Sei sulla pagina 1di 9

Capitolo primo

Per una definizione attuale del restauro

Negi anni più recenti il termine 'conservazione' è stato, in Italia, adope-


rato di preferenza e sempre più di frequente per designare le concrete
operazioni in difesa dei beni culturali; esso, sulla scorta di un moderno
orientamento di pensiero, volto a privilegiare la natura 'conservativa'
rispetto a quello 'reintegrativa' e 'rivelativa' dell'intervento, ha miratoa
soppiantare la più antica e consolidata dizione di 'restauro'.
Ciò anche come conseguenza di un rinnovamento lessicale influen-
zato dall'uso anglosassone di definire come conservation il restauro
correttamente inteso, avendo l'espressione restoration assunto fin dal-
rOttocento una certa connotazione negativa, come di ripristino o rico-
struzione, più o meno integrale e fantasiosa.
Lo stesso vale per la consueta dizione di 'monumento', vista come
incapace di designare l'attuale allargato interesse per la totalità dei beni
culturali e architettonici, siano essi- come si diceva una volta esempi
di edilizia 'minore' (come molte costruzioni contadine o gran parte del
tessuto urbano dei nostri centri antichi) oppure espressioni auliche e
nobili di architettura 'maggiore' (cioè, monumenti in senso stretto).
In realtà la dizione di 'restauro' e quella conseguente di 'restauro dei
monumenti' meritano di essere conservate, proprio per aver subito, nel
linguaggio scientifico italiano e più generalmente neo-latino, un processo
di rinnovamento semantico e d'aggiornamento dei contenuti propri che
ne giustifica il mantenimento.
A questo punto è necessario chiarire il significato dei due termini del
nostro discorso: "restauro da intendere, in prima definizione, come
intervento diretto sull'opera ed anche come sua eventuale modifica,
condotta sempre sotto un rigoroso controllo storico-critico; 'conservazio0-
ne', come opera di prevenzione e salvaguardia, da attuare proprio per
evitare che si debba poi intervenire col restauro, il quale costituisce pur
sempre un evento traumatico.
Il precedente accenno alla originaria motivazione 'reintegrativa' del
restauro richiede subito qualche parola di spiegazione'. Stabilendo l'utile

Sugli aspetti 'reintegrativi' del restauro v.: C. Brandi, ll fondamento teorico del
restauro, in «Bollettino dell'Istituto Centrale del Restauro», (Roma), 1, 1950, pp. 5-12.
ripubblicato in ID., Il restauro. Teoria e pratica 1939-1986, a cura di M. Cordaro, Roma
esscre
conservazione puð
medico, se la
raffronto c o n il campo clinica-prefe
consueto generalmente
medicina preventiva e più restauro, Suo
mal-
paragonata alla paziente
il
-

