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Il libro

A come Accoglienza, Ascolto, Attenzione…


B come Battesimo, Beatitudini, Benedizione…
C come Compassione, Comunicazione, Coraggio…

Scandito sull’alfabeto dello Spirito, questo scrigno di parole martiniane offre oltre
centocinquanta voci per riflettere sui desideri più profondi dell’animo umano. Una
lettura da centellinare con parsimonia, lasciando che ogni vocabolo penetri nella
mente e nel cuore a suggerire buone ispirazioni e valori preziosi per l’oggi.
Il percorso ricco di sollecitazioni di questo dizionario aiuta il lettore a ripensare le
proprie relazioni affettive e a scendere negli abissi misteriosi dell’amore di Dio. Un
piccolo tesoro di sapienza a cui attingere ogni giorno per la meditazione personale.
L’autore

Carlo Maria Martini, nato a Torino il 15 febbraio 1927, si è spento dopo una lunga
malattia a Gallarate (VA) il 31 agosto 2012. È stato arcivescovo e poi cardinale della
diocesi di Milano dal 1980 al 2002.
Gesuita e biblista di fama internazionale, fu rettore del Pontificio Istituto Biblico
di Roma e della Pontificia Università Gregoriana. Fu promotore a Milano della
“Scuola della Parola”, per aiutare i giovani ad accostare la Scrittura secondo il
metodo della lectio divina, e della “Cattedra dei non credenti”, che mise a confronto
intellettuali laici e uomini di fede sui temi più scottanti dell’attualità e della religione.
I suoi libri sono stati tradotti in tutte le principali lingue del mondo. Piemme ha
pubblicato oltre trenta titoli e, di recente, un inedito ritrovato del 1975, Il sole dentro
(con Prefazione di Enzo Bianchi, Piemme, 2016).
Carlo Maria Martini

PAROLE PER L’ANIMA


Dizionario spirituale
PAROLE PER L’ANIMA
Questo libro è la riedizione rivista del volume Dizionario Spirituale, Piemm1997.
L’alfabeto dello Spirito

A come Accoglienza, Ascolto, Attenzione…


B come Beatitudini, Battesimo, Beni…
C come Compassione, Comunicazione, Conversione…
Scandito sull’alfabeto dello Spirito questo piccolo tesoro martiniano
offre riflessioni per orientare il quotidiano e alimentare la vita interiore.
Oltre centocinquanta voci che interpretano i desideri più profondi
dell’uomo e le aspirazioni di quanti sono alla ricerca di valori preziosi per
l’oggi.
Le parole di questo dizionario aiutano il lettore a penetrare nelle pieghe
delle proprie relazioni affettive e negli abissi misteriosi dell’amore di Dio.
Un piccolo scrigno a cui attingere ogni giorno per la meditazione
personale.
Prefazione

Se scandagliamo con onestà e con magnanimità nel nostro cuore, forse tutti
avvertiamo oggi l’esigenza di orientamento, di chiarezza, di verità.
Vorremmo però esperimentare il rasserenamento e l’umile sicurezza,
unitamente a un po’ di calore, di comprensione, di amabile e robusta
umanità.
Se si dovesse esprimere il tutto in un grido, riecheggerebbe così:
«Dimmi la verità, ma aiutami a vivere con un po’ di gioia». Il che non è
contrastante; è, quasi doverosamente, compossibile.
Disorientati infatti non sono solo i giovani, tanto incerti di fronte a un
futuro carico di difficoltà rispetto al lavoro, alla stabilità dei rapporti
interpersonali, alla possibilità di inserimenti sociali motivati e accoglienti.
Anche tanti adulti, genitori e professionisti, hanno visto rovinosamente
crollare sicurezze, più o meno false, su cui facevano poggiare le proprie
motivazioni di vita.
Il Dizionario Spirituale del compianto Arcivescovo di Milano Cardinale
Carlo Maria Martini ci è posto tra le mani, in modo sommesso, con garbo,
con l’unica pretesa di essere a disposizione nell’eventualità che si volesse
ascoltare una voce autorevole, piena di benevolenza, con un fermo e forte
ancoraggio, propositiva.
Non è un dizionario elaborato con criteri di scientificità in ordine allo
studio e alla informazione per la ricerca.
È un dizionario nato dalla vita; offre le riflessioni e i pensieri, esposti e
scritti in circostanze diversissime e a uditori disparati, con parole scaturite
da un cuore di pastore attento, altamente responsabile, chinato e
affiancantesi come guida, per rispondere a tutte le più serie esigenze umane
e per orientare e interpretare i drammi ricorrenti. Il punto di vista da cui
l’autore si pone è ben preciso; è quello di un Vescovo. Il Cardinale Carlo
Maria Martini vuole comunicare la Parola di Dio; vuole donare Gesù
«chiave interpretativa e risolutiva di ogni problema umano».
È dunque un libro di vita, scandito sulle lettere dell’alfabeto (dizionario:
per facilitare la scelta delle parole e perché la consultazione della singola
voce illumini e nutra), proprio come i bambini ebrei facevano quando
apprendevano a memoria le strofe del salmo 118: lode al Signore, poesia e
preghiera.
Riteniamo, senza alcuna enfasi, che questo libro sia un piccolo grande
dono: fa pensare, aiuta a ricordare, facilita l’esperienza della gioia e, con
ferma benevolenza, apre il cuore all’incontro con Gesù, la Parola che si è
fatta carne, per la salvezza di tutti.

+ Luciano Pacomio
Vescovo di Mondovì
A come…

Accoglienza
«Fratelli, accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo accolse voi.»
L’espressione «gli uni gli altri» si riferisce a due gruppi ben precisi che si
distinguevano e, in qualche modo, si contrapponevano nella comunità di
Roma a cui Paolo scrive la lettera all’inizio dell’era cristiana: gli ebrei e i
pagani, i cristiani provenienti dall’ebraismo e quelli provenienti dal
paganesimo.
L’esortazione conclude la riflessione sul tema specifico della lunga
Lettera ai Romani: dal momento che l’uomo è salvato mediante la fede in
Cristo Gesù, non c’è ormai più differenza di gruppi etnici o razziali nella
Chiesa, nella storia e nel mondo, perché tutti sono ugualmente salvati e tutti
devono accogliersi reciprocamente.
Che cosa dice a noi questa esortazione scritta 1900 anni fa? che cosa
dice al nostro mondo, alla nostra situazione storica, civile, sociale, politica?
La risposta non cambia: dice di accoglierci gli uni gli altri, come Cristo
ha accolto noi.
Un tempo si trattava di ebrei e pagani; oggi si tratta di ebrei e non ebrei,
ebrei e arabi, cristiani e musulmani. Tutti siamo stati anzitutto accolti e
amati da Dio. Al di là di tante diversità, c’è un amore di fondo
misericordioso di Dio per gli uni e per gli altri.
Evidentemente per molti c’è un cammino religioso da compiere, c’è una
ricerca più profonda del senso del mistero di Dio, c’è una comprensione del
mistero di Cristo; in primo luogo, però, c’è all’inizio un amore
misericordioso che ci incalza, ci spinge, ci obbliga ad accoglierci, a parlarci,
ad amarci 1.
Adorazione
Che cosa vuole essere l’adorazione eucaristica che talvolta non
comprendiamo bene?
Vuole essere la coltivazione di un atteggiamento stupito di fronte al
Cristo che dà la sua vita per noi, di fronte al suo amore infinito di cui siamo
indegni e che pure ci coglie con infinita misericordia nella nostra povertà.
L’adorazione eucaristica è cultura nel senso più profondo.
Quando si parla di cultura e di ciò che è premessa necessaria della
cultura, si parla di coltivare alcuni atteggiamenti di fondo senza i quali
nessuna cultura è reale e penetrante. L’adorazione è, propriamente,
coltivazione dei sentimenti di umiltà, povertà, riconoscenza e perciò di
eucaristia, di ringraziamento ammirato e pieno di stupore di fronte al dono
di Dio.
Questi sentimenti, coltivati nell’adorazione, ci fanno vivere pienamente
anche la messa e la comunione eucaristica. Allargando il discorso vorrei
dire che l’atteggiamento di adorazione è importante non soltanto perché
l’eucaristia abbia la sua forza in noi, ma pure perché la Parola abbia la sua
forza in noi. La Parola è un dono che comprende l’imprevedibilità
appassionata di Dio e che sempre ci coglie nella nostra sprovvedutezza.
Soltanto così si rivela come parola vivente, che ha da dirci qualcosa di
nuovo che non conosciamo ancora, se ci mettiamo di fronte ad essa in reale
ascolto 2.

Afflizione
Qual è la realtà nascosta nella misteriosa frase di Gesù: «Beati gli afflitti»?
Chi sono questi afflitti? quale situazione interiore determina il loro
atteggiamento?
Ripensiamo al pianto di Gesù sopra la sua città o per l’amico Lazzaro da
poco morto. È un pianto che nasce da un drammatico contrasto interiore.
Chi si esprime con il gesto delle lacrime è uno che vive straziato da un
confronto tra il desiderio e la visione interiore del regno di Dio e della sua
pienezza di vita e di pace, e la visione contrastante di morte che gli sta
intorno. Non si tratta quindi di una semplice emozione negativa per la
privazione di un bene a noi caro: si tratta di un lacerante contrasto tra il
bene sommo di Dio, il dono della sua amicizia e le intollerabili situazioni di
miseria e di morte che nascono dal rifiuto dell’amore di Dio.
L’afflizione proclamata come una beatitudine fluisce da uno sguardo
contemplativo rivolto al mistero infinito di Dio e insieme da una
considerazione piena di amore, di tenerezza e di compassione sulla
condizione umana.
Per questo è un atteggiamento proprio dei santi, di coloro cioè che hanno
guardato con realismo e con amore all’uomo, avendo gli occhi purificati e
resi compassionevoli dalla visione di Dio.
Comprendiamo allora che la santità non è affatto evasione dall’umano,
non è il cullarsi nei sogni.
La santità è la capacità di cogliere, con uno sguardo puro, il dramma
dell’uomo, le sue sofferenze e la contraddizione della sua condizione
storica.
Da un simile sguardo nascono le denunce e le ammonizioni profetiche 3.

Agire
La modalità dell’avere ha certamente elementi positivi; essa svela il
bisogno insito nella persona di espandersi e di disporre di strumenti.
Ma là dove l’avere sembra esprimere tutta la sua forza solo radicandosi
in un «Io» assoluto come l’ultima manifestazione della propria identità,
allora nasce la conclusione: Io sono in quanto ho; ciò che ho – denaro,
prestigio, potere, influenza – è ciò che mi qualifica, che mi fa
semplicemente essere.
Agire è più che acquistare potere, è più che dominare ed è più che
possedere; è scrivere la pagina della propria libertà e della propria dignità
sul terreno duro dei processi storici.
Allora, la vita delle persone, il loro incontro e il loro comunicare si
aprono alla questione dei significati ultimi.
Al di là dell’autonomia e del potere, si fa strada lo spazio della libertà, la
possibilità del riconoscimento dell’altro, del dono di sé. E così, soltanto
così, si supera la cattiva coscienza di un egocentrismo che rimanda sempre
oltre, verso un godimento effimero, verso un tempo libero, concepito come
pura evasione. Tutto ciò tradisce la convinzione che di fatto il tempo del
lavoro e dei processi economici sia un tempo di condizionamenti e di
prigionia.
L’uomo è se stesso solo se può esserlo in ogni momento della sua attività
e in ogni dimensione della sua personalità 4.

Alleanza
L’alleanza dice il legame profondo che univa l’antico Israele con Dio e lo
faceva «suo popolo»; il dono del Cristo sacrificato per noi ha come fine la
creazione del nuovo popolo di Dio.
L’alleanza ricorda l’instancabile amore con cui Dio, fin dalla creazione,
ha trattato l’uomo come un amico, ha promesso una salvezza dopo il
peccato, ha scelto i patriarchi, ha liberato Israele dall’Egitto, l’ha
accompagnato nel cammino attraverso il deserto, l’ha introdotto nella terra
promessa segno dei misteriosi beni futuri, l’ha aperto alla speranza con la
promessa del Messia e dello Spirito.
Nella concezione biblica l’alleanza è dunque il principio che costituisce
e configura tutta la vita del popolo. Accolta mediante il culto e la legge,
essa plasma, momento per momento, tutta l’esistenza. Promessa come
«nuova» alleanza nella predicazione profetica, essa è vista come principio
divino che risiede nelle profondità del cuore e dal di dentro muove, orienta,
influenza tutta la vita 5.

Amore
Che cosa è amore? Chiamo amore quell’esperienza intensa, indimenticabile
e inconfondibile che si può fare soltanto nell’incontro con un’altra persona.
Non c’è quindi amore con una cosa astratta, con una virtù. Non c’è
amore solitario. L’amore suppone sempre un altro e si attua in un incontro
concreto. Per questo l’amore ha bisogno di appuntamenti, di scambi, di
gesti, di parole, di doni che, se sono parziali, sono tuttavia simbolo del dono
pieno di una persona ad un’altra.
Amore è dunque incontrare un’altra persona scambiandosi dei doni, è
esperienza in cui si dà qualcosa di sé e c’è più amore quanto più si dà
qualcosa di sé.
L’amore è un incontro in cui l’altro ci appare importante, in un certo
senso più importante di me: così importante che, al limite, io vorrei che lui
fosse anche con perdita di me. Uno scopre di essere innamorato quando si
accorge che l’altro gli è divenuto, in qualche modo, più importante di se
stesso. Per questo l’amore realizza qualcosa che potremmo chiamare
un’estasi, un uscire da sé, dal proprio tornaconto: una sorta di estasi in cui
io mi sento tanto più vero e tanto più autentico, tanto più genuinamente io
quanto più mi dono, mi spendo e non mi appartengo più in esclusiva 6.

Annuncio
Il primo annuncio, quello da cui è nato tutto il movimento cristiano, è stato
l’annuncio che Gesù di Nazaret, quello che era stato ucciso, era risorto.
Questo fatto è molto importante, perché ci permette di chiarire che il
cristianesimo non ha avuto un’origine di tipo ideologico. Non è nato, per
esempio, dalla predicazione della fratellanza tra gli uomini, o dalla
proclamazione della paternità di Dio (come aveva sostenuto Hamack). Al
suo primo sorgere non si trova né una formula teologica, né un programma
di rinnovamento morale, ma la semplice affermazione che Gesù di Nazaret,
che era stato crocifisso, vive.
Era questa l’impressione che anche un magistrato romano poco
interessato alle questioni religiose, come il procuratore Festo, aveva
ricavato dalle accuse formulate contro l’apostolo Paolo. Esse riguardavano
«Un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita».
In che maniera i primi cristiani annunciavano che Gesù era vivo? quali
erano le formule, le espressioni, il linguaggio?
I primi discepoli si esprimevano realisticamente così: Gesù di Nazaret è
risorto, e noi l’abbiamo visto. Non si trattava dunque né dell’idea di un
Cristo vagamente vivo nella memoria dei discepoli e neppure di una
speranza che permaneva al di là di tutte le sconfitte. Ci troviamo di fronte
alla testimonianza concretissima di un incontro tra persone 7.

Ascolto
«Sedutasi ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.» Sedersi ai piedi di
qualcuno è l’atteggiamento del discepolo rispetto al Maestro. Nel libro degli
Atti degli Apostoli, per esempio, quando Paolo racconta la sua vita, dice:
«Io da giovane sedevo ai piedi di Gamaliele a Gerusalemme», ero suo
discepolo, lui era il mio maestro. È interessante l’atteggiamento di Maria (la
sorella di Marta) perché nel Vangelo vediamo come discepoli soltanto degli
uomini, gli apostoli. Qui viene messa in luce una donna, come discepola
che ascolta le parole del Maestro. Ci viene alla mente un’espressione di
Gesù: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Maria vive la beatitudine evangelica, la beatitudine dell’ascolto della
Parola. È l’immagine perfetta del discepolo, dell’umanità in ascolto della
parola di Dio, ed è immediatamente l’immagine che ci richiama la figura
della perfetta ascoltatrice, Maria madre di Gesù, che dice: «Si faccia di me
secondo la tua parola». E si può dire della sorella di Marta quello che è
scritto di Maria madre di Gesù: «Conservava queste parole meditandole nel
suo cuore».
Maria di Nazaret e Maria di Betania sono il modello dell’ascolto, del
discepolo che interiorizza la Parola, che la sa ricevere, il modello della
contemplazione, l’immagine della Chiesa che ascolta mettendo come
priorità la parola di Dio, l’ascolto del Signore 8.

Attenzione
Attenzione è un atteggiamento vigilante dell’io sugli altri, è una trasparenza
di sguardo, una prontezza a notare segni di sofferenza intorno a sé, a
donarsi.
Attenzione è un trasalire trepido del cuore ogni volta che viene violata la
delicatezza, il rispetto, il riguardo dovuto alle persone. Attenzione è per
esempio, quando si è in auto o in moto, fermarsi prima delle strisce mentre
un pedone deve attraversare e non volteggiargli attorno quasi fosse un
birillo.
Attenzione è evitare di fumare quando ciò dà fastidio agli altri. È saper
prendere la giusta distanza da sé e dagli eventi, per capire ciò che
obiettivamente avviene.
Attenzione è dunque amore vero, delicato, disinteressato, preveniente.
Ancora, attenzione è ciò che prova una madre verso la creatura che si sta
formando in lei; è l’atteggiamento di un padre verso un bambino che gioca
nel cortile accanto; è l’attitudine di un ospite cortese, premuroso ma non
invadente.
L’attenzione è una qualità umana necessaria e previa al cammino
spirituale.
Ognuno troverà certamente, nella sua esperienza, l’aiuto per entrare in
questo stato di grazia dell’esistenza, nel quale possiamo compiere cose
splendide. È lo stato di grazia di cui parla Gesù quando dice: Tu ti stupisci
di queste cose, ma ne vedrai di molto più grandi e ne farai anche di più
grandi 9.

Attesa
Chi, credendo alla promessa di Dio rivelata nella Pasqua, attende il ritorno
del Signore e si sforza di vivere nell’orizzonte della speranza che non
delude, sperimenta la gioia di sapersi amato, avvolto e custodito dalla
Trinità santa. Come le vergini sagge della parabola, egli attende lo Sposo,
alimentando l’olio della speranza e della fede con il cibo solido della
Parola, del pane di vita e dello Spirito Santo che nella Parola e nel pane si
dona a noi.
Vivere la spiritualità dell’attesa è vivere la dimensione contemplativa
nella profonda consapevolezza dell’assoluto primato di Dio sulla vita e
sulla storia. Perciò l’atteggiamento spirituale della vigilanza è un continuo
riferire al Signore che viene la propria vita e la vicenda umana, nella luce
della fede che ci fa camminare da pellegrini verso la patria e ci permette di
orientare a essa ogni nostro atto.
Il totale orientamento del cuore a Dio colma la persona della letizia e
della pace proprie di chi vive le beatitudini. Essa non sperimenta
naturalmente la beatitudine di chi si sente arrivato, bensì quella umile e
fiduciosa di chi, nella povertà e nella sofferenza, nella mitezza e nella sete
di giustizia, nella custodia del cuore e nel costruire rapporti di pace, si sa
sostenuto dall’amore del Signore che è venuto, viene e tornerà nell’ultimo
giorno.
La spiritualità dell’attesa esige quindi povertà di cuore per essere aperti
alle sorprese di Dio, ascolto perseverante della sua parola e del suo silenzio
per lasciarsi guidare da lui, docilità e solidarietà con i compagni di viaggio
e i testimoni della fede che Dio ci affianca nel cammino verso la mèta
promessa 10.

Autenticità
Siamo tutti, sono anch’io con voi, in ricerca della verità, desideriamo la
verità; la cerchiamo, la chiediamo, la vogliamo per ogni momento della
nostra vita. E dovendo tradurre questa ricerca, almeno per me, io la traduco
soprattutto come desiderio di autenticità.
Desidero, davanti al Signore e davanti a tutti voi, e ciascuno di voi
certamente lo desidera come me, di essere autentico. Vorrei cioè che
esistesse una corrispondenza fra i gesti e le parole, una corrispondenza fra
le parole e le azioni, una corrispondenza fra le promesse e gli adempimenti,
una corrispondenza fra ciò che noi per grazia di Dio vogliamo essere e ciò
che cerchiamo di essere e ci sforziamo di essere nella nostra vita quotidiana.
Desideriamo la verità, desideriamo l’autenticità, desideriamo che, nelle
nostre parole, nei nostri gesti e nelle nostre azioni, tutto ciò che diciamo e
che facciamo, corrisponda a ciò che il Signore ci mette dentro. Che non ci
sia uno scarto, una distanza, un divario fra ciò che sentiamo e ciò che
viviamo.
Cerchiamo dunque insieme l’autenticità, la desideriamo, la vogliamo nei
rapporti di amicizia, di fraternità, nei rapporti di ogni giorno fra noi. E
cerchiamo questa verità con delle caratteristiche particolari, che riassumo
con alcune immagini che ricavo dal vangelo di Giovanni.
Cerco, o Signore, una verità che sia sorgiva come l’acqua, che sia
semplice come il pane, che sia chiara come la luce, che sia potente come la
vita
Nasce allora spontanea una preghiera. Chi ci darà quest’acqua sorgiva
che non viene mai meno? chi ci darà il pane semplice del nutrimento
quotidiano, di cui possiamo cibarci ogni giorno e che possiamo spezzare ai
fratelli? chi ci darà questa chiarezza come quella della luce, di fronte alla
quale non chiudiamo gli occhi? e chi ci darà la potenza della vita?
Ed ecco che il Signore ci risponde e ci dice: Io sono l’acqua viva; io
sono il pane della vita; io sono la luce; io sono la risurrezione e la vita. Io
sono l’acqua viva che non viene mai meno e che toglie ogni sete, io sono
l’acqua che zampilla per la vita eterna. Io sono il pane di vita: chi ne
mangia non muore. Io sono la luce che risplende tra le tenebre e che le
tenebre non possono coprire. Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in
me, anche se morto vivrà; e chi vive e crede in me, avrà vita eterna 11.
B come…

Battesimo
Il battesimo segna per ciascuno di noi l’abbraccio del Padre, è segno
efficace delle relazioni vitali che il Padre, il Figlio e lo Spirito allacciano
con noi, ci dona un cuore nuovo, ci rende capaci di obbedienza filiale –
come Gesù – al disegno di amore di Dio.
Il battesimo segna anche per noi l’ingresso nella grande famiglia della
Chiesa, ci abilita a celebrare l’eucaristia, ad ascoltare e a testimoniare la
parola di Gesù, a vivere la carità fraterna, a mettere i nostri doni a servizio
di tutti.
Il battesimo, infine, ci fa diventare segno di speranza per tutta l’umanità,
perché crea in noi un’umanità nuova, libera dal peccato, pronta a entrare nei
vari ambiti della convivenza umana, non con l’egoismo aggressivo di chi
riconduce tutti e tutto a se stesso, ma con la ferma disponibilità di chi,
lasciandosi attrarre da Cristo, è disposto ad aiutare, a collaborare, a servire,
ad amare.
La meditazione sul nostro battesimo è sempre profondamente
consolante.
È una meditazione che rasserena il nostro sguardo sul mondo. Anche se i
problemi che abbiamo davanti sono enormi, il battesimo, fino a che
continua a rivivere in noi e a generare sempre nuovi figli alla Chiesa, ci
riempie di fiducia perché, nei battezzati, Cristo continua a vincere con
l’amore il male che c’è nel mondo 1.

Beatitudini
Prima di delineare l’ideale del discepolo, povero in spirito, afflitto, mite,
affamato di giustizia, le beatitudini esprimono la figura storica di Gesù che
ha insegnato in quale modo ci si rapporta concretamente al Padre e ai
fratelli. Solo se guardiamo a Gesù, le beatitudini rivelano il loro vero senso
e la loro giustificazione, escono da quell’alone di paradossalità per cui noi
le consideriamo come impossibili, come parte di un altro mondo, come
irraggiungibili. Ciò che è impossibile a noi è possibile a Dio e quindi è
possibile all’uomo e alla donna battezzati, chiamati alla santità.
In realtà, le beatitudini sottolineano un unico atteggiamento
fondamentale: riconoscere il primato di Dio nella nostra vita, riconoscere il
primato del Padre e quindi la necessità di affidarsi a lui. «Padre, tutto è nelle
tue mani, tutto affido a te, tutto attendo e spero da te», dicono l’uomo e la
donna delle beatitudini.
In questo modo le beatitudini rappresentano l’atteggiamento di chi, come
Gesù, si fida completamente del Padre e quindi è beato, è felice, perché
nulla gli manca. E se anche deve passare momentaneamente per l’afflizione
o la persecuzione, sa che il Padre sta preparando per lui un tesoro stupendo,
una gioia indicibile e pregusta tale gioia dentro di sé, sentendosi così
realizzato, autentico, completo.
La santità cristiana, descritta dalla figura delle beatitudini, vuol dire
vivere il battesimo immersi nell’amore del Padre, nell’imitazione e nella
grazia del Figlio e nella potenza dello Spirito Santo. A questo siamo
chiamati ogni mattina quando ci svegliamo; a questo siamo chiamati in ogni
momento della nostra giornata; è qualcosa che incombe su di noi come
grazia e come amore del Padre nel sonno della notte, per attenderci come
abbraccio di amore al risveglio del mattino. Tale è la vita dei santi, tale
l’ideale di vita dei cristiani 2.

