Tacito è lo storico di età Imperiale che si distingue per il suo rigore e la profondità di
indagine, la capacità di analizzare i meccanismi politici e per il valore artistico della sua
opera.
Cornelio Tacito nasce forse a Roma tra il 55 e il 58 d.C. da una famiglia di elevata
condizione sociale. La sua carriera politica si svolge tra il 69 è il 96 d.C. sotto la dinastia dei
Flavi. Con la morte di Domiziano, nel 96 dopo Cristo, Tacito comincia la sua opera perché
solo da quel momento gli intellettuali possono di nuovo avere libertà di parola. Nel 97 dopo
Cristo, Tacito e Consul suffectus sotto Nerva. Muore in una data imprecisata sotto il regno di
Adriano, tra il 117 e il 138 d.C.
Tacito nelle sue opere esprime il punto di vista dell' Élite senatoria, che avverte come ormai
inesorabile la crisi dello Stato, Ma a differenza di Livio o Sallustio, non ha più fiducia nella
missione civilizzatrice dell'espansionismo Romano ed è animato da un profondo
pessimismo.
Tacito nei proemi delle sue opere dichiara di voler esprimere i fatti in modo veritiero e
imparziale. Anche se non riesce a nascondere il suo giudizio personale. Egli formula infatti
Severi giudizi di condanna sugli avvenimenti e sui loro protagonisti, lasciando trasparire un
forte moralismo e pessimismo sulla natura umana. Tacito rimpiange il periodo repubblicano
ma è ormai consapevole che non si può più tornare indietro e che il Principato è una realtà
storica necessaria.
Questa visione di Tacito si manifesta soprattutto nella sua ricerca delle cause delle azioni
nell'animo umano, motivo per cui spesso si sofferma si sofferma sul Ritratto dei personaggi,
sulle loro qualità e difetti morali. Ciò conferisce alle sue opere un accentuato senso di
drammaticità favorito dal ricorso a frequenti discorsi diretti e alla descrizione di scene
tragiche, per suscitare nel lettore una forte partecipazione emotiva.
LE HISTORIAE: Furono scritte intorno al 105 d.C. l'opera tratta i fatti del 69/70 d.C.: dal
famoso anno dei 4 imperatori, succeduti a Nerone, alla prima guerra giudaica con l'assedio
di Gerusalemme. Dei 12 o 14 libri di cui era composta, che probabilmente narravano anche
tutto il periodo della dinastia Flavia, ce ne sono pervenuti solo i primi 4 e 26 capitoli del
quinto.
Libro I: le regioni della Germania acclamano imperatore Vitellio, rifiutando di giurare fedeltà
a Galba. Galba viene ucciso a Roma dai pretoriani e al suo posto proclamano imperatore
Otone. Otone muove contro Vitellio, che dalla Germania sta marciando verso l'Italia.
Libro II: Vespasiano e suo figlio Tito sono impegnati nella rivolta giudaica. In Italia le truppe
di vitello e otone si scontrano a bedriaco e Otone, conflitto, si suicida. Si apre la guerra civile
perché le legioni orientali proclamano imperatore Vespasiano.
Libro III: le truppe di Vespasiano Marciano sull'Italia e vincono una sanguinosissima battaglia
a Cremona contro le forze di Vitellio. A Roma i seguaci di Vitellio attaccano quelli di
Vespasiano e ne uccidono il fratello Flavio Sabino, mentre il figlio Domiziano si salva
rifugiandosi nel Tempio di Iside. La battaglia viene vinta dai seguaci di Vespasiano e Vitellio
viene preso, giustiziato e torturato in pubblico.
Libro IV: scoppiano le rivolte in Gallia e in Germania; Senato elegge Vespasiano e Tito
prosegue la guerra contro i Giudei. Alcuni eventi miracolosi nel tempo di Serapide gli
preannunciano il destino Imperiale.
Libro V: Tito assedia Gerusalemme e Tacito, a questo punto, traccia una breve storia dei
Giudei, partendo da Mosè. Negli ultimi capitoli prosegue il racconto della guerra in Germania
che sta volgendo alla fine.
