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La lunga strada per il potere: il conflitto tra patrizi e plebei

Dopo la cacciata dei re, il potere a Roma era gestito esclusivamente dai patrizi, che avevano
organizzato la gestione del potere in modo da averne il monopolio. Contemporaneamente la
plebe, ovvero la moltitudine di coloro che, pur essendo cittadini romani, non facevano parte
del ceto dominante, accresceva la sua importanza nella società: plebei erano i grandi o i
piccoli proprietari, i braccianti della campagna, gli artigiani e i mercanti della città; plebei
erano anche i clienti delle famiglie patrizie, anche se loro si schierarono sempre dalla parte
dei loro patroni. Essi erano di fatto dei soggetti attivi nella società, perchè possedevano un
reddito, talvolta cospicuo; facevano affari, prestavano servizio militare e spesso erano
costretti a lunghi periodi di lontananza da casa e dai loro interessi economici. Gravavano,
perciò, su di loro doveri che non erano, però, bilanciati da equivalenti diritti; anzi essi erano
completamente esclusi da qualsiasi decisione politica: erano perciò soggetti politicamente
passivi. Nel 494 a.C., secondo quanto ci è stato tramandato dalla tradizione, il malcontento
diede il via a una durissima lotta, che portò i plebei a ritirarsi sull’Aventino, rifiutandosi di
partecipare a qualsiasi attività dello Stato: essi furono protagonisti di una secessione.
L’azione della plebe non si esaurì in un semplice allontanamento dalla città; essa si
caratterizzò come un evento davvero rivoluzionario, perché la plebe sull’Aventino si
organizzò eleggendo proprie magistrature, i tribuni, e creando proprie assemblee, i comizi
tributi. La tradizione storiografica ha poi attribuito a Menenio Agrippa il merito di aver fatto
rientrare in città la plebe con la narrazione di un famoso apologo.

Livio racconta il discorso di Menenio Agrippa


Fu dunque deciso di mandare alla plebe come parlamentare Menenio Agrippa, uomo
facondo e, poiché da essa proveniva, caro alla plebe. Egli, introdotto nell’accampamento,
con quel modo di parlare disadorno che era proprio degli antichi, non raccontò, a quanto si
tramanda, altro che questo: nel tempo in cui nell’uomo non regnava come ora una perfetta
armonia fra tutte le parti, ma ogni membro aveva un suo particolare modo di pensare, un
suo particolare modo di esprimersi, si sdegnarono tutte le altre parti che tutto ciò ch’esse si
procuravano con la loro attività, con la loro fatica, con la loro funzione andasse a vantaggio
del ventre, mentre questo se ne stava tranquillo nel mezzo, e ad altro non pensava che a
godersi i piaceri che gli venivano offerti ; fecero dunque una congiura e convennero che le
mani non portassero più il cibo alla bocca, che la bocca rifiutasse quello che le veniva
offerto, che i denti non masticassero quello che ricevevano. La conseguenza di questa
ribellione fu che, mentre si proponevano di domare il ventre con la fame, non soltanto
questo, ma insieme con esso anche le membra e tutto il corpo si ridussero a un estremo
esaurimento. Risultò quindi evidente che anche il ventre non se ne stava in ozio, ma aveva
una sua funzione, e che non era nutrito più di quanto non nutrisse restituendo a tutte le parti
del corpo, equamente distribuito per le vene, questo sangue cui dobbiamo la vita e le forze e
che si forma con la digestione del cibo. Dimostrando quindi con un paragone quanto la
ribellione interna del corpo fosse simile al furore della plebe contro i patrizi, si dice che egli
riuscisse a piegare l’animo di quella gente.
Leggi emanate dopo la secessione
494 a.c. - I Lex Sacrata -

Stabiliva che i tribuni della plebe erano sacri e inviolabili (sacrosancti) durante la

magistratura e chiunque contravveniva a questa legge era condannato a consegnare i

suoi beni alla dea Demetra.

492 a.c. - II Lex Sacrata -

Votata dal concilio della plebe due anni dopo, che impediva di interrompere o

disturbare i tribuni della plebe mentre parlavano in assemblea, ed obbligava chi lo

avesse fatto a fornire un garante, e che se non avesse fatto ciò sarebbe stato

processato davanti al concilio della plebe e condannato alla sacratio (poteva essere

impunemente ucciso da chiunque ed i suoi beni consacrati alle divinità plebee)

486 a.c. - Lex Cassia agraria -

(progetto respinto) Presentata da Spurio Cassio Vecellino, per riconoscere terre

conquistate da spartire tra Ernici e Volsci.