Benedizione
Il termine “benedizione, benedire” ha una particolare densità nella
spiritualità ebraica. Detta dall’uomo, questa parola significa ammirazione,
lode, ringraziamento. Detta da Dio significa garanzia di beni, promessa di
favori, espressione di benevolenza, impegno di dono. L’importanza che
riveste nella spiritualità ebraica è espressa molto bene da una parabola
rabbinica, quella delle 22 lettere dell’alfabeto. Narra la parabola che quando
Dio stava per creare il mondo con la sua parola, ciascuna delle 22 lettere
dell’alfabeto ebraico pretendeva che il mondo fosse creato a partire da essa,
e ciascuna adduceva le sue ragioni. Il racconto fa così passare una per una
le singole lettere cominciando dall’ultima, la tau (per noi sarebbe la zeta).
Tuttavia le ragioni portate da ciascuna lettera vengono respinte perché ogni
lettera inizia non soltanto parole di bene, ma anche parole cattive.
Dicendolo in italiano, la «z» è la lettera iniziale di zelo, però anche di zuffa;
la «v» è iniziale di valore, ma pure di vendetta; e così via.
Arrivando, all’indietro, alla lettera «b», essa dice: «Signore del mondo,
crea il mondo, ti prego, per mezzo di me, perché tutti gli abitanti del mondo
ti loderanno ogni giorno per mezzo di me, come è detto: Benedetto sia il
Signore ogni giorno per sempre».
Il Signore accolse la richiesta della lettera «b» e infatti la prima parola
della Bibbia è bereshit, che significa «in principio»: «In principio Dio creò
il cielo e la terra». E la lettera «b» è anche iniziale di «benedizione»,
«benedire», «benedetto». Benedetto sii tu, o Signore.
Il primato della benedizione è sottolineato con un altro detto ebraico:
«Chi usa dei beni di questo mondo senza recitare una benedizione, profana
una cosa santa» 3.

Beni
C’è un nesso inscindibile tra i beni presenti e quelli futuri; e i beni presenti
hanno a che fare con la speranza cristiana se sono visti come segno della
benevolenza di Dio per l’uomo e anticipazione di quella benevolenza che
accoglierà l’uomo, corpo e spirito, nella gioia della manifestazione
definitiva del Regno. Benessere, salute, lavoro, ricchezza, gioia di vivere
insieme e di costruire una buona società, sono per il cristiano forme della
promessa di Dio, una promessa che però non si lega a una determinata
realizzazione umana, bensì permane infallibile nel gaudio e nel dolore, nella
luce e nell’oscurità, perché il suo termine ultimo comprende, non vanifica, i
semplici adempimenti temporali trascendendoli.
Dio è colui che promette e mantiene anche quando siamo all’ombra della
croce. Il prezzo della speranza è quindi la decisione dell’uomo di credere
fermamente nella promessa di Dio e la disponibilità a leggere con
gratitudine e stupore nei doni di questo mondo le anticipazioni del dono
divino che attendiamo in pienezza 4.
C come…

Camminare
Al di là dell’origine immediata, il simbolo del camminare ha un significato
vastissimo sia per l’uomo in sé – è un simbolo antropologico primario – sia
perché indica un processo spirituale.
Sant’Ignazio di Loyola, all’inizio dei suoi Esercizi spirituali, dice che
sono un camminare, un correre, un mettersi in cammino: non sono un
sedersi, uno star fermi. Il camminare, dunque, sottolinea il dinamismo della
fede, le sue tappe, i suoi momenti successivi e progressivi insieme.
La storia di ogni uomo può essere colta sotto l’immagine del cammino,
come pure la storia di una Chiesa. Mi viene in mente, al proposito, una
famosa lettera pastorale del cardinal Pellegrino intitolata Camminare
insieme, che voleva esprimere un certo modo di essere della Chiesa dopo il
Concilio Vaticano II.
E poi, naturalmente, c’è tutta la simbologia storico-salvifica: la via di
Dio, «le mie vie non sono le vostre vie». Dio che viene sul cammino
dell’uomo, che si accompagna, che viene incontro all’uomo. È il simbolo
dell’incarnazione in cui Gesù si mette a camminare con noi, è il Dio-con-
noi, con tutte le conseguenze di umanizzazione del divino, di presenza del
divino nella storia.
La Bibbia è ricchissima di immagini del cammino: tra i Salmi – oltre
evidentemente il Salmo 1: «Beato l’uomo che non cammina sulla via dei
peccatori» – c’è il Salmo 118 che descrive l’osservanza della legge come un
cammino: «Mostrami Signore le tue vie… i tuoi cammini… dilata il mio
cuore perché io corra nell’osservanza dei tuoi comandamenti!» 1.
Carità
Lo stile inconfondibile della carità è lo stile che Gesù ha insegnato nella
parabola del buon samaritano: stare davanti a ogni uomo con la stessa
purezza disinteressata e incondizionata dell’amore di Dio; accogliere ogni
uomo semplicemente perché è uomo; diventare prossimo di ogni uomo, al
di là di ogni estraneità culturale, razziale, psichica, religiosa; anticipare i
desideri; scoprire i bisogni sempre nuovi a cui nessuno ha ancora pensato;
dare la preferenza a chi è maggiormente rifiutato; conferire dignità e valore
a chi ha meno titoli e capacità.
Il riconoscimento di ogni uomo come figlio di Dio, inondato dai
misteriosi doni della grazia, permette di accogliere ogni sofferente come un
fratello che dona e riceve, secondo le leggi meravigliose dalla comunione
dei santi.
La comunione in Cristo è l’inatteso, trascendente suggello delle varie
forme di comunicazione umana; è la fonte inesauribile di sempre nuove
forme di comunicazione; è l’esigente paradigma nel quale la comunità
cristiana deve misurare il proprio comportamento verso gli handicappati e i
malati, quanto ai modi di accoglienza, alla catechesi, alla vita liturgica, alla
valorizzazione dei carismi.
La comunione in Cristo è fonte di unità e garanzia di benefica diversità.
In forza di essa «non c’è più giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o
donna, ma un solo uomo in Cristo Gesù»; ma, nel medesimo tempo, «noi
che siamo un corpo solo in Cristo abbiamo carismi diversi, secondo il dono
che ci è stato fatto» 2.

Chiedere
È disagevole insistere, così come è disagevole continuare a chiedere al
Signore. Quando la nostra preghiera è apparentemente inascoltata, ci
immaginiamo che Dio sia un po’ sordo e viviamo l’imbarazzo dell’uomo
che sta fuori nella speranza che l’altro si muova, che gli apra la porta. Più
passa il tempo, più perdiamo la fiducia in Dio.
Ma Gesù ci ripete: continua a chiedere, perché già il chiedere è una
grazia, già il chiedere ti fa figlio, già il chiedere è l’esaudimento, se non
trascuri questa preghiera anche materiale, povera, ripetitiva, diverrai
misteriosamente figlio e riceverai pure il pane per nutrire altri, anche se sei
stanco, arido, povero.
Non si tratta di una preghiera facile, tranquilla, gioiosa, che nutre, ma di
una preghiera sofferta. Tuttavia è attraverso di essa che Dio ci dona il vero
pane, cioè la consapevolezza della nostra condizione filiale, il dono di
vivere abbandonati al Padre, con la certezza che egli non ci lascerà mai soli.
Nasce spontaneo l’interrogativo: come mai Dio ha bisogno della nostra
insistenza? non sa forse prima di noi, ciò di cui abbiamo bisogno?
In realtà siamo noi che, pregando con insistenza, ci purifichiamo e,
passando per l’umiltà di riconoscere che non sappiamo pregare, diventiamo
figli 3.

Chiesa
La rete di Simon Pietro, la Chiesa di Pietro, non è una rete fatta per un
piccolo gruppo, per una élite spirituale di uomini; è la rete per una Chiesa
popolare, universale, capace di abbracciare tutte le genti e tutte le categorie
di persone.
Tale insegnamento è sempre stato molto necessario nella storia della
Chiesa. Trovandosi di fronte alla sublimità dei precetti evangelici, non
pochi cristiani sono stati tentati di ricostruire una Chiesa di piccoli gruppi,
di élites, di uomini e donne molto scelti, quasi una Chiesa che si
distinguesse dalla massa per una particolare santità, illuminazione sui
misteri di Dio, altezza di vita.
Si tratta di un desiderio che ha dietro di sé anche una sincera buona
volontà di esprimere l’altezza della Chiesa di Cristo.
Tuttavia, nell’immagine della rete, noi ci accorgiamo che viene proposta
non semplicemente un Chiesa di élite, ma una Chiesa che senza nulla
togliere alle esigenze dei doni del Vangelo, è aperta agli umili, ai piccoli, ai
semplici, ai poveri, ai malati, a coloro che non contano, a coloro che in
qualunque maniera possono accendere la fiammella della fede e aprirsi al
lumicino della carità.
Una Chiesa, quindi, che richiede nei suoi pastori, nei suoi responsabili,
un grande cuore, una grande comprensione, una capacità di misericordia,
uno sguardo lungimirante per proporre un cammino educativo capace di
aiutare tutti, compresi i più deboli e i più sprovveduti, a compiere dei passi
sinceri verso questa rete, verso questa pienezza della rete di Pietro 4.

Città
La città è, come tale, un luogo di salvezza? La domanda si potrebbe anche
esprimere così: è Ninive che va evangelizzata oppure sono i niniviti? Il
libro di Giona considera questi due termini come intercambiabili: «Va’ a
Ninive, la grande città, e annunzia loro»; «Giona si alzò e andò a Ninive… i
cittadini di Ninive credettero a Dio». «Io non dovrei aver pietà di Ninive,
quella grande città nella quale sono più di centoventimila persone?»
Dunque anche una grande città può avere una sua rilevanza teologica, è
vista come una realtà unitaria da Dio: «Le città hanno una loro vita e un
loro essere autonomo, misterioso e profondo: esse hanno un loro volto
caratteristico, per così dire una loro anima e un loro destino: esse non sono
occasionali mucchi di pietre, ma sono misteriose abitazioni di uomini e,
vorrei dire di più, in un certo modo le misteriose abitazioni di Dio: gloria
Domini in te videbitur».
Non possiamo infatti dimenticare che la città sorge per meglio integrare
le persone, per far sì che le loro capacità siano meglio espresse, si intreccino
con quelle degli altri, i loro bisogni trovino migliore e più rapida risposta.
La città è dunque un fatto umano, un fatto organizzativo che nasce
dall’intelligenza e dalla volontà di ricerca di un bene comune. Essa è quindi
un fatto morale, che può e deve essere illuminato dal Vangelo, sostenuto
dalla grazia, animato dalla speranza della venuta del Regno 5.

Compassione
L’atteggiamento interiore di pace fiorisce nella compassione. A questo
termine noi diamo diversi significati; nella tradizione classica, ripresa dal
buddhismo, significa tenerezza e apertura verso tutte le creature. Da una
pace interiore nasce quella delicatezza, attenzione, disponibilità – verso
ogni forma vivente – che diventa una ragione di vita, diventa costume
acquisito. È un costume di rispetto, di cortesia, di ascolto.
La compassione ha una radice profonda metafisica e religiosa, non è solo
un volontarismo (vogliamo essere così). Tale radice, che gli indù esprimono
a loro modo, è l’unità del tutto e la presenza di Dio in tutto.
Cristianamente possiamo esprimerle più incisivamente mediante la
centralità del Cristo che attira a sé e fa sue in un dialogo di alleanza tutte le
creature, tutti gli uomini e le donne di questo mondo.
Non è semplicemente una fraternità per somiglianza, bensì una fraternità
di solidarietà, di comunione antologica più forte della comunione fisica. La
comunione antologica esistente tra noi in Cristo è infatti più forte della
comunione fisica; e quando viene integrata nella persona, si riflette in
atteggiamenti di rispetto, di amore che giunge fino al perdono. Perciò la
solidarietà cristiana, il senso di essere tutti in comunione nel corpo di
Cristo, è la radice ultima, teologica, di questo agire 6.

Comunicazione
Non c’è vera comunicazione interpersonale al di fuori di quella realtà dalla
quale, nella quale e per la quale l’uomo e la donna sono creati, cioè il
mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, il loro reciproco amore,
il loro ininterrotto dialogo. Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza,
e ogni creatura umana porta in sé l’impronta della Trinità che l’ha creata.
Tale impronta si manifesta anche nella capacità e nel bisogno di mettersi in
relazione con altri comunicando. Il racconto della discesa dello Spirito
Santo sugli apostoli e della conseguente loro capacità di esprimersi e di
farsi capire in tutte le lingue, superando così la confusione linguistica di
Babele, è una delle icone più efficaci del dono del comunicare che Dio
elargisce al suo popolo. E il dono dello Spirito Santo a Pentecoste suscita
quindi una straordinaria capacità comunicativa, riapre i canali di
comunicazione interrotti a Babele e ristabilisce la possibilità di un rapporto
semplice e autentico tra gli uomini nel nome di Cristo Gesù.
La comunicazione di Dio, che si attua nell’alleanza, suscita un popolo;
esso è il risultato di tale azione divina. Da ciò appare che i raggruppamenti
umani avvolti dal flusso comunicativo divino (famiglia, comunità, popolo,
comunità dei popoli, Chiesa) sono luoghi del comunicare umano
primordiale e sono garantiti e sostenuti dalla grazia del mistero di Dio, che
li muove a essere canali di comunicazione autentica tra gli uomini 7.

Comunione
La comunione è dono. Essa non si fonda sui nostri sforzi di collaborazione
pastorale e nemmeno sul sincero desiderio di amicizia. Queste cose sono
importanti, e dobbiamo sempre riproporcele. Ma la comunione di cui
parlano gli Atti degli Apostoli e la Prima lettera di san Giovanni, quello
stare insieme così caratteristico della primitiva comunità è dono di Dio, è il
nuovo modo di essere che ci viene dall’alto. È la partecipazione che Dio ci
dà del suo misterioso «essere insieme» nella Trinità. È la partecipazione,
per grazia, dell’essere insieme che lega Gesù ai suoi discepoli, chiamati
“per stare con lui”.
Questo dono si fonda prima di tutto sulla grazia battesimale. Il battesimo
ci fa «essere insieme», nella Chiesa sparsa in tutto il mondo, con il papa e
con i vescovi suoi fratelli, con tutti i battezzati, con tutti coloro che Dio
chiamerà. Alla Chiesa Dio fa dono della sua comunione di vita trinitaria e
nella Chiesa ciascuno fa esperienza di comunione.
La comunione fraterna è frutto delle domande «venga il tuo Regno»,
«dacci oggi il nostro pane quotidiano», «rimetti a noi i nostri debiti come
noi li rimettiamo ai nostri debitori» 8.

Comunità cristiana
È vero che come corpo di Cristo, come comunità cristiana noi siamo
piccolo gregge, granello di senape, pugno di lievito rispetto all’immensa
incredulità del mondo e alla strapotenza delle passioni mondane asservite a
interessi diversi da quelli dell’evangelo. L’importante però è non perdersi in
confronti o paragoni, ma proclamare: Signore, tu regni in noi, noi siamo il
tuo corpo, tu vivi attraverso le giunture e le diverse realtà che lo
costituiscono. E la contemplazione di questa pienezza di Dio in noi ci dà
forza e serenità per compiere il nostro cammino ed essere strumenti
dell’evangelo dove e come Dio ci chiede di essere.
Questa realtà viva del corpo di Cristo è rivelatrice del mistero di Dio.
Noi siamo il prolungamento nel tempo della missione del Figlio, la
manifestazione dell’amore con cui il Padre ama il Figlio e il Figlio ama il
Padre. Si compiono in mezzo a noi e attraverso noi delle cose di cui
possiamo appena balbettare il significato, perché superano infinitamente la
nostra intelligenza: possiamo solo intuirne il valore limite che dà valore a
ogni altra cosa sulla terra, il valore supremo ed assoluto che dà il senso
all’esistenza di ogni uomo. È il mistero trinitario del Padre che ama il
Figlio, del Figlio che ama il Padre con quell’amore perfetto e personale che
è lo Spirito Santo.
Poveri e limitati come siamo, possiamo mostrare nella nostra vita
«l’infinita potenza dello Spirito Santo mirabilmente operante nella Chiesa».
Amati da Dio, da lui graziati e perdonati, noi camminiamo insieme,
accogliendoci e perdonandoci: così riveliamo al mondo l’amore di Dio 9.

Consigliare
Il consigliare non è un atto puramente intellettuale; è un atto misericordioso
che tenta di guardare con amore l’estrema complessità delle situazioni
umane concrete.
Dobbiamo certamente affermare l’esigenza evangelica, che però, se è
tale, è sempre compassionevole, incoraggiante, buona, umile, umana,
filantropica, paziente.
Questa caratteristica del consigliare non la troviamo così di frequente
nella Chiesa. Talora, al contrario, conosciamo forme di consigliare, o anche
di decidere, che mancano del tocco di umanità tipico di Gesù. Gesù sapeva
adattarsi con amore alle situazioni, sapeva cogliere il momento giusto.
Se nel consigliare c’è l’attitudine misericordiosa, si evitano i tanti
pseudoconflitti, perché a nulla vale il manto della giustizia se non è
accompagnato dalla virtù della prudenza.
Il consigliere nella comunità deve avere un grande senso del consiglio
come dono. Essendo dono, va richiesto nella preghiera e non si può
presumere di averlo. Essendo dono, dobbiamo avvicinarci ad esso con
distacco, dal momento che non viene da noi ma ci viene dato.
Il consiglio non è un’arma di cui posso servirmi per mettere al muro
altri; è un dono a servizio della comunità, è la misericordia dell’agire di Dio
in me. Passa, è vero, per la mia razionalità – la prudenza è razionalità
dell’agire –, però passa attraverso la mozione amorosa, rugiadosa, dello
Spirito Santo, producendo sensibilità, fiducia, carità 10.

Conversione
Ci chiediamo che cosa comporti il cambiare vita, la conversione – in greco
metànoia –, il mutamento di mentalità o di orizzonte.
Sinteticamente, credo si possa rispondere che comporta tre aspetti, tre
realtà: una conversione religiosa, una conversione etica, una conversione
intellettuale.

1. La conversione religiosa è la decisione di mettere Dio sopra tutto.


Non significa diventare subito santi, ma indica la decisione radicale di
mettere Dio sopra tutto e di sottomettersi a lui. Si tratta di un cambio di
orizzonti fondamentale, importantissimo. La mia vita fa i conti con il
primato di Dio e da lui dipendo nel bene e nel male, nella malattia, nella
morte.

2. La conversione religiosa si esplicita, si collega intrinsecamente con


una conversione etica, cioè con la opzione di non servire agli idoli, di non
essere schiavi di idoli antichi o pagani oppure di idoli permanenti, come
sono il denaro, il piacere, il successo, il potere. La conversione morale è
quella, in altre parole, di subordinare l’interesse immediato alla giustizia.
Tale conversione è dono, non frutto unicamente del mio sforzo, è dono di
Dio, è lo Spirito Santo in noi, è Cristo vivente in noi. La decisione è quindi
di accettare di sottomettersi alla guida dello Spirito Santo, di vivere una vita
secondo lo Spirito.
L’uomo veramente convertito a livello religioso e a livello morale è
l’uomo delle beatitudini. Dove non vanno tenute presenti soltanto le nove
beatitudini di Matteo, ma pure quella dell’ascolto e della pratica della
Parola, quella della fede, e la beatitudine di Atti 20, 35: «È più bello, dà più
gioia il dare che il ricevere».
Dodici beatitudini – se ne potrebbero citare anche altre – che formano
una unità, che si condizionano reciprocamente, che ci danno il quadro
dell’uomo che ha accettato il cammino di conversione.

3. La conversione intellettuale non è direttamente presa in


considerazione dalle Scritture, perché è un atteggiamento in qualche
maniera previo.
È la saggezza umana che giunge a comprendere come l’uomo non possa
vivere di apparenze immediate ma deve avere la forza di ragionare secondo
la ricerca dell’evidenza intrinseca e delle ragioni profonde del vero e del
falso 11.

Coraggio
Coltivate nella vostra vita la virtù del coraggio. Non solo il coraggio di
interrogarvi sulle realtà profonde dell’uomo, ma quello di disporre la vostra
libertà a costruire cammini fondati sulla verità, sulla giustizia, sullo studio
serio e competente, sull’amicizia fedele e rispettosa.
La rinuncia alla possessività di ogni genere, alla cupidigia degli occhi e
dei sensi, alla pretesa dei primi posti, diventi risposta generosa all’amore di
Dio, alla proposta di Dio, alla sua Parola, alle necessità del fratello, alle
invocazioni di aiuto che si elevano intorno a noi e anche vicino a noi da
parte di molti uomini e di popoli interi.
Il coraggio apra il cuore a comprendere che vivere non significa
semplicemente «andare», significa accettare di «essere chiamato e
mandato»; non significa rispondere alla domanda «che cosa mi soddisfa»,
ma amare e scegliere ciò che è gradito a Dio, ciò che è buono, giusto,
vero 12.

Correzione
Educare non vuol dire accontentare sempre. Bisogna avere il coraggio di
fare affrontare delle sofferenze a chi viene educato.
Educare non vuol dire approvare sempre, dissimulare lo scontento,
incoraggiare soltanto. Bisogna avere il coraggio della verità, pur rispettando
la gradualità.
Un’educazione realistica della persona umana esige anche l’intervento
correttivo, proprio perché nessun uomo nasce perfetto. Tutti siamo un po’
egoisti e avidi fin dalla nascita. Il terreno deve essere dissodato e lavorato,
l’amministratore controllato e corretto.
Educare significa talora anche «contrariare». Permettere, o peggio,
favorire la crescita incontrastata degli istinti negativi della persona, non
frenare i capricci, l’aggressività distruttiva e i vizi che la disumanizzano,
non correggerne i difetti e le pulsioni egoistiche significa rinunciare alla sua
educazione.
Occorre trovare il modo giusto, ma non rinunciare alla correzione.
La verità che non viene dall’amore non educa, ma esaspera. Solo da un
grande amore paterno e materno nasce anche la saggezza di rimproverare
nei tempi e nei modi debiti.
Correggere non è soltanto dire «hai sbagliato» ma mostrare le ragioni
(«confutare», «convincere»). Ciò nasce da un amore intelligente che pensa
e riflette prima di rimproverare, che ha sempre in mente il fine da
raggiungere, che ricorre alla discrezione del dialogo a tu per tu prima di
interventi in pubblico 13.
Corruzione
Il profeta Amos dice che il sole si oscura a mezzogiorno per i traffici illeciti
del paese.
La corruzione sociale rende buia la terra, come al momento della morte
di Cristo.
Questa corruzione ammorba l’aria e fa da schermo al sole anche nella
nostra città.
Quante situazioni da cui dobbiamo difenderci!
Quante forme che rodono come parassiti il tessuto sociale e spesso si
impinguano della sua degradazione! Vi è il cancro della droga penso alle
desolazioni che la presenza di un tossicodipendente causa nelle famiglie,
penso al lento spegnimento dei sentimenti e della vita che la droga produce
nelle sue vittime. E, con ancora più sdegno e dolore, penso a tutti coloro che
sulla droga speculano e da essa traggono guadagni immensi, superiori a
quelli di ogni più grande impresa produttiva, a tutti coloro che
nell’immenso mercato capillare spacciano, inducono, sollecitano con
incredibile cinismo a questo consegnarsi ad un modo di vita non più umano.
Risuona la parola di Gesù: «Sarebbe meglio che non fossero mai nati».
Quale vergogna sentir dire che questa attività è forse una delle più grandi
attività commerciali delle nostre regioni!
Ci sono i «padrini della pornografia» che traggono guadagni immensi da
uno squallido commercio, che speculano sulla volgarità.
E che dire di quelle forme di corruzione che si coalizzano in società a
delinquere, per rapine o sequestri di persone, estorsioni, ricatti, e che talora
si avvalgono anche di una preoccupante omertà?
Non dobbiamo pensare di essere indenni da questi mali che, come le
antiche pesti, cercano per prima cosa di occultarsi e di far negare la loro
esistenza.
Vi è infine la corruzione bianca, quella che si insinua nella gestione
sconsiderata del denaro altrui, nelle scorrettezze amministrative di ogni
genere, nella facilità allo sperpero e allo spreco dei beni che sono di tutti,
nelle diverse forme di corruzione politica, di favoritismi o di clientele, di
distribuzione ingiusta di situazioni di privilegio, di evasione di gravi doveri
civici 14.
Coscienza
La piccola e misteriosa parola «coscienza» è emersa gradualmente nella
storia dell’umanità. È sorprendente, per esempio, che l’Antico Testamento
non abbia un termine preciso per dire ciò che noi chiamiamo «coscienza»
ma indica tale realtà, da sempre conosciuta, con una parola che colpisce
maggiormente l’immaginazione, cioè con «cuore». Di fatto anche noi,
quando diciamo «la mia coscienza» mettiamo istintivamente la mano sul
cuore. Evidentemente intendiamo esprimere qualcosa che sta dentro di noi,
che è inalienabile, preziosissimo, a cui non rinunceremmo per nessun bene
al mondo.
La coscienza non è data, non è costruita una volta per tutte, quasi fosse
una specie di pietra preziosa che teniamo nel cuore e di cui è sufficiente
cogliere i riflessi. La coscienza ha un divenire storico nei singoli e
nell’umanità. Essa comincia a formarsi fin dalla più tenera età, tra le braccia
del papà e della mamma, comincia a formarsi nella scuola, nell’oratorio;
sono i genitori e gli educatori a formare la coscienza.
Non possiamo affidarci alla coscienza come a un dato caduto dal cielo,
perché ha una storia che è fatta di responsabilità educative. Essa è la nostra
ragionevolezza, la nostra consapevolezza del bene e del male, che si educa
via via nelle esperienze buone e positive, che si diseduca ogni volta che la
calpestiamo o che facciamo volontariamente esperienze negative e
fuorvianti.
La coscienza cresce, diventa limpida, fino alla parola di Gesù: «Beati i
puri di cuore perché vedranno Dio». Ma possiamo accecarla o soffocarla,
fino a meritarci l’ammonizione di Gesù: «Guai a voi, ciechi e guide di
ciechi!» 15.

