelo ciccione di merda.
«Qualcosa di più importante di questa riunione?» si
allisciò il pizzetto untuoso con le dita inanellate. Era quasi
calvo, i pochi capelli sulle tempie erano lunghi e decorati con
perline colorate.
Zodd non rispose. Aveva la sensazione di trovarsi in
qualcosa di nauseante e già visto, gonfiato dall’odore di
arancia e vaniglia che proveniva dalle candele.
«Capitano» Gneo Aurelio si alzò. «Questo è il governatore
della Niversia, Ulpio Mettico.»
Il Governatore aveva già smesso di guardarlo.
Lo aveva visto un paio di volte. E lo aveva sentito parlare
dal balcone di quello stesso edificio qualche mese prima.
Di cosa aveva cianciato? Muriani, grandezza dell’impero?
Difficile ricordarlo.
«Alla tua destra invece Riffolk, comandante della Guardia
Rothiana. Vi siete conosciuti a Miniarum.»
«Me lo ricordo bene.»
«Si sieda capitano» L’uomo ora portava i capelli biondi in
un grande ciuffo sulla tempia destra «Abbiamo già perso
abbastanza tempo.»
E questo che cazzo vuole ancora?
Zodd si mise a sedere. Gneo Aurelio rimase in piedi.
«Stavo riepilogando la spedizione di Aratan ai presenti»
parlava con voce amara, le braccia conserte sotto le cinque
stelle rosse che ornavano la sua giacca d’arme grigia. «In tutto
due coorti di corazzati, due plotoni di rettangolari e un
contingente di arcieri.»
«Uomini persi inutilmente per un grave errore strategico,
oppure sbaglio?» Ulpio, la bocca piegata all’ingiù, cercò
l’approvazione di Riffolk.
«Perdere un plotone è grave, avere un’insubordinazione è
grave» Riffolk si inclinò all’indietro. Gli intarsi argento della
sua corazza pettorale nera disegnavano le linee di un dragone.
«Provocare il completo annientamento dei propri uomini per
un errore strategico è senza giustificazione.»
Prima che Zodd potesse rispondere in modo irreparabile,
Gneo Aurelio lo fulminò con lo sguardo.
«Dal rapporto degli altri due sopravvissuti» Gneo Aurelio
alzò la voce e sfogliò il piccolo volume rilegato che aveva
davanti. «Si evince che le cose, molto probabilmente,
sarebbero andate allo stesso modo anche senza quella
spedizione notturna. Oltre a essere un nemico mai visto prima,
poteva contare su forze soverchianti.»
«Allo stesso modo! Allo stesso modo dice lui!» Ulpio alzò
le mani e i suoi bracciali fecero più fracasso di un esercito in
marcia. «Una ricognizione notturna con centinaia di uomini è
una scelta scellerata. Non ammetto repliche.»
Il ciccione continua a ritenersi un grande stratega.
Comunque grazie, generale, bel tentativo.
«Governatore» Zodd scosse la testa. «Lei non era lì. E
neanche i rothiani di Riffolk. Altrimenti avreste visto l’inferno
con i vostri stessi occhi.»
«Generale» il Governatore spiaccicò una mano lardosa sul
tavolo. «Dica al suo uomo di parlare solo per rispondere alle
mie domande.»
«Il capitano ha compiuto un azzardo» Gneo Aurelio
guardò il governatore e continuò con tono pacato. «Ma la
questione più rilevante è un’altra: quegli esseri ci stavano
aspettando. Avevano un piano. E dovremo affrontarli di
nuovo, può metterci la mano sul fuoco. Sono sempre più
vicini.»
Chissà quanto ci aveva messo il generale a trasformarsi da
ufficiale sul campo a diplomatico da scrivania. Anche nelle
nuove vesti, a dirla tutta, non era malaccio.
«E visto che ci sarà uno scontro» continuò. «Ritengo
fondamentale la permanenza in carica dei tre ufficiali
superstiti. Gli unici ad avere un’esperienza diretta di
combattimento contro quegli esseri.»
«Se ne faccia bastare due. Non è ammissibile che questo
errore rimanga impunito» il volto di Riffolk era una maschera
di cera. I lineamenti del viso rimanevano immobili anche
quando parlava. «E questa non è la sede adatta alle discussioni
sulla strategia. Avremo modo di affrontare il tema in modo
appropriato domani, insieme a tutto il Consiglio di Guerra.
Oggi dobbiamo limitarci a comunicare la decisione
dell’Imperatore.»
Zodd immaginò la riunione del giorno dopo: Gneo Aurelio
e Riffolk impegnati a insultarsi in modo sempre più sottile;
Ulpio a muovere le divisioni dell’esercito sulla mappa
dell’impero, fingendo di essere imperatore al posto di suo
fratello Dustennio. E lui, sulla strada per Miniarum con mesi
di sospensione dall’esercito a pesargli sulle spalle.
«Il capitano Zodd mi ha chiesto di fare una dichiarazione
prima della lettura della decisione ufficiale» il generale lo fissò
e gli fece un cenno con la testa. Zodd strinse i denti. Era ora di
sputare la frase che Gneo Aurelio gli aveva ficcato nel cervello
durante il loro incontro di qualche giorno prima. Forse non
sarebbe servita a niente, ma era l’unica possibilità di prendersi
una punizione che non comportasse l’espulsione dall’esercito.
Voglio mangiarti, ciccione, perché hai un odore particolare,
saporito. «Mi assumo ogni responsabilità per il mio errore e
mi rimetto alla vostra clemenza» prese fiato. «Tutti i miei
ufficiali hanno tentato di dissuadermi. Purtroppo, non ho
ascoltato i loro consigli. Il mio interesse è stato, e sempre sarà,
se me ne darete ancora modo, il bene dell’Impero.»
«Ma che scuse sentite!» Ulpio batté le mani. «E secondo te
questo dovrebbe bastare?»
«Mi permetto di ricordarle che quest’uomo ha sì
commesso un errore» il tono della voce di Gneo Aurelio era
severo. «Ma ha combattuto strenuamente assieme agli altri due
sopravvissuti. Senza la loro testimonianza, saremmo ancora
all’oscuro su ciò che sta accadendo a poche miglia dai nostri
territori. Inoltre, il fatto che molte tribù dei balariti si stiano
spostando verso la Linea Fortificata e chiedano di entrare nei
nostri confini è una prova della pericolosità dei…» Esitò.
Zodd capì che non voleva dirlo.
Ma lo disse. «… Mostri.»
«Certo» Ulpio sorrise. «Abbiamo tenuto tutto in debito
conto.»
Schioccò le dita.
La porta alle spalle di Zodd si aprì.
Entrarono sei rothiani. L’ultimo girò la chiave nella toppa e
tirò la maniglia per assicurarsi che fosse chiusa.
Difficile distinguerli uno dall’altro. Volti grigi e ghigni
odiosi nascosti dagli elmi scuri. Le armature segmentate li
facevano sembrare crostacei con le gambe.
L’unico in corazza muscolare aveva in mano una
pergamena arrotolata.
«Governatore» la poggiò accanto a Ulpio. «La decisione.»
«Benissimo.»
I rothiani rimasero lì. Armati di tutto punto.
Ulpio sorrise. Era una fottuta iena obesa.
Srotolò la pergamena con lentezza scenica.
Zodd riconobbe all’istante il sigillo imperiale, una crosta di
ceralacca con il profilo dell’imperatore, rossa come un rubino.
Dannazione.
«…Per i poteri conferitimi dall’Imperatore Dustennio, io
sottoscritto, Ulpio Mettico, Governatore della Niversia, ordino
che il capitano Zodd… responsabile del… bla…bla…bla….
sia consegnato alla Guardia Rothiana… bla… bla… per essere
tradotto a Imadion, dove sarà chiamato a rispondere delle sue
colpe.»
Gneo Aurelio scattò in piedi. «E questo cosa vuol dire?»
«Non è molto difficile da capire» Ulpio fece una smorfia.
Il secondo e il terzo mento seguirono la linea disegnata dalla
sua bocca. «L’Imperatore vuole il capitano Zodd a Imadion
perché sia processato direttamente dal suo tribunale.»
Bastardo.
«Se l’Imperatore ha deciso di farmi trascinare fino alla
capitale come prigioniero può esserci una sola spiegazione»
Zodd pigiò i palmi sul tavolo, la sedia grattò sul marmo. «Che
lei, governatore, mi ha appena sbattuto in faccia una condanna
a morte.»
Gneo Aurelio gli aveva parlato di una sospensione di pochi
mesi o, nel caso più sfortunato e improbabile, di
un’espulsione, non di una fottuta esecuzione.
Al posto di qualche mese come guardia privata in una ricca
tenuta della Niversia, si immaginò un paio di carnefici che lo
trascinavano al patibolo, le catene strette ai polsi e fiumi di
bestemmie dalla sua bocca. Niente impiccagione per lui, e
nessuna delle accortezze dedicate ai cittadini imadiani.
Mi squarteranno. E manderanno i miei pezzi ai quattro
angoli dell’Impero.
O forse peggio.
L’imperatore riusciva a essere fottutamente creativo
quando si trattava di punire chi lo deludeva. Una fitta profonda
alla cicatrice sul volto gli strappò un grugnito.
«Stia al suo posto capitano» Riffolk batté un pugno sul
tavolo. «L’imperatore è rimasto molto disturbato
dall’annientamento di un intero contingente. E il fatto che si
siano salvati solo tre ufficiali lo indispone ancora di più.
Proprio coloro che avrebbero dovuto dare l’esempio, hanno
ben pensato di fuggire con la coda tra le gambe.»
Nella sua mente, Zodd piantò un dritto nella faccia da
ciucciacazzi di Riffolk. Riuscì quasi a sentire gli incisivi del
comandante rothiano spezzarsi sotto le sue nocche.
«Noi almeno siamo arrivati fino ad Aratan. Ci siamo
andati senza sapere nulla e sai perché? Perché qualcuno ha
abbandonato la città ancora prima di capire cosa cazzo stesse
succedendo» Zodd riuscì a stento a tenere le mani sul tavolo.
«E si è cacato sotto al solo pensiero di tornarci.»
«Sta insinuando qualcosa, capitano?» Riffolk si alzò.
Zodd guardò Gneo Aurelio. Gli occhi del Generale gli
passavano un solo messaggio: non farlo.
«Puoi scommetterci» il suo indice di accusa sfiorò il naso
di Riffolk. «Sto insinuando che tu e i tuoi uomini siete dei
fottuti idioti. E che passate le giornate a mettervelo nel culo.»
«Smettila» Gneo Aurelio lo prese per un braccio.
«Manderò una missiva a Imadion. Risolveremo la situazione.»
Le guardie fecero un passo avanti e poggiarono in terra i
grandi scudi rettangolari, tinti di nero, ma con umboni e bordi
di metallo dorato. Le loro dita scorrevano sull’avorio scanalato
che copriva l’impugnatura delle spade corte.
Riffolk sguainò la sua.
«Servo l’impero da parecchio tempo, durante il quale ho
ammassato abbastanza cadaveri da riempire questa stanza
cinquanta volte. Ho mantenuto la pace rischiando la mia vita e
quella dei miei uomini ogni fottutissimo giorno» le sue vene
erano calderoni d’acqua bollente. «Ed è così che vengo
ringraziato? Con un tradimento?»
Non ricordava un solo processo celebrato da Dustennio
che non si fosse concluso con la morte dell’imputato. La sua
mente passò in rassegna gli annunci delle decisioni
dell’imperatore: fogli di carta squadrati appesi nella piazza di
Calisium. L’imperatore scomodava il suo tribunale personale
per dare la morte. Punto.
«Come osi maiale?» Le guance grassocce di Ulpio si
punteggiarono di capillari rotti. «Tu che parli di tradimento…
dovrei farti sgozzare seduta stante.»
«Come ti permetti, straccione bastardo!» Riffolk puntò la
spada verso di lui. «Stai parlando al governatore di questa
provincia, al fratello dell’Imperatore, e al Comandante della
Guardia Imperiale Rothiana. Questa è una vera
insubordinazione. E lei, generale, ne è testimone.»
Gneo Aurelio era rosso di rabbia. Non gli era mai capitato
di vederlo così.
«È inutile generale» Zodd gli parlò continuando a guardare
negli occhi Riffolk. «Rischierebbe solo di andarci di mezzo
anche lei.»
Silenzio.
Zodd si concentrò su ogni particolare della sala: il grande
tavolo che lo separava da Ulpio, le vetrate di alabastro, i
grandi specchi incorniciati da legno dorato, che riflettevano la
superficie, venata di linee scure, del pavimento in marmo
bianco, i grandi candelabri d’argento finemente intarsiati.
Candelabri d’argento.
«Mi sono arruolato per smetterla di essere un prigioniero.
Nessuno mi stringerà più un paio di catene ai polsi.» Zodd
indicò Ulpio. «Mettitelo bene in quella testa di porco: io non
morirò inginocchiato davanti alla scure di un boia.»
Ulpio sorrise. «Ohhh, ma accadrà proprio questo. E tu non
puoi farci nulla.»
«Sì invece.»
Si lasciò sfuggire un ghigno demoniaco.
Ulpio si si alzò e indietreggiò, nascondendosi dietro
quattro guardie e prendendone due sottobraccio neanche
fossero dame di compagnia.
Solo allora trovò il coraggio di parlare ancora.
«Ah sì? Cosa vorresti dire?»
Zodd lo lasciò a malapena finire.
«Che se volete la mia vita, dovete avere i coglioni di
prenderla ora.»
«Dei santissimi, siediti!» Gneo Aurelio strattonò ancora il
braccio sinistro di Zodd. «E lei, governatore. Non siamo mai
andati d’accordo, ma possiamo risolvere questa faccenda in un
altro modo.»
«No, generale» disse Ulpio continuando a indietreggiare.
«Il suo ufficiale ha sputato in faccia all’Imperatore, a me,
all’intera gerarchia militare, e lei cerca ancora di giustificarlo.
Non lo vede che è un cane rabbioso? Il vostro reclutamento fa
acqua da tutte le parti se un soggetto del genere è riuscito a
entrare nell’esercito.»
Ulpio guardò Riffolk. «Prendetelo, vivo o morto!»
Capitolo 23. Zodd
L’ordine di Ulpio, il suo doppio mento che vibrava sotto la
bocca, quel fottuto dito grassoccio puntato verso di lui. Non
c’era modo di tornare indietro. Era ora di agire.
Accolse le scariche di adrenalina leccandosi le labbra.
È inevitabile.
Tre passi indietro.
Sollevò da terra il candelabro piazzato fra le due finestre,
cinquanta libbre di argento con nove alloggiamenti per le
candele.
Ulpio rise in modo sguaiato, sputandosi fili di bava sul
ricamo dorato della tunica.
«Ah! Ah! Cosa vuoi fare, affrontare il miglior corpo
dell’Impero con un candelabro?»
Sguainate le spade corte, quattro guardie si fecero sotto.
Zodd saltò sul tavolo e poi oltre i rothiani. Non si voltò e
puntò dritto su Ulpio.
Con una frustata del candelabro, dritta sul bordo dello
sullo scudo, mise fuori gioco il soldato incollato al
governatore, facendolo ruzzolare in terra. Incrociò per un
istante lo sguardo con l’altro, che puntellò lo scudo contro la
spalla e il ginocchio per resistere alla botta. Zodd aveva pochi
secondi a disposizione; le altre quattro guardie erano troppo
vicine.
Alzò il candelabro sopra la testa e trovò il polso
dell’avversario proteso per l’affondo. Ulna e radio si
spezzarono come gambi di sedano. La spada corta scivolò
dalle dita del rothiano, ma non toccò terra. Zodd la prese al
volo e si portò alle spalle di Ulpio, cingendogli il collo con
l’avambraccio in una presa di ferro.
«Indietro!» urlò alle guardie. Poggiò con delicatezza la
punta dell’arma sulla guancia sudata di Ulpio. «Indietro o lo
ammazzo.»
«Lasciami andare» starnazzò Ulpio. «O ti farò torturare
come un cane, lo giuro, andrai in pasto ai porci.»
«Non ci tengo a conoscere i tuoi parenti, ciccione di
merda» spinse la lama ancora un po’. Una striscia di sangue
brillante rigò il viso di Ulpio.
«State indietro dementi! Volete che mi sfiguri?»
Il governatore, ora, sembrava un moccioso impaurito, ma
si rifiutava di assecondare i passi di Zodd, che lo trascinò
come la carcassa di un bovino. Fece scivolare la lama verso la
gola.
«Forza ciccione, muoviti.»
Ora cinque guardie seguivano ogni suo movimento. A
breve ne sarebbe spuntata un’altra dozzina, per non parlare del
drappello che sorvegliava l’ingresso, di quello presso le stanze
dei diplomatici e di chissà quale altra caterva di rothiani
incazzati.
Dannazione. Dannazione.
«Avete un chirurgo in questo palazzo?»
«Ma cosa…» farfugliò Ulpio. Zodd gli fece sentire ancora
la lama sul collo. «Si certo, ci sono il mio medico personale e
due chirurghi militari.»
«Molto bene.»
«Sono fra i migliori dell’Impero» continuò Ulpio. «Se sei
ferito posso farti curare. Basta che mi lasci andare. Posso darti
anche mille solidi d’oro, sono nelle mie camere.»
Dubito che il tuo medico personale, o anche quello
dell’imperatore, possano guarirmi.
«Un attimo fa dovevo diventare cibo per i tuoi parenti, e
adesso mi succhieresti anche il cazzo?» gli ringhiò Zodd
nell’orecchio. «Stai tranquillo, il chirurgo non è per me…
Cinque minuti» alzò la voce per farsi sentire anche dalle
guardie. «È il tempo che ci metterà questo culorotto a tirare le
cuoia. Dovrete essere veloci a trasportarlo. E vi avverto: pesa
come una balena spiaggiata.»
Ulpio non disse nulla. Un grugno di paura gli tirava i
lineamenti verso il basso. I rothiani, invece, sembravano
interdetti, Zodd li sentì parlottare.
«Siete lenti a capire.» Allontanò la spada dalla
pappagorgia di Ulpio. «Spero che i vostri muscoli siano più
scattanti del vostro cervello.»
Guardò Gneo Aurelio. Le labbra del generale sillabarono
un non farlo.
Troppo tardi.
Il braccio di Ulpio era adagiato su un rotolo di grasso che
sporgeva dal fianco, Zodd lo trafisse vicino all’attaccatura
bassa del bicipite. Ulpio premette istintivamente la mano sulla
ferita, gridando come un ossesso.
«Bastardo! Figlio di Puttana! Cosa hai fatto?»
Ti ho aperto un’arteria. E ho di nuovo fame. Cazzo,
succhierei quello squarcio neanche fosse la tetta di una donna.
L’arteria brachiale gettava in terra otri di sangue. La tunica
del governatore si imbrattò come il grembiule di un macellaio.
«Aprite quella porta e allontanatevi» ordinò Zodd.
«Sbrigatevi!» aggiunse Ulpio, sempre più bianco in volto.
La paura di morire lo aveva spinto nell’isteria più completa.
Un rothiano scattò con la chiave. La sua mano tremò
vicino alla serratura, ma alla fine spalancò l’uscio. I battenti di
bronzo schioccarono sul legno.
«Quattro minuti» Zodd raggiunse la porta e salutò Ulpio
con un calcio nel culo.
Si lanciò a perdifiato per il corridoio foderato di marmo.
Mentre guardava la spada corta che stringeva nel pugno,
nella sua testa ronzava un pensiero fisso.
Fottuti gli Dei, il giorno peggiore. Ho scelto il giorno
peggiore per girare disarmato.
Le statue degli imperatori scivolarono via, ai limiti del suo
campo visivo, mentre volava giù per le scale.
Un globo di luce proveniente dall’esterno si rifletteva nel
pavimento freddo dell’atrio.
L’uscita.
Zodd si sentì sollevato, non c’erano guardie.
Saltò gli ultimi dieci gradini e atterrò piegandosi su un
ginocchio, con le mani in terra. Alzò la testa, una moltitudine
di ombre in movimento affettavano la luce dell’uscio. Ordini
concitati e metallo sguainato.
Come non detto.
Un intero drappello di rothiani si materializzò davanti a
lui.
Sono più fottuto degli Dei.
Accanto a quella che aveva appena disceso c’era una scala
gemella, ma tornare indietro non avrebbe risolto nulla. Già
sentiva lo scalpiccio di decine di piedi rimbombare per i
corridoi e le ampie sale dei piani superiori.
L’intero palazzo sembrava un formicaio in piena attività,
pronto alla caccia.
E lui era la preda.
Portò la mano dietro la spalla. Sentiva ancora il peso
dell’addhur sulla schiena, un arto fantasma che non l’avrebbe
aiutato.
Maledizione.
Scattò come un rinoceronte verso sinistra, due dardi di
balestra gli fischiarono accanto e si andarono a conficcare
nella porta che aveva deciso di sfondare. Sembrava solida e
non c’erano rinforzi di ferro, ma doveva riuscirci al primo
colpo.
Crash.
Rotolò lungo il corridoio. La spalla e il braccio pulsavano
per la violenza dell’impatto.
Le guardie erano anche lì. Non ebbe il tempo di rimettersi
in piedi, che già una lama si era abbattuta sulla sua schiena.
Sopravveste lacerata, ma nessun danno alla brigantina.
Mentre ringraziava una a una le trecentosessanta lamine di
ferro che la componevano, si trovò a deviare un secondo
affondo con il bracciale, anch’esso composto da segmenti
metallici cuciti su un’imbottitura di cuoio.
Allontanò il nemico con un calcio, facendogli cadere lo
scudo, ma anche lui aveva perso la spada corta per sfondare la
porta.
L’arma, se così poteva definirsi, più a portata di mano, era
il busto marmoreo di un imperatore; si affacciava con il naso
aquilino da una delle nicchie mosaicate d’oro ai lati del
corridoio. A giudicare dal luogo in cui lo avevano relegato,
doveva trattarsi di quel buono a nulla di Eutilio Mela, che
aveva regnato per un paio di mesi trincando vino e scopando
fanciulli, prima di essere avvelenato da un paggetto sedicenne.
Almeno servirai a qualcosa.
Dall’uscio sfondato sciamarono dentro altri soldati.
Zodd strappò via l’arma impropria dal piedistallo.
Il rothiano, un ragazzo sulla ventina basso e tarchiato,
sgranò gli occhi.
Zodd sapeva che in quattro o cinque secondi sarebbero
arrivati i primi dardi. Scagliò il marmo dipinto verso la
guardia. Un’ottantina di libbre di pietra dritte sulle mani aperte
del giovane, protese a protezione il volto.
Ossa rotte.
Ululando di sofferenza, il rothiano provò da estrarre la
daga, ma al posto delle dita sembrava avere i raggi fracassati
di una ruota. Il medio e l’indice erano adagiati sul dorso, con
le ossa che bucavano la pelle.
Non c’era tempo di ammazzarlo.
In fondo non aveva bisogno di altro.
Tempo.
E magari cibo.
Aveva ferito Ulpio per togliere di mezzo le guardie della
sala e guadagnare un pugno di minuti preziosi, ma ormai era in
allerta l’intera Guardia Rothiana della Niversia.
A quei porci non sembrerà vero di poter ammazzare un
ufficiale dell’esercito.
Quel maledetto corridoio non aveva fine, ed era abbastanza
ampio da permettere a due uomini corpulenti di percorrerlo
affiancati. Le nicchie laterali continuavano ad aprirsi a un
braccio l’una dall’altra, ma Zodd pensava solo a tenere lontane
le urla degli inseguitori e a ringraziare di non avere balestrieri
pesanti del Fodeis alle calcagna, altrimenti sarebbe diventato
in un istrice con aculei di legno piantati nella schiena.
Fine del corridoio: scale a salire, una rampa a scendere.
Stanze, stupidi marmi e arazzi, oppure magazzini, cucine e
fogne.
Giù.
«Bastardo, sei in trappola.»
Il drappello rothiano era fottutamente vicino.
Ancora scale. Ne aveva percorse di più negli ultimi cinque
minuti che nei due mesi precedenti.
Raggiunse un pianerottolo, spalancò una porta che dava
sull’ennesimo corridoio, questa volta scuro e senza un briciolo
d’oro o decorazione a mosaico, ma poi decise di scendere
ancora, sperando che buona parte dei rothiani proseguisse
lungo il primo livello interrato. Al piano inferiore notò delle
spesse grate di ferro, poste poco sotto il soffitto, che
affacciavano con ogni probabilità sul cortile interno del
palazzo. Manco a dirlo, anche quello pullulava di damerini
rothiani. Non gli restava altro che scendere ancora, come una
talpa schifosa, superando i loculi degli schiavi, le cucine, i
magazzini, fino a raggiungere le fogne.
Per andare dove?
Se anche fosse riuscito a fuggire dal palazzo, lo avrebbero
braccato in lungo e in largo per tutto l’Impero. Per trovare un
cannibale alto sette piedi non ci volevano doti da segugio. Era
proprio fottuto. Doveva lasciare il palazzo, la Niversia e anche
il fottutissimo Impero. Poteva scordarsi un rientro a Miniarum.
Gli serviva un passaggio per andare lontano da lì.
Una cosa per volta.
Porta. Spalancata. Oltre la soglia, il buio ingurgitava i fitti
scalini verticali. Il fetore delle acque di scarico arrivava a
folate.
Che merda.
Zodd scese. Trovò sulla sua strada uno giovane schiavo,
più simile a una larva di mosca che a un uomo. Il montante di
Zodd lo sollevò dai gradini e lo mandò a ruzzolare per le scale,
seguito da buona parte dei suoi denti.
Fra addetti alla manutenzione dell’impianto idrico, di
quello di riscaldamento e delle fogne, in quel sotterraneo
umido dovevano esserci un centinaio di schiavi.
L’accesso alla grande cloaca si trovava lì, da qualche parte.
La puzza di merda non mente mai.
L’Impero aveva un’ossessione per la pulizia, e Zodd
sapeva che la cloaca scaricava in mare, probabilmente nei
pressi del porto. Di sicuro c’era un modo per raggiungerla
attraverso un condotto più piccolo.
Spero non troppo piccolo.
Nel locale dove era sbucato non c’erano più schiavi, ma
quando sentì urla e passi frenetici provenire dalle scale, capì
che i rothiani gli erano di nuovo con il fiato sul collo.
Capitolo 24. Zodd
Strisciò in uno dei tunnel più stretti. Un uomo normale
sarebbe riuscito a passarci quasi accovacciato. Lui fu costretto
a procedere a quattro zampe. Mentre scivolava nel tunnel,
immerso nel letame fino al polso e con gli schizzi degli scoli
che gli imbrattavano il volto come una pioggia putrida, si
sorprese ad apprezzare l’umorismo simmetrico del destino;
aveva iniziato la sua scalata alla gerarchia militare imadiana
fuggendo da una cloaca dell’Ibunod, ed era giusto che uscisse
da quella di Calisium senza uno straccio di grado.
Due parentesi merdose che racchiudevano la sua avventura
nell’esercito imperiale.
Guardò in basso e incrociò le stelle cucite sulla tunica. Si
mise in ginocchio e le strappò via, gettandole in un rivolo
oleoso che seguiva il flusso dello scolo.
Fu in quel momento, guardando affogare i suoi gradi nella
melma, che si chiese per quale motivo avessero voluto
metterglielo nel culo così, all’improvviso.
Figli di puttana, l’imperatore e suo fratello già mi
vedevano inginocchiato ad attendere l’ascia del boia.
Il boia che ammazza il boia.
Col cazzo.
Dubitava che qualche rothiano si fosse infilato nel tunnel
per seguirlo: quelle armature lucide e i pennacchi di crine
erano fatte per starsene lontano dai guai e complottare. Al
massimo fare qualche ronda sul marmo tirato a lucido.
Prese una lunga curva sulla destra, continuando a orientarsi
con il tatto. Abbandonata la parte iniziale, la fogna era
divenuta completamente buia. I muschi viscidi gli scivolavano
sotto i palmi e le ginocchia, mentre squittii nervosi gli
arrivavano da ogni direzione.
In quell’atmosfera scura, il cilindro di luce bianca che
arrivava da una grata, posta sul piano della strada, diverse
braccia sopra la sua testa, gli sembrò la discesa di un dio
(fottuto) su Onnar.
Un tunnel ancora più stretto, poco adatto alla sua taglia.
Ci strisciò dentro, avanzando sui gomiti. Saliva in obliquo
verso la superficie. Sarebbe sbucato ancora all’interno del
Palazzo. Ne era convinto.
Poteva solo uscire e puntare dritto alla Piazza del Mercato,
dove si sarebbe confuso con la folla.
Confuso? Un orso con una palla in equilibrio sul naso
avrebbe avuto più possibilità di mischiarsi con la folla.
Impugnò la grata con entrambe le mani e si puntellò sulle
cosce. Il metallo cigolò e si mosse.
Uscì, tentando di scrollarsi di dosso lo schifo raccolto nei
tunnel.
Un grosso muso gli nitrì in faccia e sbuffò.
Le stalle.
Sono ancora nel Palazzo.
Si affacciò a una delle finestre quadrate che si aprivano sul
cortile interno. Una sola guardia. Andava avanti e indietro
lungo il passaggio ad arco che collegava il cortile delle stalle
con la sezione principale del palazzo.
Ora si trovava a quindici passi, e presto ne sarebbero
arrivate altre.
Lo sfiorò l’idea di fuggire a cavallo, ma sapeva che
l’ingresso del palazzo e quello delle stalle brulicavano di
rothiani.
L’opzione migliore era superare il passaggio ad arco e
cercare un’uscita secondaria, sperando che non fosse
presidiata come quelle principali. Rimaneva il problema della
guardia: un ragazzo ben piazzato, protetto da una corazza
segmentata, con uno scudo rettangolare nella sinistra e una
lancia nella destra.
Mi serve un’arma.
Zodd diede un’occhiata alle stalle. Dovevano esserci una
quarantina di cavalli, ognuno dei quali aveva a disposizione
più spazio di quanto ne avessero tre uomini nelle camerate di
Miniarum.
Vento, Tempesta, Fulmine, una sequela di nomi, incisi nel
legno, penzolavano sugli ingressi delle singole stalle. Neanche
un bambino di tre anni ne avrebbe scelti di così banali.
In piena vista, si avventurò lungo il corridoio fra gli sbuffi
degli animali. Dopo venti passi raggiunse una rientranza; su
entrambi i lati, al posto delle stalle, si trovavano delle
rastrelliere con diversi arnesi: due piccole asce, roncole,
striglie, spazzole, martelli, ferri di cavallo. Nell’angolo notò
un forcone. Un attrezzo che in campagna sarebbe stato un
lusso, perché aveva i rostri di metallo, sebbene consumati dalla
ruggine.
Un fruscio di paglia alla sua sinistra, verso l’ingresso dei
locali. Zodd agguantò una roncola e si spinse con le spalle
contro parete di legno. Qualcuno stava venendo nella sua
direzione.
Ne sentiva i passi.
Ora il respiro.
Leggero, tanto che fu costretto a modificare la cadenza del
suo per riuscire a percepirlo meglio.
Vicinissimo.
Zodd si buttò nel corridoio e colpì dove pensava ci fosse la
gola dell’uomo. La lama impattò un cranio e sprofondò nel
cervello. Il sangue spruzzò sul giallo vivo della paglia.
Vide due occhi girarsi all’indietro, mostrando le sclere
limpide, e una mascella rotonda spalancarsi sotto di essi. La
gola era un tunnel silenzioso.
Il giovane stalliere, dodici o tredici anni, non aveva emesso
un fiato. Zodd accompagnò il corpo in terra, contenendone gli
ultimi spasmi.
Dannato ragazzino.
Sfortuna, solo sfortuna, il bamboccio era finito nel posto
sbagliato nel momento sbagliato.
Sfortuna?
Fame. Potrei mordere questa guancia. Masticarla…
Sbirciò le stalle più vicine, fino a trovarne una vuota. Prese
il cadavere e lo trascinò dentro con una sola mano, lasciando
una scia viscida sul legno.
L’odore del sangue fresco era più forte del lezzo degli abiti
fradici e dalla merda di cavallo. Aveva la netta impressione
che il sangue di bambino avesse un odore diverso, più
pungente rispetto a quello degli adulti.
Sollevò il cadavere per una caviglia. I pantaloni di lana
grezza scesero fino al ginocchio. La vista di quel polpaccio
bianco gli fece gorgogliare lo stomaco. Lo avvicinò alla faccia.
L’odore era buono. In vita sua aveva fatto cose che
avrebbero fatto vomitare le budella a un torturatore, ma
questo…
Fottuti gli Dei…
Fottuti gli Dei, ho mangiato la zampa di un mostro e una
puttana.
In fondo si trattava solo di carne. Carne di bambino, ma
pur sempre carne.
Incurvò il collo e affondò i denti.
Durissima.
Serrò le mascelle: gli incisivi superiori e inferiori
cozzarono fra di loro.
Un pezzo di polpa gli scese in gola.
Buona.
Per il secondo morso adottò un approccio diverso. Non
voleva mica spaccarsi i denti. Stavolta provò a mordere di lato,
usando i molari.
Sto mangiando un bambino.
Devo mangiarlo.
Sono troppo lento.
Prese la roncola e colpì dall’alto verso il basso. La lama
raschiò il perone. Colpì altre due volte, fino a scollare il
polpaccio dall’osso. Lo strappò a mani nude. Iniziò a
masticarlo.
Mi servirebbero i denti di uno squalo.
Mollò la caviglia del cadavere e la roncola. Il corpo si
afflosciò nella paglia ai suoi piedi.
Zodd continuò a masticare il pezzo di polpaccio, cercando
di perforare la guaina muscolare con i canini.
Fottuti gli Dei, era stoppaccioso come un ciocco di legno!
Deglutì l’ultimo boccone. Lo sentì scendere con lentezza
lungo la gola.
Aveva perso abbastanza tempo. Per quello che aveva
appena fatto riuscì a trovare una sola parola: follia.
Doveva uscire da quel palazzo. Alla svelta.
Tornò agli attrezzi da lavoro. Prese il forcone e si infilò
un’altra roncola nella cintura.
Andò alla finestra e costeggiò la parete, talmente attaccato
al legno da distinguerne le venature chiare. La guardia era
ancora lì.
Calcolò la distanza che lo separava dal rothiano e infilò la
porta che dava sul cortile. Corse verso di lui fregandosene del
rumore che faceva mentre gli piombava addosso, il forcone
stretto a due mani.
Il rothiano si voltò giusto in tempo per incrociare lo
sguardo di Zodd. Non abbastanza da evitarne il colpo.
Tentò di alzare lo scudo, ma le due punte centrali del
forcone gli affondarono nel collo. Un sibilo rauco e crollò in
terra.
Il metallo dell’armatura segmentata cozzò sulla pietra,
facendo più fracasso del previsto.
Il rothiano continuava a dimenarsi e a rantolare, sbattendo
la spada sul selciato.
Quel cane proprio non voleva saperne di morire.
Zodd spinse il piede sulla testa del forcone come fosse una
zappa. Le punte si spezzarono e schizzarono via come le
schegge di un bicchiere caduto in terra.
La testa del giovane si separò dal corpo un pollice di carne
alla volta, mentre i suoi occhi sbarrati supplicavano Zodd. Una
vertebra cedette di schianto, il midollo spinale si mischiò al
lago scuro che si stava allargando sotto i due. Gli occhi del
rothiano smisero di supplicare Zodd solo quando la testa iniziò
a rotolare verso la stalla.
Per un attimo pensò di occultare il cadavere, ma già
sentiva altri passi.
Ovunque.
Rapidi lungo le scale interne, veloci e netti sul lastricato,
attutiti dal legno delle stalle dietro di lui.
Come diavolo aveva pensato di potersi tirare fuori da un
simile disastro?
E perché farlo, sapendo cosa era diventato?
Sì, era un mostro fottuto, più merdoso di quei mosaici di
carne umana e insetti che aveva combattuto ad Aratan.
Volò verso l’arco di pietra. Arrivò alla fontana nel mezzo
del cortile, dove un satiro di marmo orinava in faccia a un
soldato della Legione. Le ninfee ruotavano pigre sulla
superficie dell’acqua, smosse dai dorsi delle carpe.
Guardò le finestre del palazzo che davano sul cortile. Da lì
potevano individuarlo senza problemi.
Il ticchettio dei sandali divenne una tempesta.
Hanno capito che mi trovo ancora all’interno dell’edificio.
Le fogne, non posso fare altro, devo buttarmi di nuovo in
quel merdaio.
Si precipitò da dove era venuto. Lo attendevano altre due
guardie.
Due fottutissime facce di porco.
«Ti abbiamo trovato, finalmente.»
«Avevano ragione, sei uno scherzo degli Dei!» aggiunse
l’altro, il respiro spezzato dalla corsa. Prese fiato e urlò: «è
qui, nelle stalle!»
Uno dei due non aveva lo scudo, e il braccio sinistro era
già teso davanti al volto, il giavellotto tirato dietro al corpo
dalla mano destra. A dieci passi di distanza, Zodd si sentiva un
bersaglio enorme. Fece finta di schivare a sinistra e si mosse
dall’altro lato.
La punta di ferro lacerò la tunica sul deltoide e andò a
piantarsi nella parete di legno.
«Fanculo, ecco un bastardo fortunato!»
I due avanzarono. Scudo e spada a sinistra, spada e daga a
destra. Zodd sfilò la roncola dalla cintura e andò deciso sul
primo, colpendo il bordo superiore dello scudo. La lama
penetrò a fondo. Mentre l’altra guardia calava la spada per
tranciargli l’avambraccio, Zodd tirò lo scudo a sé, sbilanciando
l’avversario. La spada arrivò sul braccio di quest’ultimo.
Lama incastrata nell’incavo del gomito. Fontana di sangue.
Zodd ne approfittò per affondare la roncola nella coscia
dell’altro rothiano, cercando l’arteria femorale.
Tirò fuori il ferro, il sangue uscì a fiotti densi.
Bene.
Il rothiano spinse la mano sulla coscia. «Figlio di putt…»
Il manico della roncola gli mandò in frantumi gli incisivi e
ridusse in poltiglia tutto quello che c’era tra naso e labbra. Il
soldato cadde in ginocchio, una mano sulla coscia e l’altra
sulla bocca.
L’altro non se la stava cavando meglio.
Zodd lo osservò per un istante mentre tentava di strapparsi
la lama dal braccio.
Fottutamente patetico.
Lo colpì con la roncola sul lato sinistro del collo. Insieme
alla roncola tirò via un pezzo di carne e poi colpì ancora,
scheggiando una vertebra cervicale. Il getto di sangue annaffiò
l’altro soldato.
I due caddero insieme come attori di teatro.
Poteva farcela. Prese la spada e si voltò.
Davanti a lui c’era un altro rothiano.
No, era senza armi e armatura.
Sestio?
«No, fermo!» Sestio mantenne un tono rassicurante. «So
cosa ti è successo ad Aratan. E so come aiutarti.»
Zodd abbassò l’arma e inclinò la testa. «Di cosa cazzo stai
parlando?»
Il tempo scorre, saranno qui a secondi. Ammazzalo e
scappa.
«Non c’è tempo per le spiegazioni. Stanno arrivando.»
«Lo so. Dammi un motivo per non ucciderti.»
«Ho visto quello che hai fatto a quella puttana a
Miniarum» indicò alle spalle di Zodd. «E a quel ragazzino. Ma
non ho detto niente a nessuno. E non intendo farlo ora.»
Zodd lasciò cadere l’arma.
Cazzo.
«C’è un modo per risolvere il tuo problema, ma devi fidarti
di me. Domani all’alba, al porto. Ultimo molo settentrionale.
La barca di Jonsah porterà moltissime persone a Ederlia. Lì c’è
qualcuno che può aiutarci entrambi.»
Sapeva tutto, cazzo.
«Chi sei veramente?»
«Un amico. Il tuo unico amico.»
Zodd fece due passi indietro, fino alla botola della
fognatura.
«Non provare a fottermi» puntò il dito verso Sestio. «Non
ci provare, fottuti gli Dei.»
Capitolo 25. Zodd
L’alba inondò il porto di Calisium come un grido di luce
tagliente, scacciando la fredda brezza salata e illuminando le
attività febbrili che si svolgevano già da qualche ora.
Zodd se le era godute tutte, dalla prima all’ultima, grazie al
primo regalo della stessa malattia che lo aveva fatto diventare
un fottuto cannibale: l’insonnia.
Gli era capitato molte volte di non riuscire a dormire o di
passare una notte in bianco, ma ormai il conto aveva superato
le tre settimane consecutive.
Non sapeva quanto ci volesse a morire per mancanza di
sonno, ma era convinto che non sarebbe capitato a lui, perché
si sentiva nel pieno delle forze.
Si rendeva conto che mangiare un bambino avrebbe
dovuto portarlo ad altre considerazioni, ma riusciva solo a
pensare che il pasto gli aveva dato una discreta soddisfazione.
La carne di quei mostri, però, era un’altra cosa. Succosa,
densa: un boccone di pura energia.
Si asciugò un filo di bava con il dorso della mano e si
mosse dall’anfratto umido in cui aveva passato l’ultima ora,
vicino allo scarico della fogna nel mare. Un ragazzo di
vent’anni, ridotto a uno scheletro isterico dall’aloise,
ingurgitava intere boccate di liquami torbidi direttamente dallo
scolo della fogna. Due, tre giorni al massimo, e i manovali del
porto avrebbero buttato il suo cadavere in mare.
Da uno dei moli più vicini alla dogana, un enorme vascello
della Compagnia del Tridente, appesantito fino al limite della
linea di galleggiamento, era pronto a partire. La vela ingrigita
dell’albero maestro era abbastanza grande da avvolgere un
palazzo. Appena fuori dal porto era all’ancora un’altra nave
con lo stesso simbolo, un tridente in un cerchio dorato, in
attesa di rifornire i commercianti della Niversia.
C’era una barca pronta a partire anche per lui.
C’è davvero?
Fottuti gli Dei, forse si stava fidando troppo di Sestio.
Si infilò la mano in tasca e tirò fuori un pugno di monete.
Quattro denari e un solido d’oro: c’era da ringraziare qualche
dio fottuto se erano ancora lì e non nelle fogne di Calisium.
Poca roba, ma meglio di niente.
Oltre ai suoi ultimi soldi, gli rimanevano una brigantina
logora con parecchi listelli metallici esposti, pantaloni, stivali
e un mantello marrone con uno squarcio sulla schiena. E
l’addhur appena recuperato da Vellidio. Pensò a quanto aveva
rischiato a tirare il fabbro giù dal letto per farsi dare l’arma e
girare nella foschia dell’alba con sette piedi di metallo in
spalla. Lo aveva avvolto in una custodia di tessuto grezzo,
scuro, più per evitare di essere tradito dai riflessi del sole che
per proteggerlo dalla salsedine, visto che il trattamento con la
legarossa avrebbe dovuto renderlo immune a quest’ultima.
Zodd aspettò il passaggio di un gruppo di operai e si spostò
verso la parte più a nord del porto.
Il muro di un magazzino lo riparò alla vista degli
scaricatori, intenti a trasportare una serie infinita di casse di
legno con gli angoli consumati e anfore ricolme di olio e vino.
Dal numero di mercenari e soldati imperiali che li scortavano,
immaginò che negli ultimi tre bauli ci fossero gioielli o stoffe
preziose.
Il magazzino divideva i moli dall’area di vendita, dove le
monete già tintinnavano nelle borse degli acquirenti in attesa.
Non erano gli unici ad aspettare.
Si appiattì di nuovo contro il muro, umido di brina. Uno
dei due grossi anelli che spuntavano dalla guardia dell’addhur
grattò sull’intonaco.
I burocrati imperiali uscirono dal casotto di mattoni,
posizionato all’inizio del molo, scortati dai militari della Flotta
Orientale. Era troppo distante per vedere i loro volti, ma
avrebbe scommesso mille denari sull’opzione facce-di-cazzo.
Ora capiva perché era impossibile sfuggire alle imposte
sulle merci: quei fottuti doganieri avevano un ufficio in ogni
molo. Non si lasciavano scappare una libbra di spezie ed era
quasi certo che avrebbero notato anche lui.
Andando verso i moli più a nord, trovò meno persone. A
detta di Sestio, la barca lo aspettava lì.
L’ultimo molo settentrionale era deserto.
Un fottuto miracolo.
Troppo distante dai depositi e senza casotto dei doganieri,
aveva tutta l’aria di essere a pochi giorni dalla demolizione. I
pali che la sostenevano sembravano ancora solidi, ma alcune
assi erano imputridite e tracce di vegetazione facevano
capolino dalle fessure aperte nel legno marcio.
Zodd smise di muoversi accovacciato e si alzò, l’addhur
sempre in spalla. Un paio di vertebre, al centro della schiena,
scrocchiarono mentre stendeva le braccia sopra la testa.
Si avvicinò. I suoi passi erano coperti dal frangersi delle
onde sugli scogli.
Sul lato destro del molo era attraccata una vecchia
imbarcazione da trasporto. Sessanta o settata piedi e albero a
vela triangolare.
Anche il ponte era deserto.
Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che aveva
messo piede su una barca, e fosse stato per lui ne sarebbe
passato molto altro, ma il destino aveva scelto diversamente.
Si trovava di nuovo costretto ad abbandonare la terraferma,
come un cinghiale braccato dai segugi. La stessa cosa che gli
era successa nell’Ibunod.
Difficile dire chi fosse il nemico più pericoloso, se i
mercenari che lo avevano inseguito tempo prima o i rothiani.
Ma buttarsi in mezzo all’oceano era diventata una
consuetudine del cazzo.
Attese meno di cinque minuti, pensando cosa spingesse
una persona a scegliere di passare la propria vita a traballare
sulle assi di un veliero piuttosto che apprezzare la solidità
della terraferma. Poi un uomo uscì dalla stiva.
Con quella faccia cotta dal sole, poteva avere qualsiasi età
fra i trentacinque e i quarantacinque anni, ma i capelli rigati di
grigio lo facevano propendere per la seconda opzione. Rimase
fermo sull’ultimo gradino.
«Sei il primo» gli occhi dell’uomo erano scuri come il
mantello che indossava. Lo guardò e sorrise. «Zodd?»
Zodd rimase a un paio di passi dalla passarella. Come
cazzo faceva a sapere il suo nome?
«Bene» l’uomo si aggiustò il mantello sulla spalla destra.
«Io sono Jonsah. Sono quello che può portarti al sicuro, il resto
non è importante.»
Guardò alle spalle di Zodd.
«Bel modo di passare inosservato» Jonsah indicò elsa
dell’addhur. Salì l’ultimo gradino e arrivò alla passerella.
«Quello strano tipo, Sestio, mi aveva avvertito, ma, Murion
santissimo, potrebbero riconoscerti anche in mezzo in
un’arena gremita di persone.»
«Non parto senza la mia spada. Per riaverla ho aspettato
fino all’alba in una fogna. Con i ratti che mi mordevano il
culo.»
«Forza» Jonsah gli fece un ampio gesto con il braccio.
«Non sei il primo e non sarai neanche l’ultimo uomo a trovarsi
nella merda fino al collo. Sali a bordo.»
«Gli altri dove sono?» Zodd rimase immobile. «Questa
barca doveva essere piena di gente.»
È una trappola?
Si guardò intorno. La mano volò all’impugnatura
dell’addhur.
«Stai calmo, non è una trappola» Jonsah sembrò leggergli
nel pensiero. «Gli altri arriveranno a minuti. L’imbarco sarà
più pericoloso del solito perché c’è stato un attentato al
palazzo del governatore. Quei bastardi dei rothiani stanno
controllando tutto e tutti da ieri sera.»
«Sì, mi pare di aver sentito qualcosa del genere.»
«Qualcosa?» Jonsah fece sbattere il palmo della mano sui
pantaloni verde scuro. «Quel tizio ha ferito il fratello
dell’Imperatore e ha fatto a pezzi non so quante guardie.»
Ha anche mangiato un bambino.
Zodd saltò quasi l’intera passerella e atterrò davanti a
Jonsah.
«Murion santissimo, vuoi farmi prendere un colpo al
cuore?» Jonsah alzò gli occhi e fece un passo indietro. «Te
l’ho detto, voglio solo aiutarti. Dannazione.»
Zodd portò la mano alla cinta e tirò fuori la daga.
Forse doveva credergli. In fondo era al porto da qualche
ora e nessuno aveva provato ad ucciderlo.
«E va bene. Ma non fare cazzate, non ci pensare nemmeno
a fregarmi.»
«Perché dovrei fregarti?»
«Perché sei un fottuto muriano. E io non mi fido dei fottuti
muriani» Zodd gli puntò l’indice contro. «Di solito li
ammazzo.»
«Se non ti piacciono i muriani, su questa nave potresti
avere dei problemi.»
«Di che parli?»
«Ascoltami, il tuo amico Sestio ha pagato un sacco di soldi
per questo passaggio. E io di solito non ne prendo. Tu e lui
siete gli unici a non credere. Gli altri passeggeri» Jonsah iniziò
ad allentare una cima come se non fosse successo nulla. «Sono
tutti muriani che vogliono abbandonare l’Impero.»
Zodd si passò una mano sulla fronte. Immaginò di
trascorrere giorni e giorni di navigazione ad ascoltare
chiacchiere su Murion, sull’Editto di Dustennio e di come la
compassione salverà il mondo. E poi i discorsi sulla pace,
sull’amore fraterno. Meglio quei maniaci dei neomuriani o i
legionari.
«È questo che faccio. Aiuto i muriani a fuggire
dall’Impero. Ma anche io ho bisogno di soldi.»
L’unica cosa positiva era che ascoltare i muriani lo avrebbe
ucciso di noia in poche ore, mentre la sua malattia, se di
malattia si trattava, ci avrebbe messo molto di più.
Sopra il rumore della risacca, gli arrivò un vociare
indistinto.
Tese l’orecchio.
«Penso siano loro.»
I muscoli di Zodd si tesero all’istante. «Lo spero per te.»
Dall’angolo del magazzino uscirono una ventina di
uomini. Una fila uniforme di spettri con i capelli rasati e
tuniche cenciose che arrivavano sotto al ginocchio.
Si rilassò.
Passarono vicino a lui senza degnarlo di uno sguardo. Un
paio di vecchi, tanti uomini fra i trenta e i quaranta, un ragazzo
molto giovane e nessuna donna. «Forza, sbrigatevi, dovevate
essere qui all’alba» Jonsah li fece scendere sottocoperta,
seguendoli con lo sguardo fino a quando la testa dell’ultimo
non fu sparita sotto i gradini. «Tu intanto molla gli ormeggi.»
Uno di loro si fermò accanto a Zodd e tirò indietro il
cappuccio.
«Sestio.»
«Sapevo che saresti venuto» rispose il sopravvissuto di
Aratan.
«Non ho scelta. Devo lasciare l’Impero il prima possibile.»
«Ottima idea, non te ne pentirai.»
Zodd lo prese per il nodo che chiudeva il mantello grigio
all’altezza delle clavicole. Lo trascinò verso di sé. Sestio
deglutì e lo fissò. Una ragnatela di capillari rotti gli arrossava
le sclere.
«Quello che mi hai detto ieri, al palazzo del governatore…
è la verità?» Zodd lo guardò dall’alto. «Cosa mi sta
succedendo?»
Sestio girò la testa da entrambi i lati. «Cerchiamo di
mantenere la calma.»
Zodd mollò la presa.
«Ti dirò tutto non appena saremo in mare aperto. Al sicuro.
Ma prima di salire devo mangiare qualcosa, mi sento male.»
«Cosa c’è a Ederlia?»
«Qualcuno che può aiutarti, anzi, che può aiutare entrambi.
Un mercante con cui ho fatto affari quando lavoravo per la
Compagnia ad Aratan.»
Sestio tirò fuori dalla tasca un pezzo di stoffa coperto di
macchie scure.
Aprì i quattro lembi. E Zodd vide qualcosa di inaspettato:
la mano di una persona. Più precisamente di una donna, bianca
come avorio, con le unghie smaltate di viola e azzurro. La sua
proprietaria doveva essere stata grassa come una scrofa. Sestio
morse la parte carnosa sotto il pollice. Si aiutò tirando con
entrambe le mani e strappò via un pezzo. Poi richiuse l’arto
amputato nella stoffa.
Zodd sentì del movimento nelle profondità dello stomaco.
«Ma che cazzo…»
Se stava cercando una prova delle buone intenzioni di
Sestio, quella era davvero convincente. In qualche modo,
condividere la voglia di carne umana con quell’omuncolo
insignificante lo rasserenava.
E sembra molto più bravo di me a mangiare carne umana
cruda.
«Guardami» Sestio continuò a masticare. «Non voglio
rimanere così, come uno disgustoso cannibale. Ma non riesco
a resistere. Ho bisogno di carne. Viva se possibile. Questa è
uno schifo.»
L’aratense iniziò a piangere a dirotto.
«Fottuti gli Dei» Zodd lo prese per una spalla e lo spinse
davanti a sé. «Prima mi dici di contenermi e poi ti metti
mangiare una cazzo di una mano amputata e a piangere come
un frocio?»
«Dovresti capirmi più degli altri. Ci è capitato qualcosa di
orrendo. Non sono più un uomo.»
«Hai ragione, sei un coglione. Forza, saliamo a bordo,
voglio mettere più acqua salata possibile tra me e il ciccione.»
Capitolo 26. Costantino
«Questi mosaici hanno parecchi secoli» disse Costantino
senza rallentare. «Alcuni di voi, a notte fonda, vengono a
pregare qui invece che nel Tempio. Credete che non vi senta?»
Sul volto di Gerardo vide l’espressione di un bambino
preso con le mani nella marmellata.
«Noi… io…» farfugliò spaventato. «È che qui ci sentiamo
più vicini a Dio, questi mosaici sono meravigliosi.»
Costantino si fermò di colpo e rimase di spalle. La veste
indaco fece uno svolazzo d’inerzia in avanti e poi oscillò
vicino ai piedi.
«Sono falsi.»
Per l’ennesima volta, Gerardo rimase di sasso.
«Seguimi. Ho detto che questa cosa ti aiuterà.»
«Sì» disse Gerardo.
Il familiare cigolio al ginocchio tornò a cantare già dopo la
prima rampa di scale, ma Costantino non aveva intenzione di
svegliare Attalo per azionare l’elevatore. Era una lunga strada,
quella che portava fino al piano più basso del Monastero, ma
valeva la pena incespicare e soffrire su ogni singolo gradino.
Un percorso di riflessione ed espiazione, per mondare l’anima
e la mente prima di contemplare il cuore stesso del Monastero.
Continuarono a scendere e scendere. Quando era più
giovane, l’idea di avere, sopra la testa, abbastanza roccia e
terra da seppellire la capitale dell’Impero, gli toglieva il fiato.
Peggio, lo faceva barcollare nell’ombra. Poi aveva iniziato a
considerare quella roccia come l’armatura della Legione, la
protezione che le avrebbe permesso di sopravvivere. E ogni
timore era svanito.
Le scale continuavano. Un serpente di pietra bianca
luccicante avvinghiato intorno allo scavo dell’elevatore.
«Siamo all’altezza degli alloggi dei legionari?» chiese
Gerardo.
Costantino lo sbirciò da sopra la spalla. «Li abbiamo
superati. Questa scala è la via più veloce per arrivare ai livelli
inferiori, ma la usiamo in pochi. I prossimi due ingressi, tra
una cinquantina di gradini, sono quelli delle Prigioni.»
Il volto di Gerardo, un ovale su cui si muovevano guizzi
d’ombra, si fece pallido. Costantino ne ebbe una visione
fugace mentre riprendeva a scendere.
«Santità, dopo le Prigioni… c’è il Redentorio.»
Anche la voce del novizio sembrava pallida.
«Non è l’ultimo livello.»
I passi di Gerardo, alle sue spalle, si arrestarono. Fece altri
due gradini e si fermò anche lui. «Vuoi la verità? Allora
seguimi e non avere timore.»
Superarono anche il pianerottolo, poco più di un grande
scalino, delle Prigioni. Un ingresso anonimo, costituito da una
semplice porta di legno con una maniglia consunta, che dava
su un’anticamera buia. Costantino era l’unico ad utilizzarla.
Tutti quelli che lavoravano nei piani dall’Armeria al
Redentorio preferivano usufruire dell’intricata rete di tunnel,
corridoi e scale ripide che collegavano i vari settori.
Dopo altri dieci minuti di discesa incessante, Costantino
pensò che sarebbe stato magnifico poter mettere l’olio che
usavano per i cardini delle porte anche sulle sue ginocchia.
Anzi, dentro le sue ginocchia. Tirò un sospiro di sollievo
quando superò la porta, se possibile ancora più anonima della
precedente, del Redentorio. Mancava solo un’ultima, e -
purtroppo - lunghissima, rampa.
Strinse i denti, trovando un po’ di sollievo nel fatto che
anche Gerardo, il giovane Gerardo, stava ansimando e che, a
intervalli regolari, i suoi anelli tintinnavano sul corrimano di
pietra. Arrivò all’ultimo scalino pregustando la meravigliosa
stabilità di un pavimento perfettamente orizzontale.
«Siamo arrivati» disse, accorgendosi che le parole gli
erano uscite fiacche come la confessione di un vecchio sul
letto di morte. «Siamo arrivati» ripeté con tono più marcato.
Sentì Gerardo scivolargli di fianco e superarlo, il lume
nella destra.
«Arrivati? Qui non c’è nulla. Solo un muro.»
Pietre massicce, squadrate. In effetti, guardando la parete
che saliva ad appena quattro o cinque passi dalla fine delle
scale, nessuno avrebbe pensato ad altro.
Costantino poggiò il palmo della mano sulla seconda pietra
da sinistra e l’ottava dal basso. La pietra rientrò di un pollice.
Ebbe appena il tempo di fare due passi indietro prima di
sentire il ruvido strusciare della pietra contro la pietra. Il muro
iniziò a ruotare. Un meccanismo lento, scandito dai click
dell’ingranaggio che lo azionava.
«Un muro?» chiese Costantino. «O una porta?»
Gerardo strabuzzò gli occhi e si passò la mano tra i capelli,
dalla fronte alla nuca.
Anche quella porta si apriva su un’anticamera, rischiarata
da un solo quarzo trattato. Nella parete di fronte a loro, un
blocco circolare di ferro brunito che dava l’impressione di
pesare come un bue, con due grosse maniglie infilzate nel
dorso. Sui bordi si inseguivano nove alloggiamenti, anch’essi
circolari, della grandezza di un pugno. Ognuno conteneva una
rotella d’ottone che poteva ruotare ed essere bloccata su uno
dei quattro punti cardinali.
«Quel muro è solo teatro. L’entrata del Pozzo va protetta
con qualcosa di molto più consistente» disse Costantino. «Ora
aspetta qui un istante.»
Le mani di Costantino si mossero senza incertezze. La
combinazione era stampata nella sua mente e, grazie a Murion,
la memoria ancora non gli dava problemi.
L’ingranaggio scattò, resettando le rotelle. La botola uscì
di un pollice dalla parete, l’esatto contrario di quello che aveva
fatto la pietra poco prima.
Il meccanismo permise a Costantino di aprire la botola sul
perno laterale senza fare sforzi.
L’ambiente era illuminato in modo omogeneo dai cristalli
trattati ed era solo poco più grande, ma altrettanto spoglio, del
primo.
«Padre, Santità… dove… ehm… dove andiamo ora?»
«Uno dei due può bastare» disse Costantino con tono
paterno. «Ti porto dove sono entrati in pochi. Il cuore pulsante
della Legione. Il Pozzo.»
Chiudendo gli occhi, Costantino riusciva quasi a sentire il
battere degli scalpelli e i respiri pesanti degli operai che
avevano costruito quell’accesso al Pozzo.
«Molti anni fa, si poteva arrivare al Pozzo solo
dall’esterno.»
«Prima della costruzione del Monastero?»
«Molto prima. Prima della fondazione della Legione»
Costantino si fermò davanti a un arco di granito che occupava
l’intera parete in fondo alla stanza. Sentì un primo spiffero
gelido. «In un certo senso, abbiamo costruito il Monastero
proprio a protezione del Pozzo. Almeno all’inizio, l’idea era
questa. Di certo nessuno avrebbe potuto prevedere che ci
saremmo trovati tutti qui, alla fine, per la recita dell’ultimo
atto.»
Gli occhi di Gerardo si accesero come fiaccole.
«Cosa c’è nel Pozzo?» mormorò, trattenendo il respiro.
Per tutta risposta, Costantino passò sotto l’arco. Per un
istante chiuse gli occhi, sapendo che un’onda di gelo lo
avrebbe investito immediatamente.
Accolse il freddo.
Se c’era qualcosa in grado di ferirlo, lì dentro, non era
certo il freddo.
«Guarda.»
Gerardo fece solo un paio di passi prima di bloccarsi con la
bocca aperta. Costantino si mosse verso di lui. I suoi passi
riecheggiavano nella vastità geometrica della sala.
Un’estensione assurda, capace di far vacillare i sensi di
qualsiasi uomo. Si fermò accanto al suo accompagnatore,
osservando le nuvole di fumo che gli uscivano dalla bocca.
Il ragazzo ebbe bisogno di un intero minuto per assimilare
la scena che si trovava davanti; il che non era molto, visto che
alcuni, in passato, erano rimasti impietriti anche per dieci
minuti.
«Io… Io… Questo…» balbettò Gerardo. Probabilmente
non sentiva neanche il freddo. «Questo posto è immenso.»
E il Pozzo era, effettivamente, una enorme grotta, ma il
lavoro di migliaia di uomini ne aveva squadrato le pareti e
limato le asperità, facendola somigliare alla sala del trono di
un gigantesco sovrano, o a un immane utero di pietra
racchiuso nelle viscere della montagna.
«Puoi avvicinarti» Costantino si strinse il collo di pelliccia
fino alle orecchie.
«… immenso» il giovane gettò la testa all’indietro,
scrutando il buio. «Non riesco a vedere il soffitto.» Poi,
sempre con la bocca spalancata, tornò a guardare dritto davanti
a lui.
Gli affreschi avevano attirato la sua attenzione. Accadeva
lo stesso a ogni persona che posava gli occhi su quel
vertiginoso rincorrersi di figure e colori.
Una parete alta quasi trecento piedi. Interamente
affrescata.
Una grandiosità che le parole potevano solo aiutare a
intuire. Il ragazzo aveva il respiro affannato, ma resisteva,
divorato dalla curiosità. Arrivati a metà della sala, il quarzo
trattato, posto a ridosso del dipinto, permetteva di
comprenderne meglio il significato.
«Murion santissimo.» L’eco ruggì tra le pareti. Gerardo si
portò la mano alla bocca prima ancora di pronunciare l’ultima
parola, il volto colpevole di chi ha appena detto qualcosa di
terribilmente sbagliato.
«Lo è. Questo è sicuro.»
Mentre gli occhi di Gerardo correvano da un lato all’altro
dell’affresco, attenti come quelli di un generale che osservi lo
schieramento delle sue truppe da un’altura, lo sguardo di
Costantino era già fisso sulla figura che si innalzava dai
lastroni di marmo nero del pavimento. Rimaneva in un cono
d’ombra, dove la luce del quarzo non poteva arrivare, ma
Costantino sapeva che era lì. Deglutì.
Il Mietitore.
«Cosa rappresenta questo dipinto… come…quanto tempo
ci è voluto per realizzarlo?» chiese Gerardo. Questa volta
aveva sussurrato per evitare l’eco.
«Quasi trent’anni» ogni volta che Costantino espirava, il
freddo trasformava l’aria che usciva dalla sua bocca in nuvole
di fumo dense come quelle di un caminetto. «Ma sono sicuro
che puoi spiegarmi tu cosa rappresenta. Ormai hai divorato
centinaia di volumi nella Biblioteca e conosci a memoria i
Rotoli di Murion.»
«Va bene» il giovane sfregò le mani eccitato. Distese le
braccia e continuò a osservare l’affresco. Iniziò a parlare, ma
le parole del novizio gli arrivarono smorzate, annichilite dai
suoi stessi pensieri prima ancora di raggiungere i timpani. Il
Pozzo, l’affresco, il Mietitore, provocavano in lui una sorta di
estasi completa, totalizzante, seguita da una sensazione di
impotenza spinosa, qualcosa che lo pungeva e logorava. La
figura al centro della parete misurava esattamente
centocinquanta piedi d’altezza. Si poteva girare in lungo e in
largo tutto il mondo conosciuto senza trovare niente di simile.
Niente di neanche lontanamente simile.
La sagoma era quella di un uomo chiuso in una pesante
armatura nera. «Imprigionato» lo aveva corretto il Gran
Maestro Numerio quando Costantino era sceso nel Pozzo per
la prima volta. Imprigionato. Gli occhi del Mietitore, accesi
come fiamme purpuree dietro la visiera dell’elmo, sembravano
dargli ragione. Anche quel sorriso demoniaco, con le labbra
arricciate sopra due file di canini serrati, era in realtà
un’espressione di rabbia ancestrale.
Uno dei Sei teneva le dita artigliate strette sul collo del
Mietitore, un altro cercava di strappargli l’elmo. Gli altri
quattro trafiggevano e laceravano la colossale figura umana
con pungiglioni, denti affilati e grosse unghie acuminate.
Numerio gli aveva raccontato - e, dannazione, erano passati
tanti anni - che nessuno conosceva la forma dei Sei. Gli artisti
si erano ispirati a parti mostruosi delle loro menti, a
elucubrazioni d’orrore che fondevano insieme pesci e rettili,
insetti e creature mitologiche. Ad Asmodeoth era toccato un
corpo simile a quello di uno scorpione, ma coperto di squame
e con la testa che ricordava quella di uno squalo. Sopra le
zampe piene di articolazioni, protese per ghermire la preda,
spuntavano braccia fin troppo umane, anch’esse coperte di
squame scure, che terminavano con lunghi artigli.
Lui è già qui?
Tremò e inspirò profondamente l’aria gelida, distraendosi
con la sensazione dei suoi polmoni che si riempivano di
freddo.
«… combatte i Sei che hanno rinnegato Murion» Gerardo
indicava un punto imprecisato sulla parete. «Tutti insieme, lo
sconfiggono.»
«E lui cade» Costantino appoggiò la destra sulla spalla di
Gerardo e camminò insieme a lui. Il ragazzo lo guardava con
occhi liquidi, come un bambino in attesa di ascoltare la fine di
una favola.
Non è una favola. Non è fantasia.
Avvicinandosi al muro, si perdeva la visione d’insieme
dell’opera. E si ingrandiva, passo dopo passo, quella che da
lontano sembrava solo una statua. Con lo sguardo perso
sull’immenso affresco della battaglia tra il Mietitore e i Sei,
nessuno riusciva a percepire subito le reali dimensioni
dell’unico oggetto presente nella grotta. Il pavimento si
allungava, come uno specchio nero, fino a congiungersi con la
parete, senza che mobili, sedie o altari, ne interrompessero la
continuità.
Spazio puro, incontaminato, che portava al suo cospetto.
«Murion santissimo» Gerardo, questa volta, non mise
neanche la mano davanti alla bocca. Continuò semplicemente
a mettere un piede davanti all’altro. «Una statua del Mietitore.
Non l’avevo notata. Anche questa deve essere molto antica.»
«Molto più del dipinto alle sue spalle.»
Gerardo fece per girare intorno alla statua nera, adagiata su
un trono di pietra.
«Non puoi. Il trono è addossato alla parete. Guardala da
qui.»
Deluso, il ragazzo tornò sui suoi passi. «Perché lo hanno
fatto scolpire così? Ehm, volevo dire: perché lo hanno fatto
scolpire su un trono.»
Costantino inclinò la testa, guardando prima Gerardo e poi
il Mietitore. Il gigante sul trono, con l’elmo calcato sul viso e i
canini digrignati, sembrò guardarlo di rimando. L’ultima volta
che si era avvicinato così tanto, aveva accanto a sé sette
legionari e un numero imprecisato di strumenti chirurgici. Per
un istante la sua mente trasportò quei canini lucidi, gli stessi
che avrebbe voluto veder crescere nella bocca del piccolo
Aurelio, in quella di Gerardo. Sarebbe stato abbastanza forte
da combattere un demone come Rogodh? Spostò di nuovo gli
occhi sul ragazzo.
«Scolpire?» sorrise con aria distratta, quasi assente.
«Questa» Costantino arrivò a un palmo dal volto sorpreso di
Gerardo. «Non è una statua.»
Capitolo 27. Zodd
Una volta, il Macellaio gli aveva parlato di animali
minuscoli, quasi invisibili, capaci di mangiarti le viscere e
uscirti dal culo a lavoro finito. Ma Zodd sapeva che il suo
problema era un altro, e faceva rima con i mostri di Aratan.
Infernali, che nome del cazzo, ma almeno rende bene
l’idea.
Nulla che potesse risolvere con sanguisughe e intrugli
d’erbe, anche se il fatto di essere ancora vivo riusciva a
consolarlo. Almeno in parte.
Doveva parlare con Sestio il prima possibile. Erano sulla
stessa barca. In tutti i sensi.
Il vento gonfiava a malapena la vela, ma permise
all’imbarcazione una navigazione tranquilla fuori dal porto.
Il disco del sole scomparve all’improvviso, facendo
piombare la Falco dei Mari nell’oscurità, quando passarono
davanti al Faro di Calisium.
La costruzione nasceva dalla roccia dell’ultimo grande
scoglio prima del mare aperto ed era rinforzata, alla base, da
grandi blocchi squadrati. Zodd non ne conosceva l’altezza
esatta, ma fu costretto ad alzare lo sguardo quasi in verticale
per vederne la cima. Stimò che potesse superare i trecento
piedi.
Era composto da due parti distinte: una solida base
quadrangolare, costituita da diversi blocchi intonacati, e una
parte finale cilindrica, sulla cui sommità svettava l’apertura
per il segnale.
Ne aveva visti di simili in altri punti della Niversia, ma
grandi un terzo; l’Impero aveva usato il modello di Calisium
per tutti i fari delle città costiere.
Lo scrutò ancora per qualche secondo, poi si voltò verso
poppa.
Gli altri passeggeri erano tutti ai lati della barca. Un uomo
abbronzato, sui trenta, si stava vomitando anche le budella
fuoribordo. Quello che avrebbe potuto essere il padre gli
teneva la testa, ma vomitava anche lui.
Solo tre di loro erano al centro del ponte, seduti con la
schiena appoggiata all’albero maestro.
Fottuti gli Dei, non riusciva a credere di essere su una nave
carica di muriani.
Il mondo è strano, il giorno prima sei a riempire fosse con i
loro cadaveri, e quello dopo sei costretto a viaggiare insieme a
loro.
Poggiò le mani sul legno e si sporse in avanti.
D’altra parte, qualche settimana prima poteva ancora
dormire, scopare e saziarsi con qualcosa di diverso dalla carne
umana, quindi i muriani erano l’ultimo dei suoi problemi.
Mangiare la puttana di Miniarum gli aveva dato quanto,
dieci giorni di sollievo dalla fame? Fare i calcoli su quanto
sarebbe bastato il bambino non era semplice. Aveva
ingurgitato molta più carne dell’ultima volta. Niente a che
vedere, comunque, con la carne del mostro di Aratan.
Quella sì che l’aveva saziato. Anzi no, lo aveva fatto
rinascere. Si passò una mano sullo stomaco.
Per ora la fame era sotto controllo, ma la sentiva sempre,
come un ronzio di sottofondo. Sapeva che se fosse esplosa
sulla nave, gli altri passeggeri non sarebbero arrivati a
destinazione.
«Ai nostri amici il mare non piace» Jonsah lo strappò ai
suoi pensieri. «Mai visto nessuno vomitare così tanto a
mezz’ora dalla partenza.»
Zodd si limitò a un cenno con la testa.
«Almeno la Flotta non ci ha dato problemi» Jonsah iniziò
ad arrotolare una gomena fra il gomito e il palmo della mano.
«Bah» Zodd sputò fuoribordo, immaginando di centrare il
viso di Ulpio. «Non voglio più sentire il nome di Dustennio,
né quello di suo fratello.»
Perché non ho sventrato quel porco? Potevo mangiarmelo.
«Abbiamo qualcosa in comune. Neanche a me piace la
famiglia imperiale.»
Strano tipo, questo Jonsah. Non era da tutti sbandierare
pensieri del genere. Di sicuro aveva una gran voglia di parlare.
Aveva fatto troppe traversate da solo, o forse era solo un
rompicoglioni per natura.
Zodd indicò gli altri passeggeri. «Da dove vengono questi
muriani?»
«Dunque» Jonsah socchiuse gli occhi come se la risposta
fosse scritta in punto imprecisato all’orizzonte. «Tutti dalla
Niversia. I rothiani sono diventati sempre più violenti dopo
l’Editto di Dustennio; ci stanno massacrando ovunque. Se
devo essere sincero, ormai metto piede in territorio imperiale
solo per aiutare i miei correligionari a fuggire.»
Era la prima volta che parlava con un muriano. A meno di
non voler contare gli insulti scambiati con i prigionieri a
Miniarum e le urla delle ragazze che aveva stuprato.
E Jonsah aveva ragione: avevano una cosa in comune.
Anzi, due. Anche i neomuriani erano stati accusati di
mangiare carne umana. Si chiese per un istante quali fossero
queste profonde differenze con i muriani. In fondo, ne
conosceva solo la scala di pericolosità.
Che cazzo me ne frega.
Soffocò un sorriso.
A pensarci bene, non c’era neanche un cazzo da ridere.
Jonsah intanto continuava a parlare.
«È anche per questo che ho deciso di aiutarti. Sestio mi ha
detto che sei in fuga dai rothiani. Ne hai ucciso uno in duello,
giusto?»
La cazzata inventata dal Sestio era senza dubbio migliore
della verità, e, in effetti, non era neanche una bugia: di rothiani
ne aveva ammazzati parecchi.
«Espulso dall’esercito e ricercato» Zodd scosse testa.
«Poteva andarmi meglio.»
«Alto sette piedi, grosso come un toro e con una cicatrice
sulla guancia.»
«Che vuoi dire?»
«È la descrizione dell’uomo che ha ferito il Ulpio Mettico»
Jonsah gli diede una pacca sulla spalla. «Come bugiardo fai
schifo.»
Perfetto.
«Hai fatto benissimo» Jonsah aveva l’aria soddisfatta.
«Quel viscido bastardo merita di finire in pasto ai maiali.»
O a me.
Zodd fece un cenno con la testa per indicare i muriani. «Lo
sanno anche loro?»
«Immagino di sì. Anche se non ti piacciono i muriani,
quindi, puoi stare tranquillo che tu piacerai a loro. Qui tutti
odiano il governatore più di te. L’unica cosa che rischi è un
applauso. Murion ti benedica» Jonsah sorrise. Poi gli diede le
spalle e andò verso il castello di poppa. «Se tutti facessero
come te, i rothiani non sarebbero più un problema.»
A Zodd vennero in mente i cadaveri accatastati a
Camledum.
Se tutti facessero come me, neanche i muriani sarebbero
più un problema.

