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Pace e bene

Introduzione

La Leggenda dei tre compagni riporta che in Assisi, al tempo in cui San Francesco stava maturando
la sua conversione, girava un uomo, di cui non si sa nulla, che salutava tutti con le parole: “Pace e
bene”, cosa che deve aver colpito molto il santo che, anni dopo, nel suo Testamento, scrive che il
Signore gli aveva rivelato che salutasse tutti con le seguenti parole: “Il Signore ti dia pace”.
E di fatto, ci fa sapere il suo biografo fra Tommaso da Celano, egli, prima di annunciare la Parola di
Dio, augurava la pace.

Insegna Papa Giovanni Paolo II, che l’uomo da se stesso non si può dare la vera pace in quanto: “La
pace… si identifica come “novità” immessa nella storia dalla Pasqua di Cristo. Essa nasce da un
profondo rinnovamento del cuore dell’uomo. Non è dunque il risultato di sforzi umani né può
essere raggiunta soltanto grazie ad accordi fra persone e istituzioni. E’ piuttosto un dono da
accogliere con generosità, da custodire con cura e da far fruttificare con maturità e responsabilità.
Per quanto travagliate siano le situazioni e forti le tensioni e i conflitti, nulla può resistere
all’efficace rinnovamento portato da Cristo risorto. E’ lui la nostra pace”.1

Per cui la pace di Cristo si radica, prima ancora che nelle strutture della società, nel cuore
dell’uomo: se esso cambia, cambia la società.

Naturalmente al dono divino della pace l’uomo deve corrispondere anche attraverso gesti concreti.
Occorre perciò lavorare per la giustizia, che è il terreno in cui germoglia la pace, così come un
agricoltore lavora la terra per ottenere un buon raccolto.2

Il magistero del Papa ha spesso fatto riferimento allo stretto legame che sussiste tra la pace e la
giustizia: “La giustizia cammina con la pace e sta con essa in relazione costante e dinamica.
Giustizia e pace mirano al bene di ciascuno e di tutti, per questo esigono ordine e verità. Quando
una è minacciata, entrambe vacillano; quando si offende la giustizia, si mette a repentaglio anche
la pace… Giustizia e pace non sono concetti astratti o ideali lontani; sono valori insiti, come
patrimonio comune, nel cuore di ogni persona”.3

Ma a quale giustizia fa riferimento il Santo Padre Giovanni Paolo II?


“La giustizia è, allo stesso tempo, virtù morale e concetto legale…La giustizia restaura, non
distrugge; riconcilia, piuttosto che spingere alla vendetta. La sua ultima radice, a ben guardare, è
situata nell'amore, che ha la sua espressione più significativa nella misericordia. La giustizia,
pertanto, staccata dall'amore misericordioso, diventa fredda e lacerante. La giustizia è virtù
dinamica e viva: difende e promuove l'inestimabile dignità della persona e si fa carico del bene
comune”.4
“I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il
perdono”.5 “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.6

1
Giovanni Paolo II, 23 Aprile 2003.
2
Occorre lavorare perciò anche per una giustizia umana e sociale, capace di conferire alla società quell’ordine che
attenua o annulla le conflittualità e che è ordinato e favorisce la pace di Cristo, che si attua innanzi tutto nei cuori.
3
Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 1998, n. 1
4
Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 1998, n. 1
5
Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 2002, n. 2
6
Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 2002, n. 15
1
La giustizia in Cristo che è annunciata da Papa Giovanni Paolo II e da tutti i Papi è allo stesso
tempo totalmente umana e totalmente divina, concretissima e pienamente spirituale.
Il concetto di giustizia, perciò, non può essere limitato a una più equa distribuzione delle ricchezze,
che pure è essenziale, ma deve comprendere tutti i diritti umani, anche quelli che spesso oggi non si
considerano tali, quali il diritto alla vita fin dal concepimento e quello alla libertà religiosa anche
nei paesi a maggioranza non cristiana.
E’ infatti palesemente incoerente considerare normale l’aborto, o tacerlo colpevolmente, e poi
parlare di pace e di giustizia.

La vera giustizia non può prescindere da un impegno concreto e da una particolare attenzione a
favore dei poveri e dei bisognosi.
Nell’Udienza generale del 3 giugno 2015, Papa Francesco ha detto: “Pensiamo a tante famiglie che
popolano le periferie delle megalopoli, ma anche alle zone rurali. Quanta miseria, quanto degrado!
E poi, ad aggravare la situazione, in alcuni luoghi arriva anche la guerra. La guerra è sempre
terribile… Davvero la guerra è la madre di tutte le povertà…
Ci vogliono la preghiera e l’azione”.

Scrive ancora Papa Giovanni Paolo II: “Poiché Egli è pace e giustizia, può divenire nostra pace e
nostra giustizia… Un segno distintivo del cristiano, oggi più che mai, deve essere l'amore per i
poveri, i deboli, i sofferenti. Vivere questo impegno esigente richiede un totale ribaltamento di quei
presunti valori che inducono a ricercare il bene soltanto per se stessi: il potere, il piacere,
l'arricchimento senza scrupoli. Sì, proprio a questa radicale conversione sono chiamati i discepoli
di Cristo. Quanti si impegnano a seguire questa via, sperimenteranno veramente «giustizia, pace e
gioia nello Spirito Santo» (Rm 14, 17), ed assaporeranno «un frutto di pace e di giustizia» (Eb 12,
11)”.7

Perciò chi per amore si dedica concretamente al bene dei bisognosi senza ricercare il potere, il
piacere, l'arricchimento, si apre alla grazia che, sola, può portare alla vera giustizia e alla vera pace.
“Quando, infatti, a tutti i livelli si coltiva il bene comune, si coltiva la pace”.8

Scrive Papa Giovanni Paolo II: “Di fronte alle molteplici manifestazioni del male… l’esigenza
prioritaria è promuovere la pace utilizzando mezzi coerenti, dando importanza al dialogo, alle
opere di giustizia ed educando al perdono. Vincere il male con le armi dell’amore diviene un modo
con cui ciascuno può contribuire alla pace di tutti. E’ questa la via sulla quale sono chiamati a
camminare cristiani e credenti di religioni diverse, insieme con quanti si riconoscono nella legge
morale universale”.9

Con queste parole, che sono di un’importanza straordinaria, il Papa, pur dicendo che certi gesti sono
solo dei mezzi che orientano alla pace, in quanto l’essenza della pace è un dono che si riceve nel
cuore, afferma che se certi gesti che favoriscono la pace ci sono e sono sinceri, la pace può essere
costruita mentre, se non ci sono, la vera pace non potrà progredire in profondità.
Con tali parole, inoltre, viene affermato che tutti, cristiani, credenti di altre religioni e uomini di
buona volontà, possono costruire la pace: una pace autenticamente umana, in quanto si basa sulla
legge morale universale, ma che predispone alla pace di Cristo, che è frutto della grazia.