Coscienza collettiva
Nessuna serie di interventi «oggettivi» sulle strutture sociali e politiche per
impedire loro di prevaricare può approdare a risultati significativi se non è
sostenuta e accompagnata da un incremento «soggettivo», nella coscienza
collettiva, di una crescente sensibilità morale. Gli inglesi forse parlerebbero,
più genericamente, di «loyalty», di percezione e adesione alle esigenze del
vivere comune, alle esigenze della giustizia.
La coscienza collettiva – che è la risultante dei vissuti individuali –
costituisce il fondamento che regge l’edificio strutturale e ne assicura il
funzionamento.
Ciò vale soprattutto per le forme democratiche di organizzazione, capaci
certamente di garantire una convivenza più giusta che resista alle
prevaricazioni del potere, purché possano fare affidamento su un corpo
politico il cui livello culturale sia sufficientemente, maturo: in cui, cioè, sia
mediamente radicato l’apprezzamento dei diritti scaturenti dall’uguale
dignità di ogni essere umano.
Di qui l’importanza decisiva del momento educativo o più in genere di
promozione culturale. Particolarmente impegnata è allora la responsabilità
di chi, per la posizione che occupa e per la funzione che svolge, influisce
sulla formazione del costume, della mentalità, della sensibilità morale delle
persone. Campo in cui ognuno, sia pure in misura diversa, è chiamato in
causa, se non altro perché è anche educatore di se stesso 16.

Cosmo
Il primo tempio è il tempio cosmico, costituito dall’universo intero:
«Quanto è grande la casa di Dio! Quanto è vasto il luogo del suo dominio».
Il profeta Baruc ci ricorda che Dio si rivela già nell’architettura mirabile
dell’universo. In tale cornice si svolge una liturgia alla quale sono convocati
cielo e terra. «Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; egli le
chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per colui che le ha
create.» Nello spazio cosmico dell’universo senza fine si svolge dunque una
sorta di sacra convocazione (Chiesa significa, appunto, «Convocazione») in
cui Dio chiama all’essere e alla lode le stelle, la luce, gli esseri viventi di
ogni specie.
A noi viene dunque detto che, per quanto vasto, spazioso, immenso sia
lo splendido edificio che contempliamo, esso non è che una particella di un
universo di cui gli scienziati non sanno vedere il limite. Come insegna
Baruc: «È grande e non ha fine, è alto e non ha misura». Siamo dunque i
piccoli abitatori di un punto del pianeta Terra, che a sua volta è un atomo
rispetto a sconfinati orizzonti, tutti di carattere sacro e aventi la capacità di
cantare, a loro modo, le lodi del Dio creatore 17.

Creazione
Il primo capitolo della Genesi ci racconta, secondo un quadro immaginifico,
come tutto il cielo e la terra e quanto si trova in essi ha avuto origine da
Dio, in una successione ideale di una settimana di tempo. Il testo, spiegando
che tutto ciò che esiste viene da Dio, che nulla è uguale a Dio e che tutto è
sottomesso a lui, esprime anche la grande intenzione di Dio fin dall’inizio,
cioè non soltanto di creare il mondo e le cose bensì di sancire con l’umanità
una alleanza eterna e definitiva per la quale Dio e l’uomo avrebbero fatto
come una cosa sola.
Tale alleanza viene sancita definitivamente nella risurrezione di Gesù,
nella quale umanità e divinità vivono unite per sempre nella gloria, perché
nell’umanità di Gesù tutti gli uomini sono chiamati a partecipare della vita
divina.
Il brano della Genesi esprime la consapevolezza che l’alleanza di Dio ha
avuto inizio dal primissimo istante in cui c’è stato il mondo e l’uomo.
Tutto il creato è opera del Dio dell’alleanza e, al vertice del creato, c’è
l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, capace cioè di entrare in
dialogo con lui, di costituire il suo partner, l’altro contraente del patto.
Il Nuovo Testamento ha riletto la prima pagina della Genesi alla luce
dell’alleanza definitiva e ce l’ha richiamata tante volte. San Giovanni, ad
esempio, ci dice che tutto è stato creato per mezzo del Verbo, che il Verbo è
la vita e la luce del mondo. La creazione è avvenuta avendo come
riferimento fondamentale il Verbo che si fa carne, Gesù; «tutto è stato fatto
per mezzo di lui e in vista di lui», tutto ha senso soltanto per lui 18.

Credere
Gesù vuole entrare nelle nostre case per aiutarci a capire i nostri problemi
ma noi non lo accogliamo perché non abbiamo fatto ancora il passo dalla
simpatia umana per lui al contatto immediato con la sua persona. Come
superare le diffidenze che ci impediscono il colloquio personale con Gesù
Figlio di Dio, come giungere a un rapporto che a poco a poco cambierà la
nostra esistenza? Senza un rapporto vero con lui, difficilmente spezzeremo
il diaframma che c’è tra noi e gli altri e che ci blocca nella comunicazione e
nella condivisione.
Il passaggio dalla conoscenza storica di Gesù all’incontro immediato con
lui si chiama: credere. Credere vuol dire fare questo salto, andare al di là del
diaframma, superare questa barriera. Io, però, non so dirvi come avviene
questo passaggio perché nessuno può farlo per noi: ciascuno deve farlo per
se stesso ed è dono della grazia. È Dio solo che ci attrae, che ci fa compiere
il passo fondamentale per l’esistenza umana. E se non riusciamo a cogliere
in tutto il suo significato esistenziale la parola «credere», possiamo parlare
di affidarsi: fidarsi di Dio che si è manifestato così in Gesù, affidarsi a lui 19.

Cristiano
Mi sembra interessante domandarci: chi è il cristiano comune? qual è la
reale funzione che ha nella Chiesa?
Il problema non è da poco. Naturalmente, per cristiano comune non
intendo il “mediocre”, che evidentemente si sconfessa da solo, ma colui
che, per la fede e per il battesimo, porta su di sé la responsabilità del
sacerdozio di Cristo, senza che gli venga definita nel quadro di una
particolare istituzione ecclesiastica sia di tipo sacramentale sia di tipo
canonico o di carattere pastorale o organizzativo.
Si potrebbe dire che si tratta di una categoria un po’ astratta dal
momento che il cristiano comune, se non è mediocre, tende a rendersi
disponibile per servizi riconosciuti, in forza della carità. Tuttavia ritengo
utile chiedersi quale sia il suo statuto qualora, per un qualsiasi motivo
(malattia, situazione sociale o culturale disagiata, persecuzioni ecc.) non
possa essere considerato ufficialmente di posizione rilevante.
Credo che il cristiano comune sia il cristiano descritto nella Lettera di
Pietro e nella Lettera ai Romani di Paolo: il suo accostamento a Dio e il
servizio che rende ai fratelli non consiste in un potere sacro, ma vive il
battesimo nelle situazioni quotidiane in obbedienza al Padre, nel nome di
Cristo, animato dallo Spirito Santo.
Tutto ciò che compie (escluso il peccato) è culto e sacrificio della
Chiesa, oblazione offerta a Dio, per il bene degli uomini e a Dio gradita 20.

Croce
Per i pagani e i greci, la croce dava in genere la misura della stoltezza, della
incomprensibilità della pretesa di Cristo di essere Messia, di essere uomo di
Dio. Le qualità del Crocifisso non possono, agli occhi di pagani e greci,
essere in alcun modo le qualità di Dio. Il Crocifisso non ha nulla della
forza, potenza, superiorità che sembrano caratteristiche della divinità: dà,
piuttosto, dimostrazione di remissività, di inferiorità, di debolezza. Non si
vede nel Crocifisso né un Dio né un eroe e il suo stile di morte, anzi, non è
neppure paragonabile a quello di un saggio, come Socrate che muore nella
calma e nella nobiltà della sua decisione.
Qui ci sono sussulti drammatici, sangue, oscurità, crudeltà.
Appare tanto meno divina la morte in croce di Cristo, quanto più si ha
del divino un’idea sublime: Dio come qualcuno incapace di partecipare al
mondo, incapace di patire misericordia per quanti stanno sotto di lui. Vi è
dunque nella croce una formidabile messa in crisi dei modelli di valore
secondo cui vengono concepiti sia il divino sia anche l’umano. Messa in
crisi che si scioglie soltanto quando, alla luce della risurrezione di Cristo,
noi abbiamo il coraggio di guardare con la fede il crocifisso Gesù di
Nazaret e di vedere che proprio lì, in quella croce, egli è per noi potenza e
sapienza di Dio, giustizia, santificazione e redenzione. Nella croce e dalla
croce Gesù rivela il Padre 21.

Culto spirituale
«Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri
corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; questo è il vostro culto
spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma
trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di
Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».
Il corpo è il luogo, lo strumento degli incontri e delle relazioni del nostro
io più profondo.
L’offerta di questo corpo consiste, secondo Paolo, nel non conformarsi a
questo secolo, nel lasciarsi trasformare con il rinnovamento della mente per
discernere quale sia la volontà di Dio, ciò che è buono, perfetto, a Dio
gradito.
Non si tratta però della semplice offerta che un cristiano può fare ogni
mattina a Dio («ti offro la mia giornata!»). Si tratta piuttosto di sapere dire,
dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, di «no» all’eone presente,
con le sue pretese idolatriche e mondane. Il coltello che opererà un tale
sacrificio spirituale sarà il discernimento per capire qual è la volontà di Dio,
ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
E ancora. Per essere nella volontà di Dio, non è sufficiente conoscere la
legge e applicarla, ma occorre saper prendere decisioni giuste: «cercate di
capire che cosa vuole Dio da voi»; «che il vostro amore aumenti sempre più
in conoscenza e in sensibilità, in modo che sappiate prendere decisioni
giuste».
Noi viviamo «il culto spirituale» vivendo responsabilmente tutta la
nostra esistenza quotidiana, vivendola in conformità con la coscienza di
Cristo Gesù, obbedienti a lui così come egli ha obbedito al Padre, cercando
ciò che a Dio piace e non accontentandoci dell’applicazione materiale della
legge. Il culto vero possiamo renderlo solo entrando nel culto reso a Dio dal
Figlio 22.

Cultura
Che cosa è la cultura? Essa anzitutto è un insieme di tradizioni, di modi di
parlare e di pensare, di condizioni ambientali e sociali, nelle quali noi
viviamo. Imparando e assimilando queste cose noi giungiamo ad
appartenere consapevolmente e attivamente alla nostra società, ci
«socializziamo». Però, per ottenere questo scopo, la cultura non deve
scavalcare le persone stesse. Deve piuttosto stimolare l’intelligenza e
rispettare e promuovere la libertà. La cultura deve tendere a formare delle
persone capaci di riflessioni e giudizio autonomo.
Una cultura autentica non appiattisce le persone nella società, ma aiuta
ogni persona a inserirsi in essa con le proprie risorse originali, capaci di
criticare, migliorare, far progredire la cultura e la società stessa.
Questo modo dinamico e creativo d’intendere e gestire la cultura
dovrebbe caratterizzare tutti e singoli i rapporti della società con le singole
persone. Mi pare, però, che sia proprio la scuola il luogo più tipico in cui
ciò avviene. Nella scuola l’alunno apprende la cultura e diventa colto.
Attraverso l’istruzione, cioè mediante l’apprendimento ragionato e critico
dei fatti che compongono la sua cultura, l’alunno viene progressivamente
introdotto a capire il significato dei fatti e quindi riceve una luce preziosa
per coltivare la propria intelligenza e orientare la propria libertà, così da
poter fare delle scelte libere e creative anche in condizioni di mutazione e
trapasso culturale 23.

Cuore
Come possiamo sapere che la nostra carità non è una maschera, ma
l’espressione dell’apertura del cuore? Ecco allora i sette imperativi che
indicano l’apertura del cuore.

– «Fuggite il male con orrore»; per esempio, l’orrore di questi giorni, il


disgusto dell’opinione pubblica per gli scandali politici e amministrativi, è
un fatto positivo. È un moto giusto di carità aborrire le trame inique, le
associazioni perverse.

– «Attaccatevi al bene», aderite a esso come una specie di fusione


amorosa; siate una sola cosa con il bene, non lasciatevene staccare per
paura o per omertà.
– «Amatevi cordialmente, con amore di fratelli», come membri di una
sola famiglia.

– «Gareggiate nello stimarvi.» L’esortazione sembra ovvia, ma non è


così facile applicarla davvero, cioè aprire il cuore, e dire all’altro: tu vali più
di me e io ne sono contento.

– «Non siate pigri nello zelo.» Lo zelo è qui l’interessamento sollecito


per qualcuno, il prendersi cura dell’altro: ho a cuore, non sbarco, non metto
da parte. Questo impegno a prendersi cura dell’altro oppure a compiere ciò
che ci è stato affidato, viene specificato dall’imperativo seguente.

– «Siate ferventi», bollenti nello spirito, non siate tiepidi, pigri, annoiati,
come chi non trova mai il tempo per impegnarsi e sa sempre accampare
delle scuse. Siate ardenti, andate contro ogni forma di stagnazione, di
ristagno spirituale.

– «Il settimo imperativo, che conclude questa serie, è quello decisivo:


«Servite il Signore». Cioè a dire: Paolo non sta dando dei buoni consigli per
regolare rapporti puramente orizzontali, ma vuole che leggiamo in ogni
atteggiamento colui che vi sta dietro, Gesù. Gesù che ci ripete: «Lo avete
fatto a me»; per me attàccati al bene, per me gareggia nello stimare l’altro,
per me tirati fuori da quello stato di torpore, di indolenza, che ti fa tanto
male 24.
D come…

Deserto
Essere Chiesa nel deserto significa anzitutto che la Chiesa cerca il deserto e
di esso si nutre. Se avessimo tempo di esplorare queste valli, scopriremmo
numerose grotte di eremi; numerose abitazioni di monaci che lungo i secoli
hanno vissuto qui. Da tutta la cristianità migliaia e migliaia di persone sono
venute nel deserto per nutrirsi di Dio e per nutrire la loro Chiesa.
E ancora oggi la vita monastica continua in questo deserto, in quello del
Sinai, nei deserti di Egitto e nelle regioni del monte Athos; ogni monastero
intende riprendere l’esperienza della Chiesa nel deserto. Anche ciascuno di
noi è chiamato a nutrirsi di momenti di deserto nella propria vita.
Essere Chiesa nel deserto significa inoltre prendersi cura di quanti, nel
deserto della nostra società, giacciono ai lati della strada come poveri,
emarginati, esclusi, sofferenti, dimenticati.
Essere nel deserto vuol dire accorgersi di chi, ai lati della strada, è più
disperato di noi, più solo di noi; vuol dire vivere la prossimità. Nel deserto,
infatti, la prossimità è come più immediata, perché si comprende il bisogno
di chi è più solo di noi. Dunque, Chiesa che si fa prossimo.
Infine, essere Chiesa nel deserto significa affrontare anche la
persecuzione, la critica, il non successo, il non potere, la debolezza. La
Chiesa vive la sua tentazione di solitudine, di povertà, nel deserto della vita,
con la fiducia nel pastore che non permette che le pecore si disperdano e
muoiano di fame.
La Chiesa vive nel deserto con la fiducia totale nel suo pastore Gesù che
la conduce nei deserti della modernità 1.
Diavolo
Etimologicamente diavolo vuoi dire divisione, colui che divide, che mette
divisione; di conseguenza, il termine passa a significare accusatore,
calunniatore, maldicente. Viene impiegato nella Bibbia per designare ogni
avversario del regno di Dio, a partire dal primo avversario, e indica
l’atteggiamento di tutto ciò che è nemico del vero e dell’uomo.
L’avversario esprime la sua inimicizia nel gettare semi di divisione con
false accuse e calunnie; e possiamo allora cogliere con molta evidenza
come questa forza di divisione mediante accuse, calunnie, false
interpretazioni, malintesi gonfiati, sia continuamente all’opera nella
comunità umana e nella comunità cristiana. Pensiamo a quante divisioni, a
quanti malumori ci sono nella comunità, e a quanto male fanno,
assecondando così il gioco del nemico di Dio!
Se poi ci interroghiamo a livello di persona singola, possiamo cogliere,
nella storia di ciascuno di noi, che nemica del regno di Dio è ogni realtà che
tende a produrre divisione all’interno dell’uomo. Tutto ciò che
interiormente ci divide, per esempio con false autoaccuse, con rimorsi, con
calunnie sul conto di Dio, suggerendoci l’idea che forse Dio si è
dimenticato di noi, che non ci ama come noi pensiamo, che ci ha
abbandonato, che non ce la faremo, che non avremo la forza per superare
quella data difficoltà: sono tutte cose che il nemico getta dentro di noi per
dividerci e per abbatterci.
Altre volte il diavolo mette in noi, al contrario, il veleno della
presunzione, come ha tentato di fare con Gesù invitandolo allo strapotere, a
usare vanamente delle sue qualità e capacità 2.

Digiuno
Dobbiamo recuperare l’utilità del digiuno per noi, l’utilità propriamente
ascetica per l’esercizio della nostra santificazione.
Come è possibile, in una società come la nostra, parlare ancora di
pratiche penitenziali come il digiuno?
Per rispondere, occorre riflettere che il digiuno fisico ha una vasta
applicazione e, con un po’ di buona volontà, possiamo fargli posto nella
nostra esperienza quotidiana.
Il digiuno del cibo o della lingua può riguardare evidentemente i pasti,
rinunciando ogni tanto ad un pasto o riducendolo al minimo. Se però ci
pensiamo bene, esso riguarda pure le molte cose voluttuarie a cui ci siamo
fin troppo abituati da qualche decennio: le tante soste al bar senza un
motivo reale, ad esempio; il fumo; i gelati; i frequenti caffè durante la
giornata. Se in questo campo facciamo qualche rinuncia non ci farà male e
ci ricorderemo che stiamo vivendo un cammino con Gesù verso la croce e
verso la pasqua.
Il digiuno degli occhi o delle immagini: è un’altra forma di digiuno assai
importante per il nostro benessere spirituale.
Credo che tutti noi siamo convinti che l’uso indiscriminato della
televisione, specialmente nei riguardi dei ragazzi e dei bambini, è
assolutamente fuori misura, è una forma di indigestione, di diseducazione
alla quale dobbiamo reagire, imparando a scegliere e a discernere. Se
cominceremo a farlo, sfuggendo alla tentazione che sia troppo strano o
troppo puerile, ci accorgeremo che ha un’incidenza sulla nostra vita, sulla
preghiera, sui nervi, sulla disciplina dei sensi, della fantasia e
dell’immaginazione, assai più grande di quanto crediamo. Si tratta di
piccole cose da cui, però, dipendono le grandi.
Il digiuno può essere applicato quindi a molti elementi della nostra vita
quotidiana e può essere vissuto con semplicità da ciascuno di noi 3.

Dio
Colui che noi chiamiamo Dio, l’essere misterioso e indefinibile perché al di
là di ogni parola umana, è colui nel quale è racchiuso il segreto, la radice, la
forza, la causa, il significato di tutte le cose. Egli è colui che ha scrutato
tutta la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe suo servo Per
questo la sapienza «è apparsa sulla terra ed è vissuta tra gli uomini».
Quando leggiamo queste parole profetiche, scritte centinaia di anni
prima di Cristo, viene la voglia di vedervi subito una predizione
dell’incarnazione di Gesù. Qual è infatti quella sapienza che è apparsa sulla
terra e ha vissuto tra gli uomini? È Gesù di Nazaret, sapienza eterna, che ha
vissuto in mezzo a noi. Per questo, molti Padri della Chiesa e molti esegeti
hanno letto in questo versetto una diretta profezia dell’incarnazione.
Forse però qui non si parla soltanto dell’incarnazione di Gesù, bensì di
tutte quelle forme della rivelazione di Dio che hanno il loro culmine in
Gesù e che costituiscono presenze autentiche della saggezza di Dio e della
verità di Dio nelle realtà umane, nelle strutture umane, quindi nella Legge
di Israele (realtà storica scritta su libri, scritta da uomini, ma nella quale
risplende la saggezza di Dio), nelle strutture storiche di questo popolo.
La sapienza di Dio, apparsa in Gesù in maniera piena, definitiva,
assoluta, luminosa, continua a diffondersi nelle strutture, nelle realtà, negli
organismi storici dei popoli.
Questo significa che l’uomo può cercarla questa sapienza, può farla sua;
e tutta la ricerca scientifica, storica, tutto il progresso culturale, tutto
l’anelito verso la verità, è ricerca, è accoglienza di questa sapienza 4.

Discepolo
Chi è il discepolo, chi è il cristiano, uomo e donna, che matura in un
cammino spirituale?
Possiamo rispondere che è colui che non pretende di andare oltre le
proprie possibilità ma che fa ciò che è in suo potere con tutto se stesso, con
originalità, dedizione, disinteresse, identificandosi con Gesù, anche senza
pensarci molto, perché è il Signore stesso che lo trascina nel suo vortice
spirituale.
E chi è cattivo discepolo? Colui che non capisce questi valori, che li
critica, che va alla ricerca di gesti clamorosi dalle risonanze grandiose.
Cattivi discepoli sono coloro che non comprendono quella bella opera
che è ogni gesto, quella bella opera che il Padre celeste vede e che vedono
gli uomini sensibili al fascino del profumo delle beatitudini evangeliche.
Sono opere che rendono lode al Padre perché sono irrefragabili mentre di
tutte le altre opere si può supporre sempre una seconda intenzione, un
motivo non pienamente disinteressato.
Le buone opere delle beatitudini sono le opere cristiane senza alcuna
aggiunta o smarginatura o sottolineatura 5.

Discernimento
«Discernimento spirituale» una parola ben nota alla Bibbia e alla tradizione
spirituale cristiana, è lo sforzo di valutare, distinguere, individuare, tra tanti
possibili atteggiamenti umani, quelli che provengono e quelli che non
provengono da una mozione interiore dello Spirito Santo.
Tutto ciò che di autentico si fa nella Chiesa promana dall’ascolto dello
Spirito. Per ogni gesto genuinamente ecclesiale si può ripetere il ritornello,
che scandisce le sette lettere alle Chiese, raccolte nei primi capitoli
dell’Apocalisse: «Chi è in grado di udire ascolti ciò che lo Spirito dice alle
Chiese». Ma vi sono diversi tipi di ascolto. Talvolta l’ascolto è un
«riconoscimento», quando consiste nel vedere, accogliere e proclamare le
fondamentali realtà cristiane che compongono l’essenza stessa della vita
ecclesiale, è l’atteggiamento di ascolto di fronte a realtà come la Parola,
l’eucaristia, la comunità, il ministero pastorale: in questi casi un ascolto
significa riconoscere la voce del pastore, secondo Giovanni. Altre volte,
invece, l’ascolto assume più specificamente la figura di un
«discernimento»: in questo caso l’oggetto immediato non è più
semplicemente una realtà divina da riconoscere come normativa per la
propria vita, ma è un comportamento umano, un fenomeno storico, una
scelta comunitaria, di cui ci si chiede se, come, fino a che punto, a quali
condizioni, con quali conseguenze vengono attuati nella storia i perenni
valori che Cristo ha affidato alla Chiesa 6.

