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SE VUOI LA PACE ACCOGLI LA VITA

1. Pace di Cristo e pace dell’uomo che rifiuta Dio

Un’autentica pace umana si apre “spontaneamente” alla pace cristiana, perché solo in Cristo
il cuore umano trova in pienezza e al di là di ogni aspettativa, quella pace a cui anela.

I Pontefici recenti, affermando che le religioni devono perseguire la pace e la fratellanza fra i
popoli e che non si può uccidere in nome di Dio, offrono anche ai non cristiani una chiave di lettura
affinché, ciò che nell’uomo rappresenta una genuina tensione verso il bene e la verità, possa
crescere fino a realizzarsi confluendo nella “verità tutta intera” (Gv 16,13).
  Essi, annunciando i valori umani e in modo particolare il valore della vita umana, sacra fin
dal concepimento, in qualche modo evangelizzano perché, come scrive Giovanni Paolo II
nell’enciclica Evangelium vitae, il valore della vita è inscindibile dall’annuncio del Vangelo.

Infatti, se alla fede in Cristo si arriva solo attraverso la grazia, a Dio si può arrivare con la
ragione, che si spiega proprio in Dio.
Di conseguenza la ragione può arrivare a comprendere i valori umani, a cominciare dal valore di
ogni singola vita. Valori perciò che, prima di essere perfezionati dalla grazia, e perciò prima di
essere cristiani, sono umani, e prima di essere confessionali, sono “laici”.

Di conseguenza, una pace che fa a meno di Dio, fa anche a meno della ragione e, perciò,
dell’uomo, e non può definirsi pace. Anzi, come spesso accade, tale “pace”, produce morte.

Gesù ha detto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a
voi” (Gv 14,27): la pace vera, cioè la pace di Gesù, non è da confondere con la pace che dà il
mondo.

Ma cosa si intende per “pace che dà il mondo”? E cosa per “pace di Cristo”?
Il mondo può dare molte esperienze di pace, ma sempre a modo umano, mentre Gesù è
venuto a portare la pace divina, cioè la pace soprannaturale.

La pace autenticamente umana, sebbene in se stessa non abbia la capacità di realizzare in


pienezza le aspettative dell’uomo, tuttavia prepara alla pace di Cristo: essa perciò non si oppone alla
pace portata da Gesù ma, anzi, le è ordinata.

L’uomo aspira alla pace ma spesso, non cercandola nella verità e non chiedendola a Dio, si
riduce ad inseguirne una caricatura, cioè una falsa pace, ottenendo risultati opposti alle aspettative.
Di fatto il concetto di pace che molti uomini hanno è pieno di errori, mentre la vera pace si fonda
sulla verità e la pace di Cristo, sulla verità da lui rivelata.

La pace, perciò, presuppone l’amore verso tutti, il perdono, il rispetto della vita umana dal
concepimento fino al suo termine naturale, il rispetto del matrimonio cristiano e della famiglia.
Scrive Papa Benedetto XVI: “…chi anche inconsapevolmente osteggia l'istituto familiare
rende fragile la pace all'intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che,
di fatto, è la principale “agenzia” di pace. È questo un punto meritevole di speciale riflessione:
tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna,
ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all'accoglienza responsabile di una
nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell'educazione dei figli,

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costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace” (Messaggio per la Giornata della Pace
del 1° gennaio 2008).

Di fatto, poiché la pace di Gesù è un dono divino frutto della grazia, il vero operatore di pace
è, innanzi tutto, colui che si converte, colui cioè che, con l’aiuto della grazia, fugge il peccato e,
riconciliato con Dio e i fratelli, si dona a Cristo, l’unico in grado di cambiare in profondità il cuore
umano. Infatti, come è dal cuore che nasce il peccato e perciò la guerra (cfr. Mc 7,14-15), è nel
cuore che l’uomo può scegliere e vivere la pace.

Oggi più che mai l’uomo anela alla pace, ma oggi come mai prima il mondo attraversa un
periodo di confusione e di contraddizione.