Già da qualche miglio il vento continuava a rinforzare. La


linea della costa, prima nitida all’orizzonte, si assottigliava
velocemente, come la sua speranza di tornare a mangiare
bistecche e usare l’uccello nel modo più appropriato.
Continuarono a navigare a velocità sostenuta. Ancora un
paio di giorni di vento propizio e ne avrebbero risparmiato uno
di viaggio.
Ora i muriani erano tutti vicini all’albero maestro. Non
sapeva se fosse meglio stare a distanza o mettersi vicino a
loro.
C’era il rischio concreto di finire in una discussione su
quanto fosse santo Murion o sulla crudeltà dei demoni.
Mezz’ora di distrazione mi farà bene.
Tanto vale avvicinarsi e sentire di cosa parlano.
Osservare i muriani da una prospettiva che non fosse l’elsa
del suo addhur lo faceva sentire fuori posto. Da quando era
nell’Impero li aveva cacciati, stuprati e uccisi. Anche
nell’Ibunod ne aveva fatti a pezzi in numero, come dire,
considerevole. E delle loro ragioni non gli era mai fregato un
cazzo.
Evitò con attenzione un rotolo di corda spessa un pollice e
le parti più scivolose del ponte.
Il ragazzo che, poco prima, era con la testa fuoribordo a
vomitare, lo accolse con una pacca sulla spalla.
«Bel lavoro con il governatore.»
Gli altri confermarono con ampi cenni d’assenso, ma i loro
volti erano affaticati, scuri, come se il pericolo fosse ancora
dietro l’angolo.
Iniziarono chiedendogli se fosse muriano, lui scosse la
testa e abbozzò un sorriso. Dalla reazione del gruppo, capì che
non gli era riuscito molto bene.
Dopo rimase in disparte. All’inizio, la discussione non era
troppo differente da come l’aveva immaginata, ma ben presto
si passò da Murion agli Infernali - si vede che quell’abbozzo di
nome ufficiale era già passato all’uso comune - per finire alle
preoccupazioni più basse: il cibo, il lavoro che li aspettava a
Ederlia e come se la stessero cavando i parenti che avevano
raggiunto l’isola prima di loro.
Più li sentiva parlare, più si convinceva che non fossero le
bestie sanguinarie che aveva trucidato negli ultimi mesi.
Conosceva la paura troppo bene. E quelli che aveva
davanti ne trasudavano da ogni orifizio. Volevano solo
svignarsela e trovare un posto sicuro.
Erano persone fottutamente normali.
Anche questo, però, non aveva grande importanza. Li
aveva combattuti per avere uno stipendio e sfogare la sua
voglia di sangue senza finire con la testa su un ceppo. Niente
di più.
Pensandoci bene, lo avrei fatto in ogni caso, anche
sapendo che in realtà si trattava di santi e vergini.
Mentre ascoltava quello che era ormai diventato il vociare
indistinto dei muriani, si chiese dove diavolo fosse finito
Sestio. Sembrava avere molta più difficoltà di lui a controllare
la fame, e la mano che si portava dietro ne era una prova
lampante.
Si alzò in piedi, guardandosi intorno allarmato; se
qualcuno lo avesse visto a sgranocchiare una mano in
decomposizione, Sestio sarebbe finito fuoribordo. E sarebbe
accaduto lo stesso se il pelato aratense avesse espresso la sua
opinione sui muriani, visto che, nel corso della riunione a
Miniarum, li aveva accusati di aver aperto le porte
dell’inferno.
Comunque, Sestio sembrava in grado di badare a sé stesso.
In fondo era riuscito a sopravvivere per giorni agli Infernali.
Un uomo di mezza età a malapena in grado di correre.
Come cazzo ci sarà riuscito?
Poi lo vide a prua, da solo. Il riporto dalla tempia destra gli
svolazzava sulla testa come lo stendardo di un’ala di cavalleria
alla carica.
Era il momento giusto per andare a parlargli.
Mentre Zodd si avvicinava, Sestio gettò lo sguardo oltre la
spalla un paio di volte. Senza dire una parola, Zodd poggiò i
gomiti sul parapetto e fissò dritto davanti a lui. Una forte
brezza calda spazzava la superficie del mare; in alto, i gabbiani
erano spariti già da qualche ora.
«Mi devi una spiegazione.»
«Hai ragione» Sestio abbassò il pennacchio sulla testa con
entrambe le mani. «Cosa vuoi sapere?»
«Tu hai visto cosa ho fatto. Tu sai. Voglio sapere perché.»
Sestio si girò verso di lui. Dal loro primo incontro a
Miniarum era invecchiato proprio di merda. Le occhiaie
profonde, la pelle del viso macchiata, i movimenti lenti e
scattosi. Sembrava con un piede nella fossa.
«Non sono messo bene, vero? Mangio solo carne di
cadavere da settimane, ho bisogno di carne viva, di sangue
caldo.»
Zodd si sorprese a sentire un altro brontolio proveniente
dallo stomaco. «Cosa ci è capitato?»
«In fondo lo sai già. Quello che ti sta succedendo è dovuto
allo scontro con i mostri di Aratan.»
Aratan. Un tempo il suo cervello la collegava subito con
oro, palazzi di marmo e ricchi mercanti, ora invece gli
venivano in mente solo sangue, aborti disumani e fame.
«Cosa sono?»
«È un bella domanda» Sestio si sforzò di portare gli angoli
della bocca verso l’altro. «Ma per capire la risposta dovresti
conoscere tante cose di cui non sospetti nemmeno l’esistenza.
O forse sì?»
«Conoscere tante cose? Ma di che cazzo stai parlando?»
«Parlo dei muriani. Sai di cosa sono capaci. Ero serio, a
Miniarum, quando vi ho raccontato delle porte dell’inferno. Le
hanno aperte per distruggere questo mondo.»
«Questo l’ho capito» Zodd si passò una mano sulla faccia.
A pensarci bene, non era difficile immaginare che gli Infernali
venissero, beh, diritti, dall’inferno. «Ammettiamo che tu abbia
ragione e che i muriani abbiano fatto davvero ciò che dici. Mi
sembra una mossa da veri coglioni, perché finiranno anche
loro in pasto a quei cazzo di mostri.»
«No, sperano di salvarsi con i loro di rituali di sangue. In
questo dovresti essere più esperto di me, visto che li hai
affrontati parecchie volte. Non hanno alcuna pietà. Mangiano i
loro amici, le mogli, i figli, pur di provare alle forze
demoniache il loro odio per la Creazione.»
«Odiano il mondo?» Zodd alzò le spalle. «Non piace
neanche a me.»
Non sarei un cattivo muriano. Mangiare persone, odiare il
mondo…
«Non odiano il mondo» Sestio scosse la testa come un
maestro davanti a un bambino ritardato. «Odiano la Creazione.
Parlo di questo mondo, di noi uomini, di tutto ciò che vedi e
senti. Per loro, tutti noi abbiamo tradito i suoi insegnamenti.»
C’è qualcosa che non mi torna.
«Niente è come sembra. Non fidarti di nessuno» sul volto
di Sestio si allargò il sorriso di chi la sa lunga. Poi indicò i
muriani alle spalle di Zodd. «Specie di quelli»
Non mi fido, infatti.
Quelli che pensavano di saperla lunga gli facevano venire
il prurito alle mani.
«Hai parlato di un mercante che può aiutarci.»
«Mardonio» Sestio fece bella mostra dei grossi incisivi tra
le labbra sottili. «Abbiamo lavorato per la stessa persona. E
tanti anni fa già parlava di questi Infernali. Sa molte cose.
L’importante è non menzionarlo davanti a questi cani muriani.
Metà dell’Isola è muriana, l’altra metà crede negli Dei come te
e me. La villa di Mardonio è in piena zona muriana, ma lui sa
difendersi. La raggiungeremo non appena sbarcati.»
«Sta bene. Non ho tanta scelta. Ma se provi a mettermelo
nel culo, ti strangolo con le tue fottute budella.»
Capitolo 28. Zodd
Zodd si passò una mano sulla guancia.
La barba sta crescendo.
Come era nata la sua voglia di uccidere?
Di solito, preferiva dare la colpa a quello che lo avevano
costretto a fare nelle arene nell’Ibunod.
Mi hanno davvero costretto?
In altri momenti però si faceva viva un’altra voce. Era
forte e fottutamente convincente. E gli diceva che mentire a sé
stessi è una cazzata che non porta a niente.
La verità era impressa nel suo cervello e aveva la faccia
tumefatta di un bambino di sette anni. La sua prima vittima era
finita in terra al secondo pugno in faccia. Ed era rimasta lì,
incredula, a incassare calci nello stomaco. Nessuno aveva
costretto Zodd ad aggredirlo. Nessuno lo aveva costretto a
ucciderlo. Eppure lui aveva continuato a colpire, scalzo,
sentendo le costole che si rompevano contro il collo del piede.
Lo aveva osservato contorcersi, urlare che voleva la mamma,
sputare sangue e cacarsi sotto. E poi diventare un sacco di
carne senza vita.
Tutti gli altri bambini si erano accalcati nell’angolo più
lontano della cella. Nessuno aveva provato a fermarlo, anche
se il più piccolo, lì, era proprio lui.
Ammazzalo, Ammazzalo!
Vederli stretti uno all’altro, paralizzati dall’orrore, gli
aveva fatto capire che lì dentro c’era un solo predatore. E tante
fottute prede.
Erano lì anche ora, sul ponte della barca, a osservarlo
mentre mangiava un cibo che non lo avrebbe saziato.
«Mhhh» sibilò Zodd, un pezzetto di grasso calcato fra i
denti gli stava separando un canino dal molare. Lo tirò via con
la lingua.
Indicò quello che gli sembrava il più giovane dei muriani,
un ragazzo di quindici o sedici anni che non si era mai staccato
dal padre e aveva la tunica fradicia all’altezza dell’inguine.
«Cosa è successo a quel ragazzo, si è pisciato sotto?»
Il padre del bambino gli accarezzò la testa e alzò la sua
verso Zodd.
«Cerca di essere meno duro. Mio figlio ha passato
settimane d’inferno.»
Io invece no. Razza di idiota.
«È davvero una brutta storia, bruttissima.» Jonsah scosse
la testa e si rivolse al padre del ragazzo. «Qui siamo fra amici,
Caligio. Zodd ha infilato un coltello nella carne di Ulpio.»
Zodd fece un ghigno. «Carne di maiale.»
Jonsah allungò la mano e strinse il braccio di Caligio
«Raccontagli tutto quello che mi hai detto l’altro giorno,
quando sei venuto a chiedermi il passaggio per Ederlia.»
Lo sguardo di Zodd si spostò su Caligio. Doveva aver
passato da poco i quaranta. Aveva le dita lisce e le unghie
curate. Il ventre a barile assomigliava a quello dei burocrati
negli uffici dell’Impero.
Ingurgitare fichi secchi e datteri, imbrattare pergamene,
una vita da mezzi uomini.
«Tutti noi» girò in aria l’indice. La voce di Caligio
tremava. «Proveniamo dallo stesso luogo. Per anni è stato per
la nostra casa e la nostra occupazione. All’improvviso, si è
tramutato in un incubo.»
Parlava un imadiano perfetto. Di certo non si trattava di un
rematore, né di un operaio o di un falegname, Zodd ci avrebbe
scommesso il salario, se solo ne avesse avuto ancora uno.
«Poche decine di miglia a nord di Calisium, le colline sono
punteggiate da grandi ville padronali. Ognuna possiede
centinaia di ettari di coltivazioni, in cui lavorano moltissime
persone. C’è bisogno di contabili, guardie armate, contadini,
addetti alla macinatura del grano, operai per garantire la
solidità delle costruzioni e delle tubature, musici per
intrattenere i padroni, insomma, di tutte le abilità esistenti al
mondo» con il volto deformato da un singolare miscuglio di
amarezza e paura, guardò a uno a uno gli altri muriani. «Noi
prestavamo servizio presso Servio Numazio, un uomo di buon
cuore che pagava bene e garantiva turni di riposo
soddisfacenti. Abbiamo passato degli anni sereni. Avevamo
messo su famiglia e, nelle ore di riposo, ci divertivamo a
giocare con gli amici a dadi o a carte. Ogni mese Servio
Numazio concedeva due giorni di festa. Faceva organizzare
gare di corsa e di lotta alla mattina e spettacoli teatrali alla
sera, alternati con musica e danze. Ce la passavamo bene,
davvero bene.»
Fottuti gli Dei, la sta prendendo alla larga.
«Un giorno tutto è cambiato. Io ero addetto alla tenuta dei
libri contabili; annotavo le libbre di frutta e verdura prodotte, i
capi di bestiame, ma anche le nascite e le morti nel latifondo.
Mi accorsi che erano scomparse tre persone nelle ultime
quattro settimane, ma Servio mi disse di non indagare. Se
qualcuno voleva andarsene, era libero di farlo.»
«Magari quella gente era davvero andata via» disse Zodd.
«Ne dubito. Nei giorni successivi scomparvero altre
persone. Bambini, adolescenti, adulti. Le voci correvano, la
paura anche. Molti lavoratori fuggivano nel cuore della notte,
rendendo ancora più difficile capire chi fosse davvero svanito
nel nulla.»
«Molti di noi sono rimasti» il suo volto si rigò di lacrime.
«Stupidi, vigliacchi! Per paura di rinunciare a un giaciglio
caldo e a un piatto di minestra abbiamo perso tutto quello che
avevamo.»
A Zodd ricordò il primo - e ultimo - spettacolo teatrale cui
aveva assistito a Calisium. C’era un attore che non la smetteva
di piangere e agitare le mani.
«Nel frattempo» proseguì il contabile. «Avevo notato un
forte cambiamento in Servio Numazio. Dell’uomo gentile che
ci aveva dato un tetto non era rimasta che l’ombra sbiadita.
Passava le giornate nei sotterranei della villa e non si
preoccupava di niente altro che non fosse parlottare con le
guardie e con uno strano sacerdote che gli stava sempre
intorno. Il suo volto, un tempo affabile e disteso, era diventato
una maschera. Gote bianche e occhiaie scure, coperto di
pustole sulla faccia. In vita mia non avevo mai visto nulla di
simile, non era più un uomo» deglutì. «Non era più un uomo»
disse di nuovo, guardando le persone che gli stavano attorno.
«Mia moglie e io avevamo deciso di scappare. La mattina
sarei andato all’archivio e avrei svolto i miei compiti come
tutti i maledetti giorni. La sera, con il favore delle tenebre,
saremmo fuggiti anche noi. Ricordo che quel pomeriggio ero
già sulla strada di casa, quando ho visto che la guardia
all’ingresso della zona sotterranea giaceva riversa nel fango
con un grosso squarcio sulla fronte. Non so per quale motivo,
forse per semplice, irresistibile curiosità, ho aperto la porta
della cantina e mi sono intrufolato. Qualche tempo prima ero
già stato lì, per fare l’inventario delle botti di vino, dei
formaggi stagionati e dei prosciutti, ma non avevo notato la
sottile fessura di luce che proveniva dal fondo della stanza. Mi
sono avvicinato con cautela, mentre sentivo aumentare ad ogni
passo il suono di strane cantilene e lamenti. Non sapevo cosa
aspettarmi. Il cuore mi stava scoppiando nel petto.
Un’anticamera ricca di drappi scuri e attaccapanni, che dava
su un locale più ampio illuminato da lanterne a olio. I riflessi
si muovevano su due o tre figure chine vicino a un tavolo, ma
non riuscivo a comprendere cosa stessero facendo: parlavano,
cantavano, bestemmiavano Murion in un vortice di follia. Poi,
una mano mi ha tirato dietro a un drappo e un’altra ha premuto
forte sulla mia bocca, quasi soffocandomi. Era Marco» indicò
un uomo sui trentacinque, avambracci d’acciaio e capelli a
spazzola, seduto con le gambe incrociate di fronte a lui. «Mi
ha detto che non voleva farmi del male. Dovevo solo stare
zitto e non guardare; nascosti fra i drappi c’erano altre
persone. Riconobbi i volti di quegli uomini, erano quelli dei
lavoratori che ancora prestavano servizio per Servio Numazio.
Marco mi passò un coltellaccio da selvaggina e mi disse che
mi sarebbe servito» guardò in basso e strinse un coltello
immaginario nella destra. «Tutto è iniziato e finito in un
attimo. Ci siamo gettati nella stanza urlando e brandendo le
armi, cogliendo di sorpresa Servio Numazio e le due guardie
che erano lì con lui. E sul tavolo, sotto le loro mani, c’era una
donna, con gli occhi sbarrati. Squartata dalla gola al ventre.
Stavano mangiando il suo cuore. Avevano la bocca zeppa di
carne e il sangue gli colava dal mento. Squartata e mangiata…
capite?» Le lacrime sul suo volto avevano lasciato il posto a
una smorfia di rabbia velata di impotenza. «Mia moglie, mia
moglie» pianse. «Ammazzata come un maiale e divorata.»
Carne, Sangue… Zodd iniziava ad appassionarsi. «Cosa
hai fatto?»
«Ho stretto il coltello fino a infilarmi le unghie nel palmo e
ho iniziato a pugnalare quel bastardo di Servio nel costato, poi
nel ventre e in faccia, finché non mi hanno strappato dal suo
corpo ridotto a brandelli. Non so come, ma i suoi occhi riversi
continuavano a guardarmi, e la smorfia di morte dipinta sul
suo volto sembrava prendersi gioco di me. Abbiamo ucciso
tutti quelli che si trovavano nella stanza, ma io sono morto lì
con loro. Lì con lei. Chissà da quanto tempo stavano portando
avanti quei rituali, quel massacro. Vigliacchi, figli di puttana.
C’erano cento e più cadaveri nel sotterraneo, lasciati a marcire
fra i lombrichi nei depositi e nei cunicoli che si estendono
sotto la villa. Chi è riuscito a riconoscere un parente o un
amico l’ha preso in spalla per dargli una degna sepoltura. Io
stesso ho cercato di ricomporre il corpo di Placidia e l’ho
portato fuori di lì, ma il senso di colpa ancora mi sventra e mi
torce le viscere tutto il giorno. Come ho potuto essere così
cieco da non accorgermi di cosa stava succedendo?»
Zodd alzò le spalle. «Un bel casino.»
«Il tuo padrone, quel Servio» Jonsah si attorcigliò un
ciuffo di peli del pizzetto. Il suo volto si era fatto serio. «Si
stava preparando.»
Caligio sporse la testa in avanti «A cosa?» mormorò.
«A uscire dall’umanità» respirò a fondo, come se da quella
boccata d’aria dipendesse il suo destino. «Ed entrare in quello
che tutto il mondo avrebbe dovuto temere, ma che solo la
Legione ha combattuto. Vogliono torturare nel modo più
atroce. Squartare i figli davanti ai padri, stuprare le madri
davanti ai figli. Infliggere lo strazio più nero, quello da cui
nessuno potrebbe mai risollevarsi.»
«Loro chi?»
«Li abbiamo sempre chiamati demoni. Servio era uno dei
loro schifosi servitori. Siete riusciti ad ammazzarlo prima della
mutazione, e questo è un bene. Ci vuole molto tempo e molto
sangue per convincere un demone a concedere il bozzolo. Ma
quando questo accade, nasce un nuovo demograth, un fante
delle schiere infernali.»
«Abbiamo sempre creduto nella Parole sbagliate» Caligio
aggrottò le sopracciglia. Gli altri muriani lo guardarono con gli
occhi sgranati. «I legionari avevano ragione, dunque. I demoni
esistono. Sono qui.»
In modo distratto, Zodd provò a riordinare le idee sulla
questione muriana. Allora, di certo era una religione con
un’alta percentuale di seguaci rompicoglioni. A forza di farli a
pezzi, qualcosa su di loro aveva imparato, ossia che c’erano
parecchie sette interne e due rami principali, che l’Impero
identificava in base alla pericolosità: muriani, innocui;
neomuriani, pericolosi. I legionari erano nati dai neomuriani
(che cazzo di casino!) e la loro pericolosità era classificata
come fottutamente alta o qualcosa del genere.
Zodd cercò Sestio, che di murianesimo sembrava un
esperto, con lo sguardo, ma non lo vide. Probabilmente era
ancora sottocoperta, altrimenti avrebbe iniziato una
discussione con quei poveri bastardi.
Capitolo 29. Zodd
Si svegliò di soprassalto e portò la mano alla daga.
Il ponte era deserto, silenzioso. Guardò fuori bordo, ma
non vide più la scia di schiuma. La galea sciabordava sul
posto.
Destra, sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra…
Erano fermi, eppure la vela era gonfia come il ventre di
una donna incinta, il sartiame teso.
Si scoprì il capo e indietreggiò verso l’albero maestro.
Dalla guardiola in cima arrivò un urlo.
«Siamo completamente fermi!»
Due colpi allo scafo, abbastanza forti da far vibrare il
legno sotto i piedi di Zodd. Jonsah si precipitò fuori dalla sua
cabina e in un attimo fu accanto a lui, il palmo poggiato sul
pomolo esagonale della sua spada.
«Cosa sta succedendo?»
«Siamo fermi.»
Ancora un colpo. Bom. Poi un altro. Bom.
I muriani salirono dalla coperta uno alla volta, riversandosi
sul ponte. Caligio si avvicinò a Jonsah.
«Qualcosa sta battendo sullo scafo.»
«Davvero? Non me n’ero accorto» Zodd guardò verso la
cima della vela. «La vedetta?»
Proprio in quel momento il figlio di Caligio, Iotapiano, che
montava la guardia dal tramonto, scese due pioli alla volta
dalla guardiola. Giunto con i piedi a terra, si voltò verso
Jonsah.
«Non vedo niente da lassù. All’improvviso ci siamo
fermati. É come se avessimo un muro davanti.» Era magro
come uno scheletro, con gli occhi incassati e le braccia sottili.
Non avrebbe mosso un remo neanche sotto tortura, Jonsah
aveva fatto bene a lasciarlo di vedetta per tre turni su cinque.
«Sei sicuro di non aver visto nulla?» disse Zodd.
«No. Fino ad ora è stata una notte tranquilla.»
Colpi ritmici. Dal basso.
«Va bene, stiamo calmi» Jonsah. «Cerchiamo di capire
cosa sta succedendo.»
Sul ponte regnava un silenzio spettrale. Gli scricchiolii del
legno e le onde contro la fiancata gli rimbombavano nelle
orecchie come tuoni.
«Sta arrivando» Zodd prese l’addhur e tolse la protezione
di tessuto. Per un attimo fu ipnotizzato dai riflessi infuocati
della legarossa.
«Cosa c’è? Chi sta arrivando?» disse Jonsah.
«Cosa sta arrivando» disse Zodd, sempre più calcato sulle
ginocchia, l’addhur in guardia di coda, la punta che grattava le
assi. «Hai delle armi?»
«Sì certo, c’è un baule alla destra del mio letto, nella
cabina, e una rastrelliera dall’altro lato della stanza.»
«Prendile. Fai in fretta.»
Jonsah afferrò Iotapiano per il polso.
«Questa è la chiave del baule» gli porse una minuscola
chiave di ferro. «Porta qualcuno per darti una mano, che
nessuno rimanga disarmato. E cerca di non fare rumore.»
Il ragazzo assentì e si diresse verso il castello di poppa con
altre tre persone. La porta della cabina cigolò appena e in un
attimo furono dentro.
Ancora colpi, stavolta più sordi. Provenivano da ogni
angolo dello scafo. Un momento di quiete, poi la nave si
inclinò in modo pauroso su un fianco, sfiorando l’acqua.
Molti scivolarono verso il parapetto di babordo, andandoci
a sbattere con violenza. Lucio rimase abbracciato all’albero
maestro. Zodd era immobile, saldo sui talloni sebbene il ponte
formasse un angolo acuto con il piano del mare, l’addhur
dietro al fianco.
La nave ricadde sulla chiglia, sollevando una tempesta di
schiuma salata. L’equipaggio fu sballottato da lato all’altro.
Zodd vide sfrecciargli accanto un paio di volti pietrificati
dall’orrore, i loro proprietari finirono in mare come sacchi di
zavorra lanciati fuoribordo.
Jonsah si posizionò dandogli la schiena.
Zodd cercò di rimanere a una certa distanza per potere
manovrare al meglio lo spadone. Proprio mentre Iotapiano
usciva dalla cabina con il suo carico di armi, si levò nell’aria
un gorgoglio profondo. Dopo un attimo di smarrimento, il
ragazzo fece cenno agli altri di venire a prendere le armi dal
baule. Solo un paio di spade e qualche accetta corrosa dal sale.
Ma furono sufficienti a infondere un poco di coraggio nel
gruppo di guerrieri improvvisati.
Ancora un gorgoglio. Poi qualcos’altro.
Il ruggito di un leone ficcato in gola a una balena.
Innaturale. Terrificante. Lo seguì un rumore viscido,
strisciante. Sembrava salire lentamente in ogni punto della
nave; a prua, a babordo e infine a poppa.
Gocce ticchettavano nei pressi del timone.
Qualcosa si abbatté con violenza sulla cabina, facendola
esplodere in un mare di schegge. Le fiaccole si spensero
nell’impatto. La cosa scivolò di nuovo in acqua senza
sollevare una goccia. Adesso il buio si era fatto ancora più
opprimente e rendeva impossibile vedere oltre il parapetto. Il
gorgoglio sommesso lo innervosiva. Un nemico che non puoi
vedere ti può ammazzare all’improvviso. Una sensazione di
merda.
Il secondo colpo spazzò il ponte, sollevando una sinfonia
di legno e ossa spezzate. Zodd avvertì lo spostamento d’aria.
Udì i lamenti dei feriti e le urla di chi era finito fuoribordo.
«Cosa facciamo?» disse Jonsah.
«Stai zitto, siamo nella merda» rispose Zodd.
Cercò di perforare il buio aguzzando lo sguardo. Da quale
lato sarebbe arrivato il prossimo attacco? Si voltò a destra e
poi a sinistra puntando l’addhur davanti agli occhi. Il vento
riempiva ancora la vela, ma la barca non avanzava di un passo.
Ci tiene fermi qui. È forte.
«Eccolo di nuovo» mormorò a denti stretti.
L’addhur si mosse come un prolungamento delle sue
braccia, impattando la minaccia. Un tonfo sul ponte e il
gorgoglio (di qualsiasi cosa fosse) divenne lamento e rabbia.
Zodd si avvicinò con cautela. Il colpo era andato a segno e
un grosso oggetto cilindrico si contorceva di fronte a lui. Con
un calcio lo fece slittare fino all’albero maestro, dove un paio
di lampade a olio rischiaravano le tenebre. Delle dimensioni di
un braccio, il moncone sprizzava sangue come una fontana.
Due file di ventose circolari percorrevano l’interno della parte
carnosa, grigia con sfumature violacee.
«Una piovra» disse Jonsah.
I superstiti si strinsero in due gruppetti, Zodd vide nei loro
occhi la preoccupazione che aveva visto nei suoi commilitoni
ad Aratan.
Iniziò a ricordare anche tutte le leggende sui mostri marini,
racconti spaventosi che narravano di navi intere trascinate
sotto la superficie. Scorrevano davanti ai suoi occhi le
miniature colorate de Il bestiario di Onnar. Tentacoli, bocche
fameliche e viscide teste ovali. Un marinaio di Pytys gli aveva
raccontato di essere scampato all’attacco di un una piovra
gigante, che aveva portato sul fondo una galea mercantile
dopo due ore di combattimento.
Jonsah era una maschera di preoccupazione.
«Non abbiamo armi adatte. Pensare di liberarci con asce e
spade è una follia.»
«Magari potrebbe stancarsi di noi e lasciare la chiglia»
disse Iotapiano.
«Intanto cerchiamo di respingere gli attacchi, dobbiamo
fargli male se vogliamo salvare la pelle» disse Zodd. Con la
coda dell’occhio, vide qualcosa di strano nel tentacolo. Le
ventose si stavano muovendo. Occhi? Occhi che si
spalancavano e chiudevano all’improvviso. E poi falangi e
unghie. Dentro le ventose.
«Piovra un cazzo. Questo è uguale a quelle merde deformi
di Aratan.»
Proprio davanti a loro qualcosa stava per oltrepassare il
parapetto. Il tentacolo iniziò a strisciare sul legno lasciando
una viscida scia di lumaca. Accelerò verso Caligio e gli altri
che gli stavano intorno.
Il mostro li stritolò tutti insieme, uno contro l’altro,
spezzando le spine dorsali come bastoncini di legno. Nessuno
di loro era riuscito a reagire, i loro corpi inerti penzolavano
nella stretta mortale, le bocche aperte. Uno dei muriani, che
aveva passato mezza traversata a vomitare succhi gastrici, era
riuscito finalmente a far passare qualcosa di solido dalla
bocca. Con tutta probabilità il suo stomaco.
Zodd scattò verso la minaccia, ma mancò il bersaglio d’un
soffio, sfiorando l’estremità della piovra proprio nel momento
in cui si ritraeva in acqua.
«Dannazione!»
Era proprio davanti alla catasta di corpi lasciata dalla
bestia, lacerati in modo grottesco all’altezza della vita e stretti
a tal punto da provocare la fuoriuscita di organi viscidi e gonfi
dalla bocca; e anche dal culo, a giudicare da come era ben
riempita la parte posteriore dei loro pantaloni.
Un fiume di sangue defluiva lento verso gli sbocchi
laterali.
Ormai erano rimasti in pochi, i quattro capitanati da Zodd,
sempre più vicini all’albero maestro, e un manipolo di
rematori. Qualcuno giaceva sul ponte, ferito gravemente al
secondo attacco, e si lamentava di dolore. La galea dondolava
su e giù, in balia del mostro. Stava tentando di affondarla, ma
prima avrebbe dovuto avvolgere i tentacoli intorno al ponte.
Zodd non aspettava altro.
Quando il primo tentacolo iniziò a strisciare, da babordo
verso tribordo, era lì ad attenderlo. Trenta, trentacinque piedi
di ammasso gelatinoso gli passarono davanti. C’erano facce, lì
sopra. Sorrisi deformi e molari incastonati nella carne putrida.
Quando la circonferenza raggiunse le dimensioni di un
tronco di quercia, Zodd calò l’addhur.
Una fontana di linfa nera gli annaffiò il viso. Si leccò le
labbra.
Buono. Cazzo è buonissimo. Ancora.
Un lamento gutturale dalla bestia. Poi uno dal suo
stomaco.
Il moncherino iniziò ad agitarsi, riversando sulla vela fiotti
di sangue maleodorante. Zodd riusciva percepiva l’odore come
un misto di pesce marcio e cadavere putrefatto, ma ne era
fottutamente attratto. Un sapore simile a quello di Aratan. Gli
fece venire l’acquolina in bocca. Si sarebbe gettato carponi a
mordere quell’ammasso gelatinoso e ingoiarlo un pezzo dopo
l’altro.
Pensare che i molluschi mi hanno sempre fatto schifo.
Due tentacoli enormi si posarono sul parapetto. La barca si
inclinò in modo folle a tribordo. Sembrava che la cosa avesse
poggiato tutto il suo peso da quel lato.
La prima cosa ad apparire fu la rotondità lucida del capo,
seguita da terrificanti occhi tubolari che spuntavano da teste e
orbite. Sembravano essere state fracassate a colpi di mazza e
rimesse insieme con chiodi di ossa e sangue rappreso.
Una, due, tre, dieci file di occhi scrutavano il ponte come
un nugolo di lucciole. Ruotavano in ogni senso, in maniera
indipendente l’uno dall’altro.
«Ma che…?» Zodd avrebbe voluto aggiungere un’altra
parola, ma l’ennesimo gorgoglio dello stomaco lo piegò in
due.
Le viscide propaggini ghermirono le assi e i rimasugli del
castello di poppa. L’infernale stava tentando di affondare la
Falco dei Mari per la seconda volta.
La testa del mostro uscì fuori del tutto. Zodd si voltò verso
gli altri: erano pietrificati. La creatura non aveva squame o la
consistenza viscida di un polipo, ma pelle, chiara, rugosa,
come se centinaia di uomini fossero stati scuoiati e ricuciti per
creare un essere osceno. Altri occhi tubolari erano ammassati
sopra la bocca, ed erano fottutamente umani anche se piazzati
in fondo a quelle escrescenze tubolari. Quando aprì la bocca, i
denti sbucarono fuori a cerchi concentrici, alcuni sottili e
aguzzi, altri simili a molari, seguiti da un tentacolo trasparente,
che si mosse come un serpente velenoso prima di scattare
verso il cadavere più vicino. La punta del tentacolo doveva
essere dura e aguzza, perché penetrò senza problemi nella
nuca del morto e iniziò a pomparci dentro un liquido scuro,
denso come la pece.
Con il tentacolo ancora ficcato nella testa, il corpo senza
vita si alzò, la testa che penzolava sulla clavicola. Zodd
incontrò lo sguardo di Jonsah. Il capitano del vascello aveva
gli occhi fuori dalle orbite e i conati di vomito.
Il cadavere indicò Zodd e aprì la bocca.
«Sei… Tu sei…»
«Fottuti gli Dei. Questo parla pure!»
«Sei quello che ha mangiato.»
Uno di quei fottuti aborti di Aratan lo aveva seguito?
Fame lacerante. La sentiva. Lottava dentro di lui con un
altro sentimento: quel viscido mosaico di carne umana e merda
aveva delle risposte. Non c’era bisogno di scegliere, poteva
soddisfare sia la fame di sangue che quella di risposte.
Prima chiedo, poi mangio.
«Calamaro faccia di cazzo» Zodd fece un passo verso il
mostro. Un puzzo rivoltante di pesce marcio e putrefazione lo
investì. D’istinto, si portò un avambraccio sul naso, anche se
una parte di lui lo trovava gradevole, fragrante.
«Eri ad Aratan vero?»
Gli occhi di un grappolo tumorale fatto di teste si accesero.
Poi parlò il cadavere. «Vi abbiamo mangiato.»
Le bocche del tumore si aprirono «Sì, mangiato, strappato,
digerito. Ci siamo scopati le vostre anime.»
«Puoi scoparti chi vuoi, frocio di un polipo» Zodd poggiò
l’addhur sulla spalla sinistra. «Ma prima dimmi cosa mi sta
succedendo.»
Il cadavere rise. Aveva la mascella rotta, perché la lingua
gli penzolava di fuori. E risero anche le teste. Assordanti,
ognuna aveva un proprio tono.
«L’Immortale Signore, il Divoratore di Mondi, il Creatore
di Inferni, il grande Asmodeoth aveva ragione» il cadavere
avanzò verso Zodd. «Sei interessante.»
Asmodeoth. Di nuovo quel nome. Lo stesso scritto sul
muro di Aratan. Usciva fuori troppo spesso per i suoi gusti.
«Ti ho fatto una domanda.»
E sentire il nome “Asmodeoth” me ne ha fatto appena
venire in mente molte altre.
«Sei molto interessante.»
Due tentacoli scivolarono sul ponte, passando ai lati del
cadavere redivivo.
«Ma non so se riuscirò a riportarti indietro tutto intero»
un’altra porzione dell’enorme corpo sbucò grondando acqua
salata. La nave si inclinò ancora.
«Se ti ho sentito io, lo hanno fatto anche altri. Non c’è
molto tempo.»
«Ma di che cazzo stai parlando?» Zodd si fece sotto
digrignando i denti. Era a quattro passi dal cadavere. Lo
guardò negli occhi per un istante, poi questi ruotarono
all’indietro, lentamente, lasciando solo due sclere bianche
invase da capillari rotti. Le sue dita scricchiolarono quando le
ossa delle falangi iniziarono ad allungarsi, pollice dopo
pollice, disarticolandosi fino a toccare il ponte. Ora, le sue
mani avevano cinque tentacoli segmentati che si contorcevano
sulle assi.
Zodd alzò gli occhi.
Il cadavere stava ridendo come un ossesso, fino quasi a
strozzarsi. Il labbro superiore si arricciò verso il naso, quello
inferiore verso il mento, scoprendo un ammasso di gengive
gonfie. Pulsavano come se avessero un cuore proprio.
Scoppiarono, gettando in terra schizzi di sangue scuro
come bitume. I denti rimbalzarono tintinnando fino ai piedi di
Zodd. Al loro posto si fecero strada due file di canini
sovrapposti.
Un fottutissimo mostro.
Un fottutissimo mostro sopra la barca.
Un fottutissimo mostro sotto la barca.
E perché diavolo il suo stomaco continuava a gorgogliare
così? Perché? Cazzo!
Un’idea del motivo se l’era fatta. E non gli piaceva. Forse
era meglio continuare a domandarselo piuttosto che ottenere
una risposta.
Si mosse in avanti. Tre passi veloci, l’addhur in coda.
Strinse la sinistra in basso, quasi sul pomolo, la destra premuta
contro la guardia per ottenere la massima leva.
Il cadavere, o ciò che ne rimaneva, tentò di proteggersi
frustando le mani deformi. Fu come opporre un pugno di
frattaglie a una mannaia. Le dita volarono in tutte le direzioni,
seguite da grappoli di liquido scuro. L’addhur trovò la carne
alla sinistra del collo, sfondò la clavicola e si aprì un varco nel
petto, poi tranciò l’addome ed uscì dal fianco destro, avvolto
in un groviglio di interiora bluastre.
Uno schizzo di sangue caldo schiaffeggiò la faccia di Zodd
mentre passava oltre la metà ancora in piedi del cadavere.
Saltò sul parapetto, rischiando di scivolare in acqua come
un idiota. Vide la testa del mostro che sbucava dalla spuma. Si
lanciò nel vuoto.
Il vento gli strappò il mantello.
Che idea del cazzo.
Una mano sull’impugnatura e l’altra sul pomo, con la
spessa lama dell’addhur rivolta verso il basso.
Rimase in aria per un istante. Eterno.
Ebbe il tempo di osservare la superficie grinzosa della
testa, da cui spuntavano, come tumori, volti umani. Grossa
come un carro. Gli occhi tubolari, quasi ficcati a forza in
quelle orbite troppo piccole, si mossero verso l’alto come
alghe spinte dalla corrente.
Zodd li fissò. Le mascelle serrate.
Si preparò all’impatto contraendo tutti i muscoli del corpo.
Fu violentissimo. Le sue spalle riuscirono ad assorbire il
contraccolpo e a mantenere l’addhur perpendicolare mentre
penetrava a fondo nel cervello della bestia.
Spero lo abbia, un cervello.
Quasi sette piedi di acciaio e legarossa piantati nella testa
paralizzarono lentamente i movimenti dei tentacoli, che si
fecero sempre più pigri e scoordinati. Le facce. Fottuti gli Dei,
quelle facce urlavano. Tutte insieme. Le lingue si srotolavano
come tappeti carnosi fuori misura.
La bestia non era riuscita a riversare il capo all’indietro per
accoglierlo fra le sue fauci, e ora Zodd si ritrovava a dover
mantenere l’equilibrio pestando facce e occhi sporgenti. Sotto
il suo peso, li sentiva cedere fila dopo fila con uno scoppiettio
viscido.
Dopo un breve lamento subacqueo, i tentacoli smisero di
agitarsi e caddero inerti. Zodd digrignò i denti in una smorfia
di piacere ed estrasse la spada a fatica, provocando
un’eruzione di viscido liquame nero che quasi raggiunse gli
altri sulla galera.
Mentre un urlo di vittoria si spandeva sull’imbarcazione,
Zodd bevve.
Capitolo 30. Costantino
Il lungo corridoio, la Via dell’Apocalisse, come la
chiamavano quasi tutti i legionari, collegava il suo alloggio
all’elevatore. Una via comoda e diretta, ma Costantino forzava
le sue gambe a muoversi per la via parallela ogni volta che ne
aveva la possibilità. Era anche quella, a suo modo, una Via
dell’Apocalisse.
Soffitti affrescati, alti venticinque piedi, sfumavano nel
buio.
L’eco dei passi rimbalzava in tutte le direzioni e ritornava
alle sue orecchie come il battito di tamburo. A parte lui,
nessuno aveva mai messo piede in quella sezione del
Monastero dalla fine dei lavori. Lo stucco sui mattoni delle
pareti, i riflessi del marmo sul pavimento, tutto, lì, sembrava
essersi fermata a venticinque anni prima. Costantino sentiva di
essere l’unica cosa davvero invecchiata, lì dentro.
Si fermò davanti all’arco di pietra calcarea che
incorniciava la porta della prima stanza. I colpi di scalpello
dell’artigiano avevano creato lunghi canali grezzi. Non aveva
neanche avuto il tempo di passare la raspa.
La Settimana di Sangue si era abbattuta sulla Legione
come una falce sul grano. Un mese più tardi, e tutti i membri
più importanti si sarebbero trovati nel Monastero per il
Consiglio Generale. Costantino non aveva dubbi, i semplici
soldati, i potenziati e gli ibridi avrebbero difeso la nuova base
con successo.
Indugiò con lo sguardo sullo scudo che la sovrastava.
«Priorato di Niversia» sussurrò. «Ultimo Priore: Rennico.
Sviscerato e bruciato a Imadion.»
Si fece il segno del triangolo inciso nel cerchio e scivolò
sul marmo bianco del corridoio, rimanendo sempre sullo
stesso lato, fino alla stanza successiva. L’ingresso era identico
a quello del Priorato di Niversia.
Aveva pensato molte, troppe volte a cosa sarebbe accaduto
se avessero avuto più tempo a disposizione. Doveva ricordare
il passato e rispettare quei ricordi, farne uno strumento per
migliorarsi, non esserne divorato.
«Priorato di Eutimea. Ultimo Priore: Diomede. Ucciso nel
castello del suo priorato da una squadra di rothiani.»
Una goccia di sudore freddo gli scese sulla tempia. Lo
stomaco si contorse come un serpente. Era davanti ai quartieri
del Priorato di Karidia.
«Priorato di Karidia. Ultimo Priore Elcard» cercò la parete
del corridoio con la mano. La solida pietra poteva sostenere il
peso del suo corpo, ma non quello della sua anima. Elcard. Il
suo volto continuava a torturarlo da dietro le sbarre, gli urlava
di tornare indietro, allungava le mani verso di lui. Costantino
vedeva ancora le dita rotte e le unghie strappate.
La scelta più distruttiva della sua vita, capace di dare un
nuovo significato a quella parola. Il parametro di tutte le
difficoltà passate, presenti e future.
La mano tesa di Elcard si allontanò.
«Mi dispiace.»
Si trascinò fino alla sala del Consiglio Generale assieme al
suo dolore. Lasciava sempre le due ante della porta aperte per
gettare lo sguardo all’interno quando passava. Un altro luogo
mai utilizzato, un altro pezzo di carne strappato alla Legione
dagli artigli dell’Impero. Il tavolo di pietra giaceva al centro
della stanza come un monumento funebre. Costantino seguì la
linea di marmo nero, che tagliava la stanza fino al tavolo, e
prese posto sullo scranno riservato al Gran Maestro,
abbastanza largo da poter ospitare un’altra persona. Lo
avevano costruito prendendo le misure del Gran Maestro
Lothar, che superava i sei piedi e mezzo d’altezza e viveva
buona parte delle sue giornate in armatura. Costantino, invece,
era almeno un paio di pollici sotto i sei piedi e la sua
costituzione non era certo quella di un guerriero.
Meritava davvero di trovarsi lì, al comando di ciò che
rimaneva della Legione?
Lothar non aveva avuto il tempo di sedersi a quel tavolo.
Lo avevano ammazzato, e la stessa cosa era accaduta a tutti gli
altri Priori. C’erano sei sedie impolverate.
Tutto ciò che rimaneva dei Sette Priorati viveva all’interno
della montagna, nelle iscrizioni di quel corridoio.
Nelle sedie vuote che aveva davanti.
Nel silenzio della sala del Consiglio.
Forse non sarebbe stato abbastanza. Se lo ripeteva da oltre
due decenni. Ormai lo considerava un dato di fatto. Non ci
sarebbe stato più alcun Consiglio Generale. Quello del 1362,
un anno prima della Settimana di Sangue, era stato l’ultimo.
L’ultimo Consiglio Generale, l’ultima roccaforte della
Legione, l’ultimo Gran Maestro?
«Avrei bisogno di tutti voi.»
Ora ricadeva tutto sulle sue spalle. A volte, come in quel
momento, sentiva che per sostenere il Monastero non
sarebbero state abbastanza ampie neanche quelle del Mietitore.
Soffiò sul tavolo, sollevando un vortice di polvere, e tirò
fuori i rapporti dell’ultima settimana. Certo, i Priorati non
esistevano più e ogni singola base della Legione era stata
distrutta o divenuta proprietà dell’Impero, ma gli uomini di
Costantino continuavano a setacciare i territori dove
l’Astrodaimon aveva rilevato le ultime fratture. E potevano
contare su una fitta rete di informatori.
Una luce tenue, che proveniva dal quarzo trattato
incastonato nelle pareti, gli permetteva di leggere senza
problemi. Scartò il rapporto proveniente dal confine
occidentale dell’Impero dopo aver letto le prime righe.
L’ultima frattura nella zona a ridosso del Regno di Turshall
risaliva a sei anni prima, quindi non c’era motivo di
preoccuparsi. Almeno lì, era tutto tranquillo. Il secondo
riguardava l’Ibunod. Alcuni regni e territori autonomi della
regione avevano anticipato la persecuzione dei muriani in atto
nei territori dell’Impero. Nell’Ibunod, i seguaci di Murion
controllavano meno della metà dei villaggi e delle città, ed era
plausibile che avrebbero continuato a perdere terreno. Con
qualche difficoltà, dovuta a una grossa macchia d’inchiostro
sul bordo del foglio, lesse che di lì a breve era prevista la
mobilitazione di alcune grosse compagnie mercenarie tra
Angbrook e Descarion.
Sorrise, sentendo piccole crepe che si aprivano nelle labbra
secche. Scaramucce e conflitti tra uomini, in quel momento,
avevano lo stesso senso di quelle tra pecore davanti a un
branco di lupi affamati.
Come previsto, le notizie peggiori provenivano
dall’Impero. Fino a poche settimane prima avrebbe letto con
attenzione di tutti i massacri di muriani compiuti dai rothiani,
prendendo appunti sul suo taccuino. Adesso aveva spostato la
sua attenzione verso la Linea Fortificata. Se proprio doveva
trovare un lato positivo negli ultimi avvenimenti, era proprio
quello: l’invasione era iniziata al di là della muraglia
imperiale. Di tutti i luoghi in cui poteva verificarsi la Frattura
Zero, il Fennarit era il più vantaggioso. In qualsiasi altro punto
di Onnar, dall’Ibunod alle province continentali dell’Impero,
non ci sarebbe stata speranza di rallentare l’invasione.
Uno dei Sei era passato. Stando alle Parole di Murion, non
esistevano altri demoni in grado di accumulare l’energia
necessaria a fratturare il Flusso e passare in un nuovo mondo.
Alle Parole di Murion, a quel Lacerare la guaina
dell’Universo. Smembrare il Creato, Costantino aggiunse
mentalmente i calcoli di Kandreuripos.
La matematica e le profezie di un libro sacro. Questa volta
sorrise con maggiore convinzione. Si chinò al lato del tavolo e
prese la bisaccia di pelle, trovando la copertina rugosa del
libro con l’ultima falange del medio. Lo tirò fuori.
Frattura Zero superava di poco le cento pagine, cui si
aggiungeva qualche foglio volante di fitti calcoli. Era ingiallito
sui bordi e con la copertina consumata.
Costantino aprì a pagina sessantaquattro e scese
lentamente con l’indice, trattenendo il fiato. Lo passò sul muro
di formule, che un tempo avrebbe decifrato a occhi chiusi, e
arrivò in fondo alla pagina, fermandosi sull’unico paragrafo di
testo. Kandreuripos aveva scritto quelle parole quarant’anni
prima, quando era già squassato dai tremori cerebrali; il tratto
era indeciso, tanto che Costantino si era ripromesso più volte
di passarlo alla stampa, ma il significato era chiaro.
Secondo i calcoli del matematico, la Frattura Zero si
sarebbe verificata nell’anno 1719.
«Più di trecento anni?» mormorò.
A parte Costantino e pochi altri, nessuno aveva dato
credito agli ultimi studi di Kandreuripos.
La 26 possedeva tutte le caratteristiche descritte da
Kandreuripos: il massimo livello dall’Astrodaimon,
l’interruzione delle segnalazioni, la stabilizzazione del
Flusso…
Semplicemente, si era realizzata con secoli di anticipo.
Aveva senso, maledizione, fin troppo senso. Kandreuripos
aveva teorizzato che il passaggio su Onnar di uno dei Sei
avrebbe impedito all’Astrodaimon di effettuare ulteriori
misurazioni, perché non ci sarebbe stato più nulla a
destabilizzare il Flusso dall’esterno.
Gli si rizzarono fila di peli grigi su entrambi gli
avambracci.
Uno dei Sei era passato davvero, portandosi dietro un
esercito dal mondo precedente.
«Consumare un mondo, umiliare ogni lembo di terra, ogni
essere vivente.»
Immaginò le aberrazioni commesse dai demoni e dai loro
seguaci su Onnar. E le moltiplicò per mille, consapevole che
non sarebbe bastato ad avere un’idea di ciò che era accaduto e
di ciò che stava per accadere.
Guardò fuori, attraverso un’apertura, piccola e profonda,
scavata nella roccia.
Nubi. Si insinuavano nella valle come tentacoli di piombo.
Dall’altro lato delle montagne, il cuore assolato dell’Impero
covava una piaga purulenta che sembrava aver raggiunto il
sole e strappato i suoi raggi. Costantino sentì le dita gelide
della disperazione agguantargli il cuore. Il peso del mondo gli
piegava le ginocchia. Lo scacciò via digrignando i denti.
Il Monastero era ben difeso. Aveva milioni di libbre di
pietra che proteggevano ogni livello della struttura. Uno scudo
anche migliore erano le valli e i pianori che separavano il
complesso dei Monti Scheletrici dalle grinfie dell’Impero.
All’inizio Costantino temeva che i boati delle nuove armi
potessero attirare attenzioni non volute, ma alla fine si era reso
conto che nessuno si sarebbe avventurato a cercare l’origine di
quei rumori.

***

Scalino dopo scalino, l’eco dei suoi passi aumentava.


Prima di affrontare l’ultima rampa, si aggiustò le due spille
d’oro che reggevano il mantello e si mise in testa il diadema a
sette punte che spettava al Gran Maestro.
Ognuna di quelle sette punte non aveva più senso. I
Priorati che rappresentavano rimanevano solo un ricordo
custodito all’interno del Monastero, ma Costantino sapeva
bene quanto fosse importante mantenere inalterate, per quanto
possibile, tradizioni e rituali. Nei momenti difficili, anche i
gruppi più uniti tendono a sfaldarsi.
Servono colla e chiodi.
Continuare a onorare Murion anche fra le mura del
Tempio, oltre che in battaglia, poteva essere un collante
eccezionale. La grotta naturale in cui la Legione aveva
costruito il Tempio era la più grande della montagna, eccezion
fatta per il Pozzo. Un portico tegolato, retto da cinque colonne
con capitelli quadrati, proteggeva l’ingresso anche se non c’era
pericolo di intemperie. Sopra la costruzione, infatti, c’era solo
roccia.
Cassio lo raggiunse appena entrato nella navata centrale.
Costantino non aveva mai sentito il bisogno di una guardia
personale, ma dopo la fuga di Rogodh aveva deciso di tenere
Cassio a sua disposizione anche per evitare che questi si
gettasse alla caccia del demone.
L’odore di incenso si allargava fino a metà della navata
centrale. Ibridi e potenziati stavano accalcati davanti all’altare.
Parlavano fra loro sottovoce, osservando l’incedere del Gran
Maestro. Nessuno di loro era rimasto seduto.
Alla sua destra, vide Matho che si faceva strada verso la
navata. Scostava gli altri ibridi ed emetteva suoni gutturali.
Nella sua testa erano certamente frasi di senso compiuto, ma,
da quando aveva perso la forma umana, anche parte del suo
cervello sembrava averlo abbandonato. Sulla sua testa, che
superava quella di tutti gli altri potenziati, spuntavano chiazze
di squame ed escrescenze ossee; nella bocca, larga il doppio
del normale, si alternavano canini e molari senza alcun ordine.
Aveva anche due occhi sulla guancia e strani barbigli che
spuntavano dal mento come i peli di una capra.
Il primo ibrido nato nel Monastero.
Cassio rimase immobile davanti a Matho.
«Non preoccuparti Cassio» Costantino fece cenno a Matho
di avvicinarsi. La sua guardia del corpo si scostò.
Il primo ibrido, certo, non quello riuscito meglio. Aveva
mantenuto solo una piccola parte di pensiero razionale. La
mente di un bambino di quattro anni in un corpo capace di
spezzare il collo di un toro.
«Papà» fili di bava bianca gli cadevano sul petto mentre
cercava di articolare altre parole. Chiuse tutti e quattro gli
occhi. «Mi-o Pa-a-pà.»
Costantino tese una mano verso il volto di Matho e gli
sfiorò il mento.
«Figlio mio, sono qui» la corazza dell’ibrido era enorme,
ma entrambi i pettorali sbucavano ai lati della piastra
anteriore. «Ma ora torna dai tuoi fratelli, voglio parlare a tutti
voi.»
Poggiò le mani sull’altare e guardò a uno a uno i suoi
soldati, i suoi figli. Alzò le braccia.
«Onoriamo il Mietitore.»
«Onoriamo la sua missione, le sue armi, il suo sacrificio»
risposero gli altri.
«E rendiamo grazie a Murion, il Creatore di Mondi.»
«Non bastano le preghiere per seguire il suo volere.»
Costantino si voltò. Gli scranni vuoti dei sette Priori
formavano un semicerchio alle sue spalle.
«Figli miei» allargò le braccia «il tempo e scaduto. La
piaga che farà scempio del nostro mondo è già qui. La Legione
è nata per affrontare altre legioni, quelle abominevoli
dell’invasore. Uno dei Sei ha creato migliaia di viscidi
servitori, tramato per annientarci, eppure» fece una lunga
pausa. «Siamo ancora qui. Le orde infernali si schianteranno
contro questa montagna.»
Potenziati e legionari gridarono un sì convinto. Dalle
bocche degli ibridi uscirono urla e ruggiti.
Costantino gettò lo sguardo alle sue spalle. La parete dietro
l’altare si illuminò a mano a mano che Gerardo accendeva il
candelabro a sette braccia. Una grande teca trasparente,
inglobata nella roccia, sembrò guardarlo di rimando.
Capitolo 31. Lucio
Continuò a guardare Clelia anche dopo che si fu
addormentata. Mentre i suoi occhi si abituavano al buio, i
capelli di lei prendevano forma nell’oscurità. Lucio quasi si
convinse di riuscire a percepirne il colore rosso acceso.
Allungò la mano e lei si avvolse ancora di più nel lenzuolo. Le
sfiorò un ricciolo e lei mugugnò.
Oltre la tenda, che divideva la stanza in due parti, sentiva il
figlio russare. Era stato felice di rivedere suo padre e aveva
passato quasi tutta la giornata a farsi raccontare della battaglia
con i mostri dell’inferno, infernali, come li chiamavano tutti.
Un ragazzino curioso, la sua copia perfetta; gli aveva
chiesto anche di vedere il piede e aveva toccato le bende.
Ti fa male, papà?
Tornò con lo sguardo sulla schiena nuda di Clelia, sui
capelli che scendevano sul letto come edera rossa. Mentre
facevano l’amore, si era reso conto di quanto fosse importante
avere quel pezzo di piede in più. Lei lo aveva baciato e amato
come sempre, ma per quanto tempo ancora avrebbe accettato
di stare con uno storpio?
Ogni soldato deve saper marciare e combattere. E lui, ora,
non poteva fare né l’una, né l’altra cosa. Marciare con le
stampelle o zoppicare su una protesi malferma? Escluso.
Combattere? Ancora peggio. In uno scontro la stabilità e
l’equilibrio sulle gambe vengono prima del coraggio e
dell’abilità con la spada.
Strizzò le palpebre fino a farsi ronzare le orecchie,
cercando di sostituire il dolore ai pensieri. Per quanto i suoi
occhi si fossero adattati al buio, non aveva modo di vedere le
stampelle, ma erano lì, appoggiate alla sedia a due passi dal
letto. Volente o nolente, sarebbero diventate le sue amiche
fedeli per le settimane e i mesi successivi.
Forse per anni. Forse per sempre.
Strinse i denti.
Si immaginò a vagare per le strade fangose di un villaggio
vestito di stracci, a far risuonare un paio di monete di rame in
una ciotola sbeccata.
Se il suo destino era quello, meglio gettarsi nel fiume e
sperare nella misericordia di Beridias e di tutte le altre divinità
imadiane. Il suo cervello nuotò, disperato, verso pensieri
positivi, ma quelli negativi non smettevano di spingerlo a
fondo. Volevano annegarlo.
Per ogni istante in cui credeva che, guarita la ferita, la
protesi gli avrebbe permesso di camminare senza stampelle, ce
n’erano cinquanta in cui vedeva sua moglie sbattersi dietro la
porta, tenendo per mano suo figlio.
Vide anche i suoi commilitoni intenti ad allenarsi. E lui
costretto a osservarli da lontano mordendosi le unghie.
Si massaggiò le tempie, come se la cosa potesse dargli un
qualche conforto, e continuò a digrignare i denti.
La vita è così, bisogna abituarsi e adattarsi, evitare di
essere sopraffatti dal cambiamento. E ricordarsi che può
sempre andare peggio. Il tizio del bordello, Marco, era
bruciato vivo nel rogo di pochi giorni prima insieme a una
delle sue puttane; ecco, quello sì che era qualcosa di
definitivo. Doveva solo ringraziare di essere vivo, di poter
riabbracciare i suoi cari. Una fortuna che non era toccata a
centinaia di suoi amici. E sopportare ciò che gli stava
accadendo.
Scosse la testa. Era più facile a dirsi che a farsi.
All’alba mancavano ancora diverse ore, e già sapeva che le
avrebbe passate con gli occhi sbarrati. Il Macellaio gli aveva
consigliato di riposare molto, ma trovava più facile dormire
durante il giorno che non di notte. Il rumore dei passanti, lo
sbattere delle stoviglie, i martelli sui chiodi tenevano la sua
mente lontana da quel maledetto piede e dai mostri deformi di
Aratan.
Di notte, invece, non poteva sfuggire al silenzio.
Si alzò e perse l’equilibrio. La mano trovò il bordo del
comodino ed evitò un brusco risveglio al resto della famiglia.
Il tallone, devo poggiare il peso sul tallone. Piede destro,
tallone sinistro, piede destro, tallone sinistro.
Prese le stampelle e arrivò fino alla porta della stanza
tastando l’armadio e poi la bacinella d’acqua, adagiata su un
tripode di ferro, con la mano libera. Grazie agli Dei, la casa era
su un unico livello. Chiuse la porta alle sue spalle e si mise le
stampelle sotto le ascelle. Una fitta gli ricordò subito che erano
bastati pochi giorni per fargli venire due grossi lividi nel punto
in cui la pelle veniva a contatto con il legno.
Il salone era immerso nell’oscurità, rotto solo da un alone
rosso proveniente dal camino. La brace covava ancora, là
sotto, e il vento fresco di quelle ultime giornate prima
dell’autunno gli faceva venire voglia di mettersi lì davanti, con
i piedi sulla sedia ad aspettare un bacio di Clelia.
Con un solo piede.
Per scacciare quella confortevole, tiepida, voglia di
abbandono, tolse il chiavistello e aprì la porta di casa. Una
lieve brezza gli mosse i capelli e penetrò nei polmoni,
dandogli la forza di uscire.
Decise di lasciare la stampella destra e di usare solo l’altra.
Doveva migliorare in fretta e iniziare a usare la protesi il prima
possibile. Percorse un piccolo tratto di strada sconnessa, in
leggera salita, fino alla casa del conciatore di pelli. Da quando
era ridotto così, le distanze si erano dilatate; per fare cinquanta
passi ci metteva il triplo del tempo, e le differenze tra il prima
e il dopo crescevano assieme alla strada da percorrere.
Zoppicò ancora qualche passo, fino alla taverna, e
appoggiò l’orecchio alle imposte di legno davanti alla finestra.
Nessun rumore. Peccato, sarebbe entrato volentieri a bere un
bicchiere, anche se il Macellaio gli aveva proibito gli alcolici
fino al termine della cura con l’aloise.
Aveva l’impressione di appoggiare la stampella sempre nel
punto sbagliato. Una volta era una buca, l’altra un sasso. E i
dolori alla schiena aumentavano. Si appoggiò a un muro,
proprio sotto la lanterna che illuminava l’incrocio. Si ricordò
che quella sera sarebbe toccato a lui accendere il lume vicino a
casa sua, ma in quel momento il pensiero arrivò e scivolò via
senza infastidirlo. Cose inutili. Alle cose inutili non bisogna
prestare troppa attenzione.
Riprese fiato e guardò verso casa sua. Aveva percorso solo
una sessantina di passi e aveva già il fiatone.
Vita di merda.
Arrivo alle macerie del bordello e torno indietro.
Non un passo in più.
Torno indietro e mi prendo due o tre gocce di aloise. Al
diavolo tutti, il piede mi fa male da morire, smetterò di
prenderla quando starò meglio.
Puntò la stampella e si staccò dal muro.
La leggera salita che portava all’ingresso di Miniarum era
zeppa di abitazioni su entrambi i lati. Quelle più a ridosso del
campo, le più vecchie, seguivano la strada ma senza ordine,
come una manciata di dadi tirati a caso. L’idea di dare una
regola per costruire, come accadeva nelle città dell’Impero, era
venuta troppo tardi ed era stata applicata con poca
convinzione. Si appoggiò ancora alla porzione in muratura di
una casa. Probabilmente un rettangolare aveva fatto
aggiungere i mattoni per fare contenta la moglie o un’amante.
Le lanterne pendevano dai muri a breve distanza l’una
dall’altra nelle loro gabbie di ferro. Dalle imposte chiuse di
alcune finestre, filtrava una luce soffusa, segno che c’era
qualcun altro sveglio a quell’ora della notte.
La cosa, in qualche modo, lo confortò: non era il solo a
passare notti orribili e insonni. Pensò che, magari, quelle erano
le candele accese dal proprietario di uno dei negozi al
pianterreno che si era attardato a compilare i libri contabili.
Sorrise amaramente, dicendo a sé stesso che anche quello
sembrava un modo più piacevole di passare la notte in bianco.
Compilare le noiose caselle di un registro, magari avendo a
disposizione entrambi i piedi, era più appetibile di quel
girovagare senza meta.
Arrivò all’altezza del bordello. Se ne accorse ancor prima
di guardare ciò che ne rimaneva, perché il puzzo di bruciato
continuava ad aleggiare nell’aria come dentro a una lurida
tenda balarita.
Dall’oscurità emergevano le due uniche pareti ancora in
piedi. Mentre si avvicinava, la luce delle lanterne ne illuminò
il profilo seghettato e annerito dal fuoco. Il primo piano era
crollato sul pianterreno e le assi del tetto erano sparpagliate
all’interno. Zodd era stato maledettamente fortunato a uscire di
lì solo qualche minuto prima. Sarebbe stata una storia da
raccontare ai nipoti: “Qui giace Zodd, il gigantesco guerriero
dal volto sfregiato, il massacratore dei muriani, l’uomo che ha
ucciso sei soldati in un singolo combattimento ed è sfuggito
alla furia di mostri infernali. Ucciso dalle fiamme, ahinoi,
mentre scopava una puttana sdentata.”
Un debole sorriso gli salì verso le orecchie. Non rideva da
così tanto tempo che sentì i muscoli delle guance tirare come
dannati. Abbassare lo sguardo, vedere il suo piede, gli fece
passare all’istante la voglia di lasciarsi andare a una risata.
Forse era il momento di tornare indietro, togliersi le bende
impiastricciate dalla ferita, applicarne di nuove, e mettersi
accanto a sua moglie aspettando le prime luci dell’alba.
Puntò la stampella per girare sui talloni. Un rumore gli
fece interrompere il movimento a metà. Proveniva dal rudere
del bordello, sempre che non avesse iniziato a giocargli brutti
scherzi anche l’udito. Non si trattava di un suono secco, ma di
scricchiolii. All’inizio, immaginò che fossero topi interessati a
ripulire gli avanzi di cibo carbonizzati rimasti sotto i detriti.
Niente squittii, però. Strano, perché alcuni dei roditori che
giravano dalle quelle parti avrebbero messo in fuga un branco
di cani affamati.
Guardò meglio.
Una tavola si alzò di un piede e poi ricadde.
No, non erano topi.
Qualcuno si aggirava fra le macerie carbonizzate.
Le fiamme avevano sprigionato così tanto fumo e calore da
aver annerito anche la facciata dell’edificio di fronte.
In quel momento, gli vennero in mente solo le parole del
suo primo sergente: Chi si riunisce di notte deve sempre essere
considerato un sospetto. Se si riuniscono più di due persone, si
tratta di assembramento facinoroso.
Un tempo odiava i compiti di polizia, mentre adesso non
gli sembravano poi così male; lontano dalla battaglia, vicino
alla sua famiglia.
Sono uno storpio che sta invecchiando. E male.
Un altro pezzo di legno schioccò sotto i piedi dell’uomo.
Lucio si sporse ancora dall’angolo della casa, tenendo il piede
ferito sollevato da terra.
L’uomo stava smuovendo travi e detriti con un bastone. Il
suo respiro era profondo, come se tentasse di inspirare a pieni
polmoni l’aria fresca di un bosco.
Un razziatore?
Beh, era troppo tardi per quello; il fratello di Marco era
arrivato il giorno stesso, aveva speso due parole di cordoglio e
si era messo a rovistare tra i detriti con un paio di amici. In due
ore aveva raccattato le poche cose che si erano salvate
dall’incendio ed era tornato da dove era venuto.
Lucio non era convinto che fosse il caso di andare a
controllare. Si sentiva esausto e la punta del piede palpitava a
un ritmo furioso. Se quello era davvero un farabutto, poteva
sperare di metterlo in fuga solo prendendolo alle spalle.
Oppure non fare nulla e tornare a casa. Trattenne il fiato e si
sporse ancora.
Fra le travi scure, scorse la sagoma dell’uomo. Gettava
pezzi di legno e pietre dietro le spalle. Borbottava, scavava.
All’improvviso sentì un altro rumore.
Stava masticando?
Non poteva esserci nulla da mangiare lì, forse qualche
brandello di carne umana bruciata dall’incendio.
L’uomo era di spalle, piegato sui talloni, calvo e con un
lungo riporto che ondeggiava in preda al vento. Dannazione se
stava masticando.
Il Macellaio gli aveva detto di andarci piano con l’aloise,
ma lui non lo aveva ascoltato. Forse era un’allucinazione.
Una voce risuonò nella sua mente: hai perso un piede.
Perderai il tuo lavoro, tua moglie, tuo figlio. La tua vita. Che
te ne frega di un idiota che scava nella cenere e mangia non
sai cosa?
Non riuscì a dargli torto.
Inoltre, Zodd sarebbe stato sospeso dal servizio per mesi,
e, con Marrenio che ancora non proferiva parola, era rimasto
l’unico in grado di fornire informazioni sugli infernali. Poteva
essere utile solo così. Doveva accettarlo. Tornò indietro con
grande lentezza, cercando di riprendere fiato ogni dieci passi.
Era dannatamente stanco.
Capitolo 32. Zodd
«Cazzo!»
Barcollò verso la porta della cambusa, ma crollò in
ginocchio prima di arrivarci. Battiti del cuore fuori controllo,
le fiamme dell’inferno che si spandevano dai suoi organi verso
l’esterno. In meno di un minuto, l’euforia per l’ultimo pasto si
era trasformata in puro dolore.
Fottuti gli Dei, dopo aver mangiato ad Aratan, le cose
erano andate molto meglio.
Questa volta, però, non aveva solo assaggiato. Si era
ingozzato di carne fino a scoppiare. E aveva trangugiato anche
un otre di sangue. Denso. Caldo. Un momento di merda per
ragionare. I suoi pensieri erano naufraghi impotenti in un mare
di pena. Il dolore iniziò a ritirarsi verso lo stomaco, da dove
era partito. Tirò un sospiro di sollievo. Provò a rialzarsi.
Troppo presto. Nuove fiammate, questa volta concentrate tra la
spalla e la punta delle dita della mano destra. Tutto il braccio
era un corpo estraneo. Ondate di chiodi partivano dall’alto,
scendevano fino alla mano e tornavano indietro. Era una
fottuta tortura. Tastò il braccio. Sotto la pelle, bicipite e
avambraccio erano pietra bollente.
Un altro fottuto salto in avanti della malattia?
La vista sgranata, il rumore delle onde che si allontanava e
spariva.
Lui stava arrivando.
Montagne aguzze. Cielo vermiglio striato di nero.
Zodd rimase in ginocchio. Le sue mani non trovarono il
legno del ponte, ma affondarono nel fango. L’armatura nera,
venata di fuoco, pesava su di lui come un’incudine. Lo
spingeva giù.
Fottuti gli Dei.
Non riusciva a salire, sprofondava con le mani e le
ginocchia. L’odore di zolfo e di terra putrida gli riempiva le
narici. Doveva togliersi almeno l’elmo. Strinse la visiera della
celata con entrambe le mani e spinse verso l’alto. Niente.
Buttò altra aria nei polmoni e tentò ancora. Impossibile.
L’elmo era inchiodato al suo cranio, la visiera alla faccia.
Una voce di tuono gli scosse i timpani.
«Sei debole. Mi deludi.»
Avrebbe risposto con un sonoro fottiti, se solo ne avesse
avuto la forza. Doveva risparmiare fiato, gli serviva per salire.
Perché si trovava lì? Perché sentiva quel bisogno
irrimandabile di raggiungere la cima?
Toccò un costone di roccia solida. Lo afferrò con il guanto
d’acciaio che gli fasciava la mano, sbriciolandone la parte più
esterna. Usò anche l’altra mano per sollevarsi. Riuscì a
poggiare un gomito, poi un ginocchio. Uno spiazzo di terra
scura, così stretto che ci sarebbe stato spazio a malapena per
altre due persone.
La vetta.
Tutto intorno montagne nere, aguzze come coltelli,
infilzavano le nuvole porpora.
«Dove sei?» fece un giro completo su sé stesso.
Urlò ancora e strizzò gli occhi. La visiera calcata sul naso
gli riduceva la visuale, ma sulla cima più vicina iniziò a vedere
qualcosa. Una sagoma stagliata contro il cielo. Enorme.
«Sono qui» la voce risuonò ancora, dentro la sua testa.
«Lasciami uscire.»
Calore rosso, opprimente. Quello del cratere di un vulcano,
o del sole stesso in picchiata su Onnar come un’aquila di
fuoco.
E arrivava dall’Ombra.
«Chi cazzo sei?»
L’Ombra inclinò la testa. «Chi cazzo sei?»
Rise.
«Rispondi!»
«Rispondi!»
«Cosa vuoi da me?»
«Cosa vuoi da me?»
Rise ancora.