Discrezione
Discrezione è rifiuto degli atteggiamenti deprecatori o puramente
deplorativi e moralistici rispetto al male gravissimo di oggi; è rinuncia a
tutti i comportamenti di cui il cristiano potrebbe essere tentato,
comportamenti, per così dire ricattatori. Sono gli atteggiamenti che fanno
dire: «L’avevo detto io, avevo previsto che facendo in quel modo, si sarebbe
arrivati a tanto male». Rinuncia a tutto questo, perché nasce da sfiducia e da
scoraggiamento.
In realtà, di fronte al male bisogna cercare di risvegliare il cammino e il
dinamismo del bene. La Sacra Scrittura ci invita a «vincere il male con il
bene» e san Paolo ha lottato tutta la vita per proclamare che non la giustizia
esteriore o la forza della condanna rendono migliore l’uomo, bensì l’amore
di Dio immesso nel cuore dell’uomo. L’amore di Dio è lo Spirito, il
dinamismo dell’entusiasmo, della gioia che trasforma l’uomo e lo rende
capace di vincere il male.
La pedagogia cristiana rende certamente cauti davanti al male, lo
smaschera, lo denuncia però nella certezza che Cristo risorto è presente nel
mondo, che il suo Spirito trionfa e vince il male: e per questo ci fa
avvicinare a chi compie il male per aiutarlo a cambiare, per dirgli che il suo
destino è altro, che è fatto per cose grandi e che può trovare la forza per
farle.
«Stile di discrezione» è critica cordiale e insieme pacata partecipazione
alla ricerca contemporanea, all’immensa esplosione del desiderio dell’uomo
che, in fondo, anche se l’uomo non lo sa, è desiderio di Dio. È quindi stile
di accoglienza che anima spazi di amicizia, di comunicazione, di
comprensione, che scioglie pregiudizi, che stimola la vicinanza ai casi
dolorosi, ai casi difficili.
Il vescovo e la Chiesa devono superare la pura attesa, l’aspettare che la
gente venga: devono andare alla ricerca di chi ha bisogno, per offrire la
speranza.
Così, lo stile di discrezione è stile di originalità nel senso che è
interpretazione rigorosamente cristologica, irriducibile a qualunque canone
umano, dei processi antropologici, che animano il mondo 7.

Distacco
Occorre sforzo di epoké, di distanza, per valutare ciò che si va facendo. È
chiaro che tale distanza è pure essa un’immagine, e non indica che non
dobbiamo compiere bene le urgenze quotidiane, ma piuttosto che,
compiendole, dobbiamo raggiungere uno sguardo più ampio. Significativa,
in proposito, l’immagine dello scalatore che evidentemente mentre sale sta
attento, appiglio dopo appiglio, fessura dopo fessura, a non tralasciare nulla
di quanto è necessario per rimanere e procedere in parete; tuttavia ogni
tanto guarda sopra e guarda sotto per vedere dove porta la strada, se è
buona, se il tempo sta cambiando, eccetera.
Possiamo parlare di atteggiamento di distacco contemplativo che, talora,
a noi manca, facendo sì che le problematiche non siano sempre affrontate
con ansia, con la fretta di trovare “subito” una via di uscita 8.
E come…

Educare
Non è un compito «dei tempi liberi», in aggiunta agli altri. È compito
fondamentale, battaglia da vincere che impegna coralmente e senza soste
l’energia e lo sforzo della famiglia e degli educatori. Spesso ho
l’impressione che noi sviluppiamo in minima parte le energie educative: vi
sono genitori che – forse per un senso di delega e di falsa impotenza o per
un eccessivo riserbo – sviluppano il dieci o il venti per cento della loro
potenza educativa e non si manifestano ai loro figli se non negli anni della
vecchiaia, quando cioè la comunicazione diviene facile e sciolta. Se si
rendessero conto di quanto essi possono dare, avrebbero, invece, una
potenza educativa formidabile soprattutto se si collocano nell’ambiente
giusto, con tutti gli “alleati” educativi (scuole cattoliche, oratorio, comunità
ecclesiale).
Allora l’influsso educativo può diventare grandissimo. Giustamente si è
parlato di «educazione basata sull’esempio»: e poiché, in realtà, ci sono
davvero tanti esempi cattivi, l’attività educativa sembra condannata
all’insuccesso. Bisognerebbe però ricordare un’altra verità: il mondo del
bambino e del ragazzo è un mondo singolare, nella cui visuale ci sono
figure che totalizzano l’esperienza umana, mentre altre sono viste come
“sfondo”. L’importante è che ci siano pochissimi esempi magari, ma
talmente insigni da essere, in qualche modo, irrefutabili per quanto
l’esperienza del ragazzo li può cogliere 1.

Elemosina
Dobbiamo riscoprire il valore dell’elemosina, dell’intervento immediato,
che non pretende di risolvere tutto, ma fa quello che è possibile al
momento. Può essere un gesto ambiguo. Può incoraggiare la pigrizia e la
menzogna in chi lo riceve, mentre in chi lo compie può far nascere l’idea di
sentirsi a posto, senza andare alla radice dei problemi. Nel fare l’elemosina,
quindi, è necessario un grande realismo e soprattutto bisogna evitare che
essa diventi il surrogato di altri interventi più completi ed efficaci. Pur con
questi rischi, l’elemosina contiene molti valori.
Anzitutto è un gesto di aderenza alla realtà. Anche nella nostra civiltà ci
sono situazioni di povertà difficilmente individuabili e sanabili a livello
sociale. Anzi proprio alcuni meccanismi della nostra civiltà del progresso e
del benessere tendono a produrre disadattati, emarginati, asociali. Occorre
certo intervenire perché i meccanismi siano corretti, così che non producano
effetti negativi; o perché, una volta prodotti tali effetti, si trovino rimedi a
livello sociale. Intanto però occorre fare qualcosa. La carità suggerisce
quello che di volta in volta si può fare.
E proprio in questo fare qualcosa, sapendo che molto di più andrebbe
fatto, si va delineando un secondo valore dell’elemosina. Essa è un gesto
profetico ed educativo. Proclama che nessuna civiltà terrena per quanto
perfetta, può risolvere tutti i problemi: solo Dio, con la venuta finale del suo
regno, tergerà ogni lacrima e farà cessare ogni lutto, pianto e dolore. In
questa luce l’elemosina ci educa ad avvicinarci ai fratelli con molta umiltà,
non sentendoci superiori a loro, ma chiedendo scusa perché riusciamo a fare
così poco per loro. Inoltre ci educa a capire il vero valore della carità: essa
vale per se stessa, non soltanto o soprattutto per i frutti che produce 2.

Eternità
Con la risurrezione di Gesù l’eternità è già qui, la vita nuova e definitiva è
già entrata, adesso, nella mia esperienza. La vita nuova nasce dal mio
affidarmi a Gesù morto e risorto, dal mio affidarmi al Padre come Gesù si è
affidato. Così, l’eternità di Gesù che ha vinto la morte entra in me e fa parte
fin da ora della mia vita. Non viene rimosso il pensiero della morte fisica,
bensì sublimato e trasfigurato dalla certezza che l’eternità è parte della mia
esperienza di oggi, che io sono nell’eternità di Gesù, nella sua vita gloriosa
e definitiva, che lui è in me e io sono con il Padre che da sempre vive e
vivrà.
Esperimento tutto questo ogni volta che compio un atto di fede e di
amore; ogni volta che ricevo l’eucaristia o un altro sacramento; ogni volta
che prendo una decisione seria, buona, eticamente rilevante. Esperimento
già l’eternità, l’ho interiorizzata grazie a Gesù risorto che è in me.
L’esperienza di eternità è implicita, per la grazia del Risorto, in ogni atto
morale veramente gratuito, in ogni azione che compiamo non per motivo di
puro comodo, ma perché è giusta, è vera, pur se va contro il nostro
interesse.
Ogni volta che uno di noi compie un atto eticamente buono, partecipa al
dono che Dio ci fa del suo essere eterno, del suo essere un Dio eternamente
vero, giusto, buono in assoluto, del suo essersi mostrato tale nella verità,
nella fedeltà, nell’amore, nella giustizia di Gesù.
Così la risurrezione ci è vicina, così l’eternità entra in noi e Gesù ci
vivifica, lo Spirito Santo ci inabita, il Padre ci grida che siamo suoi figli e
noi possiamo invocarlo come Padre 3.

Eucaristia
L’eucaristia, con tutta l’economia sacramentale che essa riassume, è il
“segno” voluto da Cristo stesso e da lui continuamente gestito, addirittura
con una presenza personale e reale, per mediare tra quel “segno” definitivo
e inesauribile dell’amore di Dio che è la Pasqua, e il segno che è la Chiesa.
Questa infatti è la comunità di coloro che “fanno memoria” di Cristo e del
suo mistero pasquale, e che in forza del Cristo stesso che si rende presente
tra loro mediante l’eucaristia, si amano come egli li ama e testimoniando
l’amore verso tutti cercano di inserire tutti in questa comunione d’amore
che viene da Dio.
Va superata quindi una concezione un po’ impersonale e meccanica del
rapporto fra eucaristia e Chiesa, quasi che la Chiesa, fatta dall’eucaristia, sia
un’entità separata dalla libertà, dall’intelligenza, dalla corrispondenza dei
battezzati. Non c’è vera e piena eucaristia senza la partecipazione personale
del credente.
L’eucaristia è veramente capita e accolta non solo quando si fanno certe
cose verso di essa (la si celebra, la si adora, la si riceve con le dovute
disposizioni ecc.), o si fanno certe cose a partire da essa (ci si vuol bene,
lotta per la giustizia ecc.), ma anche e soprattutto quando essa diventa la
“forma”, la sorgente e il modello operativo che impronta di sé la vita
comunitaria e personale dei credenti. Nell’eucaristia si rende presente e
operante nella Chiesa il Cristo del mistero pasquale. È il Figlio in ascolto
obbediente alla parola del Padre. È il Figlio che nell’atto di spendere la
propria vita per amore, trova nella drammatica e dolcissima preghiera
rivolta al suo “Abba”, il coraggio, la misura, la norma del proprio
comportamento verso gli uomini. Pertanto la celebrazione eucaristica
realizza se stessa quando fa in modo che i credenti donino “corpo e
sangue”, come Cristo, per i fratelli, e mettendosi in ginocchio, in attenzione
di ascolto e di accoglienza, riconoscano che tutto questo è dono del Padre 4.

Eutanasia
Oggi accade che l’aspirazione massima dell’uomo di fronte alla morte sia
spesso quella di non soffrire né per il proprio né per l’altrui dolore. Può
accadere, di conseguenza, che l’impegno umanitario nei confronti del
morente rischi di tendere sempre e solo ad alleviare la sofferenza, sia essa
fisica o psicologica. Quando ci si ponga in tale prospettiva può capitare di
giungere a giustificare la stessa eutanasia, intesa nell’accezione stretta di
un’accelerazione della morte dell’altro per diminuire a lui e a noi una
sofferenza inevitabile.
In questo senso, l’eutanasia è il sintomo di un cadere della speranza. Non
c’è infatti una misura per il soffrire di cui l’uomo è capace se non quella
fissata dalla speranza che lo sostiene. Ciò che dobbiamo cercare, allora, di
fronte all’esperienza suprema della vita è di accrescere la speranza mentre
ci sforziamo di diminuire il soffrire.
Se il compito di dare parola e volto più familiari alla morte appare arduo,
e anzi impossibile a molti nostri contemporanei, ciò è forse dovuto alla
nostra cattiva abitudine di volere soltanto tempi brevi o parole clamorose.
Ci è divenuto difficile pronunciare parole e compiere gesti di cui non sia
possibile misurare immediatamente il risultato nel volto e nella risposta dei
nostri interlocutori.
Viceversa, le parole e i gesti capaci di articolare i sentimenti e il senso
delle cose, e quindi lo stesso senso della morte, non possono essere che
parole e gesti pazienti, gettati come il seme nella terra: non gettati con
amarezza ma con la consapevolezza che daranno frutto soltanto più tardi 5.

Evangelizzazione
Chiamo evangelizzazione sia il primo annuncio del Vangelo a chi non
crede, sia quell’ulteriore annuncio che sempre è connesso con ogni atto di
riproposizione del messaggio evangelico (omelie, catechesi, liturgie).
A un’evangelizzazione delle persone si accompagna anche
un’evangelizzazione delle culture che è l’impregnazione propositiva e
critica che la vita secondo il Vangelo attua nella mentalità e nei modi di
vivere della gente. L’evangelizzazione può essere fatta in forma esplicita
(annuncio, spiegazione verbale, celebrazione) o in forma implicita, con la
testimonianza di una vita seriamente trasformata dal Vangelo (per esempio
con la testimonianza della carità).
Evangelizzare non significa necessariamente far cristiani tutti gli uomini
né far tornare in Chiesa tutti i battezzati e in particolare quelli che ci
andavano e hanno smesso di andarci. Gesù ha evangelizzato bene anche a
Nazaret o a Corazin o a Betsaida, dove la sua parola non è stata accolta.
Evangelizzare significa anzitutto promulgare la buona notizia con fatti e
parole e attuare l’annuncio così che sia possibile, a chiunque abbia buona
volontà, poter cogliere la buona notizia nelle sue forme più genuine e
autentiche, e quindi approfondirla e, se lo decide, accoglierla 6.
F come…

Famiglia
«Farsi prossimo», per una famiglia? Non riguarda immediatamente il piano
del «fare», ma tocca il piano dell’«essere», cioè incrocia quel mistero
profondo di prossimità che è il senso e il fondamento di tutta l’esistenza
familiare e da cui giustamente nasce anche l’impegno nel fare.
Il primo compito della famiglia cristiana, custode della prossimità di
Dio, è di offrire a tutti i fratelli di fede e a tutto il mondo, anche se non
capisce, la testimonianza del Dio che è dono, che si è espropriato per poter
abitare nell’uomo, ha voluto l’uomo in una comunione indissolubile con sé.
Non sembri questo un compito facile. Nel nostro tempo e a partire dalle
più svariate provocazioni, vengono immaginate e proposte forme di vita
familiare che assomigliano troppo a una convivenza provvisoria, a un
contratto di lavoro, a una comunanza di vita che si può iniziare e
interrompere secondo l’arbitrio. La testimonianza limpida, forte, coraggiosa
di che cosa è una famiglia secondo il progetto di Dio, diventa non tanto il
vostro modo di «farvi prossimi», ma l’unico, esclusivo, insostituibile
impegno di tener viva una prossimità che vi è stata donata e di cui siete i
testimoni.
Certo tutto questo comporterà anche un agire «perché gli uomini vedano
le vostre opere buone e diano gloria al Padre che è nei cieli».
«Farsi prossimo» vuol dire tutto ciò, ma il tutto deve dipendere
dall’«essere prossimo». E, sia la custodia dell’essere prossimo in forza della
prossimità di Dio, sia l’intraprendenza del farsi prossimo per il servizio dei
fratelli dipendono da quel momento misterioso, forse faticoso da trovare nei
ritmi logoranti della giornata, ma insieme prezioso e insostituibile, della
preghiera familiare 1.
Fede
L’atto di fede è l’atto fondamentale del credente, quell’atto che ci fa
credenti e che regge tutta la nostra esistenza cristiana: atto ragionevole nelle
sue premesse e che però non è soltanto una conclusione di premesse, non è
una deduzione logica.
Noi possiamo esaminare le premesse, contemplarle nel loro accumularsi,
ma ad un tratto scatta il dono dello Spirito, scatta l’affidarsi dell’uomo allo
Spirito di Dio ed esce il grido, la parola detta con passione: «È il Signore!».
Essa non è semplicemente l’uscire di una parola ma è uno sbilanciarsi della
persona: è la persona che esce da sé, che si affida all’abbraccio dell’altro
che ha riconosciuto.
E l’uomo che sa così uscire da sé, che sa così appassionarsi ed
entusiasmarsi, non lo fa per un fantasma, opera della sua immaginazione,
ma per la persona di Dio che lo attrae con la sua dolcezza e con la sua
presenza: è il dono della fede, radice di tutta la preghiera, di tutta la
catechesi, di tutto l’apostolato, di tutta la pastorale, di tutta la testimonianza.
Quando noi diciamo che vogliamo essere testimoni, testimoni credibili,
dobbiamo pensare che la radice è questo grido che sale dal cuore: «È il
Signore!» 2.

Fedeltà
La fedeltà – che è coerenza con se stessi, con le proprie promesse e fedeltà
all’altro, sia esso persona umana sia esso Gesù Cristo Signore – è così
importante che non bisogna temere qualche automatismo. Conservare la
fedeltà per tutta la vita vale certamente il rischio della routine.
Inoltre, esiste automatismo e automatismo. C’è l’automatismo
ragionevole e c’è quello irragionevole. Il ragionevole ci porta a compiere
dei gesti con spontaneità, con immediatezza, quasi istintivamente, perché
derivati da scelte ragionevoli e autentiche: questo è buono. L’automatismo
irragionevole, cattivo, persevera invece per condizionamenti puramente
esterni e maschera una realtà non esistente; si compiono dei gesti (un gesto
di gentilezza per un compleanno) perché la condizione porta a farlo e non
per motivi di amore, di affetto.
L’automatismo come tale, dunque, non dice ancora bene o male.
E la fedeltà è la virtù che genera automatismi buoni. Non dobbiamo
avere paura di approfondire le radici della nostra fedeltà, anche nei gesti
istintivi o ripetitivi, perché così essi saranno sempre veri nella loro radice.
Potremo e dovremo sempre, per esempio, rinvigorire la radice attraverso la
preghiera, la grazia, il ricorso alla misericordia di Dio, la meditazione, ma
non dovremo spaventarci se certi gesti li compiamo anche non sentendo
niente nel momento in cui li facciamo, perché il sentimento è già alla
radice, nel profondo 3.

Festa
Che cosa è la festa biblica? Non è semplicemente una commemorazione in
cui il popolo ricorda eventi gloriosi del passato.
Non è neppure un qualunque “stare insieme”, un gioire insieme, un
semplice momento di aggregazione, di socializzazione.
La festa biblica è l’esperienza attuale della potenza di Dio su di noi, e
viene sperimentata nel culto, nella preghiera e nella gioia, così come la
esperimenta il popolo della pasqua.
Perciò la festa biblica ci ricollega a quel tema dell’alternanza e del giusto
rapporto di “lavoro-riposo” che è tema creaturale e creazionale
fondamentale, che però esige, nell’attuale economia storica, di essere
redento.
Questo tema “lavoro-riposo” potrebbe, infatti, diventare un’ulteriore
forma di alienazione, se ci si riposasse per lavorare di più, per rendere di
più: il riposo verrebbe addirittura immesso in un programma di
sfruttamento
Invece la festa è veramente un “uscire” da questo ritmo del tempo e un
accogliere in sé la salvezza di Dio, come cosa nuova e diversa; ed è una
salvezza esperimentata insieme, in una dimensione che è vissuta come
esperienza fondamentale di salvezza.
Per il cristiano è l’esperienza della fede nella risurrezione di Gesù; è
l’esperienza della rinascita battesimale; è l’esperienza dell’eucaristia vissuta
insieme come atmosfera di festa, di gioia e di salvezza ricevuta 4.

Figli
Il figlio che nasce è un dono. Il dono non lo si rifiuta ma lo si accoglie con
gioia. Da questa semplicissima considerazione non può non derivare una
condanna aperta delle pratiche che rifiutano, negano o eliminano un tale
preziosissimo dono.
Il dono non è mai un diritto, e lo si accetta così come è. Ne risulta che
anche alcuni modi di parlare di «diritto al figlio», quasi fosse qualcosa di
dovuto ad ogni costo, rischiano di fare del bambino una cosa, un oggetto, e
non riconoscerlo più propriamente come persona e come dono. Così pure,
se il figlio è un dono, si è chiamati ad accettarlo come ci è donato, senza
predeterminarlo con modalità non rispettose del significato umano dell’atto
creativo. Da questa argomentazione si potrebbero prendere le mosse per
ulteriori riflessioni critiche sulle varie operazioni di manipolazione
genetica, che non vogliamo qui approfondire e che tuttavia sono di grande
importanza e rilevanza per la morale familiare, sociale, civile e politica al
giorno d’oggi 5.

Figliolanza
La missione dei credenti non è protagonismo ma testimonianza. Essa chiede
ai credenti decisioni coraggiose e attività infaticabile, ma non per mettere in
mostra se stessi, bensì per divenire servitori di Gesù. Luca narra la parabola
dei servi che dopo aver lavorato tutto il giorno nei campi, devono, senza
sosta alcuna, prestare il servizio necessario per la cena del padrone. E oltre
tutto sono invitati a dichiararsi «servi inutili». Da un lato viene ingigantita
la mole del lavoro da svolgere; dall’altro viene tolta ogni possibilità di
gratificante compiacimento per la fruttuosità del servizio.
Tutto ciò può far sospettare durezza d’animo nel padrone. In realtà
proprio questo riconoscere l’inutilità del servizio permette ai servi di
cambiare mentalità e di entrare in una nuova dimensione spirituale, dove
quello che conta non è tanto l’esecuzione puntuale e perfetta del lavoro (la
«giustizia degli scribi e dei farisei» di cui parla Matteo, che si rivela in
pratica carente di amore), ma il rapporto di amore, di gratitudine, di umiltà
di familiarità con il padrone.
Egli da padrone diventa padre, i servi diventano figli, consapevoli che
tutto quello che fanno non è nulla di fronte all’immenso amore che hanno
ricevuto. Allora continuano a fare, a lavorare, a servire, ma non con la
pretesa di fare qualcosa di importante e di risolutivo, bensì nell’intento di
porre segni autentici con cui esprimere la propria gratitudine e la propria
volontà di condividere la sollecitudine amorosa del padrone assente. E
questa sollecitudine è senza limiti, e anche questo amore dei servi fatti figli
ha l’insaziabilità, il dinamismo mai stanco proprio della carità 6.
G come…

Genitori
La responsabilità educativa richiede la messa in gioco della libertà umana e
domanda preparazione, formazione, confronto, impegno. Se è vero che si
diventa genitori al momento della nascita dei figli, è altrettanto vero che lo
si diventa veramente giorno per giorno; anzi, si comincia a diventare
genitori prima ancora della nascita dei figli, in qualche maniera prima
ancora del matrimonio. Già nel periodo del fidanzamento, ci si può e ci si
deve educare al compito educativo e alla consapevolezza delle scelte che
esso comporta. E tale formazione poi deve proseguire in modo permanente
attraverso l’ascolto, il confronto con l’esperienza altrui, l’approfondimento
di alcune specifiche tematiche educative, nei casi difficili anche il ricorso a
consulenze più precise presso i nostri consultori e centri di assistenza alla
famiglia, con la partecipazione a eventuali «scuole per i genitori».
Genitori, dunque, si diventa così come si diventa consapevoli e forse
anche un po’ più competenti in tutte le diverse responsabilità della vita.
Anche i vescovi diventano tali nel giorno dell’ordinazione, ma poi
devono ogni giorno imparare a diventare vescovi ed è quindi importante lo
scambio di esperienze, il confronto delle iniziative, ecc.
Questo avviene dunque a tutti i livelli di responsabilità ed è molto bello
che avvenga anzitutto in quella prima cellula di responsabilità sociale, che è
la famiglia, nella quale il confronto, e pure una specie di scuola per i
genitori, può dare coraggio e conforto, può aprire gli orizzonti, togliere
l’ansia di vicoli ciechi, di cammini troppo oscuri, ridare serenità e fiducia 1.
Gesù
Gesù è il dono definitivo di Dio, è la piena rivelazione del mistero.
Definitività e pienezza dipendono dal fatto che egli non è solo un segno di
Dio, un bene che scaturisce dall’infinita tenerezza del suo amore, ma è la
comunicazione di Dio stesso, così come è in se stesso. Il suo essere
profondo è propriamente divino e pienamente umano. La sua vicenda
appartiene personalmente a Dio e insieme ha ritmi, tempi, momenti storici
realmente umani. Il culmine di questa vicenda singolare di Gesù, l’«ora»,
come è chiamata nel quarto vangelo, è la Pasqua: in essa l’amore del Padre
non solo è pienamente comunicato all’uomo attraverso la donazione totale
del Figlio e l’effusione dello Spirito, ma anche vince e distrugge, attraverso
la sofferenza amorosa di Cristo e la sua potente glorificazione, il rifiuto
peccaminoso opposto dall’uomo all’amore di Dio.
Pertanto per l’uomo celebrare il mistero di Dio, trovando pienezza di vita
e di salvezza, vuol dire unirsi a Cristo, accogliere la sua vita, celebrare la
sua Pasqua 2.

Gioia
«Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia
piena.» Il Signore non parla di una gioia qualunque, di una letizia effimera,
passeggera, legata a realtà che svaniscono. Egli la chiama la sua gioia,
quindi si tratta di qualcosa che gli appartiene profondamente. E ci vengono
in mente altre due espressioni: «Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace»;
«La gloria che tu mi hai dato, io l’ho data a loro».
Una gioia che è in Gesù per il suo mistero trinitario, è in Gesù per il suo
essere Figlio, è in Gesù che ama il Padre e che dal Padre è infinitamente
amato.
Questa gioia di cui Gesù dice «sia in voi» non è un elemento
supererogatorio della vita cristiana.
Senza tale gioia non c’è vera vita cristiana.
È la gioia della perla preziosa, del tesoro nascosto; gioia che dà vitalità
alla Chiesa, che ci sostiene nella fatica quotidiana, che caratterizza in modo
singolare le comunità cristiane.
Gesù non si accontenta che la gioia ci sia, ma aggiunge: «Perché la
vostra gioia sia piena», abbondante, sovrabbondante, traboccante.
Come può avvenire? Gli Atti degli Apostoli ci mostrano che nella
primitiva comunità cristiana la gioia cresceva a mano a mano che essa
conosceva il mistero della croce. Gli apostoli se ne andarono dal Sinedrio
pieni di gioia, perché erano stati oltraggiati per il nome di Gesù. Dopo la
sollevazione di Antiochia contro Paolo, mentre egli era costretto a fuggire
nell’umiliazione, i fedeli erano riempiti di gioia e di Spirito Santo.
Per entrare nel segreto della pienezza di questa gioia, noi dobbiamo
dunque avere il coraggio di fissare gli occhi nel Crocifisso.
Allora potremo essere collaboratori della gioia degli altri. Perché in
ciascuno di noi la gioia del Vangelo scaturisce dall’ascolto della parola di
Dio, ricevuta nel cuore e maturata, come il seme evangelico, nelle difficoltà
e nelle contrarietà piccole o grandi. Sono esse che, sbattendo l’una contro
l’altra come pietre, sprizzano le scintille della gioia 3.