ribile senz'altro da parte di qualsiasi che può


risultare più
con la chirurgia,
a confronto perfczionamenti
grado, dev'essere posto delicata a
seconda dei
invasiva, più o
meno dolorosamente
meno
ma che resta pur sempre
tecnici ed operativi sviluppati, Non a c a s o i criteri
mali altrimenti incurabili.
chirurgia, adatta a
risolvere
'compatibilita'e della
diversamente, della
del 'minimo intervento' e, stesso sono propri tanto del
dell'intervento
'reversibilità'
potenziale
chirurgico.
quanto di quello
restaurativo da
condizioni in cui si presenta l'oggetto
campo
In molti casi, infatti, le
terre-
tutelare (per cause naturali lente
od improvvise, c o m e bradisismi,
di qualsiasi tipo, dall'inquina
moti ed eruzioni, o per cause antropiche
brutali manipolazioni) sono tali da
mento agli eventi bellici ed alle più
ma quella duplice categoria
di
richiedere non una buona manutenzione
chiaramente individuato e discusso: la
operazioni che C. Brandi ha
Qui il puro e
reintegrazione delle lacune e la rimozione delle aggiunte.
anche la
semplice atteggiamento conservativo si rivela impotente (come
ed è
prevenzione medica di fronte ad una serie di ferite traumatiche)
indicazioni del
giocoforza ricorrere, per necessità e non per scelta, alle
vero e proprio restauro.
Ciò non significa che il restauro sia un atto in sé arbitrario e
comunque dannoso; esso invece costituisce, se correttamente inteso,
quanto di meglio si possa concretamente fare. Certamente qualcosa di
meglio, nel caso in esame, dell'inerzia e del fatalistico abbandono, da un
lato, dell'attivismo incolto e privo di scrupoli dall'altro. È opportuno
essere qui molto chiari per evitare fraintendimenti:
stabilito che ogni
oggetto' di restauro gode di una doppia polarit', quella storica e quella
estetica, che lo caratterizzano e che sovente si pongono in contrasto fra
loro, specie quando si tratti proprio di rimozione delle
aggiunte e di
reintegrazione delle lacune, compito del restauratore sarà di riuscire a
contemperarne, con sensO critico
con e
grande accortezza, le opposte
istanze. Nel caso di un'antica
pregevole tavola più volte ridipinta po
trebbe l'istanza estetica reclamare
la rimozione
degli strati di colore
1994, pp. 5-14; A. e P.
restauration des peintures, Philippot,
Le problème de
in «Bulletin de l'intégration des lacunes dans la
l'lnstitut Royal du Patrimoine
(Bruxelles), II, 1959, pp. 5-19; G.
di restauro dei Carbonara, La reintegrazione Artistique»,
Un
monumenti, Roma 1976.
recente contributo, anche
dell'immagine. Problemi
in chiave
Pirazzoli, Teorie e storia del storica, alla definizione del
restauro, Ravenna 1994, con restauro è in N.
Rinascimento ad oggi. Si v. anche ampia
ai nostri di C. Chirici, antologia
giorni, Roma 1994, con interessanti e Critica e Restauro dal secondo Ottocento
di testi dal
ragioni di *"funzionalità sempre originali riflesioni sul
fluenza e non figurativa", sull'autenticità restauro per
Cfr. C. Brandi, opposizione conservazione e restauro.
di come "densità
storica", sulla con
Teoria del
Torino 1977, in restauro, Roma 1963, ed. economica, dalla
secondo l'istanzaspecie
i capp. 5
estetica). (Il restauro secondo
l'istanza della storicità) e quale si cita,
6 (Il restauro
successiVI C, contemporaneamente, la storica esigerne il picno rispelto
qualh tesmonanze depositatesi nel tempo sull'oggetto. I| contrasto csi
ste cd c inutile negarlo, né si possono far valere criteri oggettivi od
automatici di scelta. Si configura un rapporto dialettico fra le duc istanze
che andra attivato e risolto di volta in volta in vista della sintesi che sOla

potra orientareil susseguente, materiale atto di restauro. Sintesi da


attuare attraverso un processo di valutazione storico-critica ed un giudi-
710 che stabilisca, con rigore di metodo, l'istanza da soddisfare prevalen
temente nel caso in esame.
Samo, con queste considerazioni, arrivati al nucleo concettuale della
moderna riflessione sul restauro ed alle enunciazioni tipiche del cosid-
detto 'restauro critico", ancora oggi la più viva ed attuale formulazione
teorica. per molti versi contrapposta- a nostro avviso piu in termini
ideali che nei concreti esiti operativi-alla cosiddetta 'pura conservazio-
ne.
Ma come in campo medico ogni sforzo andrà fatto perché sempre piu
si diffonda la cultura della prevenzione sì da ridurre al minimo il ricorso
alla chirurgia, anche nel campo della tutela dei beni culturali, e di quelli
architettonici in specie, si dovrà fare il possibile per garantire, con tutti i
mezzi, la buona manutenzione e la cura preventiva degli edifici. E il fine
cui tendono le indicazioni della 'conservazione integrata' che da più d'un
quindicennio mira a coniugare le ragioni della conservazione con quelle
del buon uso degli antichi monumenti, unica reale garanzia di controllo e
di difesa preventiva. In questo senso il 'restauro dei monumenti' sempre
più dovrà contrarsi sul piano quantitativo, fino a divenire, nel futuro, una
metodica d'intervento soltanto eccezionale.
Quelle che non risultano comunque accettabili, né in termini teorici
né pratici, sono alcune premesse concettuali della 'pura conservazione
come la negazione della liceità dell'istanza estetica, considerata sogget-
tiva, inaffidabile e transeunte, a confronto con quella storica, ritenuta
invece stabile ed oggettiva: l'unica da prendere in considerazione, riget-
tando cosi il fondamento stesso della 'dialettica' brandiana e la radice del
restauro critico. Ciò sulla base di una presunta crisi dell'estetica che. se
vera, non ha tuttavia cancellato la critica (più o meno palesemente
valutativa oggi, ma pur sempre giudicante); quest'ultima ha forse persola
sua veste scientifica', sistematica e filosofica, riducendosi a pura critica
empirica, ma nonostante tutto sussiste in piena forza.
Non si può negare che fra la più ammirata opera d'arte, dove la
figuratività non può non far aggio sulla storicità dell'oggetto. ed il più
consunto rudere, ricondotto da forma architettonica a pura testimonianza

Per il 'restauro critico' si consultino soprattutto gli seritti di Pane e Bonelli: R.


