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Volume : 2 Numero : 33 Data : Luglio 2011 Sede : Gruppo Alternativa Liguria

Volume : 2 Numero: 33 Data: Luglio 2011 Sede: Gruppo Alternativa Liguria Di: Asta Paolo, Martini Claudio

Alternativa news

In collaborazione con: Megachip

Claudio Alternativa news In collaborazione con: Megachip IN QUESTO NUMERO – default – Di: Wall street
Claudio Alternativa news In collaborazione con: Megachip IN QUESTO NUMERO – default – Di: Wall street

IN QUESTO NUMERO

– default – Di: Wall street Italia [ pag. 1 ]

1

Grecia

senza

soluzione:

serve

un

2 – Scenari di prosperità senza crescita – Di: Gianfranco Bologna [ pag. 2/3 ]

3 –

Chiesa [ pag. 3 ]

Indignados

d’Italia

Di:

Giulietto

4 – Tremonti sul partenone – Di: Beppe

Grillo [ pag. 3 ]

5 – La doppiezza di Obama – Di: Pino Cabras [ pag. 4 ]

6 –

Marinella Correggia [ pag. 4/5 ]

Libia: e

se fosse tutto

falso? – Di:

7 –

rompere l’illusione del talento – Di:

e

Criticare

il

sapere

accademico

Nicola Villa [ pag. 5/6 ]

8 – Comunicazione e informazioni: armi

del dominio e del potere – Di: Massimo Ragnedda [ pag. 6 ]

9 – Il mercato non ci sta dicendo la verità – Di: Gianfranco Bologna [ pag. 7/8 ]

10 – Insegnare? Professione per pochi – Di: Alessandra Ricciardi [ pag. 8 ]

11 – Visioni dopo la crisi dell’homo oeconomicus – Di: Paolo Bartolini [ pag. 8 ]

"Grecia senza soluzione: serve un default"

di Wall Street Italia.

Londra

"La Banca centrale europea non sta facendo altro che trasformare un problema in un disastro. Sta solo peggiorando le cose e minacciando di ritirare gli aiuti per le banche in paesi come la Grecia in caso di ristrutturazione del debito, non fa altro che incitare a una corsa agli sportelli." È l’opinione di Mario Blejer, in precedenza presidente della banca centrale dell’Argentina. La motivazione che i titoli della Grecia non sarebbero più utilizzabili come collaterali in quel caso, non giustificherebbe una mossa così azzardata, altamente destabilizzante. "La Bce deve garantire di essere l’ultima opzione per queste banche, perché se i

risparmiatori non sentono più questa sicurezza, correranno a ritirare i propri depositi, generando una spirale che drenerà la liquidità dal sistema", ha detto Blejer, che in precedenza ha coperto altri ruoli di prestigio, tra cui al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e presso la Banca centrale dell’Inghilterra. "Il problema della Grecia è strutturale e non può essere risolto accumulando debiti su debiti per ripagare quelli precedenti. È una costruzione senza fondamenta, destinata

a collassare in ogni momento."

Sarebbe stato azzardato assumere una possibilità per la Grecia di ritornare al mercato

già dal prossimo anno. Il programma sarebbe basato sull’illusione che il debito sia sostenibile, ma ignora il fatto che il paese è in recessione e senza crescita diminuisce la possibilità di saldare i conti.

E il processo di privatizzazione? Sarebbe solo un illusione, capace di risolvere solo il problema nel breve termine e migliorare la produttività. "In merito, l’esperienza dell’Argentina, del Messico e degli altri paesi dell’America Latina è da seguire. Sono le riforme fiscali e le riforme strutturali le condizioni necessaria per ridare vita al paese, la privatizzazione gioca un ruolo di secondo piano." Ma tutto questo dovrebbe essere accompagnato a un’altra azione. "Senza eufemismi, un default. È molto più semplice ritrovare accesso al credito dopo che il fardello del debito viene diminuito, come ci dimostrano Uruguay e Argentina. Adesso, anche se il discorso non è ancora pienamente risolto, l’Argentina può prendere a prestito alla metà dello spread greco."

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SCENARI DI PROSPERITÀ -

SENZA CRESCITA

di

Gianfranco Bologna - greenreport.it.

Il Programma Ambiente delle Nazioni Unite

(United nations environment programme, www.unep.org ), nei suoi continui e lodevoli sforzi per fornire il massimo di analisi alla comunità internazionale, favorendo il percorso verso la Conferenza ONU sullo Sviluppo Sostenibile (la cosidetta Conferenza Rio+20 che avrà luogo nel giugno del 2012 a Rio de Janeiro, vent'anni dopo il grande Earth Summit del 1992) ha reso noto il nuovo rapporto dell'autorevole International Resource Panel, dal titolo "Decoupling: natural resource use and environmental impacts from economic growth"(scaricabile dal sito www.unep.org/resourcepanel/decoupling/fi les/pdf/Decoupling_Report_English.pdf mentre altri materiali, dal comunicato stampa al sommario del rapporto, sono

disponibili

www.unep.org/resourcepanel/Publications/ Decoupling/tabid/56048/Defauls.aspx ). L'International Resource Panel è stato lanciato ufficialmente nel 2007, nell'ambito dell'UNEP stesso, con l'obiettivo di provvedere alla messa a punto scientifica degli obiettivi da perseguire in tutto il mondo per disaccoppiare la crescita economica e l'uso delle risorse dal degrado ambientale. Il Panel è coordinato da due illustri studiosi in materia, quali Ernst Urlich von Weizsacker, fondatore del prestigioso Wuppertal Institute tedesco, autore, fra l'altro, dei famosi rapporti "Factor 4" e "Factor 5" e Ashok Khosla, presidente dell'International Union for Conservation of Nature (IUCN) e del Club di Roma, mentre il rapporto sul decoupling è stato coordinato da Mark Swilling del Sustainability Institute dell'Università di Stellenbosch in Sud Africa e Marina Fischer-Kowalski, nota studiosa dei metabolismi sociali e dell'ecologia industriale e direttrice dell'Institute of Social Ecology dell'Università di Alpen-Adria in Austria. Il rapporto lancia un messaggio molto chiaro: nel 2050 se non vi saranno modifiche all'attuale stato delle cose, l'umanità si troverà ad utilizzare annualmente 140 miliardi di tonnellate di minerali, combustibili fossili e biomasse, cifra che risulta essere quasi tre volte la quantità consumata attualmente. Con l'attuale crescita della popolazione e l'incremento dei consumi in numerosi paesi di nuova industrializzazione la prospettiva di un continuo e sempre maggiore consumo di risorse è molto lontana dall'essere sostenibile. La media globale di consumo di risorse pro capite ha raggiunto nel 2000, intorno alle 10 tonnellate, mentre si calcola che era circa la metà nel 1900….

