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LAVORO DI MATURITÀ 

CHIMICA 
CANAPA LIGHT  
PROPRIETÀ ANTIBATTERICHE E POTENZIATRICI DEGLI ESTRATTI DELLA
CANAPA LIGHT 
 
Curumi Elena & Reina Valentina 
 
Liceo Cantonale di Bellinzona 
2019-2020 
Prof.ssa Alice Ryser 
Sommario
1. Abstract...............................................................................................................................3
2. Introduzione........................................................................................................................3
2.1 Etimologia.............................................................................................................................3
2.2 Botanica................................................................................................................................3
2.2.1 Tassonomia....................................................................................................................................3
2.2.2 Morfologia esterna........................................................................................................................3
2.4 Utilizzo..............................................................................................................................................5
2.4.1 Medico...............................................................................................................................................................5
2.4.2 Alimentare.........................................................................................................................................................5
2.4.3 Uso Cosmetico, carta, plastica, tessile…............................................................................................................5
2.6 Composizione Chimica......................................................................................................................5
2.6.1 Sistema endocannabinoide............................................................................................................5
2.6.1.1 I recettori cannabinoidi...................................................................................................................................6
Fitocannabinoidi.....................................................................................................................................6
Endocannabinoidi...................................................................................................................................6
(Flavonoidi )............................................................................................................................................6
(Terpenoidi)............................................................................................................................................6
2.6.3 Metabolismo dei cannabinoidi (Baccini)........................................................................................7
2.6.4 Derivati della cannabis...................................................................................................................7
Hashish...................................................................................................................................................7
Oli essenziali...........................................................................................................................................7
2.7Aspetti antibatterici...........................................................................................................................7
2.8 Effetti Biologici e applicazioni terapeutiche................................................................................7
2.9 Legislazione.......................................................................................................................................7
3. Metodi e Materiali...................................................................................................................7
3.1 Metodi di estrazione.........................................................................................................................7
4. Procedimento......................................................................................................................7
5. Risultati...............................................................................................................................7
6. Conclusioni..........................................................................................................................7
7. Ringraziamenti....................................................................................................................7
8. Bibliografia..........................................................................................................................8
1. Abstract
Breve e accurata sintesi del contenuto di un documento no opinione personale

La scoperta degli antibiotici cambiò il mondo della medicina radicalmente, portando a un calo
drastico della mortalità dovuta a malattie infettive causate da batteri. Tuttavia, nel tempo, una
diffusione mondiale di batteri multiresistenti, ovvero in grado di sviluppare capacità di
resistenza verso uno o più antibiotici, ha provocato una minaccia per la salute dell’uomo. L’uso
inadeguato degli antibiotici ha reso molti trattamenti terapeutici inefficienti. Una delle
soluzioni al problema, che negli ultimi anni sta attirando l’attenzione di numerosi ricercatori, è
l’utilizzo di “adiuvanti antibiotici” o “potenziatore antibiotico”. Quest’ultimi sono composti che
hanno poca o nessuna attività antibiotica, ma se somministrati insieme a antibiotici, bloccano i
meccanismi di resistenza microbica oppure potenziano il farmaco nelle sue proprietà
antibatteriche. Recenti ricerche hanno scoperto che alcuni composti della Cannabis hanno
proprietà potenziatrici.

2. Premesse
Giustificare la scelta del problema da studiare e il modo in cui lo hai fatto
Perché una pianta come tutte le altre è illegale nonostante molti dei suoi benefici nell’uso
terapeutico? Perché le ricerche
- Parte sperimentale
- Sapere a livello chimico come reagisce con il corpo
- Perché provoca tali effetti e come fa ad avere proprietà antibatteriche
- A livello terapeutico il piu semplice da vedere è quello dei batteri

3. Introduzione

3.1 Etimologia

Il termine Cannabis “deriva dal greco kanabsi, cioè acqua stagnante, in quanto si sviluppa meglio
in luoghi umidi”. (Baccini 1997, 95)

3.2 Botanica

3.2.1 Tassonomia
La Cannabis è una pianta erbacea, psicoattiva “appartenente alla sottofamiglia delle ‘cannabacee’,
della famiglia delle `moracee’ ”(Baccini 1997,97). La tassonomia del genere Cannabis fu, ed è
ancora, un argomento dibattuto. La controversia si basa sull’ipotesi di divisione in una o più specie.
La maggior parte dei botanici, secondo Lester Grinspoon e James B. Bakalar, autori dell’opera
“Marijuanna, la medicina proibita” (1995), riconosce l’esistenza di tre specie: Cannabis sativa,
Cannabis indica e Cannabis ruderalis. Classificazioni alternative sostengono la tassonomia di Carl
Linnaeus (Grinspoon e Bakalar 1995, 1). Il botanico svedese scoprì la pianta e la descrisse
nell’opera Species Plantarum del 1753. Il nome scientifico attribuito alla pianta da Linneo fù:
Cannabis sativa L. (L. sta per Linneo); unica specie del genere Cannabis. A confutare l’ipotesi di
Linneo fu il naturalista Jean Baptiste Lamarck nel 1785, descrivendo e nominando una nuova
specie. Egli notò che la Cannabis proveniente dall’India fosse morfologicamente differente da
quella Europea. Cognò quindi il nome Cannabis indica (proveniente dall’india).
Successivamente nel 1924 la specie ruderalis fu scoperta dal botanico Janischevsky (Spadaro 2018,
20).
Il professor Cesare Baccini mette in discussione le ipotesi dei precedenti botanici con la seguente
affermazione: “oggi è accertato che delle piante di canapa esistono solo delle “varietà chimiche”,
piante cioè, che hanno contenuti diversi di cannabinoidi (vedi capitolo …), ma non sono delle
specie diverse dal punto di vista morfologico” (Baccini 1997,96). Oggi giorno infatti, il genere della
Cannabis non viene suddiviso nelle specie sativa, indica e ruderalis ma, di essa, si distinguono due
tipologie di varietà: “drug-type” e “fybre-type”. È la potenza, ovvero il tenore, del
tetraidrocannabinolo o THC (una delle principali sostanze attive) a determinare la tipologia di
varietà. In Svizzera un livello di THC ≥ 1% viene classificato come “drug-type” e illegale. Mentre
una percentuale inferiore a 1% rientra nella “fybre-type”ed è legale (UNODC 2009, 20).
l genere di Cannabis è oggi distribuito
in tutto il mondo, dall’equatore a circa 60° Nord di
latitudine e in gran parte dell’emisfero Sud. La Can-
nabis coltivata per la bra e per i semi, distinta da
quella coltivata per il suo contenuto farmaceutico,
viene denominato ‘canapa’ e comprende due grandi
famiglie: la canapa dell’Est Asiatico e quella Europea
l genere di Cannabis è oggi distribuito
in tutto il mondo, dall’equatore a circa 60° Nord di
latitudine e in gran parte dell’emisfero Sud. La Can-
nabis coltivata per la bra e per i semi, distinta da
quella coltivata per il suo contenuto farmaceutico,
viene denominato ‘canapa’ e comprende due grandi
famiglie: la canapa dell’Est Asiatico e quella Europea
l genere di Cannabis è oggi distribuito
in tutto il mondo, dall’equatore a circa 60° Nord di
latitudine e in gran parte dell’emisfero Sud. La Can-
nabis coltivata per la bra e per i semi, distinta da
quella coltivata per il suo contenuto farmaceutico,
viene denominato ‘canapa’ e comprende due grandi
famiglie: la canapa dell’Est Asiatico e quella Europea

3.2.2 Morfologia esterna


La Cannabis è una pianta arbustiva o erbacea, annuale (Baccini 1997, 96) che si distingue dalla
maggior parte delle piante per la propria riproduzione sessuale. Essa è dioica, ciò significa che
gli organi riproduttivi femminili (pistillo) e maschili (stami) si trovano in due piante distinte. Si
generano dunque, esemplari con fiori femminili o fiori maschili.
La distinzione di sesso è riconoscibile anche grazie alla morfologia delle piante nello stadio di
fioritura, ovvero quando i fiori sono sviluppati. La Cannabis, dopo essere passata da uno stadio
vegetativo di qualche settimana, in cui produce solo foglie, inizierà la creazione di fiori. I boccioli
floreali crescono gradualmente sulla cima dello stelo, lungo i rami e nelle cosidette ascelle della
pianta (zona compresa tra il gambo della foglia e il ramo). Tale processo di maturazione avviene
solitamente dopo il soltizio d’estate permettendo la distinzione tra le piante femminili e maschili.
(Small 2016)
Piante femminili e maschili
Le piante maschili raggiungono da 1 a 3 metri di altezza con una percentuale di elevazione del
10%-15% maggiore rispetto a quelle del sesso opposto. Tuttavia le piante maschili sono meno
robuste, con foglie più piccole, steli sottili e meno rammificati (Imm. 2.2.2). Le infiorescenze
maschili sono parzialmente distribuite e grandi, in modo da permettere l’esposizione al vento. La
morfologia vegetale è tale da possibilitare l’impollinazione anemogama, unico scopo delle piante
maschili.
Le infiorescenze femminile sono più piccole e tipicamente ascellari. La loro distribuzione è
maggiormente diffusa rispetto alle maschili. I fioro femminili sono formati da un ovario uniloculare
(a una celluna). Inoltre, ognuno di essi, è contenuto in una brattea floreale, overro una foglia che
protegge il fiore e il frutto (ciò sarà importante per la produzione della resina inebriante).
La fine del ciclo di vita delle due piante è differente: quelle maschili muoiono dopo il rilascio del
polline mentre le femmine hanno una durata maggiore (Small 2016).

(A) (B)

IMMAGINE 2.2.2 (A) pianta maschile Cannabis; (B) pianta femminile Cannabis.

Le foglie

La produzione di foglie avviene durante lo stadio vegetativo della pianta. Con l’inizio della fioritura,
la pianta rallenta la produzione di fogliame completamente sviluppato, creando foglie più piccole.
Quest’ultime sono unifoliolate e si trovano alla sommità dei rami, mentre quelle più grandi sono
multifoliate e si situano nella parte inferiore del gambo (Small 2016). Le dimensioni e la forma
delle foglie dipende dall’origine genetica. Di media le grandezze sono di 6-11 cm di lunghezza e 2-
15 mm di larghezza. Le foglie sono palmate (“forma simile a nervi delle dita di una mano
divaricata” Enciclopedia Treccani) e i margini sono seghettati (Preedy 2017, 5).
Figura. Cannabis nello stadio vegetativo (Google Immagini)

Frutto

Il frutto è un achenio, contiene dunque un solo seme ricoperto da un guscio duro brunastro. Ha
una forma elissoidale ed è mediamente lungo 2-5 mm (Preedy 2017, 5).

