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Servizio

CHRISTOPH BÖTTIGHEIMER

Anno C
(IN)SENSATEZZA
della
DELLA PREGHIERA
Alla ricerca di una ragionevole
responsabilità
Parola 538
24 luglio
28 agosto

LUGLIO/AGOSTO 2022 • 538 • [24.7 - 28.8]


Giornale di teologia 440 2022
ISBN: 978-88-399-3440-6
Pagine: 256
Prezzo: € 26,00

HANS KESSLER

RISURREZIONE?
Il cammino di Gesù,

(conv. in L. 27/2/2004, n. 46), art. 1, c. 1 – LO/BS - Contiene I.P.


la croce e la fede pasquale
Editrice Queriniana - via Ferri 75 - 25123 Brescia (Italia/UE)
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in a.p. - D.L. 353/2003
Giornale di teologia 442
ISBN: 978-88-399-3442-0
Pagine: 240
Prezzo: € 28,00

Servizio della Parola ISSN 0037-2773


Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in a.p. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004, n. 46), art. 1, comma 1 - LO/BS
Editrice Queriniana - Via Ferri, 75 - 25123 Brescia
www.queriniana.it - abbonamenti@queriniana.it - vendite@queriniana.it € 10,00 (i.i.) QUERINIANA

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


HANS KESSLER

RISURREZIONE?
CHRISTOPH BÖTTIGHEIMER

(IN)SENSATEZZA
DELLA PREGHIERA
Alla ricerca di una ragionevole

Giornale di teologia 440


ISBN:
Pagine:
Prezzo:
responsabilità

978-88-399-3440-6
256
€ 26,00
Anno C
LUGLIO/AGOSTO 2022 • 538 • [24.7 - 28.8]

Servizio
della
Parola
24 luglio
28 agosto
2022
538
Servizio della Parola
strumento di lavoro
per la comunicazione di fede nelle assemblee
Queriniana
novità
RAFAEL LUCIANI, SERENA NOCETI,
Il cammino di Gesù, l
(conv. in L. 27/2/2004, n. 46), art. 1, c. 1 – LO/BS - Contiene I.P.

a croce e la fede pasquale


Editrice Queriniana - via Ferri 75 - 25123 Brescia (Italia/UE)
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in a.p. - D.L. 353/2003

Giornale di teologia 442


ISBN: 978-88-399-3442-0
Pagine: 240
Prezzo: € 28,00

direttore: Chino Biscontin


CARLOS SCHICKENDANTZ ((edd.)
Servizio della Parola ISSN 0037-2773
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in a.p. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004, n. 46), art. 1, comma 1 - LO/BS
Editrice Queriniana - Via Ferri, 75 - 25123 Brescia
www.queriniana.it - abbonamenti@queriniana.it - vendite@queriniana.it € 10,00 (i.i.) QUERINIANA

consiglio di direzione: + Gianni Ambrosio, Davide Arcangeli, Paola Bignardi,


Giacomo Canobbio, Alberto Carrara, Cecilia Cremonesi,

SINODALITÀ
Flavio Dalla Vecchia, Roberto Laurita
direttore responsabile: Vittorino Gatti
redattore: Stefano Fenaroli
N. 538 - Luglio/Agosto 2022
A questo numero hanno collaborato: + Gianni Ambrosio, Paola Bignardi, Ezio Bolis, Giacomo Ca-
nobbio, Ezio Caretti, Alberto Carrara, Cecilia Cremonesi, Flavio Dalla Vecchia, Domenico Fidanza,
E RIFORMA
Antonio Landi, Roberto Laurita, Massimo Orizio, Simone Toffolon.
Le immagini (di Monique Bruant) sono pubblicate per gentile concessione della rivista Signes
Una sfida ecclesiale
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Estero - posta prioritaria: Paesi extraeuropei € 120,00;
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Questo numero: formato cartaceo € 10,00 - formato digitale € 7,00.
Pagine: 432
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SOMMARIO
n. 538 LUGLIO/AGOSTO 2022
anno LIV

Sguardi in pastorale
RUBRICA
6. Del buon uso del Messale/2
La liturgia della Parola (A. Carrara)3

I nostri modi di dire


DOSSIER
36. «Dio ti vede» 11

1. «Dio ti vede» (A. Carrara) 12


2. Lo sguardo di Dio (F. Dalla Vecchia) 17
3. «Dio
 vede e provvede» (E. Caretti) 23

Un corpo per pregare.


Un ritiro itinerante per adolescenti e giovani
SUSSIDIO
(R. Laurita)29

Dalla 17ª alla 22ª domenica


del Tempo ordinario
PREPARARE LA MESSA
24 luglio / 28 agosto 39

17ª domenica ordinaria (A. Landi, E. Bolis, M. Orizio)41


18ª domenica ordinaria (A. Landi, G. Canobbio, M. Orizio)  64
19ª domenica ordinaria (A. Landi, P. Bignardi, M. Orizio)86
20ª domenica ordinaria (A. Landi, A. Carrara, S. Toffolon)109
Assunzione della Vergine Maria (A. Landi, D. Fidanza)130
21ª domenica ordinaria (A. Landi, C. Cremonesi, S. Toffolon)  149
22ª domenica ordinaria (A. Landi, + G. Ambrosio, S. Toffolon)  170

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RUBRICA
Sguardi in pastorale

6.
Del buon uso del Messale/2
La liturgia della Parola
di Alberto Carrara

«Del buon uso del Messale»: è il senso di questa nota, della


precedente e di quelle che verranno. Si tratta di considerazioni
che non vengono suggerite da un inconfessato desiderio di sa-
cralizzare il Messale, ma neppure dalla voglia di snobbarlo. In
fondo, con una battuta banale, si potrebbe riassumere dicendo
che il Messale va “usato bene”: è, appunto, il «buon uso». Ora,
il «buon uso» del Messale è segnato da quella che si potrebbe
chiamare una «rispettosa distanza». «Rispettosa» perché trat-
tasi del libro ufficiale della liturgia della chiesa. «Distanza» per-
ché l’uso non deve ridursi a semplice pedissequa lettura. Si trat-
ta di mettere in opera un “gioco” intelligente tra il testo e il rito.

1. Il “gioco” corretto fra testo e rito


L’immagine del “gioco” è intrigante, se intesa non nel signifi-
cato sportivo del termine, ma nel suo significato meccanico. Dal
dizionario Treccani il «gioco» viene definito:

Nelle costruzioni meccaniche, piccolo spazio compreso, in un


accoppiamento di elementi, tra le due superfici affacciate (per

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4Rubrica

es., tra perno e cuscinetto, tra stantuffo e parete del cilindro),


che può essere predeterminato (g. di lavorazione) oppure con-
seguente all’usura o a deficiente lubrificazione degli elemen-
ti dell’accoppiamento: lasciare un po’ di g. al perno; la leva del
cambio ha troppo gioco1.

L’immagine è intrigante perché, se applicata alla liturgia, sug-


gerisce che lo stile liturgico funziona se le combinazioni sono
insieme sufficientemente precise e passabilmente libere. Non ci
si deve incollare (due ingranaggi che si sono incollati non girano
più) e non ci si deve allontanare (due ingranaggi troppo distanti
non si agganciano, non girano e non fanno girare la macchina).
La troppa vicinanza soffoca i movimenti, la troppa distanza li
rende scoordinati. Volendo, si può “giocare” – in questo caso,
anche nel senso sportivo del termine – sulle suggestioni che
ci vengono dalla definizione appena citata. A proposito della
«usura». Molta liturgia è vittima di una diffusa usura: troppa li-
turgia spesso è sinonimo di cattiva liturgia: tutte quelle messe
che servono – servivano – a riempire spazi e tempi! E a propo-
sito della «deficiente lubrificazione». Molta liturgia manca di
spontaneità e di comunicazione: manca una buona lubrificazio-
ne (ciò detto, concediamo facilmente che la liturgia è un conto
e un cilindro con il suo stantuffo è un altro. Ma le immagini, è
noto, per suggerire molto, finiscono per dire poco).

2. «Si reca all’ambone»

Rivolgiamoci, dunque, alla liturgia della Parola. Così reci-


ta l’indicazione del Messale: «Il lettore si reca all’ambone e
proclama la Prima Lettura. Tutti ascoltano seduti. Al termine
della lettura, il lettore acclama: “Parola di Dio”» (MR, 320). In
questa semplice rubrica, vi sono diversi elementi interessanti.
Intanto, all’ambone ci si reca. Si deve salire o spostarsi. Il Mes-
sale, in altri termini, suggerisce che nella liturgia in genere, e

1
Definizione reperibile in: https://www.treccani.it/vocabolario/gioco.

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Sguardi in pastorale5

nella liturgia della Parola in specie, si deve mettere in atto un


certo movimento. È una suggestione particolare, ma molto uti-
le e importante. Le nostre liturgie eucaristiche sono statiche.
Ci si muove poco, pochissimo, anzi. Si muovono poco i fedeli.
Anzi, non si muovono affatto. È difficile, infatti, che i fedeli si
muovano, perché sono numerosi (o, forse, erano numerosi) ma
soprattutto perché, confinati come sono nei banchi, li si co-
stringe, per forza di cose, a starsene buoni, lì dove si sono se-
duti. Al massimo si alzeranno, si siederanno, si inginocchieran-
no… Poi, finalmente, usciranno per fare la comunione. Anche
qui dovremmo dire “uscivano”, perché, per via del covid, sono
rimasti per lo più confinati stabilmente nei banchi anche du-
rante la comunione. Al di fuori della processione della comu-
nione, comunque, gli unici movimenti previsti sono quelli per
entrare in chiesa e per uscirne.
La scarsità di movimenti, però, tocca anche coloro che agi-
scono sul presbiterio. La situazione si è particolarmente accen-
tuata con la riforma liturgica. È noto il disagio, proprio in rap-
porto con i movimenti previsti dalla liturgia postconciliare. I
vecchi presbitèri delle chiese storiche non offrivano grandi spa-
zi. Non li offrivano semplicemente perché non servivano. Infat-
ti il celebrante, nella messa preconciliare, si muoveva poco. Nel
presbiterio dagli spazi ridotti, la riforma liturgica ha collocato
la sede, il secondo altare, l’ambone. Dove non ci si muoveva, ci
si deve muovere. La riforma conciliare, infatti, ci ha portato a
capire che i movimenti sono componenti essenziali del “fare”
liturgico, il quale non è solo parola e lettura della Parola, ma
anche gesto e quindi anche movimento. La conseguenza inevi-
tabile è che i movimenti diventano, per forza di cose, intralciati
perché lo spazio, già ridotto, si è ingolfato con la collocazione
dell’altare, della sede e dell’ambone.
In questo ambito dai movimenti difficili, il Messale indica il
necessario movimento del lettore all’inizio della liturgia della
Parola: «si reca all’ambone». Non si tratta di un banale sposta-
mento. Il lettore esce dall’assemblea, lascia la sua eventuale se-
de sul presbiterio e «si reca», sale all’ambone. Il movimento det-
tato dal Messale significa collocare il lettore nel suo importante

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6Rubrica

ruolo liturgico. Per cui lo spostamento, il “recarsi”, il salire biso-


gna che lo si veda, che abbia un minimo di rilevanza.
L’indicazione del Messale viene disattesa quando il letto-
re si limita semplicemente a collocarsi, e spesso già dall’inizio
della messa, vicino all’ambone, scegliendo la soluzione più co-
moda e, quindi, la meno evidente. Anche in questo particolare
momento della messa, diventa chiaro che la comodità e l’utilità
confliggono dannosamente con la bellezza della liturgia.

3. «Proclama», «acclama»

I verbi con i quali viene designata l’attività liturgica del letto-


re sono significativi. Il verbo «proclama» viene usato per la pri-
ma e per la seconda lettura. Per il vangelo si dice che il diacono
o il sacerdote «proclama o canta» e si parla di «proclamazione
del Vangelo» (MR, 321).
La «proclamazione» è pubblica e, insieme, solenne. Procla-
mare non è semplicemente leggere. Si può leggere, infatti, senza
dire ad alta voce e perfino senza dire, in una lettura silenziosa.
Ma se si proclama si deve dire e si deve dire pubblicamente e
solennemente.
La proclamazione, di sua natura, confina con l’enfasi e la re-
torica. Ancora una volta, è questione di equilibrio. Ma la procla-
mazione squalifica anche come inadeguati molti modi di legge-
re durante la liturgia della Parola: letture incerte, sussurrate, ac-
cavallate, che non hanno molto da spartire con la solennità della
proclamazione di cui parla il Messale.
Da notare poi che la proclamazione della parola di Dio si
conclude con la «acclamazione»: «Parola di Dio». Ancora il
dizionario Treccani definisce così il termine «acclamazione»:
«Nella liturgia della messa, risposta corale, a voce alta, del po-
polo agli inviti del celebrante o del diacono»2. Da notare che di
acclamazione il Messale parla non solo in occasione della rispo-

2
Definizione reperibile in: https://www.treccani.it/vocabolario/acclama-
zione.

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Sguardi in pastorale7

sta dell’assemblea, ma anche dell’invito del lettore, del diacono


o del celebrante.
Anche questo è un particolare più trascurato che trascurabi-
le. Le parole conclusive delle letture e del vangelo ne proclama-
no solennemente la natura e l’origine. Dio e il Signore hanno
parlato all’assemblea liturgica. Quella asseverazione solenne
non deve essere soltanto detta o letta e neppure soltanto pro-
clamata, ma acclamata. Ha un suo notevole peso, cioè, anche
quando è il solo lettore o il solo diacono-sacerdote a pronun-
ciarla.
Inoltre, il Messale non dice soltanto come si deve dire, pro-
clamando o acclamando, ma anche chi. Un particolare, soprat-
tutto, va notato. Dopo la prima lettura, il Messale dice: «Il sal-
mista, o il cantore, canta o proclama il Salmo; il popolo risponde
con il ritornello» (MR, 320).
Anche qui, si tratta di un particolare, ma significativo. Non è
il lettore che proclama o canta il salmo, ma il salmista o il canto-
re. Il Messale, in altri termini, dà come per scontato che ci sia un
avvicendamento di ruoli. Non sono pochi che fanno tutto, ma
sono molti che fanno poco. La liturgia è articolata.
È da lamentare, ancora in rapporto alle indicazioni del Mes-
sale, la diffusa abitudine a caricare tutto il peso delle letture su
un solo lettore, il quale legge, talvolta, la prima lettura, il salmo,
la seconda lettura, il verso alleluiatico, e poi, dopo, le intenzioni
delle preghiere dei fedeli. Ne esce l’immagine di una liturgia do-
ve i ruoli sono funzionali, non comunitari e simbolici: un lettore
così sovraccaricato è più che altro un collaboratore utile.
L’osservazione vale, anche se in forma diversa, per il caso, es-
so pure diffuso, di due lettori che si dividono i compiti in manie-
ra razionale: il primo lettore legge la prima lettura e il salmo, il
secondo legge la seconda lettura e le intenzioni della preghiera
dei fedeli. In questo caso, esiste una certa divisione dei compiti,
ma è una divisione non significativa: si dividono le fatiche, non
si diversificano i compiti. Si perde, inoltre, la differenza fra la
prima lettura – testo storico, sapienziale – e il salmo – preghiera.
La diversità del lettore dovrebbe suggerire la diversità del testo.
Invece tutto, letto dallo stesso lettore, finisce per appiattirsi.

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8Rubrica

Da notare, infine, che il Messale, anche in questa fase, si pre-


occupa di “aprire” più che di “chiudere” le possibilità espressive
della liturgia.
Se l’acclamazione e la risposta del popolo sono in canto, si
può far seguire, secondo l’opportunità, una delle seguenti accla-
mazioni o un’altra simile:

Gloria e lode a te, o Cristo.


Gloria a te, o Cristo, sapienza del Padre.
Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio.
Gloria a te, o Signore, Figlio del Dio vivente.
Lode e onore a te, Signore Gesù.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria.
A te la gloria, la potenza e l’onore, Signore Gesù.
Fuori del tempo di Quaresima anche:
Alleluia (MR, 321).

Anche in questa fase, come in altre, la celebrazione corren-


te della liturgia, invece di aprirsi alle acclamazioni proposte o
a «un’altra simile», preferisce rifugiarsi nell’acclamazione più
consueta. La regola dominante tende a diventare, il più delle
volte, l’abitudine. Invece di adottare ciò che è più espressivo,
più bello o semplicemente diverso dal solito, si preferisce il più
a portata di mano. Ancora una volta, però, l’utile rischia di sof-
focare il bello.

4. Credo

Anche per il Credo il Messale offre un’alternativa: il Simbolo


niceno-costantinopolitano oppure il «Simbolo battesimale della
Chiesa romana, detto “degli apostoli”», consigliato, quest’ulti-
mo, «specialmente nel tempo di Quaresima e nel tempo Pa-
squale» (MR, 323). Anche nel caso del Credo le scelte dominan-
ti hanno portato a privilegiare nella liturgia del dopo concilio,
una scelta a preferenza dell’altra: il Simbolo niceno-costantino-
politano invece del Simbolo degli apostoli. Il fascino della sto-
ria del dogma con le definizioni di Nicea e di Costantinopoli, i

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Sguardi in pastorale9

grandi dibattiti dei primi secoli del cristianesimo, che si riassu-


mono nelle formule celebri del simbolo: «Dio da Dio, Luce da
Luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato, della stessa
sostanza del Padre», hanno contribuito a farlo precedere nelle
preferenze delle celebrazioni liturgiche. Nei tempi più vicini a
noi, però, dopo un uso quasi esclusivo del Simbolo di Nicea e
Costantinopoli, si torna, sommessamente, ad apprezzare la sem-
plice bellezza del Simbolo degli apostoli, meno ricco di termini
teologici, ma alla fine più comunicativo.
Va ricordato, poi, che tutti e due i simboli di fede affermano,
al momento della memoria dell’incarnazione: «Tutti si inchina-
no» (MR, 322-323), ma si tratta di un gesto ampiamente disat-
teso. Sono possibili diverse considerazioni. Ci si potrebbe chie-
dere se, in genere, gli inchini non siano gesti mediamente poco
sentiti nelle abitudini sociali dell’Occidentale (si pensi, invece,
all’importanza che l’inchino ha in diverse culture dell’Oriente).
Inoltre, la liturgia occidentale ha puntato di più sulla genufles-
sione che sull’inchino. Con il risultato finale, però, che l’inchino
non è stato mai veramente adottato, mentre la genuflessione
viene oggi progressivamente abbandonata. Quindi, anche que-
sto oblio del suggerimento del Messale per il Credo finisce per
essere indicativo di una certa difficoltà o povertà simbolica del-
la nostra cultura occidentale. Il mancato inchino non è grave, la
povertà simbolica sì.
Il Messale prevede anche la formula in latino, ma solo per il
niceno-costantinopolitano e con la curiosa premessa: «Oppure
in canto». Sembra quindi che, per il Messale, il niceno-costan-
tinopolitano in latino può solo essere cantato. Mentre in lingua
lo stesso Simbolo «si proclama o si canta» (MR, 322). Il latino è
diventato, di fatto, la forma nobile della lingua, che può andare
d’accordo con la forma altrettanto nobile della musica.

5. «Preghiamo»
Una breve annotazione finale per la preghiera dei fedeli. Il
Messale prevede una struttura di base: inizio, preghiera, conclu-
sione. L’inizio consiste in una «breve monizione», con la quale

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il sacerdote «invita i fedeli a pregare». Lo stesso sacerdote, alla
fine, «conclude la preghiera con un’orazione». Dunque, il Mes-
sale definisce il ruolo del celebrante: introdurre e concludere.
Non tocca a lui pregare. Quindi gli sconfinamenti che, talvolta,
si notano sono da ritenersi inopportuni.
Sempre il Messale definisce anche la successione corretta
delle intenzioni:

a) per le necessità della Chiesa;


b) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo;
c) per tutti quelli che si trovano in difficoltà;
d) per la comunità locale (MR, 324).

Una breve annotazione sui governanti. Il Messale ci dice che


dobbiamo pregare per loro, ma si prega molto raramente. Una
domanda: non è che la preghiera, in generale, sta diventando
una parola nostra “per noi”, più che una parola nostra per tutti?

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DOSSIER
i nostri modi di dire

36.
«Dio ti vede»

Una presenza incombente, talvolta temibile e nella sua insi-


stenza ingombrante. È così che ci potremmo immaginare l’essere
divino, onnipresente e onnisciente, a partire dal “modo di dire” che
presentiamo in questo dossier: «Dio ti vede».
Uno sguardo che non ci lascia mai soli, che indaga e scruta ogni
nostro movimento, dal primo all’ultimo giorno della nostra vita. È
questa un’immagine certo opprimente e angosciante con cui trat-
teggiare i contorni di colui che siamo soliti chiamare «Dio». È que-
sta, d’altro canto, una descrizione segnata dal nostro modo di guar-
dare al mondo, spesso all’insegna del pregiudizio, della competizio-
ne, in una parola, del peccato.
Tutt’altra è, invece, la visione che ci si dischiude a partire dalla rivela-
zione biblica e da come questa ci racconta il modo di guardare al mon-
do di Dio, ovvero lo sguardo del Creatore verso la sua creatura, del Pa-
dre verso i suoi figli e le sue figlie. Dallo sguardo di Dio nella Genesi, allo
sguardo di Gesù nei vangeli, la Bibbia è testimonianza dello sguardo
d’amore di Dio verso di noi. Uno sguardo che è misericordia, che è
cura e attenzione al bene di coloro che sono amati e benedetti da Dio.
Lo sguardo di Dio si rivolge a coloro che spesso non sono guarda-
ti dal mondo e per questo sembrano rimanere nell’ombra; sono gli
umili e gli oppressi, i poveri e coloro da cui spesso volentieri disto-
gliamo lo sguardo.

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12Dossier

La tematica dello «sguardo» si rivela così un aspetto decisivo per


conoscere e parlare di quel Dio che dalla creazione alla risurrezione
si è voluto rivelare a noi in una storia della salvezza all’insegna dell’a-
more e della dedizione. È questa tematica che, da più punti di vista,
viene analizzata dai contributi che seguiranno, osservando come lo
sguardo del Dio che «ti vede» sa gettare una luce nuova sulla no-
stra stessa esistenza e sul nostro cammino di fede.
1. «Dio ti vede», di Alberto Carrara. Nell’esperienza umana
di tutti giorni così come in quella narrata dal racconto biblico, nelle
storie della letteratura e insieme nella storia della teologia, lo sguardo
rivela un ruolo centrale e decisivo per definire la ricchezza del nostro
rapporto, singolare e comunitario, con Dio, uno sguardo che spesso
“dice” molto più della Parola.
2. Lo sguardo di Dio, di Flavio Dalla Vecchia. Dalla creazione
all’esodo, dall’inizio della monarchia al compimento evangelico: in
un denso itinerario biblico siamo messi di fronte allo sguardo sempre
presente di Dio, che guida e si interessa della storia del popolo che si
è scelto, rivelando nel proprio sguardo il proprio essere un Dio d’a-
more rivolto agli umili.
3. «Dio vede e provvede», di Ezio Caretti. Il modo in cui imma-
giniamo lo sguardo di Dio, il suo essere presente nella nostra vita dice
in maniera chiara l’immagine che abbiamo di Dio e il modo concreto
in cui ogni giorno viviamo il nostro essere credenti. La Provvidenza,
come sguardo di Dio, non cancella il male, ma ci interpella ad affidar-
ci a colui che può sostenere ogni giorno il nostro cammino.


1. «DIO TI VEDE»
di Alberto Carrara

Non è difficile scorgere nella frase «Dio ti vede» qualcosa


che oscilla fra ammonimento e minaccia. Può essere, infatti,
l’ammonimento a non dubitare mai di uno sguardo protetto-

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I nostri modi di dire 13

re e paterno. Oppure può essere la minaccia di uno sguardo


che sorveglia e che giudica. In fondo, si potrebbe dire che la
natura dello sguardo dipende dalla natura di chi guarda. A
seconda dell’idea diversa che si ha di Dio, si ha anche una
concezione diversa del suo sguardo. Lo sguardo altro non è
che la traduzione simbolica, antropomorfa, del rapporto che
si pensa di intrattenere con Dio.
Si può aggiungere che la frase suppone un rapporto per-
sonale: Dio ti vede. L’interlocutore è collocato in una specie
di faccia a faccia con Dio. Dunque: un rapporto impegnativo,
sia che si tratti di uno sguardo paterno, sia che si tratti di uno
sguardo minaccioso.

1. Dio guarda il cuore e guarda Babele

Anche nella Bibbia Dio vede e il suo sguardo assume


aspetti diversi. Tra le tante varianti è particolarmente impor-
tante, ancora, una oscillazione: tra sguardo penetrante verso
il singolo o sguardo regale verso l’umanità intera.
Nel Sal 139 lo sguardo di Dio è stupendo e pieno di sag-
gezza e può spingersi nei pensieri, nelle ossa, nelle viscere
del credente. «Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci
quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei
pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note
tutte le mie vie» (139,1-3).
Nel libro di Giobbe è ancora il faccia a faccia, come nel
salmo, ma qui lo sguardo di Dio è sentito come un peso e una
crudeltà: «Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e
non mi lascerai inghiottire la saliva?» (7,19).
Dio, però, rivolge il suo sguardo non solo verso il cuore
dell’uomo, ma anche verso la città, la comunità umana. Paul
Zumthor, filologo, critico letterario, nella sua opera-testa-
mento intitolata Babele, parla precisamente dello sguardo
che Dio getta sul cantiere febbrile della grande città.

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14Dossier

Si tratta di una di quelle analisi che sono interessanti pro-


prio perché non vengono dagli addetti ai lavori e, per que-
sto, può risultare ancora più stimolante. L’Autore fa notare
il parallelismo del comportamento degli uomini, da una par-
te, e di Dio, dall’altra e il ruolo fondamentale che vi gioca lo
sguardo.
L’umanità, nell’anonimato del suo plurale, parte, dice, fa: si muo-
ve, parla, agisce. Ihavè, tuttavia, vede; e lo spettacolo di questa
attività brulicante lo decide a muoversi, parlare, agire […]. Il rac-
conto babelico si costruisce e si ordina a partire da opposizioni
spaziali: erranza e fissazione, terra e cielo, lo spazio dato e lo spa-
zio da conquistare; l’orizzontalità del luogo di soggiorno degli
uomini, delle loro migrazioni e della loro dispersione finale, ma
la verticalità doppia dell’opera, innalzata (nel progetto) fino al
firmamento, e dove Ihavè scende per vedere1.

2. La contemplazione del bello.


Lo sguardo dell’innamorato

L’importanza attribuita allo sguardo per descrivere il rap-


porto dell’uomo con Dio, significa anche riconoscere implici-
tamente il ruolo decisivo che lo sguardo ha nei rapporti degli
esseri umani tra di loro e con il mondo esterno. Lo sguardo,
infatti, appare, negli eventi più quotidiani, punto di parten-
za e punto di arrivo di innumerevoli esperienze. Basterebbe
pensare al ruolo dello sguardo nelle più svariate esperienze
di natura estetica. È la contemplazione del bello. Oppure al
ruolo dello sguardo nelle diverse relazioni umane. Gli affet-
ti nascono dallo sguardo o vi conducono. Ci si lega a qual-
cuno perché si è gettato verso di lui uno sguardo. Oppure
lo scambio degli sguardi diventa la celebrazione simbolica

1
P. Zumthor, Babele, il Mulino, Bologna 1998, 51-52.

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I nostri modi di dire 15

dello scambio degli affetti. Da questo punto di vista, niente


è più eloquente dello sguardo degli innamorati. Anzi, molta
simbolica amorosa insiste sul fatto che, precisamente, gli in-
namorati si guardano quando le parole non bastano più. Lo
sguardo diventa allora l’al di là delle parole che si incarica di
“dire” molto non dicendo nulla.
Ognuno di noi può ricondurre a questa afasia espressiva
molti tipi di esperienze che si fanno o che si possono fare: la
meraviglia, lo stupore, la sorpresa… Si tratta di diverse espe-
rienze-limite che misurano anche il limite delle parole e, sim-
metricamente, le possibilità espressive dello sguardo.
Viene in mente, a questo proposito, tra i molti altri, un
passaggio straordinario della Recherche di Proust. Il narrato-
re durante una passeggiata «dalla parte di Méséglise», men-
tre contempla i biancospini, scorge, oltre la staccionata bian-
ca, una ragazzina dai capelli biondo-rossicci e dagli occhi così
neri da apparirgli azzurri, che lo fissa con insolente stupore.
È Gilberte Swann.
Io la guardai: dapprima con quello sguardo che è soltanto la vo-
ce degli occhi, ma alla cui finestra si affacciano tutti i sensi, an-
siosi e impietriti, lo sguardo che vorrebbe toccare, catturare, por-
tar via il corpo che sta guardando, e con esso l’anima2.

3. Lo sguardo, la persona

D’altra parte, tra i pochi, sbiaditi ricordi del trattato di cri-


stologia, non mi è difficile ricordare la suggestione interes-
sante della parola greca prósōpon. È il termine che viene tra-
dotto con «persona», ma che ha una etimologia diversa. Per-
sona, infatti, deriva dal latino persona: «voce probabilmente
di origine etrusca, che propriamente significava “maschera

2
M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, vol. 1, Milano 1997, 172.

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16Dossier

teatrale”»3 (qualcuno lega anche il termine al fatto che la


maschera doveva “personare”, permettere alla voce dell’at-
tore di andare sufficientemente lontano per essere udita da-
gli spettatori. Su questa ultima etimologia si discute).
Il termine greco prósōpon, invece,
indica ciò che sta davanti (pros) allo sguardo (opé), quindi il
«volto» e, in senso traslato, la «maschera teatrale», il «personag-
gio» rappresentato dalla maschera, e quindi la «parte», il «ruo-
lo» che l’attore interpreta sulla scena, e di qui poi, quello più ge-
nerico, di «ruolo» che ciascun individuo recita nella vita4.

Dunque, il termine originale della lingua greca, che indica


la persona e che ha svolto un ruolo fondamentale nello svi-
luppo della cristologia, ha un qualche rapporto con lo sguar-
do e con la possibile relazione che lo sguardo può far nascere
e alimentare.

4. Dio mi vede. Io vedo Dio

Forse, allora, è possibile applicare a Dio e alla nostra rela-


zione con lui le allusioni che il tema dello sguardo ci sugge-
risce. Non appare fuori luogo, a questo punto, il fatto che an-
che Dio verso di noi alterna parole eloquenti e silenzi pieni
di suggestioni. Dio parla, infatti, per raccontare le mirabilia
che ha operato nei nostri riguardi e con tale intensa effica-
cia che la sua Parola è essa stessa un “fare”, un “operare”:
è Parola che crea e salva. Ma attraverso le stesse mirabilia
Dio “parla”, dice l’amore che riversa sugli uomini. Dio ope-
ra con le parole e parla con le opere. Ma spesso tace. E il suo

3
Definizione reperibile in: https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/
persona.
4
P. Montefusco, Persona. Suggestioni ed echi di un termine ambiguo, in
Quaderni del dipartimento jonico 11 (2019) 212.

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I nostri modi di dire 17

silenzio inquieta l’uomo oppure lo spinge ad adorare ancora


di più il mistero che si sottrae alla sua presa. È soprattutto a
quel punto che diventa inevitabile un travaso di tutta l’esu-
beranza espressiva in un muto «guardare».
Lo sguardo divino sull’uomo diventa la concentrata sinte-
si delle sue molte parole e delle sue molte iniziative a nostro
favore e anche dei suoi misteriosi silenzi.
E non è improprio pensare che il nostro «stare di fronte»
a lui obbedisce allo stesso stile. Gli parliamo, cerchiamo di
far diventare vita le molte parole che gli abbiamo rivolto. Ma
avviene anche per noi che, talvolta, ci lasciamo prendere dal-
lo stupore per quello che abbiamo ascoltato e ci limitiamo a
concentrare sul Bambino di Betlemme o sull’uomo del Gol-
gota il nostro sguardo rapito.


2. LO SGUARDO DI DIO
di Flavio Dalla Vecchia

Il lettore della Bibbia è continuamente sollecitato a met-


tersi in ascolto di una Parola, poiché il Dio che in essa si ri-
vela ha lasciato come traccia di sé soprattutto i libri che ne
attestano l’agire e le qualità. Nello stesso tempo fin dalle pri-
me pagine si applicano a Dio diversi verbi che esprimono lo
sguardo che egli rivolge alle sue creature.
All’inizio troviamo un’osservazione che constata la bel-
lezza dell’opera da lui compiuta («Dio vide che ciò era cosa
buona», cf. Gen 1,4.10.12.18.25), un giudizio condiviso anche
dall’orante nel Sal 104,24: «Quante sono le tue opere, Signo-
re! Le hai fatte tutte con saggezza». Questo sguardo di Dio
sulla creazione sta a fondamento della fiducia della creatura
umana: il mondo non è l’esito di una tensione o di un conflit-
to entro il mondo divino, ma espressione di una volontà che

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18Dossier

ama tutto ciò che esiste (Sap 11,24) e opera incessantemente


per la vita (Sap 1,14).
La storia umana non è però solo una catena di succes-
si e, sebbene Dio abbia lasciato campo all’agire umano per
condurre il mondo (Gen 1,26.28), le sorti dello stesso non lo
lasciano indifferente, così come le scelte umane. In questo
senso la Bibbia va contro la concezione di quelli che chia-
ma «malvagi», i quali presumono che il male commesso non
sia punito, perché affermano: «Il Signore non vede, il Dio di
Giacobbe non intende» (Sal 94,7). Anche il giusto però può
avere la stessa percezione, com’è il caso di Giobbe, accusato
dall’amico Elifaz: «Tu dici: Che cosa ne sa Dio? Come può
giudicare attraverso l’oscurità delle nubi? Le nubi gli fan-
no velo e non vede quando passeggia sulla volta dei cieli»
(Gb 22,13-14). Percorrendo la Bibbia, si scopre invece che
lo sguardo di Dio è attento a quelle situazioni negative che
vanno contro il suo progetto originario. Così, nell’imminen-
za del diluvio, il narratore osserva con Dio la situazione del
mondo: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era
grande sulla terra» (Gen 6,5); «Dio guardò la terra ed ecco,
essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua
condotta sulla terra» (Gen 6,12). Lo stesso si afferma in se-
guito. Introducendo il drammatico dialogo tra Dio e Abramo
sulla sorte di Sodoma e Gomorra, Dio dice: «Voglio scendere
a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto
il grido fino a me; lo voglio sapere» (Gen 19, 21). In questi
passi si ha la sensazione che Dio sia soprattutto un giudice:
lascia fare alla creatura, ma si riserva di verificare e, se neces-
sario, di punire chi semina il male nel mondo.
La menzione dello sguardo di Dio risalta però in modo
particolare quando in gioco ci sono le sorti del suo popolo. E
qui incontriamo sollecitazioni importanti.
Dopo aver descritto la penosa condizione degli ebrei in
Egitto e il frustrante tentativo di Mosè nel prendere le parti
di chi è oppresso, il narratore fa uscire il lettore dal quadro

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I nostri modi di dire 19

terreno degli avvenimenti per illustrare il punto di vista di


Dio:
Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di la-
mento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro
lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco
e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne
diede pensiero (Es 2,23-25).

C’erano tanti templi in Egitto, tanti sacerdoti, tante offer-


te: anche Yhwh avrebbe potuto avere dimore sontuose ed
essere esaltato con statue e suppellettili preziose; eppure Dio
volse il suo sguardo a una massa di schiavi, come un giorno si
ricordò degli esuli che sognavano la patria in un paese lonta-
no. Che Dio può avere una massa di schiavi? Domanda che
il Faraone rivolge a quell’uomo ormai anziano, scelto da Dio
per rispondere al grido del suo popolo: «Chi è il Signore, per-
ché io debba ascoltare la sua voce e lasciare partire Israele?
Non conosco il Signore e non lascerò certo partire Israele!»
(Es 5,2). Lo sguardo di Dio innesca il cammino che conduce
il popolo alla liberazione. Dio quindi prende posizione nei
confronti dell’ingiustizia e quando è in gioco la sorte degli
oppressi egli non è solo un giudice, ma parte in causa, perché
sceglie da quale parte stare affinché la giustizia si affermi;
questo dichiarerà infatti Mosè al suo popolo nel momento
cruciale: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvez-
za del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani
che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore com-
batterà per voi, e voi starete tranquilli» (Es 14,13-14).
Diversi secoli dopo, quando il popolo è ormai insedia-
to nella terra donata da Dio, entra in scena l’istituto della
monarchia, inaugurato da Samuele. L’ultimo episodio a lui
dedicato nel libro che porta il suo nome si colora, pur nella
sua brevità, di grande tensione drammatica (1 Sam 16,1-13).
Il primo re scelto da Dio e dal popolo fallisce ed è rigettato
da Dio, perciò Dio incarica Samuele di consacrare un nuovo

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20Dossier

re. Alla proposta divina, Samuele oppone un garbato rifiuto


(v. 2), sottolineando la difficoltà di una simile impresa: il ge-
sto che Dio gli chiede di compiere metterà in pericolo la sua
stessa esistenza, ma non solo; la presenza di un altro re desi-
gnato in Israele non potrà che causare l’insorgere di divisioni
insanabili nel popolo, confluenti in una lotta civile.
L’esitazione di Samuele non frena tuttavia l’intenzione
divina, al punto che Dio gli suggerisce di utilizzare come co-
pertura del suo viaggio a Betlemme il compimento di un ri-
to sacrificale, che fornirà al profeta l’occasione propizia per
eseguire il comando divino, ungere uno dei figli di Iesse, con
la precisazione: «Io ti farò conoscere quello che dovrai fare e
ungerai per me colui che io ti dirò» (v. 3). Nonostante l’esita-
zione iniziale, Samuele non si sottrae al suo compito ed ese-
gue puntualmente l’ordine divino: si è messo in viaggio (v. 4),
ripetendo esattamente le parole suggeritegli da Dio per co-
prire la vera finalità della sua venuta (v. 5). Non è certamente
casuale una simile insistenza sulla puntuale obbedienza del
veggente: la sua decisione per Dio rimane salda e incrollabi-
le, nonostante gli eventi tragici di cui è spettatore. Questo è
però solo un primo momento.
Fino a questo punto del racconto il narratore ha mostra-
to delle scene viste dall’esterno dei personaggi in questio-
ne: dapprima il dialogo tra Dio e Samuele (vv. 1-3), poi il
suo viaggio con il conseguente arrivo a Betlemme (vv. 4-5).
Con il v. 6 invece muta il punto di vista: dopo che i figli so-
no entrati, Samuele vede Eliab e da questa visione scaturisce
un dialogo con Dio. La scelta del punto di vista di Samuele
da parte del narratore suscita una domanda anche nel letto-
re: perché Samuele ritiene di avere davanti a sé il probabile
designato? Alla domanda il narratore non risponde con una
sua considerazione: è invece Dio stesso che, con un garbato
rimprovero, mostra a Samuele l’inadeguatezza del suo pun-
to di vista: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta sta-
tura. Io l’ho scartato, perché non conta ciò che l’uomo vede:

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I nostri modi di dire 21

l’uomo infatti guarda agli occhi, il Signore guarda al cuore»


(v. 7). Dio parla di aspetto e di statura imponente e il letto-
re sa che appunto tali caratteristiche determinarono la scel-
ta del primo re (1 Sam 9,2; 10,23). In questo infatti consiste
il probabile abbaglio preso da Samuele: egli ritiene che il
segno della predilezione divina sia costituito dall’aspetto e
dalle qualità fisiche (il re dev’essere un valido condottiero,
e chi è più abilitato di colui che ha un fisico prestante?). Il
v. 7 esprime dunque il rifiuto divino del punto di vista pret-
tamente umano assunto da Samuele: la scelta divina non è
guidata dall’impressione che suscita una statura imponente
o un corpo ben fatto. Eliab non corrisponde al punto di vista
divino (e con lui gli altri fratelli presenti al sacrificio), per-
ché lo sguardo divino assume modalità diverse da quelle de-
gli esseri umani: «l’uomo infatti guarda agli occhi, il Signore
guarda al cuore». L’occhio di Samuele rappresenta una pro-
spettiva umana, totalmente inadeguata a cogliere dove cade
la scelta divina, la quale sorprende sempre gli esseri umani,
perché svincolata paradossalmente da ogni logica o calcolo:
si pensi a Giacobbe, a Giuseppe, a Gedeone. Si tratta dunque
della libera scelta divina che, svincolata da ogni parametro
puramente umano di convenienza, realizza la sua volontà di
salvezza nei confronti del popolo. Samuele ora non interpel-
la più Dio, lasciando a lui di indicare il prescelto (vv. 8-10).
Due indicazioni ci fornisce il narratore per caratterizzare
la scelta divina: Davide è pastore, una professione che in tut-
to il Vicino Oriente antico aveva assunto un grande valore
simbolico per indicare il ruolo del sovrano nei confronti del
suo popolo (cf. Ez 34, ma pure Gv 10). Già l’attività che il
ragazzo svolge al momento della chiamata divina è dunque
in linea con il compito che Dio intende affidargli. Vi è però
un’altra indicazione, che risalta al momento del suo apparire:
«era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto» (v. 12). Nessu-
na qualità interiore di Davide è qui rilevata: lo sguardo di Sa-
muele (perché di questo si tratta, ovviamente condiviso dal

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22Dossier

narratore) coglie anche nell’esteriorità di Davide la bontà


della scelta divina, bastava soltanto la pazienza di attendere.
Ora Samuele può vedere con Dio e realizzare la sua volontà
senza alcun timore (v. 13).
Questo sguardo di Dio, che sceglie chi a livello umano non
ha prerogative, trova il suo compimento nello sguardo di Ge-
sù (cf. Mc 1,16-20: «vide Simone e Andrea […] vide Giacomo
e Giovanni»), che sceglie come discepoli persone comuni,
ma soprattutto è proclamato nel canto da Maria, quando in-
contra la cugina che la proclama beata:
L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva (Lc 1,46-48).