su

PAGINA 2 – Alternativa news n°33

… Da qui nasce l'importanza del "fare più con meno", incrementando il livello di "produttività" delle risorse, disaccoppiando (decoupling) l'intensità di energia e materie

prime per unità di PIL, ottenendo cioè una riduzione dell'input di materie prime ed energia per la produzione di beni e servizi. Tale obiettivo richiede ovviamente di ripensare i legami tra l'utilizzo delle risorse e la prosperità umana ed economica, avviando un grande investimento nell'innovazione tecnologica, finanziaria e sociale per ridurre e congelare i livelli di consumo pro capite nei paesi industrializzati

e mirare a percorsi sostenibili nei paesi in

via di sviluppo. Oggi, riferisce il rapporto, il decoupling ha

luogo ma ad un ritmo insufficiente per venire realmente incontro alle necessità di una società sostenibile ed equa. Tra il 1980 ed il 2002 per 1.000 dollari di output economico vi è stato una abbassamento della richiesta di materie prime da 2.1 tonnellate a 1.6 tonnellate, ma è un ritmo non sufficiente e, globalmente, il consumo

di risorse, sotto la spinta della crescita della

popolazione e dei consumi individuali, aumenta. Gli attuali trend relativi alla crescita dell'urbanizzazione potrebbero aiutare in questa direzione in quanto le strutture urbane possono favorire, se ben gestite e governate, economie di scala e significative efficienze nell'approvvigionamento dei servizi. Le aree densamente popolate potrebbero consumare meno risorse pro capite rispetto alle aree scarsamente popolate e rurali, grazie a politiche mirate

sulla disponibilità di acqua, l'uso dell'energia

e dei trasporti, il trattamento dei rifiuti ed il riciclaggio e il modo stesso di strutturare le abitazioni. Come ricorda l'economista britannico Tim Jackson, autore del bellissimo "Prosperità senza crescita" (Edizioni Ambiente) di cui abbiamo parlato numerose volte nelle pagine di questa rubrica, il decoupling è visto da molti economisti e altri analisti come la soluzione centrale per risolvere i gravi problemi attuali presenti tra i nostri metabolismi sociali e quelli naturali. Ma, sino ad ora, il decoupling non ha dato i risultati necessari, come peraltro confermano gli stessi autori del rapporto UNEP e Jackson ricorda che per riuscirci nell'immediato futuro e, per rispettare i limiti ecologici sempre più chiari e palesi, sarebbe necessario un decoupling su scala così vasta che è francamente difficile da immaginare. Ma, in ogni caso, è fondamentale non lasciare nulla di intentato.

In maniera molto corretta e rifacendosi alla

letteratura già esistente in merito, Jackson,

nel capitolo del suo libro intitolato proprio

"Il mito del decoupling", ricorda che è…

… fondamentale distinguere tra decoupling

relativo e decoupling assoluto. Il primo si riferisce alla riduzione dell'intensità ecologica per unità di output economico, in

altre parole, come abbiamo già visto sopra,

si riduce l'impatto sulle risorse rispetto al

PIL, ma non necessariamente il suo valore assoluto (infatti l'impatto sulle risorse può anche aumentare, ma a un tasso inferiore del PIL). Il secondo, invece, mira a ridurre l'utilizzo delle risorse (o le emissioni prodotte) per unità di output economico allo stesso livello,

cioè l'efficienza dell'uso delle risorse deve aumentare almeno quanto l'output. Jackson ricorda che esiste una regola molto comoda per calcolare il punto in cui il decoupling relativo porta a quello assoluto: in una popolazione in espansione, con redditi medi

in aumento, il decoupling assoluto si ha

quando il tasso di decoupling relativo è maggiore della somma dei tassi di crescita della popolazione e del reddito. Quindi Jackson ritiene che le prove sul ruolo del decoupling come scappatoia dal dilemma della crescita, non si rivelano convincenti ed il "mito" sta appunto nel credere che il decopuling, da solo, ci

permetta di raggiungere i nostri obiettivi di sostenibilità. E' evidente che tali riflessioni non significano che il decoupling sia inutile, anzi esso è in ogni caso fondamentale, con o senza crescita ma è bene conoscerne anche i limiti. Il rapporto dell'International Resource Panel descrive tre scenari per giungere ad una "convergenza" tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, rispetto all'utilizzo delle risorse. Nel primo si prevede un andamento BAU (Business As Usual, cioè fare come se niente fosse) nei paesi industrializzati con una progressiva convergenza degli altri. Nel 2050 si avrebbe un consumo annuo di risorse (dai combustibili fossili alle biomasse) di 140 miliardi di tonnellate, circa 16 tonnellate a testa per una popolazione di 9 miliardi. Il rapporto definisce questo uno scenario assolutamente insostenibile per quanto riguarda sia l'utilizzo delle risorse quanto la gestione delle emissioni. Lo scenario 2 prevede una moderata contrazione del consumo delle risorse nei paesi sviluppati ed una progressiva convergenza su questi livelli da parte degli altri paesi. Il risultato che ne emergerebbe al 2050 è un consumo totale di 70 miliardi di tonnellate, circa il 40% in più del 2000. Il consumo pro capite medio di risorse sarebbe di 8 tonnellate. Le emissioni medie

di anidride carbonica risulterebbero di 1.6

tonnellate pro capite, mentre le emissioni globali raddoppierebbero rispetto alla situazione attuale. Lo scenario 3 prevede una decisa contrazione del consumo di risorse nei paesi industrializzati e una convergenza degli altri…

… Ciò produrrebbe un risultato di circa 50 miliardi di tonnellate annue, gli stessi del 2000, con un consumo globale pro capite di 6 tonnellate annue. Anche le emissioni di anidride carbonica resterebbero a livelli "accettabili" di 0.75 tonnellate pro capite. Si tratta dello scenario al quale tutti i paesi dovrebbero indirizzare le loro politiche. Il messaggio centrale del rapporto è mirato quindi ad avviare una vera rivoluzione del decoupling in tutto il mondo, sottolineando la straordinaria importanza di attivare tutte le capacità innovative per vincere questa sfida alla quale è legata la nostra stessa sopravvivenza. Il trend attuale di consumo delle risorse non è sostenibile.

Indignados d'Italia - di Giulietto

Chiesa «La Voce delle Voci», giugno 2011.

Scrivo con l’animo di chi ha subito uno scippo. Mi hanno rubato non il portafogli ma la mia democrazia. Dico mia per distinguerla da quel budino informe e maleodorante che è diventata in Italia. Se è, etimologicamente, potere del popolo, non c’è il minimo dubbio che questo potere non lo ha il popolo. Comunque me l’hanno rubato. Neanche con destrezza; direi spudoratamente. Negli ultimi tempi sono diventati più prepotenti. Si sentono impuniti. Pensa che prima facevano finta di niente e ti spacciavano per vere delle cose verosimili. Adesso, fatto l’esperimento che la gente ci casca dentro, stanno tentando quello che prima poteva sembrare impensabile: pretendono che tu creda anche l’inverosimile. Guarda un po’ con questa storia di Osama bin Laden. Dicono che l’hanno ammazzato. E nascondono il cadavere. Anzi proprio lo fanno sparire. Mangiato dai pesci dell’Oceano Indiano. Ti raccontano quella dell’uva (anzi ti raccontano una decina di storie dell’uva, una diversa dall’altra, una che contraddice l’altra) e poi pretendono che tu ci creda, anche contro l’evidenza. Anzi, pretendono che tu creda a tutte contemporaneamente. E, se provi a dire che non ci stai, o anche solo a dichiarare timidamente che ne scegli una sola, a caso, tirandola fuori dal mazzo di carte, eccoli gridare in coro che tu sei un “complottista”. Manco l’avessi ammazzato tu. Dio li abbia in gloria. Il fatto è che mi hanno rubato la democrazia. O ci stanno provando. Forse non ci riescono, ma se non ci riescono non è perché sono meno ladri: è solo perché gli abbiamo dato una legnata sulle dita. Volevo dirgli che sono contro il nucleare. Per sempre, per i secoli dei secoli. Volevo impedirgli di fare altri scempi. Volevo usare la democrazia per impedire ai malfattori di prendere decisioni sulla mia testa. Potevo farlo, con il referendum. Ma stanno cercando affannosamente di scipparci il referendum. Capito i furbi? I referendum sono quattro, ma quello che faceva paura, subito, a tutti, era (speriamo che ancora lo sia quando leggerai queste righe) quello sul nucleare. Avevano già messo il voto il 12 e 13 giugno, sotto il solleone, quando la gente vorrebbe andare al mare. Così, speravano, non si sarebbe raggiunto il quorum e addio ai quattro referendum. Speravano. Allora i ladri della democrazia…

… hanno escogitato il trucco numero due.