471 a.c. - Lex Publilia Voleronis -

Proposta dei tribuni della plebe, tra cui Publilio Volerone e Gaio Letorio. Con questa

legge il concilio della plebe fu riconosciuto ufficialmente come realtà istituzionale della

Repubblica romana, ed organizzato su base tributa. I tribuni della plebe e gli edili

venivano eletti dai Concilia Plebis Tributa. Istituzione dell’elezione dei tribuni della

plebe da parte dei comizi tributi, stabilendo dovesse avvenire da allora in poi in

assemblee alle quali i plebei partecipassero ordinati sulla base delle tribù territoriali in

cui erano iscritti (concilia plebis tributa). Si intese così sottrarre ai plebei nullatenenti

(dipendenti dei patrizi o da questi facilmente manovrabili) la direzione politica della


lotta contro i patrizi, per affidarla ai plebei che avevano sede e fondo nella tribù

territoriale e che pertanto economicamente autosufficienti.

462 a.c. - Lex Terentilia -

Il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa presentò la legge che proponeva un comitato

di cinque cittadini al quale doveva essere affidato l'incarico di stendere le norme che

vincolassero il potere dei consoli, allora praticamente senza limiti. Non venne mai

approvata.

456 a.c. - Lex Icilia de Aventino publicando -

Lex publica promossa dai consoli Spurio Verginio Tricosto Celiomontano e Marco

Valerio Massimo Lettuca, su proposta del tribuno della plebe Lucio Icilio Ruga.

Riguarda l'assegnazione dei terreni pubblici dell'Aventino alla plebe in proprietà privata

perché potessero costruirvi le loro abitazioni.

456/54 a.c. - Leges Iciliae Lucius Icilius -

Diritto di parola dei Tribuni della plebe in Senato.

454 a.c. - Lex Iciliae -

Promossa da Lucius Icilius, sul diritto di parola dei Tribuni della plebe in Senato.

454 a.c. - Lex Terentilia -

Mai approvata: proponeva un comitato per definire i limiti del potere dei consoli.
454 a.c. - Lex Aternia Tarpeia de multis -

Regolava il pagamento di multe e ammende. Fu votata su proposta dei consoli Spurio

Tarpeio Montano Capitolino e Aulo Aternio Varo Fontinale. Estese la provocatio contro

le multe superiori a 3.020 assi.

451 a.c. - Decemviri Legibus Scribundis Consulari Imperio -

Redazione di codici giuridici in materia civile e penale.

451 a.c. - Leggi delle XII Tavole -

Decemviri Legibus Scribundis Consulari Imperio (collegio eletto dai romani per la

stesura di nuove leggi necessarie a causa della contrapposizione tra Patrizi e Plebei, e

quindi tra Consoli e Tribuni della plebe), costituì una sorta di simbolo

dell’emancipazione plebea.

- Adfectàtio regni (Aspirazione alla tirannide)

- Attentato all’ordine costituito compiuto da un usurpatore.

La legislazione penale delle XII Tavole punì questo crimine secondo il regime della

perduèllio, cui era assimilato. Dalle fonti apprendiamo che di Adfectatio furono accusati

il famoso uomo politic o Spurio Cassio e Manlio Capitolino.

La Lex XII Tabulàrum costituì il nucleo del iùs legitimum vetus. Per procedere alla

redazione di tale raccolta di leggi, furono sospese per un anno tutte le magistrature e

tutti i poteri furono deferiti ad un collegio di dieci membri - decèmviri lègibus

scribùndis -, incaricati proprio della preparazione di tale testo.

Le Dodici Tavole non contenevano norme di particolare favore per la plebe, né

significative innovazioni, ma ebbero il merito di definire con certezza le norme del ius

Quirìtium, consentendone l’accessibilità e la conoscenza a tutti. Il diritto era in

precedenza ammantato di sacralità e di mistero ed era affidato esclusivamente alla


memoria dei pontìfici, espressione di ristretti gruppi oligarchici, tesi ad imporre la loro

egemonia sui plebei e sulle genti patrizie avverse.

449 a.c. - Lex Valeria Horatia de tribunìcia potestate -

Legge risalente, secondo la tradizione, al 449 a.c. o 509 a.c.: sancì l’inviolabilità dei

tribuni della plebe, degli edili plebei e dei iudices decèmviri. Tale legge riconfermava in

realtà il carattere di sacertas riconosciuto ai magistrati plebei dalla plebe con il

giuramento sul Monte Sacro (durante la secessione del 495 a.c.).