Pane,
Architettura ed arti figurative, Venezia 1948; R. Bonelli, Architettura e restauro, Venezia
1959; ID., voce Restauro (Il restauro architettonico), in ENCICLOPEDIA Universale
vol. XI, Venezia-Roma 1963, coll. 344-351. Si veda, inoltre, il
dell'Arte,
capitolo omonimo in questo
volume.
storica di se stesso e delle vicende del suo disfacimento fisico, esista e
ponga problemi di tutela tutta una gamma di casi da valutare con attenta
cOSCienza critica. Ne consegue, inoltre, che il restauro non potrà mai
Tidursi a semplice operazione pratica; esso è atto di cultura e specificata-
mente di comprensione storico-critica, prima ancora che procedimento
tecnico. Non dovrà essere demandato, quindi, se non a chi abbia le
competenze dello storico (dell'arte, dell'architettura, dei mestieri, delle
tradizioni costruttive ecc.) ed al tempo stesso il sostegno di adeguate
conoscenza tecniche. Ciò anche nell'ipotesi di un lavoro in équipe fra
diversi specialisti.
Non si può sostenere neanche l'altra ipotesi radicalmente conserva-
tiva. proveniente dal versante 'scientifico' della ricerca, che nel restauro
debba escludersi qualsiasi conmponente creativa, quasi che l'intervento
possa essere attuato, indifferentemente per tutti gli oggetti, dai più
piccoli all'intero territorio antropizzato, con una sorta d'immediato e
definitivo congelamento, come nell'azoto liquido: intervenire, anche ai
fini del semplice mantenimento e consolidamento, comporta sempre la
necessità di modificare, non per il piacere di abbellire e di rinnovare, ma
perché con il solo agire sulla materia dell'oggetto (basti pensare alla
pulitura di un dipinto o alla scelta di come trattarne le lacune, o alle
modifiche superficiali indotte su un antico bronzo risanato) si finisce
inevitabilmente per incidere sulla sua immagine. Si consideri
l'ampiezza
dell'operazione puramente conservativa su un pezzo d'architettura, dove
la complessità dell'organismo struttivo e dell'apparecchio murario
stessa
comporta interventi (come la sostituzione di conci lapidei profondamente
corrosi; la reintegrazione di un arco dissestato; la semplice rimozione di
piante rampicanti, da salvare in certi punti e da eliminare in altri; la
stessa stesura della «sola
superficie di un intonaco»" che, secondo Ro-
berto Pane, è già pienamente un atto
creativo)
i quali richiedono la
prefigurazione del risultato e la soluzione di una serie, per quanto in
molti casi elementare, di veri e propri nodi figurativi, da attuare col
ricorso alla fantasia creatrice e
quindi con un apporto di creatività, non
incontrollata criticamente fondata.
ma
Se
poi la predetta ipotesi conservativa mirasse a distinguere concet-
tualmente un momento di mantenimento
ed uno, susseguente, di libera
integrale della 'materia antica
aggiunta di 'materia nuova', con una
progettazione moderna aderente alla
preesistenza (tale, ad esempio,
sembra la linea professata da M. Dezzi Bardeschi e, con
A. Bellini), le discordanze rispetto
più cautela, da
agli enunciati del restauro critico si
ridurrebbero- a meno delle questioni, assai complesse, di 'rimozione
delle aggiunte a d un livello poco più che nominale. Ma
su questo
torneremo in seguito.
Si potrebbe concludere precisando, a scanso di confusioni e polemi-

Pane, Architettura 1948, p. 12.


dei
che lra quanti perseguono in fondo gli stesi obiettivi, il significato
due ternmini fondamentali del nostro discorso, con riferimento all accenn0
fatto in apertura: "restauro', da intendere come intervento ca anci
eventuale modifica dello stato di fatto, non a fini d'indebito abbelli-
mento, ma difensivi, conservativi e di facilitazione della «lettura», at-
tuato nella sintesi dialettica delle due fondamentali istanze, la storica e

r'estetica' "conservazione', come opera di prevenzione, condotta 'prima


sull'ambiente e poi sulle cose', di salvaguardia e costante manutenzione,
da porre in atto per evitare all'opera il 'trauma' del restauro. In questo
senso, quindi, pur volendosi riconfermare la specificità e la liceità del
restauro. bisogna sostenere con decisione che proprio alla conservazione
T'impegno di tutti deve oggi principalmente rivolgersi.

