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VIE DI FUGA

Kurt Cobain
Mario Zambetti
VIE DI FUGA

KURT COBAIN

E-mail: frazammario@tiscali.it

Sito: DOLCEZZE E FURORI


www.mariozambetti.it

Anno 2014
Dello stesso autore
in francese:
INTROITO, 1975, edizione esaurita
L’été à Cap Djinet, CIEMI-L’HARMATTAN, Paris, 1987
Ami ou de la pureté absolue, 1987
ROMA, le garçon du Château Saint-Ange, 1988
Décrépitude et Beauté, 1989, edizione esaurita
Les espaces de l’ậme, 1990

in italiano:
Le voci di San Nazzaro, 1993
L’intima malinconia dell’essere (prima versione), 1993
Amici nel cuore di Dio, 1996
Dolcezze e Furori, 1998
ROMA, Il ragazzo di Castel Sant’Angelo,
seguito da
La tentazione dell’uomo, 2000 (edizione esaurita)
Finché non avrò raggiunto
il confluente del fiume, 2001
Un oscillare eterno tra paradiso e inferno, 2003
ADALGISA , 2004
L’intima malinconia dell’essere (versione riveduta), 2005
VIA PARADISO, Rue de Paradis, 2007
L’ESTATE A CAP DJINET, 2008
DALLA STRADA, 2009
LA PASSIONE DI MORRISON, 2011
I DOLORI DEL GIOVANE DARIO, 2012
E LA NAVE VA, 2013

Mario Zambetti è nato a Cogno in Valcamonica, Brescia. Dopo


un'infanzia e una gioventù travagliata, è vissuto a Parigi per più di
vent'anni dove ha scritto in francese e dato lezioni di lingua. E’ stato
ordinato sacerdote nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini il 16
dicembre 2000.
INDICE

1 Una vita sbagliata? ..................................................... 6


2 La spaccatura .............................................................. 16
3 Una ricerca disperata .................................................. 27
4 Cobain sono io ............................................................ 40
5 Il suo primo vero amore ............................................. 44
6 Amori sbagliati ........................................................... 57
7 La discesa agli inferi .................................................. 71
8 In fuga dal mondo ...................................................... 78
9 Cobain come Francesco? ........................................... 87
10 Famoso .................................................................... 91
11 L'inferno dell'eroina ................................................. 104
12 Mi odio e voglio morire ........................................... 115
13 Sempre più in fuga …............................................... 123
14 Una strada diversa ..................................................... 132
15 Il canto del cigno ....................................................... 149
16 Disperatamente solo .................................................. 156
17 La mia non è vita ....................................................... 165
18 Abbandonato ............................................................. 175
19 Il volo ......................................................................... 178
20 Immortale ................................................................... 187
Epilogo ..................................................................... 192
Jack Kerouac, sei suoi diari - In un mondo battuto dal vento -
scriveva queste righe:
“E' chiaro che dovrei sbrigarmi a morire. Non c'è posto
per me a questo mondo. Nessuno sa amare. Nessuno ama.
Questo è il lato oscuro dell'amore. E non sopporto la
disperazione, proprio come non posso respirare quando
non c'è aria.
[…] La vita non è abbastanza.
Allora cosa voglio?

Jim Morrison, in una sua poesia:


Che ci fai tu qui?
Che vuoi?
Musica?
La musica la possiamo fare.
Ma tu vuoi altro.
Tu vuoi qualcosa & qualcuno di nuovo.
Non ho ragione?
Certo che ce l'ho.
Io lo so cosa vuoi?
Tu vuoi l'estasi
il desiderio & i sogni.
(In “LA PASSIONE DI MORRISON”)

Qui, sia Kerouac che Morrison mi hanno fatto pensare a


Cobain. Solo, sempre. Ma senza Dio, come rompere questa
solitudine? E' impossibile. Al suo posto, se ne avessi avuto il
coraggio, avrei fatto lo stesso. Perché quel suo fuggire, quel
suo cercare nella droga ciò che né denaro né fama né amori non
potevano dargli? Altro non era che la mancanza di Dio.
per Marcello,
che ultimamente ascolta il grunge
come ai bei tempi della sua gioventù.
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UNA VITA SBAGLIATA?

“Lasciati fotografare l'anima”


(Jim Morrison)

Avrei potuto avere un figlio come Kurt. Che padre


sarei stato? Oppure essere suo fratello. Che fratello sarei stato?
O anche suo amico, che amico sarei stato? Ora Kurt avrebbe 47
anni. Ancora giovane. I suoi compagni Dave, Krist continuano
a suonare, a far spettacolo, e la moglie a esibirsi, a cantare. Lui
no. Solo cenere.
Eppure è adesso che ci siamo conosciuti, ma per Dio il
tempo non esiste. Fuori del tempo uno entra nella sua vera e
definitiva dimensione. L'anima è immortale. Dopo aver letto
“La Passione di Morrison”, un giovane mi diceva:
“... Conoscevo poco o niente di Morrison, o meglio
sapevo quello che sanno tutti. Mi ha impressionato però
addentrarmi nella sua personalità. Se si riesce ad andare oltre ai
pregiudizi e alle apparenze ogni uomo nasconde un universo.
Credo che alla fine parlare di Morrison sia in qualche modo
parlare dell'Uomo. I suoi turbamenti non sono diversi dai
nostri, solo che probabilmente noi generalmente li percepiamo
in modo ovattato e solo ogni tanto per quello che sono (e
quando succede ci segnano in modo indelebile). Lui invece non
aveva questo “filtro”, e tutto lo attraversava. Probabilmente
riusciva a vivere cose per quello che sono, ed è per questo che
non poteva vivere a lungo. Sai una cosa? Ho pensato ai vari
“Morrison”, e tra quelli più vicini alla mia generazione mi è
venuto in mente Kurt Cobain, cantate e chitarrista dei Nirvana.
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E' impressionante come si assomigliano. Anche lui con un lato
santo e uno dannato, anche lui “cercatore”, anche lui
accompagnato dalla sua Pamela / Courtney Love, anche lui
morto a 27 anni...”

Chi era Kurt Cobain?


Andai subito a curiosare su Internet. Furono alcune sue
frasi che mi colpirono. Volli saperne di più. Mi procurai il libro
di Charles R. Cross: “COBAIN, Più pesante del cielo”, e i Diari,
- che qui seguirò - senza minimamente pensare di scrivere su di
lui come avevo fatto con Morrison. Ma poi, proprio per quella
sua disperata rabbiosa caotica personalità, mi dissi che potevo
tentare, non per scrivere una sua biografia, ma solo per fare
amicizia, incontrarlo là dove mi sarei ritrovato con altri, che
come lui cercavano una via di fuga pur su vie diverse, e persino
in direzioni opposte. C'è sempre un punto in cui ogni uomo si
riconosce, si ritrova.
Mi accorsi, man mano che progredivo nella sua storia,
che Kurt rivelava in me - come accadde con Morrison - quella
parte oscura insita in ogni essere umano, e quella parte di
perversioni – ognuno secondo le proprie tendenze – che
denuncia Giovanni della Croce. Quella parte di male, ma anche
di bene che si combattono, si attirano, si avvinghiano e talvolta
persino si abbracciano. Certuni sembrano predisposti solo al
bene – sorta di grazia, anime innocenti. Innocenza, infanzia
che, più si sprofonda nei piaceri e nel vizio, si ricerca affanno-
samente per sopravvivere, senza di che ci si perde o ci si
ammazza. Perché attratto dai “maledetti”?
E' la stessa attrazione che provo per i santi. Trovo più
umanità nei maledetti che non in certi religiosi, intrisi di
certezze, mentre “Il Verbo si fece carne”. Un Morrison e un
Cobain me li sento più vicini, visceralmente più vicini, fratelli,
amici, che capisco anche se mi spaventano. Mi ci specchio in
loro. Mi rivelano, mi istruiscono, pur trascinandomi nel loro
abisso.
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Perché anch'io sono un maledetto.
E' una maledizione che mi porto dentro fin dalla nascita.
Maledizione che forse dirò sul punto di morte, come un atto di
accusa, di cui chiederò conto al Signore quando mi troverò in
sua presenza faccia a faccia. Dopo di che, se ne avrà il
coraggio, potrà pure buttarmi all'inferno.
Kurt Cobain: una vita sbagliata?
Un uomo non è mai del tutto sbagliato.
Affiora sempre in lui l'innocente.
L'immagine di Dio, indelebile.
Proprio per questo sentivo che dovevo andargli
incontro, essergli amico, cercare di capirlo per capire di più me
stesso, un confronto in cui non potevo uscirne che perdente,
come con Morrison. Perché, a ben vedere, in fondo io mi
accontento di rimanere a galla, stare nel mezzo, vivere una vita
senza rischi, non avrò mai il coraggio di buttarmi nel vuoto
senza paracadute.
La mia insomma è una vita confortevole, mentre i
maledetti mi inducono a scavare, a scavare nel più intimo della
mia anima, là dove si annida tutto il male, e certo anche tutto il
bene, l'uno non potendo fare a meno dell'altro. Fanno tutt'uno.
Paradiso e inferno ce li portiamo dentro. Non so dove Kurt mi
condurrà. Lo accompagnerò. Come un Cristo al Calvario, fin
giù all'inferno.
Ciò che mi ha mosso a conoscerlo di più, è stata la lettera
trovata accanto al suo cadavere dopo essersi sparato. Diceva:
“Dalle labbra di un comprovato sempliciotto che è
chiaro preferirebbe essere un piagnucoloso, infantile evirato.
Questo messaggio dovrebbe essere piuttosto facile da com-
prendere. Tutti gli avvertimenti sono stati ricavati da tanti anni
di corsi introduttivi in punk rock. Sin dal primo incontro con il,
diciamo così, sistema di valori relativo all'indipendenza e sin
dall'ingresso nella vostra comunità si è visto che ero sincero.
Non provo più piacere ad ascoltare musica e creare musica,
oltre che a leggere e scrivere, ormai da molti anni. Mi sento
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colpevole in modo indescrivibile. Per esempio, quando siamo
nel backstage e luci si spengono e sale il boato pazzesco della
folla non mi eccito più come succedeva a Freddy Mercury che
sembrava provare un enorme piacere per l'amore e l'adorazione
del pubblico. E' una cosa che ammiro e invidio tantissimo. Il
fatto è che non posso prendervi in giro. Nessuno di voi. Non è
giusto per voi e per me. Il peggior crimine che mi viene in
mente sarebbe di ingannare la gente fingendo di divertirmi al
100%. Certe volte mi sembra di timbrare il cartellino prima di
entrare in scena. Ho tentato tutto quello che è in mio potere per
farmelo piacere, e ci provo ancora, Dio mi è testimone che ci
provo, ma non basta. Apprezzo il fatto che io e noi insieme
abbiamo appassionato e divertito un sacco di gente. Devo
essere uno di quei narcisisti che si godono solo le cose passate.
Sono troppo sensibile. Devo essere ottenebrato per ritrovare
l'entusiasmo di quando ero bambino. Nei nostri ultimi tre tour
ho apprezzato molto di più tutte le persone che ho conosciuto
personalmente e come fan della nostra musica, ma non riesco
lo stesso a vincere lo scoraggiamento, il senso di colpa e la
compassione per provo per tutti. C'è del buono in ciascuno di
noi, semplicemente credo di amare troppo la gente, tanto che
che mi fa sentire troppo di merda. Triste piccolo sensibile
incompreso Pesci, Gesù! Perché non te la godi e basta? Non lo
so, ho come moglie una dea che trasuda ambizione ed empatia
e una figlia che mi ricorda com'ero. Piena di amore e di gioia,
bacia tutti quelli che incontra perché tutti sono buoni e nessuno
le farebbe del male. E mi terrorizza fino al punto che non
riesco più a muovere un muscolo. Non sopporto l'idea che
Frances diventi il miserabile death rocker autodistruttivo che
sono diventato io. Sono stato fortunato, molto, e ne sono grato,
ma da quando avevo sette anni odio tutti gli esseri umani in
generale, solo perché sembra tanto facile che la gente vada
d'accordo, e provi compassione. Compassione! Solo perché
amo la gente e soffro per lei, credo. Grazie a tutti voi dal fondo
del mio stomaco infiammato e nauseato per le vostre lettere e
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interesse negli anni passati. Sono un ragazzo troppo
inconstante, lunatico! Non provo più entusiasmo, e perciò
ricordare che è meglio bruciare che spegnersi lentamente.
Pace, Amore, Empatia.
Kurt Cobain.
Frances e Courtney, io sarò al vostro altare. Ti prego Courtney
continua così, per Frances. Per la sua vita, che sarà molto più
felice senza di me.
Vi amo. Vi amo! Kurt”.

Lettera che indirizzò a “Boddah” il suo immaginario


amico d'infanzia. Lettera che mi ha fatto pensare a tante cose,
mi è servita da meditazione per giorni e giorni. Ogni riga, ogni
parola mi sono entrate dentro con tutta la loro forza, la loro
disperazione, la loro dolcezza anche: un deciso addio alla vita.
“Non provo più piacere ad ascoltare e creare musica,
oltre che a leggere e scrivere...”, mi ha fatto venire in mente un
passo delle “Confessioni” di sant'Agostino, quando racconta
del momento meraviglioso passato con la madre Monica a
Ostia poco prima che morisse. A un certo punto:
“Il mondo con tutti i suoi piaceri” scrive Agostino,
“perse per noi ogni valore, e mia madre mi disse: “Figlio mio,
per quanto sta a me, non mi attrae più alcuna cosa in questa
vita. Che cosa ancora stia a fare qui perché ci sia, non lo so,
avendo ormai esaurito ogni motivo di speranza terrena...”
Certo Monica era attratta dal cielo, ma c'era ancora una cosa
per la quale desiderava rimanere ancora un po' su questa terra:
vedere il figlio cristiano cattolico prima di morire. Dopo di che
cosa dunque sarebbe stata ancora a fare qui?
Kurt aveva perso ogni speranza, e non provava più
nessun entusiasmo. Avesse avuto una madre come quella di
Agostino! Era disperatamente solo, mentre Dio lo stava a
guardare.
Questo senso di vuoto lo provò anche Morrison, anche
lui non provava più nessun piacere a creare musica, stanco
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dell'immagine della rockstar cercò a Parigi una via di fuga nella
poesia. Poeta come Rimbaud voleva essere, ma alcool e droga
lo stroncarono.
Ci sono anime così, che aspirano all'assoluto, alla bellezza,
anime d'eccezione, anime elette in un certo senso, proprio per il
dono della poesia che, senza il riconoscimento del donatore,
può portare a sbandamenti, a tutti gli eccessi, perché la poesia è
come un fuoco che ti divora e ti rende insopportabile la realtà,
spesso banale, mediocre, piatta, volgare, anime che vivono su
questa terra sempre assetate, come leoni alla ricerca di una
sorgente.
Ma senza Dio come si fa?
Kurt, come Morrison, era un tipo senza freni. Avrebbe
voluto ritrovare l'entusiasmo di quand'era bambino - nostalgia
dell'innocenza - ma non riusciva a vincere lo scoraggiamento,
il senso di colpa per quello ch'era diventato.
La compassione che prova per tutti.
“C'è del buono in ciascuno di noi...” scrive.
E quindi anche in lui c'era del buono: perché non lo vedeva, e
si sentiva troppo di merda?
Dio non lo vedeva?
“Triste piccolo sensibile incompreso...”
La figlia gli ricorda quand'era bambino.
“Bacia tutti quelli che incontra perché tutti sono buoni
e nessuno le farebbe del male.”
E' una delle beatitudini: “Beati i puri di cuore...”
I puri di cuore sono quelli che vedono solo il bene in ogni
uomo, anche nel più infame. Kurt è rimasto così, nonostante
l'odio che ha provato da quando aveva sette anni, odio però che
provava perché non si sentiva amato. Lui stesso non si amava.
“Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto
che essere amato per quel che non sono”, scriveva nel suo
diario.

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Tuttavia prova compassione. Perché ama la gente e
soffre per lei. Tutto in lui è contraddizione. Prova odio e allo
stesso tempo amore.
Compassione, che parola!
E' la compassione del Budda. La stessa compassione di Cristo
che ama ogni uomo e soffre per lui. Compassione di Cristo per
Kurt, che silenziosamente lo ama e soffre anche per lui. A
questo, Kurt non pensa. Se soltanto avesse avuto quel granello
di fede...ma anche se, sarebbe bastato?
E' infelice.
Un'infelicità che si porta dentro da sempre, nonostante
il successo, anzi, il successo una volta ottenuto lo spaventa,
non sa che farne, diventa una persecuzione, che è l'altra faccia
del successo, diceva Pier Paolo Pasolini. Quanti come Kurt!
Anche scrittori affermati, come Carlo Emilio Gadda:
“Sono irritato contro la vita e contro me stesso”
confessava. Anime ansiose, inquiete. Qui mi balza in mente
Gianni, un tossicodipendente conosciuto a Tortona, che mi
scriveva così dal carcere:
“Provo tanta rabbia dentro e dolore che, messi insieme
possono diventare una bomba. Sono molto arrabbiato con la
vita. Mi chiedo perché tutto questo. Non credo di meritarmi
tanta infelicità. Avrei tanto da dare...Sono tanto stanco...Se la
facessi finita? Sto esplodendo. La mia tristezza è solo mia, e
non ho nessuno con cui condividerla, è questo il problema. Sa
una cosa? A modo mio parlo con Dio, ma ancora non ho
risposta. Come mai?”
Appena uscito dal carcere constatava:
“C'è sempre tanta tristezza per le strade dentro gli occhi
delle persone. Siamo sempre in cerca di qualcosa che ci renda
un po' felici. Non si riesce a trovare. Forse siamo sbagliati...”

Gianni prova la stessa compassione che prova Kurt per le


persone. Il suo cane è l'unico essere che gli abbia mai voluto
bene. Kurt si circondava di animali...quel suo gattino, e quel
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ratto che inavvertitamente schiacciò sotto i suoi piedi! Di
disamore si può crepare. Crepare anche per un amore sbagliato.
Il cuore non regge al disamore,
finisce per cedere, scoppiare.

In fondo, che cosa desiderava Kurt? Lo scrive nel suo diario:


“Mi piacerebbe che ci fosse qualcuno a cui poter
chiedere consiglio. Qualcuno che non mi faccia sentire un
cretino per essermi aperto e che proverebbe a spiegarmi tutte le
insicurezze che mi tormentano da circa, cosa sono, 25 anni.
Vorrei che ci fosse qualcuno che potesse spiegarmi perché non
ho assolutamente più alcun desiderio di imparare. Mentre
prima avevo tanta energia e sentivo la necessità di cercare per
chilometri e settimane qualunque cosa fosse nuova e diversa.
Entusiasmo. Una volta ero una calamita nell'attirare a me
personalità nuove e insolite che mi iniziavano la musica e libri
oscuri che io assorbivo dentro di me come un bambino
rabbioso iperattivo sessuomane mentalmente ritardato che
aveva provato per la prima volta lo zucchero...”

Kurt è buono. Si vede, per esempio, quando scrive questa


canzone: COME AS YOU ARE
Vieni come sei, come eri
Come voglio che tu sia
Come un amico, come un amico, come un vecchio nemico
Prenditi tutto il tempo, fai in fretta
La scelta è tua, non fare tardi [...]
E giuro che non ho un fucile....
(Come per dire, vieni, non aver paura, non ti farò del male, come
potrei, anche se volessi, sono disarmato)

Come as you are, as you were / As I want you to be / As a friend, as


a friend, as an old enemy / Take your time, hurry up / The choice is
yours, don't be late [… ] And I swear that I don't have a gun.

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E quanta umanità e gioia in quest'altra canzone “LITHIUM”:
Sono così felice perché oggi ho trovato i miei amici
Sono nella mia testa
Sono così brutto ma va bene così perché anche tu lo sei
E abbiamo spezzato i nostri specchi
Ogni giorno è domenica per quel che m'importa
E non ho paura
Accendo le mie candele come stordito perché ho trovato Dio...

I'm so happy 'cause today / I found my friends / They're in my head / I'm so


ugly, that's okey / 'cause so are you / We broke our mirror / Sunday morning
is everyday for all I care / And I'm scared / Light my candies in a daze /
'cause I've found god.

Gli amici per un tempo furono la sua famiglia. Con loro era
sempre domenica. Con gli amici era come se avesse trovato
Dio, era felice, ma poi anche gli amici si staccarono, o fu lui
piuttosto a staccarsene, a isolarsi, a fare il vuoto intorno a sé.
A partire dal 1993 si rende conto che la droga non funziona più
come prima. Si sente perso, come un pesce fuor d'acqua, scrive
Charles R. Cross: - Un passo del diario di questo periodo lo
vede che implora un amico e in un'ultima analisi la salvezza:
“Amici con cui parlare e cazzeggiare e divertirsi, come
ho sempre sognato, potremmo discutere di libri e politica e
fare vandalismi di notte, vuoi? Eh? Ehi, non riesco a fare a
meno di strapparmi i capelli! Dio bono, Gesù Cristo onni-
potente dei miei coglioni, amami, me, me, potremmo tenerci in
prova, ti prego, non m'interessa se siamo fuori dal giro, mi
serve un giro, una ghenga, un motivo per sorridere. Non ti
soffocherò, oh, merda, merda, per favore, c'è nessuno là fuori?
Nessuno, qualcuno, Dio aiutami, aiutami, ti prego. Voglio
essere accettato. Mi vestirò come preferisci! Sono tanto stanco
di gridare e sognare, sono tanto tanto solo. Non c'è nessuno?
Ti prego, aiutami. AIUTAMI!
E' una preghiera, una supplica disperata, che ho letto e
riletto col cuore in gola, preghiera che scaturisce dall'anima,
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dalle viscere, dal dolore. E' come precipitare in un baratro nel
buio più pesto. E hai fame, fame di affetto, e hai freddo, tanto
freddo.
Quel suo grido: “Dio aiutami, aiutami, ti prego” mi ha
fatto pensare al grido di Morrison: “Salvaci, Gesù, salvaci!” E
a quando, durante le sedute della registrazione del primo album
dei Doors, emotivamente sconvolto, Jim si interrogava, e
piangeva, e in studio gridò:
“C'E QUALCUNO CHE MI PUO CAPIRE?”
E poi quando il 15 luglio 1969, durante un concerto dove non
mancarono le provocazioni, i disordini, e i “vaffanculo”, Jim
alzò la voce e si mise a gridare:
“IO NON HO AVUTO ABBASTANZA AMORE”.
Dopo di che assunse la posizione del crocifisso. Che cosa sarà
accaduto nella sua mente in quei tre strazianti minuti? Ma chi
avrebbe potuto sapere qualcosa di Jim quando si ritrovava
solo? Fu così anche per Kurt, non aveva avuto abbastanza
amore.

In chiesa, fissando la croce di san Damiano, che parlò a


Francesco, il grido di Kurt: “Dio, aiutami, aiutami” me lo
sentivo urlare dentro, che mi stordiva, lancinante, un urlo
assordante ch'era il dolore dell'uomo da quando è stato creato.
Allora, come Giobbe, me la presi con il Signore, e gli gridai:
“Perché non l'hai aiutato? Perché non esisti? E se
esisti...A te nulla è impossibile.”
Gli serviva solo un motivo per sorridere, un motivo per vivere.
Non c'era nessuno.
Quand'è così, è come sentirsi immergere in un lago ghiacciato.

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2

LA SPACCATURA

Vita breve, che scombussola, ferisce, suscita paura,


quasi una ripugnanza, ma poi anche tenerezza.

Quando Kurt morì, io ero già entrato in convento da un


anno. Non ne seppi nulla, preso da ben altro, da un ideale che
mi portava, quasi un'ebbrezza. Volevo diventare come san
Francesco. Ideale irraggiungibile naturalmente, ma che allora
mi dava le ali.
Ora, dopo tanti anni, eccomi a confrontarmi con uno strafatto
come Kurt, per cercare di cogliere quella luce che pur
nell'oscurità brilla in ogni uomo. Che cosa può accomunarci?
Apparentemente nulla, ma poi scavando giù giù fino in fondo
all'anima mi accorgo che tanti sono i punti comuni, fin
dall'infanzia, quasi con le stesse emozioni, gli stessi sentimenti,
le stesse frustrazioni, le stesse paure, lo stesso odio, le stesse
rivolte, gli stessi disgusti, la stessa disperazione, la stessa
rabbia, lo stesso dolore, ma anche la stessa dolcezza, la stessa
malinconia, lo stesso bisogno di essere amato.
Abbandonato, lo fui anch'io.
Di nessuno, lo fui anch'io.
Ferito, tradito, cacciato via, lo fui anch'io.
E senza più Dio.
Come per Kurt una chitarra come sola ancora di salvezza.
E i miei sogni.

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Aberdeen dello stato di Washington, una cittadina in
confronto al paese dove sono nato io. Là c'erano 37 segherie, al
mio paese 4, diverse manifatture, al mio paese un cotonificio
che però dava lavoro a migliaia di persone che venivano da
tutta la valle. C'erano 27 bar, al mio paese una decina.
Posso dire d'essere cresciuto al ritmo della sega che, accanto a
casa, funzionava come un logorante monotono stridente ronzio
giorno e notte.
Ad Aberdeen, diversamente da me - scrive Cross - Kurt
trascorse un'infanzia felice. La sua nascita fu accolta con
entusiasmo – lui aveva un padre e una madre: Wendy,
diciannovenne, era la classica reginetta di bellezza, Don
ventiduenne, bello e atletico, lavorava come meccanico. Kurt
adorava i genitori. La mamma gli dimostrava affetto, lo
coccolava, partecipava ai suoi giochi. Quando c'era il padre,
Kurt sorrideva sempre, e gli piaceva essere tenuto in braccio,
scrisse Mari, la sorella quattordicenne di Wendy; all'inizio
faceva sapere cosa desiderava strillando forte, e se non
funzionava si metteva a piangere. Insomma un'infanzia felice
come tanti altri bambini. All'asilo la maestra lo definì un
“ottimo studente”. Eccelleva soprattutto in educazione artistica,
a cinque anni sapeva già dipingere.
Una foto mostra tutta la famiglia. Don alle spalle seduto
su una seggiola, la mamma, bellissima, sorride con in grembo
la sorellina Kim. Kurt, sulla sinistra, ride felice. E' un bambino
sveglio, giocoso, dolcissimo.
“I primi sette anni della mia vita” scrive nel suo diario,
“sono stati straordinari, incredibili, realistici e di gioia assolu-
tamente colmi di gratitudine.”
I guai cominciarono con il dissesto finanziario. Spesso Don e
Wendy non avevano i soldi per pagare le bollette. Litigavano.
Anche Kim e Kurt litigavano, come succede tra fratellini
maschio e femmina, ma ogni tanto andavano d'accordo. Lei,
buona imitatrice, bravissima a fare Topolino e Paperino, faceva
scompisciare dal ridere Kurt. “Il grande sogno di mamma”
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ricordò Kim “era vederci arrivare a lavorare a Disneyland, lui
che disegnava e io che facevo le voci.”
Don spingeva il figlio a giocare a baseball, ma lo faceva
solo per il suo papà, racconta Kim. “In seconda elementare”
scrive Cross, “per curare la sua ipercinesia, consultarono il
pediatra di famiglia, che prescrisse il Ritalin - scelta discutibile
persino nel 1974 - che Kurt assunse per tre mesi, rendendolo
iperattivo. Alcuni scienziati pensavano che creasse nei bambini
un riflesso automatico aumentando così la possibilità di
tossicodipendenza in età adulta, altri che, se non fosse trattata
l'iperattività, in seguito si sarebbe curato da solo con qualche
droga.”
Il Ritalin fu un bene o un male? Ne discutevano in
famiglia. “In seguito Kurt confessò a Courtney Love che quel
farmaco era stato importante. Anche lei aveva preso il Ritalin
da piccola, e spesso ne discutevano. “Se quando sei piccolo ti
danno una medicina che ti fa sentire in quel modo, a cosa ti
rivolgi quando sei grande?” chiede adesso Courtney Love. “Se
da bimbo ti rende euforico, non ti ci abitui?”-

Nel febbraio 1976, una settimana dopo il compleanno di


Kurt, Wendy chiede il divorzio. Cross:
“Il divorzio dei genitori per Kurt fu un olocausto. (…) Come
tanti bambini interiorizzò il divorzio. Finora non aveva capito
l'intensità dello scontro tra i genitori e non capiva le ragioni
della spaccatura. “Era convinto che fosse colpa sua” osserva
Mari. “Per lui fu traumatico perché vedeva sfaldarsi sotto gli
occhi tutto ciò su cui confidava, la sicurezza, la famiglia e
anche il suo mantenimento. Invece di sfogare dolore e rabbia,
Kurt si richiuse in se stesso. In giugno scrisse sul muro della
sua cameretta: “Odio mamma, odio papà. Papà odia mamma,
mamma odia papà. Ti vien voglia di essere tanto triste.
Da allora Kurt non fu più lo stesso. Venne ricoverato in
ospedale, perché non mangiava. Apparvero i primi sintomi
della sua patologia allo stomaco che lo tormentò fine alla fine.
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Anche la madre ebbe a soffrire dello stesso disturbo, dopo la
nascita di Kurt. Tre mesi dopo il divorzio Kurt scelse di andare
a vivere con il padre. Da bambino vivace si fece silenzioso,
stava sempre sulle sue. Però quando iniziò la quinta cambiò.
Con quei capelli biondi e gli occhi azzurri era l'idolo delle
ragazzine, e lui era uno dei ragazzi più amati, uno dei capi. Per
il suo quattordicesimo compleanno lo zio Chuck gli disse che
poteva scegliere tra una bicicletta e una chitarra. La scelta era
ovvia.

E' a Ginevra che comprai la mia prima chitarra. Ce l'ho


ancora in mente, era bellissima. Mi era costata tanta fatica e
quasi un mese di stipendio. Oh, quando dico stipendio, era una
paghetta. Lavoravo presso un negozio di ferramenta. Mi
facevano sgobbare per pochi soldi. Esile e magro, al negozio
facevo lo zerbino, mi facevano fare di tutto, i lavori più pesanti,
anche lavare le auto dei capi, pulire i cessi, e sotto la pioggia o
con la neve andavo, in bici, con la gerla carica sulla schiena a
consegnare ogni tipo di merce, rubinetti, chiodi, viti, bulloni in
grossa quantità anche lontano dalla città. Una volta pagata la
camera presa in affitto presso una famiglia, con il resto dovevo
pur mangiare. Ma lo stesso avevo sempre fame. Ciò nonostante
mi venne in mente di prendere qualche lezione, che smisi però
solo dopo le prime due. La scelta era: andare a lezione o
sfamarmi.
Quella chitarra, mia sola compagna e amica, finì a
Napoli dopo inimmaginabili tribolazioni. Ci ero andato con un
ragazzo scappato di strada. A Mergellina - ricordo - quel
pomeriggio faceva un caldo tremendo. Mentre lui andava a
vedere in giro dove avremmo potuto cantare la sera anche solo
per un piatto di spaghetti o una pizza, sfinito, sporco e affamato
io mi assopii su una panchina. Oh, pochi istanti, ma quando
riaprii gli occhi la chitarra era sparita. Disperato, mi misi a
piangere, per di più quando arrivò “l'amico” e constatò che mi

19
ero lasciato rubare la chitarra, mi prese a cazzotti. Non ero che
un cretino, uno stronzo.

Nel marzo 1982 Kurt lasciò il padre che si era risposato.


Andò ad abitare dai nonni paterni vicino a Montesano, ma il
nonno non era sempre gentile con lui, a sua discolpa bisogna
dire che allora Kurt era una peste. I familiari lo descrivono
come un ragazzo testardo, ostinato. “Era pigro. Nessuno capiva
se fosse un fatto adolescenziale o dipendesse dalla depres-
sione” ricorda lo zio Jim Cobain.
In estate andò a stare da zio Jim a South Aberdeen. Lo zio
fumava roba, aveva un bell'impianto, un sacco di dischi dei
Greatful, di Led Zepplin e Beatles. Dallo zio Kurt passò
parecchi mesi dove iniziò a prendere lezioni di chitarra,
passava ore a esercitarsi.
A scuola scarabocchiava di continuo durante le lezioni:
auto, camion e chitarre, ma poi anche disegni pornografici. A
Monte, dove lavorava la madre, s'iniziò alla marijuana, che si
trovava ovunque e a buon mercato. Suppliva, faceva da
anestetico alla vita di famiglia. Cominciò a marinare la scuola,
lui e i compagni compravano erba e fregavano qualche liquore
in casa dei genitori, e bottiglie da regalare a Trevor, il re della
marijuana, che in realtà, scrive Kurt nel suo diario, “non se la
passava con la marijuana come con l'alcol, e ai suoi aiutanti
prometteva sempre una bella fumata di erba nei boschi vicino
alla scuola a patto che gli rubassero l'alcol.
[...]
“Anche se mi ero fatto per la prima volta proprio in
quelle settimane, avevo dichiarato che era qualcosa che avrei
fatto per il resto della mia vita. E avrei fatto di tutto per
assicurarmi il rifornimento di quell'erba meravigliosa. Così ci
dedicammo a questa routine un giorno sì e uno no e la
facemmo franca per circa un mese...”
Poi però, andò a finire che la marijuana non lo aiutava più
come prima a sfuggire ai suoi problemi, non si divertiva più a
20
fare gesti ribelli come rubare liquori e sfondare vetrine. E
proprio in quel mese si toccò l'apice della persecuzione mentale
da parte di sua madre. Decise quindi entro un mese che non si
sarebbe solo seduto sul tetto di casa pensando se buttarsi o no,
ma che si sarebbe veramente ammazzato, e non avrebbe
lasciato questa terra senza saper com'era scopare.
La stessa estate Kurt ebbe quella che in seguito avrebbe
descritto come la sua “prima esperienza sessuale” con una
“ragazza ritardata” che ogni tanto andava a trovare con i
compagni di scuola. Le sembrava essere la sua sola possibilità.
La cercò solo dopo essere diventato tanto depresso da aver
progettato il suicidio. Lei lo trovava carino, con quei suoi occhi
azzurri e i morbidi lunghi capelli. Lui si comportava in modo
dolce e rispettoso. Parlava poco, e quando lo faceva era a voce
bassa. Ma sotto sotto gli ormoni imperversavano.
“Così un giorno” scrive Kurt nel suo diario, “dopo la
scuola andai a casa sua, da solo, autoinvitandomi. Lei mi offrì
delle merendine e a un certo punto mi sedetti sul suo grembo e
le dissi “scopiamo” toccandole le tette e allora lei andò in
camera sua e si spogliò davanti a me con la porta aperta.
Guardai e mi resi conto che stava succedendo davvero, così
provai a scoparla ma non sapevo come fare e le chiesi se lei
l'avesse mai fatto prima e lei mi disse un sacco di volte
sopratutto con un suo cugino. L'odore della sua vagina mi
disgustava e il suo sudore puzzava terribilmente, quindi me ne
andai. La mia coscienza crebbe al punto da non riuscire ad
andare a scuola per una settimana e quando tornai mi inflissero
una sospensione interna nell'ufficio del preside, e proprio quel
giorno il padre della ragazza arrivò gridando e accusando che
qualcuno aveva profittato della sua figlia. E poi entrarono
nell'ufficio del preside e si presero a male parole, e quindi
uscirono con un annuario scolastico per farle indicare il
colpevole, ma lei non poteva perché il giorno in cui avevamo la
foto per l'annuario io non ero a scuola. Così durante il pranzo
cominciarono a girare strane voci ed entro il giorno successivo
21
lei fece il mio nome e tutti a quel punto mi aspettavano al varco
per insultarmi e sputarmi addosso, chiamandomi scopatore di
ritardate.
“Dato che stavo simpatico a tanta gente, i miei soste-
nitori erano pari ai miei detrattori, ma non potevo sopportare il
ridicolo a cui ero stato esposto, così un sabato sera fumai e mi
sbronzai, dopo di che camminai fino ai binari della ferrovia e
mi ci sdraiai sopra aspettando il treno delle 11, sistemandomi
due grossi pezzi di cemento sulle gambe e sul petto e intanto il
treno si avvicinava sempre di più. E invece di travolgermi
passò sui binari accanto a me. Da allora prendevo l'autobus per
la scuola di Lakeside da Jenkins Lane facendo finta di andare a
scuola, ma invece mi facevo di LSD e camminavo per i boschi,
per far credere a mia madre che andassi a scuola, e un giorno a
una partita di football la polizia mi fermò e mi accompagnò in
caserma e lì registrarono una mia confessione di ciò che avevo
fatto ma poi dissero che la sua famiglia non poteva farci niente
perché lei aveva 18 anni e non era mentalmente ritardata. Ma
tutta quella tensione mi convinse a frequentare la Jerkins
School, e poi la faccenda del treno mi aveva spaventato
abbastanza da farmi provare a rimettermi in sesto, e inoltre mi
sembrava di migliorare alla chitarra, così divenni un po' meno
maniacalmente depresso, anche se continuavo a non aver amici
perché li odiavo tutti, falsi com'erano”.
Questo episodio mi fa venire in mente quello che allora
consideravo peccato, ovvero il mio primo tentativo di far
l'amore con una donna. A Ginevra, appena quindicenne, da
poco uscito dall'Istituto, non sapevo certo di “teen spirit”, ma di
Spirito Santo e di acqua benedetta. Oh, quant'ero innocente
ancora! Dopo una serata passata al Palladium, una balera molto
frequentata dove mi aveva trascinato Tony, uno svizzero
tedesco conosciuto alla casa della gioventù, alla chiusura ci
trovammo in strada. Faceva un freddo cane. Lui era più
vecchio di me, sui 25 anni, più esperto, più navigato. A un
certo punto mi disse: “Che facciamo? Andiamo a puttane!”
22
Non osai oppormi, pensando che perlomeno avremmo passato
il resto della notte al caldo. Ci dirigemmo verso il centro, in
una via che sapeva lui. Ero preoccupatissimo. La cosa non
m'incantava, però...Ne incontrammo due, una piuttosto magra,
ancora abbastanza giovane, e una mezza negra più abbondante
e più vecchia. Salimmo su in una stanza. Squallida, triste. Tristi
erano queste povere donne, tristi noi. Il regalino. Costava 20
franchi. Io ne avevo solo 19. Ma andava bene lo stesso. Dopo il
rito del lavaggio, Tony si buttò sulla più giovane, mi lasciò in
balia della vecchia mezza negra. Mentre lui ci dava sotto, io
imbarazzatissimo, stavo in piedi con i calzoni abbassati, mentre
la vecchia mezza negra seduta sulla sponda del letto faceva il
suo mestiere senza però riuscire a farmelo rizzare. Allora cercò
lo stesso di farselo mettere dentro, ma niente: “Su, pupo” mi
diceva materna, “dai, mandami il tuo purè!”
Uno schifo. Dopo neanche mezz'ora ci ritrovammo in strada,
altro che rimanere al caldo! Mi vergognavo. Tony mi lasciò e
se ne andò a casa, io tornai nella mia cameretta con un gran
vuoto e freddo dentro. Il giorno dopo, era una domenica, rimasi
senza un soldo per poter mangiare. Lì a due passi abitava mio
padre. Oltre alla fame, quel giorno, la solitudine mi pesò ancor
di più.

In quel periodo Kurt iniziò a produrre film in proprio


con la Super-8 dei genitori. Una delle prime pellicole fu un
film di fantascienza “La guerra dei mondi”, un altro film
s'intitolava “Il suicidio sanguinoso di Kurt”. Davanti alla
cinepresa manovrata da James, Kurt finge di tagliarsi i polsi
con il bordo di una lattina squarciata. Questo film preoccupò
non poco i genitori per via delle sue già evidenti cupezze.
Cross riferisce ciò che sostiene Jenny:
“C'era qualcosa di sbagliato nei suoi processi mentali
sin dall'inizio, qualcosa di squilibrato. Lui era in grado di
discutere sereno di fatti che a tanti ragazzi farebbero venire gli
incubi, come omicidi, suicidi, stupri...”
23
Un giorno, tornando da scuola, a un amico che che gli
suggeriva che da grande avrebbe dovuto fare il pittore, lui
rispose: “No, voglio essere ricco e famoso e ammazzarmi come
Jimi Hendrix”.
Al liceo si iscrisse alla squadra di football, nonostante la bassa
statura, ma dopo due settimane lasciò, troppa fatica, poi entrò
nella squadra di atletica, lanciava il disco e correva i 200 metri,
non era certo il migliore, saltava troppi allenamenti. Per piacere
al padre si dava allo sport, persino alla lotta libera. Ma non ne
aveva il fisico, soprattutto con avversari più grossi di lui. Il
giorno decisivo per il campionato salì sul quadrato con il padre
sistemato sulle gradinate. “Attesi il via guardando Don dritto in
faccia” raccontò a Michael Azerrad, “poi mi misi in posizione
fetale e mi lasciai inchiodare giù dall'avversario.” Lo fece per
quattro volte, finché il padre se ne andò via disgustato:
“Quella merdina non ha mosso un dito, non ha lottato”.
Ma forse le cose non andarono così. Non combatté per fare
arrabbiare un padre perfezionista. Una volta stavano quasi
sempre insieme, amava il padre ancor di più da quando gli
aveva comprato la minimoto. Andavano a mangiare insieme,
uniti nella reciproca solitudine. Il ragazzino pensava di passare
il resto della sua vita con il suo papà. Ma non fu così.
Nel suo diario Kurt disegnò quattro vignette. In una il padre col
capo sulla pancia della madre incinta con questa scritta:
“Figlio mio! Eh sì! Di certo sarà un maschio. Senti che
forza in quelle gambette! Sarà un giocatore di football!”
Nella vignetta accanto, il padre con la mano alzata urla
minaccioso:
“Guai a questo bambino se si comporta come una
femminuccia. Voglio un bel maschio tutto mio. Pura carne
americana al cento per cento. Onesto lavoratore, che odia ebrei,
spagnoli, negri e omosessuali! Gli insegnerò come aggiustare
le macchine e approfittare delle donne”.
Sotto, sempre il padre col capo sulla pancia della madre:
“Ah, senti un po' come scalciano queste gambette”.
24
Infine, dalla pancia il bimbo gli molla un calcio sulla faccia.
Decisamente Kurt non era il figlio che desiderava, un figlio a
sua immagine.

Nel 1992, nell'album In Utero, quasi tutte le canzoni


parlano della famiglia. In Serve the Servants scrive il suo testo
più autobiografico. Il primo verso è un riferimento diretto al
successo di NEVERMIND. Ossessionante è la figura del padre:
Angoscia adolescenziale ha pagato bene
Adesso sono vecchio e annoiato
[…]
Man mano che crescevano, le ossa mi facevano male
Mi facevano un male tremendo
Ho tentato duramente di avere un padre
invece ho avuto un papà

Voglio che tu sappia che


non ti odio più
Non c'è altro che potrei dire
a cui non abbia pensato

Teenage angst has paid off well


Now I'm bored and old
[…]
As my bones grew, they did hurt
They hurt very bad
I tried hard to have father
But instead I have Dad

I just want you to know that I


Don't hate you anymore
Ther is nothing I could say
That I havn't thought before

Kurt ce l'aveva messa tutta per avere un padre.


25
“Anche se non occorrevano spiegazioni” scrive Cross, “Kurt
redasse lunghe note di copertina per questo pezzo: - Immagino
che questa canzone sia per mio padre che è incapace di
comunicare con l'affetto che mi sono sempre aspettato. A modo
mio ho deciso di fargli sapere che non lo odio, solo che non ho
nulla da dirgli e non ho bisogno di un rapporto genitore /
figlio con una persona con cui non passerei un Natale palloso.
Insomma: ti amo, non ti odio, non voglio vederti. -
Dopo aver scritto queste frasi ebbe un ripensamento e ne
cancellò una gran parte.
“Kurt aveva un disperato bisogno di un padre e Don aveva
bisogno d'essere desiderato dal figlio, anche se nessuno dei due
l'ammetteva”.

Il disperato bisogno di un padre. So cosa vuol dire. Per


mio padre non sono mai esistito. Lo vedevo soltanto ogni tanto.
Non c'era quasi mai. E quando c'era mi faceva paura, pur
desiderando tanto che mi abbracciasse, o almeno mi accarez-
zasse i capelli. Forse non lo faceva deluso di aver un figlio con
i capelli rossi. Perché non mi prendeva mai con sé? Forse si
vergognava di me. Perché non mi parlava mai? Dov'era sepolta
mia madre? Perché non ne parlava mai? Sembrava che persino
lei non fosse mai esistita per lui. Dormivo nello stesso gran
letto dove dormiva mio padre – quando c'era – e la moglie.
Loro a capo e io ai piedi del letto, da una parte. Un mattino – la
moglie era al lavoro – sentii alzarsi mio padre. Facevo finta di
dormire, mentre lo sbirciavo con gli occhi socchiusi mentre si
vestiva. Speravo che venisse ad abbracciarmi prima di uscire. Il
cuore mi batteva forte in petto. Non uno sguardo. Fossi stato un
gatto magari mi avrebbe accarezzato. No, fossi stato una merda
allora sì che si sarebbe accorto di me!
Adolescente odiai mio padre, con tanta voglia anch'io, come
Kurt, d'essere tanto triste.