Tornò alla realtà. Un brusco risveglio dopo un incubo a


occhi aperti. Era in ginocchio, dolorante, a osservare il sole
che emergeva lentamente dal mare e lo inondava d’oro.
I raggi rivelarono che la galera aveva subito dei danni
consistenti, ma sarebbe stato ancora possibile navigare a vela.
L’albero maestro e il timone sembravano integri, mentre il
ponte era coperto di sangue, umano e non, e di corpi straziati. I
sopravvissuti se ne stavano in un angolo con le armi ancora
sguainate, a osservare i compagni morti dopo una lunga
agonia. Molti remi erano spezzati, ma lo scafo aveva resistito,
benché ci fossero un paio di falle sopra la linea di pescaggio.
I danni maggiori erano concentrati a poppa, dove si era
abbattuta la furia del mostro. Schegge di legno, porzioni di
vele stappate e sartiame sfilacciato punteggiavano le assi,
rendendo difficile gli spostamenti dell’equipaggio, o, meglio,
di ciò che ne rimaneva. Assieme ai detriti, saltavano all’occhio
diversi ammassi gelatinosi, i monconi del mostro amputati
durante l’attacco.
Lì, alcuni uomini stavano ricomponendo i corpi dei
compagni e curando i feriti.
Zodd li sorpassò, dirigendosi verso i pezzi di tentacolo. Li
calciò in acqua come palle di pezza, più per evitare di
mangiarli che per sgomberare il ponte. Per fortuna, però,
questo non poteva saperlo nessuno. A parte Sestio,
ovviamente, di cui si fidava sempre meno. Era scomparso di
nuovo. Sottocoperta, sicuro. Come era sicuro che gli Dei
fossero una manica di fottuti bastardi.
Lo immaginò a rosicchiare la tibia di qualche muriano
rimasto ucciso durante l’attacco, con gli incisivi da coniglio
che lasciavano piccole tacche scure sul bianco dell’osso.
Abbiamo lo stesso problema, gli aveva detto Sestio. Col
cazzo, gli avrebbe risposto adesso. Perché Sestio, e anche di
questo era sicuro, non si era affatto interessato al mostro. Solo
alla carne umana.
Qualcuno lo urtò, strappandolo alle sue profonde
considerazioni su mostri, carne umana e aborti bugiardi con il
riporto. Fino a quando non avessero toccato terra, poteva
anche lasciarle da parte.
Jonsah lo superò barcollando. Si aggirava sul ponte senza
parlare, scuotendo la testa.
Quando Zodd gli passò accanto, Jonsah gli strinse una
mano sull’avambraccio. Aveva ancora la veste fradicia
appiccicata al corpo.
«Quel mostro ha parlato. Lo abbiamo sentito tutti.»
Zodd annuì.
«Come faceva a conoscerti?»
Come rispondere a una domanda del genere?
«Ma che cazzo ne so? Non lo incontri mica in taverna un
affare del genere.»
«Non ho mai visto niente di simile» continuò Jonsah. «Un
demone fatto di uomini sciolti e non so cos’altro…»
Anche l’espressione uomini sciolti rendeva abbastanza
bene l’idea degli infernali. Chi cazzo li avesse creati - perché
una merda del genere non poteva esistere in natura - era
un’altra questione.
«Nei Rotoli di Murion c’è un passo che forse conosci
anche tu» disse Jonsah.
«Non conosco una sola parola dei Rotoli.»
«Recita più o meno così: divoreranno anime e corpi. Vi
salverete dall’orrore chiedendo l’aiuto di Murion.»
«Niente prediche muriane.»
«Quelle che ti ho recitato sono parole dei Rotoli di Murion
che seguono i muriani. Ma c’è un’altra versione dei Rotoli,
quella dei neomuriani. E di noi legionari»
Neomuriani: pericolosi. Legionari: un fottuto casino.
«Stesso numero di libri e di paragrafi, ma il contenuto è
diverso. Loro dicono che è antecedente al nostro e viceversa. E
quel paragrafo, nella nostra versione, dice: divoreranno anime
e corpi. Vi salverete dall’orrore combattendo per Murion.
«Quindi uguale all’altro, ma senza coglioni tagliati.»
«Diciamo che adoriamo lo stesso Dio, ma loro perseguono
la sua gloria con la preghiera. Noi preferiamo l’acciaio.»
«Fammi indovinare: funziona meglio l’acciaio.»
«Tu cosa hai fatto, hai pregato il mostro di scendere dalla
barca e darci una spinta verso il porto? Non credo. La storia
della Legione dimostra che quando abbassi la guardia e ti
affidi all’oro e alle preghiere, il mondo può crollarti addosso in
una settimana.»
«La Settimana di Sangue.»
«Conosci qualcosa quindi. È già un passo avanti.»
«Tu eri nella Legione» aveva aperto bocca per fare una
domanda, ma era uscita un’affermazione.
«Grosso, ma sveglio» Jonsah. «La Legione non c’è più.
Posso solo dire che avrebbe combattuto. Oh, se avrebbe
combattuto!»
Gli occhi di Jonsah non mentivano e aprivano altre
questioni.
Se non mi ammazza la malattia che mi ha attaccato quella
merda ad Aratan, ci penseranno le visioni o queste domande.
Mi prenderò un cazzo di infarto a furia di arrovellarmi il
cervello.
Aggrottò le sopracciglia.
«Lascia perdere, pensiamo ad arrivare in porto.»
«Hai ragione» disse Jonsah. Si lasciò sfuggire un sospiro
di rassegnazione. «Una cosa per volta. Ma dubito che riuscirò
a guardare di nuovo il mare con gli stessi occhi.»

La costa di Ederlia aveva scogliere a picco e frastagliate.


Le rocce sbucavano dal mare quasi perpendicolari all’acqua,
incoronate da una fitta vegetazione. Jonsah gli aveva detto che
le insenature a sud dell’isola non erano adatte alla navigazione
e all’attracco, ad eccezione di Mestigena.
«Era una bella città, ma non attracco lì da un anno.»
«Come mai?»
«Non ci sono più muriani, lì. L’uomo più potente della
città è Mardonio, un mercante che traffica con l’Impero e
condivide con Dustennio l’odio verso di noi. Ho sempre
cercato di evitarlo come la peste. Purtroppo però, non posso
rischiare di affrontare le correnti verso il nord dell’isola in
queste condizioni. Devo effettuare delle riparazioni.»
Mardonio. Molto bene. Sono nel posto giusto. Forse.
«Dobbiamo entrare in porto e non dare nell’occhio»
riprese Jonsah. «Una volta a terra, ognuno per sé.
Sparpagliatevi e andate verso nord. È l’unico consiglio che mi
sento di darvi.»
Mentre costeggiavano la zona sud-orientale dell’isola,
Zodd riuscì a scovare solo un villaggio di pescatori, costruito
dietro una spiaggia bassa, e un paio di barche che tiravano su
le reti.
Qualche ora dopo, dietro un lungo promontorio boscoso,
comparve Mestigena. Il suo porto somigliava a quello di
Calisium, ma era molto più piccolo. All’interno dell’insenatura
spuntavano quattro moli in legno con una decina di mercantili
attraccati. Le vele erano sgonfie, penzolanti sul ponte. Non
tirava un alito di vento.
Alle spalle del porto, le facciate intonacate di bianco si
alternavano a quelle azzurre, tutte dotate di tetti spioventi in
tegole rosse. Mestigena si arrampicava fino a un terzo della
collina, superando di poco la linea della vegetazione. Lì
sbucavano grandi ville, quelle dei mercanti che Sestio gli
aveva descritto più di una volta. La sommità invece era brulla
e punteggiata di rocce; in cima si intuivano i contorni di una
costruzione massiccia, forse un castello.
La flotta imperiale batteva spesso le acque circostanti, ma i
pirati del nord dovevano rappresentare un grande problema,
perché c’erano due forti con torri di guardia sui promontori
che vegliavano sull’ingresso del golfo, e una massiccia catena
di ferro adagiata accanto a quello occidentale. Una differenza
enorme con i porti aperti e i fari delle città portuali
dell’Impero. Quelle massicce fortezze di mattoni gli
ricordavano, invece, le torri nere che punteggiavano la costa a
sud dell’Ibunod. Con la differenza che sulla costa dell’Ibunod,
beh, non c’erano più molte città da difendere.
«Sembra che ce l’abbiamo fatta» Jonsah passò in rassegna
i volti dei sopravvissuti mentre la Falco dei Mari faceva il suo
ingresso nel bacino. «Almeno per ora. La mia barca è ridotta
male, ma non dovrei avere problemi a fingere che abbiamo
incontrato una tempesta. Se qualcuno vi chiede qualcosa,
ricordatevi che siamo un gruppo di cittadini imadiani diretti
alla capitale. E che Murion non sappiamo neanche chi sia. Va
bene?»
Le parole di Jonsah non lo meravigliarono. Meglio far
finta di essere un’altra persona che finire linciato dalla folla in
una città sconosciuta.

***

Saltò dal ponte e atterrò sul molo. Sentire la solida pietra


sotto i piedi gli diede un sollievo immediato. Mentre attendeva
che sbarcassero anche gli altri, fece un controllo veloce di ciò
che gli rimaneva: quasi nulla. Iniziava a conoscere fin troppo
bene il significato della frase “ripartire da zero”.
Il cielo era limpido, punteggiato dai gabbiani che
strepitavano e si gettavano in acqua, ma a occidente si
addensavano le nuvole. Jonsah aveva deciso di rimanere al
porto per sovraintendere alla riparazione della Falco dei Mari,
ma sarebbe ripartito a lavori ultimati, mentre gli altri
sopravvissuti si erano già dileguati tra le persone indaffarate
nelle attività del porto. Sestio sbucò dalla coperta con il volto
pallido, grosse occhiaie viola e il solito riporto alzato come la
pinna di un pescecane.
«Andiamo» gli disse sottovoce.
A Zodd non rimase che avviarsi verso la città insieme a
Sestio. E da lì salire fino alla villa di Mardonio, sul quale,
come consigliato dal suo rivoltante compagno di viaggio,
aveva tenuto la bocca chiusa.
Inalò a fondo l’odore di spezie che proveniva da un cargo
ormeggiato accanto alla Falco dei Mari. Il suo olfatto non
funzionava più in modo normale. L’odore del sangue, forse
proprio quello che scorreva nelle vene degli uomini che
correvano su e giù per i moli, arrivava prima di ogni altro. Ne
sentiva quasi il sapore metallico in bocca.
Scosse la testa e si concentrò a seguire Sestio.
«Dov’eri finito?» gli chiese affiancandolo.
«Ho dovuto mangiare. Ho dovuto» aveva gli occhi liquidi
e la bocca increspata. «C’era così tanto sangue, durante
l’attacco di quel mostro. Era impossibile resistere. Tu puoi
capirmi.»
Zodd annuì, spostando l’addhur da una spalla all’altra.
Non si era preoccupato neanche di chiedere a Jonsah se fosse
permesso portare armi in città. Si guardò intorno stringendo
involontariamente il cuoio dell’impugnatura.
«Quella cosa» gli sussurrò Sestio a mezza bocca. «Era un
infernale, vero? Come quelli di Aratan.»
«Sì.»
«Ti ha parlato. Cosa ti ha detto?»
Sei molto interessante.
«Non sono riuscito a capire» rispose a mezza bocca.
Fin troppo curioso.
«Peccato, proprio un peccato.»
A separare la zona dei moli dal quartiere dei mercanti c’era
una fila di magazzini in mattoni alti venti piedi, passata la
quale iniziava l’ultima parte in piano della città. La strada
principale, costeggiata da portici bianchi con colonne
scanalate e capitelli geometrici, si arrampicava su per la
collina dopo poche centinaia di passi. Le insegne penzolavano
sullo stretto marciapiede, dove camminava meno gente di
quanto avesse previsto. Una bella donna con gli occhi blu uscì
da una bottega su cui troneggiavano due anelli d’oro dipinti su
una tavola di legno chiara.
Tutti quelli che incrociava, compreso un vecchio piegato a
novanta gradi e puntellato su un bastone curvo, si voltavano
verso di lui. Passare inosservato non era mai stato il suo forte,
ma ripeteva a sé stesso che lì non correva pericoli. Almeno per
il momento.
Sestio sembrava conoscere bene la zona e camminava a
passo svelto, evitando anche le cagate di gabbiano più corpose.
Molte persone sembravano riconoscerlo e lo guardavano con
un atteggiamento che Zodd, così su due piedi, avrebbe definito
di riverenza. Gli fece attraversare la strada dopo il passaggio di
un carro pieno di sacchi di frumento e si infilarono insieme in
una via interna larga poco più delle spalle di Zodd.
«Devi avere una buona memoria per orientarti in questa
città.»
«Ottima, ormai la conosco come le mie tasche. Puoi stare
tranquillo, tutti sanno che sono un caro amico di Mardonio. E
qui comanda lui. Vieni, da questa parte, voglio mettermi un
tetto sulla testa prima di sera.»
«Sono d’accordo» Zodd gli poggiò una mano sulla spalla,
fermandolo. «Ma ricordati la tua promessa. Voglio sapere
tutto.»
«Stiamo andando da Mardonio anche per questo. È l’unico
che può aiutarci.»
Zodd seguì Sestio attraverso una piccola piazza e poi in un
altro vicolo. Se quell’uomo voleva davvero aiutarlo, perché
cazzo non rispondeva alle sue domande? D’altro canto, però,
se Sestio avesse voluto venderlo all’Impero, lo avrebbe fatto a
Calisium, senza bisogno di trascinarlo in mare per centinaia di
miglia. Ma quel poco di fiducia che si era guadagnato stava
svanendo in fretta.
Cercò il pomolo dell’addhur con la destra e sbuffò.
Doveva rimanere all’erta.
Salendo per la collina, la strada si restringeva. Prima
sparirono i piccoli marciapiedi, poi il fondo in lastre di pietra.
Poco dopo rimase solo una linea sterrata, ormai invasa dalla
vegetazione. Sestio camminò davanti a lui per almeno due ore,
mostrando una resistenza alla fatica fuori dal comune. Giunti
in cima, nessuno dei due aveva il fiatone.
Alzò la testa verso la costruzione. Dal mare, aveva già
notato l’abitazione di Mardonio, ma dalla collina di fronte
riusciva ad apprezzarne le dimensioni mostruose.
«È quella?»
Sestio annuì lentamente. «Fa una certa impressione, vero?»
La villa di Mardonio usciva dal terreno annerito e coperto
di tronchi contorti. Un dente piantato nella merda. La
circondava un alto muro di laterizi, intervallato da torri
esagonali, ma una parte dell’edificio, l’unica visibile da lì, le
superava in altezza.
È una fortezza.
Capitolo 33. Zodd
Zodd continuò a camminare per qualche minuto.
«Molto scomoda, per essere l’abitazione di un mercante»
disse a Sestio.
La villa si trovava a una certa distanza dal porto ed era
praticamente irraggiungibile con un carro dalla città.
«A valle c’è un altro villaggio, Omitia, e pullula di schifosi
muriani. Sono i suoi nemici, i miei. E dovrebbero essere anche
i tuoi, visto quello che hanno portato su questo mondo.»
Alla base della collina, il verde degradava di colpo in un
grigio cenere senza vegetazione. Un incendio aveva bruciato
tutto, forse non troppo tempo prima, lasciando in piedi solo
tronchi contorti che risalivano il pendio come una processione
di cadaveri. Zodd si unì al corteo insieme a Sestio.
E notò altri movimenti, in quel paesaggio di morte.
Persone.
Figure spettrali che lo scrutavano e tentavano di sottrarsi al
suo sguardo. Le vide ritirarsi dietro gli alberi e poi fare
capolino, affondando le unghie nei tronchi.
«Chi sono queste persone?»
«Straccioni drogati.»
«Aloise?»
«Sì, guarda quanto fanno schifo, sono ridotti una merda.»
Di solito gli intossicati di aloise preferivano rimanere in
città, nei quartieri malfamati dove potevano procurarsene altra.
Su questa collina non c’era nulla. E giocare a nascondino fra
gli alberi non doveva essere molto interessante, per un gruppo
di idioti in astinenza.
Una donna anziana, con le tette allungate fino
all’ombelico, si avvicinò cercando riparo dietro il tronco più
vicino al sentiero.
Fottuti gli Dei, non è un tronco.
La foschia lo aveva ingannato. Avvicinandosi, vide che
non si trattava di un tronco, ma di un palo infisso nel terreno,
con sopra la grossa ruota di un carro cui era legato un
cadavere. Nel frattempo, la donna si era dileguata come uno
spettro sul pendio scosceso.
Gli arti del cadavere entravano e uscivano dai raggi della
ruota ad angolazioni impossibili, tesi come funi. Gli
avambracci avevano altre due giunture, le gambe il doppio,
tanto erano sbriciolate le ossa. Un tuffo nel passato. Quando si
trattava di dare la morte, l’Ibunod era un luogo molto più
creativo dell’Impero.
I giudici lì non amavano molto la ruota, poiché non dava
l’azione necessaria a far godere davvero gli spettatori. La
morte nell’arena, invece, dava piena soddisfazione alle loro
aspettative. E forse l’Impero sbagliava a non seguire
quell’esempio. Mettere insieme uno spettacolo cruento e una
lezione di giustizia aveva i suoi cazzo di vantaggi.
Tuttavia, gli era capitato di essere spedito in villaggi che
non avevano né il boia, né l’arena. In quei casi, la ruota era
un’ottima alternativa. Si avvicinò al cadavere straziato. Era lì
da tre giorni, più o meno, e i corvi si erano già lavorati occhi e
parti molli con la precisione di un mastro orefice intento a
scalzare gemme da un anello. Le due voragini di sangue
rappreso guardavano verso l’alto, mentre la mascella era
ridotta in frantumi e spostata di trenta gradi. La ruota su cui
era annodato aveva le dimensioni di quelle usate da Zodd, ma
lui chiedeva sempre al fabbro del luogo di montare delle
borchie di ferro per spezzare meglio le ossa. Si, quello aiutava
a rendere le cose più semplici. E aiutava anche infilare dei
cunei di legno sotto gli arti del condannato. Le ossa si
rompevano senza problemi, ma per gli uomini in buona salute
ci volevano anche una ventina di fratture prima del colpo di
grazia. E urlavano talmente tanto che, a volte, Zodd avrebbe
voluto partire direttamente con il colpo sulla fronte.
Patetici.
Quel tizio non avrebbe più gridato, questo era sicuro. Ne
avrebbe avuto motivo, perché alcuni di quei drogati scheletrici
lo avevano morso in più punti, strappando pezzi di carne in
decomposizione dalla sua carcassa.
Alle sue spalle, Sestio strusciava i piedi in terra, ruotando
gli occhi e dando segni di irrequietezza.
«Brutta fine eh?»
Gli bastava questo particolare per capire che a Ederlia, o
almeno in quella parte dell’isola, regnava l’anarchia. Quando
qualcuno, per quanto ricco, può permettersi di massacrare una
persona e infierire sul cadavere, lo fa perché è convinto che
non ci saranno indagini, inviati dell’Impero e guardie cittadine
a rompergli i coglioni. Peggio anche dell’Ibunod.
O forse no.
In entrambi i casi, però, le persone facoltose e i mercenari
avevano preso il posto degli amministratori dello stato. Pensò
a quanto si affannavano i burocrati dell’Impero per riempire
nuovi codici e stabilire procedure processuali sempre più
complicate. E sentì un sorriso allargarsi sul suo volto.
Senza i rettangoli e gli ausiliari, quei piccoli uomini dal
cazzo moscio sarebbero stati i primi a finire male. Magari su
una ruota come quella che aveva davanti.
«Però lo trovi divertente» Sestio socchiuse gli occhi e si
lisciò il mento. «Curioso…»
«No, spero solo che tu conosca bene questo Mardonio,
perché non ho voglia di finire su uno di quegli attrezzi.»
«Tranquillo, guarda lì» una catenina di rame con il
triangolo inciso in un cerchio era adagiata sullo sterno
sfondato. «Era un bastardo muriano.»
«I nostri compagni di navigazione sarebbero felici di
sapere che ci troviamo qui» inarcò un sopracciglio.
«Perlomeno quelli sopravvissuti.»
Durante tutto il viaggio in nave, Sestio non aveva detto una
solo parola su ciò che pensava dei muriani davanti ai diretti
interessati.
«Ora capisco perché Jonsah non voleva attraccare qui.»
«Ti avevo chiesto di non parlare di Mardonio a Jonsah
proprio per questo. Ci avrebbe buttati entrambi fuoribordo.»
«A me non frega un cazzo di quello che pensa questo
Mardonio dei muriani. Se si diverte a ridurli così sono fatti
suoi. Io voglio solo delle risposte» rimuginò un attimo e alzò
l’indice. «Una sola a dire il vero.»
«Ne avrai quante ne vuoi.»
«Stai attento Sestio, perché se scopro che mi hai preso per
il culo, ti impicco con le tue budella.»
«Ancora non ti fidi di me?» Sestio incrociò le braccia sul
petto. «Ricordati che potevo consegnarti ai rothiani già a
Calisium, ma non l’ho fatto. Come te lo spieghi? Te lo dico io:
non puoi. Ho visto di cosa sono capaci gli infernali. Hanno
massacrato la mia famiglia e mi hanno cambiato. Ho la stessa
cosa che hai tu, la fame, vuoi capirlo? Aiutare te è come
aiutare me stesso.»
La parte sulla fame gli aveva fatto venire l’acquolina alla
bocca, ma le parole di Sestio erano fottuto teatro.
Gli piazzò una mano sulla spalla, stringendo la sua carne
molliccia.
«Con le tue budella.»
«Con le mie budella, certo. Ora però andiamo, ci stanno
venendo incontro.»
Quattro uomini, grossi e ben corazzati. Erano appena
passati sotto le mura e venivano verso di loro. Sestio li salutò
come si fa con gli amici di lunga data.
«Sestio» disse quello più grosso. Era un inchino quello che
aveva visto? «Dolgrane diceva che saresti arrivato tra qualche
settimana. Come mai sei già qui?»
«Un piccolo imprevisto. Pensavo di avere più tempo» fece
un gesto della mano verso Zodd. «Lui è con me. Fateci
strada.»

Arrivarono alle mura della villa in cinque minuti. Nessuno


disse una parola.
Zodd passò sotto la grata che separava le due torrette di
mattoni. Sestio camminava pochi passi più avanti, con un
grosso mercenario nero che lo scortava a una certa distanza. A
lui invece erano toccati un giovane alto e magro e un meticcio
con il collo taurino e la faccia da bambino. Le guardie sulle
torrette lo seguivano con lo sguardo. Di sicuro aveva un paio
di balestre puntate contro.
«Il vostro capo prende la sua sicurezza molto sul serio»
Zodd si rivolse al meticcio. «Eppure quest’isola non mi
sembra molto pericolosa.»
Il mercenario sputò in terra e poggiò l’indice sul naso.
Iniziamo bene.
In fondo era una domanda lecita. Sestio gli aveva spiegato
la situazione, gli attacchi dei muriani e tutto il resto, ma quella
villa sembrava più solida e ben difesa del forte di Miniarum.
Dei fottuti da un branco di scimmie, avrebbe dato filo da
torcere a un intero rettangolo!
Continuò a camminare in silenzio, interrotto solo dal
rumore dei passi sulla ghiaia bianca. A metà del sentiero che
portava all’ingresso principale, passarono accanto una fontana
monumentale. Il soggetto era una porcheria, visto che
rappresentava un uomo decapitato che zampillava acqua dal
moncherino del collo.
Che cazzo, se un mercante poteva permettersi di vivere
come un re, Zodd aveva proprio sbagliato mestiere.
Un altro portone, alto dieci piedi, consentiva l’accesso
all’edificio principale. Seguì Sestio e il mercenario nero fino a
una lunga sala rettangolare, dove c’era altra gente.
Mardonio accolse Sestio con un sorriso immacolato e lo
abbracciò. Si scambiarono qualche parola che non riuscì a
sentire, poi il mercante rivolse i suoi denti bianchissimi a
Zodd. Sapeva che i ricchi sperimentavano sempre nuovi modi
per apparire giovani e belli. Pulirsi i denti con il piscio di gatto
era uno di questi.
Grasso come quel maiale di Ulpio, ma con le gambe sottili,
Mardonio sembrava sprofondare sempre di più in un’ampia
poltrona di velluto rosso. Le mani, intrecciate sul ventre
gonfio, erano tempestate di anelli colorati. Accanto al
mercante c’era un altro uomo, davvero enorme, dotato di
piastra pettorale e piccoli spallacci stondati.
«Bene bene» disse Mardonio. «Cosa abbiamo qui,
Dolgrane? L’amico di Sestio?»
Il bestione si avvicinò a Zodd. Aveva più capelli bianchi
che neri, lunghi fino alle spalle. Occhi incazzati, piegati
all’ingiù.
«Un mercenario in cerca d’ingaggio. Si chiama…»
Dolgrane si grattò la testa.
«Zodd.»
«Zodd e…»
«Zodd e basta» fece un passo avanti, ma Dolgrane gli
poggiò la mano sulla spalla.
«Non avvicinarti oltre. Può vederti benissimo anche da
qui.»
Nel frattempo, le due guardie si erano portate davanti a
Mardonio. Questi si chinò in avanti e si aprì un varco con le
mani tra i due.
«Sua Eccellenza può vederti benissimo anche da qui. Sua
Eccellenza, Dolgrane, sai che devi chiamarmi così, specie
davanti al nostro caro Sestio. E poi il nostro nuovo amico, qui,
non ha cattive intenzioni. Hai forse scordato le buone
maniere?»
«Non sappiamo nulla di quest’uomo» Dolgrane non tolse
la mano dalla spalla di Zodd. «Tranne che viene dall’Ibunod,
come Randall.»
«Che disdetta» Mardonio si lasciò sprofondare di nuovo.
«Ucciderlo mi ha messo di cattivo umore per giorni, era
proprio un bel ragazzo.»
«Sestio dice hai passato molti anni nei corazzati»
Mardonio sbirciò Zodd da dietro le guardie. «E che prima sei
stato al soldo di molti comandanti…»
Zodd lo guardò, sperando di non tradirsi.
«Ho combattuto a lungo nell’Ibunod, nei Candidi
Bastardi.»
Uno delle guardie si abbassò per sussurrare qualcosa
all’orecchio di Mardonio. Il segno di assenso del mercante
provocò un terremoto nella sua pappagorgia.
«I Candidi Bastardi dici? Sono impressionato» disse
Mardonio. «Pensa che Dolgrane ha fatto parte della loro più
grande rivale fino a qualche anno fa. La Rosa Nera. Al
servizio di Rylock. Non ti sembra una lieta coincidenza?»
Che cazzo.
Gli sembrava di essere finito in una fottuta commedia di
Terziarco, dove alla fine si scopre che tutti sono imparentati
con tutti e che il protagonista si è scopato la madre per sbaglio.
Quante possibilità c’erano di beccare un uomo di Rylock
proprio a Ederlia?
Non farli insospettire, dì qualcosa cazzo!
«In che reparto eri?» chiese Zodd.
«Stai zitto. Qui faccio io le domande» Dolgrane incrociò le
braccia dietro la schiena e si fece avanti.
Gli girò intorno con un ghigno. Aveva tanto grasso e tanti
muscoli. Riusciva quasi a guardarlo dritto negli occhi. Il suo
mento squadrato e il naso adunco erano un forte richiamo per
il pugno di Zodd.
«Sotto chi eri?»
Ecco, quella era una domanda cui rispondere con
attenzione. Poteva anche dire un nome a caso, e sperare che il
mercenario non conoscesse gli ufficiali dei Candidi bastardi.
Oppure dirne uno che conosceva davvero, e sperare la stessa
cosa.
Zodd lo seguì con lo sguardo. «Fammi un favore: smettila
di girarmi intorno.»
«Va bene così Dolgrane» Mardonio finalmente trovò la
forza di alzarsi. Fece un cenno con la mano verso l’aratense.
«Siamo stati fin troppo zelanti. Per il ragazzo ha già garantito
il mio amico Sestio.»
«Signore, vista la situazione, vorrei continuare l’esame di
questo Zodd. Per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere
un infiltrato muriano o un sicario.»
«Dolgrane, cerca di non esagerare. Sestio è persona di
fiducia, se ci dice che possiamo stare tranquilli, non abbiamo
nulla di cui preoccuparci.»
«Si, rilassati» Zodd allargò le braccia. «Sono qui per fare
un po’ di soldi. E ti assicuro che ho ammazzato più muriani di
te.»
Il ghigno di Dolgrane si trasformò in un sorriso, poi in una
risata isterica. Anche gli altri mercenari si sganasciarono.
Mardonio riuscì a resistere un po’ di più prima di piegarsi in
due.
«Ah ah ah, visto che sei dei nostri» Dolgrane tornò
improvvisamente serio. «Posso dirti che in un paio di giorni ti
sentirai un idiota per aver detto una cosa del genere.»
Zodd lasciò la stanza, consapevole di avere un nuovo
lavoro e, probabilmente, un nuovo nemico.
Capitolo 34. Lucio
A volte pensiamo che tutto sia eterno, immutabile. E
quando ci troviamo di fronte a un cambiamento, specie quando
è terrificante, semplicemente non lo accettiamo. Ci limitiamo a
osservarlo, con il terrore negli occhi, fino a quando non
sentiamo il suo fiato sul collo, fino a quando è troppo tardi.
Pensava a tutto ciò che dava per scontato e che, ora,
rischiava di sparire. Il cuore voleva salirgli in gola, lo
strozzava con i suoi battiti.
Strade, acquedotti, leggi, divinità, non sarebbero rimaste in
piedi che le rovine della civiltà.
Colpì l’aloise con una schicchera, il liquido oscillò nella
boccetta.
Lo faceva stare meglio, e questo gli bastava. Si sarebbe
preoccupato degli effetti collaterali in un secondo momento,
una volta passato il dolore. Quanto aveva detto il Macellaio,
una goccia ogni dieci ore? A quante era da quella mattina, sei?
Lucio fece scorrere il dito sulla fiala di vetro e sulla
piccola gabbia di ferro che l’avvolgeva. Un’increspatura
impercettibile percorse la superficie del liquido blu all’interno.
Non poteva sentirne il sapore o l’odore, ma l’aloise era in
contatto diretto con il suo cuore, che riprese a battere come un
forsennato.
Ne aveva bisogno, non poteva bere e basta?
Che differenza c’era fra lui e un personaggio dei drammi di
Charistide? La scena del monologo davanti allo specchio la
viveva ogni sera, prima di decidersi a prendere la sua dose. Gli
mancavano la maschera con le sopracciglia alzate e un
pubblico pagante. Ma per il resto…
Forse qualcuno mi darebbe anche un paio di denari per
farlo.
Un sorso e tutto sarebbe andato meglio. Aveva abbastanza
pensieri per la testa da non aver bisogno di aggiungerne un
altro.
La sola idea di fare a meno dell’aloise gli prosciugò la
bocca. Riusciva a percepire ogni spaccatura delle labbra, ogni
movimento della lingua secca che cercava di inumidirle.
Deglutì aria. Le mani tremarono per un paio di secondi, si
fermarono, poi tornarono a tremare con forza. I polpastrelli
furono veloci a trovare il tappo e a tirarlo via.
Il senso di colpa non tardò ad arrivare. Strinse la boccetta
al petto e si guardò intorno.
Clelia era uscita? Lei non avrebbe capito. Lo considerava
un fallito, uno storpio?
Si concesse qualche secondo per mentire a sé stesso. Si
disse che sua moglie e suo figlio sarebbero stati al sicuro,
lontano da lì. Aggiunse tutti i numeri che gli venivano in
mente sulle dimensioni dell’esercito. I soli rettangolari
dell’Armata Orientale erano centomila, più altrettanti ausiliari.
Li immaginò appollaiati sulla Linea Fortificata, a guardare
un’orda di infernali che si faceva strada nella piana a est del
confine, subito dopo il fiume. Deglutì ancora, quasi
strozzandosi. Ad Aratan ne avevano affrontati poche centinaia,
forse un migliaio; era buio e non poteva essere certo della
consistenza numerica del nemico, ma sapeva che non gli
avevano inferto perdite pesanti. Stando ai rapporti che
venivano dal confine, i mostri di Aratan erano il gruppo più
numeroso, ma altri più piccoli stavano facendo a pezzi intere
tribù. Le prime carovane di balariti si erano già avvicinate alle
fortificazioni imperiali e la notizia del loro arrivo, insieme a
quelle incontrollate sui mostri, avevano messo in subbuglio la
popolazione delle città più vicine alla Linea Fortificata. La sua
mente tornò agli spalti di quest’ultima. Le corazze e gli elmi,
le spade e le lance, divennero fasci di muscoli e ossa, mascelle
d’insetto e lame fatte di carne. Fiumi di sangue per le strade di
una città che poteva essere Aratan.
Stappò la boccetta.
Solo una goccia. Una. E poi basta.
Una lacrima bollente scese nella gola ed esplose nel petto.
Niente dolore, solo calore e quiete. Altri soldati che usavano
l’aloise consideravano quella sensazione come la più
fastidiosa. Lucio invece la trovava tranquillizzante, come
avvolgersi nelle coperte davanti al camino in una sera
d’inverno.
Ora il piede amputato era un problema lontano. Forse
neanche esisteva. Sentiva che, se solo avesse voluto, avrebbe
potuto farselo ricrescere con la forza del pensiero.
Si distese sul letto e chiuse gli occhi. I corpuscoli di
polvere divennero un vortice contro la luce della finestra.
Allungò la mano per prenderne uno. Stava facendo effetto. Era
tutto nella sua mente, ma quel benessere illusorio lo avrebbe
portato dritto al sonno, alla mancanza di pensiero. L’unica
cosa di cui aveva bisogno.
Gli infernali, Aratan, tutto ciò che ogni giorno occupava la
sua mente divenne impalpabile, un ricordo evanescente che
poteva spazzare via come una mosca fastidiosa.
L’esercito li avrebbe affrontati e sconfitti come ogni altro
nemico prima di loro, e il suo piede sarebbe tornato normale.
In effetti, non c’era nulla da temere. Solo l’aloise riusciva a
farglielo capire.
Quando si svegliò, il suo umore era un pozzo senza fondo
di nero e buio.
«Clelia» disse ad alta voce, ma al posto del nome della
moglie gli uscì dalla bocca una parola incomprensibile. Uno
degli effetti collaterali dell’aloise era proprio quella strana
sensazione di torpore al risveglio o mentre l’effetto stava
svanendo. Questo voleva dire che a breve sarebbe arrivato un
secondo, e più insopportabile, sintomo.
L’astinenza.
Il Macellaio era stato chiaro: due gocce al giorno andavano
bene per il dolore forte, ma poteva continuare a prenderle per
due settimane al massimo. Lucio era andato ben oltre le due
gocce. Strofinandosi le mani sulla faccia, seduto sul bordo del
letto, cercò di ricordarsi a quante era arrivato il giorno prima, e
quello prima ancora.
Forse una ventina di gocce negli ultimi tre giorni.
Non sono un drogato. È questo piede che mi fa impazzire
di dolore.
Alzò lo sguardo verso le stampelle e sentì una fitta sotto le
ascelle, dove, nonostante il panno arrotolato intorno al duro
legno, erano uscite fuori due tumefazioni che scendevano fino
a metà del braccio. Il dolore era lo stesso da entrambi i lati,
così non doveva neanche scegliere se appoggiarsi con più
forza a sinistra o a destra.
Rimanere sul letto a fissare il soffitto sembrava un buon
programma per il pomeriggio, ma la giornata sarebbe stata
molto più proficua se fosse uscito di casa. Si sfilò la tunica e
prese una blusa grigia dall’armadio. Clelia l’aveva rinforzata
con due toppe proprio sotto le ascelle. Nonostante le promesse
e le rassicurazioni di lei, ed erano state tante da quando aveva
lasciato l’infermeria, Lucio sapeva che prima o poi Clelia
avrebbe realizzato cosa l’aspettava: Lucio Lo Storpio. Per
sempre.
Sfiorò il bordo della cucitura e sorrise amaramente mentre
la blusa scivolava sulla sua pelle. Si poggiò il mantello sulle
spalle.
Mise la prima stampella fuori dalla porta e sentì una brezza
fresca sul volto. Un cielo livido premeva su Miniarum, forse
su buona parte della Niversia. Nel giro di dieci giorni, l’estate
sembrava aver lasciato il posto a un autunno anticipato, che si
preannunciava freddo e piovoso. Camminò per un minuto con
una certa soddisfazione.
Se inizia a piovere torno dentro, al diavolo quello che devo
fare.
Il villaggio a ridosso del campo di Miniarum era pieno di
gente da almeno una settimana. La via principale traboccava di
persone che correvano, spingevano e portavano grossi pacchi
sulle spalle o sul dorso dei muli.
Il numero di quelli che fuggivano dalle città più vicine alla
Linea Fortificata stava crescendo a vista d’occhio. Non si
trattava più di piccoli gruppi che percorrevano la Via Dritta,
dai confini a Calisium, ma di interi villaggi e piccole città.
Qualcuno faceva una deviazione per Miniarum, come la
famiglia di sei persone che aveva davanti, per fare scorta di
cibo, ma tutti proseguivano verso l’interno. Clelia e Licinio
sarebbero partiti per Calisium pochi giorni dopo, con
un’apposita carovana organizzata dall’esercito per le famiglie
dei soldati, ma la cosa non lo faceva sentire più tranquillo.
Immaginò le banchine del porto di Calisium gremite di
persone in attesa di lasciare la Niversia, la città sovraffollata e
in preda al caos.
Fece un respiro e si incamminò. Il suo percorso preferito
era quello da casa sua alle rovine del bordello. Ogni tanto
cambiava strada, ma cercava di farlo il meno possibile. Solo
percorrendo sempre lo stesso tratto poteva rendersi conto dei
progressi fatti.
E passare per la farmacia.
Il baratro di nausea e astinenza da cui stava cercando di
uscire, aggrappandosi al pensiero di una nuova dose, gli
mostrava abitazioni scure, incombenti. Tutto sembrava pronto
a crollare sulla sua testa. Cercò di rinsavire dandosi uno
schiaffo sulla guancia. Due bambini che inseguivano una
gallina si voltarono e risero di lui. E anche alle finestre, facce
grigie lo guardavano da dietro le imposte, da ogni angolo.
Afferrò il cappuccio del mantello e se lo calcò sulla testa. Nei
pochi minuti che ci vollero a raggiungere la casa del
conciatore, l’ansia lo divorò, dalla punta del piede sano fino
all’ultimo pollice dei suoi capelli rossi.
Senza una dose, niente sarebbe andato bene. Niente, mai
più.
Questo non sono io. Ho combattuto battaglie, Dei
santissimi, ho ucciso degli uomini. E ho trovato il modo di
farmi una risata ogni giorno della mia vita. Non posso
crollare così. Non ora.
Per tre o quattro secondi si puntellò sulle stampelle,
inspirando a fondo. L’idea di tornare indietro, sdraiarsi sul
letto e resistere a quelle maledette gocce blu divenne qualcosa
di concreto.
Poi la testa di Siriocle fece capolino dalla porta.
«Sei di nuovo qui» l’anziano farmacista della Karidia si
allisciò i folti baffi bianchi. «Troppo dolore al piede?»
Se sei un uomo, ora ti giri e torni indietro.
«Dai, vieni dentro.»
Lucio vide Siriocle rientrare nell’edificio. E lo seguì.
Anche se fuori non c’era una luce accecante, l’ingresso in
quell’ambiente scuro, con le imposte chiuse e illuminato solo
da due candelabri, lo disturbò. Lasciò una stampella
all’ingresso; cercava di farlo ogni volta che si trovava al
chiuso, mentre all’aperto ancora non si fidava della sua
stabilità.
Siriocle gli fece cenno di avvicinarsi con l’indice, neanche
fosse una languida puttana dell’ormai distrutto bordello di
Marco. In fondo, il potere che aveva su di lui era analogo a
quello di una ragazzina dalle grosse tette su un adolescente.
L’unica differenza era che non si trattava di sesso, ma di
qualcosa di più appagante.
Da quel che ricordava, Siriocle possedeva l’unica farmacia
nei pressi di Miniarum da quasi quarant’anni. Aveva sempre
fatto buoni affari e due figli grandi che vivevano a trenta
miglia da lì. Lui, invece, non si era mai spostato. E da quando
l’aloise si era diffusa fra i soldati, la sua borsa dei denari era
talmente piena che piazzarla nella stiva di una galera della
marina l’avrebbe fatta affondare all’istante.
Siriocle lo fece sedere su una poltrona imbottita e andò ad
armeggiare con i cassetti dall’altro lato della stanza.
«Sono rimaste solo due ampolle» Siriocle le fece oscillare
davanti a sé come fossero due preziosi trofei. «Piccole, tra
l’altro. Le vuoi entrambe?»
«Una basterà.»
«Lo dico per te! Questa roba sta andando a ruba, se non la
compri tu, la prenderà qualcun altro nel giro di un paio d’ore.»
Parole di mercante ma, purtroppo, parole vere. Molti
soldati si erano ridotti sul lastrico, e Lucio sapeva di essere
sulla stessa strada. Al momento, non immaginava neanche di
poter sopravvivere senza l’aloise.
Che fallito.
«Va bene, maledizione a te, dammele entrambe» allargò la
corda della sacchetta che portava al fianco sinistro e tirò fuori
alcune monete d’argento. Siriocle le arraffò come un avvoltoio
e gli lasciò le due boccette nell’altra mano.
«Hai fatto un affare, tenente, sono le ultime due che vedrai
a Miniarum nei prossimi giorni. Fanne buon uso, perché non
ho altro da darti.»
Lucio sentì un tuffo al cuore.
«Sul serio?» Provò a trattenere lo stupore, ma sentiva
gocce di sudore freddo sulla schiena. «Come mai?»
«Colpa di quei fottuti idioti che scappano dalle città a
ridosso della Linea Fortificata. Che diavolo, ormai anche da
quelle più distanti. L’esercito controlla tutte le colonne di
profughi, le strade che percorrono. Cose che sai meglio di me,
immagino, ma tant’è: caos, fornitori impauriti e niente aloise.»
«Quanti giorni ti ci vorranno per averne dell’altra?»
biascicò Lucio, la bocca impastata. Sentiva ogni singola
goccia di sudore che gli stava scendendo dalle sopracciglia.
«Parliamo di almeno una settimana, se tutto va bene. Ma ti
avverto, dalla prossima volta ti costerà quasi il doppio.»
Lucio strinse i pugni, i denti e qualsiasi altra parte del suo
corpo che potesse aiutarlo a tenere dentro la rabbia. Senza
aggiungere altro, si avvolse nel mantello e infilò la porta.
«A presto, tenente» fece Siriocle con voce melodiosa.
Per quanto fosse assurdo, in quel momento ce l’aveva con
gli infernali più per avergli tolto l’aloise che il piede.
Sono solo un maledetto idiota.
Capitolo 35. Costantino
Stava sognando. Lo sapeva, ma, ancora una volta, la cosa
non gli era di alcun aiuto. Una condanna, la sua, da scontare
notte dopo notte, per sempre. Incontrò gli occhi azzurri di
Cathryn, che aveva gettato la testa all’indietro mentre i
rothiani le rimettevano in grembo Aurelio a calci. Vomitava
sangue. Un torrente rosso le scorreva sul naso, negli occhi, e si
intrecciava con i capelli biondi. Il rumore era la parte
peggiore. Nei sogni, di solito, i suoni non sono così nitidi,
mentre in questo gli arrivavano ai timpani come oscene
frustate di dolore. Ogni calcio che colpiva il ventre lacerato di
Cathryn e il corpicino frantumato di Aurelio… Murion
santissimo, il rumore di un melone spappolato contro un muro.
Lei lo guardava. «Non lo hai salvato. Potevi farlo. Dovevi
farlo.»
«Perdonami» mormorò Costantino stringendo le sbarre
della sua cella. Il freddo invernale gli incollava le dita al
metallo. «Sono rimasto a guardare mentre moriva… E ho reso
la sua vita un inferno… lo so… Un inferno, che Murion mi
perdoni.»
Gli occhi sbarrati di Cathryn e le membra fracassate di
Aurelio, stipate lì dentro come legna troppo grande in un
camino di carne tremendamente piccolo, furono sostituiti da
un altro momento, da un ricordo più vecchio, quello di Aurelio
che usciva dal grembo di Cathryn. Un assurdo sogno nel
sogno. Sembravano passati dieci secoli, ma era ancora lì,
quell’immagine, incastonata come un filone d’oro nell’angolo
del cervello dove conservava tutte le sue speranze. Quelle
vive, quelle morte. E anche quelle fatte a pezzi dal destino.
Aurelio, caldo e urlante, si era subito calmato quando lo
aveva stretto tra le braccia. Lo aveva cullato davanti al Gran
Maestro per qualche secondo, ma poi… Poi aveva iniziato a
fare ciò che non avrebbe mai voluto. Quante volte, quanti
uomini avevano agito contro ciò che il cuore gli suggeriva
essere giusto?
Non era stato di certo il primo, né sarebbe stato l’ultimo.
Allungò la mano verso il tavolo, sfiorando con il medio la
grossa siringa d’ottone piena di liquido scuro, il cui odore
disgustoso annullava e divorava quello degli umori del parto.
Un brivido gli percorse la schiena. Il pensiero di spingere
quell’enorme ago nelle viscere del neonato gli provocò un
moto di nausea.
Si portò istintivamente la mano alla bocca. Aprì gli occhi.
Non stava più sognando. Era sveglio.
Il sapore del conato rimase nella sua gola come un
fantasma acido. Sentiva la bocca secca, le labbra a malapena
in grado di scollarsi. Aspettò qualche secondo, il tempo di
permettere al suo cuore di lasciare il galoppo e, se possibile,
tornare almeno al trotto, prima di versarsi un bicchiere d’acqua
dalla brocca sul comodino.
Seduto sul letto, con i pugni affondati nel materasso,
Costantino si rese conto che, assieme a un pezzo importante di
speranza, gli ultimi eventi avevano distrutto anche le sue
consuetudini.
Solo poche settimane prima, avrebbe adempiuto al primo
compito della giornata raggiungendo la sala dell’Astrodaimon,
ma la Frattura Zero, che nella sua mente era un qualcosa di
certo, assolutamente indubitabile, come la creazione del
mondo da parte di Murion, aveva stravolto il suo programma
giornaliero. Per sempre.
Si gettò addosso la vestaglia con il collo di pelliccia e
trovò quasi gradevole il contatto dei piedi con il marmo
freddo. Scostò le tende e aprì la finestra, trovandosi di fronte
un cielo tetro verso cui vorticava una fitta nebbia bianca. I pini
più alti la bucavano come le picche di un esercito in marcia.
Accompagnare Gerardo nei meandri del Pozzo, davanti ai
resti del Mietitore, lo aveva scosso nel profondo. Sentiva il
sangue fluirgli al contrario, dai piedi al cuore. Saliva come una
rampicante carnivora, avvolgendo i muscoli delle cosce,
l’inguine, e poi verso l’alto, saltando dall’ombelico al centro
del petto.
Con un gesto stizzito, si tolse la vestaglia e aprì le ante a
sinistra della scrivania. Le lunghe tuniche scure gli
ammiccavano, perfettamente impilate, dal fondo dell’armadio.
Ne prese una e la infilò, chiudendo con cura i bottoni sul petto.
Iniziava a fare freddo, e lui non stava certo ringiovanendo,
quindi sfilò dall’appendiabiti all’ingresso il mantello porpora,
impreziosito dallo stesso collo di pelliccia che spiccava sulla
vestaglia. Quella strana sensazione, come di essere travolto, da
un momento all’altro, da qualcosa di terrificante, continuava a
strisciargli addosso.
Analizzandola con più calma, si rese conto che non era una
sensazione, qualcosa che arriva dal cuore o dalla pancia, ma
un pensiero preciso, ben ponderato. Asmodeoth, uno dei Sei,
aveva fratturato il Flusso, e lo aveva fatto in modo definitivo.
L’ultima rilevazione dell’Astrodaimon non riguardava le
piccole fratture con cui i Sei permettevano il passaggio di uno
o due demoni, ma uno squarcio insanabile, sufficiente a
travasare un mondo in un altro.
Un mondo in un altro mondo. Un inferno nel nostro
mondo.
Non esistevano capitoli dei Rotoli di Murion che
spiegassero cosa sarebbe accaduto, almeno non in modo
accurato. L’idea di migliaia di demoni, demograth e chissà
quali altri abomini creati nell’altro mondo, si stessero
riversando su Onnar anche in quel momento, mentre le sue
dita saggiavano l’asola dove infilare l’ultimo bottone, lo
ripugnava.
Fu quasi felice, quindi, di sentire il boato provocato dalle
nuove armi. Uno stormo di uccelli si levò dalle cime in
direzione opposta al Monastero. Avvertì il secondo tuono
anche attraverso i piedi. Sembrò scuotere il cuore stesso della
montagna. I nuovi prototipi sembravano superiori ai vecchi
modelli. La versione statica, che aveva bisogno di molti
uomini per essere spostata, era già abbastanza efficace, mentre
le bocche da fuoco portatili miglioravano più lentamente.
Cassio gli aveva comunicato che non scoppiavano più in
faccia a chi li utilizzava, almeno non così di frequente, ed
erano abbastanza maneggevoli. E poi, erano capaci di
perforare la piastra pettorale di un’armatura d’acciaio, dodici
strati di lino e il manichino di legno all’interno. Anche il
miglior balestriere del Fodeis si sarebbe stropicciato gli occhi
davanti a un risultato del genere.
Un passo per volta. Non li utilizzerò fino a che non
saranno pronti.

Incontrò Gerardo a metà del corridoio e lo percorsero


insieme, in silenzio. I Gran Maestri del passato lo guardavano
severi dai dipinti posti lungo entrambe le pareti. «Potresti
essere l’ultimo di noi» sembravano dirgli. «Abbiamo fatto la
nostra parte. Ora tocca a te.»
Sguardi aguzzi come lance, barbe folte e capelli argento. Si
assomigliavano l’un l’altro come anziani gemelli. Costantino
sentì il peso dei loro occhi immortali. Tra tutti loro, il compito
più gravoso era toccato proprio a lui.
Siete beati, padri miei. Riposate in pace e dateci la forza
per resistere.
Le scale, scintillanti di riflessi infuocati, scomparvero sotto
i loro piedi nel giro di pochi attimi.
«È sicuro di voler fare tutta questa strada, Santità? Posso
andare a controllare io, o chiedere a Cassio.»
«No. Spetta a me accoglierle.»
Attraversarono altri corridoi in marmo bianco, rosa e nero,
rampe di scale e portoni di legno e bronzo, finché giunsero a
uno degli ingressi secondari del Monastero, uno di quelli che
dava sulle valli circostanti.
Aria grigia e silenzio. Gli alberi del bosco di fronte
sembravano un’armata di fantasmi in attesa.
Un’atmosfera spenta, quasi consapevole dei pericoli che
incombevano sul mondo.
Il ferro degli zoccoli sul selciato sembrò destare Gerardo
dal torpore in cui era scivolato. La carrozza affrontò l’ultima
curva e comparve davanti agli occhi di Costantino. Quei giorni
frenetici gli avevano quasi fatto dimenticare che c’erano altre
squadre della Legione all’opera, oltre a quella sulle tracce di
Rogodh. Avevano un obiettivo altrettanto importante, almeno
fino a un mese prima, e si ricordava bene con quanta
accuratezza avesse impartito loro le istruzioni sulla scelta delle
generatrici. Ora la questione gli appariva quasi irrilevante,
perché non avrebbe avuto il tempo necessario per sfruttarle in
modo adeguato.
Cinque anni per un ibrido completo. Ma Onnar si sarebbe
trasformata in un inferno di dolore e disperazione molto prima.
Pochi mesi. Qualcosa in più se Gneo Aurelio organizza la
difesa sulla Linea Fortificata.
Rimandarle indietro, però, non aveva senso. La carrozza
procedeva traballando, con le ruote che entravano e uscivano
dai solchi della via sterrata e si arrampicavano sulle pietre
sporgenti. Vicino al cocchiere, un uomo curvo sulle redini di
quattro cavalli, c’era un potenziato. Altri due erano aggrappati
sul retro. Le loro armature a tre quarti scintillavano al primo
sole del mattino.
Costantino andò loro incontro.
Il mezzo era integro, e questa era la prima buona notizia
della giornata. Per qualche giorno, il pensiero che Rogodh
potesse essere rimasto lì vicino, come un lupo davanti
all’ovile, lo aveva angustiato. Aveva smesso di preoccuparsi
solo all’arrivo dei primi rapporti della squadra messa alle
calcagna di Rogodh. Costantino non ebbe comunque difficoltà
a immaginarlo nascosto nel bosco, ad annusare l’aroma del
suo carico.
«Ohhh!» urlò il cocchiere, tirando le redini.
I potenziati saltarono in terra con la carrozza ancora in
movimento.
Uno di loro, armato di balestra e con la spada lunga di
traverso sulla schiena, fece un passo verso Costantino.
«Santità, non doveva disturbarsi ad accoglierci.»
«Purtroppo non sono qui per voi» Costantino scosse la
testa e aggrottò le sopracciglia. «Uno dei prigionieri si è
liberato. Un classe Yorda.»
«Un classe Yorda?» Il potenziato fece un passo indietro.
«Non sapevo ne avessimo uno nel Monastero.»
«Neanche io. Una tragedia. Ha spezzato le catene e
sfondato la porta della cella.»
«Gli altri non sono riusciti a fermarlo?»
Suo malgrado, Costantino scosse ancora la testa.
«Ha ucciso chiunque si sia messo sulla sua strada» si
aggiustò il mantello vicino al collo, dove il tessuto si era
arricciato sotto la pelliccia. «Abbiamo perso degli uomini
valorosi. Pregheremo per le loro anime.»
I soldati lo guardarono basiti.
Un quarto potenziato, di vent’anni al massimo, uscì dalla
carrozza. Di certo aveva ascoltato le parole di Costantino,
perché si avvicinò incredulo ai suoi commilitoni.
«Non preoccupatevi» Costantino accennò un sorriso, ma
non fu troppo convincente, visto che i potenziati continuarono
a rimanere immobili come statue di sale. «La situazione ora è
sotto controllo.»
Sorpassò i potenziati e si avvicinò alla carrozza, grande
abbastanza da poter trasportare sei persone. Non aveva
decorazioni, solo nudo legno scurito dalle intemperie e
graffiato dai sassi.
«Ne avete prese sei come avevo chiesto?»
«Ovviamente, Santità, abbiamo eseguito gli ordini alla
lettera.»
«Molto bene» disse. Anche se è già troppo tardi.
Allungò la destra verso il drappo nero che celava l’interno
della cabina. Esitò per un istante. Voleva davvero guardare
quei giovani volti, pur sapendo cosa sarebbe accaduto loro? Si
costrinse a scostarlo.
Gemiti sommessi. Un pianto isterico.
Sei ragazze, mani e piedi legati, tremavano davanti a lui. Si
spostarono tutte dall’altro lato, facendo oscillare la carrozza.
Costantino sorrise. «Non abbiate timore, mie care, siete
arrivate a casa.»
«Cosa volete da noi?»
La più giovane avrebbe potuto essere la nipote di
Costantino. I capelli neri le scivolarono in bocca e lei li morse.
«Le vostre vecchie vite sono finite. Potete scordare la
povertà e la malattia. Qui avrete letti puliti e pasti caldi. E
belle vesti, mie care, bellissime vesti di seta.»
Sempre tenendo aperta la tenda, si rivolse ai soldati.
«Portate dentro la carrozza e rifocillatevi. Fra un’ora vi
voglio al livello quattro.»
«Sì Santità.»
«Grazie Santità.»
Mentre i potenziati salivano a bordo, Costantino infilò il
viso nella cabina un’ultima volta.
«Vi darò anche uno scopo, mie care, sarete parte di
qualcosa di grande.»
Diede le spalle alla carrozza e tornò verso il Monastero. Le
armi da fuoco continuavano suonare la loro fragorosa melodia.
Sembrava quasi di ascoltare i battiti di enormi tamburi, suonati
da una schiera di giganti pazzi.
Vi darò anche uno scopo.
Stava diventando sempre più bravo a mentire. Ma stava
facendo la cosa giusta.
La cosa giusta.
Capitolo 36. Zodd
Quarto giorno alla villa. Il languore era iniziato meno di
un’ora prima. E cresceva. Continuava a tormentarlo come un
demone interiore. L’idea che non se ne sarebbe mai liberato lo
martellava senza tregua e, negli ultimi giorni, era passata dalla
sfera della possibilità a quella della probabilità.
Altri pensieri si stavano facendo strada nel suo cervello:
valutazioni, classificazioni. Prese l’olio e ne versò poche
gocce su un panno. Catalogava di continuo, come un cazzo di
imbrattacarte imperiale. Invece di tasse e numeri, metteva in
fila che le sensazioni che gli dava mangiare uomini e infernali.
Fanculo, era quasi tentato di chiedere a Mardonio dove
fosse la sua biblioteca per fare qualche ricerca. Si immaginò
per un istante a sfogliare pagine polverose a lume di candela.
Storse la bocca.
Fottuti gli Dei. No.
Aveva la certezza che le persone non lo avrebbero più
saziato come prima. Non dopo l’incontro dei suoi succhi
gastrici con la carne della merda tentacolare. Forse gli
avrebbero regalato qualche giorno di riposo dai crampi della
fame, ma non quell’appagamento enorme, osceno, provato
sulla Falco dei Mari.
Un godimento fisico e mentale quasi assoluto.
Non riusciva, però, a spiegarsi il nesso fra la ferita
provocatagli dall’infernale e l’inizio di quella fame innaturale.
Quei mostri avevano pezzi umani - facce, lingue, dita, cazzi –
sarebbe finito così anche lui?
Una mutazione?
In cosa?
Provò a far rotolare quella palla rattoppata di pensieri
sull’addhur, muovendo il panno imbevuto d’olio sui denti
d’arresto e lungo la lama. Mentre se ne prendeva cura,
l’acciaio, abbracciato dalla legarossa, vibrava e risplendeva.
Ma la fame, ora, bussava come un viandante incazzato fuori da
una locanda nel mezzo della notte.
E si accorse che mancavano pochi minuti all’inizio del suo
turno di guardia perimetrale insieme a Dolgrane.
Strofinò con più energia sull’impugnatura di pelle, ancora
scurita dal sangue dell’infernale, e sugli anelli di guardia.
Un’improvvisa voragine. Senza fondo.
Zodd si portò la mano sotto lo sterno, quasi a volersi tenere
dentro lo stomaco. Inspirò profondamente. Quella fottuta
sensazione d’impotenza gli bruciava il cervello. A cosa cazzo
erano serviti gli anni passati ad ammazzare, le armi, i muscoli,
se poi era destinato a finire così, con lo stomaco strappato in
due da un fottuto morbo demoniaco?
Poggiò il palmo aperto contro la parete. Le vene
dell’avambraccio guizzavano sulla pelle bianca e si
immergevano nei muscoli, tesi come le funi di un giogo.
Costeggiò tutto il muro piegato in avanti, i calli che
strusciavano contro i mattoni rossi.
Raggiunse il tavolo barcollando e digrignando i denti dal
dolore.
Il cinturone di cuoio era lì sopra; slacciò il fodero della
daga ed estrasse l’arma con rapido strattone, lasciandola
cadere in terra.
Le fitte più dolorose stavano per arrivare. Ormai Zodd le
conosceva bene: avevano un’andatura crescente e
raggiungevano il picco in breve tempo, per poi affievolirsi a
poco a poco.
Il suo sguardo cadde sul fodero. Le impronte dei denti
impresse sul cuoio sembravano quelle di un predatore. Chiuse
gli occhi e lo strinse ancora fra le mascelle, con tanta forza da
sentire le gengive sul punto di esplodergli.
Una lacrima gli scese sullo zigomo, si fermò sui peli della
barba e gocciò sul mento.
La sua prima lacrima? Al pensiero che a causarla non era
stato il dolore di una ferita, ma lo sforzo di tenere dentro le
grida e le bestemmie, scoppiò in una risata isterica.
Voleva fare a pezzi la stanza, contorcersi sul pavimento e
urlare finché l’attacco non fosse passato.
Il torturatore invisibile continuò a lavorarsi le sue budella.
Questa volta, i canini di Zodd bucarono il fodero.
Ecco, sta diminuendo.
Sarebbe stata una buona notizia, non fosse per il fatto che
gli attacchi si stavano facendo più frequenti. Di questo passo,
avrebbe dovuto fronteggiarne uno o due al giorno.
Non c’è soluzione. Devo mangiare. Un infernale. O
almeno una persona.
E poi cosa? Un’altra agonia fino al prossimo pasto, con un
fottuto fodero in bocca e le lacrime agli occhi?
È così, devo mangiare.
Ordinò a sé stesso di aspettare fino a quella sera per farsi
venire un’idea. Doveva resistere e basta. Ed evitare di
presentarsi davanti a Dolgrane ridotto a uno straccio.
Si sciacquò nella bacinella sul tavolo e sgrullò la faccia
come un cane. Sistemò la brigantina e prese l’addhur. Inspirò a
fondo prima di aprire la porta.
Percorse il corridoio del secondo piano appoggiandosi al
corrimano esterno. Si affacciò sul salone del piano inferiore.
C’erano Mardonio e Dolgrane. Di Sestio, invece, neanche
l’ombra. Completamente sparito dopo il primo colloquio con
Mardonio.
Era difficile capire di cosa stessero parlando. Mardonio
farneticava e gesticolava, lo sguardo fisso su Dolgrane. Riuscì
a sentire un dobbiamo fare presto e sono quasi pronto.
Si era affrettato per nulla, comunque. Il suo primo turno di
guardia con Dolgrane doveva essere già iniziato, ma il capo
dei mercenari stava ancora parlando con quel ciccione
bastardo.
Un ciccione bastardo che conosceva una cura, almeno a
detta di Sestio, quindi meglio tenere a freno la lingua.
Prese la scalinata per il pianterreno. Arrivò al grande
portone di legno, rinforzato con due barre di ferro, che
chiudeva l’ingresso alla villa.
Dolgrane lo raggiunse in un minuto. Camminava con le
mani poggiate sui fianchi e i capelli ingrigiti che oscillavano
davanti alla fronte e dietro al collo. Era grosso, coperto di
metallo, e poteva permettersi di guardarlo quasi dritto negli
occhi. «Ci tenevo che facessi il primo giro con me» tirò fuori il
petto e allargò le froge di cavallo che sibilavano sotto il naso
adunco. Ormai era sui cinquanta, ma, viste le dimensioni,
alcune città dell’Ibunod avrebbero fatto carte false per averlo
come boia.
Zodd afferrò la maniglia del portone. Le nubi creavano una
muraglia di luce grigia e accecante. Portò la mano alla fronte e
percorse tutto il vialetto di ciottoli che andava fino alle mura.
Già, quelle erano proprio mura, con tanto di torrette, sentinelle
e balestrieri appostati dietro i merli.
Chiamarla villa era un’idiozia, quello era un fottuto
castello. Mardonio era ricco sfondato, poteva fare ciò che
voleva senza spiegare un cazzo a nessuno, ma fortificazioni
del genere erano adatte per difendersi da un esercito, non certo
da una banda di ladri o da qualche poveraccio dei villaggi a
valle.
«Comunque sei in ritardo» Dolgrane si poggiò l’azza
d’arme sulla spalla. «Lascia quel cazzo di spadone
all’ingresso, non stiamo andando in guerra.»
Zodd lasciò l’addhur e non fece obiezioni sul fatto che
l’azza del suo accompagnatore fosse solo dieci pollici più
corta dell’addhur. In compenso, si sentì completamente nudo.
Dolgrane gli indicò la direzione e fece strada.
«È il turno più noioso, ma non voglio fare eccezioni per
nessuno dei miei uomini.»
«Tranne che per te stesso, immagino.»
«Di nuovo quel tono» Dolgrane lo prese sottobraccio.
«Ascoltami, sei grande e grosso. Hai ricevuto il soldo dai
Candidi Bastardi, quindi sei anche un bravo soldato. Ma non
pensare neanche un secondo di potermi fottere. Il capo sono
io, e da te non voglio sentire altro che sissignore.»
«Se ora dicessi sissignore non sembrerebbe una presa in
giro?»
«Dillo.»
«Sissignore.»
«Perfetto. Sono sicuro che noi due andremo d’accordo.»
Zodd annuì in modo distratto. Stava valutando i punti
deboli delle mura. Quasi nessuno, a parte la distanza tra alcune
torri di guardia.
«Sono mura impressionanti per una villa. Mai vista una
roba simile, nemmeno nell’Ibunod.»
«Mardonio non bada a spese quando si tratta di
fortificazioni e armi. Ederlia è un’isola grande, piena zeppa di
muriani bastardi. Da quando l’Impero ha imposto una tassa a
tutti i cittadini che non accettano il culto ufficiale degli Dei, ne
sono arrivati migliaia. Solo pochi mesi fa era loro anche
Mestigena.»
«Quindi Mardonio segue il culto degli Dei e i muriani lo
aggradiscono per questo?»
Dolgrane scoppiò a ridere in modo fragoroso.
«Mardonio e gli Dei, ah ah. È buona questa, davvero
buona. Sei qui da poco, ma capirai presto che non ci sono Dei,
qui. Né qui né altrove» Dolgrane lo guardò. Aveva ancora le
lacrime agli occhi per le risate. «Sai qualcosa dei muriani?»
Ora sarebbe toccata anche a lui una grossa risata.
Raccontare di quante fosse comuni avesse riempito con i loro
cadaveri non gli sembrava una grande idea, anche se Dolgrane
avrebbe di certo apprezzato.
Ricordava che nell’Ibunod alcune città erano muriane
quasi per intero, quindi si limitò a uno stringato «Sono dei
rompicoglioni.»
«Qui il termine rompicoglioni è riduttivo. Te l’ho detto,
dopo l’Editto di Dustennio ne sono arrivati a migliaia.
Nascosti nelle stive, sulle barche di pescatori niversiani, forse
alcuni anche a nuoto» mimò due bracciate. «Sono come gli
scarafaggi: escono dappertutto e portano solo merda.»
«Vi danno problemi?»
«Cazzo ma sei ritardato? Omicidi, cannibalismo, non hai
mai sentito le storie su di loro?»
A Zodd venne in mento solo ciò che era accaduto sulla
fottuta barca. Il suo stomaco si trasformò all’istante in un
gorgo infernale. E la sua testa non se la passava meglio.
Muriani, legionari, demoni, fame. Il mondo era diventato un
fottuto casino e gli sembrava di esserne al centro.
«Ne ho sentite parecchie. A dirti la verità, non me ne è mai
fregato un emerito cazzo.»
«Da oggi dovrà fregartene, perché ce l’hanno con
Mardonio. E anche con noi ovviamente.»
«C’è un motivo particolare?»
«Non ne hanno bisogno. Sono pazzi furiosi» fece frullare
l’indice su una tempia. «Una volta ne abbiamo ammazzato uno
che si stava inculando il cadavere del figlio. Secondo te aveva
una ragione particolare per fare una cosa del genere?»
Zodd contò mentalmente sulle dita il numero di volte in
cui la folla gli aveva chiesto di scoparsi il cadavere di una
delle sue vittime. Non era capitato spesso. Ma era capitato.
La bocca di Dolgrane era rimasta mezza aperta. Zodd capì
che si aspettava una risposta. Scrollò le spalle.
«La pazzia è abbastanza diffusa.»
«Non è pazzia. I muriani sono degli esaltati e il loro dio è
il più grosso e grasso maiale dell’Universo.»
«Sull’isola ci sono sia muriani che legionari?» chiese
Zodd.
«Credono nello stesso dio, è inutile distinguerli» fece un
gesto secco con l’indice, da un lato all’altro della gola.
«Bisogna ammazzarli tutti.»
Ora nella testa di Zodd c’era una mischia selvaggia, in cui
le parole di Jonsah su muriani e i legionari si confondevano
con quelle di Dolgrane e di Gneo Aurelio. Non gli interessava
sapere chi avesse ragione.
Passarono un’altra torretta di guardia. Due balestrieri
stavano camminando sopra di loro nella direzione opposta.
«Mardonio assumerà anche altri mercenari?»
«Puoi scommetterci. Stiamo organizzando qualcosa di
molto importante. Anche più dei soldi che mi dà Mardonio.
Più della vita di tutti gli idioti che abitano quest’isola.»
Zodd aprì la bocca per chiedere di cosa stesse parlando.
Dolgrane non lo fece neanche iniziare.
«Lo saprai presto» Dolgrane si fermò all’improvviso. «Ma
ti ho portato qui per farti vedere questo.»
Un teschio. Giallo, quasi consumato in cima, con grosse
linee di frattura sulla mascella e i denti fracassati. Stava
nell’angolo tra il muro di cinta e una torretta.
«Ti presento» lo indicò con entrambi gli indici. «Randall!»
Voleva impressionarlo con un teschio?
«Randall è stato al servizio di Mardonio per quasi un anno.
Era un tipo divertente, abbiamo riso e bevuto insieme
centinaia di volte. Uno dei guerrieri più affidabili che mi sia
capitato di vedere in azione.»
«Che gli è successo?»
«È morto di stupidità. Vuoi sapere come si muore di
stupidità? Prima inizi a dubitare che ciò che facciamo in
questa villa sia giusto, poi ti rifiuti di fare quello che ti viene
chiesto. E alla fine provi a liberare i nostri prigionieri.»
Non voleva impressionarlo con il teschio, ma con le
parole. E non stava funzionando. Che un traditore finisse
torturato e ucciso era una cosa comune.
«Vedi» Dolgrane armeggiò con le braghe in modo goffo e
si tirò fuori l’uccello. «Me la tengo da stamattina per lui. Mi
sta scoppiando la vescica.»
Pisciò un getto torbido sul teschio, e almeno Zodd riuscì a
spiegarsi per quale motivo fosse quasi bucato sulla cima.
«Ahhh, che meraviglia. Pensa» continuava a pisciare come
un cavallo. «Voleva diventare muriano, quindi godo ancora di
più a pisciargli sopra ogni giorno.»
«Benissimo» Zodd alzò le sopracciglia. «Felice di vedere
che non porti rancore.»
Nel frattempo, Dolgrane aveva rimesso il cazzo nei
pantaloni.
«Ecco quello che succede a chi prova a fregarmi.»
A incuriosire Zodd, più che altro, era l’idea che nella villa
ci fossero dei prigionieri. Cibo.
Capitolo 37. Zodd
La villa era enorme, le stanze dei mercenari no. Si
affacciavano tutte sullo stesso corridoio, al primo piano. Ma
c’era un lato positivo: erano tutte stanze singole. Almeno una
ventina.
Un letto senza sponde - il che era un bene, perché i piedi e
le caviglie gli penzolavano al di là del bordo -, un comodino
con i cassetti incastrati e tanti mattoni grigi e rossi. Da sotto il
letto saliva un discreto puzzo di piscio. Forse quello che
occupava la stanza prima di lui non aveva mai svuotato il
pitale.
Chissà se si trattava di Randall…
Erano passate almeno due ore dal coprifuoco, ma Zodd
continuava a rimanere sul letto fissando il soffitto, con le mani
incrociate dietro la testa.
Le strette pareti della stanza incombevano su di lui come
demoni. La finestra era aperta, ma non c’era aria.
Dolgrane era stato chiaro: nelle prime due settimane non
gli avrebbe assegnato turni di notte.
Non si fida.
Fa bene.
A Zodd non fregava un cazzo di proteggere Mardonio, e
forse i soldi della paga non erano neanche il suo primo
pensiero. Una cura, quella sì che lo avrebbe aiutato. E
Mardonio la conosceva. Doveva semplicemente conquistarsi la
fiducia del ricco bastardo.
Sempre che Sestio non mi abbia… Quanto posso fidarmi di
lui?
Stava cambiando. Peggiorando. Qualsiasi cosa fosse, stava
prendendo il sopravvento. Affondare di nuovo i denti in un
infernale, ingozzarsi della sua carne, lo aveva reso insaziabile.
Doveva ucciderne un altro. Mangiarlo.
A tutti i costi.
Era tutto chiaro. Era scomparsa anche l’idea di parlare con
un medico.
Andare da un medico e chiedergli cosa? Come fare a non
mangiare persone?
Proprio un’idea del cazzo.
Fottuti gli Dei.
Trovare una soluzione. Da solo.
Nessuno doveva sapere.
E bruciando il bordello aveva già rischiato grosso.
Era stato contagiato. Questo era sicuro.
La cosa aveva senso. Se un cane può attaccarti la rabbia,
chissà che razza di schifo può passarti un aborto sputato fuori
dall’inferno. E si ricordava bene cosa era accaduto con
l’epidemia di peste nell’Ibunod, molti anni prima. Un merdaio
raro, anche nella prigione in cui passava le giornate insieme
agli altri bambini, in attesa di combattere nell’arena. Alcuni
avevano perso la testa e si erano strappati i bubboni dalle
ascelle e dall’inguine. Gli umori neri, asfissianti, colavano
lungo i loro corpi smunti. Altri si erano scannati tra loro in
preda alle allucinazioni.
Ma lui non aveva niente di simile. Era fottutamente lucido
e sempre più forte. Anche se non dormiva più.
C’era anche qualcos’altro. Una sensazione di voragine
ignota, diversa dalla fame fottuta, ma altrettanto brutale.
Creava strane forme nella sua mente, poi tra le travi di
legno del soffitto. Scese su di lui come una cascata di pece
bollente.
Un attimo dopo, era di nuovo nel mondo dei picchi affilati
e del cielo gonfio di sangue. I suoi piedi affondavano a ogni
passo. Al terzo si trovò immerso nel liquame vischioso fino
alle caviglie. L’Ombra lo guardava. Era più vicina, ora, e lo
invitava ad arrampicarsi. Non c’era alcun motivo per farlo, ma
Zodd si aggrappò al costone roccioso e iniziò la salita.
«Sei qui. Siamo qui.» La voce arrivò come un tuono.
Una eco primordiale che saliva e vibrava da un mondo
estraneo, alieno. Fatto di dolore.
La visione svanì, lasciandolo di nuovo a guardare le travi.
Zodd tremava. Ed era una sensazione cui non era abituato.
Di solito lui tuonava e gli altri tremavano. Non il contrario.
Ma che cazzo.
Si trascinò la mano sulla faccia.
I calli grattarono sul naso, sui peli della barba, ma il
pensiero rimase lì.
Si mise a sedere e fece un respiro profondo.
La prima visione lo aveva raggiunto nell’infermeria di
Miniarum e, dannazione, c’era una ragione (anche se parlare di
ragione aveva poco senso in quel frangente) o quantomeno una
spiegazione: aveva mangiato per la prima volta. La seconda,
ancora più reale, lo aveva letteralmente trafitto dopo aver
ucciso l’infernale. Stavolta era arrivata senza una dannatissima
causa scatenante.
Doveva esserci un collegamento. Una visione dopo
l’infernale di Aratan e una simile dopo il mostro marino. E ora
questa.
Sto impazzendo.
Fame.
Non adesso.
Doveva mangiare.
Seduto sul letto, la sua gamba andava su e giù in modo
nevrotico.
Per fortuna è una stanza singola.
Aveva resistito fin troppo. Giorni interi mangiando pane e
carne che non lo sfamavano, facendo finta di essere sazio
davanti agli altri mercenari e a Mardonio.
Gli attacchi erano troppo ravvicinati. Gli serviva carne
vera. Carne di mostri usciti dal cazzo di inferno.
All’occorrenza, di carne umana.
Immaginò di essere costretto a mangiare carne umana -
uomini, donne, bambini - per sempre.
Sbarrò gli occhi.
Per sempre.
Cazzo, roba pesante.
Aveva escluso subito la possibilità di sviscerare un altro
abitante della villa. Troppo sangue, troppe domande e il
rischio consistente che il suo teschio finisse a fare da latrina
accanto a quello di Randall.
Quello stronzo di Sestio, però, doveva aver mangiato
qualcosa. Sicuramente non avevano lo stesso morbo, ma sulla
barca di Jonsah si era portato una cazzo di mano avvolta in un
fazzoletto come fosse un panino, quindi aveva trovato un
modo di nutrirsi anche alla villa. E non glielo aveva detto.
Anche perché era scomparso da giorni.
Dove… Chi posso mangiare?
I prigionieri di cui aveva parlato Dolgrane non erano una
via percorribile, anche perché non aveva mai messo piede nei
livelli sotterranei dell’edificio. Poi si ricordò dei drogati di
aloise che si aggiravano intorno alla villa.
Sorrise.