449 a.c. - Leges Valeriae Horatiae - e/o Lex Duillia Lucio Valerio Potito Marco Orazio

Barbato - Definizione del ruolo dei tribuni della plebe, i plebiscitis votati dai comizi

tributi con la ratifica del senato.

449 a.c. - Lex Valeria Horatia de plebiscitis -

Per cui qualsiasi deliberazione adottata dai plebisciti sarebbe stata obbligatoria per

l'intera cittadinanza. Poco credibile poiché all'epoca la plebe non era inclusa tra le

Magistrature.

449 a.c. - Lex Valeria Horatia de provocatione -

Diritto di parola dei Tribuni della plebe in Senato.

449 a.c. - Lex Valeria Horatia de senatus consultorum custodia -

Promossa da M. Horatius e L. Valerius, per cui i senati.consulti venissero custoditi dagli

aediles plebis nel tempio di Cerere.

449 a.c. - Lex Horatia de Taracia Vergine Vestali -


Concessione di vari privilegi a Taracia come quello di fare da teste in cerimonie solenni.

449 a.c. - Lex Duilia de consulibus restituenda -

Plebiscito del tribuno M. Duilius affinchè alla caduta dei decemviri si ricostituisse il

senato.

449 a.c. - Lex Duilia de Provocatione -

Plebiscito del tribuno M. Duilius stabilendo la pena di morte a chiunque lasciasse la

plebe senza tribuni o creasse magistrati non soggetti a provocazione.

449 a.c. - Lex Duilia de Impunitate -

Promossa dal tribuno M. Duilius per cui per quell'anno non si ammettevano diritti di

intercessione.

449 a.c. - Lex Valeria Horatia de Plebiscitis -

Voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatus per cui si

riconosceva l'obbligatorietà generale dei plebisciti.

449 a.c. - Lex Valeri Horatia de Provocatione -

Voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatus per cui dopo la

caduta dei Decemviri si sarebbe ripristinata la provocatio. In realtà le fonti menzionano

tre leggi Valeriæ, di epoca diversa (509 a.c.; 449 a.c.; 300 a.c.) e tutte promosse da un

console Valerio (ma non poteva trattarsi della stessa persona). La dottrina più

autorevole ritiene, infatti, le prime due leggi leggendarie. La terza legge (quella del 300

a.c.) avrebbe disciplinato la provocatio, rendendola istituto stabile nell’ordinamento

processuale romano.
449 a.c. - Lex Valeria Horatia de Tribunicia Potestate -

voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatusche ripristinò

l'inviolabilità dei tribuni, degli edili plebei e dei giudici decemviri.

449 a.c. - Lex Icilia de Triumphe Consulum -

Avendo il senato negato il trionfo a L. Valeris Potitus e a M. Horatius Barbatus, questi lo

ottennero per plebiscito promosso dal Tribuno L. Icilius.

448 a.c. - Lex Trebonia de Tribunorum Plebis Creatione -

Promossa da L. Trebonius, abolì il diritto dei tribuni di integrarsi per cooptazione, e le

elezioni non si interrompevano finchè tutti e dieci non fossero stati eletti.

448 a.c. - Lex Trebonia Lucio Trebonio Aspro -

Obbligo di proseguire nell’elezione dei tribuni fino a che non sono tutti eletti.

446 a.c. - Lex de Agro Colriolano -

Promossa da A. Furius Medullinus e T. Quinctius Capitolino per decidere una

controversia tra Aricini e Ardeates sull'agro di Corioli, su cui decise il popolo con i

Comizi Tributi.

445 a.c. - Lex Canuleia de Conubio patrum et plebis -

Plebiscito del tribuno C. Canuleius che tolse il divieto di connubium tra patrizi e plebei.

439 a.c. - Lex plebiscitum a L. Minucius -


Minucius venne così eletto praefectus Annonae.

434 a.c. - Lex Aemilia o Lex centuriata de potestate censoria -

Promossa da Marcus Aemilius Mamercinus, accorcia il mandato del censore da 5 anni a

18 mesi.

434 a.c. - Lex centuriata de potestate censoria -

Emanata dal dittatore Mamerco Emilio fissò a 18 mesi il termine massimo per la durata

in carica dei censori, i quali, dovendo assolvere ad un compito specifico, rimanevano in

carica per un tempo indeterminato finché non si provvedeva ad eleggere una nuova

coppia di censori.