Cancelliamo noi la nostra legge. Il presidente della Repubblica firmerà, la Corte di Cassazione prenderà atto, il sì contro il nucleare sparirà dal voto e la gente se ne andrà al mare. Poi - e l’hanno perfino detto, papale papale - quando il polverone si sarà diradato, noi riproponiamo la legge e costringiamo il

popolo a ricominciare da capo. Mai sentita

la leggenda di Sisifo?

Intanto togliamo di mezzo il pericolo capace di “trainare” della gente al voto.

Così otterremo anche il resto: liquidando i due referendum contro la privatizzazione dell’acqua e - dulcis in fundo - anche quello sul “legittimo impedimento”. Hai capito dove siamo ridotti? Un intero popolo deve andare a votare per togliere

di mezzo una legge che serve solo a tenere

fuori dalla galera il capo del governo. Quando si dice che siamo stati espropriati, non si esagera. E le regole del gioco le tiene in mano il croupier. Tu puoi anche puntare su un numero, ma se lui è di cattivo umore, se non gli piace la tua puntata, non getta la pallina nella roulette. Che fai? Non saprai neppure se avresti potuto vincere. Pensavo agli antichi greci e a quello che ci hanno insegnato a scuola: che gli eletti del popolo dovevano essere i migliori, i primi inter pares, dediti alla collettività. Succedeva, spesso, anche allora, che la maggioranza fosse abbastanza stupida comunque da eleggersi un dittatore che le avrebbe poi rotto le ossa. Ma allora non c’era la droga televisiva, che - congiuntamente alla corruzione delle opposizioni - faceva sempre vincere i lanzichenecchi. Allora che facciamo? Prima che ci rubino anche le mutande - leggi: prima che comincino al ritmo di una manovra da 40 miliardi di euro all’anno - iniziamo a rivoltarci. Per carità, pacificamente, come hanno cominciato a fare gli spagnoli. Rompiamogli la roulette e prendiamo a calci il croupier. Siamo sovrani oppure no?

Tremonti sul Partenone - di Beppe

Grillo

Per conoscere il nostro futuro è sufficiente osservare ciò che avviene all'ombra del Partenone, in piazza Syntagma, dove da giorni

si fronteggiano la polizia e i cittadini greci. Il primo ministro greco Papandreou ribadirà la prossima settimana il suo piano di "riforme" per ottenere un nuovo prestito internazionale. Le riforme in questione sono le solite di fronte al fallimento. Vendita all'incanto dei beni nazionali per 50 miliardi di euro entro il 2013 (le cosiddette "privatizzazioni"), il taglio dei servizi pubblici, o "ristrutturazione", con la riduzione del 20% dei dipendenti statali, circa 150.000, nei prossimi quattro anni oltre all'aumento delle tasse dirette e indirette. Il costo delle vita salirà e sempre meno persone se lo potranno permettere. E' probabile che Papandreou, che per salvarsi propone un governo di "unità nazionale" (vi ricorda qualcosa?) si debba presto dimettere. Si andrebbe allora a nuove elezioni con una probabile vittoria della destra come è avvenuto in Portogallo e come, con tutta probabilità,

Spagna.

Le multinazionali stanno riducendo da tempo la loro presenza in Grecia e alcune l'hanno già abbandonata. Per ridurre il rischio e si fanno pagare in contanti dallo Stato, come avviene nel settore farmaceutico. In un anno e mezzo, da quando è stata dichiarata la crisi, le banche greche hanno perso il 17% dei loro depositi, circa 40 miliardi di euro, a causa dei trasferimenti effettuati dalle società internazionali. Il default greco creerà un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili anche nel sistema bancario europeo. Le banche più esposte al fallimento greco sono quelle francesi con 53 miliardi di euro concentrati in Crédit Agricole, Sociétè Générale e BNP Paribas, ma non sono le sole, seguono Germania con 34 miliardi, UK con 13,1 e Portogallo (il prossimo della lista del default) con 10,2. In Italia il debito si sta avviando ai 2.000 miliardi nel 2012, il tasso di rischio dei nostri titoli sta aumentando e ha superato i 200 punti rispetto ai bund tedeschi. In sostanza Tremorti deve pagare più interessi per vendere il nostro debito, le nostre cambiali e sta raschiando il barile dei contribuenti, privati e imprese, attraverso Equitalia. Il default greco potrebbe essere la nuova Lehman con al posto delle banche, gli Stati insieme alla banche. Nessuno vuole aprire il nuovo vaso di Pandora, ma forse si è già aperto e nessuno ci ha detto nulla.

avverrà

anche

in

PAGINA 3 – Alternativa news n°33

La doppiezza di Obama

Di Pino Cabras - megachip

Va bene che la giustizia e la coerenza non sono cosa di questo mondo, tanto meno in politica. Però i due pesi e le due misure che usa Obama nelle crisi internazionali sono talmente squilibrati da rivelare una doppiezza che lo squalifica sempre di più. Ad esempio su Siria e Bahrain. Nei confronti della Siria di Assad, un giorno sì e l'altro pure il presidente USA chiede sanzioni in nome dei diritti umani violati, con lo stesso schema - e le stesse falsità - che hanno portato alla guerra di Libia. Nei confronti del Bahrain di Al-Khalifa, che ha schiacciato le opposizioni con l'aiuto dell'esercito saudita e con massacri e torture, invece, Obama ha disteso i tappeti rossi. Non davanti a tutti, però. Il Principe del Bahrain Salman al-Khalifa infatti è stato ricevuto da Obama lo scorso 7 giugno alla Casa Bianca, senza conferenza stampa, né imbarazzanti foto ricordo, lasciate alla Clinton, ma con una dichiarazione di encomio per la volontà del regnante di perseguire il dialogo interno, senza menzione per le violenze. Bel dialogo davvero, con le corti marziali a pieno regime, le sparizioni di oppositori in stile argentino, e la Quinta flotta statunitense placidamente ospite dell'isola-stato araba. Il giorno che le truppe saudite hanno prestato il loro fraterno aiuto alla satrapia in difficoltà, il segretario USA della Difesa era lì a coordinare le operazioni. Rosy Bindi, forse presa dai suoi fervori per la “guerra umanitaria” in Libia, non se n’è accorta, chissà dov’era. Se n’è accorto invece quello stagionato serial killer di democrazie che risponde al nome di Henry Kissinger. L’ex segretario di Stato, mentre parlava a una selezionata platea di berlinesi, ha dichiarato, papale papale, che un cambiamento democratico in Bahrein non gioverebbe agli interessi americani. Ha pure concesso, bontà sua, che lo sconvolgimento in Bahrain e negli altri paesi arabi del Golfo Persico poneva un problema «strategico e al tempo stesso morale» per l'America. Sempre lucido questo angelo della morte, sempre bravo a individuare razionalmente i dilemmi. Scommettete cosa sceglierà, l’inventore del Piano Condor, il pianificatore delle decine di migliaia di desaparecidos? Come? Non puntate un centesimo su una scelta «morale»? Bravi anche voi. Avete imparato la lezione della Storia. Meno bravi i giornali che hanno nascosto anche queste dichiarazioni, e che continuano a ripetere il mantra delle guerre umanitarie. Sono allenati, ormai. Dimenticano l’Arabia Saudita e il Bahrein e passano con disinvoltura dalla Libia alla Siria, in sequenza. La giustizia e la coerenza non sono cosa di questo mondo, e va bene. Ma per favore risparmiateci le lodi a Obama, questo sepolcro imbiancato che si fa campione dei diritti umanitari.