Figura. Achenio (UNODC 2009, 10)

3.3 Prodotti a base di Cannabis

I prodotti a base di Cannabis sono svariati nel commercio. Si possono suddividere in tre categorie
principali a seconda del contenuto di tetraidrocannabinolo (THC):

o Cannabis a base di erbe

Questa categoria di preparato è un essiccato di cime fiorite, le quali contengono la quantità


più alta di THC rispetto a qualsiasi altra parte della pianta. Il prodotto viene realizzato
attraverso diverse procedure: per prima cosa vengono potate le cime. Successivamente
ques’ultime vengono setacciate, ovvero eliminate le parti non contenenti THC, e infine
vengono essiccate fino a raggiungere una bassa percentuale di acqua (solitamente 8-13%).
Tali prodotti vengono ricavati principalmente dalle piante femminili poerchè contengono
una maggiore quantità di THC. Il preparato finale, chiamato “marijuana”, supera il 10% di
tetraidrocannabinolo.

Figura. Cima pianta Cannabis (Google Immagini) Figura. Cannabis a base di erbe: Marijuana
(Google immagini)

o Resina di Cannabis

Le cime fiorite della Cannabis producono una resina appiccicosa, contenente cannabinoidi,
tra cui il THC. Quando le cime fresche di una pianta femminile vengono strofinate da pareti
di gomma, la resina si attacca alle pareti. Il materiale viene poi raccolto e compresso in
lastre o cubetti. Il preparato finale, chiamato “hashish”, contiene un apercentuale di THC
superiore al 25%.

Figura. Resina di Cannabis: Hashish (Google Immagini)

o Cannabis liquida

La Cannabis liquida è un “estratto liquido concentrato di resina della pianta”. L’estrazione


viene fatta con un solvente organico (etere, etanolo, acetone ec.) solitamente per
agitazione. Dopodichè, quando la resina è completamente estratta, il miscuglio viene
filtrato. Infine si lascia evaporare il solvente e si ottiene un olio denso o una pasta di colore
marrone o verde scuro. Si hanno due categorie di oli di Cannabis che si ditinguono per la
parte di pianta utilizzata per l’estrazione.
- Olio di semi di Cannabis: liquido giallo chiaro. L’elevata concentrazione degli acidi
grassi Ω-3 e Ω-6, lo rendo un nutriente di grande qualità. I semi, e di conseguenza
l’olio non contengono presenza di THC.
- Olio essenziale di Cannabis: liquidi chiaro e giallastro. Si ottiene per distillazione
delle cime della pianta o con estrazione tramite solventi. Gli oli essenziali di
cannabis possono essere concentrati di THC (con livelli superiori al 60%), oppure di
un altro cannabinoide il cannabidiolo o CBD (UNODC 2009).

3.4 Marijuana e Canapa Light

Marijuana e Canapa Light sono termini coniati dal commercio per distinguere due prodotti di
Cannabis a base di erbe. Le due variabili vengono ricavate da piante di Cannabis rispettivamente
della categoria “drug-type” e “fybre-type”. Differiscono dunque per contenuto in percentuale di
THC. La Marijuanna, come già accennato, ha quantità di THC maggiori del 10% e una bassa
concentrazione di CBD. Nella Canapa Light è il CBD il principio attivo principale. Le percentuali di
CBD sono molto variabili, ma in tale composto il THC è inferiore a 1%. Entrambi i prodotti sono
impiegati in svariati utilizzi, ciò che gli distingue è la loro legalità (UNODC 2009).

3.5Utilizzo
La Cannabis è una pianta versatile. Il suo utilizzo piú antico risale agli anni 100 a.C.. Il suo impiego
si è ampliato in svariati campi fino ad oggi. La pianta è completamente riciclabile e non produce
scorie dannose, inoltre cresce rapidamente e senza troppe cure. Grazie alle sue numerose
proprietà è possibile sfruttarla in piu’ di 50'000 differenti utilizzi, che vanno dall’uso alimentare
fino alla cosmesi, alla bioedilizia, alla carta, all’impiego tessile e anche nel campo della medicina. I
suoi utilizzi portano a differenti vantaggi sia per l’uomo che per l’ambiente, lo vedremo nello
specifico piú avanti.

3.5.1Medico
L’uso terapeutico della cannabis è in continua evoluzione, ci sono svariate ipotesi sulle sue
proprietà medicinali, alcune delle quali già provate.
In uso già da alcuni milleni, la cannabis come medicina è utilizzata sin dal regno dell’imperatore
cinese Chen Nung e l’importanza di questa pianta nella medicina naturale era centrale.
Era inoltre annoverata da diversi medici dell’era classica, infatti tra il 1840 e il 1900 la cannabis
ebbe gran popolarità per i suoi usi terapeutici.
Secondo l’opera “Marijuana, Anatomia di una sostanza psicoattiva“ del collettivo di ricerca
Brainstormers, il medico irlandese Rayner W. S. O’ Shaughnessy, grazie alle sue esperienze e
ricerche in India, ne diffuse le virtú alla comunità europea. Scrisse, in un rapporto pubblicato nel
1839, di aver scoperto un analgesico efficacie e di essere impressionato dalle sue capacità di
rilassare i muscoli. Il medico la definí “una medicina anticonvulsionale tra le piú efficaci“.
Le ricerche di O’Shaughnessy furono successivamente esaltate dal dottor R.R. M’Meens il quale si
occupó di passare in rassegna l’utilità della cannabis per convulsioni, dolori, nevralgia, doglie asma,
bronchite cronica,… Nel 1887 furono esaltate le sue capacità di attenuare ansia, agitazione e come
anestetico locale da parte del dottor H.A. Hare, il quale lo paragonó all’oppio.
All’inizio del ‘900 l’oppio prese il posto della cannabis, la quale venne poi bandita in quasi tutto il
globo a causa della forte proibizione americana ‘Marijuana Act Tax’. Dopo una lunga lotta
riuscirono, alla fine degli anni ’70, a prescrivere legalmente marijuana ad uso terapeutico in alcuni
stati americani e questa corrente si diffuse, e si sta ancora tutt’ora diffondendo, tra molti altri
paesi del mondo.
Dopo questa breve introduzione storica passiamo in rassegna i diversi utilizzi terapeutici della
cannabis e/o dei suoi derivati:
-Effetti anti-nausea nelle chemioterapie anti-tumorali
-Sindrome da deperimento nell’AIDS, stimolazione dell’appetito, effetti ansiolitici, ipnoinduttori e
antidepressivi.
-Riduzione della spasticità muscolare
-Effetti analgesici e anti-infiammatori
-Glaucoma
-Effetti anticonvulsionali
-Effetti antiossidanti e neuroprotettori
-Effetti broncodilatatori
-Effetti anti-ipertensivi e anti-arterosclerotici
-Effetti anti-tumorali

In Svizzera si è ancora un po’ scettici riguardo l’utilizzo di questo tipo di terapia, un po’ per le
scarse ricerche sulla sua efficienza e un po’ per il proibizionismo, nonostante cio’esistono alcuni
medicamenti prescrivibili per dolori cronici, spasticità o sintomi dovuti alla chemioterapia.

3.5.2Tessile
La fibra di canapa, ricavata e lavorata artigianalmente dalla parte esterna allo stelo della pianta, ha
una struttura igroscopica, dalla quale è possibile ottenere un filato termoisolante e traspirante, il
quale è morbido e resistente allo stesso tempo. Inoltre i tessuti generati da questa pianta hanno
proprietà riflettenti dei raggi UV e sono anallergici e antisettici. Le prime scoperte del suo impiego
sembrano risalire a piu di 10.000 anni fa, in Asia. All’inizio del XX secolo, in Italia, la canapa tessile
era prima al mondo per la sua qualità, essendo molto più resistente di altri materiali come il
cotone. Poiché è una pianta adatta a una coltivazione biologica, non sono necessari pesticidi ed
erbicidi, i quali sono ampiamente utiizzati per il cotone. La pianta è piu’ ecologica e la sua
’impronta ambientale’ è ridotta. ( https://www.maekotessuti.com/fibre-canapa/)

3.5.3 Alimentare
In cucina sono molte le possibilità di utilizzare i derivati della pianta: in passato l’uso dei semi era
molto diffuso in Italia, poiché ricchi di proteine, vitamine, minerali e oligominerali, contengono
acidi grassi e potassio. Da questi si ricavano principalmente olio e farina, che trovano largo
impiego in cucina; l’olio è ricco di antiossidanti e acido linoleico e aiuta a tenere bassi i livelli di
colesterolo e i trigliceridi nel sangue (vedi 2.4.4).

3.5.4 Cosmesi
Chiamato anche ‘oro verde’, il Cannabis Saativa Seed Oil (secondo l’International Nomenclature
Cosmetic Ingredient) o olio di canapa, apporta benefici a pelli secche e disidratate grazie alle sue
proprietà antiossidanti tonificanti, elasticizzanti e riparatrici.

3.5.5 Bioedilizia, bioplastiche e design


I primi usi della cannabis nella bioediizia risalgono al ‘500-‘750 d.C in Francia per la costruzione di
un ponte. Numerosi vantaggi sono stati riscontrati nell’utilizzo di quest’ultima in bioedilizia: come
la facilità di reperibilità in loco, porta anche diversi benefici per l’ambiente in quanto trattiene CO 2,
questa pianta a basso impatto ambientale ha anche un’ottima capacità di isolamento
termoacustica.
Henry Ford ha realizzato una macchina con un materiale plastico ottenuto dalla fibra di canapa,
quest’idea è stata ripresa da diverse industrie automobilistiche.

3.6 Composizione Chimica

Le sostanze attive della pianta psicoattiva Cannabis sono numerose e ad oggi non ancora
totalmente definite. Quattrocento di esse sono state isolate e identificate. Del totale, sessanta
sono i composti chimici denominati cannabinoidi, mentre il restante rientra in differenti classi di
suddivisione tra cui alcaloidi, terpeni e flavonoidi (Baccini 1997, 97). Nel nostro lavoro ci
concentreremo in particolar modo sui cannabinoidi, definendone le proprietà antibatteriche e
potenziatrici. Tali composti chimici, fino a quarant’anni fa, erano considerati le “sostanze
responsabili delle proprietà psicoattive derivati dalla Cannabis”. Solo vent’anni dopo, con la
scoperta del sistema endocannabinoide, i composti vennero rivalutati per l’uso medicinale e
terapeutico. Grazie alla scoperta del sistema endocannabinoide il termine cannabinoidi non
comprenderà più solo i composti provenienti dalla pianta, denominati fitocannabinoidi, ma anche
gli endocannabinoidi, prodotti dall’organismo animale. Esiste inoltre un’ulteriore categoria di
cannabinoidi: i sintetici, che a differenza degli altri, non sono naturali ma prodotti in laboratorio
per ricerche scientifiche (Gòmez-Ruiz 2017, 3).
Prima di definire i cannabinoidi principali e la loro sintesi, illustreremo il sistema
endocannabinoide.