434 a.c. - Lex Aemilia Marco Emilim Mamercino -

Accorciamento della durata del mandato del censore a 18 mesi rispetto ai 5 anni

(lustro)

432 a.c. - Lex Pinaria Furia Postumia -

Promossa da tre tribuni militari e consolari, Lucius Pinarius Mamercinus, Lucius Furius

Medullinus et Spurius Postumius Albus. I plebei, nonostante la nomina di tribuni

militari con potere consolare sia aperta ai plebei, ancora non ottengono l'accesso alle

più alte magistrati. Per rimediare a questo, i tribuni dell'anno .fanno la proposta a cui si

oppone il Senato, provocando l'indignazione del popolo. Di fronte a ciò, poichè a Roma

comandava il popolo, la legge passò.

430 a.c. - Lex Papiria Julia -


Proposta dai consoli Lucio Giulio Iullo e Lucio Papirio Crasso (o Gaio Papirio Crasso).

Prevede che le multe debbano essere pagate in monete di rame o bronzee e non in

bestiame, come era in uso, con l’equivalenza di una pecora per dieci assi e di un bue

per cento assi.

Floro e l’epitome

Publio Annio Floro, detto anche Lucio Anneo Floro o anche Giulio Floro (in latino Publius Annius Florus,
Lucius Annaeus Florus, Julius Florus; Africa, 70/75 circa – Roma, 145 circa), è stato uno storico e poeta
romano, di origini africane, autore dell'opera "Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo".

Non si ha la matematica certezza, da parte degli studiosi, che i diversi nomi, fino a tre diversi Floro autori
delle opere pervenute, siano la stessa persona, ma grosso modo il personaggio è questo. Comunque
doveva provenire dalla gens Annia, un'antica famiglia plebea romana.

Della sua vita si sa solo quel poco che lo stesso Floro dice nel dialogo, di genere autobiografico,
Vergilius orator an poeta (Virgilio oratore o poeta), di cui possediamo solo la parte iniziale.

Egli si dichiara di origine africana, e partecipò a Roma a una gara di poesia nella quale ingiustamente
non fu premiato per la gelosia di Domiziano. Non sappiamo se veramente vi fu l'ingiustizia, però
sappiamo che l'imperatore non era alieno a queste invidie.

Floro, fortemente deluso, partì da Roma e viaggiò a lungo nel Mediterraneo; si fermò diversi anni in
Spagna, a Tarragona, dove fra l'altro insegnò retorica.

Ritornato a roma trovò una situazione molto diversa, a Domiziano era succeduto Traiano a cui si legò in
amicizia e successivamente conobbe il suo successore Adriano, divenendo amico anche di questo
imperatore.

Si dedicò alla storia ed alla poesia, preannunciando la nuova svolta della poesia coi poetae novelli.
Questi costituirono una scuola poetica latina, sbocciata a Roma nel II sec. d.c., e precisamente all'epoca
dell'imperatore Adriano (117-138).

Oggi si dubita dell'esistenza storica di un cenacolo o di un movimento letterario con questo nome.
Tuttavia le testimonianze, spesso frammentarie, della poesia del II secolo, mostrano delle costanti
piuttosto riconoscibili. Si ebbe un cambiamento nel gusto della poesia latina per cui sono stati usati i
termini di poesia novella, novellismo e poeti novelli.
Floro sentì l'esigenza letteraria di un cambiamento, soprattutto nei modelli storiografici tradizionali, o per
lo meno di uscire da uno schema quasi fisso, in modo da poter aggiungere al testo particolari e dettagli
che potessero arricchire la scena, e a volte riuscì creando delle svolte nei fatti o nei personaggi, altre
volte invece furono inserimenti forzati e inutili che creavano solo un appesantimento del testo di base.

Fu infatti un po' discontinuo nel suo stile, forse a causa di sue insicurezze. Ebbe un rapporto di amicizia
con Svetonio con cui condivise la medesima ricerca letteraria del nuovo stile. Non si sa con precisione la
sua data di morte, forse intorno al 145.