2. Chiesa e politica

La Chiesa invita e incoraggia i cristiani laici ad interessarsi attivamente della vita politica e
sociale. Compito del laico credente, infatti, è portare Cristo dentro le strutture sociali e là dove
l’uomo si trova.

La laicità l’ha “inventata” Gesù stesso: con le parole “date a Cesare quello che è di Cesare e
a Dio quello che è di Dio” (Mc 12,13-17) egli ha dichiarato separati per sempre il potere religioso e
quello politico e comunque umano.

Gesù, separando in tal modo il sacro dal profano, il creato dal Creatore, non solo rivela come
va adorato Dio e rende la fede più proiettata verso di lui, ma purifica e perfeziona anche
l’intelligenza dell’uomo, togliendo ogni tentazione di approccio fideistico e irrazionale riguardo al
mondo creato.
Da qui lo sviluppo di concetti come la democrazia e la nascita della scienza moderna, che ha dato
risultati straordinari.
Così, se Dio intimamente si può conoscere attraverso la Rivelazione, cioè la fede in Gesù, si
può in certo modo conoscere anche attraverso il creato, grazie alla ragione.

Ma tutto deve essere orientato a Dio, che tutto ha creato, per cui è innanzi tutto la Chiesa a
dire quali sono i limiti dell’azione dell’uomo e del potere politico.
Se, infatti, il dare a Cesare quello che è di Cesare, legittima il potere dello Stato (quando
esso rispetta i diritti umani), il dare a Dio quello che è di Dio significa che tutti gli uomini, anche
chi ha il potere politico, sono tenuti ad osservare i Comandamenti divini. Significa, perciò, che il
potere assoluto appartiene solo a Dio e che nessun potere politico può essere assoluto.

La Chiesa, perciò, di per sé non è da confondersi con nessun potere umano e tanto meno con
uno schieramento politico. Ma poiché i suoi aderenti, pur non essendo del mondo, sono nel mondo,
sono esortati ad adoperarsi per il bene della società, soprattutto portando in essa Gesù Cristo.

2. Cristiani e politica

La politica deve unire e non dividere. Soprattutto i cristiani in politica devono dare
testimonianza di questo, sia facendo unità sui valori umani e cristiani, sia attraverso la carità.

I cristiani in politica non devono guardare tanto alle etichette: destra, sinistra, centro, quanto
alla verità, discriminando tra male e bene, che, naturalmente, possiedono delle “gradazioni”.

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Le categorie destra e sinistra, infatti, sono ideologiche e risalgono alla Rivoluzione
Francese, quando i rivoluzionari consideravano la tradizione (e perciò anche la Chiesa) di destra e
la rivoluzione di sinistra.
Tale modo di schematizzare gli uomini e la società fu ripreso dai movimenti marxisti, per
cui tutto ciò che rappresenta il “vecchio” sistema, e la Chiesa su tutto, è di destra, mentre i
rivoluzionari (il Comunismo e il Socialismo marxista) rappresentano la sinistra.

Ma le categorie della Chiesa, che comprendono anche quelle della ragione, contemplano
solo la verità: il resto è menzogna. Per i cristiani, infatti, tutto ciò che non è di Cristo, è contro
Cristo e tutto ciò che non è bene, è male. In tale ottica Nazismo e Comunismo stanno dalla stessa
parte. Come tutti i totalitarismi e i relativismi.

Purtroppo, nonostante il passare del tempo, ancora oggi lo schema destra, sinistra e centro
influenza ideologicamente molte persone, che più che alla verità badano alla fazione, al “colore”.