26
3

UNA RICERCA DISPERATA

Chiese a Dio di entrare nella sua vita.

Wendy, la mamma, aveva ormai 35 anni, divorziata da


poco, era molto diversa, usciva con uomini più giovani, alzava
il gomito, frequentatrice fissa di molti bar della città. La
bellezza della madre imbarazzava Kurt. Tutti i suoi amici
avevano una cotta per lei, e dicevano, per scherzo, che se non
c'era posto sarebbero stati disponibili a dormire nel letto di
Wendy. Quando succedeva Kurt prendeva tutti a cazzottate.
Kurt non era certo un ragazzo facile, e la mamma un
giorno gli fece capire che non lo voleva più a casa, non voleva
più saperne di lui. Un po' per la sua condotta, un po' perché lei
si era rifatta una vita e viveva con un altro uomo. Kurt aveva
17 anni, al penultimo anno di liceo. Cacciato di casa, e lasciata
la scuola andò a vivere sotto il ponte di Aberdeen, così ha
sempre raccontato Kurt. Ma Krist Novolesic, che lo conobbe
proprio allora, afferma che non è mai andato a vivere sotto quel
ponte, così afferma anche la sorella. Al massimo era un punto
di ritrovo dei ragazzi a fumare canne. Vero o no, cosa importa?
Comunque l'ha raccontata così. E sicuramente gironzolava da
quelle parti. Nella sua mente c'era stato. E ciò che uno vive
immaginando diventa realtà più vera della stessa realtà. Evoca
questo periodo nella canzone Something in the way:
Underneath the bridge
The trap has sprung a leak
And the animals I've trapped
Have all become my pets

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Al di sotto del ponte
Il pesce ha mollato una pisciata
E gli animali che ho catturato
Sono diventati tutti miei animali domestici...

Kurt si è sempre circondato di animali ovunque andasse


ad abitare. Oggi il ponte di Aberdeen è meta di pellegrinaggio
dei suoi fan, che lasciano scritte, disegni, messaggi, come a
Père Lachaise i fan di Morrison, scritte che di continuo
vengono ripulite.
Però, ammesso che Kurt non abbia mai passato neanche una
notte sotto il ponte di Aberdeen, come sopravvisse?
“Il suo viaggio” scrive Cross, “iniziò sotto il portichetto
di Dale Crover, dove dormiva in uno scatolone di cartone,
rannicchiato come un gatto. Ad Aberdeen c'erano molti palazzi
con l'atrio riscaldato dove poteva rintanarsi la notte”.
Dormiva anche in sale di aspetto, o assieme a un giovane, Paul
White, al Grays Harbor Community Hospital dove “rubava
panini nella tavola calda fingendo di essere il parente afflitto di
un ammalato. Kurt era finito là dov'era partito, dov'era nato 17
anni prima. L'unica malattia era la solitudine che aveva
dentro”.

Ci sono ferite inguaribili, che uno si porta addosso per


sempre.
Anch'io tante volte ho dormito in sale di aspetto, a
Firenze, a Roma, a Parigi. Tanta era anche la mia solitudine.
Una solitudine assassina, impietosa, che mi divorava l'anima,
avida sanguisuga.
A Roma mi è capitato di dormire sotto ponte Sisto, poi
al Circo Massimo, e nei giardinetti di Castel Sant'Angelo,
rannicchiato come Kurt avvolto di giornali tra cartacce e
merdacce. Senza poter lavarmi, dovevo puzzare come una
bestia selvatica. Meno male che non avevo grossi bisogni, ma

28
visto che non mangiavo quasi niente, in compenso pisciavo
abbondantemente, le fontanelle a Roma non mancavano.
Di notte gironzolavo, il più delle volte tra ponte Sisto e
Castel Sant'Angelo. Stranamente non avevo paura. Ho più
paura adesso, pensandoci. Troppo innocente ancora, e troppo
giovane. Chi avrebbe fatto del male a un ragazzino come me
che non possedeva nulla di nulla? Non avevo paura anche
perché non mi rendevo conto dei pericoli in cui incorrevo.
Avevo solo fame, sempre e soltanto fame ch'era pari alla
solitudine. Ma come l'istintiva capacità di sopravvivenza aiutò
Kurt, così aiutò anche me.
Dopo circa quattro mesi di quella vita, Kurt tornò dal
padre, che aveva saputo che dormiva su un vecchio divano in
un'autorimessa di fronte a casa della madre. Nessuno lo voleva
prendere con sé.
“Era una emarginazione” scrive Cross,“che non sarebbe
mai riuscito a levarsi di dosso assieme alle sue precedenti ferite
psichiche, l'esperienza dell'esclusione sarebbe stata un'espe-
rienza a cui sarebbe tornato più volte con la mente, incapace di
liberarsi da quel trauma. Sarebbe rimasta subito sotto super-
ficie, un dolore che avrebbe ammantato il resto della sua
esistenza con il terrore della scarsità. Per lui non ci sarebbero
mai stati abbastanza soldi, abbastanza attenzioni e, soprattutto,
abbastanza amore, perché sapeva bene come facevano presto a
sparire”.
Cross avrebbe potuto scrivere queste righe per me. Anche a me
è successo che nessuno mi volesse. Appena uscito dall'Istituto
nessuno volle prendermi con sé, né i nonni, né mio padre, né
mio fratello, e neanche i “buoni padri”. Per tre anni non
avevano fatto che parlarmi del buon Gesù, ma poi avvenne
quel che avvenne, e per causa di uno di loro divenne il Gesù
dei miei coglioni, per dirla come direbbe Kurt.
Forse non dovrei buttar giù così quel che allora, ferito e
in collera, pensai. Ma a te che ti scandalizzi, ti indegni quando
senti bestemmiare, senti questo racconto:
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“Un giorno Abramo invitò nella sua tenda un
mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento,
l'uomo cominciò a bestemmiare, dichiarando che il nome di
Dio gli era insopportabile. Abramo al colmo dell'indignazione,
lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva:
“Quest'uomo mi ha maledetto e svillaneggiato per
cinquant'anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu
non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”

Tutta la vita di Kurt fu una provocazione, e ancor più la sua


morte. E' impossibile incapsulare, imbavagliare un artista, uno
scorticato vivo. Gli artisti, soprattutto i più maledetti dicono
cose che i più non hanno il coraggio di dire, e nemmeno di
pensare. Schiavi, ormai narcotizzati, inoffensivi, incretiniti.
Nel suo diario, trovo queste righe che ho intenzione di
utilizzare in una mia omelia. Provocatore lo sono anch'io,
anche se con meno coraggio, ma se fossi più giovane...
“Ho molto da dire” scriveva, “ma lo lascio a te. Lo
lascio a quelli che meglio di me hanno la capacità di elaborare
il proprio scontento, i fatti per sostanziarlo e la pazienza di
dibattere dell'impossibile deprogrammazione dei proprietari
delle piantagioni, dei loro operai e dei loro schiavi. Gli schiavi
nati nel proprio mondo, che non si domandano nulla, incon-
sapevoli dell'approvazione, da parte della propria generazione,
di un atteggiamento alla “è così che va il mondo”, derubati di
una cultura della penna, nati in una penna che perde
l'inchiostro, ma che si ricarica con la razzia dei beni effimeri e
la preghiera per il superfluo attraverso la fede dettata dai
signori feudali: “Prendere o lasciare”, “Mangia questa minestra
o salta dalla finestra”, “Ti ho messo al mondo e dal mondo
posso toglierti”, “Sarò io a giudicare”. Nessun istinto di fuga,
solo un trascinarsi gli uni sugli altri dentro una sovrappopolata
cisterna, stesi nell'attesa di mangiare più di quel che occorre, e
desiderosi di averne di più perché non si sa mai se risuccederà.
Procreare, mangiare, aspettare, lamentarsi, pregare”.
30
Kurt scriveva queste righe poco più che ventenne.
Così penso anch'io. E' l'andazzo che danna il mondo, il
rassegnarsi, la vigliaccheria, e tutta questa massa di mediocri.
Dal momento che si fa politica poi...Chi è sincero? Di chi
fidarsi? Anche nella Chiesa pullulano i mestieranti, ho sentito
dire da papa Francesco. Simone Weil diceva:
“Il mondo attuale ha bisogno di santi, di santi nuovi, di
santi che abbiano del genio”.
E di artisti come Kurt, dico io.
Pur all'inferno mi istruisce, mi pulisce, mi lava dalle mie
sozzure. Qualsiasi cosa abbia potuto dire o commettere non
vedo in lui nessun male. Capisca chi può. Non ci capisco nulla
nemmeno io. Ma Dio non ci vede tutti così?

Mentre stava dal padre, il fratello Kenneth Leland, sempre più


depresso per la morte della moglie, si sparò in fronte con una
calibro 22. Tutti e tre i fratelli si erano ammazzati, due con
armi da fuoco. “Sembrava quasi che la famiglia fosse
maledetta”.
Se Kurt non andava a scuola doveva lavorare, ma nel
paese c'era poco da fare. Il padre aveva trovato una soluzione:
si sarebbe arruolato nell'esercito, nella marina militare. Almeno
lì avrebbe avuto tre pasti caldi e una branda. Per un ragazzo
che viveva per strada era la sicurezza di vitto e alloggio. Kurt
ci pensò su per un po', ma poi disse al padre di lasciar perdere.
Per me invece, ero così disperato, che il servizio
militare fu per un certo tempo la salvezza. Del resto non avrei
potuto evitarlo, era obbligatorio, per cui lo anticipai, e finii
nella folgore a Opicina del Carso. Finalmente potevo mangiare
due buoni pasti al giorno, più la colazione con la cioccolata
calda anche se ci mettevano dentro il bromuro, e dormire tra
due lenzuola.

31
Nella sua disperata ricerca Kurt trovò la religione. Nel
1984, a 17 anni, divenne amico inseparabile di Jesse Reed, con
lui iniziò persino ad andare a messa alla domenica, e ogni tanto
si univa a un gruppo di giovani cristiani il mercoledì sera. Fu
battezzato in chiesa, senza la presenza di nessuno dei suoi
parenti. Jesse ricorda addirittura che Kurt visse un'esperienza di
conversione.
“Una sera eravamo sul ponte del Chehalis e lui si fermò
e disse che accettava Gesù nella sua vita. Chiese a Dio di
entrare nella sua vita. Mi ricordo perfettamente che parlava
della rivelazione e della calma che tutti sostengono di provare
quando accettano Cristo.”
Perché - chiedo allora a Cristo - non ti sei manifestato? Perché
non sei venuto in suo soccorso? A te nulla è impossibile.
Perché non lo hai fatto quando ti chiese di entrare nella sua
vita? Certo, se tu lo avessi fatto non sarebbe diventato quel
cantante, quel poeta che conosciamo. Ma ne avrebbe pagato il
prezzo, un prezzo altissimo. Il suo sangue, la sua vita. Forse è
stato meglio così. I poeti sono maledetti. Eppure sono sicuro
che tu li ami. Un giorno sapremo il perché a tante nostre
domande. Comunque visto che non rispondevi, scartò la fede
come un paio di scarpe vecchie. Mi è successo lo stesso.
“Una volta” scrive Cross, “mentre attraversavano Chicago,
Kurt acquistò un grosso crocifisso a una garage sale, forse il
primo oggetto religioso che non abbia mai rubato, poi lo tenne
sporto dal finestrino del furgone per scuoterlo in direzione dei
pedoni e scattare una foto della loro faccia, mentre lui si
allontanava. Ogni volta che viaggiava accanto al guidatore
impugnava il crocifisso come fosse un'arma che poteva
servirgli da un momento all'altro”.
Chissà cosa aveva in mente. E poi, perché lo aveva comprato?
C'è anche una foto di lui davanti a un cartellone a Olympia, con
questa scritta a caratteri cubitali:
BELIEVE ON THE LORD JESUS CHRIST
AND THOU SHALT BE SAVED

32
Credi nel signor Gesù Cristo
e sarai salvo.
Perché questa foto? La sua espressione è indecifrabile. Chissà
cosa aveva in mente? Comunque, come ogni uomo, anche lui è
salvo. Se no Cristo avrebbe fallito.

Per un certo periodo Kurt abitò dai Reed. Abitavano in


una casa isolata di 400 metri quadrati. Il padre, Dave Reed,
attivista della Gioventù cristiana, non era un bacchettone,
suonava rock da vent'anni. Per cui i ragazzi potevano suonare
al piano di sopra. Suonavano tutto il giorno, sparare le chitarre
elettriche a tutto volume.
Per qualche tempo Kurt frequentò ancora la scuola, ma
con scarsi risultati, brutti voti. Alla fine la lasciò definitiva-
mente. Dave Reed gli trovò un lavoro in un ristorante come
lavapiatti, aiuto cuoco, assistente alle preparazioni e cameriere
a 4,25 dollari l'ora.
Ma anche in seguito dovette lavorare. Nel suo diario notava
questo:
“Lavoro part-time come uomo delle pulizie
dal quotidiano di Olympia

7 mesi da Lemmon's Janitorial, 4,50 dollari/ ora

1 anno presso il Polynesian Condominium Resort, a Ocean


Shores, 5 dollari /ora

2 estati all'YMCA di Aberdeen, 3,35 dollari / ora


maggio '86 sett '86
Bagnino, corsi di nuoto a bambini dell'asilo, babysitting,
allenatore di baseball, manutenzione. Posto estivo.

8-9mesi presso il Lamplighter Restaurant, a Grayland,


Washington, 4,25 dollari / ora
33
Lavapiatti; preparazione alimentare; pulizia; sparecchiamento
tavoli personale di sala.
E altrove:
“Ora ho un posto part-time come inserviente presso quattro
ristoranti, assieme a un altro tizio più anziano. E' un nero, e
pagato in contanti...”
Gli piaceva fare il bagnino, soprattutto perché era a contatto
con i ragazzi, e quando insegnava ai bambini di cinque o sei
anni era felice, poteva trovare l'autostima che non trovava in
altri ambienti, e coi piccini era buono, loro non lo criticavano.
Aveva persino messo su una piccola impresa chiamata:
PINE TREE
Servizio di pulizie 352-0992
cortesi, rapidi e igienici
manutenzione commerciale
Bagni; lavandini; toilette; spazzoloni; specchi; asciugamani di
carta; carta igienica.
Uffici; spolveriamo, passiamo l'aspirapolvere, spazziamo,
svuotiamo i portacenere, rimuoviamo l'immondizia e puliamo
le finestre. Ci limitiamo volutamente a un numero definito di
uffici commerciali per poter pulire personalmente, impiegando
tutto il tempo che occorre. Garantiamo un prezzo inferiore di
50 dollari rispetto agli altri servizi di pulizia. Le altre ditte
normalmente affidano percorsi con troppi edifici a singoli
individui che alla fine sono costretti ad affrettarsi da un luogo
all'altro in una corsa contro il tempo. Ma con La Pine Tree...
Sorprendente, no?
Scrive Cross:
“Fu grazie a Dave Reed, oltre a zio Chuck e zia Mari,
che iniziò a pensare di poter aver un futuro nel mondo della
musica. […] Intanto Kurt scriveva canzoni come un ossesso e
aveva già alle spalle parecchi quadernetti pieni di testi. […]
La vita a casa dei Reed era qualcosa che somigliava molto alla
famiglia che aveva perso [...] Eppure, Kurt non riusciva a
evadere psicologicamente dal senso di abbandono, eredità della
34
famiglia originaria distrutta. “Era duro con se stesso” osserva
Dave. -
I quadernetti di Kurt mi fanno pensare a un mio
quadernetto che riempivo di canzoni quando, appena giunto a
Parigi, pensavo di sfondare nel mondo della musica. Era un
quadernetto a quadretti, che ho conservato. Alcune canzoni
erano in francese, il titolo di alcune di queste: La mort est sur
le chemin – La morte è sul cammino, Te voilà endormie –
Eccoti addormentata, Quand le ciel est bleu – Quando il cielo è
blu, Tes pieds dans la boue – I tuoi piedi nel fango, Et pourtant
tu m'aimais - Eppure mi amavi...Avevo tradotto anche la
canzone di Luigi Tenco: Mi sono innamorato di te – Je ne sais
pas pourquoi je vais mourir...
Canzoni che parlavano d'amore e di morte. Per ogni
testo avevo composto una musica. Tutte le sere e la domenica
mi esercitavo, ci credevo, sognavo. Nel buio di quel periodo,
solo com'ero, questo mi teneva in vita. Ma a poco a poco, per
mia fortuna, la realtà mi raggiunse. Cominciai a rendermi conto
che, diversamente da Kurt, non avevo nessun talento. Non ce
l'avrei mai fatta in un ambiente che è quello che è, falso e
spietato. Ne soffrii, dovevo aggrapparmi a qualcos'altro per non
affondare. Non so cosa avrebbe fatto di me il successo. Credo
che mi avrebbe travolto, distrutto, sviato, e come altri avrei
cominciato a bere, e magari anche a drogarmi, forse mi sarei
anche sparato. In fondo l'ho scampata bella.

Nel marzo 1985 Kurt si tagliò un dito mentre lavava i piatti al


lavoro e scappò in preda al panico. “Doveva mettersi dei punti,
e mi disse che se perdeva il dito e non poteva più suonare la
chitarra si sarebbe ammazzato” ricorda Jesse.
Senza lavoro e con una ferita che gli impediva di suonare, si
ritirò in casa, convincendo Jesse a marinare la scuola per
passare insieme le giornate a bere e drogarsi tutto il giorno. I
35
Reed cercarono di scuoterlo, ma non ci fu nulla da fare, si
resero conto che non lo stavano aiutando.
Un pomeriggio Kurt dimenticò la chiave, e sfondò una
finestra per poter entrare. Per i Reed era la goccia che fece
traboccare il vaso. Gli dissero allora che poteva trovarsi un
altro posto per andare ad abitare.
Poco dopo la sua cacciata da casa lo raggiunse Jesse.
Prima andarono dai nonni di Jesse ad Aberdeen, poi trovarono
un appartamento a 100 dollari al mese. Era una topaia. Chi si
fosse avventurato là dentro avrebbe trovato di tutto, piatti
accumulati nel lavello, i mobili da giardino rubati, gel spalmato
su tutte le pareti, le croci rubate dalle lapidi del cimitero. Di
notte, con Jesse e gli amici, Kurt come un vampiro terrorizzava
il vicinato rubando gli attrezzi del giardino e spruzzando scritte
sui muri, come “Dio è gay”, “Abortire Cristo”, scritte senza
senso, ammise poi.
Eppure questa scritta - blasfema - Dio è gay, mi ha fatto
pensare a un episodio avvenuto il 2 agosto 2013: un quattordi-
cenne si buttava dal terrazzo del palazzo dove abitava. Preso in
giro, deriso, beffeggiato, escluso dai compagni perché gay.
Nessuno lo capiva. Ebbene, io voglio dare un senso a questo
slogan. In quel ragazzo che si toglieva la vita c'era quel Dio che
si faceva simile a lui e con lui precipitava, si sfracellava al
suolo.
Il mistero dell'incarnazione.
Il Figlio di Dio si è fatto uomo, simile a ognuno così com'è,
fuorché nel peccato, senza distinzioni. Le ha provate tutte.
Nel suo diario, più tardi , Kurt scriverà questo:
Dio è gay e anch'io lo sono.
Dio è amore, l'amore è cieco e anch'io lo sono.
Straordinaria provocazione: puro vangelo. Come capirlo?
Kurt scriverà anche questo:
Non sono gay / ma vorrei esserlo
per il solo desiderio / di far incazzare gli omofobici.

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Proprio ieri, 28 ottobre 2013, un altro studente di 21 anni si è
tolto la vita gettandosi dall'11esimo piano d'un palazzo romano.
“Sono gay. L'Italia è un Paese libero ma esiste l'omofobia e
chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria
coscienza”. Queste le parole che il giovane ha lasciato prima di
gettarsi nel vuoto. Interrogato recentemente sugli omosessuali,
papa Francesco rispose: “Chi sono io per giudicare?”

L' adolescenza disordinata di Kurt, con tutte le sue follie, i suoi


eccessi, le sue provocazioni. Ma quante verità azzeccate! Una
volta finì in carcere per essere stato sorpreso a scrivere su un
muro “Ain't got no how watchmacallit” , 'non ho quel non so
che' , dichiarazione profetica, un capolavoro dal punta di vista
grafico, e un'altra volta a Seattle per ubriachezza molesta. Non
era la prima volta. “La cella” scrive Cross, “sembrava uscita da
un vecchio film di gangster: sbarre d'acciaio, pavimento di
nudo cemento, niente aria condizionata.”
So cosa vuol dire finire in cella.
Al commissariato, per via d'un infame sacerdote, manette ai
polsi, come fossi un pericoloso delinquente, mi portarono alla
prigione delle Murate. Là mi fecero firmare un foglio, mi
spogliarono. Si svolse tutto così rapidamente che mi sembrò di
fare un brutto sogno, ma la tenuta del carcerato che mi misero
addosso - ero un ragazzino - la porta chiusa, le sbarre alla
finestra, il bugliolo in un angolo, i graffiti sui muri, la puzza, le
guardie che passavano a spiarmi, tutto questo mi fece realizzare
che non stavo sognando. Venti giorni di neri pensieri...e di odio
per tutto ciò che puzzava la religione. E' un episodio che ho
raccontato in “Dalla strada”. Il comportamento vigliacco di
quel religioso segnò una svolta nella mia vita. Da quel giorno
divenni anticlericale.
Ecco perché capisco Kurt, me lo sento vicino, fratello,
amico. Mi fido di lui, come mi sono fidato di Morrison, che ho
amato. Pur capace di cose abominevoli e di tutti gli eccessi è
vero, sincero. Al suo posto in tante circostanze avrei fatto lo
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stesso. Ho provato lo stesso suo logorante bisogno di affetto.
Quand'è così non c'è Dio che tenga. Dio solo non basta. Uno ha
bisogno di sentirsi amato in carne ed ossa, anima e cuore. Di
Kurt si potrebbe dire ch'era uno squilibrato. Sì, lo era. Ma chi
può dirsi equilibrato? Squilibrato lo sono anch'io, circondato da
altri squilibrati. Rimbaud, Morrison, Nietzsche, Baudelaire,
Van Gogh, Caravaggio e tanti altri erano squilibrati, pazzi. Tra
questi pazzi si possono annoverare i mistici d'ogni religione,
come questi folli di Dio, i sufi Hallâj, Rumi, e lo stesso
Francesco d'Assisi. Tutti hanno cercato una loro via di fuga.
Chi nel buon senso, nella giusta direzione - ma senza nessun
merito, siccome tutto è grazia – e chi nel senso opposto, nella
direzione sbagliata. I due opposti però si ricongiungono. Le
opere d'arte scaturiscono dallo squilibrio, dalla follia, come la
santità. Kurt senza quel suo squilibrio, quella sua follia, quel
suo logorante bisogno di affetto non avrebbe mai creato nulla.

Da poco Kurt aveva formato una sua band, con la quale


aveva inciso un piccolo demo con sopra Spank Thru, che a
Krist sembrò un pezzo davvero buono. Shelli Dilly, la ragazza
di Krist, era amica di Kurt sin dal liceo. Di nuovo senza tetto
gli permisero di dormire sul furgoncino Wolkswagen di Krist.
“Verificavo sempre che avesse abbastanza coperte per
non morire di freddo” dice Shelli, e siccome lavoravo dal
McDonald's, quando lui passava di là gli passavo gratis da
mangiare”. In quel periodo Kurt passava il pomeriggio a
leggere o a dormire alla biblioteca della Timberland Library di
Aberdeen. Un giorno, la bibliotecaria Hilary Richrod sentì
bussare alla porta di casa sua. Dallo spioncino vide un ragazzo
alto dagli occhi rossi e Kurt, che riconobbe.
“E' lei la signora degli uccelli, vero?” chiese Kurt.
Sì, era lei, che gestiva l'organizzazione di salvataggio dei
volatili selvaggi di Aberdeen. Kurt aveva trovato l'uccello con
un'ala spezzata sotto il ponte di Young Street. Rimase a
guardare mentre lei lo curava, poi guardandosi attorno vide una
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chitarra, probabilmente del marito, che valutò essere una Les
Paul, una copia ma molto vecchia. Offrì di compragliela, ma
non era in vendita. Poi stette ancora a guardare mentre la
signora muoveva adagio l'ala per valutare il danno. “E' ferito,
vero?”chiese Kurt. In cucina Hilary Richrod teneva due succia-
capre e gli spiegò ch'erano persino finiti in un articolo di prima
pagina dell'Aberdeen Daily World.
“Io suono in un gruppo” disse Kurt, come se fosse cosa
nota, “ma non finirò mai in prima pagina sul Daily World.
Quegli uccelli mi battono alla grande”.
Nonostante fosse tante volte rompiscatole, odioso e violento,
come non voler bene a un ragazzo così? Era sensibile, troppo
sensibile. E' questo che lo fregava, lo faceva soffrire. Viveva
un po' come un animale braccato. Anche dopo, con il successo,
non si sentirà mai a casa in nessun posto, perennemente in
cerca. Di che cosa? Di qualche cosa che lo rendesse felice, che
lo facesse magari anche soltanto sorridere, come sorrideva
felice quand'era bambino.
Una vita da nomade, da vagabondo, da sbandato, da ragazzo di
strada, col cuore e l'anima sempre affamati. Inguaribile.
Capisco tutto questo! Anch'io non mi sono mai sentito a casa in
nessun posto. Ancor oggi, qui in convento.
Dire che, se avessero avuto la grazia, sia Morrison che
Cobain sarebbero diventati dei dinamitardi, dei dinamitardi di
Dio, come fu Francesco, armato del Vangelo e dell'Amore.
Non ho mai conosciuto nessuno che avesse la stessa volontà di
seguire Cristo fino in fondo come loro di scendere fin giù
all'inferno.
Kurt, come Jim, cercava il paradiso, voleva d'un orgasmo, di
un'estasi senza fine. A Parigi, è l'eternità che andavo cercando
anch'io. Vivere in uno stato di grazia senza fine.

39
4

COBAIN SONO IO

Nel sole nel sole mi sento intero nel sole


Nel sole nel sole sono sposato, sepolto.
(In Primary)

Arrivato a questo punto non so più come andare avanti.


Mi sveglio di notte per prendere appunti, buttar giù una frase
che il mattino cestinerò. Kurt...durante il giorno lo penso.
Quello sparo. Quel corpo disteso a terra con la canna del fucile
contro il palato. E' come se quella pallottola mi si fosse
conficcata nel cervello.
Cosa avrei fatto per salvarlo?
E poi perché salvarlo? Da che cosa? Per portarlo al di qua d'un
vivere monotono, senza amore, con gente che non pensa che a
star bene, a far denaro...e poi?
Solo Dio poteva salvarlo, ma non ha mosso un dito, come non
ha mosso un dito nemmeno ad Auschwitz, è rimasto a
guardare.
Ma l'anima...
A un certo punto Kurt si era dato al buddismo. Nel sorriso del
Budda cercava quella serenità che gli mancava, la pace, la
risposta alle sue angosce, alle sue paure, alle sue insicurezze. In
fondo era rimasto un bambino, anche nel modo di odiare, di
ribellarsi, di amare. Aveva sete di consolazioni, di tenerezza.
Ma nulla lo soddisfaceva, gli dava quella gioia che provava se
non a sprazzi. Diventato famoso, durante i tour, provava
nostalgia, non vedeva l'ora di tornare a casa. Ma quale casa?
Quella della sua infanzia. Così in SLIVER, che registrò l'11

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luglio 1990 in cui narra la storia di un bambino abbandonato
presso i nonni e che non vuole che i genitori si lascino. Prega la
nonna di portarlo a casa, poi mangia purè a cena, ha problemi a
digerire la carne, cerca di guardare la tv ma si addormenta. La
canzone finisce col bambino che si sveglia tra le braccia della
madre:
Mom and Dad went to a show
Dropped me off at grandpa Joe's
I kiked and screamed, said please, oh no
Grandma take me home
[...]
After dinner, I had ice cream
I fell asleep, and watched tv
Woke up in my mother's arms
Grandma take me home

Mamma e papà sono andati a uno spettacolo


Mi hanno fatto addormentare da nonno Joe
Ho scalciato e ho strillato, ho detto per favore
Non andate (oh no)
Nonna portami a casa
[…
Dopo cena, ho mangiato un gelato
Mi sentivo addormentato e ho guardato la tv
Mi sono svegliato fra le braccia di mia madre
Nonna portami a casa

Questo suo infantile disperato “Nonna portami a casa” è


un grido che ripete più e più volte con quella sua voce che gli si
rompe in gola. Kurt ha sempre avuto nostalgia di casa, del
periodo felice quando i genitori stavano ancora insieme e si
amavano. “Per lui i genitori erano divinità, adesso erano idoli
infranti, falsi dèi di cui non doveva fidarsi” scrive Cross.

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Dicevo: cosa avrei fatto per salvarlo? Eppure uno può essere
salvato anche dopo morte. Non solo. Da maledetto uno può
diventare salvatore, salvatore d'anime. Come i santi. E'
successo dopo aver scritto “La passione di Morrison”. Alla sua
lettura certuni si sono avvicinati a Cristo, non dico alla Chiesa.
Non lo avrei mai immaginato. Un giovane lavoratore, venti-
duenne, bestemmiatore, “dopo questa lettura non bestemmia
più” mi dice il ragazzo che gli ha fatto leggere il libro. Sul
braccio si è fatto tatuare il titolo d'una sua canzone: Riders on
the Storm. Un altro giovane mi scrive:
“Sono meravigliato dell'opera di un uomo di Chiesa nel
riconoscere nella vita di Morrison, la divina spiritualità. Jesus
save us, urlava nel suo tragico percorso di passione...”
Un quarantenne, padre di famiglia:
“Il tuo libro su Jim mi ha fatto pensare, tu vai dritto al
punto e metti nero su bianco un torrente di emozioni, di spunti,
di provocazioni. Ci ho trovato tanto dei miei dubbi e delle mie
inquietudini, tanti pensieri che mi hanno colpito, perché sono
stati e sono anche i miei pensieri; e mi sono un po' spaventato
ritrovarmi lì, come se alcune cose le avessi scritte io...anche se
la mia storia è così diversa da quella che intuisco essere la tua,
e quella di Jim e di miliardi di altre persone che però hanno la
stessa sete in fondo al cuore...Mi ero illuso di aver trovato la
sorgente, quanto sono stato presuntuoso...”
Che dire? Jim si aggira ancora nella mia mente, come l'anima
di uno di quei pellerossa – dopo un incidente stradale – era
entrata nella sua. Mi è servito per aiutare molti a conoscere di
più se stessi, a scoprire quella parte di sé che rimane scono-
sciuta, come addormentata, sepolta nella parte più intima
dell'anima. Così è stato per me mentre scrivevo.
E adesso, con Kurt?
Dopo aver scritto “Madame Bovary” chiesero al suo
autore, Flaubert, chi fosse madame Bovary. Rispose: “Sono
io”. Così posso dire anch'io mentre scrivo queste pagine: Kurt
Cobain sono io. Sempre in fuga da se stesso, dall'infelicità che
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si porta dentro. Mi fa paura, perché scopro ciò che da sempre
mi è rimasto giù giù in fondo all'anima. Tante volte provo
anch'io lo stesso odio, la stessa rabbia per ciò che mi circonda.
Falsità. Avidità. E allora sì che mi vien voglia di saccheggiare,
di fare tutto a pezzi. Non lo faccio perché sono un pusillanime,
un vigliacco. Mi faccio schifo. E tuttavia porto in me infinite
dolcezze, e abbastanza tenerezza e amore per incendiare il
mondo fino alle stelle. Dolcezze e furori si contendono la mia
anima. Come l'acqua e il fuoco si combattono, come il vizio e
la virtù, il bene e il male. Indissociabili. Ritrovo tutto questo in
Kurt. Nel suo più intimo, però, a che cosa aspirava? Nel suo
diario scriveva:
Fare l'amore
Fare poesia
Esplodere, correre attraverso l'universo

Come un fotone, come una pioggia


Di fiamme gialle...

Morrison lo capirebbe:
Tu vuoi l'estasi
Il desiderio & i sogni.

Per Jim celebro ogni tanto una messa. Fosse solo per questa
potente preghiera, che solleva l'universo fino al cielo, lui è
salvo. Ora, cosa succederà con Kurt Cobain? So solo che devo
andare avanti, anche se ciò che mi attende è terribile. Mi
spaventa. Ma poi di che cosa avrei paura? Per quanto un uomo
possa commettere, ecco cosa fa dire Dostoevskij allo starec
Zosima ne “I fratelli Karamazov:
“Fratelli, non abbiate paura del peccato degli uomini,
amate l'uomo anche nel peccato, giacché appunto questo è a
somiglianza dell'amore di Dio, ed è il vertice dell'amore su
questa terra”.
Tutto si ricongiunge in Dio.
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IL SUO PRIMO VERO AMORE

Alla mensa dei poveri

Kurt scoprì il punk rock verso la fine del 1983. Il


mondo gli si allargava. In estate vide i Melvins, un concerto
che avrebbe cambiato la sua vita. Era quello che cercava. Ma è
soltanto nel 1986 che li conobbe. In settembre, Wendy prestò
duecento dollari a Kurt, che gli permise di prendere in affitto la
sua prima casa, poco distante da sua madre. A diciannove anni
Kurt ne sentiva ancora il bisogno, non riusciva a staccarsene.
La casa non era che una catapecchia, nei pressi
dell'Esercito della Salvezza...dove io invece, per alcuni giorni,
durante il mio “soggiorno” romano, a San Lorenzo, avevo
trovato un posto letto in cui dormire tra due lenzuola. Lì ero al
riparo, ma ogni sera mi toccava stare in mezzo a miserie senza
nome e promiscuità d'ogni sorta. Esseri d'ogni età, naufraghi,
relitti, e peggio ancora, dei morti vivi. Volti anonimi, cuori
spaccati, anime vuote. Accanto al letto c'era un armadio
metallico con un grosso catenaccio per depositare lì le poche
cose che uno possedeva. Il mio vicino di destra era un tipo
d'una sessantina d'anni con una lunga barba grigia, che
sopravviveva facendo ogni tanto la comparsa a Cinecittà, di
questo e d'altro, di vino e di mendicità. Il vicino di sinistra un
taciturno, senza età, non possedeva nulla, puzzava la malattia,
la morte, e una gran tristezza. Lì dentro sembravo un bambino.
Mi sentivo più toccato dalla pietà verso questi esseri che non
verso me stesso. Con tutto questo mai un lamento, neppure
una bestemmia, il silenzio, ma quel silenzio che nasce dal
vuoto, distaccato da ogni speranza, senza rassegnazione né
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disperazione. Una notte, il vecchio taciturno morì. Non una
parola, un rantolo, come un cero consumato. Me ne accorsi al
mattino. Nonostante mi fossi assuefatto alla miseria, alla
bruttezza e alla solitudine, quell'uomo morto, solo, in silenzio,
mi impressionò. Dove l'avrebbero buttato? Se non nella
discarica nella fossa comune, ch'era poi lo stesso.

Se Kurt non è mai stato a vivere sotto il ponte di


Aberdeen, a causa della marea, racconta Krist, “secondo i
locali è stato sotto il ponte della Sesta” scrive Cross, “un tratto
coperto molto più largo a meno di un chilometro di distanza,
che attraversava una piccola gola ed era frequentato dai
barboni della città”. Se anche questa versione non è vera, gli è
successo più volte di dormire chissà dove e frequentare i
bassifondi di Seattle anche quando era ormai celebre in cerca di
droga. Di persone, tipo quelle che stavano con me in quel
dormitorio all'Esercito della Salvezza, ne avrà incontrate anche
lui. Ma lui stesso faceva spesso la vita di un barbone, come
Morrison capace, certe notti, di andare a sbevazzare con i
clochard sotto i ponti di Parigi, e il pomeriggio del giorno dopo
assistere alle riprese di un film con Catherine Deneuve.

La catapecchia divenne sede di feste, e alla fine, luogo


di ritrovo di band. Come coinquilino scelse Matt Lukin dei
Melvins, che capitavano spesso di là, e visto che il salotto era
pieno di strumenti, improvvisavano delle session. Per pagare
l'affitto Kurt dovette trovarsi un lavoro, come portiere al
Polynesian Condominium Resort della vicina Ocean Shores.
Dormiva in corriera, nelle stanze del motel. E appena la gente
partiva saccheggiava ciò che era rimasto nel frigo.
Nel 1987 Kurt seguì i Melvins come roadie una decina
di volte nei concerti a Olympia, e una volta anche fino a
Seattle. Era lui che portava gli strumenti e andava al lavoro la
mattina seguente. Ma non cessava di esercitarsi appena aveva
un secondo libero. Faceva progressi strabilianti. Sperava di
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suonare con la band. Una volta gli chiesero se voleva suonare
con loro a Olympia. Per la prima volta si esibì davanti a un
pubblico pagante, ma invece di esibirsi con la chitarra lesse
poesie.
Conobbe Tracy proprio in quel periodo, periodo in cui,
asserisce Tracy, Kurt ingeriva notevoli quantità di LSD. Fu uno
dei periodi più lunghi e smodati di tossicodipendenza. Quando
non aveva soldi per l'erba, l'acido o la birra, tornava ad
annusare bombolette. “Si faceva di brutto, droga, acido, tutto”
osserva Novoselic. “Era strafatto già in pieno giorno, ridotto da
schifo”.
Inoltre continuava a parlare di suicidio e morte precoce. Alla
domanda:
“Cosa farai a trent'anni?” Rispondeva:
“Non mi preoccupo cosa farò quando avrò trent'anni,
perché non ci arriverò mai”.
Sembrava un suicida, camminava come un suicida, e parlava
sempre di suicidio, così se lo ricorda Ryan Aigner, che abitava
a un isolato di distanza.

Sempre bisognoso di soldi, lavorava in un complesso turistico,


poi ogni tanto anche come installatore di moquette, ma sempre
con la paura di farsi male alle mani col coltello a doppio taglio
usati per la moquette. Si sarebbe ammazzato se non fosse più
stato capace di suonare. Nel tempo libero passava ore a
esercitarsi, a scrivere canzoni, a scarabocchiare i testi sul
taccuino. Lui e Krist cominciarono a suonare con un vicino
batterista, Aaron Burckhard. Fu l'incubazione dei Nirvana.
Buzz, dei Melvins, a un certo punto gli annunciò che
scioglieva la band. Non era vero. Si trasferiva soltanto in
California. Kurt si sentì fregato. Ma fu un bene per lui, perché
già oltre il modello, lo liberava per sviluppare la sua propria
voce, un suo spazio artistico. Così Lukin fece le valigie. E Kurt
rimase per un po' senza coinquilino fino a quando arrivò ad
Aberdeen Dylan per aiutarlo a posare moquette. Dylan -
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brillante, talentuoso, cordiale, anche se pronunciava frasi
oltraggiose su religione, razze e politica - divenne uno dei suoi
amici più cari fino alla fine.
Cross:
“Con una band, un nuovo amico del cuore e qualche
grande pezzo, fu un Kurt più ottimista quello che salutò il 1987
e il ventesimo compleanno. E poco dopo, incredibilmente,
sbocciò la sua vita sessuale allorché Tracy divenne la sua
ragazza. […] Tracy era la ragazza ideale per il ventenne Kurt, e
sarebbe stata un passaggio importante nel suo cammino verso
la maturità. Era di un anno più vecchia di lui, era stata a
centinaia di concerti punk e sapeva parecchio di musica,
immenso incentivo sessuale per Kurt. Capelli scuri, corpo
procace e occhi grandi di un marrone impressionante quanto
l'azzurro di quelli di Kurt, era una bellezza semplice con un
carattere alla mano…Fin dall'inizio Kurt sentì di non meri-
tarsela. Già nelle prime fasi della loro storia si fecero vive le
sue ferite interiori e la sua abitudine alla fuga. Una delle prime
volte che andarono a letto insieme, vedendolo nudo, lei
esclamò: “Dio, quanto sei magro!”. Non poteva saperlo, ma era
la cosa più tremenda che poteva dirgli e lui reagì vestendosi in
fretta e uscendo di corsa. Però tornò”.
Me lo vedo Kurt che scappa tutto vergognoso come un
bambino. Come se avessero detto a me: “Dio, che capelli rossi
che hai!” Tracy doveva essere un ragazza in gamba, un po'
come la mia Caroline, a Parigi, non così procace, ma
ugualmente semplice, buona, e alla mano.
Tracy è ancor oggi una bella donna. Vive sempre a
Olympia dove Nick Broomfield è andato a trovarla. Dapprima
lei gli mostra i bambolotti che Kurt aveva creato per lei, e un
suo autoritratto, uno scheletro.
“Pensava di essere più o meno così, dice Tracy. “Pesava
solo 55 chili. I suoi compagni di scuola lo prendevano in giro, e
gli chiedevano se fosse gay, perché era così esile. E' per questo
che indossava molti vestiti, anche se non stava comodo, aveva
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una super imbottitura, metteva più strati a volte, due mutandoni
con jeans strappati, e due magliette, una sportiva e una di
flanella, e un giubbotto.”
Nella sua camera mostrò a Nick un altro quadro.
“Che cos'è?” chiese Nick.
“Sembra un feto, un embrione”.
“Era affascinato da un intero processo della nascita?”
“Trovava la cosa piuttosto oscena, tutto quel sangue...lo
trovava disgustoso, aveva lavorato nello studio di un medico”.
Nick:
“Com'era vivere con lui?”
“Era divertente, aveva il senso dell'umorismo, si lavava
molto, faceva le pulizie, gli piaceva fare scherzi, cucinava
bene”.
“Gli hai fatto un po' da madre”.
“Forse sì”.
“Pensi che in qualche modo cercasse una madre...”
“Credo in parte sì, che gli sia mancata. Quando ci siamo
conosciuti stava cominciando a riallacciare i rapporti con lei”.
“E' vero che a un certo punto gli hai detto che doveva
trovarsi un lavoro? E lui ti ha risposto che piuttosto avrebbe
dormito in macchina?”.
“Sì, allora ho detto niente macchina, devi stare qui,
scrivere le tue canzoni e suonare sempre”.
“Diciamo che sei stata la fautrice dei Nirvana”.
“Sì, più o meno, in un certo senso si può dire così.
Sarebbe stato più difficile se avesse avuto un lavoro e avesse
dovuto mantenersi da solo”.
“E' vero che la canzone About a girl in cui dice: - Non
posso passare tutte le notti con te, voglio essere libero - parla di
te?”
“Non me lo ha mai detto, ma x mi ha detto che
Courtney lo pensava. E' una bella canzone, mi piace molto”.
Dicendo questo le si illuminano gli occhi, due occhioni
stupendi che sembrano contenere tutto l'amore che ebbe per
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Kurt. Il suo primo vero amore prima che diventasse famoso. Li
vedo tutti e due in una foto da cabina automatica al Woolworth
nel 1988. Era un periodo in cui Kurt portava una sciarpa
attorno alla testa. Nel servizio di Nick lo si vede anche alla
festa di famiglia nel Natale 1987, c'è sua zia Mari. In questo
periodo stava lavorando alla canzone BLEACH. Non credo sia
mai stato così felice come allora. Osservando Tracy, durante
l'intervista, nel modo in cui ne parla, mi dà l'impressione di una
donna che amava davvero Kurt, con tutto il cuore, e lo ama
ancora. Quel suo sorriso, quei suoi occhioni che le si
illuminano, quella sua tenerezza quando parla di lui...E' una
donna che avrei amato anch'io, ma io non l'avrei mai lasciata
per nessun'altra. Se Caroline fosse vissuta non mi sarei certo
fatto frate.
Quanto ad About a girl Kurt la scrisse, la cantò e suonò
per la prima volta davanti a Tracy, ma non ammise mai che
parlava di lei, e invece le disse: “Compongo quel che mi passa
per la testa, non scrivo niente su di te o altri”. Naturalmente
mentiva. “Era come un ragazzino delle medie” nota Cross,
“che lascia il regalo di san Valentino a una ragazza, senza aver
il coraggio di firmarlo. Ma la canzone piacque a Chad e a Krist,
che divenne un pezzo importante nello sviluppo di Kurt come
compositore. Era talmente melodica che nelle prime esibizioni
il pubblico la scambiò per una cover dei Beatles”.
Nell'aprile del 1987, dopo il primo concerto a
Richemond, Kurt lasciò definitivamente Aberdeen dove poi
sarebbe tornato di rado, e si trasferì a Olympia per andare a
vivere con Tracy. Il primo mese cercò lavoro e dava una mano
in casa. Avevano cinque gatti, quattro ratti, un cacatua, due
conigli, più le tartarughe. La casa puzzava come puzza un
negozio di animali. Scrive Cross:
“Era affascinato dal cruento” ricorda Tracy. E anche se
parlava di rado di religione (“Penso che credesse in Dio, ma
più che altro nel diavolo”secondo Tracy), sulle pareti spicca-
vano croci, e altri simboli religiosi, e gli piaceva rubare nei
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cimiteri statuette di Maria Vergine per dipingerci lacrime di
sangue sotto gli occhi. Tracy era di educazione luterana e quasi
tutte le discussioni di sfondo religioso riguardavano l'esistenza
di Dio in un mondo tanto pieno di orrori – chiacchierate in cui
Kurt sosteneva la forza dominante di Satana”.
Le statuette di Maria Vergine mi ricordano la Madonna
di Siracusa che piange lacrime di sangue. E della forza
dominante di Satana, che dire? Incontro pie persone che
parlano più volentieri del diavolo che non di Gesù Cristo. Tanti
mi vengono a dire che “visto quel che avviene di brutto e di
violento nel mondo, tutto fa pensare che il diavolo sia ovunque.
Sì, è ovunque. Sta all'entrata dei cinema tra la gente che fa la
coda, sugli schermi, su internet, nelle strade dove il vizio si
erge a commercio, nei club, nelle case, nei palazzi, nelle
assemblee, nei partiti, tra le pagine dei libri, sui giornali, alla
tv, nelle parole, persino nell'uso cinico del bel parlare, e nei
templi dove si ruba, si contende, si fa moltiplicare il denaro,
nelle sale da giochi, ma non solo. Circola anche nelle chiese,
nelle sinagoghe, nelle moschee, e persino nei conventi, nei
monasteri, anche e soprattutto in Vaticano.
Ricordo che un giorno padre Guglielmo raccontava di
quel monaco che vide in sogno due diavoli sulle mura della
città – bastavano – ma centinaia sulle mura del convento. Mi
raccontava questo nel chiostro, intento a far corone. Ridendo
dissi: “Attento Guglielmo” e feci il gesto come per sparare un
colpo di fucile, “ne vedo uno là sul tetto”.
Guglielmo: “Il nostro fucile è il rosario, o la croce. E' la sola
arma che fa fuggire il maligno, così scaltro...”
Sulle pareti di casa, lì da Tracy, spiccavano croci...e quelle
statuette di Maria Vergine...
Nel libro di Giobbe leggiamo questo:
“Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti
al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore
chiese a satana: “Da dove vieni?”. Satana rispose al Signore:
“Da un giro sulla terra, che ho percorsa”. Il Signore disse a
50
satana: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è
come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno
al male”. Satana rispose al Signore e disse: “Forse che Giobbe
teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui
e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro
delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi
un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in
faccia!”. Il Signore disse a satana: “ Ecco, quanto possiede è in
tuo potere, ma non stender la mano su di lui”.
Satana si allontanò dal Signore. -
Così Giobbe fu tentato in tutti i modi.
Bisogna ricordarsi però, che Satana non è che un vinto.
Può sembrare che domini, ma è già sconfitto da quel Cristo in
croce. Può pure impadronirsi di un corpo, mai di un'anima,
proprio perché – come scrive Thomas Merton – “in ogni anima
c'è un punto vergine che rimane intatto dal peccato e
dall'illusione, un punto di verità, un punto o scintilla che
appartiene interamente a Dio, inaccessibile alle fantasie della
nostra mente e alle brutalità della nostra volontà. Questo punto
di nullità e di povertà assoluta è la gloria di Dio in noi. […] E'
come un diamante puro che risplende della luce invisibile del
cielo. E' in tutti, e se potessimo vederlo, miliardi di punti di
luce simili allo splendore del sole farebbero svanire ogni
oscurità e crudeltà della vita dalla faccia della terra”.
E' questa luce che io vedo in Kurt.