PAGINA 4 – Alternativa news n°33

Libia: e se fosse tutto falso?

Di:

Marinella

Correggia (famiglia

cristiana)

La madre di tutte le bugie.

La guerra della Nato in Libia (operazione

“Protettore unificato”), alla quale l’Italia sta partecipando, è presentata all’opinione pubblica internazionale come un intervento umanitario “a tutela del popolo libico massacrato da Gheddafi”. In realtà

la Nato e il Qatar sono schierati, per

ragioni geostrategiche, a sostegno di una

delle due parti armate nel conflitto, i

ribelli di Bengasi (dall’altra parte sta il Governo). E questa guerra, come ha ricordato Lucio Caracciolo sulla rivista di geopolitica Limes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione”, intrisa com’è

di bugie e omissioni.

Le sta studiando la Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, con la partecipazione di attivisti da vari Paesi.

La

madre di tutte le bugie: “10 mila morti

e

55 mila feriti”. Il pretesto per un

intervento dalle vere ragioni geostrategiche(http://globalresearch.ca/in dex.ph p?context=va&aid=23983) è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23

febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la tivù satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”, con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi

e fosse comuni. La fonte è Sayed Al

Shanuka, che parla da Parigi come membro libico della Corte penale

internazionale –

(http://www.ansamed.info/en/libia/news/

ME.XEF93179.html).

La “notizia” fa il giro del mondo e offre la

principale giustificazione all’intervento

del Consiglio di Sicurezza e poi della Nato:

per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita da parte della stessa Corte Penale internazionale: “Il signor Sayed Al Shanuka – o El Hadi Shallouf – non è in alcun modo membro o consulente della Corte”(http://www.icc-

cpi.int/NR/exeres/8974AA77-8CFD-4148-

8FFC-FF3742BB6ECB.htm).

Cpi

Ci

sono foto o video di questo massacro

di

migliaia di persone in febbraio, a

Tripoli e nell’Est? No. I bombardamenti

dell’aviazione libica su tre quartieri di Tripoli? Nessun testimone. Nessun segno

di distruzione: i satelliti militari russi che

hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla

(http://rt.com/news/airstrikes-libya-

russian-military/). E la “fossa comune” in riva al mare? E’ il cimitero (con fosse individuali!) di Sidi Hamed, dove lo…

… scorso agosto si è svolta una normale

opera di spostamento dei resti.

E le stragi ordinate da Gheddafi nell’Est

della Libia subito in febbraio? Niente: ma possibile che sul posto nessuno avesse un telefonino per fotografare e filmare? L’esperto camerunese di geopolitica Jean- Paul Pougala (docente a Ginevra) fa anche notare che per ricoverare i 55 mila feriti non sarebbero bastati gli ospedali di tutta l’Africa, dove solo un decimo dei posti letto è riservato alle emergenze (http://mondialisation.ca/index.php?conte

xt=va&aid=24960).

Mercenari, miliziani e cecchini. L’opera di demonizzazione del nemico, già suggerita con successo dall’agenzia Wirthlin Group agli Usa per la guerra contro l’Iraq, è riuscita ottimamente nel caso della Libia. “Gheddafi usa mercenari neri”. I soldati libici sono sempre definiti “mercenari”, “miliziani”, “cecchini”. In particolare i media sottolineano la presenza, fra i combattenti pro- governativi, di cittadini non libici del Continente Nero; i ribelli a riprova ne fotografano svariati cadaveri. Ma

moltissimi libici delle tribù del Sud sono di pelle nera. “I mercenari, i miliziani e i cecchini di Gheddafi violentano con il Viagra”. Il governo libico imbottirebbe di viagra i soldati dando loro via libera a stupri di massa, è stata l’accusa della rappresentante Usa all’Onu Susan Rice. Ma Fred Abrahams, dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, afferma che ci sono alcuni casi credibili di aggressioni sessuali (del resto il Governo libico e alcuni migranti muovono le stesse accuse ai ribelli) ma non vi è la prova che

si tratti di un ordine sistematico da parte

del regime. Ugualmente fondata solo su contradditorie testimonianze (e riportata

solo da un giornale scandalistico inglese

(http://www.dailymail.co.uk/news/article-

1380364/Libya-Gaddafis-troops-rape-

children-young-eight.html) l’accusa di

sterminio di intere famiglie e di violenze su bambini di otto anni. “Gheddafi ha usato le bombe a grappolo

a Misurata”. Sottomunizioni dei micidiali

ordigni Mat-129 sono stati trovati nella città da organizzazioni non governative e

dal New York Times. Tuttavia,secondo una

ricerca di Human Rights Investigation (Hri)

siti

riportata

(http://www.uruknet.de/?l=e&p=-

6&hd=0&size=1) potrebbero essere stati sparati dalle navi della Nato. “Strage di civili a Misurata”. Negli scontri fra lealisti e ribelli armati sono certo morti decine o centinaia di civili, presi in mezzo. Ma ognuna delle due parti rivolge all’altra accuse di stragi e atrocità. Oltre 750 mila sfollati Decine di migliaia di vittime civili…

da

vari

effetti collaterali dei “missilamenti” Nato. Oltre alle centinaia di morti civili nei bombardamenti aerei iniziati in marzo (oltre 700, secondo il Governo libico), e a centinaia di feriti tuttora ricoverati negli ospedali, la guerra ha provocato oltre 750 mila fra sfollati e rifugiati: dati forniti da Valerie Amos dell’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite, ma risalente al 13 maggio. Si tratta di cittadini libici trasferitisi in altre parti del Paese e soprattutto di moltissimi migranti rimasti senza lavoro e timorosi di violenze (solo nel poverissimo Niger sono tornati oltre 66 mila cittadini: (http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24959).Oltre 1.500 migranti sarebbero già morti nel mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Atrocità commesse ai danni di neri e migranti. Secondo le denunce di Governi africani, di migranti neri in Libia, e le testimonianze raccolte da organizzazioni umanitarie come la Fédération internationale des droits de l’homme – Fidh (www.lexpress.fr/actualite/monde/libye-des- exactions-anti-noirs-dans-les-zones-rebelles_994554.html), nell’Est libico – controllato dai ribelli - innocenti lavoratori migranti sono stati accusatidi essere “mercenari di Gheddafi”e linciati, torturati, uccisi o comunque fatti oggetto di atti di razzismo e furti. I ribelli, come proverebbero diversi video, hanno giustiziato e seviziato soldati libici in particolare neri (http://fortresseurope.blogspot.com/search/label/Rivoluzionari%20e%20razzisti%3F%20I%20video). La comunità internazionale ha finora ignorato queste denunce. Fatte cadere tutte le proposte negoziali. Fin dall’inizio della guerra civile libica, sono state avanzate diverse proposte negoziali, prima da Governi latinoamericani e poi dall’Unione Africana (Ua), che prevedevano il cessate il fuoco ed elezioni a breve termine. Sono state tutte ignorate dalla Nato e dai ribelli.