Infatti, dacché Cristo si è incarnato, ciò che è umano di fatto non può più essere del tutto separato
dal soprannaturale. La grazia, cioè, in qualche modo influenza, direttamente o indirettamente, le
azioni di coloro che, anche se non cristiani, cercano la verità e seguono la propria coscienza.
7
Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 1998, n. 8
8
Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 2005, n. 5
9
Giovanni Paolo II, Omelia Santa Messa del 1 Gennaio 2005.
2
In tal caso tutto ciò che è umano, se sincero, si apre al divino.
Per cui il male che: “passa attraverso la libertà umana10…viene sconfitto quando questa, sotto la
spinta della grazia, si orienta fermamente al bene, cioè, in definitiva, a Dio”.11

I. Ebbi fame e mi deste da mangiare… (Mt 23,35)

Gesù, riferendosi al Giudizio Universale che avverrà alla fine dei tempi, afferma che in Paradiso
andranno coloro che hanno compiuto delle concrete opere di misericordia, come il dar da mangiare
agli affamati e il dar da bere agli assetati (cfr. Mt 25, 31-46) ma, in altra occasione, dice che
l’elemosina, se fatta solo per una personale gratificazione, non è gradita a Dio (cfr. Mt 6,2-4) e San
Paolo insegna che, se anche qualcuno distribuisse tutti i suoi averi ai poveri, se mancasse di carità, è
come non avesse fatto nulla (cfr. 1Cor 13,3).
Di conseguenza, come per ottenere la salvezza eterna non basta la sola fede, così non bastano le
sole opere: occorrono le opere di carità. Le opere, cioè, che derivano dalla fede. Opere non più solo
umane, ma divinizzate.

Tali opere, per poter essere da Dio considerate conformi a quelle elencate da Gesù nel Giudizio
Universale, devono essere espressione della misericordia stessa di Dio, che si manifesta in pienezza
nell’opera della Redenzione. Esse, perciò, possono essere compiute solo da chi è in stato di grazia.
Da chi, cioè, è in comunione con Gesù, l’unico che può trasformare un’opera umana in divina.

II. La carità

La carità è l’amore di Dio: l’amore, cioè, che “scorre” tra le divine Persone della Santissima Trinità.

Ha detto Gesù: “Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato,
così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34).
Gesù, mostrando la pienezza dell’amore, ha portato anche la pienezza della grazia, che dà all’uomo
la capacità di amare come Dio ama.

Perciò, sebbene l’amore di Dio si possa esprimere fra gli uomini attraverso i modi abituali in cui si
manifesta l’amore umano,12 quali i gesti di affetto, di solidarietà, di amicizia,13 la sua novità consiste
soprattutto nell’essere un amore diverso e superiore rispetto all’amore umano: l’amore umano è
naturale rispetto all’uomo, quello divino è, invece, un dono di Dio, cioè è soprannaturale.

E’ attraverso la carità che l’opera umana può diventare di Cristo ed essere capace di manifestare la
Salvezza, come è attraverso la carità che l’operare a favore dei poveri può diventare espressione di
un vero e proprio atto di culto, cioè dell’offerta, attraverso Cristo, di se stessi a Dio.

Come l’opera umana in se stessa non produce salvezza, ma deve essere “riempita” di carità, così la
carità non sussiste se non si manifesta, quando possibile, anche attraverso atti concreti.
La carità, perciò, richiede opere che siano umanamente buone.

10
Come il peccato originale è passato attraverso la libertà umana, così il peccato attuale.
11
Giovanni Paolo II, Angelus del 1 Gennaio 2005.
12
L’amore umano, considerato in se stesso, è limitato, ma sotto l’impulso della carità, dono divino e spirituale, si
perfeziona, inserendosi nell’opera della Redenzione cosicché, misticamente “universalizzato”, è reso capace di
raggiungere ogni luogo ed ogni tempo.
13
La carità, “incarnandosi” nell’amore umano, lo purifica, lo innalza e lo realizza, tanto da renderlo atto a trasmettere lo
stesso amore di Dio.
3
L’opera buona è come un recipiente vuoto e la carità è come l’acqua: come un recipiente vuoto non
serve per bere, così non si può bere se l’acqua, invece di venire raccolta nel recipiente, venisse
dispersa a terra.

III. Le opere umane hanno risonanza eterna

Perché Gesù, nel brano evangelico del Giudizio Universale, non discrimina tra le opere dei credenti
e quelle dei non credenti in lui?

Non è che la fede sia, per Gesù, un qualcosa di secondario: i Vangeli ci dimostrano esattamente il
contrario.
Il fatto che egli non accenni alla fede quando parla delle opere di misericordia, non significa che la
escluda: in non citare, infatti, non significa escludere. Ma tale silenzio serve a mettere in evidenza
qualcosa.