Due minuti dopo era riuscito a uscire dalla finestra,


talmente piccola che si era graffiato il petto e le spalle per
riuscire a sbucare all’aperto.
A una decina di piedi dal terreno si lasciò andare e atterrò
tra i cespugli. Avanzò piano verso il muro di cinta, in attesa
del passaggio della ronda.
Quando lo ebbero superato, continuò a muoversi con
cautela seguendo i due mercenari di guardia a debita distanza.
Uno era Vasech, l’unico di cui conosceva il nome oltre a
Dolgrane. L’altro il bestione nero che aveva scortato Sestio il
primo giorno.
Luce lunare intensa. Zodd la sentiva sul volto, dandogli
l’impressione di avere un grosso candelabro sulla testa che
segnalava la sua posizione. Decise di spostarsi tre passi più in
là, dove iniziava un lungo portico di legno e mattoni che si
affacciava sulla strada d’accesso alla villa.
Continuò fra le ombre dense che riposavano fra le arcate
del portico, un occhio sempre fisso sui due che stava
pedinando. Era abbastanza vicino da riuscire a sentire che
stavano parlando di soldi.
Una leggera brezza salina. L’odore della salsedine, misto
ad una impercettibile, quasi gradevole, nota di catrame,
arrivava a folate da Mestigena. Zodd ringraziò gli Dei fottuti
di non essersi buttato addosso un mantello. Per lui era già
difficile passare inosservato, con due metri di tessuto che gli
svolazzavano alle spalle sarebbe stato impossibile.
Si accovacciò dietro tre barili di legno rinforzati con cerchi
di ferro e riprese fiato.
Sporse la testa. Le guardie erano ancora troppo vicine per
tentare di raggiungere le mura e saltare dall’altro lato. Oltre a
quelle sul viottolo, doveva tenere d’occhio anche quelle che
percorrevano il perimetro delle mura a intervalli regolari. Se
avesse aspettato almeno un paio di giorni prima di farsi
prendere da questa fame del cazzo, avrebbe avuto a
disposizione tutti i percorsi delle ronde. In fondo, ora, era
anche lui un mercenario di Mardonio.
Pensieri inutili, del cazzo.
Concentrati.
Rimase accucciato per almeno dieci minuti, cercando di
tenere il conto dei secondi liberi tra il passaggio di Vasech, che
girava in senso orario, e quello del nero, che faceva il giro
opposto. I suoi quadricipiti iniziavano a tremare.
Due minuti. Meno se hanno una buona vista.
Centocinquanta passi di corsa. Salita e discesa da mura di
quindici piedi.
Pensare anche al rientro era fuori discussione.
Un mostro affamato di sangue gli cresceva dentro.
Ora.
Divorò i primi cinquanta passi.
La sua velocità aumentò negli ultimi cento. Fuori
controllo. Si sentiva come un fottuto cavallo al galoppo. Non
aveva mai corso così veloce in tutta la sua vita. Nessun uomo
aveva mai corso così.
Per un istante, comprese appieno che stava per chiedere
alle sue gambe di spingerlo da terra fino al camminamento
interno delle mura. Saltò.
Raggiunse il bordo con una sola mano, sbattendo la faccia
contro la pietra. Scosse la testa e salì. Giunto alla parte esterna
del muro, guardò in basso.
Un salto assurdo. Follia pura. Si sarebbe rotto entrambe le
gambe come un emerito coglione. Saltò ancora.
Atterrò con una mano e un ginocchio nell’erba secca.
Incredibile.
Riprese a correre. La nebbia alla base del colle lo inghiottì.
Orientandosi con l’olfatto, giunse alla ruota con il cadavere
putrefatto in cui si era imbattuto il giorno dell’arrivo. Lì aveva
visto quei poveri bastardi intossicati dall’aloise. Ed era lì che
aveva maggiori possibilità di mangiare. Anche il tanfo della
putrefazione eccitava i suoi sensi.
Se si trovava nella villa per cercare una cura, quella era
una partenza fottutamente sbagliata. Ma doveva mangiare.
Nebbia. Buio. Forse era solo l’abitudine a non dormire ad
aver migliorato la sua vista notturna, ma c’era anche
qualcos’altro.
Un altro regalo dell’infernale?
Il movimento più vicino era dritto davanti a lui, sul lato più
scosceso del pendio. Poi un lamento. Fece attenzione al
rumore dei suoi passi, sperando di non calpestare un ramo o
calciare un sasso per sbaglio.
Il lamento proveniva da una figura accovacciata in terra.
Pochi capelli sparsi sulla testa e vertebre che bucavano la
pelle. Un uomo.
La fame saliva. Gli ordinava di fare a pezzi il relitto umano
che aveva davanti e ficcarselo nello stomaco.
L’uomo si voltò, le pupille come capocchie di spillo.
«Aloise?»
Si alzò in piedi davanti a Zodd, mostrandogli un’oscena
nudità scheletrica e grandi ulcerazioni su tutto il corpo. A un
passo dalla morte, il suo unico pensiero era rivolto alla droga
che lo aveva ridotto così.
«Io, io… Ne hai con te? Ti posso dare qualcosa in cambio.
Ti succhio il cazzo?»
Zodd non era più in vena di parole.
Non sono diverso da lui. Sono in fottuta astinenza.
Gli balzò addosso con le fauci spalancate. Sentì il gozzo
fra i denti. Strinse e strappò.
Il sangue gli pompò dritto nella gola.
Un fiume caldo gli riempì lo stomaco.
L’uomo emise un rantolo e tentò di divincolarsi. Zodd gli
rimase attaccato al collo, il sangue che scaturiva con sempre
meno vigore.
Gli tornò in mente la puttana di Miniarum. Se possibile,
questa volta la situazione era ancora più incasinata.
Buttò giù pezzi di muscolo e tendini. Mangiare uomini,
però, non gli dava la stessa sensazione di sazietà e
completezza che gli davano gli altri. E non si trattava solo di
quello. Aveva sensazioni diverse anche quando uccideva.
Qualcosa lo spingeva verso gli infernali. Desiderava sentire il
loro sangue scorrergli in gola, le cartilagini frantumarsi sotto i
suoi denti.
Un fiume di sangue gli scese anche sul mento. In quella
situazione, provare a non sporcarsi era piuttosto complicato.
Concentrato a strappare un pezzo di bicipite, gli ci volle
qualche secondo per accorgersi che un altro cadavere
ambulante lo stava osservando. Non si avvicinava, rimaneva
solo a guardare. Un vecchio, almeno a giudicare dalla barba
bianca. Nudo, la pelle come un lenzuolo usurato. Si trascinava
su un’asse di legno con delle rozze ruote attaccate sotto,
sobbalzando a ogni sasso.
«Hai promesso aloise.» Gli mancavano entrambe le gambe
e aveva la testa quasi appoggiata sulla spalla.
Zodd si alzò in piedi, strappando un braccio dalla scapola
della sua vittima. Prese un appunto mentale: la forza per
disarticolare un braccio a mani nude è un altro regalo del
morso di Aratan.
Quasi comincio a prenderci gusto.
«Hai promesso, bugiardo!»
«Io non ho promesso un cazzo. Fuori dalle palle storpio.»
Il vecchio afferrò le ruote e le spinse in avanti, scivolando
per la leggera discesa. La bava era un laccio bianco che
fluttuava alle sue spalle.
«Dov’è? Hai promesso!»
Zodd lo accolse con un calcio in bocca, spostandogli la
mascella di tre pollici a destra e facendolo volare dalla
merdosa asse di legno su cui si trascinava.
«Ah ah bel colpo!»
L’esclamazione proveniva da molto vicino. Zodd si voltò a
destra.
Sestio si fece avanti con le braccia dietro la schiena e un
grande sorriso sulla faccia. Lo stesso che gli aveva visto sulla
barca di Jonsah. Mancavano gli spruzzi d’acqua salmastra a
schiaffeggiargli il viso e il riporto, ora, era ben adagiato sulla
testa e non dritto come una pinna di squalo. Ma il sorriso era
quello. Solo più affilato, come se ci fossero più canini del
normale.
Zodd rimase inebetito. Era poco abituato a trovare frasi di
circostanza nel bel mezzo di un pasto cannibale. Insomma,
avrebbe scommesso che Sestio si trovava lì per la stessa
ragione, ma era la prima volta che stava per iniziare una
conversazione con qualcosa come Ciao! Anche tu qui ad…
ammazzare un paio di disgraziati e divorare i loro cadaveri?
«Dove cazzo eri finito? Sei sparito!»
«Sono stato impegnato con i prigionieri. Mardonio ha
bisogno di una mano con i muriani e sono felice di dargliela»
Sestio allargò le braccia e inclinò la testa. «Vedo che ti sono
mancato.»
«Fanculo, io voglio solo parlare con Mardonio. La cura.
Altrimenti…»
«Collo. Budella. Ho capito. Ci parleremo nei prossimi
giorni, te lo giuro» si poggiò una mano aperta su cuore.
«Siamo qui da poco e devi ancora guadagnarti la sua fiducia.
Ora pensiamo solo a… mangiare.»
Si piegò sul vecchio storpio e gli affondò i denti nella
spalla.
Un fremito nello stomaco.
Gli occhi del vecchio si spalancarono quando Sestio gli
strappò un grosso pezzo di carne. Un lamento smorzato, poi
altri due, uno per ogni braccio rotto all’altezza del gomito. Lo
girò sulla schiena e lo morse sul ventre rugoso, tirando la pelle
fino a dieci pollici dal corpo prima di strapparla.
Riiiip.
Sestio mangiava più lentamente di lui. Se li godeva, i suoi
bocconi, e cercava lo sguardo del povero storpio mentre gli
scavava dentro la pancia, la mano immersa fino al polso. La
bava gli scendeva dalle labbra sottili come moccio dal naso di
un bambino raffreddato, le mascelle scattavano pregustando un
altro pezzo di carne. Un volto malefico, il parente demoniaco
dell’uomo sovrappeso, con il riporto da idiota, che Gneo
Aurelio gli aveva presentato a Miniarum… Sestio cercava il
dolore delle sue vittime. Godeva come porco.
Al contrario, Zodd cercava di saziarsi alla svelta, sognando
di trovare il sapore energizzante degli infernali.
«Guarda bene» disse Sestio al vecchio. «Devi guardare
mentre ti mangio. O vuoi che vada avanti ancora più piano,
partendo dalla pelle delle braccia. Ohhh, potresti vivere ancora
molte ore, se solo io volessi.»
Il vecchio sgranò gli occhi, tenendoli fissi sulla bocca di
Sestio. Il calcio di Zodd gli aveva distrutto la mascella, quindi
non poteva parlare, ma rigurgitò un penoso uhg… ghaa…uhg
quando gli incisivi di Sestio affondarono nei suoi intestini.
Provò anche a tirare nuovamente verso di sé le interiora, ma
uno spruzzo di merda eruttò dal morso come sangue da
un’arteria recisa.
Zodd lo osservò ancora per qualche istante, poi tornò al
suo, di pasto. Bloccò a terra il braccio strappato alla sua
vittima con entrambe le mani e chinò il capo. Affondò i denti
nel bicipite e ne strappò un pezzo con grande difficoltà,
chiedendo ai suoi muscoli del collo uno sforzo mostruoso.
Masticò. Crack. Una fitta improvvisa alla bocca. Insieme a un
boccone di pelle, coperto di sangue e saliva, sputò qualcosa di
bianco.
Un molare.
Capitolo 38. Lucio
Guardò suo figlio negli occhi e si accorse di non avere
nulla da dirgli. Eppure di cose, in mente, ne aveva tante.
Nessuna però che potesse andare bene per tirare su il morale di
Licinio. Il bambino lo guardava con occhi acquosi, come
faceva ogni volta che lui e la moglie litigavano. Si piegò su un
ginocchio e gli poggiò le mani sulle spalle. Il piede gli lanciò
una fitta, ma stava diventando bravo a ignorare il dolore.
«Non ti devi preoccupare, a volte gli adulti alzano la
voce.»
«È colpa mia?»
«No» Lucio lo abbracciò. «Tu non c’entri niente.»
Licinio si staccò dal padre e inclinò la testa. Aveva gli
stessi occhi azzurri di sua madre.
«Allora è colpa della mamma?»
«Non è colpa di nessuno. È solo che, a volte, dobbiamo
fare cose che non vogliamo.»
«Anche la mamma vuole rimanere qui con te. Perché non
ci vuoi?»
Altre lacrime in arrivo.
«Devo sapere che siete al sicuro. E tu devi prenderti cura
della mamma finché non vi raggiungo.»
«Ma io sono forte, guarda!» Licinio si tirò su la manica
della tunica fino alla spalla e cercò di contrarre il bicipite.
«Diventerò più forte anche del tuo amico gigante.»
«Certo! È per questo che devi rimanere con la mamma e
proteggerla. Non mi sentirei sicuro a lasciarla in mano a
qualcun altro» gli sfiorò il naso con l’indice. «Che dici, posso
fidarmi di te?»
«Va bene» Licinio fece scendere la manica fino al gomito.
«Ma tu vieni presto.»
Lucio si alzò in piedi, e questa volta il dolore fu troppo
acuto per non provocargli una smorfia.
«Papà?»
«Sì?»
In un attimo, Licinio si era infilato nella camera da letto ed
era tornato indietro.
«Posso portarmi questa?»
Stringeva la spada di legno a due mani e la teneva dritta
davanti a lui. Tirò qualche fendente a vuoto, imitando il suono
dei colpi con la voce. Licinio non aveva la sua bocca, né i suoi
occhi, ma il carattere era lo stesso. Quando Lucio era bambino,
però, e provava a giocare con le armi di legno, suo padre
Royce lo massacrava. Gli strappava quella piccola spada di
legno e gliela sbatteva in faccia, sulla schiena, sulle gambe.
Arrivavano nuovi lividi, quelli vecchi sanguinavano. Lucio
ebbe l’impressione di sentire ancora le schegge di legno sotto
la pelle. E quell’uomo che gli urlava contro, i fiocchi di saliva
che si aggrappavano alla barba grigia. Non sarai mai un
guerriero, guardati, hai le stesse spallucce di tua madre. Sei
lento e stupido come tutti gli imadiani.
«Devi portarla assolutamente» Lucio deglutì e cercò di
piegare la bocca all’insù. «La prudenza non è mai troppa.»
Dopo le botte, Lucio strisciava verso la stanza della madre.
In quei momenti, di lei vedeva solo la schiena. Rimaneva lì,
seduta al lato del letto ad armeggiare con i gomitoli, mentre lui
si trascinava oltre la porta. Ma Lucio ricordava anche un
suono, quello dei singhiozzi. Sua madre piangeva, senza farsi
vedere, e i singhiozzi di sua madre gli tenevano compagnia
fino a quando i sensi lo abbandonavano.
Stava facendo peggio di suo padre? Almeno il vecchio
Royce non lo aveva mai abbandonato.
«Ti amo» gli disse Clelia, gli occhi che brillavano dietro ai
ricci rossi che le scendevano sul volto. «Stai attento, ti prego.»
«Attento a dove metto i piedi?» si sforzò ancora di
sorridere. Lo fecero entrambi.
«Scrivimi appena arrivate a Calisium. Mi raccomando.»
«Lo farò» Clelia strinse la mano di Licinio e la portò a sé.
Guardò il figlio. «Amore, papà ci raggiungerà presto. Vero?»
Lucio attese troppo, rispose solo quando vide una lacrima
che rigava la guancia destra della moglie.
«Certo. Prestissimo» diede un altro bacio alla moglie e
scompigliò i capelli di Licinio. «Dobbiamo prima fermare i
mostri. Li ammazzeremo tutti, puoi scommetterci piccolo!»

Pochi minuti dopo, mentre li vedeva sparire sulla carovana


dell’esercito, Lucio scoppiò a piangere. Camminò con lo
sguardo annebbiato fino all’ingresso di Miniarum e salì sulle
mura, puntellandosi al bastone con cui aveva sostituito le
stampelle. Era in anticipo per la visita di controllo del
Macellaio, ma rimase lì ad aspettare.
Si affacciò e usò entrambe le mani per sporgersi. Da
qualche settimana, anche l’aria era diversa. Alle carovane
provenienti dalle città e villaggi di confine, si aggiungevano
anche quelle degli cittadini che vivevano a cento o
centocinquanta miglia dalla Linea Fortificata.
Nessuno si sente più al sicuro.
L’inferno in terra. Colonne di fumo e bagliori di fiamma
divoravano l’aria all’orizzonte, mentre un fiume di persone si
snodava ininterrotto dalla Strada Dritta fino a dove riusciva ad
arrivare il suo sguardo. Carovane e gruppi sparsi entravano e
uscivano convulsamente da Miniarum come sciami d’insetti.
Era un bene che la sua famiglia fosse già partita; anche le
persone più mansuete, davanti al pericolo, cambiano; e quando
sono ammassate, affamate e costrette a una lunga marcia, le
cose possono solo andare peggio.
La strada passava a un terzo di miglio dalle mura di
Miniarum, ma Lucio sentiva il fetore di quella massa di carne
in movimento anche da lì.
Fatica, sudore, rabbia e paura. E anche qualcosa di più
angosciante. Lo sentiva sussurrare durante le riunioni degli
ufficiali, fra le truppe, ma, soprattutto, poteva vederlo con i
suoi occhi: nessuno cercava rifugio presso Miniarum o Forte
Dustus. Tutti volevano solo allontanarsi il più possibile dal
confine, come se la Linea Fortificata fosse già caduta, come se
tutto fosse perduto.
I rettangolari non si erano mai sentiti così, Lucio ne era
sicuro, neanche quando avevano raggiunto i confini della
Niversia secoli prima, spingendo i balariti sull’altra sponda del
fiume Orthos. Un tempo, proprio dove si trovava ora, i
rettangoli avevano edificato il primo accampamento
temporaneo, una palizzata di legno e un piccolo fossato pieno
di tronchi acuminati, nel cuore di un territorio sconosciuto e
nemico.
Nemico.
Indugiò su quella parola più di quanto avesse mai fatto in
vita sua.
Un nemico umano può essere compreso, le sue tattiche
assimilate e usate contro di lui, gli infernali no. Anche
mettendo insieme tutti i rapporti e le elucubrazioni dei migliori
ufficiali, l’esercito non poteva sapere se l’orda di mostri
avrebbe attaccato, alla fine, la Linea Fortificata. E con
Marrenio ridotto a un vegetale e Zodd in fuga chissà dove, era
rimasto solo lui.
Strinse l’angolo di un merlo squadrato, il sangue gli defluì
dal volto verso la mano.
Non c’era più fiducia nell’esercito.
Immaginò anche cosa volesse dire passare
dall’addestramento al campo di battaglia in quei giorni.
Tattiche, uso delle armi, manovre simulate, ma in realtà non
c’era nulla che potesse preparare le reclute a… loro.
Dei santissimi.
Visto quel che stava accadendo, poteva reputarsi fortunato
ad aver avuto il suo battesimo d’acciaio contro un quadrato di
picche dell’Ibunod. E doveva ammetterlo, non si era sentito un
privilegiato quando i balestrieri del Fodeis avevano scatenato
una tempesta di dardi sul suo plotone. E si era sentito ancor
meno fortunato quando aveva capito che sarebbero stati
proprio i corazzati ad attaccare per primi; il comandante del
rettangolo voleva usarli come testa d’ariete – come al solito! -
per sfondare al centro, mentre i suoi uomini aggredivano le ali
di balestrieri.
Si ricordava bene il momento dell’impatto. I commilitoni
che spingevano da dietro, le picche nemiche che saettavano
verso la sua faccia.
Jorghen aveva fatto l’addestramento con lui, era un tipo
alto e magro con cui condivideva i diciotto anni e le partite a
dadi. Quando la picca di un ibunodiano, le cui grosse maniche
a sbuffo spuntavano ai lati della piastra pettorale, gli era
entrata in un occhio, lui era rimasto paralizzato, a osservare il
getto di sangue brillante che spruzzava dalla visiera dell’elmo.
Poi si era mosso insieme agli altri. La sua azza era diventata
un martello sull’incudine, con la differenza che il martello era
la testa dell’azza e l’incudine ora una barbuta brunita, ora una
celata decorata con pitture fiammanti. Solo il rumore del ferro
piegato, di ossa sfondate. Sempre gli stessi rumori, dai
picchieri dell’Ibunod ai balariti del Fennarit.
I balariti, già. Loro di certo non aiutavano. Quelli
sopravvissuti erano accampati poco fuori dal confine
imperiale, sperando di poter entrare, prima o poi, all’interno
della Linea Fortificata.
Come si dice? Il nemico del mio nemico è mio amico?
Sarebbero bastati quegli esseri infernali a cancellare secoli
di battaglie fra balariti e l’impero? Quale che fosse la scelta
giusta, quell’idiota di Ulpio Mettico doveva prenderla alla
svelta. Più tempo passava, più si correva il rischio di dover
combattere sia gli uomini che i mostri.
Tentò qualche passo senza bastone, verso la torretta alla
sua destra. Incrociò lo sguardo con il rettangolare di guardia,
ma dopo pochi istanti quello tornò a guardare la colonna di
derelitti in marcia; un fiume marcio che appestava i prati verdi
e ogni giorno si fermava, al calar della sera, accendendo
fuochi che bruciavano le tenebre.
Dal lato opposto delle mura, nel cortile interno, almeno sei
plotoni erano impegnati in una manovra di accerchiamento di
un reparto dei corazzati. I corazzati erano senza armi e
cercavano uscire dalla morsa.
Gneo Aurelio voleva i rettangolari ben allenati anche a
dividere e gestire una folla di civili numericamente superiore,
ma Lucio aveva l’impressione che l’ordine di agire contro le
carovane di cittadini sarebbe arrivato troppo tardi. O non
sarebbe arrivato affatto.
Decine di migliaia di persone che si spostano hanno
bisogno di cibo, acqua, vestiti. Stupri e violenze erano già
all’ordine del giorno, e la colonna non aveva percorso che
poche miglia. Quel fiume umano avrebbe raggiunto le città
dell’interno e poi quelle sulla costa, provocando un disastro.
Per fortuna, l’impero era abbastanza grande da poter schierare
in Niversia dei soldati nati e cresciuti a duemila miglia di
distanza, così da evitare il rischio di dover mettere uno contro
l’altro fratelli e sorelle o figli e genitori.
«Secondo te quanti sono?» La testa e poi le spalle del
Macellaio spuntarono dalla rampa di scale che portava al
camminamento sulle mura. Arrivato in cima, prese fiato con le
mani sulle ginocchia. «Perché per me sono più di centomila.»
Aveva lo stesso cencio macchiato di sangue secco che
indossava la settimana precedente. Una tracolla di pelle
marrone gli tagliava il busto in obliquo e penzolava al suo
fianco.
«Può essere. Sono terrorizzati e senza alcuna fiducia
nell’impero.»
«Sei l’unico qui ad aver combattuto questi infernali» il
Macellaio lo affiancò, dandogli il profilo. «Tu che dici, avresti
fiducia nell’esercito?»
«Bella domanda, è proprio una bella domanda.»
Il suo primo impulso fu quello di tirare fuori la boccetta di
aloise, strappare il tappo con i denti e tracannarla in un sorso.
Non aveva più fiducia neanche in sé stesso, figurarsi
nell’esercito. A pensarci bene non c’era voluto neanche molto
a strappargliela via: un’orda di mostri e mezzo piede in meno.
«Comunque, ti avevo detto di passare in infermeria. Mi
sarei evitato volentieri di arrivare fin quassù.»
«Mi hai detto tu che devo camminare.»
«Moderatamente. Camminare moderatamente.»
«Moderatamente o no, sempre storpio rimango.»
«La cosa peggiore delle amputazioni non è segarvi le ossa,
ma sentire le vostre lamentele per mesi» indicò una cassa
vicino alla torretta di guardia. «Siediti. E togliti lo stivale.»
«Non avevi detto di andare in infermeria?»
«Sono appena salito fin qui, già vuoi farmi scendere?
Guarda che ho quasi cinquantacinque anni. E poi un posto vale
l’altro. Piuttosto, stai continuando a fare i massaggi e mettere
l’unguento che ti ho dato?»
«Si certo.»
Quando il moncone strusciò contro la rigida pelle dello
stivale, Lucio si lasciò sfuggire un gemito.
«Cosa ti ho detto? Sempre a lamentarvi. Diamo
un’occhiata.»
«I dolori sono molto diminuiti negli ultimi due giorni.»
«Bene.»
Se il Macellaio avesse saputo per quale motivo i dolori
erano diminuiti - vedi uso di aloise in dosi che avrebbero steso
un cavallo - non l’avrebbe presa bene. Ma d’altronde lui cosa
poteva saperne? Fra di loro passava quel muro che separa chi
taglia le ossa da chi, senza un osso, ci rimane.
Il tocco del medico, energico mentre controllava
l’articolazione della caviglia, divenne leggero sul bordo della
ferita.
«Non c’è rossore, né gonfiore. Sia la linea di sutura che
l’area intorno non sono calde. Sono stato bravo. Per me puoi
passare anche domani per togliere i punti.»
«Visto che siamo qui, non possiamo farlo ora?»
«Se tu fossi venuto mezz’ora fa in infermeria avremmo
fatto in tempo, ma ora ho un altro appuntamento» fece un
cenno con la testa verso la colonna di profughi. «Forse non si
fideranno di noi, ma il generale Gneo Aurelio vuole che vada
comunque a controllare che non ci siano epidemie in atto.
Tante persone in spazi ristretti, senza cessi e con poca acqua…
è solo una questione di tempo. Si stanno lasciando alle spalle
fossi pieni di merda e fiumi di piscio. Cittadini o no, li
rispedirei nelle loro città a calci in culo.»
Il Macellaio lo guardò negli occhi e gli diede una leggera
pacca sulla spalla. «Forza, rimettiti la benda. Noi ci vediamo
domani.»
«Sempre che non ti venga il colera» Lucio indicò la Via
Dritta. «A stare in mezzo a quella marea di profughi.»
Dalla tempia sinistra del Macellaio scese una goccia di
sudore. «Già.»
Capitolo 39. Zodd
La sua lingua setacciava i molari in modo metodico, alla
ricerca di schegge d’osso. Fottuti gli Dei, la carne dei ciuccia-
aloise era una merda indicibile, e per di più avevano le ossa
deboli. Spesso ne venivano via interi pezzi insieme ai tendini.
Ne trovò uno bello grosso. Quando fu sicuro che non si
trattava di un altro dente, lo sputò fuori. Sulla scrivania di
Dolgrane.
Come capo dei mercenari di Mardonio, il vecchio bastardo
aveva a disposizione una stanza personale e uno studio che
utilizzava per comunicare i turni, le punizioni e consegnare gli
stipendi. Dolgrane non era così stupido da lasciare in giro i
denari della paga o i registri, ma non faceva attenzione ai
rapporti che arrivavano dalla costa imperiale. Erano proprio
davanti a Zodd, impilati sotto l’astuccio di legno in cui teneva
le piume d’oca.
Quella mattina, per la prima volta dopo tre giorni, aveva
visto arrivare il ragazzo che consegnava i dispacci dal porto di
Mestigena. Quasi sempre si trattava di notizie che provenivano
dall’impero.
Chiuso nella villa e circondato dal mare, Zodd aveva avuto
poche opportunità di capire come l’impero stesse affrontando
gli infernali.
Aveva un problema più grave a cui pensare, ma era
connesso con quello dell’impero. Lui stesso era legato, in
modo disgustoso, alle creature che avevano trucidato la
popolazione di Aratan.
Senza gli infernali, senza quella ferita, le cose sarebbero
andate diversamente. Non sarebbe stato in quella stanza, a
farsi gli affari di un mercenario. Non sarebbe rimasto ad
aspettare per ore il ritorno di Sestio, cui aveva minacciato di
strappare il naso - o di nuovo le viscere? - qualora non si fosse
sbrigato a chiedere udienza a Mardonio.
Si immaginò a capo dei corazzati, diretto verso qualche
villaggio pulcioso per spaccare teste muriane.
Un’altra vita.
Sfilò l’ultimo foglio da sotto l’astuccio, rendendosi conto
che c’era qualcosa di diverso dall’ultimo che aveva avuto
modo di vedere.
Nessun carattere omogeneo, quindi non era la solita
stampa proveniente da Calisium e spedita ai quattro angoli
dell’Impero.
Stese il foglio, cercando di non spiegazzarlo troppo.
Riconobbe i confini della Niversia, tracciati a mano e riempiti
di disegni e icone.
Gli ci volle per qualche secondo prima di capire che le
frecce tratteggiate rappresentavano i movimenti dell’esercito
imadiano, e quelle continue l’avanzata degli infernali.
«Fottuti gli Dei.»
Le frecce continue erano tante.
Chiunque avesse scritto quel rapporto, sapeva che il
destinatario sarebbe stato in grado di decifrare la mappa,
perché mancava qualsiasi annotazione.
Le frecce continue partivano dritte da Miniarum,
puntavano oltre la Linea Fortificata e verso la freccia
tratteggiata più grande, che proveniva da Aratan.
Come aveva immaginato, gli infernali si stavano
spingendo verso la Linea, mentre l’esercito tentava di passare
al contrattacco.
Affrontare gli infernali fuori dalle fortificazioni era una
follia, ma l’ordine di muoversi era arrivato sicuramente
dall’imperatore.
«Questo è più coglione del fratello.»
Che cazzo voleva fare, distruggere l’intera armata
orientale? Se questa era la sua decisione finale, Gneo Aurelio
non era riuscito a farlo ragionare. Altre frecce indicavano,
probabilmente, gruppi di infernali più piccoli, sparpagliati a
nord, sempre dietro la Linea Fortificata, nella zona dove c’era
la maggiore concentrazione di accampamenti e villaggi dei
balariti. Aveva capito, a sue spese, che dove arrivavano gli
infernali agli uomini erano concesse due opzioni: morire o
fuggire.
I balariti avevano già chiesto di poter entrare nei confini
dell’impero, ma Zodd non aveva saputo nulla della risposta del
governatore. Se, però, conosceva bene il governatore della
Niversia (e lo conosceva bene, avendo passato qualche minuto
guancia a guancia con lui), i balariti erano ormai fottuti.
Zodd avrebbe tentato di resistere proprio lì, sulla Linea,
dietro a un fiume e a un muro di mattoni. Frecce incendiarie,
massi, dardi di balestra, acqua bollente; solo lì l’esercito
avrebbe potuto giocare la sua partita. In campo aperto, lo
scontro con gli infernali si sarebbe trasformato in una macabra
conta di budella e arti sparpagliati sul terreno.
In termini di risultato finale, però, tra assedio o battaglia
campale non c’era grande differenza.
Zodd era convinto che non avrebbe più rivisto il faro di
Calisium o le torri del campo di Miniarum.
Aveva perso ogni possibilità di avere un futuro nell’impero
nel momento in cui aveva portato al massacro i suoi uomini. O
forse quando aveva infilato un pugnale nel braccio di Ulpio
Mettico. Sì, probabilmente aveva pesato di più il problema con
Ulpio Mettico.
Ogni decisione che aveva preso nell’ultimo mese lo aveva
condotto lì, nella villa fortificata di un ricco maiale, a leggere
di nascosto un rapporto proveniente dall’impero. Dopo
settimane al servizio di Mardonio, però, aveva finalmente la
possibilità capire se il mercante custodiva effettivamente il
segreto per farlo tornare come prima.
Fece due passi indietro e si piegò all’indietro sulla schiena,
affacciandosi sul corridoio. Forse era meglio tornare ad
aspettare fuori dalla stanza di Mardonio.
«Andiamo» sussurrò. «Quanto cazzo gli ci vuole?»
La porta dello studio di Mardonio si schiuse appena. Sestio
aveva finito di fare la sua introduzione.
«Puoi entrare» Sestio si abbassò il riporto, scompigliato
dallo spostamento d’aria provocato dall’apertura della porta.
«Gli ho spiegato tutto. Ti aiuterà.»
L’immagine dell’altro volto di Sestio, quello che masticava
lentamente il fegato di un uomo ancora vivo, gli attraversò la
mente.
No, quello che ho io non è la stessa cosa.
Zodd entrò, notando subito che Mardonio non era solo.
Intorno a lui c’erano le tre guardie più grosse che aveva,
compreso Dolgrane.
Pensare che un minuto prima ero a frugare nel suo studio.
«Vieni avanti» Mardonio era seduto sullo stesso scranno su
cui lo aveva visto la prima volta. Cinque passi, e Zodd si trovò
di fronte alle guardie. Le squadrò dall’alto, chiedendosi
distrattamente che sapore avesse la loro carne.
«Lasciatelo avvicinare. Non mi farà nulla, ha bisogno del
mio aiuto.»
L’idea di mettersi nelle mani di quell’essere immondo lo
disturbava. Ma quello schifoso essere immondo aveva ragione.
Doveva uscire da quella villa con una cura, altrimenti gli
rimaneva una sola alternativa: trovare un buon modo di
ammazzarsi prima di diventare un merdosissimo mostro.
Addhur in pugno e via, verso le schiere di infernali
posizionate a ridosso della Linea Fortificata.
I tre uomini gli fecero strada sbuffando e digrignando i
denti come mastini a due zampe. Mardonio stirò le gambe di
pollo davanti a sé, la testa puntellata sul pugno.
«Eccoti qui dunque.»
Sulla sua faccia paffuta da sadico bastardo comparve un
sorriso, fottutamente uguale a mille altri che Zodd aveva visto
sugli spalti dell’arena. Eccitati, interessati solo a veder
infliggere dolore e a godere. Nell’Ibunod i più ricchi si
facevano succhiare l’uccello anche in mezzo allo spettacolo, al
fresco dei loro palchi coperti. Membra sanguinanti e sesso
potevano essere più inebrianti dell’aloise.
«Sestio» Zodd sputò il nome con rabbia. «Dice che hai una
cura.»
«Eccellenza. È così che devi chiamarmi. Quanto alla
cura… forse.»
Forse? Che risposta è forse?
Il suo istinto gli dava un solo ordine: zigomo rotondo di
Mardonio, gancio destro. Poi lo avrebbe lasciato a riflettere sul
corretto modo di rispondere, e su quanto sia difficile masticare
senza denti.
«Forse?» Si sorprese di quanto era riuscito a rimanere
calmo.
«Ti ha morso un infernale, non un cane. Sei fortunato a
essere vivo. Aspetta.»
Mardonio afferrò l’unico volume presente sul tavolino di
ferro a tre gambe al lato della sedia e l’aprì all’altezza di un
segnalibro di cuoio. «Conosci le Parole di Murion?»
«Il libro sacro dei muriani?»
Ne aveva sentito parlare più negli ultimi dieci giorni che
nei venti anni precedenti. Il mondo stava andando a fondo.
«Bravo, d’altronde hai servito nell’Ibunod. Li ci sono più
muriani che puttane.»
«Di puttane ce ne sono parecchie.»
Mardonio esplose in una risata e gettò il capo all’indietro,
mostrando il triste spettacolo offerto dalla sua pappagorgia
untuosa. Gli ci volle qualche istante per ricomporsi e
continuare.
«Puttane a parte, le Parole parlano di mostri che
divoreranno il mondo» scorse le righe manoscritte con
l’indice. I margini della pagina erano pieni di disegni e note.
«Qui dice che sono le armate dei Sei, come li chiamano i
muriani. Loro pensano che il loro dio onnipotente e barbuto
stia lassù, sopra le nuvole, a dispensare amore, mentre io credo
sia solo un grande bastardo figlio di troia.»
Mardonio si lasciò andare a una serie di grugniti che
divertirono molto le sue guardie. Vista l’idea che aveva dei
muriani, Mardonio sarebbe andato d’amore e d’accordo con
Riffolk e i suoi rothiani.
«Non… Sua Eccellenza non deve pensare di essere l’unico
a credere che Dio, gli Dei, o quello che preferisce, siano solo
degli inutili bastardi.»
«Esatto!» Mardonio scattò in piedi, puntandogli l’indice
smaltato di viola. «Dio esiste e se ne frega di noi. Ha mai fatto
qualcosa per te? Ha mai risposto alle tue preghiere?»
Preghiere? Mai detta una.
Ne aveva sentite tante, quello sì. Mormorate prima di
entrare nell’arena, sussurrate con una lama piantata nel petto,
miste a fiumi di piscio che scorrevano nell’interno coscia e
creavano grumi nella sabbia dell’arena.
Si, ne aveva sentite decisamente troppe.
«Allora perché dovremmo ascoltare le sue Parole? Non
credo alle idiozie di quei muriani. Anzi, voglio massacrarli
tutti. Devono scomparire; devono soffrire, cazzo, come nessun
altro nella storia di questo merdosissimo mondo.»
«Te la stai cavando bene, Eccellenza. Ho visto i poveri
disgraziati qui fuori. Devi odiarli davvero molto.»
«E non hai ancora visto nulla» Mardonio allargò un ghigno
da lupo sul volto liscio da bambino. «Ci hanno ingannati.
Hanno fregato tutti con le loro promesse di vita eterna.»
Zodd cercò di lasciar perdere le spiegazioni di Mardonio,
cha andavano dal vago all’assurdo. Non era questo che gli
interessava.
«Eccellenza, la storia che mi hai raccontato è… ehm…
molto interessante. Ma io ho bisogno di una cura. Sestio mi ha
detto che ce l’hai.»
Mardonio iniziò a girare intorno a Zodd con le braccia
dietro la schiena.
«Sarò sincero. Non conosco cure per quello che hai. Anzi,
penso che non ce siano.»
Zodd sbarrò gli occhi, sperando di aver capito male.
«Ma conosco chi può aiutarti.»
Come Sestio, anche Mardonio sembrava più interessato a
prendere tempo che a risolvere il problema. Forse non
comprendeva la gravità della situazione.
Non dormo, mangio carne umana e mangerei anche te.
Qui. Adesso.
«Sestio mi ha detto la stessa cosa qualche settimana fa. E
si riferiva a te, Eccellenza. Tu invece di chi stai parlando?»
«Lo conoscerai molto presto. Dovrebbe arrivare a giorni»
Mardonio si fermò davanti a lui. Sorrise. «Nel frattempo puoi
fare quello che vuoi dei muriani qui fuori. Sono imbottiti di
aloise e ne vogliono sempre di più. I miei clienti ah ah.
Stuprali, ammazzali, mangiali. Più soffrono più sono felice. E
se sono felice io, lo è anche…» esitò un istante, fissandolo
negli occhi. «Lascia perdere. Piuttosto, mi hanno detto che per
mangiare non hai avuto bisogno del mio consenso» rise.
«Sestio ti ha insegnato bene!»
Spioni del cazzo fu il suo primo pensiero. Lo seguì
immediatamente un altro: questo pazzo ha due cannibali in
casa e non gliene fotte un cazzo. Per uno così attento alla
propria sicurezza è un comportamento strano. Addirittura lo
esortava a mangiare i muriani.
«Perché pensi che possa aiutarmi, Eccellenza?»
«Lui conosce molte più cose di me e di te. Stai tranquillo»
fece per girarsi, ma poi tornò a guardarlo negli occhi. «E può
anche offrirti qualcosa di immenso. Sestio dice che sei diverso
da noi. Noi che abbiamo scelto, intendo.»
Si ricacciò in gola un ma cosa cazzo stai dicendo?
«Scelto cosa?»
«Di stare dalla parte giusta. Potresti farlo anche tu, prima o
poi. Continuerò a pagarti bene, e potrai continuare a mangiare
quanto ti pare» imitò l’andatura sbilenca dei drogati di aloise e
rise come un pazzo. «Intanto lavora, guarda quello che
facciamo qui, divertiti. E aspetta l’arrivo del nostro ospite.»
Da un lato, le parole di Mardonio avevano senso. Erano
dannatamente sensate. Dall’altra, l’idea di srotolare gli
intestini di Mardonio e farci un bel cappio, per impiccarlo a
una trave della villa, gli sembrava piuttosto buona, ora.
Capitolo 40. Rylock
Un vociare esultante arrivò dall’esterno. La notizia di un
ingaggio imminente girava incontrollata fin dall’arrivo di
Helrey, e non poteva mettere la mano sul fuoco che Garon o
Hofen avessero tenuto la bocca chiusa. Meglio così, forse.
A lui sarebbe toccata solo una conversazione privata con il
messaggero di Angbrook e l’annuncio ufficiale alle truppe.
Corwald lo guardò e strinse le spalle. «Avranno intuito
qualcosa.»
«Direi di sì. Cosa dicono i ricognitori? Ci sono novità
rispetto a ieri?» chiese Rylock.
«Poche. I rapporti dicono più o meno quanto riferito dal
messaggero di Angobrook. Il generale Grotherc sta reclutando
migliaia di contadini nell’Ibunod meridionale per rimpolpare
le fila del suo esercito. Sono sicuro che offrirà alla Banda di
Wrand un bel compenso. Pare che il suo obiettivo sia quello di
arrivare a quindicimila uomini complessivi.»
«Dubito che con una masnada di bifolchi possa puntare su
Stamoron per fare il culo al Principe Jont. Per me Angbrook
senza difese e Forte Strag sono degli obiettivi più alla sua
portata. Vado a parlare con Helrey. Tra un’ora raduna gli
ufficiali.»
«Sì, comandante.»
Rylock percorse la via maestra del campo, facendo cenni
d’assenso a chiunque gli chiedesse se fosse vero che il nuovo
incarico prometteva di essere molto remunerativo. Gli uomini
sembravano felici. Felici di andare in guerra, di uccidere.
Arrivò subito all’alloggio vicino al suo, dove aveva
lasciato Helrey quella stessa mattina. I picchieri di guardia
parlavano come due lavandaie alla fontana. Smisero solo per
salutare il loro comandante. Rylock entrò senza bussare,
trovando Helrey seduto al tavolo, intento a controllare alcune
carte zeppe d’inchiostro. Si alzò. Era un uomo alto e snello,
dai tratti gradevoli e vagamente femminili. Una cascata di
capelli biondi, tenuti indietro da un cerchietto, gli scendeva sul
farsetto blu con maniche a spacchi rossi. L’azzurro marino dei
suoi occhi incontrò il grigio dell’unico che aveva Rylock.
«Buongiorno comandante. Sono felice di vederla» Helrey
non la smetteva di ruotare l’anello al mignolo destro e a
trattenere il fiato. Sembrava dire: «Avete accettato. Ora, cazzo,
venite in città appena possibile!»
«Immagino abbia compreso quale sia la risposta ufficiale
della Rosa Nera. In effetti, dovevo prevedere che per i miei
ufficiali sarebbe stato difficile trattenere la notizia per più di
qualche minuto. Comunque, la sua città potrà contare su di noi
a breve.»
Non fece in tempo a completare la frase che Helrey si
sovrappose.
«Quando?»
«Penso che potremmo partire dopodomani o fra tre giorni.
Il tempo di passare in rassegna le truppe, organizzare la
manutenzione del campo con gli abitanti del villaggio e altre
cose del genere.»
«Perché non partite domani?»
Rylock aggrottò le sopracciglia. Helrey non lo aveva
neanche ascoltato.
«È impossibile. Non siamo una banda di briganti, ho
tremilacinquecento uomini, qui» si sbrigò a dire, le mani
giunte all’altezza del petto. «C’è un pericolo imminente di cui
non sono ancora a conoscenza? Perché il generale Grotherc sta
ancora arruolando coattivamente nelle campagne a sud. Non
sarà pronto prima di tre settimane.»
«Si è vero…Non si sa mai però, è pericoloso aspettare.
Partite domani!»
I tratti del volto dell’uomo sembravano sempre più tesi,
come tirati da fili invisibili in ogni direzione.
«Non è questo il giusto modo di porsi» Rylock accorciò la
distanza che li separava con un passo deciso. «Quindi la prego
di non insistere oltre. Partiremo quando saremo pronti, non
un’ora prima.»
Era convinto che gli stesse nascondendo qualcosa.
Probabilmente un esercito era già pronto a muovere verso
Angbrook. Magari non si trattava di quello di Grotherc, ma
Helrey aveva taciuto la cosa per ottenere subito una risposta
positiva dalla Rosa Nera.
«Helrey, è sicuro di non avere nient’altro da dirmi? Sia
sincero con me, dovrò proteggere la sua città. E per farlo ho
bisogno di tutte le informazioni necessarie.»
«Nient’altro. Voglio solo fare in modo che perdiate il
minor tempo possibile.»
Rylock lo scrutò ancora, l’aria severa del giudice che
attende una confessione, poi parlò. «Io sono allo stesso tempo
un commerciante e un militare. I miei uomini sono il mio
capitale. Faccio in modo che abbiano cibo, riposo, donne e che
siano ben addestrati. Quindi, se questa offerta dovesse rivelarsi
un qualche genere di trappola da parte di altre compagnie
mercenarie, o di un feudatario desideroso di costruirsi un
nome sulla sconfitta della Rosa Nera, allora, non importa
quanto ci vorrà, gli abitanti di Angbrook ne pagheranno il
prezzo. Farò uccidere davanti ai miei occhi anche vecchi e
bambini, e lascerò le donne ai miei soldati, loro sapranno cosa
farne.»
Stranamente, Helrey non sembrò turbato.
«Comandante, ho fretta di vedervi partire perché la mia
città, la città dove abitano i miei figli, è senza difese» rispose
con calma. «Forse siamo stati arroganti e, convinti che non
avreste rifiutato, non abbiamo neanche contattato la Banda di
Wrand o i Grifoni di Breioth. Il mio unico desiderio, il
desiderio del Consiglio tutto, è quello di vedere la Rosa Nera a
presidio delle nostre mura. Siete gli unici ad aver dimostrato di
saper convivere con i civili per quasi due anni, quando avete
lavorato a Gotlhon. Spero che nei prossimi anni, una volta
insediati a Forte Strag, possa svilupparsi un rapporto con
Angbrook basato sul rispetto reciproco. E su una lauta paga,
ovviamente.»
Sembravano parole sincere. L’impassibilità di Helrey
davanti alle sue minacce, quella sì che era sospetta. Come
poteva un uomo del genere, che si era scaldato per il rinvio
della partenza di un paio di giorni, rimanere imperturbabile
davanti all’idea del massacro dei suoi concittadini?
«Capisco la vostra fretta, ma non accetto alcun tipo di
pressione per accelerare i preparativi. Qual è il primo villaggio
sotto la giurisdizione di Angbrook che incontreremo,
Gardhall?»
«Bouver.»
Bouver. L’ultima volta c’era anche lei.
Rylock serrò la mascella, ma per il resto riuscì a mantenere
un atteggiamento abbastanza rilassato.
«Bene, allora faremo tappa lì. Voglio che tutta la
popolazione dei dintorni sappia dell’arrivo della Rosa Nera, e
che si senta al sicuro. Ma partiremo tra tre giorni. Su questo
punto non voglio discutere oltre.»
«Come vuole comandante» Helrey tornò verso il tavolo e
prese un pugno di fogli. «Io però dovrò necessariamente
precedervi. Devo portare notizie entro due o tre giorni. Farò
poche soste, giusto il tempo necessario per far riposare il
cavallo. Nel giro di una settimana spero di potervi accogliere
di fronte alle porte della città» infilò i fogli nella borsa e se la
buttò a tracolla. «Lo spero davvero.»
«Ha il mio permesso. Può lasciare l’accampamento quando
vuole. Ma ricordi sempre quanto le ho detto poco fa.»
«Comandante Rylock, lei è stato molto chiaro. E questa è
una dote rara al giorno d’oggi» allungò la mano verso di lui e
Rylock la strinse con forza, strappando un gemito al
messaggero.
Senza mai voltarsi, Helrey puntò la stalla dove riposava il
suo cavallo, la borsa che gli sbatteva contro l’anca in perfetta
sincronia con i suoi passi.
«Tu» disse Rylock rivolgendosi a una delle due guardie.
«Vai agli alloggi degli esploratori e prendi per le orecchie un
ufficiale. Voglio che un uomo a cavallo stia dietro a Helrey per
le prime cinquanta miglia.»
«Sissignore» il giovane mercenario incespicò sui suoi passi
per la fretta, ma scomparì ben presto tra i vicoli che si
infilavano nei baraccamenti.
Anche oggi, la luce del sole affogava nelle nuvole plumbee
che dominavano il cielo. Guardando meglio la posizione
dell’astro, Rylock capì che era quasi mezzogiorno. Il momento
di dare un’occhiata all’addestramento congiunto tra i picchieri
di Garon e quelli di Corwald.
«Se non sbaglio stamattina dovevano tenersi le prove di
aggiramento dell’istrice» chiese Rylock a Hofen, che si
aggirava pensieroso pochi passi più in là.
«Si sì, certo. Corwald ha messo su un piccolo contingente
armato alla leggera e Garon gli ha chiesto di schierarlo contro i
suoi» rispose Hofen, che continuava ad affondare ad ogni
passo.

***

A giudicare dall’aspetto dei soldati, lo scontro era già


iniziato da qualche minuto. Una formazione compatta di cento
picchieri, disposti su dieci linee, teneva il centro del campo.
Onde evitare ferite gravi, le picche erano state sostituite con
aste di legno della stessa misura, quasi quindici piedi. L’altro
schieramento sembrava identico. Rylock guardò con più
attenzione. Al centro dello schieramento di Corwald si
muoveva un folto gruppo di uomini dotati di scudo tondo e
spada di legno.
Entrambe le formazioni avevano perso complessivamente
una decina di uomini per ferite leggere e contusioni. Due
medici li avevano già distesi al bordo del campo per tastare in
tranquillità gli arti contusi.
Le picche delle prime file si incrociarono di nuovo come
un groviglio di rami in un bosco. Un mosaico di mascelle
serrate e muscoli tesi sotto gli elmi e le corazze d’acciaio. La
volontà di sbaragliare l’avversario era viva anche durante un
semplice allenamento.
«Scommetto su quelli di Garon» Hofen si sistemò sulla
tribunetta assieme a Rylock.
«Non sottovalutare il nuovo reparto di Corwald. Ha grande
mobilità, e nel corpo a corpo potrebbe avere la meglio» rispose
Rylock.
«E comunque senza i miei balestrieri questa simulazione
ha poco senso, gli avremmo riempito il culo di quadrelli in un
batter d’occhi.»
«In quel pantano e con le balestre infangate avreste avuto
più problemi di loro» lo ammonì Rylock. «Guarda, cosa ti
avevo detto?»
Dal centro dello schieramento, la fanteria leggera con
scudo e spada iniziò a irrompere nelle fila nemiche. I picchieri,
costretti a usare due mani per manovrare l’asta, non riuscivano
a ricacciarli indietro. Quelli colpiti si allontanavano dalle fila
per simulare le perdite, anche se c’era sempre qualcuno pronto
a giurare di aver schivato il colpo.
Gli alabardieri, stretti dietro alle picche, si trovavano in
grande difficoltà contro degli avversari così agili e ben
equipaggiati. Le spade di legno saettavano da ogni direzione
impattando in modo controllato le corazze e gli elmi.
Fuori dallo schieramento, Corwald girò il capo verso
Rylock, che annuì.
«Direi che dobbiamo preparaci a introdurre un buon
numero di spadaccini. Ormai tutte le compagnie usano le
formazioni di picche, se vogliamo rimanere i migliori
dobbiamo essere più versatili degli altri.»
«Ehi» disse Hofen. «Abbiamo pur sempre le mie ali di
balestrieri. Di soldati che tirano bene come i miei non ce ne
sono.»
«E i balestrieri del Pugno Ferrato?»
«Merda sotto le mie scarpe» Hofen sputò sulle travi. «La
nostra cadenza di tiro è meglio.»
«Ancora per poco, e tu lo sai. Hanno iniziato imitando i
picchieri. Poi hanno introdotto le ali di tiratori con arco lungo
e balestrieri… Abbiamo bisogno di essere sempre un passo
avanti.»
L’utilità dei fanti leggeri era evidente. Rylock fece cenno
di interrompere l’allenamento. Ai lati dei due gruppi, ora
mischiati in un’unica amalgama di picche spezzate,
camminavano Garon e Corwald.
«Niente puttane» disse quest’ultimo ai suoi. «Dritti ai
baraccamenti, riprendiamo oggi pomeriggio.»
Nei giorni successivi, magari durante la permanenza a
Forte Strag, Rylock avrebbe dedicato allo studio delle nuove
tattiche tutto il tempo necessario, ma ora bisognava
organizzare qualcosa di molto più importante: la partenza della
Rosa Nera per Angbrook.
Capitolo 41. Costantino
La nebbia scendeva verso valle. Una massa densa e bianca,
cosciente di sé stessa, bucata dalla cima degli abeti più alti.
Costantino si sporse dal balcone di pietra, inalando a pieni
polmoni l’aria fresca dell’alba. I lavori procedevano bene; era
facile notarlo anche quando non c’erano operai sulle
impalcature. Il Monastero era diventato la montagna, o forse il
suo lavoro aveva trasformato la montagna stessa nel
Monastero. Ormai era impossibile dire dove finisse uno e
iniziasse l’altra. Secoli dopo il primo progetto di scavo, le
gallerie avevano mangiato miglia e miglia di roccia,
trasformando un antico eremo in una enorme fortezza, i cui
tentacoli scendevano verso il centro della montagna e poi si
allargavano in tutte le direzioni, come quelli di una piovra
nelle oscure profondità di un fondale sabbioso.
Sentì l’eco lontana di un boato e sorrise. I calibri più
grandi sembravano migliorare ogni settimana. Prese l’appunto
mentale di chiedere un rapporto giornaliero dei progressi per
integrare quello settimanale. Fece scivolare le dita sul marmo
freddo, ricordandosi di quando ci voleva molto più tempo
perché l’aria del mattino gli intorpidisse le mani. Le sfregò e
ritornò nella stanza.
Non mancava molto. Dopo tanti anni, i suoi sensi
percepivano quando stava per accadere qualcosa. Qualcuno
avrebbe parlato di magia, ma Costantino sapeva benissimo che
si trattava di un complesso concatenarsi di valutazioni ed
esperienze pregresse che ormai nasceva, e si sviluppava, a
livello subconscio. Sarebbero arrivate notizie dalla squadra
sguinzagliata alle calcagna di Rogodh, ne era sicuro.
«Ancora nessuna frattura. Si sono interrotte con la numero
27» Costantino si accorse a malapena di aver appena pensato
ad alta voce. Sfiorò la spalla ossuta di Gerardo. «Non
preoccuparti, sto solo facendo qualche calcolo.»
«Certo Santità» disse il novizio. «Comprendo benissimo.»
«L’elevatore è già qui?» chiese con il tono di chi vuole una
risposta affermativa. Gerardo non lo deluse.
«Sì, Attalo sta aspettando alla piattaforma, forse sta
sgranocchiando una pagnotta.»
Giunti alla fine del corridoio, si trovarono di fronte una
scala a chiocciola vertiginosa. Una spirale calcarea che
scendeva verso le viscere labirintiche del monastero. Un
tempo Costantino si sarebbe precipitato a piedi senza neanche
sfiorare il corrimano, mentre ora preferiva la robusta
piattaforma in ferro battuto che percorreva la tromba delle
scale. Nel progetto era molto simile a una lama stritolata da
spire di pietra, e Costantino lo aveva chiamato, senza troppa
fantasia, il Serpente.
Gerardo scostò la grata, una robusta ragnatela di metallo
senza ornamenti. Costantino si infilò dentro, poggiandosi sulle
spalle il mantello indaco con il collo in pelliccia.
Gerardo rimase fuori dall’elevatore. «Santità, vada pure
senza di me. Oggi dovrebbero arrivare notizie dalla squadra
sulle tracce di Rogodh. Spero di avere novità per lei nel
pomeriggio.»
«Mi serve solo un adoratore vivo. Qualcuno che conosca la
destinazione finale di quel demone. E per quale motivo è così
interessato alla 27.»
Chiuse la grata prima ancora che Gerardo potesse
rispondergli.
La piattaforma era agganciata a una catena dagli anelli
massicci, azionata a mano da Attalo, che Costantino aveva
preso al Monastero pochi giorni dopo il suo arrivo. A forza di
iniezioni e misture, quel piccolo fagotto si era trasformato in
una montagna di muscoli e grasso che parlava poco -
l’intelletto certo non lo aiutava - ma che era in grado di tenere
in moto l’elevatore per diverse ore consecutive. Gli bastavano
il suo otre d’acqua, cinque pagnotte e una libbra di carne di
maiale. Non aveva bisogno d’altro.
«Attalo, scendiamo all’Ospedale.»
«Si Padre.»
Clang. Clack. Clang. Clack. Attalo iniziò a girare l’argano
con un grugnito e la piattaforma prese a scendere.
«Urlano Padre, urlano sempre. Alle Prigioni, e anche al
Rede…Redento…nio.»
«Re-den-to-rio» sillabò Costantino con voce gentile.
«Redentorrio» rise Attalo soddisfatto. Il cranio trasbordava
pelle in eccesso che vibrava sui morbidi rotoli del collo, il
volto scurito da effluvi e fuliggine come quello di un minatore.
«Sono afflitti dal dolore del peccato, per questo urlano»
fece Costantino.
«Brutto peccare, Dio non vuole.»
«Certo Attalo, è così»
Attalo si fermò un istante per stringere le fasciature intorno
ai gomiti e alle spalle. Pochi giorni prima erano bianche, ora
logore e ingiallite dal sudore. Attalo grugnì e sorrise ancora
Clang. Clack. Clang. Clack.
A mano a mano che scendeva, Costantino notò l’intensa
attività lungo i vari livelli e sentì un moto di soddisfazione.
Superarono i piani uno dopo l’altro, segnalati da targhe di
marmo bianco che brillavano alla luce del quarzo trattato.
Poco prima di arrivare, Attalo diminuì la foga della sua
trazione.
«Padre, è il prossimo.»
«Bene Attalo, hai fatto un ottimo lavoro.»
L’elevatore si fermò. Costantino avrebbe potuto far
sostituire il lavoro dei muscoli di Attalo con una forza motrice
tecnologicamente più avanzata, magari sfruttando meglio gli
ingranaggi. Attalo, però, avrebbe perso la ragione della sua
esistenza, e Costantino, nel Monastero, voleva solo uomini con
uno scopo.
Attalo, sudato e soddisfatto, si mise a trincare acqua dalla
sua borraccia.
Costantino capì che aveva fatto la scelta giusta.
Uscì. La targa in marmo riportava la scritta Ospedale e,
subito dopo, si apriva una grande sala rettangolare scavata
nella roccia. Le pareti non portavano traccia di scalpelli, ma
apparivano perfettamente levigate e coperti di intonaco bianco.
Cinque guardie stazionavano in piedi vicino all’ingresso,
indossando un armamento ridotto rispetto a quello di missione.
Solo Cassio vestiva un’armatura di piastre spigolata, a tre
quarti e piuttosto aderente. Se ne stava appoggiato al muro,
con un morione decorato d’argento sotto il braccio. Gli occhi
chiari illuminavano un volto da adolescente imberbe, e una
cascata di capelli biondi sfiorava il metallo ondulato degli
spallacci. Costantino rispose al saluto formale del gruppetto,
mentre Cassio gli si faceva incontro.
«Santità, la porto subito dalla donna. Manca poco, forse
meno di mezz’ora.»
«Fai strada Cassio.»
«Subito» sorrise quello mettendo in bella mostra una
dentatura perfetta. Aprì la porta alle sue spalle, blindata come i
cancelli di un castello dell’Ibunod, e fece passare Costantino.
Anche se si trovavano all’interno di una montagna, il
corridoio bianco era ben illuminato da una fila di lumi a
parete.
Costantino e Cassio si fermarono davanti a una seconda
porta, sorvegliata da un soldato con una spada lunga al fianco.
Li fece entrare, richiudendola immediatamente.
Prima di tutto giunse una pungente fragranza di menta,
usata in abbondanza per coprire gli odori sgradevoli
dell’Ospedale, poi una luce di intensità tripla rispetto a quella
dei lumi ad olio.
Il quarzo trattato brillava di una luce del tutto simile a
quella naturale. Costantino gettò il mantello sull’attaccapanni
e andò dritto verso il centro della stanza, anche questa
completamente intonacata di bianco, dove parecchie persone si
muovevano freneticamente, portando vassoi di coccio su cui
erano disposte file ordinate di strumenti chirurgici, panni di
cotone bagnato e bacinelle d’acqua. Su un tavolo, poggiato su
gambe di legno ma con il piano metallico, stava una donna. Un
divaricatore le teneva le gambe ben aperte. Urlava e sbuffava,
mentre rivoli di sudore le scendevano sul viso, appiccicandole
i capelli bagnati sulla fronte e sulle tempie.
«Non ce la faccio, aiutatemi» strillò disperata.
«Respira ed espira. Spingi, spingi!» le sussurrava
un’ostetrica a intervalli regolari, con voce calma e
tranquillizzante.
«Vedi il bambino? É bloccato» disse un medico a
Costantino.
«Spingi. Spingi.»
«Ahhhh!»
Costantino si fece largo fino al bordo del tavolo.
«Tirate fuori quel neonato. Ora» ordinò, lanciando
un’occhiata di ferro al dottore.
«Cosa mi avete fatto, maledetti?» disse la donna, più con
lo sguardo che con la bocca. «È un mostro, tiratelo fuori, non
lo voglio dentro di me.»
Anche Cassio si avvicinò al tavolo. La luce intensa del
quarzo giallo provocava un’eruzione di riflessi argentati lungo
le spigolature dell’armatura e gli inondava d’oro i capelli
biondi.
«Bisturi» fece il medico, subito raggiunto da due assistenti.
Uno alzò l’ampia veste della donna e gliela arrotolò sul seno,
mentre l’altro portò il vassoio degli strumenti.
Sotto la pressione della piccola lama, la pelle tesa del
ventre si aprì come un garofano, lasciando scendere un sottile
rivolo di sangue, subito tamponato con un panno bianco.
La donna urlò e si dimenò, ma c’erano due potenziati a
tenerla ferma.
«Non è questo il modo per aiutare il tuo bambino. Ciò che
stai facendo potrebbe pregiudicare la sua nascita.»
«Padre, posso?» chiese Cassio con garbo, sfiorando
l’avambraccio di Costantino con due dita.
«Devi. Prova a farla smettere, non ho alcuna intenzione di
perderne un altro.»
«Sarà fatto, Padre» Cassio sorrise e andò a sedersi accanto
alla donna. Le prese la testa fra le braccia con tocco amorevole
e cominciò a sussurrarle qualcosa all’orecchio.
Aveva l’aria di un marito premuroso che tenti di
rassicurare la moglie durante il travaglio.
Gli spasmi della gestante cessarono di colpo con un crack,
lasciando increduli gli astanti. Dal collo della donna
fuoriusciva un’escrescenza laterale grande come una mela.
Una vertebra cervicale rotta.
Sfruttando il momento di quiete, il medico immerse uno
strumento allungato nel ventre della donna, separando la
parete addominale e procedendo poi ad incidere l’utero. Il
sangue ora gorgheggiava e scendeva abbondante, ma si
sarebbe arrestato presto.
Costantino guardò il medico. «Salva l’ibrido.»
Qualcosa iniziò a premere dall’interno. Era come se le
viscere della donna si stessero allungando e contorcendo alla
ricerca di un’uscita, creando grosse cisti che sparivano e si
riformavano poco lontano. Ma sempre più vicino ai margini
netti dell’incisione.
Qualcosa uscì.
Costantino serrò le mascelle.
La zampa di un ragno tastava la pelle rosa. Era lunga come
un avambraccio e sottile come un mignolo, coperta da una
sottile peluria nera.
Ne uscì un’altra, che prese a palpare il tavolo dall’altro
lato. Entrambe terminavano con piccole falangi umane.
Le convulsioni squassarono il cadavere della donna. Dalla
bocca fiotti di vomito grumoso e bava bianca. Anche in mezzo
alle sue gambe c’era qualcosa che voleva farsi strada
dall’interno.
Rumore di carne strappata e risucchi di mucose. La vagina
era una fonte di sangue putrescente.
«Portate la gabbia» urlò Costantino.
Fra le grandi labbra sbucò un dente bianco. L’incisivo di
un uomo.
La gabbia era lunga quattro piedi e larga due. Le sbarre
erano strette, un pollice di ferro ciascuna. Cassio la aprì
davanti alle cosce della donna.
Il neonato non poteva fare altro che entrare.
Con le zampe sottili si issò fuori dalla vagina della donna.
Le grandi labbra si lacerarono al passaggio del corpo, un
ammasso di aculei cheratinosi.
Sta andando bene.
La testa uscì per ultima, avvolta dalla placenta.
Costantino allungò la mano.
«Vediamo cos’abbiamo qui.»
Denti sottili bucarono la placenta, la risucchiarono dentro
la bocca. Brandelli biancastri caddero sul tavolo.
«Molto bene» Costantino sorrise a Cassio. «Eri uguale a
lui, sai? Quando nascete in forma non umana siete molto più
forti.»
Guardò dentro la gabbia. L’essere che si contorceva lì
dentro assomigliava a un verme informe, con lunghe zampe di
ragno che spuntavano ai fianchi e una disgustosa bocca
umana. Una bocca che schioccava le mascelle a vuoto come
un coccodrillo. Prima che fossero riusciti a chiudere la gabbia,
il neonato addentò l’interno coscia della madre, lasciando una
mezzaluna sanguinante e frastagliata.
«Dannazione» urlò il medico togliendo la mano appena in
tempo. «Stava per mordere anche me!»
«Ha fame. Lasciatelo mangiare» disse Costantino. «Che lo
faccia qui o nei livelli inferiori non fa differenza. Quel corpo
lo aiuterà a crescere.»
«E noi» il medico alzò le spalle. «Cosa facciamo? Di solito
mandiamo il corpo all’inceneritore e il neonato giù.» L’ibrido
appena nato ficcò la testa nell’incisione del bisturi e la tirò
fuori con un pezzo d’intestino ben saldo tra i denti.
«Usciamo tutti e chiudiamo a chiave» Costantino fece
cenno a Cassio di alzarsi. «Tu, torna tra mezz’ora e mettilo
nella gabbia. Poi portalo alla cella che gli abbiamo assegnato.»
«Voi, bruciate quello che resta della donna appena Cassio
lo avrà portato via…»
Un tempo, si sarebbe preso qualche ora per inserire i dati
del nuovo nato nel registro degli ibridi, magari paragonandoli
con quelli degli altri per avere un’idea più precisa del livello di
forza e delle prospettive di avanzamento. Anche questa
attività, però, andava ridotta all’osso.
Il suo pensiero era fisso su Rogodh e sulla 27.
Capitolo 42. Zodd
L’ora di pranzo era passata da poco. I mercenari iniziavano
a defluire dalla sala comune. Zodd ne seguì uno lo sguardo.
Barcollava come un mozzo al suo primo viaggio in nave e
urlava come un matto:
«Lurida puttana, mi hai attaccato lo scolo!»
Poteva avercela con una delle prostitute, o forse con una
delle cagne con il cervello bruciato dall’aloise che vagavano
intorno alla villa. Oppure era il vino a parlare.
Una notte a settimana, l’ingresso e il primo piano della
villa si trasformavano in un bordello. Mardonio sapeva come
trattare la soldataglia mercenaria. Dare qualcosa in più della
semplice paga faceva morale e aumentava la fedeltà nel
padrone. Alcuni Imperatori del passato, stando a quanto gli
aveva raccontato Lucio, avevano perso la testa – in senso
letterale - proprio per non aver trattato bene le loro guardie.
Nell’Ibunod succedeva qualcosa di simile ogni giorno, almeno
da quando era morto re Leherius.
Dolgrane osservava tutto dall’alto, dalla balaustra opposta
a quella da cui le puttane si affacciavano per invogliare i
mercenari. Osservava tutto, ma controllava davvero solo lui.
Incrociò il suo sguardo per un istante e poi si voltò.
Un pugno di ubriaconi e due giocatori di dadi non avevano
staccato i gomiti dal tavolo. Se non avessero avuto turni di
guardia o ronde, era sicuro che sarebbero rimasti lì, come cani
vicino a una ciotola, trincando birra scura e vino rosso fino a
bruciarsi le budella.
Un quarantenne lardoso, con le calzebrache rosse che gli
entravano per un pollice buono nel culo, fece tintinnare due
denari d’argento. Le puttane affacciate al piano superiore
avevano passato da un buon decennio i loro anni migliori.
«Ehi bello, non ti andrebbe di venire qui in mezzo» disse
la più alta, con il naso aquilino e la parrucca rossa che gli
scivolava sulla faccia. Un’altra le tirò su la gonna fino a
mostrare la fica e si passò la lingua sulle labbra. Aprì la bocca
e mimò un pompino. «Poi ficcalo in gola a me!»
Un tempo le avrebbe messe tutte in fila, quelle troie, una
dopo l’altra, ma ora non sarebbe bastato un’asta per steccare
braccia rotte a tenerglielo dritto. In effetti, rimanere lì non
aveva alcun senso. Si sarebbe buttato volentieri sul letto, se
solo l’infernale non gli avesse fottuto anche il sonno, oltre
all’uccello.
Sestio crollò sulla sedia accanto alla sua sbuffando. Il
riporto si alzò e riscese in cima alla testa.
«Quale hai puntato?»
«La rossa non è male, ma ieri mi sono scopato uno dei
cadaveri ambulanti qui fuori» Zodd si strofinò la mano sullo
scroto in modo plateale. «E mi fa ancora male il cazzo.»
Se fosse esistito un esame di menzogne e puttanate, lo
avrebbe superato con il massimo dei voti.
«L’altra notte, dici, quando ci siamo incontrati qui fuori?
Questa fame, la voglia di sangue… aumentano l’eccitazione.
Cazzo, ce l’ho sempre duro.»
Beato te.
Altra prova che la sua mutazione e quella di Sestio non
avevano nulla in comune.
Sestio si chinò in avanti. «Dimmi che ti piace almeno un
po’, essere… così. Intendo la forza, la sensazione di
onnipotenza…»
«Stai cambiando idea? Non hai più intenzione di curarti?»
«Ah sì, la cura…» il sorriso dell’aratense si allargò fino
alle orecchie. «Al momento mi interessa sempre meno.»
Tud! Sestio gli aveva appena piazzato un bel gancio nelle
costole senza neanche muovere le mani. Tutte scenate del
cazzo, quindi, le sue. Cipria sul naso, maschera da commedia
nell’anfiteatro e via, un nuovo spettacolo. Co-protagonista
inconsapevole: Zodd.
«Hai finto dal primo momento» strinse i pugni. «E io ti
avevo fatto una promessa.»
«Ah già, le budella. Impiccato con le mie budella» rispose
Sestio. «Hai ragione, ma sei sicuro di non voler prima
ascoltare il resto della storia?»
«Quale storia?»
«Non qui. Seguimi. Se non dovesse piacerti, sarai libero di
impiccarmi con le mie budella o quello che ti pare. Altrimenti
sarò io a farti una proposta. Che ne dici?»
A parte la soddisfazione personale, non avrebbe cavato
nulla di buono dal cadavere sviscerato di quell’omuncolo.
Omuncolo? Ha mangiato una persona davanti ai miei occhi.
Gli ha spezzato le ossa. Zodd non faceva i salti di gioia al
pensiero, ma tanto valeva fare un giro. Anche perché il
mercenario che poco prima aveva parlato di scolo, beh, se lo
era appena tirato fuori per provare le sue affermazioni.
«Fai strada, Fottuti gli Dei.»
«Non sei mai stato nei sotterranei, vero?»
Zodd scosse la testa senza grande convinzione.
«Allora andiamo, che aspetti?»