Criticare il sapere accademico e rompere l'illusione del talento

di Nicola Villa.

Una convinzione consolante, comune e condivisa tra gli intellettuali, è che siamo alla provincia del potere ma depositari della cultura e dei saperi che incidono sulle trasformazioni del mondo: come la Grecia classica era dominata dall’Impero romano, sebbene influente culturalmente, così noi siamo dominati dalla cultura tardo capitalista nord-americana, ma conserviamo l’orgoglio almeno della non-ignoranza della vecchia Europa, o meglio dell’Italia umanistica e scientifica. Questa metafora, che deriva da un film canadese di qualche anno fa dal titolo eloquente Il declino dell’impero americano, non potrebbe essere più fuorviante: nella realtà infatti siamo alla provincia della periferia dei saperi, lontani dai dibattiti culturali, arretrati in tutti i campi della ricerca, scientifica e umanista. Mentre le nostre università si inorgogliscono, in modo autoreferenziale, sugli alti standard di conoscenze e saperi raggiunti dagli studenti italiani, paesi ben più lungimiranti come Germania e Cina hanno aumentato gli investimenti alla ricerca universitaria all’alba dell’ultima crisi economica-finanziaria, come a garantirsi per la concorrenza spietata del futuro non solo nel campo delle risorse energetiche e dell’innovazione tecnologica. Un caso paradigmatico è la convinzione dell’esportabilità dei nostri studiosi, intellettuali e scienziati, vanto nazionale:

ormai la famosa “fuga dei cervelli” sembra già terminata da un pezzo perché le uscite di sicurezza sono intasate e chi ha trovato un varco in qualche università straniera lo occupa saldamente Se non si criticano i saperi, la lotta è di retroguardia C’è una battuta paradossale sull’università che ha diverse paternità per quanto è suffragata: “all’università ho imparato tutto ciò che non so”. Che sia Ennio Flaiano o Jack London poco importa: non sono pochi coloro che la sottoscriverebbero…

… sentendosi frustrati o delusi dalla loro personale esperienza accademica. Ma non è tanto l’aspetto di non aver imparato abbastanza o aver appreso nulla all’università, perché quello che manca è una dimensione politica e pratica dei saperi accademici. Una volta ho sentito dire da una studentessa delusa e sperduta: “l’università non mi ha fatto scoprire i libri utili e necessari che mi avrebbero aiutato a capire la realtà, a muovermi in questo presente”. Il problema è proprio l’assenza di una dimensione politica in tutti i campi del sapere accademico e, dove non assente, questa è insufficiente o superata. In questi ultimi anni di mobilitazioni studentesche, limitandosi all’Onda del 2008

e alla rivolta dell’autunno del 2010, la critica dei saperi è mancata sia nelle prospettive che negli intenti della protesta. Da un certo punto di vista questa mancanza

è stata dovuta a una vera e propria Realpolitik: gli studenti, anche quelli che criticano il sistema, spesso per difendere l’istituzione pubblica non criticano i suoi difetti. Quando una lotta è di retroguardia – si difende cioè il poco che si ha e che è fortemente a rischio – è pacifico che questa diventi un minimo reazionaria, che si adatti al momento e al nemico politico: quando un potere assume aspetti anarchici bisogna irrigidirsi, quando al potere ci sono i pregiudicati bisogna per forza di cose essere un po’ giustizialisti, per esempio. Ma in questi anni, due opinionisti come Francesco Ciafaloni e Carlo Donolo sul mensile “Lo straniero” sono stati piuttosto inascoltati quando avvertivano i movimenti sulla necessità di legare la difesa dell’istruzione pubblica a una critica dei saperi anche in ottica del discorso sul lavoro (poi le riflessioni di Donolo sono confluite nel recente Italia sperduta pubblicato da Donzelli).

A dire il vero una minoranza di studenti ha

proposto nelle assemblee l’ipotesi di gestire corsi di autoformazione, di creare piccole redazioni intermittenti di confronto politico- culturali, ma queste esperienze minoritarie

… si sono rivelate poco efficaci e velleitarie. Da un punto di vista mediatico le proteste sono state etichettate come quelle “dei bravi ragazzi”, cioè dei bravi studiosi che non vogliono perdere i corsi, le ore di studio, che non vogliono essere costretti a trovarsi un lavoro in nero o part-time per pagarsi l’aumento delle tasse, consapevoli che il futuro lavorativo passi per l’investimento nella formazione individuale

e collettiva, ma forse sarebbe stato molto

più radicale e di rottura se la rabbia per l’attacco all’università fosse passata per la prospettiva di totale riforma e rifondazione. Bisogna difendere con le unghie e con i denti l’università, ma quando una laurea vale zero, quando nessuno legge più i cv, quando ormai la fase transitoria della precarietà è finita per una prospettiva di non lavoro, quando cioè l’università è stata per anni consapevolmente complice con la congiura sociale contro il lavoro e l’autonomia giovanile, che senso ha difenderla più a lungo? Rompere l’incantesimo del talento (e dei “consumi culturali”) Più in generale un altro aspetto che vede i giovani deficitari sul piano della contestazione sociale è la critica della cultura. Siamo forse il primo paese europeo che negli ultimi dieci anni ha intensificato, raddoppiato e triplicato i consumi culturali collettivi, non intesi come libri, cd o dvd ma come biglietti e partecipazioni: si pensi alla fioritura di festival culturali (musica, teatro, letteratura, danza) che hanno occupato quasi totalmente le 52 settimane annuali, oppure alla eventizzazione di ogni aspetto pubblico. Un popolo ormai mutato e televisivo riesce a trovare una piazza pubblica e comune solo quando questa viene spettacolarizzata, nella celebrazione dell’arte, della cultura e della creatività in un clima festivo permanente. La cosa più impressionante è che i giovani partecipano a questa festa culturale illusi che ne venga valorizzato il talento. La grande invenzione del nostro tempo,…

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… conseguente alla scomparsa del lavoro, è proprio il talento, l’illusione che ognuno possa raggiungere, attraverso la propria creatività, fama

e denaro.

Eppure una critica della cultura deve passare anche per quella dei consumi culturali: è abbastanza preoccupante che i maggiori lettori di

articoli reazionari di Travaglio siano giovani, che i maggiori e più indignati spettatori di Santoro siano il “pubblico dei laureati”, che i best- seller e la musica più ascoltata siano confezionati per incontrare i gusti giovanili.

È l’illusione della diversità culturale a permeare tutti questi consumi per generazioni di accettanti e dormienti.

Comunicazione

dominio e del potere - di Massimo Ragnedda.