BELLORUM OMNIUM ANNORUM DCC o EPITOMAE DE TITO LIVIO

La sua opera storica "Bellorum omnium annorum DCC", è il compendio di 700 anni di guerre romane da
Romolo ad Augusto, ed ha, come "Epitomae de Tito Livio" (anche Epitoma o Epitome), un titolo
sicuramente non originale ma aggiunto successivamente e inadeguatamente, perché l'autore pur
basandosi molto su Livio, ha differente l'impostazione e la visione delle cose, e inoltre utilizza molte altre
fonti, quali Sallustio, Cesare e Seneca il Retore, riportando anche eventi successivi a Livio.
Floro usa come modello la dottrina stoica dei cicli e della palingenesi, e divide la storia romana in quattro
età, come quelle della vita umana, secondo un criterio che aveva adottato Seneca il Vecchio nelle sue
Historiae, e sarebbero:
- il periodo monarchico (infanzia),
- l'età repubblicana fino alla conquista di tutta le penisola italica (adolescenza),
- la costruzione di un impero e la pacificazione di Augusto (maturità),
- l'età imperiale fino ad Adriano (vecchiaia),
- per ultimo però con Traiano all'Impero romano viene restituita una nuova giovinezza.

L'opera è un vero e proprio panegirico, pieno di retorica e di enfasi, dove esalta soprattutto il valore
militare del popolo romano, di cui esalta le gesta fin dalle origini.
Il valore storico dell'opera però è di scarso valore, molto intrisa di fini retorici e moralistici, e molto
connessi con la propaganda imperiale del suo periodo.

Insomma Floro elogia più che raccontare e si lamenta solo che il presente non sia come l'epoca delle
guerre puniche, quando regnavano l'onestà e il coraggio, mentre nel suo tempo la società romana
sguazzava nel lusso e nella ricchezza che infiacchiscono gli animi.

Viene il sospetto che Floro si sentisse povero rispetto alla ricchezza che lo circondava e che ciò gli
suscitasse un po' di invidia.

Lo stile particolarmente enfatico della sua opera, fu un'anticipazione e in parte un'ispirazione di ciò che
sarà la letteratura africana, pagana e soprattutto cristiana, dei secoli successivi. Una letteratura
decadente, colorita ma enfatica, molto formale e molto staccata dai sentimenti. Una falsa razionalità
camuffata da sentimento.

Di Floro poeta ci sono rimasti alcuni epigrammi in trimetri trocaici e alcuni versi scherzosi indirizzati ad
Adriano con relativa ed ironica risposta dell'imperatore-poeta

"Il popolo romano nel corso degli anni dal re Romolo a Cesare Augusto, in settecento anni ha gestito
un'opera così grande in pace e in guerra, di modo che, se qualcuno riferisse ad un anno la grandezza
dell'impero, ne prenderebbe in considerazione l'età. Avendo operato con le armi in lungo e in largo in
tutto il mondo, ne consegue che coloro che leggano le loro gesta, non di un solo popolo, ma di tutta la
razza umana starebbe imparando gli accadimenti.
Tanti si lanciarono nelle fatiche e nei pericoli, affinché si stabilisse l' impero di cui si potesse ammirare la
Virtù e la Fortuna.
Questa cosa, che se non altro, fa conoscere il prezzo di questo operare, ma anche che di per sé rende la
grandezza degli argomenti, nonchè la diversità delle intenzioni nelle azioni, io farò, allo stesso modo che
usano coloro che sono abituati ad annotare geograficamente i vari paesi: in breve raffigurando
l'immagine come una tela, da cui nulla spero emerga, se non l'ammirazione che il principe dei popoli ci
guadagnerà, quando nello stesso modo, tutto in una volta mostrerò la sua grandezza.

Congiura di catilina
Conviene che tutti gli uomini, che desiderano svettare sui restanti animali,
si impegnino al massimo delle loro forze affinché non trascorrano la vita in
silenzio come le bestie che la Natura ha forgiato chini e succubi del loro
ventre. Ora, ogni nostra risorse è situata nell’animo e nel corpo: ci
serviamo maggiormente della facoltà di comando dell’anima o di quella di
servire del corpo; l’una ci è in comune con gli dei, l’altra con le bestie. E per
questo fatto mi pare più retto perseguire la gloria con le risorse
dell’intelletto piuttosto che con le doti fisiche, e, poiché la vita stessa di cui
godiamo è breve, [è più opportuno] lasciare una memoria di noi il più lunga
possibile; infatti, la fama delle ricchezze e dell’aspetto esteriore è
passeggera e caduca, [mentre] la virtù è considerata illustre ed imperitura.
Ma a lungo c’è stato tra gli uomini mortali un gran dibattito se le faccende
militari avessero successo per la virtù del corpo o dello spirito. E infatti,
prima che si incominci è opportuno decidere, e quando s’è deciso, agire
risolutamente. In questo modo, entrambe le qualità, di per se stesse
insufficienti, hanno bisogno dell’aiuto dell’altra.