3.6.1 Sistema endocannabinoide

Il sistema endocannabinoide è un “complesso sistema endogeno” e un insieme di meccanismi


biochimici di regolazione delle funzioni dei principali sistemi e l’omeostasi del corpo.
Esso è costituito dai recettori cannabinoidi (in particolare CB1 e CB2), i rispettivi ligandi endogeni
(chiamati endocannabinoidi descritti in dettaglio nel capitolo…) e le proteine coinvolte nel
metabolismo e il trasporto degli endocannabinodi (UNODC 2011, 181). Tra tali componenti, i primi
ad essere stati scoperti furono i recettori cannabinoidi. È nel 1988, con l’utilizzo di un analogo
sintetico del THC (scoperto già nel 1964), che fu dimostrata l’esistenza degli specifici recettori ai
quali si legano i fitocannabinoidi assorbiti dal corpo. Successivamente, nel 1992, furono identificati
i composti endogeni, ovvero prodotti dal corpo, in grado di legarsi con i recettori cannabinoidi,
attivarli e permettere il funzionamento del sistema endocannabinoide (Gòmez-Ruiz 2017, 3). Da
tali scoperte, si riuscì a comprendere che le sostanze prodotte dalla Cannabis, i fitocannabinoidi,
imitano gli effetti dei cannabinoidi prodotti dall’uomo (endocannabinoidi), legandosi e attivando i
medesimi recettori. La casualità della natura ha permesso che la pianta di Cannabis produca delle
sostanze chimiche, tra cui alcune con proprietà farmacologiche, che abbiano caratteristiche
strutturali e proprietà ioniche analoghe a composti del corpo impiegati per la regolazione delle
funzioni dei principali sistemi del corpo (Small 2016, 302).
FIGURA. Rappresentazione della capacità di composti analoghi come i fitocannabinoidi di legarsi al
medesimo recettore al quale si lega l’endocannabinoide (Small 2016, 302).

Vediamo in dettaglio quali sono i recettori che rispondono ai cannabinoidi.

3.6.1.1 I recettori cannabinoidi

I recettori cannabinoidi sono dei siti specifici di legame che vengono attivati attraverso il legame
con i cannabinoidi. Appartengono alla famiglia dei recettori accoppiati alle proteine G (o GPCR), i
quali sono importanti in molte malattie e sono l’obbiettivo di circa il 40% dei farmaci. I recettori
cannabinoidi sono distribuiti nei principali sistemi del corpo, in particolare in quello nervoso e
nelle cellule del sistema immunitario; questo spiega il motivo per il quale vengono prodotti farmaci
in grado di legarsi ai recettori endocannabinoidi. Inoltre il fatto che i fitocannabinoidi siano
analoghi agli endocannabinoidi, quindi in grado di legarsi anche a recettori nelle cellule
immunitarie, spiega il perché degli svariati usi terapeutici della Cannabis (Small 2016, 302). Nel
1990 fu scoperto il primo recettore, denominato CB1. Successivamente, nel 1993, si venne a
conoscienza di un’altra tipologia di recettore: il CB2. Al giorno d’oggi ci sono comunque evidenze
della presenza di altri recettori ma la loro scoperta non è ancora completa.
I due recettori, CB1 e CB2, hanno una composizione amminoacidica differente; il primo fra essi è
composto da 472 amminoacidi mentre il secondo da 360. Si distinguono inoltre per la loro
distribuzione, anche se complessivamente entrambi sono presenti in quasi tutti i tessuti e organi
del corpo.

Recettori CB1
Il recettore CB1 è diffuso principalmente nelle cellule nervose del Sistema Nervoso Centrale (SNC)
(Small 2016, 308). È distribuito nell’encefalo e nel midollo spinale in maggior quantità rispetto ad
altri recettori. Le regioni dell’encefalo che hanno una maggiore presenza del recettore CB1 sono
quelle “responsabili della coordinazione motoria e del movimento, dell’attenzione e delle funzioni
cognitive, dell’apprendimento, della memoria e delle emozioni”. Inoltre la sua presenza nell’area
della percezione del dolore nella cortreccia celebrale e nel midollo spinale, spiega lo stato di
analgesi indotto dai cannabinoidi. L’attivazione dei recettori CB1 da parte dei cannabinoidi, oltre a
essere responsabile della diminuizione della sensibilità del dolore, è autore di altri effetti provocati
dai fitocannabinoidi della Cannabis: la catalessi “una condizione nervosa caratterizzata da rigidità
muscolare e fissità posturale”; la depressione dell’attività motoria e la sensazione di benessere.
La distribuzione del recettore CB1 è invece assente nei centri cardiorespiratori del tronco
encefalico; è questo il motivo per il quale l’overdose, ovvero un’urgenza medica dovuta
all’eccessiva assunzione di stupefacenti, che colpisce i centri respiratori portando alla morte per
asfissia, non è possibile con la Cannabis (UNODC 2011, 185).
Complessivamente la sua distribuzione è associata agli effetti psicotropi dei cannabinoidi. (Small
2016, 308)
Il recettore CB1 ha il ruolo di neuromodulatore, pertanto controlla le operazioni delle cellule
nervose. Gestisce principalmente il rilascio di neurotrasmettitori nelle trasmissioni sinaptiche. Il
recettore CB1, che si trova nel recettore presinaptico, viene attivato dagli endocannabinoidi (o
fitocannabinoidi nel caso di assunzione) sintetizzati nel neurone postsinaptico. Una volta che è
avvenuto il legame tra cannabinoidi e il recettore CB1, quest’ultimo provoca la chiusura dei canali
di ioni intracellulari (Ca2+) necessari per il rilascio di neurotrasmettitori contenuti in vescicole del
neurone presinaptico.
In breve, l’attivazione dei recettori CB1, sopprime il segnale chimico tra le cellule nervose.
L’utilità della neuromodulazione del recettore CB1 è riconoscibile nel dolore nervoso. Esso viene
provocato da diversi neurotrasmettitori tra cui il glutammato. Per diminuire il dolore vengono
sintetizzati endocannabinoidi in modo tale che il recettore CB1 blocchi il rilascio di glutammato.
Un’alternativa all’alleviamento del dolore e terapia per diverse malattie, è l’assunzione di
fitocannabinoidi derivanti dalla Cannabis (Small 2016).

FIGURA. Rappresentazione di una trasmissione sinaptica chimica attraverso gli endocannabinoidi (o fitocannabinoidi). (1) Attraverso
un precursore vengono sintetizzati gli endocannabinoidi. (2) Gli endocannabinoidi si legano al recettore CB1. (3) Il recettore CB1
rilascia sostanze chimiche che diminuiscono gli ioni intracellulari. (4) Questo diminuisce il rilascio di neurotramettitori dalle
vescicole provocando (5) una mionore attivazione dei recettori sul neurone postsinaptico. (6) Viene soppressa dunque, l’attività tra
neuroni (Small 2016, 306)

Recettori CB2
I recettori CB2 sono distribuiti nel Sistema Nervoso Periferico (SNP), principalemente nelle cellule
del sistema immunitario (UNODC 2011, 185). Essi hanno funzioni immunomodulatorie, si
occupano dunque del controllo delle operazioni delle cellule immunitarie, in particolare della loro
proliferazione, la regolazione della loro migrazione e le loro funzioni effettoriali (Small 2016, 307).
Analogamente ai recettori CB1, i recettori CB2 sopprimono il rilascio di neurotrasmettitori nelle
cellule in cui sono diffusi, ovvero quelle immunitarie. Tale funzione regolatrice della risposta
immunitaria svolge un ruolo importante nell’immunosoppressione di malattie autoimmuni
(causate da un mal funzionamento del sietema immunitario) e l’infiammazione. Quest’ulitima
viene stimolata dalle cellule immunitarie in risposta all’infezione. Nel caso di un’eccessiva
infiammazione si assumono farmaci (come antinfiammatori) in grado di attivare i recettori nelle
cellule immunitarie (tra cui i CB2) e fermare il rilascio di neurotrasmettitori. Un metodo alternativo
ai farmaci è l’assunzione di fitocannabinoidi. Essi imitano gli endocannabinoidi potenziando la
diminuizione del rilascio di neurotrasmettitori in modo da ridurre l’infiammazione (Small 2016).

Il funzionamento dei recettori CB1 e CB2 è spiegata in modo semplificato in figura

FIGURA. Rappresentazione semplificata della riduzione del segnale provocata dai recettori cannabinoidi. A
sinistra l’azione neuromodulatrice del recettore CB1 tra due neuroni. A destra l’immunomodulazione del
recettore CB2 tra un neurone e una cellula immunitaria. Regola l’infiammazione in modo da poter uccidere
i batteri ma non le cellule sane del corpo(Small 2016,307).

3.6.2 Cannabinoidi
I cannabinoidi sono composti chimici con 21 atomi di carbonio. Vengono chiamati anche composti
C-21 (Baccini1997, 98). Il termine cannabinoidi comprende qualsiasi composto in grado di
interagire con i recettori cannabinoidi (UNODC 2011, 181).