La principale battaglia nella nostra società è quella per la conquista delle menti. Da sempre la comunicazione e l’informazione sono armi del dominio e del potere (ma anche del contropotere), ma mai come ora la capacità di costruire consenso è fondamentale per imporre le regole che governano le istituzioni della società. Il potere, dunque, si esplica, anche e soprattutto, attraverso la capacità di plasmare le menti (Castells, 2009). Infatti il modo in cui noi pensiamo influisce e determina le leggi, i principi e i valori su cui le società si fondano; il modo in cui noi pensiamo determina come agiamo, sia singolarmente che collettivamente. La vera sfida dell’èlite al governo - che non necessariamente coincide con i politici al governo, quelli democraticamente eletti, anzi spesso trae vantaggio dallo stare nell’ombra - sta nel riuscire ad imporre, grazie alla comunicazione, il pensiero unico, ovvero, per usare le parole di Ignacio Ramonet "la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universalisti, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale" (Le Monde diplomatique, "La pensée unique" gennaio 1995). Questa tecnologia del consenso sociale, abilmente costruito con la ridondanza e la trasversalità dei messaggi, è affidata di volta in volta ai tanti opinion leaders, all’industria culturale e ai mass media, alle riflessioni dei tanti autorevoli esperti che presentano un'unica visione delle cose, quella politically correct, che non urta, quella che non turba. I concetti chiave del pensiero unico si basano essenzialmente sugli aspetti economici e sul ruolo dell’economia come guida della nostra società. Il pensiero unico esalta l’onnipotenza del mercato e ce la fa accettare come inevitabile. Questo processo egemonico si articola mentre si forma e crea le proprie istituzioni man mano che si “sviluppa”, dal G8 alla Banca mondiale, dai miti hollywoodiani ai “loghi” intesi come universi simbolici. Il mercato fa il suo corso sino a determinare lo sviluppo di un Paese. Gli accordi commerciali vengono considerati la base del processo di democratizzazione di un Paese. Siamo dinanzi ad un processo che colpisce e svuota i soggetti politici classici e le loro istituzioni e che priva gli organismi nazionali (liberamente eletti) del proprio potere decisionale. Uno Stato che accetta le direttive imposte dai grandi organismi internazionali – WTO, Banca Mondiale, FMI, le agenzie di rating eccetera – che non pone ostacoli al “normale corso del mercato”, che ne recepisce le leggi, viene aiutato e sorretto (non solo economicamente) dall’estero. Chi si oppone è oggetto di ritorsioni politiche, economiche e spesso anche militari (in quest’ottica devono essere intese alcune delle recenti guerre umanitarie o alcuni tentativi di rivoluzioni “pilotate”). Concetti come “mercato del lavoro più flessibile”, “riforme delle pensioni”, “moneta forte”, “crescita del PIL”, “aumento dei consumi” e così via, sono entrati nel nostro lessico quotidiano, come elementi imperanti e imprescindibili di qualsiasi azione di governo. E questo, grazie al lavoro sotterraneo e lento dell’industria culturale e della pubblicità, dei film e dell’informazione: in una parola grazie alla comunicazione. Il mercato, con le sue leggi e il suo corso, è riuscito a farsi accettare e desiderare; e lo ha fatto presentandosi con il volto suadente del progresso. Il “libero mercato”, nell’ottica neoliberista, che dovrebbe estendere i diritti e la democrazia, in realtà, rende…

del

e

informazione:

armi

PAGINA 6 – Alternativa news n°33

… schiavo il sistema democratico stesso. Infatti, tutti devono recepire le leggi imposte dal mercato, indistintamente dal colore o fazione politica. Chiunque si veda investito del potere popolare di governare, deve necessariamente mettere mano al mercato del lavoro per renderlo più flessibile ed adattarlo al mercato che cambia. È il “mercato che lo impone”: non accettare questo diktat significa porsi volontariamente fuori dal circuito internazionale che conta. Allora ecco che la politica diviene “schiava” dell’economia e chi liberamente eletto deve sottostare alle leggi ferree imposte da chi, non democraticamente, siede nei posti di potere. Maggiore flessibilità significa anche e soprattutto minori diritti sindacali per i lavoratori, minore tutela e sicurezza del posto di lavoro. Lavoro flessibile significa anche e soprattutto «una ferita dell’esistenza, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di diritti» (Gallino, 2002). Affermando questo si rischia di essere considerato “anacronistico”, fuori dai tempi, fuori moda: e questo, oggi, è un peccato mortale. La nuova egemonia – che grazie ai media viene “accettata” come naturale dall’opinione pubblica e sembra esistere in virtù di un potere indiscutibile - è ora una forza transnazionale, che travalica i confini dello Stato e si perde nella sua internazionalità. Le scelte che influenzano realmente la nostra quotidianità, vengono prese in sedi e da soggetti di cui spesso si ignora anche l’esistenza. Mentre da una parte si decantano le lodi di un sistema di democrazia rappresentativa, dove i cittadini sono chiamati a votare ed eleggere così i propri rappresentanti, dall’altra non si parla dei meccanismi di autoperpetuazione degli interessi privati. Non si da risalto alle regole di nomina dei governatori delle Banche centrali, dei dirigenti del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale o si tace, cosa tanto sconosciuta quanto preoccupante, sull’esistenza di società private che certificano anche i bilanci pubblici, le cui valutazioni determinano, in misura tutt’altro che secondaria, il grado di affidabilità di un Paese. Sono queste istituzioni e questi personaggi, in parte oscuri, che determinano l’andamento dell’economia reale e influenzano in maniera diretta le scelte economiche e politiche dei governi democraticamente eletti. Sono queste istituzioni e persone (quella ristretta èlite al potere) che decidono se un Paese deve fallire o meno, quanti milioni di disoccupati ci devono essere, quali servizi devono essere privatizzati e così via. Non si può affidare al solo momento elettorale la protezione efficace dei cittadini dagli abusi di potere, poiché il voto, da solo, non basta per garantire i cittadini dall’uso arbitrario del potere. La difesa dei diritti passa anche attraverso la libera informazione: per questo potere e contropotere si scontrano anche nel mondo mediatico.

sta

dicendo la verità - di Gianfranco

Bologna - greenreport.it.

Recentemente sul sito del prestigioso Worldwatch Institute, nella sua parte specifica dedicata ai "Vital Signs. Global Trends that Shape Our Future" (ricordo che il Worldwatch, oltre al famoso rapporto annuale "State of the World", pubblica

anche il rapporto annuale sui "Vital Signs" I trend globali che modellano il nostro futuro, vedasi http://vitalsigns.worldwatch.org) è apparsa la notizia che le persone in sovrappeso nel mondo hanno raggiunto, nel 2010, la cifra di un miliardo e 934 milioni (mentre nel 2002 erano un miliardo

e 454 milioni). Circa il 23% del dato del 2002

era attribuibile a individui di età intorno ai 15 anni o poco più mentre questo dato, nel 2010, ha raggiunto la percentuale del 38%. L'incremento per gli adulti in questi ultimi otto anni è stato invece dell'11%. Si tratta di un ulteriore dato sconcertante di

questo mondo francamente sempre più indescrivibile con il buon senso. Sappiamo contestualmente, dai dati Fao nei rapporti sullo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo, che il numero di denutriti sulla Terra si aggira, da qualche anno, intorno al miliardo di persone, e potrebbe risultare nuovamente in incremento nel 2010 a causa soprattutto degli effetti provocati degli

sbalzi dei prezzi delle commodities alimentari di base sui mercati internazionali.