Quando abitava con Tracy, curiosamente, a Kurt


piaceva cucinare. E per lei cucinava il suo piatto preferito: il
pollo alla vaniglia, oppure fettuccine Alfredo. Nonostante
mangiasse tutto quel che avrebbe fatto ingrassare chiunque, lui
non aumentava di un grammo.
“Gli si vedevano le ossa dell'anca e aveva le ginocchia
sporgenti. Non portava mai pantaloni corti a meno che facesse
davvero caldo, perché si vergognava della sue gambette”
ricorda Tracy. “Una volta arrivò in spiaggia vestito con
51
pantaloni lunghi, maglietta a maniche lunghe, e due felpe.
Cercava di sembrare più grosso”.
Cross:
“L'unica cosa in vita sua che riusciva a farlo sembrare
più grosso era la musica, e nell'estate I987 la band faceva passi
avanti”.
Ormai Kurt e Krist erano vecchi amici, sempre in cerca
di un batterista che li avrebbe soddisfatti.
Il primo fu Dale Crover, dal 1987 al 1988.
Il secondo Dave Foster per pochi mesi nel 1988.
Il terzo Chad Channing dal 1988- al 1990.
Finalmente trovarono Dave Grohl. Alla prima audizione, “dopo
un paio di minuti capimmo che era il batterista giusto per noi”
disse Krist.
Fino al 1990, i Nirvana si fecero le ossa, suonavano un
po' dappertutto dove erano invitati, caricando i loro strumenti
sul camper, suonavano gratis. Crover diceva a Kurt che doveva
farsi pagare, almeno 10 dollari per la benzina. La band sceglie
definitivamente il nome di Nirvana nel 1987, che significa,
disse Kurt, il raggiungimento della perfezione.
Per il Budda la sofferenza è nascere, invecchiare,
ammalarsi, essere separati da ciò che si ama, non realizzare il
proprio desiderio. La causa della sofferenza è la sete che porta
di reincarnazione in reincarnazione, accompagnata da piaceri
sensuali, e che soltanto a volte, qua e là, viene placata.
Eliminando questa sete – che porta di reincarnazione in
reincarnazione - si elimina la sofferenza. Questa eliminazione
è il Nirvana. “In quel periodo Kurt si riteneva buddista” scrive
Cross, “anche se la sua unica professione di fede era consistita
in un documentario televisivo in piena notte.
Nel Diario, Kurt presenta così i Nirvana:
“I NIRVANA sono di Olympia, Washington, a 60 miglia
da Seattle. Il chitarrista e cantante dei Nirvana (Kurt Cobain) e
il bassista (Chris Novoselic) sono di Aberdeen, a 190 miglia da
Seattle.
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La popolazione di Aberdeen consiste di ipocritissimi
buzzurri masticatori di tabacco ammazzacervi sterminafinocchi
boscaioli che “non ci vanno troppo per il sottile con i tipi
strani”. (Chad) il batterista viene da un'isola piena di ragazzini
ricchi sfondati strafatti di LSD.
I NIRVANA sono un trio che suona hard rock con
sfumature punk.
Normalmente non hanno un posto di lavoro.
Quindi possono cominciare un tour in qualunque
momento.
I NIRVANA non hanno mai suonato né Gloria né Louie
Louie. (1) Né hanno mai dovuto riscrivere queste canzoni e
chiamarle proprie.
I NIRVANA stanno cercando la possibilità di registrare la
propria musica o di avere un prestito di circa 2000,00 dollari.-
(1) Louie, louie, classiche cover da rock-band di provincia.

Dal 1987 fino al 1990 per i Nirvana fu davvero dura. Di


concerto in concerto, spesso davanti a poche persone o addi-
rittura nessuno in sale con una pessima acustica. Kurt era molto
meticoloso quando la band si metteva in viaggio. Nel suo
diario notava:
A OGNI fermata bisogna controllare
1. olio
2 . acqua
3 . pressione dell'aria
4 . trasmissione
5 . liquido batteria
6 . lubrificante freni
7 . portapacchi
8 . fari
9 . gancio di traino
10 . lavare il furgone
11 . tubo del radiatore
12 . finestrini

53
Chiudere a chiave tutte le portiere
VIETATO far entrare ospiti, fan, membri di altri gruppi, ecc.
VIETATO qualunque stazione di servizio che non sia Exxon.
Nessuna eccezione.
Ogni 400 miglia controllare la pulizia del furgone e
l'equipaggiamento tecnico.
Trovare un posto sicuro dove fermarsi e scaricare ogni singolo
pezzo dell'equipaggiamento dal furgone: fare riferimento
all'opuscolo Equipaggiamento elettronico musicale che c'è nel
cruscotto.

O anche:
SUPERARE quando sei entro 200 piedi dalla macchina
SEGUIRE a una distanza di 20 piedi per ogni miglia orarie di
velocità nella zona
METTERE LA FFRECCIA a 100 piedi prima della svolta
PARCHEGGIARE in discesa con le ruote girate verso il
marciapiede.
Disordinato in casa e trascurato nel vestirsi, qui Kurt si mostra
preciso, come uno che sta passando l'esame per la patente di
guida. Quando guidava era molto prudente, guidava piano.
Questo può sembrare strano per un ragazzo svitato com'era lui,
che sul palco, quando le cose non andavano nel verso giusto,
furioso, era capace di sbattere per terra la sua chitarra e farla
pezzi, e distruggere tutto quel che gli capitava sotto mano,
demolire anche la batteria. Eccetto una volta con Crover. Se
l'avesse fatto lui lo minacciò che lo avrebbe fatto nero. Più
tardi, nel suo diario scriveva così al padre:
“Sette mesi fa ho deciso di mettermi in una posizione
che richiede la massima responsabilità che non dovrebbe essere
imposta. Ogni volta che vedo un programma televisivo con
bambini che muoiono o la testimonianza di un genitore che ha
perso un figlio di recente, non riesco a trattenere le lacrime. Il
pensiero di perdere la mia bambina mi spaventa ogni giorno.

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Sono persino nervoso a portarla in macchina per paura di fare
un incidente...”
Che padre tenero! Con la sua bambina era felice.

Succedeva che Tracy accompagnasse la band con la sua


auto. O che dormissero nel furgone, o anche in qualche camera
d'albergo d'infima categoria, per risparmiare. Una volta Kurt e
Krist si trovarono a dormire nello stesso letto, rannicchiati,
scaldandosi a vicenda.
Questo succedeva anche a me durante un tour in pieno
inverno. Tante volte dormivamo anche noi nel furgone. Una
sera, in un paese di montagna giù in Puglia, dopo lo spettacolo,
capitammo in una trattoria con solo due stanze a disposizione
per la notte, per cui a me e al ragazzo che cantava con me ci
toccò dormire in una cameretta, ch'era piuttosto uno stanzino
con quel che sembrava un letto a un posto.
“Tanto siete giovani” ci disse il capo. Faceva così
freddo che c'infilammo sotto le lenzuola quasi senza svestirci,
appiccicati l'un all'altro come due cagnolini.

“Spesso” scrive Cross, “dovevano scegliere tra comprare da


mangiare o far benzina. Quasi tutti si adattavano, ma Kurt
l'odiava. Pareva che avesse un fisico debole, si ammalava
facilmente. E quando stava male faceva star male tutti quanti”.
Il suo mal di stomaco lo tormentava. Non riusciva a guarire.
Divenne il suo tormento, la sua croce. Una volta, siamo già
nell'89, come per tutte le date, ebbero grossi problemi a trovare
i soldi per la benzina. Dopo un concerto, andarono a mangiare
alla mensa dei poveri, gestita dagli Hare Krishna. Kurt era
veramente schifato. Mentre gli altri mangiavano come lupi la
zuppa gratis, Kurt non voleva mangiare. Demoralizzato volle
uscire. Era depresso. C'era di che: Hare Krishna, pubblico di
dieci persone, elemosina per la benzina, un fallimento. Non se
lo avrebbe mai immaginato. Quella sera dormirono tutti per
terra nel monolocale di un amico.
55
Alla mensa dei poveri: Dio, che ricordo!
Un giorno, a Roma, affamato, mi indicarono una mensa
popolare dai Francescani in via Boncompagni. Ero un
ragazzino. Barboni, sbandati, poveri d'ogni categoria, facevo
parte di quella gente ormai. C'era un tipo, un sudicione che
parlava della sua vita, delle sue avventure amorose, dei suoi
vizi, delle sue malattie veneree come fossero medaglie al
valore. Linguaggio crudo, sporco. Mandai giù in fretta la
scodella di minestra con il pane che ci inzuppavo dentro,
mentre quello proseguiva con le sue oscenità, diceva di avere
lo scolo, la sifilide, si grattava sotto e puzzava come una
carogna. Ma tutti si grattavano, puzzavano come carogne, non
c'erano che le piattole che si deliziavano là dentro. Scappai via
disgustato, ma ci sarei tornato, si incassa tutto pur di sfamarsi.

Kurt, però, sapeva dove tornare quando non ne poteva


più. Dopo il concerto telefonò a Tracy per dirle che voleva
tornare. Ritrovare Tracy fu meraviglioso. Gli era mancata
tanto. Era una delle poche persone con cui poteva aprirsi. In
agosto scrisse a Jesse Reed per dirgli quanto grande era la sua
fidanzata: “La mia fidanzata ha una Toyota Tercel nuova, del
1988, ha un forno a microonde, un frullatore, una centrifuga e
una macchina espresso. Sono viziatissimo”.
Per lui la Tercel era una macchina di lusso.

56
6

AMORI SBAGLIATI

Hello, hello, hello, how low?


Quanto mi sento giù?

L'amore così tanto


mi fa male (in Aneurysm)

E' successo anche a me in quell'anno 1986. Quando ci


penso mi dico: ma che stupido! Eppure quando ti innamori così
della persona sbagliata perdi la testa. Proprio perché ti rendi
conto che non è la persona che fa per te, ti intestardisci,
spasimi, languisci, soffri tutte le pene di questo mondo, perdi
l'appetito, non esci più di casa, sperando che lei ti chiami, come
faceva Kurt, che non usciva più di casa, nell'attesa spasmodica
che lei lo chiamasse, cosa che lei faceva di rado.
Dopo la scuola rientravo in fretta a casa, e aspettavo che
il telefono squillasse, andando avanti e indietro nervosamente,
con un'ansia sempre più crescente, e tante volte mi veniva da
piangere: “Perché non mi chiama?” E alla fine mi accontentavo
di briciole. Lei non era innamorata di me. E come Kurt anch'io
mi mettevo a scrivere canzoni, canzoni tristi, arrabbiate, intrise
d'amore e di odio. La sola che mi avesse mai amato era stata
Caroline, come per Kurt credo sia stata Tracy.
“Kurt” scrive Cross, “ si era innamorato di una donna
che non poteva amarlo quanto Tracy e che soprattutto non
avrebbe mai avuto bisogno di lui. Tobi, batterista delle Bikini
Kill, era più disinvolta nei rapporti, non cercava marito né tanto
meno era disposta a fargli da mamma. In una relazione Kurt
cercava invece quel genere di intimità da famigliola felice che
57
gli mancava dall'infanzia. Tobi al contrario giudicava “sessista”
quel tipo tradizionale di relazione”.
Relazione che significava soprattutto andare ai concerti
o parlare di politica, non andava oltre le discussioni al bar e
qualche scopatina notturna. Non poteva funzionare. Anche
perché Tobi era allergica ai gatti, per cui si incontravano
sempre altrove. Da quando Tracy era andata via, la casa si era
ridotta a un letamaio, sembrava più a una discarica, con mucchi
di piatti sporchi, il pavimento disseminato di indumenti luridi e
di bambole mutilate di Kurt.
“Il punk è libertà”, divenne lo slogan che Kurt procla-
mava ad ogni intervista, ch'era poi la visione del punk di Tobi,
anche se non spiegava mai da cosa voleva essere liberato. I
pensieri di Kurt venivano filtrati dalle idee di Tobi. In un raro
momento di sincerità Kurt ammise nel suo diario:
“Tutto quello che faccio è un tentativo sin troppo
consapevole e nevrotico di dimostrare agli altri che sono più
intelligente e figo di quel che pensano”.
Gli amici notarono come sempre più Kurt apparisse
diviso in sé. Quando Kurt stava con Tobi poteva stroncare un
gruppo che poche ore prima aveva incensato. E' in questo
periodo che Krist e Kurt registrarono il singolo SLIVER. Quasi
tutti i concerti finivano con lui che saltava tra la folla e che gli
saltava incontro. A questo punto Crover, il batterista, tornò con
i Melvins. I Nirvana si ritrovarono a ricercarne un altro, la
fortuna volle che ne scoprirono uno che avevano visionato tra il
pubblico. Aveva ventuno anni e si chiamava Dave Grohl,
veniva dalla Virginia. Appena Kurt e Krist provarono con
Grohl, capirono di aver finalmente trovato il batterista fisso.
Quando Grohl si trasferì da Kurt, fu un bene per lui.
Vedeva di rado Tobi, incapaci di passare al passo successivo
nel loro rapporto, per cui la compagnia di Grohl lo trasse dal
suo isolamento, tanto più che avevano gli stessi gusti musicali,
anche se Grohl, meno ossessivo, non mitizzava nessuno.
Un ragazzo in gamba Grohl, un ragazzo d'oro.
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“Con l'arrivo di Grohl” scrive Cross, “un tipo alla mano
quanto Kurt era riservato, le cose migliorarono per un po'.
Quella casa diventò terra di maschietti. Adesso Kurt aveva
qualcuno con cui passare il tempo. […] Visto che Kurt era
incapace di muovere un dito, Grohl si spinse persino a fargli il
bucato. Pochissimi sarebbero riusciti a mettere mano a
quell'appartamento, ma il batterista aveva vissuto in mezzo a
una strada negli ultimi anni. Dave era stato allevato in un
furgone dai lupi”.
D'esser vissuto, come me, in mezzo alla strada, me lo rende
simpatico. Magari avessi incontrato un amico come lui! A
partire da questo incontro Kurt, Krist, Dave furono i Nirvana,
rimasero insieme fino alla fine. Nel suo diario Kurt notò
questo:
“Il Punk è libertà musicale. E' dire, fare, suonare ciò che
vuoi. Nirvana significa libertà dal dolore e dalla sofferenza del
mondo esterno ed è quello che si avvicina di più alla mia
definizione di punk-rock” esclama il chitarrista Kurt Cobain. I
Nirvana cercano di fondere energia punk con i riff dell'hard
rock nell'ambito di una sensibilità pop.
“A proposito di sensibilità” aggiunge il bassista Chris
Novoselic, “vorrei che avessimo più senso, capisci, senso
comune elementare, tipo ricordarsi di pagare la bolletta del
telefono o l'affitto”. Il gruppo all'inizio dell'anno ha firmato un
contratto con la PGC e adesso sta godendo di tutti i privilegi
connessi. “Privilegi, privilacci, fanculo, cazzo. Ci buttano
qualche osso di fan e le luci rimangono accese per un po' -
sbotta il batterista Dave Grohl. Malgrado si sentano cinici nei
confronti dei meccanismi impiegati dall'industria della musica,
i Nirvana sentono la necessità di portare avanti la loro crociata
musicale”.
Ne venne fuori il GRUNGE (dall'aggettivo grungy - sudicio,
trasandato.

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L'estate scorsa, a Palermo, dicevo al mio amico Dario che
avevo l'intenzione di scrivere un libro su Cobain. Proprio ieri
ho ricevuto una sua mail in cui mi dice:
“Come va con Kurt? Ieri parlavamo con un amico del
fatto che con un paio di strumenti musicali e testi vita, i
Nirvana sono stati in grado di creare non solo uno stile che non
è uno stile, ma uno stile di vita giovanile degli anni '90 e dei
primi anni del 2000. Alla pari del Punk che era una corrente di
più gruppi, forse il grunge è stato rappresentato solo dai
Nirvana, il grunge sono i Nirvana, si potrebbe dire...”

Nel diario trovo anche questa nota di Kurt sui Nirvana, quando
ormai cominciavano a essere conosciuti:
- I Nirvana hanno suonato molto in questo periodo – tre
tour importanti, che includevano due date in Inghilterra e una
in Europa. Hanno suonato a Berlino il giorno dopo la caduta
del muro. “C'erano occidentali che offrivano alla gente, che si
arrampicava sul muro, cesti di frutta, e un uomo alla vista delle
banane è scoppiato a piangere” ricorda Kobain. Le origini del
gruppo risalgono all'87. Era la situazione classica di due
studenti d'arte annoiati che lasciano la scuola per formare un
gruppo. Kobain, un pittore da sega elettrica specializzato in
paesaggi e marine, al prestigioso Gray's Harbor Institute of
Northwest Crafts, incontrò un giorno Novoselic, la cui grande
passione era quella di incollare conchiglie e pezzi di legno su
tele di sacco. “Quando vidi le opere di Kobain” dice Chris,
“capii che c'era qualcosa di veramente speciale. Mi presentai e
gli chiesi che cosa pensava di una scultura mobile di
maccheroni su cui stavo lavorando. Mi suggerì di incollarci
della polvere luccicante. In quel momento nasceva il sodalizio
artistico che avrebbe dato vita a quella che è oggi la colla-
borazione musicale dei Nirvana”. Dopo una lunga successione
di batteristi, i Nirvana hanno finalmente... -
Qui Kurt si interrompe, ma sappiamo chi il batterista che hanno
finalmente trovato è Dave Grohl.
60
La caduta del muro di Berlino avvenne il 9 novembre
1989. Ricordo che guardai stupito alla tv l'avvenimento della
caduta del muro. Io, disteso sul letto nella mia mansarda a rue
de Paradis, e Kurt tra la folla a Berlino che assiste allo stesso
avvenimento dal vivo. Non avrei mai immaginato che tanti
anni dopo, da frate, mi sarei messo a scrivere qualcosa su di lui
come sto facendo ora. Quella sua osservazione sull'uomo che
piange alla vista delle banane mostra quanto Kurt era attento e
sensibile a ciò che accadeva intorno a sé, e dice quant'era
profondo il fossato che esisteva tra le due Germanie.

Nonostante la compagnia di Dave, e qualche nottata di


bagordi, Kurt era solo e depresso. Corre dietro a Tobi. Ne è
ossessionato. Fa come Cyrano di Bergerac, va fino a guardare
la finestra di Tobi dalla strada. Cross:
“Per la prima volta da anni sembrava meno speranzoso
riguardo la sua carriera, anche se le etichette continuavano a
telefonare. Stranamente dopo anni di attesa, con la firma di un
contratto sempre più vicina, si sentiva pieno di dubbi. Gli
mancava il cameratismo che aveva con Tracy, la loro
amicizia”.

Non proprio come Cyrano ho fatto così anch'io, due


volte ricordo, non con la stessa ragazza. Ogni volta speravo che
fosse quella giusta. Mi mancava Caroline. Una domenica
pomeriggio (odiavo la domenica), dopo un litigio, Corinne mi
piantò lì lasciandomi solo in un bar, impietrito. Orgoglioso, per
un po' mi trattenni, ma poi andai a bussare alla sua porta, senza
ottenere risposta. C'era e non rispondeva, o mi aveva piantato lì
per raggiungere un altro? Il litigio era solo un pretesto? Si
perde la testa in questi casi, non si capisce più niente, si vuol
solo ritrovare l'amata. Mi misi a piangere. Un'altra volta
attraversai tutta Parigi, di sera, andando a postarmi sotto casa
dove Cécile abitava con i genitori. E stetti lì fino a tardi
sperando di incontrarla se fosse uscita, o se fosse uscita,
61
tornasse...in compagnia di chi? Vagai tutta la notte per le strade
della città, come un povero disgraziato, rimuginando, sperando,
disperando. A casa mi sarei sentito ancor più solo.
Non sapevo amare a metà, amavo sempre in modo
smisurato, assoluto, anche della persona sbagliata. Capisco
Kurt. Quando si ama così tanto, l'amore fa male. Il mal d'amore
è come una malattia, è una malattia, è una ferita, che solo il
tempo a poco a poco guarisce. Una sera, non sopportando più
d'essere solo, mi ubriacai.
Per un po' questo ti dà sollievo, ti fa star bene, ma
poi...E' che l'amore, quello vero, capita una volta sola. A me
era già capitato. E per un tempo nel sole, sposato, come nella
canzone di Kurt, ma poi sepolto. Solo dopo, guarito, mi resi
conto che quel soffrire, quel disperarsi non ne valeva la pena.
Allora mi sarei attaccato anche a un pidocchio.

(Ho scritto queste righe ascoltando il Requiem di Brahms. Ascolterò mai


questa musica quando sarò in Paradiso? Là dove raggiungerò Jim, Kurt,
e altri “maledetti” miei amici, e l'amato Rimbaud.
E' notte tarda. Fuori piove.)

In questo periodo Kurt scrisse forse le sue più belle canzoni. In


ANEURYSM troviamo questi versi:
“L'amore così tanto
ti fa male.
E anche in DRAIN YOU, chiaramente si riferisce a Tobi:
One baby to one other said:
I'm lucky to have met you.

Un bambino dice a un altro:


Che fortuna averti incontrato.

Il refrain, carico di sensualità, fa così:


Chew your meet for you
Pass it back and forth

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In a passionate kiss
From my mouth to yours
I like me.
Mastico la tua carne per te
La passo avanti e indietro
In un bacio appassionato
dalla mia bocca alla tua
Mi piaci

Questo versetto è un'ammissione dell'ascendente che Tobi


esercitava su di lui, quasi un potere:
With eyes dialated
I've become your pupil
You've taught me everything
Without a poison apple
The water is yellow, I'm a healthy student
Inebted and so gratefull / Vaccum out the fluids
Con gli occhi dilatati
Sono diventato la tua pupilla
Mi hai insegnato ogni cosa
Riguardo a una mela avvelenata
L'acqua è così gialla, sono uno studente in piena salute
inebetito e così riconoscente / svuotato dei fluidi.

In LOUNGE ACT, in un passo mai registrato, Kurt si rivolge


direttamente a Tobi:
I hate you because you are so much like me
(Ti odio perché mi somigli tanto)
Forse più che amore Tobi era diventata la sua ossessione.
Succede spesso quando non si è amati come si vorrebbe.

In SMELLS LIKE TEEN SPIRIT, non poteva parlare di


nessun'altra. Dopo una burrascosa serata a casa di Kurt,
un'amica aveva scritto sul muro con una bomboletta: “Kurt
smells like teen spirit”, un deodorante per le ragazzine, ch'era
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quello di Tobi. Canzone che Kurt scrisse dopo la rottura. Un
verso fa così:
She's over bored, self assured
Lei è troppo annoiata e sicura di sé
Nella versione definitiva aveva tagliato questo verso:
“Who will be the king and queen of the outcast teen?”
(Chi saranno il re e la regina dei ragazzi abbandonati?)

“Le sue canzoni” scrive Cross, “ furono il risvolto più fruttuoso


della separazione, mentre gli scritti e i disegni evidenziano
risultati più rancorosi e patologici.[...] Classico è il pezzo che
segue (che non esito a trascrivere anche se solo in parte):
“Quando cresco voglio essere checca, negro, figa, troia, ebreo, ispanico,
mangiacrauti, finocchio, hippie biancuzzo, avido, milionario, sano,
sudato, peloso, mascolino, new waver originale, destrorso, sini-
strorso...coglione, puzzolente, gay, nero, sciancato, romanziere rosa, re,
regina, sieropositivo, ermafrodito, focomelico, agente di borsa, fumatore
d'erba, ottuso, ingessato, di mezza età, amaro ... Ammazza ammazza
ammazza ammazza stupro stupro stupro stupro è bello, stupro è bello,
stupra ammazza stupra avidità avidità bello avidità bello stupra si
ammazza”.

Quanta rabbia! Se c'era un tema centrale nei suoi scritti di


quell'autunno era l'odio verso se stesso. Si vedeva “cattivo”,
“sbagliato”, “malato”.
[…]
“L'odio che provava per gli altri era una bazzecola se
paragonato alla violenza che si autoinfliggeva nei propri scritti.
Il suicidio era un argomento ricorrente. […] Fantasticava
ripetutamente su inferno e paradiso, abbracciando l'idea della
spiritualità come scappatoia dopo la morte.
Vedersi cattivi mi fa venire in mente ciò che scriveva Van der
Meersch nel suo bel libro su Teresa di Lisieux, che citavo ne
“La passione di Morrison”:
Vedersi cattivi, vili, crudeli, egoisti, sentirsi incura-
bilmente malvagi, è questo certo un gran dolore. Ma è ancora
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nulla. Il grande, l'unico peccato, è di nasconderlo a se stessi.
E' di mentire a se stessi”.
Morrison diceva:
Dentro ciascuno di noi c'è una zona di immagini,
emozioni e sentimenti, inespressa nella vita quotidiana. Zona
d'ombra che quando riesce faticosamente a manifestarsi,
finisce per assumere forme oscure e perverse. E' appunto il
nostro “lato oscuro”, e scoprendolo ciascuno ravvisa le sue
perversioni – è il riconoscimento di forze primordiali che
raramente emergono alla luce del giorno”.
In Kurt tutto questo balzava dolorosamente, rabbiosamente
fuori. Ne era cosciente. A lui piaceva la sincerità. Più sincero di
così! Ma costa! Righe che mi ricordavano queste di Giovanni
della Croce:
“Non c'è altro modo di intraprendere un cammino di
conversione e di salvezza, se non riconoscendo fino in fondo la
propria ambiguità, le correnti inverse di perversione che si
scontrano nel nostro cuore e nelle nostre viscere, nella piena e
sperimentata certezza che, nondimeno, lo sguardo trasfigu-
rante dell'Amore sa andare oltre i segni lasciati dal peccato”.

Kurt, come Jim, non sapeva di questo sguardo trasfigurante, e


comunque questo non gli si era mai manifestato. Eppure Kurt,
anche se tante volte si sentiva un gran mucchio di merda,
aspirava al puro, al bello, aspirava a essere pulito.

Nel suo diario notava che gli piaceva scrivere poesie.


Gli piaceva la natura e gli animali, fare sentire gli altri contenti
di sé e superiori alla sua presenza, gli piaceva sentirsi razzista
contro i razzisti, gli piaceva sognare che un giorno saremmo
riusciti a ottenere una solidarietà generazionale fra tutti i
giovani del mondo...Gli piaceva la passione, le cose ben fatte,
la classe operaia che permetteva agli artisti di non dover fare
lavori manuali, gli piaceva la sincerità, sincerità che gli

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mancava, gli piaceva l'innocenza. Gli piaceva mettere Dio in
stato di accusa...
Aveva di che, come aveva fatto Giobbe, che così si rivolgeva al
Signore:
“Preferirei essere soffocato,
la morte piuttosto che questi miei dolori. (Gb /,15)
Perché a Giobbe, l'innocente, il giusto, succedevano tutte
quelle disgrazie, tutti quei dolori? Ma a tanti altri succedono.
Ed è sempre ingiusto. Penso all'amico Dario, che a un certo
punto della sua vita gli sembrò di attraversare un tunnel senza
più rivedere la luce. Allora si vedeva così:
“Sono lo scarto, solo un numero. Sono la comparsa nel
film della vita. Sono il soldato che muore senza nome. Sono
l'esempio di come può andare a finire male la vita.
Sono deforme. Inutile...
Un essere medio, “sgiusto”, qualcuno direbbe”.
[…]
Io che cerco tanto l'amore, non ho mai amato me
stesso. Mi odio, mi odio tanto che mi trascino nella sofferenza
da anni, senza suicidarmi. La mia morte sarebbe una libera-
zione troppo grande”.
Si sentiva così anche il giovanissimo Christian quando mi
diceva, lapidario:
“Qui va tutto a rotoli. Mi sento uno schifo. Solissimo.
Ho perso tutti. Li ho cacciati io. Isolato, mi sono rintanato in
una tana oscura e finta. Scappo. Charleville mi attende, e là
Rimbaud.”
Pensava di trovare nel poeta un compagno, un amico, e nella
poesia una consolazione, una speranza, una zattera cui aggrap-
parsi. Come non pensare al martellante, ossessionante hello,
hello, hello, how low di Kurt? Il how low, il mi sento giù di
tanti ragazzi di tutte le generazioni.
Certo Kurt si era sviato, ma fino al divorzio dei genitori
era un ragazzino felice, innocente. E' quest'innocenza che si
portava dentro, incancellabile. E' per questo che soffriva.
66
Avrebbe voluto ritrovarla. L'avrebbe ritrovata in Frances, la sua
bambina. Ma non riusciva a vederla in sé, che proprio per
questo si sentiva sbagliato, “un gran mucchio di merda”.
In “Smells Like Teen Spirit” non c'è solo la presenza di Tobi,
ma tutta la sua inquietudine, la sua paura, la sua rabbia.
I'm worse at what I do best
And for this gift feel blessed
Our little group has always been
And always will until the end.

Do il peggio nel fare del mio meglio


E per questo dono mi sento benedetto
Il nostro gruppo c'è sempre stato
E sempre ci sarà fino alla fine.

Nel primo verso Kurt esprime la sua inadeguatezza. E'


solo l'ultimo di una tribù di outsider alla quale fa riferimento
nell'ultimo verso. Da qui in avanti la canzone svela la sua
natura rabbiosa e impotente chiudendo ogni gruppo di versi
con un atteggiamento di resa: Non pensare, mi sento giù,
how low, how low, how low ripete, depresso.

And I forget just why I taste


Oh yeah, I guess il makes me smile
I found hard, it was hard to find
Oh well, whatever, nevermind
Hello, hello, hello, how low...

E ' solo che mi dimentico del perché ci provo gusto


Oh sì, credo che questo mi faccia sorridere
Lo trovo difficile da trovare
Be', qualsiasi cosa sia, non pensarci
Hello, hello, hello, quanto mi sento giù?

Poi nel giro di tre versi la prospettiva va dal palco alla platea.
67
With the lights out it's less dangerous
Here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
Here we are now, entertain us...

A luci spente è meno pericoloso


Eccoci qui ora, intratteneteci
Mi sento stupido e contagioso
Ora siamo qui, intratteneteci...

Kurt è conscio della separazione tra l'uomo e la maschera


dell'artista, tra quello che è e quello che sta sul palco. E' il
dramma psicologico del “fool” dei Grunge.
Come out and play make up the rules
I know! I hope to buy the truth
It's not enough to save you
Oh no I'm not afraid of you
(far away run away)

Va fuori e suona, inventati le regole


Lo so, spero di comprare la verità
Ma non sarà sufficiente per salvarti
Oh no non ho paura di te
(scappa lontano, fuggi)

Torna l'inquietudine. Torna la difficoltà nel gestire la fama che


gli piomberà addosso, celebrità ricercata, desiderata, rincorsa,
che però lo travolgerà. E allora inventare le regole, comprarsi
la verità (ma quale verità?) non basterà per salvarsi, e neppure
fuggire lontano. Il ritornello si trasforma in:
What I'm lyin' and I'm famous
Here we are now entertain us
I feel stupid and I'm lyin'
Here we are now entertain us

68
Sto mentendo e sono famoso
Eccoci qui ora, intratteneteci
Mi sento stupido e sto mentendo
Eccoci qui ora, intratteneteci

Non è un caso che sui Diari Kurt riporti “segregateci” anziché


“intratteneteci”.
Marco, un mio corrispondente, mi scrive così:
“Ho un'immagine indelebile di quando sentii la prima
volta Smells Like Teen Spirit. Avevo 15 anni appena compiuti.
Era come aver udito un tuono proveniente da un cielo limpido;
c'era qualcosa che non si era mai sentito in quel giro feroce di
chitarra (ben lontano dal riff del metal hair di fine anni '80 da
cui arrivava), con quattro accordi ha spazzato via anni di
musica mediocre, ma soprattutto in quel modo di cantare, così
puro. E' stato un punto 0 della musica”.
Il video viene girato al Culver City, ai GMT Studios, il
17 agosto 1991. L'idea generale di base - nota Cross - quella
dell'assemblea scolastica degenerata era di Kurt, che scrisse un
soggetto in cui motivava la proposta di usare delle prostitute
come cheerleader con simboli anarchici sui maglioni. Battagliò
sin dall'inizio con il regista Sam Bayer, che definì un piccolo
Napoleone. La verità è che Kurt avrebbe voluto dirigere lui il
filmato. Bayer e Kurt si presero a male parole, ma il regista
riuscì a trarne profitto: la rabbia di Kurt avrebbe aiutato a
vendere il pezzo.
Nel suo diario Kurt, che sapeva e voleva che tutto fosse ben
organizzato, per questo video notava:
Occorrente:
1. Mercedes Benz e qualche carretta
2. Accesso al piano principale di un centro commerciale
abbandonato e a un negozio di gioielli
3. Gioielli finti in gran quantità
4. L'auditorium (la palestra) di una scuola
5. Un cast di centinaia di persone. 1 bidello, studenti
69
6. 6 divise nere da cheerleader con la A di anarchia cucita
sul petto.
Nel video compare un bidello con straccio e secchio, uno dei
tanti impieghi che aveva esercitato Kurt al liceo locale. Il
peggior bidello del Weatherwax era diventato l'ultima rockstar
americana.

Ogni volta che guardo e ascolto Kurt in questo video, parole e


musica mi entrano dentro ossessionanti. La voce sembra che gli
si spacchi in gola. E' un grido così rabbioso, così disperato,
mentre i fari, lampeggiando frenetici, come scariche di fulmini
gli violentano il viso. Non è un cantare, è qualcos'altro. E' uno
svuotare tutto ciò che gli pesa, lo opprime, gli scoppia dentro.
Mi rimanda al grido assordante di Gesù sulla croce:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
E negli assoli di chitarra, come per riprendere il fiato, quel suo
mendicare:
“Ho sete”.
Sete d'amore.
Oltre c'era solo il colpo secco d'uno sparo.
Non gli restavano che tre anni di vita.

70
7

LA DISCESA AGLI INFERI

La tentazione del suicidio

Non avrei mai creduto, oh no,


che fosse possibile soffrire tanto.
(Teresa di Lisieux)

“Nel 1987” scrive Cross, “durante uno dei suoi periodi


di purga, cazziò Jesse Reed quando l'amico gli propose di
provare l'eroina. Ricorda Jesse: - Non avrebbe più voluto
vedermi se l'avessi fatto. Io stavo cercando di trovare
dell'eroina, droga che non avevo mai provato, e nemmeno lui, e
mi faceva sempre la lezione, perché vuoi ammazzarti? Perché
vuoi morire male?”-
Kurt scrive nel suo diario di aver provato l'eroina nel
1987. Ma i suoi amici lo smentiscono, perché allora aveva il
terrore degli aghi. Si bucò per la prima volta all'inizio di
novembre 1990 assieme a un amico di Olympia, scoprendo
così gli effetti euforizzanti della droga che l'aiutavano a
sfuggire ai dolori di stomaco e di cuore. Quando il giorno dopo
telefonò a Krist dicendogli che si era sparato dell'eroina, Krist
gli disse: “Non dovresti, pensa a Andy Wood”, un cantante dei
Mother Love Bone, band emergente di Seattle, che era morto a
marzo di overdose.
“Sì, lo so” rispose Kurt.
Novoselic cercò di dissuaderlo, dicendogli che stava giocando
con la dinamite. Kurt promise che non ci avrebbe più provato.
Ma per evitare che gli altri lo scoprissero si bucava solo in casa
di amici. Trovò anche uno spacciatore. Anche l'amico Dylan
71
aveva provato per la prima volta l'eroina in quei giorni. Così la
loro amicizia si allargò all'eroina. Di solito solo una volta alla
settimana per evitare la dipendenza, anche per mancanza di
denaro. Ma ogni tanto ci davano sotto.
Come ci sono amori sbagliati, così ci sono anche
amicizie sbagliate. Ma nell'ambiente, come si fa? E' difficile, se
non impossibile trovare un vero amico. Ci si accontenta di quel
che capita. Come dicevo: ci si attacca anche a un pidocchio.
Quando Shelli, la ragazza di Krist, raccontò a Tracy che Kurt si
faceva di eroina, lei non voleva crederci. Quella settimana Kurt
le telefonò a tarda notte, strafatto. Lei accorse - lo aveva
perdonato - e lo affrontò di petto, ma lui le disse che se l'era
fatta solo qualche volta, che gli piaceva, lo faceva star meglio.
Una settimana dopo trascorsero una sera rimbalzando da una
festa all'altra. In un intervallo Kurt insistette per tornare a casa
sua perché doveva andare in bagno.
Quando vide che non usciva, Tracy andò a cercarlo e lo trovò
steso a terra accanto a una bottiglia di candeggina con un ago
nel braccio. Era furibonda, Kurt era diventato una persona che
non avrebbe mai immaginato nemmeno nel peggior incubo.

Nel suo diario, Kurt descrive così gli effetti dell'eroina nel '92,
quando stava già con Courtney Love, che incontrò per la prima
volta il 12 gennaio 1990:
“Ho provato l'eroina per la prima volta nel 1987 ad
Aberdeen e l'ho usata per circa 10 volte ancora dall'87 al '90.
(ma sappiamo che cominciò solo nel '90)
“Quando siamo tornati dal nostro secondo tour europeo con i
Sonic Youth ho deciso di farne uso quotidiano per personale
problema di stomaco di cui soffrivo da 5 anni e che mi aveva
letteralmente portato sulla soglia del suicidio. Tutto il giorno
per 5 anni della mia vita ogni volta che inghiottivo un boccone
di cibo provavo un violento dolore nauseante alla bocca dello
stomaco. Il dolore si era fatto ancor più forte nel corso del tour,
anche per la mancanza di abitudini alimentari corrette e
72
regolari e di una dieta variata. Dall'inizio del problema ho
subito10 interventi diversi nelle zone gastrointestinali superiori
e inferiori che hanno rivelato una brutta infiammazione. Ho
consultato 15 medici diversi e ho provato una cinquantina di
medicine per l'ulcera. L'unica cosa che funzionasse erano gli
oppiacei pesanti. C'erano volte in cui rimanevo bloccato a letto
per settimane, preda del vomito e del digiuno forzato. Quindi
ho deciso che, dal momento che mi sentivo drogato, a quel
punto valeva la pena esserlo.
Dopo l'ultimo tour europeo ho giurato di non fare un
altro tour se non fossi riuscito a nascondere o a risolvere la mia
situazione di salute. Ho preso l'eroina per circa un mese, ma
poi mi sono reso conto che non sarei stato in grado di trovarla
in Australia durante il tour, e così io e Courtney ci siamo
disintossicati in una stanza d'albergo”.

Questa pagina di Kurt fa venire il mal di stomaco anche


a me. Dev'essere stato insopportabile vivere quotidianamente in
questo stato senza poter guarire nonostante i medici consultati.
Al suo posto cosa avrei fatto? Forse l'avrei fatta finita molto
prima di lui. Prosegue così:
“Appena sono partito per l'Australia, il dolore di
stomaco è tornato immediatamente. Abbiamo dovuto cancel-
lare dei concerti, perché il dolore mi annientava, lasciandomi
rannicchiato sul pavimento del bagno a vomitare acqua e
sangue. Stavo letteralmente morendo di fame. Il mio peso si era
ridotto a 45 chili. Seguendo il consiglio del mio manager mi
hanno portato dal medico, il quale mi ha dato del physeptone.
Le pastiglie sembravano funzionare meglio di qualunque altra
cosa avessi provato. Più tardi durante il tour ho letto bene
l'etichetta della confezione e ho visto che diceva: “Physeptone
– contiene metadone”. Quindi rieccomi tossicodipendente.
Siamo sopravvissuti al Giappone, ma a quel punto gli oppiacei
e il tour avevano cominciato a pesarmi seriamente. E non stavo
meglio di quando non ero dipendente. Sono tornato a casa solo
73
per scoprire che Courtney aveva ripreso a farsi, per cui siamo
entrati insieme in clinica per due settimane per disintossicarsi.
Lei si è ripresa bene. Io ho ricominciato immediatamente a
sentire quel bruciore nauseante e avevo deciso di ammazzarmi
o di fermare quel dolore. Ho comprato un fucile ma alla fine ho
optato per la droga. Mi son fatto fino a un mese prima che
nascesse Frances. Sono tornato in clinica e ho trascorso 2 mesi
di cure tra i più lunghi della mia vita, 60 giorni di vomito e
digiuno. Attaccato alla flebo tra i gemiti di dolore, con il mal di
stomaco più terribile che avessi mai provato. Nelle ultime 2
settimane avevano cominciato a somministrarmi una nuova
medicina, la Bubrenorfina, che mi toglieva il dolore nel giro di
pochi minuti. Era dipendenza da oppiacei e cocaina. Il suo
punto di forza era l'assenza di effetti collaterali. Si comporta
come un oppiaceo ma non ti fa sballare. La uso in dosaggi
sempre più ridotti da nove mesi e da allora non ho più avuto un
attacco di stomaco. La potenza della Bubrenorfina è come
quella di un blando barbiturico. In una scala da 1 a 10 è 1,
mentre l'eroina è 10”.