Giustizia
Nella Bibbia la parola non indica semplicemente la giustizia legale o
sociale, bensì la giustizia evangelica: «Cercate prima il regno di Dio e la
sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù». È la giustizia per la
quale Abramo è chiamato il giusto. Giuseppe è uomo giusto, Gesù è detto il
giusto e il santo.
Che cosa è allora la giustizia del regno intesa come qualità somma del
cristiano? L’aspetto maggiormente rilevato nella Scrittura è che questa
perfetta giustizia o santità (si potrebbe anche dire: vita di carità) consiste nel
vivere secondo Dio. Una vita che si riferisce a Dio come regola dell’agire,
come causa interiore e motore di ogni agire.
Una vita che abbia come regola Dio vuol dire una vita fatta a imitazione
di Dio. La realtà ultima a cui tendere, i mores cristiani, la morale cristiana
sta nell’imitazione di Dio. Lo leggiamo, ad esempio, chiaramente nel
Discorso della montagna quando Gesù, dopo aver portato diverse
esemplificazioni di comportamenti del discepolo, dice: «Siate dunque
perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
E l’apostolo, nella Lettera agli Efesini, descrive alcuni atteggiamenti
tipici della moralità cristiana concludendo: «Fatevi dunque imitatori di Dio
quali figli carissimi» 4.
I come…

Idolatria
Noi non possiamo non andare dietro a qualcuno, non possiamo non andare
verso qualcuno.
Per esprimerlo in un modo più ampio e riassuntivo del dramma
dell’uomo contemporaneo, possiamo dire: non ci sono, in realtà, credenti e
increduli, cioè gente che si appoggia a qualcuno e gente che non si
appoggia a nessuno, ma ci sono soltanto adoratori di Dio o adoratori di
idoli.
Non ci sono credenti o increduli: ci sono credenti e idolatri. È il grande
tema della Scrittura. L’opposizione non è tra fede e ateismo ma tra fede e
idolatria. E spesso noi possiamo essere notevolmente fuori strada se
crediamo di essere alle prese con l’ateismo. Anzi, farci chiamare ateismo
l’idolatria è un tipico inganno di satana, una confusione di discernimento
spirituale.
La Scrittura ci insegna che ci sono falsi dèi, non ateismo. Non è vero che
il sacro è scomparso mentre è vero che c’è una trasmigrazione del sacro in
altre cose.
Sono molti gli idoli che da ogni parte ci assediano: l’idolo dell’opinione
pubblica, della popolarità, del nome e, talvolta, anche l’idolo della nostra
identità. Infatti, là dove il Signore è allontanato, alla fine l’idolo diventiamo
noi stessi. La vecchia polemica contro gli idoli che ritroviamo in tutto
l’Antico Testamento, ha una sua attualità perenne e la nostra crescita in
Gesù consiste nel passare da una conoscenza imperfetta del Dio vivente,
alla conoscenza di Dio Padre così come Gesù lo conosce, in lui e con lui.
«Da chi andremo?» Dobbiamo andare da qualcuno e se non andremo dal
Signore, andremo dagli idoli o faremo un idolo di noi stessi. Se non
andremo dal Signore ci perderemo di fronte a qualcosa che dovrebbe, in
ipotesi, salvarci e che invece ci distrugge 1.

Incontro
Occorre recuperare la dimensione dell’incontro. L’incontro infatti con
popoli di altra cultura, di mentalità profondamente diversa, abituati ad
atteggiamenti diversi dai nostri, di fronte alla vita e alle sue vicende non
avviene solo a livello di tecnologia, né di semplice lavorare insieme, per
quanto fraterno, ma l’incontro autentico e più vero avviene nel profondo,
alle radici della persona, in ciò che essa è e non solo in quanto fa o produce.
L’ascolto attento e paziente di culture diverse, la capacità di intuirne le
potenzialità per poter camminare insieme, la qualità rara di affiancarsi nel
cammino senza imporsi, senza sovrapporsi, sono tutti doni di Dio che solo
una ricerca dell’essenziale può farci trovare. Come il Signore Gesù, che
all’alba saliva solitario sulle cime dei monti, l’uomo impegnato sa trovare
lo spazio necessario per questa dimensione, che ci fa percepire la presenza
di colui che non è mai assente da ciò che veramente vive e la vanità delle
cose divelte dal progetto di Dio: la dinamica della coscienza e della
presenza 2.

Infanzia spirituale
Il linguaggio biblico, senza usare necessariamente il termine «libertà», ce
ne descrive l’atteggiamento interiore. Pensiamo per esempio a queste
ricorrenti espressioni dell’Antico Testamento: «Cercate il Signore, voi tutti
umili della terra, voi che eseguite i suoi ordini… Cercate la giustizia…
Cercate l’umiltà». Chi si sente esteriormente trascurato e oppresso mette
tutta la sua fiducia in Dio e, nella sua povertà, semplicità, piccolezza, si
affida totalmente al Padre, gli abbandona i suoi progetti ed è perciò
profondamente libero. Attraverso la forza di queste parole possiamo
cogliere il cammino della libertà cristiana.
Notiamo l’affinità di linguaggio tra i versetti dell’Antico Testamento e il
Discorso della montagna, le Beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di
essi è il regno dei cieli»; essi possiedono la piena, perfetta libertà del Regno
perché sono disponibili totalmente al Padre. La povertà equivale
all’infanzia spirituale necessaria per entrare nel Regno. Proprio nella
rinuncia al possesso, al potere che sempre schiavizza l’uomo attraverso gli
idoli, si sperimenta la libertà del figlio, cioè di colui che, essendosi affidato,
sa di ricevere tutto ciò di cui ha bisogno e si muove quindi con libertà nel
proprio ambiente, anche nel campo culturale, sociale e politico. Non ci si
ritrae, non ci si mette da parte, ma, avendo superato nella grazia dello
Spirito Santo la paura dei privilegi, della riuscita, la tensione ansiosa per i
giudizi altrui, ci si muove con libertà, con umiltà, con figliolanza
evangelica 3.

Intelligenza
Quando il ragazzo – attraverso un’azione educativa che utilizza tutti i mezzi
a disposizione – prende coscienza della sua potenza di libertà di dare una
risposta personale e diversa da ciò che la mentalità corrente propone, allora
diventa fortissimo. È una scelta sua che egli ha operato malgrado
l’ambiente e le circostanze difficili. Non è sufficiente educare
semplicemente alla fede, alla preghiera, alla santità; oggi è necessario, più
che mai, una «santità dell’intelligenza».
Il ragazzo deve poter «smontare» i meccanismi culturali che gli stanno
intorno e saperne cogliere la vacuità: ci vuole una scuola che insegni a
ragionare e a pensare. Qui la scuola cattolica ha un compito formidabile,
perché, se non riuscirà a educare a un senso critico della realtà, i ragazzi
saranno preda di mille cose. Quando l’impegno educativo nella scuola si
unisce all’impegno educativo della comunità cristiana, della comunità
parrocchiale, dell’oratorio, allora l’educazione diventa possibile e dà
risultati insigni. Abbiamo oggi un numero notevole di giovani che hanno
fatto propria una realtà di Chiesa e di vita in maniera migliore rispetto alle
precedenti generazioni. Tutto questo deve riempirci di speranza 4.
Intercessione
Intercedere non vuol dire semplicemente «pregare per qualcuno», come
spesso pensiamo. Etimologicamente significa «fare un passo in mezzo»,
fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione.
Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo,
mettersi tra le due parti in conflitto.
Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore,
dacci la pace!), stando al riparo. Intercedere è un atteggiamento molto più
serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso.
Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di
mettere la mano sulla spalla di entrambe le parti accettando il rischio di
questa posizione.
In proposito troviamo nella Bibbia una pagina illuminante. Nel momento
in cui Giobbe si trova, quasi disperato, davanti a Dio che gli appare come
un avversario, con cui non riesce a riconciliarsi, grida: «Chi è dunque colui
che si metterà tra il mio giudice e me? chi poserà la sua mano sulla sua
spalla e sulla mia?».
Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare
genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri
nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per
unire e pacificare.
È il gesto di Gesù Cristo sulla croce.
Noi ci accorgiamo che una vera intercessione cristiana è difficile; può
essere fatta solo nello Spirito Santo e sappiamo che non sarà compresa da
tutti.
Ma se un desiderio essa suscita è questo: di essere in questo momento
nei luoghi di conflitto, nelle strade dove cittadini inermi sono minacciati e
uccisi. Stare là in pura passività, senza alcuna azione politica o alcun
clamore, fidando solo nella forza della intercessione. Stare là, come Maria
ai piedi della croce, senza maledire nessuno e senza giudicare nessuno,
senza gridare all’ingiustizia o inveire contro qualcuno 5.
Interiorità
L’agire secondo Dio non è la fatica di conformarsi a una regola esteriore
bensì è lo zampillare dell’acqua della vita nel cuore del cristiano. Il
cristiano agisce perché è irrorato dalla grazia e mediante il discernimento
dello Spirito Santo intuisce come deve muoversi, scegliere, fare.
La bellezza e la grandezza della vita cristiana sta in una morale che
nasce dal di dentro.
Fra i grandi dottori della Chiesa, è sant’Agostino che ha saputo meglio
cogliere il principio dell’interiorità: la vita cristiana ha una sua fontana
originaria, che è opera dello Spirito, ma nasce dall’intimo dell’uomo e si
esprime in santità e giustizia. È, in altre parole, la legge del Nuovo
Testamento. San Tommaso, riassumendo questa caratteristica dell’uomo
evangelico, scrive: «Lex Novi Testamenti principaliter consistit in Spiritu
Sancto». La legge del Nuovo Testamento consiste principalmente nello
Spirito Santo, forza interiore che abilita l’uomo a operare secondo i mores
divini 6.
L come…

Laici
Come i nostri gesti rivelano la loro valenza cristiana?

a) I nostri gesti sono cristiani – qualunque essi siano – quando sono


accoglienza del Signore in modo personale, originale. Quando sono un «sì»
al disegno di Gesù su di me, un accoglierlo con tutto il cuore, e non soltanto
esteriormente.
È questa accoglienza che dà valore a ogni gesto dell’uomo, per piccolo e
insignificante che sia.
Accoglienza personale, fatta da noi con ciò che siamo, e originale, per
una certa sua imprevedibilità. È qui che cogliamo la spiritualità del gesto: è
imprevedibile così come lo Spirito che soffia dove vuole e non sai da dove
venga e dove vada.
Il cristiano che risponde alle richieste di Gesù nella sua esistenza storica,
personalmente e originalmente, dimostra di compiere un cammino
spirituale, di essere mosso dallo Spirito.

b) Una seconda caratteristica dei gesti cristiani è di essere disinteressati e


gratuiti, totali, gesti nei quali si dà tutto ciò che si ha.
Il laico cristiano è colui che fa tutto seriamente. Potrà anche sbagliare, in
un caso o nell’altro, dal punto di vista dell’efficienza o del rapporto
strumenti-risultati, e però si dona con serietà, si offre, si gioca in ciò che fa.
È la forma ablativa del gesto che conta veramente: non importa invece
molto quale sia il gesto. Potrà essere il gesto dell’impegno politico o dello
studio o della famiglia o del lavoro: basta che il cristiano si giochi
seriamente nella sua esistenza storica.
c) I nostri gesti, se sono cristiani, sono profetici.
Il discepolo semplice, che opera nella fede della Chiesa, non sempre
coglie il valore profetico. Ma è profetico quando è evangelico, quando è
nello spirito delle Beatitudini; e proclama la morte e la risurrezione del
Signore, lo rende presente, lo trova nelle situazioni.
«Chi accoglie voi, accoglie me», ma non sapete di accogliere me 1.

Laicità
È importante operare partendo da valori cristiani, ma sforzandosi di arrivare
a gesti che, senza perdere nulla del mordente evangelico, raggiungano
l’uomo in quei valori profondi che sono previ a qualunque confessionalità e
comuni a tutti gli uomini. Bisogna esprimere concretamente la carica di
umanizzazione che si radica nella fede in Cristo. Essa ha un’origine che non
potremmo negare senza negare noi stessi e senza farci vanto di ciò che non
è nostro; poiché è puro dono di Dio, siamo chiamati a comunicarla a ogni
uomo attraverso diversi modi e diverse forme culturali.
Il discepolo del Vangelo è pure chiamato a custodire la «differenza»,
ovvero a saper manifestare l’eccedenza della carità evangelica, la sua forza
escatologica e non solo la sua dimensione storico-sociale.
Proprio perché viene dal mistero, la carità della Chiesa è in grado di
conferire ai programmi umani la direzione, l’orizzonte, la riserva di energie,
la contestazione critica quando fosse necessaria. Affinché questo contributo
non appaia superficiale o astratto si richiede l’intelligente mediazione di
competenze e di abilità, tecniche e politiche, ordinate a plasmare le strutture
della società complessa, con la consapevolezza delle sue molteplici
interdipendenze.
Sul piano istituzionale la differenza peculiare della fede si traduce in una
solidale partecipazione dei cristiani, e insieme in una eccedenza di ideali di
vita rispetto alla giustizia puramente legale, che è indizio e anticipazione di
rapporti umani eticamente più densi e aperti a un orizzonte trascendente 2.
Lavoro
Indagini sociologiche confermano un’impressione facilmente avvertibile. Si
vanno diffondendo soprattutto tra i giovani, forme di disaffezione al lavoro.
È un fatto che richiede di essere accortamente interpretato. Nella gran parte
dei casi esso esprime il rifiuto non del lavoro in quanto tale, ma di un modo
di lavorare: quello che non è in grado di manifestare una ragione, un senso
plausibile.
È un rifiuto che contiene la richiesta implicita che il tempo di lavoro in
cui materialmente è spesa una rilevante porzione del proprio tempo, sia
«qualitativamente» soddisfacente, solidale cioè con quei motivi capaci di
giustificare l’impegno della vita. È quindi una richiesta etica, se per etica si
intende ciò che attiene alle profonde ragioni del vivere e ai modi concreti
con cui realizzarle.
Molti segni confermano questa interpretazione, per esempio lo spiccato
interesse per il volontariato: un lavoro in cui la remunerazione economica,
il prestigio sociale, la sicurezza materiale lasciano il posto a motivazioni
non solo post-materialistiche ma specificamente etiche: la solidarietà con i
più deboli, con i più sfortunati, con gli indifesi.
«Chi vorrà salvare la propria vita la perderà: chi perderà la propria vita
per causa mia la troverà.» Queste parole, prima di essere scritte nel
Vangelo, lo sono già, in qualche misura, nel cuore di ogni uomo.
Paradossalmente – ci ricordano le parole evangeliche e lo conferma
l’esperienza di sempre – l’uomo trova se stesso, riesce a vincere
l’inquietudine e l’ansia che lo opprimono, quando si dimentica, quando
pone fuori di sé, non quindi nell’esclusiva ricerca del proprio vantaggio, la
ragione delle sue scelte.
Là dove apparentemente la vita è perduta perché liberamente donata,
messa a disposizione nell’aiuto e nel servizio del prossimo, è invece
guadagnata.
Questo, che è un criterio etico supremo, è anche quello che decide della
«qualità» della vita individuale e collettiva.
In ordine a tale qualità un contributo decisivo viene oggi dal lavoro: nel
meglio o nel peggio 3.
Lectio divina
La lettura personale e in comune della Scrittura come parola di Dio («lectio
divina») è uno dei mezzi più efficaci per ogni fedele per disporsi a cogliere i
frutti dell’ascolto della Parola nella liturgia e prolungarne gli effetti.
Essa consiste nella lettura di una pagina biblica tesa a far sì che diventi
preghiera e trasformi la vita.
Si può attuare secondo due itinerari diversi.
Il primo itinerario, quello classico, parte dal testo per arrivare alla
trasformazione del cuore e della vita secondo lo schema lettura-
meditazione-orazione-contemplazione.
Il secondo itinerario parte dai fatti della vita per comprenderne il
significato e il messaggio alla luce della parola di Dio. I suoi momenti
possono essere espressi nelle due domande: come si rivela la presenza di
Dio in questo fatto? quale invito il Signore mi rivolge attraverso di esso?
Tenuto conto che l’autenticità delle risposte sarà verificata richiamandosi a
esempi o parole di Gesù nel Vangelo o ad altre situazioni o parole della
Scrittura.
Una variante di questo metodo è il trinomio vedere-giudicare-agire, dove
il giudicare significa comprendere il fatto alla luce della parola di Dio, e
l’agire va confrontato con gli imperativi del Vangelo.
Il primo metodo si adatta meglio per la lettura personale; il secondo per
un incontro di gruppo (revisione di vita).
Ma i due metodi si integrano a vicenda, e si correggono nelle loro
possibili unilateralità 4.

Legge
Che cosa rappresenta e che cosa significa la Legge nel linguaggio biblico?
Materialmente può indicare il contenuto complessivo dell’Antico
Testamento, le Scritture degli Ebrei. Per esempio, Gesù dice: «Non è forse
scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?». L’espressione è del
Salmo 82, perciò, pur se i Salmi sono di per sé fuori dal Pentateuco,
anch’essi sono chiamati Legge.
Tuttavia, «Legge» indica, per lo più (e appunto nel brano di Luca), i
primi cinque libri della Bibbia, cioè la Torah, l’insegnamento, la dottrina, o
qualcuno di essi. Concretamente, nel nostro contesto, la Legge fa
riferimento ai libri dell’Esodo e del Levitico.
Ancora più formalmente, a prescindere quindi dai libri, Legge significa
la rivelazione comunicata da Dio a Israele, per regolare la sua condotta
secondo Dio (è questo il senso più profondo della parola Torah); la Legge,
così intesa, non è mai separabile da Dio.
In proposito Xavier Léon Dufour, nel suo Vocabolario Neotestamentario,
per definire la Legge nel suo necessario rapporto con Dio, usa quasi un
gioco di parole: «Se il decalogo non diventa dialogo si irrigidisce in
catalogo» 5.

Libertà
Il manifesto della libertà interiore sono le Beatitudini, cioè l’atteggiamento
profondo di distacco da ciò che si possiede (denaro, successo, potere,
progetti, pretesa di gestire la propria vita). Per la pretesa di gestire la vita
nostra e altrui, senza lasciare uno spazio di distacco nel profondo, noi
diventiamo schiavi delle cose, degli impegni, delle aspettative degli altri,
dell’immagine che gli altri hanno di noi.
La libertà delle Beatitudini è quella dei figli che non si preoccupano del
domani, perché si affidano al Padre celeste.
Questa libertà è progressiva perché richiede molti anni, molta fatica,
molte tribolazioni per acquistarla; non ci è data subito.
Siamo dunque in cammino verso la vera libertà con cui Cristo ci ha
liberati, e quando riceviamo l’eucaristia, quando siamo assolti dai nostri
peccati, compiamo un passo in avanti. Si tratta di un cammino che
coinvolge tutta la nostra esistenza; esso è duplice e la spiritualità cristiana lo
ha sempre indicato con il nome di «purificazione attiva» e di «purificazione
passiva».
La purificazione attiva consiste, per usare un termine moderno, nel saper
scegliere, e quindi anche nel saper rinunciare quando è necessario, alla luce
dei criteri di bene superiore.
Con la purificazione attiva non arriveremo mai alla completa libertà e
per questo interviene l’azione purificatrice di Dio stesso. È estremamente
importante scoprire la mano purificatrice di Dio nella nostra vita: nella
preghiera, nelle amicizie, nelle relazioni, nei rapporti pubblici, negli affari,
nelle malattie, nelle stanchezze, nelle delusioni.
Dio ci purifica attraverso mille eventi, mille situazioni e noi dobbiamo
serenamente affidarci alla sua azione lasciandoci, per così dire, scarnificare
nella certezza che lui ci ama e che la sua mano è più sapiente della nostra 6.

Liturgia
C’è nella terra del nostro pellegrinaggio, un «luogo» dove la parola
salvatrice risuona con efficacia eccezionale: la sacra liturgia.
Essa è veramente un ininterrotto dialogo tra la Parola e l’uomo, chiamato
a essere un’eco di questa stessa divina Parola. La sacra liturgia, infatti, è
l’incontro salvifico del Padre che è nei cieli che viene a conversare con
molta amorevolezza con i suoi figli; è il colloquio tra lo sposo, il Signore
Gesù, e la sua diletta sposa, la Chiesa, fatta partecipe dell’eterno canto di
lode che il Verbo incarnato ha introdotto in questo nostro terrestre esilio.
La sacra liturgia, perciò, si nutre abbondantemente alla mensa della
parola di Dio: prende dalla Bibbia le sue letture, canta i salmi, si ispira alla
Scrittura nel comporre inni, preghiere, esclamazioni e invocazioni. Nel suo
concreto svolgimento manifesta una struttura dialogica che esprime la vita
stessa della Chiesa. Come, infatti, nell’Antico Testamento l’assemblea di
Jahvé è chiamata in primo luogo per ascoltare Dio che parla: «Ascoltate
oggi la sua voce», così l’assemblea liturgica, il vero popolo di Dio, viene
radunato anzitutto per ascoltare la Parola, Cristo Signore, e per unirsi a lui,
guidata dal suo Spirito, nella lode e nella supplica al Padre.
Perciò la parola della Scrittura, quando risuona nelle celebrazioni
liturgiche, costituisce uno dei modi della reale, misteriosa, indefettibile
immanenza di Cristo tra i suoi, come ci insegna il Concilio Vaticano II:
«Egli è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella
Chiesa si legge la Sacra Scrittura».
Quando Dio parla, sollecita una risposta. Noi rispondiamo a Dio che
parla e ci ricorda l’evento della nostra salvezza e il mistero del suo amore,
con la celebrazione dell’eucaristia – grande preghiera di ringraziamento,
memoriale perenne della passione redentrice, offerta con la vittima
immolata della propria vita –, con le altre celebrazioni liturgiche
intimamente connesse con l’eucaristia 7.

Liturgia delle Ore


Nella Liturgia delle Ore, Dio, che ripetutamente ci parla, ascolta la nostra
risposta e ci suggerisce la parola stessa con cui rispondere.
Tutta la creazione, che ha il suo capo nel Gesù crocifisso e risorto e il
suo corpo in tutti coloro che a lui sono vitalmente connessi, risponde al suo
Creatore ritmando la sua lode e la sua implorazione si direbbe sul respiro
stesso dell’universo, cioè sul fluire del tempo e sulla vicenda perenne e
sempre nuova della luce.
Ogni essere, in qualche modo, si congiunge a questa preghiera cosmica
che si eleva a Dio, soprattutto nei due momenti cardinali del tramonto e del
primo mattino. La stessa parola di Dio mette sulle nostre labbra il canto di
risposta, proponendoci la recita dei Salmi, i quali sono, come tutte le altre
pagine della Bibbia, divinamente ispirati, e insieme sono vera e
appassionata preghiera dell’uomo. E così si avvera in modo significativo
quanto dice san Paolo: «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente
domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti
inesprimibili». Lo Spirito Santo dunque, «che ha parlato per mezzo dei
profeti» ed è l’autore principale dei Salmi, prega con la nostra voce e
assicura alla nostra implorazione il gradimento del Padre. Lo stesso Signore
Gesù nella sua vita terrena ha pregato coi Salmi, e continua oggi a pregare
con noi. Coi Salmi ha pregato la Vergine Maria, coi Salmi hanno pregato
tutte le generazioni cristiane. Le difficoltà che l’uomo di oggi può
incontrare nella comprensione dei Salmi sono facilmente superate, se si
ricordano e si accolgono nella fede le norme della loro interpretazione,
insegnateci dagli antichi Padri, e in particolare da sant’Ambrogio e
sant’Agostino. Tutti i Salmi nel loro senso più profondo e pieno parlano di
Cristo (che soffre nella sua passione ed è salvato e glorificato dal Padre
nella risurrezione), o della Chiesa (che è pellegrina in terra e si allieta nel
Regno), o dell’uomo redento (tribolato e perseguitato, ma insieme in serena
attesa della gioia eterna); oppure in essi parla Cristo o la Chiesa o il
cristiano 8.