I decisori politici ed economici continuano

imperterriti a ragionare con una vecchia visione di semplice relazioni causa-effetto e quindi con la solita litania del tipo "siccome si incrementa la domanda di beni di consumo, perché vi è incremento di popolazione e di consumi, ergo bisogna incrementare l'offerta". Ancora nel World Food Summit 2009 la Fao dichiarava la necessità di incrementare la produzione alimentare mondiale per fare fronte alle esigenze di una popolazione in crescita, alle esigenze dei denutriti del pianeta ed alla crescita dei consumi. Fortunatamente quest'anno la Fao stessa ha commissionato un ottimo studio sulla perdita di cibo nelle filiere alimentari mondiali e sul cibo letteralmente "buttato via" da noi abitanti dei paesi ricchi e ne è uscito fuori un dato

Il

mercato

non

ci

terribile. Ogni anno nel mondo si perdono un miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo; ogni anno i consumatori dei paesi ricchi buttano via una quantità di cibo, stimato in 222 milioni di tonnellate comparabile all'intera produzione alimentare dell'Africa sub-sahariana, calcolata in 230 milioni di tonnellate (il documento "Global Food Losses and Food Waste" è rintracciabile sul sito della FAO, www.fao.org ). Come ci hanno indicato gli studi di Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria dell'Università di Bologna inventore…

… del Last Minute Market, e del suo gruppo

(vedasi il sito www.lastminutemarket.it) in Italia si buttano via oltre 20 milioni di tonnellate di cibo l'anno. Il perverso meccanismo della crescita economica materiale e quantitativa è realmente giunto al capolinea. Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, creatore degli Stati of the World e dei Vital Signs, fondatore e presidente dell'Earth Policy Institute, uno dei più noti analisti interdisciplinari della sostenibilità, ha scritto nel suo ultimo libro "World on

the Edge" riflessioni molto interessanti in proposito. Sto curando l'edizione italiana di questo volume che uscirà tra qualche mese pubblicato dalle Edizioni Ambiente. Brown scrive: «Nessuna civiltà del passato è sopravvissuta alla costante distruzione dei propri supporti naturali, né potrà sopravvivervi la nostra, ma nonostante ciò gli economisti guardano al futuro in modo diverso. Basandosi su dati esclusivamente economici per misurare il progresso, essi concepiscono la crescita di quasi dieci volte dell'economia mondiale dal 1950 ad oggi e il conseguente miglioramento degli standard

di vita come il risultato più alto della nostra

civiltà moderna. In questo arco di tempo il reddito medio pro capite nel mondo è aumentato di circa 4 volte, portando i nostri standard di vita a livelli prima d'ora inimmaginabili. Un secolo fa la crescita annuale dell'economia mondiale si misurava

in

miliardi di dollari; ora si misura in migliaia

di

miliardi. Agli occhi degli economisti

tradizionali il mondo non ha solamente un illustre passato economico, ma ha anche davanti a sé un futuro promettente». Brown sottolinea come : «Gli economisti tradizionali vedono la recessione economica

globale del 2008-09 e il quasi collasso del sistema finanziario internazionale come un ostacolo lungo il cammino, seppure un ostacolo di dimensioni fuori dal comune, a

cui seguirà un ritorno alla crescita abituale.

Le previsioni per la crescita economica, che siano quelle della Banca Mondiale, della Goldman Sachs o della Deutsche Bank parlano di una crescita dell'economia

globale di circa il 3% annuo; di questo passo

le dimensioni dell'economia del 2010

potrebbero facilmente raddoppiare entro il 2035. Secondo queste previsioni la crescita economica nei decenni a venire sarà più o meno un'estrapolazione della crescita dei decenni recenti. Ma come siamo finiti in questo pasticcio? La nostra economia globale di mercato così come è attualmente gestita si trova in difficoltà. Il mercato sa fare bene molte cose e ripartisce le risorse con un'efficienza che nessun tipo di pianificazione centralizzata potrebbe immaginare, e tantomeno raggiungere. Ma mentre nel corso dell'ultimo secolo l'economia mondiale cresceva di almeno 20 volte, ne è venuto alla luce un difetto: un…

… difetto così importante che porterà alla fine della civiltà così come la conosciamo se non riusciremo a correggerlo in tempo». Qui Lester Brown solleva un problema ben noto a tutti coloro che da anni si occupano delle problematiche della sostenibilità. Il mercato, che determina i prezzi, purtroppo non ci sta dicendo la verità. Sta omettendo i costi indiretti, che in alcuni casi sono attualmente di gran lunga superiori ai costi

diretti. Anche in questo volume come nei suoi recenti "Piani B" (tre dei quattro "Piani

B" sono stati pubblicati sempre da Edizioni

Ambiente) Brown fa l'esempio della benzina. Estrarre il petrolio, raffinarlo per trasformarlo in benzina e consegnarlo alle stazioni di servizio americane può costare

all'incirca 3 dollari al gallone (un gallone equivale a 3,79 litri). I costi indiretti, che includono i cambiamenti climatici, il trattamento delle malattie respiratorie, le perdite degli oleodotti, la presenza militare statunitense in Medio Oriente per assicurare l'accesso al petrolio, portano a un totale di 12 dollari al gallone. Calcoli simili possono essere fatti per il carbone e per tante altre risorse utilizzate indiscriminatamente. Ecco quindi il punto centrale: con i nostri sistemi di contabilità inganniamo noi stessi. Non tenere conto di costi così elevati è una ricetta per arrivare alla bancarotta. I trend ambientali sono i principali indicatori che possono dirci quale sarà il futuro dell'economia e in'ultima analisi della società stessa. L'abbassamento del livello delle falde acquifere di oggi ci avverte dell'aumento dei prezzi del cibo di domani.

La riduzione delle calotte polari è il preludio

al crollo del valore delle proprietà immobiliari lungo le coste. Oltre a ciò, ricorda ancora Brown, gli economisti tradizionali prestano poca attenzione al limite della produzione dei sistemi naturali del pianeta. Il pensiero economico moderno e la politica hanno

creato un sistema economico che è così poco in sintonia con gli ecosistemi dai quali dipende che si sta avvicinando al collasso. Come possiamo dare per scontato che la crescita di un sistema economico che sta distruggendo le foreste della terra, ne sta erodendo il suo suolo, esaurendo le risorse idriche, portando al collasso le risorse ittiche, aumentando la temperatura e fondendo le calotte glaciali possa semplicemente venire proiettata sul futuro

a lungo termine? Qual è il processo

intellettuale che sta alla base di queste estrapolazioni? Lester Brown fa poi una considerazione molto interessante che ha più volte ricordato nei suoi interessanti volumi. A suo parere oggi nell'economia stiamo affrontando una situazione simile a quella dell'astronomia quando Copernico arrivò sulla scena, quando si credeva che il sole…

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ruotasse intorno alla terra. Così come Copernico dovette formulare una nuova visione astronomica del mondo dopo molti decenni di osservazione del cielo e di calcoli matematici, anche noi dobbiamo formulare una nuova visione economica del mondo basata su molti decenni di osservazioni e analisi ambientali. I resoconti archeologici indicano che il collasso di una civiltà non arriva in modo improvviso; gli archeologi che hanno analizzato le civiltà del passato parlano di uno scenario di declino e collasso, in cui il collasso economico e sociale fu quasi sempre preceduto da un periodo di declino ambientale. Abbiamo bisogno veramente di cambiare rotta e prima siamo in grado di farlo meglio è.