Molti anni prima era stato in sotterranei del genere,


altrimenti non avrebbe creduto ai suoi occhi. Anche alla luce
delle torce, era impossibile stabilirne con certezza le
dimensioni.
Fottutamente grandi, però, rendeva bene l’idea.
Al confronto, quello in cui era stato da bambino era una
latrina pubblica dell’impero, di quelle dove ti metti in piedi e
pisci in un buco nel pavimento, sperando che gli schizzi non ti
annaffino le caviglie.
Odore di muffa e di antico, mischiato a quello di calce
posata di recente.
Sottili fori rettangolari, lunghi anche tre o quattro braccia,
si aprivano sul livello della strada, e questo permetteva alla
luce del giorno di filtrare e dare una mano a quella prodotta
dalle torce.
Sestio si voltò senza smettere di camminare. «Qui tengono
i prigionieri. Ce ne sono parecchi.»
Anche nell’Ibunod, governanti e signori della guerra
mantenevano grandi prigioni personali. Ogni tanto qualcuno ci
finiva e non se ne sentiva più parlare. Soprattutto perché
parlare di una persona scomparsa poteva causare la tua, di
sparizione.
«Mardonio ha molti nemici. E molta voglia di divertirsi
con loro» il sorriso di Sestio era uguale a quello che gli aveva
mostrato poche notti prima. «Ti dico la verità: lo capisco e,
credimi, sono cose che ho fatto anche io. Sono passati molti
anni, ma posso giurare su quel porco di Murion e tutti i suoi
angeli che ho fatto di peggio… supplizi che farebbero
vomitare uno scarafaggio»
«Tanti anni? Ma quando cazzo ti ha morso l’infernale?
Sono passate al massimo delle settimane, non anni!»
Ed eccolo lì, il sorriso demoniaco di Sestio.
«Pensavo che almeno tu, dopo quello che hai visto, avessi
capito che non mi ha morso alcun infernale. Io ho scelto.»
Scelto. Chi può volere una cosa simile?
«Anche Mardonio ha parlato di scelte e cazzate del genere,
ma che c’entra con te? Sei stato bravo a recitare la parte del
burocrate indifeso, te lo concedo, ma perché cazzo hai fatto
finta di essere stato morso da un infernale?»
«Sai, prima di parlarti, come stiamo facendo adesso
intendo, dovevo essere sicuro che avessi accettato la tua
situazione e non ti facessi venire istinti da buon uomo come
quel Randall.»
L’immagine di un teschio annaffiato di piscio lo sorprese
per un istante. Zodd mosse a malapena le labbra. «Voglio solo
tornare quello di prima.»
«Questo lo capisco, altrimenti non minacceresti di tirarmi
fuori le budella così di frequente. Però, correggimi se sbaglio,
mi sembra che uccidere e mangiare i tuoi simili sia abbastanza
facile, per te. Non vedo grandi dilemmi morali. Capisci? il
primo passo per far parte di tutto questo è non aver alcun
interesse per la sorte questi idioti. Esseri inferiori. L’ultimo
passo, invece, è lì dentro» puntò l’indice a destra con un
movimento secco del polso.
Una porta ad arco, in legno, con i battenti e le rifiniture di
ferro.
«Qui che c’è?»
«Per quella devi avere pazienza. Il Rito di Mardonio è
quasi pronto» Sestio inarcò le sopracciglia con il solito fare
melodrammatico. Era trucco quello che aveva sulle ciglia?
Il Rito.
«Di cosa si tratta?»
«Ehm» Sestio riprese a camminare e infilò il corridoio
davanti a lui. Era poco illuminato e, se anche Zodd avesse
allargato le braccia, non avrebbe comunque toccato entrambe
le pareti. Un’ampiezza inusuale per dei sotterranei, ma se
avesse dovuto fare un elenco delle cose strane accadute negli
ultimi mesi, probabilmente avrebbe finito di compilarlo con la
barba bianca e un paio di quegli strani pezzi di vetro davanti
agli occhi che usano i vecchi monaci. «Hai presente le grandi
feste che fanno i cittadini dell’impero al compimento dei venti
anni, quando il patrimonio del figlio si divide da quello del
padre?»
«Quello lo conosco bene. Se entri nell’esercito puoi avere
la divisione anche a diciotto anni.»
«Ecco, hai capito. Il Rito rappresenta un passaggio. È una
festa incredibile, come non ne hai mai viste.»
Per un istante, immaginò Mardonio intento a zampettare
sulle sue cosce di pollo con un vivace suono di flauti in
sottofondo.
«Un cinquantenne con il ventre gonfio che balla e
festeggia insieme ai suoi scagnozzi. Bello spettacolo. E poi,
vederlo passare da cosa a cosa? Dalla mezza età alla vecchiaia,
da grasso a magro, da frocio ad amante della fica?»
«Ahahah» fece Sestio.
«Che cazzo ti ridi» Zodd si disegnò una linea orizzontale
sul ventre e poi intorno al collo, imitando un cappio. «Inizia a
dirmi in cosa consiste la tua proposta, perché non me ne frega
un cazzo di partecipare alla festicciola di Mardonio.»
Sestio ruotò gli occhi come un genitore che perda la
pazienza davanti a un bambino capriccioso. Quell’idiota con il
riporto lo stava sottovalutando in modo palese. Eppure, Sestio
lo aveva visto uccidere un infernale grosso come una fottuta
balena, quindi sapeva di cosa era capace. Quel piccolo stronzo
si credeva superiore, forse perché gli aveva rimediato un
passaggio in nave.
«Non c’è bisogno di minacciarmi. Ho già iniziato a
proporti qualcosa nel momento in cui ti ho parlato del Rito.
Seguimi.»
Ancora?
Zodd fece proprio questo. Tenne le braccia lungo il corpo,
i pugni stretti, e seguì Sestio lungo il corridoio. L’ultimo
barlume di fiducia in quel soggetto fottutamente infido si era
spento, ma c’era tutto il tempo per vendicarsi. Dopo.
Appena sotto la pelle, anche sotto quella del braccio
destro, diventata spessa e dura come una pietra, sentiva che
ascoltare Sestio era la sua migliore occasione per ottenere
delle risposte.
Le celle si aprivano a meno di cinque piedi di distanza
l’una dall’altra, scavate nella pietra squadrata dell’isola. La
superficie scura trasudava acqua come fosse sudore, e le pietre
erano solcate dalle lunghe linee di discesa delle gocce.
Zodd aveva difficoltà a capire dove finisse la roccia e
iniziasse il ferro della grata metallica che chiudeva ciascuna
cella. Anche qui, Mardonio aveva fatto le cose in grande,
perché celle del genere, con sbarre in ferro pieno senza un
briciolo di legno, dovevano essergli costate dieci volte in più
del normale.
«Guarda» Sestio batté le unghie sulle sbarre. Il metallo
vibrò; l’eco rimbalzò fra le pareti. La figura in fondo alla cella
si contorse, ma rimase sdraiata su un fianco, con la faccia
rivolta verso il muro. «Non riesce neanche più ad alzarsi, quel
pezzo di merda» Batté ancora le unghie sulle sbarre. «Oh oh!
Mi hai sentito, pezzo di merda?»
Quella versione volgare e aggressiva di Sestio lo
disturbava. Una sensazione difficile da spiegare, ma simile a
quella, di pericolo dietro l’angolo, che avrebbe fatto bene ad
ascoltare prima di entrare ad Aratan.
Guardò oltre le sbarre, socchiudendo gli occhi per vedere
meglio il prigioniero.
Quell’essere, raggomitolato in posizione fetale, aveva poco
di umano. La pelle della schiena era strappata, ricucita e
cicatrizzata. Sulla testa non c’erano capelli e, di certo, non
sarebbero ricresciuti, perché tra un orecchio e l’altro c’erano
solo pelle ustionata e interi pezzi di carne viva.
I piedi erano neri, forse in sfacelo. Piscio marcio, sudore
rappreso, gli odori di ogni fottuta prigione al mondo,
appestavano l’aria. Si sentì sollevato al pensiero di trovarli
ancora sgradevoli.
«Opera tua?»
«Mi sono limitato a dare qualche consiglio a Dolgrane e
Mardonio» Il fiato di Sestio era una folata di latrina. «È il loro
Rito, non il mio!»
«Vedo del metallo, lì» Zodd indicò i piedi del prigioniero.
«Ferri di cavallo. Si, questa è stata una mia idea. Prima gli
abbiamo tagliato le dita dei piedi, poi gli abbiamo piantato i
chiodi nella carne.»
«Sempre per quella storia del Rito?»
«E per cos’altro?»
«I suoi piedi sono in necrosi. Non sopravvivrà ancora per
molto.»
«Non è andato male comunque: nove giorni se non
sbaglio. Ci ha fatto faticare, eh, non credere sia stato facile.
Dolgrane si è impegnato a togliere i chiodi, pulire le ferite e
poi ribatterli dentro quasi ogni giorno»
«Gli batteva di nuovo il ferro nella piante del piede?»
Zodd alzò le sopracciglia. In testa la sua domanda era stata
un’altra: Dolgrane prende ordini da te o da Mardonio?
«Eh già, non volevamo farlo morire subito. Ne è valsa la
pena. Dovevi esserci guarda, soffriva come un cane. Faceva
così» Sestio saltellò da una gamba all’altra, come qualcuno
che stia camminando sui carboni ardenti. Aggiunse anche un
paio di finti ululati di dolore. Zodd si limitò a constatarne
l’agilità.
«Proprio uno spettacolo, peccato che me lo sia perso»
mormorò.
Fottuto idiota.
«Stai tranquillo» Sestio allungò un braccio verso la sua
spalla. «Stanno preparando il gran finale. Possiamo divertirci
con loro come vogliamo. Devono solo sopravvivere, non
importa in quali condizioni.»
«Che fortuna.»
«Guarda quest’altro» Sestio andò alla cella successiva.
«Qui è stato bravo Dolgrane. Rispetto a Mardonio ha molta
più fantasia quando si tratta di umiliare questi esseri
insignificanti.»
L’uomo nella cella era ridotto ancora peggio del signor
Ferri-di-Cavallo, ma almeno riusciva a stare in piedi. Due
mani amputate oscillavano da un legaccio stretto intorno al
collo, il biancore delle ossa tranciate era corroso, in alcuni
punti, da rampicanti di nera putrefazione.
«Di chi sono quelle mani?»
«Le sue!»
Guardò meglio. Gli sembrava che avesse ancora le mani al
posto giusto, poi osservò meglio. Quelle attaccate ai suoi polsi
erano le mani di una donna. Dita sottili, unghie ben curate e
dipinte di rosso.
«Gli abbiamo inchiodato alle ossa quelle della moglie. Ti
assicuro che cucirle non è stato facile.»
Però. Sestio, Dolgrane e quell’altro potevano fare
concorrenza, anzi, avrebbero potuto insegnare qualcosa anche
ai carnefici dell’Ibunod.
«Lo immagino, un lavoraccio.»
«Ehi, riesci a fartele le seghe con quelle manine da fata?»
Sestio mimò il gesto ruotando indietro gli occhi e tirando fuori
la lingua.
«Spero che resista ancora per qualche giorno. Ma è il Rito
di Mardonio, comunque.»
Un tu sei un malato del cazzo sarebbe stata la cosa più
ovvia da dire, ma non poteva più permettersi di dare del
malato o del maniaco a nessuno. E questo, forse, anche prima
dei fatti di Aratan.
L’uomo dietro le sbarre stava immobile e si guardava le
mani che penzolavano inerti dai polsi. L’espressione era simile
a quella che aveva visto in alcuni giovani soldati dopo il loro
primo combattimento. Silenzio, occhi dilatati e una rigidità
innaturale del corpo. Pura contemplazione dell’orrore.
«Però siamo stati magnanimi» Sestio indicò alla destra di
Zodd. «Gli abbiamo lasciato la moglie nella cella accanto.»
«Dov’è?»
«Lì in fondo, quell’ombra rannicchiata. È un cervello
smerdato. Il secondo giorno ha smesso di parlare, però mi
hanno detto che il primo urlava come un cazzo di gabbiano.
Specie quando si è accorta che gli stavano segando via le
braccia!»
Prese a ridere in modo sguaiato. Gli occhi come uova
pronte a uscire dal culo di una gallina.
Zodd fissò la penombra, pur sapendo che non avrebbe
visto nulla.
«Sì, i cervelli smerdati sono i più noiosi» riprese Sestio
con un ghigno di disgusto. «Non parlano, non supplicano, non
piangono.»
Di persone così, nelle arene dell’Ibunod, ne aveva fatte a
pezzi talmente tante da perdere il conto. Tuttavia, mentre
ombre deformi danzavano sulle mani in necrosi dell’uomo,
Zodd pensò che, in effetti, quello che Sestio faceva ai
prigionieri non era affare suo, mentre capire il senso di quella
follia poteva aiutarlo a comprendere meglio la situazione.
«Lo fate per divertimento?» chiese Zodd.
Il sorriso sparì dal volto di Sestio. Gli occhi rientrarono,
sempre come uova, questa volta risucchiate dallo sfintere della
stessa gallina. La bocca e gli zigomi, o così parve a Zodd, si
curvarono verso il basso. Sestio continuò a guardare dritto
davanti a lui, senza fissare nulla in particolare, come un pazzo
o un ubriacone che barcolla per i vicoli dopo la chiusura della
taverna.
«E tu, perché li mangi?»
«Mi prendi per il culo?» Zodd pronunciò le successive
quattro parole singolarmente, scandendole come battiti di
tamburo. «Io non lo so.»
«Sicuro? Ti sto osservando da parecchio. E penso che tu
stia nascondendo qualcosa.»
Zodd agguantò Sestio per il collo. La sua mano destra si
serrò come una tenaglia. Sentì il battito del cuore dell’uomo
sotto il pollice. Batteva lento, molto più lento di quello che si
sarebbe aspettato da uno che teme per la propria vita.
«Ti ho raccontato tutto quello che mi è successo ad Aratan.
A differenza tua, sono stato sincero: io voglio trovare una via
d’uscita.»
Sestio strinse gli occhi a due fessure.
«Non esiste via d’uscita» i suoi grossi denti brillarono nel
buio. «Io ho scelto. E sono stato ricompensato. Dolgrane e
Mardonio vogliono la stessa cosa. La stessa cosa che ho io» la
sua voce si fece improvvisamente bassa e cantilenante, come
quella di un monaco intento a bisbigliare le sue preghiere in
una stanza buia. «Umiliando la carne e lo spirito degli uomini,
facendo scempio di loro, stuprando la creazione di Murion.»
Zodd provò un brivido inaspettato. «Vogliono essere
costretti a mangiare carne umana per il resto della loro vita?
Ma che cazzo hanno in testa?»
«La vita eterna, ma in carne e ossa. Un potere enorme,
senza più dover sottostare a idiozie mentali come la morale o
le Parole di Murion» Sestio strinse il polso di Zodd. E cazzo,
gli fece abbastanza male da costringerlo a lasciare la presa sul
collo. «Me. Loro vogliono essere come me. Vogliono servire
chi governerà questo mondo. Sedere comodi, su cuscini di
carne e con il cazzo in mano, quando Onnar diventerà
l’inferno. Potrai farlo anche tu, se sceglierai di stare dalla
nostra parte.»
Zodd fece un passo indietro, tenendosi il polso. «Fottuti gli
Dei!»
È forte, il bastardo. Dovevi immaginarlo, razza di idiota,
ha rotto le braccia e divorato quel drogato in pochi minuti.
«Ora sai che non scherzo. Non più» aggiunse Sestio.
«Quando lui sarà qui, capirai che è molto meglio scegliere.»
Capitolo 43. Zodd
Zodd scese da quell’attrezzo inutile che era diventato il
letto e stirò le braccia sopra la testa. Pop. Crack. Il
quantitativo di vertebre e ossa che schioccavano era
aumentato. E si sentiva pesante come un’incudine. Gli
sembrava che le assi del letto si stessero piegando mezzo
pollice in più ogni notte. Ancora una settimana, e avrebbe
toccato terra con il culo.
Qualunque cosa fosse, stava peggiorando. I suoi muscoli
sembravano sempre contratti, ma in un modo innaturale,
malato. E il braccio destro era duro come una pietra.
Non aveva troppa fame, il che era un buon segno.
Dall’ultimo pasto, e ormai contava come pasti solo quelli a
base di carne umana o, ancora meglio, di mostri infernali,
erano passati sei giorni.
Loro hanno scelto. Io non ho avuto questa possibilità.
Aprì e chiuse i pugni davanti a sé. La pelle sugli
avambracci si tese, le vene divennero un reticolo verde in
rilievo.
Si avvicinò alla porta. Nella villa regnava ancora il
silenzio. Sarebbe durato ancora per poco. Prese la brigantina e
se la buttò addosso.
Un secondo dopo la porta si spalancò. Dolgrane occupava
quasi tutto il perimetro dell’intelaiatura.
Per quale motivo il comandante delle guardie di Mardonio
continuasse a scomodarsi per chiamarlo, invece di mandare
uno dei suoi tirapiedi, era un mistero.
«Cambio di turno. Quei cadaveri ambulanti hanno fame,
quindi oggi niente ronda esterna.»
Peccato, prendere un po’ d’aria gli avrebbe fatto bene.
«Che dobbiamo fare?»
Dolgrane strofinò le mani.
«Alza il culo, ci servono braccia forti.»
Seguì Dolgrane scuotendo la testa. Imboccarono la porta
che conduceva ai sotterranei ma, invece di scendere ancora,
come qualche giorno prima con Sestio, si fermarono prima
della seconda rampa. C’era un’altra porta, lì, di legno e senza
rinforzi metallici.
«Forza, sbrigati» Dolgrane proseguì spedito lungo un
corridoio basso e stretto che puzzava di muffa. Zodd raschiava
le pareti con le borchie degli spallacci su entrambi i lati.
«Siamo quasi arrivati.»
Alla fine del corridoio, si apriva una stanza circolare ben
illuminata dalle lampade a olio. Nessun arredamento, solo una
grossa vasca di legno rettangolare, un altro giovane
mercenario e quello che sembrava un prigioniero, in ginocchio
e bendato. C’era una botola che dava all’esterno. I raggi fiochi
filtravano come lame grigie.
Quel sotterraneo gli ricordava una fabbrica. Durante le
prime settimane nei corazzati aveva accompagnato Gneo
Aurelio a supervisionarne una di scudi, la stessa che riforniva i
rettangolari di Miniarum. Ogni operaio lì faceva una parte del
lavoro; alcuni sistemavano gli umboni, altri montavano gli
spigoli di metallo, altri ancora pitturavano il simbolo della
divisione cui erano destinati.
Da Mardonio accadeva la stessa cosa. Nella sua fabbrica di
supplizi e morte ognuno aveva un ruolo, solo che l’obiettivo
finale non era rifornire l’esercito, ma umiliare e massacrare i
muriani di Ederlia.
Cosa aveva detto Sestio? Umiliando la carne e lo spirito
degli uomini, facendo scempio di loro, stuprando la creazione
di Murion. I mercenari al servizio del mercante avrebbero
potuto farsi un tatuaggio sulla fronte con questa frase. Una
sofferenza inflitta in modo sistematico, ma senza senso.
Nell’Ibunod, almeno, erano i ladri e gli assassini a finire
con le tenaglie roventi ai capezzoli o con le unghie scalzate.
Certo, molte volte non erano neanche colpevoli, ma che cazzo,
i ladri e gli assassini non parlano se non gli strappi qualcosa, e
può capitare che ci vada di mezzo un innocente.
Innocenti. Potrei rivoltare tutto il fottuto mondo senza
trovarne neanche uno. Tutti sono colpevoli di qualcosa.
Dolgrane inarcò le sopracciglia, osservando per qualche
istante il prigioniero al seguito del mercenario. Un ragazzo
molto giovane, di sedici o diciassette anni. Catene arrugginite
gli cingevano caviglie e polsi. Abbastanza strette da
permettergli solo piccoli passi cadenzati.
«Perché lo hai portato qui?»
«Ehi, non ti agitare» la guardia aveva sì e no vent’anni e
gli mancava l’occhio destro. Zodd non aveva idea di quale
fosse il suo nome. «È stata un’idea di Sua Eccellenza
Mardonio, se non ti piace vallo a dire a lui.»
Dolgrane gli serrò la mano sulla mascella, trasformando la
bocca del mercenario dalla lingua lunga in quella di un
coniglio. «Rivolgiti così a quella grassa scrofa di tua madre.
Non a me.»
Mollò la presa. Il giovane si massaggiò la guancia.
«Vuole che prepariamo il pasto davanti ai clienti.»
«Come mai questa novità?»
La botola scricchiolò e si aprì, entrò la poca luce regalata
dal cielo plumbeo.
Vasech si affacciò.
«Portatelo su.»
«Lasciatemi andare» stavolta era il prigioniero a parlare.
Le sue costole sporgevano come i cerchi di una botte. Le sue
mani tremanti setacciavano l’aria. «Cosa volete farmi? Dove
sono mamma e papà?»
Di tossici pelle e ossa distrutti dall’aloise ne giravano
parecchi. Questo, invece, a parte la magrezza, sembrava
ancora lucido.
«Vuoi la mammina, bamboccio?» Dolgrane gli appioppò
uno schiaffone che avrebbe buttato giù una quercia. «Sta
morendo lentamente, soffre come la cagna che è. E tuo padre è
ridotto pure peggio. Quando cammina fa le scintille per terra.»
Ferri di Cavallo! Quel ragazzo è il figlio di Ferri di
Cavallo.
Dolgrane allungò la mano callosa verso la testa del ragazzo
e lo prese per i capelli. «Andiamo»
Vasech e l’altro mercenario lo caricarono a braccio sotto le
ascelle. Zodd li seguì all’aria aperta. Appena uscì, si rese conto
di trovarsi sul lato opposto della villa. Una pioggia sottile e
rada stava cadendo sul cortile fangoso davanti a lui.
Mardonio era in fondo al vialetto, adagiato su un palco di
legno sormontato da una tettoia. Sestio gli stava accanto, con
la faccia da avvoltoio e il riporto come un cazzo dritto sulla
testa. Gli bastò vederlo per ricordarsi di come gli avesse quasi
spezzato il polso, giù nei sotterranei. Notò anche la folla di
drogati - clienti - radunata dall’altro lato, dietro un alto
cancello di ferro. Erano tutti già pronti, più puntuali di un
plotone chiamato all’adunata.
Fottuti gli Dei. Quest’isola è un vero merdaio.
Si accalcavano all’ingresso in attesa del padrone. I loro
lamenti erano a malapena comprensibili.
Mardonio si mosse dal palco strusciando le ciabatte sul
legno. Andò verso il prigioniero che avevano appena portato
su.
«Cosa vuoi fare?» disse Dolgrane al mercante. «Vuoi
davvero preparare qui la loro sbobba?»
«Eccellenza, Murion cane bastardo, quante volte te lo devo
dire?» Mardonio spinse fuori il petto e incrociò le braccia
dietro la schiena. «E comunque mangeranno. Ohhh se
mangeranno. E lui sta arrivando. Sarà felice di sapere cosa
siamo in grado di fare a questi cani.»
«Sta arrivando…» sulla faccia di Dolgrane comparve un
sorriso di denti gialli. In alto a destra gli mancavano sia il
canino che il molare vicino. «Come lo… Ehm… Eccellenza,
come lo sai?»
«Sestio. Me lo ha detto lui.»
«Meno di una settimana» aggiunse Sestio tenendo le
braccia incrociate sul petto, come a non volersi sbottonare
troppo sulla data precisa.
Ormai gli era impossibile guardarlo senza sentire la sua
stretta abnorme intorno al polso. Dolgrane si limitò ad
assentire con la testa e sfregarsi le mani.
«Non state lì impalati. Iniziate a preparare il pasto. Sono
proprio affamati!»
Questa volta, Dolgrane scrollò le spalle. «Come vuoi,
Eccellenza.»
Vasech teneva ancora il prigioniero sotto l’ascella destra,
mentre a sinistra lo sosteneva il giovane mercenario.
«Reggilo» disse Vasech consegnando il prigioniero a
Zodd. «Prendo gli attrezzi, altrimenti facciamo notte.»
Un minuto dopo, comprese che gli attrezzi menzionati da
Vasech erano due mannaie, buone per macellare grossi suini a
giudicare dalle dimensioni, e una imponente sega con i denti
neri e consumati. Dietro Vasech, altri due soldati si
trascinavano dietro una mangiatoia per porci in legno. Dai
bordi, ad ogni oscillazione, uscivano cascate di liquido
marrone e pezzi di poltiglia. Un tanfo rivoltante. Mardonio tirò
fuori dalla tasca un mazzetto di erbe e se lo piazzò sotto al
naso.
Dolgrane prese una mannaia per sé e allungò l’altra verso
Mardonio, che non alzò neanche il braccio. «Non ci penso
nemmeno» borbottò. «Ho speso un sacco di soldi per
organizzare questa cosa, mi sono guadagnato il diritto di non
sporcarmi le mani. O mi sbaglio, Sestio?»
«Devi decidere tu.»
Era quasi impercettibile, ma Zodd lesse una punta di
fastidio nel tono di Sestio. La nascondeva dietro una smorfia
di disinteresse, ma lui riusciva a vederla. Dolgrane attese
qualche secondo, poi si girò verso Zodd.
«Vieni, prendila tu. E porta qui quell’idiota.»
Stavolta fu Zodd ad affondare una mano nei capelli del
ragazzo. Lo trascinò fino alla mangiatoia. Scalciava e si
dimenava, ma ogni scatto delle gambe e delle braccia era
trattenuto dalle catene. «Lasciatemi! Dio mio aiutami!»
Dolgrane gli tolse le catene dai polsi e usò il ginocchio per
bloccarlo in terra. Con la mano libera gli teneva il braccio
destro. Nella sinistra stringeva la mannaia. «Stai fermo,
cazzo!»
Vasech lo aiutò sedendosi sulle gambe del ragazzo, Zodd
gli immobilizzò l’altro braccio.
«Facciamolo a pezzi.»
«Mamma, aiuto, mamma!»
Alla fine chiamano sempre lei.
La mannaia di Dolgrane calò all’improvviso e affondò
nell’incavo del gomito, amputando di netto l’avambraccio. Il
ragazzo ululò di dolore. Zodd si ritrovò con il moncherino in
mano e fu tentato di mettersi a ciucciare direttamente
dall’arteria brachiale. Nessuno avrebbe avuto qualcosa da
ridire, ma voleva mantenere un certo controllo.
Sestio invece si stava avvicinando con la bava alla bocca.
Il secondo colpo di Dolgrane tranciò anche l’altro braccio
alla stessa altezza. Il pianto del ragazzo divenne assordante. Il
moccio sembrava uscirgli anche dagli occhi.
Il capo dei mercenari prese l’arto e lo strofinò sulla faccia
del muriano. «Piangi? Uh, poverino, ecco un po’ di carezze» si
voltò verso Zodd. «Forza, non ti ho dato la mannaia per farti
aria.»
E la lama di Zodd fu molto veloce a fare quello che doveva
fare. C’era parecchio acciaio, ora, tra gli occhi e il naso del
ragazzo. Gli aveva piazzato la mannaia di traverso sulla faccia,
dividendola in due. Un fiume rosso e grumoso scendeva, lungo
la leggera pendenza del cortile, verso il cancello.
«Ma che cazzo hai combinato?» urlò Dolgrane. «Doveva
soffrire e tu lo hai ammazzato subito come un idiota!»
Zodd si alzò e scrollò le spalle. «Potevi anche dirmelo.
Pensavo dovessimo farlo a pezzi e basta.»
«Vaffanculo» Dolgrane bloccò con il suo peso gli ultimi
spasmi del corpo e si riportò dietro l’orecchio una ciocca di
capelli che gli era scivolata davanti agli occhi. «Se non fosse
per Sestio ti avrei già aperto quella testa di cazzo» iniziò a
colpire il cadavere con la mannaia. «Forza, aiutami a finire il
lavoro.»
Lavorando in due, in modo metodico, con Vasech che li
aiutava a disarticolare caviglie e anche, ci misero quasi un’ora
a ridurre il ragazzo in pezzi abbastanza piccoli da soddisfare
Mardonio, che se ne stava a debita distanza con le sue erbette
sotto il naso.
Se gli fa così schifo, perché cazzo ha messo in piedi questo
teatro per pazzi furiosi?
Il cortile era diventato un mattatoio di carne umana. Riuscì
a ricacciare indietro la fame anche mentre buttava i pezzi del
ragazzo - mani, costole strappate, la parte alta di una coscia
con il femore che sbucava - nella nauseante mangiatoia piena
di merda e liquami.
Sestio si era materializzato lì vicino a loro. «Le budella. Le
budella sono la mia parte preferita.» Ne raccolse a piene mani
e le fece scivolare, viscide, fino alla bocca. Iniziò a ingozzarsi.
Il tanfo di merda, quando laceri l’intestino, aumenta parecchio,
e la cosa diede fastidio anche a Dolgrane.
Mardonio si avvicinò con una smorfia di disgusto. Il
lavoro sporco non era decisamente per lui.
«Tieni» Dolgrane tirò fuori una boccetta di vetro,
racchiusa in una gabbia metallica, che conteneva del liquido
azzurro. Aloise. «Versala in quello schifo.»
La prese tra il pollice e l’indice, sembrava delicata.
«Prima falla vedere bene a quei bastardi muriani fuori dal
cancello.»
Zodd fece sì con il capo e alzò la boccetta. «Ehi, ne volete
un po’?»
La fece oscillare leggermente.
«Sì! Che meraviglia! Guardate l’eterna meraviglia» gridò
uno al di là del cancello. La sua faccia era ficcata fra le sbarre,
gli occhi fuori dalle orbite e le braccia tese verso Mardonio.
«Padrone Mardonio, vogliamo da mangiare!» disse un
altro con i denti marroni ed il naso che sanguinava.
Dalle sbarre sbucarono decine di bocche e di braccia
protese. Zodd fece qualche passo avanti verso il cancello. Poi
sentì una mano sul suo culo. Si voltò.
I denti perfettamente bianchi di Mardonio erano quasi
ipnotici.
«Lasciami passare, caro mio, voglio parlare a questa brava
gente.»
Frocio di merda.
Lo lasciò avvicinare al cancello. Mardonio indossava delle
calzebrache rosse con una vistosa imbottitura sull’uccello. Le
sue gambe sembravano due bastoncini infilzati in un sacco di
patate. Non che fosse molto grasso, ma il suo ventre,
evidenziato da una camicia verde scuro con le maniche a
sbuffo, era gonfio come un otre di vino.
«Miei buoni concittadini» esordì Mardonio. «Per la nostra
isola è un momento difficile. Le reti sono vuote, i campi
incolti, le greggi muoiono… e di chi è la colpa?»
«Di Murion! Murion porco! Murion bastardo!» urlarono
quelli.
«Rinnegate quel maiale, allora!»
Un povero idiota spinse il braccio fra le sbarre fino alla
spalla. Un brandello di pelle rimase sul ferro arrugginito.
«Sì, è tutta colpa sua» Mardonio puntò un dito verso il
cielo come un attore consumato. Probabilmente aveva
imparato da Sestio. «E di tutti voi, patetici, luridi scarafaggi.»
«Dacci da mangiare! Rinneghiamo Dio, è un bastardo, ma
tu dacci da mangiare.»
«Allontanatevi dal cancello allora, amici miei, arriva una
lauta colazione.»
Lanciò un’occhiata a Zodd, che versò metà dell’aloise
nella mangiatoia e si avvicinò al cancello con la mannaia in
pugno.
«Guardate, l’ha versata, l’ha versata, che meraviglia!
Dacci da mangiare padrone Mardonio!»
«Non avete sentito?» urlò Zodd. «Allontanatevi. Fuori dai
coglioni, altrimenti niente pappa.»
La mannaia tintinnò contro le sbarre. Il primo a tirare
indietro il braccio fu il vecchio con i denti marroni. Gli altri lo
seguirono a ruota, tranne quello con la spalla incastrata.
I due mercenari poggiarono la mangiatoia davanti alle
sbarre. Il liquido scivolò sul terreno. Schizzò contro le sbarre.
Fottuti gli Dei, puzzava come un cadavere. Ed
effettivamente, lì dentro, ce n’era uno. Zodd vide galleggiare
pezzi di pomodoro marci, stracci di pelle rosa del prigioniero
massacrato, merda di maiale e altre porcherie.
I clienti - Mardonio ci teneva a chiamarli ancora così - si
avventarono contro il cancello urlando. Il vecchio affondò una
mano rugosa nella poltiglia e se la portò alla bocca. Rivoli
scuri tinsero la barba bianca. Si leccò le labbra e allungò di
nuovo le mani.
Un ragazzino di sei o sette anni riuscì a infilare la testa fra
le sbarre. Si rimpinzava usando entrambe le mani, gli occhi
tumefatti e un ghigno di soddisfazione stampato sul volto.
Ma come fanno a mangiare quella merda?
Zodd sorrise.
Più o meno come fai tu a mangiare le persone.
«Ma guarda quanta fame hanno! Mangiano di gusto!» gli
fece notare Mardonio. «Zodd, versagliene un altro goccio. Se
lo meritano questi porcellini.»
Zodd alzò le spalle.
Come vuoi.
Poggiò la mannaia e tirò fuori la boccetta. Il metallo brillò
al sole.
Bastarono altre due gocce, dense e azzurre, a scatenare una
nuova frenesia fra i clienti.
Una donna sui cinquanta in ginocchio, aggrappata alle
sbarre, tentava di raggiungere la mangiatoia. Le tette flosce le
penzolavano sull’ombelico. Aveva il corpo coperto di lividi,
metà dei capelli strappati dalla testa.
Ma l’aloise cambiava le carte in tavola. Ti faceva diventare
un cadavere senza cervello. Anzi, il cervello ti rimaneva, ma
diceva solo “aloise, aloise, aloise”. Gli occhi della donna,
simili a quelli di un pesce andato a male, gli fecero tornare in
mente il primo corazzato che era stato a scoperto a consumare
aloise. L’idiota si era assuefatto in due giorni. Fuggito da
Miniarum, si era ripresentato pochi giorni dopo, barcollando
nudo nei pressi della porta est.
Inutili le frustate. Per i cadaveri ambulanti imbottiti di
aloise Zodd aveva trovato un’altra cura: la morte. Tornare
indietro era impossibile. Le parole di Sestio affiorarono come
scogli lucidi e rugosi tra i suoi pensieri. Umiliando la carne e
lo spirito degli uomini, facendo scempio di loro, stuprando la
creazione di Murion.
Cazzi suoi.
Mardonio batteva le mani e rideva.
«Bravi porcellini, siete proprio dei porcellini.»
Riuscì a resistere circa trenta secondi, prima di rimettersi
le spezie sotto le narici.
Capitolo 44. Lucio
Pensava che l’orda di profughi si sarebbe arrestata a cento
miglia da Calisium, nei pressi di Hurdasium. Lì c’erano una
divisione di rettangolari e un altro castello rothiano. Gneo
Aurelio aveva già comunicato al comandante del posto di
preparare tre campi temporanei per accogliere i cittadini in
fuga, ma la risposta tardava ad arrivare. Immaginò lo scenario
peggiore, con una massa di disperati - uomini, donne, vecchi,
bambini, malati - che supera Hurdasium e punta diritto su
Calisium, lasciandosi dietro una scia di contagio e morte.
Improvvisamente, l’idea di aver mandato sua moglie e suo
figlio nella più grande città della Niversia gli sembrò molto
stupida.
Quasi scivolò puntando la stampella sul pavimento liscio,
ma riuscì a rimanere in piedi.
Andrà bene. Staranno tutti bene.
Il pensiero lo accompagnò mentre scendeva le scale del
quartier generale assieme a Gneo Aurelio. Appena davanti, il
rettangolare che aveva portato la notizia procedeva a passo
svelto, la daga che gli sbatteva contro la coscia e i chiodi
metallici delle calzature come grandine sulla pietra.
Un passo decisamente troppo svelto, almeno per lui, ma il
corrimano gli permetteva di non perdere troppo terreno.
In meno di trenta secondi, era passato dallo stare seduto
accanto a Gneo Aurelio a una corsa frenetica. Vedere il
generale alzarsi così, all’improvviso, senza dire nulla, lo aveva
sorpreso. Non aveva mai interrotto una riunione al tavolo
tattico, almeno da quando Lucio era di stanza a Miniarum. Si
trattava di qualcosa di importante. Il rettangolare era entrato
con gli occhi sgranati e aveva parlato all’orecchio del
generale, parandosi con la mano.
Passò dall’ultimo gradino al terreno dell’accampamento
stringendo i denti, ma riuscì a mantenere bene l’equilibrio
scaricando il peso ora sul piede intero, ora sulla stampella. Il
tragitto, nonostante l’andatura svelta, andò meglio del
previsto. Seguì il generale tra le file di baraccamenti dei
rettangolari, che iniziavano subito dopo l’armeria, fino alle
mura del campo. Poi risalirono verso la porta orientale.
Il livido sotto l’ascella si stava trasformando in un callo, e
le fitte al piede in un dolore sempre più sopportabile. Ormai
riusciva a percorrere quel tratto di strada in metà tempo
rispetto ai primi giorni e, soprattutto, usando una sola
stampella. Nulla sarebbe stato più come prima, ma fare piccoli
passi in avanti - in tutti i sensi - riusciva a confortarlo, anche
se solo per qualche momento.
Un pugno di rettangolari era alle prese con il meccanismo
della porta esterna. I soldati guardarono in basso e, vedendo il
generale, cercarono di rendere più veloci le operazioni. Anche
i cardini della porta interna iniziarono a cigolare.
Chiunque fosse entrato da lì, avrebbe trovato l’accoglienza
di quattro plotoni, schierati su entrambi i lati. A questi si
aggiunsero molti altri soldati, incuriositi dall’arrivo di un
visitatore. Non capitava tutti i giorni che il generale andasse ad
accogliere personalmente uno straniero.
Doveva essersi sparsa la voce incontrollata che si trattava
di un balarita, perché Lucio sentì pronunciare quella parola
diverse volte.
Gneo Aurelio incrociò le braccia sul petto e guardò i due
ufficiali più vicini a lui.
«Avete già controllato il carico?»
«Sì, prima di farlo entrare»
«Allora è vero? Hanno uno di quei…»
«Infernali, Sissignore. Ce ne sono due. Morti.»
I due cavalli che tiravano il carro sembravano vecchi e
stanchi. Il cocchiere era un balarita di quarant’anni con una
lunga barba brizzolata, i capelli raccolti in un codino e una
giacca di pelle con porzioni di maglia di ferro cucite sul petto,
sugli avambracci e sulle spalle. Le ruote avanzavano a fatica,
affondando nei solchi scavati da migliaia di altre ruote prima
di loro.
Il balarita lasciò camminare i cavalli per pochi passi dentro
le mura, sempre scortato dai soldati imperiali. Tirò le briglie:
«Ohhh.»
I soldati fecero un passo verso lo straniero, senza sfoderare
le armi. Scese dal carro con un balzo. Atterrò piegando le
ginocchia per attutire il colpo. Aveva una stazza fuori dal
comune ed era disarmato, ma i legionari più vicini andarono
con il pollice al pomolo della spada corta.
«Fermi» Gneo Aurelio alzò la mano. L’agitazione generale
si ridusse a un chiacchiericcio e poi al silenzio. «Fatelo
parlare.»
Il balarita poteva essere un assassino, un pazzo, o, più
semplicemente, uno che non aveva scordato le guerre fra
l’Impero e il suo popolo. Eppure, non appena il messo aveva
sussurrato la notizia nell’orecchio di Gneo Aurelio, proprio
mentre stava spiegando il modo migliore per affrontare gli
infernali, il generale era scattato in piedi come una recluta al
primo saluto di un ufficiale.
«Sono Wiedomaro» la voce del balarita era un tuono
dall’oltretomba. Alzò una pergamena arrotolata e lasciò che si
aprisse da sola verso il basso. «Ho avuto il lasciapassare dal
tenente Olibrio, castello diciottesimo della Linea Fortificata.»
Un buon accento. Non fosse stato per la pronuncia delle
consonanti così dura, sarebbe potuto passare per un cittadino.
Richiamò alla mente la disposizione dei forti lungo la linea
fortificata. Il diciottesimo si trovava esattamente a metà.
I due tenenti fecero un segno d’assenso verso Gneo
Aurelio.
«I miei ufficiali confermano che i tuoi documenti sono
originali.»
Mentre parlava, Gneo Aurelio guardava il carro e non
Wiedomaro.
«Mi dicono che lì dietro hai due mostri.»
Un largo sorriso bianco, inusuale per i balariti, si aprì sul
volto di Wiedomaro.
«Sì, due. Li ho ammazzati insieme ai miei uomini.»
«Dove sono ora i tuoi uomini?»
«Uno lo trovate nello stomaco del mostro più grande.
Lasciatevelo dire, quei figli di puttana deformi sono i peggiori
figli di puttana che abbia mai visto.»
Un rettangolare lo raggiunse e si fece consegnare la
pergamena.
«Vi ho portato i cadaveri. Mi hanno detto che concedete un
lasciapassare per l’Impero a chi riesce a portarveli. Ne voglio
uno per me e altri per la mia famiglia. Sono gli accordi.»
Gneo Aurelio si passò una mano sulla guancia. Attese
qualche istante, fino a quando non vide Wiedomaro aggrottare
le sopracciglia. Forse il balarita stava iniziando a pensare che i
soldati lo avrebbero ammazzato e buttato in un fosso, visto che
ormai il lavoro per loro l’aveva già fatto.
«Quel che è giusto è giusto» Gneo Aurelio parlò con voce
ferma. «Avrai un lasciapassare per tua moglie, i tuoi figli. E
per i tuoi genitori, se sono ancora in vita, ma prima voglio
controllare personalmente i due esseri. Sarai nostro ospite, per
ora.»
«Non sono qui per dare problemi. E poi i tuoi uomini
hanno già preso le mie armi» indicò un rettangolare basso, con
il braccio destro coperto da una protezione squamata, che
aveva in mano un arco e una spada curva a un solo taglio.
«Meglio così.»
Quando Gneo Aurelio si mosse, scortato da quattro soldati,
Lucio zoppicò alle sue spalle come un vecchio segugio,
mentre i battiti del suo cuore si facevano più forti.
E più veloci.
L’ultima volta che aveva visto uno di quei mostri, non era
andata bene.
Si trattava di due cadaveri, dannazione, la sua paura era
irrazionale. Sentiva bene le dita del piede mancanti, e anche i
denti del mostro che gli dilaniavano le carni. Visioni d’orrore
che si fondevano con un bisogno disperato di aloise. Si
malediceva per aver lasciato la boccetta a casa, ma riusciva
ancora a capire che portarla - e magari tirarla fuori - a una
riunione strategica, sarebbe stata pura follia.
Il generale passò dall’altro lato rispetto a Wiedomaro,
ispezionando con attenzione il pianale del carro. Di sicuro
pesava molto, perché le ruote posteriori erano diventate quasi
ovali ed erano molto più consumate di quelle anteriori. Lucio
incrociò lo sguardo del balarita, ma ebbe bisogno di un paio di
secondi per capire come mai avesse due pezzi di stoffa calcati
nelle narici.
Il tempo di arrivare più vicino al pianale. E sentire il lezzo
di putrefazione che usciva dall’ampia copertura verde scuro,
forse ricavata da una vecchia tenda, stesa sul carico.
«Dei Santissimi» Gneo Aurelio scosse la testa, mentre i
suoi soldati davano il meglio per non mostrarsi turbati.
«Sembra di stare in una latrina. Qualsiasi cosa tu abbia qua
sotto, sta marcendo da parecchio.»
Wiedomaro si affacciò dall’altro lato del carico. «Da
giorni» si indicò le narici con l’aria di chi ha avuto una grande
idea. «Se il vento tira in direzione opposta, come adesso,
bisogna avvicinarsi per sentire. Io però ci ho viaggiato sopra
giorno e notte, e questi cosi nel naso mi hanno salvato la vita.»
A pochi passi dal carro, anche i soldati si portarono le
mani alla bocca.
Con il cuore impazzito e una voglia folle di aloise, Lucio
soffriva meno degli altri il tanfo nauseabondo. Wiedomaro
fece per tirare via la copertura, ma si fermò come a chiedere
l’autorizzazione di Gneo Aurelio. Il generale sembrava così
disgustato che, per un attimo, Lucio pensò che avrebbe
rimandato indietro il carro e fatto appendere Wiedomaro a una
forca.
«Dov’è il Macellaio» chiese invece. «Vi avevo detto di
andare a chiamarlo.»
«Generale, arriverà a breve» il rettangolare tarchiato
rimase sull’attenti davanti a lui. «Era a circa un miglio dal
campo, ad aspettare i rapporti dalla colonna dei profughi.
Teme un’epidemia di peste.»
«Al diavolo la peste» Gneo Aurelio si strinse le narici fra
pollice e indice. Guardò Wiedomaro. «Mentre aspettiamo
fammi dare un’occhiata.»
«Curioso eh?»
Il balarita parlava al generale come avrebbe fatto con suo
fratello. La scarsa percezione di chi avesse davanti, e il modo
in cui faceva cenno a Gneo Aurelio, avevano un qualcosa si
comico. Se la questione non fosse stata così seria, avrebbe
anche abbozzato un sorriso.
Un po’ di aloise avrebbe aiutato. Non ne prendeva da
quanto? Ore, ormai.
«Come vi è venuto in mente di portarlo all’interno del
campo?» il Macellaio sbucò dal nulla tenendosi la testa fra le
mani. Continuò a ripeterlo fino a quando non si trovò davanti
al carro. Sei volte in tutto, se l’aloise non gli aveva incasinato
troppo anche la memoria.
«Non sappiamo neanche che cazzo è, potrebbe avere una
malattia contagiosa e ammazzarci tutti in mezza giornata.»
Gneo Aurelio lo mise a tacere un gesto della mano.
«Generale» disse con tono più calmo. «Se lo teniamo qui,
mettiamo in pericolo buona parte dell’Armata Orientale. E se
capita qualcosa a noi, l’Impero è finito.»
Gneo Aurelio allargò le braccia.
«Il tenente Lucio è stato ferito. E anche il capitano… ex-
capitano Zodd. Nessuno dei due ha contratto malattie.»
«Dico solo che non ne sappiamo abbastanza.»
«Nessuno dei nostri sopravvissuti ha preso malattie»
Wiedomaro iniziò a parlare senza essere stato interpellato. «E
vi assicuro che li abbiamo visti da molto vicino. Sono bravi a
uccidere, non hanno bisogno di farci ammalare.»
«Va bene» il Macellaio abbassò le braccia. «Almeno
facciamo quello che le avevo chiesto: portiamolo al vecchio
tempio di Murion. Abbiamo iniziato ad attrezzarlo come
secondo ospedale, ma non ci sono ancora pazienti. È solo a
mezzo miglio da qui, potremmo studiare meglio questi
cadaveri.»
Lucio era d’accordo con quanto detto dal Macellaio. Prima
di Aratan, passava spesso lì vicino. Il vecchio tempio si
affacciava su una delle strade usate dai rettangolari per le
marce di allenamento. Ebbe quasi le vertigini pensando alle
venti miglia che riusciva a percorrere in un giorno. Adesso gli
sarebbe bastato farne una.
Fece un cenno d’assenso a Gneo Aurelio. Anche lui
sembrava concordare.
«Sì, procediamo così» il generale guardò verso la fortezza
rothiana. «Meglio rimanere lontani da occhi indiscreti.»
Capitolo 45. Lucio
Solo poche settimane prima, la sua vita era completamente
diversa. Le giornate al campo di addestramento, le riunioni
tattiche, il calore della sua famiglia, un piede tutto intero.
Erano cambiate così tante cose, che quasi non aveva avuto il
tempo di approfondire con il generale il casino combinato da
Zodd.
Riflettendo più a fondo, non era solo la sua vita, del suo
capitano o dei suoi commilitoni a essere cambiata, ma quella
di ogni singolo abitante della Niversia. La provincia più ricca
dell’Impero si era trasformata in una landa di appestati,
oppressa da nuvole dense e frastagliate che avanzavano da
oriente. E migliaia di creature infernali attendevano, affamate,
al di là della Linea Fortificata. Due di quelle, ora, erano nelle
loro mani. Potevano studiarle. Lucio non aveva compreso
perfettamente cosa volesse fare il Macellaio, ma lo seguì
insieme agli altri verso il decrepito tempio muriano che
sorgeva a mezzo miglio da Miniarum.
Il Macellaio aveva posto una condizione: non era uno
spettacolo né un numero da circo. Quello che stava per fare
serviva solo a conoscere meglio il nemico.
Quindi nessuno doveva assistere, all’infuori del generale,
di Lucio, che poteva essere d’aiuto per la sua esperienza di
Aratan, e di Wiedomaro, che li aveva ammazzati. Era riuscito
solo a sbirciare sotto la copertura verde, ma tanto gli era
bastato per riconoscere subito quell’orrendo miscuglio di carne
umana e insetto. E per convincersi che sarebbe stato meglio
passare un istante al suo alloggio.
Una singola goccia d’aloise era stata sufficiente a
rimetterlo in sesto e dargli l’impressione che l’infernale avesse
avuto un gran culo ad arrivare lì già cadavere, perché, in caso
contrario ci avrebbe pensato lui; senza armi, a mani nude,
l’uomo contro la bestia. Mimò un gancio destro e si guardò
intorno. Non lo aveva visto nessuno. Tirò un sospiro di
sollievo.
Gneo Aurelio aveva dato l’assenso a rimettere in sesto il
vecchio tempio muriano, abbandonato da più di venti anni,
solo da pochi mesi. Soldati e cittadini avevano razziato i
marmi interni e molto materiale della facciata, ma l’edificio
era ancora in piedi. L’intuizione del Macellaio si era rivelata
giusta, perché dalle ampie finestre penetrava una luce
accecante - o forse era l’effetto dell’aloise? - e le tavole e i
cavalletti con cui avevano arrangiato il tavolo sembravano
reggere il peso della bestia.
Ombre contorte si allungavano sul cadavere dell’infernale.
Il Macellaio srotolò sul tavolino adiacente il suo
armamentario da chirurgo.
«Non vedo l’ora di iniziare» il medico dell’esercito fece
scivolare le dita su un grosso seghetto, una piccola tenaglia,
una tenaglia enorme e una lunga serie di bisturi.
Fra gli attrezzi c’era anche un astuccio di pelle. Conteneva
un paio di guanti di pelle neri con quelle che Lucio identificò
come piccole cinghie. Il Macellaio li indossò sopra la camicia
grezza a maniche lunghe e li strinse al polso.
«È una precauzione per evitare il contatto diretto con i
fluidi corporei dell’essere» prese un bisturi di media grandezza
e si avvicinò al cadavere. «Avvicinate le lampade qui, dove c’è
meno luce.»
Gneo Aurelio arrivò fino al tavolo, chinando il busto per
osservare meglio.
Lucio fece lo stesso; l’aloise non pensava più per lui, ma
continuava a dargli quel gradevole stordimento che gli evitava
di riflettere troppo su ciò che aveva davanti. Si tolse il
mantello a ruota e lo lasciò cadere sul pavimento, scostandolo
poi con la stampella.
Nella notte di Aratan, aveva osservato qualcosa di molto
simile. Immagini che balenavano nella sua mente e che non
ricordava con piacere. L’aloise serviva a lasciarle in un angolo,
a morire nel buio; stare lì non lo aiutava.
Per settimane aveva cercato di tenere quel mare di ricordi
lontano da lui, e adesso era costretto a tuffarsi nell’abisso.
Vedere un infernale morto lo colpì allo stesso modo di
vederne uno vivo e pronto ad attaccare. Vene, occhi umani,
scorza d’insetto, sacche viscide, tutte cose che, nella furia del
combattimento, aveva percepito ma non osservato con
attenzione, erano lì in tutto il loro orrore.
Il braccio destro del mostro era troppo ingombrante per
trovare posto sul tavolo. La forma di una chela deforme,
tempestata di escrescenze e porzioni di muscoli umani.
Almeno cinque volte più grande dell’altro braccio, che poteva
anche sembrare umano, non fosse stato per i grossi aculei neri
che uscivano dalla spalla e dall’avambraccio.
«Allora» il Macellaio fece due giri intorno al tavolo con il
bisturi in mano. «La sua anatomia mi confonde. Questo
dovrebbe essere lo sterno, ma invece di esserci le costole vedo
una specie di escrescenza organica.»
«E questo è un problema?» Gneo Aurelio, con ogni
probabilità, aveva delle conoscenze mediche limitate
all’applicazione di bende e a come fermare le emorragie, il
minimo indispensabile richiesto a un soldato attivo. «Inizia a
tagliare e vediamo com’è fatto.»
«Sinceramente non so da dove iniziare» il Macellaio si
grattò la testa e poi abbassò la mano con il bisturi. «Proviamo
da qui.»
Sotto l’escrescenza verdastra, dura come la corazza di uno
scarafaggio, si trovava una striscia di pelle lucida e tesa, più o
meno uguale a quella di un uomo. Il bisturi affondò senza
problemi. Il Macellaio disegnò una retta rossa di dieci pollici,
da un lato all’altro di quello che sembrava il torso, e allargò i
bordi dell’incisione con un dilatatore. Al tanfo proveniente
dall’esterno del corpo, si aggiunse quello che arrivava
dall’interno. Uova marce e merda. L’unico a non storcere la
bocca fu Wiedomaro.
«No, di qui non si passa» Il Macellaio usò il bisturi come
la bacchetta di un tamburo sulla fila di ossa piatte che si
trovavano appena sotto il bordo della ferita. «Sembrano
costole, ma penso che partano dalla zona del ventre, sempre
che questo qui sotto sia il ventre, e salgono in verticale verso
questa corazza che ha preso il posto dei muscoli pettorali.»
«Puoi romperle o segarle?»
«Certo, ma se le rompo rischio di rovinare gli organi.
Immagino siano proprio qui dietro. Preferisco usare il seghetto
per ossa.»
Lucio lo aveva sentito in azione una sola volta,
nell’infermeria del campo. Ricordava ancora il rumore dei
denti metallici sulle ossa. Da far rizzare i capelli.
Lo ha usato anche su di me?
Il rumore non fu molto differente, e il Macellaio penò
parecchio per avere la meglio su quelle dell’infernale. Alla
fine, però, riuscì ad aprigli una finestra sulla cavità toracica.
«Questo qui» il Macellaio infilò mezzo avambraccio nello
squarcio «deve essere il cuore. Ora provo a staccarlo dalla sua
sede.»
Il medico divenne rosso in volto e si puntellò con l’altra
mano sul bordo della ferita.
«Dannazione, sembra legato con una corda.»
Plop. Il Macellaio volò all’indietro, atterrando sulla
schiena.
Lucio osservò con raccapriccio quello che si era portato
dietro. Un pezzo di carne riempiva entrambi le mani del
Macellaio. Un cuore grosso come quello di un toro,
imprigionato in un fitto reticolo di vene in rilievo. Il Macellaio
si alzò senza dire una parola. Era a tre passi buoni di distanza
dal tavolo, ma fasci gocciolanti di vene e strane arterie
collegavano ancora l’organo al petto del mostro. Dalla ferita
gorgogliava un muco denso.
Gneo Aurelio sgranò gli occhi «Dei santissimi!»
Wiedomaro si limitò a storcere il naso, mentre il Macellaio
tornò al tavolo e buttò il cuore in una bacinella di terracotta.
Lucio si scoprì a contemplare l’orrore con una certa
ammirazione. Forse l’effetto dell’aloise non era svanito del
tutto.
«Dentro è peggio che fuori» il Macellaio prese le forbici e
iniziò a tagliare tutto ciò che collegava il cuore al petto del
mostro. «Siamo tutti sulla stessa barca: nessuno ha mai visto
niente di simile.» Snap «Però posso dirvi che il cuore di questo
bastardo è ben protetto.» Snap. Altro muco, ancora più denso,
colò dal tubo organico appena reciso dal Macellaio. «E anche
ben rifornito di sangue e altri, ehm, liquidi» Snap. Una fontana
rossa. «Ecco, questa era l’arteria.»
«Tieni. Renditi utile, tenente.»
Passò le forbici a Lucio. Senza accorgersene, il tenente
dell’esercito si era avvicinato al tavolo abbastanza da meritare
una nomina ad assistente della procedura.
«Passami quelle pinze.»
Lucio lanciò un’occhiata al tavolo degli strumenti.
«Di pinze ce ne sono una dozzina.»
«Quelle più lunghe.»
Appena il tempo di prenderle dalle mani di Lucio, e il
Macellaio le ficcò a fondo nel corpo del mostro. «C’è un’altra
cavità qui, collegata al cuore, forse riesco a pescare qualcosa.»
Con la punta della lingua fuori dalle labbra serrate, il
Macellaio fissò Lucio.
«Ci siamo quasi… Eccolo!»
Questa volta tirò fuori un organo più piccolo. Anche la rete
di vene che lo avvolgeva aveva dimensioni inferiori.
«Cos’è?» chiese Gneo Aurelio.
«Un altro cuore» il Macellaio lo portò più vicino al volto e
strinse gli occhi. «Sembra quello di un bambino. È il cuore di
un bambino.»
«Che cazzo ci fa lì dentro?»
«Buona domanda. Ma non ho una risposta. Per quanto ne
so, potrei trovare un altro cuore lì dentro, oppure altri dieci.
Due fegati, tre polmoni, e magari qualche altro organo di cui
ignoro l’esistenza. Siamo davanti a un essere mai visto,
dobbiamo procedere per ipotesi e tentativi.»
«Tenente» Gneo Aurelio guardò Lucio e annuì. «Avevate
ragione, tu e il capitano Zodd. Hanno una parte umana.»
«Più di una» il Macellaio tirò fuori dal ventre un grappolo
di viscere e lo gettò in un’altra tinozza di legno. «Viscere
umane. Magari due o tre braccia più lunghe. Ma questo fluido
che le avvolge sembra più simile a quello che esce da uno
scarafaggio schiacciato. E questa membrana trasparente
esterna ne contiene altre.»
«Vorrei sapere se era un uomo prima di diventare questo, o
se è nato così» il Macellaio scosse la testa. «È molto
complicato stabilire una cosa del genere. Alcuni neonati
escono fuori già deformi. In alcuni testi medici ho letto anche
di bambini senza pelle o con quattro gambe, ma nulla di
paragonabile a questo. Diventare così per una malattia è
impossibile. A un paio di rettangolari che avevano combattuto
nelle foreste umide a sud di Tershar, erano venute delle gambe
gonfie come quelle di un elefante. Chiedevano di essere uccisi.
Li ho visti con i miei occhi» prese le pinze lunghe e le usò per
sollevare il grosso arto simile a una chela. «Anche in quel caso
però, nulla di paragonabile a questo.»
«Guardiamo anche l’altro, dobbiamo capire se hanno
qualcosa in comune.» Gneo Aurelio andò a passo fermo verso
l’altro tavolo allestito nel vecchio tempio. Il cadavere del
secondo mostro era ancora coperto da un quadrato di tenda da
campo.
Lucio si mosse al suo seguito, facendo cenno di muoversi
anche al Macellaio, che raccolse gli strumenti e raggiunse gli
altri.
Wiedomaro poggiò una mano sulla coperta. «La tolgo io.
Alla fine del combattimento ero coperto del suo sangue. Se
non mi sono ammalato allora, non succederà di certo adesso.»
Il telo verde scivolò via, rivelando un corpo più piccolo e
meno umano.
«Questo è peggio dell’altro» mormorò Gneo Aurelio. «E
puzza anche di più.»
Se l’infernale che giaceva sull’altro tavolo aveva almeno
una parvenza umana, questo ne era del tutto privo. Un
ammasso informe, una lumaca lunga sei piedi con ossa che
bucavano la pelle, in parte umana e in parte composta da una
viscida sostanza grigia. Due grosse sacche traslucide
emergevano come cupole dal corpo.
Se c’era una cosa chiara, a Lucio, riguardo agli infernali,
era che potevano presentarsi in forme molto diverse fra di loro.
Alcuni erano grandi come cani, altri come elefanti. La
presenza di parti umane e insettiformi li accomunava, ma se
qualcuno gli avesse chiesto un’ipotesi sulla loro origine,
sarebbe rimasto zitto. E in effetti lo aveva fatto, più di una
volta, davanti alle domande di Gneo Aurelio e di tanti suoi
commilitoni.
Quegli esseri lo disgustavano.
Il Macellaio questa volta girò intorno al tavolo più a lungo,
sconsolato, le braccia lungo i fianchi. Con uno sguardo fece
capire a tutti i presenti che non aveva idea di dove mettere le
mani.
«Dunque» si schiarì la voce e prese posizione sul lato
lungo del tavolo, con Lucio e gli altri dalla parte opposta e il
cadavere nel mezzo. «Le forme e le parti umane qui sono
meno marcate. Le appendici a forma di dita qui, dopo quelle
strane sacche, mi fanno pensare che la parte posteriore del
corpo sia questa. La testa, quindi, dovrebbe essere di là.»
Si spostò verso il lato corto del tavolo e avvicinò gli
strumenti.
«Penso che questa sia la bocca.»
Il piede, mi vuole mordere l’altro piede.
Era l’aloise a parlare? Doveva tornare al campo, a
prenderne altra.
«Generale, chiedo il permesso di uscire a prendere una
boccata d’aria» chiese Lucio. «Non riesco a respirare qui
dentro.»
«Va bene» Gneo Aurelio accolse la sua richiesta con un
sospiro. «Facciamo tutti dieci minuti di pausa.»
Lucio constatò, senza alcuna meraviglia, che furono tutti
felici di ubbidire all’ordine del generale.
Capitolo 46. Zodd
Mardonio era indaffarato a parlare con Dolgrane, che,
come al solito, lo guardava con un misto di fastidio e
rassegnazione. A parte loro, nel salone non c’era nessuno. Il
cielo, perennemente grigio, lasciava passare solo una manciata
di raggi sbiaditi. Quasi tutto l’ambiente era in penombra già
all’ora di pranzo. Gli altri diciotto mercenari erano di guardia
sulle mura, e Zodd era appoggiato a una colonna, a godersi gli
interminabili minuti che gli Dei fottuti gli concedevano ogni
giorno per pensare che era nella merda fino al collo. Sestio
arrivò aggiustandosi il riporto e sorrise.
Disse solo due parole. «Arriverà oggi.»
Sestio sapeva molto più di quello che lasciava intendere. E
quanto accaduto nei sotterranei e fuori dalla villa lo stava a
dimostrare. Zodd era poco distante, a circa dieci passi,
dall’altro lato della stanza. Osservò con curiosità la reazione di
Mardonio e quella di Dolgrane.
Il primo saltò in piedi con insospettabile agilità.
«Davvero? Avevi detto dopodomani.»
Il secondo si sfregò le mani, facendo scontrare gli anelli
che gli coprivano le dita, ma i suoi occhi, grandi e piegati
all’ingiù, non lasciarono trasparire alcuna emozione.
Anche Zodd sapeva di chi stavano parlando: il tizio con le
risposte. Fece finta di non aver sentito e rimase appoggiato a
una delle colonne scanalate su cui gravava, un paio di piedi
sopra la sua testa, il primo piano.
Sestio aggrottò le sopracciglia e incrociò le braccia sul
petto. «È in anticipo, ma spero non ci siano problemi. Lui non
li gradirebbe.»
Zodd si chiedeva seriamente se il sopravvissuto di Aratan -
magari non era neanche mai stato ad Aratan! - fosse solo un
vecchio amico di Mardonio o il suo burattinaio. A volte, le sue
parole assomigliavano molto più a ordini che a consigli.
«Nessun problema» Dolgrane mise una mano sulla spalla
di Mardonio, che sembrava a un passo dall’infarto. «Avevamo
calcolato di mostrargli la nostra devozione dopodomani,
durante la funzione al tempio di Murion, giù al villaggio. Era
già tutto organizzato. Ma saremo in grado di preparare un
tributo anche per oggi pomeriggio.»
Mardonio tirò un sospiro di sollievo e stramazzò sulla
sedia. Ma solo per un istante. Quello dopo aveva già
ricominciato a sudare.
«Già, già» si passò una mano sulla fronte. «Bisogna
prendere qualche prigioniero nei sotterranei, magari un paio di
muriani qui fuori. Murion maiale, dobbiamo fare in tempo.»
«Arriverà nel primo pomeriggio» sentenziò Sestio.
«Prestissimo, dannazione!»
«Cerchiamo di mantenere la calma» Dolgrane guardò il
mercante con il solito disgusto. Sembra volergli dire basta
frignare, che cazzo! «Ho già detto che ce la possiamo fare.»
«Fai le cose in grande» gli disse Mardonio. «Voglio
vederlo godere come un porco quando varcherà quel
cancello.»
«Una cosa mai vista» Dolgrane lancio dietro l’orecchio un
ciuffo bianco che gli penzolava sull’occhio destro.
«Così va bene» Sestio allargò il braccio verso Zodd, come
a volerlo inserire nella discussione. «E alla fine lui avrà le
risposte che cerca! O forse vorrà fare parte di tutto questo…»
Zodd si spinse lontano dalla colonna strizzando il culo. Si
avvicinò a Mardonio, Sestio e Dolgrane.
Dolgrane gli lanciò un’occhiata torva. «Io avrò molto più
di una risposta.»
Anche Mardonio si alzò, andando a piccoli passi verso il
capo dei suoi mercenari. «Avrai molto di più. Ma ricorda che
sarò io» si piantò il pollice dove un uomo dovrebbe avere un
pettorale spesso come un mattone, mentre lui nascondeva una
tetta flaccida come quella di una vecchia. «Sarò io ad andare
per primo! Questo punto deve esserti molto chiaro.»
«Chiarissimo… Eccellenza.»
Dolgrane si voltò verso Zodd.
«Vieni con me. Abbiamo parecchio lavoro da fare.»