Dio ha toccato la vita di questa giovane che, come tante


a quel tempo, avrebbe subìto un destino deciso da altri, e ha
riorientato la sua vita, l’ha aperta a nuove possibilità: non
uno sposo-padrone, ma un Dio che la invita a credere al suo
progetto e a diventarne partecipe. Da qui il «beata tu che hai
creduto» (v. 45); da qui il Magnificat che va appunto com-
preso alla luce di questa esperienza profonda della predile-
zione divina. Maria sa di essere soltanto «serva», eppure ha
scoperto di essere al centro dell’attenzione del «Potente»; ha
scoperto che l’agire di Dio è davvero per lei, è rivolto a lei,
la tratta come persona, fa appello alla sua libertà: per questo
si sente felice! Maria, in quanto credente, sa riconoscere lo
sguardo del Potente e può dunque proclamare che il muta-
mento del mondo, la salvezza e la pace non verranno da un
intervento divino distruttore, ma dall’incontro tra Dio e que-
sti poveri che, come lei, trovano dignità, speranza, amore per
la vita, perché scoprono lo sguardo amante e protettivo di
Dio rivolto verso di loro. Il nuovo mondo non nasce da una
guerra o da una distruzione, ma da uno sguardo di elezione
che rende l’essere umano – anche quello che non sa vedere

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I nostri modi di dire 23

in sé alcuna possibilità – capace di dare un nuovo slancio alla


sua esistenza, che lo fa protagonista del suo progetto di sal-
vezza se e nella misura in cui sa rispondere con fede al suo
invito.


3. «DIO VEDE E PROVVEDE»
di Ezio Caretti

Si racconta che al tempo in cui l’appartenenza politica e la


credenza religiosa andavano a braccetto, nella cabina eletto-
rale, per invogliare ad un voto coerente, capitasse di trovare
la scritta: «Dio ti vede!». La mano di una mente disincantata,
però, aveva aggiunto: «Ma non fa la spia».
L’interpretazione del detto «Dio vede e provvede» è mol-
to condizionata dalla visione di Dio che ciascuno ha raggiun-
to.

Ci può essere il dio soprammobile, come le suppellettili


che si tengono in casa perché ereditate e che sempre hanno
fatto parte dell’arredo familiare. È un dio dalla fragile pre-
senza, che non incide sulle scelte della vita, né nel bene né
nel male. Un dio di contorno che non fa problema, quasi in-
differente alla vita umana; un dio che non vede e non sente,
come gli antichi ba’al.
C’è il dio idolo: «Pagano un orefice perché faccia un dio
che poi venerano e adorano. Lo sollevano sulle spalle e lo
portano; poi lo ripongono sulla sua base e sta fermo, non si
muove più dal suo posto. Ognuno lo invoca ma non rispon-
de; non libera nessuno dalla sua angoscia» (Is 46,1-13). So-
no i simulacri ciechi e sordi ma luccicanti, specchietti per le
allodole incapaci di affiancare l’umanità nel suo cammino
tribolato.

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24Dossier

C’è il dio tappabuchi: si ricorre a lui quando si è nei guai


e si pensa di non farcela da soli, come un tempo gli studenti
prima degli esami (i lumini accesi davanti alle statue dei san-
ti aumentavano a dismisura).
C’è il dio giustificatore, al quale ci si appoggia per rendere
più forte la propria posizione e per affermare la propria ra-
gione senza diritto di replica, come i soldati del Reich con la
scritta «Gott mit uns» [Dio con noi] sui loro cinturoni e i re-
gimi totalitari teocratici di ogni epoca.
C’è il dio giudice: un dio temuto più che amato, che ci
aspetta al varco per metterci alla prova e trovarci in errore,
un dio-suocera, sempre scontento che trova forza nel sotto-
mettere le sue creature.
C’è un dio castigamatti, vendicatore: immagine ritornante
nel racconto biblico, soprattutto nell’Antico Testamento. La
giustizia è confacente a un Dio con questo titolo più della
misericordia; ma per il Dio di Israele l’ultima parola spetta
alla misericordia:
Infatti Dio, Signore e Creatore dell’universo, colui che ha dato
origine ad ogni cosa e tutto ha disposto secondo un ordine, non
solo ama gli uomini, ma è anche longanime. Ed egli fu sempre
così, lo è ancora e lo sarà: amorevole, buono, tollerante, fedele;
lui solo è davvero buono (Lettera a Diogneto).

«Sono stato fanciullo e ora sono vecchio; non ho mai visto


il giusto abbandonato né i suoi figli mendicare il pane» (Sal
36,25).
Il Dio cristiano è Padre, ha cura dei suoi figli e non li ab-
bandona definitivamente nella prova. La cura di Dio Padre è
simile a quella di una madre: «Si dimentica forse una donna
del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle
sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io in-
vece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). In questa visione
la Provvidenza si umanizza, perde la sua veste quasi magica
e accompagna la persona nella buona e nella cattiva sorte;

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I nostri modi di dire 25

sapendo che saremo condotti al porto sicuro, accetteremo i


marosi e la bonaccia, segni della medesima mano che ci gui-
da e ci protegge.
L’appello alla Provvidenza richiede di radicarsi sulle fon-
damenta della fede, altrimenti è depistante, inutile e quasi
irritante.
Nel tempo della pandemia un fedele si affaccia in chiesa
senza la regolare mascherina. La persona addetta al control-
lo dell’ingresso lo invita a provvedere e a mettersi in regola.
Per tutta risposta l’uomo dice: «Ma qui c’è lui», e indica il ta-
bernacolo, custodia della presenza eucaristica. «Aiutati che il
Ciel ti aiuta», suggerisce la saggezza popolare, pur illuminata
dalla fede. Il signore in questione, tuttavia, richiamato ulte-
riormente ad osservare la legge civile, almeno in obbedienza
all’autorità religiosa, afferma di riconoscere soltanto il papa
emerito, dimostrando chiaramente di avere una fede a pro-
prio uso e consumo.
Una delle occasioni più frequenti per mettere in dubbio
l’esistenza di Dio, o almeno per allontanarne la presenza co-
me stella polare della propria vita, è la morte dell’innocente,
soprattutto del bambino. Ho pregato tanto e atteso la grazia,
ma niente; non può essere un padre il Creatore che lascia i
propri figli in balìa della morte nel tempo che vede appena
sbocciare la vita.
Conosco un uomo, esperto nel soffrire, che ha conosciu-
to il tempo della dittatura e dell’emigrazione. Questo uomo,
saggio e fedele nelle vicende più impegnative della vita, ha
smesso di credere in Dio per un incontro sciagurato con un
ministro della chiesa. Un suo carissimo amico di gioventù,
molto religioso e buono, da un tetto dove si trovava per il
suo lavoro di lattoniere era caduto a terra fratturandosi la
spina dorsale e rimanendo mezzo morto. Agonizzava in un
letto di ospedale e il parroco del paese pregava accanto a lui.
L’amico aveva posto la domanda, secca e disperata: «Per-
ché se Dio esiste non ha protetto questo suo figlio buono e

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26Dossier

devoto?». La risposta del sacerdote spense la fede dell’uo-


mo: «Iddio punisce i buoni per i cattivi», articolò con fare
professionale il parroco. In preda al dolore e allo scoramen-
to quell’uomo avrebbe forse potuto accettare il silenzio che
avvolge il mistero, ma non la figura di un Dio che baratta la
vita di un innocente. Non tutti i «perché» che nascono nella
mente umana possono trovare una risposta sulla terra.
Fermiamoci a meditare la vicenda dell’uomo letta attra-
verso la parabola di Giobbe.
Il quadro d’apertura è idilliaco, offerto all’inizio dal Crea-
tore e vissuto con serenità dall’uomo giusto. Il Maligno si ag-
gira per guastare la festa e mettere alla prova chi è benedet-
to nella vita. La sfida ritorna nella storia di ciascuno e dell’u-
manità intera: «È facile lodare il Signore quando va tutto
bene; proviamo a toccare l’uomo felice nella carne e poi ve-
dremo se dalla sua bocca continueranno ad uscire parole di
stupore riconoscente».
Il tempo della prova viene concesso. Il quadro cambia.
Quelle che erano ricchezze, figli, greggi, terre si trasforma-
no in desolazione e l’uomo giusto, senza colpa, rimane solo,
nudo, piagato nel corpo e nell’anima, abbandonato dalla mo-
glie, sfidato dagli amici che secondo la logica del cercare la
ragione del male ricevuto, ne torturano la coscienza carican-
do di responsabilità chi non ha memoria di peccato.
Allora lo sconforto si trasforma in ribellione e dal pro-
fondo del cuore ferito esce la bestemmia: «Perisca il giorno
in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un
uomo!”».
Giobbe rischia di affogare nel dolore e nella desolazione,
ma poi supera la prova; riconosce la sua stoltezza nel voler
contestare la misteriosa presenza del Signore nella sua vita
e conclude: «Io ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei
occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento so-
pra polvere e cenere». E Dio lo ristabilisce nell’abbondanza
dell’origine.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


I nostri modi di dire 27

La Provvidenza di Dio non elimina la sofferenza nel mon-


do ma la umanizza e la proietta nel futuro.
Oggi la previdenza rischia di soppiantare la Provvidenza.
L’occhio di Dio è sostituito da quello delle telecamere di ser-
vizio, più potente e meno rispettoso della privacy. «Dio ti ve-
de» si appoggia sulla coscienza personale coperta dal rispet-
to e dalla volontà di salvezza del Creatore e Padre. La teleca-
mera, come sovente avviene per gli strumenti della moderna
tecnologia, è occhio anonimo, da ricondurre all’intelligenza
umana, alla coscienza morale e alla purezza dell’intenzione
del verificatore.
Oggi ci sembra di poter garantire il futuro quando abi-
tiamo una bella casa di proprietà, possiamo contare su un
discreto conto in banca e abbiamo persino persone fedeli
accanto che potranno sostenere i nostri passi insicuri della
vecchiaia. Ma la nostra abitazione in terra è più simile a una
tenda che a un palazzo; il sistema economico che ci protegge
è sempre insidiato da inflazione e fallimento, le persone che
ci accompagnano scompaiono o tradiscono per un utile mag-
giore. La Provvidenza è più forte del tempo e ci accompagna
oltre ogni prova.
«La c’è la provvidenza» della visione manzoniana ci porta
a considerare la vita un impegno universale e corresponsabi-
le, un filo che ci lega all’ultimo abitante della terra, sulla me-
desima barca che naviga in acque talvolta agitate ma mai ab-
bandonata alla violenza dei venti. Confidando nella Provvi-
denza smetteremo di agitarci per il futuro; invece di concen-
trare le energie di scienziati e di operatori sociali a realizzare
proiezioni più o meno catastrofiche circa l’avvenire del mon-
do, cercheremo di coinvolgere ciascuno nella partecipazione
alla costruzione di una terra più abitabile, ridimensionando
le attese e riscoprendo la felicità nelle piccole cose.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


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Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


SUSSIDIO
di Roberto Laurita

Un corpo per pregare.


Un ritiro itinerante
per adolescenti e giovani.

Un ritiro in montagna, durante il Grest o un campo estivo: ecco la


proposta che presentiamo ai nostri lettori. Un’occasione unica per vi-
vere un’esperienza di preghiera col corpo e con l’anima, immersi nel
creato.
La traccia prevede:
– un percorso a piedi (se possibile in fila indiana). Potrebbe essere
suddiviso in tre momenti: il primo più consistente (almeno un’o-
ra), il secondo e il terzo più brevi;
– spazi di silenzio;
– alcune tappe che scandiscono il cammino e che prevedono gesti,
preghiere, testi diversi e brani tratti dalla Scrittura;
– canti che consentono di dare voce a quello che passa per il cuore.
Potrebbero essere dei canti francescani o dei canti di Taizé, ritor-
nelli ripetuti più volte.

Chi partecipa porterà con sé il minimo indispensabile. Oltre a una


tenuta sportiva per affrontare i sentieri, una borraccia d’acqua, del ci-
bo (da condividere), carta e penna. Alcuni fogli, distribuiti dagli anima-
tori e ricavati da questo sussidio, aiuteranno a vivere i diversi passaggi.
L’obiettivo, come dichiarato nel titolo, è quello di abituare a pregare
col corpo, a partire dai piedi, coinvolgendo le braccia, le mani e tutti i

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


30Sussidio

cinque sensi. Si tratta di un’avventura esaltante, anche se non facile,


che ci apre a un tipo di preghiera importante per la vita spirituale di
adolescenti e giovani.

Un tempo per camminare


Quello che caratterizza questo ritiro e dà un colore parti-
colare alla preghiera sono tre realtà: camminare, camminare
insieme e camminare nella natura.
Camminare. È un bel modo di immergersi nel realismo
dell’incarnazione. La preghiera, la meditazione della parola
di Dio, la comunione con Cristo passano attraverso i piedi.
Dalla chiamata di Abramo alle ultime parole dell’Apocalis-
se, tutta l’avventura spirituale del credente non è che un lun-
go cammino di fedeltà, un errare di inizio in inizio. Un ritiro
itinerante ci fa entrare in questa dimensione dell’itinerario,
della crescita, della maturazione con Cristo.
Camminare insieme. Il ritiro itinerante offre la possibili-
tà di stare insieme. Il procedere “in fila indiana”, mettendo i
propri passi sulle orme degli altri, ci aiuta a capire quanto gli
altri ci possano rassicurare o destabilizzare. Nel camminare
insieme emergono molteplici segni di attenzione e di aiuto
reciproco: la mano tesa per superare un passaggio delicato,
portare lo zaino di chi fa fatica, condividere l’acqua e il ci-
bo… Tutto questo ha il sapore della fraternità.
Camminare nella natura. Durante un ritiro, il percorso
della preghiera si fa meno intellettuale e meno astratto; rag-
giunge tutte le dimensioni della nostra umanità: corpo, cuo-
re e spirito. Il contenuto della parola di Dio passa attraverso
tutti i sensi e ci fa percepire la presenza misteriosa del Signo-
re nella creazione. Il ritiro ci offre l’occasione di “liberare la
Parola”, di farla uscire dal libro per farla diventare vita. Nel
silenzio avviene il contatto tra la vita e la Parola, che si apre
una via nel cuore.

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Un ritiro itinerante per adolescenti e giovani 31

PRIMA DELLA PARTENZA

Il coraggio dei primi passi (da ascoltare o da recitare a due cori)

Signore, non può sperare in un giardino


colui che non pianta il primo albero.
I sordi non udranno mai la Parola
se il libro resta chiuso.

Gli umili non conosceranno la gioia


se vengono dimenticati alla soglia delle feste.
I tiranni manterranno il loro potere
se i sudditi saranno ancora servili.

Signore, l’innocente cadrà sempre nei tranelli


se nessuna voce denuncerà la frode.
Mai un solo cieco guarirà
se ha paura di credere nell’impossibile.

Ogni percorso comincia


con i primi passi.

PRIMA SOSTA
Essere qui, cioè incarnarsi

Esercizio pratico
Sono seduto e m’immergo nella calma, nella luce del luo-
go in cui mi trovo. Essere qui: ci metto del tempo per trovare
la posizione precisa nella quale posso rimanere per un certo
tempo. Non manco di avvertire dei disagi che mettono a re-
pentaglio la mia tranquilla immobilità: tensioni, rigidità, fa-
stidi… Sono sensazioni sgradevoli, che devono indurci a fare
attenzione a quello che accade in noi.

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32Sussidio

Essere qui: nel tempo ho scelto di “fermarmi”. In questo


momento, in cui non faccio niente, mi accorgo della vita che
mi anima. È il mio modo di espormi a Dio, così come ci si
espone al sole: «Alle tue mani affido il mio spirito» (Sal 31,6).
L’abbandono, il lasciarsi andare, è una disposizione difficile
da raggiungere, e tuttavia è essenziale. Nello spazio aperto in
me può emergere la presenza di Dio.

Preghiamo con il Salmo 63


I salmi sono uno specchio fedele dei sentimenti dell’uomo
e oggi proviamo il desiderio di comunicare con Dio. Seduti in
cerchio, abbiamo davanti agli occhi il testo del salmo.
– Uno del gruppo legge, una prima volta, con molta calma, il
salmo. Questa prima lettura ci fa entrare nello spirito della
preghiera, nelle intenzioni dell’autore.
– A seguire, riprendiamo il salmo dall’inizio tutti insieme e
incominciamo a leggerlo con voce sommessa. Facciamo
nostre le parole che leggiamo: ciascuno di noi si mette al
posto dell’autore, come se pronunciasse per la prima volta
questa preghiera davanti al Signore.
– In un momento di silenzio, ognuno sceglie la parola e la
frase del salmo che più hanno colpito la sua attenzione e la
recita. Vogliamo far risuonare in noi ogni particolare, ogni
immagine del salmo, per coglierne l’essenzialità.

O Dio, tu sei il mio Dio,


dall’aurora io ti cerco,

ha sete di te l’anima mia,


desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,


guardando la tua potenza e la tua gloria.

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Un ritiro itinerante per adolescenti e giovani 33

Poiché il tuo amore vale più della vita,


le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:


nel tuo nome alzerò le mie mani.

Come saziato dai cibi migliori,


con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando nel mio letto di te mi ricordo


e penso a te nelle veglie notturne,

a te che sei stato il mio aiuto,


esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

A te si stringe l’anima mia:


la tua destra mi sostiene.

SECONDA SOSTA
Immergersi nel creato
e riconoscere la sua bellezza

Esercizio pratico
«Passare» significa andare da un luogo all’altro: il respiro
ci fa passare dall’esterno (fuori) all’interno (dentro) e c’è mol-
to da sperimentare in questo va e vieni tra l’universo e la parte
più intima, più profonda di noi stessi. Questo scambio diventa
particolarmente sensibile quando si è seduti in mezzo alla na-
tura, quando il mio respiro si accorda al respiro dell’univer-
so. Respirare è come acqua che scorre, come il vento, brezza
leggera e soffio della creazione. Esercitarsi a essere presenti
significa andare verso il risveglio della vita interiore, significa
accogliere il «fuori» e il «dentro» attraverso i sensi, che sono

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34Sussidio

«porte aperte sull’infinito». La preghiera, l’incontro con Dio


passa attraverso la nostra sensibilità.

In ascolto della creazione (spazio per il silenzio)


Facendo emergere le esperienze “sensibili” che abbiamo
raccolto nella prima parte del percorso; ognuno prende la pa-
rola per raccontare le sue sensazioni. A conclusione della so-
sta, leggiamo insieme questi versi tratti dal Cantico delle Crea­-
ture di san Francesco.

Altissimo, Onnipotente buon Signore,


tue sono le lodi, la gloria, l’onore e ogni benedizione.

Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le creature,


specialmente per fratello sole.
Egli è bello e raggiante con grande splendore:
è simbolo di te, o Altissimo.

Lodato sii o mio Signore, per sorella luna e le stelle:


in cielo le hai create, chiare, preziose e belle.

Lodato sii, mio Signore, per fratello vento,


e per l’aria e per il cielo; per quello nuvoloso
e per quello sereno,
per ogni stagione tramite la quale alle creature dai vita.

Lodato sii mio Signore, per sorella acqua,


la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.

Lodato sii mio Signore, per nostra sorella madre terra,


la quale ci dà nutrimento e ci mantiene.

Lodato sii mio Signore, per quelli che perdonano


in nome del tuo amore, e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno serenamente,
perché dall’Altissimo saranno premiati.

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Un ritiro itinerante per adolescenti e giovani 35

Lodate e benedite il mio Signore,


ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.

TERZA SOSTA
Corpo che prega, mani che pregano

Esercizio pratico (per questi esercizi bisogna essere in piedi)


Mani che mendicano: il palmo delle mani rivolto verso il
cielo, all’altezza delle spalle, come nel gesto della preghiera
cristiana antica: è la preghiera del povero. È la preghiera che
Dio ama: un’umile dipendenza in una fiducia totale.

Vedi, Signore, non ho niente nelle mani!


Abbi pietà di me che sono povero e indifeso.
Non abbandonarmi. Vieni in mio soccorso!

La mia anima ha sete di Te, Signore,


sono davanti a Te come una terra riarsa.
Ho sete di Te, della tua acqua zampillante
che riporti vita nella mia esistenza,
che ridoni energia alle mie membra stanche,
che mi faccia rialzare e mi riporti
sulle strade che portano alla vera felicità.

Ti desidero, Signore, più di qualsiasi persona


e per te sono pronto a lasciare ogni sicurezza
per seguirti là dove Tu mi chiamerai.

Mani che supplicano: le mani aperte, le braccia si tendono,


nella speranza che qualcuno le afferri e ci tiri fuori dal perico-
lo, dall’acqua in cui si rischia di annegare, dal fuoco che bru-
cia, dal burrone che ci inghiotte.

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36Sussidio

Alzo le mani verso di te, mio Dio,


e tutto il mio corpo si protende verso te.

Alzo le mani verso di te


e sento subito la fatica
che mi percorre le braccia:
piantato solidamente su questa terra,
radicato in questa storia,
io mi slancio verso te.

E allora, mentre alzo le mie mani,


mentre invoco la tua Presenza:
scenda anche ora su di me la tua grazia,
come pioggia che irrora,
come luce che vince le tenebre,
come rugiada che porta guarigione e vitalità.

Mani che uniscono: mani calorose che salutano il fratello o


la sorella quando arrivano. Mani che si stringono e si allaccia-
no in una sorta di catena. Mani che offrono e ricevono la pace.

Tu sei santo, Signore Iddio unico,


che fai cose stupende.
Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei l’Altissimo.
Tu sei il Re onnipotente.
Tu sei il Padre santo, Re del cielo e della terra.
Tu sei trino e uno, Signore Iddio degli dèi.
Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene,
Signore Iddio vivo e vero.
Tu sei amore, carità.
Tu sei sapienza. Tu sei umiltà.
Tu sei pazienza. Tu sei bellezza.
Tu sei sicurezza. Tu sei la pace.
Tu sei gaudio e letizia. Tu sei la nostra speranza.
Tu sei giustizia. Tu sei temperanza.

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Un ritiro itinerante per adolescenti e giovani 37

Tu sei ogni nostra ricchezza.


Tu sei bellezza. Tu sei mitezza.
Tu sei il protettore. Tu sei il custode e il difensore nostro.
Tu sei fortezza. Tu sei rifugio.
Tu sei la nostra speranza.
Tu sei la nostra fede.
Tu sei la nostra carità.
Tu sei tutta la nostra dolcezza.
Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore
(S. Francesco d’Assisi).

CONCLUSIONE

Un momento di dispersione
In ginocchio: sulla terra, sul pavimento, su un banco di le-
gno, su un tappeto o una moquette, stare in ginocchio rimane,
comunque, una posizione scomoda. Solo chi ha dimestichez-
za con la preghiera riesce a mantenerla nel tempo, a rimanere
desto e concentrato anche quando il corpo fa sentire disagio,
fatica, stanchezza. In ginocchio la mia statura – lo so bene – è
ridotta esattamente alla metà, eppure è proprio questa posizio-
ne che molti credenti assumono per pregare il loro Dio. Non
si tratta di annullarsi, di distruggersi, quasi di scomparire, ma
vogliamo piuttosto, riconoscere davanti a Dio, alla sua gran-
dezza, la nostra piccolezza, davanti alla sua sconfinata bontà,
la nostra meschinità di cuore, davanti alla sua profonda sag-
gezza, l’esiguità del nostro comprendere. In ginocchio, men-
tre il nostro corpo tocca terra, noi ammettiamo di essere terra:
quest’argilla che Dio ha plasmato, in cui ha infuso il suo Spiri-
to, sulla quale ha impresso il marchio della sua gloria.
Tutti insieme recitiamo la «Preghiera semplice».

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


38Sussidio

Preghiera semplice
Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch’io porti l’amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti l’unione,
dove è dubbio, ch’io porti la fede,
dove è errore, ch’io porti la verità,
dove è disperazione, ch’io porti la speranza,
dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.
Maestro, fa che io non cerchi tanto ad esser consolato,
quanto a consolare;
ad essere compreso, quanto a comprendere;
ad essere amato, quanto ad amare.
poiché, così è: dando, che si riceve;
perdonando, che si è perdonati;
morendo, che si risuscita a vita eterna.

Tutto termina con la benedizione: ognuno è invitato a trac-


ciare lentamente su di sé il segno della Croce.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


PREPARARE
la messa
Dalla 17ª alla 22ª domenica
del Tempo ordinario
 In queste domeniche estive in un clima generalmente vacanziero,
la liturgia della Parola richiama la nostra attenzione su alcune espe-
rienze quotidiane che segnano la nostra vita di fede: dalla riscoperta
della preghiera come dialogo fiducioso con Dio, a una sapiente
gestione della ricchezza, ricercando comunque sempre ciò che
davvero è in grado di donarci una vita felice e realizzata.
 A questa pratica di vita credente si accompagna, d’altro canto, la
necessità di riscoprire la fede stessa quale decisione che coinvolge
tutta la nostra esistenza, ci chiama a vigilare e a perseverare in colui
che solo è il vero cuore e fondamento della nostra vita, Cristo Signore.
 Questa stessa fede è ciò che ci può far entrare nel Regno che ci è
stato promesso, se sapremo rendere umile il nostro cuore e aprirci
alla conversione. Modello di fede, in questo senso, è la figura di Ma-
ria, umile serva del Signore, di cui celebriamo l’assunzione al cielo. È
lei che si è donata totalmente a Dio, affinché potesse trovare compi-
mento l’eterno disegno d’amore del Padre donando al mondo il suo
stesso Figlio.

▹ 17a domenica ordinaria: La forza della preghiera. Tema centrale


del Terzo vangelo, la preghiera è affidarsi alla misericordia di Dio,
riconoscendo in lui il partner di un’alleanza d’amore, che da Abra-
mo arriva fino alla rivelazione del Figlio in Gesù, colui che ci inse-
gna a pregare il «Padre nostro».

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40 Preparare la messa

▹ 18a domenica ordinaria: Riconoscere la vera ricchezza. L’essere


umano trova la propria felicità se è in grado di arricchirsi «presso
Dio», di rivestirsi dell’«uomo nuovo». È necessario, allora, ricono-
scere ciò che è «vanità», come ci insegna Qoèlet, e cercare invece
la «cose di lassù».
▹ 19a domenica ordinaria: La grande fede del «piccolo gregge».
La fede dice la relazione vita di ogni credente con il suo Dio. Dai
Padri dell’antica alleanza abbiamo numerosi testimoni che hanno
fondato la propria vita nella fede, vigilando costantemente nell’at-
tesa della venuta di colui che solo può donare la vera beatitudine.
Noi stessi siamo chiamati a vigilare nella fede.
▹ 20a domenica ordinaria: Testimoni capaci di perseverare. Cre-
dere significa decidere ogni giorno della propria vita dinanzi a Dio,
consapevoli che questo genera divisione, incomprensione e richie-
de pazienza e fiducia. Il modello del credente è Cristo stesso, origi-
ne e compimento della fede.
▹ Assunzione della Vergine Maria: Maria, l’umile compimento
della redenzione. Uno sguardo simbolico ed escatologico accom-
pagna il canto di lode evangelico della Vergine Maria. Dalla donna
«vestita di sole» a «quelli che sono di Cristo», l’Assunta è il com-
pimento del disegno d’amore di Dio, l’umile «serva» accolta da
subito nella grazia del Risorto.
▹ 21a domenica ordinaria: La conversione che porta alla salvezza.
La salvezza, nella narrazione biblica, si declina come un ritornare,
un radunarsi di tutti i popoli alla presenza del Signore. Entrare nel
Regno, però, non è scontato ma richiede uno sforzo, un passare
dalla «porta stretta» seguendo la correzione del Signore.
▹ 22a domenica ordinaria: L’umiltà, lo stile del discepolo. Nella re-
lazione con i fratelli e le sorelle si manifesta il carattere autentico
della fede cristiana, una fede all’insegna dell’umiltà e della dispo-
nibilità, che non cerca di prevalere o di primeggiare ma accoglie
gli ultimi e si mantiene ospitale. Così possiamo accostarci a Dio
per vivere con lui una nuova alleanza in Cristo Gesù.

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17ª domenica ordinaria
24 luglio 2022

La forza della preghiera.


La preghiera non è una comunicazione a senso unico
tra l’orante, che spera di essere esaudito, e Dio.
È un dialogo che apre alla comunione tra cielo e terra:
nella preghiera, l’uomo sperimenta di non doversi elevare al cielo,
perché è il Signore ad abbassarsi e tendere l’orecchio al suo grido.
Gesù non si limita a insegnare ai suoi discepoli parole per pregare,
ma indica loro uno stile per poterlo fare con frutto:
devono essere consapevoli di essere figli che si rivolgono al Padre,
invocando l’avvento del suo Regno e chiedendo il pane quotidiano,
perdonandosi a vicenda con la forza del perdono ricevuto,
nell’attesa del dono per eccellenza, lo Spirito Santo (vangelo).
Abramo non si stanca di intercedere per Sodoma e Gomorra:
ogni volta l’uomo di fede rilancia la posta in palio,
sapendo di poter confidare nella misericordia di Dio (prima lettura).
Scrivendo alla comunità cristiana di Colosse,
Paolo afferma la portata salvifica del battesimo che hanno ricevuto,
partecipando alla morte e risurrezione del Signore Gesù.
Il documento di condanna, che pendeva sul loro capo,
è stato per sempre rimosso: in virtù della croce di Cristo
sono passati dalla morte alla vita (seconda lettura).

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interpretare i testi
di Antonio Landi

«Quando pregate, dite: Padre»


Luca 11,2

Prima lettura Genesi 18,20-32


In quei giorni, 20disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è trop-
po grande e il loro peccato è molto grave. 21Voglio scendere a vedere se
proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo vo-
glio sapere!».
22
Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abra-
mo stava ancora alla presenza del Signore.
23
Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con
l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sop-

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17ª domenica ordinaria43

primere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giu-


sti che vi si trovano? 25Lontano da te il far morire il giusto con l’empio,
così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudi-
ce di tutta la terra non praticherà la giustizia?». 26Rispose il Signore: «Se
a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a
loro perdonerò a tutto quel luogo».
27
Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io
che sono polvere e cenere: 28forse ai cinquanta giusti ne mancheranno
cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la
distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque».
29
Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno
quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30Ripre-
se: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno
trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31Riprese: «Vedi
come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Ri-
spose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32Riprese: «Non si
adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveran-
no dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

La preghiera d’intercessione di Abramo per la sorte dei


giusti di Sodoma si lega all’episodio precedente della visita
dei tre ospiti presso la sua tenda con lo scopo di recargli la
notizia della nascita di Isacco, suo figlio, a distanza di un an-
no (Gen 18,1-15). Mentre Abramo accompagna i suoi ospiti
per congedarli, essi contemplano dall’alto la città di Sodoma
(v. 16); non è detto nulla di più, così come nelle parole attri-
buite al Signore nei versetti successivi (vv. 17-19) non emer-
ge chiaramente l’intento divino di voler distruggere la città,
ma si menziona la volontà del Signore di mettere al corrente
il suo partner nell’alleanza di ciò che sta per accadere.
Nel libro della Genesi il primo riferimento a Sodoma è
contestuale alla separazione tra Abramo e Lot, avvenuta in
seguito alla lite tra i rispettivi pastori; fu così che Abramo
propose a Lot di scegliere un territorio dove trasferirsi con
le sue greggi, e questi scelse il territorio del Giordano, dove
sorgeva la città di Sodoma, abitata da gente perversa e av-

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44 Preparare la messa

vezza al peccato (13,13). Pertanto, il lettore è già a conoscen-


za del basso livello di moralità che caratterizza gli abitanti di
Sodoma; tuttavia, potrebbe ugualmente sembrare eccessiva
la punizione che Dio intende infliggerle.
Il brano scelto per la liturgia odierna fa riferimento alle
lagnanze che sono giunte al cospetto di Dio contro Sodo-
ma e Gomorra (v. 20): il termine ṣe‘āqāh, reso in italiano con
«lamento», appartiene al lessico giuridico, ed esprime l’invo-
cazione di aiuto che interpella i giudici terreni e, in caso di
mancata accoglienza, Dio, da parte di chi vede calpestato il
proprio diritto subendo violenza.
All’inizio non è esplicitata la materia della loro trasgres-
sione, ma s’insiste sulla gravità del loro peccato (ḥaṭṭā’h).
Per il momento, il Signore intende accertarsi di persona se le
cose stanno veramente così (v. 21); i verbi «scendere» (rdh)
e «vedere» (r’h), declinati alla prima persona singolare, de-
notano la volontà di Dio di esaminare il caso prima di inter-
venire. La distruzione di Sodoma e di Gomorra non è decisa
d’impulso, ma è l’esito di un’accurata indagine condotta di-
rettamente dal Signore per accertare la colpevolezza degli
abitanti.
Mentre gli uomini giunti in precedenza presso Abramo si
recano in ispezione a Sodoma, Abramo resta alla presenza di
Dio (v. 22); si accosta a lui e inizia la complessa trattativa che
lo condurrà a chiedere al Signore di risparmiare le due città
per amore dei giusti che in essa eventualmente vi dimorano.
Il patriarca denota abile scaltrezza e consumata saggezza, e
ogni volta abbassa la posta in gioco: dagli iniziali cinquan-
ta (v. 24), si arriva a dieci potenziali giusti (v. 10), per i quali
Abramo chiede di ottenere clemenza per le due città.
La motivazione sulla quale il patriarca fa leva per ingra-
ziarsi la benevolenza divina concerne il suo diritto: difatti,
non si conviene a Dio, l’unico in grado di esercitare la giu-
stizia senza parzialità e senza errori, far perire il giusto con
l’empio (vv. 23-25); accomunarli alla stessa sorte, sarebbe la

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17ª domenica ordinaria45

smentita più clamorosa della sua rettitudine e imparzialità.


Abramo è consapevole che la sua richiesta è ardita, perché
egli è solo polvere e cenere al cospetto di Dio, e sa di non po-
ter accampare pretese nei suoi confronti. Tuttavia, egli pren-
de progressivamente coraggio a motivo della disponibilità
divina a sorvolare sul diritto divino di punire severamente il
peccato degli abitanti delle due città.
Così, Abramo non si limita a perorare la causa di Lot, che
aveva preso a dimorare nei pressi della città di Sodoma; il ri-
ferimento alla categoria dei giusti, per i quali chiede a Dio di
non dare corso alla sua punizione collettiva, tocca un aspetto
molto delicato: è giusto che anche gli innocenti paghino con
la vita le colpe degli empi? Il dialogo tra Abramo e Dio evi-
denzia lo spessore di clemenza che caratterizza l’agire divi-
no: il Signore non è un sadico vendicatore, ma un giudice giu-
sto e misericordioso; tuttavia, le circostanze (19,1-29) finiran-
no col giustificare anche agli occhi del lettore la distruzione
di Sodoma e Gomorra, a causa della gravità delle loro colpe
e della loro indisponibilità al ravvedimento.

Salmo responsoriale Sal 137


Probabilmente composto in epoca esilica, il Salmo 137 è
un inno di ringraziamento che l’orante, rivolto verso il tem-
pio, innalza a Dio per la salvezza concessa a suo favore. La
sua gratitudine non è un atto formale, ma è espressa con tut-
to il cuore: non è istintiva, ma ponderata, intenzionale. Le pa-
role che l’orante ha rivolto al Signore nella speranza che ac-
cogliesse la sua causa sono state non solo accolte, ma anche
esaudite. La sua lode è, al contempo, espressione della sua
fede: non esistono altri dèi, ma un unico Dio, e solo davanti
a lui occorre prostrarsi. Nel giorno in cui il salmista ha invo-
cato il Signore, è stato esaudito; a differenza degli idoli, che
hanno orecchi e non odono, occhi e non vedono, mani e non
toccano, il Dio vero ama e si mostra fedele e misericordio-

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46 Preparare la messa

so verso coloro che invocano il suo aiuto con cuore sincero,


infondendo in ciascuno la forza necessaria per superare gli
ostacoli e le prove. Lo sguardo del Signore privilegia l’umi-
le, chi non s’insuperbisce e confida solo nelle sue risorse, ma
si volge a Dio perché solo da lui attende la salvezza dai suoi
nemici. L’orante ha imparato a non disperare dell’aiuto del
Signore perché il suo amore non è temporaneo, ma è coe-
stensivo alla sua natura: dura per sempre.

Seconda lettura Colossesi 2,12-14


Fratelli, 12con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti me-
diante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.
13
Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle col-
pe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le
colpe 14e annullando il documento scritto contro di noi che, con le pre-
scrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

Il brano scelto per la liturgia domenicale è inserito nella


sezione epistolare incentrata sul motivo della fedeltà al Van-
gelo ricevuto (Col 2,6-23). Paolo esorta i cristiani di Colosse
a perseverare nel Vangelo di Cristo Gesù che essi hanno ri-
cevuto, evitando di farsi attrarre con falsi raggiri da dottrine
di origine umana, genericamente designate con il termine
filosofia (2,8). Tutto ciò di cui essi necessitano è stato loro
garantito dall’unione a Cristo: è in lui, infatti, che dimora tut-
ta la pienezza della divinità, e a lui tutte le realtà terrestri e
celesti sono sottomesse. Pertanto, non è opportuno da parte
loro sottomettersi a regole e norme, di origine umana, che in-
tendono disciplinare la vita quotidiana senza tener conto di
appartenere a Cristo.
I vv. 12-14 sono inclusi nelle motivazioni cristologiche (vv.
9-15) che l’Apostolo adduce per esprimere il concetto basi-
lare dell’intima unione dei credenti a Cristo, e occupano un
ruolo centrale nell’argomentazione della sezione di 2,6-23:

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17ª domenica ordinaria47

i Colossesi sono invitati a diffidare di ogni pratica cultuale


estranea alla fede che è stata loro trasmessa, perché essi sono
uniti a Cristo in virtù del battesimo che hanno ricevuto.

 Sepolti e risorti con Cristo. I cristiani che provengono


dal mondo pagano non sono tenuti a farsi circoncidere; la ve-
ra circoncisione consiste nell’essere battezzati in Cristo, che
consente loro di separarsi definitivamente da tutto ciò che è
carnale. È una condizione di pienezza, che esclude il ricor-
so a pratiche di carattere ascetico o a riti particolari. Al v. 12
si pone in evidenza la dimensione unitiva che nel battesimo
si realizza tra ciascun credente e Cristo: «sepolti con lui nel
battesimo, con lui pure siete risuscitati». L’immagine della
sepoltura fa riferimento alla spoliazione del corpo di carne,
di cui si è parlato nel v. 11, e anticipa la metafora della depo-
sizione dell’uomo vecchio per rivestire l’uomo nuovo (3,9-
10); chi aderisce a Cristo, in virtù del battesimo, può ritenersi
morto al mondo (2,20) e anelare alle realtà celesti (3,1-2). I
battezzati ripercorrono l’itinerario spirituale di morte e ri-
surrezione che ha caratterizzato il Cristo, al quale ora sono
uniti: essi possono già sperimentare l’efficacia trasformante
della risurrezione perché hanno creduto «nella forza di Dio»
che ha risuscitato Cristo dai morti. La fede (pístis) in Dio
è strettamente correlata all’evento della risurrezione: scio-
gliendo il suo Figlio dai lacci della morte, Dio ha dato prova
della sua potenza salvifica, della quale nessuno può dubitare
e alla quale chiunque può credere.

 La grazia che ridà vita. Aver creduto alla forza reden-


trice di Dio, ha permesso ai battezzati di sperimentare la
potenza risanante dell’agire divino (v. 13). La condizione
pre-battesimale dei credenti è paragonata a quella dei morti
(nekroí): la lontananza da Dio, fonte della vita, è simbolo di
prossimità alla morte. In questo senso, le trasgressioni non
riguardano singole norme o precetti, ma sono da intender-

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48 Preparare la messa

si nel senso di oggettiva disobbedienza a Dio, di cui non si


ha conoscenza. Così, la non circoncisione della carne non
allude alla prassi giudaica praticata in segno di alleanza con
Dio, ma al rifiuto di rinunciare a tutto ciò che afferisce alla
sfera della mondanità. È solo la grazia che annulla il peccato
e colma il fossato che separa l’uomo da Dio. Il verbo charízō
può essere tradotto col significato di «perdonare»: il perdono
nasce dalla cháris, dalla grazia che Dio elargisce agli uomini
per un atto di puro amore da parte sua. È grazia che dà vita e
libera dalla zavorra del peccato.

 La croce e il chirografo. La grazia divina si è rivelata in


tutta la sua efficacia salvifica annullando il documento del-
la nostra condanna (v. 14a). Il termine cheirógraphon fa ri-
ferimento a un documento scritto vincolante per chi lo fir-
ma, soprattutto in relazione a un debito contratto. Non è da
escludere la proposta di chi vi intende una scrittura da parte
di potenze celesti (cf. 2,15), sulle quali Cristo ha prevalso:
la croce di Cristo ha annullato «i decreti di punizione che
gli angeli accusatori esigevano nei confronti degli uomini»
(Aletti). In questo modo Paolo supporta la sua argomenta-
zione, con lo scopo di persuadere i suoi destinatari a non sot-
tomettersi alle forze spirituali, che non hanno più il potere
di nuocere perché sono state definitivamente annullate dalla
croce di Cristo.

Vangelo Luca 11,1-13


1
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi
discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni
ha insegnato ai suoi discepoli». 2Ed egli disse loro: «Quando pregate, di-
te: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; 3dacci ogni gior-
no il nostro pane quotidiano, 4e perdona a noi i nostri peccati, anche noi
infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla ten-
tazione”».

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17ª domenica ordinaria49

5
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dir-
gli: “Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un
viaggio e non ho nulla da offrirgli”; 7e se quello dall’interno gli risponde:
“Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a
letto, non posso alzarmi per darti i pani”, 8vi dico che, anche se non si al-
zerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà
a dargliene quanti gliene occorrono.
9
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e
vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi
bussa sarà aperto.
11
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al
posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se
voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quan-
to più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo
chiedono!».

La preghiera è un tratto peculiare del Gesù lucano: dopo


aver ricevuto il battesimo da Giovanni (Lc 3,21); dopo una
giornata d’intensa attività ministeriale (5,16); prima dell’ele-
zione dei Dodici (6,12) e della confessione di fede di Pietro
(9,18); durante la trasfigurazione (9,28); prima del suo arre-
sto (22,41) e sulla croce (23,34.46). Giustamente è stato rile-
vato che «le preghiere di Gesù contribuiscono alla compren-
sione della sua filiazione divina» (George). Difatti, la co-
scienza di essere Figlio di Dio matura nell’esperienza, sem-
pre più intensa, della preghiera; la figliolanza è la chiave di
accesso al cuore di Dio: è questa l’essenza dell’insegnamento
trasmesso ai suoi discepoli (11,1-4). La preghiera dev’esse-
re insistente (11,5-8) perché si possa apprezzarne l’efficacia
(11,9-13).