3.6.2.1 Endocannabinoidi
Gli endocannabinoidi, o cannabinoidi endogeni, sono neurotrasmettitori lipidici in grado di
interagire con i recettori cannabinoidi. Derivano tutti da acidi grassi polinsaturi.
Gli endocannabinoidi conosciuti fino ad oggi sono:

 N-arachidonoiletanolamide (anandamide, AEA)


 2-arachidonoilglicerolo ( 2-AG)
 2-arachidonil gliceril etere (noladina, 2-AGE)
 virodamina (O-arachidonoil etanolamina)
 N-arachidonoil-dopamina (NADA)

L’anandamide e il 2-AG furono i primi ad essere stati scoperti e al giorno d’oggi sono i più studiati.
Figura. Molecole di AEA e 2-AG (UNODC 2011, 186)

Le due molecole, a causa della loro natura lipidica, non vengono immagazzinate nelle vescicole
neuronali come molti altri neurotrasemttitori, ma vengono prodotti “on-deman” quando
necessari. Il AEA e il 2-AG vengono sintetizzati in fosfolipidi di membrane e rilasciati nello spazio
intersinaptico per idrolisi enzimatica. Successivamente, svolgono una segnalazione retrograda (dal
“post” verso il “pre”) verso i recettori cannabinoidi. Come già accennato in precedenza, gli
endocannabinoidi si legano ai recettori cannabinoidi provocando la chiusura dei canali Ca 2+ . Nel
caso in cui aumentano gli ioni intracellulari, aumenta anche il rilascio di neurotrasmettitori che
provoca una sovrastimolazione o sovrainibizione della cellula adiacente. In queste condizioni, il
sistema endocannabinoide risponde sintetizzando endocannabinoidi, i quali attivano i recettori
cannabinoidi, bloccando la sovrastimolazione o sovrainibizione (a dipendeza dei
neurotrasmettitori rilasciati)(UNODC 2011, 188). Una volta finito il loro compito da messaggeri
retrogradi, il AEA e il 2-AG vengono degradati per idrolisi enzimatica dai rispettivi enzimi: FAAH
(fatty acid amide Hydrolase) e MAGL (monoaglycerol lipase).
Entrambi gli endocannabinoidi attivano i recettori CB1 e CB2. In particolare, l’anandamide è più
presente nel sistema nervoso e influenza il funzionamento del cervello (Small 2016).

3.6.2.2 Fitocannabinoidi

I cannabinoidi della pianta Cannabis sono composti a struttura terpenofenolica che raramente
sono analoghi a molecole di altre piante. Tuttavia, come già discusso, i fitocannabinoidi sono
analoghi agli endocannabinoidi prodotti dal corpo umano e il loro assorbimento influenza il
metabolismo e la fisiologia animale. Essi sono metaboliti secondari che svolgono una funzione di
difesa o di agevolazione della riproduzione nella pianta di Cannabis (questo aspetto verrà
approfondito nel capitolo..…) (Starks 1990). I fitocannabinoidi sono idrocarburi aromatici,
composti da anelli benzenici dotati di proprietà aromatiche. Hanno una natura lipofila, insolubili in
acqua, e sono non volatili (UNODC 2011, 193).
I cannabinoidi della pianta sono numerosi e tutt’oggi non tutti completamente studiati. I principali
sono: il Δ9-tetraidrocannabinolo (THC), il cannabidiolo (CBD), il cannabigerolo (CBG) e il
cannabicromene (CBC). Una caratteristica che gli accomuna è il pentile, gruppo funzionale avente
formula -C5H11 . All’interno della pianta, tali cannabinoidi, sono presenti sotto forma di acidi
carbossilici. La reazione di condensa tra il Geranil Pirofosfato e l’acido olivetolico genera acido
cannabigerolico (CBGA); precursore degli acidi carbossilici. A partire dal CBGA, rispettivi enzimi
producono i precursori dei cannabinoidi (Small 2016, 210).
Vediamo nel dettaglio i vari cannabinoidi e la loro biosintesi.

THC
Il THC o Δ9-tetraidrocannabinolo è uno dei cannabinoidi più importanti della pianta. Il composto è
inoltre il principale intossicante della Cannabis. Il THC, come la maggior parte dei fitocannabinoidi,
si trova nella pianta sotto forma di acido carbossilico, detto acido tetraidrocannabinolico (o THCA).
Quest’ultimo è la forma non attiva del THC, dunque non in grado di interagire con i recettori
cannabinoidi. Il THCA viene prodotto dall’enzima THCA sintasi a partire dal CBGA. In seguito, il THC
viene biosintetizzato nella sua forma attiva per decarbossilazione del THCA (vedi Figura). Il
processo chimico di conversione dell’acido tetraidrocannabinolico prevede la perdita di un gruppo
carbossilico (-COOH) dalla molecola di THCA e il rilascio di anidride carbonica. La decarbossilazione
è favorita dalla luce, dalla fase di essiccamento e dal calore. Quando la pianta viene riscaldata o
bruciata (ad esempio fumata) il THCA viene convertito in THC. Maggiore è la temperatura alla
quale è soggetta la pianta, più rapida è la sua decarbossilazione. Il processo chimico non avviene
però nel corpo umano, questo spiega il non effetto della Cannabis assunta “cruda” (Small 2016).

FIGURA. Rappresentazione della sintesi del THCA dal precursore CBGA (o acido cannabigerolico) e della
decarbossilazione del THCA. Nella conversione da acido carbossilico a THC, si passa da una struttura a 22
atomi di carbonio a 21 atomi. Nella decarbossilazione si perde il gruppo carbossilico (in rosso) lasciando un
atomo di H e generando diossido di carbonio (Small 2016).

Il THC è il cannabinoide indicatore della potenza della pianta. È una molecola instabile che si
decompone in composti non attivi, principalmente il CBN (o cannabinolo). L’umidità, la luce,
l’ossigeno e le alte temperature sono fattori che provocano la perdita di potenza della pianta.
Infatti il CBN ha circa il 10% dell’attività del THC. La conservazione in un luogo buio e fresco riduce
la pedita di attività della pianta (Small 2016). Il CBN è il risultato dell’ossidazione del THC. La sua
presenza nei prodotti di cannabis cresce sempre più con il tempo, motivo per il quale i preparati
hanno una durata di conservazione limitata (UNODC 2011, 197).

FIGURA. La molecola di THC (C21H30O2) degenera in CBN (C21H26O2) (UNODC 2011, 196)

Il THC è distribuito nella pianta di Cannabis con diverse concentrazioni. Complessivamente, la


quantità del cannabinoide è pari a 2-8%. Uno dei fattori che influenza la quantità di THC è il
metodo di coltivazione utilizzato. Tuttavia al giorno d’oggi, con nuove tecnologie che permettono
la manipolazione genetica, è possibile ottenere varietà di Cannabis con un contenuto di THC del
20% (UNODC 2011, 195).

Parte della pianta Percentuale THC (%)


Brattee floreali femminili 10-12
Foglie 1-2
Gambi 0.1-0.3
Radici <0.03

All’interno della pianta sono presenti anche diversi isomeri del Δ9-tetraidrocannabinolo, ad
esempio il Δ8-THC, il quale è meno tossico e meno abbondante del THC.

Il THC è un attivatore di entrambi i recettori CB, ma i CB1 sono i principali siti di azione del
cannabinoide. Si afferma che esso sia il più potente attivatore dei recettori CB1. Il THC imita
l’endocannabinoide anandamide alterando lo stato psichico dell’uomo (Small 2016).

CBD
Il cannabidiolo o CBD è uno dei cannabinoidi principali. Come il THC, anche il CBD è presente nella
pianta sotto forma di acido carbossilico. L’acido cannabidiolico (CBDA), precursore del CBD, viene
prodotto dall’enzima CBDA sintasi a partire dal CBGA. Successivamente, la decarbossilazione del
CBDA porta alla biosintesi della forma attiva del CBD. Il cannabidiolo si lega a entrambi i recettori
CB ma la sua attività è bassa in ambedue (Small 2016).

Figura. struttura della molecola di cannibidiolo (CBD)(C 21H30O2) (UNDC 2011, 196)

Il CBD è un cannabinoide non intossicante. Può essere però convertito in THC intossicante per
catalisi acida. La reazione è stimolata da reagenti acidi, tra cui il succo gastrico. È stato scoperto
che una piccola quantità di CBD ingerito per via orale viene convertito in THC nello stomaco.

CBC
Il cannabicromene, o CBC, deriva dalla decarbossilazione dell’acido cannabicromenico (CBCA). Il
CBC è in grado di interagire con entrambi i recettori CB.
Figura. Molecola di cannabicromene (CBC)(C 21H30O2) (Small 2016, 207)

CBG
Il cannabigerolo o CBG viene prodotto dalla decarbossilazione del CBGA. La reazione di condensa
tra il Geranil Pirofosfato e l’acido olivetolico, che genera CBGA, è permessa dall’enzima CBGA
sintasi. Il CBG è in grado di interagire con entrambi i recettori CB ma non in modo significativo
(UNODC 2011, 197).

Figura. Struttura della molecola di cannabigerolo (CBG) (C21H32O2) (UNODC 2011, 197)

3.6.3 Terpeni
La pianta di Cannabis non contiene solo i fitocannabinoidi come composti organici rilevanti, ma
anche i terpeni. Si tratta di idrocarburi (C 10H16), lipofili e volatili, con una struttura a catena di unità
isopreniche (C5H8). Secondo la regola dell’isoprene, i terpeni sono formati da (C 5H8)xn (con n >1)
unità isopreniche collegate “dalla testa alla coda”, che possono essere disposte per formare anelli
(Karger 2020).

Figura. Rappresentazione di due unità isopreniche collegate “dalla testa alla coda” (Google
immagini, 2020)

A dipendenza del valore assunto da n si formeranno diversi terpeni suddivisi nelle seguenti
categorie:
 Monoterpeni: formati da 2 unità isopreniche (n = 2)
 Sesquiterpeni: formati da 3 unità isopreniche (n = 3)
 Diterpeni: formati da 4 unità isopreniche (n = 4)
 Triterpeni: formati da 6 unità isopreniche (n = 6)
Un’ulteriore sottocategoria dei terpeni sono i terpenoidi, che si distinguono per la presenza di
atomi di Ossigeno (Karger 2020).

Proprietà dei terpeni:


I terpeni sono i composti responsabili dell’aroma caratteristica della cannabis. Ognuno di essi ha
una vasta gamma di attività biologiche e farmacologiche. Descriveremo in seguito i principali.
Il Mircene è il più piccolo ma il più diffuso. È un monoterpene con proprietà: antipsicotiche,
antiossidanti, analgesiche, antinfiammatorie, sedative, miorilassanti e antitumorali (Karger 2020).

Figura. Struttura molecola del Mircene (C10H16) (Google immagini, 2020)

Il β-cariofillene è il sesquiterpene principale della pianta ed è l’unico terpene in grado di interagire


con il sistema endocannabinoide (si lega con il recettore CB2). Ha proprietà: gastroprotettive,
analgesiche, antitumorali, antimicotiche, antibatteriche, antidepressive, antinfiammatorie,
antiproliferative, antiossidanti, ansiolitici, e neuroprotettive (Karger 2020).

Figura. Struttura molecola di β-cariofillene (C15H24) (Google immagini, 2020)

L’ α-pinene è uno dei monoterpeni più profumati. Ha proprietà: antibatteriche, antinfiammatorie,


broncodilatatorie, antisettiche e gastroprotettive (Karger 2020).

