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REGOLE

QUESITI 1
1) Come sarebbe una vita senza regole? Un paese senza regole non ha futuro
Probabilmente a tanti piace vivere in uno Stato senza regole. I delinquenti hanno gioco facile e gli onesti
subiscono. Le regole scritte ci dicono in maniera chiara cosa può e cosa non può essere fatto, nel rispetto delle
leggi, cosa è bene e cosa è male e qual è la sanzione prevista per chi di quella legge se ne infischia. Chi vuole
vivere in uno Stato e godere di sicurezza, libertà e diritti è tenuto a rispettare doveri e norme. Regole e libertà
non sono due concetti inconciliabili.
In molti casi sono proprio le regole che ci permettono di sentirci liberi. Libertà non è fare tutto quello che si
vuole, ma essere tutti nella condizione di poter fare determinate cose. La legge non va interpretata nel modo
che più ti conviene, ma osservata con spirito e onestà. Spesso ci si giustifica dicendo che si è agito in un certo
modo perché non c’era altra scelta. Ma una scelta c’è sempre. Ed è sempre possibile prendere posizione
rispetto a quello che succede intorno a noi.

2) Una vita senza la presenza di altri si ridurrebbe a una monotonia e a un insieme di azioni eseguite in
successione quasi senza un senso. Dunque , ciò determinerebbe un’atarassia , un’assenza di turbamenti che
non renderebbe una vita tale, essendo essa fatta di momenti belli quanto brutti.

QUESITI 2
1) Un esempio classico è quello che si verifica tra promozione del lavoro e tutela dell’ambiente. Il fatto che le
amministrazioni siano chiamate a perseguire i fini della legge non significa che ciò produca una naturale
armonia degli interessi pubblici. Peraltro, si tratta di un esito possibile non solo tra amministrazioni diverse ma
anche all’interno di una stessa amministrazione. Un’amministrazione a competenza generale, per esempio,
che è cioè chiamata a tutelare più interessi pubblici, potrebbe avere lo stesso problema dentro la sua
organizzazione tra più uffici e organi. Peraltro, se è vero che gli interessi pubblici sono determinati per legge,
non è vero che gli interessi generali coincidono con gli interessi pubblici. 

QUESITI 3

1) E’ importante, soprattutto oggi in cui il dibattito legato alla libertà di scelta che rischia di contrapporsi al bene
comune, vedi il dibattito sul Green Pass, capire dove finisce la propria libertà e inizia quella dell’altro. La legge
serve a gestire questi conflitti, ma molti aspetti spesso vengono lasciati scoperti o comunque interpretabili.
Inoltre non è detto che una legge sia da tutti ritenuta giusta…
(IL SENSO DI RESPONSABILITA’ VERSO IL PROSSIMO)

La mia libertà finisce dove comincia la vostra. Questa la frase di Martin Luther King che affascina molte
persone. In realtà è un caso di risonanza sentimentale, cioè una frase a effetto priva di ogni spessore concreto
e razionale. Vediamo perché.
Innanzitutto, come si può capire dove finisce quella dell’altro? Dove comincia la mia! Ma allora il riferimento è
circolare e praticamente non si risolve.
In pratica, non si risolve perché nella realtà esistono risorse su cui gli individui convergono. La legge serve a
gestire questi conflitti, ma molti aspetti (legalmente competitivi) sono lasciati scoperti. Inoltre non è detto che
una legge sia da tutti ritenuta giusta e, come spiegato nell’articolo sulla legge, rispettare la legge non vuol dire
non infrangerla, ma “non infrangerla o, se la si infrange, accettare la pena, senza pretendere di avere ragione”
Consideriamo due auto che arrivano a un incrocio; chi passa per prima? Certo il codice della strada può
sostenere che passa chi proviene da destra, ma se all’incrocio si presentano quattro auto? Magari c’è una
bella rotonda in cui la regola ci dice che i veicoli in arrivo, prima di immettersi nell’anello, devono dare
precedenza ai veicoli già all’interno della stessa rotonda. Ma se arrivano tutti contemporaneamente? Non a
caso, i più furbi o i più veloci a immettersi passano prima.
Nella vita sono innumerevoli i casi quotidiani dove ci scontriamo con gli altri, dove cioè contendiamo una
risorsa; dalla precedenza stradale al posto di lavoro, all’occupazione di una risorsa condominiale alla contesa
di un partner ecc. Non a caso, basta pensare a litigi stradali, condominiali, amorosi, sul lavoro, sportivi ecc.

Supponiamo di applicare la regola di questo articolo. Ci sono due casi.

Il debole lascia sempre il passo perché non vuole scontri. La regola rende le persone come Fracchia, il debole
per eccellenza.

Il patosensibile ipocrita si rende conto che non può vivere cedendo sempre il passo e allora applica la regola
solo in quei casi in cui il danno all’altro è grave e particolarmente visibile. Caso classico quello del pacifista che
litiga alla riunione condominiale come una furia, ma poi va alla manifestazione con la bandiera della pace.
Purtroppo ci sono casi in cui anche l’adattamento della regola alla vita pratica mostra i suoi limiti, quando cioè
non si può evitare di fare un danno comunque grave all’altro (esempio classico: ottengo un posto di lavoro ai
“danni” di un disperato che, non riuscendo a mantenere la propria famiglia, si ammazza).