Ma finì l'effetto anche della Bubrenorfina.


Quando Kurt dice che aveva deciso di ammazzarsi, e per
questo aveva comprato un fucile, mi ha fatto pensare a Teresa
di Lisieux, una santa, e che santa, morta giovanissima a soli 24
anni. Affetta da tubercolosi, per un po' cerca di nascondere la
sua malattia, ma poi ecco...le applicano vescicanti, punte di
fuoco, fin centoventicinque su ognuno dei quattro lati del petto,
leggo nel libro di Van der Meersch. Tuttavia Teresa continua a
lavare i panni, a lavare i vetri, a seguire la Regola alla lettera.
Durante l'inverno del '96 trema di freddo dalla mattina alla
sera, non riesce a scaldarsi nemmeno a letto con le due coperte
sdrucite che la coprono. Il Carmelo non è riscaldato. Tossisce
tutta la notte, ma è contenta di non disturbare le altre sorelle
essendo la sua cella in disparte. Le è concesso un letto in
infermeria tre mesi prima di morire, il 9 luglio 1897.
74
Nonostante la sofferenza, come ormai è sua abitudine, lei
sorride. E' riuscita a poco a poco a nascondere tutto sotto il
sorriso: angosce, timori, dubbi, rivolte...le ferite.
Alla sofferenza fisica si aggiunge la prova della fede.
Forse non c'è nulla. Si ostina, vuole credere. Fino all'ultimo è
immersa nel buio più tenebroso. Nessuna consolazione, il
calice è colmo. Soffre al punto da non poterne più. Il dolore le
strappa un grido: “Non avrei mai creduto, oh no, che fosse
possibile soffrire tanto”.

Kurt,
Attaccato alla flebo tra i gemiti di dolore, con il mal di
stomaco più terribile che avessi mai provato...

Il 22 settembre la situazione di Teresa si fa particolarmente


drammatica. La sofferenza raggiunge punte altissime e Teresa
sente che non cela fa più a sopportare tanto dolore. Vede vicino
a lei i medicinali, vorrebbe farla finita.

Kurt:
“Avevo deciso di ammazzarmi...”

Poi però Teresa non ne fece nulla, ma si confida con le sue


sorelle e chiede di non lasciare più vicino a lei la possibilità di
una simile scorciatoia.

Kurt:
“Ho comprato un fucile, ma alla fine ho optato per la
droga”.

Le ultime parole di Teresa:


“Oh mio Dio, non mi ha abbandonata...
Mio Dio...io...ti amo!”.

La fede salvò Teresa.


75
Perché non fu concessa a Kurt?
Dio è giusto?

Nel mio quaderno di appunti, ho trovato questo racconto:


“La vigilia di Yom Kippur, il vecchio sarto Yankele, si
alza verso il cielo e sospira: “Signore, ascoltami bene: io sono
un umile sarto ma sono un devoto servitore delle tue
Leggi...Nel nostro paese, Mendel, il macellaio, è un uomo
buono e pio, sempre pronto ad aiutare tutti...Ti sembra giusto
che debba essere così povero da non riuscire nemmeno a
sfamare la sua famiglia, eh? Ti sembra giusto? E Shlomo, il
nostro calzolaio? Un esempio vivente di rettitudine e devo-
zione! Lo sai cosa deve sopportare? Deve sopportare di veder
morire la propria madre in mezzo a sofferenze orribili! Ti
sembra giusto? Eh, dimmelo! Ti sembra giusto questo? E
Avrumele, il nostro caro maestro di scuola? Ha dedicato tutta
la sua vita a istruire i nostri bambini e ora, vecchio e povero,
sta diventando cieco nella solitudine più totale. Allora, mi
senti??? Ti sembra giusto? Voglio saperlo da te, ti sembra
giusto? Io sono solo un povero sarto, ma ascolta bene quello
che ti dico: Domani è il santo giorno di Kippur...Vedi di
perdonare i nostri peccati perché così forse, ma forse...noi
perdoneremo i tuoi!”
(una storia rabbinica versione Moni Ovadia)

Forse che Kurt non meritava nulla? Ma chi può dirsi meritevole
di qualcosa? E poi, Cristo non è venuto proprio per salvare i
peccatori? Nella parabola del figliol prodigo si racconta del
padre che accoglie a braccia aperte il figlio dissoluto, che oggi
potrebbe essere uno dei tanti tossicodipendenti.
“Perché, Padre, non hai dato una mano a quello strafatto, a quel
poeta di nome Kurt? L'hai data a me! Non sei tu che gli hai
dato la vita? E' tuo figlio anche lui, no? Lui si trovava cattivo,
sbagliato, ma tu vedevi la sua innocenza, quella tua immagine
impressa nell'angolo più segreto della sua anima. Non dubito
76
che ora stia con te, ma non potevi manifestarti quand'era ancora
vivo qui sulla terra come hai fatto con me e con altri? Quel suo
soffrire non ti faceva soffrire? Sapevi fin dall'inizio come
sarebbe finito...in fondo come sei finito tu insieme al tuo figlio.
Tu trafitto dai chiodi,
lui trafitto dagli aghi con cui si bucava.
Tu colpito da un colpo di lancia
lui colpito da un colpo di fucile.
Il fracasso che fece lo sparo
devi averlo sentito all'istante stesso
in cui la terra si scosse alla tua morte.

77
8

IN FUGA DAL MONDO

Un delinquente alla ricerca di Dio

Kurt conobbe Courtney per la prima volta alle undici di


sera di venerdì 12 gennaio 1990, davanti al juke-box che stava
suonando il suo pezzo preferito. Si azzuffarono, ma era solo
uno scherzo. Quella sera si separarono, ma poi Courtney seguì
la carriera dei Nirvana da professionista. Preferiva altri gruppi,
anzi, dopo aver ascoltato Love Buzz in un negozio non lo
comprò. In seguito li vide in un concerto e rimase colpita dal
loro aspetto. “Krist” disse poi, “era davvero molto, molto alto,
e ridicolizzava Kurt al punto che non capivi quanto era carino,
dal momento che sembrava un bambino”.
Cambiò parere quando comprò il singolo SLIVER
nell'ottobre 1990. Sul lato B c'era DIVE, che dei Nirvana
diventò uno dei suoi pezzi preferiti: lo trovava tanto sexy, e
sensuale, e strano, e ossessionante, geniale. Si rividero poi al
Palladium di Los Angeles, dove Kurt nel backstage stava
bevendo sciroppo per la tosse direttamente dalla bottiglia. Lei
aprì la sua borsetta mostrando il suo flacone di sciroppo molto
più potente, svelta anche a vantarsi della band, Hole, che aveva
appena finito di registrare PRETTY ON THE INSIDE . Poi lui la
chiamò la notte stessa alle tre, molto simile al disperato
perdente dal cuore spezzato. C'era molto rumore in sottofondo,
ricorda Courtney. Lui le chiese dove comprava lo sciroppo per
la tosse, in realtà voleva sentire di nuovo la sua voce. Nello
stesso periodo lei stava portando avanti un fidanzamento a
distanza con Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, con i
quali una sera, nel '91, i Nirvana suoneranno in coppia. Da
78
allora Kurt non fece che parlare di lei, di pensarla, doman-
dandosi se non avesse sognato. Passarono cinque mesi prima di
potersi rivedere.
Nella seconda settimana di giugno i Nirvana tornarono
in tour. Loro vera fonte di guadagno. Ormai eseguivano dal
vivo i pezzi di NEVERMIND, anche se l'album sarebbe uscito
molti mesi dopo. Kurt era rimasto amico di Tobi. Tutti i suoi
amici erano entusiasti per il successo che stava raccogliendo,
ma lui non condivideva tanta euforia.
Quell'estate arrivò dall'Inghilterra un'inglesina espressamente
per trovare Kurt e andare a letto con lui. Stranamente lui
cedette, ma se ne pentì quasi subito. Non sapeva come sbatterla
fuori, detestava le scenate, alla fine l'inglesina rimase sotto
l'appartamento di Pear Street a strillare e a maledirlo.
In giugno Grohl si trasferì a West Seattle, e così Kurt
rimase solo, si ritirò ancora di più dal mondo e non limitò più
gli abusi di droghe a una sola sera a settimana. Si permetteva
anche l'eroina se riusciva a trovarla. Si bucava per tutto il
week-end, da solo a casa sua, scrivendo e esercitandosi sempre
di meno alla chitarra, sempre più in fuga dal mondo. Nulla gli
bastava. Sarebbe sempre vissuto così, con quel suo male nel
corpo e nell'anima.
Che cosa avrebbe potuto salvarlo?
Questa espressione “fuga dal mondo” mi ha fatto
pensare a tutti quei santi che si ritirarono per donarsi totalmente
a Dio, ai mistici d'ogni religione, a quei folli che ebbero il
coraggio di cambiar vita, di rinunciare a tutto, di ritirarsi a vita
eremitica, come fece Simone, un monaco stilita che visse su
una colonna per ben quarantacinque anni. Atri tempi. Però,
ancor e soprattutto oggi, pur rimanendo nel mondo, ci si può
staccare dalle sue lusinghe. Come fece Abd al Malik, che
avrebbe potuto finire come Kurt, se non che...Ricopio qui la
sua storia come la scrissi anni fa, meravigliato:
Un giorno, a Parigi, entrai in una grande libreria del
centro, alle Halles. Ogni volta, quando entro in una grande
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libreria - qui ero alla FNAC - mi sembra di commettere un
furto. Rubo tante più pagine che posso.
Nel reparto di religione, su un banco, mi sono imbattuto in un
libro tascabile di un certo Abd al Malik: “Qu’Allah bénisse la
France”, con la foto dell’autore, un giovane nero. Sfogliai
alcune pagine, ma indeciso lo lasciai lì.
Il giorno dopo, in un’altra libreria, a Saint-Sulpice, m’imbattei
di nuovo nello stesso libro. Lo sfogliai più attentamente, e mi
decisi. Il giovane che stava alla cassa mi disse:
“Ha fatto una buona scelta, è interessantissimo”.
Appena entrato in convento, la sera, cominciai a leggere…e lo
divorai.
Sorpreso, mi trovai di fronte a uno di quei “cercatori” in cui mi
sono sempre riconosciuto e che ho sempre amato. L’avventura
di quell’inquieto non poteva che coinvolgermi, la sua ricerca
appassionarmi, fino a partecipare alla sua gioventù traballante,
poi ai suoi ripensamenti, alle sue domande, ai suoi dubbi, alle
sue speranze, alle sue delusioni, ai suoi incontri, ma anche alle
sue letture, e infine alla sua grande scoperta.
Leggevo nella quarta di copertina che Abd al Malik è un figlio
d’immigrati del Congo, Nero, povero, cresciuto dalla madre
con sei fratelli e sorelle. Conosce la delinquenza delle cités.
Furti e traffico d’ogni sorta, rapporti di forza, senza dimen-
ticare compagni ammazzati a colpi di pistola (come successe a
Tupac), morti d’overdose o precipitati nel fanatismo.
Delinquente.
Ma gli piace leggere.
Come uscirne?
Come sfuggire a quel tracollo, alla morsa pericolosa d’una
simile vita, che non era vita? Il primo passo lo compie
diventando cantante rap. Dovrebbe soddisfarlo, ma qualcosa o
qualcuno gli manca.
Chi? Che cosa?
Tuttavia quel che finora ha vissuto non è perduto, gli è servito.
Lo dice nel suo cd “La fin du monde”:
80
Ho imparato tutto alla scuola della strada, i miei prof le noie
Ho capito che dovevo cambiare tutta la mia vita
Non è sufficiente avere la buona porta, occorre la buona
chiave
Rimettersi in questione, dirsi ora devo cambiare.
Ne ho abbastanza di vivere così…
Cerca, si cerca.
Si tuffa con ardore rinnovato negli studi. Tra i suoi
compagni di giochi troviamo Seneca, Camus, Agostino,
Orwell, Huxley...Ma è Malcolm X, questo leader musulmano
nero americano pacifista che, ricusando la non violenza, lo
segna di più.
La sua unica certezza è l’esistenza di Dio. Ma è l’idea di
religione che non riesce a capire. Gli succede di andare a messa
la domenica. La dottrina cattolica gli pone degli interrogativi.
Come capire la Trinità, la divinità di Cristo? Non trovando
Cristo nel suo cuore, lo cerca con i mezzi della ragione, ma
senza risultato.
Cosa vuole insomma? Vuole semplicemente trovare, dare un
senso alla sua vita. Non si accontenta di vivere alla giornata, di
chiudersi nel “carpe diem”.
“E se andassimo alla moschea?” propone un giorno a
Madjid, un amico algerino.
E’ l’inizio del cambiamento. Crede di aver trovato ciò che
cercava, e vi si butta. Si converte all’islam – o piuttosto a
quell’islam oscurantista che imperversa in certe “banlieues”.
Cambiamento di vita, cambiamento di nome.
Régis, il vecchio io, moriva per rinascere in Abd al Malik.
Lo stesso ha fatto Cassius Clay quando si convertì all’islam,
con il nome di Mohammed Alì. E Cat Stevens che diventò
Yusuf Islam. Da noi, cappuccini, fino a qualche anno fa, l’uso
era di cambiar nome quando si entrava in convento.
Abd al Malik, come Régis, continua a leggere:
“Leggevo dappertutto, scrive, a casa, nei trasporti in comune,
durante le pause al liceo, e questa passione della lettura non
81
mi ha mai abbandonato. Mi nutrivo di tutti i saperi, profani e
sacri (…), tutto ciò che poteva contribuire a magnificare
l’islam, tutto ciò che poteva dimostrare ai miei occhi la
superiorità della religione musulmana su altre tradizioni di
pensieri religiose, filosofiche o morali”.
Ma poco a poco – anima inquieta – il dubbio comincia a
roderlo. E’ veramente questa la sua strada? Si fa triste.
In quell’islam di banlieue fatto per le banlieues,
“segregazionista”, si sente alle strette. Soffoca.
“L’islam non era una religione senza frontiere, destinata a tutta
l’umanità et per tutte le epoche?” Lui ch’era stato un liceale
zelante, poi uno studente in filosofia, più il tempo passa più ha
l’impressione di regredire intellettualmente.
E’ con l’aiuto dell’imam Tarek Oubrou, rettore della moschea
di Bordeaux – certo custode dell’ortodossia ma che parlava
soprattutto come un pastore d’anime – che comincia a
intravedere la possibilità d’una terza strada, fuori della pratica
rigorista che rincretinisce o della pura e semplice apostasia.
“Dio non impone nulla all’anima che non sia capace di
sopportare, dice il Corano.
Poi, un libretto Traces de lumière d’un certo Faouzi Skali, lo
illumina come nessun altro prima, lo riconforta, lo libera
dall’islam che rispondeva solo allo spirito delle “periferie
francesi”, ma che nel frattempo era solo una “periferia
dell’islam”, scrive.
Ma non è finita. Vuole di più. Si sente divorare da quello stesso
desiderio che divora i santi, i poeti, i maledetti. Desiderio che
troverà il suo totale appagamento solo dopo, quando l’uomo si
troverà a faccia a faccia con il suo Creatore.
In attesa di quel momento, certuni sprofondano fin giù
all’inferno.
Lui, Abd al Malik, riesce a prendere la buona direzione,
che lo porta verso il sufismo, quell’islam luminoso incentrato
sull’amore universale. Ideale ch’era anche di san Francesco.

82
Qui finalmente trova l’accordo con la sua anima, l’accordo con
il mondo intero, senza esclusioni, fanatismi di nessuna sorta.
Nel suo cd “Le face à face des coeurs”, decide di far precedere
questi versi d’Ibn Arabi, oceano d’amore universale, che fa
suo:
Ci fu un tempo in cui rimproveravo al mio prossimo
di professare una religione diversa dalla mia
Ma ora il mio cuore accoglie ogni forma
C’è una prateria per le gazzelle
Un chiostro per i monaci
Un tempio per gli idoli
Una Kaaba per il pellegrino
Le tavole della Torah e il libro del Corano
Io professo la religione dell’amore e qualunque sia
La direzione che prende la sua cavalcatura,
questa religione è la mia religione.

Che meraviglia! Giunto a questo punto che cosa desiderare di


più? Eppure Abd al Malik sente che deve ancora progredire.
Non si è mai finito di cercare. Ma si rende conto che da solo è
quasi una missione impossibile. Ha bisogno d’un aiuto, di
qualcuno che lo guidi. Per questo ogni religione raccomanda un
maestro spirituale, la cui attitudine spirituale ti penetri, ti liberi
dalla prigione delle tue passioni, per introdurti dal Maestro
dei mondi, cioè Dio.
Il suo maestro spirituale, Abd al Malik va a cercarlo di là del
Mediterraneo. Diventa – ma lo era già prima di conoscerlo – il
discepolo di Sidi Hamza. Ciò che trova dal suo maestro è un
tesoro, l’amore per ogni essere umano. Ormai gli è impossibile
ragionare in termini di Nero, d’Arabo o di Ebreo là dove vede
solo degli uomini. Poiché:
Ogni essere umano custodisce il sirr, il “segreto spirituale”,
ed è in questo che è prezioso, ci diceva il nostro maestro
spirituale, Sidi Hamza, scrive Abd al Malik.
Pensiero che ho letto e riletto.
83
Avevo mai sentito qualcosa di più bello, di più profondo, di più
vero? Solo un santo, o un saggio, poteva dire queste cose.
Confesso che anche a me sarebbe piaciuto trovare un tal
maestro! Durante tutto il mio percorso ho sofferto, e soffro
tuttora di questa mancanza. Tutti abbiamo bisogno d’un
maestro spirituale, fino all’ultimo respiro. Purtroppo sembra
che questa figura sia ormai sparita nella chiesa occidentale. Si
stenta a trovarne uno. Quante solitudini, e tragedie!
Abd al Malik, per sua grazia, a forza di cercare, lo trovò in un
piccolo villaggio, Madagh, all’est del Marocco vicino alla
frontiera algerina.
Cosa andavo cercando anch’io quando mi recavo in Algeria, a
Cap Djinet, dove caddi – sì, caddi come Paolo sulla via di
Damasco – sotto il fascino dell’islam. E’ laggiù che la fede dei
giovani ha ravvivato la mia, è laggiù che ho sentito più
fortemente la voce del Signore, dove è nata la mia vocazione,
dove ho tanto amato.
E Abd al Malik, che cosa andava cercando in quel villaggio
sperduto se non qualcuno che gli insegnasse l’amore? La sua
intelligenza lo portava a farsi sempre delle domande. E quando
chiese a Faouzi Skali che cos’era in definitiva l’amore, questi
gli citò Rumi:
L’amore è come una fiamma:
Quando entra nel cuore del discepolo,
brucia tutto, Dio solo resta.
Come non pensare a Teresa d’Avila? Nada te turbe…Solo Dios
basta.
L’amore scaturisce dall’Amore, che “conosce solo colui che
l’ha gustato”.
André Frossard, convertitosi da adulto al cattolicesimo, scrive:
Sulle vette del giudaismo, del cristianesimo e dell’islam, i
mistici parlano la stessa lingua. Quando non raggiungono
queste altezze, o quando ne scendono per soccombere più
facilmente alle tentazioni del potere, dello spirito di conquista
o di altre forme illusorie, gli uomini lottano tra loro, dando
84
l’impressione di essere al servizio di religioni tra loro
irriducibili. La pace regna solo sulle vette.”
Abd al Malik ha capito bene tutto questo.
Fa parte di quei cercatori, santi o maledetti, tutti diversi tra
loro, ma tutti a me ugualmente cari, tutti ugualmente miei
maestri.
Ecco un “uomo” che mi sarebbe piaciuto incontrare, uno di
quegli uomini che Diogene andava cercando con la sua
lanterna per le vie di Atene. Quante cose avremmo avuto da
condividere!

Tuttavia si possono fare degli incontri straordinari anche


attraverso le pagine di un libro, incontri che vanno al di là
d’una presenza fisica, intoccabili, eterni. Attraverso le pagine
d’un libro entriamo in comunicazione anche con un autore
scomparso da millenni. In ogni libro c’è l’anima di chi lo scrive
e l’anima di chi lo legge, stabilisce tra i due una misteriosa
intimità. Un libro è insostituibile. Pensiamo solamente se non
ci fosse nessun libro al mondo. Che vuoto! Molti sono stati
salvati leggendo un libro. Io stesso. Sì, salvato!
Ricordo un giorno in cui m’imbattei in un libro illustrato che
parlava dei dervisci. Era un periodo in cui brancolavo nel buio.
Fu una scoperta. Ne fui illuminato.
Si vedevano degli uomini con barba e capelli lunghi, preservati
dalla nostra civiltà, che sembravano sorgere dagli antichi tempi
biblici, vivere in luoghi più vicini a Dio. Questi uomini
portavano sul loro volto la grave serenità che traspariva nel
loro sguardo in cui brillava l’ardente fiamma che dal di dentro
li abitava.
Le loro poesie, che incanto!
Parole, musica che non è di questo mondo.
Questi folli di Dio continuano a stupirmi ancor oggi.
Rumi, questo gran poeta del 13mo secolo, il fondatore a Konia,
in Turchia, dei “dervisci danzanti”, m’inebria quanto Francesco
d’Assisi. Al-Hâllaj vedeva Dio ovunque:
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La tua immagine è nel mio occhio
la tua invocazione nella mia bocca
la tua dimora nel mio cuore
dove dunque puoi essere assente?
Giovanni della Croce non sospira altrimenti.
Ma tanti altri cantavano e continuano a cantare come Rumi e
Al-Allâj, tutti poeti.
Solo i poeti toccano più da vicino Dio.
Mi viene sempre in mente questa frase di Paolo VI:
Tra i mistici e i veri poeti c’è una parentela segreta.
Bisogna dunque avere un’anima di poeta - come dire un’anima
di bambino - per illuminarsi di Dio, per amarlo.
Se non diventerete come bambini…diceva Gesù.
Abd al Malik è uno di questi bambini che s’illuminano di Dio.
Ha trovato il suo paradiso. Alla sua domanda: che cos’è in
definitiva l’amore? Sono sicuro che questi versi di Rumi lo
incanterebbero:
L’amore è l’incontro di due desideri,
se tu desideri il paradiso,
anche il paradiso ti desidera.
E’ come dire la felicità…anche nella sofferenza. E’ ciò che
cerca di spiegare Francesco d’Assisi quando parla della vera
letizia. Ma a queste altezze…

Chissà cosa avrebbe pensato Kurt ascoltando questa storia?


C'è chi si salva, e chi no. Da che cosa dipende?
Dalla fortuna, dalla grazia? Da Dio che salva solo chi vuole?
Ma Dio dovrebbe venire non per le mie preghiere, o per la mia
buona condotta, dovrebbe venire nella mia vita per un suo
dovere interno, per un bisogno che gli urge nel cuore, perché lo
spinge un fuoco e un'ansia. Dovrebbe venire proprio per i più
smarriti dei suoi figli. Perché non per Kurt?
E' passato come se non fosse mai esistito.
86
9

COBAIN COME FRANCESCO?

Mi odio e voglio morire

Il periodo più bello e eccitante è sempre quello


dell'attesa. Perché una volta ottenuto ciò che volevi, che te ne
fai? Così è stato per i Nirvana, e ancor più per Kurt, prima che
diventassero famosi. Cominciavano a girare alcune antici-
pazioni di NEVERMIND. Il successo era nell'aria. Adesso
suonavano davanti a 70mila persone. Due giorni dopo le
riprese del video Teen spirit partirono per un tour in Europa.
Un momento di fulgore. In Belgio sembravano studenti in
vacanza. Ne facevano di tutti i colori. Durante quel tour Kurt si
lasciava prendere dalle tendenze distruttive, per via dei
problemi di amplificazione o dai conflitti coi compagni, che
però era solo esuberanza. Famosi divennero nell'agosto 1991.
Tuttavia, quando in settembre arrivarono a Rotterdam, è
quasi con nostalgia che Kurt affrontò l'ultimo concerto “con la
stessa maglietta” scrive Cross, “che indossava due settimane
prima, una T-shirt non ufficiale dei Sonic Youth, mai lavata
come i jeans, l'unico paio che possedeva. Il bagaglio consisteva
di una minuscola sacca con dentro soltanto una copia del
PASTO NUDO di Williams S. Burroughs trovata in una ban-
carella londinese. Si potrebbe dire che Kurt andava in giro
come se n'andava in giro Francesco sempre con lo stesso saio,
ruvido e sdrucito, mai lavato come i jeans di Kurt.
Quel 29 novembre 1991, tornando a casa da Los
Angeles dov'era stato per riprendere a lavorare sulla copertina
di NEVERMIND, e sulle foto promozionali, Kurt - scrive Cross,
87
“trovò tutti i suoi beni inscatolati sul marciapiede: era stato
sfrattato. Tracy era venuta a trarre in salvo gli animali, ma le
opere d'arte, i diari e quasi tutti gli strumenti musicali di Kurt
erano finiti dentro gli scatoloni di cartone per strada. Quella
notte, e per molte settimane ancora, Kurt dormì in macchina”.
Anche questo episodio mi ha fatto pensare a Francesco,
che racconta come due frati, dopo un lungo viaggio, inzuppati
di neve e intirizziti, battono alla porta del convento dove hanno
fretta di entrare ad asciugarsi, a scaldarsi, ma lungi
dall'aprire, li accusano di essere dei falsi frati, dei ribaldi, dei
ladri di elemosine. Se ne vadano! E rimarranno fuori nella
neve e nel vento, morendo di fame.
A fine novembre non doveva certo fare caldo. Kurt si
trovò improvvisamente come quei frati vagabondi respinti e
lasciati in strada, senza però quella consolazione ch'era per
Francesco la vera letizia. Kurt si era già trovato a vivere
così...come uno sfrattato. Un Kurt francescano, com'ero io
prima di essere frate. Ma nella sua minuscola sacca portava, oh
non la Bibbia – ma il libro di un maledetto. Leggeva Kurt? Non
tanto quanto Morrison, ch'era un divoratore di libri. Però nel
suo diario scriveva:
“Non sono un gran lettore, ma quando mi decido a
leggere, leggo bene”.
Burroughs era con Kerouac il fondatore della Beat
generation. Marxista, ebreo, omosessuale, poeta: più maledetto
di così! Ho letto quasi tutto di Kerouac, trovandomi spesso in
lui, mentre Burroughs mi è spesso caduto dalle mani. PASTO
CRUDO, ricordo di averlo letto una trentina di anni fa e di aver
avuto molta difficoltà a leggerlo, proprio per la sua scrittura
innovativa, quasi incomprensibile per me, perché impreparato e
ignorante. In breve è il racconto allucinato dell'inferno di un
tossico - leggo su internet - lacerato tra la necessità impellente
della “roba” e il richiamo molesto della carne. Braccato da
polizia e spacciatori, Lee, il suo doppio, trascorre le giornate in

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sordidi luoghi pervasi dai miasmi del corpo e dalle fobie della
mente.
Che cosa cercava Kurt quando leggeva? Penso che
cercasse se stesso. Per capire chi era. Viveva con sé e con il
suo doppio. Uno che poteva quasi apparentarsi a un Francesco,
o ad un amante come Romeo, attratto dall'amore e dai più
nobili sentimenti, e l'altro ossessionato da ciò che più abbassa
un essere umano, senza ritegno, senza misura. Un po' come
avviene nel film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di
Sodoma”. Ricordo, quando nel 1975 a Parigi andai a vedere
questo film con uno dei miei studenti, durante la proiezione
c'erano spettatori che uscivano dalla sala disgustati.
Pensando ai vari film di Pier Paolo, ecco, Kurt avrebbe
potuto essere uno dei suoi protagonisti. Proprio per quella sua
complessa doppia personalità, impossibile da inquadrare: santo
e perverso, buono e cattivo, tenero e crudele. Schizofrenico,
sadomasochista, tenebroso e solare, timido e sfrontato, osceno
e puro, fragile e prepotente, incontenibile, ma nella sua
dismisura sempre vero.
Nel 1992, appena sposato, immaginando come lo vedevano gli
altri, scrive così nel suo diario:
“Mi vedono emaciato, itterico, zombesco, maligno, drogato,
tossico, boccia persa, sull'orlo della morte, autodistruttivo,
porco egoista, perdente che si pera dietro il palco pochi
secondi prima del concerto”.
Kurt non si sopportava. Questa frase, che comparirà spesso nel
suo diario, riassume tutto il suo malessere:
“Mi odio e voglio morire”.
Che cosa odiava in sé?”
Una volta Kurt mandò alla moglie Il ritratto di Dorian Gray, e
Cime tempestose di Emily Bronte. Forse si ritrovava nel
personaggio di Wilde quando, bello come un angelo, anche lui
trascorreva giornate in sordidi luoghi pervasi dai miasmi del
corpo e dalle fobie della mente, quando vagava come un'ombra
nel sottobosco della città in cerca di droga.
89
Ho riletto l'opera di Wilde recentemente. Tra le pagine
ho trovato queste righe che già alla prima lettura avevo
evidenziato:
“Corpo e anima, anima e corpo: com'erano misteriosi!
C'era qualche cosa di animalesco nell'anima mentre il corpo
aveva momenti di spiritualità. I sensi potevano affinarsi e
l'intelletto poteva degenerare. Chi poteva dire quando, dove
terminava l'impulso della carne o dove iniziava quello della
materia? Quanto erano misere le definizioni arbitrarie dei
comuni psicologi! E tuttavia come era difficile scegliere tra le
affermazioni delle varie scuole! Era forse l'anima un'ombra
seduta nella casa del peccato? Oppure il corpo era proprio
nell'anima, come pensava Giordano Bruno? (1) La separazione
tra spirito e materia era un mistero, ed era anche un mistero
l'unione di spirito e materia”.
Chissà cosa avrà pensato Kurt di queste righe se mai le
avrà lette. Che ci sia qualche cosa di animalesco nell'anima, e
nel corpo momenti di spiritualità lo sento bene anche in me, e
ancor più prepotentemente in Kurt.

1) Giordano Bruno, (1548-1600) filosofo, difende la tesi copernicana che


sfocia in un umanesimo panteistico. Fu bruciato vivo come eretico. Tante
volte sono passato sotto il suo monumento a Campo de' Fiori, a Roma,
quando adolescente vivevo come un cane abbandonato.
90
10

FAMOSO

sul manubrio di una bicicletta

Ogni giorno passiamo


attraverso il paradiso
e attraverso l'inferno.

Il venerdì 13 settembre uscì a Seattle NEVERMIND. Un


evento che Kurt aspettava da una vita. Se in Europa, a
Rotterdam, due settimane prima era su di giri ora sembrava
esausto, chiuso in se stesso. Alla presentazione dell'album al
Re-bar il locale era stipato all'inverosimile di musicisti, giorna-
listi specializzati, e potenti della scena.
Il momento era arrivato di crogiolarsi nella gloria, ma
lui reagiva sempre con sospetto ai colpi di fortuna. Da bambino
coccolato in famiglia, perse questo privilegio durante l'adole-
scenza. Durante la presentazione del disco e i giorni seguenti
Kurt avrebbe voluto essere altrove. “Durante il party” scrive
Cross, “rimase seduto in una macchinetta per le fotografie
automatiche, fisicamente presente ma nascosto da una tendina.
Comunque poi partecipò alla baldoria”.
Due giorni dopo alla presentazione del disco nel
negozio Beehive Records si aspettava una cinquantina di
persone. Quando vide la fila lo sentirono esclamare “santissima
merda”. I Nirvana si rifugiarono alla Blue Moon Tavern,
assediati da decine di fan che sbirciavano all'interno. Furono
costretti a mettere dei cavalletti davanti alle vetrine per evitare
che venissero sfondate. Suonarono per tre quarti d'ora. Il

91
pubblico cominciò a cozzare contro la band come nel video
Smells Like Teen Spirt. Anche se quel giorno Kurt firmò
centinaia di autografi, niente gli parve più strano. Fu uno dei
primi momenti in cui capì ch'era diventato famoso. Fu preso
dal panico. La realizzazione del sogno, che aveva da quando
frequentava la scuola, lo scuoteva. Era più di quanto aveva
sognato.
I Nirvana arrivarono a Boston il 22 settembre. Kurt non vedeva
l'ora di andare a vedere i Melvins. Quando cercò di entrare nel
club il portiere non sapeva niente dei Nirvana. Ma si intromise
Mary Lou Lord, una cantautrice locale per dire che li cono-
sceva, così Kurt pagò il biglietto.
Mary Lou Lord suonava sulle panchine della metropo-
litana. Già questo me la rende simpatica, amica, mi ricorda il
periodo, a Parigi, quando anch'io suonavo nel metrò per cercare
di sbarcare il lunario. Si misero a parlare tutti e due per ore,
dopo di che lei gli diede un passaggio sul manubrio della bici-
cletta. Stettero insieme tutta la notte a discutere. A un certo
punto lui le chiese di cantare una canzone. Quando lei eseguì
due brani dell'ancor inedito NEVERMIND, lui si sentì definiti-
vamente conquistato.
Ci sono incontri così, inaspettati, che fanno bene
all'anima. Lui si riversò in lei, le raccontò della sua famiglia,
del padre che una volta prese a calci un cane, di Tobi...che non
gli era ancora passata. Le disse anche che era affascinato da
una religione orientale, il gianismo, il cui spirito si avvicina al
nostro francescanesimo quando è praticato come sognava
Francesco, cosa che ho constatato raramente, come trovare un
quadrifoglio o una perla in un'ostrica.
Kurt aveva visto un documentario di notte in tele che
l'aveva incantato, scrive Cross, “perché sulla bandiera ufficiale
Jain appariva un'antica versione della svastica, dopodiché
aveva letto tutto quello che poteva trovare sui gianisti, che
adoravano gli animali rendendoli santi.

92
“Mi disse che avevano ospedali per i piccioni, e che
voleva unirsi a loro. Voleva avere un enorme successo e
passato tutto sarebbe andato a unirsi ai gianisti” ricorda Mary
Lou Lord. Uno dei concetti gianisti che più lo affascinava era
la loro visione dell'aldilà. Il gianismo prevede un universo che
in realtà è una serie di inferni e paradisi concentrici. “Ogni
giorno passiamo attraverso il paradiso e attraverso l'inferno” le
raccontò. -
Non conoscevo questa filosofia, per cui sono andato a
curiosare su internet, ed ecco cosa ho trovato: “Il gianismo è
un'antica religione, ma soprattutto una filosofia basata sugli
insegnamenti di Mahavira (559-527 a.C.), un asceta di nobile
estrazione che indicava la via della perfezione umana sulla
base della nonviolenza”.
E' la “buona condotta” che il discepolo deve tenere, che viene
definita, sinteticamente, come il fare ciò che è di beneficio agli
altri e l'astenersi da ciò che danneggia. Per ottenere ciò si deve:
1) Praticare i cinque giuramenti.
2) Praticare estrema attenzione nelle azioni quotidiane al
fine di evitare di recare danno a qualsiasi vita.
3) Tenere a freno pensieri, parole, azioni.
4) Praticare dieci tipi di Dharma, e precisamente perdono,
umiltà, chiarezza (ovvero assenza di inganno), sincerità,
pulizia, autolimitazione, austerità, autosacrificio,
distacco dai beni materiali (il che non significa
impedirsi di goderne), celibato.
5) Meditare sulla verità.
6) Vincere i dolori e i disagi che nascono da fame, sete,
caldo, freddo, ecc. attraverso la forza.
7) Raggiungere equanimità, purezza, grazia assoluta e
condotta perfetta – tutto dev'essere praticato secondo la
propria capacità e volontà, che devono essere
rafforzate.
Che Kurt fosse affascinato da questa filosofia indica tutto ciò
che si portava dentro; e non mi stupisce che dopo aver ottenuto
93
il successo volesse addirittura unirsi a questi gianisti. Tante
erano le sue potenzialità, i suoi desideri, le sue aspirazioni, i
suoi sogni. Come contenere tutto questo con i suoi contrari?
Era come un cockteil esplosivo, un magma bollente. Ciò che
gli mancava era una guida sicura, un “padre spirituale”. Ma
come l'avrebbe trovato in un ambiente dove s'incontrano solo
iene, imbroglioni e falsi amici? Non scriveva nel suo diario che
gli piaceva l'innocenza? Che non aveva mai conosciuto
nessuno che fosse compatibile con la sua volontà intellettuale,
spirituale e umoristica? Che non aveva mai incontrato nessuno
a cui chiedere consiglio e che proverebbe a spiegargli tutte le
incertezze che lo tormentavano? Che gli mancava la sincerità.
Si faceva delle domande sull'aldilà. Chi non se le fa?
Nei suoi diari scriveva:
“Mi conservo appositamente naïf e sto alla larga dalle
informazioni di questa terra perché è l'unico modo di evitare
un atteggiamento cinico. Tutto quello che faccio è profonda-
mente inconscio perché non è possibile razionalizzare la
spiritualità. Non meritiamo tale privilegio. Non so parlare. So
solo sentire”.
Poi provocatorio:
“Se vuoi sapere com'è la vita nell'aldilà, mettiti un
paracadute, sali su un aereo, riempiti le vene di una buona
dose di eroina, seguita immediatamente da un tiro di
protossido di azoto e a quel punto salta. O, in alternativa,
datti fuoco”.
E' ciò che Kurt a un certo punto fece. Kerouac, in “Un mondo
battuto dal vento” scriveva:
“La vita non è abbastanza. L'uomo ha bisogno di saper
che c'è un'eternità, l'eternità che ci ha promesso Gesù, senza di
che non posso vivere. Ma non riusciamo a vedere il suo volto
in questa storia”.
E' Gesù che mancava a Kurt, senza saperlo, che lo avrebbe
tratto dalle sue incertezze. E' il suo volto che non riusciva a

94
vedere nella sua storia. Eppure a 17 anni lo aveva incontrato, e
diceva che lo accettava nella sua vita.
Andava persino a messa. E' allora che Gesù doveva afferrarlo,
stringerlo a sé, sapendo quel che sarebbe stata la sua vita: altro
che calvario! Perché non lo ha fatto?
“Oh Dio, è così bello esser puliti!” scriveva nel suo
diario. Non era un porco perdente, un gran mucchio di merda,
come credeva.
Mi sarebbe piaciuto essere lì con loro quella sera, così
anch'io mi sarei raccontato, quando anch'io andavo cercando,
cercandomi, a un momento della mia vita attraverso l'islam, in
Algeria, con quei folli di Dio, i sufi, poeti che con i loro scritti,
le loro poesie mi incantavano. Anche il buddismo a un certo
punto mi parlò, affascinò. Islam e buddismo ancor oggi mi
affascinano. Tanti sono i punti comuni. Che cosa andavo
cercando se non Dio? Ritrovo questo nel mio diario:
“Succede che si trovi Dio là dove ce lo si aspetta meno,
persino in individui senza religione. Se Dio è una ricerca
permanente, egli è soprattutto nel dolore della sua mancanza,
nel dolore tour court. Traspare, si mostra, trabocca attraverso
ogni essere che sa amare. Tutta la difficoltà sta in questo non
“sapere”. E so così poco. La mia ammirazione quando incontro
un essere veramente amante. E mi chiedo: “Quando saprai
amare?” Qui sta la pace dell'anima, in questa saggezza. E' ciò
che Siddhartha, l'indiano - nel bel libro di Hermann Hesse -
riesce a trovare, invecchiando, dopo un lungo cammino, e che
confida a un amico:
“C'è qui un insegnamento di cui riderai, è che l'Amore,
o Govinda, deve dominare tutto. Analizzare il mondo,
spiegarlo, disprezzarlo, questo può essere l'affare di grandi
pensatori. Ma per me c'è solo una cosa che conta, è poter
amarlo, non disprezzarlo, non odiarlo pur non odiando me
stesso, poter unire nel mio amore, nella mia ammirazione e nel
mio rispetto, tutti gli esseri della terra senza escluderne”.

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Il vecchio Siddhartha dice bene “tutti gli esseri della
terra, i buoni e i cattivi, poiché “ogni peccato porta in sé la
grazia, tutti i bambini hanno già il vecchio in sé, tutti i neonati
la morte, tutti i mortali la vita eterna. Nessun essere umano ha
il dono di vedere a che punto il suo prossimo è giunto sulla via
che percorre”.
Com'è bello tutto questo!
E' vero che ogni peccato porta in sé la grazia. E' ciò che
ho cercato di vedere in Morrison, e ora in Kurt. Per questo
bisogna andare fino in fondo all'anima, là dove sovrana, inde-
lebile, rifulge l'immagine di Dio; il peccato rimane sempre in
superficie, galleggia come un escremento sull'acqua. E' così per
ogni uomo, è così per me.
Aggiunge Siddhartha:
“Consento volentieri che la Saggezza d'un uomo abbia
sempre agli occhi di certi altri una piccola aria di follia”.
Ai più Gesù appariva come un pazzo, è così per tanti ancor
oggi: come capirlo?
Seneca accanto a Nerone. Bisogna pur ammettere che il bene e
il male sono indivisibili nella natura dell'uomo. Dunque è vero:
ogni uomo passa attraverso il paradiso e attraverso l'inferno.
Di questo e di tante altre cose avremmo parlato Kurt e
io, ci saremmo svuotati l'un nell'altro, come facevo con i miei
amici a Parigi, rue de Paradis. Penso che ci saremmo capiti e
magari saremmo diventati anche amici, ma non è troppo tardi.
Con quel bambino bastardo ho tanti punti in comune, e questo
non cessa di sorprendermi. Viaggiare con lui è come viaggiare
in me. Più lo conosco, più scopro me stesso. E' stato così anche
con Morrison. Chissà come mai mi scopro più nei maledetti
che nei santi.