Per Gesù l’operare deve procedere dal cuore, “luogo” in cui si sceglie il bene o il male.
Infatti, come “Dal cuore… provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le
prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie…che rendono immondo l'uomo” (Mt
15,19-20), così dal cuore scaturiscono le opere che nobilitano l’uomo.
Ciò che rende un’opera sincera è il cuore e ciò che la rende come fatta a Cristo stesso è la carità che
è rivelata dalla fede.
Ma tra la sincerità di cuore e la fede esiste un forte legame tanto che anche il non credente che
sinceramente cerca la verità, misteriosamente guidato dalla grazia, può, come afferma il Concilio
Vaticano II, partecipare in qualche modo ai frutti della fede e della carità.
Si potrebbe forse dire che, chi apre il proprio cuore al bene, è come possedesse la fede in
“desiderio”.
La Chiesa, infatti, insegna che il Figlio, incarnandosi, si è in qualche modo reso presente in ogni
uomo.14 Di conseguenza, ogni atto umano ha risonanze eterne e definitive.
Di fatto: “Ogni atto compiuto per creare un futuro migliore, una terra più abitabile e una società
più fraterna partecipa, anche se in modo indiretto, all’edificazione del Regno di Dio”.15

Così potrebbe forse essere lecito ipotizzare che, quando l’amore umano si fa gratuito, costante,
aperto a tutti (anche ai nemici), incondizionato, universale, quando si fa attento alla dignità e alla
vita di ogni persona dal concepimento al suo termine naturale, quando non giudica e vigila sulle
parole, è attratto da Dio ad aprirsi ed entrare in relazione di carità con lui e col prossimo.

Da Cristo scaturisce la grazia e in Cristo tutto ciò che è umano viene superato per approdare, prima
o poi, in questa vita o nella futura, alla sua realizzazione. Solo in Cristo, infatti, l’umano può
diventare divino; la morte, vita; il dolore, gioia; la debolezza, forza; la sconfitta, vittoria; solo in
Cristo l’amore umano può realizzarsi al di là di ogni concezione e di ogni aspettativa.

IV. Ama il prossimo tuo (cfr Mc 12,29-31)

Come la Salvezza va annunciata a cominciare da Gerusalemme (cfr Lc 24,48) fino ad arrivare “agli
estremi confini della terra” (At 1,8), così occorre concretizzare l’amore a cominciare dal proprio
prossimo, cioè da chi è vicino e a portata di mano, e dalla propria famiglia (cfr 1Tm 5,4), per poter
amare davvero tutti.

14
Cfr Concilio Vaticano II; GS,22.
15
Giovanni Paolo II, 24 Gennaio 2001.
4
La proprietà dell’amore a realizzarsi attraverso gesti concreti particolari rivolti ai vicini, infatti, non
contraddice la sua tensione universale ma l’afferma, soprattutto perché la carità ha la mistica
capacità di estendersi spiritualmente là fino dove si estende lo Spirito di Dio.

Nel giorno del Giudizio Universale Cristo Re: “dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite,
benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del
mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da
bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,
carcerato e siete venuti a trovarmi… In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno
solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,34-40).

Ma Gesù ha anche detto: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi
profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io
però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Mt
7,22-23).

Per cui, se per ottenere la salvezza occorrono anche delle opere buone, non tutti coloro che
compiono opere che sono per se stesse buone, saranno necessariamente salvati.
Non è l’atto esteriore di un’opera, pure necessaria, che dà merito davanti a Dio, tanto che Gesù
rimprovera i farisei, che pure spesso facevano abbondanti elemosine, perché, con l’elemosina, non
donavano anche loro stessi: “Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto, ma il vostro
interno è pieno di rapina e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche
l'interno? Piuttosto date in elemosina quel che c'è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc
11,39-41).16

Le leggi divine orientano il cuore verso il bene, ma è la partecipazione del cuore alla volontà di Dio
che rende sincera, e perciò vera, un’azione buona.

Il brano del Giudizio Universale va letto alla luce di tutto il messaggio evangelico: è perciò
necessario che l’aiuto prestato ai bisognosi sia integrato dal rispetto di tutte le leggi di Dio.

Come è vero che per amare Dio occorre amare, anche attraverso gesti concreti, il proprio prossimo,
è anche vero che per amare veramente il prossimo occorre amare Dio; e come è vero che chi non fa
nulla per il proprio prossimo, anche recitasse molte preghiere, non ama veramente Dio, è anche vero
che chi rifiuta Dio e i suoi comandamenti, anche fosse attivo nel volontariato, non ama veramente il
proprio prossimo.17

Non si può, perciò, sfamare il povero con una mano e uccidere un bambino che deve ancora
nascere, cooperando in un aborto, con l’altra, senza cadere in una grave forma di contraddizione, in
quanto: “il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo”.18
Come chi soccorre un bisognoso compie un’opera buona verso lo stesso Signore, chi non aiuta un
bisognoso o fa del male a qualcuno, perseguita Gesù.

16
Si può essere spiritualmente ricchi anche delle buone azioni, come quei farisei a cui Gesù, per le loro opere di pietà,
nega una ricompensa soprannaturale (cfr. Mt 6,2).
17
Occorre amare gli altri come insegna Gesù, che: “ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita
per i fratelli” (1Gv 3,16). Questo amore si realizza soprattutto per mezzo dell’Eucaristia, in quanto: “La partecipazione
all’Eucaristia, sacramento della nuova alleanza, è… il vertice dell’assimilazione a Cristo, fonte di vita eterna, principio
e forza del dono totale di sé” (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor,21).
18
Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 104.
5
Occorre amare “coi fatti”, ma anche “nella verità” (1Gv 3,18), tenendo presente che, come è vero
che: “Tutto è puro per i puri” (Tt 1,15), è anche vero che chi trasgredisce la legge di Dio “anche in
un punto solo, diventa colpevole di tutto” (Gc 2,10).

Scrive l’evangelista Matteo: “…se… il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se
il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Sostituendo la parola cuore
a quella di occhio, il brano potrebbe essere così riletto: “…se il tuo cuore è buono, tutto il tuo corpo
(tutta la tua persona) sarà nel bene; ma se il tuo cuore è malato, tutto il tuo corpo (tutta la tua
persona) sarà malvagio”.
Perciò nella persona buona gli eventuali errori saranno purificati e suppliti dall’amore

In conclusione, la scelta dell’uomo per il bene o per il male, che tende a manifestarsi anche
attraverso delle opere concrete, avviene nel segreto del cuore, che solo Dio conosce e può
cambiare.19 Quindi, senza giudicare l’intimo degli altri, l’uomo sempre deve seguire il bene che
conosce sapendo che opere concrete, decisione del cuore e grazia sono “connesse” tra loro: la grazia
in qualche modo influenza i moti del cuore e questi influenzano le opere.