GLI ANNALES: Gli annales sono stati composti in 16 libri e pubblicati tra il 115 e 117.
Narrano gli avvenimenti interni ed esterni di Roma dalla morte di Augusto a quella di
Nerone. La narrazione inizia con la trattazione degli ultimi anni del regno di Augusto e delle
circostanze che portano il vecchio Imperatore a ripiegare su Tiberio. Del regno di Tiberio,
Tacito distingue due periodi. Dei primi 9 anni da un giudizio sostanzialmente positivo:
l'imperatore mantiene la dignità delle magistrature, rispetta la divisione dei poteri, e
ossequioso delle leggi, morigerato nei costumi. Ma col passare degli anni Tiberio si ritira
progressivamente dalla politica e delega il tutto alla sinistra figura di Seiano. Da allora sia,
dice Tacito, un'involuzione dei rapporti politici con l'aristocrazia senatoria e anche un
peggioramento del carattere dell' imperatore che mette in luce quella che è sempre stata la
nota più saliente della sua personalità, cioè la simulazione. Se Tiberio è il simulatore,
Claudio è il debole, il succube delle donne e dei Liberti. Nerone invece è il folle.
Tacito tratta la progressiva involuzione della personalità di Nerone. Finché rimane sotto
l'influsso della madre agrippina e di Seneca le sue manie vengono contenute. Ma il principe
si fa via via più indipendente, e allora i suoi crimini non contano più. Motivo costante degli
annales è che tutti gli imperatori dall'inizio del loro regno sono animati da buoni propositi che
poi finiscono per tradire. Inoltre il passaggio di regno si risolve in un passaggio verso
tirannidi sempre più feroci e di conseguenza la libertà diventa sempre più una parvenza.
Rispetto alle historie, negli annales cresce il gusto per il macabro e l'orrido. Tacito indugia a
rappresentare le beghe, la sete del potere, il clima di sospetti Ele atroci morti. Inoltre molto
più marcata è la polemica contro quella parte della classe senatoria che, adulatrice e
arrivista, ha dato così squallido esempio dell'antica dignità.
LA MORTE DI AGRIPPINA:
«In un primo momento pensò al veleno» – scrive Tacito – ma dopo l’avvelenamento di
Britannico la sua morte non sarebbe apparsa accidentale. Così Nerone ricorse a uno
stratagemma teatrale, di cui lui fu il regista e il liberto Aniceto l’esecutore.
Nerone si trovava nella stazione balneare di Baia per festeggiare Minerva. Si fece
raggiungere dalla madre, facendole credere di volersi riconciliare. Ella Lo raggiunse dopo 2
giorni e la sera stessa Nerone La riempiva di attenzioni. Aniceto intanto fece preparare la
nave per il ritorno. A poppa, dov’era il letto su cui Agrippina avrebbe riposato, era stato
ammassato sul tetto un enorme carico di piombo.
Agrippina salì sulla nave. E ad un segnale dato, il tetto della cabina dove riposava,
appesantito dal piombo, crollò.
Uno dei familiari di Agrippina, Creperio, morì sul colpo. Agrippina e la sua governante
Acerronia furono invece salvate dalle alte spalliere del letto tanto robuste da resistere al
peso. La nave sbandò, Agrippina e Acerronia finirono in acqua. Ma Acerronia si mise a
gridare che Agrippina era lei e che salvassero la madre dell’imperatore: perciò fu finita a
colpi di remo. Mentre Agrippina, che era una brava nuotatrice, riuscì a sgusciare in silenzio
nel buio e ad arrivare alla riva; da lì, imbattuta in alcune barche da pesca, raggiunse il lago
Lucrino e si fece accompagnare alla sua villa.
Nerone, terrorizzato che si scoprisse in lui l’autore dell’attentato e temendo la vendetta di
Agrippina, si consultò con Seneca e Burro, suoi precettori, e diede l’ordine ad Aniceto di
uccidere la madre. Questa, quando vide sfondata la porta della sua camera e apparire
Aniceto coi sicari, rivolta a lui, disse: «Colpisci al ventre che generò Nerone». E fu trafitta.