Figura. Struttura molecola α-pinene (C10H16) (Google immagini, 2020)

Il limonene è uno dei monoterpeni più profumati. Ha proprietà: antibatteriche, gastroprotettive,


antiproliferative, antimicotiche, ansiolitiche e antidepressive (Karger 2020).
Figura. Struttura molecola di limonene (C10H16) (Google immagini, 2020)

Il linalolo è un monoterpene con proprietà: sedative, antipsicotiche, anticonvulsive, ansiolitiche,


anestetiche, antidepressive, analgesiche e antiepilettiche (Karger 2020).

Figura. Struttura molecola di linalolo (C10H16) (Google immagini, 2020)

L’α-umulene (o α-cariofillene) è un sesquiterpene con proprietà: antibatteriche, antinfiammatorie


e antitumorali (Karger 2020).

Figura. Struttura molecola α-umulene (C15H24) (Google immagini, 2020)

3.7 Funzione dei fitocannabinoidi e dei terpeni nella Cannabis


Come la maggior parte delle specie vegetali, anche la Cannabis produce delle escrescenze
epidermiche nella parte aerea della pianta, chiamate “tricomi”. Essi possono essere ghiandolari o
meno. I tricomi ghiandolari sono formati da un gambo e una testa a froma di protuberanza
circolare. Durante il metabolismo della pianta, le ghiandole secretorie contenute nella testa
secernano sostanze chimiche secondarie; composti chimici organici che non sono coinvolti nelle
strutture biologiche essenziali, nello sviluppo e la riproduzione. Le sostanze prodotte hanno la
funzione di proteggere la pianta da agenti patogeni ma si rivelano utili anche all’uomo come
pesticidi naturali, additivi alimentari, profumi e soprattutto prodotti farmaceutici. Le ghiandole
secretorie della Cannabis producono resina, una miscela appiccicosa di cannabinoidi (sotto forma
di acidi carbossilici) e terpeni. Quest’ultima si accumula nella cavità non cellulare della testa,
ampliando la cuticola di copertura, la quale si può rompere e rilasciare resina sulla superficie della
pianta. La testa del tricoma scoppia oppure si stacca dal gambo quando la pianta è essiccata e
agitata. Questa caratteristica è importante per la preparazione di prodotti derivanti dalla Cannabis
(approfondimento nel capitolo…).I tricomi ghiandolari sono distribuiti negli organi della pianta con
diverse densità. La concentrazione e la produzione è maggiore sulle brattee floreali delle piante
femminili non fecondate (Small 2016).
FIGURA. Sezione di tricoma ghiandolare. La miscela di cannabinoidi e terpeni è prodotta nelle ghiandole
secretorie (parte in rosso). La resina si accumola nella cavità non cellulare (parte in verde) avvolta da
una membrana: la cuticola. Quest’ultima ha la funzione di protezione alla degenerazione del THC (Small
2016)

3.8 Bioattività dei fitocannabinoidi e terpeni nel corpo umano

Gli effetti fisiologici e psicologici dei fitocannabinoidi sono molteplici. A dipendenza dell’individuo,
della dose assunta, della via di assunzione, del contesto in cui vengono assunti e svariate altre
variabili, i cannabinoidi della pianta Cannabis, interagiscono con il sistema endocannabinoide in
differenti modi, provocano diversi effetti (Baccini 1997, 112).
Il THC è il più noto componente psicotropo predominante della Cannabis. Il fitocannabinoide
psicoattivo produce in maggioranza effetti che vanno a modificare lo stato psichico, come l’euforia
e l’innalzamento dell’umore. Grazie alle sue proprietà miorilassanti, di produrre analgesia e
stimolare l’appetito, il THC è efficace per la cura del dolore, l’infiammazione, l’insonnia, l’asma, la
perdita dell’appetito e altre condizioni. Il fitocannabinoide è responsabile dell’iperfagia, la
cosidetta “fame chimica”, ovvero l’aumento dell’appetito. Nonostante i suoi svariati benefici, il suo
uso terapeutico è limitato a causa degli effetti psichici che provoca. Pertanto, la ricerca si rivolge
verso un altro cannabinoide: il CBD. Quest’ultimo ha delle proprietà farmacologiche efficaci nel
trattare più condizioni patologiche di ogni altro cannabinoide. Ha proprietà terapeutiche per
malattie come: “il morbo di Alzheimer, l'artrite, il cancro, l'ischemia cerebrale, la congestione, le
convulsioni, la tosse, il diabete, la distonia, l'epilessia, l'epatite, l'infiammazione, la nausea,
l'obesità, la malattia della pelle e diversi disturbi psicologici”. Ha inoltre proprietà
“antinfiammatorie, anticonvulsive, antiossidanti, antiemetiche, ansiolitiche e antipsicotiche”. Il
CBD, come già detto, si lega con entrambi i recettori cannabinoidi, ma non in modo significativo.
Tale caratteristica gli permette di produrre i propri effetti senza provocare effetti indesiderati tipici
del THC (come la modifica dello stato psichico). Ancora meglio, il CBD antagonizza gli effetti
indesiderati provocati dal THC, come l’ansia, l’intossicazione, la fame e l’aumento della frequenza
cardiaca.
Altri fitocannabinoidi, non tanto studiati, hanno effetti importanti per l’uso terapeutico.
Il CBG ha effetti antibiotici, sedativi, antidepressivi e antipertensivi. Però, la sua proprietà più
rilevante è quella di ostacolare la progressione del cancro.
Il CBC ha effetti “antinfiammatori, antimicrobici, antimicotici, antidepressivi, sedativi e analgesici”
(Small 2016).
Tuttavia, gli effetti di ogni fitocannabinoide, utilizzato come singolo, non sono migliori degli effetti
dei fitocannabinoidi in sinergia. Due o più composti lavorano meglio insieme che separatamente; è
il cosiddetto effetto entourage. Oltre ai fitocannabinoidi, ci sono altri composti che svolgono un
ruolo importante come composti sinergici o entourage, ad esempio i terpeni. Quest’ultimi, come
già detto hanno svariate attività biologiche e farmacologiche e inoltre, sono in grado di potenziare
gli effetti terapeutici dei fitocannabinoidi. Ad esempio: il mircene è in grado di potenziare l’effetto
psicotropo del THC se in gran quantità (Karger 2020).
Fino ad ora abbiamo trattato il modo in cui i composti della pianta Cannabis possano influenzare il
metabolismo e la fisiologia animale attraverso il sistema endocannabinoide. Adesso, vediamo il
potenziale di tali composti di influire sul metabolismo attraverso meccanismi non recettoriali,
come ad esempio le capacità antibatteriche, specificate nel prossimo capitolo.

3.9 Bioattività dei fitocannabinoidi e terpeni nei batteri

La sinergia tra fitocannabinoidi e terpeni ha sia la proprietà di inibire la crescita di determinati


batteri, sia quella di influenzuare la resistenza batterica agli antibiotici.
È stato scoperto che i fitocannabinoidi inibiscono la crescita dei batteri Gram-positivi ma non
quella dei Gram-negativi. A causa dei pochi studi in merito, sono ancora poco chiari gli effetti
antimicrobici e il meccanismo d’azione di tali composti. Ancor meno, sono le ricerche dedicate al
ruolo di coadiuvante o potenziatore dei fitocannabinoidi in combinazione con un antibiotico
(Wassmann 2020).

Il 5 Marzo 2020 fu pubblicata una tra le prime ricerche scientifiche, da Janne Kudsk Klitgaard,
riguardo il “cannabidiolo come un potenziale coadiuvante contro i batteri resistenti, in
combinazione con la bacitracina (BAC)”. È stato proprio questo articolo ad essere di spunto per la
nostra ricerca. Prima di definire lo scopo del nostro esperimento, studiamo la teoria degli
antibiotici e la resistenza dei batteri che ci serviranno da strumento per la ricerca.

3.10 Antibiotici

La parola “antibiotico” deriva da “anti”, ovevero contro, e “bios”, ovvero vita. Il termine si riferisce
dunque a una sostanza che “agisce contro la vita”, in particolare dei batteri. Con l’avvento del
primo antibiotico nel 1928, grazie a Alexander Fleming, i farmaci (come la penicillina e la
streptomicina) erano “costituiti da sostanze prodotte o derivanti da altri microrganismi, come
batteri e funghi, in grado di distruggere o fermare la crescita di batteri”. Al giorno d’oggi, con
l’avanguardia tecnologica, gli antibiotici non sono più solo naturali, ma comprendono anche una
vasta gamma di molecole sintetizzate in laboratorio.
Gli antibiotici vengono classificati in svariati modi a dipendenza di differenti criteri di suddivisione.
La loro proprietà, ad esempio, determina se sono battericidi, in grado di uccidere i batteri, oppure
batteriostatici, in grado di inibirne la crescita. Possono essere inoltre suddivisi a dipendenza della
classe di batteri su cui agiscono: Gram positivi o Gram negativi. Quest’ultimi differiscono nella
composizione della loro membrana cellulare. I Gram positivi hanno una doppia membrana
fosfolipidica interna e uno spesso strato di peptidoglicano costitituito da carboidrati e proteine. I
Gram negativi invece, hanno una membrana composta da: una doppia membrana fosfolipidica
interna, uno strato sottile di peptidoglicano e un’ulteriore membrana fosfolipidica esterna. Tale
composizione per i Gram negativi permette ai batteri di questa classe di essere resistenti a
determinati antibiotici come la penicillina. Un’ulteriore suddivisione degli antibiotici viene fatta in
base al meccanismo di azione che vedremo nel dettaglio nel prossimo capitolo (Wilson 2019).

Figura. Membrane cellulari delle due classi di batteri: Gram positivi e Gram negativi. Micrococcus
luteus è un battere Gram positivo mentre Escherichia coli batterio Gram negativo (Google
Immagini)

3.10.1 Come agiscono gli antibiotici e resistenza batterica

Gli antibiotici usano diversi meccanismi per inibire la crescita dei batteri o ucciderli e hanno
bersagli differenti. Vediamo le diverse classificazioni:

Antibiotici che interferiscono con la biosintesi della membrana cellulare del battere
Come abbiamo già detto nel capitolo precedente, sia i batteri Gram-positivi che Gram-negativi
sono dotati di uno strato di peptidoglicani. Quest’ultimo è formato da più catene di polimeri N-
acetyl muramic acid (NAM) e N-acetyl glucosamine (NAG) alternati, a sua volta legate da cinque
amminoacidi. Gli antibiotici di questa categoria, impediscono la formazione delle catene di
polimeri. Se i NAG e i NAM non si legano, non si formeranno i peptidoglicani, fondamentali per la
protezione strutturale della cellula batterica e la prevenzione del suo scoppio per osmosi.
Gli antibiotici che hanno come obbiettivo la biosintesi della membrana cellulare sono:
β -Lattamici: i β-lattamici sono la classe di antibiotici più utilizzati nel mondo della medicina.
Sono caratterizzati da una struttura chimica chiamata anello β-lattamico.
Figura. Struttura chimica anello β-lattamico a quattro atomi (Google Immagini)

I β-lattamici sono in grado di inibire gli enzimi responsabili per l’ultima procedura della sintesi dei
peptidoglicani. Vengono considerati dunque dei batterocidi perché non permettono la formazione
della membrana cellulare batterica. I β-lattamici includono le Penicilline, le Cefalosporine, i
Carbapenemi e i Monobattami.