V. Le opere di misericordia

Il linguaggio biblico tende a considerare l’uomo nel suo insieme, senza, cioè, prenderne in
considerazione dei singoli aspetti come “separati” dal resto della persona. Di conseguenza, ciò che
si riferisce al corpo va, generalmente, esteso anche all’anima e il termine conoscere significa
soprattutto conoscere con il cuore, cioè fare esperienza e “vivere” l’oggetto che si conosce.
Perciò per la Scrittura le opere devono coinvolgere il cuore ed essere espressione della vita interiore
e dell’anima di chi opera.

I rimproveri che nei Vangeli Gesù rivolge ai farisei sono spesso dovuti al fatto che essi, pur
compiendo opere buone, non coinvolgono il cuore, e anche quando donano, non si donano, e perciò
non rivelano la loro anima.

Le opere, per essere davvero classificate come opere di misericordia, devono essere animate
dall’amore e, perciò, essere frutto del dono di se stessi. Scrive l’Apostolo Paolo: “…se anche
distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità,
niente mi giova” (1Cor 13,3).

Una delle domande più frequenti è: Perché se uno passa tutta la vita a fare del male e all’ultimo
momento si pente, va in Paradiso?
Perché il vero pentimento cambia il cuore. Come può Dio mandare all’inferno una persona ormai
buona? La giustizia di Dio riguarda soprattutto l’essere.
Naturalmente un giorno anche i conti con la giustizia retributiva torneranno, ma questo è un altro
discorso.

Ma se in Paradiso ci va anche chi si riconcilia col Signore all’ultimo istante di una vita passata
nell’ingiustizia, perché Gesù ha detto che occorre aver compiuto le opere di misericordia?
Come le opere in qualche modo si “collegano” con il cuore, così un cuore trasformato a sua volta
“trasforma”, attraverso la carità, tutti i suoi atti.

Santa Faustina Kowalska scrive di 3 gradi di misericordia: “Primo: l’opera di misericordia di


qualunque genere essa sia. Secondo: la parola di misericordia; se non potrò con l’azione, lo farò
19
Solo Dio, che conosce “quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25), può discernere tra chi inciampa e chi ama il peccato,
tra chi è puro di cuore anche se ha detto una bugia e chi vive la menzogna ed è un tutt’uno con essa.
6
con la parola. Il terzo grado è la preghiera. Se non potrò dimostrare la mia misericordia né con
l’azione, né con la parola, posso sempre farlo con la preghiera. La preghiera l’estenderò anche là,
dove non posso giungere fisicamente” (Diario, Libreria Editrice Vaticana, 1992, pag. 89).

Le opere compiute da persone che vivono in peccato mortale, anche quando si manifestano
attraverso delle azioni in se stesse buone, non possono produrre, in chi opera, frutti di vero bene,
anche se Dio può servirsene. Non possono, cioè, cambiare lo stato dell’anima della persona. 20
Nell’empio, a volte, le opere buone rappresentano come il realizzarsi di una specie di “istinto” che
spinge al bene: anche i cattivi, dice Gesù, sanno dare “cose buone” ai loro figli (cfr Lc 11,13).

Così chi, pur non avendo molti mezzi né molto tempo per aiutare gli altri, dona quel poco che può
con grande fiducia e amore, dà più di colui che, dotato di grandi mezzi, dona molto ma con meno
generosità (cfr Mc 12,41-44): il valore mistico dell’atto di amore, infatti, supera l’atto concreto in sé
e gli dà valore. Per questo chi dà tutto con amore, dà se stesso.

VI. I “piccoli” di cui parla Gesù

Il fatto che i piccoli a cui Gesù fa riferimento nel brano evangelico del Giudizio Universale, siano
coloro che si trovano in stato di necessità fisica, non esclude tutti quelli che si trovano in stato di
necessità morale, così come le opere di misericordia corporale non escludono quelle che la Chiesa
chiama opere di misericordia spirituali ma, anzi, le presuppongono. La più grande opera della
misericordia divina, infatti, è la Salvezza.

Tra i piccoli da beneficare attraverso le opere di misericordia Gesù inserisce anche i carcerati, senza
specificare se siano innocenti o colpevoli, buoni o cattivi.21 Vanno amati come tutti gli uomini e
perciò vanno aiutati: sia materialmente, perché soffrono fisicamente e psicologicamente, sia
spiritualmente, perché si convertano e possano santificarsi sempre più: l’aiuto materiale non solo
non esclude quello spirituale, ma lo rafforza.

L’amore di Gesù nei confronti di chi si trova in stato di necessità spirituale e morale è evidenziato,
nei Vangeli, dalla sollecitudine che egli dimostra verso i pubblicani.
Questi non erano poveri e, anzi, spesso si erano arricchiti sfruttando e taglieggiando proprio i
poveri. Ma la loro situazione commuove Gesù.
Non che egli approvi la loro condotta solo che, invece di condannarli al modo che usano fare gli
uomini, desidera salvarli, sia nella loro dimensione umana e sociale che, soprattutto, nella loro
dimensione spirituale. Gesù, prima di tutto, pensa alla salvezza eterna. 22