Dopo queste necessarie precisazioni, per sceverare meglio la que


stione, è necessario porsi la domanda su che cosa oggi s'intenda piu
approfonditamente ed analiticamente per restauro.
La risposta può ricavarsi con maggiore facilità se si libera preventiva-
mente il campo da possibili equivoci e si definisce con chiarezza che cosa
di certo non è il restauro. Non è il semplice 'ripristino', il 'risarcimento'
di una struttura, la 'riparazione' funzionale di un oggetto, il 'rifacimento
più o meno integrale di un manufatto (che è operazione da collocare, in
certo modo, 'oltre il restauro'); non è neanche il cosiddetto 'riuso', con i
suoi derivati ed analoghi, quali la 'rivitalizzazione', la 'rianimazione', il1
recycling, il 'recupero', tanto in auge oggi in campo architettonico ed,
ancor piu, in quello normativo ed urbanistico.
Il riuso, infatti, è un semplice mezzo per assicurare la conservazione
di un edificio storicoe per volgerlo, se possibile, a scopi sociali, ma non è
il fine primario né può pretendere di risolvere in sé tutta la problematica
del restauro. Il recupero si volge indifferentemente, sempre per motiva-
zioni pratiche ed in primo luogo economiche, a tutto il patrimonio
esistente maltenuto o sottoutilizzato, ma non coltiva per sua natura
l'interesse conservativo e le motivazioni scientifiche del restauro.
Non sono restauro neanche la 'salvaguardia', la 'manutenzione' e la
prevenzione' di cui si è detto, tutti interventi importanti ma ricadenti
ancora nel campo della 'conservazione', intesa in senso stretto, quindi 'al
di qua' del restauro propriamente detto. Non lo sono la salvaguardia e la
prevenzione, anche perché provvedimenti che non implicano «l'inter-
vento diretto sull'opera» (Carta del restauro del M.P.I., 1972, art. 4); né
la manutenzione perché, pur contemplando un tale tipo d'intervento, non
richiede se non un embrionale impegno storico-critico, che del restauro è
condizione essenziale e fondativa, quanto, piuttosto, un'accorta manua-

Il concetto è chiaramente espresso nell'art. 4 della Carta del Restauro


come circolare (n. 117 del 6.4.1972) dal Ministero della Pubblica
1972, enmanata
Istruzione,
competente in materia. La Carta e pubblicata in appendice alla Teoria di allora
nell'edizione del 1977. Brandi.
30 Avvicinamento al restauro

il quale è perduto e compro-


altra fabbrica: perduto e
compromesso
non testimonianza e la stessa credibilità
valore di
messo tutto il testo, ill

dell'oggetto»

1983 G. Rocchi:
nel s e n s o di c o n s e r v a r e il
ha fine la conservazione, intesa
come
«ll f a t t o - r e n d e n d o minimi i cambia-
restauro
inalterata la situazione di
più possibile con l'impiego di mezzi
non invasivi, e
demolizioni
menti e soprattutto le
-

sia nella fase di


il più possibile reversibili,
ove necessariamente invasivi, accordato a
senza alcun privilegio
accertamento sia in quella di intervento;
ritenute di pregio maggiore di altre»
partivisibili piuttosto che invisibili o

1984 S. Boscarinno:

In altre parole, «il


I| «restauro è storia e tecnica contemporaneamente»,
fare nel restauro è contemporaneamente giudizio storico-critico e sapere

ambiti umanistici e
tecnico-scientifico e . . in esso sono compresenti gli
quelli diagnostico-operativi»".