Figura. Struttura molecolare dei principali β-lattamici. In rosso anello β-lattamico (Google
Immagini)

Altri antibiotici appartenenti a questa classe sono: Vancomicina, Daptomicina e infine gli antibiotici
polipeptidici. A quest’ultima categoria appartiene la Bacitracina (descritta in dettaglio nel
capitolo…)

Antibiotici che inibiscono la sintesi di proteine


Il meccanismo di azione, di questa classe di batteri, è quello di inibire la sintesi proteica dei batteri,
in particolar modo la sintesi dei ribosomi batterici composti da una subunità 50S e 30S.
I ribosomi sono fondamentali per il batterio per la lettura dell’RNA messaggiero. L’antibiotico non
uccide direttamente il battere, ma gli impedisce di produrre le proteine necessarie per crescere e
moltiplicarsi

Antibiotici che inibiscono la sintesi o la funzione degli acidi nucleici


L’inibizione della sintesi o la funzione degli acidi nucleici è una conseguenza dell’inibizione degli
enzimi DNA girasi e topoisomerasi IV. Tali enzimi sono fondamentali per la vita della cellula
batterica, perché si occupano del taglio e dell’unione del due filamenti del DNA. Se queste azioni
non vengono svolte la cellula non si replica e muore (Lehman 2011).

3.11 Resistenza batterica

La scoperta e la sintesi di antibiotici ha permesso di salvare milioni di vite umane. Purtroppo,


questi farmaci stanno nel tempo perdendo la loro efficacia. Si sta sviluppando sempre più un
numero crescente di batteri multiresistenti agli antibiotici (MDR) (resistenti a più antibiotici) che
provoca un pericolo globale. Vediamo in seguito il meccanismo di resistenza dei batteri.

All’interno del battere, oltre al singolo cromosoma, è presente altro materiale genetico: i plasmidi.
Questi sono dei piccoli filamenti circolari di DNA che contengono il gene resistente. I plasmidi sono
in grado di sintetizzare l’RNA messaggiero che verrà poi letto dai ribosomi batterici per produrre
proteine. In seguito, le macromolecole diventeranno parte di strutture o enzimi che
permetteranno al battere di diventare resistente all’antibiotico. Vediamo degli esempi concreti per
degli specifici batteri. Gli enzimi che vengono formati dalle proteine con il gene resistente possono
degradare l’antibiotico, ad esempio i β-lattamasi sono enzimi che rompono gli anelli β-lattamici
degli antibiotici β-lattamici, rendendoli inattivi. Oltre agli enzimi, le proteine contenente il gene
resistente, possono formare strutture chiamate pompe di eflusso che permettono al battere di
pompare fuori l’antibiotico.
Altri batteri contengono un gene resistente che permette di modificare l’obbiettivo
dell’antibiotico. Ad esempio, come detto nel capitolo precedente, esistono antibiotici che
inibiscono la sintesi proteica. Se il gene resistente crea delle proteine diverse dall’obbiettivo
dell’antibiotico, allora il farmaco non avrà effetto (o nessun obbiettivo) nel battere.
Dopo aver analizzato i diversi meccanismi che il battere utilizza per resistere all’antibiotico
vediamo come esso è in grado di aquisire il gene resistente.
Un bettere, durante la propria evoluzione, può subire delle mutazioni genetiche spontanee che
vengono poi trasferite ad altri batteri per replicazione. Quando un battere resistente muore
rilascia il gene resistente che viene assorbito e incorporato nel genoma di un altro battere.
Un altro modo di trasferire il gene resistente è attraverso delle strutture proteiche. Queste sono
chiamate pili e sono prodotte dal battere resistente. Hanno la funzione di attaccarsi ad altri batteri
e trasferire il gene resistente. (https://www.youtube.com/watch?v=057phDG4mKU&t=40s)

Per risolvere il problema della diffusione di batteri multiresistenti (MDR) i ricercatori stanno
cercando di trovare una strategia alternativa dalla sintesi di nuovi antibiotici. I costi elevati, e il
rischio che anche un nuovo antibiotico possa diventare inefficace, hanno permesso un
cambiamento di prospettiva nel mondo della medicina. Sono entrati in gioco i cosiddetti
coadiuvanti, di cui abbiamo accennato precedentemente. Tali composti non antibiotici hanno la
capicità di operare in sinergia con gli antibiotici, inibendo i meccanismi di resistenza dei batteri, tra
cui: l’inibizione della pompa di eflusso e degli enzimi.
Ad afferamare la precedente teoria è stata la ricercatrice danese Janne Kudsk Klitgaard.
Dopo aver analizzato i suoi studi ed averla contattatra, siamo riuscite a definire lo scopo della
nostra ricerca. L’obbiettivo di questo studio è quello di verificare se l’olio essenziale di Cannabis,
un derivato della pianta contenente fitocannabinoidi e terpeni, ha proprietà antibatteriche e
potenziatrici dell’antibiotico bacitracina (BAC).

4. Ipotesi
1° ipotesi: supponiamo che, l’olio essenziale estratto dalla Canapa-light abbia relativamente alte
concentrazioni di cannabinoidi e flavonoidi, che agiscono in sinergia contro i batteri Gram-positivi
ma non abbiano nessun effetto contro i Gram-negativi.
2°ipotesi: l’olio essenziale estratto dalla Canapa-light agisce come coadiuvante all’antibiotico
bacitracina, potenziandone l’effetto antibatterico. L’olio e l’antibiotico lavorano in sinergia, in
modo più efficiente rispetto ai due singolarmente.

5. Metodi di estrazione degli oli essenziali


Per estrarre gli oli essenziali dalla canapa light sono necessari dei metodi che permettano di
mantenere, il piu’ possibile, inalterati i principi attivi cotenuti.I metodi estrattivi che abbiamo
avuto a disposizione sono la distillazione in corrente di vapore e l’estrazione con solventi. Sono
state utilizzate entrambe le tecniche: la prima ha permesso di ottenere un estratto quasi puro
mentre quella con i solventi ha permesso di ottenere maggiori concentrazioni; infatti a causa delle
scarse quantità di olio essenziale ottenute dal primo metodo, nella parte pratica sono state
impiegate soltanto le estrazioni piú redditizzie,ottenute dal secondo metodo. (Naviglio, Daniele.
2008. Tecniche estrattive solido-liquido)

5.1 Distillazione in corrente di vapore


Esistono diverse apparecchiature per la distillazione in corrente di vapore, esse sfruttano tutte lo
stesso principio per l’estrazione degli oli essenziali. In quanto i miscugli organici subiscono
facilmente trasformazioni (come ad esempio l’ossidazione) e i loro principi attivi (ad esempio i
terpeni) sono facilmete volatili, è necessario un metodo che permetta di estrarre sostanze che
normalmente tendono a decomporsi quando raggiungono la temperatura di ebollizione. E’ stato
impiegato questo tipo di estrazione perché si basa sul principio che la temperatura di ebollizione di
una miscela di due liquidi immiscibili è inferiore a quella della componente piú volatile. Prima della
distillazione è raccomandato macerare il materiale organico il piu’ possibile, cosi’ da aumentarne
la superficie di contatto in modo da ottenerne la massima, resa semplificando la diffusione
dell’olio. I vapori delle sostanze temolabili e dell’acqua, che si formano nel pallone iniziale
riscaldato (A), vengono condotti ad un tubo refrigerante (condensatore D) per poi essere raccolte
in un altro contenitore. Alla fine sarà possibile vedere la formazione di due fasi ben distinte (vedi
figura v): quella acquosa e quellla contenente gli oli essenziali estratti, poco solubili in acqua. Per
separare le due fasi si puo’ far uso di un imbuto separatore.

Per le nostre estrazioni di prova in corrente di vapore sono stati utilizzati:


 Bilancia, stativi di sostegno con morsetti e pinze, mantello riscaldante, pietrine di
ebollizone, acqua distillata, contenitori di raccolta (provetta con tappo e becher),
pipetta pasteur e mortaio
 Infiorescenze di canapa light Fragolina (2.87 g), acqua distillata
 Apparato di Clevenger

- Pallone da 500 mL
- Colonna di condensazione

Figura t schema del distillatore di Galencio (presa da google immagini)


A) Pallone a collo unico, B) Testa di distillazione, C) Imbuto gocciolatore, D) colonna di
refrigerazione ad acqua, E) raccordo angolare, le frecce rappresentano l’entrata e l’uscita
dell’acqua nella colonna di condensazione (D)

5.2 Estrazione con solventi


Questo principio si basa sull’estrazione delle componenti chimiche di infiorescenze, fragili o che
non sopportano le condizioni di una distillazione in corrente di vapore, attraverso l’utilizzo di un
solvente. L’utilizzo di diversi tipi di solventi altera i composti, tipicamente vengono impiegati
composti poco polari (come l’esano) o alcoli (come l’etanolo, poiché in grado di estrarre la maggior
parte delle molecole idrofile e lipofile. L’immersione dei fiori (precedentemente macerati) nel
solvente fa si che quest’ultimo penetri a fondo nelle cellule vegetali, causando la fuoriuscita dei
principi attivi. Questi ultimi fuoriescono dalle cellulle tramite diffusione passiva ( nel caso di
sostanze sufficientemente piccole o lipofile, in grado di attraversare la membrana, viene sfruttato
il gradiente di concentrazione) o lisi cellulare (rigonfiamento delle cellule che ne comporta la
rottura delle membrane fosfolipidiche). Per preservare i terpeni da eventuali volatilizzazioni e dai
solventi abbiamo portato questi ultimi a basse temperature. Il prodotto è stato in seguito
trasferito in un un evaporatore rotante (vedi immagine Y) per eliminare, a temperatura
controllata, il solvente impiegato nell’estrazione. Alla fine di questo procedimento si ha un
olio/una resina (vedi immagine X).
In una prima estrazione è stato inserito il composto di solvente e soluto in un vasca ultrasonica,
metodo che potenzia la resa dei principali fitocannabinoidi (potenzia anche la resa di clorofilla
percio’ non è stato infine impiegatoper il nostro esperimento).