Una riprova sta nel fatto che la sinistra progressista italiana di oggi è molto più vicina al
“Berlusconismo” di quanto lo fossero stati in passato i democristiani e, forse, anche gli stessi
liberali, eppure, sebbene abbia rinunciato al marxismo, si sente “affettivamente” più vicina ad un
Gramsci o da un Togliatti che non a un Berlusconi, anche se di fatto abbia concordato con lui su
molte sue scelte politiche che Gramsci e Togliatti avrebbero drasticamente avversato.
Basti solo pensare ai rapporti con la NATO, organizzazione che la sinistra italiana di ieri
considerava come la massima espressione del “nemico”, o al concetto di proprietà privata.

Lo schematismo ideologico, più che credere in idee considerate intramontabili, comporta


scegliere una fazione e cambiare idea a seconda della direzione che essa prende. L’ideologia, infatti,
non si basa tanto su degli ideali ma, piuttosto, si fonda sul relativismo.

Forse non a caso i laicisti progressisti di oggi, abbandonata la lotta armata che fino a pochi
anni fa professavano, sono diventati, quasi seguendo una tendenza della moda, dei pacifisti.
Di conseguenza, non potendo attaccare la Chiesa riguardo la pace, la attaccano sui valori
umani fondamentali, che vedono come un ostacolo al progresso: sacralità della vita umana fin dal
concepimento, sacralità della famiglia, sacralità della sessualità, ecc. In un certo senso questa è la
loro nuova, e non meno pericolosa, rivoluzione.
 
Riguardo ai valori fondamentali, la Chiesa è l’organismo più attaccato alla propria tradizione
che esiste al mondo, perché per essa la Tradizione coincide con la Rivelazione. Ma la Chiesa non è
tradizionalista perché la Rivelazione riguarda le verità eterne e non la cultura umana in cui si deve
“incarnare”, che cambia sempre ed è diversa in ogni luogo.
Anzi, è tradizione della Chiesa che la Tradizione vada sempre più approfondita e trovi
sempre nuovi e più efficaci modi per rendersi presente all’uomo contemporaneo.

I valori della “tradizione” italiana, molto influenzati dalla fede della Chiesa, sono soprattutto
quelli basati sui valori della famiglia e della fede, che oggi si cercano di cancellare.
Ma solo nel rispetto di questi valori tradizionali, che nulla ha a che fare con il
tradizionalismo, può basarsi il vero progresso, che nulla ha a che fare col progressismo.
Un progresso che coinvolge l’uomo integralmente, anima e corpo.

3. La Dottrina sociale della Chiesa

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Uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa è il Principio di sussidiarietà, che
afferma: “Né lo Stato né alcuna società più grande devono sostituirsi all’iniziativa e alla
responsabilità delle persone e dei corpi intermedi. Una società di ordine superiore non deve
interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma
deve piuttosto sostenerla in caso di necessità, aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle
altre componenti sociali, in vista del bene comune” (Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1883-
1885).

La Chiesa, perciò, si è sempre espressa favorevolmente riguardo ai sistemi economici che si


basano su una giusta, e perciò solidale, libertà di iniziativa, mentre ha sempre condannato come
ingiusti i sistemi collettivisti che, al pari di quelli liberisti, si fondano sul materialismo e sul
relativismo, considerando l’economia, il lavoro e il mercato, beni primari in se stessi.

Dice la Chiesa: “Occorre rilevare che nel mondo d’oggi, tra gli altri diritti, viene spesso
soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il
singolo individuo, ma anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un
tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa “eguaglianza” di tutti nella società riduce,
o addirittura distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di
conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un “livellamento in
basso”. Al posto dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione
all'apparato burocratico che, come unico organo “disponente” e “decisionale” -se non addirittura
“possessore”- della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di
dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell'operaio-proletario dal
capitalismo” (Papa Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis, n. 15).

Ma cosa significa libertà di iniziativa, ad esempio, nel fare impresa?


Si è liberi solo se si vedono riconosciuti i propri diritti. Per cui una società libera, composta
da uomini liberi, deve garantire i diritti di tutti, soprattutto di quelli meno agiati e più deboli.
Di conseguenza, se un sistema di mercato che si auto definisce libero non è solidale, entra in
contraddizione con se stesso, in quanto non è veramente libero.
 