Da tutte queste definizioni, che riassumono l'apporto della più


re-

cente e qualificata riflessione in materia, emerge una convincente rispo-


sta alle domande in precedenza avanzate su che cosa sia da intendersi per
restauro ed, implicitamente, sul perché, come e che cosa si restauri.
Generalizzando, si può affermare che si restaura perché si è preventi-
vamente riconosciuto ad una serie di oggetti un 'valore' particolare,
artistico o documentario, estetico o storico; perché essi sono considerati
dalla cultura attuale come opere d'arte, come testimonianze di storia o,
anche, come le due cose assieme. In ogni caso come 'oggetti di scienza' o,
in altre parole, come 'oggetti di cultura', testimonianze materiali aventi

M. Dezzi Bardeschi, Presentazione in La cONSERVAZIONE del costruito: i materiali e le


tecniche, a cura di Marco Dezzi Bardeschi e Claudia Sorlini, Milano 1981, pp. 5-11. La
citazione è da p. 9.
Tale formulazione, presentata al XXI Congresso di Storia dell'Architettura
(Roma,
12-14 ottobre 1983), è stata successivamente pubblicata in G. Rocchi, Istituzioni di
restauro dei beni architettonici e ambientali. Cause- Accertamenti- Diagnosi, Milano
1985, p. 297 e, con piccole modifiche, nella seconda edizione dell'opera, Milano 1990,
p.
320.
S. Boscarino, Aspetti tecnici nel restauro dei monumenti, relazione al S1MPOSIO sul
tema: Prospettivedella ristrutturazione e consolidamento dei
monumenti siciliani, Siracusa,
15 marzo 1984, AsSSIRCCO, dattiloscritto.
Per un'efficace sintesi del pensiero di
questo autore, che si distingue per la saggezza e
J'equilibrio delle sue posizioni, cfr. ID., Storia e storiografia contemporanea del restauro, in
STORIA e restauro dell'architettura, proposte di metodo, a cura di
Roma 1984, pp. 51-62. II volume appena citato
Gianfranco Spagnesi,
raccoglie ed integra alcuni dei contributi
presentati al XXI Congresso di Storia dell'Architettura (Roma, 12-14 ottobre
altre, più recenti riflessioni, anche in chiave storica, v. S. 1983). Per
necessità, in IL RSTAURO di necessita, a cura di S.B. e Renata Boscarino, Il restauro di
13-23. Prescia, Milano 1992, pp.
31
P'er una definizione attuale del restauro

«valore di civiltà»", beni culturali appunto, secondo la dizione


ditfusa e consolidata. Ma tale riconoscimento non può essere effettuato
ormai plu
Se non con gli strumenti della storiografia generale e di quella storico-
artistica in specie; da qui il legame primario del restauro con le discipline
storiche ed il fondamento storico-critico del restauro stesso. Va subito
detto, a scanso di equivoci, che le due definizioni del 1981 e del 1983
Dezzi Bardeschi e Rocchi), sviluppando gli spunti già in quella di G.
Urbani del 1963, propongono una visione diversa e integralmente conser-
vativa, rifiutando alla radice l'apporto del giudizio critico ed ogni distin-
zione fra il 'costruito' generico e il 'patrimonio' architettonico eccettuato
e individuato, come bene o insieme di beni culturali, entro la totalità
delle preesistenze; negando anche la 'selezione' all'interno di ogni sin-
golo intervento di restauro, vale a dire ogni problema di 'rimozione delle
aggiunte'. I due testi riportati, comunque, rivestono un più generale
interesse teoretico e propongono, inoltre, utili considerazioni aggiuntive
(come, ad esempio, il richiamo alla reversibilità, alla non invasività, al
rispetto dell'autenticità ecc.). Sulle posizioni della pura conservazione si
tornerà, con la dovuta attenzione, in seguito".
Chiarito il 'perché' del restauro si è data automaticamente risposta
alla successiva domanda, riguardante il 'che cosa restaurare: tutto ció
che, senza forzature d'ordine pratico, economico o sociale, è riconosciuto
come 'bene culturale' o, secondo una vecchia dizione, pur sempre valida
ed efficace, come 'oggetto d'arte e di storia'.
Tale riconoscimento comporta lo studio filologico preliminare ed il
giudizio critico sull'opera che, se espressione artistica, storico-artistica o

