Sei sulla pagina 1di 3

Aldo Torrebruno - aldo.torrebruno@polimi.

it Storia e tecnica della fotografia - saggio conclusivo Tra verit e interpretazione: Martino Lombezzi La fotografia, proprio perch oggi annoverata tra le arti, non pu che essere partecipe della domanda e del paradosso che coinvolge tutte le arti, ed in particolare quelle eminentemente visive: il suo dire uno svelare o piuttosto uno s-velare, un ammantare di una certa patina (di bellezza, ma anche di menzogna) il mondo e le sue manifestazioni, la sua darstellung? Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, per molti aspetti a mio avviso tuttora insuperato in alcune sue enigmatiche affermazioni, capace di dire in un aforisma ci che altri pensatori non dicono in un libro intero, sembra non avere dubbi e ci mette in guardia: La verit brutta: ma abbiamo larte per non perire a causa della verit. Nietzsche va oltre, e afferma (si noti bene, dopo che Kant aveva orgogliosamente affermato Keine Metaphysik mehr! Mai pi metafisica!) che Larte lultima possibilit metafisica delluomo occidentale. Sembra non sussistano dubbi, quindi: larte per Nietzsche una menzogna, capace di rendere pi accettabile questa vita, evitandoci di avere a che fare con la verit e quella che lui chiama lonest, che ci porterebbe inevitabilmente a conseguenze tragiche per lindividuo e la specie: Le conseguenze dellonest sarebbero la nausea e il suicidio. Di tutte le arti non c dubbio che la fotografia, proprio per la sua caratteristica di estrema verosimiglianza e di aderenza se non alla realt tout court, quanto meno ad un dato momento nello spazio-tempo (riecheggia il noema della fotografia secondo Roland Barthes: stato) sia sicuramente la pi menzognera, perch mentre ci mente sembra affermare sto dicendo la verit. In questa formulazione per immagini del paradosso del mentitore risiede anche il paradosso della fotografia: pu essa mentirci, ma al contempo essere la nostra fonte primaria di conoscenza del mondo? Perch, pensandoci a fondo, appare innegabile che la maggior parte della nostra conoscenza del mondo non avvenga per esperienza diretta, ma sempre mediata attraverso immagini, ed in particolare immagini fotografiche. Quando visitiamo Parigi, andiamo in cerca delle vedute della Torre Eiffel che conosciamo prima di partire, quando andiamo a New York non possiamo che ricercare, col naso rivolto verso lalto, quella particolare inquadratura dei gargoyles che adornano il Chrysler Building che funge al contempo da bias e da cornice per il nostro vedere (Martin Heidegger del resto rivaluta il buon senso comune e il pre-giudizio, quando afferma: non si comprende senza aver pre-compreso). Torna quindi il dubbio: tutte queste vedute, tutte queste conoscenze e pre-conoscenze e questi frame che incorniciano (secondo la nota ipotesi di Derrick De Kerchove) il nostro pensiero e la nostra conoscenza - al punto di divenire quasi una gnoseologia per immagini - possono dunque essere false, possono mentirci? Credo che dobbiamo tornare a Nietzsche ancora una volta, il quale prevedendo le critiche rispetto alla sua teoria sulla non esistenza dei fatti, ma solo di interpretazioni (e quindi della realt, ed in ultima analisi della Verit, quella con la V maiuscola) sembra scrollare metaforicamente le spalle e affermare ebbene, tanto meglio. Come uomini post-moderni non possiamo ignorare di essere circondati dalla menzogna sia essa quella delle parole o delle immagini - ma al contempo ci dobbiamo fare forza (e non certo pensiero debole, questo!) dellimpossibilit teorica, se non attraverso atti di fede, di conoscere in alcun modo la Verit.