 Pregare il Padre. Gesù prega (proseúchomai) in un luo-


go da solo; i suoi discepoli sono attirati dalla sua orazione ed
esprimono il desiderio d’imparare a pregare, così come an-
che Giovanni ha istruito i suoi seguaci. Non è chiaro se la ri-
chiesta verta sui contenuti e/o sullo stile, e se il paragone con

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50 Preparare la messa

Giovanni proponga l’insegnamento giovanneo come istrutti-


vo anche per i discepoli di Gesù. È probabile che essi voglia-
no imitare l’atteggiamento orante del Maestro, e ancor di più
ricevere precise indicazioni su come pregare.
La versione lucana della preghiera del Signore è più breve
rispetto al testo di Mt 6,9-13. L’orazione è rivolta a Dio, invo-
cato con il titolo di Padre (Patḗr); la preghiera è anzitutto un
atto di filiazione. È attraverso di essa che i discepoli possono
sperimentare la paternità divina, così come l’astensione dal
giudizio, il perdono e la generosità consentono di imitare la
compassione del Padre (6,36-38).
Seguono cinque brevi petizioni, di cui le prime due con-
cernono Dio e le successive riguardano le relazioni umane:
1. il nome designa l’essenza stessa del divino, come il Signo-
re ha rivelato a Mosè: «Io sono colui che era/è/sarà» (Es
3,14); la santità esprime la sua condizione di alterità e di
trascendenza rispetto alle sue creature (Ez 36,22-28), ma
indica anche la mèta a cui deve tendere ogni uomo: essere
santo come Dio è santo (Lv 11,45).
2. La prossimità del regno di Dio è proclamata da Gesù (Lc
4,43) e dai suoi discepoli (9,2.60.62; 10,9); è già presente
(17,20-21), ma l’orante ne invoca la piena manifestazione
(22,16.18.29) e s’impegna a vivere cercando anzitutto la
regalità divina (12,31).
3. Chi crede in Dio e lo riconosce come Padre sa di poter af-
fidare a lui le proprie necessità e i propri bisogni, anche
materiali, come il pane, essenziale per il suo nutrimento.
La richiesta del pane riguarda la quotidianità (epiúsion), e
ricorda il dono della manna nel deserto, della quale si può
raccogliere solo la razione giornaliera sufficiente a sfama-
re il popolo (Es 16,1-36). Il pane invocato è destinato a es-
sere condiviso: è il «nostro» pane che contribuisce ad ali-
mentare i legami di solidarietà fraterna.
4. Non di solo pane vive l’uomo; egli ha bisogno del perdono
divino, perché sa che la sua condizione di peccatore lo al-

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17ª domenica ordinaria51

lontana da Dio, autore e fonte della vita. Riconciliato con


il Signore, egli è in grado di condonare i debiti/peccati del
suo debitore/offensore se si pente (17,3-4).
5. Infine, al Padre celeste l’orante chiede di non essere ab-
bandonato nell’ora della prova; la preghiera è il rimedio
più efficace per non soccombere alla tentazione (22,40.46)
e preservarsi nella fedeltà a Dio.

 Una preghiera invadente? Per dimostrare quanto sia ef-


ficace la preghiera, Gesù propone ai suoi discepoli di imme-
desimarsi nella condizione di aver bisogno di recarsi da un
amico a mezzanotte per ottenere in prestito tre pani, così da
poter provvedere a sfamare l’ospite che è giunto da un viag-
gio (vv. 5-6). La reazione dell’amico importunato nel cuore
della notte è inizialmente improntata al rifiuto: non vuole
essere infastidito perché la porta della sua abitazione è già
chiusa e i bambini sono già a letto. Non si tratta di obiezio-
ni pretestuose, ma sensate: soddisfare la richiesta dell’amico
comporterebbe un inopportuno stravolgimento della quiete
familiare.
Ciò di cui l’amico ha bisogno non sarà ottenuto per ami-
cizia, ma per mezzo dell’anáideia, termine che può essere
tradotto con il senso di insistenza o di sfacciataggine. In ef-
fetti, chi bussa a mezzanotte e chiede all’amico il prestito di
tre pani non demorde di fronte all’iniziale diniego da parte
dell’amico; insiste, e alla fine riceve quanto chiesto. La sua è,
nondimeno, una petizione sfacciata, perché non tiene conto
dell’orario tardo e delle circostanze in cui l’amico si trova (la
porta chiusa; i bambini a letto).

 Il Padre dona lo Spirito Santo. Le istruzioni di Gesù ri-


prendono e approfondiscono i temi già sviluppati nella pa-
rabola dell’amico sfacciato; i verbi chiedere (aitéomai: vv.
9.10.11.12.13), cercare (zētéō: vv. 9.10) e bussare (krúō: vv.
9.10) corrispondono alla richiesta insistente che consente

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52 Preparare la messa

di ottenere i pani di cui si ha bisogno. La preghiera autenti-


ca, fatta con fede, ottiene ciò che chiede; trova ciò che cerca;
spalanca le porte a cui si è bussato.
Gesù non si limita a fornire indicazioni esclusivamente sul
piano teorico, ma coinvolge il suo uditorio attingendo alla
relazione padre-figlio: l’esperienza della preghiera può es-
sere paragonata alla cura che un padre riserva nei confronti
del figlio, al quale garantirà tutto ciò che è necessario per la
sua alimentazione e la sua crescita. Nessun padre darà una
serpe al figlio che gli chiede un pesce, o uno scorpione anzi-
ché un uovo.
Gesù dimostra che se i padri terreni, che sono cattivi
(ponērói), sanno dare cose buone ai loro figli, quanto più
il Padre celeste (alla lettera, dal cielo) concederà lo Spirito
Santo a coloro che glielo chiedono. La richiesta dello Spiri-
to Santo (v. 13) si aggiunge alla triplice petizione contenuta
nella preghiera del Padre nostro, relativa al pane quotidiano,
alla remissione dei peccati e alla richiesta di non essere in-
trodotti in tentazione (11,3-4).
È l’unica volta in cui lo Spirito è presentato come un do-
no divino da invocare nella preghiera: disceso su Maria, è
descritto come la Potenza di Dio che si posa su di lei perché
concepisce il Figlio dell’Altissimo (1,35); l’attività lustra-
le del Battista prepara il battesimo che il Cristo imporrà in
Spirito Santo e fuoco (3,16); su Gesù discende sotto forma
di colomba e una voce dal cielo rivela la sua figliolanza di-
vina (3,22); la missione di Gesù è sotto l’egida dello Spirito
(4,1.14.18). Lo Spirito è promesso agli apostoli in vista della
testimonianza che essi dovranno rendere al Risorto (24,49;
At 1,8; 2,1-4) e rappresenta il trait d’union tra la missione di
Gesù e dei suoi testimoni.

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attualizzare il messaggio
di Ezio Bolis

Che cosa chiedere nella preghiera


a Dio Padre
La preghiera appartiene all’esperienza religiosa universa-
le. Ma a differenza dei credenti di altre fedi che si rivolgono
a Dio nominandolo creatore, onnipotente, altissimo, eterna
Sapienza, essere supremo, unico…, i cristiani hanno imparato
da Gesù a chiamarlo «Padre». Il tratto peculiare della pre-
ghiera cristiana consiste nell’essere filiale, come quella di Ge-
sù che si rivolge al Padre chiamandolo Abbà, termine usato
dai bambini, ma che nessun ebreo avrebbe osato pronunciare
davanti a Dio perché troppo familiare. Gesù invece sì: egli sa
di essere il Figlio e di potersi rivolgere a Dio con semplicità
e immediatezza, con la libertà di chiedergli tutto. Questo au-
torizza noi, «figli nel Figlio», a poter chiedere tutto al «Padre
nostro», con totale fiducia. Infatti per i cristiani la preghiera
di Gesù è normativa e diventa criterio di discernimento an-
che per «che cosa» chiedere, oltre che «come» chiedere.
Che cosa ha chiesto Gesù al Padre? Una prima preghiera
di domanda è quella rivolta in favore di poveri e ammalati,
come il sordomuto nel territorio della Decapoli: «Lo prese
in disparte, lontano dalla folla […]; guardando quindi verso
il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!»
(Mc 7,33-34). La preghiera di Gesù è accompagnata da una
profonda compassione e dal desiderio di aiutare chi soffre.
L’attenzione per l’altro, specialmente se bisognoso, muove
Gesù a invocare il Padre; d’altra parte, la comunione con il
Padre, il dialogo costante con lui, spinge Gesù a intervenire
in favore dei sofferenti, per portare loro la consolazione e

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54 Preparare la messa

l’amore di Dio. Allo stesso modo, anche nella nostra preghie-


ra deve esserci un profondo legame tra amore di Dio e amo-
re del prossimo: la relazione con l’uomo ci guida al rapporto
con Dio, e quella con Dio ci porta di nuovo al prossimo.
Davanti alla tomba di Lazzaro, morto da quattro giorni,
l’invocazione per la risurrezione dell’amico è preceduta da
una preghiera di ringraziamento: «Gesù alzò gli occhi e disse:
“Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”» (Gv 11,41).
Così commenta il Catechismo della Chiesa Cattolica:
Introdotta dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rive-
la come chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù aderi-
sce a colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso. Il Dona-
tore è più prezioso del dono accordato (n. 2604).

Anche per noi, al di là di ciò che Dio ci dà quando lo invo-


chiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la
sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiede-
re e custodire sempre. Nella preghiera di domanda al Signore
non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò
che chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto al-
la volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva
della sua gloria, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai
nostri occhi. Per questo, nella nostra preghiera, domanda, lode
e ringraziamento dovrebbero fondersi insieme, anche quando
ci sembra che Dio non risponda alle nostre concrete attese.
Durante l’Ultima cena con i discepoli, Gesù prega per la
fede di Pietro: «Simone, Simone […] io ho pregato per te,
che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto,
conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). Nell’imminenza del-
la croce, questa preghiera chiede il dono di una fede salda e
capace di dare stabilità anche ai fratelli. Come Gesù, anche
il cristiano prega affinché, nonostante le proprie debolezze e
infedeltà, possa vincere il male che continuamente lo minac-
cia. Nello stesso contesto, Gesù prega il Padre per la chiesa,
in quel testo solenne che la tradizione cristiana definisce la

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17ª domenica ordinaria55

«preghiera sacerdotale» (Gv 17,1-26). Egli prega per sé, per


gli apostoli e per tutti coloro che crederanno in lui, per la
chiesa di tutti i tempi. Inizia così: «Padre, è venuta l’ora: glo-
rifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1). In
realtà è più di una domanda: è la dichiarazione di piena di-
sponibilità a entrare, liberamente e generosamente, nel di-
segno di Dio Padre che si compie nell’essere consegnato e
nella morte e risurrezione. Allo stesso modo, nella preghiera
i cristiani chiedono a Dio di aiutarli a entrare più profonda-
mente nel progetto che egli ha su ciascuno; gli domandano di
essere «consacrati», cioè di appartenergli totalmente, per po-
ter amare sempre di più gli altri. In questo modo la preghiera
di domanda allarga gli orizzonti, non si limita alla richiesta
di aiuto per i propri problemi, ma diventa intercessione per i
fratelli, per la chiesa e per il mondo presente e futuro.
Nella preghiera del Getsemani, con la faccia a terra, cioè
in un atteggiamento che esprime anche corporalmente il pie-
no affidamento al Padre, Gesù «pregava che, se fosse possi-
bile, passasse via da lui quell’ora», ma nello stesso tempo si
dice pronto a fare la volontà del Padre (Mc 14,35-36). È la
stessa preghiera quotidiana del cristiano: «Sia fatta la tua vo-
lontà, come in cielo così in terra» (Mt 6,10). Affidandoci alla
sua provvidenza e rinnovando il nostro impegno a confor-
marci a lui, chiediamo a Dio di darci la forza di portare le no-
stre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, il peso del male
che vediamo in noi e intorno a noi; lo supplichiamo di darci
speranza, di farci sentire la sua vicinanza, di donarci un po’ di
luce nel cammino della vita.
Sulla croce prega il Padre perché perdoni i suoi crocifissori:
«Diceva: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fan-
no”» (Lc 23,34). Ritroviamo la stessa preghiera sulle labbra di
Stefano, mentre viene lapidato (At 7,60). Queste parole, pro-
nunciate negli ultimi istanti della loro vita terrena, offrono in-
dicazioni preziose e impegnative: sono un invito al difficile ge-
sto di pregare anche per chi ci fa torto. Si tratta di vivere nella

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56 Preparare la messa

preghiera lo stesso atteggiamento di misericordia e di amore


che Dio ha nei nostri confronti: «Rimetti a noi i nostri debiti,
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

programmare la celebrazione
di Massimo Orizio

Per discernere il messaggio


L’antifona propria dell’anno C ci aiuta a cogliere il centro
nevralgico attorno al quale ruota il tema di questa domenica.
Essa recita testualmente:
Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, no-
stro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché invocan-
doti con fiducia e perseveranza, come egli ci ha insegnato, cre-
sciamo nell’esperienza del tuo amore.

Ogni espressione della Colletta allude ai testi biblici pro-


posti nella liturgia della Parola e consente di individuare la
ricchezza e la singolarità della preghiera cristiana. Essa nasce
dalla manifestazione di Dio, che ci invita a entrare in una re-
lazione filiale con lui. In Gesù siamo inseriti nella famiglia di
Dio; egli intercede, si mette in mezzo, crea una dinamica di
incontro grazie alla trasmissione dello Spirito. Lungi dall’es-
sere uno sforzo volontaristico o una competenza ascetica, la
preghiera è il respiro di Dio che pulsa in noi, dono gratuito
offerto a chi si apre nell’invocazione. L’impegno dell’uomo si
esprime in questa attitudine di apertura, di affidamento co-
stante, di inesausta tensione orientata all’Altro. In definitiva
l’orazione cristiana è un’esperienza di amore, una pratica di
orientamento della propria umanità, interpretata come rela-
zione vitale, in cui crescere e svilupparsi.

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17ª domenica ordinaria57

Per l’omelia

Un antico adagio recita: lex orandi, lex credendi. Si potreb-


be cercare di tradurre la concisione del latino con una para-
frasi: il modo di pregare rivela il modo, lo stile e il Dio in cui
si crede.
La preghiera è la vitalità della fede, la sua attualità. L’ora-
zione è la postura esistenziale che mette in circolo, dà corpo
e sostanza al credere. Nello stesso tempo questo esercizio di
apertura rivela molto di sé, del Dio in cui si crede, dell’espe-
rienza vissuta, della percezione dell’assoluto.
Proprio perché ciascuno vive di una fiducia elementare, in
un contesto culturale inaspettato dove si avverte il «brusio
degli angeli», in un mondo pervaso da una qualche forma di
sacralità si constata, accanto alla crisi delle religioni istituzio-
nali, il riemergere prepotente della preghiera.
Un’esperienza di relazione con il divino che assume mol-
teplici caratteristiche: mischia forme e formule, associa senza
distinguere spazi e luoghi, modella tempi e liturgie persona-
lizzati, si esprime con riti rubricisti e invenzioni sincretisti-
che, attinge da molteplici testi sacri.
La dimensione popolare della fede attraversa, come rivoli
carsici, il tessuto quotidiano delle persone, incrocia storie e
vicende conferendo consolazione e speranza, articolando e
orientando il bisogno di riconoscimento, placando le ansie
oppure esaltando i successi.
La liturgia della Parola ci aiuta a cogliere l’originalità del-
la preghiera cristiana.
Essa è, innanzitutto, incorporazione. Nel duplice senso di
inserimento (attivo e passivo) e di attività del corpo. Lo Spi-
rito Santo che abita in noi ci abilita alla preghiera, la consen-
te, trasforma il desiderio e il grido, il bisogno e la tensione,
orientando e modulando. Al termine della pericope evange-
lica Gesù invita a chiedere il dono dello Spirito, mentre Pao-

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58 Preparare la messa

lo, nella seconda lettura, ci ricorda la condizione filiale, la tra-


sformazione ricevuta grazie al battesimo.
La preghiera, poi, è attività del corpo nel senso che coin-
volge tutta quanta la persona, è esperienza e non una facoltà
dell’intelligenza. Essa riguarda la nostra vita, la storia e la vi-
cenda di ciascuno, ogni ambito della nostra quotidianità. So-
prattutto essa è espressione del corpo di Cristo, vive in esso
e si nutre di esso. Nell’orazione entriamo in relazione con il
corpo del Risorto e con la chiesa, secondo il nuovo culto isti-
tuito da Gesù raccontato dalla Lettera agli Ebrei.
Riecheggia questa dimensione esistenziale nella prima
parte del Padre nostro, quando si chiede la santificazione del
nome e la venuta del Regno.
La preghiera è affidamento continuo, richiesta instanca-
bile perché consegna totale e confidente. La certezza di un
Dio attento e vicino provoca il dialogo, suscita la domanda…
Abramo nella prima lettura insiste, scorge la breccia della
misericordia per interpellare Dio, così come l’amico impor-
tuno approfitta dell’amicizia. La preghiera illumina l’amore
infinito di Dio che si lascia coinvolgere, è la constatazione
stupita della benevolenza, esperienza di paternità che giusti-
fica (perdono) e inserisce in una dinamica di riconciliazione.
La preghiera è prendere posizione, “mettersi in mezzo”,
intercedere. Gesù insegna a pregare perché è lui, la sua per-
sona, il luogo e lo spazio (non più fisico, ma comunitario) do-
ve incontrare Dio. Abramo si assume il rischio di mediare, si
spende per una città contando sulla giustizia di Dio piuttosto
che sui meriti degli abitanti. Questo “mettersi di traverso”
non è tanto occupare un punto intermedio, quanto piuttosto
assumere un punto di vista: quando ci si apre a Dio si impa-
ra a guardare le cose, le persone, le vicende come le vede lui.
La preghiera è l’azione dello Spirito che ci trasforma, ci
conforma a Cristo, ci deforma (l’esperienza della croce come
donazione) allargando le nostre prospettive.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


17ª domenica ordinaria59

La preghiera autentica
di Roberto Laurita

Il vangelo di quest’oggi ci mette davanti a una richiesta esplici-


ta da parte di un discepolo di Gesù: «Signore, insegnaci a prega-
re!». La domanda potrebbe coglierci di sorpresa: non basta pre-
gare come ad uno piace? Non basta pregare in qualsiasi modo?
In effetti per tanto tempo abbiamo ritenuto che una formula
valesse l’altra, che il modo di pregare non contasse granché: l’im-
portante era farlo. Ma così facendo abbiamo ignorato che la pa-
tologia può inserirsi anche nel nostro rapporto con Dio. E allora
i risultati non sono benefici, ma devastanti. Se al Dio vivo e vero
si sostituisce una sua “maschera”, se ad una relazione autentica si
sovrappone una fittizia, ciò che accade non è affatto portatore
di salvezza e di pace.
Mi hanno raccontato di due donne (una era una suora) che si
erano messe d’accordo per invocare da san Pio da Pietrelcina una
grazia che stava loro a cuore. Quando ormai si erano “rassegnate”
ad affrontare la realtà dolorosa della perdita di una persona ca-
ra, lessero sui giornali che un noto attore, dalla vita sentimentale
piuttosto tempestosa e disinibita, era guarito inaspettatamente e
attribuiva il miracolo proprio al frate di San Giovanni Rotondo. La
cosa parve alle due donne un affronto: come poteva il loro santo
preferire un personaggio dalla vita scapestrata ad una esistenza,
quella della loro congiunta, piena di bontà e di generosità, rispet-
tosa delle leggi di Dio? La fiducia si mutò rapidamente in ostilità a
causa di quella che consideravano una “palese ingiustizia”.
Sì, nella preghiera può accadere anche questo…ma non ha
niente a che fare col modo di pregare di Gesù! È piuttosto il frut-
to di una mentalità, con radici ben solide, che la considera una
sorta di “transazione commerciale” in cui si ottiene nella misura
in cui si sa toccare la corda giusta, offrire qualcosa che conta, in-
tervenire con efficacia.
Ecco perché il riferimento al Padre Nostro appare essenziale,
determinante, per non imboccare strade senza via d’uscita, che
non portano all’incontro con Dio.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


60 Preparare la messa

Le parole di Gesù diventano dunque preziose perché traccia-


no il percorso della preghiera autentica. Quella che nasce dalla
fiducia e dall’abbandono, non dalla volontà di imporre qualcosa
a Dio. Quella che chiede, ma solo ciò che è essenziale. Quella che
riconosce il dono più grande da invocare: lo Spirito Santo, che ci
sostiene e ci accompagna sulle vie del Regno.
Una preghiera del genere “ottiene” sempre, perché mette in
relazione con Dio e quindi riceve la sua luce e la sua pace. Una
preghiera del genere è sempre “esaudita”, perché si mette sulla
lunghezza d’onda di Dio e dunque è in grado di riconoscere la sua
azione nel mondo. Che non coincide con la nostra volontà, ma
con la sua, e quindi realizza più di quello che osiamo immaginare.

Per la regia liturgica


• La celebrazione eucaristica è l’espressione propria della
preghiera cristiana. Si possono rimarcare alcune caratteri-
stiche nello svolgimento del rito.
• Si può sottolineare l’epiclesi dello Spirito, non solo nel
momento della consacrazione delle specie eucaristiche,
ma, richiamando il battesimo dei fedeli, in ciascuno dei
presenti; essi diventano celebranti del mistero in forza del
sacerdozio comune.
• Si evidenzi la centralità del corpo di Cristo. Si può accen-
nare la dimensione sacramentale del culto cristiano nel
momento della richiesta di perdono, nelle preghiere dei
fedeli, durante l’offertorio del pane e del vino, nell’intro-
duzione al Padre nostro.
• Si caratterizzi la dimensione dossologica (lode e ringrazia-
mento, che diventano azione di grazie per i benefici rice-
vuti) e l’orientamento escatologico (l’attesa che diventa
invocazione, la dimensione di speranza e di futuro in una
pienezza che viene promessa e anticipata nel rito).

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


17ª domenica ordinaria61

laPreghiera
di Roberto Laurita

Lo Spirito Santo: ecco, Gesù,


il dono che il Padre non ci rifiuta mai.
Ed ecco quello che tu ci chiedi
di domandare nella preghiera.
Non una soluzione magica
ai problemi che ci affliggono,
o qualcosa che non riusciamo
a raggiungere con le nostre forze.

Sì, è proprio lo Spirito il dono più grande


perché è lui che apre il nostro cuore
alla preghiera sincera, autentica,
lui che guida i nostri passi
sulla strada che tu hai inaugurato
con la tua vita, con le tue scelte,
con la tua morte e risurrezione.

Noi non sappiamo neppure


di che cosa abbiamo veramente bisogno:
talvolta ci lasciamo catturare
dall’effimero, dalle apparenze
e ignoriamo ciò che conta veramente.
Solo lo Spirito può rischiarare
le nostre zone oscure
e farci discernere l’essenziale
che dà senso e sfocia nell’eternità.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


P 17ª domenica ordinaria
24 luglio 2022

Accoglienza: La grazia di Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spiri-


to Santo siano con tutti voi.
Invito all’atto penitenziale: Il grido del male sulla terra è troppo grande e il no-
stro peccato è grave, pesa su di noi. Dio scenda e conceda il suo perdono per ri-
guardo del suo nome. Il Signore farà tutto per noi, perché il suo amore è per
sempre: non abbandona l’opera delle sue mani.
Conclusione dell’atto penitenziale: Eravamo morti a causa delle colpe e della
nostra debolezza. Dio ci ha perdonato, continua a riversare la sua misericordia
su di noi. Ha annullato il documento scritto della nostra condanna: lo ha tolto di
mezzo inchiodandolo alla croce.
Introduzione preghiere dei fedeli: Rendiamo grazie al tuo nome, Signore, per
il tuo amore e la tua fedeltà; vogliamo invocarti, interpellarti come Abramo, fi-
duciosi nella tua risposta. Se camminiamo in mezzo al pericolo, lui ci ridona vita.
Preghiamo insieme, dicendo: Ascoltaci, Padre.
Orazione conclusiva: Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli da-
rà una serpe al posto del pesce? Il Padre nostro del cielo ci darà lo Spirito Santo.
Chiediamo e ci sarà dato, cerchiamo e troveremo, bussiamo e ci sarà aperto. Per
Cristo nostro Signore.
Padre nostro: Noi suoi discepoli gli diciamo: «Signore, insegnaci a pregare, co-
me anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli ci risponde: «Quan-
do pregate, dite: Padre nostro…
Al dono della pace: Abbiamo appena pregato: perdona a noi i nostri pecca-
ti, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore. Scambiamoci un segno
di pace.
Al congedo: Il Signore cammini in mezzo a noi e ci accompagni nella vita. An-
date in pace.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


17ª domenica ordinaria
24 luglio 2022 C
Invocazioni penitenziali:
– Signore, quando il peccato ci sommerge, inquinando la nostra vita, le case e
la città. Kýrie, eléison!
– Cristo, quando la disperazione chiude il nostro cuore e le nostre labbra all’in-
contro con te. Christe, eléison!
– Signore, quando non sappiamo dare cose buone nemmeno a coloro che
amiamo. Kýrie, eléison!
Prima lettura: Dio dialoga con l’uomo. La sua Parola raggiunge ognuno di noi,
oggetto del suo sguardo clemente e misericordioso.
Salmo responsoriale: Riuniti in assemblea ci rivolgiamo al Signore confidando,
come dice il Salmo 137, che siamo accolti ed esauditi, perché lui è un Dio vivo,
non un idolo muto.
Seconda lettura: Siamo figli chiamati a percorrere le orme del Figlio, uniti a lui e
tra di noi grazie al battesimo.
Vangelo: Il nostro cammino è sorretto e fondato sull’invocazione, sulla preghie-
ra e sull’abbandono fiducioso.
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Padre, sei immenso e più grande di ogni cosa. La tua santità, la tua bontà ispi-
ri ogni credente. La tua misericordia diventi la meta e la vocazione della chie-
sa, popolo che umilmente vuole essere segno e sacramento della tua presen-
za. Preghiamo.
– Padre, il tuo Regno è vicino, in Cristo è prossimo. In comunione con lui, nella
mensa eucaristica, nell’ascolto della sua Parola, sappiamo indicarne la mani-
festazione in una storia riconciliata e redenta. Preghiamo.
– Padre, riconosciamo di poterti affidare ogni nostra necessità. Non farci man-
care i doni, anche materiali, che ci sono necessari per la quotidianità. Aiutaci
a non chiuderci in uno sterile egoismo, imparando a condividere e costruire
legami di solidarietà fraterna. Preghiamo.
– Padre, tu sei un abisso di amore. Abbiamo bisogno del tuo perdono, per se-
minare riconciliazione e pace nelle nostre parole e nei nostri gesti. La nostra
convivenza sociale e civile sia improntata all’accoglienza, che non si paralizza
nel pregiudizio e nel rancore. Preghiamo.
– Padre, la tua fedeltà resiste alla nostra ingratitudine. Sostienici nell’ora del-
la prova, concedi il tuo conforto e la tua forza a chi soffre, suggerisci parole
di consolazione a chi accompagna i malati, aiuta tutti a non soccombere alla
tentazione del male. Preghiamo.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


18ª domenica ordinaria
31 luglio 2022

Riconoscere la vera ricchezza.


Nella cultura biblica i beni erano ritenuti il segno
della benedizione e della protezione divina (cf. Giobbe);
eppure, un uso smodato ed egoistico delle risorse economiche
era una tentazione forte, che allontanava l’uomo da Dio e dai fratelli.
Gesù prende spunto dalla richiesta di un uomo,
per esprimere il suo convincimento che la vita
non dipende dalla quantità di beni di cui si dispone.
Vivere accumulando tesori; pensare che la felicità consista
solo nelle ricchezze che il mondo offre, è un’illusione,
che solo Dio è in grado di svelare (vangelo).
Qoèlet mette in guardia gli uomini del suo tempo,
bramosi di guadagno più che di sapienza: l’affanno dei mortali
rischia di rivelarsi effimero, perché ciò che si ottiene con impegno
passerà a un altro, che senza fatica godrà dello sforzo altrui.
Tutto ciò è vanità, illude il cuore e non dà serenità (prima lettura).
La partecipazione alla risurrezione di Cristo nel battesimo
consente ai credenti di vivere il tempo presente saldi nella fede,
evitando di conformarsi a uno stile mondano.
Il cristiano non fugge dal mondo, né si sottrae ai suoi impegni,
ma affronta la vita da uomo nuovo, in costante tensione
verso i beni del cielo, senza disprezzare
le realtà terrene (seconda lettura).

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


interpretare i testi
di Antonio Landi

«Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia»


Luca 12,15

Prima lettura Qoelet 1,2; 2,21-23


2
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità.
2-21Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi la-
sciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche que-
sto è vanità e un grande male.
22
Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoc-
cupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? 23Tutti i suoi gior-
ni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore ri-
posa. Anche questo è vanità!

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


66 Preparare la messa

Il libro del Qoelet (dalla radice semitica qhl, «radunare»)


appartiene al filone sapienziale del giudaismo del III secolo
a.C.; si sa ben poco dell’autore, che si presenta come figlio di
Davide e re di Gerusalemme. Tuttavia, l’identificazione con
Salomone appare poco credibile, e si ritiene sia dovuta alla
volontà di collocare il testo sotto la paternità letteraria salo-
monica per assicurarne l’inserimento nel canone biblico. La
proclamazione del Qoelet avveniva nel terzo giorno della fe-
sta di Sukkôt, che in autunno celebra il ricordo del passaggio
del popolo d’Israele nel deserto, a motivo del reiterato invito
alla gioia, intesa come dono divino.
Gli studiosi odierni ritengono che l’autore possa essere
stato un uomo colto, presumibilmente aristocratico, che ha
esercitato un forte ascendente sull’ambiente sociale, politi-
co e religioso del suo tempo con le sue riflessioni, schiette e
obiettive, talora in aperta polemica con la tradizione prece-
dente, sulla complessità dell’esistenza e sul rapporto dell’uo-
mo con Dio, con la giustizia e con la sapienza. Ha recepito le
istanze innovative apportate dal pensiero greco-ellenistico,
verso cui si mostra interessato, senza lasciarsene assorbire; la
sua riflessione, più che partire dalla speculazione astratta, ha
il suo humus nella quotidianità.
Il brano proposto per la liturgia odierna risulta dalla col-
lazione dei versetti 1,2 e 2,21-23, accomunati del medesimo
tema: la vanità. Ciò che appare come una riflessione patinata
di pessimismo, in realtà, è una meditazione sul senso e sullo
scopo della fatica umana. Vanità non è sinonimo di inutilità,
ma di illusorio, soprattutto se l’attività dell’uomo perde di vi-
sta il timore di Dio.

 Tutto è vanità. Il termine ebraico hebel corrisponde


all’immagine del «soffio», della «nebbia»; in Qoelet indica
ciò che è effimero, inafferrabile, per esprimere il senso di
fugacità che caratterizza la vita (cf., Sal 39,6; Gb 7,16) o i
disegni umani (Sal 94,11). L’espressione iniziale di Qo 1,2,

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


18ª domenica ordinaria67

habēl habālīm (cf. anche 12,8), allude a un sottilissimo velo di


fumo o di vapore, percepibile, ma non afferrabile. Il conte-
sto a cui si riferisce l’affermazione è antropologico: è la vita
dell’uomo a presentare un carattere evanescente. Il lettore
dev’esserne consapevole, perché la sua ricerca del senso e
dello scopo dell’esistenza parta da tale presupposto. Non sa-
rà un’impresa semplice, dal momento che la cortina di fumo
vaporoso che avvolge l’uomo all’inizio del suo percorso non
agevola il cammino, e rappresenta un ostacolo da superare.

 Tanta fatica, ma per chi? L’esistenza dell’uomo è im-


prontata al lavoro (‘āmāl). Per quanto si sia dato da fare nel
corso della sua esistenza terrena, l’uomo dovrà lasciare tutto
sulla terra; con sé, non potrà portar nulla di quanto ha otte-
nuto con il sudore della fronte e la fatica delle sue mani. La
sapienza e la scienza con le quali si sarà applicato nella sua
attività saranno valse a conseguire risultati brillanti, ma non
potranno garantirgli un frutto permanente. Anzi, la beffa è
dietro l’angolo, poiché sarà costretto a lasciare la sua parte a
un altro, che magari non si è sforzato affatto, ma potrà gode-
re del sacrificio altrui. In tal senso, si coglie non solo il senso
di precarietà dell’attività umana, ma anche il carattere bef-
fardo della vita, che premia chi non si è impegnato.

 Il cuore inquieto. Lo sforzo che l’uomo compie quotidia-


namente con il suo lavoro ha di mira il profitto, il guadagno.
È la giusta ricompensa che ottiene per la fatica e l’affanno
con cui egli si dà da fare tutti i giorni sotto il sole; eppure, a
ben vedere, i giorni dell’uomo sono contrassegnati da dolo-
ri e tormenti, che rendono insoddisfatto il suo cuore. Non è
felice, perché il suo cuore è inquieto, è inappagato. La critica
del Qoelet ha di mira una società che bada al lucro e trascura
la sapienza; che ha imparato ad accumulare, ma non conosce
la gioia; che pretende di dominare il tempo, e non si accorge
che la vita scorre lenta e inesorabile, mostrando il suo carat-
tere precario e provvisorio.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


68 Preparare la messa

Salmo responsoriale Sal 89

Il salmo nella sua interezza si presenta come un’istruzione


di carattere sapienziale rivolta a una comunità che si perce-
pisce in una situazione di abbandono da parte del Signore.
La lontananza da Dio fa avvertire il peso inesorabile del flui­
re del tempo: l’immagine della polvere è evocativa delle ori-
gini dell’umanità (cf. Gen 3,19), ma è anche appello alla con-
versione: bisogna tornare (šûb) a Dio. Il destino dell’uomo è
paragonato a quello dell’erba, che al mattino fiorisce e a sera
avvizzisce. Sembra non esservi rimedio, e per questa ragio-
ne l’orante si fa portavoce dell’assemblea, chiedendo a Dio
il dono della sapienza, perché ogni giorno sia accolto come
un dono divino, e non come il segno del tempo che logora. Si
invoca, soprattutto, il ritorno del Signore, perché si muova a
pietà dei suoi servi, che hanno fame del suo amore, più che
del cibo che perisce. La sua benevolenza sarà gioia e deli-
zia dei suoi figli; la benedizione per il lavoro delle loro mani
consentirà loro di raccogliere frutti duraturi, nonostante la
precarietà dell’esistenza terrena.

Seconda lettura Colossesi 3,1-5.9-11


Fratelli, 1se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo,
seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a
quelle della terra.
3
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!
4
Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparire-
te con lui nella gloria.
5
Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità,
passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.
9
Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio
con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena
conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.
11
Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro,
Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


18ª domenica ordinaria69

Nella prospettiva dell’autore della Lettera ai Colossesi,


che la tradizione attribuisce a Paolo ma è da considerare a
tutti gli effetti scritta da un suo discepolo, l’etica dei creden-
ti non obbedisce a un codice di norme e prescrizioni esterno
al cuore dell’uomo, ma è il frutto della piena appartenen-
za a Cristo. È la comunione con il Signore Gesù che suscita
e sostiene l’agire del cristiano, perché la fede è anzitutto
incontro con il Cristo, accoglienza della sua Parola e vita vis-
suta alla luce dei suoi insegnamenti.
La comunità di Colosse è composta in prevalenza da cre-
denti che provengono dal mondo gentile; tuttavia, per quan-
to denoti saldezza nella fede, deve fare i conti con una non
ben precisata dottrina, denominata «filosofia», caratterizzata
da elementi sincretistici e ascetici, incompatibili con la cen-
tralità e la mediazione unica di Cristo in vista della salvezza.
Pertanto, si rende necessario ribadire che per mezzo di Cri-
sto i Colossesi sono stati riconciliati con Dio (Col 1,22-23), e
solo in lui «abita corporalmente tutta la pienezza della divi-
nità» (2,9).
Il brano proclamato nell’odierna liturgia si colloca nel cor-
po della lettera, di cui costituisce la probatio (1,24–4,1), in
cui l’autore espone le argomentazioni enunciate in 1,21-23
(partitio); in particolare, la pericope liturgica 3,1-5.9-11 è in-
serita nella sottosezione dedicata all’agire etico dei credenti
(3,1–4,1).

 Sepolti e risorti con Cristo. L’adesione a Cristo non è un


atto di formale assenso a una dottrina rivelata, ma immer-
sione sacramentale (battesimo) nella vita di colui che è mor-
to e risorto. La vita del credente, pertanto, è partecipazione
esistenziale e dinamica al mistero del Cristo; essere risorti
con (synēgheírō) Cristo è la condizione imprescindibile per
volgere lo sguardo verso l’alto e cercare le cose di lassù (v. 1).
È la gloria di Dio, dove Cristo si è assiso e vive in eterno. Non
si tratta di un appello a fuggire dal mondo e dalle responsa-

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


70 Preparare la messa

bilità ad esso connesse; in quanto uniti al Cristo risorto, la


prospettiva di vita dei credenti non può conformarsi a quella
mondana. Guardando Cristo, che è seduto nella gloria cele-
ste, essi obbediscono alla sua voce, impegnandosi a discerne-
re e a desiderare (phronéō) le realtà celesti (v. 2). L’evento
battesimale consente ai credenti di partecipare alla risurre-
zione del Cristo passando attraverso la sua morte e sepoltura
(v. 3): essi sono nascosti con Cristo in Dio, nel senso che non
partecipano ancora in pienezza alla sua gloria celeste, ma ad
essa sono destinati, quando egli apparirà alla fine dei tempi.

 Cristo è la vita dei credenti. Con il ritorno del Signore


alla fine dei tempi, anche i credenti si manifesteranno nella
sua gloria. Il Cristo è definito come «la vostra vita» (v. 4; cf.
Gal 2,20; Fil 1,21), nel senso che la loro esistenza non può es-
sere ispirata all’autoreferenzialità, ma è «cristocentrica»; la
comunione con Cristo innerva non solo l’essere, ma anche
l’agire dei battezzati sul piano ecclesiale, sociale ed etico. Ne
consegue che l’uomo, rinnovato dalla grazia battesimale, de-
ve astenersi dalle cattive azioni di un tempo (v. 5); infatti, per
chi vive unito a Cristo, non c’è spazio per la fornicazione, che
rappresenta la degradazione dell’unione sessuale, così come
l’impurità. È necessario vigilare sulla passione, che crea di-
sordine nel cuore dell’uomo, orientandolo a compiere azioni
cattive e maliziose, spingendolo a bramare ciò che appartie-
ne al prossimo, e lo rende schiavo del denaro.

 L’uomo nuovo. Dismesso l’abito dell’uomo vecchio, ri-


gettando i vizi passati e ripudiando lo stile di vita che l’ha
condizionato prima di rivestirsi di quello nuovo per mezzo
del battesimo (vv. 9-10), il credente non deve lasciarsi sedur-
re dalla tentazione di mentire a quanti condividono con lui
l’appartenenza alla medesima comunità avendo accolto «la
parola di verità» (Col 1,5). La vita nuova consiste nell’as-
sunzione di uno stile ispirato, più che alle virtù in maniera

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


18ª domenica ordinaria71

generica, a Cristo stesso. Si tratta di un percorso di crescita


costante, espresso con il participio presente anakainúmenos,
che denota il progressivo rinnovamento che comporta il ri-
vestimento dell’uomo nuovo. È l’impegno di conformarsi a
immagine e somiglianza del Creatore (cf. Gen 1,26), in vista
della conoscenza di ciò che corrisponde alla volontà divina.
In tal senso, nella comunità sono abolite tutte le discrimina-
zioni; è l’essere in Cristo creatura nuova che affratella oltre
le barriere di ordine etnico, religioso e sociale.

Vangelo Luca 12,13-21


In quel tempo, 13uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello
che divida con me l’eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costi-
tuito giudice o mediatore sopra di voi?».
15
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia per-
ché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che
egli possiede».
16
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato
un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho
dove mettere i miei raccolti? 18Farò così – disse –: demolirò i miei magazzi-
ni e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
19
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per mol-
ti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. 20Ma Dio gli disse: “Stolto, questa
notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sa-
rà?”. 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Il Vangelo di Luca è particolarmente attento alla questio-


ne del possesso e della gestione dei beni mondani: Gesù non
esprime disprezzo verso la ricchezza, ma mette in guardia i
suoi discepoli e le folle di fronte al pericolo di un attacca-
mento morboso ai tesori terreni. L’uso autoreferenziale delle
ricchezze può comportare l’esclusione dal regno di Dio (Lc
18,24), destinato invece ai poveri (6,20), che pongono in Dio
la loro fiducia, anziché confidare in se stessi e nelle risorse di
cui dispongono.

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72 Preparare la messa

La povertà è anche il presupposto per la sequela: solo chi


rinuncia ai suoi averi (14,33), può essere discepolo del Figlio
dell’uomo, che non ha dove posare il capo (9,58). L’appello
alla sobrietà vale per tutti: non ricava alcun beneficio in vista
della salvezza eterna chi nella vita terrena si è prodigato uni-
camente per conquistare il mondo terreno (9,25), trascuran-
do l’amore a Dio e al prossimo.
La liturgia propone all’assemblea domenicale la risposta
di Gesù alla richiesta di un tale che invocava il suo interven-
to in merito a una questione di divisione ereditaria (12,13-
15), e la parabola del ricco stolto (vv. 16-21) proposta al me-
desimo uditorio con l’intento di istruirli sulla necessità di
arricchirsi nella relazione con Dio, piuttosto che accumulare
ricchezze per sé.

 La vita non dipende dai beni. L’autorevolezza di Gesù


spinge un uomo a chiedere il suo intervento nella vertenza che
lo vede contrapposto a suo fratello per motivi ereditari. La
questione del v. 13 somiglia alla richiesta posta a Gesù da Mar-
ta (10,40): in entrambi i casi Gesù è interpellato per comuni-
care un messaggio alla controparte, sorella/fratello, che non
vuole o non fa ciò che il suo interlocutore chiede. Tuttavia, in
questa circostanza Gesù prende le distanze da chi vuole coin-
volgerlo come giudice (kritḗs) o mediatore (meristḗs). Il suo
compito non è dirimere questioni di carattere familiare per
questioni economiche; anzi, l’occasione è propizia per rivolge-
re a tutti i presenti l’esortazione a tenersi lontani da ogni for-
ma di pleonexía, termine con il quale si indica la volontà di ac-
caparrare per sé più di quanto si abbia o sia lecito possedere.