L'espressione è ripresa dalla definizione di bene culturale proposta nella Dichiara-


zione I della Commissione Franceschini (1964), in PER LA SALVEZZA dei beni culturali in
Italia. Atti e documenti della Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del
patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, vol. I, Roma 1967, p. 22.
"Per ora ci si limiterà a riportare l'opinione di uno studioso da alcuni considerato
come uno dei padri delle tesi della pura conservazione, P. Sanpaolesi, Discorso sulla
metodologia generale del restauro dei monumenti, Firenze 1973, ristampa 1990, p. 35: «Se
restaurare vuol dire 'conservare', cioè compiere quelle operazioni che si oppongono al
naturale degradamentoe alla naturale decadenza dei materiali, e quindi delle strutture.
simile enunciazione è talmente generica e vaga che bisogna domandarsi che cosa anzitutto
richiede di essere restaurato, quale momento della vita dell'edificio e quale dei suoi
aspetti materiali...».
Citiamo infine un'ultima presa di posizione, espressiva di quella linea 'critico-
conservativa' nella quale meglio ci riconosciamo, in S. Casiello, Il restauro architettonico:
problematiche e metodologia d'intervento, in REsTAURO Criteri metodi esperienze. a cura di
Stella Casiello, Napoli 1990, pp. 9-16: «ll fare prevalere il principio della conservazione ...
non vuol dire ritenere che qualsiasi trasformazione o aggiunta sul patrimonio edilizio sia
da considerare come testimonianza di storia e pertanto non
sopprimibile. La maggiore
difficoltà, dunque, consiste proprio nel fare le giuste valutazioni che devono essere
necessariamente critiche, ma non allo scopo di privilegiare momenti della storia della
fabbrica, quanto piuttosto per restituirle, ove occorra, dignità di documento di storia elo
arte, senza tradire l'autenticità della stratificazione» (p. 10). Sull'identificazione di tale
linea, quale maturo punto d'arrivo di buona parte della riflessione
Carbonara, Restaiuro fra conservazione e ripristino: note sui più attuali
attuale, cfr. G.
metodo, in «Palladio», n.s., II, 1990, 6, pp. 43-76, in specie 60-63.
orientamenti di
32 A17CVin'nt al estauro

fare umano vctusto c remoto, orma


documentaria di un
puramente unica c irripctibile, da
lontano dall'attuale civilta. è oggi. per definizione,
cautele.
attare quindi con tutte le restaurare, si potrebbe per
sul 'come'
Riguardo all'ultinma domanda, diverse potranno natural-
oTa richiamare soltanto il criterio per cui, se

del restauro di pitture, di


rivelarsi le tecniche operative (nel
caso
mente
sculture o di architetture. per
limitarci alle arti figurative tradizionali)
di base.
comuni di certo i principi e la metodologia
saranno
lo stretto legame che unisce, nel
In ogni caso è necessario ribadire
cui
restauro, la tecnica al
fondamento storico-critico di cui si è detto, per
dovrà
mai costituire una variabile indipendente
ma
la prima non potrà
monumento è portatore e
con i 'valori' di cui il
sempre confrontarsi
storica. Il che significa, ad
ricondursi entro i binari delineati dall'indagine
tecniche possibili andrà sempre
esempio. che nel ventaglio di soluzioni termini di vautazione
effettuata una selezione, ulteriore e definitiva, in
anche
critica. Certe opzioni tecniche di per sé efficacissime e, forse,
molto economiche potranno essere escluse, mentre altre apparentemente

più complesse e macchinose saranno preferite, perché le prime potreb-


bero rivelarsi incompatibili, a breve o a lungo termine, con l'oggetto
stesso dell'intervento. L'incompatibilità potrebbe
sussistere tanto sul
piano tecnico quanto su quello storico; si pensi, ad esempio, alle que-
stioni che pone, in opere di rafforzamento fondale, la presenza d'uno
strato archeologico immediatamente sottostante l'edificio su cui si lavora.
Se è vero che nel restauro «hanno parte preminente le operazioni di
carattere strettamente conservativo, intese a preservare dal deperimento
. i materiali che concorrono alla costituzione fisica delle opere» (Urbani,
1963) è anche vero che esso è una «complessa operaz1one critica» e
l'opzione preliminare riguarda la «degittimità» delle scelte circa il conser-
vare la «materia dell'opera» (Grassi, 1980).
Come provvisoria conclusione possiamo affermare che il restauro dei
monumenti è, comunque, da intendersi quale disciplina che gode di un
fondamento storico-critico, sostanziato dagli apporti delle tecniche di
rilevamento, rappresentazione grafica e, più propriamente, costruttive.
oltre che delle scienze fisiche e chimiche.
Tutto quanto detto fin qui non ha mai postulato un esplicito riferi-
mento ai problemi particolari dell'architettura e del restauro architetto-
nico, visto come qualcosa di diverso e di autonomo rispetto al restauro
più generalmente inteso. Il fatto è che tale diversità. da molti chiamata in
causa, sul piano teorico non ha senso: unitaria è la base concettuale ed
omogenei sono i criteri di metodo per il restauro dell'intera serie dei beni
culturali, anche se ovviamente differenze si avranno nelle concrete appl1-
cazioni ed, ancor più, nelle singole procedure tecniche.
Ma proprio questa diversità tecnica ed applicativa lascia intravedere
come il restauro sia un'operazione aperta ai più vari apporti specialistici.
che richiede una continua collaborazione interdisciplinare ed una prepa-
razione specifica. Non potendo il singolo incaricato del restauro, nei casi
di maggior impegno, riunire in sé troppo numerose competenze, do-