E allora, la fotografia pu legittimamente tornare ad essere il medium pi significativo per la nostra epistemologia quotidiana, ed il grido kantiano pu assumere un sapore molto pi ironico, quando si ha la consapevolezza della menzogna cui si sta prestando orecchio e dello spirito critico con cui la si sta osservando. Certo, impossibile non avvedersi delladdensarsi delle nubi nere del dubbio etico dinnanzi a tali affermazioni: non possiamo infatti giustificare gli intenti volutamente mistificatori di chi usa il medium fotografico - e tutti gli altri medium visivi - per ingannare i pi deboli (in senso gnoseologico: coloro i quali non hanno consapevolezza della connaturata menzogna insita in ogni dire, e dellimpossibilit - oggi come sempre delloggettivit, anche per media che sembrano essere una finestra sul mondo). In tal senso credo sia necessario uno sforzo continuo ed incessabile proprio per svelare tali inganni, non per ricostruire la verit (operazione impossibile, come abbiamo affermato) quanto piuttosto per mostrare lesistenza intrinseca in ogni medium di un punto di vista che inevitabilmente ci offre una propria interpretazione del mondo che non dobbiamo accettare acriticamente, ma al contrario su cui dobbiamo innestare le nostre interpretazioni, in quella che Eco chiama semiosi infinita. Alla luce di queste considerazioni ho deciso di soffermarmi sullopera di Martino Lombezzi, un giovane fotografo genovese. Lombezzi si interessa principalmente di fotografia documentaria, ovvero proprio quella fotografia i cui intenti sembrano essere in contrasto con quanto affermato sopra, perch teoricamente pi veritieri, pi responsabili, pi aderenti al vero. Ho scelto la sua opera perch nei suoi lavori ho riconosciuto grande onest intellettuale: il punto di vista del fotografo sempre presente in maniera dichiarata, non c nel suo intento documentaristico una pretesa di oggettivit, quanto piuttosto una capacit di partecipare attivamente a ci che sta fotografando. In tal senso le parole di Denis Curti, direttore della sede milanese dellagenzia Contrasto, da cui Lombezzi rappresentato, sono estremamente significative: il reportage oggi fondamentalmente il frutto di un progetto, di un incontro con il soggetto che noi vogliamo raccontare. Quindi, sempre meno foto rubate e sempre pi foto pensate. Nei giornali questo si sente moltissimo e io lo trovo molto affascinante. Il fotografo non pi soltanto un testimone di un fatto, di un evento, ma partecipe di quellevento. Non necessariamente lo condivide, ma lo comprende. Tutto il suo agire, quindi, nei confronti della comprensione di quellevento per raccontarlo meglio. Io credo che per raccontare qualcosa si debba conoscerla. Anche lincontro con il soggetto, con la situazione, dunque assolutamente fondamentale. Questo produce evidentemente una fotografia molto diversa da quella di dieci anni fa che prevedeva ancora foto rubate, prese di nascosto. (tratto da http://goo.gl/RBz5M). Lombezzi partecipa degli eventi che racconta, non si limita a testimoniarli ma li comprende, li vive in prima persona e ce ne offre la propria visione, come si evidenzia per esempio nei due reportage politici che si possono trovare sul suo sito (http://www.martinolombezzi.it): Padania, una ricognizione su miti e realt della Lega Nord e Feste de lUnit, in cui sembra riecheggiare ancora una volta il barthesiano stato: il fotografo sa di essere testimone di un momento irripetibile, il passaggio storico dalle feste de lUnit alle feste democratiche e legge questo momento di fine di unepoca (e quindi di morte) alternando pieni e vuoti, gesti ripetuti lungo gli anni e immagini che simboleggiano il passato anche nel loro essere presente (il profilo di Lenin in controluce dellultima foto che compone questo reportage estremamente indicativo - e sicuramente questa non unimmagine oggettiva!).

Il lavoro che per mi appare pi significativo, ed in un certo senso politico (nel senso etimologico del termine) quello su Novellara e sullintegrazione dei migranti: Lombezzi documenta, ma sembra dichiarare sin da principio il proprio punto di vista - per questo ritengo questo fotografo affascinante! - e costruisce una sorta di testimonianza che si contrappone ai luoghi comuni che molti media propongono oggi (tema incredibilmente attuale alla luce degli ultimissimi fatti di cronaca) - anche per immagini - dei migranti in Italia. In questa capacit di aggiungere una sorta di nuovo livello al paradosso del mentitore risiede, credo, uno degli aspetti pi sconvolgenti ed affascinanti della fotografia. La capacit di un fotografo - la cui cura anche formale appare evidente nei suoi lavori - di scardinare loggettivit del reportage, per rendere manifesta la propria lettura delle situazioni, ben si colloca nel circolo delle interpretazioni della realt di cui ha parlato in precedenza. E ci chiama allopera: si tratta di confrontare le nostre interpretazioni con quelle del fotografo, ben consapevoli che non di verit si tratta, ma di realt - in tutte le sue possibili prospettive. Bibliografia F. Nietzsche, Frammenti postumi (1888-1889), 1974, Milano, Adelphi I. Kant, Critica della ragion pura, 2005, Bari, Laterza F. Nietzsche, La gaia scienza e idilii di Messina, 1977, Milano, Adelphi R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, 2003, Torino, Einaudi M. Heidegger, Essere e tempo, 2005, Milano, Longanesi D. De Kerchove, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, 2005, Bologna, Baskerville F. Nietzsche, Al di l del bene e del male, 1977, Milano, Adelphi U. Eco, Il segno, 1973 , Milano, Isedi http://goo.gl/RBz5M (link verificato il 17/6/2011) http://www.martinolombezzi.it (link verificato il 17/6/2011)