 La gioia effimera. Il racconto della parabola del ricco


insensato ha lo scopo di comprovare la precedente dichiara-
zione: il protagonista è un anonimo proprietario fondiario, la
cui campagna gli ha assicurato ingenti profitti (v. 16); la sua
preoccupazione è ora legata alla gestione delle risorse accu-

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18ª domenica ordinaria73

mulate, perché non sa dove raccogliere i suoi frutti (v. 17). I


suoi granai non sono più capaci di contenere il grano e i beni
raccolti; occorrerà demolirli ed edificarne altri più grandi (v.
18). A suo modo di vedere l’abbondanza di cui ora dispone
gli dà diritto a riposarsi, a mangiare, a bere e a rallegrarsi.
Il protagonista della parabola è centrato esclusivamente
su se stesso, come conferma la sintassi: l’uso del verbo dia-
loghízomai in forma medio-riflessiva indica che il ricco pro-
prietario terriero ragiona nel suo interesse; inoltre, le locu-
zioni in caso dativo en autṓ («in sé»: v. 17a) e tḗ psychḗ mú
(«alla mia anima», v. 19a) confermano l’autoreferenzialità
del locutore; infine, egli è il soggetto di tutti i verbi impie-
gati ai vv. 17-18. Il soliloquio è interrotto dalla voce di Dio,
che accusa il ricco di essere un insensato (v. 20a). L’aggettivo
áphrōn indica che si tratta di un individuo privo di intellet-
to e incapace di discernere. Accecato dai beni accumulati, il
ricco ha escluso chiunque dal suo orizzonte esistenziale, e ha
maturato la convinzione che la sua vita potesse dipendere
esclusivamente dall’ingente patrimonio a sua disposizione.
Quando tutto è stato predisposto dal ricco per un’esisten-
za agiata e longeva, è Dio che richiede la sua vita (il termine
psychḗ può indicare, in senso metonimico la vita stessa); è a
lui che appartiene, e per questa ragione può richiederla in
qualsiasi momento. La parabola termina con un interrogati-
vo, destinato a restare insoluto: «Ciò che hai preparato, di chi
sarà?» (v. 20).

 Arricchirsi nella relazione con Dio. Gesù si riaggancia


al quesito finale per trarre un insegnamento di carattere sa-
pienziale destinato al suo uditorio; per favorirne la memo-
rizzazione, è disposto in forma chiastica: «Così (questa è la
sorte di)

(a) chi accumula tesori (b) per se stesso


(b1) e non nella relazione a Dio (a1) arricchisce».

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74 Preparare la messa

I verbi thesaurízō e plutéō (a-a1) esprimono, rispettiva-


mente, l’idea di ammassare beni con lo scopo di assicurarsi
una vita felice. Tuttavia, l’enfasi è posta sul tema delle rela-
zioni (b-b1): non è deprecata la ricchezza in sé, ma è biasi-
mato l’atteggiamento di chi vive in maniera autocentrata e
gestisce i beni a sua disposizione in maniera egoistica e fa
esclusivo assegnamento su se stesso e sulle risorse che è stato
capace di mettere da parte.
La formula eis theón esprime il senso della relazione con
Dio: il ricco ha escluso Dio dalla sua esistenza, e ha inge-
nuamente ritenuto che la sua vita potesse dipendere esclu-
sivamente dai beni a sua disposizione. È nella relazione con
il Signore che l’uomo ha la possibilità di uscire da se stesso,
perché riconosce che tutto ciò che possiede gli è stato donato
dall’alto perché possa condividerlo con il prossimo, soprat-
tutto con i poveri, gli affamati e gli assetati. In tal senso, la
ricchezza, se compresa come dono in vista della condivisione,
diventa uno strumento prezioso di giustizia sociale e di be-
nessere che giova a tutti, senza escludere nessuno.

attualizzare il messaggio
di Giacomo Canobbio

Fidarsi della Provvidenza oggi


«Non cade foglia che Dio non voglia». L’antico proverbio
denota una concezione secondo la quale tutto quanto accade
viene da Dio e quindi lo si deve accettare con fiducia. L’ac-
cresciuta conoscenza dei processi naturali, la constatazione
che la libertà umana è responsabile di buona parte di quan-
to accade, la percezione che con la tecnica si può dare origi-

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18ª domenica ordinaria75

ne a novità impensate nei secoli precedenti, hanno portato


a lasciare Dio fuori dalla vicenda umana. Si è così posti tra
due estremi: da una parte, sulla scorta della tradizione spiri-
tuale, emblematicamente rappresentata dall’opera del gesui­
ta Jean-Pierre De Caussade (sec. XVIII), L’abbandono alla
divina Provvidenza (Adelphi, Milano 1989), abbandonarsi
alla volontà di Dio; dall’altra, escludere che Dio intervenga
nelle vicende umane e nei processi “naturali”, fondandosi sul
modo secondo il quale Dio si sarebbe manifestato. A questo
proposito non si può non ricordare la famosa lettera del 16
luglio 1944 di Dietrich Bonhoeffer. Dal carcere, Bonhoeffer
dialoga con l’amico Eberhard Bethge su come si debba in-
terpretare l’epoca moderna, e dichiara che egli «si sta avvici-
nando un po’ alla volta alla interpretazione non-religiosa dei
concetti biblici»1. Alludendo quindi ad alcuni pensatori mo-
derni, arriva a riconoscere che
sia il cosmo antico sia il mondo creato della concezione medie-
vale sono finiti. Un mondo infinito – comunque sia concepito –
si basa su se stesso, «Etsi deus non daretur». La fisica moderna
invero rimette in discussione l’infinità del mondo, senza però
con questo ricadere nelle modalità precedenti di concepire la
sua finitezza. Dio inteso come ipotesi di lavoro, morale, politi-
ca, scientifica, è eliminato, superato; ma lo è anche ugualmente
anche come ipotesi di lavoro filosofica e religiosa (Feuerbach).
Rientra nell’onestà intellettuale lasciar cadere questa ipotesi di
lavoro, ovvero escluderla quanto più completamente possibile.
Uno scienziato, un medico ecc. edificanti sono come degli erma-
froditi. Dove dunque Dio mantiene ancora uno spazio2?

La risposta alla domanda, secondo Bonhoeffer, ci verrebbe


da Dio stesso: «Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere co-

1
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Que-
riniana, Brescia 2002, 492.
2
Ibid., 496-497.

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76 Preparare la messa

me persone che senza Dio fanno fronte alla vita»3. La legitti-


mazione di questa affermazione starebbe nella croce di Cristo,
dove Dio si mostrerebbe impotente e debole nel mondo e so-
lo così starebbe al nostro fianco e ci aiuterebbe. Qui starebbe
la differenza tra la religiosità umana e la rivelazione di Dio:
La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla
potenza di Dio nel mondo: Dio è il deus ex machina. La Bibbia
rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio
sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che la descrit-
ta evoluzione verso la maggiore età del mondo, con la quale si fa
piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apre lo sguardo verso
il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo gra-
zie alla sua impotenza4.

Il riferimento a questa lettera di Bonhoeffer si giustifica


per il fatto che negli ultimi decenni le sue affermazioni sono
diventate luoghi comuni nella teologia e sono state utilizzate
anche per affrontare (non risolvere) il problema del male, in
particolare quello di cui lo stesso Bonhoeffer è stato vittima,
pur non essendo ebreo.
Se si presta fede a questa prospettiva il riferimento al-
la Provvidenza tende a sfumare, se non a scomparire. Non
si può certamente attribuire al martire luterano l’idea che
Dio non avrebbe nulla a che fare con il mondo. Di fatto pe-
rò la sua visione ha trovato buon gioco al riapparire della
concezione deista, secondo la quale Dio, come un orologia-
io, avrebbe dato origine al mondo immettendovi le leggi di
funzionamento e lasciando poi che il mondo proceda auto-
nomamente. Questa visione, che dagli esperti è denomina-
ta “meccanicistica”, non è più condivisa dagli scienziati, ma
appare notevolmente presente nel modo comune di pensare
anche dei credenti. Questi infatti, almeno tendenzialmen-

3
Ibid., 498.
4
Ibid., 498-499.

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18ª domenica ordinaria77

te, ritengono che Dio abbia creato il mondo agli inizi e poi,
eventualmente, intervenga di quando in quando per “ripa-
rare i buchi” della sua opera. Sicché, se si volesse parlare di
Provvidenza, la si dovrebbe vedere all’opera quando il corso
degli eventi umani o dei processi bio-fisici diventa favorevo-
le a chi è implicato in essi. La Provvidenza appare così come
una specie di deus ex machina che interviene a favore di
qualcuno e a discapito di altri, con una selezione della quale
non si riesce a capire la ragione.
Per dirimere la questione vale la pena dare uno sguardo a
un passaggio della storia del pensiero. Nella filosofia stoica, se-
condo la quale tutto quanto accade ha un senso, tutta la realtà
è pervasa dal logos e quindi c’è una legge che dispone l’ordine
delle cose, benché si tratti di una forza impersonale alla qua-
le non ci si può rivolgere né per invocare né per protestare: le
cose stanno così e si deve credere che questo è bene. Nel libro
della Sapienza, che risente notevolmente della filosofia stoi-
ca, si trova però un correttivo a questa visione: in Sap 14,3, nel
contesto di una polemica contro l’idolatria, si fa riferimento
alla barca, che è stata inventata dal desiderio di guadagno ed è
stata costruita da saggezza artigiana, e si confessa che la barca
è guidata dalla Provvidenza di Dio, qui invocato come Padre,
il quale ha predisposto una strada anche nel mare (chiara allu-
sione alla liberazione dall’Egitto) e quindi può salvare da tut-
to. Il fatto che si introduca la denominazione «Padre» e si usi
il verbo «salvare» denota che la Provvidenza non è una forza
cieca alla quale sottomettersi, ma una figura personale che
accompagna anche gli inesperti nel loro viaggio. L’idea che si
vuole proporre è che Dio guida le persone – non gli avveni-
menti – affinché possano affrontare anche il mare, realtà noto-
riamente minacciosa e perfino indomabile. La guida del Padre
non dispone situazioni prive di pericolo, ma abilita le persone
ad affrontarle quando queste si presentassero.
Si profila pertanto una visione della Provvidenza che pri-
vilegia il rapporto personale. In effetti, quando nell’immagi-

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78 Preparare la messa

nario credente si fa riferimento alla Provvidenza si tende a


pensare che questa sarebbe presente quando la vita è priva
di difficoltà, con il risvolto: se nella vita si propongono dif-
ficoltà, vuol dire che la Provvidenza non c’è. Il libro di De
Caussade al quale ci si riferiva in precedenza va invece in
questa direzione: qualunque cosa succeda, la persona cre-
dente si affida alla Provvidenza; si concentra, per così dire,
non sugli avvenimenti, bensì sulla relazione che sostiene. Si
tratta di rinuncia a vedere Dio attore della storia e dei pro-
cessi bio-fisici? Fatto salvo che l’idea di creazione rimanda a
un dato ontologico (dice la dipendenza di tutta la realtà dal
fondamento, che i credenti chiamano Dio), si deve sostenere
che avvenimenti e processi bio-fisici hanno all’origine im-
mediata responsabilità umane e cause “naturali” (in verità
meno conosciute di quanto molte volte si pensi). Certamente
nulla potrebbe accadere se non avesse un fondamento onto-
logico trascendente. Tuttavia ciò non comporta l’interpreta-
zione piuttosto fatalistica del proverbio dal quale abbiamo
preso avvio. Dio, che è Padre, non dispone il male per i suoi
figli. Al contrario li sorregge quando il male imperversa, e
li abilita ad affrontarlo, se a lui si affidano. In questa luce,
anche l’idea classica secondo la quale Dio sa trarre il bene
anche dal male non significa che Dio sarebbe all’origine del
male mediante il quale vorrebbe correggere i suoi figli; signi-
fica piuttosto che nelle intricate vicende umane Dio conduce
i suoi figli alla meta da lui disposta per essi, la beatitudine,
sorreggendoli e, a volte, mostrando degli anticipi di questa.
In ultima analisi, la Provvidenza non è né il fato né il caso: è
piuttosto la presenza attiva di un Padre che vuole condurre
l’umanità al compimento. Solo chi si affida ne vede i segni.
La constatazione che questi non ci sono non può portare a
dire che la Provvidenza non c’è. In altri termini, non si arriva
ad affermare la Provvidenza a partire dai segni ma, al contra-
rio, si vedono i segni a partire dalla Provvidenza, che si è fat-
ta conoscere soprattutto nella vicenda di Gesù.

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programmare la celebrazione
di Massimo Orizio

Discernere il messaggio
La Colletta propria dell’anno C ci aiuta a indirizzare lo
sguardo verso la saggezza proposta dalla liturgia della Paro-
la. Essa recita testualmente:
O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci
hai chiamato a possedere il regno, fa’ che operando con le no-
stre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla
cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale da-
vanti a te.
Da una rapida lettura si possono già cogliere i temi preva-
lenti: il riferimento a Dio quale principio e fine di ogni cosa,
il vangelo del Regno annunciato da Cristo che svela dove si
trova l’autentica ricchezza, l’impegno responsabile dell’uo-
mo nelle vicende della storia e l’atteggiamento di saggezza
che lo deve ispirare (senza cupidigia ed egoismo), la ricerca
della bontà e del valore delle cose che acquistano consisten-
za di fronte a Dio. Potremmo condensare queste riflessioni
nella raccomandazione a occuparci delle cose come espres-
sione del nostro impegno senza preoccuparcene, ovvero sen-
za lasciarci dominare dall’ansia o dall’angoscia di un posses-
so che ci imprigiona; Dio ci libera e ci aiuta a considerare tut-
to nel suo autentico valore.

Per l’omelia
In ogni epoca, ad ogni latitudine noi cerchiamo la felicità,
quella percezione oppure quello stato che ci consente di sen-
tirci realizzati, pienamente sviluppati nella nostra umanità.
Se questa affermazione è sottoscrivibile da tutti, le difficoltà

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80 Preparare la messa

e le differenze nascono immediatamente quando si tratta di


definire in che cosa consiste, quali beni implica tale felicità.
La cultura e la storia ci insegnano che la declinazione del-
la propria realizzazione personale ha assunto diverse forme.
Oggi ci sono dei beni che sembrano connotare la felicità: la
sicurezza come salvaguardia di un ordine sociale e civile, la
stabilità economica, la tutela dei diritti personali… L’elenco
potrebbe continuare.
Una delle fonti che riemergono costantemente come con-
notazione della felicità è il possesso di beni materiali, magari
declinato come consumo, come fruizione. Sembra assai at-
tuale e pertinente il vocabolo che viene usato nella pagina di
Qoelet, habel, «effimero», per indicare la volatilità, la volubi-
lità e l’istantaneità della ricerca dell’uomo.
La parola di Dio invita a dissipare le nebbie delle illusioni
in cui possiamo rifugiarci a seguito della percezione della no-
stra fragilità oppure a esaltazione delle nostre infinite possibi-
lità e ci consegna uno sguardo e una saggezza altre sulla real-
tà. La Parola ci invita al discernimento, a ritrovare una densi-
tà nel presente che dia spessore alla nostra storia: la felicità è
assumere, in modo profondo e senza sconti, il proprio tempo
e la propria vita, le proprie azioni e la propria responsabilità.
Non si tratta di «valori» (beni o cose, o persino idee che
possono arricchirmi), ma bisogna arrischiarsi per il «valo-
re», ovvero vivere in un realismo, accettando l’ambiguità e la
complessità delle cose, esercitando la creatività dell’intelli-
genza e la libertà della scelta.
La provocazione di Qoelet, in contrappunto con l’invoca-
zione del salmo, la logica consequenzialità della pagina pao-
lina (la sua capacità di percorrere fino all’estremo le implica-
zioni della novità di vita regalataci da Cristo) sfociano nella
pericope evangelica.
In essa si possono sottolineare due aspetti: una modali-
tà di procedere e l’effettivo contenuto, entrambi portatori
di saggezza. Nel primo caso Gesù si lascia interpellare dalla

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18ª domenica ordinaria81

quotidianità per leggerla e coglierla in una profondità che


consente di pervenire a possibili soluzioni; la sua lettura per-
mette angolazioni capaci di orientare decisioni. Nel secondo
caso l’affermazione di principio non si cristallizza in una ve-
rità assoluta, ma si declina in un contesto, si racconta in una
metafora (la parabola) che invita all’azione.
Felicità, allora, è vivere la relazione con Dio, lasciarsi pro-
vocare dalla sua presenza per rileggere se stessi e la propria
esistenza in una prospettiva e in una dignità gratuita e im-
pensabile.

Il vero bilancio
di Roberto Laurita

Il bilancio di una vita non consiste nella dichiarazione dei be-


ni, non è l’insieme dei titoli o delle proprietà a determinare il va-
lore di una persona. Nemmeno l’elenco delle sue pubblicazioni,
delle mansioni ricoperte negli anni o dei riconoscimenti ricevuti.
Il criterio che il vangelo ci offre per misurare la nostra esistenza è
ben diverso. E noi lo avvertiamo quando ci imbattiamo in uomi-
ni e donne che hanno fatto veramente della parola di Gesù la lu-
ce e la forza della loro esistenza. È allora che avvertiamo il sapore
della buona novella, che dovrebbe emanare dalla nostra esisten-
za dal momento in cui siamo stati unti col crisma e abbiamo ri-
cevuto il dono dello Spirito.
Iin mezzo a gente dispersa e disorientata, affannata e convul-
sa, esistono uomini e donne che hanno fatto della loro vita qual-
cosa di bello per Dio e per il prossimo.
Hanno uno sguardo limpido, scevro da astuzie e da sotterfugi,
non oscurato dalla brama di accaparrarsi qualcosa. Il loro cando-
re fa risaltare ancor più le doppiezze e i compromessi a cui talora
facciamo ricorso.
Sono severi con se stessi, rigorosi con le proprie scelte, e in-
vece benevoli e pieni di compassione verso le debolezze altrui.

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82 Preparare la messa

Sanno mettere pace, perché hanno un cuore “pacificato”. Attra-


versano conflitti e tensioni, ma senza ingurgitare il veleno della
violenza, dell’astio, della ritorsione.
Sanno essere solidali e condividere quello che hanno in mo-
do discreto. Rinunciano alla voglia di accumulare: hanno quello
che serve, ma non affidano ai soldi la loro sicurezza. Nella trama
della vita quotidiana, senza fare strepito, sanno tendere la mano,
colmare un’assenza, venire incontro ad un disagio, donare una
parola buona.
Talvolta la loro esistenza terrena finisce senza che alcuna cro-
naca di giornale se ne occupi, senza che alcuno ne tessa l’elogio:
non è questo che conta. Il Signore li conosce e li accoglie con
gioia e tenerezza nella sua casa.

Per la regia liturgica


• In questa domenica si potrebbe valorizzare il momento
della raccolta dell’elemosina. Questo gesto, di solito vissu-
to in modo residuale e secondario, invita alla condivisione,
alla generosità come atteggiamento esistenziale (in sinto-
nia con le riflessioni della parola di Dio) prima ancora che
come atto etico personale o comunitario.
• Si suggerisce l’uso del Prefazio V, «La creazione», per
esprimere la responsabilità e la destinazione universale
dei beni della terra; oppure volendo concentrare l’atten-
zione sulla seconda lettura si può scegliere il prefazio del
battesimo, «Il Battesimo inizio della vita nuova», per esal-
tare la trasformazione conferita dall’inserimento in Cristo.
Si potrebbe anche optare per la Preghiera eucaristica V4,
«Gesù passò beneficando», per rimarcare lo stile di vita
di Gesù e sottolineare la continuità con la missione della
chiesa, soprattutto nell’attenzione alle necessità dei poveri
e nel discernimento delle situazioni.

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18ª domenica ordinaria83

laPreghiera
di Roberto Laurita

Tu ci metti in guardia, Gesù,


da ogni cupidigia che si impossessa
di noi, delle nostre energie, del nostro tempo
e ci rende incapaci di cogliere
il valore effettivo di ogni cosa.

Catturati da quello che luccica,


dal successo, dal potere, dal sapere,
perdiamo di vista l’obiettivo,
l’approdo che dà senso alla nostra esistenza.

Così ci accade di essere


come quegli atleti che si concentrano
e spendono tutte le energie
solo sui primi frammenti di gara
e ignorano che la conclusione è molto lontana.

Tu ci ricordi, Gesù, che corriamo il rischio


di sciupare la nostra vita
solo perché ci siamo illusi
sul valore di tante realtà,
che invece vengono meno
e non ci possono assicurare
una vita riuscita,
quella che resiste
anche quando veniamo abbandonati
alla nostra fragilità,
anche quando i nostri supposti tesori
si sono rivelati di vile metallo.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


P 18ª domenica ordinaria
31 luglio 2022

Accoglienza: Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di


Cristo.
Invito all’atto penitenziale: Facciamo morire ciò che appartiene alla nostra fra-
gilità: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è ido-
latria. Non rimaniamo prigionieri delle menzogne: svestiamoci dell’uomo vec-
chio con le sue azioni e chiediamo perdono a Dio.
Conclusione dell’atto penitenziale: Signore, sei stato per noi un rifugio di ge-
nerazione in generazione. Tu fai ritornare l’uomo dalla polvere, nel tuo perdo-
no continui a dirci: «Ritornate, figli dell’uomo». Ci siamo rivestiti di una nuova
umanità, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Gesù in cui
siamo creati.
Introduzione alla preghiera dei fedeli: Signore, la nostra vita è complicata, a
volte incerta e confusa, sferzata da domande come quelle del Qoelet. Insegnaci
a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio. Preghiamo insieme, di-
cendo: Illuminaci, Padre.
Orazione conclusiva: Saziaci con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i
nostri giorni. Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi
l’opera delle nostre mani. Per Cristo nostro Signore.
Padre nostro: La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio! In Cristo, nostra vita,
manifestiamo che siamo di Dio dicendo: Padre nostro…
Al dono della pace: Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisio-
ne, schiavo o libero, ma Cristo è tutto e in tutti. Scambiamoci un segno di pace.
Al congedo: Glorificate il Signore con la vostra vita; andate in pace.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


18ª domenica ordinaria
31 luglio 2022 C
Invocazioni penitenziali:
– Signore, quando facciamo dipendere la nostra vita dall’ansia del possesso.
Kýrie, eléison!
– Cristo, quando la precarietà ci rende cinici, inquieti e inappagati. Christe, eléi-
son!
– Signore, quando ci rifugiamo in abitudini egoistiche, escludendo il nostro
prossimo. Kýrie, eléison!
Prima lettura: La vita non dipende dalla quantità di beni di cui si dispone. Qoe-
let mette in guardia quegli uomini che, assetati più di guadagno che di saggezza,
perdono il senso e la proporzione dell’esistenza.
Salmo responsoriale: Solamente la capacità di «contare i nostri giorni», come
dice il salmo, la capacità di scrutare il senso e la destinazione della nostra vita ci
consente di apprezzare il dono di Dio, la sua benevolenza.
Seconda lettura e vangelo: Per uscire dall’affanno, dalla disillusione, dalla bra-
ma inconcludente, tutti atteggiamenti descritti nella parabola evangelica, biso-
gna radicarsi in Cristo, come dice san Paolo, imparare a guardare in alto, ovvero
nel cuore autentico e profondo della realtà.
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Dio, in Cristo ci hai riconciliati con te e con noi stessi. Aiutaci a leggere la no-
stra vita con la fede necessaria per evitare di porre tutta la nostra speranza su
beni effimeri e inconsistenti. Preghiamo.
– Dio, tu sei per noi rifugio di generazione in generazione. Aiuta la tua chie-
sa a custodire, approfondire e trasmettere la tua presenza luminosa. I ragaz-
zi e i giovani possano scoprire l’attualità e la validità del Vangelo come fonte
e prospettiva di vita. Preghiamo.
– Dio, ci inviti a tenerci lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è
nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede. Aiutaci a tro-
vare un rapporto sano con il denaro. Aiuta i responsabili civili ed economici
a inventare strategie sagge e rispettose della dignità umana nel governare la
convivenza nella società. Preghiamo.
– Dio, che accompagni ogni situazione umana, ti affidiamo coloro che sono la-
cerati dalle domande e dal dubbio. Illumina coloro che non trovano risposte
alle proprie ansie, conforta chi non avverte condivisione ed empatia, sostieni
chi manca del necessario per vivere. Preghiamo.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


19ª domenica ordinaria
7 agosto 2022

La grande fede del «piccolo gregge».


La chiesa è nel mondo come lievito che fa fermentare la pasta;
come sale che dà sapore e impreziosisce la pietanza.
È l’anima che sostiene lo sforzo di rinnovamento
e la ricerca sincera della pace e della giustizia.
L’effettiva credibilità del Vangelo non si misura in numeri,
ma sulla testimonianza anche di un esiguo gruppo.
Gesù ci indirizza parole rassicuranti e insieme profetiche:
non servono grandi numeri e molte risorse economiche
per adempiere il compito di proclamare il regno di Dio.
Non bisogna cedere alla tentazione del sopruso e del profitto,
ma attendere con vigilanza alle nostre responsabilità (vangelo).
Nel tempo della prova, Dio non abbandona i suoi eletti;
egli rinfranca e sostiene il suo popolo,
in virtù delle promesse fatte agli antichi padri.
I giusti non hanno nulla da temere:
il coraggio e la fede in Dio li sosterranno nel cammino (prima lettura).
La fede è sempre una scelta coraggiosa: Abramo lascia la sua terra,
segue con fede la volontà di Dio, anche se appare incomprensibile.
La richiesta d’immolare l’unico figlio, Isacco,
segno della benedizione e pegno della discendenza futura,
non fa retrocedere Abramo dalla sua fiducia in Dio (seconda lettura).

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


interpretare i testi
di Antonio Landi

«Beati quei servi che il padrone al suo ritorno


troverà ancora svegli»
Luca 12,37

Prima lettura Sapienza 18,6-9


6
La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avesse-
ro coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.
7
Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei ne-
mici. 8Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te.
9
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi,
questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, into-
nando subito le sacre lodi dei padri.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


88 Preparare la messa

Il libro della Sapienza può essere stato scritto verso la


seconda metà del I secolo, probabilmente ad Alessandria
d’Egitto, tra i più importanti centri della diaspora giudaica,
ad opera di un giudeo alessandrino. Il testo è redatto inte-
ramente in greco, denotando la volontà da parte dell’autore
di rivolgersi non solo ai suoi correligionari, in particolare ai
giovani perché possano conoscere le tradizioni del popolo a
cui appartengono, ma anche agli stranieri, affinché abbiano
l’opportunità di conoscere la sapienza e lo stile della comu-
nità d’Israele.
Il capitolo 18 rientra nella terza sezione del libro, dedi-
cata alla saggezza nel passato (Sap 10–19). Dopo aver trat-
teggiato il ruolo della sapienza dalle origini del mondo fino
all’esodo (c. 10), i capitoli 11–19 si concentrano sulle vicende
che hanno caratterizzato l’esodo dall’Egitto e offrono all’au-
tore lo spunto per trarre insegnamento per la vita presente
(midraš haggadico).
L’odierna pericope liturgica rappresenta la sesta delle an-
titesi con le quali si illustra il giudizio di Dio sulla storia alla
luce della vicenda esodica; in particolare, in Sap 18,5-25 si
contrappone la morte dei primogeniti egiziani alla libera-
zione d’Israele nella notte di Pasqua. I vv. 6-9 si soffermano
sulla profezia della liberazione del popolo (v. 6), sull’attesa
della salvezza (vv. 7-8) e sull’impegno a celebrare la Pasqua
(v. 9).

 La notte dell’esodo. L’affrancamento dalla schiavitù d’E-


gitto è un evento preannunciato da Dio agli antichi padri: ad
Abram, il Signore promette che i suoi discendenti vivranno
da forestieri in terra straniera, saranno oppressi e schiaviz-
zati; tuttavia, sarà Dio a giudicare gli oppressori (Gen 15,13-
14); a Giacobbe, Dio promette di scendere in Egitto con lui
e di farlo ritornare (Gen 46,3-4). Mosè si fa portavoce di Dio
presso il popolo, profetizzando l’intervento divino che deter-
minerà la morte dei primogeniti d’Egitto, preservando inve-

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19ª domenica ordinaria89

ce gli israeliti (Es 11,4-7). La coerenza del disegno divino e la


predilezione per il suo popolo consentono agli ebrei di non
scoraggiarsi di fronte all’imponenza dell’esercito nemico e al
cammino faticoso da sostenere. Essi sanno bene che i giura-
menti ai quali hanno prestato fedeltà sono attendibili, perché
Dio non viene meno al patto stabilito con i suoi eletti. Ciò
vale anche per i giudei del I secolo a.C. che vivono in mezzo
alle nazioni: essi non devono perdersi d’animo, e restare fe-
deli all’alleanza con il Signore, che non verrà mai meno.

 La salvezza e la glorificazione dei giusti. La profezia si


rivela autentica quando ciò che annuncia si compie; il tempo
tra l’annuncio e il compimento è caratterizzato dall’attesa. Il
popolo attende la salvezza (sōtēría) riservata ai giusti (díka-
ioi), a coloro che hanno riposto la loro fiducia nella giustizia
di Dio. Alla salvezza concessa ai giusti, corrisponde la rovina
dei nemici, che si sono opposti alla volontà divina, rendendo
il loro cuore ostinato e insensibile di fronte alle richieste de-
gli ebrei. Su di loro incombe, inesorabile, la punizione di Dio,
che si palesa nella morte inflitta ai primogeniti egiziani (Es
12,29-30). Glorificando il suo popolo di fronte ai suoi nemi-
ci, Dio ha manifestato la sua eccellenza rispetto alle divinità
egiziane; gli ebrei sono consapevoli di essere stati chiamati
(kaléō), cioè scelti come popolo a cui il Signore si è legato.
Anche in questo caso, non manca il risvolto per la vita at-
tuale del lettore: anche se vive lontano dalla patria, il giudeo
non deve dimenticare di appartenere al popolo dei giusti, ai
quali Dio ha promesso la salvezza, facendo giustizia dei suoi
avversari.

 La celebrazione pasquale. L’ordinamento cultuale per la


celebrazione della Pasqua è presentato non come una pre-
scrizione divina (cf. Es 12,43-51), bensì come una decisione
concorde dei giusti. Essi offrivano sacrifici in segreto, vale a
dire nelle dimore domestiche; la scelta di condividere succes-

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90 Preparare la messa

si e pericoli stabilisce tra i membri del popolo una forte co-


esione interna e un senso di reciproca appartenenza. Le lodi
intonate all’inizio e alla fine del rito pasquale non trovano
corrispondenza nella prima celebrazione (cf. Es 12), ma fan-
no riferimento al tempo presente del destinatario del libro:
la Pasqua ha valore identitario ogni appartenente al popolo
d’Israele, perché non solo fa memoria dei prodigi compiuti
da Dio, ma attualizza il suo agire potente nella vita della co-
munità attuale.

Salmo responsoriale Sal 32

Si tratta di un inno di lode e di ringraziamento per le ope-


re meravigliose che Dio ha compiuto liberando i suoi figli
dall’esilio babilonese. L’orante invita gli uomini giusti e retti
ad esultare nel Signore: essi sono stati fedeli ai suoi precetti
e possono gustare la bellezza della preghiera di lode. Con-
fidano in Dio perché formano il popolo che il Signore si è
scelto come sua eredità, proteggendolo dall’aggressività dei
suoi nemici. Temere Dio e sperare nella sua bontà amorevo-
le vale più di un forte esercito: è lui che libera dal pericolo di
morte che incombe sui suoi eletti e li nutre in tempo di fa-
me, perché non vengano meno nel tempo della prova e della
persecuzione. Il salmo termina con una professione di fede
collettiva: tutta l’assemblea acclama al Signore, aiuto e scu-
do di chi si rifugia in lui. La sua bontà misericordiosa (ḥesed)
è motivo di speranza per quanti confidano in lui: sono sicuri
che solo l’alleanza con Dio può preservarli dalla paura dei
nemici.

Seconda lettura Ebrei 11,1-2.8-19


Fratelli, 1la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si
vede. 2Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

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19ª domenica ordinaria91

8
Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che
doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
9
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione stra-
niera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi
della medesima promessa. 10Egli aspettava infatti la città dalle salde fon-
damenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
11
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di di-
ventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva pro-
messo. 12Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte,
nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sab-
bia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
13
Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promes-
si, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stra-
nieri e pellegrini sulla terra. 14Chi parla così, mostra di essere alla ricerca
di una patria. 15Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbe-
ro avuto la possibilità di ritornarvi; 16ora invece essi aspirano a una patria
migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere
chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
17
Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che ave-
va ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18del quale era stato
detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». 19Egli pensava infat-
ti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe
anche come simbolo.

Lo scritto denominato Lettera agli Ebrei è anonimo, perché


non può essere attribuito all’apostolo Paolo e non esistono
argomenti sufficienti per individuare un autore alternativo;
non può essere propriamente definito una lettera, mancan-
do del prescritto iniziale; non è indirizzata agli ebrei, perché i
destinatari sono definiti come «partecipi di Cristo» (Eb 3,14;
cf. 4,14; 10,23). Anche la datazione è incerta, oscillando tra il
60 e il 100 d.C. Tuttavia, è un documento di valore inestima-
bile per la cristianità, opportunamente inserito nel canone; è
l’unico testo che attribuisce a Gesù le prerogative del sommo
sacerdote, reinterpretandole in chiave cristologica. Cristo, in-
fatti, è sacerdote in quanto offre se stesso come vittima (9,12)
per ottenere la purificazione dai peccati.

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92 Preparare la messa

Il testo può essere definito un trattato sul sacerdozio di


Cristo; l’indole argomentativa del testo è di tipo epidittico e
consente all’autore di comparare la figura di Gesù in forma
tipologica con personaggi ed eventi che appartengono al-
la storia della salvezza, secondo lo schema della promessa-
adempimento-superamento che pone in relazione l’antico e
il nuovo patto, sigillato nel sangue di Cristo.
Secondo la struttura elaborata da A. Vanhoye, il brano
scelto per la liturgia domenicale s’inserisce nella quarta par-
te dell’argomentazione (11,1–12,13), incentrata sull’adesione
a Cristo in virtù della fede perseverante. In particolare, il te-
sto di Eb 11,1-2.8-19 recepisce i versetti introduttivi (vv. 1-2),
come dichiarazione programmatica all’intero capitolo, e si
sofferma sulla fede di Abramo (vv. 8-19).

 La fede, sostanza e dimostrazione. La fede è descritta co-


me hypóstasis di ciò che si spera ed élenchos di ciò che non
si vede a occhio nudo (v. 1). I due termini riportati in lingua
greca possono essere intesi, rispettivamente, nel senso di «so-
stanza» e «prova». Nella prospettiva dell’autore, la fede è de-
scritta nella sua dimensione oggettiva, come in grado di dare
sostanza a ciò che è promesso e atteso, come se si trattasse di
una realtà solida. Essa, inoltre, dà prova dell’esistenza delle
realtà che non sono oggetto di percezione sensibile, poiché
appartengono al futuro escatologico. È questa la fede che ha
sostenuto e animato l’impegno degli antichi padri nella rela-
zione con Dio, che ha approvato la loro condotta (v. 2).

 La fede di Abramo. L’autore passa poi a descrivere la fe-


de di Abramo, che risponde alla chiamata di Dio obbedendo
prontamente (v. 8); lascia la sua terra e la casa di suo padre
(cf. Gen 12,1-3) per recarsi nel luogo che il Signore gli offre
in eredità. Non è casuale la scelta del termine tópos («luo-
go») invece di ghḗ («terra»): ciò che Abramo riceverà da Dio
più che un nuovo territorio da occupare, è la città dalle salde
fondamenta, realizzata da Dio (v. 10). La sua fede non è teo-

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19ª domenica ordinaria93

rica, ma atto di affidamento alla volontà divina: parte senza


sapere dove andare, perché si fida di Dio, e rinuncia alla pre-
tesa di sapere tutto e subito in anticipo. La sua fede lo con-
duce nella «terra promessa» (v. 9), dove egli soggiorna come
uno straniero, nella condizione di chi non accampa diritti di
possesso, né intende dimorare stabilmente. Il riferimento alle
tende, sotto le quali Abramo e la sua discendenza dimorano,
denota una condizione di nomadismo e precarietà; la ragione
è chiaramente espressa al v. 10: Abramo attende di poter en-
trare nella città celeste, edificata da Dio. Abramo non è solo,
ma condivide la sua esperienza di fede con Sara, sua moglie
(vv. 11-12): Dio promette loro un figlio, nonostante entrambi
siano avanzati in età, e Sara sia anche sterile. E così, da una
sola persona, Abramo, ormai prossima alla morte, fiorisce la
vita, che diventa benedizione per tutte le genti.

 La ricerca della patria celeste. I vv. 13-16 rappresentano


un interludio dedicato alla riflessione sulla condizione de-
gli antichi padri (Abramo, Isacco e Giacobbe), che non sono
potuti entrare in possesso dei beni promessi loro da Dio, ma
li hanno contemplati da lontano. Dichiarandosi estranei alla
terra in cui abitavano (v. 13), essi sono morti nella fede, vale a
dire erano protesi con lo sguardo verso la promessa di Dio, la
patria celeste (v. 14). Non hanno nutrito nostalgia per la pa-
tria dalla quale erano usciti (v. 15); essi anelavano piuttosto a
una patria migliore, quella celeste (v. 16). Per la loro radicale
adesione al disegno divino, e la loro perseverante ricerca e at-
tesa della patria celeste, Dio non si vergogna di legare il suo
nome ai loro nomi: è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.

 Il paradosso della fede. La fede di Abramo culmina


nell’obbedienza al comando del Signore d’immolare il suo
unico figlio, l’amato Isacco (vv. 17-19). Deve offrire il dono
tanto atteso, il pegno della promessa divina per una discen-
denza numerosa. Tuttavia, egli non esita, perché confida in

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94 Preparare la messa

Dio, che è capace di far risorgere anche dai morti. È persua-


so di tornare indietro dal monte Moria con suo figlio (cf. Gen
22,5), e così lo riottiene come simbolo (en parabolḗ) della fu-
tura risurrezione dei credenti.

Vangelo Luca 12,32-48


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 32«Non temere, piccolo gregge,
perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
33
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non in-
vecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non con-
suma. 34Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
35
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simi-
li a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo
che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
37
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in ve-
rità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passe-
rà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li tro-
verà così, beati loro!
39
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il
ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti per-
ché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
41
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per
tutti?».
42
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il
padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tem-
po debito? 43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire co-
sì. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
45
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e co-
minciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi,
46
il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’o-
ra che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano
gli infedeli.
47
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agi-
to secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non
conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà
richiesto molto di più».

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19ª domenica ordinaria95

Gesù ha scelto di accompagnarsi a dodici uomini; per


quanto le folle che lo seguivano crescevano di numero, egli si
è circondato di un «piccolo gregge» (Lc 12,32). Non si lascia
abbagliare dalle luci del consenso, né presta il fianco all’illu-
sione del successo popolare; è ai suoi discepoli che chiede di
essere radicali nella rinuncia ai beni terreni, nella consapevo-
lezza che il cuore trova diletto non nelle ricchezze mondane,
ma nella ricerca sincera e appassionata del regno di Dio.
Per questa ragione, occorre essere vigilanti nella fedeltà,
evitando di cadere nelle maglie della tentazione dell’arro-
ganza e della prepotenza: a chi molto è stato dato, molto sarà
chiesto da Dio (12,48).
Le due parabole sulla vigilanza (12,35-40.42-48) sono pre-
cedute dagli appelli rivolti al gruppo dei discepoli, il pusillus
grex, affinché non temano (v. 32) e provvedano a disfarsi di
ciò che posseggono, dando tutto in elemosina (vv. 33-34). È il
segno della radicale povertà come espressione di totale ab-
bandono nella provvidenza divina.

 Il piccolo gregge. L’esiguità del numero dei discepo-


li rispetto alla vastità della messe è un aspetto già emerso
nell’accorato appello rivolto da Gesù ai settantadue disce-
poli prima dell’inizio della loro missione (10,2). Tuttavia, per
quanto essi siano un gregge (poímnion) esiguo rispetto alle
esigenze missionarie, non devono avere paura (cf. 12,4.5.7),
perché al Padre celeste è piaciuto consegnare loro il Regno
(v. 32). È questo il tesoro (thesaurós) indefettibile per il qua-
le è necessario vendere tutto ciò che si possiede e darlo in
elemosina. Tutto ciò non è un concetto astratto, ma implica
un gesto concreto: essere generosi nei confronti dei poveri
apre il cuore a Dio.
I discepoli, sgomberato il cuore dalle ansie e dalle preoc-
cupazioni provocate dalla spasmodica ricerca dei beni ma-
teriali, possono riconoscere che il tesoro più prezioso è il
Regno di cui il Padre fa dono ai discepoli del Figlio suo. Se

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96 Preparare la messa

il tesoro è nei cieli (en toís uranoís), anche il cuore sarà me-
no coinvolto negli affari mondani, e più sollecito delle realtà
celesti.

 Tenersi pronti. Cercare anzitutto il regno di Dio (12,31-


32) e porre il proprio tesoro nei cieli (12,33) richiede di esse-
re solleciti a cogliere i segni della regalità divina, che si mani-
festerà in pienezza al ritorno del Figlio dell’uomo nella pie-
nezza dei tempi. L’immagine dei fianchi cinti e delle lucerne
accese (v. 35) evoca l’uscita del popolo d’Israele dalla schia-
vitù d’Egitto. I discepoli devono imitare la sollecitudine con
la quale gli schiavi attendono il ritorno del padrone quando
ritorna dalle nozze per aprirgli le porte di casa immediata-
mente al suo rientro (v. 36). La metafora nuziale nell’Antico
Testamento esprime la relazione tra Dio e il suo popolo (cf.
Os 1–3; Ger 2–3); nella predicazione gesuana è utilizzata per
esprimere la vigilanza che deve connotare la comunità che
attende il ritorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 25,1-10). Sono
beati quelli che il padrone, al suo ritorno, troverà vigilanti,
anche se arrivasse nel mezzo della notte o prima dell’alba:
come forma di ricompensa per la loro vigilanza, sarà il pa-
drone a cingersi i fianchi per passare a servirli mentre essi
sono adagiati a tavola. Il rovesciamento dei ruoli sociali è
inatteso, perché servire a mensa (diakonéō) compete ai servi
(dúloi), non al padrone (kýrios); nessuna forma di gratitu-
dine sarebbe dovuta a chi, come i servi, fa il suo dovere (cf.
17,7-10). La beatitudine escatologica consentirà ai servi/di-
scepoli di ereditare il regno di Dio (cf. 6,20).