Diceva don Milani che basta essere uomo per essere un pover’uomo: tutti gli uomini sono bisognosi
dell’amore di Dio e della sua salvezza, purché non la rifiutino.
20
Nel caso un’azione sbagliata di una persona buona, dovuta a coscienza invincibilmente erronea, rimarrà il frutto
dell’eventuale intenzione buona e, comunque, di una vita votata al bene (cfr. 1Cor 3,13-15). Nel caso, invece, di
un’azione buona compiuta da una persona in stato di peccato mortale, l’azione, in se stessa, non può modificare lo stato
della persona. Il cambiamento di stato, infatti, avviene nel cuore umano ad opera della grazia, quando questa viene
accettata. Gli atti di chi vive in stato di peccato mortale, infatti, non possono essere sempre malvagi perché, nonostante
la fragilità e la corruzione della natura umana dovuta al peccato originale e nonostante il peccato attuale, in ogni uomo,
e perciò anche nel peccatore, finché vive in questo mondo risplende qualcosa della bontà divina che produrrà in qualche
modo degli atti conformi alla natura di creatura che, come tale, è voluta da Dio e perciò è buona. Il peccatore, cioè, può
non opporsi al bene, pur senza sceglierlo a livello fondamentale. Il bene che arreca l’opera del peccatore, che è da
attribuire a Dio, per il peccatore comporterà soprattutto delle grazie attuali più abbondanti perché possa convertirsi.
21
L’identificarsi di Gesù nei carcerati non significa che egli non si identifichi anche nelle loro eventuali vittime. Tutto
in Gesù è dettato dall’amore: non esiste altra logica in lui.
22
Evangelizzare, cioè annunciare Cristo con le parole e con le opere, è l’opera di misericordia più grande: consiste
essenzialmente nello spandere l’amore di Dio, con conseguenze anche pratiche.
7
Anche un sorriso, un consiglio, possono manifestare l’amore di Dio, per cui tali azioni possono
costituire delle vere opere di misericordia: le opere elencate da Gesù nel brano evangelico del
Giudizio Universale è come ricapitolassero tutti i gesti di carità.

Forse uno dei motivi per cui Gesù si sofferma proprio sulle 7 specifiche opere di misericordia
corporale elencate nel Giudizio Universale, può essere dovuto al fatto che certe sofferenze e certe
povertà sono tanto evidenti da interpellare tutti immediatamente ed urgentemente: chi non fosse
disposto a soccorrere i sofferenti in certi frangenti, sarebbe ancora meno disposto a soccorrerli in
altri tipi di sofferenza.
Inoltre, poiché l’impegno a favore dei poveri non dà retribuzioni materiali, chi aiuta coloro da cui
non può ricevere nulla, più facilmente si prodigherà con amore verso tutti i bisognosi.

VII. Beati voi, poveri (Lc 6,20)

“Beati i poveri in spirito” (Mt 5,3) scrive l’evangelista Matteo mentre, mentre nel brano parallelo
del Vangelo di Luca, è riportato: “Beati voi, poveri” (Lc 6,20).
Ne consegue che la povertà secondo Matteo va integrata con quella secondo Luca: come i poveri
materiali sono chiamati ad essere anche poveri in spirito così, per vivere la povertà spirituale
occorre fare rinunce e, anche, esperienza di penuria di beni materiali attraverso scelte di vita
concrete. Non si può, cioè, essere davvero poveri in spirito se, in qualche modo, non si condivide
con i poveri la vita e perciò anche i beni, per vivere della loro vita e dei loro beni, attraverso cui si
può essere “icone viventi del Figlio crocifisso”.23
Tutti i beni vanno condivisi, sia la povertà che l’abbondanza.

Solo attraverso scelte coraggiose e opportune i ricchi di beni possono usufruire di tutte le
benedizioni e di tutti i privilegi che la povertà comporta. Lo dimostra la storia della Chiesa che
abbonda di ricchi i quali, attraverso la rinuncia e l’amore, sono divenuti fulgidi esempi di povertà
evangelica: tutto appartiene a Dio e chi possiede dei beni, in realtà, ne è solo l’amministratore.24

Gesù, pur proclamando le Beatitudini per tutti gli uomini, si rivolge in modo diretto a persone
concrete: a chi lo aveva seguito. Queste erano per lo più persone modeste ma tutte, comunque,
bisognose di verità e di assoluto, altrimenti non si sarebbero trovati lì, con lui.
I poveri delle Beatitudini cercano, prima di tutto, giustizia, verità, salvezza. Gesù, infatti, ai poveri
di spirito accomuna gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri, i pacifici, i
perseguitati a causa della giustizia e, soprattutto, i perseguitati a causa sua (cfr Mt 5,1-12): così
come la pace di Cristo supera, senza contraddirla, la sola pace delle armi, la povertà evangelica
supera, senza contraddirla, la sola mancanza di qualcosa di materiale.

Tra la povertà materiale e la fame di giustizia, e perciò di assoluto, esiste un forte legame. La
mancanza di cibo, che richiede delle risposte e un senso, tocca l’anima, a sua volta affamata di
verità, sollecitandola verso Dio.

23
Giovanni Paolo II, Messaggio ai partecipanti al simposio “Dignità e diritti della persona con handicap mentale”, 5
gennaio 2004.
24
Se ciò che davvero conta è il distacco del cuore dalle ricchezze, allora i ricchi che sono spiritualmente distaccati dai
loro averi non avranno difficoltà a distaccarsene, per quanto opportuno, anche materialmente.
La prospettiva cristiana sulla giustizia sociale, realisticamente, non consiste in un semplicistico egualitarismo, cioè in
una semplice distribuzione dei beni materiali in parti uguali tra popoli e persone, visto situazioni, abitudini,
caratteristiche, posizioni, uffici diversi. Invece si tratta, innanzi tutto, di permettere che tutti possano avere una vita
dignitosa pur senza essere schiavi dell’attivismo e del consumismo.
8
Anima e corpo, infatti, sono inscindibilmente legati:25 “Chi ha sofferto nel suo corpo”, scrive
l’Apostolo Pietro, “ha rotto definitivamente col peccato” (1Pt 4,1).

Gesù, guarendo i malati, intendeva donare anche la salute dell’anima; operando miracoli, intendeva
anche suscitare la fede; rispondendo a bisogni e richieste materiali, intendeva rispondere anche a
bisogni e richieste spirituali, anche se inespresse. Beneficando l’uomo in alcuni suoi bisogni, egli
intendeva beneficarlo in tutta la sua persona, e soprattutto nell’anima.