[2] Dunque all’inizio i re - infatti sulla Terra è stato questo il primo nome del
potere - praticavano, ciascuno a suo modo, in parte l’intelligenza in parte la
forza fisica. Allora la vita umana si svolgeva senza invidie; ciascuno era
soddisfatto delle proprie cose. In verità, dopo che Ciro in Asia, in Grecia gli
Spartani e gli Ateniesi cominciarono a sottomettere nazioni e popoli, a
prendere come causa di conflitto di desiderio di dominio, a considerare che
la massima gloria stesse nel massimo potere, allora si scoprì, per mezzo di
prove ed esperienze dirette, che in guerra l’ingegno è superiore. E si scoprì
che se la virtù dello spirito di re e imperatori fosse identica in pace come in
guerra, le faccende umane si svilupperebbero in modo più equo e più
stabile e tu non potresti vedere situazioni così alterne e mutevoli. Infatti,
facilmente si conserva il potere con quelle arti con cui all’inizio è stato
conquistato; invece, quando l’inerzia prende il posto del lavoro scrupoloso,
quando il desiderio e la superbia scalzano la moderazione e il senso
dell’equilibrio, la sorte cambia volto insieme con i costumi. Così, il comando
passa sempre dai meno adatti ai migliori. E ciò che gli uomini [fanno
quando] arano, navigano, edificano, tutto questo è appropriato alla virtù.
Ma molti uomini mortali, schiavi dello stomaco o del sonno, ignoranti e
insipienti, attraversano la vita come pellegrini; per questi ultimi, il corpo è
un piacere contro natura, l’anima un peso. Io reputo che la loro vita e la
loro morte siano la stessa cosa, poiché su entrambe cala il silenzio. In
verità all’opposto mi pare che ostendit chi, indaffarato in qualche attività,
cerca la gloria di un’azione degna o di un’arte nobile.

[3] Ma nella grande abbondanza delle attività, la natura mostra a qualcuno


un cammino, a qualcun altro un altro. È bello agire bene per lo stato, ma
non è sconveniente anche parlare bene; è lecito diventare famoso in pace
o in guerra; e sono lodati in molti quelli che compirono imprese e quelli che
scrissero delle imprese degli altri. Ma a me, per quanto una gloria per
niente uguale segua lo scrittore e l'autore delle imprese, tuttavia mi sembra
molto difficile scrivere le imprese: in primo luogo poiché i fatti devono
essere uguagliati dalle parole; inoltre poiché i più ritengono che i misfatti
che tu critichi siano stati detti a causa della malevolenza e dell'invidia,
quando invece ricordi la grande virtù e la gloria degli onesti, ciascuno
accoglie di buon animo ciò che ritiene facile a farsi per sé stesso, mentre
ritiene false le cose che sono state descritte al di sopra di quelle. Ma io da
giovinetto, fin da subito, come i più, fui condotto dalla passione per lo stato,
e lì molte cose mi furono avverse. Infatti al posto del pudore, della
moderazione, della virtù, vigevano l'audacia, la corruzione, l'avidità.
Sebbene l'animo non avvezzo alle cattive arti disprezzasse queste cose,
tuttavia in mezzo a vizi tanto grandi, l’età debole veniva corrotta
dall’ambizione; e per niente di meno lo stesso desiderio di onore degli altri
mi vessava per mezzo della fama e dell'invidia, per quanto dissentissi dai
cattivi costumi degli altri.

[4] Dunque quando l'animo si riposò dopo molte miserie e pericoli, e decisi
di dover tenere il resto della vita lontano dallo stato, non decisi di logorare il
buon ozio nella pigrizia e nel l'inoperosità, ma nemmeno di passare la vita
intento a coltivare i campi o cacciare, attività da servi; ma tornando a quella
impresa e a quella passione da cui una cattiva ambizione mi aveva distolto,
decisi di scrivere le imprese del popolo romano per monografie, in base a
come ciascuna mi sembrasse degna di memoria, ancor di più per il fatto
che avevo l'animo libero dalla speranza, dalla paura e dalle fazioni dello
stato. Dunque parlerò riguardo alla congiura di Catilina nella maniera più
sincera possibile; infatti questo delitto io ritengo tra i più memorabile per la
novità del misfatto e del pericolo. Riguardo ai costumi di quest'uomo
devono essere dette poche cose prima di iniziare la narrazione

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