La libertà a cui si fa riferimento quando, ad esempio, si parla di libero mercato, non è quella
del “sistema”, ma quella dell’uomo; non è quella di poter fare tutto quello che si vuole e si può, ma
quella di essere. E l’uomo è in relazione con gli altri, per cui la sua libertà si realizza solo in
relazione con quella degli altri, perché questa è la sua natura: l’uomo è libero quando fa le cose che
gli permettono di essere libero, e perciò di realizzarsi come uomo.
 
Come in campo morale l’eterosessualità, che per la Chiesa rappresenta il “sistema” giusto di
vivere la sessualità, può essere vissuta con comportamenti errati (e l’esperienza ci dimostra quanto
disordine morale ci sia in campo affettivo anche tra gli eterosessuali), così l’attuazione pratica di un
sistema di libero mercato può essere segnata da comportamenti disordinati e da elementi non
rispettosi della vera libertà umana, e perciò non propri del sistema stesso.
Proprio come la sessualità, l’economia si può realizzare solo attraverso il dono e, perciò,
anche l’economia deve, in qualche modo, essere espressione di una qualche forma di gratuità.

Chi tiene conto solo di sé stesso, che è solo una parte della realtà, non è nella verità in
quanto non è vero che esiste solo una parte, ma esiste il tutto. Chi tiene conto solo di sé stesso,
perciò, non realizza la propria libertà così come non la realizzerebbe chi scambiasse la propria casa
per l’intero mondo, in quanto rimarrebbe prigioniero in essa.

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La Chiesa afferma che i beni della Terra hanno una destinazione universale. Se ne deduce
che per essere veramente libera, l’iniziativa dell’uomo deve avere, in qualche modo, una tensione
universale.  
Poiché nella Chiesa vige la comunione dei beni spirituali, il significato spirituale del
possesso dei beni terreni da parte dell’uomo, che è orientato a Dio, è in un certo senso universale.
Di conseguenza, anche a livello concreto tali beni devono visibilmente favorire la
comunione e perciò, per quanto possibile, anche essere condivisi, direttamente o indirettamente.

La Chiesa ammette la proprietà privata proprio perché si possa concretamente usufruire dei
beni terreni secondo giustizia. Perciò, se il modo in cui essa si realizza dovesse opporsi alla
destinazione universale dei beni, andrebbe realizzata in modo diverso.
La proprietà privata, perciò, è sottoposta a delle regole. Così come la libera iniziativa.

Afferma Papa Giovanni Paolo II: “Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che
riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della
conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore
dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di
«economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se
con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata
in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri
come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la
risposta è decisamente negativa… Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un
ostacolo nell'affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli.
C'è anzi il rischio che si diffonda un'ideologia radicale di tipo capitalistico” (Papa Giovanni Paolo
II, Centesimus annus, n. 42).
 
Schematicamente si potrebbe dire: per il collettivismo niente è di nessuno: tutto infatti è
dello Stato o del Partito e niente, perciò, può essere personale. Oppure, addolcendo il concetto: tutto
è di tutti, per cui nulla è veramente personale.
Il collettivismo, alienando le cose dalla persona, tende ad alienare la persona stessa,
negandogli anche i più semplici punti di riferimento che la contraddistinguono come persona, e
perciò come essere libero.
 
Per la Chiesa, invece, tutto è di Dio, che offre tutto a tutti e ad ognuno, chiamando ogni
persona a collaborare con lui, che è Colui che dona.
Per Dio, infatti, fondamentalmente tutto è di ogni persona (non indistintamente della
“massa”, ma di ognuno) perché, donandoci Cristo, che è il Signore di tutto, ci dona “ogni cosa
insieme con lui” e, perciò, ci rende capaci di donare e, anche, di possedere, anche se, nella nostra
limitatezza, possiamo concretamente usufruire e rivendicare il possesso (subordinato) solo di
qualcosa.
 