Mentre passeggiavano per Back Bay, Kurt faticava a


tenere il passo: “Sembrava un vecchietto, aveva solo 24 anni,
ma aveva un'aria stanca” racconta Mary Lou. Lui le disse che
usava certe droghe per calmare gli spasimi allo stomaco, però
96
lei non si drogava, non ci fece caso. “Quella sera” scrive Cross,
“andarono all'Axis dove i Nirvana suonavano in coppia con gli
Smashing Pumpkins. Quando arrivarono al locale lui le afferrò
la chitarra e la prese per mano. “Sono sicura che la gente in fila
stava pensando: ma guarda Kurt con quella svitata della
metropolitana. E adesso eccomi qua che passeggio per strada
mano nella mano con lui” ricorda Mary Lou. Il giorno dopo, il
24 settembre, NEVERMIND uscì ufficialmente nei negozi. Al
Newbury Comics, il negozio di dischi più alla moda di Boston,
c'era un migliaio di ragazzi che tentavano di comprare il
disco”.
Due settimane dopo, NEVERMIND arrivò nella Top 200
di Billboard. Quando la KNDD di Seattle fece un sondaggio,
Smells Like Teen Spirit ricevette il più alto risultato positivo
della storia.
Kurt si vide per la prima volta in televisione a New
York, dopo il concerto di Boston. Telefonò a sua madre: “Sono
io” disse tutto contento. E quando ricomparve sullo schermo:
“Ed eccomi di nuovo”. Dopo New York il tour decollò. Sia il
singolo che il video Teen Spirit scalarono a razzo le classifiche.
Due settimane dopo lo raggiunse Mary Lou. Lo trovò seduto su
un biliardo che scalciava e imprecava. Perfezionista, era
incazzato perché nessuno riusciva a sistemare il suono, non
riusciva a sentirsi. Questa cazzata faceva schifo. Mary Lou
abituata a suonare nel metrò per qualche spicciolo gli consigliò
di godersi il successo, senza riuscire a risollevargli il morale.
Non sapeva che era in astinenza, sporco segreto che non aveva
rivelato a lei né ai compagni.
Chicago. Qui si fece viva Courtney al Metro dove si
esibivano i Nirvana. Vide gli ultimi quindici minuti del
concerto, durante i quali Kurt, incazzato, distrusse la batteria.
Kurt non aveva il fisico, la bellezza d'un dio greco, d'un
Antinoo, bellezza ch'era di Morrison, ma induceva le donne a
coccolarlo. Forte e brutale era allo stesso tempo fragile e
delicato.
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“Come tutti” scrive Cross, “ in una partner Kurt voleva
un amore incondizionato, ma quella notte al Days Inn, scoprì in
Courtney qualcosa che non aveva trovato negli altri rapporti: la
comprensione. Capiva che Courtney sentiva al volo l'odore
della merda in cui si era strisciato. A Mary Lou Lord piacevano
i Vaselines, ma non aveva mai dormito in uno scatolone.
Tracy, nonostante tutto il suo amore, era sempre stata accettata
dalla sua famiglia, anche quando faceva una mattana come
mettersi con un punk di Aberdeen. Kurt aveva fatto di tutto per
farsi amare da Tobi, ma le loro strade erano tanto divergenti.
[…] Invece Courtney conosceva il sapore gelatinoso del
formaggio statale dei buoni pasto, sapeva com'è andare in tour
in un furgone e raccattare i soldi per la benzina. Spogliarellista
aveva conosciuto un degrado che pochi possono assaporare.
[…] In seguito entrambi dissero per scherzo che il loro
rapporto era cimentato dai narcotici (le droghe c'entravano,
certo), ma l'attrazione iniziale era più del comune desiderio di
fuga: era il semplice fatto che Courtney Love aveva qualcosa
da cui fuggire, come Kurt Cobain”.
Nonostante il successo, Kurt non se la passava bene,
scontento sullo stato del furgone, dei locali “topaia”. Nel giro
dei Nirvana non tutti commentavano favorevolmente il
rapporto di Courtney con Kurt. Avendo trovato con cui parlare,
comunicava sempre di meno con gli altri due del gruppo,
Novoselic e Grohl.
A Dallas, il 19 ottobre, Kurt ebbe un nuovo crollo,
stavolta sul palco. Erano stati venduti troppi biglietti e il
pubblico si riversava sul palco. Scoraggiato, Kurt distrusse una
consolle con la chitarra, e poco dopo si tuffò tra la folla. Tuffo
che avrebbe fatto in altri concerti. Quel suo buttarsi così tra la
folla, a parte la rabbia – come faceva anche Morrison – non era
per sentirsi abbracciare, per sentire il calore, il sudore dei fan,
per sentirsi meno solo, per sentirsi amato?
Una settimana dopo Kurt ritrovò Courtney a un benefit
per l'aborto a Los Angeles. Nel backstage a molti sembravano
98
molto uniti, la perfetta coppia rock. Invece, a porte chiuse, il
loro rapporto prese una piega distruttiva. Lui le propose di farsi
di eroina. Lei accettò. Dopo essersi bucati uscirono a fare due
passi. Trovarono un uccellino morto. Kurt tolse tre penne, una
era per la donna, e una per lui. E tenendo l'ultima aggiunse: “E
questa è per il bambino che avremo”. Courtney si sarebbe
ricordata di questo momento come di quello in cui si era
innamorata. Kurt, però, aveva già un'altra amante. L'eroina non
era più una fuga di fine settimana, ma parte di una dipendenza
quotidiana. Lo aveva deciso parecchi mesi prima di incontrare
Courtney, come scrisse nel suo diario.
Come si fa a prendere una simile decisione? Ti mette in ansia.
E pur sapendo come andrà a finire speri che non avvenga, che
qualcosa o qualcuno lo fermi...un miracolo. Pensava forse che
un bambino lo avrebbe salvato? Per un figlio che cosa non si
fa? Un figlio avrebbe potuto dargli la forza di smettere, ma
questo provocò più rapidamente la caduta, proprio per
l'immagine negativa che aveva di sé, che andava sempre più
accentuandosi.
No, non era l'incontro con Courtney che l'avrebbe
aiutato. Come Pamela, eroinomane, non era stata d'aiuto a
Morrison. Ma, come dicevo, succede che ci si attacchi anche a
un pidocchio pur di non restare soli. Nell'ambente il giro è
quello che è. Se sei fragile è finita, sei circondato solo da
sfruttatori, sanguisughe; una volta sfruttato, dissanguato ti
gettano come un “uso e getta”. Girava la voce che fosse stata
Courtney a scatenare la dipendenza di Kurt. Ma non è così. Lui
si faceva anche prima di mettersi con lei. I problemi di
Courtney erano diversi da quelli di Kurt. Per lei l'eroina era una
droga sociale, e il fatto stesso che non sopportava di iniettarsela
costituiva una barriera contro l'uso quotidiano. Dopo la prima
notte di buco insieme, lui ripassò la sera dopo per ripetere
l'esperienza. Lei rifiutò. Era sbagliato farsi due sere di seguito.
Kurt se n'andò. La terza sera le telefonò in singhiozzi. Quando
Courtney arrivò in albergo lo trovò tutto tremante, in preda a
99
un crollo nervoso. Dovette infilarlo nel bagno. Stava per
diventare famoso e questo lo faceva sballare. Era così piccolo e
magro. Dovette prenderlo in braccio perché non si reggeva in
piedi, ma non era fatto. Le teneva il broncio perché non si
bucava con lui. Allora lei gli cedette, ma non per colpa sua. Fu
una sua scelta, racconta Courtney. Aveva pensato di ricascarci.

Mentre i Nirvana proseguivano il tour, le vendite di


NEVERMIND salirono in freccia. L'album aveva venduto 100
mila copie a San Diego, 200mila a Los Angeles. Quando
arrivarono a Seattle era già disco d'oro. Nonostante la celebrità,
Kurt andava in giro in modo trasandato, mancando persino del
necessario. Così con Carrie Montgomery andò al Bon Marché
dove comprò, tra l'altro, svariate paia di mutande (adesso dei
boxer), e calzini (bianchi). Alla cassa, ricorda Carrie, iniziò a
togliersi scarpe e calzini per tirar fuori i soldi. Aveva delle
banconote in una scarpa, che cominciò a spianare manco fosse
un vecchio barbone, e ci mise una vita a contarle. Visto che poi
non bastavano si mise a frugare in un'altra tasca. Alla cassa
c'erano i suoi soldi e un mucchio di biancheria. Il commesso in
giacca e cravatta lo guardava come un senzatetto. M'immagino
la scena. E' questo ragazzo che mi commuove, che trovo
grande, anche e soprattutto così. Aveva la stoffa per diventare
un santo e che santo, se da lassù qualcuno l'avesse abbracciato.

Al Bon Marché.
Ci sono stato anch'io, ma non a Los Angeles, a Parigi.
Ci lavorai per quattro anni. E' qui che incontrai Caroline,
quando Kurt era ancora un bambino felice. Chi avrebbe mai
immaginato che un giorno saremmo diventati amici? Lui così
diverso e allo stesso tempo così simile a me, soprattutto in
queste occasioni.
Nonostante il disco d'oro andava in giro come uno che
non aveva casa. Denaro e fama, che pur aveva vagheggiato, ora
gli mettevano paura. Nell'agosto del '93 dava un'intervista a
100
Seattle. Lucidissimo, sembrava persino sereno, tranquillo. Tra
l'altro diceva che prima, quando entrava in un negozio con
pochi spiccioli, era più bello, eccitante; ora che avrebbe potuto
comprarsi tutto il negozio, che gusto c'era? Poi si commuove
quando parla di Frances, la sua bambina. Non gli restavano che
pochi mesi da vivere. Lo aveva già deciso?
A Seattle, durante il concerto, Kurt si mostrò arrabbiato
proprio sul palco perché le cose non andavano come desiderava
lui. La recensione di Rocket segnalava: “Questi ragazzi sono
già ricchi e famosi, eppure rappresentano il distillato di cosa
significa essere insoddisfatti della vita”.
Dopo il concerto incrociò Steve Shillinger, fermo
accanto alla porta riservata agli artisti. Un tempo era stato uno
dei suoi amici più cari, uno della famiglia che lo aveva accolto
quando Kurt dormiva in uno scatolone. Gli disse:
“Ehi, sei in televisione un'ora sì e un'ora no”.
“Non me ne ero accorto, non ho la tele nell'auto in cui
dormo” rispose con aria indifesa. A tarda sera si trattenne con
Tobi, che finì per dormire per terra con la solita mezza dozzina
di amici bisognosi di un posto dove dormire. Buffo, osserva
Cross, che abbia dormito sul pavimento della stanza di Kurt il
giorno in cui aveva toccato mezzo milione di copie vendute di
un album che parlava di lei che non l'amava.
Il 28 novembre NEVERMIND toccò il milione di copie. I
Nirvana partirono in tour. In Gran Bretagna parteciparono a un
seguitissimo programma televisivo: Top of the Pops. Poi Los
Angeles, e al Cow Palace di San Francisco. Quando arrivarono
a Salem, nell'Oregon, per l'ultima tappa del tour, le copie
vendute di NEVERMIND toccarono i due milioni e le vendite
continuavano incalzanti. A inizio 1992 l'ultima cosa che Kurt
voleva sentirsi dire era quanto era famoso. Poco tempo prima
lo avevano rifiutato per un lavoro in un canile.
La settimana dopo, la sua fama era ancor più grande
quando, a New York, i Nirvana apparvero a Saturday Night
Live. A New York era più facile far spese, ma di droga. La
101
bianca dalla Cina di New York - diversa sulla costa ovest,
praticamente catrame - lo faceva sentire più raffinato. Kurt ne
diventò ghiotto. Quando andò a trovarlo Wendy, la madre, lo
trovò in mutande e con un'aria da far paura. Il pavimento della
suite era coperto di rifiuti. Perché non faceva venire la
cameriera? Non poteva, rispose Courtney, ch'era ancora sotto le
lenzuola. Gli rubavano la biancheria.
A New York era chiaro che Kurt aveva preso la strada
dell'autodistruzione. Aveva tutti i segni del tossico all'ultimo
stadio. Kurt e Courtney si trasferirono in un altro albergo
diverso da quello del loro entourage. Quel gesto segnò la
spaccatura in seno alla band. Una frattura tra buoni e cattivi.
Courtney e Kurt erano i cattivi. Giorni bui. Anche i manager
non sapevano che pesci pigliare, mentre il successo economico
era sempre più notevole. NEVERMIND aveva sfrattato Michael
Jackson dal primo posto nella classifica di “Billboard”,
diventando l'LP più venduto a livello nazionale. “Non era quel
che si dice un successo lampo (il gruppo era insieme da quattro
anni)” scrive Cross, “il blitz dei Nirvana contro l'industria
musicale era senza precedenti. Praticamente sconosciuti fino a
un anno prima, avevano scalato le classifiche con Smells Like
Teen Spirit, il pezzo più ascoltato nel 1991, il cui riff iniziale di
chitarra segna la vera nascita del rock degli anni Novanta. Del
resto non si era mai visto una rockstar come Kurt Cobain. Era
un antidivo, uno che si rifiutava di salire su una limousine, e in
tutto quello che faceva infondeva uno stile da negozietto
dell'usato. Per Saturday Night Live indossava gli stessi vestiti
dei due giorni precedenti, un paio di scarpe da tennis Converse,
jeans con enormi buchi alle ginocchia, la maglietta di una band
sconosciuta e un cardigan tipo Mister Rogers. Non si lavava i
capelli da una settimana... Mai nella storia della televisione dal
vivo un artista aveva prestato un'attenzione tanto ridotta
all'aspetto e all'igiene, o almeno così sembrava”.
Meno di otto ore prima, all'albergo dove i due fidanzati si erano
trasferiti, Kurt era in coma per un'overdose. Anzi, era morto,
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racconta Courtney, che svegliatasi lo trovò riverso per terra.
Lei cercò disperatamente di rianimarlo, gettandogli addosso
acqua fredda, prendendolo a pugni al plesso solare perché i
polmoni iniziassero a smuovere aria...finché lo sentì boccheg-
giare. “Era la sua prima overdose quasi fatale” scrive Cross,
“arrivata lo stesso giorno in cui era diventato una star”.
Durante il concerto Kurt suonò da dio, anche se, per i Nirvana
non fu il loro migliore concerto. Ma Krist rimbalzava in giro
con barba e capelli lunghi, Grohl martellava la batteria, e Kurt
sembrava indemoniato, si capiva che Kurt era incazzato per
qualche cosa. Fu uno spettacolo ipnotico sia per l'intensità che
per la lontananza dell'artista. Finirono con la distruzione degli
strumenti, Kurt sfondando una cassa con la chitarra, Grohl
abbattendo la batteria che poi Kurt lanciò per aria. Dopo un
vaffanculo finale agli americani, mentre scorrevano i titoli di
coda Kurt e Krist si baciarono lingua in bocca (finale che
venne tagliato nelle repliche temendo uno scandalo). Ma Kurt
lo aveva fatto, come affermò in seguito, per provocare
“buzzurri e omofobi” di Aberdeen. Per i saluti finali Krist
dovette portarlo di peso: “Lo afferrai e gli infilai la lingua in
bocca. Volevo solo tirarlo su”. Alla fine non era andata poi
tanto male, ricorda Krist. Anche se Kurt aveva conquistato i
pochi giovani che non erano ancora innamorati di lui, non si
sentiva affatto un conquistatore, si sentiva sempre da schifo.
All'inizio di gennaio 1992 Kurt era talmente assuefatto
all'eroina che una dose normale non bastava più per farlo star
meglio. Nell'intervista con Cristina Kelly di “Sassy”, disse che
non riusciva a credere quant'era felice e meno interessato al
successo. Avrebbe potuto smettere anche subito. Ma era sotto
contratto. Era così preso dal fatto ch'era innamorato, che non
sapeva come sarebbe cambiata la sua musica. E quando Kelly
gli chiese se aveva in programma un figlio, lui ripose che prima
voleva essere sistemato, sicuro di avere una casa e soldi in
banca. Non sapeva che Courtney portava già in grembo il loro
bambino.
103
11

L'INFERNO DELL' EROINA

Tenere in braccio mia figlia


è la miglior droga del mondo.

Courtney incinta lo gettò nel panico. E se il bambino


fosse nato focomelico? si chiedeva, visto il suo stato e anche
quello di Courtney. In tutti quegli anni aveva realizzato
bambini con le pinne. All'inizio di gennaio non poteva fare a
meno di ripensare a tutti quei bambini con le pinne che aveva
disegnato. Nonostante tanta disperazione aveva delle aspetta-
tive per quella gravidanza. Certo è che non sarebbe mai
diventato come i suoi genitori, e al suo bambino avrebbe
regalato un mondo migliore in cui era cresciuto. Courtney
invece era rimasta serena: il bimbo che avrebbero avuto era una
benedizione di Dio, disse a Kurt, e aggiunse che quegli incubi
erano solo fobie, avrebbero avuto un figlio bello e sano. Ma
non era il migliore momento per avere un figlio. Cercarono di
disintossicarsi tutti e due per il bene del bambino, ce la fecero
anche se grazie all'utilizzo abbondante di sonniferi e metadone.
Ora, però, Kurt doveva partire per un tour di due
settimane in Estremo oriente. Prima di partire telefonò a sua
madre. “Non potevi farmi una sorpresa più gradita” gli disse.
In Australia, all'inizio, filò tutto liscio, ma nel giro di
una settimana Kurt riprese a soffrire di stomaco. Come scrisse
nel suo diario il dolore lo immobilizzava, se ne stava piegato
in due sul pavimento del bagno a vomitare acqua e sangue.
Stava letteralmente morendo di fame. Era sceso a 45 chili.

104
Il Giappone gli piacque moltissimo. Lì lo raggiunse
Courtney. così passarono il suo venticinquesimo compleanno
in volo verso i concerti di Honolulu. Il lunedì 24 febbraio si
sposarono sulla spiaggia di Waikiki. Kurt si era bucato poco
prima. Non era strafatto, solo una puntina per non star male.
“Kurt” nota Cross, “aveva un pigiama azzurro scozzese e una
busta di tela guatemalteca. Così magro e bizzarramente vestito,
sembrava più un paziente in chemioterapia che un classico
sposino, eppure quelle nozze ebbero per lui un grande
significato, tanto che durante la cerimonia si mise a piangere”.
In tutto otto invitati, che appartenevano al giro della
band. Kurt aveva convinto Dylan a prendere l'aereo per fargli
da testimone, ma era soprattutto perché gli portasse dell'eroina.
Non aveva invitato nemmeno i famigliari, come del resto anche
Courtney. Convinto che Shelli, la ragazza di Krist, sparlasse
della sposa, non si presentò neanche Krist, amareggiato:
“Ormai Kurt si era chiuso nel suo mondo. Da quel
momento mi sono sentito distaccato da lui”.
Luna di miele alle Hawaii. Dopo di che, deluso perché
le isole non corrispondevano al paradiso che si era immaginato,
tornarono a Los Angeles dove era più facile trovare droga. La
sua dipendenza era ormai enorme, riprese a frequentare un
nebuloso sottobosco di spaccia e corrieri. Nel suo diario si
descriveva tutt'altro che sano:
“Mi odio e voglio morire”, scriveva.
I due sposi: la loro era l'unione di due debolezze, una
dipendenza quasi impossibile da spezzare. “Quando uno era
sobrio, l'altro si lasciava andare. Courtney però sapeva control-
larsi meglio, lui era come un treno deragliato. Le quantità che
Kurt si iniettava erano inaudite, per cui accettò d'essere
ricoverato al Cedars-Sinai per tentare di ripulirsi. All'inizio il
giovamento fu notevole, e presto Kurt tornò a essere sano e
lucido, anche se accettò di continuare con il metadone. Ma
Kurt non era uno da gruppo, cominciò a saltare le riunioni dei
“dodici passi”. E finì per lasciar perdere.
105
Eppure sia lui che lei avevano di che essere felici.
Avevano persino comprato casa a Seattle. Lontani dalle luci
della ribalta e dalle droghe, scrive Cross, “avevano momenti di
tenerezza. Ogni sera prima di andare a letto pregavano insieme,
poi a letto si leggevano dei libri. Kurt adorava scivolare nel
sonno sentendo la voce di Courtney, consolazione che gli era
mancata per gran parte della sua esistenza”.
Questa storia avrebbe dovuto fermarsi qui, finire come
finiscono le fiabe: e vissero felici e contenti. Il Signore li
avrebbe presi con sé, con il bambino che lei portava in grembo
mentre pregavano.
Perché poi il giro li riprese nel suo gorgo. Pur incinta,
lei tornò a Los Angeles per lavorare con le Hole. Lui rimase a
Seattle. Il 16 Aprile i Nirvana finirono sulla copertina di
“Rolling Stones”. Provocatorio Kurt indossò una maglietta con
la scritta: I rotocalchi fanno schifo. All'inzio del 1992 aveva
scritto una lettera alla rivista, che non aveva mai spedito, in cui
diceva che aveva deciso di non dare interviste, perché non
avrebbe tratto nessun giovamento...perché il lettore medio di
“Rolling Stones” era un ex hippie di mezza età hippocrita che
pensava al passato come ai “bei tempi andati”, e aveva un
atteggiamento più dolce, più gentile e maturo nei confronti del
neoconservatorismo liberale. Il lettore di “Rolling Stones” era
sempre stato coperto di muffa.
Un paio di settimane dopo averla scritta si trovò seduto
assieme a Michael Azerrad, della suddetta rivista, a discutere
un'altra volta della maglietta. All'inizio Kurt trattò il giornalista
con freddezza, ma si scongelò quando cominciò a raccontare
dei pestaggi al liceo. Alla domanda sull'eroina rispose:
“Non bevo nemmeno più perché mi fa male allo
stomaco. Il mio corpo non mi permetterebbe di drogarmi anche
se volessi perché sono sempre molto debole. Le droghe sono
uno spreco di tempo, ti distruggono la memoria, il rispetto che
hai di te e tutto quello che riguarda l'autostima. Non sono
buone, affatto”.
106
Mentre diceva questo, nel soggiorno del suo appartamento
l'amata “scatolina degli attrezzi” era riposta nell'armadio come
un adorato cimelio di famiglia (nella scatolina c'era la siringa e
tutto il necessario per bucarsi).
Intanto NEVERMIND era ancora in vetta alle classifiche.
In quei giorni andò a trovarlo il vecchio amico Jesse
Reed, proprio quando Kurt era costretto a bucarsi due volte al
giorno. Andava in bagno per non farsi vedere davanti all'amico
o a Courtney. Ora che gli assegni cominciavano ad arrivare,
raccontò a Jesse che si faceva 400 dollari d'eroina al giorno,
scrive Cross. L'appartamento non era così diverso da quello
rosa di Aberdeen, con mobili da poco, graffiti sulle pareti, una
topaia. Kurt aveva ricominciato a dipingere. Certo è che
avrebbe potuto diventare pittore se la musica non avesse preso
il sopravvento. Passarono buona parte del pomeriggio a
guardare il video di un tale che si faceva saltare il cervello con
una 357 magnum. In realtà era il suicidio di R. Budd Dwyer,
alto funzionario della Pennsylvania ch'era stato accusato di
corruzione. Il film era molto cruento. Nel 1992 e 1993 Kurt
guardò ossessivamente quel suicidio, quasi quanto l'ecografia
di sua figlia nel ventre della madre.
A giugno i Nirvana iniziarono un tour europeo. A
Belfast Kurt lamentò nuovi dolori allo stomaco. Fu portato di
corsa all'ospedale. In Spagna era riuscito a rimanere pulito per
meno di sei settimane. Oramai la sua tossicodipendenza era
nota a tutti. Il 3 luglio, prime contrazione di Courtney. I
Nirvana furono costretti a interrompere il tour. In California i
dottori rassicurarono la partoriente. Intanto gli spacciatori
venivano a bussare alla loro porta a tutte le ore, e Kurt faceva
fatica a resistere a quella tentazione. Dovettero cambiare casa.
Kurt, sempre più sconvolto dal mal di stomaco, consultò una
dozzina di medici. Avrebbe meditato il suicidio, come scrisse
nel suo diario. Ricoverato in ospedale per un programma
intensivo di disintossicazione - la sua terza - furono due mesi di
“fame, e vomito, attaccato a un'endovena a mugolare forte per
107
il peggior mal di stomaco che non ho mai avuto”. Nel
frattempo Courtney fu ricoverata in un'ala diversa dello stesso
ospedale dove le somministrarono vitamine e metadone
preparto. Poco prima di partorire entrò nella camera dove Kurt
passava parte della giornata a vomitare o a dormire, le scostò le
coperte dal letto e strillò:
“Scendi subito dal letto e vieni subito! Non mi lasci
sola, vaffanculo!”
Con le contrazioni Courtney teneva la mano al marito
malridotto, che svenne qualche secondo prima che la testa di
Frances spuntasse. Erano le 7 e 48 del mattino del 18 agosto
1992 al Cedar-Sinai di Los Angeles. La bambina, una volta
aspirata e ripulita, Kurt insistette per tenerla in braccio. Fu un
momento che descrisse come uno dei più felici della sua vita.
In una foto, qualche mese dopo, si vede Kurt con la
bimba in braccio. Lui coi capelli corti, in pigiama, assomiglia
molto a una sua foto quand'era bambino in prima elementare e
poi in quinta. Lo sguardo non è rivolto verso l'obiettivo. Chissà
chi o cosa sta guardando...a cosa sta pensando. Ha l'aria così
innocente, un po' sperduto.

E tuttavia ciò che poi fece lascia sbalorditi. Il giorno


dopo uscì dall'ospedale per comprarsi dell'eroina, si fece, poi
tornò con una 38 carica, racconta Cross, “entrò nella stanza di
Courtney e le ricordò il voto che avevano fatto, cioè che se
avessero perso la bambina per qualche ragione si sarebbero
ammazzati tutti e due. Erano entrambi terrorizzati che gli
portassero via Frances, ma lui temeva anche di non riuscire a
liberarsi dall'eroina, e aveva giurato che non sarebbe riuscito a
sopportare un destino del genere”.

Sei giorni dopo la nascita, il tribunale ordinò a Kurt


trenta giorni di terapia antidroga e a entrambi i genitori di
sostenere esami casuali delle urine. Per gli otto mesi successivi
la bimba venne affidata a una bambinaia. L'unico problema
108
erano le droghe. Due giorni dopo la sentenza, mentre Courtney
tornò a casa senza la figlia, Kurt volò in Inghilterra per
partecipare al festival di Reading dove i Nirvana era attesissimi
“L'energia era altissima. Quando spuntava sul palco una
qualsiasi figura, nel pubblico passava un'onda d'urto” ricorda
Gonson. I Nirvana non suonavano insieme da due mesi. Eppure
il concerto fu una rivelazione.
Poi Kurt tornò a Los Angeles. Era ancora in metadone,
in terapia individuale e di gruppo all'Exodus di Marina del Rey.
Quando Krist andò a trovarlo lo trovò malmesso. Era troppo
pesante per lui essere padre, marito e una star, tutto questo
insieme, e per di più se sei anche tossicodipendente...
Quasi tutte le sere scriveva nel suo diario, lunghi trattati su
tutto ciò che gli passava per la testa, e queste righe, disperate:
“Vorrei che ci fosse qualcuno a cui chiedere consiglio.
Qualcuno che mi facesse sentire uno sfigato se vuoto il sacco e
cerco di spiegare tutte le incertezze che mi ossessionano, da,
oh, ormai 25 anni. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché
esattamente non ho più la minima voglia di imparare”.
A Courtney scriveva lettere tra poesia e monologo interiore, e
le copriva di cera, sangue e ogni tanto sperma. Ma ciò che più
gli importava era la sua battaglia per liberarsi dall'eroina:
“...Soffro da tre anni di problemi di stomaco fastidiosi e
irresolubili, e tra l'altro non sono collegati. Niente stress, niente
casino poi, bam! Come una fucilata: mal di stomaco”.
Eppure, ogni volta che riusciva a spezzare la dipendenza, poi ci
ricascava, provando odio e disgusto verso se stesso:
“Mi ricordo che dicevano 'se provi l'ero una volta, sei
agganciato'. Certo, io mi mettevo a ridere, ma adesso credo
che sia verissimo. Mi dispiace tanto per tutti quelli che sono
convinti di poter usare l'eroina come una droga perché, ehm,
non funziona. L'astinenza è proprio come dicono, vomiti, ti
dibatti, sudi, caghi a letto...”

109
L'8 settembre Kurt ricevette la libera uscita per provare
con i Nirvana. Il giorno dopo dovevano suonare ai Video
Music di MTV, l'equivalente grunge degli Oscar. Kurt odiava
andare alle premiazioni. Si comportava come uno che odiava la
pubblicità, ma nessuno come lui riusciva a rappresentarsi con
successo. I suoi fan preferivano vederlo così. I dirigenti si
aspettavano che i Nirvana eseguissero Teen Spirit, invece
eseguirono Rape me, una canzone che eseguivano in concerto
da due anni.
“Il pezzo aveva la stessa magnetica dinamica dolce /
duro di Teen spirit e con quel refrain strano evocava la perfetta
estetica cobainiana, bello, ossessionante, disturbante. Anche se
nelle interviste” scrive Cross, “avrebbero presentato il pezzo
come un'allegoria degli abusi della società, nel settembre 1992
era diventato una metafora personale su come si sentiva trattato
dai media, dai manager, dai compagni, dalla tossicodipen-
denza, e da MTV (cosa che i dirigenti della rete avevano
astutamente capito). Non era questione che suonassero Rape
me, ma Krist ebbe modo di iniziare con gli accordi iniziali di
Rape me: “Lo facemmo per prenderli per il culo” ricorda Krist.
Non erano passati nemmeno venti secondi - che MTV avrebbe
tagliato nelle repliche - ma fu uno dei momenti migliori dei
Nirvana. Finito il pezzo, Krist lanciò per aria il basso, poi
barcollò giù e crollò lungo disteso per terra. A ritirare il premio
inviarono un sosia di Michael Jackson.
Rape me, comunque la si voglia interpretare, è una delle
canzoni più disperate di Kurt:
Violentami - grida rabbioso -
violentami, amico mio
violentami
Violentami ancora

Non sono l'unico

Odiami,
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fallo fallo ancora
Sprecami,
Assaggiami, amico mio...

Rape me
Rape me, my friend
Rape me
Rape me again

I'm not only one

Hate me
Do it and do it again
Waste me
Taste me, my friend...

Metafora o no, nel suo diario, sotto Rape me Kurt notava:


“Quanto audace si farà la stampa?”
Anche prendendo questa canzone alla lettera, che dire? Nulla
mi scandalizza più da tempo ormai, nessun peccato. Kurt, come
Morrison, aveva i suoi fantasmi, che tutti ci portiamo dentro,
quando scavando scavando andiamo giù giù fino in fondo.
Rape me mi ricorda Dive che divenne, dopo averlo
ascoltato per la prima volta nell'ottobre 1990, il pezzo preferito
di Courtney. Lo trovava sexy, e sensuale, e strano, e ossessio-
nante, geniale. Nei “Diari” trovo questa traduzione:

Prendimi – prendimi dai


Lancia un segnale basso e prolungato
A tuo piacimento finalmente dai
Tutti sono vacui
Prendimi – prendimi dai
Tutti sono in attesa
Prendimi – prendimi dai
Pagali pure / Tanto puoi
111
Tuffati tuffati tuffati tuffati in me
Baciami qui baciami là dai
Lancia un segnale basso e prolungato
A tuo piacimento a tuo piacimento dai
Puoi essere il mio eroe
Prendimi prendimi dai
Tutti sono in attesa
Colpiscimi colpiscimi dai
Io sono bravissimo a odiare

Pick me, Pick me yeah


Let a long, low signal
At ease, at least, yeah
Everyone is hollow

Pick me, pick me, yeah


Everyone is waiting
Pick me, pick me, yeah
You can even pay them

Dive, dive, dive, dive in me


Dive in me

Kiss this, kiss that, yeah


Let a long, low signal
At ease, at least, yeah
You can be my hero

Pick me, pick me, yeah


Everyone is waiting
Hit me, hit me, yeah
I'm real good at hating

Dive, dive, dive, dive me

112
Una settimana dopo gli Awards, Kurt si sedette nella
sua casa di Alta Loma con Robert Hilburn del “Los Angeles
Times” per la sua prima grossa intervista nell'arco di sei mesi.
Cercò di essere vagamente onesto sulla sua tossicodipendenza,
ammise i suoi problemi con l'eroina pur minimizzandone la
portata, la fase pesante era durata solo tre settimane. Molti suoi
commenti erano influenzati dalla presenza di Frances che
teneva in braccio:
“Non volevo che le dicessero che i suoi erano drogati.
Sapevo che appena avessi avuto un figlio sarei stato travolto, è
vero...Non riesco a spiegarti come è cambiato il mio comporta-
mento da quando ho Frances. Tenere in braccio mia figlia è la
miglior droga del mondo”.
Con questa intervista si scrollava di dosso parte della vergogna
riguardo alla droga. Scoprì che poteva essere applaudito per la
sua onestà, come un uomo che viene graziato dopo una
condanna a morte. Poco dopo, nel suo diario, rifletteva così
sulla sua attuale esistenza:
“Certe volte mi domando se sono il ragazzo più
fortunato al mondo. Per qualche strano motivo sono stato
graziato da vagonate di bella roba da un anno a questa parte, e
non credo che questi doni siano stati acquisiti grazie al fatto
che sono un cantante biondo semidio idolo delle ragazzine
amato in tutto il mondo acclamato dalla critica, cripticamente
onesto. Discorso di accettazione del premio franco ma
impacciato da un problema di pronuncia, golden boy, rockstar
finalmente uscita allo scoperto riguardo la sua vischiosa
tossicodipendenza di due mesi, annaffiando il mondo con il
classico “non riesco più a tenerlo nascosto perché mi fa male
nascondere una parte qualsiasi della mia vita privata ai fan
adoranti, preoccupati, ti-trattiamo-come-il nostro- personaggio-
da fumetto-di pubblico-dominio-ma-ti-amiamo-lo stesso”. Sì,
figlioli, per dirla come un coglione totale, parlando per conto
del mondo “apprezziamo davvero la sua ammissione finale di
ciò di cui l'accusavamo, dovevano sentirla perché eravamo
113
preoccupati che i pettegolezzi e battute e ipotesi in ufficio, a
scuola, alle feste, sì, insomma, si esaurissero”.
Un diario è sempre il segno di una vita interiore. Nel suo
diario, Kurt si sfogava anche così:
“Nei mesi fra l'ottobre 1991 e il dicembre '92 ho
riempito 4 quaderni con 2 anni di poesia, scritti personali e
canzoni che poi sono stati rubati in momenti diversi. In più 2
nuove cassette di musica da 90 minuti ognuna, piene di pezzi
per chitarra e strofe di canzoni sono andate rovinate a causa di
un incidente idraulico, e con loro 2 delle mie chitarre più care.
Non sono mai stato una persona prolifica, perciò quando la
creatività passa, passa sul serio. Mi trovo a scarabocchiare su
taccuini per appunti e fogli sparsi, ma finisce che solo una
minima parte dei miei scritti raggiunge una vera forma. E'
colpa mia, ma il sopruso peggiore che ho patito quest'anno non
sono né le esagerazioni dei media né i pettegolezzi da pollaio,
ma la violenza ai miei pensieri personali, strappatimi durante i
soggiorni in ospedale o nei viaggi in aereo o in albergo ecc. Mi
sento costretto a dire vaffanculo vaffanculo a quelli tra voi che
non hanno nessun riguardo per me come persona. Mi avete
violentato più di quanto potrete mai immaginare. Quindi vi
dico di nuovo andate vaffanculo, anche se questa espressione
ormai ha perso completamente il suo significato.
Vaffanculo! Vaffanculo”

Come sottrarsi a tanta violenza? Tante sono le vie di


fuga, ma nessuna è del tutto sicura, anche quando ti sembra di
aver trovato la strada giusta.
Succede l'imponderabile, l'ingiusto, è una maledizione. La
violenza ai tuoi pensieri, a quello che sei, ti piomba addosso
quando meno te lo aspetti, e come un rullo compressore ti
stritola, ti viene inflitta talvolta da quegli stessi in cui avevi
posto tutta la tua fiducia. E non c'è Dio che tenga.

114
12

MI ODIO E VOGLIO MORIRE

Come se Dio mi avesse chiavato

Frances avrebbe potuto cambiare la sua vita, salvarlo.


Purtroppo, però, tranne qualche periodo, Kurt dovette ripartire
in tour, come anche Courtney con le Hole. Frances venne
affidata a diverse bambinaie, e infine al giovanissimo Cali, che
si dimostrò un eccellente governante. Kurt aveva solo 25 anni,
un ragazzo ancora. Come gestire il fatto d'essere un padre, un
marito, una rockstar e un tossicodipendente? Nonostante i
tentativi fatti per liberarsi dalla tossicodipendenza ci ricascava
di continuo per l'inguaribile tormentoso mal di stomaco, il suo
malessere psichico, l'insopportabile astinenza quando tentava
di ripulirsi.
Negli ultimi mesi del 1992 completò molte canzoni, tra
le quali Serve The Servants, in cui parlava di Don, il padre,
con quel verso che parlava di come ce l'aveva messa tutta per
avere un padre e invece aveva avuto un papà. Pagava caro il
successo di NEVERMIND, ora si sentiva vecchio e annoiato.
Quando cantava questa canzone minimizzava il divorzio dei
genitori, ma nella prima stesura del testo lo sottolineava tre
volte. In una lettera che scrisse al padre, dove diceva che era
persino nervoso quando portava Frances in macchina per paura
di fare un incidente, poi continuava così:
“Giuro che se mai mi troverò nella stessa situazione,
cioè il divorzio, lotterò fino alla morte per mantenere il diritto
di provvedere a mia figlia. Farò l'impossibile per ricordarle che
l'amo più di quanto ami me stesso. Non perché è il dovere di un
padre ma perché desidero farlo per l'amore che provo. E se io e
115
Courtney finiremo per odiarci a morte, saremo entrambi adulti
e responsabili a sufficienza da trattarci civilmente in presenza
di nostra figlia. So che da anni sei del parere che mia madre
abbia fatto il lavaggio del cervello a me e a Kim per
convincerci a odiarti. Non riesco a sottolineare abbastanza
quanto ciò non sia vero, e credo d'altra parte che questa sia una
scusa molto debole per giustificare i tuoi mancati sforzi di
essere all'altezza dei tuoi doveri di padre. Non ricordo mia
madre parlare male di te fino a molto tardi, cioè intorno ai miei
ultimi due anni di liceo. Ed era un momento in cui tiravo le mie
conclusioni e non avevo bisogno di quelle di mia madre. Certo,
dopo aver colto il mio disprezzo nei confronti tuoi e della tua
famiglia, ha agito sui miei sentimenti senza perdere l'occasione
di sfogare le sue frustrazioni verso di te. Ogni volta che parlava
di te le ho fatto capire che non gradivo e che non ce n'era
bisogno. Non ho mai preso parti, perché mentre crescevo
provavo un uguale disprezzo per entrambi”.
Lettera però che non spedì.

Dylan era l'amico che frequentava di più. Altri se ne


erano allontanati. Dopo il matrimonio il rapporto con Krist era
cambiato parecchio. Parlavano lavoro, ma ciò che li aveva
sempre legati come fratelli si era interrotto. Fra le nuove
amicizie di quell'anno fu quella con Buddy Arnold, “drogato ex
batterista jazzista ebreo”, come lui si dichiarava. Al primo
incontro Kurt guardò con sospetto questo vecchio calvo, e gli
chiese se aveva mai fatto uso di droghe. “Solo eroina, e solo
per 31 anni” rispose Arnold. Quando passava per Los Angeles
si fermava volentieri da Arnold, ma raramente era disposto a
parlare di terapia. “Voleva invece sapere di Charlie Parker,
Billie Holiday” scrive Cross, “e delle altre leggende che
l'amico aveva conosciuto. Il vecchio calvo cercava sempre di
infilare qualche frasetta contro le droghe che li aveva distrutti.
Kurt lo ascoltava educatamente ma poi tornava agli aneddoti
sui grandi”.
116
Avrei fatto così anch'io, perché più o meno alla stessa
età di Kurt, a Parigi, Billie Holiday era una delle mie cantanti
preferite, con quella sua voce roca, strascicata, struggente, che
ascoltavo con l'amico Franz. Scrivevo così in Via Paradiso:
“Anche Billie ne aveva subite tante fin da bambina. Violentata
da un inquilino della madre a dieci anni – e per questo ritenuta
corrotta – venne rinchiusa in un riformatorio. Dopo di che fece
di tutto per sopravvivere: lavapiatti, prostituta. Finì più volte in
galera, prima per prostituzione e poi per detenzione e uso di
eroina.
Strange fruit:
una canzone che Billie cantò per la prima volta nel
1939. E certo strideva in confronto con altre canzoni. Era un
atto di resistenza:
“La prima protesta significativa in parole e musica, la
prima invocazione gridata contro il razzismo” scriveva il
critico jazz Leonard Feather.
Strano frutto, sì.
Ho qui sotto gli occhi una foto del 19 luglio 1935, in cui
si vede il trentaduenne Rubin Stacy pendere a un albero a Fort
Lauderdale, in Florida, dopo essere stato sottratto alla custodia
degli aiutanti dello sceriffo per presunte molestie a una donna
bianca. Quattro individui, vestiti a festa, circondano
l’impiccato, soddisfatti, uno di loro sghignazza.
Ascoltavamo Billie in silenzio, di notte, quando non era
di turno, con il solo riverbero dei lampioni che proveniva dalla
strada. La canzone diceva:
Gli alberi del Sud producono uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Un corpo nero dondola nella brezza del Sud,
Uno strano frutto pende dai pioppi. (…)
Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare,
Che la pioggia inzuppa, il vento sfianca,
Che il sole marcisce, l’albero lascia cadere,
Qui c’è uno strano e amaro raccolto.
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Southern trees bear a strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
Black bodies swinging in the Southern breeze
Strange fruit hanging from the poplar trees…
Agghiacciante pietosa immagine dell’impiccato che
pende dall’albero – sì, amaro frutto. La voce di Billie ci
avvolgeva, come solo il dolore e l’amore avvolgono, come solo
la sete di un amore avvolge. Ascoltavamo tutte le sue canzoni,
incise allora su 33 giri. Billie ci commuoveva, affascinava,
sconvolgeva. A chi pensava quando cantava I love a man o
Embrace me? Solo il dolore, la mancanza d’amore la rendeva
inimitabile, come Edith Piaf, che traeva la voce dalle sue
viscere per cantare l’abisso incolmabile della solitudine che le
stringeva il petto.
Indimenticabile Billie, che ascolto tuttora.

E Charlie Parker?
“Quell'estate seguivo Jean-Pierre - uno dei miei studenti, un
ribelle - nei locali dove bazzicava: birrerie, cabaret, caves della
rive gauche intorno a St-Germain-des-Prés, più spesso nei club,
boites dove si esibivano musicisti di jazz in favolose improv-
visate jam-sessions. Così cominciai a familiarizzarmi con
questa musica, a conoscere Miles Davis, Chet Baker e altri
attraverso i dischi che andavo a comprare rovinosamente alla
FNAC. Con Charlie Parker e John Coltrane scopersi le sonorità
straordinarie di uno strumento al quale fino allora non avevo
mai veramente fatto attenzione: il sax tenore.
Presi a leggere le storie dei personaggi più famosi,
spesso sopravvissuti a un’infanzia miserabile. Ma è soprattutto
John Coltrane che m’incuriosì. M’incuriosì il suo cercare, per
un certo tempo anche attraverso la droga, esperienza di cui più
tardi parlò come di una “purificazione”. Intuivo cosa volesse
dire con “purificazione”. Anche il peccato poteva essere inteso
come un periodo di purificazione. Infatti diversamente da altri,
Coltrane smise di far uso della droga fin dal 1957. Per lui la
118
musica era sempre stata una via per arrivare a Dio. Dio o la
cocaina. Questa rinuncia cambiò la sua vita. Questa sua
rinuncia m’incuriosì.
Non mi stancavo di ascoltare il suo capolavoro: “A
Love Supreme”, pubblicato nel gennaio del 1965. Non era un
pezzo di facile ascolto, per cui solo a poco a poco finii col
coglierne l’anima, il misticismo. Non so descrivere ciò che
provavo e provo ancora ascoltandolo. So soltanto che le note di
questo strumento mi toccavano e scuotevano, facevano vibrare
quella parte di me che ignoravo. Era come se partecipassi a una
preghiera, anzi a un nuovo modo di pregare, trascinato su tante
strade diverse che tutte però portavano a Dio. Era questa la
speranza, il sogno di Coltrane. E anche mio. Era come se
trovassi un fratello, che mi trasmetteva con la sua musica ciò
che contava di più, la fede in Dio, quella fede che abbraccia
indistintamente ogni uomo, dal nord al sud, dall’est all’ovest. Il
suo, in fondo, quando ci penso ora, era lo stesso sogno
universalista del profeta Isaia: il sogno di Dio. L’illuminazione
che non ebbe, nel suo smarrimento, l’infelice Morrison”.
E ancor meno l'infelice Cobain.
Nel '92 ero ancora a Parigi. Ricordo qui un episodio,
che non ho mai raccontato, che mi sconvolse non poco. Si
chiamava Ricordel, un bel ragazzo sui sedici-diciassette anni,
che frequentava la scuola. Si capiva dal suo comportamento
che qualcosa non andava, lo tormentava. Capelli neri e occhi
azzurri bellissimi, piaceva molto alle ragazze. Durante la
ricreazione veniva spesso a parlarmi, all'inizio con aria
scherzosa, da bulletto, poi confidandosi, lasciando trasparire la
sua malinconia. Bastava guardarlo negli occhi. Sapevo che
viveva con la madre. Il padre se n'era andato con un'altra
quand'era ancora bambino. Da quel momento, come successe a
Kurt, non fu più lo stesso, qualcosa si era rotto, come uno
specchio che cade per terra in frantumi. Impossibile riattaccare
i pezzi. Poi successe che la madre si portò in casa un uomo. Un
uomo che non lo sopportava. Litigi, rimproveri, ingiurie. La
119
madre non se la sentiva di difenderlo. Escluso in casa, il peggio
accadde quando, viste le sue assenze e la poca voglia di
studiare - ma come faceva a studiare in quelle condizioni? -
venne escluso anche dalla scuola. Non lo vidi più per alcuni
mesi. Chissà che vita faceva. I compagni dicevano che
frequentava cattive compagnie, che si drogava.
Una notte - era d'inverno, verso le due - sentii bussare
alla porta. Era lui. Disfatto, si reggeva appena in piedi, quasi
irriconoscibile, barcollava. Mi si aggrappò al collo e si mise a
piangere. Era stato cacciato da casa dal convivente della madre.
Aveva fame. Tenevo sempre delle scatolette in riserva. Ravioli
al sugo. Mangiò. E mentre mangiava mi raccontò che viveva
per strada come un clochard, come accadde anche a Rimbaud,
e a chissà quanti altri senza nome. Poi, stanco, si stese sul letto,
rannicchiandosi come un bambino. Era l'epoca in cui Morrison
si trovava a Parigi, l'epoca hippie. Ricordel si trovava a fare la
vita che avevo fatto io alla sua età, una brutta vita, pericolosa,
sempre affamato, solo, una vita da cani randagi. Tutte le volte
che incontravo una persona così, rivivevo ciò che mi era
capitato da ragazzo.
Ricordel stette con me alcuni giorni. Mio era il suo
smarrimento, mia la sua tristezza, mia la sua disperazione,
tanto più che non sapevo come aiutarlo. Poi, com'era comparso,
improvvisamente sparì. A scuola chiesi se qualcuno l'avesse
visto. Uno mi raccontò che un uomo se l'era portato in Brasile.
A far che in Brasile? A spacciare, a prostituirsi? Cosa c'era di
vero? E se l'avesse fatta finita, magari buttandosi da un ponte?
Succede. Una tentazione che era passata per la testa anche a me
in questa situazione. Fatto sta che non si fece più vivo. Quanti
attraversano la vita così.
Che cosa poteva salvarlo?
Mentre scrivo queste righe provo lo stesso sentimento
per Kurt. Provo tutto ciò che prova, patisce, e pur sapendo
come finirà spero insensatamente in un miracolo, spero che se
la caverà, si salverà, come se fosse lì, vivo, accanto a me.
120
Eppure Kurt, per un certo tempo, trovò la sua salvezza
nella musica. E poi negli amici, che non ebbi io. E donne che lo
hanno amato. Penso soprattutto a Tracy. Poteva dirsi ancora
fortunato. Ma poi tutto questo non gli bastò, sempre in cerca
d'altro, di sanare quella sua ferita, quel suo mal di stomaco,
quel suo segreto incomunicabile tormento, quella sua insoddi-
sfazione, in una parola quella sua infelicità, che lo portò fino a
curarsi con la peggiore delle droghe, l'eroina. Finché anche
questa non bastò. Nessuno riusciva più a capirlo là dove lui
sprofondava...in quei suoi sogni pazzi, indecifrabili, che gli
venivano dalla brutta realtà che lo circondava, al punto che
ormai rifiutava ogni aiuto. Accettava di perdersi, di andare
oltre questa “vita del cazzo”, come se non si aspettasse più
nulla. Autodistruttivo. In fuga da una società spesso corrotta.
Certo lui era com'era, “peccatore” sì, ma non corrotto, troppo
fragile per esserlo, troppo vulnerabile, dalla corruzione era
rimasto incolume, intatto, puro, ed è anche per questo che
soffriva, ch'era infelice. Incapace di andar su, a poco a poco si
era lasciato andar giù. Hello, hello, hello, how low? Quanto
giù, giù? Come dicevo di Morrison, un maledetto, era un santo
alla rovescia, ma se avesse avuto la grazia...
Il primo giugno del '93, racconta Cross, “Courtney
architettò una seduta nella villa di Lakeside con Krist e Nils
Bernstein […] All'inizio Kurt si rifiutò di uscire dalla sua
stanza e persino di rivolgere la parola al gruppetto e quando
alla fine spuntò iniziò a litigare con la moglie. In uno scatto di
rabbia afferrò un pennarello rosso e scrisse sulla parete del
corridoio:
“Nessuno di voi conoscerà mai le mie intenzioni”.
“Era evidente che non saremmo mai riusciti ad arrivare
a lui” ricorda Bernstein.
La frase “mi odio e voglio morire” faceva parte del suo
repertorio da sempre. Quando scriveva nei suoi diari: “Ti odio.
Li odio. Odio soprattutto me stesso”, non era uno scherzo. A

121
metà del '92, parlò degli spasimi allo stomaco come se fossero
una maledizione:
“Ho vomitato con violenza fino al punto che lo stomaco
mi si è letteralmente ribaltato per mostrarti le fini terminazioni
nervose che ho cresciuto come figli miei, guarnendole e
marinandole una per una, come se Dio mi avesse chiavato e
impiantato queste ovine preziose e io le porto in giro
pavoneggiandomi con orgoglio materno come una troia
liberata dal peso di stupro e tortura continui, e promossa al
lavoro più dignitoso della vecchia buona sana prostituzione di
tutti i giorni”.