Figura Y. Evaporatore rotante (immagine presa da google) Il pallone di evaporazione viene


immerso in un bagno riscaldante tramite un sistema di controllo che attiva anche la rotazione del
pallone. I solventi che si vogliono estrarre vaporizzano, raggiungono il condensatore e ricadono
infine nel pallone di raccolta.

Nella parte sperimentale ci sono stati necessari:

 Tre tipi di solventi : esano, etanolo e etilacetato


 Due differenti varietà di canapa light Ya2 e V1 (campioni di massa compresa tra i 2 e
i 5 g per un totale di 6 campioni)
 Contenitori
 Ghiaccio secco con annesso contenitore e pinze per il maneggiamento,
termometro, mortaio, beute 500 mL, beute codate da 500 mL, imbuti di Büchner,
base di gomma su cui appoggiare gli imbuti, filtri di carta, palloni di evaporazione e
tappi
 Evaporatore rotante con vuoto e con palloni di raccolta

Metodo di separazione e analisi delle molecole con la gascromatografia-spettrometria di massa


(GC-MS)
La gascromatografia-spettrometria di massa è una delle tecniche analitiche che combina la
gascromatografia, che separa le componenti di una miscela, e la spettrometria di massa, la
quale ne caratterizza individualmente le sue componenti. Questo macchinario permette di
determinare quantitativamente e qualitativamente concentrazioni estremamente basse di
sostanze organiche presenti in un campione ed è impiegato principalmente per stabilire quali
sono le principali componenti contenute in quest’ultimo. Le ‘informazioni’ vengono poi
interpretate ed inviate ad un computer, il quale genera un grafico chiamato cromatogramma
(vedi w). (https://www.perkinelmer.com/lab-solutions/resources/docs/app_cannabis-analysis-
potency-testing-identifification-and-quantification-011841b_01.pdf,
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1002/jssc.200500130,
http://cires1.colorado.edu/jimenez/CHEM-5181/Labs/Gas_Chromatography.pdf)

5.3 Gascromatografia:
Il gascromatografo (vedi Figura.) è uno strumento analitico che separa le diverse componenti
nei miscugli, questa si basa sulla diversa distribuzione di queste ultime fra le due fasi (principio
di adsorbimento). È costituito da un gas di trasporto (fase mobile), da un iniettore (siringa), da
una camera termostata (forno, quello del nostro al liceo puo’ raggiunge una temperatura
massima di 325 gradi Celsius) e da una colonna HP-5MS (in cui si situa la fase stazionaria,
costituita da (5%-phenyl)-methylpolysiloxane). Infine è posizionato un rilevatore collegato ad
un computer (sistema di elaborazione dei dati).
Il gas di trasporto, il quale non influenza in nessun modo il campione, dev’essere inerte, a
bassa viscosità, quelli piú comunemente usati sono idrogeno, azoto, argon ed elio,
quest’ultimo è quello da noi impiegato. L’ introduzione del campione nella camera di
vaporizzazione avviene attraverso una microsiringa (nel nostro caso sono stati introdotti 1.5 μL
per volta). Il campione, trasportato dal carrier, viene separato nelle sue diverse componenti a
seconda della loro affinità polari alla fase stazionaria; per migliorare la separazione sono state
impostate delle variazioni di temperatura. Ogni sostanza possiede uno specifico coefficiente di
ripartizione che si situa tra la fase mobile e quella stazionaria, le componenti chimiche
percorreranno quindi in tempi diversi la colonna e usciranno in tempi diversi. Quando il
campione viene eluito dalla colonna i vapori vengono analizzati dai rilevatori, i quali
trasformano queste informazioni in segnali elettrici, elaborati da un sistema di elaborazione
dei dati e trascritte in un grafico chiamato cromatogramma.
(https://www.researchgate.net/profile/Sherif_Taha3/publication/328560308_An_Introduction
_to_Gas_Chromatography/links/5bd480af4585150b2b8b1b75/An-Introduction-to-Gas-
Chromatography.pdf?origin=publication_detail)

Figura. Schema di un Gascromatografo


(https://elearning.uniroma1.it/pluginfile.php/820665/mod_resource/content/1/
GASCROMATOGRAFIA%20%281%29.pdf)

Figura w, esempio di cromatogramma delle sostanze contenute nella cannabis. (immagine presa da
google) (a) questo grafico è stato ottenuto misurando l’assorbanza dell’estratto. Si possono notare i
picchi ben definiti di THC e THCA, ognuno di questi emerge in un determinato momento (indicato
sull’asse delle ascisse). L’assorbanza (la quale aiuta anche a capire le concentrazioni dei composti)
del composto di cannabinoidi non è stata chiaramente rilevata a causa dell’interferenza di possibili
altri composti sconosciuti. (b) Con lo scopo di definire il picco del composto cannabinoide,
l’intensità sull’asse delle ordinate è stata moltiplicata dieci volte.

Figura. Struttura di una colonna capillare HP-5MS (google immagini)


Figura. (5%-phenyl)-methylpolysiloxane. componente della fase stazionaria (google immagini)

5.4 Spettrometria di massa:


Per l’identificazione di composti organici vengono spesso utilizzate la spettrometria di massa e
la spettroscopia infrarossa e/o a raggi ultravioletti. Lo spettrometro di massa ci permette di
stabilire le formule molecolari delle sostanze senza l’impiego di radiazioni ed è stato l’unico a
non richiedere campioni di sostanze pure. Lo spettrometro di massa magnetico è quello piú
adatto alla misura delle abbondanze isotopiche.
(https://it.wikipedia.org/wiki/Spettrometro_di_massa)
Quest’altra tecnica analitica è spesso utilizzata in combinazione con altre, come appunto la
gascromatografia. Lo spettrometro di massa (Figura.) ionizza positivamente le molecole del
campione tramite una scarica elettrica, questi vengono separati in funzione dei loro rapporti
massa/carica (m/z, i quali determinano la traiettoria dei singoli fasci), e deviati tramite dei
campi magnetici variabili. I composti all’interno dello strumento vengono attraversati da un
fascio di elettroni, questi ultimi urtano le componenti con un’energia che ruba un elettrone a
ognuna di esse. Si avrà cosí la formazione di cationi radicali, questi, diventano instabili
provocando la loro stessa frammentazione in ioni piú stabili. I cationi vengono accelerati verso
l’uscita. Gli ioni piú leggeri avranno una traiettoria piú curva e giungeranno al rivelatore
passando per un’apposita fenditura. Lo spettrometro registra uno spettro di massa (ovvero una
rappresentazione grafica dove sull’asse delle ascisse sono presenti i diversi rapporti m/z e su
quella delle ordinate troviamo l’abbondanza relativa degli isotopi) associato alla struttura
chimica, tipico di ogni sostanza. (https://www.treccani.it/enciclopedia/spettrometria/)
Figura. Spettrometro di massa (immagine presa dal libro di Pellegrino Musto, Avventure
molecolari, Alla scoperta della chimica tra farmaci, droghe e veleni. Pagina 149.)
Per analizzare, con il gascromatografo, i campioni delle nostre sei estrazioni è stato
necessario diluire una punta di ogni olio in pochi μL di n-esano (sostanza, apolare, di
riferimento per la gascromatografia) all interno di piccoli flaconcini dotati di tappo
perforabile dall’iniettore.

5.6 Antibiogramma
L’antibiogramma (indicato anche con la sigla ABG) permette di determinare la sensibilità, o la
resistenza, di un microrganismo ad un determinato battericida. Questo avviene tramite un’analisi
in vitro, comunemente eseguita per le sue immediate implicazioni terapeutiche, in quanto
consente di capire quali siano gli antibiotici piú adatti. Permette anche di controllare la resistenza
batterica. In sintesi, se sulla capsula, contenente il terreno di coltura, la colonia si estende fino a
ricoprirla per intero, significa che essa è resistente all’antibiotico. Nel caso in cui si generi un’alone
visibile attorno a quest’ultimo, si puó dire che il microrganismo è sensibile ad esso. Per effettuare
l’ABG è innanzitutto necessario avvalersi dei batteri che si vogliono testare, questi vengono
selezionati e intodotti un una soluzione salina sterile (soluzione batterica) all’interno di una
provetta, la quale viene poi inserita in un agitatore, per poterne verificare la torbidità (Vedi foto
B). Le provette vengono preparate il giorno precedente all’inoculazione della capsula MH agar
(Mueller-Hinton agar, terreno di coltura, dall’aspetto gelatinoso, costituito da estratti di carne,
idrolisato acido di caseina, amido solubile e agar) e con l’ausilio di un tampone sterile si ricopre
l’intera superficie del terreno di coltura seguendo dei movimenti ben precisi (Vedi immagine K).
Dei dischetti antibiotici vengono posizionati sull’ MH agar secondo determinate distanze fra loro
(vedi foto G). Le capsule vengono infine chiuse e riposte in un incubatore a 35 gradi centigradi per
almento 18 ore per permettere la crescita dei batteri. Al termine si potranno osservare le aree
circostanti ai dischetti, che saranno state occupate, o meno (zona di inibizione), dai batteri (vedi
foto E).
(http://www.med.unich.it/corsi-di-laurea/tecniche-di-fisiopatologia-cardiocircolatoria-e-
perfusione-cardiovascolare/materiali-didattici/materiale-di-microbiologia-prof.-di-bonaventura/
FARMACI%20ANTIMICROBICI%20ed%20ANTIBIOGRAMMA.pdf/at_download/file ,
https://www.asmscience.org/content/education/protocol/protocol.3189?crawler=true)
Figura E. rappresentazione della misurazione delle zone di inibizione, il cerchio bianco
rappresenta la zona di inibizione dei microrganismi, mentre la superficie grigia rappresenta la
crescita di questi ultimi (immagine presa da google)

Figura B. Scala di McFarland (posizionata sullo sfondo dell’imagine), questa è di riferimento per
raggiungere la giusta torbidità di sospensioni batteriche richiesta dall’esperimento. (immagine
presa da google)

Il materiale che ci è stato necessario per eseguire l’antibiogramma è il seguente:

 Differenti soluzioni batteriche


 Diversi antibiotici (dischetti di bacitracina, di ampicillina e di ciprofloxacina)
 Solventi impiegati nelle estrazioni inclusa l’acqua distillata
 Oli essenziali da testare
 Capsule petri contenenti MH agar

 Dischetti in cotone contenenti antibiotico e dischetti che ne sono privi


 Guanti, tamponi sterili, pinzetta, spatola, parafilm, incubatore, micropipetta
6 Procedimento

6.1 Raccolta e conservazione


Per reperire le infiorescenze utilizzate nel nostro esperimento ci siamo rivolti all’azienda di
Fioricoltura Martinelli a Sementina. Dopo una visita dettagliata ci sono state consegnate tre qualità
differenti di Canapa light: fragolina, Ya2 e V1. Nel lostro lavoro sono state impiegate soltanto le
ultime due varietà in quanto la prova con fragolina è stata poco redditizia a causa delle scarse
quantità utilizzate. I fiori sono stati essiccati, infatti le infiorescenze sono state raccolte assieme a
foglie e rami e in seguito ripulite da una macchina e manualmente, infine le infiorescenze
destinate al commercio (che sono quelle che abbiamo potuto utilizzare noi) sono state lasciate ad
essiccare, ad una temperatura ambientale di circa 21 gradi centigradi e un tasso di umidità del
50% per diversi giorni se non settimane. Il fatto di lavorare con i fiori già essiccati è vantaggioso
nell’estrazione con i solventi, i quali estraggono anche l’acqua.