La grande differenza tra il collettivismo e alcune forme di vita comunitaria nella Chiesa, è
data dalla libertà. Chi, infatti, nella Chiesa sceglie di mettere in comune con altri dei beni materiali,
o di spogliarsi dei beni materiali, lo fa liberamente, oltre che nelle forme che sono compatibili con
la giustizia.
Nella Chiesa i fedeli formano una comunità spirituale, cioè una società essenzialmente
soprannaturale, in cui essi sono in comunione attraverso la carità.
Da ciò si deduce che nella Chiesa, anche nelle forme di comunità in cui vige la comunione
dei beni, lo spirito di iniziativa non deve essere mai represso. Può essere regolato ed educato, ma
mai mortificato, perché l’autentica libera iniziativa in ultima analisi va ricondotta a Dio stesso.

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San Francesco di Assisi rinunciò a tutto non perché nulla era suo (usava infatti le cose che
gli servivano come fossero sue), ma per avere il Tutto, cioè Dio.
Siamo all’opposto del collettivismo, che è molto più vicino al liberalismo che a una
concezione cristiana dell’economia.
 
5. Ordine sociale

La libertà di ognuno finisce dove inizia quella dell’altro. Anzi, in un certo senso si più dire,
che la libertà di ognuno comincia dove inizia quella dell’altro: l’uomo, infatti, si realizza in
relazione con gli altri e, perciò, la nostra libertà si realizza pienamente relazionandosi con la libertà
degli altri.
Col peccato originale questo equilibrio si è rotto e il compito della società, anche attraverso
leggi ispirate alla legge naturale, consiste nell’orientare l’uomo verso l’armonia perduta.

Come la carità non può essere separata dalla verità, così la solidarietà non può essere
disgiunta dall’ordine sociale. Le conseguenze sociali del disordine, infatti, sono enormi, mentre se
c’è ordine c’è vera libertà, vera accoglienza, ecc.
Di fatto non c’è contraddizione tra ordine e libertà, tra accoglienza e giuste regole, tra
prevenzione e controllo ma, piuttosto, c’è convergenza.

Uno Stato forte e giusto rappresenta una garanzia per tutti, a cominciare dai più deboli. In
tale stato i diritti delle persone si armonizzano e ordinano secondo il bene maggiore.
Ad esempio, il diritto di una persona di muoversi liberamente ovunque, va armonizzato col
diritto degli altri alla privacy, cosicché nessuno può introdursi senza permesso in una camera da
letto altrui per farsi un riposino, solo perché ne ha voglia.
I diritti fondamentali dell’uomo vanno garantiti sempre, quelli secondari vanno
“armonizzati”.

Molti, sentenziando sui disagi dei giovani, a volte a ragione altre volte a torto, accusano le
famiglie di permissivismo. Ma se la famiglia non deve essere permissiva, perché, come certuni
vorrebbero, dovrebbe esserlo lo Stato nei riguardi di chi commette dei crimini?
Misericordia, mitezza e, anche, clemenza, infatti, nulla hanno a che fare con l’impunità e
l’espiazione.

Il buonismo danneggia tutta la società, anche coloro che pretende di beneficare, perché non
crede nel valore dell’espiazione o non ne ritiene capaci gli uomini, quasi condannandoli a non poter
cambiare. Di fatto, se il buon ladrone del Vangelo non fosse stato riconosciuto colpevole, non
avrebbe conosciuto Gesù.
Scrive Benedetto XVI nel libro: Gesù di Nazaret: “Il mistero dell’espiazione non deve
essere sacrificato a nessun razionalismo saccente”.

Giustizia umana e divina, perdono ed espiazione, libertà e sicurezza, ecc., devono coesistere
nella società: mettere in contrasto tali valori è schizofrenico, così come sarebbe schizofrenico
mettere in libertà un serial killer paranoico per pietismo.