Kurt nei sui scritti si riferiva spesso a Dio, ma


non con ironia, si spiegava così i suoi problemi fisici e psichici.
Lo show del 16 gennaio 1993, di Sao Paulo avvenne davanti a
110 mila persone. Fu la prestazione più schifosa dei Nirvana.
Kurt era nervoso. Per peggiorare le cose aveva mischiato
pillole e alcolici, non riuscendo più a suonare come avrebbe
dovuto. Nella cover di We Will Rock You dei Queen, cambiò il
testo in “We will fuck you”.
Dopo trenta minuti Krist lanciò il basso addosso a Kurt
e scappò. Tutti cominciarono e lanciargli addosso frutta come
in un avanspettacolo. Temettero persino che il furgone venisse
ribaltato.
Non erano i veri Nirvana, ma solo un Cobain depresso
che faceva rumore con la chitarra, depresso e con tendenze
suicide. Arrivati all'albergo-grattacielo di Rio, Kurt minacciò di
buttarsi dalla finestra. Dovettero trovare un altro albergo, una
catapecchia, con una stanza al piano terra. L'intrattabilità di
Kurt era dovuta all'astinenza. In mancanza d'eroina faceva uso
di tutti gli stupefacenti che trovava, dalle pillole all'alcol.
Di ritorno a casa, Kurt e gli altri erano di nuovo su con
il morale per le prossime sedute di registrazione.

122
13

SEMPRE PIÚ IN FUGA

In quei giorni Kurt iniziò


a isolarsi sempre più.

IN UTERO - che avrebbe dovuto intitolarsi Hate Myself


And I Wanna Die - il nuovo album dei Nirvana è il disco che
preferiva Krist, opinione condivisa da tanti critici. Nell'album
alcuni pezzi sembrano buttati giù così, come sparati, che Kurt
però lavorava, rivedeva, non facili da capire, almeno per me.
C'erano anche accenni alla sua disintossicazione:“Your scent is
still hero in my place of ricovery – Il tuo odore è ancora qui
dove mi disintossicano”. A più riprese una frase che inseriva in
varie canzoni sin dai tempi del liceo:
“Look, on the bright side is suicide
Guarda, dal lato positivo c'è il suicidio.
Nelle note inutilizzate di Dumb descrisse la sua discesa nella
tossicodipendenza:
“Tutta quell'erba. Tutta quella maria in teoria sicura,
innocua che dava assuefazione e mi ha danneggiato i nervi e
rovinato la memoria e mi faceva venir voglia di mettere una
bomba al ballo della scuola. Solo che non ero abbastanza
forte, così sono salito fino al papavero”.

Sia l'album che i videoclip della canzone Heart-Shaped


Box, scrive Cross, “erano infestati da immagini di parti, di
morte, sesso, malattie e tossicodipendenza. [...] La versione
ufficiale era incentrata su un Gesù invecchiato e dalla faccia da
tossico, vestito come il papa e con un berretto da Babbo Natale
che viene crocifisso in un campo di papaveri. Un feto prima
123
appeso a un albero ricompare infilato dentro un flacone per
flebo da iniettare a Cristo, ora trasferito in ospedale. Krist,
Dave e Kurt sono in sala d'aspetto mentre attendono che Gesù
si riprenda. Compare un cuore gigantesco con dentro un
cruciverba, e anche una ragazza ariana con un berretto da Ku
Klux Klan che diventa nero. Durante tutta questa sequenza il
viso di Kurt continua a fissare l'obiettivo. E' un video
scioccante, ancor più notevole quando Kurt raccontò agli amici
che erano quasi tutte immagini tratte dai suoi sogni”.

Che dire? Scioccante sì, per certuni, ma bisognerebbe


chiederlo a Gesù. Non so se lui lo troverebbe scioccante. Quel
Gesù invecchiato e dalla faccia di tossico non è altro che quel
Gesù in croce che porta tutti i peccati, tutti gli orrori. Sfigurato,
irriconoscibile, come profetizza Isaia. Un feto - l'innocenza -
dentro un flacone per flebo darà di nuovo vita a Gesù...Capisca
chi può. C'è ben altro che dovrebbe scioccare, scandalizzare: la
falsità, la puzzolente ipocrisia.

La prima settimana di marzo Kurt e Courtney si


trasferirono in una casa da duemila dollari al mese al 11301 di
Lakeside Avenue NE di Seattle, una villa a tre piani presso il
lago Washington. E' qui che avverrà l'inevitabile, tanto più
assurdo, quando finalmente Frances venne restituita alla
custodia dei genitori.
Nonostante la nuova casa e la moglie che diceva di
amare, pur con liti e la tensione crescente tra i due, nonostante
il successo del nuovo album e tutto l'amore che portava alla sua
bambina, Kurt era continuamente in overdose.
La prima domenica di maggio, dopo una segnalazione
di un'overdose, arrivarono auto pattuglia e ambulanza per
scoprire Kurt sul divano in stato confusionale, che balbettava di
un certo “Amleto”.
Era stato in casa di un amico dove si era iniettato dai 30 ai 40
dollari di eroina, e poi era tornato a casa in macchina. Da
124
Aberdeen a Seattle accorsero Wendy, la madre, e la sorella
Kim. Quando, dopo due ore e mezzo arrivarono, trovarono
Kurt in stato di choc. Courtney aveva già fatto il necessario,
oltre a spruzzargli addosso acqua gelata, gli aveva dato del
Valium e infine un'iniezione di Narcan che combatte gli effetti
dell'eroina. Wendy gli massaggiò la schiena, ma siccome
l'eroina aveva irrigidito i muscoli, e stava diventando blu,
furono costrette a chiamare il pronto soccorso. Dopo due ore di
Narcan, Kurt era pronto per tornare a casa.
“L'overdose era roba di tutti i giorni per Kurt” scrive
Cross, “una componente del gioco, una follia normale. [...]
Nell'estate 1993 ne faceva uso quasi tutti i giorni. Era un
periodo di assuefazione più forte che in passato, con dosaggi
superiori a quelli di quasi tutti i tossicomani. Persino Dylan,
anche lui eroinomane, riteneva pericolosi i livelli di Kurt:
“Si faceva un sacco di droga. Io quando mi bucavo
riuscivo ancora a combinare qualcosa, invece lui voleva iniet-
tarsene sempre tanta da non poter più muoversi. Voleva farsene
più di quella che gli serviva”.
Kurt era interessato alla fuga, e più era annichilente, più
lo faceva in fretta, meglio era. Di conseguenza ci furono molte
overdose e situazioni di coma, circa una dozzina nel solo 1993.
Courtney invece aveva cessato di fumare, e frequentava la
Tossicodipendenti Anonimi. All'inizio Kurt la prese in giro, ma
poi l'incoraggiò ad andarci, così nel frattempo poteva bucarsi in
tutta libertà.
In quei giorni Kurt iniziò a isolarsi sempre più.
Sopportava solo sua madre, di cui aveva un disperato bisogno,
nemmeno Courtney poteva avvicinarlo. Nella sua ritirata dal
mondo regrediva quasi a uno stato fetale. Le dispute, gli scontri
tra Kurt e la moglie erano sempre più frequenti. Non soppor-
tando più di vederlo girar per casa fumando crack, o di vantarsi
del suo abuso di droga, una volta gli lanciò addosso, non un
bicchiere, ma l'intero frullatore. E chiamò addirittura la polizia.
Preferiva saperlo in galera piuttosto che mandasse a fuoco la
125
casa. “Entrambi erano maestri” scrive Cross, “nel mettere alla
prova la pazienza dell'altro (come faceva Kurt da bambino), ma
ogni volta che lui faceva arrabbiare Courtney sapeva che
doveva riconquistarla, di solito con una lettera d'amore. Un
biglietto del genere iniziava con queste parole:
“Courtney, quando ti dico che ti amo, non mi vergogno,
e nessuno riuscirà mai, mai ad arrivare anche solo vicino a
convincermi, intimidirmi ecc. a pensare diversamente. Ti parlo
col cuore in mano, ti distendo con l'apertura alare di un pavone,
eppure sin troppo spesso con l'apertura mentale di una palla in
testa”.
Era una prosa autocritica, in cui si descriveva “vischioso come
il cemento”, ma che le ricordava anche il suo impegno quando
si era sposato:
“Ti giro attorno orgoglioso al mio dito, anch'esso privo
di minerale”.

Il primo luglio Courteny si esibì con le Hole all'Off-


Ramp di Seattle. Nonostante tutti i problemi, la sua esibizione
fu travolgente. Brian Willis del NME andò nel backstage per
chiederle un'intervista. Lei lo fece venire a casa, ma poi passò
gran parte del tempo a promuovere il disco di Kurt. Era la
prima volta che un giornalista sentiva IN UTERO. Entusiasta,
Willis scrisse:
“Se lo potesse sentire Freud se la farebbe nelle mutande
perché non starebbe nella pelle”, e lo definì un album intriso di
ironia e intuizioni. “IN UTERO è la vendetta di Kurt”. Finì il
pezzo con una breve analisi:
“Per essere uno che ha subito tante sfighe negli ultimi
due anni, il cui nome suscita tanto astio ancora una volta, che
sta per far uscire un disco che tutto il mondo rock non vede
l'ora di ascoltare e deve affrontare pressioni attenzioni inaudite,
Kurt Cobain è un uomo stranamente soddisfatto”.

Non so se Kurt fosse pienamente soddisfatto.


126
Tra il 1992 e 1993, lambito dal successo, fu il periodo in cui
Kurt si sottopose a più interviste, più o meno di buon grado.
Sui giornalisti, però, si era fatta una sua idea. Scriveva così nei
suoi diari:
“Perché diavolo i giornalisti insistono nell'inventarsi
un'interpretazione freudiana da quattro soldi per i miei testi
quando il 90/% delle volte non li hanno neanche trascritti
correttamente? Ci sono più cattivi giornalisti di musica rock
che cattivi gruppi di musica rock. Cosa cazzo insegnano ai
giornalisti a scuola? Cosa usano come spunti di riferimento e
come esempi? [...] Sono stufo di interminabili interviste di 2
ore e passa con giornalisti per scoprire che da quelle 2 ore
hanno estrapolato tutte le citazioni prive di importanza e sensa-
zionalistiche. I gruppi rock sono alla mercé del giornalista e a
mio parere non ce n'è uno che meriti di possedere una penna.
Probabilmente servono più qualifiche per fare il fonditore che
per trovare un posto come giornalista”.

Il comportamento di Kurt è spesso disarmante, difficile


se non impossibile da capire, per nessuno, e ancor meno per un
giornalista, che giudica o critica fidandosi solo di ciò che
appare.
Chi conosce chi?
Viviamo sconosciuti tra sconosciuti,
sconosciuti anche a noi stessi.
Kurt cominciò a isolarsi sempre più...
Nella sua ritirata dal mondo regrediva quasi a uno
stato fetale.
Si diventa spesso misantropi perché delusi, per troppo amore
dell'umanità. Credo che ormai Kurt stesse per dire addio alla
vita, preso - anche se non conscio - in un'altra dimensione,
quella della prenascita, quella del prima, quando l'uomo è
ancora nella mente del Creatore, che dopo la nascita è quella
dell'oltre da dove proviene. Da qui il suo disagio, l'insop-
portabilità di tutto ciò che lo circonda. E' ciò che proverebbe
127
un santo se non avesse la fede. Ma un artista, un poeta, che per
la sua sensibilità è già portato a vivere su questa terra in
un'altra dimensione, quella dello spirito...
Kurt stava esaurendo ciò che la musica gli aveva dato, e
permesso di vivere fino allora. IN UTERO aveva toccato il
meglio, il massimo di ciò che poteva dare. Ma poi? E' successo
così anche a Rimbaud: a 19 anni aveva esaurito ciò che in
poesia poteva dare, toccò la vetta, dopo di che piombò
giù...giù. E' successo a Cesare Pavese quando constatò che
aveva vissuto tutto ciò che la vita poteva dargli, in arte, in
amore, nel lavoro quotidiano. Vivacchiare non gli interessava.
Gli rimaneva da scoprire se c'era un aldilà, un Dio: perché
aspettare?
Per il momento Kurt era ancora alle prese con la vita, ne
era invischiato, con alti a bassi spaventosi. Solo la musica,
salire su un palco gli dava ancora attimi folgoranti, anche se
illusori, e la droga come fuga.
Ma poi, aveva anche Frances, la sua bambina.
Per la sua nascita, Kurt e Courtney avevano acquistato una
videocamera. Una cassetta contiene il periodo del loro primo
Natale insieme nel 1992 fino alle immagini di Frances
piccolina nel marzo 1994. “In certi punti il nastro è divertente”
racconta Cross, “come quando Kurt le solleva il sederino e fa
rumore di scoreggia, o la parte in cui fa la serenata con una
versione a cappella di Seasons In The Sun. […] Kurt l'adorava,
e il video documenta un suo lato sentimentale che il pubblico
vedeva di rado. Lo sguardo che lancia a Frances e Courtney
durante questi momenti di tenerezza è pieno di amore senza
compromessi. […] C'è però un segmento del nastro che spicca
su tutti gli altri. Inizia con Kurt che fa il bagno a Frances con
indosso una giacca da smoking vinaccia e sembra un bel
signorotto di campagna. Mentre fa fare l'aeroplanino a Frances
sopra la vasca, la piccina sbuffa involontariamente perché si sta
divertendo da morire. Kurt sfoggia un sorrisone da un orecchio
all'altro...Sembra esattamente quel che è un padre premuroso
128
stregato dalla figlia. […] Poi l'obiettivo scivola verso il
lavandino, e in batter d'occhio la scena cambia. A destra, un
palmo più in alto, notiamo attaccato al muro un porta-
spazzolino, il classico pezzo di porcellana bianca che puoi
trovare nel 90/% delle case americane. Però quello che lo rende
tanto particolare è che non contiene uno spazzolino da denti,
contiene un siringa. E' lì, solenne, l'ago puntato in giù, un triste
e tragico memento del fatto che ci sono spettri che accompa-
gnano anche i momenti più teneri...”

Nel luglio 1993 la tossicodipendenza di Kurt - prosegue


Cross - era diventata normale, che fosse stonato almeno una
parte della giornata era diventato lo status quo. Sembrava quasi
preferibile quando Kurt era strafatto, mentre era intrattabile
quando pativa le pene dell'astinenza. Nel diario sostenne che se
doveva sentirsi come un tossico in astinenza tanto valeva
essere uno che si faceva. Farlo smettere era assurdo, era in fin
dei conti più dannoso per Kurt, ebbe a dire Dylan Carlson.
Tuttavia, anche se sembrava più felice quando si faceva,
Kurt era pieno di rimorsi. Ogni volta che i colleghi di band, i
familiari, manager e altri lo incontravano, ciascuno faceva
partire un rapido controllo per decidere se fosse fatto o meno.
Lui subiva tutte queste occhiate, le detestava, in modo che
finiva sempre più tempo con gli amici tossici con cui si sentiva
meno controllato.
Purtroppo era arrivato a un punto che la droga non funzionava
più come prima. E persino all'interno della sottocultura dei
tossici si sentiva un pesce fuor d'acqua. Mentre invece, come
scrive nel suo diario, e che ho già citato, è adesso che aveva
bisogno di amici con cui parlare, e chiedeva a Gesù Cristo di
amarlo, e supplicava:
“Dio aiutami, aiutami, ti prego.Voglio essere accettato.
Sono tanto stanco di gridare e sognare, sono tanto tanto solo.
Ti prego, aiutami, AIUTAMI!”

129
Il 14 settembre 1993 IN UTERO arrivò nei negozi nel Regno
Unito e il 21 negli Stati Uniti, dove entrò in classifica diretta-
mente al numero uno vendendo 180mila copie solo nella prima
settimana. I Nirvana partirono in tour. A Chicago la band finì il
concerto senza suonare Smells Like Teen Spirit, scatenando una
salva di fischi. Quella sera Kurt si sedette con David Fricke di
“Rolling Stone”: “Sono lieto che sia venuto al concerto più
merdoso del tour”. Poi parlò della sua depressione, della
famiglia, della fama e dei problemi allo stomaco. “Quando una
persona ha dolori cronici per cinque anni, alla fine del quinto è
letteralmente impazzita...Ero schizofrenico come un gatto
bagnato e preso a calci”. A Chicago, all'apice dei problemi
gastrici, confessò che ogni giorno voleva uccidersi.
Poi New York. Kurt era teso, e la sua tensione si era propagata
al pubblico. Fu quella tensione che servì a rendere ancor più
memorabile il concerto. Kurt si era superato, non poteva dare
di più. Per il bis cantò Where You Sleep Night? La cantò a
occhi chiusi, e quando gli si incrinò la voce riuscì a trasformare
quel lamento in un grido ferino che parve durare giorni interi.
All'uscita dall'albergo Kurt fu avvicinato dai fan che
brandivano un CD e chiedevano un autografo. Lui li ignorò e
s'infilò nel furgone, ma dovettero aspettare uno della crew in
ritardo. Mentre aspettavano Krist disse al compagno che gli
avevano dato del coglione. Alla fine il ritardatario arrivò e
l'autista si avviò. Proprio in quel momento Kurt gridò di
fermare. L'autista frenò di colpo. Avevano trattato di coglione
l'amico Krist? Kurt abbassò il finestrino. I fan sul marciapiede
si avvicinarono convinti che stesse per concedere un prezioso
autografo. Allora “Kurt” scrive Cross, “si sporse dal finestrino,
un po' come Leonardo di Caprio In Titanic, e inarcò la schiena
prima di lanciare un enorme bolo di catarro dai più profondi
recessi bronchiali. Lo scaracchio rimase sospeso per aria come
un rallentatore prima di atterrare dritto in fronte a un tale che
aveva in mano uno degli otto milioni di copie vendute di
NEVERMIND.
130
Ora che la fama tanto agognata l'aveva raggiunto, Kurt
ne aveva paura, l'annoiava. In fondo aveva sempre desiderato
tutt'altro.
Il 17 luglio 1993, NEVERMIND uscì finalmente dalla
classifica di “Billboard”. Il gruppo andò a New York per la
promozione stampa e un'apparizione sorpresa al New Music.
La sera prima del concerto Kurt tenne un'intervista con Jon
Savage, l'autore del Sogno inglese, forse perché era un
ammiratore del libro. Descrivendo il divorzio dei genitori come
un fatto che l'aveva “riempito di vergogna” e gli aveva fatto
rimpiangere quel che aveva perso, disse: “Volevo disperata-
mente avere la classica tipica famiglia. Madre e padre. Volevo
quella sicurezza.”
Era solo un ragazzo. Jon Pereles, nello stesso periodo, dopo
una chiacchierata, disse:
“Cobain rimbalza tra gli opposti. E' guardingo, e con la
guardia abbassata, sincero e sarcastico, fragile e insensibile,
conscio della popolarità eppure tenta di ignorarla”.
Dave Grohl dirà: “Kurt poteva essere divertente o antipatico,
timido oppure espansivo, dolce oppure malvagio. Poteva
intimidirti”.
Così lo vedo anch'io. Così mi vedo anch'io.
Krist Novoselic lo trovava: “Attento, generoso, dolce”.

E' così che parla anche a me. Mi torna in mente qui l'estate
scorsa a Palermo, mentre guardavo con il mio amico Dario un
videoclip che mostra Kurt durante un'intervista fatta il 10
agosto 1993 a Seattle. Stupiva vederlo così sereno, lucido,
bello in volto con quei suoi chiarissimi occhi azzurri. Vista la
cattiva fama che si portava dietro, a un certo punto Dario,
sorpreso, esclamò:
“Ma è buono quel ragazzo, è buono!”
Non gli rimanevano che pochi mesi di vita.

131
14

UNA STRADA DIVERSA

Chi seppe vedere così la tua anima?

Arrivato a questo punto inserisco qui questo capitolo, che forse


spiazzerà certuni: ma cosa c'entra con Cobain? Eppure sì,
c'entra. Fin dall'inizio Kurt mi ha fatto pensare a Ignazio. Due
vie di fuga su strade tanto diverse, in direzioni addirittura
opposte, che però sono andate a ricongiungersi. E' anche questo
che mi ha spinto a scrivere questo libro, per cercare di capire,
senza tuttavia riuscire a capirci nulla. Ma come non constatare
che sia Ignazio che Kurt finivano allo stesso modo? Perché?
Dio avrebbe potuto soccorrere almeno uno dei due. Aveva
soccorso me, perché non loro?

Era la sera del 2 maggio, a Parigi, la vigilia del mio rientro a


Tortona. Quando il telefono squillò:
E’ morto Ignazio.
Suicidio.
I funerali si sono svolti ieri.
C’erano tutti i suoi compagni. Tanta gente.
Mancavi solo tu.
La notizia, con queste poche concise parole, mi lasciò
sgomento, mi parve assurda, non vera. Come se, in piena
estate, sul far del mezzogiorno, improvvisamente il sole
andasse in frantumi e in un abbaglio accecante si spegnesse, e
tutt’intorno si facesse buio. Per un istante non vidi più nulla. La
mente mi si riempì di lui. Quel “mancavi solo tu” mi colpì
come una sferzata. Non riuscivo ad immaginarmelo morto,
rinchiuso in una bara, lui così solare, non riuscivo a connettere
132
i due termini: morte e suicidio. Eppure Ignazio era morto,
suicidio, i funerali si erano svolti ieri, c’erano tutti i suoi
compagni, tanta gente, mancavo solo io.
Mi rifiutavo di vedere, di capire, mi opponevo. Ignazio
non era morto, e poco m’importava come. Impossibile. Anzi,
con quella telefonata, tutto a un tratto, leggero come l’alito di
un vento egli mi raggiungeva a Parigi. Ecco tutto. Ci teneva
tanto a venirci con me. Per questo si era messo a studiare il
francese, parola per parola che imparava a memoria con
caparbio impegno. Quante ripetizioni! Mi faceva ridere con
quel suo bambinesco accento. Gli piaceva ripetere certe parole,
forse perché lo facevano sognare, viaggiare, pregare con le
stesse parole della santa di Lisieux, là dove intendeva andare
prima ancora di visitare Parigi.
Poco prima delle vacanze, però, dopo aver tanto
sognato e studiato, gli negarono il permesso. Che andasse a
casa in vacanza, ma non a Parigi. Ricordo il suo abbattimento
quando deluso venne a comunicarmi il diniego dei superiori.
Gli veniva negata una gioia, e chissà per quali incomprensibili
motivi, ma obbedì, fiducioso. Ora però, Ignazio prendeva la
sua rivincita. Fuori della sua corteccia corporea, lo sentivo lì,
più vicino, più vivo che mai. E pareva dirmi, con quel suo
modo di ridere ch’era tutto un gorgheggio:
«Ce l’ho fatta! Sorpreso, eh? Sapessi quant’è bello
essere liberi e poter volare!»
Sembrava un bambino che avesse fatto uno sgambetto ai
superiori d’un tempo.
«Allora, me la fai vedere questa tua Parigi?» disse con
gioiosa impazienza.
«Piove» obiettai.
«Cosa importa? Tanto io non mi bagno!» fece lui da
furbetto. E giù a ridere come faceva in refettorio quand’era
contento.

133
La sua meraviglia nello scoprire la “ville lumière” che gli
avevo mostrato soltanto su una guida. Lo portai sui posti che
preferivo:
La tour Eiffel, tutta illuminata.
Saint-Michel.
Le pittoresche vie del quartiere latino.
L’antica chiesetta di Saint-Julien-le-pauvre, tanto cara a
Julien Green per il suo gran silenzio, dove si recavano a
pregare san Bonaventura e Tommaso d’Aquino.
Notre-Dame, bellissima di notte. Ignazio conosceva la
storia della bella Esmeralda, il disgraziato amore di Quasimodo
per lei…la loro tragica fine.
Ansimando e inzuppati d’acqua, per l’ampia scalinata
giungemmo al Sacré-Coeur. Qui sostammo un bel po’ davanti
al Santissimo esposto. Silenziosi, felici di stare di nuovo
insieme sotto lo sguardo del nostro Gesù. Mi ricordai di quelle
sere, a Cremona, quando andavamo in chiesa a pregare prima
di ritirarci in camera. Solo la lampada del Santissimo brillava
nell’oscurità. Erano momenti dolcissimi.
Una sera, presi la sua mano nella mia, facendo non so più quale
preghiera. Volevo fargli sentire davanti all’Amico nascosto nel
tabernacolo quanto gli volevo bene, volevo trattenerlo, da che
cosa non so, volevo proteggerlo. La preghiera fatta in due, così
saldamente uniti, mi sembrava avesse più forza, toccasse di più
il Signore.

Tortona 5 maggio 2001.


Caro Ignazio,
davanti al computer cerco di dire, evocare qualcosa di
te. Non so come fare, da che parte cominciare, non so cosa
dire, o piuttosto come dire di te. Non riesco a trovare le parole
giuste. Desideravi essere un buon frate, ecco tutto. Fare come
Francesco. Mi dicevi che dovevamo rimanere uniti, stimolarci
a vicenda. Avevi bisogno di stima, di rispetto, bisogno di
qualcuno che ti rassicurasse, t’incoraggiasse, di qualcuno che ti
134
prendesse sul serio. Invece tante volte ti sentivi preso in giro,
venivi diminuito. Ne soffrivi segretamente, ma senza mai
lasciarlo vedere.
La fraternità era la tua famiglia.
Non eri fatto per gli studi. Da civile avevi fatto il
soffiatore di scritte di vetro per le insegne. Che bisogno c’era di
studiar tanto per occuparsi dei più piccoli, dei più deboli, dei
più poveri? Come sapevi star con loro! Quando un povero
suonava alla porta con quale amore, con quale grazia lo
accoglievi. Non certo per trarne gratificazioni, compensare un
tuo bisogno affettivo o curare chissà quale ferita, ma
semplicemente perché sapevi voler bene.
Voler bene era la tua vocazione.
S’imparava forse sui libri a voler bene?
Tu vivevi già ciò che altri studiavano soltanto.

Ti ricordi quando ci siamo visti per la prima volta? Una


decina d’anni fa. Non avevi neanche vent’anni. Ci siamo visti
per la prima volta proprio al convento di Tortona dove mi trovo
da pochi mesi. Ero allora postulante, e tu novizio. Fra i tuoi
compagni, al primo sguardo seppi che saremmo diventati
amici. Ti ritrovai al noviziato per una quindicina di giorni.
Dopo la tua professione semplice, partisti per Cremona dove ti
raggiunsi l’anno dopo per il biennio filosofico-teologico. E’ qui
che la nostra amicizia crebbe. Ho qui sotto gli occhi alcune tue
foto. Eri veramente solare. Mi piacque subito quella tua
freschezza, quel tuo esporti, quel tuo darti con sana ingenuità.
Non potevi non piacermi. Sentivo che, seppur diversi, nel più
profondo ci assomigliavamo.
Se soffrivi quando ti schernivano, soffrivi ancor più di
non essere capito dai superiori. Come avrebbero capito
un’anima come la tua? Vulnerabile, certo, e ancora immaturo
(ma chi si crede maturo? e per che cosa?), così entusiasta però,
e col desiderio di far bene ogni cosa.

135
Leader, gùru, padri maestri, guide di un gruppo o
laureati in scienze umane non fanno un padre spirituale. Non ci
si improvvisa formatori, e ancor meno padri spirituali. La
carenza è grande.
P. Reschiglian, in “Testimoni” del 15 Maggio 2001, sotto il
titolo: “Senza amore non c’è povertà”, cita Jean Vanier,
fondatore della comunità dell’Arca, ch’ebbe a dire questo a un
gruppo di formatori benedettini:
«Non si può accogliere la fragilità dell’altro se non a
patto di aver accolto la propria (…). Nulla come il doversi far
carico della debolezza altrui porta a scoprire la propria
personale debolezza e insegna a gestirla.»
Al noviziato padre N. era uno di questi rari che
sapevano accogliere. Dei suoi traumi non faceva mistero né
delle sue fragilità e difficoltà che solo un po’alla volta e in
parte diceva d’esser riuscito a superare, perché non si è mai
vincitori di se stessi né di nulla definitivamente.
Da lui andavi fiducioso, ti sentivi capito. Ma fu solo per
quell’anno, il piu bello della tua vita, l’anno in cui indossasti il
saio e sfociò nella professione semplice. Circondato da parenti
e amici, quel giorno “mi sembrò di essere in paradiso”,
scrivesti nel tuo diario. A Cremona, purtroppo, ti trovasti in
tutt’altre acque.

Nessuna meraviglia che t’innamorassi della santa di


Lisieux. Volevi seguire la sua piccola via, non poi così facile, e
te ne rendesti subito conto. Come lei volevi volare, volare…ma
non eri un’aquila, solo un passerotto con dentro grandi inespri-
mibili desideri.
Se nessuno ti capiva era perché, in fondo, pochi sono coloro
che si chinano sui meno vistosamente provvisti di non so quali
doti o appariscenti virtù. La mentalità del mondo, quella del
vincitore e non del vinto, del forte e non del debole, del lupo e
non dell’agnello penetra persino nei conventi se non si sta in
guardia, s’insinua e dilaga nei cervelli nonostante si facciano i
136
soliti bei discorsi evangelici. Succede. E succede che occorra
difendersi. Se non ti difendi, vieni calpestato, fatto fuori, e un
po’alla volta distrutto. Fanno di te uno zerbino, uno straccio.
Diventi lo zimbello, l’asino, il cretino del convento, quello che
sfottono, canzonano, o alla meglio quello che trattano con
paterna sufficienza. Non conti. E’ successo a tanti, santi e non
riconosciuti tali.
Guai ai perdenti!
Tu fosti catalogato tra i perdenti. Che ne sapevano di
te? Bollato, non riuscisti mai a ribaltare l’immagine che fratelli
e superiori, tranne alcuni, si erano fatti di te. Alle volte
ribolliva in te un sentimento di rivolta (magari ti fossi
ribellato!)
Lottavi con te stesso, stringevi i denti, sapevi d’essere
ignorante, incolto, ma sapevi anche di portare in te cose grandi.
Nonostante i lazzi e le umiliazioni ti mostravi sempre allegro,
scherzoso, socievole. Mangiavi con appetito. Incapace
d’invidia, partecipavi con gioia ai successi di ognuno come
fossero tuoi. Sapevi amare da fratello come una madre sa
amare, come Francesco diceva di amare. Avevi orrore della
mormorazione. Il tuo fastidio quando mi permettevo una
critica, un giudizio poco lusinghiero su questo o su quello. Mi
riprendevi, dicendomi serio serio:
«Non si fa, è brutto mormorare.»
Dalla tua bocca non uscì mai una volgarità, una
parolaccia. Succede ormai un po’ ovunque. E questo non cessa
di sorprendermi. Compiaciuti si ride dei sottintesi, delle parole
a doppio senso. Barzellette e robaccia da cabaret di basso
rango. Linguaggio usato da universitari, da giornalisti, da
parlamentari. Al cinema, nei libri, alla tv. Dilagante. E’ facile
farsi coinvolgere. Le volgarità, ci diceva durante una sua
lezione padre Angelo, se scappano è perché ne siamo pieni.
L’air du temps. L’aria del mondo che contamina anche i
luoghi dove dalla bocca dei consacrati dovrebbe uscire soltanto
la Parola di Dio. Quand’ero a Parigi, prima di entrare in
137
convento, vedevo i religiosi come si vedono su tanti quadri:
santi in preghiera o in meditazione, con gli occhi rivolti al cielo
o fissi sul crocifisso, copie d’un san Luigi Gonzaga, d’un
Gabriele dell’Addolorata o d’un Francesco d’Assisi. Certo
idealizzavo. “Piedi in terra!” mi diceva padre Marie-Abdon. La
realtà mi sorprese più che scandalizzarmi.

Un giorno, dopo aver letto “Le voci di San Nazzaro”, mi


dicesti:
«Fai un libro per noi due, un libro sulla nostra amicizia,
un libro per me, tutto mio.»
Antoine Blondin, anticonformista e impertinente scrittore
francese, diceva che “il più bel regalo che si possa fare a un
amico è fargli un libro”. Te lo feci. Un libro tutto tuo, per te,
che chiamasti il nostro “bambino”. In effetti, per il suo autore
ogni libro è come un figlio, diceva Marguerite Yourcenar. Lo
scrivemmo insieme, fosti l’ispiratore, il motore. La sera venivo
in camera tua a leggerti ciò che avevo scritto durante il giorno.
Quando finalmente uscì, dopo non poche peripezie che
dovettero affrontare Marco e Margherita, gli amici di Novara
che conosci, fu per te una grande gioia: avevi un figlio. In
refettorio, quando le prime copie arrivarono, il padre guardiano
fece passare la ciotola. Applaudirono. Però, se avessero saputo
cosa c’era dentro…

Non è facile esser letti dal proprio entourage, lo hai


constatato anche tu. E questo in tutti gli ambienti. Quanti
malintesi! Proprio perché tu non sei visto quale sei. O
fors’anche perché c’è un tale divario tra ciò che scrivi e quello
che sei. Succede a santi monaci e ad altri che si dedicano alla
scrittura. Comunque la maggior parte mi ignora. E va bene
così. La mia meraviglia quando Bruno si portava il libro in
coro per la meditazione.
Un giorno, ti ricordi? chiesi a padre Crescenzio, già
molto infermo sulla sua sedia a rotelle, cosa pensavano i fratelli
138
delle sue poesie. Sorrise scuotendo il capo, ammiccando in un
certo modo. Lo spinsi a dire di più. Mi disse:
«Non danno importanza a queste cose.»
«Non sono cose» dissi, «nelle tue poesie c’è la tua
anima.»
Sorrise di nuovo. Poi, facendomi cenno di avvicinarmi
all’orecchio, soggiunse con un fil di voce:
«Chi s’interessa veramente all’anima del fratello?»

Siamo tutti più o meno inquadrati, archiviati, stavo per


dire imbalsamati da vivi. Ci portiamo dietro un’etichetta,
etichetta che è solo ciò che appare esternamente. Fa comodo.
Siamo visti, incasellati, giudicati in un certo modo, in bene o in
male. Giudizi che il più delle volte, però, quando non ci sono
favorevoli, poggiano su pregiudizi e malintesi, dicerie e
antipatie, se non addirittura su malevolenze, non amore tout
court, com’è successo a te.
Tu potresti anche cambiare, progredire, e in effetti con gli anni,
se non sei un legume, cambi e progredisci. L’etichetta, però, ti
rimane appiccicata per tutta la vita. C’è poi chi, dall’alto,
veggente o fine psicologo, bocca della verità, crede d’indovi-
nare la personalità di ognuno in un batter d’occhio.
Jeu de dupes. On n’est souvent dupe que de soi-même.
Il più delle volte ci abbindoliamo a vicenda. Raro è uno
sguardo benevolo, sincero, solo giusto, perché è lo sguardo che
più si avvicina allo sguardo di Dio. Se potessimo vedere i
pensieri di ognuno come Dio li vede…non fuggiremmo
spaventati? Nel mucchio, però, e per sola grazia, ignorati sia da
vivi che da morti, ci sono dei santi. Ne ho conosciuti. Ma per
fare un santo quanto letame!

Chi conosce chi?


Solo la morte rischiara una vita.
La tua tenerezza.

139
Rosatina, come descriverla? Piccola, minuta, sulla sessantina o
giù di lì. Viveva sola e soffriva, come tuttora, della sua
solitudine. Una o due volte alla settimana andavano da lei gli
studenti libanesi ai quali cercava di insegnare l’italiano. Si
vedeva a messa la domenica mattina. Quando potevi prendevi
la bici e volavi da lei per tenerle compagnia. Ti eri messo a
suonare la chitarra. Le dicevi:
«Impara a suonare la chitarra anche tu. Ti sentirai meno
sola, perché è una cosa che ti stringi tra le braccia. Quando sei
triste ti metti a cantare e lei ti accompagna…»
Non faceva così anche Zorba il greco, il personaggio di
Nikos Kazantzàkis? Quand’era triste Zorba si metteva a ballare
il sirtaki, e la tristezza veniva spazzata via. Rosatina ci provò.
Teneva in casa una vecchia chitarra. Ma le facevano male le
punta delle dita. Ignazio insisteva: «Ti farai i calli.»
«Eh sì, i calli…li ho fatti per tante cose, ma per la
chitarra non ce l’ho fatta» disse Rosatina.

Lunedì, 21 maggio.
Piove.
Piove sulla collina,
piove sui cipressi,
piove sui tetti della città.
Piove sulla terra dove ora sei sepolto.
Il tuo corpo soltanto.
Che mantenevi in forma facendo ginnastica per non appesan-
tirti. Ho qui sotto gli occhi alcune tue foto. Qui sei a cavallo.
Porti un maglione rosso che si staglia sul verde del bosco, col
solito tuo radioso sorriso. Ti piaceva la montagna, ti piacevano
gli animali. Su quest’altra foto esci dall’acqua del lago su a
Cancano. Qui stiamo insieme, a Venezia. Con noi c’è anche
Sciadi, l’amico libanese che fu tra coloro che ti capirono e
vollero bene. Anche lui aveva un cuore da bambino e per
questo, come te, non era stimato granché, troppo trasparente,
troppo se stesso, vulnerabile quindi, ma lui sapeva difendersi.
140
Guai essere se stessi quando altri portano la maschera.
Ma succede che la maschera te la devi mettere per forza anche
tu per non essere, come un cerbiatto allo scoperto, preso di
mira.
Adesso che ci penso, anche il vecchio don Mario ti voleva
bene. Perché è uno di questi esseri che sanno voler bene a tutti.
Come Gesù. Lui, sì, avrebbe potuto aiutarti, difenderti, ma non
contava. La sua tristezza quando ha saputo di te, non trovava
parole, ragioni al tuo gesto: «Come?» ripeteva smarrito al
telefono. «Perché, povero ragazzo, perché? Lui così buono…»

In quest’altra foto siamo a Como, in gruppo, in


occasione della visita del Papa, con il foulard giallo intorno al
collo. Qui mi porti cavalcioni sopra le tue spalle. Sei piccolo
ma robusto, con due polpacci grossi così.
Sei vivo.
Sembri felice.
O già nascondi sotto le acque blu dei tuoi occhi quel
senso d’abbandono in cui, un po’ alla volta, saresti affondato?
Questa è la foto più bella, in bianco e nero. Dimostri non più di
quattordici-quindici anni. Tieni nel palmo della mano un
uccellino. Sorridi. Fai tenerezza. La fragilità di un sorriso. Così
fugace. A chi sorridi? Sorridi alla vita. Ti è spianata davanti,
senza nuvole…luminosa.
Venerdì, 18 maggio.
In questo mio scrivere, in questo mio cercare di
rivederti vado avanti con difficoltà. Cerco di capire, cerco di
penetrare nella tua anima quando ancora mi stavi vicino. Mi
confidasti il tuo diario…in cui ti rifugiavi. Pagine e pagine…
tutto una preghiera, un anelito.
La tua sensibilità ti portava fin da ragazzo verso chi soffre…
forse perché tu stesso soffrivi. Eri capace di compassione, di
piangere con chi piange. Oltre a Teresa di Lisieux, ammiravi
madre Teresa di Calcutta. Questo traspare in molte pagine del
tuo diario. Il tuo dolore quando leggevi di tanti bambini che
141
muoiono di fame. Dei bambini sfruttati, violentati, indotti alla
prostituzione, venduti per il traffico d’organi. Dei trecentomila
bambini-soldato nel mondo, più malleabili, che drogano e
costringono ad uccidere…e servono persino a far sesso con i
soldati più grandi. Bambini uccisi, profanati…
Eri cosciente della tua fragilità.
Un mattino ti trovai accasciato, disteso sul letto, con gli
occhi fissi sul volto del Cristo della sacra sindone. Non chiesi
nulla, mi sedetti sulla sedia accanto, in attesa. Spettava a te dire
o non dire. Da qualche giorno ti sentivo assente, turbato, con
un velo di tristezza negli occhi che non osavo rompere,
rispettavo. Succedeva anche a me.
«Non ce la faccio» dicesti ad un tratto, scoraggiato.
Mentre mi confidavi con tua gran vergogna il “tuo peccato” mi
rividi in seminario quando, sui quattordici-quindici anni, mi
successe per la prima volta la stessa cosa. Ne fui quasi
spaventato. Meno forse per la cosa in sé che per il senso di
colpevolezza, la mostruosità (tale mi appariva) di ciò che avevo
commesso: il peccato che più offendeva Gesù. Senso di
colpevolezza, e di conseguenza la necessità di andare assolu-
tamente e illico a confessarmi perché il giorno dopo non avrei
potuto comunicarmi. Cosa avrebbero pensato se non mi fossi
mosso dal banco? Manco avessi commesso chissà quale
delitto!
A Lovere, padre N. mi confidava la sua diffidenza
quando un giovane rimaneva, come dire? integro e puro, senza
mai nessun cedimento. Ciò che da qualche tempo ti spaventava
era il risveglio sempre più prepotente delle energie sessuali che
non eri sicuro di riuscire a dominare sempre da religioso. La
castità doveva essere senza défaillances, assoluta. Nel tuo
diario scrivevi che non riuscivi ad essere puro come un
bambino, e chiedevi al Signore d’essere lui la tua purezza. La
castità non era uno dei tre voti? E a vent’anni, sano e pieno di
prepotenti energie, non era cosa da poco. Una sola caduta ti

142
sprofondava nel disgusto, nell’orrore di te stesso. Avevi
sporcato la tua anima e offeso Gesù.