Lode
Ci può talora venire il dubbio che non sia realistico lodare Dio mentre la
gente soffre, è povera, senza lavoro, mentre nel mondo ci sono violenze e
guerre. Temiamo, in un certo senso, che questa lode a Dio equivalga a
mettere la benda sugli occhi. Tuttavia credo che noi dobbiamo avere più
coraggio. Se cominciamo a guardare il mondo con gli occhi di Dio, e quindi
a lodarlo per ciò che fa di bene, saremo più capaci di distinguere il bene dal
male e di entrare nelle sofferenze dell’umanità.
Il senso della lode di Dio è il primo realismo: è la contemplazione del
mondo come luogo della bontà, della misericordia, dell’amore di Dio,
dell’amore di Cristo per l’uomo, per il povero, per il malato, per il
sofferente, per me, per noi, per questa Chiesa.
È necessario quindi imparare a leggere nella propria personale
esperienza i motivi reali della lode a Dio. E, in verità, ce ne sono tantissimi!
Spesso noi consideriamo come avvii i doni del Signore e non ce ne
stupiamo: il fatto, ad esempio, di essere qui insieme, di avere conservato
fino a ora la fede, di avere perseverato nella vocazione, sono tutti doni
immensi. Nella nostra giornata e nella nostra vita dovremmo abituarci a
leggere le diverse circostanze in modo che tutto si trasformi in azione di
lode.
Maria, nel Magnificat, canta una lode immensa che invade l’universo. Si
potrebbe dire: ma, in fondo, che cosa ha visto Maria? Ha visto per qualche
minuto un angelo e non sappiamo nemmeno bene come l’abbia visto. Ha
sentito una buona parola da Elisabetta, e basta. Sono due piccoli eventi in
cui ha letto, passando per la conoscenza di Dio, un disegno universale.
Questo significa che per lodare Dio non occorre molto: è sufficiente saper
guardare un evento in cui Dio si manifesta, perché da esso noi possiamo
risalire all’Onnipotente, al Dio il cui nome «è Santo», la cui misericordia
«permane di generazione in generazione».
Psicologicamente, è sufficiente concentrarci su una piccola circostanza
per riuscire a coglierne tante altre 9.

Lontani
Molte pagine della Bibbia ci presentano dei forestieri, dei pagani, degli
esclusi, che diventano i destinatari privilegiati della parola di Dio.
Effettivamente su coloro che frequentano regolarmente la vita della
comunità incombe il rischio di abituarsi ai grandi doni cristiani, di trattarli
in modo possessivo, di mortificarne l’efficacia operativa. Invece la
condizione di lontananza, soprattutto quando non dipende prevalentemente
da cause colpevoli, come la pigrizia, l’indifferenza, la condotta morale
contraria al modello evangelico, può conferire alla ricerca di fede un tono di
profondo rispetto, una passione per l’autenticità, una maggiore serietà nel
correlare la fede con i problemi del mondo d’oggi. Questi possibili valori,
presenti nella fede dei lontani, non devono indurre a pensare che sia
preferibile mantenere la condizione di lontananza. Si tratta di valori precari,
che, per essere veramente e fruttuosamente operanti, richiedono che la
lontananza venga superata in un accostamento critico e coraggioso alla vita
della comunità cristiana 10.
M come…

Magnificat
Vorrei rilevare l’intensità del verbo: magnifica. L’espressione è quasi
paradossale: come si fa a magnificare il Signore, a renderlo più grande di
quanto è? Noi diciamo sovente: o Dio, lodo la tua grandezza; e però il verbo
usato da Maria rivela un affetto profondissimo, una emozione molto
intensa. È un volere Dio il più grande possibile, come una mamma che ama
talmente il suo bambino da desiderare che sia il più bello, il più felice, il più
grande della terra.
Maria ama Dio con tutte le sue forze, lo ama follemente, con un amore
estatico che la fa uscire da sé.
E che cosa vuol dire: esultare? Esultare significa saltare, danzare. La
medesima parola (nel testo originale greco la relazione è più evidente) viene
usata per il bambino che si mette a saltare nel grembo di Elisabetta.
Le due azioni sono analoghe: esultare è il mettersi a saltare di uno che è
pieno di gioia. È l’espressione istintiva di una mamma, per esempio, il cui
bambino, dopo una lunga e grave malattia, guarisce: la madre allora lo
prende in braccio e si mette a ballare per la stanza dalla gioia, gridando che
il piccolo è guarito!
Questa è la gioia di Maria, la sua esultanza: Dio è il suo Tu, colui verso
il quale sente una intimità e familiarità profonde 1.

Malattia
L’unico modo in cui la malattia potrebbe essere vissuta – e non
semplicemente attraversata come tempo morto dell’esistenza umana –
sarebbe quello che consentisse di riconoscervi un senso, un’indicazione
positiva per il cammino dello spirito, pur nella paralisi delle membra, nella
passione e nell’umiliazione della carne. Riconoscere un senso di questo
genere nella malattia è certamente possibile, ma a patto che sia rimesso in
questione il senso della vita umana.
Per riconoscere come anche e soprattutto dalle cose patite prenda
alimento la libertà dell’uomo è necessario prima che si riconosca come ogni
libertà umana abbia inizio nel segno dell’ubbidienza.
Quando l’uomo impara a superare una visione possessiva e in sé
compiuta dei beni terreni, allora egli pure impara a credere e sperare anche
al di là dello svanire dei medesimi beni.
Lo svanire della salute non conduce all’avvilente conclusione che la vita
è ormai impossibile, ma conduce piuttosto a invocare e a sperare una salute
o una salvezza che raggiunge l’uomo quando egli ha ormai congiunte le sue
mani inoperose.
La passione estrema della malattia mortale è l’esperienza umana nella
quale misteriosamente si prova la suprema libertà: la libertà della fede, e
non quella delle opere.
A questa lotta suprema i fratelli, resi lontani e anch’essi impotenti quanto
al fare e al dire, pure partecipano: ma nell’atteggiamento stesso di colui che
vive l’agonia, e cioè a mani giunte, nella fede e nell’invocazione.
La loro costanza e il loro coraggio nel rimanere accanto al fratello che
soffre, pur non potendo fare nulla per lui, è il modo vero di prendere parte e
di comunicare con lui al di là di ogni parola 2.

Maria
Maria riassume in sé, in modo esemplare, il mistero del popolo, il mistero
della Chiesa; la Chiesa e ogni cristiano, a loro volta, rivivono
l’atteggiamento di Maria.
Sono tre coordinate entro le quali dobbiamo considerare la vita, la
funzione, i privilegi della Vergine Immacolata:
– Prima di tutto l’inserimento nel disegno dell’amore di Dio;
– Poi, l’attuazione esemplare in lei del mistero della Chiesa;
– infine, la missione di speranza per ogni uomo peccatore.

I privilegi della Vergine Maria sono certamente un dono singolarissimo


che a lei sola competono, ma sono pure uno specchio nel quale la Chiesa
vede attuati, in modo sublime, i valori fondamentali di ogni vita cristiana.
Sant’Ambrogio ha sentito fortemente la continuità tra Maria e la Chiesa,
tra Maria e l’anima cristiana. Nel commento al vangelo di Luca scrive:
«Secundum carnem una mater est Christi, secundum fidem tamen omnium
fructus est Christus», secondo la carne una è la madre di Cristo ma secondo
la fede tutti generano Cristo.
Questi grandi valori cristiani ci appaiono in pienezza celebrando la
solennità dell’Immacolata concezione. E se noi ci domandassimo quale
valore cristiano, nella nostra storia personale, risponde di più a ciò che è per
Maria la concezione immacolata, facilmente vedremmo che è il battesimo.
La piena vittoria sul peccato, la piena appartenenza a Dio che hanno
contraddistinto l’intera esistenza di Maria, l’abbraccio d’amore del Padre, si
attua per noi, che nasciamo peccatori, attraverso il battesimo 3.

Martirio
È una testimonianza pacifica, resa a Cristo a prezzo della vita, in situazioni
di polemica e di rottura insanabili.
È una testimonianza pacifica, cioè resa con amore e inermità. Di per sé
non è martire chi muore con le armi in mano, anche se per una causa
ritenuta giusta. La Chiesa non ha mai onorato come martiri i crociati.
Testimonianza resa a Cristo a prezzo della vita in situazioni di rottura, il
martirio si compie quando il dialogo cessa. Così è accaduto al primo martire
Stefano, come leggiamo negli Atti degli Apostoli. Stefano sta parlando, ma
a un certo punto, viene interrotto: «Gridando con voce grande si coprirono
le orecchie e si gettarono come un solo uomo verso di lui». Stefano non
riesce più a parlare: gli interlocutori non vogliono ascoltarlo oltre e gli
usano violenza.
Il martirio d’altra parte è radicato anch’esso nel primato dell’amore che
quando diviene amore sommo chiede di dare la vita. Il martirio esprime la
coerenza della fede, che esige di non sconfessare mai, per nessun motivo, il
Signore Gesù davanti agli uomini. Ma gli uomini spesso sono succubi del
potere delle tenebre e tendono a soffocare la luce. Il martirio è quindi
potenzialmente contenuto nella confessione cristiana, nel battesimo e nella
cresima, anche se forse non ce ne rendiamo sempre conto.
La beatitudine che nel vangelo di Matteo riassume tutte le altre, quasi
interpretandole, dice così: «Beati voi quando vi disprezzeranno, vi
perseguiteranno, diranno ogni male contro di voi mentendo a causa mia:
godete e rallegratevi».
Il martirio è qui espresso come figura di valore dell’uomo nuovo, non
soltanto figura astratta, ma concreta. Infatti lo stesso evangelista dice più
avanti: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali
e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai
governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.
E sarete odiati da tutti a causa del mio nome: ma chi persevererà fino alla
fine sarà salvato».
Gesù prevede tutto questo per la sua Chiesa e la storia ci dice con quanta
ragione 4.

Mass media
Da quando Dio ha parlato in parole ed eventi umani, noi siamo assicurati
che le parole e gli eventi di questo mondo sono atti a fare da veicolo alla
sua comunicazione, capaci di dire il suo amore, la sua verità e la sua vita nei
poveri termini e nei gesti limitati della nostra esperienza. I mass media,
nella varietà dei linguaggi da essi usati (verbale, per immagini, sonoro,
gestuale, per vibrazioni ed emozioni, ecc.), sono «tende» potenziali in cui il
Verbo non disdegna di abitare, lembi del suo mantello, attraverso cui può
passare la sua potenza salvifica.
Tuttavia non dobbiamo nascondere le possibili ambiguità: il linguaggio
umano, per quanto veicoli il messaggio e il dono divini, non li esaurisce.
Dio resta sempre più grande delle parole e dei gesti dell’uomo; i mass
media – pur nella loro migliore utilizzazione – hanno comunque una
capacità relativa e limitata.
C’è un’eccedenza del mistero divino, che non va mai dimenticata, e che
deve rendere perennemente vigilanti e attenti a quanto trascende ciò che la
«notizia» comunica.
Il lembo resta cioè un pezzo del mantello, e il mantello rimanda alla
persona che lo indossa e che potrebbe dismettere il mantello quando non
volesse servirsene più.
I mass media sono mezzi e non fini, realtà strumentali, penultime e non
ultime, che potrebbero nascondere e ostacolare la via del vero, ma,
quand’anche fossero a essa aperti, non la esaurirebbero del tutto 5.

Matrimonio
Il matrimonio contiene la vocazione all’unità di coppia e di famiglia da
costruire giorno per giorno, è una nativa e insopprimibile vocazione
all’unità. Per questo le parole di Gesù valgono per tutte le famiglie: «Siano
una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi
una cosa sola».
L’esperienza dei primi anni di matrimonio è proprio quella in cui si cerca
in tutti i modi di costruire questa unità, con l’entusiasmo, la gioia di vedersi
fatti l’uno per l’altro, ma anche con le difficoltà di scoprire che non si è
come si pensava, e che quindi ci vuole un lungo cammino di integrazione,
di ascesi, di perdono, di pazienza. Perché l’unità non è ovvia; che due
persone vivano insieme per lungo tempo senza stancarsi l’una dell’altra, ma
riconoscendo sempre più il dono di Dio, è un miracolo, è un dono che Dio
dà, è una grazia.
Andare d’accordo in famiglia non è ovvio, non va da sé; va da sé il
contrario. È la grazia del sacramento del matrimonio che vi impegna a
vivere «in due» e «a due» il cammino unico, compiendo tutte le azioni della
giornata non più con lo spirito della persona sola, libera di scegliere e di
fare quello che vuole e di farsi rispettare dall’altro; occorre invece che tutto,
direttamente o indirettamente, sia fatto «in due» e «a due», o almeno in
funzione l’uno dell’altro.
Questo è molto difficile e ci sono persone che, ancora dopo anni di
matrimonio, non l’hanno capito; magari si lamentano di avere problemi, di
non essere compresi, e non hanno capito questa regola fondamentale 6.

Maturità cristiana
Comunque sia la figura del cristiano maturo da costruire, ci sono almeno tre
caratteristiche fondamentali.
La prima caratteristica è quella della positività.
È una figura di uomo che tenta continuamente di gettare ponti, di
ricucire situazioni difficili, di guardare avanti. Se pensiamo all’inno della
carità di san Paolo: «…tutto crede, tutto copre, tutto spera», dobbiamo dire
che nella figura del cristiano adulto non ci può essere depressività, sfiducia,
malumore, malinconia, diffidenza. Neppure una certa animosità si accorda
con la figura del cristiano maturo nella fede, che lascia piuttosto il posto
alla tensione, al coraggio, alla generosità totale.
La seconda caratteristica, che non dobbiamo dimenticare, è la sua
conflittualità.
Da dove nasce questa figura? San Paolo lo dice chiaramente nel contesto
della Lettera ai Galati: «Il frutto dello Spirito invece è…».
«Invece», riferito ai versetti precedenti, è in contrasto con le opere della
carne: «Fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria,
inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie,
ubriachezze, orge e cose del genere».
La figura del cristiano non nasce irenicamente da uno sviluppo tranquillo
della persona bensì e conflittualmente da una franca separazione,
opposizione e condanna di tutto ciò che continuamente nell’uomo, nella
comunità e nella società tende a fare esprimere diversamente la personalità
cristiana.
E quindi una figura che, pur essendo totalmente positiva, è
dichiaratamente conflittuale e conscia continuamente del bisogno di
separarsi dalle opere delle tenebre.
La terza caratteristica è una profonda unitarietà. Benché frammentata in
molteplici atteggiamenti, l’unità profonda di questa figura appare già al
livello filologico perché Paolo parla di «frutto dello Spirito». È un unico
frutto, sociale, etico, della crescita cristiana 7.

Memoria
Si ha talora l’impressione, sbagliata, che la Chiesa esorti comunque a non
pensare più alle offese e ai torti ricevuti, a non rinvangare il passato,
neppure nel caso in cui fossero state commesse le ingiustizie più gravi, in
cui la vita di qualcuno fosse stata sottoposta alla violenza. Certo non è
saggezza umana, come già diceva Pascal all’amico che piangeva la morte di
un familiare, prolungare senza fine le grida del pianto e del lutto: ma ciò
non vuol dire semplicemente dimenticare, non sentire nel cuore le ferite,
non soffrire amaramente soprattutto per chi è stato vittima di una grave
ingiustizia.
Anzi la Chiesa ci invita tante volte a ricordare, a fare memoria, e a fare
memoria anzitutto della morte tra le più crudeli e violente e senz’altro la più
ingiusta di tutte, quella di Gesù di Nazaret.
Di questa morte la Chiesa fa memoria ogni giorno nella messa, ce la
pone davanti nell’immagine del crocefisso: guardando quel crocefisso noi
vediamo commemorate in lui tutte le vittime della violenza umana, da
Abele fino ai forni crematori, dai massacri di Shabra e Shatila fino alle
vittime del terrorismo.
La Chiesa non invita a dimenticare, a fare come se tutto ciò non fosse
successo: ma anzi esorta a coltivare una lucida coscienza storica del passato
prossimo e remoto, a rendere testimonianza di quanto è avvenuto ed è stato
sofferto, a trarne lezioni permanenti per la resistenza a ogni forma di
violenza, male e menzogna, e a esprimere questa testimonianza nel ricordo
memore dei caduti, nell’attenzione agli invalidi, nel rispetto e nell’amore
per le famiglie e per i figli. È questa una memoria che non è vendicativa ma
costruttiva, che studia le cause e le ragioni profonde delle aberrazioni della
violenza e della ingiustizia, per prevenirle, smascherarle nelle loro
espressioni ancora presenti in mezzo a noi, così da impregnare tutto, anche
gli eventi più tragici, di un dinamismo serio di pace e di opposizione al
male 8.

Misericordia
Giona rinfaccia a Dio di essere clemente, longanime e di grande amore, che
si lascia impietosire. Dio deve quasi difendersi da questa accusa, perché la
sua misericordia è qualcosa di incomprensibile, di viscerale, di avvolgente,
di assoluto; è il fondamento stesso della nostra vita e della nostra libertà.
Infatti uno può vivere e amare solo se è accettato così com’è, senza
condizioni: è allora che si sente libero.
Dio ci ama in questo modo. L’unica misura del suo amore smisurato è il
bisogno della persona amata; il povero, l’infelice, il peccatore, il perduto,
sono amati persino più degli altri.
Come una madre che ama il figlio perché è suo figlio, e se è disgraziato
lo ama ancora di più sapendo che potrà diventare più buono nella misura in
cui sarà amato.
Dio, che ci è più padre di nostro padre e più madre di nostra madre, che
ci ha tessuto nel grembo materno, fa della misericordia la realtà che ci
contiene, dall’alto e dal basso, dall’oriente e dall’occidente. Nella sua
misericordia noi siamo ciò che siamo e la nostra stessa miseria diventa il
recipiente e la misura su cui si riversa la sua misericordia 9.

Missione
La missione è l’irradiamento incontenibile dell’energia, dell’autorevolezza,
della pienezza vitale promananti dal Vangelo, come lieto annuncio di Gesù,
Figlio di Dio venuto a salvarci, morto e risuscitato per noi, principio, norma
e giudice della storia umana.
L’autorevolezza di Gesù, la sua potenza salvifica, la sua autenticità
umana presentano aspetti diversi tra loro strettamente connessi.
– C’è un’autorevolezza fondamentale che è alla base di tutto e consiste
nel fatto che la vicenda umana di Gesù essendo la storia del Figlio stesso di
Dio, è parola di Dio per ogni uomo, rivela il disegno di Dio, è verità, vita,
speranza per l’umanità.

– Quest’autorevolezza viene espressa ed esercitata nell’autorevolezza


personale con cui Gesù agisce nella storia, prende delle decisioni, chiama a
sé le persone umane, istituisce degli strumenti concreti per far giungere a
ogni uomo il suo messaggio e la sua forza di vita.

– Così si arriva all’autorevolezza storico-culturale, con cui Gesù


raggiunge effettivamente gli uomini nella loro concretezza storica, nelle
circostanze diversissime in cui ognuno vive, nelle mutevoli condizioni
culturali che accompagnano l’evoluzione degli uomini, dei popoli e
dell’umanità intera 10.

Mitezza
Ci domandiamo che cosa sia questo atteggiamento di cui il Nuovo
Testamento ci parla con insistenza e che noi oggi riteniamo, a una prima
impressione, poco popolare, poco attuale. Forse lo conosciamo di più nella
sua versione di non-violenza e, in realtà, una traduzione moderna del brano
di Matteo ha questa dizione: «Beati quelli che non sono violenti perché Dio
dà loro la terra promessa».
Nella sua accezione di «mitezza» o di «mansuetudine» questa parola ha
però poco corso ai nostri tempi e viene confusa spesso con debolezza, facile
accondiscendenza, virtù quindi unicamente negativa o passiva, non adatta
per il combattimento morale dell’uomo in una società dura e difficile come
la nostra.
Talora è pure confusa col carattere gioviale, pacifico, con l’atarassia,
l’imperturbabilità di chi si controlla sempre, magari per calcolo, per
capacità politica.
Al contrario, la mansuetudine di Cristo e quella dei santi è il rispetto, la
verità dell’atteggiamento umano di fronte alla sfera dello spirito; è la
capacità di distinguere la sfera della materia, dove opera la forza, dalla sfera
dello spirito, dove opera la persuasione e la verità. Mitezza è la capacità di
riconoscere che nelle relazioni personali – quelle che costituiscono il livello
propriamente umano dell’esistenza – non ha luogo la costrizione o la
prepotenza ma è più efficace la passione persuasiva, il calore dell’amore.
Mitezza è la capacità di credere nella forza trasformante dell’amicizia.

L’uomo mite secondo il Vangelo è dunque colui che, malgrado l’ardore


dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, interiormente
libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore,
in questo, di Dio che tutto opera nel sommo rispetto per l’uomo, e muove
l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai fargli violenza 11.

Morte
Ogni uomo va incontro alla propria morte, e lo sa. Questa è la differenza
grande rispetto al finire dell’animale; l’uomo sa, con certezza assoluta, della
propria morte e prende posizione di fronte a tale realtà. Posizione che
potrebbe essere quella di non volerei pensare, e tuttavia si tratta sempre di
una posizione.
Solo l’uomo, quindi, esiste sempre e inevitabilmente come posto a
confronto con la propria fine, meglio con la totalità della propria esistenza.
Perché è appunto attraverso la morte che avviene la definitività compiuta
dell’esistenza umana; è la morte, e il fatto di camminare verso di essa, che
ricorda il senso definitivo delle nostre azioni, la non rimandabilità indefinita
delle scelte.
In un arco di tempo determinato l’uomo deve prendere delle decisioni.
La definitività dell’esistenza umana, e di conseguenza la chiarezza di un
imperativo etico, appare nella riflessione sul fatto che l’uomo è obbligato a
guardare e a tenere conto della propria vita come delimitata in un certo
spazio, chiusa dalla morte.
In questa visuale esistenziale, filosofica – non certamente biologica! – la
morte è una realtà che domina l’intera vita e in cui l’uomo è chiamato a
disporre di sé nella sua totalità, anche se il disporre di sé comporta un
accettare che qualcosa viene, nella propria esistenza, non da sé.
Di fatto, l’uomo può rifiutare di prendere posizione, può bestemmiare;
oppure può accogliere, nella concezione di sé, la realtà della morte.
Il senso della morte è l’essere messo in maniera definitiva e decisiva di
fronte alla propria esistenza vista come totalità, pur se sottratta a
un’esclusiva disponibilità 12.
N come…

Natale
I testi delle origini non ci danno alcun particolare sulla nascita, se non il
fatto che essa avvenne nei dintorni di Betlemme, e che il bambino fu posto
in una mangiatoia usata per gli animali. Questo dettaglio è ripetuto tre volte
nel racconto dell’evangelista Luca, e costituisce probabilmente una discreta,
ma significativa chiave di lettura di tutto l’episodio.
Quel bambino che è nato è in un certo senso un bambino come tutti gli
altri. Invano si cercherebbe in lui qualche segno che indichi la sua origine
divina. Ma la straordinaria precarietà della sua prima sistemazione,
inaccettabile anche per i poveri beduini pastori che avevano almeno la
fierezza di una tenda propria, colpisce chi passa di là per caso o chi si sente
chiamato a quel luogo da una voce dall’alto.
Per ogni uomo, anche per chi non crede, il disagio di questa giovane
famiglia senza tetto è un invito ad aprire il cuore.
Per chi si avvicina con gli occhi della fede vi è inoltre un segno
indimenticabile, anche per i giorni di maggiore benessere, di ciò che ha
valore e di ciò che non conta agli occhi di Dio.
Ci sono tanti in mezzo a noi a cui manca casa, lavoro o sicurezza; e molti
più ancora per cui la casa non è una casa, perché l’affetto è morto o
languisce.
E ci sono tanti – diciamo meglio, siamo in tanti – che dicono di credere
in Cristo, proclamano che il Bambino del presepio è il Maestro e il Signore,
ma che nel giudizio pratico dei valori preferiscono di gran lunga l’avere
all’essere.
Non è peccato l’avere: anche Gesù avrà per un tempo una sua casa, il
suo lavoro e uno stile di vita dignitoso, conforme a quello della gente
laboriosa del suo popolo. Ma è peccato preporre l’avere ai valori più
importanti dell’esistenza.
Non c’è nessuna realtà né personale, né sociale, né politica, né
ecclesiastica che non debba venire sottomessa a questo principio 1.

