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Composta nel dicembre del 1929, The ancient track venne scritta subito prima

della famosa serie di sonetti dal titolo collettivo Fungi from Yuggoth. Venne
pubblicata sul numero di marzo 1930 del mensile «Weird Tales». L’ispirazione
sembra risalire a una nota del Commonplace book, il libro d’appunti nel quale
Lovecraft annotava i propri pensieri estemporanei e fugaci, non datata ma
precedente il 1919, che dice: «Il narratore cammina su di un sentiero di
campagna che gli è poco familiare, e perviene a una regione strana e irreale». È
la stessa intuizione espressa anche nell’incipit del racconto The Dunwich horror,
e non è un caso che, in tutta l’opera di Lovecraft, oltre che nella storia in
questione, la sinistra cittadina sia nominata soltanto in questa lirica. Al
trentaseiesimo verso ho tradotto con «fuochi fatui» il termine originale fox-fire,
letteralmente «fuoco di volpe». In una nota del Commonplace book datata 1925,
Lovecraft c’informa: «Nel New England, la fosforescenza del legno che marcisce
viene chiamata fox-fire». L’immagine del solitario viandante che, con
inconfessato timore, s’incammina per sentieri ignoti e paurosi in una notte
simbolicamente sempre più oscura è persistente nell’immaginario lovecraftiano.
Lo scrittore vi dedica anche una delle prime liriche della sua maturità, The
rutted road, scritta all’inizio del 1917, che qui traduco col titolo La via carraia.

La via carraia

Cala la nebbia livida d’autunno


la sua gelida notte distendendo;
rabbrividisce il corvo mentre vola;
la Via Carraia snoda il suo cammino
tra solitari pascoli: ai suoi bordi
nudi si levan gli olmi contro il cielo.

I fondi solchi incisi dalle ruote


muti puntano avanti, sul terreno
che si dilata fino alla Visione,
e svegliano pensieri dal profondo
(un desiderio ch’è quasi un timore)
al cui prospetto cede Fantasia.

L’ombra che scende rapida mi spinge


ad affrettarmi lungo i solchi antichi
che come me già tanti hanno calcato;
un grillo mi deride col suo canto…
Non so, ma questa via mi fa paura,
e vorrei risparmiarmi di seguirla.

Ma su di essa, col suo carro a buoi,


già quante volte il rustico ignorante
ha transitato, senza mutar strada:
ed io, che valgo più d’uno zappatore,
dovrei tirare l’alba scarpinando
su una via laterale, con più luce?

Con occhi incerti sondo la brughiera


che sempre più si va facendo scura;
chissà, forse laggiù dietro quel colle
si celan meraviglie insospettate:
ma non mi fa deviar la Via Carraia,
e mi sospinge verso il mio Destino.

Perciò, pur riluttante, fra quei tronchi


che si levano alti devo andare,
nella mistica notte procedendo;
viaggio spedito, fra i cespugli stenti…
ma lì, davanti a me, dopo la curva,
che cosa attende il mio sguardo turbato?
Son territori più felici quelli
che con forza m’invitano a raggiungerli?
M’ha approntato il Destino i più bei doni?
Che m’aspetta davanti, per accogliere
la mia anima stanca e disillusa?
Che c’è laggiù che temo di sapere?

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