“Insegnare?

Professione

per

meno di 4.900. Le stime sono state elaborate tenendo conto, su un organico di 605 mila unità, dei posti vuoti in organico e delle cessazioni dal servizio che si avranno, a legislazione vigente. Sommando i due dati, vanno poi

sottratti gli abilitati ad oggi già iscritti in graduatoria. Ovviamente le stime non sono

egoistico che si relaziona con il

pochi” - di Alessandra Ricciardi -

prossimo (e qui uso non a caso un termine religioso) solo al fine di massimizzare il proprio utile personale.

ItaliaOggi.

IIIIl ministero ha stimato il fabbisogno di nuovi docenti fino al 2015. Nelle università

corsi a rischio. A una prima lettura, sembra tutto ok, anzi. Sapere che la scuola italiana, da qui a 4 anni, ha bisogno di 23 mila nuovi docenti da abilitare alla professione può apparire addirittura consolante, dal punto di

A

questo individuo si rivolge il suadente

richiamo del mercato autoregolantesi, della libertà di consumo, della riduzione ai minimi termini dei vincoli legati alla socialità primaria. Questa, in sintesi, l’ideologia totalizzante

in

grado di dire cosa accadrebbe in caso di

ulteriori strette sugli organici.

A

spulciare i dati emerge per esempio che

della civiltà del denaro, nella quale il principio economico dell’accumulazione quantitativa diviene il motore centrale che condiziona ogni forma di riproduzione sociale e culturale. Ebbene, con la Grande Crisi iniziata nel 2007 è stato chiaro a tutti che questo tentativo di manipolazione universale delle coscienze stava naufragando e che la faccia cruda dei rapporti di forza sarebbe balzata allo sguardo senza il belletto

dell’ipocrisia. Tuttavia basta guardare oggi

vista

delle opportunità formative ma anche

per la Campania alle superiori la classe di concorso A013, Chimica, avrà una disponibilità di 4 posti; A034, ovvero elettronica, in Abruzzo avrà un fabbisogno

occupazionali. Ma quando si leggono i dati

disaggregati per grado di scuola e per classe

di

concorso, la percezione cambia

radicalmente. Perché i 23 mila docenti che

di

zero docenti per il 2012, sempre zero per

le università potranno formare fino al 2015 si traducono tra primaria e secondaria, spalmati tra matematica, lettere, inglese e lingue, storia e filosofia, latino e greco, e poi suddivisi su tre annualità accademiche, in una manciata di posti. Risicate chance lavorative che parlano di

il

2013 e un solo nuovo docente per il

2014/2015. Va meglio per Igiene, A040: a livello nazionale quasi 400 posti, sempre su tre anni ovviamente. Per A036, ovvero Filosofia e pedagogia, ce ne saranno nel triennio 75; 184 per Storia e Filosofia. Difficile immaginare che le università possano realizzare corsi per un solo potenziale aspirante o comunque poche decine. Ecco perché il ministero sta studiando integrazioni legislative per accorpare presso un solo ateneo regionale o anche nazionale i corsi di laurea più poveri. Se la strategia, avviata dal precedente governo di centrosinistra, è quella di non formare più docenti di quelli che presumibilmente potrà assorbire il sistema, per un po’ di anni bisognerà inevitabilmente mettere il lucchetto ad alcune classi di concorso. Ed evitare che, come invece avvenuto per le Siss, le maglie per l’accesso vengano via via allargate.

alla

tragedia che si sta consumando in

una

professione in declino, in cui c’è poco

Grecia, per rilevare con sgomento l’assoluta mancanza di solidarietà da parte delle altre popolazioni europee. Ognuno resta chiuso nel suo spazio privato e non riesce a vedere oltre il proprio naso. Così, che una nazione sia costretta a

spazio per nuovi docenti. In alcuni casi, come per esempio la classe 050 alle

superiori, ovvero Lettere, vi sarebbero in tutta Italia solo 75 posti disponibili da occupare.

Del

resto, ci sono già circa 230 mila

privatizzare tutti i suoi beni strategici e

insegnanti abilitati, quelli delle graduatorie

che

la vita di milioni di persone valga

permanenti, che vanno immessi in ruolo.

meno del debito contratto con un sistema

Una

situazione choc che, se confermata,

finanziario antidemocratico e criminale,

renderebbe l’organizzazione di alcuni nuovi corsi un affare in perdita per le università. Già, perché i nuovi percorsi abilitanti previsti dalla riforma Gelmini (laurea magistrale e tirocinio attivo) sono blindati:

non

sembra mobilitare reazioni di alcun

genere negli paesi “evoluti” dell’Unione Europea. Questo silenzio mette bene in luce

l’assenza di un’alternativa politica e simbolica al Sistema. Parlare di simboli non deve qui stupire,

perché oggi sappiamo che una trasformazione politica autentica non

potrà realizzarsi senza un’altrettanto profonda rivoluzione culturale.

Abbiamo bisogno, quindi, di programmi e

per evitare il formarsi di nuovo precariato, gli atenei formeranno solo in base ai flussi programmati a livello regionale. Le prime stime sul fabbisogno di nuovi docenti fatte dal ministero dell’istruzione, università e ricerca sono state trasmesse in questi giorni ai direttori scolastici regionali. Obiettivo: prendere contatto con le varie università del territorio perché queste abbiano l’ordine di grandezza dei corsi di laurea a decorrere dal 2012. ItaliaOggi ha avuto modo di leggere le stime. Complessivamente, ci sono 23.200 disponibilità per la formazione: 4.550 per il 2012/2013; poco più di 7.400 per il 2013/2014 che salgono a 11.200 per il 2014.2015. L’ordine di scuola più affamato sarà la scuola media con 8.200 nuovi docenti, seguito dalla secondaria di secondo grado con 5.100 e poi la scuola dell’infanzia quasi a quota 5 mila e la primaria a poco…

Visioni dopo la crisi dell'homo oeconomicus

di Paolo Bartolini – Megachip.

Frequente è il tentativo, negli ambienti scientifici, di approdare ad una Teoria del Tutto che riesca a spiegare la molteplicità dei fenomeni naturali inserendoli in una quadro esplicativo unico. Non sappiamo se ciò potrà mai accadere, ma quel che è certo - limitandoci alla storia recente del nostro pianeta - è che un’ideologia totalizzante ha già vinto la sua battaglia, e qui parliamo dell’economia liberista mainstream, che è stata capace di conquistare l’immaginario di buona parte del mondo, creando letteralmente una nuova visione della realtà. Tale visione ha la sua premessa antropologica, com’è noto, nel cosiddetto homo oeconomicus, ovvero l’individuo…

di

parole d’ordine mobilitanti, che

possano raccogliere attorno ad un centro

di

forza ideale la resistenza al capitalismo

assoluto e alla sua teoria del tutto. Parole come Acqua, Territorio, Ridistribuzione e Partecipazione sono solo

alcuni dei concetti guida che ci serviranno

per

traghettare la società atomizzata di

mercato verso una comunità ancora impensata di liberi individui solidali.

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