L’affamato di assoluto cerca la verità più delle comodità, il pane del Cielo più di quello della terra,
il nutrimento della Parola divina più del cibo, tanto che non teme l’eventualità di subire i morsi
della fame pur di seguire Gesù, come dimostrano i racconti evangelici della moltiplicazione dei pani
e dei pesci (cfr. Mc 8,1-10).

Nel bisogno fisico si cerca e si spera, e chi davvero cerca salvezza e spera, cerca Dio e spera in Dio.

I poveri di cui parla Gesù, cioè quelli che sono beati, coincidono con i misericordiosi del Giudizio
Universale. Infatti, chi è misericordioso si fa povero nell’aiutare i bisognosi mentre, chi è povero,
accettando un’opera di misericordia e permettendo così che qualcuno gli faccia del bene, fa a sua
volta un’opera di misericordia.

VIII. Gesù povero fra i poveri

Il Figlio, facendosi uomo, si fece uomo povero.


Egli è il povero per eccellenza, così come è l’afflitto per eccellenza, il mite per eccellenza… Di
conseguenza i poveri di spirito rappresentano Cristo nella sua povertà, così come gli afflitti lo
rappresentano nella sua afflizione, i miti nella sua mitezza…
Gesù nelle Beatitudini ha descritto se stesso.

La Chiesa manifesta per i poveri un amore preferenziale non perché faccia preferenze di persone, in
quanto Gesù ha insegnato ad amare tutti, buoni e cattivi, amici e nemici, e non solo perché i poveri
hanno effettivamente un urgente bisogno di aiuto materiale e di calore umano ma, più ancora,
perché Cristo si è identificato con essi.26 “Pur essendo ricco di tutte le cose” scriva Francesco di
Assisi “volle, egli e la sua beatissima madre, eleggere la povertà”.27

La povertà che tanto ama Francesco è la stessa povertà di Cristo, della quale voleva rivestirsi per
vivere della sua stessa vita. Di conseguenza l’amore di Francesco per la povertà non ha la sua
origine nel senso di libertà dalle cose, ma prima di tutto è dono di Dio.28
Ciò non toglie che la povertà evangelica comporti anche un’assoluta libertà da tutto, la stessa libertà
che è di Cristo, e, nello stesso tempo, uno stato di pienezza e di “possesso” di tutto, in quanto Dio,
che ha dato suo Figlio “per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

25
Quando dei poveri, a causa degli aspetti disumani che certa povertà può comportare, senza colpa non hanno piena
coscienza dei loro bisogni spirituali, supplisce Dio.
26
I poveri sono i primi a ricevere le attenzioni della Chiesa, come in una famiglia i bambini più piccoli sono i primi ad
essere curati.
27
San Francesco di Assisi, Gli scritti; Lettera a tutti i fedeli, n. 2; Edizioni Porziuncola, 1975, pag. 125
28
La povertà evangelica è molto superiore a quella solo umana o a quella di certi filosofi. Questi a volte, nel rinunciare,
disprezzano ciò a cui rinunciano, anche se è un bene voluto da Dio. La povertà evangelica, invece, è essenzialmente un
atto di amore verso Dio e verso il prossimo. Non contraddice l’autentica povertà insegnata dalla vera sapienza umana,
che consiste nella rinuncia a beni anche oggettivamente buoni al fine di ottenere un bene maggiore, ma la supera
infinitamente. La rinuncia, infatti, acquista un valore assoluto solo se è fatta per amore di Cristo, che ricapitola tutto in
sé (cfr. Ef 1,10).
9
La povertà di cui Gesù ha fatto esperienza dall’Incarnazione fino alla morte, che consiste soprattutto
in una totale rinuncia a sé per amore del Padre e degli uomini, si è concretamente esplicata
attraverso una vita di sacrificio, di preghiera, di lavoro prima e poi di predicazione. Una vita
modesta, semplice, anche se non miseranda:29 con questo Dio ci insegna che la miseria che avvilisce
la dignità umana va combattuta, anche se Cristo la assume specialmente attraverso la sua passione e
morte.30

IX. Lazzaro e il ricco epulone (cfr Lc 16,19-31)

Occorre prestare attenzione non ai poveri ideali, ma a quelli reali, con tutte le loro difficoltà e anche
le loro asperità e i loro difetti, spesso dovuti proprio alla loro situazione di vita.
Se è vero, infatti, che vi sono poveri che fanno della loro vita e delle loro sofferenze una
specialissima offerta a Dio, è anche vero che molti non sempre manifestano visibilmente una
speciale santità o devozione, ma non per questo decade il loro status di povero.

Nella parabola evangelica del povero Lazzaro e del ricco epulone, in Lazzaro non viene evidenziato
nessun atteggiamento particolarmente ieratico. Gesù non fa nessun riferimento al suo fervore
religioso, ma lo colloca in compagnia dei cani del ricco, animali immondi per il pio ebreo, e lo
descrive come “bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco” (Lc 16,21). Inoltre
la ricompensa che egli riceverà alla sua morte viene in qualche modo messa in relazione non tanto
alle pie pratiche compiute in vita, ma alle sofferenze da lui subite durante la vita31 (cfr. Lc 16, 25)
che, evidentemente, ha sopportato con pazienza,32 anche se, forse, con qualche lamento.33

Non che i poveri non possano che essere buoni: la scelta per la giustizia è libera, ma è come se nei
poveri materiali e nei piccoli Dio trovasse un “terreno” già lavorato su cui poter facilmente
seminare la grazia della povertà evangelica.34 Essi, rispetto ai ricchi, sono avvantaggiati nel
cammino verso la povertà di spirito sia, e soprattutto, per uno speciale dono di Dio, sia perché,
vivendo almeno in qualche aspetto la povertà materiale, a livello ascetico e concreto hanno bisogno
di “fare” meno dei ricchi.35