 Per chi vale il discorso di Gesù? Pietro chiede a Gesù se


le sue parole sono riservate solo ai discepoli o valgono per
tutti. La risposta di Gesù è evasiva; propone un’ulteriore pa-
rabola, il cui protagonista è un servo, posto dal suo padrone
a capo della sua servitù durante la sua assenza. Il racconto
inizia con un quesito che ha lo scopo di suscitare la reazione

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19ª domenica ordinaria97

dell’uditorio (v. 42). L’oikónomos dev’essere pistós, vale a di-


re fedele, affidabile; e phrónimos, cioè in grado di rispondere
con saggezza alla responsabilità che gli è stata affidata. La
distribuzione del frumento ai servi sottoposti è un incarico
che spetta all’amministratore; è un’operazione a cui egli de-
ve attendere a tempo opportuno (kairós). Se al rientro del
padrone lo schiavo preposto a capo della servitù domestica
avrà dato buona prova della sua fedeltà e della sua saggezza,
potrà dirsi beato (makários: cf. 12,37.38), perché come ricom-
pensa gli sarà affidata l’amministrazione di tutti i beni che
appartengono al suo padrone.
Se il premio per il servo fedele e saggio consiste nell’as-
segnazione di un incarico ancor più prestigioso all’interno
della casa del padrone, la condanna per il servo iniquo pre-
vede il suo allontanamento. Al servo infedele è inflitto un
terribile castigo perché, pur conoscendo la volontà del suo
padrone, non si è adoperato in alcun modo per attuarla; an-
zi, ha scelto di profittare della sua assenza, per assumere at-
teggiamenti vessatori ed egoistici. Una punizione più legge-
ra, invece, è prevista per il servo che, pur non conoscendo la
volontà del suo padrone, avrà commesso azioni meritevoli
di percosse.
L’appello alla vigilanza è rivolto a tutti coloro ai quali è
stato dato/affidato molto (polý): è ai discepoli che molto
è stato dato, e molto di più (perissóteron) sarà richiesto: lo
schiavo preposto a capo della servitù del padrone è metafora
del discepolo a cui è affidata la responsabilità di proclamare
l’imminenza del regno di Dio (9,2; 10,9.11).

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attualizzare il messaggio
di Paola Bignardi

Beati i servi che sanno stare svegli


La parola di Dio di questa domenica potrebbe essere defi-
nita come quella della beatitudine dei servi: per ben tre volte,
torna la parola «beati», per dire la condizione dei servi che si
comportano in un certo modo:
– beati i servi che il padrone troverà ancora svegli, anche se
ritarderà;
– una seconda volta Gesù dichiara beati quei servi che il pa-
drone troverà svegli anche se il suo ritardo sarà grande: si
metterà lui stesso a servirli;
– beato l’amministratore fedele e onesto, che fa il suo dove-
re anche se il padrone ritarda.

Dunque tre volte beati, i servi che sanno stare svegli a


compiere il loro dovere; essi fanno parte di quel piccolo
gregge citato all’inizio del brano e che viene incoraggiato,
esortato a non avere paura: il Padre ha deciso di dare a quel
gregge il suo regno di giustizia, di amore, di pace e di pienez-
za. Affidati alla cura che il Padre certamente ha della loro vi-
ta, i servi possono dedicarsi ai compiti che attengono al loro
ruolo; soprattutto possono avere quella tranquillità che per-
mette loro di stare svegli, di non lasciarsi tarpare le ali dallo
scoraggiamento, dalla paura, dalla pigrizia che demotiva. E
alla venuta del padrone, si sentiranno dire: «Beati voi!».

Le parabole di questa domenica ritraggono lo stato d’a-


nimo di cristiani e comunità che devono affrontare, forse
per la prima volta, la consapevolezza di essere minoranza; e
poi, dopo gli entusiasmi degli inizi, devono reggere la routi-

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19ª domenica ordinaria99

ne quotidiana. È più facile resistere nella persecuzione che


sopportare la fatica di giornate sempre uguali, in cui sembra
che nulla accada. Queste comunità debbono elaborare la fru-
strazione di essere depositarie di un tesoro che sembra non
interessare a nessuno.
Come non riconoscere, nello stato d’animo dei cristiani
dei primi tempi, quello di tanti cristiani di oggi? E non tanto
dei cristiani che hanno dimenticato di esserlo, ma dei più im-
pegnati, dei più sensibili, di quelli che hanno delle responsa-
bilità nella vita pastorale della parrocchia. Lo scoraggiamen-
to e la paura sono formidabili fattori di torpore interiore; ci
si assopisce interiormente, e non solo e non sempre per pigri-
zia, più spesso per sfiducia.
I tempi difficili, l’attesa che si realizzi ciò che ci sta molto
a cuore e che si prolunga, sono una grande messa alla prova
della serietà della nostra vita cristiana e della testimonianza
delle nostre comunità. Sono il banco di prova della nostra
responsabilità rispetto a ciò che siamo. Sentiamo che il Van-
gelo di questa domenica parla di noi, cristiani di un tempo
complesso, difficile, a tratti drammatico; siamo cristiani che
conoscono la tentazione di assopirsi, abbandonati alla nostra
stanchezza e alle nostre delusioni: delusi dalla nostra stessa
fede!
La liturgia di questa domenica è un pressante invito alla
responsabilità, quella che ciascuno di noi ha verso ciò che è.
Quando sentiamo parlare di responsabilità facilmente pen-
siamo alle cose da fare, agli impegni pastorali con cui colla-
boriamo alla vita della nostra comunità e alla sua missione.
In effetti la prima e più grande responsabilità riguarda ciò
che siamo come credenti, e credenti di un tempo che ci fa
sperimentare la prova e fa appello alla connotazione evan-
gelica del nostro essere cristiani. Se in un tempo difficile per-
diamo il gusto della fede, il legame con il Signore, la fierezza
di vivere secondo i valori del Vangelo, quelli del servizio e
della solidarietà in primo luogo, facilmente il Signore ci tro-

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100 Preparare la messa

verà assopiti. Non possiamo dire di non sapere che fare o


come vivere, il Vangelo stesso ci indica la strada: quella della
sobrietà, del coraggio, della fiducia nel Signore; soprattutto
quella del servizio. Dobbiamo ricordarci che siamo discepoli
di un Signore che si è fatto servo e che ci chiede di farci do-
no agli altri. Altrove il Signore racconta di un ritorno, di un
giudizio. E che cosa ci verrà chiesto? Se abbiamo condiviso
il pane, se abbiamo trattato il povero da fratello, se abbiamo
curato le piaghe che la vita lascia sul corpo e sul cuore di tan-
te persone…
Lui tornerà, passerà, e noi lo sapremo riconoscere? Il suo
ritorno non sarà solo quello dell’ultimo giorno. Prima di
quello, vi sono tanti passaggi quotidiani, quelli di un Dio di-
screto che non suona la grancassa e non dà spettacolo, ma si
affaccia in maniera sommessa nelle giornate ordinarie di cia-
scuno di noi.

Farsi trovare svegli significa stare in atteggiamento di vigi-


lanza, che non è un’attenzione originata dalla paura, ma dal
desiderio di incontro, dalla gioia di una responsabilità, dalla
possibilità di vivere in pienezza, dalla passione per un coin-
volgimento. Il clima interiore non è quello del timore di esse-
re trovati fuori posto, ma il desiderio di un incontro che coin-
volge tutte le fibre del nostro essere. Il Signore ci mette in
guardia dal rischio di essere trovati distratti, sbadati, incapaci
di riconoscere i segni del Regno che viene; così il Signore,
con l’attesa di lui, vuole allargare i nostri orizzonti. Ci invita
il Signore a riconoscere i segni del suo passaggio in immagi-
ni, esperienze, situazioni inusuali, che non eravamo abituati
a riconoscere come segnali del passaggio di Dio. L’abitudine,
come il bisogno di sicurezza, addormentano il cuore. Sono
segni che non accadono necessariamente dentro la comunità
cristiana; eppure il loro cuore, la loro essenza, appartengono
a ciò che caratterizza il Regno: segni di dedizione, di bontà,
di compassione, di impegno per la giustizia…

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19ª domenica ordinaria101

A ben vedere, il Signore non ha smesso di passare. Du-


rante la pandemia, i segni del suo passaggio sono stati nella
dedizione eroica di medici e infermieri a curare i malati di
covid, nella disponibilità semplice e silenziosa di tutti quei
volontari che hanno alleviato disagi e sofferenze con grande
semplicità e responsabilità. E non certo nella preoccupazio-
ne di chi aveva il problema di ricevere o meno la comunione
sulla mano, per fare solo un esempio. Sono molti i modi con
cui possiamo addormentarci; il sonno del cuore ha forme
molto più varie di quello fisiologico.
Il Signore passa anche in un’altra forma: quella del po-
vero, che chiede attenzione, ospitalità, riconoscimento di
una dignità. Ma se siamo troppo preoccupati per noi stessi,
rischiamo di non vederlo, come il ricco della parabola, che
banchettando non riusciva a vedere il povero Lazzaro che
stava sull’uscio della sala del banchetto.
Il Signore viene; abbiamo occhi e cuori svegli per vederlo,
per accorgerci della sua presenza?

programmare la celebrazione
di Massimo Orizio

Discernere il messaggio
La fede è il tema che attraversa la liturgia della Parola. Si
sottolineano alcune caratteristiche di essa: la sua capacità di
far luce, la sua declinazione nel tempo come memoria e atte-
sa, il suo dinamismo e il passaggio dalla precarietà alla stabi-
lità, la sua articolazione storica e comunitaria. Tutte queste
particolarità possono essere ricondotte alla fulminante affer-
mazione di Ebrei: «la fede è fondamento di ciò che si spera
e prova di ciò che non si vede», ovvero la fede conferisce so-

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102 Preparare la messa

lidità alla promessa e all’attesa, la fede squaderna un futuro


sperato. L’atteggiamento richiesto consiste nell’invito che
riecheggia nella colletta propria dell’anno C: «Arda nei no-
stri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere
sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampa-
da». Ogni liturgia eucaristica è cammino nel tempo, facendo
tesoro di una memoria che diventa promessa, che apre a un
compimento futuro, sperato più che visto, saldamente fonda-
to sulla fedeltà di Dio.

Per l’omelia
La fiducia è l’ingrediente fondamentale della vita. Senza
di essa non esistono le condizioni per cui un’esistenza possa
svilupparsi, crescere, consolidarsi: si potrebbe definire come
l’atmosfera, l’ossigeno che permette la vita.
Le scienze umane ci raccontano dell’importanza della re-
lazione fiduciale che consente uno sviluppo armonico e inte-
grato.
Questa struttura sintattica, questo «lógos» (direbbe san
Giovanni) innerva ogni dimensione antropologica, descrive
persino la nostra relazione con Dio. Anzi, il codice genetico
costitutivo della fede in Dio impronta la capacità di relazio-
ne interpersonale e con la natura propria dell’essere umano:
un’eco della creazione.
La parola di Dio di questa domenica vuole risuonare co-
me consolazione al «piccolo gregge» a cui è piaciuto, da par-
te di Dio, affidare il Regno. Un’espressione di cura che può
richiamare sia l’esiguità numerica dei testimoni quanto la
modestia delle loro capacità rispetto al compito affidato.
La fede consiste nello sguardo, nella prospettiva dischiu-
sa dalla luce dello Spirito, dalla profondità di visione scavata
dalla “prova”, dall’affinamento modellato dall’attesa, dalla
pazienza cementata dalla perseveranza, dalla sedimentazio-

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19ª domenica ordinaria103

ne coltivata con la memoria: tutte allusioni che emergono


dalle suggestioni dei brani biblici di questa domenica.
La fede è quel tesoro prezioso in cui investire completa-
mente se stessi (mettere il cuore) perché dispiega un oriz-
zonte di comprensione e di relazione appagante e armonico.
Infatti, essa (prima lettura) consente di «fare memoria»
del passato cogliendo la sua ragione, la sua struttura e la sua
rilevanza per il presente. Il riconoscimento di ciò che è stato
diventa riconoscenza e fonte di speranza, in perfetta sintonia
con la dinamica eucaristica (intonando le sacre lodi): «fare
memoria» è celebrare la fiducia nel futuro garantito da Dio.
La fede è rintracciare segni di novità dentro la testimo-
nianza degli uomini e delle donne, dentro la storia (seconda
lettura). Scorgere orme di percorsi possibili, di strade aperte
nella fatica (che si chiami prova o fragilità, ricerca o biso-
gno, poco conta) appartiene a quella luminosità che solo lo
Spirito può regalare. Si tratta del compito di discernimento
riservato imprescindibilmente a ciascuno, espressione auten-
tica della vocazione (chiamata) alla vita (cioè al battesimo).
Proprio tra le righe di Ebrei si coglie la qualità paradossale
di questa postura esistenziale di apertura a Dio: apparente
contraddizione con la logica ordinaria che ad un esame criti-
co, cioè approfondito, si rivela plausibile, traccia di significati
ulteriori.
Sta qui l’invito alla vigilanza, di cui è tutta intessuta la pa-
gina evangelica. Un invito rivolto a tutti che si esprime come
assunzione di responsabilità, attenzione e cura del proprio
spazio esistenziale, capacità di scelta ed essenzialità (il ven-
dere ciò che si possiede), lungimiranza e perseveranza pa-
ziente.

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104 Preparare la messa

Questione di prospettiva
di Roberto Laurita

Il regno di Dio è una realtà che occupa il primo posto nella


mente, nel cuore e nella volontà del discepolo. È proprio questo
che determina una prospettiva che trasforma tutta l’esistenza ed
esige comportamenti e atteggiamenti particolari.
Se tutto si gioca quaggiù, in una logica di forza e di pote-
re, dove ciò che conta è imporsi all’attenzione ed esercitare un
ruolo di rilievo sulla scena della storia, allora essere un «piccolo
gregge» è chiaramente un handicap. Se invece risulterà decisiva
la fedeltà di Dio alle sue promesse, allora vivere nella povertà,
nella vigilanza, nella tensione verso il nuovo che Dio assicura, è
la scelta giusta.
Se tutto dipende da noi, dalle nostre forze, allora, hanno la
loro importanza le nostre «borse», i nostri denari, le nostre pro-
prietà. Ma se l’importante è quello che Dio assicura, cioè la sua
presenza, la sua misericordia, la sua bontà, allora non c’è bisogno
di cercare riparo e difesa nei beni della terra: quello che Dio ci
offre vale molto di più. Allora i fratelli valgono di più di qualsiasi
proprietà, allora la condivisione e la solidarietà sono più impor-
tanti della nostra previdenza, assillata dai nostri interessi.
Le parole del vangelo che oggi ci raggiungono non vogliono
suonare come una minaccia, ma come un invito alla saggezza,
quella saggezza che consiste nel prendere la decisione migliore,
quella che ci mette nella condizione di raggiungere la felicità.
Così il presente è obbligato a fare i conti con il futuro, la situa-
zione di oggi con la realtà eterna, i nostri piccoli, limitati progetti
con il piano di Dio e la sua offerta di grazia.
In questo orizzonte comportamenti e atteggiamenti dissen-
nati appaiono i più logici e i più veritieri e, viceversa, ciò che
spesso si ritiene intelligente e avveduto si manifesta in tutta la
sua pochezza e ottusità.
Sì, perché a cosa serve aver raggiunto una posizione di pre-
stigio, godere di fama, avere responsabilità se ci si dimentica di

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19ª domenica ordinaria105

rimanere fedeli e vigilanti? Quando le realtà ultime verranno alla


luce ci si accorgerà di “aver perso tempo” e consacrato energie
ad obiettivi che non lo meritavano.
La vita dei santi, quelli che sono “sugli altari” e quelli che han-
no camminato e camminano accanto a noi, è stata una scom-
messa, piena di fede e di speranza, sul progetto di Dio, la scelta
migliore, alla quale anche noi oggi veniamo invitati.

Per la regia liturgica


• Si potrebbe sottolineare il percorso di fede tipico di ogni
celebrazione eucaristica: il riconoscimento del bisogno di
Dio (momento del perdono) diventa memoria delle me-
raviglie di Dio (liturgia della Parola); su tale fedeltà pos-
siamo contare affidandoci (liturgia eucaristica) e, abitati
e trasformati dallo Spirito, diventare testimoni del futu-
ro possibile, anticipo e caparra di pienezza. La fiducia in
Dio ricrea la nostra capacità di relazione e di cura verso il
mondo e le persone.
• Si potrebbe vivere il momento della professione di fede
con il rinnovo delle promesse battesimali (Messale roma-
no, 186).
• Si suggeriscono il Prefazio VI, «Il pegno della Pasqua eter-
na», per rimarcare la dimensione della vigilanza e dell’at-
tesa, e il Prefazio IX, «La missione dello Spirito nella
Chiesa», per indicare l’azione dello Spirito come luce e
sostegno nel cammino della vita personale e comunitaria.
• Si segnalano la Preghiera eucaristica II, «Dio guida la sua
Chiesa sulla via della salvezza», come racconto e memoria
dell’azione salvifica di Dio e la Preghiera eucaristica III,
«Gesù via al Padre», per evidenziare l’impegno e la re-
sponsabilità dei credenti, nella testimonianza.

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106 Preparare la messa

laPreghiera
di Roberto Laurita

A considerarle da lontano, Gesù,


le esistenze dei tuoi discepoli
sembrano uguali a quelle degli altri,
di ogni uomo e di ogni donna
che vivono in questa storia.
Che cosa c’è di diverso in loro?

Oggi tu rispondi al nostro interrogativo


e ci fai intravedere quel filo rosso
che collega i diversi momenti
del cammino di un cristiano.

A unificare tante occupazioni,


è un atteggiamento che non viene meno:
il desiderio di te, del tuo ritorno,
del giorno in cui porterai a compimento
il tuo disegno di salvezza.

È il senso dell’attesa:
di te che ci visiti
quando meno ce l’aspettiamo,
di te che ci parli e infrangi tanti silenzi,
di te che ti accosti per consolarci.

Di te, Gesù, che riesci a trasformare


anche le ore pesanti della sofferenza,
in frammenti di eternità,
che preludono alla pienezza.

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19ª domenica ordinaria
7 agosto 2022 P
Accoglienza: Il Dio della speranza, che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede,
per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi.
Invito all’atto penitenziale: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lam-
pade accese». Riconoscendoci bisognosi della misericordia di Dio, siamo simi-
li a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che,
quando arriva e bussa, gli aprono subito.
Conclusione dll’atto penitenziale: «Beati quei servi che il padrone al suo ri-
torno troverà ancora svegli»; nell’eucaristia il Signore si stringerà le vesti ai fian-
chi, ci farà mettere a tavola e passerà a servirci. L’anima nostra attende il Signo-
re: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da
te noi speriamo.
Introduzione alla preghiera dei fedeli: «Non temere, piccolo gregge, perché al
Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno». Sostenuti da questa promessa, l’a-
nima nostra attende il Signore. La nostra vita si apra all’invocazione perché su
di noi è il tuo amore, Signore. Preghiamo insieme, dicendo: Donaci fede, Padre.
Orazione conclusiva: Fratelli e sorelle, la nostra fede si fonda sulla fedeltà di Dio
e si apre ad un futuro di vita. Noi siamo il popolo beato, scelto dal Signore. Ac-
compagniamo la nostra invocazione con la lode, mettendoci nella scia della nu-
be di testimoni approvati da Dio, segno di speranza e di esaudimento. Per Cri-
sto nostro Signore.
Padre nostro: A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato
molto, sarà richiesto molto di più. Nella gioia della dignità di figli e nella respon-
sabilità della fraternità, insieme preghiamo: Padre nostro…
Al dono della pace: Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Il no-
stro cuore sia impegnato per la riconciliazione. Scambiamoci un segno di pace.
Al congedo: Per fede, coeredi della medesima promessa di Abramo, andiamo a
costruire la città, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Andate in pace.

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C 19ª domenica ordinaria
7 agosto 2022

Invocazioni penitenziali:
– Signore, quando la fede vacilla e subentra la presunzione. Kýrie, eléison!
– Cristo, quando l’orgoglio e la comodità ci distraggono dall’attesa e dall’impe-
gno. Christe, eléison!
– Signore, quando spadroneggiamo sugli altri e li asserviamo alle nostre prete-
se. Kýrie, eléison!
Prima lettura: Nel tempo della prova Dio non abbandona il suo popolo. Corag-
gio e fiducia in lui sono l’atteggiamento di chi attende la salvezza, ricorda il libro
della Sapienza.
Salmo responsoriale: Confidiamo in Dio, facendo memoria delle sue opere me-
ravigliose, con cui ci protegge e ci libera.
Seconda lettura: Come i nostri padri nella fede, fondiamo la nostra vita sulla
promessa di Dio, con perseveranza, nonostante la modestia delle dimostrazioni.
Vangelo: La fedeltà e la vigilanza, ci ricorda la pericope evangelica, sono l’espres-
sione dell’attitudine a cercare nelle pieghe della realtà il tesoro della presenza di
Dio.
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Padre, il tuo popolo è in attesa della salvezza. Contiamo solamente, come
chiesa, sulla tua fedeltà e sul tuo sostegno. Donaci la grazia di perseverare,
di vigilare per scorgere i segni della tua presenza nella storia del nostro tem-
po. Preghiamo.
– Padre, desideriamo una vita realizzata, aspiriamo alla salvezza. Difendici dal-
le aggressioni della violenza, dalla tentazione dell’indifferenza, per celebrare,
in una professione di fede comunitaria, i germogli di liberazione che dissemi-
ni nel nostro presente. Preghiamo.
– Padre, ci chiami continuamente ad uscire, ad assumere punti di vista diver-
si per allargare i confini del nostro cuore. La fede che ci chiedi è un cammino
esigente, rischioso, persino paradossale. Donaci il coraggio e l’esperienza gio-
iosa della confidenza e dell’abbandono in te. Preghiamo.
– Padre, la tua pazienza nei nostri confronti è infinita. Siamo tentati di impigrir-
ci, di abbassare le nostre difese contro il male, di adagiarci nei compromessi
con il peccato. Donaci la forza di vigilare, di sollevarci e denunciare ogni pre-
varicazione personale o sociale. Preghiamo.

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20ª domenica ordinaria
14 agosto 2022

Testimoni capaci di perseverare.


Il cristiano non vive la propria fede in maniera passiva,
optando per uno stile di vita improntato all’ignavia
di chi non vuole compromettersi per non urtare gli altri.
Vivere in maniera coerente con il Vangelo può comportare
il mettersi in contrasto con il sentire comune.
Essere discepolo di Cristo significa accogliere il fuoco dello Spirito
e immergersi nel suo mistero di passione e morte.
La divisione, anziché la pace, è la cifra della sequela:
l’accoglienza o il rifiuto del Vangelo crea una netta separazione
tra chi fa parte della famiglia di Gesù e chi vi si oppone (vangelo).
Particolarmente ingrato è il compito di Geremia,
che deve comunicare al re Sedecia di non opporsi
all’avanzata dell’esercito babilonese.
Le sue parole non sono accolte, anzi sono avvertite come nefaste.
Si sceglie così di ridurre al silenzio il profeta, che rischia di morire
per amore della verità e per fedeltà alla parola di Dio (prima lettura).
Le prove e gli ostacoli che il cristiano deve fronteggiare
possono incidere sulla tenuta della sua fede.
L’esempio dei martiri e, soprattutto, di Gesù
tracciano un percorso di santità che ciascuno può percorrere.
Tenendo lo sguardo su Gesù, il discepolo non rischia,
pur nelle tribolazioni, di allontanarsi dalla salvezza (seconda lettura).

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interpretare i testi
di Antonio Landi

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra»


Luca 12,49

Prima lettura Geremia 38,4-6.8-10


In quei giorni, 4i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appun-
to perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e sco-
raggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non
cerca il benessere del popolo, ma il male». 5Il re Sedecìa rispose: «Ecco,
egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».
6
Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un
figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa
con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affon-
dò nel fango.

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20ª domenica ordinaria111

8
Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: 9«O re, mio signore, quegli uo-
mini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa,
gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è
più pane nella città». 10Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’E-
tiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla
cisterna prima che muoia».

L’attività profetica di Geremia si colloca tra il VII e il VI


secolo a.C.; originario di Anatot, è scelto dal Signore durante
il regno di Giosia, intorno al 627 a.C. Coinvolto nelle vicende
politiche del suo popolo, sollecita costantemente i regnanti a
porsi in ascolto della Parola divina, ricorrendo anche a gesti
simbolici di forte impatto comunicativo (cf. cintura di lino:
13,1-11; i boccali infranti: 13,12-14; la scelta del celibato: c.
16; la brocca frantumata: 19,1-15), con i quali intende persua-
dere a non opporsi in maniera ostile all’esercito babilonese.
Tuttavia, le sue parole sono puntualmente disattese, anche se
la distruzione di Gerusalemme e del tempio (587 a.C.) atte-
stano la veridicità della sua profezia.
Il capitolo 38, dal quale sono estratti i versetti proposti
per la liturgia odierna, è inserito nella seconda sezione del li-
bro (cc. 26–45), dedicata alle vicende biografiche del profeta
scandite da tre eventi: il regno di Ioiakim, quello di Sedecia
e il tempo successivo alla catastrofe del 587. Al re Sedecia,
Geremia consiglia di sottomettersi al dominio babilonese,
ma le resistenze da parte dei dignitari di corte, favorevoli alla
guerra contro il nemico, prevalgono: il profeta cade nelle ma-
ni dei suoi oppositori e rischia di morire (38,4-6), se non in-
tervenisse un eunuco etiope, Ebed-Melec, perorando la sua
causa presso il re, scongiurando così la sua morte (38,8-10).

 Il benessere del popolo. Al popolo Geremia ha proclama-


to la Parola rivelatagli dal Signore: il soccorso invocato dall’E-
gitto non durerà a lungo né l’esercito babilonese retrocederà;
anzi darà alle fiamme la città (Ger 37,3-10). Convocato poi

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112 Preparare la messa

alla presenza del re, il profeta non nasconde la verità: Sedecia


è destinato a cadere nelle mani dei Babilonesi (37,17). I suoi
discorsi tendono a convincere gli abitanti di Gerusalemme a
consegnarsi ai Caldei senza colpo ferire, perché solo così sarà
risparmiata la loro vita: «Certo, questa città sarà dato in mano
all’esercito del re di Babilonia, che la prenderà» (38,3). I di-
gnitari (śarîm) di corte si oppongono frontalmente alla predi-
cazione profetica, perché destabilizza il popolo e, soprattutto,
scoraggia i soldati rimasti in città. Essi sono convinti di poter
evitare la disfatta; per questa ragione chiedono di mettere a
morte Geremia, poiché «non cerca il benessere (šālôm) del
popolo, ma il male (rā‘a)» (38,4). L’assurdità della proposta
dei ministri del re è palese: il profeta ha parlato per ispirazio-
ne e per conto di Dio, l’unico che può garantire pace e pro-
sperità al suo popolo; essi, invece, pretendono di affermare la
loro linea esclusivamente sulla base di calcoli politici e umani,
disconoscendo di fatto l’autorità divina.

 Geremia nella cisterna. Il re Sedecia cede alle pressioni


dei suoi consiglieri, denotando debolezza sul piano carat-
teriale e politico; acconsente alla richiesta di sopprimere la
voce profetica, che egli stesso aveva consultato in preceden-
za per conoscere la volontà del Signore (37,17). È succube
del partito antibabilonese, che prende il sopravvento e deci-
de il destino di Geremia, che viene calato con le corde nella
cisterna di Malchia, uno dei figli del re. Il pozzo si trovava
nell’atrio della prigione; al suo interno, invece dell’acqua,
v’era melma limacciosa. Il profeta sembra non avere scampo;
tuttavia, da parte sua non giunge alcuna parola di protesta o
richiesta di aiuto. Egli confida nel Signore, che libera dal fan-
go paludoso (Sal 40,3) e ascolta il grido di chi si rivolge a lui
perché non affondi nella melma (Sal 69,15).

 Il salvataggio del profeta. L’assistenza divina si palesa at-


traverso l’intervento di Ebed-Melec, uno straniero di origine

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20ª domenica ordinaria113

etiope; un eunuco, che a motivo della sua condizione era ri-


tenuto un albero secco (Is 56,3) perché incapace di generare
vita. Il suo intervento salva la vita di Geremia e svela al re il
torto commesso nei suoi confronti da parte dei suoi dignita-
ri; sono essi ad aver agito male (rā‘a) mettendo a repentaglio
non solo l’incolumità del profeta, ma di tutto il popolo. Il re
gli consente di trarre in salvo Geremia, perché la sua profezia
potrebbe essere ancora utile per evitare ulteriori disastri.

Salmo responsoriale Sal 39


Il Salmo 39 è una supplica individuale da parte dell’orante
che ringrazia Dio: in lui ha sperato (qwh) ed è stata esaudita
la sua richiesta. Il salmista fa memoria della liberazione che
il Signore gli ha concesso in passato: il gesto di chinarsi de-
nota non solo interessamento da parte di Dio, ma soprattutto
la sua vicinanza. Dio non è rimasto sordo al grido di chi si è
rivolto a lui confidando nel suo intervento. L’immagine del
pozzo di acque tumultuose e del fango della palude evoca la
vicenda del profeta Geremia: il Signore interviene per sot-
trarre i suoi eletti alla morte. La sorte dell’orante si rovescia:
mentre i suoi piedi rischiavano di affogare nella melma, ora
sono saldi sulla roccia; non vacilla, perché Dio ha reso sicuri
i suoi passi. La sua bocca può finalmente intonare un canto
di lode per la salvezza ottenuta, divenendo sostegno e for-
za per la fede dei fratelli. Tuttavia, il salmista è consapevole
della sua indigenza e della sua incapacità di salvarsi da solo;
per questo, confida nel Signore che ha cura di lui. Si rivolge a
Dio, affinché non tardi nel portargli aiuto e liberazione.

Seconda lettura Ebrei 12,1-4


La Lettera agli Ebrei può essere definita a buon diritto un
trattato sul sacerdozio di Cristo, non privo di elementi esor-
tativi: infatti, prima di congedarsi dai suoi destinatari, l’au-

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114 Preparare la messa

tore li invita ad accogliere «questa parola di esortazione»


(13,22) a loro destinata. Dopo aver passato in rassegna la fe-
de degli antichi Padri, additata come modello per la loro per-
severanza e la loro disponibilità a contemplare da lontano il
compimento delle promesse divine, l’autore esorta i credenti
a perseverare nella fede tenendo fisso lo sguardo su Cristo.
I vv. 1-4, scelti per la proclamazione liturgica, sono inseriti
nell’unità argomentativa di Eb 12,1-13, che riflette sul tema
della perseveranza della fede. Anche se i contorni della co-
munità destinataria dello scritto restano molto sfumati, non
è inverosimile ritenere che si tratti di un gruppo di cristia-
ni, provenienti in gran parte dal mondo giudaico, che hanno
aderito al Vangelo e ai quali si sono aggiunti anche altri di
origine pagana, che sono sul punto di abiurare la loro fede in
Cristo (Marcheselli-Casale).

 Perseverare nella fede. La fede dei credenti a cui è desti-


nato lo scritto è messa a dura prova, probabilmente a moti-
vo delle persecuzioni che sono costretti a subire a causa del
Vangelo. Tuttavia, non devono demordere, perché sono cir-
condati da un grande nugolo di testimoni che li hanno prece-
duti (v. 1): sono gli uomini e le donne di cui è stato fatto l’e-
logio al capitolo 11, la cui fedeltà è stata approvata da Dio. Il
termine martýs connota colui che ha assistito a un evento ed
è in grado di deporre in giudizio, attestando ciò che ha visto
e udito; nella fattispecie, i testimoni sono coloro che hanno
perseverato nella fede, fidandosi della promessa divina. Sono
figure esemplari alle quali ispirarsi per proseguire nell’im-
pegno del discepolato; in tal senso, occorre imitare gli atleti,
che si apprestano ad affrontare la corsa deponendo le vesti,
per poter correre senz’alcun impedimento. La zavorra del
credente è il peccato (hamartía), inteso come tutto ciò che
ostacola il cammino di fede e impedisce di sostenere con sal-
dezza (hypomonḗ) la corsa della fede.

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20ª domenica ordinaria115

 Con lo sguardo fisso su Gesù. L’atleta che compete in


una gara podistica ha di mira il traguardo, così il credente
deve tenere fisso lo sguardo (aphoráō), senza distoglierlo per
alcuna ragione, su Gesù. I testimoni li hanno preceduti saldi
nella fede, ma è Gesù, definito come «pioniere» (archēgós)
e «perfezionatore» (teleiōtḗs) della fede, il modello a cui essi
devono ispirarsi, in virtù della sua piena e totale donazione
alla volontà del Padre. È lui che ha precorso e ha dischiuso la
strada della fede autentica, che porta a Dio; egli può essere
ritenuto a pieno diritto colui che dà origine e conduce a un
esito positivo la fede in virtù di un’esistenza terrena culmina-
ta nell’offerta di sé sulla croce. La sua morte, tuttavia, non è
da intendersi come un atto dovuto; egli ha sopportato la cro-
ce in vista della gioia che gli era posta dinanzi. Non ha tenuto
conto del disonore e della vergogna che ne conseguivano, e
ora è assiso alla destra di Dio. Ecco l’esempio che i destina-
tari dello scritto devono imitare: le sofferenze della vita ter-
rena non hanno distolto Gesù dalla sua piena adesione al Pa-
dre; la gioia che egli contemplava in anticipo lo ha sostenuto
nel tempo della prova.

 Perseverare senza scoraggiarsi. L’esempio di fede per-


severante dato da Gesù, più che contemplato, dev’essere
imitato: per questa ragione, gli ascoltatori devono riflettere
con attenzione in vista della prassi (analoghízomai). L’osti-
lità che egli ha dovuto sopportare è stata davvero grande (v.
3): il termine antiloghía non si riferisce soltanto ad una con-
trapposizione di ordine verbale, ma racchiude anche le umi-
liazioni, gli insulti e le violenze perpetrate ai suoi danni da
parte dei peccatori. In tal modo, l’autore intende spronare la
comunità a non lasciarsi sopraffare dalla stanchezza e dallo
scoramento, perdendo di vista la meta della fede, la salvezza.
Se in precedenza il peccato è stato considerato alla stregua
di un impedimento che ostacola la corsa della fede, ora è de-
scritto come un oppositore al quale si deve resistere. Anche

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116 Preparare la messa

se le difficoltà che essi hanno dovuto affrontare non sono in-


significanti, il prezzo pagato per le loro sofferenze non è sta-
to il sangue; pertanto, non devono impigrirsi né intiepidirsi,
ma affrontare con coraggio le prove, a imitazione di Gesù.

Vangelo Luca 12,49-53


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 49«Sono venuto a gettare fuo-
co sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel
quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
51
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma
divisione. 52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, sa-
ranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre con-
tro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre,
suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Nella dichiarazione programmatica all’interno della sina-


goga di Nazaret, che Luca ha posto all’inizio del ministero
pubblico, Gesù è descritto come l’Unto di Dio, incaricato di
evangelizzare i poveri e di proclamare l’anno di grazia del Si-
gnore a quanti attendevano la liberazione dalla schiavitù del
peccato (Lc 4,16-30). È cosciente di essere stato inviato per
proclamare il regno di Dio (4,43) e per chiamare i peccatori
a conversione (5,32).
Il suo ministero può essere definito di rottura, non solo
perché si propone di spezzare i ceppi dell’antica colpa, ma
anche perché provoca separazione: il Vangelo è annunciato
a tutti, ma non è per tutti. Chi vi aderisce sa che potrebbe
essere costretto a distaccarsi dalla sua famiglia; il Vangelo
non divide l’umanità in buoni e cattivi, ma in credenti e non.
I discepoli non possono però assumere un atteggiamento di
superiorità o d’indifferenza verso gli altri; né devono cedere
alla tentazione di presumere di salvarsi solo in virtù del loro
assenso a Cristo.
Le parole di Gesù proposte all’attenzione dell’assemblea
domenicale s’inseriscono nel contesto delle istruzioni rivolte

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20ª domenica ordinaria117

ai discepoli sulla necessità di vivere abbandonandosi fiducio-


samente alla divina provvidenza, aspirando alla ricerca del
regno di Dio, più che a soddisfare le proprie esigenze e attese
mondane (12,22-32). Occorre disfarsi non solo dei beni mate-
riali per attendere con sobrietà e vigilanza ai compiti loro affi-
dati (12,33-48), ma anche essere pronti a condividere il batte-
simo che il Cristo deve ricevere donando la sua vita (12,49-53).

 Il fuoco e il battesimo. Alla presenza dei suoi discepoli


(12,22), Gesù dichiara di essere venuto a gettare fuoco sulla
terra, ed esprime il desiderio che sia acceso quanto prima.
Giovanni il Battista ha profetizzato che verrà uno più forte
di lui che «battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (3,16). Il fuo-
co (pýr) servirà a bruciare ogni albero che non porta frutto
(3,9) e la pula dopo averla separata dal frumento (3,17). È il
fuoco del giudizio, che il Figlio dell’uomo eserciterà alla fine
dei tempi (17,29).
Il giudizio finale è preceduto dal battesimo che egli dovrà
ricevere; è l’immersione piena nel suo mistero di passione e
morte, che genera in lui sentimenti angosciosi fino a quando
non sarà compiuta. Il verbo synéchō indica il senso di forte
oppressione che il pensiero della morte suscita in lui. L’idea
di compimento, espressa con il verbo teléō, sarà ripresa in oc-
casione del terzo annuncio della passione (18,31) e dell’arre-
sto di Gesù (22,37). L’angoscia che Gesù sperimenta e condi-
vide con i suoi discepoli non ne paralizza lo slancio e la pron-
tezza nel donare la propria vita; è attesa che si fa preghiera al
Padre e disponibilità a bere il calice della sofferenza (22,42-
44). Anche i discepoli, battezzati nel fuoco dello Spirito che
si effonderà copioso su di loro (At 2,1-4), dovranno sostene-
re il peso dell’ostilità e delle persecuzioni da parte di coloro
che si contrapporranno alla proclamazione del Vangelo.

 Pace o separazione? La nascita di Gesù è stata salutata


dagli angeli celesti come il segno della pace (eirḗnē) che Dio

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118 Preparare la messa

riversa sulla terra (Lc 2,14); nel cantico di Zaccaria, egli è il


sole che visita dall’alto il suo popolo per dirigerne i passi sul-
la via della pace (1,79). Pertanto, la dichiarazione gesuana
del v. 51 appare alquanto paradossale: perché Gesù identi-
fica il contenuto della sua missione con la divisione, anziché
con la pace? In realtà, il terzo evangelista ha già fatto cenno
all’indole discriminante della missione di Gesù: nel tempio
di Gerusalemme, in occasione della cerimonia del riscatto
del primogenito, il vegliardo Simeone ha profetizzato alla
presenza dei suoi genitori che Gesù «è qui per la caduta e la
risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizio-
ne» (2,34). Difatti, la sua predicazione ha generato entusia-
smo tra i discepoli e le folle, che lo hanno acclamato come il
Cristo di Dio, il Figlio di Davide, sperimentando il suo potere
taumaturgico ed esorcistico (4,14.22.32.36-37.42; 5,1.15.26;
6,17; 7,16-17; 8,4.25.40.42; 9,11); ma ha anche attirato il ri-
fiuto e l’ostilità da parte dei suoi avversari, dai quali è stato
accusato di essere un blasfemo o, addirittura, di operare per
conto di Satana (4,28-29; 5,21.30.33; 6,2.7.11; 7,39.49; 8,37;
9,53; 11,15).

 La divisione all’interno della famiglia. Il Vangelo crea


divisione non solo tra i suoi discepoli e i suoi oppositori, ma
anche nell’ambito familiare: in una casa dove dimorano cin-
que persone, si divideranno tra di loro, al punto che il padre
si schiererà contro il figlio e viceversa; la madre si contrap-
porrà alla figlia e viceversa; la suocera si opporrà alla nuora
e viceversa. È la separazione profetizzata per il giorno del
giudizio da Mi 7,6, e su cui si soffermerà di nuovo Gesù nel
discorso escatologico (Lc 21,16). L’accoglienza del messag-
gio evangelico crea il presupposto per la nuova famiglia
che Gesù crea attorno a sé, non più basata sui legami di
sangue o sui vincoli etnici; fratello, sorella e madre «sono
coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pra-
tica» (8,21). È il segnale della rottura con il sistema fami-

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20ª domenica ordinaria119

liaristico-parentale che tutelava i singoli, assicurando loro


protezione e assistenza, per dare vita a una nuova identità
di gruppo, che pone la sua fiducia esclusivamente in Dio e
consolida il suo senso di appartenenza nella fede condivisa
nel Cristo Signore. È plausibile che le parole di Gesù ripor-
tate da Luca abbiano lo scopo di ridestare i suoi destinatari
da una fede pigra e languida, in cerca di umane gratificazio-
ni e rassicurazioni.

attualizzare il messaggio
di Alberto Carrara

Il Regno, l’acqua del battesimo,


il fuoco dell’incendio
Gesù ci “aggredisce” con alcune delle affermazioni più
violente del Vangelo usando i simbolismi quotidiani del
fuoco e dell’acqua, quasi a volerci comunicare con forza
lo stridore tra le nostre tranquille convinzioni correnti e la
bruciante novità del Vangelo, la bella notizia che ci conse-
gna.