vrebbe prevedersi una collaborazione sistematica almeno fra queste r e

figure professionali: l'archuologo (o lo storico dell'arte), l'ingegnere


strutturistae l'architetto restauratore,
quest'ultimo responsabile dircto
della progettazione d'insieme e della direzione dei lavori. A costoro si
potrebbero aggiungere, sccondo le necessità, l'esperto di pitture murali, i
conservatore dei materiali metallici, del legno e via dicendo.
Solo da un serio lavoro di gruppo potrebbe nascere, in conclusione,
un nuovo tipo di restauro all'altezza dei problemi che il patrimonio
culturale, con sempre maggiore urgenza, pone; un restauro pienamemte
maturo, consapevole e soddisfacente, sia sotto l'aspetto tecnico e figura
tivo sia, specialmente, sotto quello della tutela dei valori di 'scienza', di
storia e d'arte'.

Chiudianmo questo capitolo proponendo una definizione riassunti-


tutelare ed a
va. S'intende per 'restauro' qualsiasi intervento volto a

lettura e senza
trasmettere integralmente al futuro, facilitandone la
cancellarne le tracce del passaggio nel tempo, le opere d'interesse
storico-artistico ed ambientale; esso si fonda sul rispetto della sostanzaa
antica e delle documentazioni autentiche" costituite da tali opere, propo-
verbale ma
nendosi, inoltre, come atto d'interpretazione critica non
come ipotesi critica ee
espressa nel concreto operare. Più precisamente
proposizione sempre modificabile, senza che per essa si alteri irreversibil-
mente l'originale.
potrebbe quindi definire come restauro dei
Sulla base di tutto ciò, si
monumenti un'attività rigorosamente scientifica, filologicamente fondata,
consentendone una
diretta a ritrovare, conservare e mettere in evidenza,
lettura chiara storicamente esatta, le opere che ricadono nella sua sfera
e
in un campo esteso dal
d'interesse, cioè i beni architettonici ambientali,
e

singolo edificio alla città antica, non esclusi il paesaggio e il territorio.


le operazioni di carattere stretta-
Nel restauro hanno parte preminente
dal deperimento i materiali che
mente conservativo, tese a preservare
concorrono alla costituzione
fisica delle opere. In questo senso il restauro
che gode di un fonda-
dei monumenti è da intendersi come disciplina
mento storico-critico, sostanziato dagli apporti
delle tecniche di analisi,
rilevamento, rappresentazione grafica e, più propriamente, costruttive.
oltre che delle scienze fisiche e chimiche.

20 Sul tema dell'autenticità si vedano: G. Kiesow, Identitüt - Authentizität - Originalitär


in «Deutsche Kunst und Denkmalpflege», 1988, 46, pp. 100-113, ove si conclude che non
esiste restauro senza 'perdita di sostanza' e conseguente 'crisi d'identità' dell'opera; CON-
FERENCE on Authenticity in Relation to the World Heritage Convention, Preparatory Work-
shop, Bergen, Norway 31 January-2 February 1994, s.l. 1994, tutti i contributi (J.
Jokilehto, R. Lemaire ed altri); ed i due numeri monografici di «Restauro. Quaderni di
restauro dei monumenti e di urbanistica dei centri antichi», XXIII, 129-130, 1994 (Autenti-
cità e patrimonio monumentale).

Potrebbero piacerti anche