Fondamentalmente la povertà evangelica altro non è che la partecipazione alla povertà stessa di
Cristo che si è fatto povero per noi (cfr. Fil 2,6-8), altro non è che aprire il cuore a Dio per
rimettersi, con amore e fiducia, alla sua volontà.
29
Il Vangelo di Giovanni testimonia come il gruppo dei discepoli che seguiva Gesù possedesse una cassa comune dalla
quale attingere per il loro sostentamento e per beneficare i poveri. Solo chi ha un minimo di beni può sfamare i poveri.
30
Molto schematicamente: esiste un dolore causato direttamente dal peccato, originale e attuale, come le malattie e le
ingiustizie, ed esiste un dolore causato dal puro amore per Dio e i fratelli. Tutti e due questi tipi di dolore servono per la
purificazione e la santificazione, ma quello che è diretta conseguenza del peccato va combattuto. Per cui, la povertà che
deriva dall’ingiustizia, va combattuta fin alle radici, eliminando l’ingiustizia stessa, mentre la povertà liberamente scelta
a gloria di Dio, va sostenuta.
31
Non è la povertà in se stessa che dona la salvezza a Lazzaro, ma Dio. Ma la povertà, di fatto, favorisce la grazia che,
elevando tutto l’uomo, eleva anche le sofferenze che egli ha patito, di cui Dio tiene conto.
32
Proprio quelle cose che più amareggiano nella vita sono quelle che, spesso, producono una grande gloria in Paradiso.
Beati coloro che già durante la loro vita terrena apprezzano certe croci e contrarietà.
33
Il povero che subisce il proprio stato è come se, in qualche modo, lo accettasse, a meno di una ribellione veramente
voluta, cosa che, specie in condizioni particolarmente disumane, è da ritenere improbabile che avvenga.
34
Per i ricchi, spesso, è più facile fare i cristiani ma è più difficile esserlo, è più facile, cioè, essere praticanti, ma è più
difficile praticare la religione del cuore, la vera devozione, cioè l’offerta di se stessi a Dio e ai fratelli. Il povero, infatti,
è già stato umiliato davanti agli uomini e perciò è innalzato davanti a Dio mentre il ricco, che è umiliato davanti a Dio,
per essere innalzato, deve umiliarsi davanti agli uomini (cfr Gc 1,10). Cioè: Dio “vede” il povero davanti al ricco,
mentre gli uomini “vedono” il ricco davanti al povero. Per cui il ricco, per essere innalzato da Dio, deve farsi povero
davanti agli uomini.
35
Il vero peccato dell’uomo non consiste nel nascere ricco ma nel non farsi povero come ci si è fatto il Figlio di Dio,
fino a donare la vita.
10
X. Chi potrà essere salvato? (Lc 18,26)

Dice la Bibbia:
- “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc
16,16);
- “stretta… è la porta e angusta la via che conduce alla vita” (Mt 7,14);
- “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né
avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6,9-10);
- “Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica
la menzogna!” (Ap 22,15);
- “Non giudicate, per non essere giudicati” (Mt 7,1);
- “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44);
- “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41).

Basterebbero solo questi brani, ma ce ne sono molti altri, per capire come coloro che si salvano,
cioè i poveri in spirito delle Beatitudini e i misericordiosi del Giudizio Universale, devono in
qualche modo credere (cfr Mc 16,16), non giudicare (cfr Mt 7,1), amare anche i nemici (cfr Mt
5,44) non essere idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti, rapaci
(cfr 1Cor 6,9-10), fattucchieri, immorali, omicidi, idolatri, menzogneri (cfr Ap 22,15)…
La giustizia che occorre per entrare nella vita eterna non è solo quella delle opere ma è, innanzi
tutto, conseguenza dell’amore. Dice infatti Gesù: “se la vostra giustizia non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).

Dio vuol salvare l’uomo più dell’uomo stesso perché egli: “è più grande del nostro cuore” (1Gv
3,20) e può perdonare ogni peccato, in quanto: “ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio”
(Lc 18,27). Ma nulla può di fronte al libero rifiuto del suo amore da parte dell’uomo.

Ha detto Gesù: “A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia
contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro” (Mt, 12,32).
La bestemmia contro lo Spirito altro non è che il rifiuto volontario e fino alla fine dell’amore di Dio
che si manifesta, attraverso lo Spirito Santo, nella coscienza dell’uomo.

Ma, dice il Concilio Vaticano II, la Salvezza cristiana, cioè la vita in comunione con Dio per mezzo
dell’incorporazione a Cristo, può essere offerta anche ai non cristiani che seguono la propria
coscienza. Ma se così, a che servirebbero il Battesimo e la fede in Cristo?

Sebbene la Chiesa possieda “in forma piena e totale i mezzi atti alla salvezza”,36 “ogni uomo
sinceramente aperto alla verità e al bene…non senza il segreto influsso della grazia”,37 può essere
salvato. Gesù, infatti, “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4).

Insegna Papa Giovanni Paolo II: “Per coloro che…non hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo…la
salvezza è accessibile attraverso vie misteriose, in quanto la grazia divina viene loro conferita in
virtù del sacrificio redentore di Cristo, senza adesione esterna alla Chiesa, ma sempre, tuttavia, in
relazione con essa…La grazia salvifica, per operare, richiede adesione…e tale adesione è, almeno
implicitamente, orientata verso Cristo e la Chiesa…Di qui l’importanza del ruolo indispensabile
della Chiesa…Essa esercita…una mediazione implicita anche nei confronti di quanti ignorano il
Vangelo”.38
36
Giovanni Paolo II, 26 aprile 1995.
37
Concilio Vaticano II, GS, 22.
38
Giovanni Paolo II, 31 maggio 1995.
11
La Chiesa infatti ammette, oltre al Battesimo di acqua e al Battesimo di sangue (proprio dei martiri),
anche il Battesimo di desiderio.
Si potrebbe così ritenere che, colui che sinceramente cerca la verità e segue la propria coscienza,
anche non potesse desiderare esplicitamente il Battesimo poiché non conosce il Vangelo, è come lo
desiderasse. Gesù infatti ha detto agli Apostoli: “Chi non è contro di voi è per voi” (Lc 9,50).