Non-violenza
Mettendosi nel contesto della cultura e della religione indiana, credo si
debba affermare che la non-violenza ha le sue radici in una situazione
interiore dello spirito che viene cercata anzitutto e che noi chiameremmo
pace della mente e del cuore.
Non si tratta dunque di una realtà da raggiungere perché è buona in se
stessa o perché politicamente è utile al consesso degli uomini, ma di un
atteggiamento interiore preesistente a un particolare impegno. Il cammino
naturalmente è molto lungo, è un cammino ascetico difficile. Bisogna
scoprire in noi tutte le radici dell’agire violento, scoprirle nei nostri gesti
istintivi, nelle reazioni emotive, nelle tensioni o antipatie che si suscitano in
noi, nelle scelte pregiudiziali che facciamo di alcuni in favore di altri. Tutte
cose che magari, a livello di coscienza, vengono mascherate da un nostro
saper agire civile, e che però rimangono dentro come forti radici di
emotività violenta. Quindi i rapporti di famiglia, i rapporti personali, vanno
visti in quanto ci coinvolgono affettivamente con sentimenti di ripulsa, di
non accettazione, di contrapposizione, di vendetta, di rivincita, di
risentimento 2.
O come…

Obbedienza
La relazione di Gesù con il Padre è la sorgente di luce che illumina la sua
vita, la sua passione, la sua morte. Non si tratta soltanto di dire che Gesù
sceglie coraggiosamente tra la vita e la morte, tra la gioia e il dolore, che
sceglie la via stretta e difficile come via della testimonianza.
Egli sceglie, come Figlio, tra il proseguimento di una vita senza il Padre
e l’accettazione della morte con il Padre, sceglie l’obbedienza, la volontà
del Padre, l’essere con lui fino in fondo.
L’intensa, appassionata conoscenza che Gesù ha del volto del Padre, che
contempla sempre, gli fa comprendere che la scelta di stare dalla parte del
Padre, anche se comporta dolore e morte, per essere totalmente solidale con
noi, uomini peccatori, è tuttavia la scelta che attraverso l’amore lo porterà
alla pienezza della risurrezione.
Così, ogni nostra scelta va interpretata in questa prospettiva. Quando il
cristiano sceglie di dare la propria vita, di metterla a servizio degli altri, di
prendere la croce, di lavare i piedi ai fratelli, di accogliere le esigenze della
vita trasformata dal Vangelo in famiglia, nella società, nella scuola, nel
lavoro, di accogliere anche le sofferenze che ciò comporta, di partecipare
talora, per questa sua scelta, alla solitudine di Cristo nella sua passione, non
lo fa per una strana voglia di soffrire, ma perché ha scoperto il volto del
Padre e ha capito che la sorgente della vita sta nella volontà del Padre,
anche quando essa indica un cammino di sacrificio e di dedizione fino alla
morte 1.
Occhi
L’apertura degli occhi è l’inizio della ritrovata fraternità: dall’inimicizia e
dalla diffidenza al riconoscimento dell’uomo, dell’amico.
Un tipico esempio di ritrovata fraternità anche dal punto di vista
antropologico è, nella Genesi, il riconoscimento di Giuseppe, che si fa
riconoscere dai suoi fratelli. Colui che prima avevano temuto e non
riconoscevano, perché erano sotto l’impeto del timore, della paura, del
terrore di lui, del suo splendore quasi faraonico, ad un certo punto è
riconosciuto come fratello. La rinnovata fraternità umana è simboleggiata,
quindi, dall’apertura degli occhi: l’uomo che in certe situazioni vive come
fosse cieco e poi apre gli occhi.
E passando dal livello antropologico a quello storico-salvifico, il simbolo
si allarga, sia di senso che di riferimenti.
Gli occhi si aprono per la salvezza: il tema è molto usato nella Scrittura.
L’uomo si apre ai tesori dei comandamenti, della legge, è l’apertura stessa
delle Scritture.
San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi ci dice che sono velati gli
occhi dei giudei che leggono le Scritture, ma che quando viene Cristo allora
il velo cade e si aprono gli occhi.
Le stesse Scritture possono essere lette con occhi bendati (letteralmente:
senza capirne il senso) e con occhi aperti. Però l’apertura degli occhi è una
grazia, un dono, perché è lo Spirito che apre gli occhi, lo Spirito donatoci
dal Risorto 2.

Omelia
Come già dice il nome, omelia è una «conversazione»; nello stile
discorsivo, proprio della comunicazione familiare, la fede viene dichiarata e
proposta ai fratelli. Sottolineare questo aspetto non significa soltanto
ribadire l’opportunità dello stile semplice e familiare che la predicazione
omiletica deve avere; comporta anche la convinzione che l’omelia è, di
natura sua, un fatto dialogico.
Chi crede e aderisce alla Parola mette in comune la propria fede
proponendola ad altri, per favorire in essi il sorgere di una vera capacità di
accoglienza nei confronti del dono di Dio.
Sono convinto che interpretare in questo modo il ruolo di omileta
significa anche manifestare continuamente a se stessi e agli altri una
maniera di vivere il ministero di presbitero assai profonda e ricca. Ci
sentiamo fratelli tra i fratelli; impegnati con tutte le nostre forze a far
circolare quel «linguaggio di famiglia» che viene costruito direttamente
dall’accoglienza dei criteri e della sensibilità comunicata dalla parola di
Dio. Chi si educa a predicare con questo animo, si educa anche a vivere con
lo stesso stile i molteplici rapporti con i fratelli e le sorelle della comunità in
cui è pastore. Analogamente, chi percepisce il proprio ministero di
presbitero come servizio ai fratelli che aiuti a vivere con una mentalità di
fede le svariate situazioni della vita di ogni giorno, avrà la sapienza di
valorizzare e di amare profondamente quel momento – l’omelia appunto –
in cui questo atteggiamento di vita diviene anche pubblicamente funzione 3.

Onestà intellettuale
La prima virtù necessaria per affrontare seriamente il mondo futuro è
l’onestà intellettuale al di là delle semplificazioni emotive; l’onestà di chi
vuole conoscere a fondo le cose. Onestà intellettuale su tutti i problemi in
gioco, onestà intellettuale che deve poi divenire metodo di vita, di ricerca,
di espressione culturale.
Da questa onestà, che deve permeare la ricerca, la parola, il linguaggio,
noi siamo indubbiamente ancora lontani. Si impone, allora, come un
gravissimo dovere l’onestà intellettuale sul problema della guerra e della
pace, degli armamenti e del disarmo, sulla ricerca delle condizioni per il
benessere, per lo sviluppo, per il lavoro, per le proposte contro la
disoccupazione, per un maggior rigore morale, per un rilancio economico.
Si impone l’onestà intellettuale nel linguaggio politico, nelle proposte e
nei programmi, nella scienza e nella divulgazione delle scoperte. Si impone
l’onestà intellettuale anche nel linguaggio religioso perché troppo spesso
l’uomo è portato a conclusioni rapide, a scorciatoie intellettuali non sempre
legittime, pur di poter affermare qualche cosa, pur di ottenere un assenso, di
creare un’opinione a favore di qualcuno. Senza un’educazione all’onestà
intellettuale, l’uomo non può sperare di affrontare le sfide del tempo
presente in una società complessa come la nostra.
Di qui anche l’importanza della scuola e l’importanza di ogni linguaggio
– dalla comunicazione pubblica al linguaggio giornalistico, a quello
televisivo – per educare al rispetto della verità, allo spirito critico, alla
capacità di moderazione nell’uso delle parole, direi degli aggettivi, degli
avverbi, alla capacità di considerazione oggettiva delle situazioni 4.

Opzione battesimale
Questa opzione è espressa, in maniera pregnante, dalla parola del
centurione di fronte alla morte di Gesù Cristo in croce. «Allora il centurione
che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente
quest’uomo era Figlio di Dio”.»
Il centurione ci viene presentato da Marco, in questo momento cruciale
di tutto il cammino di Gesù, come l’immagine di colui che, di fronte alla
croce, vedendo morire Gesù, ha compiuto il salto dalla religiosità
utilitaristica pagana, che metteva Dio a servizio del proprio successo e della
propria riuscita nella vita, a una religiosità di dedizione, alla scoperta del
Dio di Gesù Cristo.
Apparentemente Dio abbandona Gesù sulla croce, non gli procura la via
del successo in questo mondo e ciononostante Gesù si rivela pieno di
amore, di fiducia, di dedizione esemplare. L’opzione per il Dio di Gesù
Cristo è anche uno scentramento della personalità, che passa dalla
concezione del Dio utile a me, al mio cammino nella vita, a un
atteggiamento battesimale nel quale metto a disposizione del Dio di Gesù
Cristo la mia vita e la mia morte con fiducia totale, e così facendo entro a
partecipare degli atteggiamenti di disponibilità, di abbandono, di dono della
vita che sono propri di Gesù Figlio di Dio 5.
Ospitalità
Questo simbolo primario dell’accoglienza, dell’ospitalità, è antichissimo
nella storia di salvezza: Abramo che accoglie i tre angeli dicendo «rimanete
presso di me, vi prego, se ho trovato grazia ai vostri occhi» è il simbolo
dell’uomo che supera l’istintivo timore dell’altro, la diffidenza che può
avere verso il viandante, che può far temere che sia una spia. E questo
timore si scioglie lentamente sino a diventare fraternità: vieni a casa mia,
che tu sia mio ospite.
Quando Paolo predica a Filippi c’è l’episodio di Lidia che dice: «Se ho
trovato grazia presso il Signore venite, vi prego, rimanete a casa mia e siate
miei ospiti». E attraverso l’ospitalità si svolgeva il ministero itinerante dei
discepoli: è il modo con cui l’uomo, diventato fratello al fratello, accoglie il
mistero di Dio. È, perciò, uno dei grandi simboli dell’amicizia. Sappiamo
che in Oriente l’ospitalità è uno dei pilastri fondamentali del costume, è il
modo di mostrarsi gentiluomini, uomini veri: saper ospitare chiunque, a
qualunque ora, in qualunque tempo, senza mai irritarsi, preparando subito
tutto con gioia (anche se poi la moglie grida e brontola!), è un preciso
dovere dell’orientale 6.
P come…

Pace
Con il tema della pace tocchiamo il rapporto tra uomo e uomo, tra soggetti
umani e altri soggetti non più umani; tocchiamo il luogo dell’accettazione e
del rifiuto, le passioni più forti che ci portiamo dentro, quelle unitive e
quelle oppositive. Tocchiamo la radice della conflittualità. Siamo tutti
d’accordo nel dire che la pace non è oggetto di dibattito ma è un bene da
chiedere, è una via su cui camminare, un bene da perseguire ponendo le
premesse necessarie perché sia possibile; o, almeno, perché a questo bene ci
si avvicini in maniera che, se non riusciamo a essere pienamente operatori
di pace, non ne siamo però distruttori. Ed è a questo punto che incomincia
la sofferenza maggiore. Diciamo, infatti, di voler porre le premesse di pace:
ma siamo sicuri di conoscerle nel concreto, di conoscerle nell’oggi, di
essere d’accordo su queste premesse? Siamo certi, una volta che fossimo
tutti d’accordo, di essere pronti a metterle in opera?
Di fronte a queste domande alcuni dicono che forse possiamo porre
soltanto dei segni, senza riuscire ad affrontare il problema in maniera
globale e soddisfacente. In ogni caso, ci assale il timore che le premesse
della pace, chiarite a fondo e concordate fra tutti, siano impraticabili in un
mondo come quello di oggi. Se siamo coerenti, ci chiediamo come sia
possibile porre dei segni di pace in un mondo che non offre la possibilità di
cambiare se non poche cose.
Ci troviamo, insomma, davanti a delle strade che sembrano impraticabili,
utopiche e, nello stesso tempo, percepiamo che la pace è una necessità
inesorabile, una questione di vita o di morte 1.
Padre Nostro
È una preghiera che non finiremo mai di meditare e, quando non sappiamo
pregare, basta riprendere adagio adagio, parola per parola, il Padre Nostro.
La struttura fondamentale di questa preghiera comporta tre momenti: il
primo è come la base di una sorgente; il secondo è come uno zampillo che
sale verso l’alto; il terzo è lo zampillo che discende innaffiando tutto ciò
che c’è intorno.

1. La sorgente è espressa nella parola «Padre», ed è, per chi prega, lo


spirito di figliolanza. Dal momento che vivere da figli significa vivere il
battesimo, nella preghiera noi viviamo al massimo il nostro battesimo.
Lo spirito filiale è la radice di ogni preghiera, è l’atteggiamento più
importante perché la vita eterna consiste nell’esplicitazione dell’essere figli
di Dio. Notate che nel Padre Nostro potremmo ripetere la parola «Padre» a
ogni invocazione: Padre, venga il tuo Regno; Padre, sia fatta la tua volontà;
Padre, perdona i nostri peccati; Padre, liberaci dalla tentazione.

2. Il secondo momento è costituito appunto dalle invocazioni che


salgono verso l’alto, come uno zampillo, che si rivolgono a Dio col
pronome in seconda persona: «Venga il tuo regno, sia santificato il tuo
nome». Nella forza dello Spirito Santo l’anima redenta, battezzata, si
innalza verso il Padre.

3. Il terzo momento è la ricaduta sulla terra di questa sorgività spirituale,


di questo gettito potente dello Spirito Santo che ci spinge in alto. La
ricaduta sulla terra, cioè su di noi che siamo affamati, che abbiamo bisogno
di perdono, che dobbiamo perdonarci a vicenda, che siamo tentati perché
deboli e fragili.

Così la preghiera ci coinvolge nella verità del nostro essere: Signore, non
permettere che io cada nella tentazione. Tu vedi come sono tentato, stanco,
annoiato, pigro; liberami da tutto ciò che mi impedisce di avere fiducia in
te, di contemplarti e amarti come Padre 2.
Parabole
Perché Gesù ha parlato in parabole? Sappiamo che si danno molte
motivazioni. Una motivazione è di carattere storico-politico: perché il suo
insegnamento non venisse confuso con quello di un capo o di un
riformatore politico.
La gente doveva gradualmente comprendere la diversità e insieme il
carattere «rivoluzionario» del suo insegnamento, senza confonderlo con
dottrine politiche o pseudo-messianiche del tempo.
Assieme a questo motivo storico-politico un altro più profondo: quello
storico-salvifico che è chiamato il segreto messianico, la rivelazione del
mistero del Regno, fatta in modo da essere pian piano compresa, stimolando
a un’apertura del cuore verso un mistero più ampio.
Ai motivi storico-politici e storico-salvifici del linguaggio in parabole si
aggiunge un motivo profondamente umano. La parabola, e tutto ciò che
appartiene al genere parabolico, enigmatico e allusivo, permette di
moderare la pienezza dei sentimenti che talora non sopportano di essere
espressi in maniera diretta e aggressiva. Nel quadro della parabola essi
vengono convogliati, smorzati e portati alla riflessione più calma e
prolungata di chi ascolta. Il linguaggio parabolico invita a fare un cammino;
è quindi adatto per cercare di esprimere un mistero indicibile 3.

Paradiso
Il paradiso è l’essere eternamente col Signore, nella beatitudine dell’amore
senza fine: «Oggi sarai con me nel paradiso». La parola del Crocefisso al
ladrone pentito è la rivelazione di ciò che il paradiso è: un «essere con
Cristo», un vivere eternamente in lui il dialogo dell’amore col Padre nello
Spirito Santo. Questa relazione con il Signore, di una ricchezza per noi
inimmaginabile, è il principio essenziale, il fondamento stesso di ogni
beatitudine dell’esistere. La vigilanza si esercita nell’anticipazione della
gioia dell’incontro con il Signore e nella letizia della comunione fraterna
vissuta con tutti coloro che ne condividono il desiderio.
La figura di tale anticipazione è così profonda e delicata da farci
comprendere l’importanza della vita contemplativa, pur se la sostanza
dell’anticipazione appartiene a ogni vita di fede, sollecitata a diventare
esperienza vissuta nella confidenza con il Signore e nella fiducia della sua
tenera cura. La spiritualità del Cantico dei Cantici – lo insegna una
tradizione spirituale costante e sempre rinnovata del cristianesimo – è
dunque una dimensione vitale della nostra relazione quotidiana con Dio; è il
tempo dell’innamoramento, destinato a consumarsi nell’esuberanza
dell’amore, da coltivare, custodire, impreziosire nell’intimità di un dialogo
che raggiunge le fibre più sensibili del nostro essere 4.

Parola
Nella parola il nostro essere profondo si manifesta; la nostra libertà
sprigiona le sue capacità operative; la nostra umanità va in cerca
dell’umanità degli altri, cerca un contatto con loro, genera consensi,
costruisce comunità umane, interviene sulle cose del mondo. Vita, speranza,
gioia, impegno, operosità, amore, luce di verità sono misteriosamente
depositati nel fragile involucro della parola.
Ma la parola umana è anche povera. Quante volte balbetta impotente
dinanzi a misteri che non riesce a penetrare. Quante volte non sa
comunicare il senso che essa racchiude. Quante volte non raggiunge gli esiti
desiderati. Quante volte, anziché rivelare amore di vita, luce di verità,
comunione interpersonale, produce odio, menzogna e discordia.
Nella povertà della parola si rivela la povertà del nostro essere. Noi non
siamo totalmente identici con la vita, la gioia, l’amore, la luce della verità.
Questi beni sono presenti in noi, ma sono anche lontani da noi. Noi li
andiamo cercando come beni assenti, spinti da quelle parziali forme di
presenza che essi hanno in noi.
Quando noi non riconosciamo questa presenza-assenza della vita, della
verità, dell’amore e pretendiamo di essere noi stessi, in un modo totale ed
esaustivo, la vita, la verità, l’amore, inganniamo noi stessi e le nostre parole
producono la morte, la menzogna e la discordia 5.
Parola di Dio
La Bibbia, per il semplice fatto di esistere come parola di Dio, prima ancora
che per i contenuti che ci propone, diventa un consolante viatico per tutti i
momenti della vita. Ma anche i contenuti accendono luci di speranza.
L’esempio dei credenti che si sono affidati a Dio, soprattutto l’esempio di
Gesù, che aderisce al Padre fino alla morte, alimenta in noi un senso
profondo di Dio, che è più grande dei beni da noi desiderati.
Inoltre la parola di Dio ci mostra che, mentre alcuni beni non ci vengono
concessi o ci sono dolorosamente sottratti, altri beni più profondi ci
vengono dischiusi: il coraggio, una più profonda solidarietà umana, un
senso più umile della nostra fragilità, una maggiore vigilanza sui nostri
desideri superficiali, una più fedele dedizione al nostro dovere di là da facili
gratificazioni, ecc.
Infine la parola di Dio accende in noi la speranza in quei beni misteriosi,
ma reali e mirabili, che il Padre va preparando nel mondo nuovo per coloro
che, uniti a Gesù Cristo, si sono totalmente affidati al Suo amore.
Occorre che il primato della Parola sia vissuto. Ora esso non lo è. La
nostra vita è lontana dal potersi dire nutrita e regolata dalla Parola. Ci
regoliamo, anche nel bene, sulla base di alcune buone abitudini, di alcuni
principi di buon senso, ci riferiamo a un contesto tradizionale di credenze
religiose e di norme morali ricevute. Nei momenti migliori, sentiamo un po’
di più che Dio è qualcosa per noi, che Gesù rappresenta un ideale e un
aiuto.
Al di là di questo però sperimentiamo di solito ben poco come la parola
di Dio possa divenire il nostro vero sostegno e conforto, possa illuminarci
sul «vero Dio» la cui manifestazione ci riempirebbe il cuore di gioia.
Facciamo solo di rado l’esperienza di come il Gesù dei vangeli, conosciuto
attraverso l’ascolto e la meditazione delle pagine bibliche, può divenire
davvero «buona notizia» per noi, adesso, per me in questo momento
particolare della mia storia, può farmi vedere in prospettiva nuova ed
esaltante il mio posto e compito in questa società, capovolgere l’idea
meschina e triste che mi ero fatto di me stesso e del mio destino 6.
Parole
«Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del
giudizio, poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue
parole sarai condannato.»
Gesù ci insegna che le parole, pur potendo essere indicatrici di un senso
più alto, possono di fatto venire svilite, sperperate, possono essere
inflazionate e distorte.
Ci sono ambiti di parole che hanno urgente bisogno di questo esame in
trasparenza, e occorre individuarli per poi mettere in luce qualche
privilegiato metodo con cui sottoporre ai raggi X la loro opacità. Penso
anche a parole usate nell’ambito culturale, socio-politico o ecclesiastico e
che costituiscono l’orizzonte verbale di una determinata stagione o epoca
storica. A noi spetta di passarle al vaglio, di discernere quanto in esse o tra
esse risuona la Parola unica che salva.

– Faccio l’esempio di alcuni termini molto frequenti nell’ambito civile:


giustizia, pace, ambiente. Inizialmente hanno un significato preciso, relativo
a certe situazioni, ma poi divengono slogan talora ripetuti senza più
coglierne la serietà, quindi si sviliscono.

– Nell’ambito eccleslastico, penso ai termini: progetto, identità,


presenza, mediazione, discernimento, che sono stati portatori di un
messaggio perché densi di significato. Riconosco di aver contribuito io
stesso, almeno un poco, a farne circolare qualcuno. Talvolta però provo un
senso di grave disagio accorgendomi che il loro uso viene generalizzato e
banalizzato all’infuori del preciso contesto ecclesiale e teologico in cui
costituivano appunto non soltanto un concetto, ma pure un messaggio.

Qual è il proposito da fare per questi e per altri termini affini? Di non
usarli mai a vanvera o a casaccio, come semplici riempitivi del discorso, di
ricondurli mentalmente alle situazioni originarie nelle quali hanno preso
corso, per vedere se non stiano mutando e, soprattutto, per immergerli in un
bagno contemplativo che li rinfreschi e li riporti alla loro sorgente, per
guardarli nella luce di Dio e del piano di salvezza 7.
Pasqua
La luce della risurrezione non fa scomparire la croce, ma aiuta il credente a
capire il mistero di vita e di amore che si sprigiona da essa.
Se trascuriamo questa connessione che è la struttura intima del mistero
pasquale ci esponiamo a delusioni talora drammatiche. La gioia pasquale,
infatti, e l’augurio pasquale, debbono fare il conto con la realtà nella quale,
dal punto di vista storico dello svolgimento degli eventi nella loro
materialità, nulla sembra essere cambiato: continuano a sussistere intorno a
noi la malattia, la morte, l’odio, le inquietudini sociali.
La Pasqua non toglie immediatamente queste realtà, ma ci dice che, se
Cristo è vivo nella gloria di Dio, se Cristo è vivo nella Chiesa e nella storia,
se è vivo, quindi, in noi, tutto questo non solo non ci impedisce di amare,
ma ci rende possibile sperare e amare sempre di più.
Per chi ha capito qualcosa della vita e dell’amore, questa è una parola
che dice tutto; Cristo ci assicura che chi vive nell’amore anche la sofferenza
e la morte, non è abbandonato da Dio, ma viene accolto, amato, avviato
verso la pienezza della vita e della gioia. Chi ama riceve la vita di Cristo ed
è fatto capace di trasmettere vita intorno a sé. La gioia pasquale, dunque,
non è superficiale e smemorata, non è gioia di un momento o di maniera,
ma è gioia capace di fare memoria seria della croce di Cristo; così ci fa
trovare le strade lungo le quali annunciare ai fratelli la vera speranza 8.

Pasqua ebraica
Che cos’è concretamente la Pasqua? È un banchetto di festa in famiglia:
qualcosa di molto semplice che si oppone alla drammatica situazione
dell’amarezza e della pesantezza del lavoro.
È un banchetto in famiglia, nel quale si mangia come nei giorni di festa.
Tutto viene preparato con attenzione. È un momento nel quale si dimentica
ogni preoccupazione. È un banchetto nel quale le cerimonie sono da
osservarsi attentamente come qualcosa di sacro; però tutto è compiuto
all’interno della famiglia in una grande intimità e semplicità.
Che cosa significa concretamente, per l’ebreo di tutti i tempi, questa
festa? Significa deporre le preoccupazioni, le ansie della vita e vivere un
momento di liberazione ideale e reale da tutto quello che è la fatica
quotidiana.
Nella celebrazione della Pasqua è soprattutto vivo il ricordo dei momenti
di persecuzione e di difficoltà. Essi sono presenti, ma non opprimono
l’animo. Nel momento della Pasqua si vive come una pausa dentro la storia.
Quando Israele celebra la prima Pasqua non è ancora uscito dal paese è
ancora sotto la minaccia dell’oppressione, eppure già vive un momento di
liberazione. Deposte tutte le preoccupazioni, malgrado l’ostilità del mondo
circostante, viene celebrata questa vittoria sull’ansia della vita, nella fiducia
che Dio è liberatore.
È una celebrazione religiosa, nella quale viene proclamata la forza
vittoriosa di Dio, malgrado le circostanze avverse, e viene quindi già
realmente vissuta la liberazione. Con la celebrazione, essa è già resa
presente.
L’israelita, nel celebrare la Pasqua, ricorda sempre: «Adesso Dio ci sta
liberando, questo è il momento della nostra salvezza» 9.

Passione di Cristo
Lo sguardo del credente sa riconoscere la passione di Cristo, frutto del
peccato, che continua in ogni persona avvilita nella sua dignità, colpita nei
suoi diritti, impoverita nei suoi slanci. Nessuno ha nel mondo una
vocazione più alta dell’uomo, eppure alle volte, ci sembra che a nessuno
come a tanti nostri simili vengano negate le cose più essenziali.
Il nostro mondo ha imparato a lanciare uomini nello spazio quasi con
disinvolta tranquillità, ha saputo fare cose meravigliose per togliere l’uomo
dalla sua secolare indigenza e liberarlo dalla lotta contro la scarsità, ma nel
contempo ha lasciato che sorgessero continuamente nuove forme di
sofferenza e di passione, nelle quali possiamo riconoscere quello stesso
mistero di male e di peccato operante nella storia, dal quale Cristo è venuto
a liberarci.
La passione di Cristo passa dunque oggi per le case di tanti che soffrono:
dei disoccupati, di coloro che pensano all’avvenire con crescente timore,
dei sequestrati ancora attesi con ansia e afflizione, di coloro che furono
vittime di una violenza assurda e spietata. Ma passa anche per le case degli
anziani, spremuti delle loro energie e messi da parte, in solitudine – e quanti
di essi si lamentano con sofferenza di questa solitudine! –; passa per le case
di coloro che attendono giustizia senza riuscire a ottenerla, di quanti hanno
dovuto, per qualunque motivo, abbandonare una patria senza riuscire a
trovarne una nuova o a sentirsi accolti, che forse non hanno neppure una
casa e stanno magari vicino a noi.
Il mistero della croce si rinnova in tutti coloro che si sentono esclusi e
che la nostra società fa sentire tali, come gli handicappati o coloro a cui
vengono indicate vie d’uscita che sono soluzioni di morte: drogati,
disadattati, carcerati 10.