5. Democrazia

Una democrazia perfettamente compiuta ancora non esiste. Come può, del resto, dirsi
pienamente democratico un Paese in cui è permesso l’aborto, in cui i bambini non nati non solo non

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hanno il diritto di essere “rappresentati”, ma corrono anche il rischio di essere legalmente uccisi? La
democrazia non può che fondarsi sulla giustizia e la vera giustizia ha parametri universali.

La democrazia deve tutelare e promuovere le libertà naturali della persona. Essa, perciò,
viene messa in pericolo e viene attenuata, fino ad essere annullata, non solo laddove c’è un dittatore
o un tiranno, ma anche quando le regole sono così tante per cui è difficile “muoversi”, la burocrazia
è oppressiva, la povertà viene accettata, non c’è garanzia di ordine sociale, la criminalità non viene
combattuta, sono in vigore leggi ingiuste e criminali come quella che permette l’aborto…
 
La democrazia, essendo a servizio dell’uomo, e di ogni uomo, deve tenere presente tutte le
esigenze umane, anche, e soprattutto, quelle spirituali. Deve perciò tenere conto, in ultima analisi, di
Dio, valore religioso conforme alla natura dell’uomo e, perciò, valore “laico” (mentre la fede in
Gesù è un valore cristiano).
Anzi, essendo Dio il valore umano più grande, potremmo anche dire che è il valore più laico.
 
Fino ad oggi il cammino della democrazia, che è tutt’ora in corso, è stato faticoso.
Di fatto, nelle democrazie parlamentari, il concetto: un uomo un voto, è recente. In
Inghilterra si affermava solo nel 1928, mentre solo nel 1946 veniva concesso in Italia il voto alle
donne (per cui non si può dire che il Fascismo, pur restando una forma di totalitarismo, abolì la
democrazia parlamentare, visto che ancora, almeno nella forma moderna, essa non esisteva, in
quanto il parlamento era unicamente espressione del voto maschile).
Nella laicissima Francia, paladina delle idee più “moderne” e figlia della Rivoluzione,
invece, le donne poterono votare fin dal… 1944! E solo nel 1966 la Corte Suprema degli Stati Uniti
ha riconosciuto come incostituzionali le norme per cui, per esercitare i diritti politici, occorreva un
certo grado di alfabetizzazione e per votare occorreva pagare una specifica tassa.
Inoltre, fino a pochi decenni fa, molti stati a democrazia parlamentare praticavano il
colonialismo, che, certo, non si può dire democratico.
 
Se di fatto è molto difficile paragonare le democrazie di oggi con quelle di ieri, così come i
totalitarismi, a maggior ragione non si possono paragonare gli Stati alle organizzazioni terroristi.
Se uno stato asseconda il male, infatti, entra in contraddizione con la sua stessa essenza e,
spesso, anche con la sua Costituzione, ma in se stesso, come entità a servizio dell’uomo, ha il diritto
ad esistere. Le organizzazioni terroristiche, invece, tale diritto non lo hanno.
 
6. Politiche sociali

Giovanni Paolo II affermava che al centro delle politiche sociali di uno Stato ci deve essere
la famiglia, che i diritti umani fondamentali non possono essere separati l’uno dall’altro, che la base
di tali diritti è quello della vita dal concepimento al suo termine naturale e che il loro cuore è il
diritto alla libertà religiosa.
Questi sono i cardini stessi della libertà e perciò lo devono essere di ogni legge e politica
degli stati, che hanno il loro motivo di esistere non per se stessi, che sarebbe mostruoso, ma a
servizio dell’uomo, specialmente del più debole.
Di conseguenza, uno Stato a servizio dei cittadini deve attuare delle forti politiche sociali.

Oggi si parla molto di poveri, di democrazia, di solidarietà ma spesso si agisce in senso


diametralmente opposto, quasi contassero più le parole che i fatti, l’apparire che l’essere.
Spesso si ha la sensazione che i poveri e gli immigrati facciano comodo e siano sfruttati per
interessi vari, anche politici, e che perfino certe ong vivano sulla loro povertà.