6.2 Estrazione degli oli essenziali

Distillazione in corrente di vapore


La canapa è stata privata dai rami e pesata con l’aiuto di un becher e di una bilancia. In seguito è
stata macerata con un mortaio. Dopo questa procedura i fiori sono stati collocati nel pallone
insieme alle pietre di ebollizione e all’acqua distillata (priva di microrganismi) fino a riempire il
pallone per metà. L’apparecchiatura di Clevenger (foto u) è stata poi montata e fissata agli stativi.
Il tubo refrigerante (D) è stato poi raffreddato con l’acqua fredda, proveniente dal rubinetto
collegato, e il mantello riscaldante sotto il pallone è stato acceso. Dopo una lenta e controllata
ebollizione, durata circa 5 ore, abbiamo ottenuto un’unica goccia di olio (immagine v).
Quest’ultima è stata estratta da un’apertura di sfiato, con l’ausilio di una pipetta pasteur, e riposta
un una provetta con tappo. Non è stato possibile isolare le due fasi, sono stati fatti tentativi con la
centrifuga elettrica e con l’imbuto separatore, l’insuccesso è dovuto alle scarse quantità ottenute.
Nonostante cio’, l’olio essenziale, dal colore giallastro, ottenuto era molto profumato.
Figura u Apparato di Clevenger (foto) Figura v. raccoglitore F. Dopo la distillazione è stata ottenuta
una soluzione bifasica, si puo’ notare la prima fase (olio essenziale) sovrastante a quella acquosa
(foto)

6.3 Estrazione con solventi


Sono stati realizzati sei campioni di oli essenziali: tre di Ya2 e altri tre di V1 e per ognuna di queste
qualità sono stati utilizzati, a turno, tre solventi distinti: etanolo, etilacetato ed esano. Per ogni
campione è stata presa una beuta ed è stata riempita con circa 200 mL di solvente; in seguito, a
quest’ultimo è stato aggiunto del ghiaccio secco per abbassarne la temperatura. Dopo aver
raggiunto la fascia dei -30/-40 gradi celsius sono state aggiunte le infiorescenze precedentemente
pesate e macerate con lo stesso procedimento descritto al punto 4.2.1. I campioni sono stati
agitati leggermente fino ad ottenere una colorazione giallastra (non troppo verde, colore dovuto
all’eccesso di clorofilla) e sono poi stati filtrati sottovuoto tramite un imbuto di Büchner e una
beuta codata collegata a una pompa da vuoto (vedi immagine P). I miscugli cosí ottenuti hanno un
colore giallastro e un odore molto pungente (dovuto ai solventi) essi sono stati travasati nei palloni
di evaporazione, i quali sono stati posti a distillare in un evaporatore rotante (vedi figura Y).
L’evaporatore è stato preriscaldato, ad una temperatura di 60 gradi centigradi massimo, e il
pallone è stato immerso nell’acqua. Il macchinario è stato attivato, trascorsi una trentina di minuti
il solvente utilizzato nell’estrazione si trovava nel pallone di raccolta mentre nel pallone estrattivo
era presente l’estratto di olio essenziale (vedi figura X). Questo ricavato, caratterizzato da una
tonalità giallo-marrone e da un odore molto concentrato, pungente, è stato infine conservato
dentro i palloni coperti dai tappi di gomma.
Figura P, metodo di filtrazione sottovuoto (immagine presa da google immagini), il
miscuglio liquido-solido viene travasato in un imbuto di Büchner e viene filtrato con
l’ausilio di una pompa a vuoto.

Figura X. Estratto di olio essenziale della canapa light dopo la rimozione del solvente con
l’evaporatore rotante

6.3 Antibiogramma
Per poter svolgere l’antibiogramma ci siamo rivolte ad una ricercatrice di Bellinzona, la quale è
venuta nel lostro Liceo per aiutarci con questa pratica. È stato seguito un protocollo
(https://asm.org/getattachment/2594ce26-bd44-47f6-8287-0657aa9185ad/Kirby-Bauer-Disk-
Diffusion-Susceptibility-Test-Protocol-pdf.pdf ) che ci è satato portato proprio da lei. Nel nostro
caso sono stati selezionati quattro tipo di batteri (enterococco, escherichia coli, stafilococco
epidermidis e bacillus thuringiensis), i quali ci sono già giunti pronti per essere inoculati. Per ogni
microrganismo, è stata prelevata un po’ di soluzione batterica con un tampone ed è stata
distribuita (figura k) su due capsule MH agar, due perché in una di queste sono stati impiegati i
dischetti contenenti bacitracina mentre nell’altra no. In seguito, per ogni capsula abbiamo
collocato : un dischetto per solvente utilizzato nelle estrazioni, uno per ogni campione di olio
essenziale e altri due antibiotici (di ciprofloxacina e ampicillina)(vedi figura G). Per questo
passaggio sono stati applicati, con l’ausilio di guanti, e spatolina, gli oli e con una micropipetta,
sono stati aggiunti 0.3 μL dei diversi solventi sui dischetti, i quali sono stati adagiati nell’agar con
una pinzetta. Infine, le capsule sono state chiuse con il parafilm e sono state collocate
nell’incubatore per circa 24 ore ad una temperatura costante di .

In ogni capsula sono presenti le variabili di controllo (ampicillina e altro?) che permettono di fare il
confronto

Figura k. Inoculazione della capsula di MH agar, le frecce mostrano i movimenti da eseguire con il
tampone, questa procedura viene ripetuta rotando la capsula di 60º (immagine presa da google)

Figura G. Modello da noi utilizzato per posizionare i dischetti sull’agar (foto)


Estrazione con il solvente si vuole trovare un solvente che dissolva il tricoma senza dissolvere il
ramo e il resto della pianta/ fiore perché c’è molta clorofilla e composti indesiderati per l’estrazione

Se usiamo un solvente per l’estrazione vogliamo usare la pianta essiccata perché essiccandola si
toglie da essa tutta l’ascqua noi vogliamo evitare tutta l’acqua che verrebbe estratta dal solvente

Inoltre noi estraiamo a una temperatura bassa in modo da evitare tutti i lipidi e fat profiles che si
potrebbero creare con una temperatura alta e verrebbero estratti dal solvente

https://www.youtube.com/watch?v=n7cP6YWO_nc&t=12s (how to make shatter of cannabis è la


procedura che usiamo noi

l’alcol è un solvente, ciò significa che riesce a dissolvere alcune sostanze

https://translate.google.com/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.mdpi.com/1420-
3049/25/7/1567/htm&prev=search&pto=aue

i terpeni sono molto importanti perché hanno caretteristiche farmaceutiche e con l’effetto entourage
potenziano lêffetto dei cannabinoidi (vedi link sopra)

usiamo il ghiaccio secco per preservare i terpeni perché sono molto volatili e il calore gli degrada
ma non solo anche i solventi degradano i terpeni quindi vogliamo usare un solvente leggero come
ad esempio un hydrocarbone leggero (come l’etanolo). Vogliamo usare dei solventi che abbiano un
basso punto di evaporazione quindi è molto volatile e sarà facile levarlo dal prodotto finale(separare
olio e solvente senza riscaldar troppo e perdere i terpeni)

se noi lasciamo per troppo tempo la cannabis con il solvente questo estrarra tanta clorofilla infatti
noi l’abvbiamo notato con una procedura. Inoltre se lasciamo troppo tempo c’è comunque il rischio
che si estraggano con il solvente dei lipidi anche se lavoriamo a basse temperature.

Vedi video per distillazione:

dice che per ottenere i cannabinoidi senza lipidi ec bisogna fare differenti procedure. Noi non
l’abbiamo fatto quindi potevamo avere anche lipidi all’interno della gocciua

 Estrazione assistita da ultrasuoni (EAU)


L’estrazione viene condotta sfruttando un bagno ultrasonico. Questo metodo mostra una
maggiore resa estrattiva dei principali fitocannabinoidi nella loro forma acida (acido Δ9-
tetraidrocannabinolico e acido cannabidiolico), mentre non è indicato per ottenere una
efficace decarbossilazione e infatti permette di estrarre solo piccole quantità dei
corrispondenti composti decarbossilati. 
 Estrazione con Soxhlet
L’estrazione con Soxhlet prevede un processo di distillazione, il quale avviene in presenza
del solvente etanolo. Quest’ultimo solubilizza le sostanze fitochimiche presenti nella pianta
con le quali è affine chimicamente e le estrae in modo continuo. 
Le condizioni di reflusso del solvente promuovono la decarbossilazione dell’acido Δ9-
tetraidrocannabinolico e cannabidiolico e di altri fitocannabinoidi acidi nelle corrispondenti
forme decarbossilate.
Quest’ultimo sembra il più efficace per estrarre i fitocannabinoidi in forma decarbossillata
piuttosto che in forma acida (https://www.cannabeta.eu/2020/01/09/processi-estrattivi-condotti-
su-diverse-cultivar-di-cannabis-terapeutica-e-ruolo-del-processo-di-decarbossilazione-per-
lottenimento-di-risposte-recettoriali-ottimali/)

4. Procedimento
5. Risultati
6. Conclusioni
7. Ringraziamenti

8. Bibliografia
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Baccini, Cesare. 1997. Sostanze d’abuso e tossico-dipendenze una visione molecolare del fenomeno
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Wilson, Mary E. Antibiotics what everyone needs to know. USA: Sheridan Books.
X
Y
Z

RICORDA :

Dividere campo delle pratiche terapeutiche

A livello terapeutico il piu semplice da vedere è quello dei batteri

Premessa scopo del nostro lavoro

Antibiogramma
Batteri resistenti