***

Tre ore dopo, Mardonio era passato dall’eccitazione più


completa, con rivoli di sudore sulla fronte e occhi sgranati, a
una specie di paralisi. Rigido, come un marinaio affogato nelle
acque del nord. «Cosa facciamo, gli andiamo incontro?»
farfugliò.
Zodd non capì neanche se la domanda era rivolta a lui o a
Dolgrane. L’odore di sangue si mischiava a un tiepido vento
salmastro. Sopra di lui, un cielo fottutamente tetro. Da quanto
non vedeva il sole?
«Andiamo» disse il mercenario. Si avviò verso il cancello
principale della villa, fermandosi a metà strada, lungo il
vialetto, in modo da poter contemplare il capolavoro fatto per
compiacere l’ospite in arrivo.
Se non avesse visto quello che accadeva nelle prigioni o
gli inconsueti pasti offerti da Mardonio ai poveracci intorno
alla villa, lo spettacolo preparato per l’ospite gli sarebbe
sembrato molto strano.
Non era nella posizione di giudicare, ovviamente, ma
quella che aveva contribuito a preparare era una vera e propria
un’orgia di carne e sangue. Niente di più, niente di meno. Di
spettacolare, a parte la fame che gli aveva provocato, non c’era
nulla. E avevano fame anche i gabbiani, che volteggiavano in
alto, in attesa del pasto. Nell’Ibunod quello era il mestiere di
corvi e avvoltoi, che però avevano un qualcosa di più austero e
meno elegante. Cagavano anche di meno, a dire il vero, ma
Zodd aveva l’impressione che una pioggia di escrementi
avrebbe reso ancora più felici Dolgrane e Mardonio. Il verso
degli uccelli, simile al latrato acuto di un cagnaccio preso a
calci in culo, copriva solo in parte il coro di gemiti e grida
d’aiuto che proveniva dai lati del vialetto.
Mardonio si guardò la tunica e si passò le mani sulla
faccia, infastidito. Guardò ancora la tunica, destandosi dal
torpore. «Sono pulito, lindo. Questo non gli piacerà, penserà
che siete stati voi a fare tutto il lavoro.»
Certo che siamo stati noi, razza di coglione.
Dolgrane gli lanciò un’occhiata e sospirò. Un sibilo uscì
dal naso. Se lo soffiò chiudendo una narice con il pollice e
sparando fuori un grumo di sangue secco. In effetti, il
mercenario era coperto di sangue dalla testa ai piedi, e Zodd
era ridotto anche peggio. Sentiva gocce tiepide e appiccicose
che gli scendevano ancora sulla faccia e scorrevano come
torrenti sugli avambracci, saltellando sulle vene in rilievo.
Quella era una fottuta tortura, perché, anche se Dolgrane e
Mardonio sapevano delle sue bizzarre abitudini alimentari,
aveva ancora qualche remora a mangiare in pubblico.
Un problema stupido, se ne rendeva conto, visto che, a
cinque passi esatti da lui, Sestio stava mangiando il cazzo di
uno dei muriani che avevano impalato nelle ore precedenti.
Ecco, quella era una cosa che Zodd non aveva mai visto fare.
Lo avevano impalato bene, il poveraccio, perché, quando
Sestio gli piantò gli incisivi nella carne flaccida sopra lo
scroto, gridò più dei gabbiani che gli volteggiavano intorno.
Dolgrane si godeva lo spettacolo ridendo. Mardonio,
invece, il padrone della baracca, continuava a essere quello più
a disagio con gli strazi di carne umana.
C’erano volute due ore e mezza, quasi tre, per imbastire
quello spettacolo grottesco. Osservò con attenzione i sei
muriani impalati, quattro presi dai sotterranei e due tirati
dentro la villa senza troppi sforzi con la promessa di qualche
goccia di aloise. A parte quello cui Sestio stava divorando lo
scroto, ce n’erano altri due vivi. Una buona media: la metà. A
dire il vero, nell’Ibunod aveva numeri migliori, ma che cazzo,
lo sanno tutti che basta poco a perdere la mano. Bisogna essere
lenti e metodici quando si infila il palo nel culo, e questa volta
era stato frettoloso, con Dolgrane che rideva e Mardonio che
guardava con un fazzoletto sul naso.
Quello messo peggio era alla sua destra. Le sue viscere
scendevano lungo il palo che lo aveva squarciato come
serpenti gonfi e viscidi. Gli arrivavano quasi ai piedi, dove
scintillavano due ferri di cavallo nuovi di zecca. Il puzzo di
sangue si mischiava a quello della merda. Il che era una cosa
buona, perché Zodd avevamo molta meno fame quando il suo
olfatto era impegnato con quel tanfo nauseante.
Il disgraziato non parlava. Mugugnava, piangeva, e ogni
tanto appoggiava la testa alla punta del palo, che gli spuntava
vicino alla clavicola come un immenso osso rotto. E questo
sembrava provocargli altro dolore. Si stava avvicinando
all’impalato successivo, che novantanove su cento, a giudicare
dalle gambe che penzolavano inerti, aveva una vertebra rotta,
quando sentì ruotare gli ingranaggi che aprivano il cancello.
Lentamente, il muro di ferro e legno lasciò spazio al sentiero
grigio e a un cielo plumbeo che affondava nel mare.
Spuntarono due piedi. Molto piccoli. Ginocchia ossute su cui
ondeggiava una tunica bianca. Un busto esile. Un sorriso. Un
bambino.
«Eccolo, finalmente» Mardonio rovistò nel borsello
agganciato alla cinta e tirò fuori un altro fazzoletto con cui si
asciugò. Sembrava che gli avessero appena macinato un’intera
anfora di olive sulla fronte.
Stavamo aspettando uno stronzetto di dieci anni?
Un bambino, quindi. Capelli biondi, ondulati, mossi sulla
fronte dal vento.
Gli scheletri ambulanti erano rimasti a debita distanza,
perché non se ne vedeva in giro nessuno. Mardonio faceva un
passo avanti e uno indietro, guardava Sestio (con un rivolo di
sangue al lato della bocca) e poi Dolgrane, che sembravano
molto più tranquilli.
I lamenti dei morenti che penzolavano ai lati del sentiero,
piegati nelle angolazioni più innaturali che Zodd avesse mai
visto, non gli fecero capire le parole che Mardonio stava
rivolgendo a Dolgrane, ma riguardavano proprio quei lamenti,
perché il mercante faceva cenni infastiditi verso Ferri-di-
Cavallo. Coriaceo, il tipo: dopo giorni di tortura e un palo
infilato nel culo che gli attraversava tutto il torso, ancora aveva
la forza di mugolare. Incredibile anche solo pensarlo, ma Zodd
sentiva quasi il bisogno di porre fine alle sue sofferenze.
Rammollito, disse una voce nella sua testa.
Il nuovo arrivato passò sotto il cancello, le braccia dietro la
schiena e un bel sorriso sul volto. Le guardie sul camminatoio,
armate di balestra, lo seguivano con lo sguardo, senza puntare
le armi verso di lui.
È un bambino.
Facendo forse appello a tutto il suo coraggio, Mardonio si
avviò ad accoglierlo con il petto all’infuori, allargando le
braccia per mostrare la grandiosità del suo benvenuto: sei
persone impalate, tre per lato, che in quel momento avrebbero
accettato la morte come una benedizione. Invece erano lì, vivi,
a provare la sensazione del legno che ti sposta gli organi,
lacera i muscoli e rompe le ossa, ma che ti lascia
dannatamente cosciente. Mugolavano preghiere a Murion e
parole incomprensibili. Quello con il cazzo smangiucchiato da
Sestio lo supplicò di piantargli una lama nel cuore.
«Benvenuto!» esordì Mardonio avvicinandosi e al
bambino. «Questo è per lei. Un primo, piccolo tributo al
grande onore che ci ha reso con la sua presenza.»
A un suo ordine, Dolgrane sorrise e si mosse in avanti,
strinse l’azza d’arme e piantò la cuspide nella gola del primo
impalato. E non si fermò fino a quando non ebbe fatto lo
stesso con gli altri cinque. Il sangue usciva in getti densi,
sempre più deboli, annaffiando il bambino vestito di bianco.
È un bambino. Tutto questo non ha senso.
Sotto la lingua, Zodd sentì crescere una nota ramata.
L’acquolina gli scivolò nello spazio tra i denti e le guance.
Affondò le unghie nella porzione carnosa del pollice, appena
sotto il palmo, cercando di procurarsi un dolore abbastanza
forte da distrarlo.
Il bambino sorrise a Mardonio e Dolgrane, passando lo
sguardo dall’uno all’altro. Probabilmente lo spettacolo di poco
prima lo aveva già mandato fuori di testa, anche se gli occhi,
azzurri e limpidi, non tradivano alcuna paura.
Quando fu a due passi da loro, il bambino parlò con tono
annoiato, le braccia ancora dietro la schiena.
«Perché siete qui?»
Con grande sorpresa di Zodd, Mardonio e Dolgrane
caddero in ginocchio all’istante.
«Per adorare Asmodeoth, i Sei, i Sessantasei e tutti i
demoni che divorano i mondi di Murion.»
Il bambino annuì senza neanche guardarli in faccia,
passando oltre come un cazzo di imperatore davanti a un
gruppo di mendicanti. Poi, anche Mardonio e Dolgrane si
mossero verso l’ingresso della villa, lasciandosi dietro due file
ordinate di impronte rossastre.
E l’espressione interrogativa di Zodd.
Capitolo 47. Zodd
Nebbia, non molto fitta, ma abbastanza da trasformare le
sagome delle case in spettri scuri. Le imposte di una finestra al
pianterreno cigolarono, Zodd si voltò di scatto, giusto in tempo
per vedere due mani che uscivano dalla finestra e poi si
ritraevano, chiudendola.
La sua prima volta in città; un posto molto diverso da
come la aveva immaginato. A detta di Dolgrane, Omitia non
era sempre stata il merdaio che aveva davanti ora, anzi, i suoi
cittadini se l’erano passata bene per molti anni. E Mardonio ci
teneva a precisare che il merito di questo cambiamento era
tutto suo. Aveva fatto arrivare carichi di aloise, distrutto le
coltivazioni e, alla fine, tagliato tutte le vie di comunicazione
della città con le altre comunità muriane. E poi rapimenti,
torture, omicidi.
E lui, era simile a quel ciccione schifoso? Che differenza
c’era fra ammazzare per mangiare e ammazzare per
compiacere uno strano bastardello biondo?
Che cazzo, va sempre peggio, sto diventando un fottuto
filosofo? Ma sì, mollo l’addhur, mi faccio crescere una lunga
barba e provo a vedere se riesco a imbucarmi all’Accademia
di Imadion.
La donna lo guardò e tirò il figlio per il braccio. Zodd non
diminuì l’andatura e quasi lo centrò al volto con il ginocchio.
Il bambino scoppiò a piangere. Il fottuto urlo di un’aquila in
picchiata. Entrambi gli ricordavano gli scheletri imbottiti di
droga che giravano intorno alla villa in attesa del pranzo.
Camminava alla destra di Mardonio, precedendolo di tre o
quattro passi. Era il primo della sua fila, composta da altri
cinque mercenari, mentre Dolgrane guidava quella sul lato
sinistro. La formazione occupava tutta la strada e procedeva
quasi in parata.
Spostò l’addhur da una spalla all’altra; il peso dell’acciaio
schiacciò l’imbottitura a sbuffo dandogli quella familiare
sensazione di contatto con l’osso. A ogni passo, la lama
toccava la lunga penna nera che quell’idiota di Mardonio
faceva mettere sui cappelli della sua guardia personale. Lanciò
un’occhiata all’indietro e vide che il mercante camminava con
il petto all’infuori al centro della via; le sue braccia secche
oscillavano avanti e indietro mentre si guardava intorno.
Sul lato sinistro, l’azza di Dolgrane lanciava pigri bagliori
nella foschia. La cuspide dell’arma aveva più ricci e
decorazioni della camera di una puttana tershariana. Non ci
voleva un genio per capire che Dolgrane era molto più a suo
agio di lui nell’indossare abiti sgargianti; la giubba a righe
verticali rosse e nere, con le maniche a sbuffo, gli cadeva a
pennello, mentre Zodd sentiva che qualsiasi movimento
scomposto gli sarebbe costato un patrimonio dal sarto.
Dolgrane gli lanciò un’occhiata di disprezzo e tornò a guardare
dritto davanti a lui, slanciando le gambe come un rothiano
davanti all’imperatore.
All’interno della città, le abitazioni si facevano più fitte. I
vicoli che separavano gli edifici erano talmente stretti che due
persone avrebbero potuto stringersi la mano dalle rispettive
finestre. E c’era parecchia gente. Molta di più di quello che si
aspettava.
Un uomo attraversò la strada e sputò in terra poco prima
del loro passaggio. Come la donna e il bambino di pochi
minuti prima, anche questo non se la passava bene; le ossa
delle clavicole spuntavano dal mantello a ruota e gli occhi
sporgevano dalle orbite come se la pelle del volto si fosse
asciugata, ritratta. L’uomo sputò un altro grumo giallo.
Da quando erano arrivati in città, era accaduto già
parecchie volte.
Il ragazzino biondo seguiva Mardonio con le braccia dietro
la schiena. Ogni volta che Zodd si voltava a guardarlo, trovava
gli occhi del moccioso fissi su di lui. E avrebbe scommesso
qualsiasi cosa che lo stava osservando anche in quel momento.
Che cazzo vuole da me?
La porta di una locanda si spalancò alla sua destra e
l’odore di una brodaglia di verdure gli riempì le narici. Un
tempo gli sarebbe venuta l’acquolina in bocca, ora un cazzo di
niente. Uscirono due uomini con le barbe coperte di briciole e
i boccali ancora in mano.
«Figlio di puttana!» quello con la barba più lunga tirò il
boccale. La ceramica andò in mille pezzi a poca distanza dai
piedi di Mardonio. «Come osi farti vedere qui?»
Mardonio gonfiò ancora di più il petto e gli mostrò il dito
medio con la sua unghia dorata. Dalla bottega del carpentiere,
un buco al pianterreno di un edificio dall’altro lato, spuntò un
bastone.
«Mia figlia» un vecchio, che lo usava per sorreggersi, lo
puntò verso Mardonio. «Ti sei preso mia figlia, cane del
demonio. Dov’è mia figlia?»
«Ahahaha» Mardonio si piegò in due dalle risate.
«Dolgrane, guarda, hai capito di chi sta parlando?»
L’intero gruppo si fermò all’istante.
Dolgrane piantò l’azza e si tolse il cappello floscio che
aveva in testa. La lunga piuma nera gli sfiorò una guancia.
Guardò meglio.
«Si, era uguale a lui, Murion bastardo.»
«Era?» il vecchio si avvicinò. I due barbuti corsero a
sorreggerlo. «Cosa le hai fatto?»
Zodd si diede un’occhiata intorno. Dalle case e dalle
botteghe al piano terra continuavano a uscire persone. Non
avevano armi, ma iniziavano a essere parecchie; solo il
capannello alle loro spalle ne contava più o meno venti. Nulla
che dodici mercenari armati fino ai denti non potessero gestire,
ma con un rapporto di quattro o cinque a uno le cose potevano
mettersi male.
Aprì e chiuse la mano sull’impugnatura dell’addhur.
Adorava quando le cose si mettevano male.
«Io non le ho fatto nulla» Mardonio intrecciò le mani sul
petto come se volesse pregare. «Tua figlia è viva, mio anziano
amico.»
Con Dolgrane al suo fianco, si avvicinò al vecchio. Gli
sussurrò qualcosa all’orecchio, ma Zodd era troppo lontano
per sentire. Poteva vedere bene, però, e Mardonio sfoggiava lo
stesso sorriso che dedicava ai prigionieri nella villa mentre gli
raccontava come avrebbe ammazzato i loro figli.
Il vecchio urlò e cadde a peso morto, rimanendo sospeso
sulle braccia dei due barbuti, con i malleoli nudi che toccavano
la pietra. Zodd capì che la ragazza era uno dei cadaveri
ambulanti che si aggiravano intorno alla villa in attesa della
prossima razione di carne, merda e aloise, o forse una delle
prigioniere lasciate a marcire nelle segrete.
Non aveva grande importanza, per il vecchio la notizia era
stata comunque peggio di una bastonata sulla schiena.
Mardonio godeva nel provocare dolore a un livello che Zodd
non credeva possibile. Chissà cosa aveva sussurrato
all’orecchio di quel poveraccio.
E cazzo, io mangio le persone.
Mardonio rientrò nei ranghi e sventolò la mano in alto,
facendo segno di proseguire.
«Ha visto come li abbiamo ridotti?» Mardonio sfregò le
mani in direzione del Biondino. «Li guardi, sono affamati,
incazzati, e non possono farci niente. Impotenti.»
Il suo interlocutore gli concesse solo un accenno di assenso
con il capo.
Mardonio rallentò fino a farsi raggiungere dal Biondino e
chiuse il pugno davanti al volto. Tirò fuori l’indice. «Ho
tagliato completamente i rifornimenti della città, fra poco
inizieranno a morire di fame in mezzo alla strada.» Il medio
«ci scopiamo le loro donne» Mardonio vide che il Biondino
scuoteva la testa. «E va bene, faccio scopare le loro donne, o
quello che ne rimane, dai miei uomini.» Ed ecco l’anulare. «Li
torturo, li costringo a mangiare merda e carne umana. E mi
accerto che lo facciano con gusto, Murion maiale!»
Esitò un istante, ma alla fine pizzicò anche il mignolo. «Li
ho umiliati in ogni modo, ma voglio togliermi un’ultima
soddisfazione prima del Rito, e voglio farlo davanti a lei,
Eccellenza.»
Eccellenza.
Mardonio era andato, non ragionava più. Forse un tempo
lo faceva, ma ora era in completa balia di quel ragazzino. Di
ricchi ciccioni amanti dei ragazzini ce n’erano tanti, sia
nell’Impero che nell’Ibunod, ma un rapporto del genere, con
l’adulto così asservito al volere del più giovane, era raro. E gli
faceva più schifo del pensiero di Mardonio intento a
succhiargli il cazzo.
Quando arrivarono alla piazza, Zodd ebbe difficoltà ad
immaginare che lì ci fosse mai stato un mercato. Le strutture
di legno erano abbandonate, alcune ridotte a un cumulo di
travi ammassate in terra. Mardonio non scherzava affatto
quando diceva di aver ridotto Omitia a una città fantasma.
Oltre alle persone che continuavano a seguirli, gli unici
segni di vita provenivano dal tempio di Murion. L’intonaco
bianco delle sue mura e un piccolo campanile, sormontato da
un triangolo metallico iscritto in un cerchio, lo distinguevano
dagli edifici vicini. Zodd aguzzò la vista e contò dieci uomini
disposti a semicerchio davanti alla porta del tempio.
Mardonio, che ormai procedeva accanto al Biondino,
indicò il tempio a Dolgrane.
«È lì che voglio andare.»
«Non avevo dubbi. Mi sembra un’ottima idea.»
«Sì» Mardonio sfiorò la spalla del Biondino. «Il Rito sarà
il piatto principale, ma ti prego, Eccellenza, gustati questo
antipasto.»
Il ragazzino, le braccia ancora incrociate dietro la schiena,
mormorò due parole. «Non toccarmi.»
«Ehm, certo» Mardonio ritrasse la mano di scatto, neanche
avesse toccato un piatto incandescente. «Dolgrane, Zodd,
andate a dire a quei muriani che voglio entrare nel tempio per
rendere omaggio al loro dio.»
Dolgrane si mosse subito, l’azza impugnata a due mani
davanti al petto e un ghigno demoniaco che gli deformava il
volto.
«Due contro dieci?»
«Non dirmi che ti stai cagando sotto» Dolgrane si fermò
per fissarlo negli occhi.
Zodd si strinse nelle spalle. «Io prendo i cinque a destra.»
«No, tu prendi quelli a sinistra.»
«Fai come vuoi, per me non cambia un cazzo.»
Rallentarono solo a una manciata di passi dai muriani.
Avevano messo a difesa del tempio gli uomini migliori di cui
disponevano, perché erano tutti sopra i sei piedi di altezza,
anche se magri come cani randagi. Uno, due, tre, quattro
avevano piastra pettorale e spallacci. Nelle loro mani asce e
spade.
«Ma come siete carini» disse Dolgrane. «Avete anche delle
belle spade. Cos’è, non siete ancora corsi a venderle per
comprare un tozzo di pane a quei piccoli bastardi dei vostri
figli?»
Uno dei muriani, vent’anni e con un cespuglio di ricci rossi
sulla testa, sfoderò l’arma e fece un passo avanti. Quello dietro
di lui gli urlò «ci gode a vederti soffrire. Fermati!»
Il ragazzo si fermò.
«Ah ah, bravo» Dolgrane si appoggiò l’azza sul petto e
prese a battere le mani. Poi se le portò entrambe sull’uccello.
«Ma non preoccuparti, ho già goduto abbastanza infilando
questo nella bocca di tua madre.» Si girò verso l’altro lato. «O
forse di tua figlia, o di tua moglie, o di tuo figlio. Non ci
facciamo tanti problemi no?»
Diede una gomitata a Zodd e scoppiò a ridere.
Anche Dolgrane subiva la presenza del Biondino. Era
come vedere un uomo imbottito di vino e aloise, ma ancora in
grado di ragionare.
«Parla quando vuoi, bastardo di un demonio» il più
anziano dei muriani, con la barba grigia, puntò la spada verso
Dolgrane. «Non ti lasceremo entrare qui.»
«Perché avete tanta voglia di parlare» Zodd prese quel
cazzo di cappello floscio che aveva in testa e lo gettò in terra.
«A sinistra giusto?»
«Ehi, lasciami divertire ancora un…»
Zodd si sorprese della sua stessa velocità. Mano ai denti
d’arresto e punta dell’addhur dritta sotto lo sterno del muriano
alla sinistra di Barbagrigia. Il fiotto di sangue dalla bocca
dell’uomo continuò anche mentre Zodd lo sollevava in aria e
lo lanciava alle sue spalle come un pupazzo di paglia. Troppo
vicino al secondo della fila per colpirlo con la lama, usò il
pomolo come la testa di un martello. Il metallo sfondò la
fronte del muriano e affondò nel cervello; gli occhi
schizzarono fuori dalle orbite e sfiorarono le orecchie di Zodd.
A quel punto, si aspettava il colpo di Barbagrigia. Visto lo
spessore della sua brigantina, poteva permettersi di incassare
un colpo di spada. L’istinto urlò ai suoi dorsali di contrarsi.
Niente acciaio. Gettò lo sguardo dietro di lui per un istante
e vide che l’azza di Dolgrane si era già presa cura del vecchio
muriano. Una testa volteggiava in aria e il getto rosso che
eruttava dal collo squarciato non gli lasciava nemmeno
intravedere il volto del mercenario dietro di esso.
Meno tre. Ne rimanevano sette.
E iniziavano a indietreggiare e a stringersi l’uno all’altro
quando, invece, sarebbe stato il momento di circondare
Dolgrane, che si trovava più vicino. Gli ricordavano i bambini
che tremavano davanti a lui nell’arena, con i loro piccoli piedi
che creavano solchi nella sabbia. Aveva la loro età, ma sapeva
che non li avrebbe lasciati uscire vivi, neanche con qualche
pezzo in meno.
Uccidili! Uccidili!
Forse l’infernale, il bastardo che lo aveva trafitto, non
aveva fatto altro che accendere in lui qualcosa di primordiale e
violento, trasformando il suo bisogno mentale di sangue in una
necessità fisica. Lo divorava.
Ammazzali! Ammazzali!
Questa la volta la voce che gli rimbombava nel cervello
era quella del Biondino. Lo guardò da sopra la spalla. Lo
fissava. Ancora.
Quasi per liberarsi da quello sguardo, Zodd si gettò nel
mucchio, descrivendo una mezzaluna parallela al terreno con
l’addhur, che incrociò una spada nemica, strappandola dalle
mani del proprietario. La coda dell’occhio gli comunicò che
anche Dolgrane era tornato in azione, colpendo il braccio di un
nemico appena sotto la spalla. Eccolo lì, l’inconfondibile
rumore di un omero che si inginocchia dentro la carne. Il
muriano senza spada si gettò in avanti per riprendere l’arma, e
sembrava davvero convinto di poterla raggiungere prima che
Zodd chiudesse il movimento. La sua convinzione personale
non era, però, nemmeno vicina alla realtà. Zodd si chiese se il
ragazzo lo avesse compreso, prima di vedere il proprio braccio
roteare in aria tracciando arcobaleni di sangue. Chissà, forse
pensava di riuscire a riacchiappare anche quello. L’addhur
scese ancora, stavolta dall’alto verso il basso, tranciando un
orecchio e galoppando come un pazzo dalla clavicola al cuore.
Ancora sangue arterioso, spruzzato più in alto di quei cazzo di
giochi d’acqua nelle fontane dell’Impero. Gli oscurò la visuale
per un secondo, e fu sufficiente per ritrovarsi addosso due
muriani. L’addhur era ancora conficcato nello sterno del
cadavere. Urlò e strappò l’addhur dalla carne morta con la
mano sinistra. Alzò d’istinto il braccio destro per parare il
fendente del nemico più vicino. Lo fece e basta, pensando
troppo tardi al fatto che non aveva protezioni metalliche sugli
avambracci. Era la lama di un’ascia. Lo colpì a metà strada tra
polso e gomito. Amputato. Sentì una fiammata di dolore e si
ritrovò a guardare il suo avversario, che aveva occhi itterici e
iniettati di sangue. Zodd gli piantò l’addhur nel petto, ma
anche in quel momento, lo sguardo dell’uomo non si distolse
dalla testa della sua ascia.
Zodd non aveva perso il braccio. L’ascia aveva penetrato la
pelle, ma era rimasta bloccata nei muscoli dell’avambraccio.
Non aveva neanche sfiorato l’osso.
Questa mutazione ha pure qualche lato positivo.
I muriani superstiti si dileguarono un istante dopo aver
osservato la scena. Si tolse l’ascia dall’avambraccio e strappò
un pezzo di pantalone da un cadavere per tamponare la ferita.
Lo aveva visto qualcuno? Dolgrane, forse?
«Benissimo» Mardonio rideva come un maiale castrato.
«Quando lo hai colpito con il pomolo e gli sono schizzati fuori
gli occhio! Dov’era quel porco di Murion mentre
ammazzavamo i suoi fedeli?»
Zodd rimase in silenzio.
«Te lo dico io dov’era: a cagarsi sotto» il mercante era in
pieno delirio. Parlava con Zodd, ma in realtà guardava il
Bambino, che non sembrava entusiasta. «Sa che arriveranno
anche a lui.»
«Era questo il tuo tributo?» chiese il Bambino, gelido.
«Perché uccidere un paio di idioti in un villaggio non si
avvicina nemmeno alla mia idea di tributo.»
«Assolutamente no» Mardonio guardò Dolgrane, che si
stava godendo la scena. «Ora io entrerò nel tempio e… io…
Piscerò sull’altare.»
Mardonio si fiondò dentro con fare sicuro, ma inciampò
sul terzo scalino mentre cercava di tirarselo fuori dalle
calzebrache.
Zodd si voltò verso il Bambino, convinto di trovarlo a
scuotere la testa con le braccia conserte.
Ma il nuovo ospite non stava guardando Mardonio.
Guardava lui.
Capitolo 48. Rylock
Erano migliorati molto, nella marcia, i suoi uomini. Il
lungo periodo di inattività gli aveva premesso di addestrarli su
percorsi sempre più lunghi.
Da bambino, gli era capitato di osservare un rettangolo
imperiale in Eutimea. Era così che dovevano muoversi dei
soldati. Fortificazioni temporanee, forti stabili e strade ben
mantenute.
Re Leherius lo aveva capito subito. Tutti quelli che, ora,
stavano combattendo per spartirsi ottenere i frammenti del suo
potere, no. Pur di non dover fronteggiare richieste di aumento
della paga e insubordinazioni, alcuni facevano addirittura
muovere i mercenari il meno possibile o solo nell’imminenza
della battaglia.
Assecondava con la testa i passi del suo cavallo, lasciando
cadere lo sguardo sul paesaggio. Poche colline, piccole onde in
un mare calmo, punteggiavano la pianura. Rylock annuì
soddisfatto. Anche se gli esploratori avevano controllato la
situazione per decine di miglia in tutte le direzioni, vedere con
i propri occhi che nei dintorni non c’erano altre compagnie gli
dava una relativa tranquillità.
Aveva lasciato il forte temporaneo per raggiungere Bouver
poco dopo l’alba. La sua scorta contava solo quaranta soldati,
compresi Garon e Hofen; entrambi avevano provato a
convincerlo di portarne almeno un centinaio, ma Rylock
voleva evitare qualsiasi problema con gli abitanti del villaggio.
Si fidava dei suoi soldati, ma sapeva che, in mezzo ai civili,
poteva bastare una bevuta o uno sguardo storto per provocare
un disastro. Nel giro di pochi giorni, la Rosa Nera avrebbe
preso il controllo di tutto il territorio. Bisognava iniziare con il
piede giusto.
«Mangiapietra, senza dubbio Mangiapietra» sentenziò
Garon, tornando a parlare di gladiatori con il tono sicuro di chi
la sa lunga.
«Non lo metterei neanche fra i primi tre» rispose Hofen.
«Due anni fa è stato sconfitto da Squartabestie e…»
«Bahh» fece l’altro disgustato. «Incontro truccato per
evitare che si ammazzassero. Mion Klester temeva che due dei
suoi migliori gladiatori finissero sottoterra ammazzandosi a
vicenda, così ha li ha istruiti prima del combattimento.»
«Stavo dicendo che è stato sconfitto anche dal Butterato, e
questo pochi mesi fa. C’eri anche tu, o vuoi far finta di non
ricordare?»
«Truccato» Garon voltò la testa dall’altro lato.
«Anche quello?»
«Sì. Per me gli hanno versato qualcosa nell’acqua prima
dello scontro. Lo hanno drogato, non hai visto come
barcollava?»
«Ma dai, tu sopravvaluti quello scimmione. Forse perché ti
somiglia.»
«E allora chi metteresti per primo? Non mi dire
Squartabestie. È schiattato come un idiota inciampando
davanti a un leone.»
«No.»
«E neanche il Butterato, spero. L’ultima volta, a Stamoron,
è stato sconfitto da quel novellino, come si chiamava… uhm…
proprio non mi viene.»
«Il Tridente»
«Esatto, il Tridente. Avrà avuto diciannove anni a dire
tanto» Garon scosse la testa, come se non si capacitasse ancora
dell’accaduto. «Allora? Fuori un nome.»
«Negli ultimi dieci anni? Senza dubbio il Boia di Ferro.»
«Già ragioniamo. Però è rimasto nell’arena, quella vera,
per pochi anni.»
«Durante i quali però ha combattuto più di ogni altro. Solo
a Stamoron almeno due volte a settimana.» si guardò attorno. I
suoi occhi caddero su Rylock, che cavalcava davanti a loro.
«Ma è meglio non parlarne davanti al comandante.»
La sua voce da colosso si era ridotta a un sibilo.
Anche Garon abbassò il tono.
«Perché?»
«Sei con noi da pochi mesi. Fidati di me: non parlarne.»
«Ho combattuto contro di lui» disse Rylock, continuando a
cavalcare senza voltarsi.
Rylock fece rallentare il destriero finché non si trovò
fianco a fianco con Garon.
«Siamo in pochi a conoscere la storia» iniziò Rylock. «Ma
è normale che gli uomini parlino tra di loro, quindi
immaginavo ne sapessi qualcosa anche tu.»
«Non ne so niente, davvero.»
«Forse dopo tutti questi anni iniziano a raccontarla di
meno, anche perché siamo passati da trenta a tremila
mercenari, e del nucleo originale ne sono sopravvissuti solo
sei, me compreso.»
«Non capisco. Hai combattuto con il Boia di Ferro?
Dove?»
«Diciamo che questa Compagnia è nata per dargli la
caccia.»
«Sapevo che all’inizio operavate anche come cacciatori di
taglie» Garon sembrava sinceramente sbigottito. «Ma non
avevo idea che Rosa Nera e Boia di Ferro fossero legati a filo
doppio.»
«Filo triplo» Rylock si passò l’indice sulla cicatrice.
«Questo è stato il suo ultimo regalo.»
«Cazzo! Ma perché non me l’hai detto prima? È da quattro
mesi che sono con voi!»
«Non ne parlo mai volentieri. Su questo Hofen ha ragione»
disse scuotendo il capo. «Il Boia non si è preso solo il mio
occhio. Lui si è preso tutto.»
Rylock si tolse la barbuta e passò una mano fra i capelli
brizzolati.
«Avevo tutti i capelli neri» sorrise amaro. «Sono diventati
così da un giorno all’altro.»
Fissò Garon negli occhi, la mano che sfiorava
nervosamente il pomolo della spada. «Il giorno in cui quel
demone bastardo ha stuprato e massacrato mia madre e mia
sorella nell’arena di Stamoron.»
Garon fece una smorfia e allargò le froge. Anche i suoi
occhi dicevano a Rylock che non avrebbe mai trovato il
coraggio di chiedergli di andare avanti.
Non aveva bisogno di continuare a parlare per ricordare,
perché il villaggio era vicino. Di Bouver aveva memorie
lontane, vecchie di vent’anni. L’ultima volta era arrivato in
carrozza, le maniche a sbuffo della camicia bianca fuori
dall’abitacolo si gonfiavano al vento. Sua madre gli sorrideva,
seduta di fronte a lui. Sua sorella Eleonor gli stava accanto con
l’aria annoiata, come sempre. Scambiò un alito di vento con lo
spostamento d’aria provocato dal ventaglio che Eleonor usava
spesso. L’ornamento di pizzo sfiorava la sua pelle di
porcellana a ogni svolazzo.
Non era più quel ragazzo. Strinse le redini. La consistenza
del cuoio lo fece tornare alla realtà. Non aveva più nulla in
comune con lui.
E anche il villaggio, a una prima occhiata, sembrava non
avere più nulla in comune con ciò che era.
Il suo cavallo infilò lo zoccolo in una voragine che si
apriva nella pavimentazione stradale. Era abbastanza profonda
da permettere all’acqua di ristagnarvi. Ciuffi d’erba facevano
capolino dai lastroni di pietra. Non c’era più traccia di
manutenzione. Stava finendo tutto in pezzi, lì come nel resto
dell’Ibunod. Un giorno anche la speranza si sarebbe incrinata
come quelle pietre, e allora sarebbe stata la fine.
Garon alzò il braccio davanti a sé, l’ampia manica nera,
striata di rosso, penzolava all’altezza del gomito.
«La palizzata è messa male.»
Una delle due torri che controllavano la porta del villaggio
era coperta di edera per una buona metà, mentre all’altra
mancava la copertura per il casotto delle vedette.
Rylock seguì la linea della palizzata e sgranò gli occhi. Ne
era rimasta in piedi a malapena un terzo.
«Dove cazzo sono finiti i tronchi?»
«Non ne ho idea» Garon scosse la testa e si avvicinò a
Rylock.
«Guarda là, come comitato di benvenuto sono messi pure
peggio.»
Dalla porta malconcia del villaggio passò un gruppo di
persone. Tuniche che abbracciavano tutte le tonalità del
marrone e sorrisi tirati fino alle orecchie. A Rylock
ricordarono più una processione di lebbrosi che un comitato di
accoglienza.
Si voltò e ordinò ai suoi di fermarsi. Le due colonne da
venti uomini che lo seguivano erano l’esatto opposto. Due file
compatte e ordinate di armature a tre quarti brunite e armi in
asta. Smontò da cavallo e lo prese per il morso.
«Andiamogli incontro» Rylock poggiò la mano sul pomolo
della spada. «E cerca di non fiatare.»
Non gli fu necessario arrivare troppo vicino al gruppo per
capire che le persone del villaggio erano cambiate almeno
quanto quella palizzata. Non conosceva ogni evento occorso a
Bouver negli ultimi due decenni, ma lo ricordava come un
villaggio agricolo che se la passava abbastanza bene. Ora
sembrava in completa rovina.
Garon alzò un sopracciglio. «Qui la guerra ha colpito
duro.»
«Qui la guerra deve ancora arrivare» fece Rylock. «E
quando arriverà, l’intera popolazione di questo buco busserà
alle porte di Angbrook per avere protezione.»
«Tanto vale che li ammazziamo subito» Garon sorrise.
«Pochi mesi e saranno solo bocche inutili da sfamare.»
Facendo un freddo calcolo, non poteva dare torto a Garon.
Descarion, sessant’anni prima, aveva resistito all’assedio di Re
Leherius per nove mesi dopo aver fatto uscire dalle mura i
vecchi, le donne e i bambini, ma Leherius non li aveva lasciati
passare. Erano tutti morti di fame e di sete stretti fra le mura e
l’esercito nemico. Una fine orrenda.
Lasciar morire così i propri parenti e amici è da vigliacchi.
Ho fatto lo stesso con Eleonor?
«Zitto» Rylock lo prese per il gomito. «E continua a
sorridere. Eccoli che arrivano.»
«Si stanno trascinando dietro qualcosa?»
Rylock vide qualcosa scalciare. Per un istante gli sembrò
un animale, ma poi si rese conto che si trattava di un uomo.
Nudo. Quelli che lo tiravano per le braccia iniziarono a gridare
qualcosa di incomprensibile all’indirizzo di Rylock.
Garon strizzo gli occhi e provò a pararsi dal sole con una
mano. «Ma che…»
Il primo abitante di Bouver, un cinquantenne calvo e con
gli occhi spiritati, raggiunse Rylock e gli tese la mano.
«Sono Kenric, il preside del villaggio. Onorato di
conoscerla.»
Rylock allungò la destra, mentre Hofen e Garon si
portavano ai suoi fianchi come guardie del corpo. «Rylock.
Comandante della Rosa Nera.»
«Ohhh, ma certo, certo. Lo so, eccome se lo so. Ci hanno
avvertiti del suo arrivo, comandante, e siamo felicissimi di
sapere che sarete voi a proteggerci.»
«Posso chiederti, Kenric, che cosa state facendo a
quell’uomo?»
«Ah, glielo dico subito comandante, grazie di averlo
chiesto! Questo bastardo lo abbiamo trovato con le mani lorde
di sangue» Tre paesani smagriti, coperti da tuniche di feltro
che li costringevano a grattugiarsi di continuo il collo e gli
avambracci, strattonarono ancora il prigioniero. Aveva la
stessa età di Rylock, anno più anno meno, e lo avevano pestato
per bene. Le sue labbra erano spaccate e l’occhio aveva le
dimensioni e il gonfiore di un’albicocca. Quando cercò di
parlare, sull’occhio pesto arrivò un altro colpo.
«È un muriano di merda. Questo basterebbe per
ammazzarlo. Ma ha pure ucciso un uomo del villaggio. Quindi
ora lo portiamo nell’arena dal giustiziere. Siete arrivato giusto
in tempo per godervi l’esecuzione di questo cane.»
Davvero lo stavano invitando ad assistere? Non poteva
certo occuparsi di quel condannato.
«Grazie per l’invito» Rylock guardò Garon e Hofen.
Amavano entrambi l’arena, eppure non sembravano entusiasti
all’idea di perdere tempo a Brouver. «Ma sto portando la Rosa
Nera ad Angbrook. Prenderemo servizio ufficialmente solo
una volta giunti in città, quindi non possiamo fermarci.»
Silenzio. Il volto del preside, ma anche quello degli altri
disgraziati, si era fatto scuro. Il suo rifiuto aveva creato
un’atmosfera irreale, appesantita dal cielo perennemente
grigio. I paesani parlarono tra di loro.
«Ehi, comandante. Non è che siete amici dei muriani o
siete voi stessi muriani, eh? Il Consiglio della città vi ha
chiamati anche per proteggerci da loro, lo sanno tutti che
portano fame, disgrazie e che insultano gli Dei.»
Razionalmente, aveva immaginato che la politica religiosa
di Leherius sarebbe finita a picco, come una pietra in fondo al
mare, poco dopo la sua morte. Ma le cose erano andate peggio
del previsto. Tutti i culti ammessi, e tutti sottomessi al sovrano,
sembrava una buona idea, ma ad Angbrook, come in altre
città, i tumulti religiosi erano iniziati, probabilmente, nel
momento stesso in cui il Re aveva esalato l’ultimo respiro.
Ho almeno un centinaio di muriani tra i miei soldati,
pensò distrattamente. Hofen stava sicuramente pensando la
stessa cosa, mentre Garon, beh, non era sicuro stesse pensando
a qualcosa. A qualsiasi cosa.
«Un momento» Rylock alzò l’indice davanti al volto di
Kenric. «Fate ciò che volete di quest’uomo, non mi interessa,
ma ho dato la mia parola al Consiglio cittadino, rappresentato
dall’ambasciatore Helrey, che la Rosa Nera sarebbe giunta ad
Angbrook domani.»
«Ohhh, ma c’è tutto il tempo allora, tra un paio d’ore
avremo finito, ci sono solo altri due condannati oltre a
questo…» sferrò un calcio al ventre del prigioniero, facendolo
rotolare in terra a sbavare sangue sulle pietre. «Questo figlio di
troia! E poi l’arena è qui vicino, sul lato opposto della città,
fuori dalla palizzata. Ti piacerà comandante. Per noi è molto
importante avervi ospiti» Si girò verso l’assembramento di
volti scavati, sottilmente crudeli, che gli stavano alle spalle.
«Non è vero?»
Un coro d’assenso brutale, che lasciava trasparire una
brama di sangue del tutto incoerente con il loro aspetto
emaciato.
Ci tenevano dannatamente tanto. Rylock si morse il labbro
inferiore e guardò Kenric.
Trasformò il posso concedervi un’ora per farvi stare buoni
e assecondare le vostre ossessioni religiose e di sangue, ma
poi… addio in un «per mostrarvi i nostri buoni propositi,
siamo disposti a trattenerci per un’ora» mosse gli occhi da
Kenric a Hofen. «Poi riprenderemo la via per Angbrook.»
«Che meraviglia!» il preside quasi gli saltò addosso per la
felicità. Si voltò e allargò le braccia. «Forza, tutti all’arena!»
Capitolo 49. Costantino
Pregò Murion, gli uomini che si erano distinti cercando di
avvicinarne la purezza in vita: i Santi. Pregò per i suoi
familiari, per l’Uomo e per sé stesso. Una sfera di madreperla
dopo l’altra, i battiti del cuore divennero costanti.
Il respiro smise di essere grave.
Quando anche l’ultima gli scivolò dalle dita, si alzò
rinvigorito.
Prima di voltarsi, toccò con l’indice il cerchio d’oro con
inscritto un triangolo equilatero, d’avorio, affisso sulla parete
di fronte a lui.
Murion, aiutami.
In quell’istante, sentì passi svelti sul marmo. Venivano
nella sua direzione e, prima ancora che qualcuno potesse
bussare, Costantino aprì la porta.
«Santità» disse Gerardo, accaldato e con il fiatone. «La
squadra è rientrata, sembra che ce l’abbiano fatta. Con loro c’è
un uomo che urla e si dimena.»
Costantino sussultò. Ne avevano catturato uno.
«Bene, non perdiamo altro tempo Gerardo. Alza quella
torcia e fai strada, sarà una lunga notte» chiuse la porta alle
sue spalle. «Che Murion c’assista.»
Percorsero il lungo corridoio che portava dalle scale. I
Gran Maestri li guardavano severi dai dipinti posti lungo
entrambi le pareti.
Sguardi aguzzi come lance, barbe folte e capelli argento. Si
assomigliavano l’un l’altro come anziani gemelli. Costantino
sentì il peso dei loro occhi immortali. Pensò che fra tutti loro
era toccato proprio a lui il compito più gravoso.
Siete beati, padri miei.
Le scale, scintillanti di riflessi infuocati, scomparvero sotto
i loro piedi nel giro di pochi attimi. Attraversarono altri
corridoi in marmo bianco, rosa e nero, rampe di scale e portoni
di legno e bronzo, finché giunsero al piano del Redentorio.
«Torna alla tua camera» disse Costantino, mentre due
potenziati gli aprivano entrambe le ante del portone di legno.
La stanza non era molto grande. Gli architravi che
reggevano il soffitto poggiavano su una fila di colonne di
legno e portavano a una zona rischiarata dalla luce di due
candelabri.
Costantino fece qualche passo avanti. Riconobbe il
morione di Cassio e la corporatura tracagnotta di Flaiano, uno
dei potenziati inviati in missione. In mezzo a loro si agitava
una figura alta e smunta.
Si trattava di un uomo calvo, bianco come il granito. Gli
zigomi ossuti sembravano perforargli la pelle delle gote.
«Lasciatemi, lasciatemi, vi ammazzerò tutti, lasciatemi!»
sbraitò, la schiuma alla bocca. Aveva le mani legate dietro la
schiena, ma si dimenava come un ossesso.
Senza troppi complimenti, Flaiano gli sferrò un calcio
dietro la gamba, facendolo cadere in ginocchio. Assieme a
Cassio, lo mantenne in quella posizione premendogli una
mano sulla spalla.
«Sei uno di loro, dunque» Costantino cercò i suoi occhi.
«No, sono solo un poveraccio, questi energumeni mi
hanno strappato dalla tavola, non ho fatto nulla di male.»
«Ma come, prima minacci di ucciderci e adesso dici di
essere un povero disgraziato?»
«Ho paura, non so quel che dico… lasciatemi tornare a
casa, per favore!»
«È vero?» Costantino guardò in direzione di Flaiano. «Lo
avete strappato dal desco mentre cenava?»
«Vero» Flaiano sorrise mostrando una dentatura perfetta.
«Magari però il nostro amico potrebbe dire cosa c’era, nel suo
piatto.»
«Carne di cervo» rispose l’uomo.
Cassio, che fino a quel momento era rimasto immobile
come una statua, lo colpì con la mano aperta sul volto. Fili di
sangue schizzarono dalla bocca del prigioniero come ragnatele
da quella di un ragno.
Costantino fece un cenno col capo per calmarlo, poi
continuò.
«Dimmi il tuo nome.»
«Desio» sputò un grumo di sangue sul pavimento. «Mi
chiamo Desio.»
«Bene Desio, tu credi in Murion, l’unico Dio?»
«Che cazzo te ne frega?»
«È già un passo avanti» sospirò Costantino. «Almeno ora
sappiamo che non credi in Murion, unico vero Dio e Creatore
dell’Universo.»
«Voi state violando le leggi dell’Impero, l’Editto di
Dustennio mi permette di credere a chi voglio. Siete voi
muriani a dover pagare per pregare, e presto sparirete! Voi mi
avete trascinato qui, voi mi avete colpito e fatto sputare
sangue. Sono io quello incazzato.»
«Non c’è nessun Impero, qui. Le montagne sono nostre. Il
problema, caro Desio, è che tu non credi. Altrimenti vedresti
con chiarezza ciò che sta accadendo qui. È tutto semplice,
lineare, una conseguenza inevitabile del tuo agire.»
«Ma che cazzo dice questo?» Desio si voltò verso Flaiano
con le sopracciglia inarcate.
«Voglio dire che tutto ciò che farai e dirai sarà inutile. Per
salvare la tua anima, avresti dovuto prendere decisioni diverse
quando ne hai avuto l’occasione. Ora è troppo tardi.»
«Non capisco… perché mi state facendo questo? Chi siete
voi altri?»
«Sai chi siamo. La Legione è ancora qui. Esistiamo
ancora» Costantino di chinò su Desio. Sentì il suo respiro
putrido sul volto. «Pronuncia il nome del tuo dio infame, se
hai il coraggio di farlo tra queste mura sacre.»
«Credo negli Dei» alzò la testa in segno di sfida. «E ho
almeno dieci persone che possono testimoniarlo. Loro, loro
hanno visto. Mi avete trascinato fuori da casa mia, legato e
caricato su un cavallo con uno di questi due energumeni»
disse. «Non la farete franca, i rothiani arriveranno pure qua. Ai
muriani come voi gli pisciano in faccia e poi li fanno a pezzi.
Diventerete carne per i porci.»
«Procedi.»
Cassio non chiese conferme e non fece pause.
È perfetto.
Strinse il pugno. Il rumore di una corda d’arco tesa. Lo
piantò nello stomaco di Desio.
Tud.
Gli occhi del prigioniero uscirono fuori dalle orbite.
Tud-tud.
La velocità dei pugni di Cassio aumentò. Costantino aveva
difficoltà a seguire i movimenti dell’ibrido.
Tud-tud-tud.
Desio vomitò un fiume in piena di liquido verdastro,
sangue e grumi di cibo. Lo stomaco gli era andato in pezzi. Gli
schizzi arrivarono ai piedi di Cassio.
Costantino li indicò. «E questo cos’è?».
Fra gli altri residui della digestione, spuntava un mignolo
umano. Viste le dimensioni, doveva appartenere a un bambino.
Desio, il mento appoggiato al petto, non rispose.
Costantino guardò Flaiano, che annuì.
Quasi appoggiò le labbra sull’orecchio di Desio. «Lo hai
rapito. Lo hai stuprato, smembrato. Ti sei ingozzato con la sua
carne. Lo so cosa fate voi adoratori. Ma non sei ancora un
demograth, e non lo sarai mai.»
Desio alzò la testa di un pollice. Sul suo volto comparve
un accenno di sorriso.
«Hai sbagliato ordine, vecchio pezzo di merda» Desio
allungò la testa verso Costantino «Prima gli ho aperto la
pancia. Una lama arrugginita, poco affilata. E lui piangeva,
puoi scommetterci vecchio: piangeva! Urlava come un agnello
sgozzato. Mamma, mammina! Il suo intestino era soffice e
neanche puzzava di merda. L’ho staccato dello stomaco e ci ho
infilato dentro il cazzo. Ho scopato il suo intestino per
mezz’ora e lui è morto solo alla fine» lasciò cadere la testa
all’indietro. «È un peccato che sia morto prima di sentire che
gli venivo nella pancia!»
Costantino non rispose, ma il supplizio patito dalla
famiglia del Gran Maestro gli attraversò il cervello come un
fulmine.
Aurelio.
«Ingegnoso, ma ho sentito di peggio» Costantino si lisciò
la barba e scosse la testa. «Legatelo.»
«Lo portiamo al tavolo?»
«Sì»
«Ora ragioniamo» disse Flaiano.
Cassio non ebbe problemi a trascinare Desio fino al grande
tavolo sulla destra. Lo tenne fermo mentre Flaiano gli
stringeva le catene alle mani e ai piedi.
«Cazzo no, pezzi di merda!»
«Non ti agitare» disse Costantino. «Quelle catene possono
tenere fermo qualcuno molto più forte di te. È tutto inutile.»
Il corpo di Desio formava una X perfetta. Il colore della
sua tunica si confondeva con quello del legno. Costantino lo
lasciò sfogare per qualche secondo, poi prese il candelabro a
cinque braccia dalla mensola più bassa fra quelle inchiodate al
muro e lo poggiò vicino a Desio.
«Non aspettavo ospiti così presto, quindi mi perdonerai se
dovrò utilizzare degli strumenti, come dire, rustici.»
«Quali strumenti? Di cosa cazzo stai parlando?»
«Che modi incivili» Costantino allargò le braccia. «Qui
siamo fra persone ragionevoli.»
«Ragionevoli?» Desio sputò in terra. Il grumo di muco
giallo arrivò vicino agli stivali di Costantino. «I tuoi uomini mi
hanno rapito.»
«Lasciamo stare il passato. Ora mi piacerebbe parlare con
te. Solo parlare. Se ti dimostrerai collaborativo, ci limiteremo
a quello.»
Desio rimase in silenzio.
«Bene. Prenderò il tuo silenzio come un tacito assenso. Io
non sono uno stolto, Desio» Costantino gli diede le spalle. «E
penso non lo sia neanche tu. Per me sei come un piccolo
scorpione da schiacciare.» Si avvicinò al tavolo e prese un
martello. E un chiodo.
«Non vali neanche questo chiodo.»
Si voltò verso di lui.
«Parlami di Rogodh» ruotò il chiodo fra le dita. «Puoi
iniziare con quello che vuoi. Dove lo hai incontrato, perché sei
diventato un suo adoratore, basta che inizi a parlare.»
«Da me non saprai nulla, vecchio, lui mi darà vita eterna.
Capisci vecchio? La vita vera. Non quella merda di vita eterna
a guardare la luce di Murion» aveva gli occhi spalancati, fissi
nel vuoto. «Chi è il pazzo? Tu invece morirai. Marcirai in un
cimitero per secoli e secoli. Quel maiale di Murion mi sia
testimone quando dico che verrò a pisciare sulla tua lapide.»
Desio scoppiò a ridere.
Se non si fosse trattato di un adoratore così vicino a
Rogodh, Costantino si sarebbe annoiato. Gli adoratori catturati
seguivano tutti più o meno lo stesso percorso. Partivano dalla
negazione, passavano al delirio di onnipotenza. E finivano con
le suppliche. Sempre. Cosa li spingesse a essere così spavaldi,
anche se del bozzolo non avevano neanche sentito l’odore
vomitevole, era un mistero.
«Sbagli» Costantino fece scorrere il chiodo sul tavolo. Un
ricciolo di legno si alzò e lui lo soffiò via. «Per ottenere il
bozzolo, non solo dovrai mangiare la carne dei tuoi simili per
sempre, ma dovrai anche rinunciare alla tua anima.»
«Mi ascolti? Non me ne frega un cazzo dell’anima. Io sarò
immortale.»
«Sarai» Costantino. «Ora non lo sei. Nessun essere fatto di
carne e di sangue dovrebbe aspirare all’immortalità del corpo,
ma solo a quella dell’anima, cosa per te impossibile. Temo.»
«Bada bene vecchio bastardo: noi siamo tanti e voi pochi.
Pochissimi. Non potete farmi niente. Murion vuole che lo
amate, il vostro prossimo.»
«Penso che tu stia, come dire, sopravvalutando la mia
compassione.»
«Cosa vuoi dire?»
Senza proferire una parola, Costantino fece ruotare il
chiodo tra le dita e glielo appoggiò sul collo del piede. Alzò il
martello.
«No, no, fermo!»
Il martello scese. Il chiodo anche. Nella carne di Desio.
Ruppe le cartilagini e toccò un nervo, perché il piede di Desio
iniziò ad avere spasmi cadenzati.
Un urlo di dolore riempì la stanza. Quasi in senso fisico,
tanto era denso e profondo.
Con grande calma, sorridendo, Costantino sfiorò un altro
chiodo con il medio.
«Dimmi dov’è Rogodh.»
Per pochi secondi, Desio guardò a destra e a sinistra, come
a cercare alleati invisibili nell’oscurità della stanza. Si morse il
labbro inferiore, percorso da profondi spacchi verticali.
Costantino gli girò il grosso chiodo arrugginito nelle
cartilagini del piede. «Basta, Murion bastardo» Desio piangeva
come un disperato. «È andato via da pochi giorni, una
settimana al massimo.»
«Pochi giorni fa? Non mi interessa. Voglio sapere dov’è
ora. E tu sei abbastanza vigliacco da fare qualsiasi cosa pur di
salvarti la vita.»
Cassio e Flaiano erano in silenzio dall’altro lato del tavolo,
due statue di sale a sorvegliare l’interrogatorio, ma nel sentire
quelle parole si scambiarono uno sguardo di sorpresa.
«Dimmi dov’è, non voglio sapere altro» Costantino
avvicinò le sue labbra all’orecchio di Desio, talmente vicino
da sentire il respiro caldo di quell’essere dannato. «Dimmelo e
ti lascerò libero di appestare il mondo ancora un po’.»
«Non lo so.»
Ancora le dita sul chiodo. Bastava muoverlo in tondo per
sentire la carne che si rompeva e avvolgeva sul metallo.
Altre urla. Fastidiosamente forti.
«Ha senso» Costantino tornò a guardarlo negli occhi,
sperando di apparire abbastanza contrariato da intimorirlo.
«Ha senso continuare a mentire? Pensaci. Per ora non ti ha
dato nulla. Mangi carne umana, incolpi i muriani, tutto per una
cosa che non diventerai mai. Non avrai un bozzolo, non
diventerai un demograth.»
«Lui» disse Desio a denti stretti, con gli occhi quasi
rovesciati all’indietro dal dolore. «Ve la farà pagare.»
Ci credeva davvero, quello sciocco. Sbuffando, Costantino
scosse la testa.
«A lui non interessa nulla di te» disse con fare gentile,
come un padre che dica al figlio di finire la minestra.
«No» la bocca di Desio aveva preso a tremare, prima in
modo impercettibile, poi come la mano di un vecchio. Dove la
tortura aveva fallito, le parole di Costantino sembravano aver
trovato il giusto varco. «Lui ha… promesso.»
«Promesso? Le promesse valgono tra uomini. Non puoi
aspettarti che le mantenga un demone come Rogodh. Ascolta,
ora io avvicinerò di nuovo il mio orecchio alle tue labbra. Devi
solo sussurrarmi un luogo. E poi sarai libero. Te lo prometto.»
Tolse il chiodo e tamponò la ferita con un panno. «Ecco,
vedi. Ti lascerò andare.»
Avvicinò l’orecchio destro a Desio.
Piangendo, con la bocca tremante, Desio gli sussurrò un
nome. Il nome di un luogo che Costantino conosceva bene.
«Hai fatto la scelta giusta.»
«Ora liberami, lo hai promesso.»
«Te l’ho già detto. Valgono solo tra uomini, le promesse. E
tu non lo sei.»
Desio fece una smorfia di protesta.
La spada calò veloce. Non c’era nulla di naturale, nella
velocità del movimento di Cassio. Forse Desio non ebbe
neanche il tempo di vedere i due sgusci che correvano lungo la
lama e verso di lui.
Il filo sottile affondò alla base del collo, trascinando il
freddo acciaio nel corpo di Desio e cozzando infine contro le
assi del tavolo. Le corde vocali saltarono come corde di liuto,
impedendo a Desio di inveire contro il suo carnefice.
Perso il collegamento con le vertebre, la testa ruotò sulla
sinistra, come per adagiarsi su un guanciale, e prese a gettare
fiotti di sangue verso Costantino, che ruotò il busto appena in
tempo, meravigliandosi dei suoi riflessi.
«Cane bastardo, hai avuto ciò che meritavi» Cassio sollevò
la testa grondante di Desio. Il volto era irrigidito in una grigia
smorfia di sorpresa, e le gocce tintinnavano sulla nuda pietra
del pavimento.
Il silenzio ammantò la fredda pietra del Redentorio per
qualche secondo.
Fu interrotto dal grattare del fodero della spada sulla pietra
mentre Costantino si rimetteva in piedi puntellandosi su di
essa.
Le spalle in fiamme per lo sforzo ed il cuore in cenere per
il dolore, si inginocchiò davanti a un’immagine di marmo
riposta in una nicchia.
Un triangolo inscritto in un cerchio.
Rosario alla mano, si estraniò dalla realtà e riprese a
pregare.
Capitolo 50. Zodd
Era la prima volta che gli toccava un turno nelle prigioni,
ma già sapeva che sarebbero bastate due ore lì sotto per fargli
cadere i coglioni in terra dalla noia. Dolgrane non lo aveva
mai messo di servizio nelle prigioni, forse per via dell’altezza.
E poi, all’improvviso, aveva cambiato idea, piazzandolo in
quei tunnel di merda appena rientrati da Omitia.
A differenza sua, Dolgrane passava lì sotto intere giornate.
Giusto la sera prima, era tornato al pianterreno con una collana
composta da tre dita e un orecchio. L’aveva messa al collo di
Vasech mentre dormiva, scatenando l’ilarità generale.
In quel momento, Zodd sperava solo che la fame
rimanesse al livello attuale, quasi sopportabile, ancora per
qualche ora. Gettò lo sguardo all’interno della prima cella,
quella di Mani-di-Fata. In quella accanto, la moglie era nella
stessa posizione di quando l’aveva vista insieme a Sestio. Si
mosse verso la cella dei bambini, i figli dei due. Non sapeva
con certezza per quale motivo li avessero infilati lì dentro da
soli, ma immaginava fosse un modo per evitare che i genitori
trovassero un modo per ammazzarli prima del Rito, qualsiasi
cosa fosse.
Mentre procedeva oltre, nella sua mente prese forma
l’immagine di Mani-di-Fata che cercava di uccidere i figli con
le mani della moglie inchiodate ai polsi, e le sue intorno al
collo come una sciarpa. Beh, sarebbe stato fottutamente
difficile, ma molto divertente da vedere.
Nell’ultima cella intravide, attraverso le sbarre, un altro
muriano. Un vecchio. Lo guardava con il mento alzato e un
ghigno di disgusto sulla faccia. Sotto al farsetto con manica
aperta, scuro come la sua pelle, spuntava una camicia che,
qualche decennio prima, era stata bianca. Le braghe, una
gamba verde scura e l’altra di un colore imprecisato fra il
rosso e il marrone, erano larghe e tenute su da un pezzo di
corda. Magro come un chiodo. Affamato.
Quanto a fame…
Zodd continuò a guardare nella cella, verso un punto
imprecisato alle spalle del prigioniero.
«Dimmi, ti diverti anche tu?» Il muriano sembrava avergli
letto nel pensiero. «Sei nuovo. Un altro vigliacco pronto a
servire l’abominio.»
A Zodd bastò un’occhiata per identificarlo come il padre di
Mani-di-Fata. Gli assomigliava come una goccia d’acqua.
«Lui è già arrivato?» sui sessanta ma ne dimostrava
novanta. Fece una smorfia di dolore avvicinandosi alle sbarre.
Ne strinse una con due dita, le uniche rimastegli alla mano
destra. «Fra poco ci sarà un Rito.»
Zodd sapeva benissimo di chi stava parlando. «Che ne sai
tu del Rito?»
«Ogni cosa. Purtroppo» si umettò le labbra spaccate. Zodd
notò che gli mancava anche l’orecchio sinistro; al suo posto
grumi di sangue marrone incastonati nella pelle come diamanti
putridi. «Fammi una promessa e ti dirò tutto. Per uno come te
è una cosa da poco.»
«Cosa vuoi?»
«Quando avrò finito di parlare, voglio che tu vada dai miei
nipoti» deglutì un boccone di aria e saliva. Per un istante
sembrò che un tumore gli stesse scendendo dentro il collo
raggrinzito. «E li ammazzi. Tutti e due.»
«Non lo farò. Devono rimanere tutti vivi. Me lo hanno
chiesto espressamente.»
«Ti prego» disse il vecchio sospirando. Riusciva quasi a
percepire i battiti di quel cuore, giunto sull’orlo del precipizio.
Ti prego. Perché lo aggiungono sempre? È mai servito a
salvare la vita di una persona? Due parole sopravvalutate.
«Dipende. Tu dimmi qualcosa che non so su questo Rito. E
io cercherò di venirti incontro.»
«Capisco. Vedi, tutto quello che devi sapere è qui» aprì i
palmi delle mani. Due quadrati di pelle più scura, circondati da
ferite grondanti pus. L’odore di un pezzo di formaggio
putrefatto gli riempì il setto nasale. Per fortuna, la sua
ingordigia di carne umana non superava il limite di guardia
quando c’era di mezzo troppa putrefazione.
«Mi hanno strappato la pelle, poi mi hanno cucito sulla
carne viva quella di mio nipote. Dovrebbe farmi male, ma da
due giorni non sento più nulla.»
«Sì, proprio un lavoro di merda, ma cosa c’entra con il
Rito?»
«Tutto quello che vedi e senti in questa villa riguarda il
Rito. Anche la pietra su cui poggi i piedi in questo momento.»
D’istinto, Zodd guardò in basso per un istante.
«Sì anche quella. Ogni cosa qui è un mezzo per stuprare la
creazione divina. La sofferenza degli altri, il sangue, il
dolore… Loro lo cercano.»
Aveva visto abbastanza, in quella villa, che quasi non
aveva bisogno di ascoltare il resto. «Di questo parlano
apertamente anche loro. Dimmi qualcosa che non so.»
«Il bambino. Loro sono niente senza di lui. Vogliono
essere sicuri di stare dalla parte dei vincitori. Quando non ci
sarà altro che abominio e terra che rigurgita carne umana, loro
sperano di essere al suo fianco.» Le sue gambe tremavano.
Non lo avrebbero retto ancora molto. Due chiodi gli uscivano
dal dorso del piede. Fottuti gli Dei, non sapeva neanche come
facesse a rimanerci, in piedi. «Il Rito è una scelta. Opposta a
quella che abbiamo fatto noi. E nei tempi in là da venire la
faranno in molti. Quando l’inferno minaccerà tutta l’umanità,
ogni uomo sarà chiamato a scegliere»
Allargò le braccia, i pugni chiusi. Con sole due dita, quello
destro non aveva proprio la forma di un pugno, ma rendeva
l’idea. Aprì il sinistro «Sottomettersi» Poi le due dita.
«Combattere.»
Teatrale.
Il vecchio riprese a parlare. «So cosa fanno qui. Pensano di
potersi ingraziare i Sei che sfidarono Murion» crollò in terra
con un crack fragoroso. Un osso della caviglia aveva bucato la
pelle. Scoppiò a ridere. «Pensano di potersi salvare così.»
Zodd pensò a quel nome, al sangue scuro che formava la
parola Asmodeoth sul palazzo governativo di Aratan. Una cosa
doveva ammetterla: i muriani sembravano gli unici ad avere
una vaga idea di ciò che stesse accadendo. Le persone che
aveva massacrato per anni, agli ordini dell’Impero, avevano
previsto tutto? Il rimorso non era un sentimento con cui aveva
confidenza. Essere preso per il culo, quello sì che lo
conosceva.
Se i muriani avevano previsto un esercito di demoni, forse
sapevano anche della mostruosità che lo stava cambiando. Fu
tentato di chiederlo all’uomo che giaceva in terra davanti a lui,
appena dietro le sbarre. Aveva smesso di ridere, ma non
provava neanche a rimettersi in piedi. Il sangue gli usciva a
fiotti dai piedi martoriati. «Uccidili. Per uno come te spezzare
il collo di un bambino è come rompere un gambo di sedano.»
Guardò i due ragazzini in fondo alla cella, uno piccolo,
l’altro appena adolescente. Quando sei in una cella del genere
è meglio essere vecchio e senza speranza. Un anziano riesce
ad accettare la sofferenza e la morte. Un adolescente no.
Resiste e resiste, il suo corpo cerca di adattarsi, la sua mente di
trovare una via d’uscita.
Non si può uscire da un luogo come questo.
Devo farmi i cazzi miei.
Ritornò verso il corridoio mentre il vecchio gli urlava
dietro. Si passò la sinistra sulla fasciatura del braccio ferito.
Avrebbe già potuto toglierla. La ferita si era completamente
rimarginata.
Alzò lo sguardo e si bloccò d’istinto. Due sagome,
dall’altro lato.
Dolgrane e Sestio.
Che ci fanno qui sotto?
Dolgrane aveva addosso abbastanza acciaio da poter
rifornire un paio di divisioni imadiane. Nella destra stringeva
l’azza. Gli sembrò molto strano, perché, quando scendevano
nelle prigioni, tutti i mercenari, Dolgrane per primo,
lasciavano armatura e armi in asta nella villa, preferendo una
semplice tunica e la spada corta al fianco. Sestio non era
armato. Forse non ne aveva neanche bisogno.
Zodd conosceva quei ghigni. E quel momento, quasi
palpabile, in cui tutti sembrano smettere di respirare. Li guardò
ancora, senza fermarsi.
Che figli di puttana, gli stavano tendendo un agguato.
All’improvviso, vide l’ordine di tenere sotto controllo le
prigioni per ciò che era: una trappola. Era lì sotto, disarmato.
Pensò allo sguardo del Bambino che lo seguiva mentre
tritava ossa muriane il giorno prima, giù a Omitia. Alle parole
che questi aveva scambiato con Dolgrane.
Cercò di mostrarsi inconsapevole, distratto. «Volete già
darmi il cambio?»
Sestio diede un colpo di gomito a Dolgrane, che sputò un
«sì, Mardonio ti vuole di sopra.»
Quindici passi. Nessuna arma.
«Salgo subito, allora. Volevo avvertirvi che il vecchio,
nella cella in fondo, ha una frattura esposta della tibia. Se
volete farlo arrivare vivo ehm…» Si strofinò una mano sul
collo. «Al Rito, beh, dovete steccargli la gamba e curarlo.»
Pietre umide, licheni che sbucavano dalle fessure nella
fioca luce delle torce. Zodd fece scrocchiare il collo e tutte le
dita semplicemente chiudendo i pugni. L’azza di Dolgrane si
inclinò verso di lui in modo quasi impercettibile. Quasi. Il
respiro dei due, i battiti del cuore. Quel corridoio, nonostante
l’umidità, era come una balla di fieno secco. Bastava una
scintilla. E sarebbe scoccata molto presto.
Osservò ancora l’ambiente. A parte i due, c’era solo un
tavolino basso nel piccolo spazio tra la scala e il corridoio.
Una brocca di terracotta, un piatto con un osso di pollo
rosicchiato e un coltello.
Un coltello.
A sette, forse otto passi da lui e a tre da loro.
«È ridotto male. Domani lo trovate stecchito, è meglio se
ve ne occupate subito.»
Cinque passi.
Quattro passi. L’azza di Dolgrane era sempre più bassa.
Tre. Ecco la fottuta scintilla.
Agguantò la brocca e la spaccò in testa a Sestio in
un’esplosione di cocci e vino rosso, poi recuperò un coltello
dal piatto di avanzi e lo piantò nel dorso della mano di
Dolgrane, inchiodandola tra due fessure nella pietra. Il coltello
era dentro fino al manico.
Sestio scosse la testa, con il riporto a pinna di squalo che
proiettava gocce alcoliche in tutte le direzioni, ma non esitò.
Zodd vide arrivare il suo pugno. Sfruttò il maggiore allungo e
gli afferrò il braccio, girandoglielo dietro la schiena. Sestio
grugnì di dolore. Zodd si fermò solo dopo avergli fatto uscire
la scapola. Gli serrò l’avambraccio sulla gola, percependo il
fiottare del sangue nella carotide, poi ruotò la spalla destra e
tutto l’addome, spezzandogli il collo con una sola torsione.
Lasciò il corpo esanime afflosciarsi sul primo gradino della
scala, la nuca adagiata sulla schiena.
Dolgrane intanto lottava per liberarsi dal coltello piantato
nella mano.
«Murion figlio di troia! Appena mi libero giuro che ti
ammazzo!»
La tirò via con forza. L’acciaio tranciò via tendini e carne
per uscire fra l’indice e il medio.
Anche se Dolgrane teneva ancora l’azza con la mano
buona, era diventato una preda facile.
Uccidilo! Uccidilo!
«Fanculo, pensaci tu» disse il mercenario. Lanciò l’azza
nel buio, verso le scale.
Si voltò giusto in tempo per vedere Sestio, con la testa
adagiata sulla spalla, prendere l’arma al volo.
Un fiume di incredulità gli annacquò il cervello.
«Ma che cazzo… Sei ancora vivo?»
«Ho vo…glia di man…giarti le vi…scere» gorgogliò
Sestio sputando sangue.
Una protuberanza tumefatta grossa come una mela
occupava il lato destro del collo, là dove una vertebra spezzata
premeva contro la pelle. La testa ondeggiava sull’altro lato ma,
lentamente, tornò in posizione, scricchiolando, come tirata da
un vecchio argano. Lo schiocco più netto fu quello della
vertebra cervicale che rientrava in posizione. Ma non era la
vista di quello spettacolo assurdo, né il rumore grottesco di
ossa rotte e ricomposte, a fargli provare una strana sensazione
di stomaco in subbuglio.
Era l’odore.
Mentre tornava alla forma di un inutile burocrate, Sestio
aveva un odore diverso. Un odore che Zodd sentiva
direttamente nel cervello, come se le sue narici fossero solo un
inutile orpello appiccicato alla faccia.
Una fame nuova. Viva come le fiamme dell’inferno. Era
disorientato.
Zodd alzò il braccio ferito per parare il primo colpo d’azza.
La forza inferta da Sestio all’arma era semplicemente
mostruosa. Ulna e radio si ruppero con un unico, sordo,
rumore di frusta, sbattendogli con violenza sulla fronte.
Ebbe l’impressione di non avere più niente, dentro
l’avambraccio destro; solo un sacco di pelle pieno d’acqua che
si afflosciava a destra e sinistra quando lo muoveva.
Nessun dolore. Solo fame.
«Ah ah, sei a un passo dal diventare il nuovo Mani-di-
Fata!»
Sestio aveva pronunciato anche l’ultima parola con
arroganza e occhi dilatati, tranne le ultime due lettere. Al di-
Fata, infatti, i denti di Zodd erano già affondati nella sua
carne. Appena sopra la clavicola quelli della mandibola, sopra
la scapola quelli della mascella. Il sangue di Sestio gli scese
nello stomaco come una cascata incandescente. Il cuore salì
verso la gola quasi all’istante, un cavallo al galoppo che
batteva gli zoccoli in terra facendogli tremare tutto il corpo.
Forza. Pura.
Un rogo demoniaco gli avvampò il corpo. Mandibola e
mascella schioccarono. Il rumore inconfondibile di ossa
dislocate. Le fauci di un fottuto serpente strapparono un grosso
pezzo di carne da Sestio e lo spinsero a forza nello stomaco.
Più dell’infernale di Aratan, più di quello sulla Falco dei
Mari. In quel lunghissimo istante, provò il più completo
appagamento.
Poi picchi aguzzi su un cielo sanguigno.
E Lui. Rideva.
Capitolo 51. Zodd
Fiamme nere gli divoravano le budella mentre si
contorceva di dolore. La vista, sdoppiata dalle lacrime, era
diventata improvvisamente un senso inutile. Ma sentiva le
catene. Ai piedi e al polso sinistro. Pesavano come mascelle di
lupo metalliche, serrate dai colpi di un fabbro infernale.
L’avambraccio destro, sbriciolato dal colpo di Sestio, era poco
più di un pezzo di argilla incollato al gomito.
Saggiò la resistenza della catena al polso tirando le braccia
davanti a sé, ma il movimento fu bloccato a metà strada. Due
piedi di lunghezza, come quelle alle caviglie. Sdraiarsi era
impossibile, l’attacco della catena era troppo alto sul muro.
Poteva solo sedersi su una pietra sporgente.
«Fottuti gli Dei» tirò ancora digrignando i denti. «Quando
cazzo mi hanno rinchiuso qui?»
Quando sei finito a sognare quel cazzo di mondo con i
picchi aguzzi e il cielo rosso dove vive lui, l’Ombra.
Incatenato in fondo alla cella, Zodd sentiva le asperità
della pietra gelida spingere contro i muscoli della schiena.
Nella sua bocca c’era ancora il sapore del sangue di Sestio,
metallico e gustoso. Quel morso aveva innescato qualcosa.
L’Ombra era lì, dentro il suo stomaco, sotto la pelle. Si
muoveva insieme ai suoi muscoli. E faceva un male fottuto.
Sembrava dirgli «ehi, lascia fare a me, perché vuoi continuare
a soffrire?»
La carne di Sestio.
Niente a che vedere con quella degli infernali. Sestio non
aveva la loro forma mostruosa, ma era tremendamente più
potente.
Quel pezzo di merda pelato.
Sono di nuovo in catene.
Se qualcuno glielo avesse detto solo due giorni prima, lo
avrebbe liquidato con una risata e un calcio nel culo. La gelida
sensazione del ferro sui polsi accompagnava anche il suo
primo ricordo nitido. Buio, le urla del padrone. Aveva quanto,
quattro anni? Impossibile dirlo con precisione. Rasoi che
brillavano alla luce fioca delle candele e gli aprivano ferite
sottili sull’addome. Tagli superficiali, per non rovinare la
merce. E poi il sale. Non era a buon mercato, eppure lo
usavano parecchio per torturarlo.
Esistevano metodi più economici per farlo. Quando era
passato dall’altra parte, dallo stringere le catene
all’impugnatura dell’addhur, non si era fatto mancare nulla.
Diventare il boia più richiesto nelle arene dell’Ibunod non può
essere frutto del caso. Bisogna essere capaci di infliggere il
dolore più atroce, il più a lungo possibile.
Le prigioni, però, sono tutte dannatamente uguali. Il puzzo
di marcio, il fetore degli escrementi, l’umidità che ti divora le
ossa. E le grida di dolore. L’unica cosa che fa davvero la
differenza è trovarsi da un lato delle sbarre o dall’altro. Dal
lato giusto o da quello sbagliato.
In quel preciso momento era dal lato sbagliato. È quello
dove finisci quando qualcuno vuole sapere qualcosa da te;
fottutamente sbagliato, perché dall’altro lato, su questo
avrebbe scommesso le sue palle (inutili), sarebbe spuntata a
breve la testa di Sestio. La testa che, con calma meticolosa, si
era rimessa dritta sul collo dopo che Zodd glielo aveva
spezzato.
Si alzò dal sedile di pietra che lo sosteneva. Non aveva
altri punti di appoggio. La sua scelta era limitata a due
opzioni: in piedi o seduto. Barcollò per un istante, disorientato,
quando si accorse di percepire distintamente il sangue che gli
correva nelle vene con la violenza di uno squadrone di
cavalleria.
Stava mutando ancora. E la colpa era di Sestio.
Perché lo aveva aiutato, in quel fottuto palazzo del
governatore a Calisium? Per buttarlo, alla fine, nella cella di
un mercante di Ederlia?
I suoi sospetti si erano rivelati fondati, anzi, era tutto
peggio del previsto.
Sono stato il suo obiettivo fin dall’inizio. Mi sono fatto
fottere come un idiota.
Una cosa era sicura: Sestio, Mardonio, e anche quel
bamboccio biondo a cui tutti leccavano il culo, sapevano
molto anche su di lui. Di sicuro sapevano che stava diventando
più forte, perché le catene da elefante che lo bloccavano non
potevano essere una semplice precauzione, specie
considerando che aveva un braccio completamente distrutto.
C’era una connessione, ma non riusciva a intuirla, tra
l’arrivo del Bambino e la sua nuova condizione di prigioniero
con poche possibilità di sopravvivere. Non che la cosa potesse
aiutarlo a fuggire da lì, ma aveva poco altro per tenere
occupato il suo cervello. In quel poco altro era compresa,
comunque, l’assurda percezione di avere altro dentro di lui.
Una mostruosità antica.
Affamata.
***