Coi pochi pastelli di cui disponevi, durante la


quaresima, ti eri messo a disegnare il “Crocifisso” sul modello
di un Rembrandt. Per settimane e settimane. Dal costato usciva
un fiotto di sangue. Ma là dov’erano piantati i chiodi, ci
disegnasti sopra dei fiori, sui piedi una rosa rossa. Intendevi
così consolare, alleviare le sofferenze di Gesù. Mettesti il
disegno sotto vetro e, incorniciato, me ne facesti dono per la
Pasqua di quell’anno. L’ho sempre portato con me, è qui
appeso sulla parete che mi sta di fronte. In basso, accanto al tuo
nome, la data: 5 maggio 1995.
Dopo il postulato, il noviziato e i tre anni di formazione
previsti, non fosti ammesso alla professione perpetua. Ti
proposero di rifare un anno, che accettasti con dubbi e tempeste
nel cuore. Dopo di che, tuttavia, la tua domanda d’ammissione
tra i frati fu definitivamente respinta. Rifiutato così da quella
che consideravi ormai come la tua famiglia, fu un colpo
terribile. Delusione è dir poco. Un colpo di scure. Tagliato fino
al ceppo.
Venivi abbandonato sul ciglio della strada mentre i tuoi
compagni proseguivano il loro cammino. Ti sentisti allora
come uno straccio, un rifiuto che si butta in un cassonetto.
Immaturo, inadatto alla vita religiosa, non affidabile. Come se
si potesse prevedere lungo tutta una vita chi è affidabile e chi
non lo è. Basta osservare la vita di certuni, considerati maturi e
affidabili, come poi tirano avanti. Tutt’al più dei mestieranti.
Nessuno ti difese.
Nessuno s’impicciò di te.
Eri solo, parte di nessun gruppo, oso dire di nessuna banda.
Fosti escluso. Nessuno osò scommettere sulla bontà della tua
indole. Non valevi la pena. Nessuno seppe vedere quel tuo
desiderio di dare, di fare dono di te stesso. Nessuno seppe
vedere le tue ricchezze al di là di certa tua immaturità. Non ti
143
fu dato di avanzare al tuo ritmo, con le tue forze e le tue
fragilità.
Niente rischi.
Non c’era posto per te.
Troppo niente.
Troppo nessuno.
“Se non diventerete come bambini…”
“Lasciate che i bimbi vengano a me…”
Per carità! Via, via!
Quel giorno i tuoi “giudici” non si resero conto che,
rifiutandoti, ti condannavano a morte. Non potevano certo
prevederlo. Senza dubbio in buona fede e alla luce di valide
ragioni. La mia non vuol essere un’accusa. Però, come avrebbe
agito Gesù? Per Gesù «ogni essere umano è così unico e
dunque così raro, così grande nelle sue capacità, che è
impensabile fermarsi a un giudizio negativo e definitivo su
qualcuno.
(…)
Con Gesù, non ci sono più esclusi. I lebbrosi, gli appestati, i
reietti d’ogni tempo e d’ogni luogo sono dichiarati da lui
frequentabili, e anche amabili, degni d’essere amati. Perché in
ciascuno c’è del bello, bellezza dell’uomo, bellezza di Dio.»
Così scrive Rachid Benzine, giovane insegnante musulmano, in
un libro di cui parlerò più in là. Gesù non abbassò, non
disprezzò, non mise da parte mai nessuno…
Quanto mi costa, Ignazio, dir certe cose! Ma se non si
ha il coraggio di ammettere i propri sbagli, di denunciare ciò
che di marcio portiamo dentro, nessun progresso diventa
possibile. Ci s’installa in un falso quieto vivere badando solo a
salvare le apparenze, a salvaguardare i propri interessi, a curare
soprattutto se stessi. Così i farisei. Occorre coraggio per vedere
come stanno le cose e ancor più coraggio per guardarci in
fondo all’anima, senza scappatoie. Con la proposta del bene
Gesù denunciava il male. Gliela fecero pagare. Un giovane
frate, tempo fa, mi citava questo di non so più chi:
144
“Dove non c’è coraggio, non c’è persona”.
Riscrivo qui questa frase di Marcel Jouhandeau che ti piaceva
tanto:
La felicità è l’anima umana,
dalla più umile alla più gloriosa.
Particella di Dio, ogni anima dispone
di una luce inestinguibile,
paragonabile soltanto a quella delle stelle.

Chi seppe vedere così la tua anima?


Nessuno seppe vedere in te la bellezza di Dio.
Ci sono migliaia di suicidi ogni anno. Come non ammettere
che ne siamo un po’ tutti colpevoli? Certi suicidi assomigliano
troppo a degli omicidi.
Fosti accolto, poco dopo, per tua fortuna e salvataggio, in
una comunità a Trino Vercellese. Una comunità nuova, appena
fondata, con sede nell’ex convento dei padri domenicani.
Venni a trovarti, mi sembrasti contento. Lì c’erano anche copie
con bambini, e progettavi anche tu di sposarti e avere figli.
Andavi sui tuoi venti sette anni.
Ti invitai per la mia ordinazione, ma non potesti venire.
Mi scrivesti:
«Ciao Mario, sono contento per te perché finalmente il
tuo desiderio si è realizzato...Anche se non mi sarà possibile
venire il 16 dicembre, ti ringrazio dell’invito. Spiritualmente ci
sarò e pregherò per te. Con affetto in Cristo, Ignazio.»
Non aggiungesti altro. Sì, certo, io avevo “finalmente”
realizzato il mio desiderio, ma tu, che ne era dei tuoi sogni,
degli incontenibili tuoi desideri? Ammetto, allora, di non averci
pensato troppo, preso unicamente dalla mia ordinazione. Ci
vedemmo molto poco durante quei tre anni in cui tu rimanesti
in quella comunità e io ad Alessandria per seguire i corsi di
teologia.
Ora mi rammarico di questa mia, come dire? noncuranza, certo
non indifferenza o dimenticanza. Come prevedere? Ma un
145
amico, e tu forse ne dubitasti, rimane un amico anche se non ci
si vede per lungo tempo. Mi scrivesti una lettera due anni fa in
cui mi lanciavi un S.O.S. che però non percepii. Giustamente
me lo rimproverasti, deluso, quando una domenica venni a
trovarti. Ma avevi superato la prova, te l’eri cavata da solo. E
di questo ero contento. Così dovevi fare, cavartela da solo,
sempre.
No, sto imbrogliando me stesso, Ignazio. Tutte frottole!
La verità è che, in un certo modo, e più di altri, ho partecipato
anch’io al tuo omicidio, perché una volta separati avrei dovuto
seguirti, sentirti, starti più vicino.
Forse che… avrei potuto salvarti?
Ma se tu mi avessi detto: “Lascia che la mia anima
s’involi lontano dalle miserie della terra”, cosa avrei fatto?

In aprile, prima di partire per Parigi, ti telefonai. Seppi,


sorpreso, che avevi lasciato la comunità e ch’eri tornato dai
tuoi. Ti richiamai a casa. Andava tutto bene, ma non volevi più
aver niente a che fare con i frati. Stavo per chiederti: “Anche
con me?”, ma non osai. Mi dicesti che ti recavi in parrocchia, ti
occupavi dei bambini, avevi trovato un lavoro come
magazziniere. La tua voce, però, mi parve stranamente fredda,
distaccata, distaccata persino da te stesso, non so come dire,
non ti assomigliava. Non era la tua voce.
Poi la telefonata del 3 maggio, a Parigi.
Rientrato in convento seppi da tua madre che quel giorno,
sabato 28 aprile, ti eri comportato come al solito. Il mattino
avevi anche servito messa. A casa avevi pranzato e parlato
scherzosamente. Nel pomeriggio eri stato in parrocchia con i
bambini. Tornato a casa facesti la doccia. Dicesti che saresti
uscito con gli amici. La domenica avevi un appuntamento con
una ragazza che frequentavi da poco. Qualcosa, invece, ti fece
cambiare idea. Salisti in macchina e ti dirigesti in un posto che
chiamano la montagna. Ti eri già procurato il necessario per
compiere il tuo gesto. Ci pensavi da tempo…
146
Il gas dell’auto cominciò a penetrare nell’abitacolo.
Qual era il dolore che con risoluta ostinazione t’inchiodò sul
sedile, superando ogni paura, l’istinto di vita…finché il sonno
ti colse? O forse, nel buio in cui ormai brancolavi, era la luce
che da lassù sempre più ti attirava?
Tra le mani tenevi il breviario e la corona del rosario.

Mercoledì, 23 maggio.
Sole.
Ma non m’importa.
Non sei più.
Ricordo ora queste righe di Rimbaud che ti piacevano
tanto. Le avevi imparate a memoria in francese:
J’ai tendu des cordes de clocher à clocher, des
guirlandes de fenêtre à fenêtre, des chaînes d’or d’étoile à
étoile, et je danse.
«Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da
finestra a finestra, catene d’oro da stella a stella, e danzo.»
Mi dicevi, scherzando, che tu ti tenevi su una di quelle corde
tese da campanile a campanile. E ballavi. Quel giorno, trafitto
da un raggio di sole cadesti giù, così, come cade un equilibrista
stanco.
Era il sabato 28 aprile 2001.
Non ce la facesti a salvare i tuoi sogni.
Ad un certo punto della tua vita ti sei ritrovato solo, con
quella tua religiosità che non riuscivi a vivere nell’ambiente in
cui ormai cercavi di sopravvivere a fatica. Casa, non era casa
tua. Tuttavia nutrivi ancora qualche speranza. Volevi sposarti,
farti una famiglia. Avresti avuto bisogno d’una guida che ti
accompagnasse nel tuo nuovo sviluppo, come l’angelo Raffaele
guidò Tobia lungo il suo viaggio. La tua impazienza. Avevi
ormai 29 anni.
Non riuscisti a superare la crisi, a sopraffare l’angoscia
che si era insinuata in te nell’intraprendere una nuova strada.
Necessitavi di una gran forza interiore, oppure di qualcuno che
147
ti rendesse possibile la fiducia in te stesso e nel mondo
circostante. Necessitavi d’un angelo o d’un sacerdote che
avessero fatto da tramite fra te e Dio. Da quando fosti escluso
non riuscisti più a dare un senso alla tua vita, a farti un posto su
questa terra.
Leggevo queste righe di Eugen Drewermann nel suo bel
libro “Il cammino pericoloso della redenzione”:
Il desiderio di morire, si dice, è in fondo il desiderio
traslato di uccidere (…), di distruggere il mondo intero. (…)
Ecco, io mi uccido, e la colpa è vostra.
Pensasti così? Non credo. La speranza ti aveva abbandonato, la
fiducia, ecco tutto. La visione del mondo improvvisamente ti
fece paura. Sapessi come tante volte fa paura anche a me, e
allora…
Non opponesti più nessuna resistenza. Come il vecchio Tobi
chiudesti gli occhi sull’infamia del mondo.
E ti addormentasti.

148
15

IL CANTO DEL CIGNO

Era veramente stanco di quella vita.


Non voleva diventare un'icona dei tossici.

Ieri sera ho guardato per la seconda volta il filmato


dell'Unplugged – alla lettera senza elettricità – titolo di un
album che i Nirvana hanno registrato dal vivo per MTV in
versione acustica il 18 novembre 1993. Qui Kurt sembra quasi
estraneo alla realtà che lo circonda e, come un poeta maledetto
– leggo su Internet – esegue il suo spartito assieme agli altri
esponenti della band, Krist Novoselic e Dave Grohl. La sua
voce è quasi straziante, a volte sembra il grido d'un artista, un
uomo che si è perso, e non si troverà. Non capiva la ragione di
tutto quel successo, ormai non si divertiva più sul palco.
E si vede. Gli urli strozzati sul finale di Where Did You
Sleep Last Night fanno venire i brividi. Rifiuterà il bis, di più
non poteva dare. Sarebbe scoppiato. Eppure nel pomeriggio si
presentò in astinenza, parve chiaro a tutti che non sarebbe stato
in grado di suonare. Un responsabile della produzione cercò di
procurare del Valium. Alla fine dovette intervenire Kurt che
riuscì a organizzare una consegna. Preso dal panico, terro-
rizzato, aveva paura di non reggere.
“Il pubblico mi applaudirà anche se faccio schifo?”
chiese. Certo che lo avrebbero applaudito. E come!
Nel suo diario, Kurt notava l'evoluzione dei suoi problemi
gastrointestinali con i più minuti dettagli. Una volta scrisse:
“Ti prego, signore, fregatene dei successi di classifica e
fai che la mia rara inspiegabile malattia gastrica prenda il mio
nome. Il titolo del nostro doppio album è “La malattia di
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Cobain”, una rock opera sul vomito di succhi gastrici di un
anoressico borderline, un grunge alla Auschiwitz con accluso
home-video di un'endoscopia!”
Il rapporto tra Kurt e tutto l'entourage si era degradato
al punto che l'organizzazione Nirvana sembrava una famiglia
infelice. Nessuno, persino Courtney, sapeva che pesci pigliare
con la droga. La durezza era meglio del lassismo? Dopo
l'Unplugged, la parte statunitense del tour di IN UTERO,
proseguì stancamente. La tournée ebbe una pausa per Natale,
così i coniugi Cobain presero l'aereo per andare in Arizona a
passare quattro giorni di vacanza nell'esclusivo Canyon Ranch
Spa, presso Tucson. Qui Kurt tentò una disintossicazione. Era
arrivato al punto che doveva ripulirsi se non voleva lasciarci le
penne.
All'inizio di gennaio Kurt e Courtney si trasferirono
nella nuova casa, una lussuosa villa di 800 metri quadri su tre
piani, sulla collina che domina il lago Washington. Avendo un
mese di pausa prima del tour europeo, Kurt decise di passarlo a
drogarsi assieme a Dylon, cui voleva davvero bene e al quale si
sentiva più vicino di qualsiasi amico che avesse avuto in
precedenza, a parte Jesse Reed. Nel frattempo anche il
bambinaio Cali era diventato cocainomane. Faceva anche la
spesa, comprando solo schifezze. Quando Courtney cercava di
impedire l'accesso a casa agli spacciatori, Kurt usava gli amici
per nascondere la consegna tra i cespugli. Se non trovava
eroina si iniettava cocaina o metamfetamina, o assumeva
quantità di benzodiazepine sotto forma di Valium o altri
tranquillanti.
La madre telefonò al figlio. Dopo dieci anni di litigi con
il marito aveva finalmente divorziato. Iris, la nonna, era stata
ricoverata all'ospedale. Kurt accorse, l'idea della sua morte lo
spaventava più di quella propria. Rimase lì per ore. Adorava la
nonna. In quel mentre squillò il telefono sul comodino. Era suo
padre. Sentendo la voce di Don, Kurt fece segno di dire che
stava per uscire, ma la nonna, l'afferrò per un braccio e gli
150
porse la cornetta. “Bisogna che ci vediamo presto” disse
mentre agganciava, poi guardò la nonna che stava sorridendo.
Kurt invitò Leland, il nonno, a passare la notte a casa. Trovò
Courtney in mutande, e Cali in salotto, esterrefatto quando
Kurt gli spiegò che quel giovane cappellone dall'aria flippata
era una delle bambinaie di Frances. Poi portò il nonno al suo
ristorante preferito. Con il padre le cose non andavano così.
A proposito di Serve the servants, nel suo diario Kurt
scriveva:
“All'inizio questa canzone parlava del raggiungere la
maturità in un momento in cui sei abbastanza grande da
mantenerti senza l'aiuto dei genitori. Un tema per chi aveva più
di vent'anni, se vuoi. Ho sempre sentito che una persona non
deve necessariamente sforzarsi di voler bene a genitori e
parenti semplicemente per questioni di sangue. Se non ami i
tuoi genitori o la tua famiglia, niente finzioni, dì loro quello
che senti e in un certo modo io ho deciso di far sapere a mio
padre che non lo odio. Non ho semplicemente nulla da dirgli e
non ho bisogno di un rapporto padre-figlio con una persona con
cui non voglio passare un Natale noioso. In altre parole: ti
voglio bene. Non ti odio. Non ho voglia di parlarti”.

L'ultima settimana di gennaio i Nirvana prenotarono


una serie di registrazioni. Kurt dette buca il primo e il secondo
giorno. Krist e Dave erano ormai rassegnati alle attese. Al terzo
giorno si presentò e lavorarono dieci ore di fila, incisero
parecchie canzoni. Al mattino s'infilò nello studio un gattino
nero, che assomigliava un po' al micio Puff di quando Kurt era
bambino, questo nuovo arrivato gli sollevò il morale.
Il giorno dopo telefonò al padre. Parlarono per oltre
un'ora. Don riuscì a pronunciare le parole che più volte gli
erano mancate:
“Kurt, ti voglio bene” disse al figlio. “Anch'io ti voglio
bene, papà” rispose Kurt.
In extremis potevano finalmente rappacificarsi.
151
Magari fosse successo a me, sentirmi dire da mio padre
che mi voleva bene, se non a parole accettandomi, chiedendo di
me. Niente. Mi aveva cancellato dalla sua mente, dalla sua vita,
per lui non ero mai esistito.

Due giorni dopo i Nirvana partirono per un tour


europeo. Nelle sue condizioni come faceva Kurt a sostenere
una tale fatica? Senza parlare delle interviste, dei giornalisti
che gli stavano appresso, le nuove registrazioni, le apparizioni
alla tele, i fan...
Il tour europeo, dopo il tour statunitense, fu particolarmente
sfibrante. A Parigi fecero una seduta con il fotografo Yuri
Lenquette. Una delle foto mostra Kurt che per scherzo si punta
una pistola in testa. Era proprio per scherzo? Ma già i primi
giorni di tournée tutti notarono un cambiamento in Kurt. Che
tristezza, era ridotto male, era sfinito, ricorda Shelli, la ragazza
di Novoselic, che però aveva l'impressione che non “c'era la
tensione del precedente tour, ma forse era diventata solo
normale”.
In Portogallo, poi in Spagna. Fin dall'inzio Kurt parlava
di cancellazioni, telefonò a Courtney.
“Odiava tutto e tutti” raccontò a David Ficke, il giorna-
lista di Rolling Stones.
“Odiava, odiava, odiava.”
A Madrid, passando in mezzo al pubblico, i ragazzi fumavano
eroina nella stagnola e gridavano “Kurt, è roba!”, e gli
facevano segno col pollice alzato. Al telefono Kurt piangeva,
non voleva diventare un'icona dei tossici. E non voleva
nemmeno lasciare Courtney, sebbene le loro liti fossero sempre
più frequenti soprattutto attorno alla droga. Ma anche se
rifiutava di essere assimilato alla droga dagli adolescenti
europei, la sua ansia nasceva dalla droga. A Seattle sapeva
dove trovarla; in Europa, pur trovando un contatto, era
terrorizzato da un possibile arresto alla dogana, per cui utilizzò
tranquillanti e morfina che un medico londinese gli prescriveva
152
per eliminare i dolori dell'astinenza. Gli bastava una telefonata
al dottore, noto per le ricette facili di narcotici, che mandava a
Kurt tramite corriere internazionale.
Racconta Cross:
Il 20 febbraio, giornata di trasferta, Kurt compì i 27
anni. A Milano era depresso. Voleva cancellare il tour. Si
lamentava di problemi di stomaco. Krist aveva già sentito
queste menate, ma gli fece valere che la cancellazione del tour
sarebbe costato caro. Finì che quella sera non cancellò il tour,
ma lo fece solo per Novoselic, perché la prossima data era in
Slovenia, dove sarebbero arrivarti i parenti di Krist. Durante i
tre giorni in Slovenia gli altri andarono in giro per la
campagna, mentre Kurt rimaneva in camera. Krist stava
leggendo Un giorno nella vita di Ivan Denisovic di Alexander
Solzhenitsyn, e ne espose la trama al compagno per distrarlo.
L'unica reazione di Kurt:
“Dio...E vuole ancora vivere? Ma perché sforzarsi di
vivere?”
A Monaco di Baviera Kurt disse che stava male,
telefonò in piena notte al cinquantaduenne cugino Art Cobain
ad Aberdeen, che non vedeva da una ventina d'anni. Non si può
dire che fossero molto vicini, ma il cugino fu lo stesso contento
di sentirlo: “Era veramente stanco di quella vita” raccontò poi
alla rivista People.
Quel giorno tutti ricordano bene la faccia disperata di
Kurt, e il panico in ogni suo gesto. Quando diceva: “Vado in
stazione” tutti sapevano che andava in cerca di droga. Nel
backstage telefonò a Courtney, ma la conversazione finì in
litigi. Per questa parte del tour aveva scelto i Melvins, che nel
1993 aveva scritto ch'erano quelli che cercava quando li vide
per la prima volta. Erano passati solo undici anni da quel
giorno. A Monaco il loro show riuscì a fargli provare una fitta
nostalgia. Di tutti questi tour Kurt ne aveva abbastanza, non ne
poteva più. Il mattino dopo trovò un dottore che firmò un
referto, necessario per l'assicurazione, che dichiarava che il
153
musicista era troppo malato per esibirsi. Kurt andò a Roma per
riunirsi con Courtney e Frances. Scese all'hotel Excelsior, un
albergo cinque stelle.
Lo immagino mentre visita la città, che conosco bene
per esserci vissuto per quattro anni da ragazzo, patendo fame e
solitudine. In Vaticano ruba delle candele, rosari, e stacca per
Courtney un pezzo del Colosseo, e acquista una dozzina di rose
rosse, della lingerie, e un paio di orecchini di diamanti da tre
carati. Non si vedevano da 26 giorni. Festeggiarono con la
famiglia intera, Frances, Cali e la seconda bambinaia,
ordinando champagne, che Kurt non assaggiò. Dopo un po'
Cali e la seconda bambinaia portarono Frances in camera.
Finalmente soli, racconta Cross, Kurt e Courtney fecero
l'amore, ma lei si addormentò, era troppo stanca per il viaggio e
sedata dal Roipnol. Kurt voleva solo scoparla, raccontò. Alle
sei del mattino si svegliò, trovando il marito per terra pallido
come un cencio, col sangue che colava da una narice. L'aveva
già visto morto da overdose da eroina in più di dieci occasioni,
ma questa non era overdose da eroina. Teneva nella stretta
morsa gelida della mano sinistra una lettera di tre pagine.

Arrivato a questo punto vorrei piantarla lì, mi manca il


coraggio, la forza di accompagnarlo fino alla fine. Stanco di
combattere, stanco di quella vita. Stanco di portarmelo dentro.
Stanco di vivere con lui il suo inferno.

Tardi nella notte, mi son messo a guardare ancora una


volta il filmato dell'intervista avvenuta a Seattle il 10 agosto del
'93, cercando di vedere, di capire, di indovinare anche solo
attraverso lo sguardo ciò che Kurt - probabilmente sotto
stupefacenti - si portava dolorosamente dentro...da non poterne
più. Non so se in quel momento era cosciente ch'era giunto al
termine della sua vita, che quello era il canto del cigno. Nel
vederlo così, con quel suo volto sereno, sperai pazzamente di

154
no, che tutto era ancora possibile. Mi rifiutavo di pensare che
di lì a pochi mesi si sarebbe tolto la vita.
Spensi il computer e andai a stendermi sul letto. Fuori
pioveva. Mi è sempre piaciuto sentire il rumore della pioggia.
Era pur sempre vita. A un certo punto me lo sentii vicino, che
mi diceva:
“Guarda che anch'io sento il rumore della pioggia, stai
tranquillo, qui dove sono sto bene...”
Ma forse stavo sognando.

155
16

DISPERATAMENTE SOLO

Così piccolino...

Voleva solo fuggire, morire,


ecco quel che voleva.

Nel biglietto di Roma, scritto all'Excelsior, Kurt citò il


più famoso personaggio di Shakespeare: “Il dottor Baker dice
che, come Amleto, devo scegliere tra la vita e la morte. Sto
scegliendo la morte”.
Esanime per terra, Kurt venne trasportato al policlinico
Umberto. Aveva ingerito 60 pillole di Roipnol, dieci volte più
potente del Valium. Una dose era sufficiente a mandarlo in
coma. I medici dissero a Courtney che poteva riprendersi senza
conseguenze, poteva riportare danni cerebrali permanenti,
poteva morire. Allora prese un taxi. In Vaticano comprò
parecchi rosari e s'inginocchiò a pregare. Niente. Telefonò alla
famiglia di Kurt, che si unì alle preghiere.
La CNN interruppe i programmi per annunciare che
Kurt era morto. Mentre tutti credevano che fosse morto, Kurt
cominciava a mostrare i primi segnali di vita. Che fossero le
preghiere a venire in suo soccorso? Courtney gli passò una
matita e un taccuino su cui lui scrisse: “Vaffanculo”, e poi
“toglimi questi tubi del cazzo dalla bocca”. Courtney si
promise di stargli addosso fino all'inferno.
Kurt uscì dall'ospedale l'8 marzo e quattro giorni dopo
tornò a Seattle. All'aeroporto stava male, sbarcò sulla sedia a
rotelle, “ con un aspetto orrendo” disse un doganiere, lui che un
mese prima dava un'intervista con una faccia d'angelo.

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Non gli rimanevano neanche otto mesi di vita, ch'erano peggio
di un'agonia, d'una lenta crocifissione, una tortura a ogni
istante.
Come li avrebbe passati?
Sapendolo mi prende un'angoscia come non l'ho mai provata
per nessuno, neanche per l'amico Morrison mentre lo seguivo
su quella salita che lo portava a Père Lachaise dove venne
sepolto. Fu come se andassi a seppellirmi con lui.
Molti si erano rassegnati a vedere Kurt in quello stato. Ma non
i Nirvana, che assurdamente avevano confermato la loro
presenza al Lollapalooza 1994. Avrebbero incassato un cachet
di otto milioni di dollari. Era come chiederlo a uno che stava
per morire. Kurt non voleva suonare a un festival e ancor meno
andare in tour. Era come chiedergli di andare a morire su un
palco. Courtney invece gli diceva che avrebbe fatto meglio a
incassare quei soldi, aggiungendo che i Nirvana avevano
bisogno di un'ulteriore spinta per decollare. “Kurt” rievocò
Dylan, “si sentiva minacciato dalle cause per i concerti
cancellati in Europa, temeva di finire su lastrico”. Doveva, gli
ripetevano, per motivi personali e professionali.
Allarmata dall'uso smodato di droga che faceva Kurt,
Courtney decise di stabilire una regola ferrea. In casa non ci si
poteva fare, sperando così che potesse tenere puliti Kurt, Cali e
lei stessa. La conseguenza fu che Kurt lasciò la casa per
trasferirsi in un motel a 18 dollari la notte sulla scalcinata
Aurora Avenue. Pur con tanti milioni era rimasto il ragazzo di
strada di un tempo. Nei momenti peggiori della sua tossico-
dipendenza si era spesso rifugiato in quei posti abbietti senza
nemmeno aver l'accortezza di lasciare un falso nome. Eppure,
pur nel degrado, in Kurt brillava sempre quella luce che
risplende in ogni uomo, anche nel più infame.
“In ciascuno di noi, sono presenti l'inferno e il paradiso”
scriveva Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray. In Kurt
sembrava prevalere l'inferno, ma non era così, il paradiso stava
sempre in lui, come quella luce indelebile.
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Nessuno capiva che Kurt si stava ritirando non dalle
droghe ma dal contatto con le persone. Così decise di
cancellare il tour e di snobbare il Lollapalooza. La band era
sciolta, è quel che Novoselic e Grohl si aspettavano da tempo.
Dopo Roma, visto il suo cambiamento, Krist si chiese se per
caso quel coma non avesse lasciato in Kurt strascichi cerebrali.
“Non ascoltava più nessuno, era come rincoglionito”.
Persino Dylan, con cui si drogava, notò un mutamento.
“Non sembrava più lo stesso”.

Intanto i coniugi Cobain non facevano altro che litigare,


Kurt voleva fare a modo suo, perdendo ogni ragionevolezza,
con una sola ossessione, procurarsi la droga. Lo si trovava
spesso a casa di Jennifer Adamson, l'amica di Cali, seduto sul
suo divano per lo più a bucarsi ma anche solo per ammazzare il
tempo.
“Stava lì nel mio salotto con in testa il suo berretto da
Elmer Fudd a leggere riviste. La gente andava e veniva, c'era
sempre un viavai. Nessuno sapeva che lui era lì, non lo
riconoscevano”.
Nel giro della droga Kurt trovava l'anonimato che non
trovava altrove. Man mano che Jennifer lo conosceva meglio,
rimaneva stupita da quanto sembrasse solo. Addirittura una
volta disse a lei e a Cali che erano i suoi soli amici.
Courtney non sapeva più cosa fare per frenarlo, e quasi
tutte le discussioni sfociavano in scenate. Dopo Roma anche i
compagni di droga notarono quanta disperazione c'era nel suo
abuso. Quando ci si bucava si stava attenti alla quantità,
cercando di non esagerare. Ma a Kurt non interessava di
lasciaci le penne, non esitava mai, avrebbe risolto così tutti i
suoi problemi. Jennifer:
“Mi stupiva che uno così piccolino e magro si potesse
iniettare tanta roba. Per lui non ce n'era mai abbastanza nella
siringa”.
Così piccolino.
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Questo diminutivo mi ha fatto pensare a san Francesco, quando
conclude così il suo testamento:
“E io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel
poco che io posso, confermo a voi dentro e fuori questa
santissima benedizione”.
Come Francesco, Kurd si ritrovava piccolino, lui la rockstar
più famosa di quegli anni. Che cosa lo separava da Francesco?
In fondo, oso dire, nulla.
Quando si è ridotti a essere così piccolini, si diventa
come bambini. E' a loro che è aperto il Regno dei cieli. La
piccolezza cancella tutto il male. Cosa voleva Kurt se non
abolire quell'altra parte di sé che lo tormentava, quel che non
riusciva più a sostenere, a sopportare, quel dolore del corpo e
dell'anima che lo straziava, che cercava di curare in modo
sbagliato. Non c'erano più altri rimedi? E' uno come Francesco
che Kurt avrebbe dovuto incontrare. Perché Dio non glielo fece
incontrare? A lui nulla è impossibile. Sbaglio se penso così?
Di fronte a questo piccolino sofferente mi viene in mente ciò
che scriveva nel suo Diario Hetty Hillesum, la giovane ebrea
olandese che finì ad Auschwitz:
“Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.
E le ferite di Kurt erano ormai inguaribili, sempre più
profonde e dolorose, come chiodi che gli si piantavano nella
carne. Come avrebbe potuto sopportarle magro e piccolino
com'era? Il successo era uno di quei chiodi che, dopo averlo
bramato, lo trafiggevano. Una persecuzione, che stava
diventando un'esecuzione.
E la solitudine, che lo inseguiva da quand'era bambino?
Indifeso, si difendeva con violenza e rabbia. Uno sfogo. Ma
piccolino, che male poteva fare? Soffriva, e a questa sofferenza
non trovava sollievo, neppure più con dosi massicce di eroina.
Più soffriva - senza saperlo - più si faceva simile al Crocifisso.
E' la sofferenza che purifica, che salva.

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La terza settimana di marzo Jennifer gli fece una
cazziata perché continuando così si sarebbe ammazzato, ma la
risposta dell'amico servì solo a spaventarla ancor di più.
“Mi disse che si sarebbe sparato in testa”. Poi con tono
scherzoso:
“E' così che morirò”.

Chi stava attorno a Kurt stava male quanto lui, scrive


Cross. “Iniziai a tenere conversazioni telefoniche con un Kurt
molto, molto schizzato” racconta Chatoff, del centro recupero
Streps. “Stava usando un bel po' di eroina o qualche altro
antidolorifico. Però, quando era coerente o non molto stordito,
discutevamo della sua infanzia e dei problemi irrisolti della sua
famiglia d'origine e del dolore che provava. Aveva forti dolori
gastrici, che cercava di risolvere con gli oppiacei”.
Gli raccomandò un programma di ricupero in una struttura. Le
precedenti terapie erano pensate solo per farlo ritornare tempo-
raneamente sobrio senza risolvere i problemi di fondo. Kurt,
come disse a Dylan, non credeva alle possibilità di una
disintossicazione. Sapeva, avendole provate una dozzina di
volte, che la probabilità di queste terapie erano minime, anche
se a intervalli era disposto a sopportare i dolori dell'astinenza,
ma per lo più non aveva voglia di smettere.
Chatoff programmò il suo intervento per martedì 21
marzo, ma non se ne fece nulla. Quando Novoselic incontrò
Kurt lo invitò in un buon ristorante, dove si mangiavano ottimi
hamburger, ma lui preferì andare al Capitol Hill dove disse che
si mangiava meglio. Krist capì che l'amico non aveva minima-
mente voglia di hamburger. “Il suo dealer era da quelle parti.
Lui voleva solo fuggire. Morire, ecco cosa voleva”. Appena
cominciarono a litigare, Kurt saltò giù dalla macchina.

Fu assunto un nuovo consulente, David Burr. Courtney


aveva paura che Kurt si ammazzasse. La seduta con Burr cadde
di venerdì 25 marzo. Per essere sicura della presenza di Kurt,
160
tagliò addirittura le gomme della Volvo e della Dart. Questa
seduta colse di sorpresa Kurt, che si era appena bucato con
Dylan, facendo baldoria tutta la notte. Quando si alzarono e
dopo la pera del buongiorno scesero di sotto, si trovarono
davanti a un mare di gente. Molti avevano viaggiato di notte
per arrivare a Seattle dietro così breve preavviso. Kurt,
rabbioso, si scagliò contro Dylan, convinto che fosse lui a farlo
cadere in quella trappola. Comunque rimase ascoltando uno per
uno mentre elencavano una serie di motivi per cui doveva fare
la terapia. Anche Courtney lo implorava di accettare la terapia:
“Devi smetterla! Devi diventare un buon papà!”
Poi fece cadere la minaccia che gli avrebbe fatto più male, se
divorziavano e se lui continuava a bucarsi, non avrebbe più
potuto vedere Frances.
Quando tutti ebbero parlato, seguì un breve silenzio, come
prima di una sparatoria in un film western.
“Chi cazzo siete per dirmi questo? sbraitò Kurt. “Non
mi fido di nessuno di voi, adesso cerco sulle Pagine gialle uno
psichiatra di cui mi possa fidare”.
Ma ce l'aveva soprattutto con la moglie, più schizzata di lui,
che da tempo sospettava di tradirlo. E continuava a ripetere che
nessuno aveva il diritto di giudicarlo. Alla fine si rifugiò nel
seminterrato, dicendo che voleva solo suonare la chitarra per
un po'. Quando tutti se ne furono andati, rimase solo col senso
di vuoto che provava quasi tutti i giorni. Passò il resto della
serata dalla sua dealer a lamentarsi della seduta e la donna
raccontò in seguito a un giornale che Kurt le aveva domandato:
“Dove sono i miei amici quando ho bisogno di loro?
Perché mi si mettono contro?”

Il giorno dopo la madre e la sorella arrivarono a Seattle


su sollecitazione di Courtney per parlare con lui. Kurt era sotto
l'effetto della droga. Non poteva più farne a meno disperato
com'era per via anche dei dolori sempre più lancinanti. Lui non

161
volle ascoltarle, ormai nulla lo raggiungeva più. Se ne
andarono in lacrime.
“Ci odi così tanto?” gli chiese Kim mentre indugiava
sulla soglia della porta piangendo, lei che non piangeva mai.
“Già” rispose sarcastico il fratello come lei non l'aveva
mai sentito. “Vi odio tutti sul serio. Vi odio”.
Ormai si stava distruggendo. Condivideva gli aghi
senza ritegno con altri drogati, ignorando i più banali consigli
su HIV ed epatite. Spesso l'eroina brown gli causava ascessi
per le impurità usate per tagliarla e sulle braccia gli erano
spuntati gonfiori e croste.
“Quel giorno” racconta Cross, “riuscì a corrompere
altre persone perché gli comprassero l'eroina, promettendo in
cambio delle dosi. Quando divisero la roba a casa loro e la
riscaldarono, Kurt preparò una siringa nera come il carbone,
praticamente non diluita, e i compagni lo guardarono inorriditi
mentre se l'iniettava e andava subito in overdose. L'apparta-
mento fu invaso dal panico mentre Kurt boccheggiava. Fosse
morto lì dentro ci si sarebbe messa di mezzo la polizia. Quindi
gli inquilini gli chiesero di andarsene e appena capirono che era
incapace di muoversi, lo trascinarono fuori. La sua Valiant era
parcheggiata sotto, perciò lo sistemarono sul sedile posteriore.
Una persona si offrì di chiamare il 911, ma Kurt era ancora
abbastanza cosciente da sentire e far segno di no. Lo lasciarono
solo, pensando che se voleva morire così l'avrebbe fatto per
conto suo. Doveva finire così: la più famosa rockstar della sua
generazione stesa sul sedile posteriore di un'automobile,
incapace di parlare, incapace di muoversi e ancora una volta a
un soffio dalla morte. […]
Ma non morì quel fine settimana, il suo fisico sopravvisse a
una dose di eroina che avrebbe ammazzato tanta gente. Quando
si svegliò il giorno dopo, erano tornati i dolori del corpo e
dell'anima, e la cosa che più desiderava era liberarsene. Persino
l'eroina non bastava più”.

162
A casa, oltre i molti messaggi di Courteny, ne trovò uno
di un nuovo psichiatra, il dottor Steven Scappa., con il quale
ebbe una lunga conversazione. Era di buon auspicio. Accettò di
tentare un'altra volta a disintossicarsi. Prenotati i biglietti per
Los Angeles, il martedì successivo venne Krist ad accompa-
gnarlo all'aeroporto. Ma Kurt non voleva più partire. In
macchina si mise a singhiozzare e cercò persino di aprire lo
sportello per saltare giù dall'auto in marcia. Krist lo agguantò
mentre teneva il volante con una mano e la macchina che
sbandava. Al terminal Kurt tirò un pugno in faccia all'amico e
tentò di scappare. Finirono sul pavimento del terminal affollato
come in un incontro di lotta, scagliando imprecazioni e pugni
come due ubriachi in una rissa nei bar di Aberdeen. Appena
Kurt riuscì a liberarsi, attraversò di corsa il salone gridando
“vaffanculo” sotto gli occhi degli allibiti viaggiatori.
“L'ultima volta che Krist vide Kurt vivo fu la chioma
bionda che girava l'angolo” scrive Cross. “Tornò da solo a
Seattle tra i singhiozzi. Ricorda Shelli la sua ragazza: “Krist
provava tanto, tanto amore per Kurt. Tutti e due gli volevamo
bene. Per noi era come un fratello. Lo conoscevamo da tanti
anni, più di metà della sua vita”. Quando era ragazzina passava
a Kurt i BigMac gratis da dietro il banco al McDonald's di
Aberdeen. Per un paio di settimane, nel 1989, Kurt, Tracy,
Krist e Shelli avevano condiviso il medesimo letto matrimo-
niale, dormendo a turno. Una volta Kurt aveva dormito in un
furgone dietro casa loro e Shelli gli portava le coperte per
essere sicura che non morisse di freddo. Krist e Kurt avevano
fatto in macchina quelli che sembravano milioni di chilometri e
si erano raccontati cose che non avrebbero mai confessato ad
altro essere vivente. Ma quel martedì sera Krist disse a Shelli
che in cuor suo sapeva che non avrebbe più rivisto vivo
l'amico. Aveva ragione”.

163
Kurt ci ripensò. Quella sera telefonò al dottor Scappa,
ebbe persino una piacevole conversazione con la moglie.
Nonostante la rissa con Krist accettò ancora una volta di curarsi
e si concordò un volo per il giorno dopo. Prima di partire fece
quello che fanno tutti i tossicodipendenti, si iniettò tanta eroina
da averne in circolo durante i primi giorni di astinenza. Il
pomeriggio andò da Dylan. Voleva comprare un fucile per
protezione contro i ladruncoli. Visto che la polizia gli aveva
sottratto tutte le armi, gli domandò di comprargliene uno.
“Se aveva intenzione di suicidarsi di sicuro non me lo
ha fatto capire”.
Dall'armaiolo Kurt indicò un Remington M-11 calibro 20 che
Dylan comprò con una scatola di cartucce pagando 308,37
dollari in contanti passatigli dall'amico. Poi Kurt tornò a casa.

164
17

LA MIA NON È VITA

Meat-eating orchids forgive no one just yet


Cut myself angel's hair and baby's breath

Proprio adesso le orchidee carnivore non perdonano nessuno


Mi taglio con i capelli d'angelo e il respiro di un bimbo...
(da Heart-Shaped Box – scatola a forma di cuore)

Le orchidee carnivore...chiara metafora della vagina-


fiore in cui trovare rifugio dalle inquietudini della vita, in cui
Kurt si sarebbe sentito veramente al sicuro, con i capelli di un
angelo e il respiro tranquillo come quello di un bambino.

Quando ho sentito cantare questa canzone per la prima volta mi


ha fatto sobbalzare, e quando ho visto il video ho provato
sentimenti contrastanti, che non saprei descrivere, affascinato e
allo stesso tempo turbato. Un rompicapo, si prestava alle più
pazze e svariate interpretazioni. Quel vecchio Cristo sulla
croce, con quegli uccellacci neri sul legno...
Ma poi, inaspettatamente, il video e i versi citati qui sopra mi
hanno fatto pensare a James, un giovane di cui non ho mai
parlato, ma sopraggiunge sempre un momento in cui ciò che
sembrava dimenticato ti rimbalza nella mente con veemenza.
Anche lui in cerca di un grembo dove si sarebbe sentito al
sicuro, al riparo dalle inquietudini della vita. Ma già quando
trascinarono Kurt sul sedile posteriore della sua auto a un
soffio dalla morte mi aveva fatto pensare a questo ragazzo.

165
Anni '80, a Parigi.
Una sera, in una di quelle boites, birrerie dove ogni tanto
andavamo, Jean-Pierre mi presentò un giovane che come lui
frequentava il giro di quegli aspiranti artisti, musicisti, cantanti,
attori che cercavano di sfondare. Un ragazzo normale a vederlo
così, biondo con i capelli alla Brian Jones, che rivedendolo ora
assomigliava a Kurt.
“Vedi un po' se puoi fare qualcosa per lui” mi disse
Jean-Pierre.
James era nato in Alsazia in un paesino di pochi abitanti. Il
padre americano, capitato lì chissà come.
“Ho paura che finisca male” mi disse Jean-Pierre. “E'
buono sai, e troppo sensibile, ha certe idee, sogna, la realtà gli
fa paura, ecco perché beve e ogni tanto si fa, ho cercato di
aiutarlo in qualche modo, ma sfugge, sembra sempre altrove, in
un mondo tutto suo, non ti fidare quando ride, ride per non
rompere le scatole a nessuno, per non essere di peso, ma è
proprio quando ride che nasconde quel che più gli rode dentro,
guardalo bene negli occhi, e ci vedrai tanta tristezza...”
Jean-Pierre era un po' come me, uno che si associava
subito con i più sfigati, emarginati d'ogni sorta, e con loro
simpatizzava. Pur ateo, aveva quel senso religioso, fuori d'ogni
religione, che lo portava alla compassione del genere umano, di
qualsiasi persona che in qualche modo soffrisse.
In fondo si comportava umanamente da cristiano, che
però vedeva Cristo come lo vedeva quel maledetto poeta ch'era
Emanuel Carnevali, il quale pensava che il Vangelo era il più
bel libro che sia mai stato scritto; che tutto l'armamentario della
divinità non aveva fatto che danneggiare quell'uomo splendente
ch'era Cristo.
In questo allora ero piuttosto d'accordo. I religiosi mi
avevano tradito, senza però cancellare in me l'immagine di quel
Gesù che avevo tanto amato e che affannosamente ricercavo.

166
James. Mi torna in mente come se, stanato dalla mia
memoria, mi venisse a chiedere qualcosa che non avevo saputo
dargli, o forse, delicato e timido com'era, per scusarsi di avermi
tanto rotto le scatole. Oh no, non mi rompeva le scatole, anzi,
era uno di quelle persone che, come Morrison, mi dava tanto e
anche di più. Erano i “perdenti”, gli emarginati, i fragili e gli
sbandati che mi insegnavano la vita, anche e soprattutto
attraverso le loro sconfitte, la loro disperazione. Erano e sono
tuttora i miei maestri. Gli altri, nel mondo in cui vivo ora,
mah...il più delle volte mi lasciano sgomento. Borghesemente
cristiani. Troppi puzzano “l'io so tutto”, il credersi qualcuno, e
anche altro, che infastidisce, secca per mancanza del “vero”.
Simone Weil diceva:
“Il mondo attuale ha bisogno di santi, di santi nuovi, di
santi che abbiano del genio”.

