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Riflesso - di Marco Bruschi

A quel tempo rubavo le vite delle persone. Di solito andavo alla stazione, perch il luogo pi malinconico che ci sia. Mi sedevo sulle panchine dei binari e, facendo finta di leggere, ascoltavo le storie di quelli seduti vicino a me. Quegli scampoli di conversazione mi aprivano dei mondi in testa e solo a guardare i gesti delle mani avevo voglia di scrivere centinaia di racconti. Quella volta non li avevo nemmeno cercati. Per caso, stavo leggendo veramente. Io ero seduto sulla panchina del binario quattro, loro erano un uomo e una donna e si misero proprio vicino a me. Non cerano molte persone sul binario e a guardar bene magari un posto libero pi avanti lavrebbero trovato, ma loro si sedettero vicino a me. Forse mi giudicarono innocuo, tutto immerso nella mia lettura. Solo dopo capii che non gliene poteva importare di meno di tutto ci che avevano intorno e che premeva per entrare nei loro occhi e nelle loro orecchie. Mi accorsi subito che fra di loro stava succedendo qualcosa di strano, perch stavano zitti, e soprattutto lui, luomo, mi diede lidea di avere dentro un grumo di pensieri. Si grattava la testa e si passava la mano sulla bocca cercando di non far sembrare significativi tutti quei gesti. Smisi di leggere e presi a far finta. Quella stazione non era molto grande ma nemmeno troppo piccola. Era una stazione media, da cui partiva e arrivava un discreto numero di persone. Io ero lunico che stava fermo. Luomo parl e io tesi le orecchie. Mi ricordo benissimo il tono che usava, come se gli avessero appena portato via tutto. Inizi a dire che si sentiva in un modo strano. Era come se si fosse strappata la pagina e da domani in poi avrebbe cominciato a leggere la parte di sotto, senza mai pi poter sbirciare quella di sopra. Lei stava zitta e lo ascoltava. Lo guardava negli occhi, credo. Era seduta vicino a me e aveva la faccia voltata verso di lui quindi credo che lo guardasse negli occhi. Non stavano insieme. Non si tenevano le mani e non si scambiavano baci come fanno gli innamorati. Forse un tempo lo erano, ma non ora. A quel punto mi alzai perch non ce la facevo pi: volevo guardarli in faccia. Mi misi il libro sotto il braccio e mi accesi una sigaretta. Stavo di fronte a loro e fingevo di guardarmi intorno, ma in realt li sbirciavo. Non avrei dovuto farlo. Quello che vidi mi colp allo stomaco.

Non erano abbattuti, non sembravano nemmeno tristi. Ma si sentiva nellaria qualcosa che arrivava fino a me, a tre metri di distanza. Era come se tutto il resto della stazione fosse fatta di cera, a parte loro due che si parlavano e si guardavano. Anche laria, di cera. Lei lo ascoltava in un modo che mi fece sentire la persona pi sola del mondo. Luomo continuava a parlare torcendosi le dita e le ginocchia. Non sentivo pi le parole perch intorno cera confusione, ma non avrebbero avuto senso comunque. Lui si immergeva negli occhi di lei completamente nudo, senza alcuna vergogna. Dopo che ebbe finito la donna cominci a parlargli e lui beveva tutto quanto come se stesse per morire nel deserto. Forse era proprio come si sentiva. Si erano voluti un bene dellanima. Si vedeva benissimo. Anche ora se ne volevano, ma come succede sempre, in modo diverso. Tutta quella cosa che mi stava davanti e mi impediva di respirare mi fece pensare a me stesso. Magari perch sono un egoista. Mi vidi dallalto a rubare le gioie e le lacrime della gente per poi scriverle sui fogli bianchi, e sentii una voglia bruciante di provare il dolore che invadeva quelluomo. La sigaretta era finita e per poco non mi bruciai le dita. Davanti a me loro stavano scartando il loro bel pacco di ricordi e lo stavano facendo senza che gliene importasse di tutto il resto di noi. Non piangevano, nessuno dei due. Era un modo di affrontare gli addii che non mi era mai capitato fra le mani. Perch quello era un addio, ne sono certo. Loro si sorridevano. Forse erano semplicemente contenti di trovarsi l, insieme, dopo tutto, ancora una volta. Se ci ripenso ora forse mi sono immaginato tutto. Nessuno mi aveva detto che stavano per lasciarsi per chiss quanto tempo, nessuno mi aveva detto che si fossero voluti cos tanto bene. Nessuno mi aveva detto che fossero tristi. Sorridevano, dopotutto. Ma se ripenso al modo in cui mi sentivo guardandoli sono di nuovo sicuro di tutto. E poi arriv il treno. Il giorno dopo non ci andai alla stazione. Per molto tempo smisi di rubare le storie delle persone, poi ripresi, ma non so. Non fu pi lo stesso, credo. Magari furono le cose che mi successero in quel periodo, magari qualcosaltro. Poco fa ho preso un caff. Lo sto sorseggiando piano piano. Fuori buio. Guardo la vetrata che mi mostrava cosa succede nel bar dietro di me. Guardo il barista che sciacqua i bicchieri e le tazzine.

Appena la donna fu salita sul treno, quel giorno, luomo and a sedersi qualche metro pi in l su una panchina vuota. Si sedette dando le spalle al treno. Si accese una sigaretta e cominci a fissare il distributore delle merendine sullaltro binario. Io mi domandai cosa ci trovasse, poi il treno part e compresi. Sul vetro del distributore passava il treno che era dietro di lui. Luomo continu a guardarlo cos. Forse girarsi gli avrebbe fatto troppo male agli occhi. Quando il treno pass tutto, lui abbass la testa. Marco Bruschi