Le gocce che cadevano dal soffitto e l’aria che entrava


nelle sue narici divennero i suoi compagni di cella. Incatenato
come un cane, crocifisso nel buio, Zodd aveva di nuovo fame.
Solo una caraffa di acqua torbida, sulla destra, che riusciva a
sfiorare con un piede. Fino a quel momento, per mangiare gli
era bastato uscire nella notte e divorare uno dei cadaveri
ambulanti che giravano intorno alle mura.
Fottuti gli Dei, ora le cose si erano complicate.
Si aspettava, comunque, di ricevere visite da un momento
all’altro.
Una guardia passò davanti alla sua cella due volte. Da
come spostava la torcia verso di lui, immaginò stesse cercando
di capire se era il caso di chiamare Dolgrane o Sestio.
Zodd rimase con gli occhi spalancati. «Chiama quei
bastardi.»
La guardia passò la torcia nell’altra mano e si allontanò, a
passo veloce, lungo il corridoio. La scia di luce si spense nel
buio.
Questa volta non era una sola guardia. I passi e le voci
erano quelle di almeno quattro o cinque persone. Cosa insolita.
Alzò il mento, sperando di vedere qualcosa. Il bagliore di una
torcia apparve come un fantasma mentre il brusio diventava un
vociare distinto. Le guardie parlavano fra di loro. Ma le prime
parole chiaramente distinguibili uscirono dalla bocca di Sestio.
«…Dovevo portarlo qui…»
Drizzò le orecchie per sentire il resto. Senza successo.
Eccoli lì, davanti alla cella. Dolgrane, Sestio e il Bambino,
con i capelli biondi che scintillavano alla luce delle torce.
Le nocche di Sestio bussarono sulle sbarre, facendo vibrare
il metallo. Zodd gli aveva strappato un bel pezzo di carne dalla
spalla, ma l’uomo sembrava in ottime condizioni, con una
tunica scura che gli copriva la ferita.
Visto quanto ci ha messo a rimettersi le vertebre a posto, si
sarà rigenerato quasi subito. Più velocemente di me.
Poi l’aratense - forse non è nemmeno di Aratan - fece un
grande sorriso e si rivolse al Bambino.
«Ho fatto la mia parte. Eccolo qui.»
Piccolo bastardo. Ti strapperò la lingua a morsi.
Il ragazzino lo fissava con la testa inclinata e gli occhi
socchiusi. Sembrava non aver ascoltato una sola parola.
Sestio rimase immobile, mordendosi le labbra.
«Ti avevo detto di andare a controllare cosa avesse
provocato la seconda Frattura di Aratan» il ragazzino non girò
neanche il capo per guardarlo. «Non di portarmi un
prigioniero.»
«Signore» la voce di Sestio tremava. «Sono arrivato in
Niversia e ho raggiunto il forte imperiale di Miniarum per
raccogliere informazioni. Alle porte dell’Impero si stanno
ammassando migliaia di infernali… ehm…È così che li
chiamano qui.»
«Questo lo so già.»
«C’è dell’altro. Al forte ho scoperto che tre soldati si erano
salvati dal massacro di Aratan. Mi è bastato fare pochi calcoli
per capire che questo tizio era lì nel momento esatto in cui si è
verificata la seconda frattura.»
«Non potevi interrogarlo lì?»
«Lo avrei fatto, ma poi ho scoperto che un infernale lo
aveva ferito a morte. Invece dopo qualche giorno girava per il
forte come se non fosse successo nulla. Mi sono insospettito
… Ha divorato una prostituta e incendiato l’intero bordello per
coprire le tracce. Al palazzo del governatore ha mangiato un
bambino! Ma non penso sia un demograth.»
«Non lo è. Ne sentirei l’odore.»
«Come si chiama?»
«Zodd» alzò la testa e tirò le catene. Portò avanti anche il
braccio rotto, che si afflosciò come il cazzo di un vecchio dopo
l’articolazione del gomito. «Non ci conosciamo, ma vedo che
sei tu a comandare. È troppo chiederti di mandare qui dentro
quel leccaculo pelato che ti sta accanto?»
«Mi piaci» il Bambino sorrise e diede un colpetto con il
gomito al costato di Sestio. «Sono quasi tentato di
accontentarti. Tu che ne dici Sestio?»
«Sì Sestio, che ne dici? A proposito, come va il collo?»
«E il braccio?»
Un lampo brillò negli occhi dell’aratense, che strinse i
pugni e tirò fuori il solito ghigno demoniaco…
«Sei un demograth. Uno dei miei demograth» sussurrò il
Bambino a Sestio. «Potresti ucciderlo con un braccio legato
dietro la schiena. Hai paura?»
«Paura?» Sestio afferrò una sbarra. «Sono stato costretto a
fargli da balia per giorni, a rovistare in una casa bruciata fino
alle fondamenta, a mangiare la mano di un cadavere
carbonizzato e a dividere la nave con un gruppo di muriani. Io
lo ammazzo subito se vuoi.»
«No, ti stavo mettendo alla prova. Voglio prima scoprire
cos’è.»
«Bisogna toglierlo di mezzo, per me. È successo qualcosa.
Si è nutrito del mio sangue. So che sembra assurdo ma» Sestio
guardò il Bambino come qualcuno che debba confessare
qualcosa, temendo di non essere creduto. «Era lui che voleva
mangiare me.»
Zodd si stava ancora interrogando sulle parole che aveva
appena ascoltato. Non aveva capito la questione del bozzolo,
ma quel demograth si era insinuato in fondo al suo cervello
assieme alla sensazione delle catene che lo inchiodavano al
muro.
Cosa cazzo voleva dire?
Il ragazzino guardava Zodd, ma continuava a parlare con
Sestio.
«Se gli ha messo un infernale alle calcagna, vuol dire che
lo ha sentito anche Asmodeoth.»
«Pensavo che gli infernali fossero tutti dietro la Linea
Fortificata dell’Impero. Come è riuscito ad arrivare fino al
mare?»
«Per quanto ne sappiamo, potrebbe aver fratturato il Flusso
in più punti. E ora vaga alla ricerca di prede.»
«Ci ha quasi affondati.»
«E tu non hai reagito? Lo avresti fatto cadere nelle sue
mani?»
Sestio indicò Zodd. «No, ma lui lo ha ammazzato
velocemente.»
«Questo me lo hai già detto. Hai notato qualcos’altro?»
«Gli ha anche parlato. L’infernale dico, ma non sono
riuscito a sentire.»
«Sei un vero idiota Sestio, quante volte dovrò pentirmi di
averti dato il mio sangue?» lo colpì con il dorso della mano,
arrivando a malapena al volto di Sestio per via della differenza
d’altezza. Questi abbassò la testa e sputò un grumo di sangue.
«Gli infernali non parlano, mai. Se uno di loro lo ha fatto, vuol
dire che ne sa più di noi, capisci?»
«Veramente» Sestio si portò il braccio davanti al volto
come un bambino che voglia difendersi dai ceffoni della
madre. «No.»
«Peccato. Comunque non è un problema» il Bambino fissò
Zodd. «Ce lo dirà lui. Ma prima dategli da mangiare.»
Il Bambino scomparve, ma si materializzò Dolgrane.
Si avvicinò alle sbarre e accese la fiaccola infissa nel muro
opposto.
«Ding, ding, ding!» il capo delle guardie esplose in una
risata sguaiata. I fili di bava si appiccicarono sulle sbarre. «Ti
abbiamo portato uno spuntino.»
Il volto di un giovane uomo emaciato catturò i bagliori
della torcia. Uno dei cadaveri ambulanti distrutti dal misto di
merda, carne umana e aloise che faceva tanto ridere Mardonio.
Aveva lo sguardo perso, era chiaro che non avesse la benché
minima idea di ciò che gli stava capitando.
«Devi essere molto importante per quei due» non disse i
nomi, ma Zodd capì che si riferiva a Sestio e, soprattutto, al
Bambino. «Parlano più di te che del Rito, cazzo. Vogliono
sapere cosa sei.»
Zodd sorrise.
«Quando lo scoprono fammi un fischio. Interessa anche a
me.»
«So benissimo cosa sei. Un coglione che morirà in questa
cella.»
Difficile dargli torto, in quel momento.
Dolgrane aprì la porta.
«Tieni» spinse dentro l’uomo. «Intanto fai colazione.»
«Anzi, quando capiranno che non sei niente di speciale,
magari solo un demograth che ha sbattuto la testa, mi
permetteranno di aprirti la pancia e farti ingoiare le tue stesse
budella» guardò l’altro mercenario e batté le mani. «Questa sì
che è una grande idea. Un’umiliazione degna del Rito!»
L’altro grugnì e annuì.
«E magari dopo che esco dal bozzolo - se sei ancora vivo,
intendo - ti mangio la faccia facendo attenzione a non
ammazzarti. Lui ne sarà felice. Ah ah ah.»
«Comunque devi essere in forma per domani. Lui vuole
parlarti. Mangia e non rompere il cazzo.»
Non c’era bisogno di chiederlo.
Sentì tutti gli odori che provenivano dalla sua vittima:
carne fresca, sangue e aloise. L’uomo, sui trentacinque, era
stordito. Oscillava proprio verso di lui, facendo un passo in
avanti e due di lato. Le ossa del bacino spuntavano sotto i
fianchi come cisti indurite.
Zodd lo afferrò appena fu a portata di mano. Inclinò la
testa e aprì la bocca. I suoi denti affondarono in una guancia.
In realtà tutta la guancia si trovava nella sua bocca. La strappò.
La sua vittima si scrollò di dosso il torpore all’improvviso.
Mi sembra normale, lo sto mangiando vivo.
Urla di dolore dritte nelle orecchie. Rischiavano di
sfondargli i timpani.
Crack.
Collo rotto.
Rimase stupito dalla facilità con cui strappò la testa dal
busto. Succhiò il midollo dalle vertebre come fosse un nettare
prezioso. Il sangue caldo gli colava sui piedi, ma non c’era
nulla, in quella carne, che potesse dargli il puro appagamento
datogli dal sangue di Sestio.
Al secondo morso, senti come un chiodo piantato nella
mascella. Sputò in terra un altro dei suoi molari.
Cazzo.
Capitolo 52. Rylock
Un emulo da quattro soldi. Questo pensava Rylock del
giustiziere coperto di metallo che scimmiottava le movenze
del Boia di Ferro. Percorreva da un lato all’altro la sabbia
dell’arena, compattata dalle piogge dei giorni precedenti,
brandendo una normale frangipicche invece del più pesante
addhur da esecuzione. Continuava a ruotarla sopra la testa
come uno scimmione.
Un elmo a becco di passero, con due corna piazzate ai lati
per fare scena, deformava le sue urla. E quante urla. La folla
era in delirio.
Era solo un imitatore, ma Rylock riusciva a malapena a
tenere la mano lontano dall’elsa.
Lottava per non mostrare alcuna debolezza. Doveva
rimanere tranquillo.
Una goccia di sudore gli scese lungo la tempia sinistra. La
fermò con un dito prima che arrivasse allo zigomo.
Quello era l’ultimo villaggio prima di Angbrook. Un
migliaio di abitanti, case di legno marcito per ripararsi dal
cielo plumbeo e un paio di locande. Eppure anche lì non
mancava un’arena.
Un tempo anche io amavo quella sabbia, che idiota! Ora
vorrei aprire il ventre di quel buffone e infilare la sua testa su
una picca.
Non riusciva a capire, non più ormai, come gli abitanti di
ogni maledetta città dell’Ibunod se ne fregassero
completamente del necessario quando veniva dato loro il
superfluo. Addirittura, qualche mese prima, gli era giunta voce
che gli abitanti di Stamoron avessero preferito quattro giorni
consecutivi di esecuzioni nell’arena alla distribuzione gratuita
di cereali.
Il boia, Torre di Ferro o Toro di Ferro, Rylock non riusciva
bene a capirlo con il preside del villaggio che gli strillava
nell’orecchio insieme ad altre trecento bocche, indossava una
maglia ad anelli fino a mezza coscia, rinforzata da una decina
di piastre metalliche.
Iniziò a urlare come un ossesso alzando le braccia quando,
sul lato ovest dell’arena, si aprì un cancello di legno e furono
spinti dentro due uomini e una donna.
Disarmati.
Le loro tuniche bianche, strette in vita da un laccio di
canapa, brillavano sulla sabbia.
Il preside diede un colpo di gomito a Rylock.
«Vede, comandante, l’idea delle tuniche bianche è stata
mia».
«Complimenti, come a Stamoron.»
«Sì, sì, sembra proprio di essere lì» dalle sue narici
spalancate uscivano ciuffi di peli bianchi. «Costano più degli
stracci di lana grezza che usavamo prima, ma ora il sangue si
vede molto meglio.»
«Ottimo» Rylock finse un colpo di tosse.
Coglione.
Torre di Ferro, che forse arrivava a sei piedi e due pollici
d’altezza, si fece incontro ai tre strusciando lo spadone nella
sabbia.
Vista la sua lentezza, se i prigionieri fossero stati nel pieno
delle loro forze avrebbero potuto girargli intorno per ore. Ma
tutti e tre dovevano aver subito delle violente percosse. Uno
trascinava la gamba destra, l’altro era il poveraccio con il volto
tumefatto e che gli avevano portato davanti all’ingresso del
villaggio, mentre la donna piangeva disperata ed era già in
ginocchio, con una macchia rossa all’altezza del pube.
Rylock strinse l’anello che pendeva dalla sua catenina fino
quasi a conficcarselo nelle carni del palmo.
Deglutì.
«Prima gli uomini! Gli uomini!» urlava la folla.
«Cosa hanno fatto gli altri due?» chiese Rylock.
«Ecco…ecco… strappagli la testa!» il preside era in piena
frenesia.
Vestiva anche lui come un pezzente, con braghe ruvide
talmente consumate da rendere impossibile comprendere se la
tinta originale fosse nera o blu, e un mantello a ruota coperto
di toppe verdi.
«Scusi comandante, mi stava chiedendo qualcosa?»
«Sì. Quale crimine hanno commesso per meritare
l’esecuzione?»
«Dunque… ehm…» rispose, mentre gli occhi non
riuscivano a staccarsi da ciò che accadeva poco più in basso.
«Mi pare che quello lì sia un neomuriano, il figlio di un
legionario, dicono alcuni» indicò il prigioniero più robusto.
«Ha decapitato il marito di quella donna a Angbrook.»
«L’altra prigioniera?»
«Sì, quella che hanno sfondato fino a due minuti fa. Sia lei
che l’uomo dicono che in realtà il marito di lei era un
demonio. Le solite puttanate muriane insomma. Il terzo
prigioniero non so che cazzo ha combinato… forse un ladro,
boh.»
«Non sapevo che la Legione fosse arrivata fin qui.»
«Una dozzina di legionari era qui per trattare l’acquisto di
Forte Strag quando nell’Impero ci fu la Settimana di Sangue.
Si dice che avessero intenzione di stabilire un paio di basi
nell’Ibunod, ma grazie al cielo non ci sono riusciti.»
«Che fine hanno fatto?»
«Ero un ragazzino, ma se non ricordo male il Consiglio di
Angbrook li condannò a morte e si impossessò dei loro tesori»
rispose il preside. «Per fortuna ci sono questi nostalgici della
Legione, altrimenti avremmo molte meno esecuzioni. Anzi,
buon per voi che siete arrivati proprio oggi. Non aprivamo
l’arena da cinque giorni e la gente cominciava a mugugnare.»
«Già, che fortuna.»
Perché si meravigliava? A Stamoron aveva visto
combattere anche dei bambini. Un moretto riccioluto di dodici
anni aveva scannato senza problemi un biondino di dieci. Così,
come fosse la cosa più naturale del mondo. Ormai, in tutto
l’Ibunod, la situazione era precipitata fino a raschiare il fondo
della follia collettiva, ma sapeva di essere uno dei pochi ad
accorgersene.
Mentre osservava i volti dei condannati, gli occhi sbarrati
della donna in ginocchio, le lacrime del giovane dal volto
tumefatto, avvertì un brusco cambiamento di ritmo nei battiti
del cuore. Maledizione, ci doveva essere un modo di tenere a
freno la rabbia, non poteva perdere la ragione davanti a tutte
quelle persone.
Ma perché ho accettato l’invito di questi bifolchi? Dovevo
tirare dritto per la città.
Calma, Rylock, calma.
La folla sottolineò il primo colpo a segno della Torre, un
destro in bocca al ladro e conseguente pioggia di denti e
sangue.
Rylock alzò lo sguardo sulla miriade di volti animati dalla
voglia di morte: un vecchio con le guance scavate, un tizio
sulla quarantina con il ventre gonfio di alcool sotto la veste
logora, mani macchiate, un bambino magro come uno
stecchino che indossava una tunica quattro volte più grande di
lui.
Puzza di sudore stantio.
Quella gente non aveva nulla, molti di loro probabilmente
non consumavano un pasto decente da settimane, eppure
sputavano l’ultima goccia di energia per trascinarsi nell’arena.
E quanto gridavano.
Cazzo, questi trecento bifolchi denutriti fanno più rumore
di una frana.
Ora, i due prigionieri stavano tentando di disorientare la
Torre. Uno gli tirava manciate di sabbia in faccia, l’altro gli
girava intorno. Visto com’erano conciati, Rylock sapeva che
avrebbero accusato la stanchezza prima di Torre di Ferro.
Certo, sembrava lento e goffo, ma era abituato a muoversi con
l’armatura e a colpire poveri disgraziati.
«Quando manderete un drappello qui, domani?» chiese il
preside. Non ci voleva molto a capire che non curava barba e
baffi da un’eternità. Si erano addirittura creati dei ciuffi
arricciati più chiari su mento e guance.
«Deciderà il Consiglio di Angbrook. Ad ogni modo, il
villaggio è nella giurisdizione della città, quindi immagino che
manderemo qualcuno dei nostri.»
«Colpisci ora. Ora! No! No!» il preside fintò un gancio al
corpo. «Quel Torre di Ferro è un imbecille, non vale uno
schizzo di piscio del Boia. Io l’ho visto combattere sei volte: i
migliori spettacoli della mia vita. Bagni di sangue, Murion
maiale, veri bagni di sangue!» si voltò verso Rylock cercando
di ricomporsi. «Ottimo, ottimo, ci serve una guardia cittadina
al più presto. Qui l’ordine pubblico è un disastro. Fra
un’esecuzione e l’altra non c’è un giorno tranquillo.»
Rylock pensò che gli avrebbe piantato volentieri un gomito
fra il naso e la bocca.
A pochi passi di distanza, quello che girava intorno alla
Torre cadde in terra.
Torre gli fu addosso e lo colpì al gomito con un colpo
mezzano.
Il sangue inondò la tunica bianca. Le ossa si erano spezzate
di netto, ma un lembo di muscolo e pelle teneva appeso
l’avambraccio al braccio. L’uomo prese l’avambraccio con
l’altra mano e cercò di rimetterlo a posto. «Murion santissimo,
maledici questo figlio di puttana! Non abbandonarmi!»
La sabbia si tinse di grumi scarlatti.
La risata isterica di Torre di Ferro risuonava fragorosa
all’interno dell’elmo.
Alzò la frangipicche.
La struttura di legno dell’arena, tarlata e semiaffondata nel
fango, sussultò per i seicento piedi che tamburellavano sulle
pedane.
«Ohhhhhhh» un grido d’attesa si alzò dalle tribune, mentre
il condannato, pallido come la tunica che indossava, cercava di
arrestare i fiotti dell’arteria recisa con l’altra mano.
«Non voglio morire.»
Tutti gli spettatori scattarono in piedi all’unisono, facendo
scivolare i pali di sostegno nel fango di un altro mezzo pollice.
Il segnale per l’esecuzione.
«La struttura reggerà» sussurrò il preside a Rylock. Poi
mise le mani a cono davanti alla bocca. «Ammazzalo!
Ammazzalo!»
Gli altri spettatori ripresero il suo grido.
Torre di Ferro fece un piccolo inchino e piazzò un calcio
nello stomaco del disgraziato, che finì con la schiena nella
sabbia. Gli mise un piede sullo sterno e si abbassò. Prese
l’avambraccio penzolante.
«No, ti prego!»
Lo strappò dal braccio e lo alzò al cielo. Il sangue bagnò
l’elmo arrugginito.
Il condannato urlò e si contorse nella sabbia.
I molari di Rylock si serrarono come tenaglie.
Torre di Ferro piantò lo spadone nelle budella del ragazzo,
bloccandolo in terra. Lasciò la spada lì e fece un giro intorno
al prigioniero incitando la folla. Poi tirò il braccio amputato
sugli spalti. Lo prese una donna, che se lo portò al petto come
fosse un trofeo, suscitando l’invidia generale.
Il giustiziere tornò all’uomo inchiodato in terra. Afferrò i
bracci della guardia e iniziò a ruotare la lama. Il ladro tornò in
sé con un grido animalesco. La spada uscì. Le budella
esplosero fuori dall’addome arrotolate alla lama.
Più il ragazzo si dimenava e sputava sangue, più la gente
urlava e rideva.
Nella folla in movimento, Rylock vide un uomo sollevare
il figlio sopra le spalle per fargli godere lo spettacolo.
L’altro prigioniero aveva portato la donna dall’altro lato
dell’arena. Era difficile capire cosa stessero facendo lì, in
ginocchio sulla sabbia.
«No! Pregano il loro dio maiale» il preside scosse la testa.
«Quando fanno così è meno divertente.»
Torre di Ferro smise di infierire sul cadavere del ladro e
andò verso la coppia. La testa dell’uomo si aprì in due fino alla
mascella quando lo spadone del boia calò su di lui.
Quello che c’era dentro la testa, una specie di pappa grigia
e densa, finì in faccia alla donna, che smise di pregare e cercò
di scappare annaspando nella sabbia.»
«Guarda, guarda come prova a svignarsela, la troia!»
Rylock si sfiorò la fronte con l’indice. Gelida.
Brividi di freddo dietro le orecchie e lungo le vertebre. Se
lo avessero saputo! Il comandante della compagnia mercenaria
più potente dell’Ibunod che vuole salvare una donna dallo
stupro e dalla morte.
Da Comandante Rylock a Rylock il Frocio.
Gli sarebbe bastato alzarsi in piedi e urlare di fermare
tutto.
Bella trovata, non poteva pensare a un’idea migliore per
presentarsi.
Intimò al suo culo di rimanere incollato alla panca di
legno, alla sua bocca di sigillarsi. Ma quando il gladiatore
affondò la daga nella coscia della donna, il sangue gli pompò
puro gelo dentro al cuore.
Stiracchiandosi a lungo, Rylock simulò un’aria annoiata,
poi si rivolse a Garon.
«Una volta insediati in città voglio un distaccamento in
ogni villaggio. Quaranta uomini per quelli più grandi, dieci per
i più piccoli.»
«Sì, sì, certo» rispose l’ufficiale senza staccare gli occhi
dallo spettacolo. «Abbiamo tempo per quello.»
Rylock lo strattonò per la manica.
«Sei un mio soldato, razza di idiota. Quando parlo voglio
che mi guardi in faccia.»
«Ma comandante, cosa…»
Rylock lo strattonò una seconda volta, facendogli
tintinnare il pomolo della spada contro l’acciaio della corazza.
«Hai capito?»
«Certo, sissignore.»
«Bene.»
Il volto scavato del preside fece capolino sopra la spalla
sinistra di Rylock.
«Uh-uh, c’è un po’ di tensione o sbaglio?»
Stavolta, Rylock fu tentato di stampargli quattro nocche sul
naso.
«Nulla che ti riguardi» disse, mollando la presa su Garon.
«Uh-uh, stia calmo comandante. Volevo solo dirle che si
sta perdendo la parte migliore» si passò la lingua sulle labbra
screpolate; era talmente secca che lasciò solo qualche
filamento biancastro. «Ora se la incula.»
In effetti l’assassino - questo era l’unico appellativo che
meritava - era riuscito a schiacciare la ragazza sui gomiti e
sulle ginocchia. Si spostò dietro di lei, alzando lo spadone
sopra la testa prima di gettarlo nella sabbia.
Iniziò a muoversi lentamente, muovendo il bacino in
tondo. Si liberò del cinturone di cuoio e delle protezioni
inferiori. Il tutto condito da grasse risate. Continuò per qualche
secondo con il suo balletto fuori tempo.
«La troia qui deve stare ferma o gli cavo gli occhi e glieli
metto in bocca» urlò la Torre. «Un poco di pazienza, che ora
caccio fuori lo Sfondaculi!»
Il pubblico era in delirio. Alcuni uomini, i più arrapati, si
erano già tirati fuori l’uccello, forse per solidarietà con
l’assassino. I più fortunati avevano vicino una donna che
glielo menava ridendo.
Rylock non aveva nulla da spartire con quelle bestie. Uno
spettacolo nauseante, un tripudio di peli pubici e tette flosce
come sacchi di farina bucati.
In questo e in chissà quanti altri centri abitati la vita, anzi,
la non-vita, era questa. Pochi carri di frumento, persone
stuprate e scannate nell’arena e liquori artigianali abbastanza
forti da sciogliere le budella di un bue.
Per di più, si trattava di uno stile di vita contagioso. Rylock
aveva portato sugli spalti gli ufficiali e qualche soldato.
Ebbene, tutti sembravano gradire lo spettacolo.
Le cose sarebbero cambiate. Dovevano cambiare.
Il preside era paonazzo in volto.
«Dove cazzo sono quei mocciosi?» chiese con una sfiatata
alcolica. Poi piantò un calcio nella schiena del suo attendente,
che sedeva nella fila davanti. L’uomo fece spallucce.
«La ragazzina è morta da due giorni. Ci è venuta la diarrea
come alla madre e pure quella è morta.»
«E il ragazzino?» chiese il preside affannato.
«Sta con una zia, ma è diventato una statuina» disse quello
irrigidendo le braccia lungo i fianchi. «Non si muove e
nemmanco parla».
«E a me che me ne frega? Non c’ho mica bisogno che mi
canti una canzone. Portalo qui uguale, che c’ho il cazzo che
sembra una lumaca e il ragazzino succhia bene.»
Si schiacciò l’uccello tra due dita come a dire vedi?
Bisogna trovare una soluzione.
Rylock guardò Hofen, ma questi teneva ancora gli occhi
puntati sulla sabbia più in basso, dove l’assassino troneggiava
sul culo all’insù della ragazza.
Era ora di andarsene, ne aveva abbastanza di quello schifo.
Avvicinò la bocca all’orecchio di Hofen.
«Ce ne andiamo, non ho voglia di vedere questi porci
mentre si vengono addosso. Hanno la merda in testa.»
«Eh?» Hofen sembrò risvegliarsi all’improvviso. «Va
bene, subito.»
Senza ulteriori indugi, Rylock si alzò e sistemò la spada
alla cintura, mentre il preside lo guardava stupito con il cazzo
fra le dita. Si mise in piedi anche lui. Le braghe gli calarono in
terra.
«Volete già andarvene?»
«Purtroppo sì, i miei uomini devono finire di costruire il
campo per stanotte. Siamo già in ritardo.»
«Non c’è problema, possiamo ospitarvi nel villaggio!
Abbiamo tanto spazio libero» il preside fece l’occhiolino, e
pure il suo uccello sembrò farlo, perché se lo teneva ancora in
mano.
«Dobbiamo andare» ripeté Rylock con tono più fermo.
Nel frattempo, il preside stava diventando strabico a furia
di guardare con un occhio Rylock e con l’altro l’arena. Per
fortuna sembrava più interessato a quanto stava accadendo
nella seconda. Tolse la mano da cazzo e se la strofinò sulla
tunica, regalandole qualche pelo arricciato. La tese verso
Rylock, che gli voltò le spalle.
In cuor suo, stava maledicendo l’offerta di Angbrook.
Forse sarebbe stato meglio difendere i territori di Grotherc, o
anche un castello pieno di stronzi impilati fino al soffitto.
«Manderò degli uomini fra qualche giorno» disse Rylock
senza voltarsi.
Nessuna risposta.
Quel demente doveva essere sprofondato di nuovo in
quell’orgia grottesca di sesso e sangue.
Seguito dai suoi ufficiali, Rylock si avviò verso l’uscita
dell’arena. Fra le grida di eccitazione, gli arrivò l’urlo dolore
della ragazza. Una stilettata al cuore.

«Eleonor» mormorò, spremendo i molari.


Poi l’ovazione della folla sommerse tutti gli altri rumori. E
i suoi pensieri.
Capitolo 53. Zodd
La sensazione di sazietà dopo aver mangiato carne umana,
ormai, poteva scordarsela. Rimase a occupare solo una piccola
parte del suo stomaco e lo abbandonò così come era arrivata.
Doveva trovare altra carne come quella di Sestio, che aveva
spazzato via anche quella degli infernali. Per qualche secondo,
lasciò la lingua libera di infilarsi nella voragine lasciata dal
secondo molare caduto. Anche quello vicino dondolava come
un marinaio ubriaco. Sarebbe finito fuoribordo a breve.
Sto cadendo a pezzi?
Il braccio stava migliorando. Le ossa fratturate cercavano
di ricomporsi, ma non poteva ancora utilizzarlo.
I passi di una sola persona. Arrivavano sulla pietra come
piume. Leggeri, veloci. Dita bianche si strinsero intorno alle
sbarre. Ora, al buio, i suoi occhi lavoravano bene.
Davanti a lui c’era il ragazzino trattato da Mardonio e da
Sestio come fosse il figlio del fottuto imperatore. Il Bambino
lo guardò.
«Posso percepire la traccia di un altro demone a distanze
enormi. Se è vero quello che dice Sestio, e non ho motivo di
non credergli, dovrei sentire qualcosa. E invece niente. È
eccitante. Non sei quello che mi aspettavo.»
«Beh, mi dispiace sapere che ti aspettavi altro, ma in una
cella troverai solo questo: uomini in catene.»
«Non sei un ibrido della Legione, hai qualcosa di diverso,
lo sento nelle ossa» il ragazzino impugnò le sbarre come due
lance e ci poggiò la testa in mezzo. «Però non posso escludere
che quel vecchio maiale fedele a Murion sia riuscito a creare
qualche nuova creatura. È uno che si dà da fare.»
«Ho capito solo Legione, per il resto non so di cosa stai
parlando.»
«Davvero non sai nulla? Eppure Sestio mi ha raccontato
che hai ucciso un ibrido in un villaggio della Niversia, qualche
tempo fa.»
«Senti, io non so cosa cazzo è un ibrido.»
«Un ibrido che aveva perso la forma umana. Succede.
Magari non riesci a contenere la rabbia o il tuo avversario è
troppo forte. Ma immagino tu lo sappia benissimo. E io mi
annoio presto.»
«Te lo ripeto» Zodd scandì le parole una ad una. «Non so
nemmeno cosa sia un ibrido.»
«Diciamo che ti credo. Ma solo per ora.»
«Se vuoi parlare ancora, prima devi liberarmi.»
«Non c’è bisogno. Riesco a sentirti benissimo anche da
qui, sai? E poi, questa chiacchierata potrebbe essere più utile a
te che a me. Io ho solo una domanda, mentre sono sicuro che
tu ne abbia parecchie.»
Cazzo se ne aveva, da riempirci dieci volumi alti come le
Parole di Murion. Perché mangio le persone? Perché mi sto
trasformando? Come cazzo faccio a guarire?
«Avanti» Zodd tirò le catene, gli anelli si allinearono come
soldati prima di una battaglia. «Dimmi cosa vuoi da me.»
Il bambino inclinò la testa. I capelli biondi gli scesero sulla
fronte. «Cosa sei?»
Zodd scosse la testa.
«Che cazzo vuoi dire?» l’infernale gli aveva fatto la stessa
domanda. «Perché siete tutti interessati a me?»
Il bambino rimase a fissarlo per qualche tempo, ma non
rispose.
«Cosa sei?»
«Sono un uomo incatenato.»
La risata che scoppiò a pochi passi da lui lo sorprese.
Quella di un bambino, senza dubbio, ma con note gutturali e
profonde.
«Un uomo incatenato? Non mentire.»
«Non vedi le catene, razza di idiota?»
Le unghie del bambino ticchettarono sul metallo. Per un
secondo il suo volto sparì dalle sbarre. Quando tornò ad
affacciarsi sulle sbarre, la sua voce era deformata.
«Non mi riferivo alle catene. Tu non sei un uomo. Ti ho
visto combattere. Hai preso un colpo d’ascia su un braccio
senza battere ciglio. E hai spezzato l’osso del collo a Sestio.
Basta, quindi. Basta con le stronzate.»
Non rispose, ma forse il marmocchio aveva ragione.
Era un uomo, sì. Ma per quanto ancora?
«Se non vuoi rispondermi va bene. Chi sono io per
giudicare?»
Si avvicinò. Mise la mano al lato della bocca come a
volergli sussurrare qualcosa. «Voglio essere sincero. Sono
felice che tu non voglia parlare. Sai, io preferisco usare altri
modi per ottenere le informazioni di cui ho bisogno. E ti
assicuro una cosa: non ti piaceranno.»
Con le mani libere, e magari con entrambe le braccia sane,
sarebbe stato divertente ricevere delle minacce da un
poppante. Così no. E poi quel ragazzino parlava come un
adulto ed era adorato dall’uomo più potente dell’isola. Gli era
capitato di vedere adulti completamente sottomessi alla
volontà dei loro giovani amanti, ma in questo caso c’era sotto
qualcosa di ancora più schifoso. Gli tornarono in mente anche
le parole di quel cane di Sestio e di quel maiale di Mardonio,
che per settimane lo avevano illuso parlandogli dell’arrivo di
un ospite che lo avrebbe aiutato. Eccolo qui, l’ospite: un
ragazzino adorato come un re e con l’atteggiamento di un
inquisitore.
Una chiave girò nella serratura. Clank. Zodd sentì l’odore
di quell’opportunità come un segugio. Lasciò il sedile di pietra
e fece un passo in avanti, andando incontro al bambino, che
avanzava con le braccia dietro la schiena. Sentiva il suo
respiro.
Il Bambino si fermò.
Cazzo, mancano solo tre pollici.
«Vuoi queste vero?» nella piccola mano suonarono le
chiavi della cella. «Sono così vicine, forse riesci a prenderle.»
Con uno scatto, Zodd allungò le braccia. Le catene
fermarono la corsa delle sue dita verso le chiavi, che
penzolavano da quelle del ragazzino. La più lunga e più vicina
era quella della cella; l’altra era delle catene.
«Per poco!»
«Ringrazia che sono incatenato, altrimenti ti farei a pezzi,
piccolo bastardo.»
Vedendo che il ragazzino avvicinava la chiave corta alle
sue manette, Zodd pensò che fosse pazzo. Quando sentì le
chiave girare e le catene cadere ai suoi piedi, ebbe la prova che
lo era.
Lo fissò per un istante, come per fargli capire che aveva
appena commesso un grosso errore. Anche se lo aveva liberato
di propria iniziativa, Zodd non poteva mostrare pietà. Doveva
ucciderlo.
E forse mangiarlo.
Afferrò il bambino per la gola con la sinistra e lo sollevò
da terra.
Un paio di piccole mani gli stringevano il polso, piccoli
piedi lo colpivano allo stomaco. Quelle fottute manine
stringevano molto più forte di quel che pensava.
Zodd lo lasciò cadere solo quando si accorse che le ultime
falangi di ogni fottuto dito del Bambino gli erano penetrate
nella carne dell’avambraccio sinistro. Sembravano le ditate di
un fornaio nell’impasto del pane. Con la differenza che dal
pane non esce il sangue.
Il bambino lo fissava. «Volevi farmi a pezzi?»
Un ragazzino di dieci anni e alto quattro piedi gli aveva
artigliato il fottuto braccio. Zodd lasciò partire un gancio
sinistro che arrivò sul volto del Bambino un istante dopo.
Pietra.
Le ossa del cranio di quel bastardo con gli occhi azzurri
erano di pietra. Invece di farlo volare contro la parete, il colpo
gli girò a malapena il volto verso sinistra.
Zodd sgranò gli occhi e provò una strana sensazione di
freddo ribrezzo. In quel piccolo corpo c’era qualcosa di
abominevole. Quasi senza rendersene conto, disse «e tu
vorresti sapere cosa sono io? Cosa cazzo sei tu?»
Quando vide arrivare il contrattacco del ragazzino, diretto
al suo mento, Zodd capì che, per la prima volta dopo parecchio
tempo, si sarebbe addormentato.