Generalizziamo quanto detto. Pensiamo allo scenario in cui due persone possono schiacciare un pulsante per
aggiudicarsi la risorsa. Se nessuno schiaccia, la risorsa è persa. Questa situazione vale per quanto finora detto,
per esempio nel caso della rotatoria, il pulsante è banalmente il pedale dell’acceleratore, chi schiaccia per primo
entra per primo nella rotatoria e ha la precedenza.

Il pulsante può essere rappresentato anche da una donna: l’uomo che schiaccia per primo ottiene l’invito e da lì
può iniziare una relazione ecc. Arriviamo al coso estremo, la risorsa è la vita. Chi schiaccia per primo è salvo.
Se entrambi sono deboli, applicano la massima e muoiono entrambi (in un’altra sala un terzo furbacchione che
non applica la regola ha schiacciato!). Se uno dei due è debole, non schiaccia e muore.

Cosa accade se uno o entrambi sono patosensibili ipocriti? Che cercheranno di schiacciare e poi il
sopravvissuto si convincerà che “questo era un caso eccezionale”. Coerenza zero, moralità penosa, un
individuo che appare buono, ma è di una meschinità assoluta.

2) Nel modello di società verticale prevale, dunque, l’idea della separazione, della sperequazione, dello
scarto. A tale modello di società si contrappone quello orizzontale, basato “sull’idea che l’umanità si promuove
attraverso un percorso armonico in cui la collaborazione di ciascuno, secondo le proprie possibilità,
contribuisce all’emancipazione dei singoli e al progredire della società nel suo insieme”. Tale modello di
società è basato sulla convinzione che “ogni persona è in sé apprezzabile, costituisce un valore, una dignità”.
Nel modello di società orizzontale, pertanto, prevale l’idea secondo cui l’umanità può migliorare solo
migliorando ogni componente della stessa.
Dinanzi alle vicende e alle scelte che riguardano il nostro paese, è sempre opportuno chiedersi quale sia il
modello di società che con esse si vuole costruire, consapevoli anche delle conseguenze che l’adesione ad un
certo modello comporta.
In particolare, gli Stati che adottano il modello di società verticale, “non prevedono misure generalizzate per
garantire e tutelare il necessario affinché la persona possa formarsi le basi della propria vita, acquisendo gli
strumenti per progredire (cioè istruzione, salute, lavoro)”. Questo, in ragione del fatto che, come si diceva
innanzi, tale modello di società è basato sulla esclusione, emarginazione e, nei casi più gravi, sulla
neutralizzazione delle persone non idonee a scalare la gerarchia dell’umanità.
Ne deriva una strumentalizzazione della persona e il mancato rispetto di essa in quanto valore, con la
conseguenza che si arriva a ritenere “giusto” che “il mondo si divida tra agiati e diseredati”.
Viceversa, l’adesione ad un modello di società orizzontale comporta un impiego delle risorse economiche e
sociali in ambiti che consentano di garantire il massimo rispetto della dignità di tutte le persone, con un’ampia
tutela dei diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla vita.
La nostra Costituzione repubblicana, entrata in vigore il primo gennaio 1948, sembra aderire ad un modello di
società orizzontale o, comunque, tendenzialmente tale.
In uno degli articoli che consacrano i principi fondamentali su cui poggia tutto l’impianto costituzionale, si legge
che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni
sociali ove si svolge la sua personalità […]” (art. 2 Cost., prima parte).
“Riconoscere” non vuol dire di certo “stabilire”, bensì prendere atto di qualcosa che già è in rerum natura. In
sostanza, la Repubblica non è dotata del potere di decidere quali debbano essere i diritti fondamentali
dell’individuo, ma è tenuta semplicemente a riconoscerli in quanto già esistenti.
Tra i diritti fondamentali vi è, certamente, quello al rispetto della dignità umana. Un diritto che la Repubblica
non può scegliere, a suo piacimento, di tutelare o meno, ma che “deve” essere dalla stessa riconosciuto e
garantito in quanto già presente in rerum natura.
L’articolo 2 della Costituzione è la disposizione normativa che i nostri padri costituenti hanno utilizzato per
indicare alle generazioni future, anche dei giuristi, il modello di società che si doveva e si deve seguire. Un
modello di società incentrato sul rispetto della dignità umana e sull’ampia garanzia dei diritti fondamentali
dell’individuo, sempre correlata, quest’ultima, all’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale” (art. 2 Cost., seconda parte).
La nostra Carta Costituzionale, quindi, fa una scelta di campo, affidandoci il difficile compito di tendere alla
costruzione di una società orizzontale. Una comunità, cioè, “che non si basa sulle gerarchie, ma sull’idea che
l’umanità si promuova attraverso un percorso armonico in cui la collaborazione di ciascuno, secondo le proprie
possibilità, contribuisce all’emancipazione dei singoli e al progredire della società nel suo insieme”.
Rileggendo le parole di Gherardo Colombo e soffermandoci sulle stesse, comprendiamo la grande sfida che
abbiamo ereditato dai nostri padri costituenti e che, nel nostro tempo più di qualsiasi altro, dobbiamo portare a
compimento.
Se si vuole attuare un modello di società orizzontale, è però necessario avere il coraggio di abbandonare
qualsiasi tentativo di strumentalizzazione della persona umana, soprattutto per scopi elettorali.
È necessario avere il coraggio di considerare “ogni persona in sé apprezzabile, un valore, una dignità”.
È necessario avere il coraggio di “riconoscere nell’altro la stessa natura che ciascuno vede in se stesso”.

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