1. L’acqua che dà vita e sommerge,


il fuoco che riscalda e brucia

Per questo, forse, del fuoco e dell’acqua Gesù sceglie le


forme estreme: il battesimo per l’acqua e l’incendio per il
fuoco. «Battesimo» significa, infatti, «immersione» e del
fuoco Gesù dice che è venuto a gettarlo sulla terra: si in-
travede il gesto di chi appicca un incendio. I commentari

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120 Preparare la messa

spiegano il senso del fuoco come vivo desiderio di Gesù di


entrare nel crogiuolo della passione, e quello del battesi-
mo come l’intenso auspicio di essere immerso nelle acque
purificatrici della croce. Qualcuno ipotizza anche che il
fuoco e l’acqua possano suggerire la totalità del mistero
pasquale con una sommessa allusione alla Pentecoste e
al giudizio finale. Ma i due simboli hanno come loro ca-
ratteristica portante di essere ambedue, appunto, estremi:
nell’acqua ci si deve immergere e il fuoco viene appiccato,
brucia e distrugge.
Gli estremi della sommersione e dell’incendio sono, però,
l’esasperazione di valenze vitali che acqua e fuoco posseggo-
no sempre.
L’acqua e il fuoco hanno ciascuno un rapporto stretto e partico-
larissimo con la vita. Infatti, sentiamo – e la scienza ce lo confer-
ma – che qualsiasi forma di vita viene dall’acqua. Il mammifero
emerge dal mare, e il bambino che nasce esce dal liquido amnio-
tico. Le paludi stesse brulicano di germi. Ma la fiamma ci affasci-
na perché in essa traspare la presenza di un’anima. La vita viene
dall’acqua, ma il fuoco è la vita stessa, per il suo calore, la sua
luce e anche per la sua fragilità. Il fuoco fatuo, che mena la sua
danza esile ed effimera sopra le nere acque della palude, ci sem-
bra il commovente messaggio di un’anima1.

Le affermazioni di Gesù, però, diventano, come spesso


avviene nel Vangelo, fortemente paradossali perché voglio-
no dirci che gli aspetti vitali non appaiono soltanto nell’ac-
qua da cui nasce la vita o nel fuoco nel quale traspare la
presenza di un’anima, ma anche nell’acqua che ci sommer-
ge e nel fuoco che incendia: «Il regno dei cieli soffre violen-
za e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12). L’incen-
dio violento che Gesù desidera è l’affermarsi della novità
radicale e inattesa del Regno: Dio è qui, deve essere qui,

1
M. Tournier, Lo specchio delle idee, Milano 1995, 65.

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20ª domenica ordinaria121

«venga il tuo Regno». Proprio perché l’evento del Regno è


sconvolgente, esso è un fuoco che Gesù vuole che incendi
tutto e tutti. E proprio per questo, il fuoco del Regno porta
divisione anche tra i legami più consolidati e più profondi,
quelli della famiglia. «Si divideranno padre contro figlio
e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro
madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc
12,53).

2. Pietro, il focolare che scalda


e Gesù condannato a morte

I cristiani, però, si lasciano facilmente spaventare dalla


violenza del fuoco che brucia e dall’acqua nella quale si ri-
schia di annegare. E quindi la loro tentazione è, da sempre,
quella di fermarsi al fuoco che scalda, che deve limitarsi a
scaldare, e che non deve più bruciare. Il Vangelo viene pri-
vato della sua forza dirompente e bloccato alla soglia di una
dimessa, innocua utilità. Il Vangelo, a quel punto, serve, non
scuote; scalda, non brucia.
La suggestione di un fuoco addomesticato e utile ci viene
dal racconto evangelico del processo di Gesù e dal personag-
gio cruciale di Pietro e del suo rinnegamento. Gli evangelisti
– Marco, Luca e Giovanni – sono d’accordo nel raccontare di
Pietro che si intrufola tra i personaggi del palazzo del som-
mo sacerdote che si stanno scaldando attorno a un fuoco,
mentre Gesù viene sottoposto al processo che si concluderà
con la condanna a morte. Il fuoco è fonte di calore, indispen-
sabile soprattutto quando ci si deve difendere dal freddo
(«faceva freddo», Gv 18,18). Chi si mette attorno al fuoco
accetta di entrare in una qualche forma di solidarietà e di
autodifesa anche solo perché condivide con gli altri lo stesso
freddo esterno e lo stesso calore che viene dalla fiamma. Pie-

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122 Preparare la messa

tro, in qualche modo, ha cambiato identità, accomunandosi


agli accusatori di Gesù, attorno alla fiamma del focolare, du-
rante una fredda sera primaverile, tanto da arrivare a rinne-
gare i suoi legami con il Maestro2.
Se vogliamo tornare alle immagini che ci vengono dal van-
gelo di questa domenica, notiamo che nel cortile dello stesso
palazzo, il caldo utile di un focolare che difende dal freddo
ha attirato Pietro che si allontana dal Maestro, il quale, inve-
ce, sta entrando nel crogiolo della passione e della morte, il
cui fuoco sta per essere appiccato.
Il contrasto drammatico della notte del processo di Ge-
rusalemme rimanda alla ricorrente tentazione alla quale è
costantemente esposto il credente. Questi spesso smarrisce
la propria identità e preferisce la comoda acquiescenza al-
la situazione che trova, “dimenticando” la sua appartenenza
al Regno. Il calore utile del fuoco che crea assuefazione è in
contrasto drammatico con la fiamma viva del Signore che,
nella testimonianza del Battista, battezza «in Spirito Santo e
fuoco» (Lc 3,16) (dove, tra l’altro, va notata la convergenza
stridente ed efficace dell’immersione del battesimo e del ca-
lore divorante del fuoco).

2
Cf. l’analisi che di questo evento evangelico fa René Girard, in termini
suggestivi più di antropologia che di esegesi, in R. Girard, Il capro espiato-
rio, Milano 1999, 235-256.

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programmare la celebrazione
di Simone Toffolon

Discernere il messaggio
La società del nostro tempo ha bisogno di Dio. Non può
farne a meno. Ma Dio per rendersi concreto, per essere co-
municativo e veramente efficace, ha scelto la collaborazione
dell’uomo, a lui chiede la coerenza e il coraggio della testi-
monianza, la possibilità di essere voce. Non è un ruolo di
prestigio, è una vocazione che brucia: un fuoco che illumina,
che riscalda, che divora, che purifica e risana. Stare nell’e-
sperienza di questo ardore non consente mezze misure, com-
promessi, gesti di diplomazia per cercare una pace che è solo
apparenza, che è un vivere quieto e rilassato, fuori dalla con-
cretezza della vita e dalla scelta della verità.

Per l’omelia
▶ La febbre dello spirito. In un essere umano la fede può
assomigliare alla temperatura nel suo corpo: ci sono momen-
ti in cui il corpo è gelido, ma è vivo; altri in cui la temperatura
si alza a tal punto da essere chiamata febbre, e la pelle bru-
cia. Eppure è sempre il medesimo uomo: può essere in balìa
del gelo, o del malessere, oppure avere la temperatura ideale
per essere sano. Nel vangelo che ci viene consegnato questa
domenica, Gesù sembra essere posto innanzi ad una folla di
discepoli gelidi, che restano impassibili alle sue parole, e per
questo si anima. C’è urgenza di vivere l’amore, e vede uo-
mini tiepidi riuscire appena a dire: «Sì, sì… riesco a volerti
bene». C’è urgenza di far bollire il sangue, di essere appas-
sionati nella carità: tutto è ancora nel rigore di un inverno
spirituale.

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124 Preparare la messa

▶ Dio non è nel mezzo. L’esperienza del credere non è ideo­


logia. Credere vuol dire tradurre in uno stile di vita quello
che nasce dal cuore e sale alle labbra. E Gesù sa prendere
posizione. È equilibrato, saggio, prudente, cortese e delica-
to… ma non vigliacco. Sa distinguere il bene dal male; sa sce-
gliere da che parte stare, e non si mette mai col più forte.

▶ Solitudine. Il fuoco di Gesù, la febbre della passione, di-


vide gli affetti: spezza e contrappone i legami di sangue e di
amore. L’un contro l’altro. Ma è possibile? Può Gesù por-
tare discordia? La spiegazione è ben altra, è un martirio
senza sangue, ma altrettanto doloroso: la consapevolezza
di aver scelto il giusto, la verità, la posizione onesta, ed
essere solo. Come Gesù sulla croce: obbediente al Padre,
ma abbandonato. Come il profeta Geremia nella cisterna:
fedele a Dio, e solo in mezzo al fango. La coerenza di chi
nelle esperienze di Dio non si dichiara neutrale: non cerca
il clan, la gratifica, il sostegno, il plauso, ma la verità e il suo
servizio. Costi quel che costi. O divampi come un fuoco.

Le nostre paure
di Roberto Laurita

Abbiamo paura della sofferenza, paura della croce. Vorrem-


mo che il sentiero che conduce al regno di Dio fosse una como-
da autostrada, senza momenti di fatica, senza passaggi angusti e
ripidi. E invece quella che Gesù ci propone è la strada stretta, in
salita, che ci espone a rischi e pericoli.
Abbiamo paura del sacrificio, ci spaventano quelle situazioni
in cui siamo costretti ad abbandonare i nostri agi, a staccarci dal
comodo e quieto angolino che ci siamo preparati. E invece Gesù
ci chiede di lasciare tutto e di perdere addirittura la nostra vita
pur di rimanergli fedeli.

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20ª domenica ordinaria125

Abbiamo paura di essere minoranza, che si trova ad agire e a


decidere andando controcorrente. Cerchiamo il consenso, l’ap-
provazione degli altri, e dunque basta poco per metterci in agi-
tazione.
Cerchiamo la pace, sì, ma una pace a poco prezzo. Quella che
consiste nel perdere la nostra identità pur di andare d’accordo
con tutti. Quella che ha il prezzo del compromesso, del tradi-
mento degli ideali. Quella che diventa acquiescenza nei confron-
ti dei potenti di turno, cedimento di fronte al male, omertà da-
vanti al sopruso e all’ingiustizia.
Siamo pronti ad annacquare i testi del vangelo quando risul-
tano troppo scomodi, a ignorare le loro richieste più esigenti.
Gesù, però, ci mette davanti, senza mezzi termini, alla sua mis-
sione e al suo progetto.
La sua pace? Ha il prezzo del sangue, dell’offerta della sua vita
e, paradossalmente, viene proprio dalla croce, uno strumento di
morte.
La sua missione? Portare il fuoco perché divampi un incendio
che trasforma la faccia della terra.
Gli effetti della sua Parola? Non l’approvazione, il consenso,
l’unanimità, ma la separazione netta, dilaniante, tra coloro che
lo accettano e coloro che lo rifiutano.
È tempo, allora, di rompere gli indugi e di mostrare maggiore
determinazione nel credere in lui e nel seguirlo. Non ci sono
alternative: la risurrezione passa per le ore oscure della croce, la
strada di una pienezza sconosciuta tocca il Calvario.

Per la regia liturgica


• È sempre opportuna la scelta della Colletta scritta per
l’anno C. Per quanto possa apparire complessa e articola-
ta, in questa domenica si preferisca la Preghiera eucaristi-
ca IV (Messale romano, 438) che nel suo linguaggio pre-

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126 Preparare la messa

senta il valore dei profeti e la necessità delle scelte corag-


giose e coerenti.
• Spiegare di volta in volta alcuni brani dei testi del Messale
può aiutare ad accendere l’attenzione e superare il rischio
che le preghiere eucaristiche siano mal sopportate.
• Si possono fare dei richiami anche nell’omelia:
– esperienza di Geremia nella prima lettura: «Molte volte
hai offerto agli uomini la tua alleanza e per mezzo dei
profeti hai insegnato a sperare nella salvezza».
– richiamo del vangelo alla capacità di leggere i segni dei
tempi: «Padre santo, hai tanto amato il mondo da man-
dare a noi, nella pienezza dei tempi, il tuo unigenito Fi-
glio come salvatore».
– messaggio di Paolo, nella seconda lettura: «Per attuare il
tuo disegno di redenzione consegnò se stesso alla morte
e risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita».
Anche le due preghiere per la riconciliazione, sia nei
prefazi sia nel testo stesso, hanno un linguaggio che richia-
ma il valore profetico dell’ascolto e della conversione.

• Questa domenica si iscrive in un tempo che porta verso


l’autunno, con la ripresa della vita dopo le vacanze. Ele-
menti floreali possono essere utili per richiamare lo scor-
rere del tempo e indicare nell’omelia quanto Gesù esem-
plifica nel vangelo (forma lunga). A volte anche un tappe-
to di foglie colorate, innanzi all’altare, collocate con buon
gusto e senza eccessi, suscita una riflessione opportuna.

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20ª domenica ordinaria127

laPreghiera
di Roberto Laurita

Abbiamo confuso la pace


con il compromesso che calpesta
la verità e la giustizia,
con la tranquillità che diventa
omertà di fronte al male.

Ci siamo illusi di poter


annunciare il tuo Vangelo
senza denunciare tutto ciò che attenta
alla dignità di un essere umano,
tutte le azioni, le politiche, le scelte
che ignorano i diritti dei deboli
e si piegano all’arroganza dei potenti,
alle prevaricazioni dei ricchi.

Abbiamo difeso i nostri privilegi,


irritati solo all’idea
di doverli mettere in discussione.

Tu, Gesù, con le parole di oggi ci riservi


una vera e propria doccia ghiacciata.
Credevamo che il tuo progetto si realizzasse
senza dover anche noi pagare di persona?
Pensavamo di veder sorgere
un mondo nuovo, diverso,
senza dover affrontare
una vera e propria lotta,
senza conflitti, divisioni, sofferenze?

No, il nostro percorso passa, come il tuo,


per quella collina che si chiama Calvario
e prevede il sacrificio e la croce
per giungere alla risurrezione.

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P 20ª domenica ordinaria
14 agosto 2022

Accoglienza:
Il Signore Gesù, che illumina e riscalda il cuore degli uomini con il fuoco del suo
amore, sia con tutti voi.
Invito all’atto penitenziale:
La fede ci chiede gesti di coerenza: essere infiammati di amore e di luce. Chiedia-
mo perdono, perché ci scopriamo tiepidi e nascosti nell’ombra della mediocrità.
Introduzione alla preghiera dei fedeli:
Al Signore Gesù, che è venuto a portare il fuoco sulla terra, chiediamo la grazia
di una conversione autentica, che può avvenire solo se spalanchiamo la nostra
disponibilità al calore del suo amore. Preghiamo insieme e diciamo: Signore, ac-
cendi la nostra fede!
Orazione conclusiva:
Benedici Signore le nostre intenzioni ed esaudiscile: riscaldaci e rendici strumen-
ti di luce, per noi e per tutti i nostri fratelli che vivono nell’ombra. Per Cristo no-
stro Signore.
Padre nostro:
A quel Padre che ci chiede il coraggio di testimoniare un Dio che è amore, rivol-
giamo ora la nostra fiduciosa preghiera: Padre nostro…
Al dono della pace:
Il Signore è venuto a portare una pace autentica, che è verità e coerenza nelle
scelte coraggiose. Questa sia la pace che vi scambiate.
Al congedo:
Testimoniate la bellezza di essere amici di Gesù. Andate in pace.

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20ª domenica ordinaria
14 agosto 2022 C
Invocazioni penitenziali:
– Signore, tu sei fuoco e noi scegliamo il gelo, Kýrie, eléison!
– Cristo, tu porti la pace vera, noi scegliamo i compromessi, Christe, eléison!
– Signore, tu ci insegni la verità, noi siamo feriti dall’errore, Kýrie, eléison!
Prima lettura: Il profeta vive il rifiuto e la fatica. La testimonianza passa attra-
verso l’incomprensione, l’indifferenza, l’ostilità. Ciò che pesa e disorienta è la so-
litudine che nasce dalla coerenza della vita.
Salmo responsoriale: Il Signore è vicino a chi grida. Col suo stile, nei suoi tempi,
ma il Signore non abbandona i suoi figli che chiedono il suo aiuto.
Seconda lettura: La vita è una gara impegnativa, una lotta quotidiana nella
quale si deve scegliere tra il bene di Gesù e i compromessi maliziosi della socie-
tà. Si passa per la feritoia della croce, ma la meta è la gioia di essere del Signore.
Vangelo: Essere credenti non vuol dire fuggire dal mondo in un rifugio ideale,
senza scelte, senza prese di posizione, senza impegno. La fede dà sapore alla vita
e richiede stili di vita che siano coerenti con quanto abbiamo sulle labbra.
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Gesù, il nostro essere tuoi discepoli è spesso esperienza tiepida; siamo in im-
barazzo a causa della nostra poca fede, del nostro poco entusiasmo, della no-
stra pigrizia. Aiuta i pastori della chiesa a tenere acceso il tuo fuoco, perché
chi crede in te trovi la meta del suo camminare. Preghiamo.
– Gesù, tu ci ammonisci: sei venuto a portare il fuoco sulla terra! Accendi l’in-
telligenza di chi governa e deve prendere decisioni nella società, perché nei
segni dei tempi siano capaci di leggere ciò che è necessario difendere e co-
struire perché sia rispettata la dignità di ogni uomo. Preghiamo.
– Il Vangelo scuote le coscienze, non le assopisce. Aiutaci a prendere per ma-
no ogni fratello che senza volerlo è scivolato nelle strade fredde e buie delle
scelte sbagliate: rendici capaci di accendere nel cuore di chi è smarrito il lume
della speranza. Preghiamo.
– La mediocrità e le divisioni feriscono il dialogo, spesso le tensioni accendono
guerre e spengono la luce del Vangelo: chiediamo il dono della pace e la ca-
pacità di essere strumenti di bene per tutti i nostri fratelli, senza rivalità, invi-
die e gelosie. Preghiamo.

È buona cosa aggiungere una preghiera concreta per la comunità locale.

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Assunzione
della Vergine Maria
15 agosto 2022

Maria, l’umile compimento della redenzione.


Maria è primizia della chiesa pellegrina nel tempo
ed estende la sua maternità redenta a tutti i credenti.
La glorificazione di Maria non dev’essere intesa come
la giusta ricompensa per la disponibilità resa a Dio;
il Signore l’ha prescelta ancor prima che fosse concepita;
la sua libera adesione al progetto salvifico
l’ha resa beata agli occhi dell’umanità, perché ha creduto.
Maria è modello del credente: ascolta e compie la volontà di Dio,
e gode in pienezza della salvezza donata dal Figlio (vangelo).
L’immagine della partoriente, descritta nell’Apocalisse,
è figura di Maria che genera il figlio Gesù.
Entrambi sono avversati dalle potenze del male, simboleggiate
dal mostruoso drago, che vuole divorare il bambino.
Maria è simbolo del popolo d’Israele, che attraversa il deserto
prima di giungere alla Terra promessa (prima lettura).
Cristo è la primizia dei redenti: ha trionfato sulla morte,
e con il suo corpo crocifisso e la sua risurrezione traccia
la via della salvezza che conduce alla vita eterna.
La fede della chiesa confessa che, accanto al Figlio, anche Maria
sua madre gode del singolare privilegio della redenzione,
già partecipe del dono di grazia della vita eterna (seconda lettura).

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interpretare i testi
di Antonio Landi

«L’anima mia magnifica il Signore»


Luca 1,46
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Prima lettura Apocalisse 11,19a; 12,1-6a.10ab
19
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca del-
la sua alleanza.
12,1Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con
la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. 2Era incin-
ta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
3
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con set-
te teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava
un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da
divorare il bambino appena lo avesse partorito.
5
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con
scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La
donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
10
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

Il libro dell’Apocalisse, con il quale si chiude il canone del


Nuovo Testamento, è stato composto sotto l’impero di Do-
miziano (81-96 d.C.), in un’epoca di forte pressione eserci-
tata sulle comunità cristiane della provincia romana d’Asia.
È verosimile che si siano verificate sommosse popolari nei
confronti dei credenti, stigmatizzati per il loro atteggiamento
ritenuto settario e poco incline a condividere forme di reli-
giosità e valori etici diffusi nella società del tempo.
Tuttavia, l’immagine di Babilonia, simbolo di Roma, ebbra
del sangue dei martiri (Ap 17,6) e dei santi (18,24) lascia sup-
porre il riferimento alla violenta persecuzione scatenata da
Nerone contro i cristiani (64 d.C.), sui quali fece ricadere la
responsabilità dell’incendio dell’Urbe. Non solo un clima di
palese ostilità: i destinatari dell’Apocalisse devono fare i con-
ti anche con il culto tributato al sovrano regnante, ritenuto
un benefattore, che pretendeva per sé titoli e onori che spet-
tavano esclusivamente a Dio.
L’autore, che si presenta col nome di Giovanni (1,1.4.9;
22,8), si trova sull’isola di Patmos, nel mar Egeo, confinato

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Assunzione della Vergine Maria133

probabilmente in ragione del proselitismo che egli esercita-


va; esorta i suoi destinatari a perseverare nelle prove, perché
l’Agnello, simbolo di Cristo, è destinato a trionfare sui perse-
cutori del suo nome. Il brano liturgico odierno si colloca tra
due cicli narrativi: il v. 19a rappresenta la parte finale della
micro-sequenza dedicata all’annuncio della settima tromba
(11,15-19), mentre i vv. 1-6a.10ab del capitolo 12 sono inseriti
nell’unità 12,1–13,18, in cui è protagonista la triade anti-divi-
na e si descrive l’idolatria della Bestia.

 L’arca dell’alleanza e la donna vestita di sole. Dopo l’a-


dorazione e il canto di ringraziamento tributato a Dio da par-
te dei ventiquattro vegliardi (Ap 11,15-18), il santuario (naós)
divino si apre nel cielo e appare l’arca dell’alleanza. Nella nar-
razione dell’Apocalisse è il simbolo del trono celeste di Dio,
che funge da scenario per la manifestazione dei due segni
(sēmeía) che appaiono nella cornice celeste: il primo concerne
la donna, descritta come circonfusa di sole (Ap 12,1). È il sim-
bolo della luminosità, che l’accomuna al volto del simile a fi-
glio d’uomo (1,16), e la rende partecipe della luce che brillerà
sulla Gerusalemme celeste (21,23; 22,5). La luna posta sotto i
suoi piedi denota la sua signoria sull’astro, simbolo dello scor-
rere del tempo e delle stagioni. Il suo capo è coronato di do-
dici stelle: la corona è il segno della vittoria, mentre il numero
dodici è la cifra che rimanda al popolo degli eletti di Dio. La
donna è incinta, e il tempo del parto sta per approssimarsi,
poiché grida per le doglie e i tormenti del parto (12,2).

 La battaglia con il drago. Il secondo segno, che si con-


trappone alla donna (cf. Gen 3), è rappresentato dall’enorme
drago rosso, che appare in cielo: la sua statura è enorme, e le
sette teste stanno a indicare che si tratta di un avversario dif-
ficile da dominare, come attestano i dieci corni che sormonta-
no le sue teste; alla potenza fisica, si abbina il potere politico,
metaforicamente espresso dai sette diademi. Con la sua coda

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134 Preparare la messa

trascina un terzo delle stelle dal cielo sulla terra, e si pone mi-
naccioso di fronte alla donna, con lo scopo di divorare il frut-
to del suo grembo (Ap 12,4). Si tratta del fanciullo destinato
a governare le nazioni con scettro di ferro, secondo l’oracolo
– non espressamente citato dall’autore dell’Apocalisse – del
Sal 2,9: è il Messia atteso per la redenzione del popolo d’Israe­
le, di origine davidica (Ap 5,5; 22,16), appartenente alla tribù
di Giuda (5,5). Le strade della donna e del neonato si separa-
no immediatamente, perché questi è condotto verso il trono
di Dio, mentre la donna trova rifugio nel deserto, protetta da
Dio. Ella è immagine del popolo d’Israele che attraversa il de-
serto confortato da Dio prima di entrare nella Terra promessa;
è parte integrante del disegno divino della salvezza, perché ha
resistito di fronte alle spire minacciose del drago e ha portato
a termine la sua missione, generare il Messia.

 La salvezza compiuta. Il combattimento tra le schiere


angeliche, guidate dall’arcangelo Michele, e il drago, con la
sua corte di angeli, è aspro, ma a soccombere è satana e le
sue milizie: non hanno prevalso contro Dio, e questo è un
messaggio che tende a rassicurare i credenti impegnati a
perseverare nella fede, affrontando prove e tribolazioni. La
battaglia termina con il trionfo delle forze divine e il canto di
lode, perché la salvezza si è compiuta «ora»: Dio ha afferma-
to la sua potenza contro i suoi avversari e ha vinto; il Regno
appartiene esclusivamente a lui e al suo Messia. Quanti han-
no scelto di seguire il Cristo non hanno da temere, perché il
grande accusatore, il diavolo, è stato abbattuto, ma occorre
essere ancora vigilanti, per evitare di cadere nelle sue trame.

Salmo responsoriale Sal 44


Si tratta di un canto per le nozze di un re, composto pre-
sumibilmente in epoca monarchica. Accanto al re, circondato
dalle figlie di re che formano lo stuolo di pretendenti, siede

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Assunzione della Vergine Maria135

la regina madre (šēgāl), adorna di oro prezioso di Ofir. I ver-


setti scelti per la liturgia odierna sono dedicati al ritratto del-
la fanciulla che è stata scelta dal re per divenire sua sposa. È
a lei che sono rivolti cinque imperativi in rapida sequenza:
i primi tre, «ascolta», «guarda» e «porgi l’orecchio», hanno
lo scopo di attirare la sua attenzione, perché accolga il mes-
saggio che le sarà riferito. Ella deve tagliare definitivamente
i legami con la casa paterna e con il suo popolo; con la ce-
lebrazione nuziale, appartiene esclusivamente al suo sposo.
Il re è stato attratto dalla sua bellezza; è un amore intenso,
passionale. Egli diviene, pertanto, il suo signore (’ādôn): solo
davanti a lui dovrà inchinarsi. Il corteo nuziale che la intro-
duce alla presenza del re, suo futuro sposo, è composto dalle
vergini sue compagne, che la precedono con canti di gioia ed
esultanza. Sono il simbolo di quelle nazioni che affluiranno a
Sion per le nozze di Gerusalemme con Dio, suo sposo.

Seconda lettura 1 Corinzi 15,20-27a


Fratelli, 20Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
21
Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uo-
mo verrà anche la risurrezione dei morti. 22Come infatti in Adamo tutti
muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.
23
Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua
venuta, quelli che sono di Cristo. 24Poi sarà la fine, quando egli consegne-
rà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni
Potenza e Forza.
25
È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemi-
ci sotto i suoi piedi. 26L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte,
27
perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

La risurrezione è al cuore del mistero di Cristo e della fe-


de proclamata dagli apostoli agli albori della missione e dal-
la chiesa nel corso dei secoli; le parole che l’apostolo Paolo
rivolge alla comunità dei Corinzi evidenziano la relazione
di causalità tra la risurrezione, la predicazione e la fede: «Se

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136 Preparare la messa

Cristo non è risuscitato, allora è insensata la nostra predica-


zione ed è insensata la vostra fede» (1 Cor 15,14). Nella pri-
ma corrispondenza epistolare con la chiesa di Corinto (53-54
d.C.), fondata in occasione del suo secondo viaggio missio-
nario (50-52 d.C.), Paolo affronta numerose questioni legate
alla vita della comunità, riservandosi di trattare in maniera
dettagliata la questione relativa alla risurrezione (c. 15) poco
prima di far riferimento all’impegno della colletta per la co-
munità di Gerusalemme (16,1-4) e ai futuri progetti di viag-
gio (16,5-12).
La necessità di dedicare spazio al tema nasce dalla volon-
tà dell’Apostolo di ribattere alla dottrina di alcuni membri
della chiesa corinzia che negano la risurrezione dei morti
(15,12); l’inconsistenza e la falsità delle tesi negazioniste so-
no dimostrate sulla base delle conseguenze sul piano cristo-
logico («neanche Cristo è risuscitato», v. 13), salvifico («voi
siete ancora nei vostri peccati», v. 17) ed escatologico («an-
che quelli che sono morti in Cristo sono perduti», v. 18). Inol-
tre, la risurrezione di Cristo è un dato storico, come confer-
mano i testimoni ai quali egli è apparso vivo (vv. 5-8).
Il brano scelto per la liturgia domenicale presenta un’ar-
ticolazione quadripartita: a) anzitutto, si ribadisce la verità
della risurrezione di Cristo (v. 20); b) attraverso la sýnkrisis
(comparazione) Adamo-Cristo, si pongono in evidenza gli
effetti della risurrezione (vv. 21-22); c) è ripresa la dichiara-
zione iniziale (v. 23) e si delinea l’ordine di successione degli
eventi escatologici che culminano con la consegna del Regno
da parte del Figlio al Padre (vv. 23-24); infine, la signoria del
Risorto è descritta su base scritturistica (vv. 25-27a).

 Cristo, primizia della redenzione. Paolo controbatte alle


opinioni dei negazionisti affermando con forza argomenta-
tiva la risurrezione di Cristo: «ora Cristo è stato risuscitato
dai morti» (v. 20). Il verbo eghḗghertai è in forma passiva, per
sottolineare l’iniziativa divina: è Dio che ha risuscitato il suo

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Assunzione della Vergine Maria137

Figlio Gesù. Il tempo verbale è il perfetto: la risurrezione è


un evento passato, i cui effetti sono ancora riscontrabili nel
presente. Cristo è definito «primizia di coloro che si sono ad-
dormentati nella morte». Il sostantivo aparchḗ evoca le pri-
mizie del campo o dei primi nati del bestiame, che venivano
presentate a Dio in offerta (cf. Lv 25,10.13; Dt 26,2.10); nel
contesto paolino, tuttavia, s’intende esprimere l’idea che la
risurrezione di Cristo non è un evento isolato, ma si estende
anche ai credenti che sono già morti, e condividono con Cri-
sto l’esperienza della morte.

 La vita in Cristo. Paolo si premura di dimostrare l’esten-


sione degli effetti salutari della risurrezione su tutti i creden-
ti ricorrendo al parallelismo tra Adamo e Cristo, incentrato
sull’antitesi morte-vita. La morte è il dazio che gli uomini
devono pagare a motivo della solidarietà che li lega ad Ada-
mo (cf. Sir 25,24; 4 Esd 3,7; 7,48; 2 Bar 17,2-3; 23,4); difatti, il
presente apothnḗskusin («muoiono») denota la condizione
attuale degli uomini. Tuttavia, l’unione in Cristo mediante la
fede consente ai credenti di prendere parte alla risurrezione.
Paolo non ricorre al verbo eghéirō («risorgere»), ma utilizza
zōopoiéō («dare la vita») per indicare l’effetto vitale che de-
riva dalla comunione con Cristo: «Tutti riceveranno la vita in
Cristo».

 Dalla risurrezione al compimento escatologico. La ri-


surrezione di Cristo è il primo degli eventi che inaugura il
tempo del compimento finale (télos); esiste un ordine presta-
bilito (tágma), il cui primato spetta a Cristo. Poi, coloro che
gli appartengono, vale a dire i credenti che, mediante il bat-
tesimo e la fede confessata nel suo nome, saranno vivificati
quando egli tornerà alla fine dei tempi. Per Paolo la fine dei
tempi sarà preceduta dalla riduzione all’impotenza delle po-
tenze avverse, e dalla consegna del Regno messianico a Dio
da parte del Cristo.

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138 Preparare la messa

 L’annichilimento della morte. Con la risurrezione, Cristo


si è assiso alla destra del Padre; con la citazione del Sal 110,1,
l’apostolo legittima su base scritturistica la signoria divina
del Risorto, che sottomette a sé tutti i suoi nemici, tra i quali
la morte, che sarà definitivamente annientata. In tal modo, è
dimostrata non solo l’infondatezza del messaggio di chi nega
la risurrezione, ma è dimostrata, sulla base della regalità di
Cristo, il trionfo della vita sulla morte. I cristiani di Corinto
non hanno nulla da temere: quanti sono in comunione con
lui, hanno fondata speranza di prendere parte alla vita eter-
na nel suo Regno.

Vangelo Luca 1,39-56


39
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa,
in una città di Giuda.
40
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta eb-
be udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Bene-
detta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che co-
sa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo
saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio
grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Si-
gnore le ha detto».
46
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore 47e il mio spirito
esulta in Dio, mio salvatore, 48perché ha guardato l’umiltà della sua ser-
va. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49Grandi cose
ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; 50di generazione in
generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. 51Ha spiegato la
potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53ha ricolmato di
beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54Ha soccorso Israe-
le, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55come aveva detto ai
nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
56
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

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Assunzione della Vergine Maria139

I vangeli canonici non dedicano spazio alla conclusione


della vita terrena di Maria, né fanno alcun cenno alla sua de-
stinazione gloriosa. La ragione è facile da intuire: i racconti
evangelici propongono sotto forma di estesa narrazione il
contenuto del kerygma originario, condensato nell’annuncio
della morte e risurrezione di Gesù in conformità alle Scrittu-
re d’Israele e in vista della remissione dei peccati e della sal-
vezza (cf. 1 Cor 15,3b-4).
Nel disegno divino la figura di Maria è in relazione al Fi-
glio: è sua madre, e come tale si prodiga per allevarlo ed
educarlo, memore delle parole pronunciate dall’angelo (Lc
1,26-38); fatica, e non poco, a comprendere il senso degli av-
venimenti che accadono (cf. Lc 1,29; 2,19.33.48.50); assiste
impotente alla morte ignominiosa inflitta a suo figlio. Dio
ha posto il suo sguardo benevolo su di lei, preservandola dal
contagio della colpa in vista del concepimento del Cristo.
Tuttavia, Maria non ha mai perduto la sua libertà: liberamen-
te ha aderito al disegno divino, dichiarandosi la serva del Si-
gnore.
La scelta della liturgia di proporre per la solennità odierna
le parole di Elisabetta, colma di Spirito Santo (Lc 1,39-45),
e il cantico del Magnificat (1,46-56), si rivela opportuna: la
grandezza di Maria consiste nell’essere stata scelta da Dio
per divenire madre del Signore, del quale ora condivide la
gloria nel Regno celeste.

 L’accoglienza di Elisabetta. Le due donne, Elisabetta e


Maria, entrambe destinatarie dell’azione compiuta da Dio,
s’incontrano per l’iniziativa della più giovane di recarsi in
fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda (v. 39).
Il motivo per il quale Maria si rechi in fretta presso Elisabet-
ta è stato variamente interpretato: secondo alcuni, intende
constatare la veridicità del segno indicatole dall’angelo (cf.
v. 36); per altri si tratta di un gesto di carità che ella compie
ponendosi a servizio della parente più anziana; altri ancora

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140 Preparare la messa

ipotizzano che l’episodio sia un’elaborazione redazionale


modellata sul racconto del trasferimento dell’arca dalla Fili-
stea in casa di Abinadab e, successivamente, di Obed Edom,
prima del suo definitivo ingresso a Gerusalemme per volon-
tà di Davide (2 Sam 6,1-15).
Il saluto di Maria fa sussultare il bambino nel grembo di Eli-
sabetta, colmata di Spirito Santo (v. 41), che le consente di ri-
conoscere in Maria non solo una sua parente, ma colei che è
stata benedetta tra le donne, così come benedetto è il frutto
del suo grembo (v. 42). Riconosce in Maria la madre di Dio
(v. 43), colei che è benedetta (euloghēménē), perché (la con-
giunzione hóti può essere intesa in senso causale: poiché) il
suo grembo ha accolto il Figlio di Dio, ed è beata (makaría),
perché ha creduto all’adempimento della Parola divina.

 Il cantico del Magnificat. Maria si rivolge a Dio in terza


persona: è la sua anima a magnificare il Signore. Il termine
greco psychḗ corrisponde all’ebraico nepheš, il soffio vitale
che Dio ha insufflato in ciascun essere umano. Maria loda il
Signore con tutta la vita che ha ricevuto da lui; il suo cantico
coinvolge non solo la parte più nobile dell’essere umano, ma
l’intera sua esistenza. Il v. 47 richiama la preghiera di Anna
(1 Sam 2,1) e rimanda all’oracolo di Ab 3,18b, in cui il profe-
ta non vacilla nonostante le circostanze avverse; anzi, è lieto
ed esulta in Dio salvatore. Maria fa sua la fiducia del profeta,
e nel suo spirito (pneúma) gioisce, perché ha sperimentato
la salvezza divina. Il verbo megalýnō (magnificare) espri-
me l’atto o la preghiera di lode che esalta l’opera che Dio
ha compiuto nella storia; Maria ha sperimentato nella sua
esistenza il suo intervento salvifico. Il titolo di sōtḗr (salva-
tore) compare qui per la prima volta nel dittico lucano: solo
in questa ricorrenza è attribuito a Dio, mentre in 2,11 e in At
5,31 e 13,23 è associato a Gesù.
La motivazione (la congiunzione hóti ha valore causale)
della lode di Maria (v. 48) è espressa con le parole formulate

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Assunzione della Vergine Maria141

da Anna presso il tempio di Silo per invocare il dono di un


figlio, con la promessa di offrirlo al Signore (1 Sam 1,11). La
tapéinōsis (miseria) a cui fa riferimento Anna riguarda la sua
condizione di sterilità. Nel caso di Maria, invece, la tapinità
può essere intesa in senso socio-economico o in chiave etico-
spirituale: in effetti, nella prospettiva lucana la povertà non
è soltanto una condizione sociale, ma soprattutto una con-
dizione spirituale, che consente al credente di spogliarsi dei
beni materiali e di tutto ciò che è superfluo, per cercare anzi-
tutto il regno di Dio (cf. 12,31).
Accettando che si compisse la parola divina pronunciata
dall’angelo, ella ha fatto sue le parole del Sal 123,2: «Come gli
occhi di una serva alla mano della sua padrona»; la sua dispo-
nibilità all’adempimento della volontà di Dio le consente di
essere acclamata come beata di generazione in generazione.
Maria magnifica il Dio Potente, che ha realizzato grandi
cose in lei (v. 49), dimostrando che a lui nulla è impossibile
(1,37). Il suo nome è santo (hághios), perché attraverso di
lei manda il suo Figlio per liberare il suo popolo e stabilisce
un’alleanza per sempre (Sal 111,9). La potenza di Dio si pa-
lesa nella sua misericordia (éleos), che si estende di genera-
zione in generazione su quelli che lo temono (v. 50), così co-
me un padre è compassionevole verso i figli (Sal 103,13.17).
Il braccio del Signore è immagine della potenza con la
quale ha condotto il suo popolo fuori dall’Egitto (Es 6,6;
13,3.14). L’occhio del Signore è su chi lo teme e spera nella
sua compassione, ma disperde (cf. Sal 89,11) i boriosi.
L’agire divino sovverte le logiche umane: e così i potenti
(dynástēs) sono detronizzati, mentre gli umili sono innalza-
ti; l’aggettivo tapeinós richiama la condizione di umiltà di
Maria (1,48). Gli affamati sono stati ricolmati di beni (Sal
107,9), mentre i ricchi sono stati rimandati a mani vuote.
Dio ha soccorso Israele suo servo; il termine greco utiliz-
zato, país, può essere inteso sia nel senso di figlio sia di servo
(cf. Is 41,8-9); l’angelo ha rivelato a Maria che il Signore Dio

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142 Preparare la messa

concederà a Gesù, suo Figlio, il trono di Davide e regnerà


per sempre sulla casa di Giacobbe (1,32-33).
Maria era giunta presso Elisabetta al sesto mese della sua
gravidanza (1,26.39); dopo circa tre mesi, probabilmente pri-
ma della nascita del bambino, fa ritorno a casa sua (v. 56).

programmare la celebrazione
di Domenico Fidanza

Discernere il messaggio
L’annuncio di questo giorno di festa abbraccia le «gran-
di cose» che Dio ha compiuto in Maria, ciò che il Signore ha
scritto nella sua storia e che culmina nell’assunzione al cielo.
È un annuncio di vita e di risurrezione, dove tutta la persona
di Maria è salvata e glorificata. Le letture ci offrono la visio-
ne completa della storia dentro il piano divino di salvezza: il
passato, il presente e il futuro. La lettera di Paolo ci riporta
alla creazione, alla figura di Adamo, utile a presentare Cristo,
nuovo Adamo. L’Apocalisse ci invita alla speranza al di là del-
le difficoltà della vita presente e il vangelo tende a sottolinea-
re con finezza il collegamento fra il passato e il presente della
nostra vita. Dio è fedele alle sue promesse! Maria è la prima
testimone di questa fedeltà e di questa fecondità.

Per l’omelia
▶ La fecondità del bene. L’Apocalisse ci presenta una visio-
ne biblica affascinante e realistica dell’umanità di sempre.
Descrive ciascuno di noi: il nostro cuore con le sue ombre e
la sua fame di sole, la nostra vita fatta di luce e di tenebre, di

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Assunzione della Vergine Maria143

peccato e di misericordia. Siamo chiamati a lottare contro il


male, contro il piccolo o grande drago rosso, che con la sua
coda spazza via un terzo delle stelle del cielo, che vorrebbe
spegnere la luce dentro di noi, e a custodire il bene ed ogni
germoglio di vita che la realtà ci regala.

▶ La fecondità del viaggio e della speranza. Mentre celebria-


mo il compimento dell’esperienza di fede di Maria, in real­-
tà celebriamo la nostra stessa speranza. L’esistenza di Ma-
ria è stata segnata da tanti viaggi-pellegrinaggi (di servizio,
di condivisione, di carità, di paura…); anche l’esito del no-
stro viaggio definitivo dipenderà da come avremo compiuto
i viaggi precedenti. Dal viaggio della prova e del dolore al
viaggio della speranza della risurrezione perché Dio viaggia
sempre con noi e ci accompagna.

▶ La fecondità delle relazioni. Lo Spirito Santo è il vero


protagonista dell’incontro tra Maria ed Elisabetta che apre
le esistenze ad una reciproca benedizione: Elisabetta rico-
nosce l’opera di Dio in se stessa e nella sua parente e Maria
risponde parlando non di sé ma della potenza e della gran-
dezza di Dio che opera continue meraviglie. Maria canta la
grazia del passato ma è la donna del presente che porta in
grembo il futuro. Anche noi siamo chiamati a benedire i no-
stri incontri e le nostre relazioni; a gioire per la fecondità dei
nostri cammini fraterni e comunitari; a cantare con la nostra
vita il Magnificat della nostra vocazione attingendo dal teso-
ro della parola di Dio che custodiamo dentro di noi.

▶ La fecondità della vita comunitaria. Il senso della nostra


vita si deciderà non sulla misura dei successi che abbiamo
mietuto, ma sulla forza di amore che avremo immesso nel
mondo. Guardando a Maria, impariamo a riconoscere l’o-
pera di Dio nell’oggi; a tessere le nostre scelte con l’ascolto
della parola di Dio; a scoprire con attenzione ciò che Dio fa

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144 Preparare la messa

in noi e negli altri; a ringraziare quotidianamente il Signore


per ogni cosa; ad andare incontro agli altri con la certezza
che un semplice incontro umano può contenere l’incontro
stesso con Dio.