***

Naso rotto e l’occhio sinistro gonfio di sangue. Non lo


avrebbe aperto neanche tirando le palpebre con tutta la forza.
Nella cella non c’erano specchi, ma Zodd riusciva a capire la
gravità delle sue ferite anche solo dal pulsare dell’occhio
all’interno dell’orbita e dal calore che si diffondeva dal centro
della faccia fino alle orecchie.
Quel piccolo moccioso bastardo aveva un martello da
guerra al posto della mano. E il pugno che aveva messo a
segno lui, sulla faccia del mostro, aveva prodotto, se possibile,
dei danni ancora peggiori. Provò a muovere le dita della mano
sinistra, incatenata al muro all’altezza del polso, ma il medio e
l’indice erano due pezzi di legno rigidi e doloranti.
Fottuti gli Dei, era da quindici anni che qualcuno non lo
riduceva così. Sorrise pensando a quel giorno, il suo primo
ingresso nell’arena da adulto; i piedi che affondavano nella
sabbia dei giochi principali nonostante avesse appena
compiuto quindici anni. Un colpo di mazzafrusto del
Fustigatore degli Dei lo aveva spedito a mangiare un grumo di
sabbia e sangue. I dolori erano simili, ma tra il guerriero e il
ragazzino passavano duecento libbre di peso e una palla di
ferro legata a una catena.
La buona notizia era che aveva dormito, anche se a
mandarlo nel mondo dei sogni era stato un ragazzino, mentre
quella cattiva gliela davano le pareti di pietra grigia intorno a
lui.
Non era più nella cella, ma ancora dentro la prigione. Nel
posto peggiore della prigione. Troppi strumenti per tagliare,
bruciare, rompere e segare sul tavolino alla sua destra, troppo
il sangue rappreso, secco come fango, che vedeva sotto i suoi
piedi.
Alzò la testa con tutta la lentezza di chi sa che un
movimento brusco può fare la differenza fra la vita e sei piedi
di terra sopra il petto. Era solo, nudo, incatenato in una
posizione ancora più scomoda di quella che aveva provato
nella sua cella: le braccia tese sopra la testa, forse legate al
soffitto dalle solite catene, i piedi ancorati in terra.
La porta, rinforzata con bande di metallo orizzontali, si
aprì all’improvviso. Il piccolo bastardo entrò tirandosi indietro
la frangetta bionda. La sua tunica bianca era immacolata e
stonava con le pareti plumbee e il sangue rappreso. Dietro di
lui c’era Sestio, con un bel ghigno stampato sulla sua faccia di
cazzo.
«Dunque, dunque» disse il Bambino. «Spero che oggi tu
abbia più voglia di fare due chiacchiere. Dove eravamo
rimasti?»
«A te che mi spaccavi la faccia.»
Anche sorridere gli faceva male.
«Vedo che sei in ottima forma. Molto bene, così possiamo
continuare la nostra discussione!»
«Non è cambiato molto da ieri» mentre pronunciava quelle
parole, si chiese se, in realtà, non fosse rimasto incosciente per
più tempo. «Tu continui a chiedermi cosa sono, io lo chiedo a
te… potremmo andare avanti così per settimane.»
«Che arroganza!» Sestio fece passi molto lenti verso Zodd.
«Ve l’ho detto, Eccellenza, che sarebbe stato difficile sapere
qualcosa da lui.»
«Mi piacciono le sfide» il piccolo bastardo fece scorrere la
mano sulla parete degli strumenti di tortura, ma li lasciò al loro
posto. «E io non ho bisogno di questi attrezzi.»
«Quel verme che ti scodinzola dietro ha ragione. Sono
venuto qui per cercare delle risposte, non per sentire altre
domande.»
«Ascolterai tutte le mie domande. E mi darai delle
risposte» il ragazzino poggiò l’indice a metà coscia di Zodd.
Quando spinse, il dito gli affondò nella carne come fosse un
chiodo rovente. Zodd gridò di dolore. «Altrimenti ti farò
soffrire come un cane.»
Zodd si limitò ad ansimare. Il ragazzino girò il dito nella
ferita.
Fanculo. È un mostro.
«Forse non mi sono espresso bene quando ti ho chiesto
cosa sei. In realtà ho qualche sospetto, e sai perché?» gli diede
le spalle e girò l’indice in aria. «Perché Sestio, qui, ti ha visto
uccidere un infernale di sesta classe. E non c’è un solo uomo
su questo pianeta capace di farlo. Senza contare quello che hai
fatto a lui.»
Sestio rimase con le braccia dietro la schiena e annuì.
«Non vorrei… che tu fossi un leccapiedi di Asmodeoth. La
tua traccia non è quella di un demone, e se tu lo fossi sarebbe
disdicevole, perché non erano questi gli accordi.»
«Bisogna rispettare gli accordi» disse Sestio il Pappagallo.
«Ma chi prendo in giro» il Bambino allargò le braccia in
modo plateale. «Asmodeoth è uno dei Sei, padrone di otto
mondi e di miliardi di anime, perché dovrebbe tenere fede a un
patto con me?»
Zodd non riusciva a capire se il ragazzino stesse parlando
con lui, con Sestio o con sé stesso. Ma sentire di nuovo il
nome di Asmodeoth gli fece dimenticare per qualche istante le
frustate di dolore che gli attraversavano la coscia.
Piuttosto che chiedere un’altra volta di cosa cazzo stesse
parlando, Zodd preferì rimanere in silenzio.
«Anche il fatto che tu non stia dicendo nulla è disdicevole»
il ragazzino appoggiò di nuovo l’indice su Zodd, questa volta
all’altezza dell’avambraccio destro. Spinse proprio sopra le
ossa rotte. Zodd chiuse gli occhi e strinse i denti. Ma non
accadde nulla.
Riuscì a cogliere una certa sorpresa nello sguardo del
ragazzino. Aveva poggiato l’unghia sul punto in cui la sua
pelle si era inspessita.
«Guarda guarda» picchiettò con l’unghia sullo stesso
punto. «Questa è un’altra sorpresa. Sei quasi guarito da una
frattura scomposta in pochi giorni. Tu stai mutando. E
parecchio, anche.»
«Dimmi qualcosa che non so.»
«Va bene, va bene» il bambino si passò una mano fra i
capelli biondi. «Stiamo giocando a faccio finta di non sapere
chi sono. Posso accettarlo, ho fatto lo stesso per giorni nel
Monastero. Continuiamo con questo gioco, allora.»
«Sì, giochiamo» intervenne Sestio.
«Sestio dice eri vicino al luogo della Frattura.»
«Frattura?»
«Perfetto, il gioco continua, quindi. Diciamo allora che ti
sei trovato ad affrontare gli infernali. Che nome banale…»
«Sì, uno di loro mi ha ferito.»
«E da quel momento è iniziata la tua mutazione?»
«Sì.»
«Molto bene, facciamo dei passi avanti! L’unico problema
è che gli infernali - Necrhomaedar’h- non possono indurre
alcuna mutazione. Quindi stai mentendo.»
«Puoi continuare a dirmi che sto mentendo, oppure
ammazzarmi e farla finita. Mi sono rotto il cazzo di ascoltarti,
Necromerda.»
Sestio si mise la mano davanti alla bocca come se fosse
stato lui a pronunciare quelle parole. «Che affronto!»
«Penso proprio che lo farò. Perché se non sei un demone
c’è solo un’altra possibilità. Che dimostra quanto sei bugiardo.
E quindi torniamo alla prima opzione. Non so come, ma i
maiali della Legione devono essere riusciti a creare un nuovo
tipo di ibrido.»
Un ibrido?
«Vieni da quel maledetto Monastero.»
Capitolo 54. Lucio
Si girarono tutti verso di lui. I volti di chi è stato appena
distratto da un qualcosa di importante. Le fiammelle del
grande lampadario che incombeva sul tavolo tattico scavavano
ombre profonde sotto le sopracciglia degli ufficiali, stretti
intorno a Gneo Aurelio.
Non lasciavano presagire nulla di buono.
Dieci persone in tutto, undici con il generale. Dallo
sfavillio di stelle d’oro appuntate sul petto, capì che erano
presenti tutti i legati dell’Armata Orientale. Lucio fece del suo
meglio per raggiungerli alla svelta. La sua stampella
ticchettava sul pavimento come l’artiglio di un orso.
Si portò il pugno al petto. Gli fecero spazio il legato
Andreos, quarant’anni e figlio del governatore dell’Eutimea, e
un altro che non aveva mai visto, ma con abbastanza cicatrici
sul viso da fargli immaginare che si trattasse del legato
Carimaco, noto per essersi guadagnato i gradi sul campo di
battaglia.
Quegli uomini avevano il comando di cinque rettangoli
ciascuno, cinquemila soldati, lui di un centinaio. Lo percorse
un leggero disagio, anche se ormai si stava abituando a essere
quello con il grado più basso nella stanza. Oltre che uno
storpio.
Puzza di sudore, accompagnata da una cacofonia di respiri
pesanti.
«Il tenente Lucio è qui in veste di consulente» il generale
aveva la voce rauca, la riunione andava avanti da ore. «Ci è
stato di grande aiuto per comprendere le capacità offensive
degli infernali. Per me è essenziale che sappiate bene a cosa
andremo incontro, tra poco.»
Lucio sperò di aver capito male. Le parole «andremo
incontro» e «tra poco» erano incudini in pieno volto quando
sentiva parlare di infernali.
Le sue labbra si mossero in modo inconsapevole.
«Incontro?»
Andreos lo guardò disgustato.
«Sì» Gneo Aurelio incrociò le braccia sul petto e trasse un
profondo respiro. «Combatteremo.»
Aveva capito benissimo, purtroppo.
«Signore, posso parlare?» Lucio si sforzò di comunicare
con l’umiltà del più basso in grado.
La mano del generale si alzò verso di lui, il palmo rivolto
verso l’alto «Certo, parla.»
«Sono già arrivati alla Linea Fortificata?»
«No, tenente. Il gruppo più consistente si è attestato a est
della foresta di Altofusto, che è qui» Gneo Aurelio pigiò
l’indice sulla mappa. L’estremità dell’unghia divenne bianca.
Non stava facendo nulla per dissimulare il suo disappunto. A
sinistra dell’indice, Lucio vide una scritta cerchiata in rosso.
Lesse ad alta voce «Gola di Mosam.»
La conosceva. In quel luogo, c’era stato uno dei primi
scontri tra balariti e Impero. Un agguato dei primi, che
avevano annientato un’intera divisione dopo averla
intrappolata lì dentro. Due o tre legati si schiarirono la voce.
Un altro segno di nervosismo, ma non sapeva se fosse dovuto
al suo intervento.
«Si tratta di una vallata molto profonda» disse Gneo
Aurelio. «Pareti a strapiombo su entrambi i lati per la maggior
parte della sua estensione. È lì che l’Impero ha subito una
delle sue sconfitte più gravi.»
«Quindi…Ehm vorrei parlare ancora Signore» Lucio
aspettò a malapena l’assenso del generale. «E vorrei essere
molto schietto, se me lo permette.»
Lucio appoggiò la stampella al tavolo ed entrambe le mani
al bordo di legno.
«Vogliamo attaccarli in campo aperto?»
Dagli occhi dei legati capì che la risposta era quella che
non avrebbe mai voluto sentire. «Sì» disse Gneo Aurelio, che
aggiunse un tacito purtroppo chiudendo gli occhi e
riaprendoli.
Tenendosi in equilibrio perfetto, segno che la sua
confidenza con la protesi cresceva, Lucio si portò entrambe le
mani al volto, strusciando lentamente le dita dalla fronte al
mento. «Non sappiamo nulla di loro. Anzi, qualcosa sappiamo:
sono qui per ammazzarci tutti. Lei era presente all’autopsia.
Ha visto quei corpi.»
«Non importa quanto ne sappiamo. Ulpio Mettico mi ha
mandato un ordine ufficiale dell’Imperatore. Non vuole che ci
attestiamo sulla Linea Fortificata» chiuse gli occhi e si
massaggiò la radice del naso. «Dobbiamo attaccare.»
Lucio rimase in silenzio.
«So cosa state pensando. Ma sono un generale dell’Impero
e ho la responsabilità di tutta l’Armata Orientale. Non posso
disobbedire.»
Lucio si morse un labbro. Il piede mutilato pulsava e gli
lanciava fitte che arrivavano fino all’anca.
«L’Imperatore consiglia un attacco frontale e in campo
aperto.»
«È un suicidio» disse Lucio senza essere interpellato.
Alcuni legati sembravano essere d’accordo con lui.
«Infatti obbedirò agli ordini, ma non seguirò il suo
consiglio. A prescindere da come andrà, mi prenderò tutte le
responsabilità della mia scelta.»
«Continua a sembrarmi una pazzia. So che si tratta di un
ordine dell’Imperatore, ma possiamo ancora fargli cambiare
idea. Lei ha fatto molto per l’Impero, generale, quindi può
riuscirci.»
«Ho già inviato un messaggio al governatore appena è
arrivato l’ordine dell’imperatore, chiedendogli un incontro per
non prendere decisioni affrettate. Ha rifiutato. Il prossimo
messaggio con il mio sigillo che vuole vedere, è quello in cui
comunico che siamo in marcia verso il nemico.»
Irreale. Era una situazione irreale, così come i volti di chi
gli stava intorno. A parte lui e il generale, nessuno aveva
aperto bocca. Servire l’Impero voleva dire questo: obbedire
agli ordini, anche quando erano sbagliati. Terribilmente
sbagliati.
Per quasi due ore, Lucio rimase ad ascoltare il piano di
Gneo Aurelio. Migliore di quello ordinato dall’Imperatore,
questo sì, ma pur sempre suicida. Quando capì che non c’era
nulla che potesse dire o fare per impedire quella follia, rimase
solo in attesa di essere congedato. Ma Gneo Aurelio congedò
solo i legati, chiedendo a lui di rimanere.
«Abbiamo anche un altro problema, ora» disse il generale.
«La peste.»
Lucio annuì, passava abbastanza tempo con il Macellaio e
conosceva la situazione meglio di chiunque altro. «Possibile
che Ulpio Mettico non ne sia a conoscenza?»
«Lo sa benissimo» fece il generale. «La peste si sta
muovendo insieme alla popolazione delle città di confine.
Forse ci ammazzerà tutti prima che riusciamo a raggiungere la
Linea Fortificata.»
«Il Macellaio sta facendo un ottimo lavoro, utilizzare il
vecchio tempio di Murion come lazzaretto potrebbe averci
salvato la vita.»
«Devo mandare uno dei miei per ragguagliarmi sulle
condizioni dei nostri contagiati. Ce ne sono tre con i sintomi e
sei in quarantena. Visto che ho mandato tre centurie di
rettangolari e una di corazzati, è un miracolo che siano così
pochi» Gneo Aurelio fece un segno d’assenso con la testa.
«Come va il piede?»
Lucio guardò l’estremità dell’arto mutilato. Doveva ancora
abituarsi alla protesi di legno costruita dal Macellaio, ma ora
aveva una superficie d’appoggio più ampia, e sapeva di poter
migliorare solo continuando a camminare.
«Meglio» si schiarì la voce. «Generale, vuole che vada a
informarmi in prima persona?»
«Sì, ho bisogno di un uomo che sappia capire bene ciò che
gli viene detto. Ti aspetto qui. Devo finire di studiare le
modalità di intervento nei confronti dei profughi.»
Si mise a sedere e annuì.
Lucio andò verso la porta. Questa volta barcollando solo al
primo passo. Annuì anche lui. A sé stesso.
Uscì dal quartier generale con la testa che gli ronzava. Le
nubi incombevano. Tutti i toni di grigio si schiantavano tra
loro e promettevano tempesta. In attesa della pioggia, la sua
cicatrice diventava un essere dotato di volontà propria, capace
di torturarlo con dolorose stilettate che raggiungevano la bassa
schiena. Si confortò pensando che quello che provava era
nulla, rispetto agli orrori che stavano soffrendo le migliaia di
cittadini in marcia da Aucernum e dalle altre città verso la
costa. Fame, sete, freddo. Si lasciavano i cadaveri alle spalle
come carcasse di bestiame. Il Macellaio lo aveva
preannunciato, che quella migrazione improvvisata sarebbe
finita male. Lo avevano accusato di essere stato un uccello del
malaugurio, a parlare di peste, ma si trattava di semplice
esperienza.
Gestire la migrazione inaspettata di mezza popolazione
della città più a est dell’Impero aveva già messo in ginocchio
le istituzioni imperiali.
La peste era stata il colpo di grazia.
Si guardò intorno. La notizia del contrattacco non era
ancora filtrata, perché sui baraccamenti di Miniarum regnava
un silenzio monastico.
Allenamenti rarefatti e poca voglia di parlare. La notizia
dell’epidemia aveva colpito duro, quasi quanto gli infernali.
Camminò lentamente, cercando di usare la stampella il meno
possibile. Quasi non gli serviva più, in effetti, perché il suo
corpo sembrava aver trovato un nuovo centro di equilibrio.
Lungo la strada che portava al vecchio tempio di Murion,
incontrò solo un paio di rettangolari e un arciere. Il Macellaio
aveva dato indicazioni molto precise per la quarantena, e, in
particolare, per i contatti con i malati, che dovevano essere
ridotti al minimo.
Lo scorse che usciva da una delle tende a ridosso del
tempio proprio mentre stava arrivando. Sembrava sorpreso di
vederlo. Era comprensibile, visto che gli aveva controllato il
piede quella stessa mattina.
«Tenente, che ci fai qui?»
Lucio si avvicinò a lui. Non c’erano altre persone in giro,
ma era meglio evitare orecchie indiscrete.
«Stavolta mi manda il generale» sussurrò. «Vuole sapere
se ci sono novità sui soldati in quarantena.»
Il Macellaio lo guardò con i suoi occhi infossati. Sembrava
uno spettro.
«I casi sono quattro in tutto. Tre rettangolari e un
corazzato. Facevano parte del contingente mandato a
intercettare la colonna di profughi proveniente da Aucernum.»
«Tre centurie di rettangolari e una di corazzati»
«Per come la vedo io, è andata fin troppo bene. Almeno
dal punto di vista dei contagi totali.»
«Però c’è qualcosa che non ti convince.»
Il Macellaio si guardò intorno, l’indice davanti al naso.
Percorsero a ritroso la navata del tempio del Priorato, ora
divenuta una corsia per i malati. Il Macellaio camminava con
le braccia dietro la schiena. I lacci del suo grembiule di cuoio
penzolavano fino al ginocchio. Lucio si soprese, per la
seconda volta, nel constatare i propri miglioramenti. I
razziatori di marmo avevano scarnificato il pavimento,
lasciando buche ovunque, ma riusciva comunque a stare al
passo del Macellaio.
«Da quello che mi hanno detto tutti e quattro, posso
dedurre con buona approssimazione che il contagio avviene
solo attraverso il sangue. Anzi, è meglio che mi scriva tutto» si
frugò nelle tasche interne del grembiule. Il volume che tirò
fuori aveva la copertina rattoppata. Un foglio scivolò fuori. Il
Macellaio lo prese al volo. «Devo farlo rilegare. Poi voglio
mandarlo alle stamperie di Calisium e pubblicarlo. Della
Medicina e Chirurgia Militare, suona bene no?»
«Molto, ma stavi dicendo qualcosa sul contagio con il
sangue.»
«Giusto» prese la penna d’oca da un’altra tasca, legata con
un cordino a un calamaio portatile davvero molto piccolo «La
malattia differisce dalla peste per sintomi e modalità di
contagio. I bubboni non compaiono nella zona inguinale o
sottoascellare, ma in punti del corpo casuali.» Ripose la penna
e si alzò. «Seguimi. Ti faccio vedere.»
Lucio lo seguì fino al letto di un rettangolare. Un
adolescente addormentato, con i capelli corvini e le guance
scavate fino al palato.
«È giovanissimo»
«Purtroppo sì. Ha parecchia aloise e oppio in corpo, sto
cercando di facilitargli il trapasso.»
La parola “aloise” suonò come un coro angelico nella sua
testa. Ne sarebbe servita giusto una goccia anche in quel
momento, specie dopo che il Macellaio ebbe scostato le
coperte.
La cosa peggiore era che si stava abituando a quegli
spettacoli raccapriccianti. Vedere la gente morire sul campo di
battaglia, con il cuore che quasi ti scoppia in petto, è una cosa
cui devi fare l’abitudine, ma assistere all’autopsia di una
creatura infernale o alla scena che aveva sotto gli occhi ora,
beh, superavano il suo limite di sopportazione.
La sfortuna lo aveva messo davanti a un appestato altre
due volte prima di quella. Uno aveva un bubbone grosso come
una patata sotto l’ascella, l’altro ne aveva due che spuntavano
dall’inguine e delirava. Tutti e due erano morti abbastanza alla
svelta. Questo invece aveva il corpo devastato da enormi
piaghe e ulcerazioni. Sulle gambe erano rimasti pochi lembi di
pelle e si vedevano anche alcune cartilagini del ginocchio.
Si sentì improvvisamente fortunato ad aver perso solo
mezzo piede.
«Che gli Dei ci aiutino.»
«Mhhh, dubito che lo faranno» ricoprì le gambe del
ragazzo e gli aprì la tunica. «Qui è anche peggio.»
Costole come rosicchiate dai ratti, buchi nel ventre richiusi
dai punti da cui suppurava un pus denso e nauseabondo. Lucio
scosse la testa. «Chi lo ha ridotto così?»
Un rantolo nasale testimoniò che il ragazzo era ancora
vivo.
«Nessuno. Il decorso della malattia è questo, almeno nei
quattro casi che ho potuto esaminare. Inizia con una forte
febbre. Dopo due ore arriva il vomito, e poi la malattia inizia a
mangiarti vivo.»
«Quanto ci vuole?»
«Uno o due giorni dall’insorgere della febbre e sei morto.»
«Gneo Aurelio non ne sarà felice» Lucio abbassò la testa.
«Nemmeno io in effetti.»
«Questa cosa non può piacere a nessuno.»
«Sei sicuro che possa trasmettersi solo con il sangue?»
«Se vogliamo essere precisi, non basta sporcarsi di sangue
infetto» il Macellaio si massaggiò il collo. «Bisogna ingerirlo.
Deve finirti nello stomaco.»
«Come…»
«Sì capisco. Ero scettico anch’io. Su questo punto hanno
raccontato tutti la stessa storia. I profughi si sono rifiutati di
tornare indietro e li hanno attaccati. Quelli malati vomitavano
sangue addosso ai nostri, a volte tenendoli fermi a terra. Li
hanno infettati in modo volontario.»
Lucio si mise la mano sugli occhi e la trascinò lentamente
lungo la barba ispida. «È pazzia.»
«Per ora è solo un’ipotesi. La pazzia, intendo. Di sicuro i
rettangolari solo feriti dagli appestati, anche quelli che ci
hanno combattuto corpo a corpo, non hanno manifestato alcun
sintomo.»
«Riferirò anche questo» disse Lucio.
Fecero il percorso a ritroso e, dopo aver dato
appuntamento al Macellaio per il giorno dopo, Lucio tornò
verso il campo. Con il sole che spariva dietro Forte Dustus,
guardò la stanza dell’edificio dove risiedeva Gneo Aurelio.
Una luce fioca tremava nell’ombra. Il generale era ancora al
lavoro.
«Devo avvertirlo subito.»
Capitolo 55. Zodd
Distinguere fra notte e giorno, lì sotto, era come indovinare
un tiro di dadi. La cella non aveva finestre, e l’unico indizio
che lo faceva propendere per la notte era che mancava il via-
vai del giorno. Ed erano anche scomparse le urla degli altri
prigionieri.
Si dice che la notte porti consiglio. Forse solo a quelli che
possono dormire, per Zodd erano solo ore di pensieri ossessivi
e rabbia fumante.
Vaffanculo. Scalciò, ma la resistenza delle catene per poco
non gli fece uscire un ginocchio di fuori.
In effetti, dormire qualche ora gli avrebbe proprio fatto
comodo. Non aveva alcun bisogno di riposare, ma in quella
cella umida il tempo scorreva lento, ristagnava come in una
palude. A scandire le ore c’erano solo i piagnistei di Mani-di-
Fata, le urla dei due ragazzini quando i mercenari scendevano
nelle prigioni, e i colpi di tosse del vecchio.
Zodd aveva osservato i prigionieri di Mardonio per
settimane comprendendo una cosa: più cibo ti portavano nella
cella, più era probabile finire con un ferro di cavallo
incandescente inchiodato al piede o con molte meno dita di
quelle necessarie a impugnare l’addhur. Quando ti torturano e
rimani senza cibo e acqua, puoi solo sperare di non andare
avanti troppo a lungo, ma quando ti tagliano i pollici e gli
alluci, ti curano le ferite e ti nutrono per tenerti sempre in
forze, gli ultimi giorni della tua vita possono diventare un
inferno.
Nell’Ibunod accadeva qualcosa di simile. Come ogni altra
persona al mondo, i carnefici avevano un prezzo. Un paio di
monete d’argento bastavano, di solito, per convincere uno dei
cani rognosi che gestivano le prigioni a torturare un
prigioniero fino al giorno dell’esecuzione. Anche nell’ultimo
periodo, dopo la morte di re Leherius e le carestie, capitava
che la madre o il padre di una ragazza stuprata e uccisa
tirassero la cinghia fino a risparmiare i soldi necessari.
Chi riceveva quel trattamento si inginocchiava davanti a
lui con una gran voglia di prendersi un colpo al collo e farla
finita. Come quel tizio che gli avevano messo davanti
nell’arena con l’uccello tagliato e legato al collo e un occhio
che penzolava dall’orbita. In fondo non stava a lui giudicare.
Anche lui aveva intascato un sacco di soldi scommettendo
prima delle esecuzioni. Spesso aveva puntato su cose assurde,
come riuscire ad infliggere trenta fratture agli arti prima di
uccidere il condannato durante l’esecuzione con la ruota.
Rischio di fare la stessa fine. O una peggiore.
Il trattamento riservato da Mardonio ai prigionieri lo
conosceva bene, ma quel fottuto Bambino… Nella villa
c’erano ben due persone - si rendeva conto di quanto fosse
ridicolo definirle così - più forti di lui. Davvero molto più
forti, a essere brutalmente sinceri. Sia Sestio che il Bambino
avevano, poi, un gusto sadico per le torture, e l’idea di essere
sulla strada giusta per riceverne di ogni tipo e, soprattutto, per
parecchio tempo, gli faceva ribrezzo. Oltre a essere in grado si
provocargli un leggero formicolio dietro al collo.
Un tempo era lui a torturare, anche nell’Ibunod. I volti di
chi era capitato fra le sue mani non li ricordava, ma le urla si,
da quelle aquiline a quelle profonde e gutturali. Per fortuna
Mardonio non aveva cani. Perché far mangiare le mani dei
prigionieri ai cani funzionava molto bene: la gente parlava.
Anche quando non aveva nulla da dire. Come lui.
Timori che gli facevano compagnia, ma che cercava di
sfruttare, concentrandosi su di essi, per non cedere spazio
all’altro. Strisciava dentro di lui. Cresceva come una zecca che
si gonfia sul muso di un cane.
Serrò le mascelle e provò a deglutire senza riuscirci. Lo
stomaco brontolava e una ragnatela di nausea, umida e
appiccicosa, si arrampicava inesorabile dagli intestini fino al
cervello.
Sta arrivando.
Non aveva dubbi che il sangue di Sestio avesse accelerato
il modo in cui l’altro, l’Ombra, lo stava cambiando, o, meglio,
il modo in cui gli stava fregando il corpo.
Sto arrivando.
Strizzò gli occhi. Quando li riaprì, solo vette scure e cieli
porpora.
Il tramonto divenne un tetto di catrame sulla sua testa. Ai
suoi piedi - sotto i suoi piedi - un’orgia di mutilazioni e carne
putrescente. Volti senza occhi cuciti come maschere su larve
bianche striscianti. Corpi contorti. Si materializzarono fino a
diventare tremendamente reali. Alcuni erano avvolti come
stracci intorno a sbarre di ferro. Ossa lucide, tendini strappati,
il brillare della carne esposta. Brandelli di pelle scendevano da
altezze vertiginose come sipari di un teatro osceno. Aveva
davanti una cattedrale di carne e sangue. Un delirante inno al
dolore e alla mortificazione della creazione divina. Un tributo
ad Asmodeoth.
Stava condividendo il corpo con qualcosa.
Qualcuno.
E c’era anche lui, in quel sogno fin troppo lucido. Non più
un’ombra, ma una sagoma colossale che gli dava le spalle.
Qualunque cosa fosse, voleva prendere il sopravvento. Lo
stava divorando. Sentì il rumore di ossa che si sbriciolavano
sotto la pressione di mascelle possenti. Sentiva persino l’odore
del sangue, fottuti gli Dei. Poi una voce, come un tuono
proveniente dai più profondi recessi infernali.
«Uccidiamoli tutti. Mangiamoli tutti.»
Lui si stava girando, lentamente. Per la prima volta, ne
intuì il profilo del volto e osservò due grosse file di canini.
Spettri neri, appuntiti, stagliati contro nuvole purpuree mentre
apriva la bocca. Stava per vederlo. Zodd tremò.
Ma quell’apocalisse di dannazione selvaggia, così come
era arrivata all’improvviso, svanì, proprio come un brutto
sogno. Non era un sogno. Non era qualcosa che sarebbe
riuscito a scacciare, prima o poi, concentrandosi su
qualcos’altro.
Anche perché il primo pensiero sensato che affiorò in quel
mare di insopportabili miasmi fu: pezzi di carne cruda mi
stanno marcendo in bocca.
Stracci di carne umana incastrati tra i denti, che gli
lanciavano fitte insopportabili, come se volessero uscire dalle
gengive. Cazzo, sembrava che qualcuno gli avesse piantato dei
chiodi nelle radici. Ne aveva persi tre o quattro ormai. Non
erano affatto adatti alla sua nuova alimentazione. Mille volte li
avrebbe scambiati con quelli di un cane. Di un intero branco,
fottuti gli Dei, magari lo stesso che aveva visto sbranare in
dieci minuti il cadavere di un muriano. Quel desiderio si era
presentato alla porta come un estraneo, in punta di piedi. Era
successo per la prima volta nel palazzo del governatore.
Tornava quando si nutriva, ma spariva nello stomaco con il
pasto. Poi era diventato un chiodo fisso. Quei denti gli
avrebbero fatto comodo. Un pensiero insensato che aveva
sfondato la porta ed era il padrone di casa. Gozzovigliava
letteralmente nel suo cervello.
Sfiorò con le dita del piede sinistro il cadavere del
poveraccio che aveva sbranato la sera prima. Gli aveva
strappato almeno trenta libbre di carne prima di buttarlo sul
pavimento come una coscia di pollo spolpata. Più mangiava,
più la fame tornava velocemente.
In realtà, dopo aver assaggiato Sestio, l’idea di consumare
carne umana era passata dalla sfera del la prima cosa che
penso quando mi sveglio a quella del sì, quel polpettone
merdoso del campo mi riempie lo stomaco, ma vorrei una
cazzo di bistecca alta due pollici.
Concentrati su qualcos’altro maledetto coglione.
La risposta arrivò da dentro.
Uccidiamoli tutti, mangiamoli tutti.
Questo non era pensare a qualcosa di diverso. Non era
neanche un cazzo di pensiero suo. Era di quell’altro. Lo stesso
che mangiava uomini e non aveva più bisogno di dormire e
scopare.
Stava impazzendo. Una cosa che un uomo normale
dovrebbe mettere in conto, quando lo chiudono in una cella e
gli buttano dentro un poveraccio che urla e si dimena pregando
di non essere sbudellato e divorato. Per lui, invece, non c’era
alcun rapporto tra le due cose.
Lasciò cadere il mento sul petto. Scoppiò a ridere.
Il suo corpo era prigioniero, mentre la sua mente era
carceriera e al tempo stesso prigioniera di un altro essere.
Sempre che essere fosse il termine adatto per quell’altro. E per
giunta, e questo lo faceva ridere ancora di più, non aveva
risolto un cazzo: nessuna spiegazione soddisfacente, nessuna
cura.
Sestio glielo aveva piazzato su per il culo senza neanche
chiedere il permesso, anzi, aveva iniziato ad allargargli le
gambe già dal primo incontro, recitando la parte del povero
sfigato sopravvissuto ad Aratan. Certo, c’erano cascati tutti,
ma questo non alleviava in alcun modo la sua rabbia.
Si alzò qualche istante, il tempo necessario a non farsi
venire le piaghe sul culo.
Rimase sorpreso. I muscoli delle gambe avevano risposto
all’istante. E non si trattava solo delle gambe. Era tutto il
corpo a essere vivo in modo innaturale. Difficile spiegarlo a
parole, ma il suo corpo pulsava, come se nuovi cuori, nuove
arterie e vene si stessero aprendo in quel momento,
riempendogli i polmoni di aria e gli arti di sangue.
Sangue nuovo.
Sentì stridere qualcosa nel braccio ridotto in poltiglia.
Erano le sue ossa. Si facevano strada nei muscoli
dell’avambraccio, cercando di ricongiungersi definitivamente.
Che cazzo. Ruggì di dolore. Crack. Crack. Appena sotto il
gomito la sua pelle si presentava indurita e punteggiata da
piccole escrescenze; gli ricordava vagamente quella di un
coccodrillo. Anche la pelle della parte alta del braccio stava
subendo la stessa mutazione. Non poteva vedere, né tastare, la
parte posteriore della spalla, ma immaginava che gli stesse
accadendo la stessa cosa anche lì. In alcuni punti della schiena,
infatti, non sentiva più il contatto con il freddo muro che gli
faceva da schienale.
Gli tornarono in mente le parole del Bamboccio sul
bozzolo, i demograth, i demoni; non avevano fatto altro che
aggiungere confusione alla confusione. Era ancora convinto
che infernali fossero, almeno in origine, degli uomini. E se di
quegli uomini erano rimasti solo brandelli sparsi,
probabilmente sarebbe capitata la stessa cosa anche a lui.
Riusciva quasi a vedersi, a uno o due mesi di distanza, sempre
che fosse uscito vivo di lì, con due chele che gli spuntavano
dalla schiena e grappoli di occhi sul petto.
Al momento, però, poteva anche essere una buona notizia.
Strinse il pugno destro, che fino a dieci minuti prima aveva la
forza di un guanto vuoto appeso a un manico di scopa. E sentì
fluire un’ondata di metallo fuso nella mano.
Capitolo 56. Zodd
Zodd lo sentì. Appena qualche momento dopo che Sestio
lo ebbe incatenato. Un ronzio che cresceva nel cervello. La
sensazione che braccia e gambe fossero sul punto di prendere
decisioni autonome e, quasi certamente, poco sagge.
L’Ombra arrivò all’improvviso. Come la fottuta belva
infernale che era. Lo sollevò da terra strizzandogli i bicipiti.
Una forza annichilente, impossibile da contrastare. Due occhi
vermiglio si aprirono con atroce indolenza, lasciandogli il
tempo di scrutare un orrore siderale. Qualcosa che andava
fottutamente oltre il tempo e lo spazio.
«Stupido sacco di carne, perché continui a ostacolarmi?»
Zodd venne fagocitato dalle voragini infuocate che si
aprivano nelle orbite dell’Ombra. Poi un dolore lancinante alla
testa, come se una freccia gli avesse trapassato il cranio da
orecchio a orecchio.
«Lasciami. Tu mi…»
Era disorientato. Non sentiva più la stretta e l’odore acre,
da predatore, dell’Ombra. Gli effluvi sulfurei, misti al sapore
di sangue bruciato, erano scomparsi. Provò a passarsi le mani
sul volto, ma non poteva muoverle. Era ancora lì, in quella
fottuta cella rettangolare. Con le catene ai polsi.
Il Bambino lo fissava con le braccia dietro la schiena.
«Sto parlando con te» la sua voce divenne quella di un
orco e lo strappò alle vertigini. «Mi hanno detto che ti sei
ripreso completamente, quindi sono passato a controllare.»
Gli poggiò ancora l’indice appena sopra il ginocchio. Zodd
strinse i denti. Aveva voglia di vomitare. Gli effetti della
visione ancora gli annebbiavano la mente.
«Vuoi torturarmi anche oggi?»
«Sestio aveva ragione: la tua ferita è guarita. Sono quasi
sicuro di averti toccato il femore, eppure guarda qui,
rigenerazione completa. E per rispondere alla tua domanda:
no. Ho in mente qualcosa di molto più divertente.»
Una frase del genere gli avrebbe fatto tirare un sospiro di
sollievo, se solo fosse arrivata da un’altra persona. Pronunciata
da quelle labbra riusciva quasi a dargli i brividi.
«Ho pensato che voglio crederti. Gli ibridi della Legione
sono in giro da poco tempo e, come dire, non sono molto
affidabili. Un anno fa ne uccisi uno che aveva perso la forma
umana e non riusciva neanche più a parlare. Faceva pena solo
a guardarlo. Magari è successo qualcosa anche a te» il
Bambino si portò l’indice alla tempia, battendolo contro
capelli biondi che gli incorniciavano il viso. «Ti si è rotto
qualcosa nella testa.»
«L’unica cosa che mi sono rotto, sono i coglioni» mandò
giù un conato e un rigurgito aspro gli salì in gola. «Se devi
ammazzarmi, fallo.»
Una morte ridicola, incatenato e per mano di un mostro
con le sembianze di un bambino. L’idea non lo allettava, ma
alla fine quando sei morto, beh, sei morto. C’è poco da
rimuginare una volta finito nel buio eterno.
«Ammazzarti? E mandare in fumo tutto il lavoro che ho
fatto per capire cosa sei veramente?» il Bambino scosse la
testa. «Preferisco metterti alla prova.»
Sentiva che non sarebbe stato un grande avversario per lui,
nel caso avesse voluto combattere ancora. Combattere?
Combattono due uomini con le stesse armi; combattono due
eserciti, due cani, due fottutissimi galli. L’unico paragone che
gli veniva in mente, pensando a lui e al Bambino, era lo
scontro tra un poppante storpio di quattro anni, di quelli che si
vedono arrancare nei bassifondi trascinandosi su slitte di
legno, e un orso di dieci piedi che non mangia da una
settimana.
«Sai cos’è un demograth?» pronunciò quella parola con un
tono gutturale impossibile per le corde vocali di un uomo,
tanto meno per quelle di un bambino.
«Avete tutti una strana voglia di fare domande e non dare
risposte» sorrise, la lunga cicatrice che gli tagliava la guancia
dalla bocca all’orecchio ululò.
«Perché penso che potresti avere qualche possibilità contro
un demograth di basso livello, magari appena uscito dal
bozzolo. Hai ucciso un necrhomaedar’h… un infernale.»
«Ti ho detto che ho sentito già questa parola, ma non ho
idea di cosa sia.»
«Hai detto di volere risposte.»
«Vuoi darmele proprio ora, prima di ammazzarmi?
Tempismo perfetto, direi.»
«Sei arrogante. Di solito è un bene, ma ricordati che hai
già sbagliato una volta» il Bambino fece un inchino. «Con il
sottoscritto.»
Zodd abbassò la testa. Altro che sbagliato, era proprio
stramazzato in terra.
«Potrei ucciderti ora, strapparti le palpebre e mangiarti un
pezzo alla volta mentre ti costringo a guardare. Posso farlo che
tu lo voglia o no, libero o in catene. Ma preferisco capire cosa
sei. E se puoi essermi utile.»
Una verità fottutamente amara, come il vomito che si stava
ributtando a forza nello stomaco deglutendo come un pazzo. E
da parecchi minuti, ormai. Quell’essere aveva la forza
necessaria a farlo a pezzi. Tra i due, il bambino era lui.
Sono inferiore. Che merda.
«Mi sarei dovuto portare dietro un cercatore della Legione,
sai, uno di quelli con…» il Bambino socchiuse lievemente le
palpebre. Il suo sorriso era perfetto, le guance lisce e rosate. E
quella voce. «… gli occhi cavati. Uomini ridotti a segugi di
demoni… Tu davvero non sai nulla. È, come dire, una cosa
davvero bizzarra.»
La mente di Zodd andò a zig-zag da una cosa bizzarra
all’altra, limitandosi a quelle dell’ultimo mese. Il termine
bizzarro si era ormai trasformato in un sinonimo di normalità.
Girando sui tacchi, il demone tornò verso di lui a piccoli
passi, quasi strusciando i piedi in terra. «Da dove vieni?
Dovresti saperlo, no, dove sei nato e quanti anni hai.»
Aveva deciso. Meglio tacere. Tutto, pur di non dare
soddisfazione a quel piccolo demonietto bastardo. In fondo,
però, non c’era nulla che lo trattenesse dal dirgli quel che
sapeva. Anzi, il Bambino poteva aiutarlo a capire. L’avrebbe
ammazzato, prima o poi, non c’era alcun dubbio su questo. Ma
aveva la possibilità di schiattare con un fottuta domanda in
meno nella testa.
«Dall’Ibunod» disse. «Si trova a sud di…»
«Ma davvero?» lo interruppe l’altro. «Davvero vuoi
spiegarmi dove si trova l’Ibunod? Io sono passato in questo
mondo molto tempo fa, l’ho girato in lungo e in largo, poi
ancora in lungo e un’altra volta in largo. Potrei andare da
Angbrook a Clestmoor bendato, mentre ripeto a memoria
l’intero Codice di Leherius.»
«Se sei stato nell’Ibunod, allora conoscerai benissimo il
Boia di Ferro.»
«Certo. Hai idea di quante persone aspettino il loro Rito
nell’Ibunod? Ce ne sono molte anche tra quelle che
frequentano le arene.»
A queste parole, pronunciate con il solito tono profondo,
grottesco, Zodd poteva credere senza problemi. Quello che gli
lo avevano spinto a fare, le torture sempre più sadiche, gli
stupri di donne e bambini prima di ammazzarli come cani. E
lui che rientrava negli spogliatoi con la faccia calda e umida di
sangue.
I capelli biondi oscillarono sulla fronte del demone mentre
si faceva sotto. «E so anche che il Boia di Ferro ce l’ho qui
davanti.»
Zodd corrugò la fronte, ma cerco di non mostrarsi
sorpreso. «Sai tutto, vedo.»
«No, non tutto. Altrimenti non starei qui a fare domande.
Voglio sapere dove e quando sei nato, non dove hai
combattuto. E chi erano i tuoi genitori.»
«Non ne ho idea. Ho iniziato a combattere a quattro o
cinque anni, quindi ora ne ho ventisei, forse ventisette. Prima
di quello, non so. Mi hanno abbandonato, penso, come è
successo a migliaia di altri neonati.»
Era la pura verità, se il biondino aveva informazioni più
precise, Zodd le avrebbe ascoltate con interesse. Tutto
l’interesse che un prigioniero incatenato, cannibale, in stato di
mutazione verso qualcosa di schifoso e, soprattutto, prossimo
a una morte atroce, poteva avere per delle storie sulla sua
infanzia.
«E sia. Basta. Ti credo. Sei un povero trovatello senza
memoria. Senza memoria e per niente collaborativo, per
giunta» aggiunse il Bambino. Si poggiò i pugni sui fianchi.
«Insomma, dovresti essere felice… Grato di essere ancora
vivo. E invece continui a deludermi.»
Sembrava serio.
«Mi dispiace» Zodd sorrise fino a sentire la solita stilettata
della cicatrice. «Sai, a me non cambia molto morire adesso o a
quel cazzo di Rito di cui parlate sempre. Facciamola finita e
basta.»
«Si facciamola finita. Vediamo come te la cavi.»
Il Bambino lo liberò.
Ma i sogni di fuga di Zodd svanirono quasi all’istante. Era
il bamboccio stesso a scortarlo, giù, per altre scale che
portavano a un livello inferiore. Un’arena di pietra. Tonda e
con grosse tribune scavate a mano. Dieci braccia sotto
prigioni. Un luogo che a Zodd sembrava antico e impregnato
di morte. Le fiaccole lo illuminavano abbastanza da riuscire a
vedere la parete in fondo.
«Te l’ho detto che avevo in mente qualcosa di diverso.
Dovresti sentirti a tuo agio, in un’arena come questa.»
Annuì. Era una verità inconfutabile.
«Combatti per la tua vita. Contro di lui» il demone guardò
verso la tribuna. C’erano solo Sestio e Dolgrane.
Dolgrane fece per scavalcare la tribuna. «Non tu» disse il
Bambino. Indicò Sestio. «Deve andare lui.»
«Con molto piacere.»
Sestio saltò nell’arena come un leone. Il povero disgraziato
di mezza età era scomparso. Al suo posto, un essere che ne
aveva solo le sembianze.
Occhi da squalo, bianchi come perle, senza vita. Un
ghigno demoniaco.
«Dagli la sua arma, voglio vederlo in azione.»
Dolgrane ebbe un attimo di esitazione, poi si accorse che
aveva lui l’addhur, appoggiato sulla spalla destra. Lo spadone
ruotò in aria, verso il centro dell’arena di pietra, un attimo
dopo.
Zodd lo afferrò al volo.
È mio.
Guardò Sestio che avanzava verso di lui. Disarmato.
Per qualche attimo, tutto rimase immobile: Zodd, Sestio, il
bagliore della fiaccola.
«Ti ho fatto da balia per settimane» Sestio allargò le
braccia. «Ora ti darò una lezione che non dimenticherai.»
Zodd si puntellò sull’addhur e si rimise in piedi. Sestio
stava cambiando davanti ai suoi occhi. Il riporto del cazzo
cadde nel giro di tre passi, e sulla testa si aprirono segni uguali
a quelli che spaccano il fango secco, da cui suppurava sangue
simile a pece. Le dita delle mani si rompevano e si
ricomponevano da sole, aggiungendo ogni volta nuove falangi.
«Attento a non esagerare» disse il Bambino. «Ricordati
quanto ci hai messo a riprendere la forma umana, l’ultima
volta.»
«Non preoccuparti. Ha ucciso almeno due infernali di buon
livello. Devo raggiungere lo stadio finale per massacrarlo
senza problemi.»
I segni sulla testa erano voragini, ora, da cui scendevano
cascate di sangue nero e larve bianche. Una cresta squamosa,
purpurea, si alzò all’improvviso come la vela di una nave; gli
tagliava il cranio a metà dalla fronte alla nuca. Brandelli di
pelle gli scendevano sulla fronte, ma Sestio rideva come un
pazzo, e continuò a farlo anche mentre affondava le unghie
nella carne delle sue guance.
Riiiip.
Si è strappato la fottutissima faccia!
«Stai tremando, lurido sacco di merda?» fusi con i muscoli
della mascella, si contraevano strati di squame schifose. «Fino
a oggi mi hai guardato con disprezzo, ma ora puoi vedere con i
tuoi occhi quanto ti sei sbagliato.»
Sestio era anche più alto. Molto più alto. Due ossa gli
bucavano la pelle all’altezza dei deltoidi, Zodd poteva vederle
crescere, proprio in quel momento, e curvarsi verso la testa di
Sestio come massicce corna di bue.
«Ti farò capire cosa vuol dire combattere con un
demograth. Io ho scelto, non sono uno scarto rattoppato
portato da un altro mondo.»
Oltre all’altezza, in Sestio era cresciuta anche la voglia di
parlare.
«Dice che non appartieni a un altro demone» continuò
Sestio. «Pensa tu sia un ibrido della Legione.»
«Nessuno dei due. Uno di quegli infernali mi ha infettato
ad Aratan. Tutto qui.»
Bugiardo, sono un fottuto bugiardo. Le cose stanno molto
peggio di così.
Sestio fece un passo verso di lui, gli occhi fuori dalle
orbite. Le dita della sua mano avevano una decina di falangi e
terminavano con unghie gialle e spesse. Il braccio sinistro era
grande come una gamba e coperto di escrescenze ossee.
Terminava con una… che cazzo è… lama… aculeo, non
sapeva come definirla. Era tremendamente simile alle
necromerde. Anche per questo, forse, Zodd sentiva salire la
fame in modo irrefrenabile.
Anche l’odore di Sestio era cambiato. Di nuovo.
Una parte di lui lo identificava come merdosa putrefazione
della carne. L’altra, l’ombra scura che abitava su montagne
aguzze stagliate contro il cielo del crepuscolo, sentiva
semplicemente odore di cena.
Sestio era fermo davanti a lui. Otto piedi. Le fauci zeppe di
canini, colate di muco bianco gli scivolavano fra le gengive.
Ossa bitorzolute crescevano in ogni direzione creando
protuberanze multiforme sulle giunture del corpo. Il cazzo
penzolava come un ramo rinsecchito. Zodd sgranò gli occhi.
«Vorrei proprio sapere cosa cazzo siete. Tu e quelle merde
rattoppate…»
Lo disse ad alta voce, ma in modo del tutto involontario.
Semplicemente, quel pensiero aveva sbattuto da un lato
all’altro del cervello per troppo tempo. Ed era uscito.
E vorrei sapere cosa cazzo mi avete fatto diventare.
Il sorriso di Sestio fu sconvolgente. Le labbra sottili si
allungarono all’inverosimile verso le orecchie, scoprendo una
fila di gengive prominenti in cui erano piantate, come chiodi
d’avorio, decine di zanne acuminate.
«Il… fu… turo» rispose.
Avanzò e lasciò andare un montante. Sestio lo deviò quasi
senza muoversi. A Zodd bastò per comprendere la forza del
nemico.
Passò a una guardia alta, d’invito. Sestio descrisse una
mezzaluna alla sua destra. Zodd attese il colpo. Scattò in
avanti brandendo l’addhur con una mano sull’elsa e l’altra sul
forte, protetta dai due denti d’arresto.
Fu lui a versare il primo sangue, nero e vischioso come la
polpa di una mela marcia. Sfilò il debole dell’addhur dallo
stomaco di Sestio senza la soddisfazione di udire un lamento
di dolore.
«Sei… un povero… stronzo» grugnì il mostro, saggiando
la ferita con le lunghe dita fasciate di nervi. Aveva difficoltà ad
articolare le parole. La lingua, ancora umana, si muoveva a
fatica dentro le mascelle bestiali.
Zodd cercò di contrastare l’impeto che lo pervadeva e
indietreggiò. Quel mostro possedeva una fibra simile a quella
degli altri, ma sembrava di un livello superiore. Più forte,
insensibile al dolore.
Preso dal dubbio di averlo colpito di striscio, Zodd
ispezionò la lama con la coda dell’occhio. I sei o sette pollici
finali grondavano liquido scuro. Leccò la lama con ingordigia
e si pulì la bocca con il dorso della mano, gustando ogni
goccia di sangue demoniaco.
L’Ombra cresceva dentro di lui. Pregò di non finire a
osservare vette aguzze e cieli porpora proprio in quel
momento.
Si concentrò su Sestio.
Un passo ciascuno. Le lame si incrociarono. L’osso arcuato
della falce scivolò verso l’elsa dell’addhur. I denti d’arresto lo
bloccarono.
Sestio si sbilanciò e Zodd ne approfittò per avvicinarsi. Il
pomolo dell’addhur arrivò fra i denti del mostro come un
macigno, facendone schizzare una manciata fuori dalla bocca.
Sestio passò al contrattacco con un calcio allo stomaco.
Zodd arrivò quasi al muro che divideva l’arena dalla tribuna.
Fottuti gli Dei.
Si mise di nuovo in piedi, ma Sestio era già su di lui, la
falce ossea alta sopra la testa.
Zodd parò alto, basso, ancora alto. Il suo avversario stava
avendo la meglio.
Sestio sembrava disinteressato a qualsiasi finta. Colpiva
sempre in modo pieno, ossa contro acciaio. Zodd conosceva
bene quell’atteggiamento. Era identico al suo. Non aveva mai
avuto paura del contatto pieno fra lame, di solito erano quelle
avversarie a spezzarsi, ma l’arma organica di Sestio sembrava
solida come la pietra.
Camminò all’indietro, dando l’idea di una ritirata
strategica. Sestio lo incalzò schioccando le mascelle.
Zodd lo sorprese con un colpo mezzano che trovò la carne
e l’osso dell’anca. Ancora una volta, Sestio non se ne curò e
lasciò andare il braccio. La falce mancò Zodd di due dita e
affondò nel marmo come lo scalpello di uno scultore fuori
bersaglio.
Schegge e pulviscolo di pietra schizzarono ovunque.
Indaffarato a disincagliare il braccio, Sestio offriva un
facile bersaglio.
Percorsi dalla luce attutita, Zodd vide i muscoli disidratati
del mostro contrarsi sotto la pelle.
Devo decapitarlo. Ora.
Si fece sotto ringhiando, i denti serrati di un boia, l’addhur
che raschiava il soffitto sopra la spalla sinistra. Si sforzò di
concentrare in quel dritto obliquo tutto l’energia che gli
scorreva nella schiena, attraverso i deltoidi e lungo le braccia.
Sei piedi e mezzo di acciaio baluginarono nella penombra
e lacerarono in profondità il collo di Sestio.
Giù, senza fermarsi, fino a incontrare la resistenza di una
vertebra.
Zodd tentò di liberare la lama dall’osso.
Niente.
Una situazione assurda. Entrambi cercavano di recuperare
le armi, e Sestio ne aveva una ben piantata nel collo. Getti
vischiosi color pece annaffiavano le tribune. Distingueva le
risate di Dolgrane e del Bambino. Queste ultime passavano
con disinvoltura dal tono puerile a uno a più roco e profondo
di quello di Dolgrane.
Disarmato, a Zodd rimase il puro istinto di aggredire a
mani nude.
E l’Ombra era lì.
Lascia fare a me. Fammi mangiare.
Riuscì a scaricare una serie di pugni al ventre di Sestio e,
al tempo stesso, si mantenne così vicino da evitarne l’arto
letale. Sfruttando il momento favorevole, si gettò con tutto il
peso sull’addhur, facendo schizzare la lama verso l’alto, fuori
dalla vertebra che la tratteneva.
Un lampo di soddisfazione, subito estinto da una gomitata
sotto la mascella che lo fece barcollare all’indietro, seguita da
un calcio al torace.
Ha una forza mostruosa.
Zodd lottò come un cinghiale con due lance in corpo. La
sua mano cercò il basso muretto della tribuna. La mancò due
volte. Poi un angolo sporgente.
Preso.
«Ti serve… questa?» biascicò Sestio sbavandosi il mento.
Stringeva nel pugno il medio dell’addhur.
«Figlio di puttana» gridò Zodd.
«Pesa. Sei… Forte per esse… re uno squalli…do umano»
Gettò lo spadone in terra, mentre il sorriso, proiettato verso
le tempie, si allargava in una voragine di zanne.
L’Ombra cercava di togliergli le redini del suo corpo.
Peggio, gli sembrava di essere su un cavallo lanciato al
galoppo, con un bastardo aggrappato alla gamba che tentava di
buttarlo giù dalla sella.
In piedi sulla tribuna, il Bambino lo guardava con occhi
spiritati. Dolgrane, vicino a lui, si spostò un paio di passi più a
destra, come se il demone avesse un’aura incandescente tutto
intorno.
Lasciò un po’ di spazio all’Ombra.
Sestio si abbassò e spalancò la bocca.
Zodd chiuse il pugno. O lo stava facendo l’Ombra?
Irrilevante.
Lo sferrò nel mezzo del volto di Sestio.
Le ossa della fronte si accartocciarono con un rumore
sordo. Le nocche di Zodd sprofondarono di un pollice nella
faccia, portandosi dietro le cartilagini del naso.
Gli occhi, catapultati fuori dalle orbite, penzolavano sulle
guance, a malapena trattenuti da due cordoni gibbosi grondanti
sangue.
«Ba…ga…ba…la» farfugliò Sestio. Un secondo destro lo
interruppe, proiettandogli le ossa del naso direttamente nel
cervello.
Il terzo disarticolò la mascella, il quarto la frantumò, i
denti che si spargevano nelle orbite vuote e sul pavimento.
Sestio finì in ginocchio, la faccia spappolata e la mascella
che penzolava come uno straccio da uno stendino, sputando
denti e bava sulla pietra. Zodd gli girò intorno. La nuca del
demograth era coperta di escrescenze; strani corni uscivano
dal cranio attraverso spacchi frastagliati. Lasciò andare il
pugno anche lì, sbattendolo con la faccia in terra. Pestò il
cranio. Grossi pezzi di materia cerebrale schizzarono intorno
al piede di Zodd.
Una fame fottuta. Una voragine sconosciuta e insondabile.
«Avevo detto che ti avrei impiccato con le tue budella»
Zodd sputò un altro, inutile, molare. «Ma ho cambiato idea.
Preferiamo… Preferisco mangiarti.»
Affondò i suoi inutili denti umani nella dura carne di
Sestio. Il tempo di mandare giù un primo, meraviglioso,
boccone, e il Bambino si materializzò davanti a lui. Un
fulmine.
«Hai mangiato abbastanza. E io ho visto abbastanza.»
Capitolo 57. Lucio
Maledetta afa. Innaturale per la fine dell’estate. A metà
mattina l’aria gli bruciava la gola. E il sudore non faceva bene
a quel che rimaneva del suo piede.
Le rocce sembravano pronte a sciogliersi come pani di
burro sotto i pugni arroventati del sole. A lastre di pietra rossa,
lunghe trenta piedi e incastrate sui costoni come gusci di
tartarughe morte, si alternavano ampi spazi coperti da rocce
aguzze, grandi al massimo come un uomo.
La gola era lunga un miglio e abbastanza ampia da poter
contenere le due sponde dell’Orthos. Chiusa alla sua estremità
occidentale da una parete alta come il faro di Calisium, era
invece aperta sul lato opposto.
La natura aveva creato una enorme strada senza uscita.
Riflessi d’acciaio puntellavano le rocce rosse su entrambi i
costoni. Quattromila soldati attendevano appollaiati fra le
asperità della pietra. Una specie di cielo stellato all’imbrunire
che Lucio scrutava con attenzione.
Sotto di loro, il baratro.
Sarebbe stato meglio portare un’intera divisione, ma quello
era il massimo numero utilizzabile su un terreno così
accidentato.
La tenda del generale era proprio sulla parte più alta del
muro occidentale, poggiata su un piccolo pianoro. Lucio portò
la mano alla fronte e socchiuse gli occhi, gettando un ultimo
sguardo sui soldati. Era quasi ora.
Seguì il generale all’interno della tenda, poco più di un
parasole retto da quattro bastoni. In piedi attorno a un tavolo,
gli occhi fissi su una logora mappa della zona, c’erano i
maggiori di cinque rettangoli e diversi ufficiali degli ausiliari,
arcieri e corazzati.
Non appena videro il generale, scattarono sull’attenti.
Gneo Aurelio fece loro un cenno di riposo con la mano prima
di prendere posto al vertice del tavolo.
«Il tempo stringe» soffiò via la polvere dalla mappa. «Se ci
atteniamo al piano, dovrebbe andare tutto bene.»
Quel dovrebbe bastò a far aumentare i battiti del cuore di
Lucio. Certo, lo avevano curato nei minimi particolari e
ripassato mille volte, ma c’era il rischio che le cose si
mettessero molto male.
Dannazione, era l’unico, lì in mezzo, ad aver affrontato gli
infernali. E lo aveva pagato caro.
Le dita fantasma del suo piede si contrassero.
Lucio era l’unico sotto il grado di capitano presente nella
tenda, ma Gneo Aurelio lo teneva vicino come il più prezioso
dei consiglieri. Avrebbe fatto volentieri a meno di quel ruolo.
Una goccia di aloise e sarebbe stato meglio. Doveva solo
stringere i denti e fare ampi cenni d’assenso.
Si, certo, li colpiremo duro. Come no, generale, per i più
grandi potremmo piazzare dei maledettissimi trabucchi e
prenderli a pietrate in faccia.
«Dite ai vostri uomini di non avere alcun timore, di essere
saldi sulle gambe e feroci nei colpi. E per gli arcieri:
incoccare, scoccare. Incoccare, scoccare. Il loro corpo oggi
deve conoscere solo queste due azioni» Gneo Aurelio poggiò
entrambe le mani sul tavolino. «Oggi la parola esitazione sarà
sinonimo di morte.»
Lucio fece scivolare l’azza dalla spalla, utilizzandola come
puntello. Pensò che se si fosse gettato a peso morto sulla spina,
probabilmente avrebbe sofferto di meno.
Non aveva alcuna voglia di sentire Gneo Aurelio ripetere il
piano. C’era sempre una falla o un’azione da migliorare. Con
un nemico del genere non potevano esserci certezze.
Per la decima volta dalla sera precedente, Gneo Aurelio
parlò dei movimenti dell’attacco, dell’eventuale inseguimento
e, qualora fosse stato necessario, della ritirata.
Lucio si limitò a guardare la mappa. Una specie di “U”
allungata, tracciata in fretta, a giudicare dalle sbavature
d’inchiostro, la occupava per intero. La mano del generale
poggiò un’altra pedina triangolare di metallo sul costone
meridionale più alto. Lucio ne contava trenta in tutto. Tremila
arcieri sui due costoni alti e mille corazzati a proteggerli su
quelli bassi. A pensarci bene, in prima linea c’erano solo
ausiliari, mentre i cinquemila rettangolari, rappresentati, senza
molta fantasia, da cinque rettangoli di ferro, avevano il
compito di rimanere fuori dalla gola e intervenire in caso di
necessità.
Per l’ennesima volta, Lucio vide gli altri ufficiali annuire.
Ai lati del generale si strinsero, spalla contro spalla, i cinque
maggiori, ma era il legato cui erano sottoposti, quello della
sesta divisione, a sembrare il più convinto del proprio
addestramento e dei propri uomini. Lucio sapeva che, pur
avendo la sua età, aveva frequentato l’accademia militare della
capitale e fatto carriera in fretta. Quando si deve sedere
accanto a ufficiali con una decina di campagne sulle spalle,
dita sottili e pelle del viso levigata non sono una buona
presentazione, ma Hirtio non sembrava in difficoltà. Ascoltava
Gneo Aurelio con le mani giunte dietro la schiena e il petto
all’infuori, facendo sfoggio delle cinque stelle d’oro incise
sulla corazza muscolare.
Non appena il generale ebbe finito, il legato prese la
parola.
«Generale, non ci sarà bisogno di alcuna ritirata. Il piano è
ben studiato: li annienteremo.»
Piccolo bastardo arrogante. Hai letto i rapporti
provenienti dai villaggi dei balariti? Hai ascoltato le
testimonianze di mercanti? Hai ascoltato me?
«Felice di sentire il tuo ottimismo, legato Hirtio. Questa è
una grande occasione anche per te» Gneo Aurelio fissò prima
Hirtio, poi indicò a uno a uno gli altri ufficiali. «E per tutti voi.
Dovete dimostrare al popolo imadiano che siete l’unica
barriera in grado di separare la civiltà dall’orrore. Ancora una
volta, sarà l’esercito a salvare l’Impero.»
Lucio si aspettava anche un paio di parole sui rothiani,
richiamati da Ulpio Mettico a Calisium per tenerli lontano dal
pericolo, ma non arrivarono.
Lucio sentì, senza ascoltare, le promesse degli ufficiali, e si
chiese quali esclamazioni sarebbero uscite da quelle stesse
bocche davanti al nemico.
Il loro era solo un comportamento di facciata.
Non avevano visto. Non potevano immaginare.
La loro unica fonte credibile erano le parole di Zodd, le
sue, e quelle del sopravvissuto di Aratan.
Strinse il becco dell’azza. Sentire il tepore dell’acciaio
scaldato dal sole non lo aiutò.
Stava per affrontarli di nuovo. Dalla notte di Aratan aveva
vissuto quello scontro ogni dannatissimo giorno. Avrebbe
potuto salvare qualcun altro, o magari capovolgerne l’esito?
Zodd aveva commesso un errore, ma più si interrogava,
più arrivava alla conclusione che le cose sarebbero finite male
in ogni caso.
Il desiderio di vendetta salì come un rigurgito, ma
l’angoscia che gli stringeva il cuore lo ricacciò indietro.
Voleva ammazzarne quanti più possibile, di quei bastardi
mostruosi; vedere i loro cadaveri accatastati, mutilarli, ridurli
in cenere. Le dita si serrarono istintivamente sulla daga fissata
ad un fianco, percorrendo le scanalature dell’impugnatura
d’osso come fossero le curve di una donna.
La voce di Gneo Aurelio lo destò dai suoi pensieri.
«La cavalleria leggera dovrà rimanere qui» il generale
spinse l’indice sulla parete esterna in fondo alla gola «fino a
quando non li avremmo indotti alla ritirata.»
Il capitano delle bande di cavalieri leggeri si tolse il
fazzoletto che aveva infilato tra il collo e la maglia ad anelli.
«Agli ordini.» Lo strizzò con una mano. Il sudore bagnò il
terreno arido ai suoi piedi.
«Quanti uomini abbiamo di guardia?» Gneo Aurelio tornò
a rivolgersi a Hirtio.
«Ho chiesto al maggiore Manuzio di posizionarne quattro
sullo sperone meridionale, e al maggiore di Cristeos di
metterne altrettanti su quello settentrionale» Hirtio cercò lo
sguardo dei due ufficiali, un quarantenne brizzolato dal naso
adunco e un giovane nero con gli zigomi prominenti. «Anche
il resto del perimetro è sotto controllo. A pochi passi da qui c’è
un’altra postazione di osservazione in caso subissimo un
attacco alle spalle.»
«Molto bene» allargò le braccia. «Tornate dai vostri
uomini, non ci resta che attendere.»
Gneo Aurelio poggiò l’elmo sul tavolo e si mosse fuori
dall’ombra del parasole. Lucio lo seguì assieme agli altri
ufficiali, che si incamminarono verso i due costoni di roccia
paralleli. La temperatura aumentò non appena si trovò al sole.
A pochi passi da loro, un giovane scudiero stava pulendo
l’armatura del generale, con le sei stelle d’oro iscritte in un
rettangolo incise sul pettorale. Aiutò Gneo Aurelio a
indossarla. L’acciaio conteneva bene il suo ventre rilassato,
donandogli qualche anno di meno.
A giudicare dalla forza con cui il generale si calzò l’elmo
sulla testa, Lucio immaginò che volesse combattere in prima
fila. Hirtio si avvicinò a Lucio e parlò sottovoce.
«Non vorrà combattere, vero?»
Forse riesce a leggere nella mente delle persone, è per
questo che ha fatto carriera.
Dalla sua bocca uscì solo un «probabile.»
La spada a una mano e mezza, cui Gneo Aurelio si era
poggiato senza estrarla dal fodero, era ancora quella che aveva
vinto in un duello con un descariano, ormai venti anni prima,
quando si trovava di stanza in Thiniria. Sul forte si leggevano
queste parole, intarsiate con caratteri d’argento: Luce di
Murion.
Il sole era giunto all’apice della sua parabola in cielo e
continuava a frustare elmi e corazze con il suo scudiscio di
fuoco.
Ora regnava una quiete assoluta, quasi piacevole. Lucio
indossava un’anonima armatura a tre quarti, la più leggera che
era riuscito a trovare. L’insolito campo di battaglia lo aveva
convinto a puntare sull’agilità piuttosto che sulla pesantezza
delle protezioni. In mano teneva la celata, già incandescente.
Guardò Gneo Aurelio, lì al suo fianco. Sottili rivoli di
sudore gli percorrevano le tempie e la fronte. Ai loro piedi, la
profonda gola di Mosam era una linea perfetta di aspre rocce e
altezze vertiginose, e si riusciva a vedere senza alcun
problema il punto in cui iniziava a erigersi dal terreno. La
pianura antistante si intuiva appena, eppure circondava
completamente il complesso roccioso, tanto che, arrivando lì,
aveva avuto l’impressione che quelle rocce fossero lo
smisurato molare di un gigante sbucato dal terreno.
All’orizzonte, il caldo e i riflessi del sole creavano uno strano
effetto. Sembrava ci fosse una nebbia densa e bassa, che
pulsava di particelle rossastre. Si stropicciò gli occhi e li posò
su qualcosa di più vicino.
Il fondo della gola, dove i raggi del sole non arrivavano
mai, era una lingua nera tra le pareti rosso fuoco. Lucio si
affacciò sullo strapiombo, notando che, fissate alle pareti
proprio sotto di lui, si trovavano una ventina di corde, quasi il
doppio di quelle che avrebbe messo lui.
«Pensi che il piano funzionerà?»
Lucio non rispose subito. Si avvicinò al generale
incespicando nella protesi.
«A me sembra buono, ma lo sapremo molto presto.»
Alzò lo sguardo e sentì uscire un fiume bollente dal cuore;
un terrore che aveva provato solo una volta in vita sua,
settimane prima, ad Aratan.
Moriremo tutti.
Dal bosco erano appena spuntati una ventina di cavalieri, a
quella distanza sembravano poco più di puntini in movimento,
ma dalla velocità con cui avanzavano in loro direzione capì
che stavano procedendo al galoppo.
«Dannazione» Gneo Aurelio osservò le vedette posizionate
all’ingresso della gola. «Nessun segno di quei bastardi.»
Un vento leggero iniziò a muovere le chiome degli alberi
più lontani e, quasi senza rendersene conto, Lucio si sorprese a
pensare che forse avrebbe portato un po’ di refrigerio anche a
loro.
Ora, però, il vento sembrava spazzare la parte centrale del
bosco, per poi spostarsi verso pianura aumentando la sua
forza. Sugli alberi imperversava un tornado invisibile.
«Arrivano.»
Lo stesso rumore di un fiume che travolge una diga iniziò
ad echeggiare nella piana. La terra vibrò.
Finalmente giunsero i segnali dalle vedette.
Poi grida e barriti, ruggiti e latrati. Bestie fameliche.
Mostri.
Lo stomaco di Lucio iniziò a muoversi verso la gola, ma
lui lo ricacciò indietro stringendo con forza l’impugnatura
dell’azza.
Intanto i cavalieri non accennavano a diminuire la loro
andatura ed erano ormai vicini all’imboccatura della gola. I
loro inseguitori irruppero dal muro di tronchi.
Un mare nero di zampe contorte e corpi mostruosi
sommerse la verde distesa pianeggiante. Colmò in pochi istanti
tre quarti dello spazio fra la gola e la foresta.
Gneo Aurelio calcò l’elmo sul capo e si diede un colpetto
alla testa. «Che gli Dei ci aiutino, sono migliaia.»
Capitolo 58. Zodd
Almeno stavolta non sono svenuto.
I talloni di Zodd erano scorticati, lubrificati dal sangue. Lo
stava trascinando in giro per quei cazzo di sotterranei da
parecchi minuti, con i polsi e le caviglie incatenate. Ne aveva
un’altra, di catena, stretta intorno al collo, la cui estremità era
tenuta ferma da piccole dite bianche con le unghie curate.
Riusciva a vedere anche la manica di una camicia, con una
decorazione floreale dorata all’altezza del posto. Se avesse
piegato il collo ancora più indietro, avrebbe visto la faccia da
schiaffi di quel demone vestito con la pelle di un bambino.
Capì che lo stava portando alla stanza del Rito. Dove
sarebbe, beh, morto. Era diventato più forte, molto più forte,
da quando aveva mangiato Sestio. Non poteva ancora
contrastare il Bambino, ma aveva destato in lui una minuscola
preoccupazione, perché stava anticipando il Rito di due giorni.
Cazzo, non gli aveva neanche fatto strappare un paio di
pezzi dal corpo di Sestio.
Davanti a lui apparve Dolgrane, che lo salutò muovendo
appena le dita. Poi arrivò anche Mardonio. Erano una specie di
corteo grottesco. I prigionieri, nelle celle che scorrevano alla
sua sinistra, sembravano piuttosto sorpresi nel vedere un
bambino biondo di dieci anni che trascinava per il collo un
uomo incatenato quattro volte più grosso di lui; e due persone
dietro di loro, un enorme mercenario e un ciccione con le
gambe da pollo, che li seguivano come si segue un feretro
verso il cimitero.
Sentì le porte della sala del Rito aprirsi, e poi vide
Dolgrane che le richiudeva. Non c’era nessuno, lì dentro, a
parte i membri del corteo. I cadaveri mutilati di alcuni
prigionieri penzolavano dal soffitto appesi a ganci da
prosciutto. Il metallo si faceva strada nelle casse toraciche,
sbucava dalle mascelle, dagli occhi e da culi scheletrici.
Mardonio allargò le braccia all’improvviso, con le lacrime
agli occhi per la commozione.
«L’ho chiamato Cerchio della Vita e della Morte!»
Dolgrane, vicino al Bambino, scosse la testa.
«Alla tua sinistra c’è il dolce Patreo.»
Un bambino di dieci anni circa. Si era pisciato sotto.
Mardonio indicò una donna e Mani-di-Fata. «Poi i suoi
genitori…» Dopo un momento di pausa fece un gesto teatrale
per sottolineare la sua bravura. «E infine i nonni. Per evitare
che questi vecchi bastardi schiattino troppo presto, li ho fatti
curare e rifocillare.»
«Bene» il Bambino mosse appena le labbra e si spostò
all’interno del cerchio. «Ora hai la mia attenzione. Possiamo
iniziare.»
Zodd conosceva bene i movimenti ripetuti e le azioni
automatiche di chi si è addestrato a fare sempre la stessa cosa.
In Mardonio e Dolgrane riconobbe quel tipo di dedizione. Si
mossero fuori dal cerchio come soldati. Che lo facesse
Dolgrane non era poi così strano, ma Mardonio, cazzo…
Dalla bocca di ragazzino del demone uscì una voce
profonda come il fottuto inferno. Zodd cercò di seguire le
parole anche se non sembravano avere alcun senso. Una serie
di schiocchi della lingua, di suoni gutturali e gorgoglii
cadenzati. Nulla di neanche lontanamente umano. Anche se il
significato stesso della parola umano era diventato molto più
interpretabile, di recente.
«Perché siete qui?» disse il Bambino. Dolgrane e
Mardonio si gettarono sulle ginocchia. «Per adorare
Asmodeoth, i Sei, i Sessantasei e tutti i demoni che divorano i
mondi di Murion.»
«Come farete a onorarli?»
«Umiliando la carne e lo spirito degli uomini, facendo
scempio di loro, stuprando la creazione di Murion.»
«Dimostratelo» il Bambino incrociò le braccia sul petto e
si tirò indietro, quasi inghiottito dalle tenebre. La sua voce
risuonò ancora. Dal buio. «Non deludetemi.» Il tonò si
abbassò fino a sembrare quello di un tamburo sfondato. «Non
deludete loro.»
Mardonio marciò verso le vittime a schiena dritta,
cercando di dare solennità al momento.
Spinse i pugni sui fianchi, i gomiti ossuti puntati
all’infuori. «Iniziamo da qui» era davanti al bambino
pisciasotto. Gli tolse il bavaglio dalla bocca.
«Mamma, che vogliono farmi?»
«Perché chiedi alla mamma?» I rotoli di grasso
sull’addome vibrarono all’unisono mentre scuoteva la testa.
«Te lo dice zio Mardonio!»
Tirò fuori dalla tasca un cucchiaio. Era quello che usava
per impastare merda e aloise nella mangiatoia dei maiali? Fece
oscillare l’oggetto davanti agli occhi del bambino. Poi solo
davanti al destro.
«Ora Mardonio ti infila questo bel cucchiaio qui, sotto
l’occhio. E poi indovina… gli fa fare plop.»
Se non si fosse già pisciato sotto, il bambino lo avrebbe
fatto ora. Continuava a piangere, ma Zodd dubitava potesse
servirgli a qualcosa. Non più, almeno a sentire i pianti dirotti e
le urla di genitori e nonni.
Mardonio comunque fu di parola. Con una mano tenne
ferma la testa del piccolo e con l’altra spinse il cucchiaio sotto
il bulbo. L’urlo del bambino rimase strozzato da un fiotto di
vomito che finì sulla tunica del mercante.
«Piccolo bastardo!»
La scena era bizzarra. Le urla dell’allegra famiglia di
torturati gli stava sfracellando i timpani e, come se non
bastasse, Dolgrane rideva come un ossesso appoggiato alla
parete. Mardonio, che trafficava per cavare quell’occhio senza
riuscirci, era davvero penoso.
Guardare gli altri impastare merda e cadaveri, magari con
un mazzetto di spezie sotto il naso, è una cosa semplice, ma
sporcarsi le mani, affettare la carne, recidere i nervi, torturare,
è tutta un’altra questione. Anche con il bambino svenuto,
Mardonio non riusciva nel suo intento.
E se Dolgrane rideva, il demone rimaneva nell’ombra, in
silenzio. Alla fine, con una smorfia di disgusto, Mardonio
riuscì a tirare fuori quel cazzo di bulbo oculare con tutto il
nervo ottico, che ora penzolava sul collo della vittima. Aprì le
mani, viscide di sangue, per mostrare il suo trofeo. «Ecco qui,
sì, ci sono riuscito! Gli ho cavato un occhio davanti alla madre
e al nonno. Quel figlio di puttana di Murion deve capire chi
comanda.»
Un battito di mani timido e la faccia del Bambino che
sbucava, pallida come un fantasma, dalle pareti scure. I tratti
del viso erano completamente deformati e segnati da ombre
profonde.
«Idiota» si avvicinò a Mardonio. «Sarebbe questo il tuo
tributo per il Rito? È così che vuoi guadagnarti il diritto alla
vita eterna?»
Mardonio indicò l’occhio penzolante e allargò le braccia,
ma non disse una parola.
«Guarda, idiota, è svenuto. Non sta soffrendo» il Bambino
passò oltre e alzò il mento davanti alla madre del piccolo.
«Anche lei è svenuta. Secondo te sente un qualche tipo di
dolore in questo momento?»
«N… No» farfugliò Mardonio.
«Stai zitto.»
«Quanto al vecchio…»
«È svenuto?»
«No, idiota di merda» stavolta fu Dolgrane a parlare. «È
morto da un bel pezzo, come cazzo hai fatto a non
accorgertene?»
Zodd quasi si stirò il collo per guardare. In effetti il
vecchio aveva tirato le cuoia. Stava lì, con il volto grigio
appoggiato su una spalla e la lingua fuori dalla bocca.
Stecchito.
Dolgrane spinse Mardonio da parte.
«Continuo io.»
«Come ti permetti? Qui è tutta roba mia. Anche tu,
bastardo ingrato» gli puntò l’indice sul petto. «Hai capito?»
«Togliti dalle palle.» Questa volta Dolgrane lo spinse con
forza e Mardonio si fece da parte borbottando. Il mercenario
svegliò prima la madre e poi il bambino con un paio di
schiaffetti. L’occhio penzolava ancora, Dolgrane si calò le
braghe sugli stivali di pelle, lasciando esposto un uccello teso
come una fune.
«E questo dove lo mettiamo?»
Il mercenario abbassò la testa del bambino, che nel
frattempo aveva ricominciato a chiamare la mamma. Si scopò
l’orbita vuota in una baldoria di risucchi osceni. Una
perversione cui gli spettatori dell’Ibunod avrebbero applaudito
a lungo dopo essersi alzati in piedi. La madre emetteva rantoli
e guaiti acuti, poi il vomito le riempì la bocca. Lo sputò a
grumi, tossendo e ansimando.
Il Bambino si avvicinò a Dolgrane lo Scopa-orbite con il
pugno sotto il mento e le labbra appena dischiuse. I piccoli
denti bianchi fremevano di un piacere quasi sessuale, che in
nessun modo poteva trovare posto nel corpo di un bambino.
«Molto bene Dolgrane» tirò via la piccola testa dal cazzo
del mercenario, che grondava sangue e materia grigia. Alzò un
sopracciglio, ruotando leggermente la testa. «Lo hai
ammazzato scopandogli il cervello. Eccellente! Mardonio,
impara da lui come si fa.»
Continuò a tirare indietro i capelli castani del cadavere. Il
collo sottile si piegò fino a rompersi. Dolgrane rise di gusto.
Mardonio nervosamente.
«Ehiii» il Bambino appoggiò la sua guancia a quella del
cadavere e guardò in alto, verso il soffitto della sala. Tossì e
fece una voce ancora più infantile della sua. «Ciao Murion,
mio unico Dioooo. Guardami, mi hanno appena torturato e
ucciso scopandomi la faccia. Perché non mi aiuti?»
Ma che cazzo?
Dolgrane, con il cazzo penzoloni fuori dai pantaloni e le
mani sulle ginocchia, rideva e rideva come un pazzo, tanto che
Zodd pensò potesse prendergli un colpo al cuore. Mardonio
invece si guardava intorno.
Il demone iniziò addirittura a muovere la mascella del
bambino come fosse quella di un burattino. Ma stavolta parlò
in quella lingua primordiale, assurda, che aveva già usato in
precedenza. Schiocchi e suoni gutturali, qualcosa come
«Prtolyen’ghaaw, Muroom, echtlecth’ kogyen.» Poi rise anche
lui. Una risata profonda, impossibile.
Ora Zodd pensava a un’altra cosa. Il bambino e il vecchio
erano già andati. Mancavano la donna e Mani-di-Fata, ma la
prima era già ridotta una merda. Durano al massimo dieci
minuti, poi tocca a me.
«Ci penso io alla troia» disse Mardonio. Infilò tre dita
nell’orbita devastata del bambino, tirando fuori una melmosa e
gocciolante manciata di materia grigia. L’espressione di
disgusto sul suo volto era quella di una ragazza che guarda un
ragno salirgli su per l’avambraccio. Corse in tutta fretta verso
la donna e cercò di farle mangiare il pezzo di cervello del
figlio. La donna iniziò a girare la faccia freneticamente, da un
lato all’altro, mentre Mardonio provava a tenerla ferma
stringendole la mascella con la mano libera. Dopo un paio di
tentativi, si allontanò di un passo. La donna prese fiato e urlò
«Figlio di puttana, sarai punito per questo. Il mio bambino
Murion santissimo, il mio bambino. Morirai, ti perseguiterò,
morirai.»
Poi, con una precisione che sorprese anche Zodd (avrebbe
applaudito, se non fosse stato legato), la donna sputò
nell’occhio di Mardonio, che rimase come inebetito.
Si portò la mano al volto e tolse quello che sembrava uno
gnocco giallo dall’angolo dell’occhio. «Che merda! Piccola
stronza!» strillò come una ragazzina. Estrasse la piccola daga
dal fodero legato alla cintura e la piantò nella gola della donna,
squarciandola tutta storta, come un principiante. Per puro caso,
arrivò anche alla giugulare. Quando vide il sangue fiottare dal
suo stesso collo, la donna si calmò subito e sorrise. La macchia
di sangue si allargò sulla tunica lercia, formando una
mezzaluna scura prima di tambureggiare in terra come uno
scroscio estivo. Una fine veloce.
Nessuno stupro, mutilazione o scempio di qualsiasi genere.
Dieci minuti? Due a dire tanto.
Forse non aveva capito tutto del Rito e delle cazzate che
bisognava fare per entrare nel bozzolo, ma ammazzare
velocemente non era un’opzione contemplata. Lo confermò il
violento calcio in culo che Mardonio ricevette da Dolgrane.
Abbastanza forte da spingere il mercante tra le braccia della
donna morta.
Mardonio si voltò verso Dolgrane mostrandogli i denti. I
denti bianchi lavati accuratamente con il piscio di gatto.
La metà sarebbe finita sul pavimento, o forse nella pozza
di sangue sotto la donna, se il Bambino non avesse fatto
vibrare le pareti della sala con un tuono gutturale.
«Perché siete qui?»
Caddero entrambi in ginocchio, uno accanto all’altro.
«Per adorare Asmodeoth, i Sei, i Sessantasei e tutti i
demoni che divorano i mondi di Murion.»
«Vi permetterò di farlo.»
La bocca di Dolgrane iniziò a tremare. Un bestione di
trecento libbre sul punto di piangere. Roba da ridere. Anche se
era incatenato. Anche se, per quella giornata di merda, non
c’era epilogo più plausibile della sua morte. Atroce, per giunta.
E perché Dolgrane aveva così tanta voglia di diventare
qualcosa di simile a Sestio?
Lo sento ancora nel mio stomaco. Come ultimo pasto
poteva anche andarmi peggio.
Mardonio, che sembrava sempre più sul punto di vomitare,
non perse occasione di tacere neanche questa volta. Indicò
Zodd, portandosi un pugno alla bocca come per ricacciare
dentro un conato. «Cosa ne facciamo di lui, lo sacrifichiamo?
Ho fatto portare il suo spadone, magari possiamo ammazzarlo
con quello.»
Il Bambino lo guardò da sopra la spalla, senza interessarsi
all’addhur, che giaceva nell’angolo più lontano della sala.
Sembrava parecchio contrariato. Ma poi sorrise. L’angolo
della bocca gli arrivò quasi al lobo dell’orecchio.
«Lui è mio.»
Capitolo 59. Lucio
Giunti a metà della gola, i cavalieri continuarono a
cavalcare compatti.
I versi demoniaci delle creature sovrastavano l’eco degli
zoccoli tra le pareti rocciose.
Più di centocinquanta piedi sotto di lui, Lucio osservò gli
esploratori raggiungere il fondo chiuso della gola di Mosam.
Ce la possono fare.
Distingueva le robuste funi che scendevano dall’alto,
l’unica via di salvezza dei cavalieri. Ancora non riusciva a
credere che qualcuno si fosse offerto per fare da esca agli
infernali.
Il primo dei cavalieri smontò al volo rotolando in terra. Si
rialzò guardandosi indietro. Le funi erano proprio davanti a
lui, fece pochi passi impiastricciandosi le calzature di pece e
infilò un piede nella staffa posta alla fine della corda.
Accanto a lui, altri venti soldati fecero la stessa
operazione. I cavalli rimasero lì.
Povere bestie.
Lucio si era sporto per osservare meglio. Quando rialzò la
testa, i suoi occhi incontrarono l’incubo.
Gli infernali avanzavano spediti. Uno sopra l’altro,
scavalcandosi e pestandosi. Un insieme confuso, come un
fiume di formiche mostruose sul cadavere di un animale.
Arretrò d’istinto. Il misto di pezzi umani, insetti, chiodi,
sangue e punti di sutura grotteschi era sempre più vicino. E lui
poteva solo sperare che tutto andasse per il verso giusto. Nelle
ultime settimane, aveva spiegato fino alla nausea cosa era
accaduto ad Aratan, ma era assolutamente convinto che molti
soldati avrebbero compreso le sue parole solo vedendoli con i
loro occhi.
Eccoli. Ne intuiva a malapena le sagome. Grovigli di
zampe d’insetto che sostenevano corpi elefantiaci, mostri
striscianti, teste e arti umani che spuntavano ovunque come
tumori.
Tutti i soldati rimasero in silenzio. Lucio pregò
velocemente tutti gli Dei di cui ricordava il nome.
Le sei guardie personali raggiunsero Gneo Aurelio, che
stava seguendo a denti stretti le operazioni di recupero dei
cavalieri-esca. Sul margine del burrone, i verricelli cigolavano
e si piegavano, mentre altri soldati tiravano su a braccia i
commilitoni per l’ultimo tratto.
Uno ad uno, anche gli altri superstiti raggiunsero lo
sperone di roccia più alto, vicino alla tenda del generale e al
punto di riferimento per i segnali alle truppe.
«Sono tutti salvi?» Gneo Aurelio parlò sottovoce, ma non
c’era possibilità che qualcuno potesse udirlo a più di tre passi
di distanza. Le urla mostruose degli infernali sovrastavano
anche il cigolio dei verricelli.
«Tutti salvi» Lucio zoppicò verso di lui e passò oltre una
delle guardie personali, un corazzato con la barba curata e la
brigantina viola che spuntava fra gli spallacci e il pettorale. «È
ora di dare il segnale.»
Gneo Aurelio prese fiato e sfoderò la spada, puntandola
verso il cielo.
Uno squillo di tromba sfidò i versi delle creature.
Le rocce presero vita. Migliaia di elmi d’acciaio, piastre
pettorali e maglie ad anelli lucenti si mossero all’unisono.
Lucio si sentì sollevato per la prima volta nelle ultime ore.
Guardò alla sua destra, dove era posizionato il primo
contingente di arcieri. Trovò la barbuta nera del comandante,
un tizio grosso come una vacca di nome Rasmun. Un ragazzo
portò una fiaccola ai piedi dell’arciere e questi vi piantò la
freccia per un paio di secondi. Poi incoccò.
La freccia fischiò verso il basso, passò oltre i reparti di
corazzati schierati lungo il costone inferiore e si infilzò nel
terreno zuppo di pece.
Lo schiocco di una scudisciata, poi una lingua di fuoco
avvolse il fondo della gola in un inferno di sibili e di lamenti
bestiali.
Da entrambi i lati piovvero frecce incendiarie.
Lucio provò un grande senso di godimento nell’osservare
le sagome degli infernali che si contorcevano per il dolore.
«Crepate figli di puttana!»
All’entrata della gola si alzarono fiamme ancora più alte.
Usare il grosso della pece per impedire la fuga degli infernali
si rivelò subito un’ottima idea.
Nonostante le superfici brulle e scoscese, gli arcieri
rimasero saldi sulle gambe e continuarono a vomitare frecce
sul nemico. Lucio rimase ipnotizzato dalla cadenza di tiro
degli archi lunghi e si ricordò di Egleton, il primoarco morto
ad Aratan, che ne riusciva a scoccare più di dodici al minuto o
sei mirate. Anche lui sarebbe stato lieto di godersi lo
spettacolo, con quelle bestie a sibilare e ad annaspare una
sull’altra, mentre le loro corazze organiche si scioglievano
scricchiolando e un denso fumo nero avvolgeva le loro
sagome.
La puzza di carne bruciata salì verso i soldati. Lucio si
mise il polso davanti al naso e continuò a guardare.
«Scoppiettano come legna bagnata» Gneo Aurelio si tolse
l’elmo e passò la mano fra i capelli fradici di sudore. «Questi
aborti non sono granché.»
Lucio e Gneo Aurelio rimasero con gli occhi fissi sul
fuoco e sulla colonna di fumo che ormai riduceva
drasticamente la visuale.
Il rumore delle corde tese e delle frecce che tagliavano
l’aria continuò, segno che gli arcieri avevano compreso alla
perfezione l’ordine: svuotate le faretre.
Dal baratro iniziò a salire un lezzo sempre più rivoltante,
qualcosa che non aveva mai sentito.
Nonostante il disgusto, Lucio tolse la mano dal naso e
inspirò. Quello era l’odore della vittoria.
Riusciva ancora a percepire movimenti e ombre che
schizzavano da un lato all’altro del burrone, cercando una via
d’uscita che non esisteva.
Al fischiare delle frecce si sostituì l’esultanza dei soldati.
Gneo Aurelio si fece largo fra le guardie del corpo per
avvicinarsi a Lucio.
«Riesci a vedere qualcosa?»
«Nossignore» la visibilità si era ridotta di una buona metà.
«Il fumo è troppo denso, ma sono sicuro che alcuni infernali
siano ancora vivi.»
Il generale stese il braccio in avanti e puntò il dito verso il
costone di roccia più basso, sospeso a una cinquantina di piedi
dal terreno.
«Lo avevamo previsto. Appena il fumo si sarà diradato e la
temperatura sul fondo della gola si sarà abbassata, manderemo
i corazzati sul fondo a finire i sopravvissuti.»
I corazzati erano lì, da qualche parte sul secondo costone,
con alabarde, picche, partigiane e tutte le altre armi pesanti su
cui erano riusciti a mettere le mani. Qualche giorno prima,
l’idea di piazzarli a difesa degli arcieri era sembrata ottima, ma
con il senno di poi si era rivelata una precauzione eccessiva. I
corazzati si stavano letteralmente affumicando. Dalla cortina
di fumo passava a malapena il riverbero del loro acciaio.
Il generale poggiò il palmo ferrato sul suo spallaccio.
«Abbiamo notizie dall’imboccatura della gola?»
L’idea che qualche infernale fosse riuscito a fuggire
aggredì Lucio all’improvviso, provocandogli un brivido.
«No. Sono tutti lì sotto a cuocere.»
«Ah!» Gneo Aurelio sorrise. «E questo era il gruppo più
numeroso. Ora dobbiamo adottare una strategia simile per
uccidere gli altri. Stando agli ultimi rapporti ce ne sono ancora
una dozzina.»
Il fumo veniva nella loro direzione come una nuvola
minacciosa. Lucio agitò la mano davanti al volto per diradarlo.
Poteva ancora sentire l’esultanza dei commilitoni provenire
dal costone meridionale, più ampio di quello opposto, che
ospitava la maggior parte degli arcieri.
Era grida profonde, di liberazione.
Il peso che gli opprimeva il petto divenne più sopportabile.
Ce l’abbiamo fatta.
Grida, ancora. Le ascoltò meglio.
E gli sembrò di essere tornato ad Aratan.
Non erano urla di felicità, ma di dolore.
«Tenente» una smorfia di orrore deformava i lineamenti di
Gneo Aurelio. «Come è possibile?»
Ora Lucio distingueva chiaramente gli impatti sordi
dell’acciaio, i lamenti degli uomini e i sibili delle creature, ma
non c’era modo di ficcare lo sguardo nel fumo nero che
avvolgeva la battaglia.
«Non lo so. In qualche modo hanno raggiunto la fanteria.»
«Jordano» il generale fissò i soldati della sua guardia. Il
più basso si staccò dal gruppo. Un rettangolare con la maglia
ad anelli rinforzata da placche di metallo sul petto e sulle
spalle. Saltò su un masso e da lì davanti a Gneo Aurelio.
«Jordano, servono rinforzi su questo lato. Prendi la prima
coorte del Sesto Rettangolo e portala qui. Voglio anche cento
corazzati, li guiderà il tenente Lucio.»
Io? Ho solo mezzo piede cazzo.
«Te la senti?»
Lucio mentì meglio che poteva.
«Certo.»
Infilò la celata e le diede un piccolo colpo con il pugno.
Forza cazzo, non cagarti sotto.
Jordano era già sp