James...
Quando penso a tutte le nostre conversazioni, ai tuoi silenzi, a
quel tuo balbettare, era perché ti portavi dentro tutte le tue
angosce, tutte le tue paure. Una volta mi dicesti:
“La morte non mi fa paura, è la vita che mi fa paura”.
Quella vita che vedevi intorno a te, come attraverso lenti che ne
ingrandivano le falsità, l'ipocrisia, l'egoismo, le crudeltà, il
non-amore.
E' questo che ti faceva paura.
Essere troppo sensibile ti fregava.
Ti emarginava.
Ti condannava alla solitudine.
E allora ti mettesti a bere, e poi a farti i primi spinelli, e poi, e
poi...Ti conobbi così, già preso in un vortice che ti stava
inghiottendo.
E' solo un po' alla volta che ti apristi con me. Avresti
voluto vivere in un mondo a colori, come nel Trittico delle
delizie di Hieronymus Bosch - il pittore che amava Morrison -
ma ti sentivi sporco, contaminato da quel che pensavi fosse
167
brutto dentro di te. Ti detestavi. Non so che droga usavi.
Cocaina, forse, ma non ti bucavi. Mi dicevi:
“Solo qui da te mi sento bene, al sicuro”.

Temeva sempre che lo cacciassi via, ma come facevo a


cacciarlo via, era come un cagnolino sperduto, lo sentivo così
fragile, e poi, non chiedeva mai nulla, solo di stare lì, quieto
quieto. Succedeva che venisse con me e Jean-Pierre nei locali
che frequentavamo, con noi si lasciava andare, fumava, beveva,
ogni tanto si assentava per andare in bagno, da dove tornava
come se si fosse ricaricato. Una sera, a casa, mi disse:
“Ti fa qualcosa che sia un drogato?”
Qualcosa mi faceva.
“Non mi chiedi perché?”
“No”.
Non ero uno che chiedeva dei perché. Rispettavo la scelta delle
persone, rispettavo anche lui. Buttò lì:
“La mia non è vita”.

Il padre americano aveva abbandonato la madre e se n'era


tornato in America. La madre conviveva con un portoghese, un
uomo rude, che vedeva in James qualcosa di storto, qualcosa
che non andava. Non lo sopportava. Era figlio dell'americano,
non suo. La madre, succube, non osava dargli contro. Era la
stessa storia che mi ricordava Ricordel.
Più una città era grande, più facilmente ci si perdeva.
Tanti erano i suoi meandri, dove soprattutto di notte ci si
aggirava, chi per piaceri spiccioli, chi in cerca di veleni, per
sopravvivere o per morire. Anonimi, ombre che passavano.

Una sera, ci trovavamo in uno dei soliti pub, a pochi


passi dal Rock and Roll Circus dove, secondo resoconti
altamente inaffidabili, si presume che sia morto Morrison di
overdose nella toilette sotterranea. A Jean-Pierre piaceva la

168
birra, a me no, ma quella sera ne presi una anch'io. James
fumava, beveva anche se cercavamo di tenerlo a bada.
“Non esagerare” gli dicevamo.
A un certo punto si assentò come al solito per andare alla
toilette. Niente di più normale con tutta quella birra. Però poi,
siccome ci metteva un sacco di tempo - ma cosa stava facendo?
- finì per insospettirci. Lo trovammo che stava vomitando nel
water.
“Che stronzo!” disse affettuosamente Jean-Pierre.
Lo tirammo su, mentre lui balbettava frasi incomprensibili. A
fatica riuscimmo a portarlo in macchina - la carretta di Jean-
Pierre - sul sedile posteriore, proprio come successe a Kurt,
trascinato nella sua macchina dopo essere andato in overdose.
Finì a casa mia, Via Paradiso. Steso sul letto, sembrava morto.
Preso dal panico - io che da tempo non pregavo più - cominciai
a pregare quel Gesù che da ragazzino avevo tanto amato.
“Non ti chiedo niente per me, ma fa qualcosa per lui,
non voglio, non deve morire, capisci? Guarda come è giovane,
ha l'aria d'un bambino, che colpa ne ha? Cosa vuoi in cambio?
Non ho niente da offrirti. Vuoi la mia vita? Cosa ti costa?”
E mi misi a piangere, come un tempo per Adalgisa, quando una
sera, nel suo letto, temetti che fosse morta. Una notte da
incubo.
Che fare? mi chiesi l'indomani. Lasciar perdere? Erano
o non erano fatti miei? Sì, erano fatti miei. Non potevo certo
buttarlo fuori casa, lui che non aveva casa. Non c'era peggior
situazione che di ritrovarsi senza saper dove sbattere la testa.
Ne sapevo qualcosa. Così decisi di occuparmene, ma come? mi
dicevo, preoccupato. La prima cosa da fare era di farlo
smettere. Niente più alcol, niente più droga, neanche uno
spinello. Per fortuna era il periodo delle vacanze scolastiche.
Potevo dedicarmi a lui, come fosse il mio fratello più piccolo.
Più volte però, scoraggiato, ero lì lì per lasciar perdere, per
mandarlo a quel paese, ma mandarlo a quel paese significava

169
mandarlo all'inferno. Soffriva e mi faceva soffrire. Era lui che
mi diceva:
“Cosa te ne frega? Lasciami perdere, sono fottuto, mi
ammazzerò!”

Ricordo perfettamente la data, era l'8 luglio 1981, pochi


giorni dopo l'anniversario della morte di Jim Morrison. Pensai
di portarlo a Père Lachaise dove riposava. Mi risuonavano
nella mente quel suo grido in “When The Music's Over”:
Salvaci,
Gesù,
Salvaci.
E:
“C'è qualcuno che mi può capire?”
“Io non ho avuto abbastanza amore”
Grida di aiuto, che si perdevano nel vuoto, e che per quanto
assordanti lasciavano tutti indifferenti, non squarciavano le
nubi per giungere fino a Dio...muto, silenzioso, rigido come
una roccia in riva al mare dove le preghiere, come le onde, si
schiantavano.
Al cimitero c'era meno gente che il 3 luglio, giorno del
decimo anniversario della morte del poeta maledetto. James
non ci era mai venuto. Sulla tomba del cantante, finito lì a soli
27 anni, come parlando a se stesso, disse:
“Perché? Non è giusto”.
“Che cosa non è giusto?”
“Non è giusto nascere se è per morire”.
Non sapevo cosa rispondere, anche perché mi succedeva di
pensarla così. Disse:
“Cosa cercava Jim?”
“Cercava il paradiso”.
“Quale paradiso?”
“Non so, un paradiso. Non lo cerchi anche tu?”
“Non ho fatto altro, senza saperlo, ma non lo ho mai
trovato. Non esiste”.
170
“Può darsi, ma se esistesse?”
“Dove?”
“Dopo, nell'aldilà”.
“Io lo vorrei qui sulla terra, capisci?”
“Spetta a te trovarlo qui sulla terra” dissi.
“Come?”
“Morrison, come altri, lo ha cercato nella poesia, nella
musica. Quello che lo ha rovinato è l'alcol e la droga, rimedi
illusori, paradisi fasulli...”
James non disse nulla.

Gli succedeva di passare ore senza parlare. Lo lasciavo


tranquillo. Gli mancava il padre. Era sparito, in quell'America,
chissà dove. Io cercavo di fargli un po' da padre, ma forse più
da amico che da padre. Un po' l'uno, un po' l'altro, a seconda
dei momenti.
Un giorno, alle Halles, seduti davanti alla Fontana degli
Innocenti, mi disse:
“Devo dirti una cosa, che non ti ho mai detto”.
“Dimmela”.
“E' una cosa di cui mi vergogno”.
“Dimmela lo stesso”.
“Non cambierà niente se te la dico?”
“Ma cosa vuoi che cambi? Qualunque cosa sia, non
cambierà proprio niente, dai!” l'incoraggiai.
“Per mangiare e procurarmi la droga, un giorno ho
pensato di prostituirmi” disse abbassando la testa, vergognoso:
“E' da sporcaccioni, vero?”
Mi venne in mente l'uomo con l'occhio di vetro che mi
aveva rimorchiato quando a Roma, disperato, morivo di fame.
Conobbi allora ragazzi che tiravano avanti così, per procurarsi
il denaro da portare a casa, per sopravvivere. Tra loro trovai
più calore e solidarietà che non presso gli addetti al bene, pii
devoti, anche religiosi che mi assassinarono l'anima.

171
Qui, anche se in un altro ambiente, e in modo diverso,
mi salta in mente Tupac Shakur, il rapper-poeta degli anni 90.
Tupac conobbe una vita difficile nel ghetto. Viveva con la
madre e la sorellastra in estrema povertà. Per mancanza di una
dimora fissa, lo costringevano a frequentare ricoveri per senza
tetto. Adolescente pensò di sostentarsi spacciando droga, ma
gli spacciatori stessi lo scoraggiarono nel continuare. Cita tutto
questo in una sua famosa canzone “Dear Mama”:
“I hung around with the thugs
and even though they sold drugs
they showed a young brother.

Giravo con in thugs (in slang teppisti, delinquenti)


e anche se spacciavano droga
hanno mostrato amore a un giovane fratello.

Come a Roma mi mostrarono affetto quei ragazzi di strada.


James non spacciava droga, ma che per procurarsela e
mangiare mi confidasse che aveva pensato di prostituirsi,
significava che aveva pienamente fiducia in me. Per averne
viste tante, nulla mi sorprendeva. Dissi:
“Acqua passata, quel che conta è quello che sei adesso,
e soprattutto quello che diventerai”.
Ora gli avrei detto: “Non c'è peccato che Dio non perdoni”.
“Non ti faccio schifo?”
“Ma va là, sapessi quante ne ho fatte anch'io alla tua
età!”
“Davvero non cambia niente tra noi?”
“Ma cosa vuoi che cambi?” lo rassicurai.
“Ma dove andavi a...”
C'era un bar a Pigalle per questi incontri.

Durante tutta l'estate ci furono dei momenti in cui temevo di


non farcela. Era duro per lui, e duro per me. Momenti in cui
diventava insopportabile, odioso. Doveva bere, fumare, andare
172
a...Una volta, a casa, per calmarlo gli detti uno schiaffo. Lui si
alzò per andarsene. Glielo impedii parandomi davanti alla
porta.
Speravo in un miracolo.

Una sera, ebbi l'idea di portarlo al Sacré-Coeur. Smaniava:


“Sono fottuto, sono fottuto” ripeteva. Perché non mi
lasci perdere?”
Non potevo. Tanti si perdevano, lui ce l'avevo lì.
“Perché ti voglio bene” dissi.
Stavamo salendo i gradini che portavano alla basilica. Si
fermò, stupito, guardandomi fisso negli occhi, disse:
“A me vuoi bene?”
“Sì, a te, non posso?”
Sembrava incredulo.
“Non sei mai entrato là dentro?” chiesi indicando la
basilica illuminata.
“Mai”.
James non era uno che andava in chiesa, e non era mai andato
nemmeno a messa. Non aveva ricevuto nessuna istruzione
religiosa, come la maggior parte dei giovani della scuola dove
insegnavo, tranne musulmani e ebrei.
Ci sedemmo in un angolo, in disparte. Sull'altare era esposto il
Santissimo. Dicevo a quell'ostia dove Lui si nascondeva:
“Ci vedi, lo vedi, no? Non puoi far finta di non vederlo,
non ti fa compassione?”
Aspettavo una risposta. Niente. Lo supplicai nuovamente, ma
come avrebbe potuto manifestarsi? Mi prese il dubbio. Ma era
poi vero ch'era lì in quell'ostensorio dai raggi dorati? Non era
tutta una favola, una illusoria mistificazione?
Dopo un po', che mi sembrò un'eternità, sussurrai a James:
“Come ti senti?”
Mi guardò, stupito, disse:
“Mi sento strano...mi sento bene”.
“Bene, come?”
173
“Non so come dirti, mi sento sereno, tranquillo, come
non mi è mai capitato”.
Che in quell'ostia Lui mi avesse ascoltato?
Allora c'era! Agendo così su James faceva svanire anche ogni
mio dubbio.

Ai primi di settembre ricominciava la scuola. Non avrei


più potuto stargli vicino. Di nuovo abbandonato a se stesso,
cosa avrebbe fatto? Un pomeriggio accadde ciò ch'era accaduto
a me tanti anni fa, passando davanti all'insegna di una scuola, il
Cours Littré. Fu la mia salvezza. Quel pomeriggio, davanti a
un'officina meccanica notammo un cartoncino con su scritto:
cercasi giovane apprendista.
Fu la sua salvezza.
Se non miracoli, certe grazie potevano accadere.

174
18

ABBANDONATO

come una formica in un panorama immenso

Al centro di recupero Exodus, frequentato dalle star del


rock, gli assegnarono la stanza 206. Kurt ci era già stato nel
settembre 1992. Si registrò per un programma di quattro
settimane. Sembrava stanco, stanco di essere ammalato. Il
giovedì mattina iniziò subito il ciclo di recupero. La droga lo
aveva quasi ammazzato, voleva ripulirsi e andarsene via di là.
Il giovedì pomeriggio ricevette la visita di Jackie Farry
e di Frances. Kurt giocò con lei, anche se la bambinaia notò
che sembrava distaccato, forse a causa dei farmaci che gli
erano stati amministrati per aiutarlo durante l'astinenza.
Courtney invece non andò, sconsigliata di farlo dal medico
durante i primi giorni di sobrietà. Ma il venerdì mattina,
quando tornarono, Kurt era di buon umore, allegro, gentile,
racconta Jackie, lui che di solito era brontolone. Giocò con la
bambina che lanciò per aria per farla ridere, le accarezzava la
schiena e le sussurrava all'orecchio.
Quel pomeriggio ricevette la visita di Pat Smear e di Joe
“Mama” Nitzburg, un artista amico di Courtney. Joe Mama
rimase sorpreso trovando Kurt tanto lucido dopo solo un giorno
di sobrietà. Nel patio i tre parlarono d'arte e Kurt disse che gli
sarebbe tanto piaciuto studiare arte. Insomma Pat e Joe se ne
andarono verso le cinque. A Joe diede l'impressione che si
vorrebbe avere da un drogato in un centro di recupero, quella di
chi vuole smettere, e non vuole continuare su quella strada.

175
Sempre quel venerdì pomeriggio Courtney cercò a più
riprese di raggiungere Kurt al telefono a gettone per i pazienti,
e alla fine chiamò in un momento in cui lui era nelle vicinanze.
Ebbero una breve conversazione. Comunque sarebbe
andata, lui le fece sapere che aveva fatto un disco davvero
buono. Lei trovò strano che ne parlasse visto che sarebbe uscito
una settimana dopo. Cosa intendeva? gli chiese lei, perplessa
per la nota melodrammatica della sua voce.
“Ricorda solo che comunque vada, ti amo”.
Con quelle parole appese.

Kurt lasciò l'Exodus con solo i vestiti che aveva addosso. In


camera lasciò un paio di camicie e un diario con quattro
canzoni allo stato embrionale.
Tuttavia, durante la permanenza all'Exodus, svolse un
compito in cui doveva illustrare una dozzina di parole. Era il
tipo di compito in cui aveva primeggiato da quando il nonno
l'aveva sfidato a disegnare Topolino. Il risultato sembra
qualcosa uscito dai suoi diari.

Continua Cross:
“Quando gli fu chiesto di illustrare “risentimento”,
disegnò due occhi irati con accanto delle fiamme rosse, per
“gelosia” un simbolo nazi con le gambe, per esprimere
“solitudine” una stradina con due giganteschi grattacieli ai lati,
per “dolore” una colonna vertebrale con un cervello e un cuore
attaccati.
Sembrava quasi il retrocopertina di IN UTERO.
Per “sicurezza” disegnò una cerchia di amici, per “resa” un
uomo con una luce accecante che gli scaturisce dal corpo, per
“depresso” un ombrello circondato da nodi, per “determinato”
un piede che schiaccia una siringa. E nella pagina finale del
compito, per illustrare “abbandonato” disegnò una figurina
sommaria grande come una formica in un panorama immenso”.

176
Impressionante.
Mi sembra di vedere in questo compito l'autoritratto di
Kurt, come lui si vedeva, si sentiva, soprattutto quando illustrò
la parola solitudine, resa, abbandonato. E come avrebbe voluto
diventare: quel “determinato” che con un piede schiaccia una
siringa. Quanto alla cerchia di amici, di veri amici, che
avrebbero potuto salvarlo, credo che non li ebbe mai. Non
scriveva nel suo diario che gli sarebbe piaciuto trovare
qualcuno a cui poter chiedere consiglio? Non certo agli amici
che come lui si drogavano. E nemmeno alla moglie che, pur
con vari tentativi per disintossicarsi, finiva per ricascarci.

Due ore dopo, Kurt scavalcò il muro di cinta, prodezza inutile


visto che il portone era sempre aperto. Dylan più tardi dirà:
“Non era abbastanza motivato per disintossicarsi”.

177
19

IL VOLO

E' meglio bruciare


che spegnersi lentamente

Prima dell'imbarco per Seattle, Kurt telefonò alla moglie, senza


riuscire a rintracciarla. Appena saputo della fuga del marito
dall'Exodus, lei stava battendo Los Angeles, convinta che Kurt
ci fosse andato per procurarsi droga.
Intanto Kurt era in volo. Finì accanto a Duff McKagan
dei Guns. Nonostante l'antipatia dei Nirvana e Guns, Kurt
parve lieto di vedere Duff, al quale disse ch'era scappato dalla
disintossicazione. L'altro lo capiva, visto che anche lui cercava
di ripulirsi. La conversazione prese un tono piuttosto malin-
conico. Duff intuì che c'era qualcosa che non tornava. “L'istinto
mi diceva che c'era qualcosa di storto...Parlammo di come ci si
sente a tornare casa”. Kurt disse che stava facendo proprio
questo “tornare a casa”. Lo disse come uno lontano da anni,
non da tre giorni.

Era già sabato 2 aprile quando Kurt arrivò a casa all'una


e tre quarti di notte. Verso le sei, all'alba, entrò nella stanza al
piano terra dove c'erano Cali e la fidanzata Jessica Hopper. Pur
fidanzato, Cali continuava a stare con Jennifer Adamson, dalla
quale Kurt, soltanto il mese prima, andava spesso a bucarsi,
stupita che uno così piccolino e magro potesse iniettarsi tanta
roba.
Quel sabato mattina Cali era svenuto a suon di cocaina.
Col peggiorare della situazione-droga, e il diminuire degli
impegni come governante, non doveva fare nulla a parte dare
178
una mano a procurarsi la droga e verificare che Kurt non
morisse, osserva Jessica.
Ai piedi del letto, solo Jessica si svegliò, lei l'implorò di
chiamare la moglie, che stava impazzendo, gli consegnò un
numero che prese dal tavolo. Aveva dimenticato la parola in
codice, senza la quale Courtney non accettava chiamate. Il
centralinista fu irremovibile, anche se Kurt continuava a
ripetere ch'era suo marito.
Jessica e Kurt rimasero seduti in silenzio a guardare
MTV. Cinque minuti dopo Kurt richiamò l'albergo, ancora
senza successo.

Più tardi chiamò un taxi.


Molto probabilmente si fece portare al Crest o al Quest
Motel, dove aveva già alloggiato, posti vicini a un suo
spacciatore. Andò anche al Seattle Guns a comprare una
scatola di cartucce calibro 20. Nel frattempo il telefono
squillava a casa Cobain, ma Cali aveva paura di rispondere,
temendo fosse Courtney, quando alla fine lo fece disse che non
aveva visto Kurt. Stordito dalla coca era convinto che la sua
visita fosse solo un sogno.
Nei giorni successivi Kurt fu avvistato a sprazzi. Al
Cactus Restaurant con una donna magra, forse la sua spaccia-
trice. Finito di mangiare leccò il piatto, attirando l'attenzione
dei presenti, e quando gli presentarono il conto la carta di
credito non fu accettata. Courtney l'aveva bloccata sperando di
seguire meglio gli spostamenti del marito. Traumatizzato, Kurt
cercò di comporre un assegno, mentre inventava una storia
sulla carta di credito rubata.

Solo.

Courtney, che si trovava a Los Angeles per promuovere il


nuovo album delle Hole, non cessava di telefonare a Dylan,
convinta che mentisse. Lui cadeva dalle nuvole, non aveva
179
sentito Kurt. Lei continuò a stuzzicarlo, alla fine disse con voce
piatta: “L'ultima volta che ho visto Kurt stava andando a Los
Angeles e abbiamo comprato un fucile”.
Lei sprofondò in una crisi isterica, facendosi passare per la
madre, telefonò alla polizia di Seattle presentando denuncia di
persona scomparsa. Il rapporto diceva:
“ Il signor Cobain è scappato da un centro californiano
per tornare in volo a Seattle. Ha comprato un fucile, forse per
suicidarsi. Il signor Cobain potrebbe trovarsi nel domicilio di
Caitlin Moore a cercare narcotici”, e definiva Kurt “non
pericoloso”, ma “armato di fucile”.
Poi chiese ai poliziotti di controllare la casa al lago.
Essi passarono senza notare segno di vita. I detective sul posto
controllarono i motel che Kurt frequentava, di lui nessuna
traccia.

Dov'era?

Courtney continuò a telefonare a casa, ma non le rispondeva


nessuno. Il mercoledì mattina 6 aprile, Grant, un detective al
quale Courtney aveva già fatto ricorso, volò a Seattle. Qui
incontrò Dylan, e insieme andarono a controllare tutti quei
posti che frequentava Kurt, ma senza risultato, e alle due di
notte, già giovedì, perquisirono la casa sul lago passando da
una finestra della cucina. Andarono di stanza in stanza e nella
camera dove il letto era disfatto, ma freddo al tatto. La
temperatura era a zero. Il televisore acceso su MTV, con l'audio
azzerato. Se ne andarono alle tre, senza controllare il giardino.

Il giovedì pomeriggio 7 aprile, Courtney raggiunse Cali


che si era trasferito dalla sua amica Jennifer Adamson perché a
casa Cobain aveva paura. Gli ordinò di tornare a cercare il
marito. Così i due tornarono insieme alla villa portandosi dietro
un'amica, Bonnie Dillard, curiosa di vedere dove viveva una
rockstar. Controllarono di nuovo tutte le stanze.
180
Prima di venir via Cali lasciò un biglietto sullo scalone con
questo messaggio:
“Kurt, lei sta soffrendo da cani, e stamattina ha avuto un
altro “incidente”, e così adesso è di nuovo in ospedale. E' tua
moglie e ti ama e avete fatto una figlia insieme. Rimettiti in
sesto almeno per dirle che stai bene altrimenti quella muore.
Non è bello, amico. Fai subito qualcosa”.
Tornando, quando in macchina infilarono Lake
Washington Boulevard, Bonnie disse con un fil di voce che
quando erano sul vialetto, le era parso di vedere qualcosa sopra
il garage. Jennifer lanciò un'occhiata terrorizzata a Cali. “Ho
visto solo un'ombra” aggiunse Bonnie. Perché non lo aveva
detto prima? Jennifer sapeva che Bonnie era un tipo super-
stizioso, perciò non tornarono indietro.

Due giorni prima, nelle ore che precedevano l'alba del 5


aprile, Kurt si era svegliato nel suo letto. Con tutta probabilità
era già morto nella serra, mentre gli altri controllavano a più
riprese la casa.
“In casa faceva freddo” scrive Cross, “perciò era a letto
vestito, compresa la giacca di velluto marrone. Rispetto alle
notti che aveva dormito sotto le stelle in uno scatolone non era
poi tanto male. Aveva indosso la sua comoda maglietta “Half
Japonese” (il gruppo dei Baltimora), i suoi Levi's preferiti, e
quando si sedette sul bordo del letto si allacciò l'unico paio di
scarpe che possedeva, le Converse da basket. Il televisore era
acceso su MTV, senza sonoro. Andò allo stereo per mettere su
AUTMATIC FOR THE PEOPLE dei R.E.M., tenendo il volume
basso perché la voce di Stipe risuonasse come un sussurro
amichevole in sottofondo. In seguito Courtney avrebbe trovato
lo stereo ancora impostato su CD. Accese una Camel Light, poi
si lasciò cadere sul letto con un taccuino e una penna rossa
fine.
Il foglio vuoto lo ipnotizzò per un istante, ma non per colpa del
blocco dello scrittore. Erano settimane che immaginava queste
181
parole, mesi, anni, decenni. S'era fermato un attimo solo perché
quel foglio formato protocollo gli sembrava tanto piccolo, tanto
limitato. Aveva già scritto una lunga lettera privata alla moglie
e alla figlia, abbozzata all'Exodus e se l'era riportata a Seattle
infilandola sotto un cuscino profumato.
“Sapete che vi amo. Ti amo Frances, Mi dispiace tanto.
Per favore, non seguitemi. Mi dispiace, tanto, tanto, tanto”
scrisse. Aveva scritto a ripetizione “mi dispiace”, riempiendone
un'intera pagina. E continuava dicendo: “Ci sarò, vi proteggerò.
Non so dove sto andando. So solo che non sarò più qui”.
Era stato difficile scrivere questo biglietto, ma questa seconda
missiva era altrettanto importante, e doveva stare attendo alle
parole. L'indirizzò a “Boddah” il suo immaginario amico
d'infanzia, e usò caratteri piccoli e minuziosi. Tracciò le parole
con grande cura, per essere sicuro che ciascuna fosse chiara e
facile da leggere. Mentre scriveva, la luce era fornita soprat-
tutto da MTV, visto che il sole stava ancora sorgendo. -

Citavo interamente questa lettera nel primo capitolo.


L'ho letta e riletta. Dopo aver vissuto tutto questo tempo con
lui, queste frasi mi appaiono ora ancor più sconvolgenti:
“Non provo più piacere ad ascoltare musica, oltre che
a leggere e scrivere, ormai da molti anni. Mi sento colpevole
in modo indescrivibile”.

“Il peggior crimine che mi viene in mente sarebbe


ingannare la gente fingendo di divertirmi al 100/%. Certe sere
mi sembra di timbrare il cartellino prima di entrare in scena.
Ho tentato tutto quello che è in mio potere per farmelo
piacere, e ci provo ancora, Dio mi è testimone che ci provo,
ma non basta”.

“Sono troppo sensibile. Devo essere ottenebrato per


ritrovare l'entusiasmo di quando ero bambino.

182
“C'è del buono in ciascuno di noi e semplicemente
credo di amare troppo la gente, tanto che mi fa sentire troppo
di merda. Triste piccolo sensibile incompreso.

“Non sopporto l'idea che Frances diventi il miserabile


death rocker autodistruttivo che sono diventato io. Sono stato
fortunato, molto, ma da quando avevo sette anni odio tutti gli
esseri umani in genere, solo perché sembra tanto facile che la
gente vada d'accordo, e provi compassione. Compassione!
Solo perché amo la gente e soffro per lei, credo.

“Grazie a tutti voi dal fondo del mio stomaco


infiammato e nauseato per le vostre lettere e interesse negli
anni passati. Sono un ragazzo troppo inconstante, lunatico!
Non provo più entusiasmo, e perciò ricordate che è meglio
bruciare che spegnersi lentamente”. (1)

Ne aveva abbastanza di tornare in ospedale, di farsi palpare da


un dottore in camice bianco, sentirsi un endoscopio nello
stomaco dolorante. Basta, era finita con lo stomaco. Voleva la
libertà dal dolore. Era finita col palcoscenico, non si divertiva
più. Era finita con la musica. Il successo non poteva supplire
alla carenza di affetto, anzi, lo ampliava. Ma soprattutto, credo
che non si sopportava più, non sopportava più di essere
diventato quello che era, un tossico inguaribile, si sentiva
troppo di merda. E non provando più nessun entusiasmo, la vita
non era più vita.
In fondo alla lettera, a causa della superficie fu costretto a
scrivere a lettere più grossolane, più disordinate, che hanno
fatto sospettare che non fossero di sua mano:
“Per favore, Courtney, tieni duro, per Frances, perché la
vita sia più felice senza di me. Ti amo. Ti amo”.

1) E' un verso di My my, hey hey, la canzone del suo maestro Neil
Young.

183
“Quindi prese il fucile dalla morbida custodia di nylon,
scrive Cross, “che ripiegò con cura, come un bambino che
ripone il vestito della domenica dopo la messa. Si tolse la
giacca. La posò sulla custodia...Andò al lavandino per prendere
un goccio d'acqua per il fornellino. Si risedette. Aprì la scatola
da 25 cartucce e ne prese tre che infilò nel caricatore. Mise il
colpo in canna nel Remington e tolse la sicura. Fumò l'ultima
Camel Light. Bevve un altro sorso di Barq's. Fuori stava
iniziando una giornata coperta, un giorno simile a quello in cui
era venuto al mondo, 27 anni, un mese e 16 giorni prima. Una
volta sul diario aveva tentato di raccontare la storia dei suoi
primi secondi di vita:
Il mio primo ricordo è un pavimento di piastrelle color
acquamarina e una mano molto forte che mi tiene per le
caviglie. Questa forza mi fece capire che non ero più in acqua
e non potevo tornare indietro. Cercai di scalciare e dibattermi
per tornare nel foro, ma quello mi tenne sospeso sopra la
vagina della mamma, come se mi prendesse in giro, e io sentii
il liquido e il sangue che evaporavano e mi irrigidivano la
pelle. La realtà era l'ossigeno che mi consumava e l'odore
sterilizzato di me che non potevo più tornare indietro, un
terrore irripetibile. Saperlo era confortante, così iniziai il mio
primo rituale per gestire la situazione. Non piansi.

Con gesti metodici ed esperti, continua Cross, preparò


eroina e siringa, poi se l'iniettò subito sopra il gomito...e si
sentì andare alla deriva, volare veloce...Il giainismo sostiene
che ci sono trenta paradisi e sette inferni, a strati sovrapposti
nella nostra vita. Con un pizzico di fortuna questo sarebbe stato
il settimo e ultimo inferno...Doveva fare in fretta, mentre
ondeggiava sempre più veloce e la respirazione rallentava. Poi
tutto divenne più sfocato, e ogni oggetto sembrava scontornato
da un alone acquamarina. Prese il grosso fucile e se lo posò
contro il palato. Avrebbe fatto fracasso, ne era sicuro. Poi più
niente.
184
Non riesco a dimenticare quello sparo. E' come se io
stesso mi fossi sparato. Quel “poi più niente” ha fatto
rimbalzare in me una pagina di Jack London, in Martin Eden,
un libro - in gran parte autobiografico - che tanti anni fa
divoravo affascinato quand'ero a Parigi.
L'inquietudine di Martin Eden è la stessa inquietudine di
London. Sogni e delusioni, vane speranze, l'effimero successo
portano Martin a togliersi la vita.
Ma non è facile morire,
ci vuole una determinazione forte
quanto la disperazione.
Rileggendo questa pagina, immenso mi si è spalancato davanti
l'oceano, e Martin, che risoluto si butta in mare...eccolo che
avanza, avanza, ma:
“L'istinto di conservazione agiva ancora. Cessò di
nuotare, ma appena sentì i fiotti ricoprirgli le labbra, le sue
mani batterono fortemente l'acqua per tornare a galla. Il
desiderio di vivere, si disse burlandosi di sé. Ebbene! Aveva
volontà, abbastanza volontà per farla finita e, con un ultimo
sforzo, cessare di esistere […]. Nuotò ancora, sempre più
profondamente. Le sue braccia e le sue gambe, rotte dalla
fatica, non si muovevano più che debolmente. La pressione
dell'acqua diventava dolorosa per i timpani, e la testa gli
ronzava. Le forze gli vennero meno, ma si forzò a scendere più
giù. Finché la volontà l'abbandonò. In mezzo a un gran
ribollimento, i polmoni resero tutta l'aria che conservavano
ancora. Come minuscoli palloncini, piccole bollicine
scivolarono rimbalzando sulle guance e davanti agli occhi in
una patetica ascensione verso la superficie. Poi, vennero la
sofferenza e il soffocamento. Non era ancora la morte, si disse,
mezzo cosciente. La morte non faceva soffrire. Era vita, questa
atroce sensazione di soffocamento; era l'ultimo colpo che
doveva portargli la vita. Le mani e i piedi, in un ultimo guizzo
di volontà, si misero a battere, a far ribollire l'acqua, debol-
mente, spasmodicamente. Ma nonostante i suoi sforzi disperati,
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non avrebbe più potuto risalire: era troppo giù, troppo lontano.
Galleggiava languidamente, cullato da un fiotto di visioni
dolcissime. Dei colori, una luce radiosa lo circondavano, lo
inondavano, lo impregnavano. Cos'era? Si sarebbe detto un
faro. Ma no, era nel suo cervello questa abbagliante luce
bianca. Brillava sempre più splendente. Ci fu un boato, e gli
sembrò di scivolare su un interminabile pendio. E giù in fondo,
sprofondò nella notte. Questo, lo seppe ancora: era sprofondato
nella notte. E nell'attimo in cui lo seppe, cessò di saperlo”.

Fu così anche per Kurt. A un certo punto non poteva più


risalire, era troppo giù, troppo lontano. Stufo di incertezza,
come Morrison, se n'era andato...dall'altra parte del mattino.
E' morto solo, come Ignazio. La loro è la storia di due
esclusioni: Kurt escluso dai suoi, Ignazio dai suoi fratelli. Due
vite tanto diverse con la stessa tragica fine. Uno con Dio, l'altro
senza. Dio non ha salvato né l'uno né l'altro.
Quest'altro pensiero mi ha attraversato la mente:
San Francesco morì circondato dai suoi frati, con canti e
preghiere, mentre le allodole si alzavano in volo, e a stormo
presero a volare a bassa quota sopra il tetto dell'edificio dove
Francesco giaceva, e girando in cerchio cantavano.
Una bella morte. Ma chi, come Cristo, è morto più solo,
Kurt o Francesco? Nel “Diario parigino” trovo questo verso di
Morrison:“Tu muori completamente & da solo”. L'assoluta,
tremenda solitudine di Jim, di Kurt, di altri, e talvolta anche
mia.
Ora, però, Kurt sapeva com'è la vita nell'aldilà. E quei
colori e quella luce abbagliante non erano solo nel suo cervello,
c'erano, e lo avrebbero avvolto per sempre. Tra le “Poesie su
taccuino”, Morrison scriveva anche questo verso:
“Grazie, o Dio
Per la bianca luce accecante.
E' questa luce che Kurt, come Jim, andò cercando tutta la sua
vita.
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20

IMMORTALE

“Ecco: io ho ricevuto l'immagine di Dio, ma non l' ho saputa


conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione
umana per salvare me, fatto a sua immagine
e per dare a me mortale, la sua immortalità”
(San Gregorio Nazianzeno)

Un pugno di ceneri.
Di lui non rimane nulla,
tranne il suo spirito,
la sua anima immortale.

Kurt era andato a raggiungere “quello stupido club. Gli


avevo detto di non farlo” disse Wendy, la mamma.
Alludeva a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, tutti morti
a 27 anni.
A questo stupido club di “maledetti”, santi alla rovescia,
io aggiungo Ignazio, maledetto in un certo senso anche lui,
sebbene innocente.
Nel pomeriggio fu comunicato ufficialmente quanto tutti già
sapevano: “L'autopsia ha dimostrato che Cobain è morto per
ferita da arma da fuoco alla testa che per ora sembra
autoinflitta”.

Il cadavere era riconoscibile, anche se le centinaia di pallettoni


della cartuccia lo avevano sfigurato. Bisognava organizzare il
funerale. Quel fine settimana dalla casa sul lago passò una
processione di amici, tutti sgomenti, come ogni volta dopo la
morte di qualcuno. Amici, insomma, per modo di dire. Più che
il dolore penso che ci fosse un disagio fisico.
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Domenica pomeriggio la veglia al Flag Pavillon del
Seattle Center vide la presenza di settemila persone con
candele, fiori, cartelli fatti a mano e qualche camicia di flanella
di fiamme. Fu fatto sentire questo breve messaggio di Krist,
uno dei suoi pochi veri amici:
“Ricordiamo Kurt per quel che era: attento, generoso,
dolce. La sua musica rimarrà con noi. L'avremo sempre. Kurt
aveva un'etica rispetto ai fan radicata nella mentalità punk:
nessun gruppo è speciale, nessun musicista è un re. Se hai una
chitarra e tanta anima allora dacci dentro e fallo sul serio, sei tu
la superstar. Con i ritmi e i toni che sono universalmente
umani. Musica. Cavoli, usa la chitarra, una batteria, imbrocca
un groove e fallo sgorgare dal cuore. Era a questo livello che
Kurt ci parlava, nel nostro cuore. E sarà qui che resterà la sua
musica, per sempre”.
Poi Courtney lesse la lettera d'addio.
Verso la fine, prima di leggere la citazione di Neil Young,
avvertì: “E non ricordatevi di questo perché è una schifosa
menzogna: E' meglio bruciare che spegnersi lentamente. Dio,
che coglione!”
Finita la lettura aggiunse:
“Ricordate che sono tutte stronzate!”
E alla fine del suo discorso:
“Adesso devo andare. Però ditegli che è un fesso, va
bene? Dite: “Fesso, sei un fesso”. E che gli volete bene. -

Alla cerimonia, ufficiata dal reverendo Stephen Towels, erano


presenti anche l'ex ragazza di Kurt, Mary Lou Lord, seduta alle
ultime file. Courtney e Frances erano davanti accanto a Wendy
e Kim. E Don, il padre, con altri parenti. E persino Tracy
Marander, la sola donna che l'abbia amato come un fratello e
che, credo, l'ami ancor oggi così. Nella chiesa i convenuti
trovarono foto di Kurt a sei anni posate sulle panche, foto di un
bambino ancora felice.

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Dylan Carlson lesse un testo buddista. Krist delle note
preparate simili al messaggio registrato. Courtney il biglietto di
addio. Urlò, pianse, si lamentò e interpolò le vere parole di
Kurt con passi scelti del Libro di Giobbe, e concluse parlando
di Boddah, e di quando significasse per Kurt questo suo amico
immaginario.
Il reverendo Towels raccontò la leggenda del Budda
d'oro, che passò anni nascosto sotto uno strato di argilla prima
di vedere riconosciuto il suo vero valore, e chiese ai presenti di
porsi alcune domande intese a riflettere sul defunto, quindi
concluse la cerimonia con una lettura di Matteo 5, 43:
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e
odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici e
pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre
vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e
sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti...”

Alla fine della cerimonia Mary Lou Lord se ne andò per non
rischiare la pelle. Don e Wendy si rivolsero appena la parola.
E' ai genitori, al loro odiarsi, che Kurt doveva la sua
spaccatura, la sua infelicità.
Una settimana dopo Courtney ricevette l'urna delle ceneri. Una
manciata la seppellì sotto un salice davanti alla casa. Poi portò
il resto in uno zainetto al monastero buddista Namgyal presso
Ithaca. I buddisti benedissero i resti, usandone un pugno per
una tsatsa, una scultura commemorativa.

La maggior parte dei resti ha riposato in un'urna nella


casa fino al 1997. Cinque anni dopo il suicidio di Kurt, il 31
maggio 1999, il Memorial Day.
Alla cerimonia era presente Don, il padre, anche se non
invitato da Wendy. Leland, il nonno, che viveva da solo dopo
la morte di Iris - la nonna cui Kurt era molto attaccato - non era
stato invitato. Le faide della famiglia continuavano anche dopo
la morte di Kurt, faide che lo segnarono per tutta la vita come
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uno stupro dell'anima. Courtney, però, aveva invitato Tracy,
che quando vide Frances rimase impressionata dalla bellezza di
quella bambina a piedi nudi con un abitino viola e gli occhi
identici a quelli del ragazzo che un tempo aveva amato.
Secondo il programma Frances doveva spargere le
ceneri in un torrente dietro la casa di Wendy. Invece, mentre il
monaco salmodiava, Frances, sei anni, sparse le ceneri del
padre nel torrente McLane, dove si sciolsero e scesero a valle.
Sotto tanti aspetti anche questo era un luogo adatto a riposare.
Ma spargere Kurt sotto il suo ponte mitico sarebbe stato una
forma di giustizia poetica: per la prima volta avrebbe potuto
dormire sotto quegli archi.

“A Oylmpia” scrive Cross, “Kurt aveva trovato la sua


vera ispirazione, e a meno di otto chilometri di distanza aveva
passato tante giornate in uno schifoso appartamento che sapeva
di piscia di coniglio a scrivere canzoni a tutte le ore. Queste
canzoni gli sarebbero sopravvissute, come anche i suoi demoni
più oscuri. Così lo ha segnalato una volta il suo padre putativo
Dave Reed:
“Aveva abbastanza disperazione per essere se stesso,
ma non il coraggio. Una volta che ci arrivi non puoi sbagliare.
Non puoi commettere errori se la gente ti ama perché sei te
stesso. Invece nel caso di Kurt non importava che gli altri
l'amassero, perché lui non si amava abbastanza”. -

Ma quanti l'amavano per quel che era? Ecco perché non si


amava abbastanza, anzi si odiava. Non provava più nessun
amore. Solo dolore. So cosa vuol dire. Alla sua stessa età
anch'io mi sono impantanato più volte in questi stati d'animo.
Nel mio diario scrivevo:
“Ci sono dei momenti nella vita in cui dubbi e tormenti ti
invadono il cervello. Anche l'anima può ammalarsi. E ti ritrovi
solo. E pensi di farla finita. E allora tutto diventa buio, senza
speranza. Vacilli...
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Sul suicidio, anni e anni fa, citavo questo di Marcel
Jouhandeau a Nazir, un carissimo amico:
“Per uccidersi, bisogna pur confessare che non si ama
più totalmente nessuno, che non teniamo più all'amore di
nessuno, bisogna anche non aver esercitato il proprio cuore
alla dolcezza verso gli altri né verso se stessi, ma ammettere
che abbiamo preso con tutti una specie di abitudine, che
diventa un'attitudine alla durezza, all'implacabilità assoluta”.

Nazir rimase silenzioso, poi disse:


“Ci pensi talvolta al suicidio?”
“Sì, ci penso”.
“Anch'io”.
“Perché?”
“Non so, è così”.
“E' perché soffriamo”.
“Ma se tieni all'amore di qualcuno non puoi ucciderti”.
“Succede che ti ritrovi solo, completamente solo...è per
questo che ci si ammazza”.
Mi venne in mente questa frase di André Gide:
“La solitudine è sopportabile solo in Dio”.
“ Se no è un po' come essere già morti, sotto terra” disse
Nazir.
“Se credi in Dio, non si è mai soli”.

Proprio stamattina mi sono imbattuto in questi versetti del


salmo 55:
I passi del mio vagare tu li hai contati,
le mie lacrime nell'otre tuo raccogli;
non sono forse scritte nel tuo libro?

Penso che Dio abbia raccolto anche le lacrime di Kurt,


nel suo libro incancellabili.

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EPILOGO

Non è stato facile vivere con Kurt, condividendo tutto


di lui, provando gli stessi suoi tormenti, la stessa sua infelicità,
giorno e notte, fino all'ultimo, ma sono contento di averlo fatto,
d'essergli stato amico. Perché, alla stregua dei santi, anche se
diversamente, nel bene e nel male, Kurt mi ha istruito, istruito
su me stesso, istruito sulla vita, sulla mia vita. Vita che altro
non è se non un oscillare eterno tra paradiso e inferno, tra un
sogno di peccato e un sogno di virtù. Tra l'angelo e il demonio
che ogni uomo si porta dentro.
Ieri sera, alla lettura del vangelo, mi sono imbattuto nel
passo in cui Matteo (14,13) - prima della moltiplicazione dei
pani - racconta come Gesù “si ritirò in un luogo deserto, ma la
folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città...Quando egli vide
tutta quella folla sentì compassione per loro.”
Questa parola “compassione”, ha fatto risuonare in me queste,
che scriveva Kurt nella sua lettera d'addio:
“...e provi compassione. Compassione! Solo perché
amo la gente e soffro per lei”.
La stessa compassione di Gesù per la folla, la stessa compas-
sione di Kurt per la gente. AMORE. Che lezione per me!
Grazie Kurt!
Quando arriverò su, sai cosa mi piacerebbe? Mi piacerebbe
essere accolto da te e da Jim, insieme con Francesco d'Assisi e
Teresa di Lisieux, che qui sulla terra avrò ugualmente amato.
Perché insomma, scriveva Jim:
Viviamo, moriamo,
e la morte non è la fine.
La morte ci rende tutti angeli.
E ci dà ali.

5 aprile 2014,
per il ventesimo anniversario della morte di Kurt.

192
“Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”,
scriveva nel suo Diario Hetty Hillesum.
E le ferite di Kurt erano ormai inguaribili, sempre più
profonde e dolorose, come chiodi che gli si piantavano
nella carne. Come avrebbe potuto sopportarle magro e
piccolino com'era? Il successo era uno di quei chiodi
che, dopo averlo bramato, lo trafiggevano.
Una persecuzione, che stava diventando
un'esecuzione. Più soffriva – senza saperlo – più si
faceva simile al Crocifisso.