Perciò le opere di chi non è cristiano, se compiute con sincerità e generosità di cuore, tendono, sotto
l’influsso della grazia, ad essere assunte da Cristo in modo da diventare, da sole opere umane, a
opere soprannaturali, cioè conformi alla natura stessa di Dio.39

L’adesione alla fede e il Battesimo, però, rimangono fondamentali, in quanto sono la strada
principale e più breve per arrivare alla salvezza.
Se, infatti, la conoscenza intellettuale delle verità umane è di grande aiuto nella vita fisica delle
persone, come dimostrano tante scoperte scientifiche come quelle, in campo medico, degli
antibiotici, tanto più l’adesione alla fede sarà utile alla vita spirituale dell’uomo.

XI. Madre Teresa

Tutto questo lo aveva capito molto bene madre Teresa di Calcutta che, pur agendo semplicemente e
in modo umanissimo, trasmetteva a tutti, anche ai non credenti, l’amore di Dio, e perciò la grazia.

Ella cercava di rendere più umano il mondo e, rendendolo più umano, lo rendeva anche più
cristiano, perché il principio della sua azione procedeva dalla umanità di Cristo, che è
indissolubilmente unita alla sua divinità.

L’umile suora di Calcutta affermava che in ogni uomo, e specialmente in ogni povero, vedeva
Cristo. La sua azione, perciò, non originava dalla filantropia, cioè da un vago, se pur lodevole,
senso di umana pietà, ma dalla grazia.40 Cosa che non le impediva, però, di ammirare nella autentica
bontà umana e in qualsiasi umanissimo atto di solidarietà, compiuto anche da non credenti,
l’influsso dell’azione divina, che prepara il terreno alla pienezza del Vangelo e perciò alla pienezza
dell’amore.

Nell’omelia della Celebrazione Liturgica in cui Madre Teresa di Calcutta veniva dalla Chiesa
proclamata beata, Papa Giovanni Paolo II, ricordando come Gesù si sia fatto servo di tutti fino ad
offrire la propria vita sulla Croce per il bene dell’uomo, ha affermato: “Da questa logica (della
Croce) si è lasciata guidare Madre Teresa di Calcutta…Soleva dire: -Se sentite che qualche donna
non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bimbo.
Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio-…Contemplazione e azione,
evangelizzazione e promozione umana: Madre Teresa proclama il Vangelo con la sua vita tutta
donata ai poveri, ma, al tempo stesso, avvolta dalla preghiera”.41

La carità cristiana, perciò, va ben oltre il buonismo, il moralismo o il solidarismo,42 spesso


caricature della bontà, del senso morale e della solidarietà. La Chiesa infatti, pur apprezzando
39
La grazia, divinizzando le opere umane, le realizza anche umanamente al di là di ogni aspettativa. Così i valori umani,
quali il valore della vita e della libertà, non solo non si oppongono ai valori cristiani ma li favoriscono in quanto tutti i
veri valori umani, elevati dalla grazia, sono anche cristiani.
40
Per questo la sua azione è stata così efficace.
41
Giovanni Paolo II, 19 ottobre 2003.
42
Quando il naturale anelito alla giustizia, che in se stesso è ordinato al bene soprannaturale, si perverte fino a diventare
una ricchezza spirituale o a prendere la forma di un’ideologia che pretende di sostituirsi alla religione, si trasforma in
un ostacolo alla grazia.
12
grandemente l’autentica bontà d’animo, la sincera immedesimazione negli altri e il vero senso
morale, propone la solidarietà stessa che Dio ha manifestato con la Redenzione e che si realizza
attraverso la Croce di Cristo.

Poiché non ci si salva senza la Croce, non ci si salva senza la povertà e non ci si salva senza il
servizio verso i fratelli, specialmente verso i più poveri e sofferenti. E come sempre vi sarà la
Croce, sempre vi sarà modo di servire gli uomini.

XII. Il vero bene

Afferma Papa Giovanni Paolo II: “La carità verso il prossimo, nelle forme antiche e sempre nuove
delle opere di misericordia corporale e spirituale, rappresenta il contenuto più immediato, comune
e abituale di quell’animazione cristiana dell’ordine temporale che costituisce l’impegno specifico
dei fedeli laici…La carità, infatti, anima e sostiene un’operosa solidarietà attenta alla totalità dei
bisogni dell’essere umano”.43

L’essenza del vero bene, cioè la carità, è spirituale ed è un dono di Dio. Ma poiché la natura creata
non si contrappone alla grazia ma, anzi, è in relazione con essa,44 la carità si serve anche di ciò che è
tipico della natura umana, comprese leggi e strutture materiali, cosicché l’amore e la giustizia di
Dio si possano esprimere anche concretamente.45

In ogni caso: “Osserva sant’Agostino che solamente Dio, il Sommo Bene, è in grado di vincere le
miserie del mondo. La misericordia e l’amore verso il prossimo devono pertanto sgorgare da un
rapporto vivo con Dio e a lui fare costante riferimento…Non si illuda il cristiano di poter ricercare
il vero bene dei fratelli, se non vive la carità di Cristo. Anche laddove riuscisse a modificare
importanti fattori sociali e politici negativi, ogni risultato resterebbe effimero senza la carità. La
stessa possibilità di dare se stessi agli altri è un dono e scaturisce dalla grazia di Dio”.46

INDICE
43
Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Christifideles laici, 41.
44
La Chiesa afferma che la grazia presuppone la natura.
45
Solo se animate dalla carità, le strutture umane possono manifestarsi in tutta la loro importanza.
46
Giovanni Paolo II, Messaggio per la Quaresima 2003, n. 3-4.

13
Introduzione

1. Ebbi fame e mi deste da mangiare

2. La carità

3. Le opere umane hanno risonanza eterna

4. Ama il prossimo tuo

5. Le opere di misericordia

6. I piccoli di cui parla Gesù

7. Beati voi poveri

8. Gesù povero fra i poveri

9. Lazzaro e il ricco epulone

10. Chi potrà essere salvato?

11. Madre Teresa

12. Il vero bene

14

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