Un destino di gloria
di Roberto Laurita

All’approssimarsi dell’estate anche i quotidiani e i settimanali


tradizionalmente seri cedono alla tentazione dell’effimero e con-
sacrano testi e immagini a quello che sembra essere il dilemma
di ogni futuro vacanziero: come affrontare con un fisico presen-
tabile il prossimo appuntamento con la spiaggia? La risposta a
un tale quesito va dai consigli sugli esercizi ginnici più appropria-
ti, alle diete più efficaci e all’abbigliamento maggiormente in gra-
do di nascondere certe imperfezioni.
La chiesa ha un suo modo abbastanza curioso di affrontare
domande del genere. Nel bel mezzo del mese di agosto ci pro-
pone l’icona di Maria Vergine, assunta in cielo. È una scelta che
decisamente spiazza tutti i cultori dell’effimero, ma non rinuncia
ad andare al nocciolo della questione.
Spiazza perché il problema non viene affrontato ponendosi
come termine di riferimento quest’estate o la prossima, ma la
vita eterna, quello che avviene a ciascuno di noi dopo la morte.
Spiazza perché senza dare alcuna ricetta magica, propone ciò
che rende veramente “presentabile” per sempre il nostro corpo.
In tal modo si va dritti ad affrontare il problema vero, non solo
qualche aspetto superficiale.
L’obiettivo, del tutto pretenzioso, viene raggiunto attraverso
una narrazione che ci mette davanti due donne molto dissimili fra
loro. Una anziana, Elisabetta, e una molto giovane, Maria. Una vie-
ne dalla Galilea, l’altra risiede vicino a Gerusalemme. Una è moglie
di un sacerdote del tempio, l’altra è sposa di un carpentiere. Che
cosa ci può essere in comune tra queste due donne? Nel loro cor-

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Assunzione della Vergine Maria145

po sta accadendo qualcosa di straordinario, che ha a che fare con


Dio. Sì, il bambino che ognuna si porta in grembo è un dono suo.
Queste due donne, incontrandosi, lasciano spazio alla loro gioia
ed esprimono, ognuna a modo suo, la loro gioia. È una gioia che
trova nella fede la sorgente, perché in fondo si volgono verso Dio
e gli esprimono il loro entusiasmo e la loro riconoscenza.
Con il dogma dell’Assunzione la chiesa ci ricorda che colei che
è la Madre di Dio, la madre di Gesù, ha conosciuto subito, cor-
po e anima, la trasfigurazione della gloria. Ecco dunque la ricetta
per rendere “presentabile” il proprio corpo: questa fiducia in Dio
che consiste nell’abbandonarsi a lui e nel fare del proprio corpo
uno strumento di vita, di amore, di dolcezza, di generosità e di
bontà.

Per la regia liturgica


• È importante sottolineare il profondo legame tra l’assun-
zione e la risurrezione.
• Adornare una Icona o una Immagine della Vergine con
composizioni floreali capaci di aprire la mente e il cuore
alla bellezza, all’arte, alla gioia e alla pienezza della vita.
• È opportuno cantare il Magnificat durante la comunione o
come cantico di ringraziamento.
• Si potrebbe utilizzare la Preghiera eucaristica IV che, pre-
sentando la globalità della storia della salvezza, riporta il
mistero che oggi celebriamo nel suo giusto contesto bibli-
co-liturgico.
• Nei luoghi di villeggiatura è indispensabile offrire ai turisti
che partecipano alla celebrazione stimoli utili a una valo-
rizzazione cristiana oltre che umana della loro esperienza
di distensione e di riposo. La gioia biblica che pervade la
celebrazione sia un richiamo vero alla vocazione eterna
alla quale siamo chiamati.

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146 Preparare la messa

laPreghiera
di Roberto Laurita

Vergine assunta in cielo, donna sollecita


tu non aspetti e vai subito a vedere
il segno che l’angelo ti aveva annunciato:
Elisabetta, la sterile già avanti negli anni,
sta per dare alla luce un figlio.
Vergine Maria, proteggi tutti coloro
che cercano i segni di Dio.

Vergine assunta in cielo, donna premurosa


tu offri il tuo servizio e doni il tuo tempo
ad una parente anziana, vicina al parto.
Vergine Maria, proteggi le donne
che attendono un figlio, e in particolare quelle
che lo fanno senza il sostegno
di una famiglia e di amici.

Vergine assunta in cielo, donna di fede


tu hai creduto anche quando il progetto di Dio
metteva a repentaglio i tuoi rapporti con Giuseppe.
Vergine Maria, accompagna tutti coloro
che credono intensamente e semplicemente
e prendono sul serio le parole del tuo Figlio.

Vergine assunta in cielo, donna piena di gioia


tu celebri nel canto il tuo Dio
per le meraviglie che ha compiuto nella tua vita.
Vergine Maria, resta accanto ai poveri
e non permettere che venga meno
la loro fiducia in Dio e la loro speranza.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


Assunzione della Vergine Maria
15 agosto 2022 P
Accoglienza:
In questo giorno solenne la chiesa ci invita a contemplare i frutti di vita della ri-
surrezione di Gesù Cristo nell’esistenza di Maria. L’assunzione di Maria è la festa
dell’incontro tra cielo e terra, è la festa dell’umanità redenta e ci indica il cielo
come meta del nostro pellegrinaggio terreno.
Invito all’atto penitenziale:
Chiediamo perdono al Padre invocando il dono della misericordia per non aver
riconosciuto sempre le grazie che continuamente opera nella nostra esistenza.
Introduzione alla preghiera dei fedeli:
Facendo nostra la preghiera del Magnificat, innalziamo al Signore le nostre pre-
ghiere dicendo: Ascoltaci, o Signore.
Orazione conclusiva:
O Padre, donaci di riconoscerti Signore della vita e della storia, affinché possia-
mo cantare in eterno la tua lode nella Gerusalemme celeste, dove già ti contem-
pla la Madre di Gesù, il tuo Unigenito Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli.
Al Padre Nostro:
Sostenuti dal glorioso cammino della Beata Vergine Maria anche noi rinnovia-
mo il nostro «eccomi» al Padre con la preghiera dei figli dicendo: Padre nostro…
Al dono della pace:
Maria è la regina della pace, colei che nella sua umiltà ha trovato grazia presso
Dio. Nel nome del Figlio, scambiamoci il dono della pace.
Al congedo:
Portiamo nel mondo la presenza di Cristo vivendo con l’umiltà che Maria ci ha
insegnato. Andate in pace.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


C Assunzione della Vergine Maria
15 agosto 2022

Invocazioni penitenziali:
– Signore risorto, primo uomo della nuova creazione, abbi pietà di noi. Kýrie,
eléison!
– Cristo Signore, nostra Pasqua, abbi pietà di noi. Christe, eléison!
– Signore Gesù, vivente alla destra del Padre, abbi pietà di noi. Kýrie, eléison!
Prima lettura: L’apostolo Giovanni nel libro dell’Apocalisse ricorda che ogni bat-
tezzato è stato segnato e possiede il sigillo della salvezza per l’eternità. Anche le
tribolazioni e le persecuzioni fanno parte della vita e non ci devono spaventare.
Salmo responsoriale: Il cammino della redenzione passa attraverso il viaggio di
conversione verso il monte del Signore.
Seconda lettura: Cristo è il vero Adamo, l’uomo nuovo secondo il progetto ori-
ginario di Dio. Maria è l’immagine della chiesa chiamata a partecipare della stes-
sa gloria della risurrezione.
Vangelo: Al centro del racconto del vangelo vi è Dio, che dà inizio al suo pro-
getto attraverso due donne: Maria ed Elisabetta. Nella Vergine di Nazaret trova-
no compimento le promesse fatte a un intero popolo: la sua vita diventa moti-
vo di lode per tutti coloro che si pongono nella scia di questa storia di salvezza.
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Signore, tu che hai realizzato cose grandi in Maria: fa’ che sappiamo glorifi-
carti con le opere che compi nella nostra vita. Preghiamo.
– Signore, tu che rovesci i potenti dai troni e innalzi gli umili: dona la sapienza
ai governanti delle nazioni. Preghiamo.
– Signore, tu che hai ricolmato di beni gli affamati: fa’ che sappiamo ricono-
scerti nei poveri e nei sofferenti. Preghiamo.
– Signore, tu che realizzi con fedeltà le tue promesse: fa’ che sappiamo corri-
spondere al tuo amore. Preghiamo.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


21ª domenica ordinaria
21 agosto 2022

La conversione che porta alla salvezza.


La salvezza è un dono di Dio che esige accoglienza e impegno:
più che una ricompensa, è il segno della misericordia
che il Signore concede a quanti sono disposti a riceverla.
La grazia trasforma l’esistenza e dispone il cuore dell’uomo,
così che è la carità di Cristo ad agire nella vita del credente.
L’avvento del Regno nella storia di Gesù esige una svolta radicale,
l’appello alla conversione è descritto con la metafora
della porta stretta, attraverso la quale occorre passare
per entrare nel Regno.
È lo sforzo che s’impone ad ogni credente affinché conformi
il proprio stile di vita all’insegnamento del Cristo (vangelo).
Dio pone fine al dramma dell’esilio babilonese e consente ai deportati
di ritornare in patria. Saranno le genti a riaccompagnare gli esiliati
come un’offerta per il Signore: anche tra loro, in maniera inattesa,
Dio sceglierà sacerdoti leviti per il suo popolo (prima lettura).
La correzione provoca tristezza, ma è necessaria se finalizzata
a riportare sulla retta via chi se ne è allontanato.
È il caso dei destinatari della Lettera agli Ebrei, che attraversano
un tempo di prova e temono di essere abbandonati dal Signore.
La gioia che li attende, però, dà senso e pienezza
al richiamo divino alla conversione (seconda lettura).

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


interpretare i testi
di Antonio Landi

«Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”»


Luca 13,25

Prima lettura Isaia 66,18b-21


Così dice il Signore: 18«Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue;
essi verranno e vedranno la mia gloria.
19
Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di
Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non han-
no udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceran-
no la mia gloria alle genti.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


21ª domenica ordinaria151

20
Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Si-
gnore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio
santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele
portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore.
21
Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

Secondo l’ipotesi classica, i capitoli 56–66 del libro di Isaia


sono stati redatti in epoca post-esilica, e sono riconducibili
a un profeta anonimo, appartenente alla tradizione isaiana
(Trito-Isaia); più di recente, alla luce della scoperta del roto-
lo qumranico contenente l’intero libro profetico, si ritiene sia
plausibile una strutturazione bipartita, in cui sia plausibile
distinguere il Primo (cc. 1–33) dal Secondo Isaia (cc. 34–66).
È descritto il tempo del rientro dei giudei esiliati in patria:
il Signore ha promesso la realizzazione di cieli nuovi e terra
nuova (Is 65,17), cancellando un passato segnato dall’infe-
deltà del popolo e dalla punizione inflitta da Dio con la de-
portazione in terra babilonese. Anche il culto sarà rinnovato,
perché Dio gradisce il cuore contrito e umiliato, più che i sa-
crifici che la liturgia del tempio prevede (Is 66,1-6).
In particolare, il brano scelto per la liturgia odierna rap-
presenta la conclusione dell’intera collezione di oracoli pro-
fetici attribuiti al profeta Isaia; tre sono i passaggi salienti: 1)
il raduno di tutte le genti da parte di Dio (vv. 18b-19); 2) il
ritorno a Gerusalemme (v. 20); 3) la scelta di Dio di eleggere
sacerdoti e leviti tra le nazioni (v. 21).

 Il raduno delle genti. Al grido accorato rivolto dal po-


polo, perché non sia abbandonato in balìa del suo peccato
(«Se tu squarciassi i cieli e scendessi!», Is 63,19), il Signore
risponde pronunciando un oracolo che si estende alle genti:
egli annuncia che verrà a radunare (qbṣ) tutte le genti e tut-
te le lingue. Si tratta di coloro che non appartengono al po-
polo eletto, e sono considerati estranei ai patti di alleanza e
alle promesse che Dio ha fatto con gli antichi padri. I gôyîm,

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152 Preparare la messa

termine con il quale sono designati gli stranieri, potranno


giungere al cospetto del Signore, di cui hanno udito e visto
le opere portentose compiute a beneficio del suo popolo, e
contemplare la sua gloria (kābôd; cf. Is 41,5). Le genti non si
troveranno al cospetto di un simulacro di materiale prezioso
o di pietra, al quale erano abituati, ma avranno l’opportuni-
tà di contemplare la sua presenza maestosa, che non teme il
confronto con le magnifiche statue degli idoli. Qual è il se-
gno (’ôt) che il Signore porrà in loro? È possibile si tratti di
un’azione purificatrice nei riguardi delle nazioni, perché i su-
perstiti/purificati possano raccontare (ngd) la gloria divina a
tutte le popolazioni che ancora non hanno conosciuto Dio.

 Il ritorno a Gerusalemme. Tutti i popoli convergeranno


a Gerusalemme (cf. Is 2,1-5) in maniera solenne, recando in
dono non offerte votive, ma i fratelli, che in precedenza era-
no stati deportati: essi non solo hanno riacquistato la libertà,
ma sono ricondotti (bô’) in patria, al santo monte di Geru-
salemme, da quelli che un tempo erano stati i loro aguzzini
e oppressori. Non rientrano in catene o a piedi scalzi, ma su
cavalcature (cavalli, muli, dromedari) dignitose, a bordo di
carri e portantine, generalmente riservate ai re e ai suoi di-
gnitari. È questa l’offerta (minḥāh) che essi presentano al Si-
gnore convergendo verso Gerusalemme; è il culto che anche
le genti possono tributare a Dio.

 La scelta sorprendente di Dio. Il Signore non finisce di


sorprendere con le sue iniziative: dopo aver attirato a sé tut-
te le genti, affidando loro il compito di proclamare la sua glo-
ria in mezzo alle altre nazioni, decide di estendere il sacer-
dozio, così come il servizio cultuale riservato ai leviti, anche
alle genti. È di mezzo alle nazioni che Dio sceglie (lqḥ) sacer-
doti e leviti, cancellando di fatto il privilegio che competeva
esclusivamente alla discendenza levitica. Sono i ministri del
nuovo culto, che non immolano tori e giovenchi, ma offrono

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


21ª domenica ordinaria153

a Dio se stessi nell’umiltà e nella contrizione (cf. Is 66,1-4).


Pertanto, non solo i giudei, ma tutte le genti entrano a far
parte del popolo di Dio, che estende la sua salvezza a quanti
confidano in lui.

Salmo responsoriale Sal 116


È il salmo più breve del salterio; si tratta di un inno di lo-
de, come conferma la strutturazione interna del componi-
mento: l’esortazione iniziale («lodate» / «cantate») e il moti-
vo della lode (l’amore e la fedeltà di Dio). È possibile che sia
stato composto in occasione di cerimonie cultuali in epoca
post-esilica. Difatti, l’orante si rivolge a tutte le genti e a tutti
i popoli: si tratta degli stranieri che non appartengono al po-
polo d’Israele e non godono del privilegio dell’alleanza con
Dio. La ragione per la quale possono unirsi alla lode del po-
polo eletto è duplice: la bontà (ḥesed) del Signore è forte, e si
è manifestata in mezzo alle nazioni quando il suo popolo era
prigioniero. Così, la sua fedeltà (’emet) all’alleanza stabilita
con gli antichi Padri si è palesata anche nelle circostanze più
avverse per il suo popolo. L’esperienza d’Israele diviene così
esemplare per tutte le genti, che hanno potuto contemplare
l’amore di Dio per il suo popolo.

Seconda lettura Ebrei 12,5-7.11-13


Fratelli, 5avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: «Fi-
glio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’a-
nimo quando sei ripreso da lui; 6perché il Signore corregge colui che egli
ama e percuote chiunque riconosce come figlio».
7
È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual
è il figlio che non viene corretto dal padre? 11Certo, sul momento, ogni
correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arre-
ca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono sta-
ti addestrati.

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154 Preparare la messa

12
Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate di-
ritti con i vostri piedi, 13perché il piede che zoppica non abbia a storpiar-
si, ma piuttosto a guarire.

Non è possibile ricostruire con esattezza il contesto eccle-


siale dello scritto agli Ebrei; tuttavia, l’ipotesi di una comunità
costretta a fare i conti con le pressioni di un ambiente ostile e
con la tentazione di abiurare da parte di alcuni membri al suo
interno, è da prendere in seria considerazione. Si può com-
prendere, in tal senso, la volontà dell’autore d’indirizzare ai
suoi destinatari una parola di esortazione (cf. Eb 13,22), che
vuole essere, al contempo, ammonizione e incoraggiamento.
I testimoni (mártyres) che li hanno preceduti (Eb 11) so-
no stati approvati da Dio, perché pur non conseguendo la
promessa, hanno perseverato nella fede. In particolare, il
modello per eccellenza è rappresentato da Cristo, che non
ha ricusato l’ignominia della croce, ed è rimasto fedele no-
nostante l’ostilità che ha dovuto sopportare da parte dei suoi
avversari.
Secondo la prospettiva della Lettera agli Ebrei la sofferen-
za ha valore pedagogico: difatti, Cristo «imparò l’obbedienza
dalle cose che patì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli
che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna» (5,8-9). La pe-
ricope liturgica è strutturata in tre micro-unità: a) citazione
di Pr 3,11-12 (vv. 5-6); b) il valore pedagogico della sofferen-
za (vv. 7.11); c) l’esortazione finale (vv. 12-13).

 Il valore della pedagogia divina. Per il credente tutto ciò


che accade non può sfuggire al controllo di Dio; pertanto, è
lecito ritenere che anche la sofferenza possa essere almeno
permessa dal Signore. È plausibile ritenere che una tale si-
tuazione abbia alimentato nei membri della comunità dub-
bio e scetticismo verso la provvidenza divina. La citazione di
Pr 3,11-12, introdotta da un pacato rimprovero, è la risposta
più autorevole alla crisi di fede della comunità; si tratta di

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21ª domenica ordinaria155

una paráklēsis, vale a dire di una parola di monito e, al con-


tempo, di sprone, rivolta a coloro che Dio considera come fi-
gli, in virtù della mediazione salvifica del Figlio Gesù (cf. Eb
2,10-18), e con i quali entra in un rapporto dialogico. Il termi-
ne hyiós funge da parola-gancio tra la citazione di Proverbi e
l’introduzione autoriale. Il Signore si rivolge personalmente
a ciascuno dei suoi figli, esortandoli a non disprezzare la sua
paidéia: il sostantivo greco è inteso nel senso di «correzione»,
ma implica un più ampio riferimento all’«educazione» che
Dio impartisce ai suoi figli. L’intervento divino non si prefig-
ge di scoraggiare l’uomo; questi non deve affatto deprimersi
in caso di correzione da parte del Signore, perché egli «cor-
regge chi ama, e sferza colui che riconosce come suo figlio»
(Eb 12,6). L’amore, che è alla base della relazione paterno-
filiale tra Dio e i suoi figli, sostanzia la pedagogia divina; la
sofferenza che la comunità sta sperimentando dev’essere
intesa come una correzione amorevole da parte del Signore,
con lo scopo di purificarne e consolidarne la fede.

 Il frutto della correzione. La correzione del figlio è parte


integrante del processo educativo della pedagogia classica;
spetta al padre ammonire, emendare la condotta del figlio,
per prepararlo ad affrontare la vita. In tal senso, dev’essere
compresa anche l’azione educativa da parte di Dio, che trat-
ta i credenti alla stregua di figli; come ha reso perfetto me-
diante la sofferenza il Figlio che guida gli uomini alla salvez-
za (cf. Eb 2,10), così intende forgiare per mezzo della prova
quanti credono in lui. L’esito finale della pedagogia divina è
incomparabile: il frutto (karpós) che si genera è definito co-
me pacifico (eirēnikós), cioè apportatore di pace interiore, e
di giustizia, perché pone l’uomo addestrato per mezzo della
correzione nella giusta relazione con Dio e con il prossimo.

 Riprendere il cammino. In Eb 12,1-3 la metafora della


corsa è stata utilizzata per illustrare l’esigenza di scrollarsi

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156 Preparare la messa

di dosso la zavorra del peccato perché non intralci la perse-


veranza nella fede. Ora, i credenti sono invitati a rinfrancare
le mani rilassate e le ginocchia infiacchite (v. 12; cf. Is 35,3);
gli arti menzionati evocano l’agire umano, indebolito a cau-
sa della stanchezza e dello scoramento di fronte alle difficol-
tà sperimentate. È necessario rafforzarli, per non perdere di
vista la meta, rappresentata dalla promessa divina della sal-
vezza. In questo senso, tenere fisso lo sguardo su Gesù (Eb
12,3) evita lo smarrimento e consolida l’impegno di giungere
al traguardo. Bisogna fare anche attenzione a non deviare né
a destra né a sinistra, evitando di zoppicare (cf. Pr 4,26): l’im-
magine della via da appianare è da intendersi in senso etico
ed escatologico. Anche se la meta – la salvezza – è di là da
conseguire, ciò non esime il credente dall’impegno costante
e quotidiano a percorre il faticoso, ma appagante, cammino
della fede.

Vangelo Luca 13,22-30


In quel tempo, 22Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era
in cammino verso Gerusalemme.
23
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi
dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
25
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuo-
ri, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi
risponderà: “Non so di dove siete”. 26Allora comincerete a dire: “Abbiamo
mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.
27
Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi
tutti operatori di ingiustizia!”.
28
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e
Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
29
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno
e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che sa-
ranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

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21ª domenica ordinaria157

Il tema della salvezza è centrale nel vangelo lucano: Gesù


è il salvatore (2,11) che Dio ha donato al suo popolo Israele;
tutte le genti possono contemplare in lui la salvezza divina
(2,30). In virtù dell’unzione nello Spirito, egli non solo pro-
clama, ma concede la salvezza agli ammalati, agli indemonia-
ti, ai peccatori.
Resta, tuttavia, da chiarire quali siano i criteri di acces-
so alla salvezza: è sufficiente osservare la legge mosaica e le
norme codificate nella Tôrâ orale? È riservata a pochi eletti,
o può essere concessa anche a quanti non appartengono alla
porzione amata da Dio, Israele? Sono interrogativi che atte-
stano la vivacità del dibattito teologico al tempo di Gesù, e la
sua fama di maestro autorevole non può esimerlo dall’inter-
venire in merito.
Il brano scelto dalla liturgia domenicale fa parte della se-
quenza narrativa dedicata al viaggio verso Gerusalemme
(Lc 9,51–19,27); Gesù è descritto come un predicatore itine-
rante, al quale un tale pone un quesito relativamente alla sal-
vezza (13,22-23a). La risposta è piuttosto articolata: l’imma-
gine della porta stretta (vv. 23b-24) funge da monito per evi-
tare che si verifichi l’esclusione dal regno di Dio (vv. 25-28),
al quale potranno avere accesso quanti non avevano diritto,
perché non eredi delle antiche promesse (vv. 29-30).

 Pochi o molti? Prima di giungere a Gerusalemme, il luogo


verso cui ha scelto con fermezza di dirigersi (9,51), Gesù attra-
versa città e villaggi proseguendo il suo cammino insegnando.
È un tale a farsi incontro a lui per chiedergli se sono pochi i
salvati (v. 23a). L’aggettivo olígoi (pochi) indica un numero
esiguo di persone; il participio sōzómenoi può essere inteso in
forma media: «coloro che si salvano», o passiva: «coloro che
sono salvati». Nella prospettiva lucana la salvezza è stretta-
mente correlata alla relazione con Cristo: la fede in lui ottiene
la salvezza (6,9; 7,50; 8,50); chi è disposto a perdere la sua vita
accettando di porsi alla sequela può salvare la sua vita (9,24).

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158 Preparare la messa

Gesù non quantifica il numero dei salvati, ma ricorre alla


metafora agonistica e all’immagine della porta stretta, per
esprimere la difficoltà che consta l’accesso alla salvezza. Il
verbo agōnízomai, impiegato solo qui in Luca, esprime l’idea
dello sforzo, dell’impegno profuso dall’atleta per conseguire
la vittoria (cf. 1 Cor 9,25). Alla domanda se sono in pochi a
salvarsi, Gesù replica che sono in molti che cercheranno di
entrare, ma non vi riusciranno, perché non sono nella possi-
bilità di conseguire l’obiettivo perseguito.

 Fuori dal Regno? La metafora del padrone della casa


che si alzerà e chiuderà la porta conferisce al discorso un’in-
dole escatologica. L’uditorio è coinvolto direttamente: ai
molti che proveranno a entrare, subentrano il voi, che staran-
no fuori e busseranno alla porta, e il noi, che invoca l’aper-
tura della porta da parte del Signore. La chiusura della porta
estromette di fatto quanti sono rimasti fuori: si tratta di co-
loro che, pur avendo udito la parola di Gesù, non l’hanno ac-
colta fino in fondo e messa in pratica (cf. 8,20.21). Così, sono
rimasti fuori, bussando alla porta e attendendo che sia aperta
(v. 25); è possibile che la loro speranza si basi sull’insegna-
mento di Gesù, secondo cui a chi bussa sarà aperto (cf. la ri-
correnza del verbo krúōin in 11,9.10). In effetti, l’invocazione
kýrie (Signore) e il verbo anóigō (aprire) richiamano ancora
la lezione gesuana: «Bussate e vi sarà aperto» (11,9.10).
Dall’interno della casa la risposta non è quella attesa:
«Non so di dove siete». Se il padrone sostiene di non cono-
scere l’identità di coloro che ambiscono a entrare in casa sua,
essi provano a farsi riconoscere: «abbiamo mangiato dinanzi
a te e abbiamo bevuto, e (tu) hai insegnato nelle nostre piaz-
ze» (v. 26). Se la commensalità è indice di comunione e con-
divisione tra coloro che partecipano allo stesso banchetto
(5,29-39; 7,36-50; 10,38-42; 11,37-52), il riferimento ai luoghi
pubblici, come le strade, le piazze, le sinagoghe dove Gesù ha
insegnato, denota la loro disponibilità all’ascolto.

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21ª domenica ordinaria159

Tuttavia, essi sono allontanati, perché ritenuti «operatori


d’iniquità» (v. 27). È possibile che questi siano coloro che,
pur avendo condiviso la mensa e ascoltato la predicazione
del Cristo, non si siano effettivamente convertiti, adeguando
la loro condotta di vita alle esigenze del Vangelo; l’ascolto
non è sufficiente, se la Parola accolta non è messa in pratica
(cf. 6,46-49).

 Gli ultimi saranno i primi. Gli operatori d’ingiustizia


sono destinati laddove sarà pianto e stridore di denti, esclusi
dal regno di Dio, dove invece sono già presenti i patriarchi e
tutti i profeti. Ad essi si aggiungeranno anche quanti prover-
ranno da Oriente e da Occidente, dal settentrione e da mez-
zogiorno per prendere posto alla mensa del Regno; si tratta
dei pagani che hanno accolto il Vangelo e si sono convertiti
(11,31; 13,29).
Il discorso di Gesù termina con un detto di sapore prover-
biale attestato nella triplice tradizione (Mc 10,31//Mt 19,30;
20,16) in forma di chiasmo (v. 30): (a) «vi sono ultimi (b) i
quali saranno primi, (b1) e vi sono primi (a1) i quali saranno
ultimi».
È il paradigma lucano del capovolgimento: i potenti sono
detronizzati, mentre gli umili sono innalzati; così come gli
affamati sono colmati di beni e i ricchi impoveriti (1,52-53);
beati sono i poveri, non i ricchi; gli affamati, non i sazi; quelli
che piangono, non i gaudenti (6,20-26). Resta da chiarire chi
siano i prótoi (primi) e gli éschatoi (ultimi): nell’opera lucana,
il vangelo è proclamato in primo luogo ai giudei ed è esteso
anche ai gentili (cf. Atti); è ciò che emerge anche nel racconto
di Lc 4,16-30. Quest’interpretazione è suffragata anche dal
riferimento a quanti proverranno dai quattro angoli della
terra per sedere alla mensa coi patriarchi e i profeti (v. 29).

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


160 Preparare la messa

attualizzare il messaggio
di Cecilia Cremonesi

La sfida e la bellezza della porta stretta


Siamo sinceri: il brano del vangelo di questa domenica ci
inquieta. C’è una porta stretta: per entrarci è richiesto uno
sforzo. L’aggettivo stretto evoca in noi immediatamente sco-
modità, fatica, disagio. Basterebbe questo! Invece no, Gesù
rincara la dose: a un certo punto il padrone di casa chiude la
porta, gli esclusi bussano e non ottengono nulla, se non la con-
ferma che il loro posto è proprio lì, fuori dalla porta. Credeva-
no di essere gli invitati speciali, e invece… Nessuna accoglien-
za da guest star, per coloro che si ritenevano i fedelissimi; anzi,
con la loro insistenza ottengono l’invito ad allontanarsi.
Ma come, non ci hanno insegnato che il Signore perdona
sempre? Non è lui che apre la porta a tutti, proprio a tutti,
che dona a tutti la possibilità di riscattarsi anche all’ultimo
minuto? Questo Dio esigente, all’apparenza duro, non ci
convince… Ciò che ci infastidisce è l’assenza di sfumature:
dentro o fuori, salvati o condannati, festa o pianto e stridore
di denti. Una sentenza definitiva senza possibilità di appel-
lo. Anche perché, per dirla tutta, si fa largo in ognuno di noi
questo pensiero: se mi trovassi io a bussare fuori dalla porta?
Il Signore mi riconoscerebbe?
Ancora una volta, Gesù ci invita a liberarci dai nostri
schemi, fatti di misure e conteggi, per riportarci all’essenzia-
le: la relazione con lui. Impensieriti dalla porta stretta, abbia-
mo perso di vista che la porta è innanzitutto aperta.
In origine c’è un invito: vieni a casa mia, entra, c’è posto!
Ciò che intravediamo al di là della porta ci piace: sa di festa,
sa di vita buona e autentica. Ha il sapore di quella pienezza
che sperimentiamo quando ci riconosciamo creature amate

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21ª domenica ordinaria161

dal Signore, quando ci è dato il dono di intuire la sua presen-


za al nostro fianco, quando negli occhi dei nostri fratelli rico-
nosciamo il suo volto. Sa di riconoscimento, perché sentiamo
che è quello l’orizzonte al quale tendiamo. Un orizzonte che
risuona dentro di noi come familiare e al tempo stesso inde-
finito, che ci dona slancio e ci fa credere che vale la pena vi-
vere con gli occhi puntati in alto. Sa anche di mistero, perché
di fronte a tutta questa bellezza ci sentiamo piccoli e intimo-
riti, come di fronte a ogni grande scelta: ne varrà la pena? Se
poi l’entusiasmo iniziale si spegnesse? Se fosse troppo fatico-
so e le forze non bastassero?
Il brano del vangelo di oggi ci dice che tutti possiamo go-
dere di questa pienezza… ma non è una passeggiata, la porta
non è un portone. Ci è richiesto uno sforzo, perché il cammi-
no è esigente, fatto di tanti piccoli passi che richiedono fedel-
tà, umiltà e perseveranza. Eccola, la strettoia: seguire Gesù
non è semplice. Forse ce ne siamo dimenticati, perché siamo
inconsapevolmente tentati di trasformare la sequela di Gesù
in un cammino disegnato sulla base dei nostri gusti e dei no-
stri desideri. Ci siamo costruiti una porta su misura, dimenti-
candoci che la porta è lui.
Per questo Gesù, che conosce bene l’animo umano, ricor-
da che occorre sforzarsi. È una tensione da coltivare e da
mantenere, una sorta di allenamento costante che ci permet-
te di riconoscere che non siamo noi il centro, non siamo noi
la misura. La misura è Gesù.
Allora stiamo con lui: frequentiamo il Vangelo, quotidia-
namente; lì troviamo la sua Parola. Lasciamo che la Parola
scavi dentro di noi, facciamole spazio, e lasciamo che si incar-
ni nella nostra vita, nelle piccole e grandi sfide che ogni gior-
nata ci riserva. Coltiviamo l’inquietudine di non sentirci mai
arrivati; ce lo insegnano le relazioni amicali e familiari, che
vivono di tante piccole fedeltà quotidiane: quando non le nu-
triamo più, si spengono, i legami si sfilacciano e la vita perde
gusto. E ringraziamo per tutti quei momenti in cui una porta

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162 Preparare la messa

stretta ha messo a nudo il nostro limite, offrendoci la possibi-


lità di ritornare all’essenziale e proseguire con consapevolez-
za nella relazione con lui.
Donaci, Signore, il coraggio di accettare la sfida della por-
ta stretta. Sappiamo che quella porta sei tu, che non ti stan-
chi di aprirci ed accoglierci a braccia aperte. È così che la vita
diventa una festa.

programmare la celebrazione
di Simone Toffolon

Per discernere il messaggio


Immaginiamo la moltitudine di coloro che sono chiamati
alla felicità secondo il progetto di Dio: è l’intreccio dei profi-
li dei popoli che lega l’Oriente all’Occidente, in un vibrante
raccordo di colori, di voci, di armonie (prima lettura), di luci
e ombre, di memorie sanate e di cicatrici (seconda lettura).
Giungono alla porta del Regno. Fra i primi vi sono coloro
che credono di essere già salvi, ma la loro realtà è complicata
e vola alto, gli spigoli e le complessità delle loro congetture li
rendono inadatti alla serratura del passaggio, e restano bloc-
cati in un’attesa che li fa arrossire. Paradossalmente passano
davanti gli ultimi: sono disarmati, spesso fragilissimi, poveri
di tutto, persino del calore del volersi bene, sono proprio pic-
coli. Così piccoli da essere della misura giusta per entrare at-
traverso la porta stretta.

Per l’omelia
▶ Una grammatica intristita. Ci sono parole che da un pun-
to di vista emotivo subito ci incupiscono: il vangelo parla di

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21ª domenica ordinaria163

porta stretta, e per noi quest’aggettivo significa disagio, come


quando addosso ci sentiamo una veste nella quale si è cre-
sciuti senza equilibrio e senza disciplina, e nasce l’imbarazzo
e la vergogna. Ma ancor più è la paura che ci fa rabbrividire,
quando comprendiamo che la porta del Regno è un pertugio
dagli stipiti e dall’architrave ravvicinati, che ci chiede un im-
pegno fastidioso per passarci in mezzo, una fatica che spegne
ogni sogno e ogni sorriso, e che poco profuma di beatitudine.
Questa eredità che la storia della chiesa ci pone costante-
mente sulle spalle, continua a freddarci e rende rigido il mu-
scolo del nostro cuore: c’è paura nel doversi rapportare con
Dio. Nasce un fastidioso lamento. La porta stretta è un’unità
di misura scorretta, prepotente e ingiusta che discrimina, che
soffoca la speranza, e continua a dividere il mondo tra chi si
salva e chi non ce la fa.

▶ Eppure… La prima lettura ci aveva dato una orizzonte


ben diverso, in cui la salvezza era declinata in una gramma-
tica non solo gioiosa, ma colorata: un sapore caldo e vivo di
popoli che con accenti e profondità diverse, cucivano assie-
me Oriente e Occidente. La salvezza è per tutti: per coloro
che si considerano a casa, dentro il profumo di una dimora
conosciuta e frequentata da tempo; ma anche per chi è ospi-
te, ed è ugualmente invitato e accolto con gioia. C’è posto
anche per lo straniero, perché possa ricevere in dono quanto
Dio ha preparato: non esiste bilancia o canone di misura che
possa escludere qualcuno. Ma c’è una condizione: per poter
ricevere regali da Dio, le mani devono essere libere. Chi è già
carico di quanto ha cercato e trovato, credendo di bastare a
se stesso, non ce la farà ad avere spazio per l’amore che il Si-
gnore regala. E le briciole non possono essere sprecate: sono
per chi ha veramente fame. E mani vuote.

▶ Ultimi e umiltà. Esiste un lungo elenco di uomini e donne


che hanno ricevuto un titolo, senza meritarlo: sono gli ultimi.
Non sono semplicemente poveri e fragili; gli ultimi possono

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164 Preparare la messa

avere anche forza economica, autonomia, benessere, ma es-


sere soli, perché vittime di quel veleno che è la paura. Nutro-
no l’animo di pensieri nocivi e hanno l’orizzonte buio di chi
non si fida più di nessuno. Vivono senza amore ricevuto, e di
conseguenza senza amore abitato, donato, condiviso. Sono
questi i protagonisti dell’invito di Gesù: c’è una porta stretta
da varcare, e l’invito è urgente. La festa che è stata prepara-
ta non ammette sprechi, perché l’amore per essere vitale ha
bisogno di essere condiviso. Altrimenti si spegne. L’invito va
colto, non c’è spazio per la paura – radice di troppi errori e di
molti peccati: spremiamo il nostro cuore, perché esca tutto il
veleno e divenga della proporzione giusta, a misura d’uomo,
misura esatta per attraversare la porta stretta.

Vigilanti e fedeli
di Roberto Laurita

Ce lo ricordava tanti anni fa un rabbino americano, Joshua


Abraham Heschel: noi uomini abbiamo la possibilità di attraver-
sare lo spazio e di percorrere rapidamente molti chilometri, ma
siamo totalmente disarmati di fronte al tempo. Esso sfugge al
nostro dominio: non possiamo prevederlo e quindi dominarlo.
Proprio per questo rischiamo di cadere in pericolose illusioni
e in comportamenti sconsiderati. Sono tanti i modi di riempire il
tempo per illudersi di possederlo:
– il denaro: l’accumularlo in quantità e la libertà di spenderlo a
proprio piacimento convincono di essere padroni del tempo;
– l’ambizione del dominio, inteso come esasperazione della for-
za, della riuscita, del successo in ogni campo della vita, il po-
tere coltivato fine a se stesso;
– la ricerca del godimento: riempire il giorno e la notte di ecci-
tazioni, concentrarsi sulla cura del proprio piacere, significa
aggrapparsi alla vita biologica, ritenendo che il tempo del suo
godimento sia tutto ciò di cui possiamo disporre.

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21ª domenica ordinaria165

Anche l’evasione rassegnata è un modo di sfuggire al tempo


con il culto della spensieratezza e della trasgressione. Ecco allora
che si diventa disponibili ad ogni esperienza, giudicandola esclu-
sivamente in base alle sensazioni più o meno forti che ne deriva-
no, magari per dimostrare a se stessi e agli altri una spregiudicata
signoria del proprio tempo. Una strategia tutto sommato inge-
nua, in cui ci si consegna al consumo irresponsabile del tempo,
da attraversare con una sorta di piacevole stordimento, per non
percepire quanto vi è di brutto e di penoso.
A fronte di questi atteggiamenti, la proposta che ci viene dal
vangelo di oggi è del tutto diversa ed è affidata al verbo «vigi-
lare». A spiegarcelo, in una lettera pastorale di tanti anni fa, è il
card. Carlo Maria Martini.
Vigilare significa innanzitutto vegliare, stare desti, all’erta.
L’immagine più immediata è quella di chi non si lascia sorpren-
dere dal sonno quando il pericolo incombe o un fatto straordi-
nario ed emozionante sta per accadere.
Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire
qualche cosa di molto prezioso.
Vigilare, in ogni caso, impegna a fare attenzione, a diventare
perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’in-
tuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergen-
za.
Vigilare è cogliere la profondità del tempo vissuto, il senso dei
gesti e delle parole, del corpo e dell’anima. Non è mai un atteg-
giamento sporadico, episodico, ecco perché richiede la continui-
tà, la perseveranza, cioè la fedeltà.

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166 Preparare la messa

Per la regia liturgica


• Per la scelta del formulario liturgico si suggerisce l’uso
della Colletta (anno C) costruita sulla parola di Dio; il ca-
none III nella nuova edizione del Messale recita:
Per mezzo del tuo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, nella po-
tenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo, e con-
tinui a radunare intorno a te un popolo che, dall’oriente all’oc-
cidente, mostra al tuo nome il sacrificio perfetto (Messale, 431).

• Il riferimento alla prima lettura può essere occasione per


motivare, poco a poco, le nuove scelte delle diciture litur-
giche rinnovate. Si possono usare, in questo senso, le nuo-
ve formule di benedizione sul popolo (Messale, 472-477):
la prima, che mette in evidenza come il Signore non priva
della sua consolazione sulla terra «coloro che chiama ai
beni eterni» (ibid., 472), può essere adatta come conclu-
sione in questa liturgia. Anche la numero 26 (ibid., 476),
che pone come meta della vita il «godere dei beni presenti
e di quelli futuri».
• Senza scivolare in scelte che banalizzano o appesantisco-
no, potrebbe essere utile – soprattutto nella messa dei fan-
ciulli e degli adolescenti – proporre nei pressi del presbite-
rio elementi e segni che richiamino il carattere universale
della chiesa (i colori dei continenti rappresentati da cin-
que diverse lampade; simbologie di popoli lontani…).

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21ª domenica ordinaria167

laPreghiera
di Roberto Laurita

L’adesione a te, Gesù,


non passa attraverso i proclami,
le dichiarazioni di fede,
o i discorsi imbevuti di dottrina cristiana.

Tu ci chiedi di mostrare
con la nostra esistenza, con le nostre scelte,
che vogliamo essere tuoi discepoli.

Certo, il percorso che ci metti davanti


è un sentiero in salita
che prevede passaggi piuttosto stretti:
è lì che si vede quanto siamo disposti
a disfarci di tutto pur di seguirti.

Se ci illudiamo che basti


partecipare a qualche celebrazione,
compiere di tanto in tanto qualche rito,
ci siamo proprio sbagliati di grosso.
Ci vuole ben altro per entrare nel Regno!

Se riteniamo che la nostra fede


possa vivere tranquillamente di rendita
e andiamo avanti con quello
che abbiamo appreso nell’infanzia;
se seguiamo la corrente,
e abbiamo paura di vivere il Vangelo
perché comporta sacrifici e fatiche;
tu ci dici senza mezzi termini
che avremo una bella sorpresa
quando ci passeranno avanti
quelli che davvero hanno seguito la tua Parola.