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Riporta il Vangelo di Giovanni: “Gesù… andò a Betania… Qui gli offrirono una cena…
Allora Maria, presa una libbra d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù
e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell'olio. Ma Giuda
Iscariota… disse: -Perché non si è venduto quest'olio per trecento denari e non si sono dati ai
poveri? - Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa,
ne portava via quello che vi si metteva dentro. Gesù dunque disse: -Lasciala stare; ella lo ha
conservato per il giorno della mia sepoltura. Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non
mi avete sempre-” (Gv 12,3-8).
Giuda parla a favore dei poveri, ma tradisce Dio. Al contrario di madre Tersa di Calcutta
che, partendo da Dio, ama i poveri e li serve, vedendovi in ognuno Gesù. Il servizio di Madre
Teresa dà ai poveri dignità, Giuda invece li sfrutta per il proprio tornaconto, che nel suo caso é
innanzi tutto economico.

Giovanni Battista, a chi andava a lui per farsi battezzare e gli chiedeva cosa dovesse fare,
rispondeva: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha” (Lc 3,11).
Non diceva di dare tutte e due le tuniche, e neanche di dividere le tuniche in 10 pezzi, che
non sarebbero serviti a coprire, ma parlava con realismo e concretezza, doti che davvero servono
per applicare la giustizia sociale.
Egli in pratica diceva che, oltre al necessario, ciò che si ha in più è per gli altri.
Questo è il principio che deve animare le politiche sociali degli stati.
Non è questione di egualitarismo ma, come dice san Paolo, di fare uguaglianza, cioè di dare
a tutti la possibilità di una vita dignitosa.

Il giubileo ebraico, senza penalizzare la libera iniziativa e perciò le giuste ambizioni e le


giuste differenze, anche economiche, tra le persone, tendeva a questo. Esso, infatti, metteva delle
regole affinché non ci si potesse arricchire all’infinito ai danni degli altri, e perché ai meno abbienti
non mancasse il necessario.
Dice la Bibbia: “Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non
raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne incolte. Poiché è
il giubileo; esso vi sarà sacro; mangerete quel che i campi hanno prodotto in precedenza. In questo
anno del giubileo ciascuno tornerà in possesso del suo. Se vendete qualcosa al vostro prossimo o se
comprate qualcosa da lui, nessuno inganni il suo prossimo. Quando comprerai del terreno dal tuo
prossimo, stabilirai il prezzo in base agli anni passati dall'ultimo giubileo, ed egli venderà a te in
ragione degli anni in cui si potrà avere raccolto. Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai
il prezzo; e quanto minore sarà il tempo, tanto calerai il prezzo, poiché egli ti vende il numero delle
raccolte. Nessuno di voi danneggi il suo prossimo, ma temerai il tuo Dio; poiché io sono il
SIGNORE vostro Dio.
Voi metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni e le adempirete e starete al
sicuro nel paese. La terra produrrà i suoi frutti, ne mangerete a sazietà e in essa abiterete sicuri”
(Lv 25,11-19).

La mancanza di giustizia è un insulto alla dignità e un’offesa alla vita delle persone, che è
intimamente legata alla giustizia.
Infatti, la prima forma di rispetto della dignità di una persona è il riconoscimento al diritto di vivere
e la garanzia di poterlo fare dignitosamente.

La pace dipende dalla giustizia del rispetto dei comandamenti di Dio: il male che sta alla base di
ogni male non si chiama “guerra”, ma PECCATO.
Di conseguenza, laddove è praticato l’aborto non può esserci pace del cuore e se si vuole la pace,
anche delle armi, è indispensabile accogliere la vita fin dall’inizio

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L’aborto volontario, infatti, è come la guerra e, spesso, la precede.

INDICE

1. Pace di Cristo e pace dell’uomo che rifiuta Dio


2. Chiesa e politica
3. Cristiani e politica
4. La dottrina sociale della Chiesa
5. Ordine sociale
6. Democrazia
7. Politiche sociali

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