L'INCENDIO DI ROMA: Tacito descrive lo spaventoso incendio che colpì Roma sotto il
regno di Nerone e di cui lo stesso Princeps venne accusato di essere l'autore. Lo storico si
sofferma sulla velocità con cui Ampi tratti della città venivano invasi dalle fiamme e sulla
disperazione di vecchi, donne e bambini che cercavano di fuggire. Visto che ogni cosa era in
balia del fuoco, la gente si riversava nelle strade e nei campi e anche chi era sopravvissuto
preferiva morire perché aveva perso tutto. Tacito afferma che nessuno provava a spegnere
le fiamme e che, anzi, c'erano persone che si impegnano a prorogare le per poter
approfittare della situazione e rapinare abitazioni oppure perché quello era l'ordine che
avevano ricevuto. Ancora una volta lo storico si mostra favorevole a l'opinione di chi
considera Nerone colpevole della sciagura.
LA MORTE DI PETRONIO: la narrazione della morte di Petronio propone Innanzitutto un
ritratto paradossale: Tacito lo descrive come un raffinato gaudente dedito alla vita notturna e
a Iozzi, colto ed i modi squisiti, libero da pregiudizi e da convenzioni sociali, tanto esperto dei
piaceri della vita che, entrato nelle grazie di Nerone, divenne arbitro e maestro di Buongusto.
un uomo dedito a ogni tipo di piacere, che tuttavia, nel momento in cui è chiamato a ricoprire
cariche importanti, mostra grandi capacità e energie.
Egli fu accusato di aver preso parte alla congiura organizzata contro Nerone da Pisone e
decise egli stesso di uccidersi facendosi recidere le vene, prima che giungesse l'ordine di
morte.
LA MORTE DI SENECA: Seneca fu spinto al suicidio da Nerone, che lo accusava di aver
partecipato alla congiura dei Pisoni. Seneca sicuramente era a conoscenza della
cospirazione, ma Con ogni probabilità non vi partecipò. Tacito ci racconta gli ultimi momenti
della sua vita. Un giorno, mentre Seneca si trovava a 4 miglia Da Roma e cenava con la
moglie Paolina e due amici, si presentò il tribuno dei pretoriani Gaio Silvano, incaricato da
Nerone di intimare la morte a Seneca. Egli comincia ad abbracciare i parenti ei convitati e
mentre questi si abbandonano alla disperazione, Seneca è imperturbabile e dice di lasciare
loro in eredità d'esempio della sua vita in continua tensione verso il raggiungimento della
virtù. Come ebbe rivolto a tutti le proprie riflessioni, abbracciò la moglie e, un po' commosso
dinanzi alla sorte La pregò di placare il suo dolore. La moglie dichiarò che anche lei era
destinata a morire e chiese la mano del carnefice. Seneca non si oppose alla Gloria della
moglie e le disse che le aveva mostrato Come alleviare il dolore della vita ma lei aveva
preferito l'onore della morte. Tacito racconta che egli si suicida tagliandosi le vene dei polsi,
Ma essendo vecchio e deperito, il sangue non defluisce in modo abbastanza veloce, perciò
si fa tagliare le vene dietro il ginocchio intanto regala ai suoi amici le ultime riflessioni e per
non far soffrire ulteriormente Paolina la invita a cambiare stanza. Perché la morte tarda ad
arrivare, si fa preparare un bagno caldo ed il sangue riesce a defluire e Seneca muore.
Poiché Nerone non aveva alcun rancore verso Paolina, diede l'ordine di impedirne la morte
in modo da non accrescere l'odiosità della sua ferocia.
LUCANO: Tacito descrive la morte di Lucano: si fece tagliare le vene e con la mente ancora
lucida recitò dei versi da lui composti su un soldato che era morto nello stesso modo.
Queste furono le sue ultime parole. Così morirono anche altri che erano stati accusati di
aver preso parte alla congiura di Pisone.