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P 21ª domenica ordinaria
21 agosto 2022

Accoglienza: Il Signore Gesù, che nel progetto del Padre, e con il soffio dello Spi-
rito, chiama tutti i popoli ad entrare nel suo Regno, sia con tutti voi.
Invito all’atto penitenziale: La misericordia di Dio non ci penalizza, non ha un
limite che discrimina, e non ci esclude dalla salvezza; chiediamo perdono se sia-
mo noi ad essere incapaci di accogliere e di vivere il dono dell’amore.
Introduzione alla preghiera dei fedeli: Fratelli e sorelle, facciamo nostro il gri-
do di tutti i popoli della terra, e con una sola voce offriamo al Signore speran-
ze e fatiche, impegno di vita e richieste di bene, perché la nostra preghiera pos-
sa essere accolta ed esaudita. Preghiamo insieme e diciamo: Signore della vita,
ascoltaci!
Orazione conclusiva: Guarda con amore paterno o Padre le richieste del tuo
popolo, e degnati di sostenere l’impegno di ciascuno a farsi piccolo secondo il
Vangelo, per poter entrare per la porta stretta del tuo Regno. Per Cristo nostro
Signore.
Padre nostro: Dio non si è mai chiuso in dialoghi privilegiati, non agisce in re-
lazioni esclusive, che discriminano; nessuno di noi potrà mai dire «Padre mio»,
ma tutti insieme preghiamo: Padre nostro…
Al dono della pace: La pace è il segno concreto che lega quanti credono nel no-
me di Gesù, stile e scelte dei suoi discepoli: è dono per tutti i popoli, e nessuno si
deve sentire ospite o straniero. Con queste consapevolezze nel cuore, ci donia-
mo un segno di fraterna condivisione.
Al congedo: Facciamo nostro l’invito di Gesù: «Sforzatevi di entrare per la por-
ta stretta». Andate in pace.

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21ª domenica ordinaria
21 agosto 2022 C
Invocazioni penitenziali:
– Signore, sei la porta che riconduce al Padre, Kýrie, eléison!
– Cristo, offri la speranza a tutte le genti, Christe, eléison!
– Signore, sei autore della nostra salvezza, Kýrie, eléison!
Prima lettura: La salvezza è dono per tutti, per le persone di casa e per lo stra-
niero; non vi sarà più un culto finto, teatrale, ma un legame affettuoso con Dio,
nato nel dialogo e nella relazione.
Salmo responsoriale: L’amore e la fedeltà del Signore sono certezza: per questo
l’uomo sente il bisogno di gridare a Dio la propria gioia e gratitudine.
Seconda lettura: La fatica, il dolore, le esperienze impegnative della vita non so-
no punizioni: hanno valore se comprese e accolte con un cuore da discepolo,
che si lascia plasmare con fiducia dalle sapienti mani di Dio.
Vangelo: Gesù è il salvatore: questo è certezza. Egli non esclude nessuno dalla
possibilità di salvarsi, ma fa del Vangelo l’unità di misura per attraversare la por-
ta del Regno, accettando di divenire ultimi per poter così essere salvati.
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Signore, tu ci chiedi con verità di essere adatti per il Regno dei cieli, e di sfor-
zarci di attraversare la porta stretta: rendici docili alle parole e agli insegna-
menti dei nostri pastori, perché da ogni pascolo giungiamo a te, come un so-
lo gregge con un solo pastore. Preghiamo.
– Signore, tu non fai distinzione alcuna tra uomo e uomo: l’ospite e lo stranie-
ro ricevono da te nella stessa misura amore e salvezza. Rendi la nostra società
civile un luogo adatto all’ospitalità, all’accoglienza, alle relazioni positive, do-
ve poter investire in scelte concrete che difendono e sostengono la dignità di
ciascuno. Preghiamo.
– Tu ci chiedi di essere adulti nella fede, responsabili della tua chiamata, coe-
renti nelle scelte di vita: aiutaci a testimoniare una fede abitata dalla gioia di
credere in te, che ci permetta di annunciare la bellezza di essere tuoi disce-
poli. Preghiamo.
– Molti nostri fratelli e sorelle hanno già vissuto il tempo dell’incontro con te, e
hanno fatto esperienza del passaggio attraverso la porta stretta: dona loro la
beatitudine eterna del tuo Regno. Aiuta anche noi a scegliere ciò che ci rende
forti e adatti per lavorare nella vigna del Regno. Preghiamo.

È buona cosa aggiungere una preghiera concreta per la comunità locale.

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22ª domenica ordinaria
28 agosto 2022

L’umiltà, lo stile del discepolo.


L’umiltà è divenuta virtù piuttosto rara in un’epoca
in cui l’autoesaltazione viene ostentata e apprezzata.
Ugualmente, la gratuità e il disinteresse hanno perso fascino,
a vantaggio del profitto e del lucro.
In questo senso il messaggio evangelico esige un’inversione di marcia:
Dio esalta gli umili, ricompensa chi non cerca il proprio profitto.
È uno stile che di fatto sovverte i valori culturali e sociali
di ogni contesto umano in cui si predilige scalare verso l’alto,
anziché piegarsi verso il basso, per servire nella carità (vangelo).
L’umiltà è lo stile che deve ispirare la vita del saggio;
non deve invidiare i superbi, perché Dio predilige i miti.
La condizione del superbo appare irrimediabile:
l’iniquità è radicata nel suo cuore e non è possibile estirparla,
perché è pieno di sé e non si pone in ascolto della sapienza,
come invece si richiede all’umile (prima lettura).
L’autore della Lettera agli Ebrei descrive la liturgia celeste
alla quale prendono parte i cristiani:
a differenza dell’alleanza sul Sinai, i credenti partecipano
alla celebrazione nella Gerusalemme celeste, a cui è presente Gesù,
il mediatore dell’alleanza nuova, che fonda una nuova
e più stabile relazione con Dio, basata sul suo sangue (seconda lettura).

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interpretare i testi
di Antonio Landi

«Quando offri un banchetto,


invita poveri, storpi, zoppi, ciechi»
Luca 14,13

Prima lettura Siracide 3,17-20.28-29


17
Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo
generoso. 18Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai gra-
zia davanti al Signore.

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172 Preparare la messa

19
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi
segreti.
20
Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato.
28
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è ra-
dicata la pianta del male. 29Il cuore sapiente medita le parabole, un orec-
chio attento è quanto desidera il saggio.

Il libro del Siracide, databile intorno al II secolo a.C., è


il più voluminoso dei testi sapienziali accolti nel canone
biblico; l’autore si presenta col nome di Gesù Ben Sira (Sir
50,27), residente a Gerusalemme, un uomo colto e ben radi-
cato nelle tradizioni religiose e sapienziali dell’antico Israele,
ma non meno aperto a recepire le istanze e gli stimoli cul-
turali provenienti dagli ambienti ellenistici. I suoi interessi
spaziano dalla vita sociale all’ambito familiare, dal lavoro
all’educazione dei giovani, senza disattendere tematiche più
strettamente attinenti alla fede, come l’osservanza della Leg-
ge, la giustizia divina e la questione del male.
Non è inverosimile ritenere che si tratti di uno scriba le-
gato al tempio di Gerusalemme, che ha occupato un ruolo di
primo piano a corte in qualità di consigliere dei governanti.
La sua istruzione sapienziale è destinata a erudire con buo-
na probabilità la gioventù dell’aristocrazia gerosolimitana,
che si radunava attorno a lui presso la «casa della ricerca (bēt
midrāš)» (Sir 51,23) nei pressi del tempio.
Si ritiene che il libro sia stato redatto originariamente in
ebraico a Gerusalemme verso il 190 a.C. e, successivamen-
te, tradotto in greco verso il 130 a.C. in Alessandria d’Egitto
dal nipote dell’autore; allo stato attuale, il testo ebraico cor-
risponde al 70% del testo, mentre il resto è in lingua greca.
Il brano liturgico è composito: i vv. 17-20 fanno parte della
micro-sezione dedicata al tema dell’umiltà, mentre i vv. 28-29
sono incentrati sul motivo della docilità, indispensabile per
ottenere la sapienza.

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22ª domenica ordinaria173

 La vera grandezza è l’umiltà. L’istruzione sapienziale da


parte del maestro nei confronti dei suoi discepoli è parago-
nata al processo generativo (v. 17): chi istruisce è come un
padre che genera e dà vita al figlio. Il sapiente si rivolge al
discepolo con tono paterno, esortandolo a compiere le sue
opere lasciandosi ispirare dalla mitezza e non dall’arrogan-
za o dalla superbia. Nel testo ebraico il testo è leggermente
differente: «nella ricchezza cammina con modestia». Il senso
cambia poco: nella vita ordinaria o nell’abbondanza di risor-
se si consiglia di evitare di assumere un atteggiamento spoc-
chioso e sprezzante verso gli altri. La modestia (in ebraico,
«‘anāwā»; in greco, «praútēs») è lo stile che deve improntare
la vita di chi si sforza di apprendere la sapienza. La docilità è
più apprezzata della generosità, perché la liberalità può an-
che essere esercitata in vista di un tornaconto personale (nel
testo ebraico si fa riferimento all’uomo «che dona regali»),
mentre la mansuetudine non pretende ricompensa. Difatti,
l’umile non cerca gloria né ambisce ai riconoscimenti da par-
te degli uomini; sa di trovare grazia agli occhi del Signore (v.
18). La grandezza autentica non consiste nell’innalzarsi sugli
altri, ma nell’abbassarsi al cospetto di Dio e del prossimo.

 La preferenza di Dio. Gli uomini orgogliosi e superbi so-


no numerosi; si prodigano per essere riconosciuti e apprezza-
ti e hanno la pretesa di ergersi sugli altri. Le loro velleità s’in-
frangono, però, contro la scelta di Dio, che preferisce manife-
stare la sua volontà ai miti, a coloro che non hanno la pretesa
di sostituirsi a lui in ragione di un ego smisurato e tracotante,
ma confidano in lui e da lui si lasciano istruire e guidare. Se-
condo il testo ebraico, la condiscendenza divina nei riguardi
degli umili è connessa alla sua bontà misericordiosa (v. 20;
cf. Sal 25,14); nel testo greco, invece, si fa riferimento alla
potenza del Signore, oggetto di glorificazione da parte degli
umili. Che si tratti di compassione o di potenza, l’enfasi è po-
sta soprattutto sull’atteggiamento reverenziale degli uomini

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174 Preparare la messa

nei riguardi di Dio: non s’insuperbiscono dinanzi a lui, ma ne


hanno timore, nel senso che lo riconoscono come Creatore e
Signore.

 Un cuore saggio. Il superbo è colui che ha un cuore osti-


nato (cf. vv. 26.27), e per lui non c’è alcun rimedio (v. 28),
perché si lascia accecare dal peccato dell’orgoglio. La sua
condizione è biasimevole: l’arrogante (in ebraico lēṣ) non
pone la sua fiducia e il suo vanto in Dio, ed è destinato alla
perdizione. Il peccato di presunzione è ben radicato in lui:
è la pianta del male, che produce frutti di malvagità e per-
versione; è autoreferenziale, e non accetta la correzione, che
potrebbe rivelarsi benefica. Ad esso si contrappone il «cuore
sapiente» (lēb ḥākām; cf. Gb 9,4; Pr 10,8; 16,21), che medita
(«comprende», nel testo ebraico) i proverbi, nei quali è sedi-
mentata la saggezza tradizionale d’Israele, grazie alla quale è
possibile vivere con rettitudine e sincerità al cospetto di Dio.
Il desiderio del saggio non è di autocompiacersi, ma di ten-
dere l’orecchio per prestare ascolto alla parola del Signore,
per evitare di cadere nelle trame del peccato e agire secondo
giustizia.

Salmo responsoriale Sal 67


La comunità giudaica del post-esilio (VI secolo a.C.) af-
fronta con gran fatica il tempo presente, in cui sono ancora
evidenti i segni della devastazione nemica; stenta a immagi-
nare il futuro, perché scorge attorno a sé vuoto e solitudine.
Dio è invocato dal salmista affinché siano dispersi gli empi;
i giusti, invece, possono allietarsi alla presenza del Signore
e cantare di gioia. Il canto di lode che si leva a Dio è corale:
tutta l’assemblea è invitata ad unirsi alla lode divina che ac-
clama a Dio e lo riconosce come il Signore (yāh). La sua si-
gnoria non si palesa sotto forma di potere dispotico, ma nella
paternità che egli esercita a beneficio degli orfani; difende la

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22ª domenica ordinaria175

causa delle vedove, offrendo ai deboli e agli indifesi una di-


mora. Scioglie le catene dei prigionieri, che possono tornare
a gustare la gioia della libertà. La pioggia abbondante sulla
terra arida è il segno della benedizione divina, affinché il po-
polo possa dimorare sicuro nel luogo che egli ha donato agli
antichi padri e ritrovare speranza nel futuro in virtù della
grazia che Dio gli ha concesso.

Seconda lettura Ebrei 12,18-19.22-24a


Fratelli, 18non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ar-
dente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suo-
no di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non ri-
volgere più a loro la parola.
22
Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla
Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa 23e all’as-
semblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di
tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24a Gesù, mediatore dell’allean-
za nuova.

L’autore dello scritto denominato Lettera agli Ebrei ha


rivolto un accorato appello ai suoi destinatari affinché s’im-
pegnino a ricercare la pace con tutti e a procedere senza esi-
tazione nel cammino di santificazione, personale e comunita-
ria, condizione imprescindibile per giungere a contemplare il
volto di Dio. È anche necessario tenere alta la soglia di vigi-
lanza per evitare che si possa diffondere all’interno della co-
munità la radice velenosa dell’apostasia, che mette a repen-
taglio la solidità di fede dell’assemblea dei credenti.
La sezione di Eb 12,18-24 è incentrata sul confronto tra
l’esperienza vissuta dagli Israeliti alle pendici del monte Si-
nai (vv. 18-21) e l’adunanza festosa del nuovo patto, che si
realizza presso il monte Sion, nella città del Dio vivente (vv.
22-24). La differenza tra la teofania del Sinai e l’assemblea
del Sion è notevole: nel primo caso, il popolo è costretto a te-
nersi a distanza, non può avvicinarsi a motivo della trascen-

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176 Preparare la messa

denza di Dio; il raduno della Gerusalemme celeste, invece,


consente a tutti di accostarsi a Dio in virtù della mediazione
di grazia ottenuta dal Cristo.

 Avvicinarsi al monte Sion. Il patto di alleanza stipulato


tra Dio e il popolo d’Israele, con la mediazione di Mosè, è
preceduto dall’evento teofanico verificatosi sul monte Sinai
(cf. Es 19,1-25). Il popolo doveva purificarsi, ma non aveva la
facoltà di salire sul monte e di toccarne le falde, se non dopo
il suono del corno. Al terzo giorno, uno scenario terrificante
precede la manifestazione del Signore: tuoni, lampi, una den-
sa nube, mentre tutto il monte era fumante e tremava dalle
pendici. Né i sacerdoti né il popolo potevano avvicinarsi al
Signore per vederlo da vicino, perché era concesso solo a
Mosè, accompagnato da Aronne. È uno scenario terrificante,
che induce gli ebrei a supplicare che non fosse più loro rivol-
ta nessun’altra parola da parte di Dio, perché temono per la
loro incolumità.

 L’adunanza festosa. Di tenore diverso è la visione che


attende i credenti. Il verbo prosérchomai («avvicinarsi») è
il termine-gancio tra le due realtà a confronto; tuttavia, se
gli Israeliti non potevano accostarsi al monte Sinai, i cristia-
ni possono approssimarsi al monte Sion, alla città del Dio
vivente, vale a dire la Gerusalemme celeste. Lo spavento e
il timore che caratterizzavano la teofania sinaitica cedono
il passo alla gioia e alla festa che caratterizzano l’incontro
con il Dio giudice e il Cristo mediatore della nuova alleanza.
A fare da cornice anche miriadi di angeli, i quali prendono
parte alla festosa adunanza (panēghýris) che celebra l’incon-
tro con Dio. Sono presenti anche coloro che vengono desi-
gnati come «i primogeniti che sono scritti nei cieli» (v. 23):
l’espressione fa riferimento a tutti i santi che, in virtù della
comunione con Cristo, il Primogenito, condividono la sua
condizione di «primogeniti». L’incontro con Dio, il giudice di

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22ª domenica ordinaria177

tutti, non è traumatico; i cristiani non desiderano sottrarsi al


suo sguardo né si turano le orecchie per non udire la sua vo-
ce. La presenza degli spiriti dei giusti resi perfetti è motivo di
conforto: si tratta di coloro che hanno perseverato nella fede
durante il pellegrinaggio terreno, e ora godono della presen-
za vivificante di Dio.

 Il Mediatore dell’alleanza nuova. Invece di Mosè, l’in-


termediario del nuovo patto è Gesù: è il mesítēs («mediato-
re»), nel senso che egli si fa garante dell’alleanza nuova tra
Dio e il suo popolo (Ger 31,31-34; cf. Eb 8,6; 9,15). La sua
morte sacrificale inaugura il patto di alleanza; il suo sangue
ottiene l’espiazione per i peccati. Il riferimento ad Abele (cf.
Gen 4,10) si discosta dal confronto tra la teofania del Sinai e
l’assemblea del monte Sion, ma crea un interessante amplia-
mento di carattere cristologico: in Eb 11,4 Abele è descritto
come colui che «offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di
Caino», e per la sua fede fu riconosciuto giusto da Dio. Ora,
è Cristo colui che fa salire un sacrificio unico per la remissio-
ne dei peccati; a differenza del sangue versato da Abele, solo
quello versato da Gesù è in grado di ottenere l’espiazione e
la salvezza.

Vangelo Luca 14,1.7-14


Avvenne che 1un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per
pranzare ed essi stavano a osservarlo.
7
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi po-
sti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo
posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha
invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergo-
gna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metter-
ti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica:
“Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commen-
sali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esalta-
to».

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178 Preparare la messa

12
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una
cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi
vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contrac-
cambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi,
zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai
infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Gesù non disdegna gli inviti ai banchetti, e coglie l’occa-


sione per conversare con i commensali su diversi temi. Invi-
tato in casa di uno dei capi dei farisei (Lc 14,1), Gesù osserva
la scelta dei posti da parte degli invitati e rivolge ai presenti
un insegnamento relativo all’umiltà (vv. 7-11) e alla gratuità
(vv. 12-14) che devono caratterizzare il credente.
Difatti, l’esaltazione dell’umile, così come la ricompensa
di chi si dà da fare senza sperare nulla in cambio, è appan-
naggio di Dio: così, «chi si umilia, sarà esaltato» (v. 11) da
Dio, e chi non attende il contraccambio dagli altri, riceverà la
«ricompensa alla risurrezione dei giusti» (v. 14).

 L’umile sarà esaltato. Il dibattito con i farisei non ha un


luogo stabilito: in casa durante la sua predicazione (5,17-26)
o in occasione di un banchetto (5,29-39; 7,36-50; 11,37-52);
per strada (6,1-5) o all’interno della sinagoga (6,6-11). Gesù
è invitato a pranzo ancora una volta in casa di uno dei ca-
pi dei farisei, e i commensali lo tengono d’occhio (il verbo
paratēréō è stato utilizzato in senso analogo in 6,7), badando
con attenzione alle sue parole e ai suoi gesti.
Al suo arrivo in casa del fariseo, Gesù è stato attenta-
mente osservato dagli altri commensali (v. 7). Dopo aver
guarito l’idropico e dibattuto con i presenti sulla liceità
di curare in giorno di sabato (vv. 8-11), è lui che pone at-
tenzione (epéchō) alla scelta dei primi posti (il termine
prōtoklisía ritornerà ancora in 20,46, relativamente alla vo-
lontà degli scribi di occupare i primi posti nelle sinagoghe)
da parte degli invitati. Essere invitati alle nozze non auto-

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22ª domenica ordinaria179

rizza a occupare i posti più in vista; infatti, nel caso in cui


arrivi un ospite più ragguardevole (éntimos), al quale sia
stato assegnato il primo posto, con disonore (aíschyne) do-
vrà cedergli il posto che ha occupato indebitamente, e spo-
starsi all’ultimo.
L’esortazione di Gesù è a sedersi all’ultimo posto; infatti,
nel caso in cui colui che ha organizzato il banchetto, rivol-
gendosi a lui in tono amichevole, lo inviti a «salire più in al-
to» (il verbo prosanabáinō è un hapax del Nuovo Testamen-
to), possa essere onorato (il termine usato è dóxa) al cospet-
to di tutti i commensali.
La parabola termina con una massima sapienziale in for-
ma chiastica (cf. Lc 18,14; Mt 23,12):
(a) «chi innalza se stesso
(b) sarà abbassato,
(b1) ma chi abbassa se stesso
(a1) sarà innalzato».
La combinazione dei verbi hypsóō (innalzare) e tapeinóō
(abbassare) rimanda al cantico del Magnificat: Dio ha posto
il suo sguardo sulla tapéinōsis (umiltà) di Maria (1,48) e per
tutte le generazioni sarà acclamata come makária (beata).
Spetta solo al Signore innalzare o abbassare: difatti, i po-
tenti sono abbassati a terra, mentre gli umili sono innalzati
(1,52).
L’autoesaltazione è in palese contrasto con la scelta di
Cristo di abbassare se stesso, assumendo la condizione di
servo (Fil 2,8); al movimento verso il basso di Gesù, fa da
contrappunto l’intervento di Dio, che lo sovraesalta confe-
rendogli il nome di kýrios (Fil 2,9-10). È Dio che innalza chi
si abbassa.

 La ricompensa divina. Gesù rivolge una parola più per-


sonale anche all’indirizzo del padrone di casa (Lc 14,12), in-
vitandolo a riflettere sul criterio in base al quale seleziona-
re gli invitati. Nell’antichità era consuetudine circondarsi a

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180 Preparare la messa

mensa di persone amiche o familiari e, soprattutto, di perso-


ne benestanti (plusíoi); il banchetto, infatti, era una preziosa
occasione per consolidare o stringere rapporti di amicizia,
siglare alleanze e impegni, soprattutto con chi occupava po-
sizioni di privilegio nella società. La possibilità di ricevere il
contraccambio (antapódoma), o comunque di trarre giova-
mento sul piano della visibilità sociale ed economica, era la
ragione sufficiente per limitarsi a invitare solo chi era nella
condizione per poter contraccambiare.
La proposta di Gesù sovverte una simile convenzione
e suggerisce di privilegiare i poveri, gli storpi, gli zoppi e i
ciechi, cioè quanti appartengono alle classi sociali impossi-
bilitate a rendere il contraccambio. Sono le categorie privi-
legiate, alle quali è destinato la proclamazione del Vangelo
(4,18; 7,22). Chi accoglie con gratuità e disinteresse quan-
ti vivono in condizione di disagio e di emarginazione, non
perderà la sua ricompensa alla risurrezione dei giusti; la di-
sponibilità e la generosità verso gli ultimi, difatti, attirano la
benevolenza divina, come conferma l’uso del passivo divino
antapodothḗsetai («sarà contraccambiato»). Beati, pertanto,
non sono solo i poveri (6,20), ma anche coloro che mettono
in comune ciò che posseggono, condividendolo con gli indi-
genti, senza pretendere nulla in cambio. La ricompensa sarà
concessa alla risurrezione dei giusti, alla fine dei tempi. È un
atto di fede nella provvidenza divina: il cristiano non deve la-
sciarsi condizionare dagli schemi culturali e dalle scelte det-
tate dall’interesse; la gratuità che deve permeare le sue rela-
zioni con il prossimo è il frutto più maturo della grazia che è
stata riversata nel suo cuore dalla bontà divina.

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attualizzare il messaggio
di + Gianni Ambrosio

La beatitudine della gratuità


1. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», ha
detto Gesù ai suoi discepoli (Mt 10,8). Nel Vangelo la gratui­
tà deve essere talmente graziosa e disinteressata da esigere
qualcosa che sembra impossibile: «La tua sinistra non sap-
pia ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel
segreto» (Mt 6,3-4). L’apostolo Paolo, nel suo commovente
saluto agli anziani di Efeso convocati a Mileto, riferito negli
Atti degli apostoli, afferma che Gesù ha detto: «C’è più gioia
nel donare che nel ricevere» (At 20,35). Nel testo greco vi è il
termine «beato», makarion. La traduzione CEI del 2008 dice:
«Si è più beati nel dare che nel ricevere!». È una beatitudine
che riempie il cuore di gioia. Paolo riporta questo detto di
Gesù perché anch’egli, seguendo Gesù, ha fatto della vita un
dono gratuito. A sostegno dell’invito a ricordarsi dei poveri,
Paolo riporta il detto di Gesù, che non è soltanto una citazio-
ne, ma è la sua stessa esperienza, confermata dalla beatitudi-
ne di Gesù.
Queste affermazioni sulla gratuità vengono da lontano e
hanno formato una sapienza spirituale che ha illuminato e
ispirato molte generazioni. Oggi sembrano decisamente fuo-
ri luogo nel nostro contesto. Al limite possono apparire co-
me un desiderio vago, un sentimento nostalgico di un tempo
che fu. Ora la realtà appare troppo dura per dare spazio alla
gratuità, per accoglierla e viverla. In una cultura segnata da
un forte individualismo e in un contesto economico e socia-
le dominato dal mercato e dallo scambio utilitaristico, viene
spontaneo chiedersi se esista ancora la gratuità, se vi è anco-
ra la possibilità di impostare la vita secondo la sorprendente

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182 Preparare la messa

logica della gratuità, del dono. A volte viene da pensare che


persino la gratuità di “atti umanitari” molto visibili e propa-
gandati sia più apparente che reale: una gratuità che risulta
comunque assai ambigua.
2. Se l’iper-individualismo e l’ethos dell’efficienza sembra-
no talmente egemoni da lasciare poco spazio alla gratuità,
occorre dire che la gratuità è tutt’altro che scomparsa: è viva
la domanda di gratuità che molti si portano dentro, sono sor-
prendenti, anche se silenziosi, i molti gesti di gratuità. Anche
nella recente indagine filosofica e antropologica il concetto
di gratuità è presente. Vi è una certa ripresa di interesse nel-
la riflessione teorica: ricordiamo solo il filosofo recentemen-
te scomparso Jean-Luc Nancy (Cosa resta della gratuità?) e
Marc Augé (Fiducia in sé, fiducia nell’altro, fiducia nel futuro;
Sulla gratuità. Per il gusto di farlo). La riflessione cerca di far
emergere la possibilità di uno spiraglio di gratuità anche nel-
la terra dell’homo oeconomicus. La gratuità è possibile come
dono fatto per amore dell’umanità, con un atto che non ha
senso, ma che viene compiuto «per il gusto di farlo», «pour la
beauté du geste». È un gesto che sorprende, inatteso, in quan-
to fuoriesce dai confini previsti. Tuttavia appare difficile pen-
sare a un gesto che possa definirsi veramente gratuito: alla
fine lo spazio per la gratuità risulta molto ridotto, sia quando
si presta solo attenzione al rendimento sociale sia quando si
intende ogni forma di rapporto umano come un insupera-
bile contratto oneroso, retto dalla regola della reciprocità e
dell’uguaglianza delle prestazioni.
3. Un conto è ragionare sulla gratuità partendo da una cer-
ta visione delle relazioni umane per far emergere la possibi-
lità di uno spiraglio di gratuità anche nell’arida realtà odier-
na; un altro conto è partire dalla gratuità di Dio che si dona a
noi e “ci salva gratis”: così la vita cristiana diventa «una vita
di gratuità», dice papa Francesco. Nell’enciclica Fratelli tut-
ti, Francesco afferma: «Esiste la gratuità». Subito precisan-
do: «È la capacità di fare alcune cose per il solo fatto che di

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22ª domenica ordinaria183

per sé sono buone, senza sperare di ricavarne alcun risultato,


senza aspettarsi immediatamente qualcosa in cambio» (FT
139). Il fondamento di questa gratuità è Dio stesso, che «dà
gratis, fino al punto che aiuta persino quelli che non sono fe-
deli, e fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45).
4. Tuttavia, se l’origine della gratuità è Dio stesso, per papa
Francesco la gratuità può essere compresa e vissuta da tutti,
in quanto coinvolge tutti: «Abbiamo ricevuto la vita gratis,
non abbiamo pagato per essa. Dunque tutti possiamo dare
senza aspettare qualcosa, fare il bene senza pretendere al-
trettanto dalla persona che aiutiamo». Si tratta di superare
ogni visione ristretta, di impegnarci con serietà per imparare
a donare e a servire non soltanto nella misura del contrac-
cambio sperato e calcolato, e quindi del profitto personale,
ma anche in quella, lungimirante e impegnativa, del dono di
sé per andare incontro all’altro, al suo bisogno. Citando an-
cora Francesco, è uno spreco dedicare le proprie energie alla
sola realizzazione di se stessi, è «triste e sterile» la nostra vita
se vissuta pensando solo al proprio io: tutto questo «conduce
in realtà a perdersi, ossia a un’esistenza triste e sterile». Oc-
corre invece accogliere «la regola d’oro che Dio ha inscritto
nella natura umana creata in Cristo: la regola che solo l’amo-
re dà senso e felicità alla vita» (Angelus, 6 settembre 2017).
5. D’altronde «chi non vive la gratuità fraterna fa della
propria esistenza un commercio affannoso, sempre misuran-
do quello che dà e quello che riceve in cambio» (FT 140).
Proprio la gratuità è in grado di superare questo «commer-
cio affannoso». La beatitudine della gratuità è un dono da
accogliere. Se accolto, rende capaci di donare se stessi in un
dinamismo interiore che arriva a cambiare se stessi e il mon-
do. La beatitudine della gratuità non è solo attesa di un dono
futuro, ma è già ora esperienza possibile e concreta sia nei
rapporti interpersonali sia nei rapporti sociali più ampi, con
un significato pubblico e con una funzione sociale specifica
in grado di costruire una convivenza veramente umana.

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184 Preparare la messa

«Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo mi-


gliore per cambiare il mondo»: sono ancora parole di Fran-
cesco dette nell’omelia della messa della notte del Natale
2019. «Gesù ce lo mostra stanotte»: «non ha cambiato la sto-
ria forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della
sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amar-
ci, ma si è donato gratuitamente a noi». Per questo, «anche
noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli
del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci
considerino per servirli». Vale per tutti l’invito: «Comincia-
mo noi. Questo è accogliere il dono della grazia. E la santità
non è altro che custodire questa gratuità».

programmare la celebrazione
di Simone Toffolon

Discernere il messaggio
La liturgia di questa domenica educa con chiarezza: il vero
cristiano non sceglie l’ultimo posto per una sete di umiliazio-
ne o per finta modestia. Lo può fare solo per amore, e solo se
lo fa per amore ha un senso e un valore. È bello lasciare che
siano gli altri a far bella figura, ad essere serviti prima di me.
Questo stile rovescia le certezze e le consuetudini: si spalan-
ca il sentiero per un modo nuovo di essere uomini, donne e
figli di Dio.

Per l’omelia
▶ Il mite è gonfio di vita. Nel contesto del nostro vivere,
esiste il pericolo di viziare i concetti onesti, di sporcare la

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22ª domenica ordinaria185

grammatica delle parole anche quando servono a dare ve-


ste alla Parola: c’è il rischio di far dire all’intelligenza che il
valore di mitezza sia un limite, una sfumatura poetica della
debolezza, della fragilità, di chi è vittima per scelta e si arren-
de davanti a chi grida. Ma se interroghiamo il vocabolario, ci
viene detto che il valore di un mite è la sua tenerezza – certo
– ma nello spessore della maturità: un frutto tenero perché
gonfio di succo e di dolcezza. Mite non è chi è vuoto di pote-
re, ma chi è carico di vita.

▶ L’umile profuma di terra. L’umiltà non è la capacità di un


inetto a nascondersi in se stesso per non farsi calpestare di
nuovo: umiltà ha il sapore e il colore della terra, perché hu-
mus è laddove un uomo ha radice: piedi ben radicati e sguar-
do pulito immerso nel cielo. Chi se ne rende conto è saggio,
e mentre l’orgoglio e la superbia sono una pianta velenosa in
terra sterile, il mite e l’umile riescono ad avere un dialogo con
Dio, perché vibrano di vita, e hanno consapevolezza della lo-
ro esistenza fragile ma feconda.

▶ Colori e fragranze. Quanto è detto in poesia nella prima


lettura, Gesù lo rende ben vivace, e concretissimo, nel van-
gelo: se viene meno la consapevolezza dell’umiltà, accade
come a chi brama il primo posto ad un banchetto, uno scan-
no solenne che non gli è assegnato. Quando sarà additato, si
accenderà di rosso il suo volto: sarà tutto rivestito di vergo-
gna (bellissimo il latino erŭbescerĕ, diventare rosso, come un
bambino colto nel momento della marachella). Gesù educa
ancora, porta più in alto: non allestire banchetti per chi può
dirti grazie, porta a tavola chi ha il profumo del vissuto, chi
conosce la fatica della vita, chi non potrà ricambiare. Il rin-
graziamento più vero ti sarà riconosciuto di per se stesso,
dalla tua scelta: hai amato in modo libero. Consapevole e fe-
lice.

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186 Preparare la messa

Relazioni nuove
di Roberto Laurita

Non hanno bisogno di apparire, non avvertono la necessità di


far riconoscere le loro capacità e i loro meriti.
Dovunque si trovano, con poca o grande responsabilità, san-
no affrontare il lavoro quotidiano con animo sereno, senza cede-
re alla pigrizia, e senza voler conquistarsi la stima altrui con fati-
che sovrumane. Sanno riconoscere le doti degli altri, ma senza
l’intenzione di sfruttarle. Sono intenzionati a fornire a ognuno la
possibilità di sviluppare i doni che gli sono stati affidati.
Non considerano i rapporti con gli altri delle transazioni com-
merciali, da cui ricavare qualche beneficio. Se invitano qualcuno,
non è per essere invitati a loro volta. Non tengono conto di quel-
lo che hanno offerto, donato, attendendosi un contraccambio
almeno pari. Danno con cuore, generosamente. Danno con di-
screzione, senza farsi notare, per non offendere la dignità altrui.
Forse è proprio così che Gesù vuole i suoi discepoli.
Membri di una chiesa che è innanzitutto una fraternità: lo si
dovrebbe vedere dallo stile che la caratterizza. Perché chi è più
fragile non viene tagliato fuori dalla “carriera”, ma viene sorret-
to affinché possa andare avanti, contando sulla misericordia di
chi gli sta accanto. Perché chi è forte sa di dover offrire qualcosa
di più, ma senza umiliare i deboli, che ogni giorno faticano per
compiere il loro tratto di strada. Perché chi è saggio non utilizza
il suo sapere per il vantaggio personale, ma per il bene di tutti,
rallegrandosi solamente di essere servito a qualcosa.
Tutti sanno di poter contare sull’amore di colui che veglia
discretamente sul cammino di ognuno. Tutti sanno di essere
preziosi non per quello che riescono a fare o esibire, ma per-
ché il Cristo ha versato per loro il suo sangue sulla croce e ha
accettato di essere ferito e ucciso per guarire ognuno dalle sue
fragilità. Tutti sanno di essere abitati dal medesimo Spirito,
che distribuisce i suoi doni perché costituiscano la ricchezza di
tutti e non siano solo titoli da depositare a proprio vantaggio
personale.

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22ª domenica ordinaria187

Gesù non ci invita solo a credere che questo è possibile, ma ci


chiede di viverlo perché, per quanto possa sembrare strano, que-
sto è il modo più autentico per rispondere a colui che continua
ad avere fiducia in noi e a donarci il suo amore.

Per la regia liturgica


• La colletta per l’anno C di questa domenica mette in risal-
to i passaggi chiave delle letture.
• Per agevolare una recita educata e più consapevole del
Credo, è consigliabile adoperare il criterio dei cori alterni
(presidente e assemblea; o assemblea divisa in due cori)
utilizzando il suggerimento tipografico opportuno di molti
sussidi liturgici.
• Tra le preghiere eucaristiche per varie necessità, si può
scegliere la Preghiera eucaristica IV (Messale romano,
510), «Gesù passò beneficando». Anche nell’omelia si può
far richiamo al linguaggio del prefazio («Sempre si mostrò
misericordioso verso i piccoli e i poveri, verso gli ammalati
e i peccatori, e si fece prossimo agli affaticati e agli oppres-
si») così come del testo stesso della preghiera: «Apri i no-
stri occhi perché vediamo le necessità dei fratelli, ispiraci
parole e opere per confortare gli affaticati e gli oppressi»
(ibid., 513).
• Come coreografia liturgica, soprattutto in un linguaggio
adatto ai più piccoli, si può pensare di creare in un luogo
visibile del presbiterio, sui gradini o davanti all’ambone,
un piccolo e curato richiamo al banchetto: un tappeto o
una stoffa dal sapore orientale stesi a terra; cuscini co-
me invito a prendere posto; qualche ceramica, una brocca
d’acqua a richiamare il pasto; una lampada accesa a signi-
ficare che è un luogo abitate, dove siamo attesi.

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188 Preparare la messa

laPreghiera
di Roberto Laurita

C’è una generosità solo apparente, Gesù,


perché sappiamo bene di essere
prima o poi ricambiati.

Il contrassegno dell’amore autentico


sta in effetti nella sua assoluta gratuità:
fare un prestito a chi senz’altro
non sarà mai in grado di restituirlo;
far sedere alla propria tavola
chi vive per strada e dunque
non potrà invitarmi a casa sua;
donare il proprio tempo
a chi non ce la fa proprio
ad andare avanti da solo.

Sì, è in tutte le situazioni


in cui dono senza misura,
rinuncio in anticipo al contraccambio,
regalo a fondo perduto,
che mostro di amare al modo di Dio.

Perché il Padre tuo, Gesù,


ignora completamente la partita doppia:
per lui esiste solo il dono,
e un dono totale, fino all’inverosimile.
Perché il Padre tuo, Gesù,
vive la gioia di chi non ha secondi fini,
ma compie ogni cosa solo per il nostro bene.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


22ª domenica ordinaria
28 agosto 2022 P
Accoglienza: Il Signore che ci invita al suo banchetto e ci insegna le scelte vere
dell’amore, sia con tutti voi.
Invito all’atto penitenziale: Come ci insegna il Vangelo, la consapevolezza del
disordine nella nostra vita ci fa arrossire, ci vergogniamo: è il punto di partenza
per la conversione, per chiamare per nome il nostro peccato, e lasciarci abbrac-
ciare dall’amore di Dio.
Introduzione alla preghiera dei fedeli: Sentiamo nascere dal cuore tante do-
mande, e molto vorremmo chiedere al Signore; ma chiediamo per prima cosa la
saggezza, la mitezza, la capacità di essere umili senza ipocrisia. Preghiamo insie-
me e diciamo: Rendici tuoi testimoni nel servizio.
Orazione conclusiva:
Accogli le nostre preghiere, Signore,
e aiutaci a desiderare e scegliere per la nostra vita
non solo quel che ci piace,
ma soprattutto ciò che è nostro bene.
Per Cristo nostro Signore.
Padre nostro: Dio ci educa dando un esempio: è lui che si pone all’ultimo po-
sto, e ci serve. Ci viene incontro per primo e ci regala il suo amore. A lui dicia-
mo: Padre nostro…
Al dono di pace: Pace non è una parola, ma un impegno: il Vangelo ci chiede il
coraggio di scelte concrete, e di gesti che generano amore. Donatevi questo au-
gurio.
Al congedo: Sarete beati, se amerete senza aspettarvi nulla in cambio. Anda-
te in pace.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


C 22ª domenica ordinaria
28 agosto 2022

Invocazioni penitenziali:
– Gesù propone l’ultimo posto, il posto di Dio. Perdonaci Signore, perché noi
cerchiamo solo gratificazione. Kýrie, eléison!
– Gesù è venuto non per essere servito, ma per servire. Perdonaci, Signore, per-
ché a noi piace farci servire. Christe, eléison!
– L’ultimo posto è il posto di chi ama di più, di chi fa spazio agli altri. E noi sia-
mo tanto egoisti. Kýrie, eléison!
Prima lettura: Chi ha la grazia di comprendere il vero valore dell’umiltà, vive
l’atteggiamento libero e saggio di chi ha i piedi radicati nella terra e gli occhi ri-
volti in alto, verso Dio.
Salmo responsoriale: Il cuore di Dio è in ascolto di ogni grido dell’uomo, e dona
a ciascuno secondo le diverse necessità.
Seconda lettura: Accostarsi alla gloria di Dio vuol dire comprendere che in Ge-
sù esiste una nuova alleanza, che si comprende e si vive soltanto nel servizio e
nell’amore.
Vangelo: Scegliere il valore della propria vita vuol dire avere il coraggio di supe-
rare ciò che appare e gratifica, essere aderente alla quotidianità. Il Vangelo ci in-
terpella: come può essermi chiesto di vivere l’amore nel servizio?
Intenzioni per la preghiera dei fedeli:
– Gesù, tu ami senza condizioni, senza calcolare nulla: aiuta la tua chiesa ad es-
sere autentica nella testimonianza: papa Francesco, i vescovi, i presbiteri e
quanti hanno a cura il popolo di Dio ricordino sempre che è chiesto loro di
amare e di servire. Preghiamo.
– Gesù, tu sei venuto non per essere servito, ma per servire: aiuta dunque a so-
stenere le scelte di chi ha potere, per garantire rispetto e attenzione per ogni
uomo, nella verità e nella difesa del bene comune. Preghiamo.
– Nel Vangelo il verbo «amare» si traduce sempre con il verbo «dare». Signo-
re, aiutaci a comprendere nella verità il tuo esempio, e ad essere autentici ser-
vitori del nostro prossimo. Preghiamo.
– Sarà beato chi ama nella libertà. Signore, rendici capaci di gesti di libertà, di
giustizia, di attenzione verso chi vive in modo più doloroso le ingiustizie del-
la vita, e dona la carezza della tua presenza a chi si trova solo e senza speran-
za. Preghiamo.

È buona cosa aggiungere una preghiera concreta per la comunità locale.

Elver Urrego - elverefur@gmail.com - 20/07/2022


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CHI È «IL DISCEPOLO


CHE GESÙ AMAVA»?

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LUGLIO/AGOSTO 2022 • 538 • [24.7 - 28.8]

Servizio
della
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24 luglio
28 agosto
2022
538
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a croce e la fede pasquale


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Giornale di teologia 442


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consiglio di direzione: + Gianni Ambrosio, Davide Arcangeli, Paola Bignardi,


Giacomo Canobbio, Alberto Carrara, Cecilia Cremonesi,

SINODALITÀ
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direttore responsabile: Vittorino Gatti
redattore: Stefano Fenaroli
N. 538 - Luglio/Agosto 2022
A questo numero hanno collaborato: + Gianni Ambrosio, Paola Bignardi, Ezio Bolis, Giacomo Ca-
nobbio, Ezio Caretti, Alberto Carrara, Cecilia Cremonesi, Flavio Dalla Vecchia, Domenico Fidanza,
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Le immagini (di Monique Bruant) sono pubblicate per gentile concessione della rivista Signes
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Questo numero: formato cartaceo € 10,00 - formato digitale € 7,00.
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