Paura
Se ci guardiamo intorno e vediamo il male di cui soffre oggi la società
europea, ci accorgiamo che è nella linea della paura e dell’angoscia: paura
di perdere la patria, in quelle nazioni che stanno lottando fino al sangue, con
crudeltà efferata, per darsi un’indipendenza, una libertà da altri, per
opprimere altri (pensiamo al terribile dramma della ex Jugoslavia); oppure
paura di essere privati del proprio benessere (pensiamo ai disordini razziali
in Germania, contro gli immigrati); per noi è paura di essere privati del
nostro benessere economico, perché la barca dello Stato fa acqua.
Che cosa dire allora di questo sentimento dominante che è l’angoscia, la
paura cui nessuno prima o poi sfugge?
È una paura che non possiamo toglierci di dosso del tutto perché ha a che
fare con la libertà. Quando la libertà si concepisce come assoluta, non c’è
più né prima né poi, ma tutto è incerto, buio, tutto cade sulle mie spalle,
tutto mi schiaccia non posso più fidarmi di nessuno. È l’esasperazione della
libertà diventata assoluta, senza fondamento e senza riferimenti.
Insegna sant’Ignazio che quando, invece, cerco per questa libertà dei
fondamenti, comincio a guardare in faccia la mia paura, a sostenerla,
comincio a esorcizzare l’angoscia, perché mi accorgo che il fondamento
della mia libertà è Dio che mi ama, che mi ha creato, che mi conosce. È lui
che mi fa libero, che mi libera, è lui che mi dà la strada. E se guardo al
futuro della mia libertà, so che è nelle mani di Dio, che è sempre Dio a
chiamarmi, a guidarmi. Se guardo al presente, è Dio che sostiene e
promuove la mia libertà, che fa, per così dire, il tifo per me, nel desiderio
che io riesca. Così, la mia libertà viene situata, e i miei sentimenti negativi
di angoscia, di paura, possono rimanere sullo sfondo, dal momento che la
vita è dura e ardua per tutti, ma vengono riequilibrati, ridimensionati. Io so
a chi posso affidarmi, so di chi posso fidarmi, so su chi posso
appoggiarmi 11.

Pentecoste
Questa festa antichissima, cinquanta giorni dopo la Pasqua, ricordava
dapprima la mietitura, era la festa delle messi, ma successivamente era
diventata la festa della rinnovazione dell’alleanza, e richiamava quindi il
dono della Legge presso il monte Sinai.
Il rombo come di vento e il fuoco richiamano così l’apparizione di Dio,
la grande teofania vetero-testamentaria; il vento che irrompe è, in
particolare, il segno dell’irruzione di Dio nel mondo, di Dio che prende
possesso della creatura umana, come ha preso possesso di Gesù e come
prende possesso di ogni credente.
È il segno della nuova umanità nello Spirito. Il fuoco, mediante il quale
lo Spirito si comunica a ciascuno sottoforma di lingua, sigilla questo
rapporto personale, unico, con la Trinità; è segno di Dio che entra in
ciascuno quale fuoco illuminante e divoratore, e poi diviene parola nella
Chiesa.
Dal vento e dal fuoco nasce il dono delle lingue. Mentre a Babele la
molteplicità delle lingue aveva evidenziato la frattura e la confusione
dell’umanità, ora la molteplicità delle lingue che si intendono, che si
capiscono, è l’inizio dell’universalità della Chiesa, dell’unico corpo di
Cristo che annuncia con un’unica lingua le grandezze di Dio.
La Pentecoste non è quindi, di per sé, semplicemente la festa dello
Spirito Santo. La festa dello Spirito Santo si celebra ogni domenica, in ogni
liturgia, in ogni sacramento. A Pentecoste celebriamo piuttosto la festa
storica dell’inizio della Chiesa nella forza dello Spirito.
È la festa della Chiesa di Gesù che vive del suo Spirito 12.

Perdono
Nella gioia di essere perdonati e di perdonare comincia a rendersi presente
la novità del Vangelo, che è lieto annuncio della misericordia del Padre per
noi peccatori.
Quando il perdono scioglie la nostra durezza di cuore e ci apre alla gioia
evangelica, cominciamo a vedere le cose con occhi nuovi. I cinque pani e i
due pesci, una volta che i discepoli ebbero abbandonato l’impossibile
progetto di risolvere con mezzi propri il problema della fame della gente,
cessarono di essere la prova della loro impotente povertà e cominciarono ad
apparire come l’umile offerta umana nella quale si sarebbe rivelata la
prodigiosa ricchezza di Dio.
Così anche le tensioni della comunità, i faticosi tentativi missionari
nostri e dei nostri fratelli, le iniziative magari lacunose e bisognose di
verifica cominciano ad apparire ai nostri occhi, purificati dall’umiltà e dal
perdono, il segno iniziale, il germe di una presenza di Dio che è sempre
all’opera. Il cammino che ci avvicina a Dio diventa preghiera. Celebriamo,
adoriamo, ringraziamo Dio per la sua multiforme presenza in mezzo a noi e
lo invochiamo perché i nostri poveri pani e pesci, le incertezze, le povertà, i
limiti delle nostre persone e delle nostre comunità non siano un ostacolo
alla sua presenza, ma si lascino attraversare e trasformare da essa.
Cominciamo a dimorare nel mistero di Dio, nel mondo spirituale di Gesù,
nella ricchezza inesauribile del Vangelo 13.

Perseveranza
Filippo dice a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Mi è sempre sembrata una domanda bellissima e non capivo il
rimprovero di Gesù a Filippo. Mi sarebbe sembrato ovvio che Gesù
rispondesse: Ecco, finalmente Filippo ha posto la domanda essenziale:
Mostraci il Padre e ci basta!
La domanda ne riecheggia altre, divenute famose nella tradizione
ecclesiale: Dammi il tuo amore e la tua grazia, e questo mi basta; Mostrami
il tuo volto.
Certamente Filippo ha raggiunto qui una tensione spirituale altissima e
però si sente dire: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto,
Filippo». Siamo davanti a una interpretazione un po’ inedita del tema della
perseveranza e la sentiamo rivolta a ciascuno di noi.
Notiamo che la parola «mi hai conosciuto», tradotta nel linguaggio
neotestamentario, va riletta alla luce della parola di Gesù a Paolo: «Perché
mi perseguiti?». Questo: mi hai conosciuto, mi perseguiti, mi ami tu, è l’io
di Cristo e della Chiesa, in cui l’uomo contempla quel volto del Padre che
desidera contemplare e per il quale è stato fatto; e il suo cuore è inquieto
finché non lo contempla.
Ecco il dono della perseveranza: non semplicemente tener duro, bensì
contemplare ogni giorno nella comunità, nell’eucaristia, nella Parola, nella
Chiesa, nella presenza misteriosa di Gesù, nell’attualità dello Spirito Santo,
il volto del Padre. E vivere, allora, come se si fosse già arrivati al termine,
perché questo termine ci è dato in ogni momento del cammino 14.

Persona umana
L’uomo è il soggetto, il partner del dialogo con Dio. Ciascuno ha la dignità
di questo dialogo personale e per questo ogni persona merita il sommo
rispetto. Qualunque sia la situazione morale o legale di un uomo o di una
donna, Dio lo cerca, lo sta chiamando ad un dialogo personale, lo Spirito lo
muove nell’intimo affinché si rivolga a Dio come Padre.
Rispetto per l’uomo significa anche rispetto per il suo mistero, che non
possiamo mai penetrare a fondo, che non possiamo programmare bensì
accogliere, accompagnare, con tutti gli stimoli esteriori che sono legati al
dinamismo della Parola che viene trasmessa attraverso i profeti, e perciò
suppone lo stimolo ecclesiale, omiletico e pure legale e legislativo. Tuttavia
va sempre tenuto presente che il mistero della persona lo conosce solo Dio e
ciò che non avviene oggi avverrà domani.
Dio ha i suoi tempi, l’uomo semina e non sa quando raccoglie;
nell’azione pastorale noi seminiamo e non sappiamo quando e come
raccoglieremo, quale sarà la risposta. Vano sarebbe irritarci o amareggiarci
o deluderci; perché è il mistero di Dio che forse raccoglierà, in momenti a
noi sconosciuti, ciò che abbiamo seminato nelle lacrime.
L’esperienza di Monica con Agostino non è proprio l’esperienza del
rispetto del mistero? Ha pregato, ha pianto, però ha accompagnato il figlio
amichevolmente, attendendo il tempo di Dio 15.

Politica
Vale davvero la pena di impegnarsi attivamente in politica?
Vorrei dare una risposta che forse è un po’ ardita ma tuttavia è radicale.
Se non giungiamo ad una visione contemplativa della politica, difficilmente
riusciremo a dare una risposta di valore assoluto alla nostra domanda.
Daremo risposte di utilità, di comodo, di necessità, di urgenza e mai però di
assoluto valore; mai una risposta che ci sostenga nei momenti più difficili di
questo impegno politico, pieno di ambiguità e di tranelli.
È necessaria una visuale altissima, cioè una visione contemplativa della
politica. La potete ricavare dal libro dell’Apocalisse, ad esempio, o dalla
Lettera agli Efesini o dalla Lettera ai Colossesi.
Potremmo esprimere così la nostra domanda: Dove tende l’azione
politica, intesa come dinamica costruttiva di una società e non solo come
arte degli equilibri?
La risposta è questa: L’azione politica tende all’unità del genere umano.
È in questa tendenza che l’azione politica assume il suo valore definitivo
e decisivo. E l’unità del genere umano è un valore teologico, perché è il
riflesso storico della Gerusalemme di Dio, della città verso cui va tutta la
storia di salvezza, ed è una ritrascrizione storica, pur se imperfetta e però
valida, della comunione trinitaria delle Persone divine nella storia.
La risposta è dunque contemplativa del mistero della Trinità, che si
esprime nella Chiesa celeste e terrestre, e che dà un’ombra valida di sé
nell’unità di tutti gli uomini, nell’unità del genere umano, intesa come fine
ultimo di ogni azione politica.
L’unità planetaria – ombra storica della città di Dio verso cui tende la
storia di salvezza e riflesso storico della comunione trinitaria delle Persone
divine –, è una realtà seria, è un valore che vale la pena di perseguire e che
dobbiamo sempre avere nel cuore 16.

Potere
Occorre evitare una squilibrata distribuzione del potere, la cui
concentrazione fa crescere proporzionalmente la tentazione di usarlo per
interessi particolari, ovvero è necessario strutturare il potere in modo tale da
ridurre i rischi che chi lo detiene ne possa abusare.
In questo senso si può intendere la funzione dell’istituzione politica e la
storia della sua trasformazione, dallo Stato assolutista a quello di «diritto» e
costituzionale, a quello democratico con corrispondenti e progressivi
meccanismi di controllo nell’esercizio del potere.
In questo contesto si può intendere anche l’istintiva difesa del cittadino
da quelle forme di Stato burocratico o di occulto potere partitico o sub-
partitico che tendono a vanificare le infrastrutture sociali e a privarle di
fatto dei loro poteri decisionali.
Ricordiamo l’amara interrogazione di uno dei personaggi di Ignazio
Silone in Vino e pane. «La verità» si domanda il protagonista che pure ha
sofferto e sta soffrendo per un’idea di libertà e di giustizia «non è diventata
per me una verità di partito? La giustizia, una giustizia di partito?
L’interesse dell’organizzazione non ha finito col soverchiare anche in me
tutti i valori morali, disprezzati come pregiudizi piccolo-borghesi, e non è
diventato esso il valore supremo?» 17.

Povertà
Il vero valore non è la condizione povera di per sé, né la lotta per venirne
fuori, ma quel potenziale di amore che si può sviluppare nel viverla o
nell’uscirne. Ed è la sapienza della fede, interna alla carità, che ci dice di
volta in volta quando e come viverla e quando e come uscirne.
O quando e come scegliere liberamente noi stessi di diventare gli ultimi,
sull’esempio di Gesù «il quale era come Dio, ma non pensò di dover
conservare gelosamente il fatto di essere uguale a Dio. Rinunciò a tutto;
scelse di essere come servo e diventò uomo fra gli uomini. Tanto che essi lo
riconobbero come uno di loro. Abbassò se stesso e fu ubbidiente a Dio sino
alla morte, alla morte in croce» 18.

Povertà cristiana
La povertà cristiana non è determinata dai gesti in cui si attua, ma è
plasmata dai valori del Regno che essa esprime. Criterio di discernimento
della nostra povertà è dunque la vita di Cristo, la sua «dignitosa austerità e
semplicità» nel ministero pubblico, la sua disponibilità di fronte agli eventi
supremi e definitivi della sua vita.
La nostra è una società contraddittoria. Da una parte produce sempre
nuovi poveri, emarginati, delusi, disadattati, talora anche abbandonati e
disperati. Allora la nostra povertà è chiamata a essere segno di solidarietà e
di aiuto verso questi nostri fratelli.
Viviamo d’altra parte anche in una società che in qualche maniera si può
dire opulenta, minacciata dai pericoli del benessere, esposta ai rischi e alle
attrazioni del consumismo. La nostra povertà deve essere in questa società
una cosa diversa, una realtà non omogenea, una critica del mondo che ci
circonda, qualcosa che sia segno di una valutazione diversa delle persone e
dei beni.
L’esperienza di un cammino di povertà è cammino di liberazione, di
gioia e di entusiasmo, perché ci unisce intimamente a Cristo ci fa gustare in
maniera imprevista la forza della croce, la sua capacità di rinnovare anche
le situazioni più stagnanti, apparentemente più irritanti per il loro
immobilismo.
Un po’ di gusto, di attenzione, di impegno per un maggiore esercizio di
austerità, di povertà, di penitenza, di rinuncia, è per tutti il momento della
scoperta delle pagine del Vangelo. Senza questo sforzo, esse rimangono
come mute; quando si è compiuto qualche passo, anche semplice, in questo
senso, allora le parole di Gesù diventano attuali e risonanti, acquistano
rilievo, ci accorgiamo di vivere qualcosa della gioia, dell’entusiasmo dei
Dodici che camminavano per le vie della Palestina seguendo Gesù, dopo
avergli detto: «Ecco Maestro, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo
seguito» 19.

Predicazione
Predicare la parola di Dio significa dire Gesù Cristo. Prima di predicare le
«cose» cristiane occorre rifare il fondamento, cioè ricentrare la predicazione
su Gesù Cristo.
Dobbiamo aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo ad accostare il
fondamento, cioè Gesù Cristo: è lui la strada che conduce a riconoscere Dio
e a invocarlo con il nome di Padre; è lui il Vangelo che inaugura un modo di
vivere realmente gradito agli occhi di Dio, perché animato dalla carità che
sa spingersi fino al dono di sé.
Vorrei che ciascuno avvertisse in queste parole non solo il peso di una
responsabilità che spaventa, ma anche la gioia per un dono che ci è dato di
condividere. Poter annunciare Gesù Cristo oggi significa partecipare, in
modo diretto e carichi di parole di speranza vera, al dramma più grande che
l’umanità sta vivendo: decidere se chiudersi nel cerchio impenetrabile
dell’autosufficienza, nei limiti soffocanti di un’esistenza tutta racchiusa
entro gli orizzonti del tempo e nell’illusione di affidarsi solo alle cose,
oppure se aprirsi alla ricerca del volto del Dio vivo, datore di vita.
Farsi predicatori della Parola che è Gesù Cristo significa vivere da
protagonisti il senso più profondo della storia degli uomini.
Ministri della Parola, siamo chiamati a condividere la storia del nostro
tempo, per aiutare a illuminare il cammino dei fratelli, così che sappiano
scorgere la direzione giusta, per confortare la ricerca di chi è stanco o s’è
fermato 20.
Preghiera
La preghiera è, in qualche modo, l’essere stesso dell’uomo che si pone in
trasparenza alla luce di Dio, si riconosce per quello che è e, riconoscendosi,
riconosce la grandezza di Dio, la sua santità, il suo amore, la sua volontà di
misericordia, insomma tutta la divina realtà e il divino disegno di salvezza
come si sono rivelati nel Signore Gesù crocifisso e risorto.
Prima ancora che parola, prima ancora che pensiero formulato, la
preghiera è percezione della realtà che immediatamente fiorisce nella lode,
nell’adorazione, nel ringraziamento, nella domanda di pietà a colui che è la
fonte dell’essere.
Emergono e si configurano come contenuti fondamentali, in questa
esperienza globale, sintetica, spiritualmente concreta:

– la percezione della vanità delle cose divelte dal progetto di Dio, che si
tramuta in supplica a essere noi stessi salvati dall’insidia dell’insignificanza
e della vuotezza;

– la percezione della presenza di colui che è pienezza e non è mai


assente e lontano là dove c’è qualcosa che veramente esiste;

– la percezione del Cristo vivo nel quale tutto il progetto divino è


riassunto e personalizzato («Ubi Christus, ibi regnum» dice
sant’Ambrogio), che fonda il riconoscimento e l’inveramento del rapporto
di comunione con colui che unico è Signore e Salvatore;

– la percezione, in Cristo, della volontà del Padre come norma assoluta


di vita, sicché l’orazione non è più il tentativo di piegare la divina volontà
alla nostra, ma il tentativo sempre rinnovato di conformare il nostro al
volere del Padre;

– la percezione della realtà dello Spirito, sorgente di tutta la vita


ecclesiale, che prega in noi, così che il pregare diventa anelito a uscire dalla
solitudine e dalla chiusura dell’individualismo e richiesta ad aprirci sempre
al regno di Dio che si va instaurando nei cuori e fra gli uomini, cioè nella
Chiesa;

– la percezione della croce come vittoria sul male che è in noi e fuori di
noi, che fa della preghiera l’attitudine di contestazione del peccato,
dell’ingiustizia, del “mondo”, la nostalgia della Gerusalemme celeste dove
tutto è santo 21.

Presenza
Dio è l’orizzonte necessario di tutto ciò che siamo e che facciamo. Dio è,
insieme, il centro, il cuore di ogni realtà, per cui tutto è in lui e lui è in tutto.
E Gesù, Figlio di Dio, Dio egli stesso, è l’orizzonte di tutta la storia, di
tutta la vita, di ogni giornata. Gesù risorto è qui in mezzo a noi come centro
vivo del nostro essere Chiesa. È in noi non con la strapotenza dei miracoli
(di cui ha usato soltanto in maniera molto parca e modica) ma con la
continua presenza invisibile e misteriosa propria del mistero di Dio, di
quell’aura leggera e quasi impercettibile che è il mistero di Dio, e che
tuttavia coloro che sono nati da Dio sanno cogliere.
Gesù è presente nella sua parola proclamata nella Scrittura e nella voce
della Chiesa. Ascoltando quindi questa parola noi siamo in comunione reale
con il Risorto e il nostro cuore trasale di gioia perché sente questa intima
consonanza, questa inscindibile relazione che si è instaurata tra noi e Gesù
risorto e che la parola di Dio proclamata continuamente risveglia, come una
potente corrente elettrica, facendo vibrare l’intimo del nostro cuore.
Gesù è in noi ogni volta che riceviamo i sacramenti, ogni volta che
compiamo questi gesti e queste parole semplici nelle quali si fa sentire vivo
e risorto.
Gesù è nel cuore di ogni uomo che crede e che spera, è nel cuore
dell’umanità che è sua, nel cuore della sua Chiesa. Gesù è là dove lo si
celebra e lo si ama; è là dove sono due o tre riuniti nel suo nome; è nei più
piccoli, nei malati, nei carcerati, negli emarginati, nello straniero solo e
privo di mezzi; è in coloro che sono abbandonati e derelitti, è nei popoli più
poveri del mondo, nelle famiglie dove sono presenti sofferenze, rigetto,
incapacità a sopportarsi, dolore. Gesù entra in ogni sofferenza e può
vivificarla e trasformarla con la forza del suo Spirito Santo.
Ecco che cosa significa: Abbiamo visto il Signore 22!

Prete
Il prete è l’icona attuale del Signore Gesù, sacerdote, maestro e pastore
buono, che dà la vita per il gregge, che fonda ed edifica la Chiesa. Il Cristo
risorto si propone come soggetto di un dialogo di amore sovrabbondante
(«Simone di Giovanni mi vuoi bene tu più di costoro?») proprio per chi
chiama e invia a pascere il gregge, imitando la disponibilità del maestro
fino al dono della vita: «“…e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu
non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe
glorificato Dio».
Rendere visibile ed efficace per gli uomini di oggi l’amore pastorale ed
edificante di Cristo morto e risorto, attraverso un’identificazione sempre più
profonda con il suo dono incondizionato di sé per amore del Padre e dei
fratelli: questo è insieme lo scopo ultimo e il senso profondo della nostra
povertà.
Questo fu lo stile della povertà apostolica di Paolo: si tratta di «rivestire
Cristo perché egli possa essere tutto in tutti». Non ci troviamo di fronte a
un’affermazione teorica. L’apostolo delle genti ne ha fatto esperienza,
un’esperienza unica, e pure aperta a tutti coloro che non trattengono in sé e
per se stessi più nulla.
È il momento in cui ci si lascia crocifiggere con Cristo fino a esclamare:
«Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me. Questa vita nella
carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se
stesso per me».
«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»: è il culmine della
povertà umana nell’espropriazione totale del nostro essere e operare. È il
culmine della ricchezza e del senso cristiano della vita.
Una vita donata a Dio e ai fratelli nell’amore. Senza calcoli e paure,
senza rivendicazioni e limiti, senza infedeltà e compensazioni. Un amore
gratuito e pieno di gioia, sempre nuovo ed esuberante di vitalità, attento e
discreto, forte e delicato 23.

Prevenzione
Dobbiamo fare opera preventiva perché soprattutto i giovani non finiscano
in prigione. Per questo è necessario impegnarsi in ogni ambiente a
prevenire la delinquenza, rimuovendone le cause; promuovendo leggi e
attività in favore del bene comune; educando con la nostra presenza
bambini, ragazzi e giovani. E quando incontriamo un giovane che sta
sviando, prima di giudicarlo e condannarlo, proviamo a chiederci il perché
del suo comportamento, proviamo a rivivere la sua storia: miseria
economica e morale, mancanza di senso della vita, ignoranza,
disoccupazione, amara esperienza della legge del più forte, esistenza senza
guida e sradicata dall’ambiente. Non è possibile che noi continuiamo a
vivere nel nostro egoismo individualistico, indifferenti nei confronti delle
altrui difficoltà, delegando sempre gli impegni personali ai tecnici o ai
politici o ad altri ancora.
Dobbiamo uscire dalla tentazione di considerare la carità inefficace e
contraria a un’autentica crescita sociale. È una tentazione più frequente di
quanto non si pensi: sono infatti molte le persone che, dopo aver ascoltato
tante parole, concludono che, in fondo, la carità non accresce la pace sociale
ma, anzi, favorisce la pigrizia e il disimpegno: e così rinnegano, magari con
irrisione, questa unica via di promozione sociale che va al di là della pura
vendetta e difesa 24.

Professione
Il dominante profilo etico della professione autorizza ed esige pure una sua
lettura religiosa o teologica. In tal modo se ne mette in luce il livello più
profondo e si comprende la ragione dell’interesse ecclesiale a suo riguardo.
In quanto essenzialmente orientata al servizio, la professione è di fatto un
modo eminente di realizzazione della carità cristiana, cioè del fondamentale
comandamento di Dio.
Per il termine «professione» l’etimologia sembra suggerire che il suo
esercizio è un modo privilegiato e pubblico di realizzare la propria
vocazione, la personale risposta alla parola o alla chiamata di Dio, e in tal
modo il senso vero e ultimo della propria esistenza nel tempo. La Chiesa
conosce anche il termine «professione di fede», quale testimonianza
pubblica dei valori a cui si aderisce profondamente. La professione risulta
così come il luogo propizio a coltivare non soltanto un’autentica
comunicazione personale e sociale, bensì un’autentica comunicazione
religiosa. Si intuisce peraltro che i due ordini della comunicazione – sociale
e religiosa – non si affiancano semplicemente in modo estrinseco, ma si
compenetrano essendo reciprocamente l’una la condizione di possibilità
dell’altra 25.

Prossimità
Il rapporto di persona a persona è chiaro, decisivo, ultimativo, anche perché
meno soggetto a trappole. Nasce più spontaneamente da quella
compassione che spinge il buon samaritano a prendersi cura del ferito;
teologicamente è la partecipazione alla tenerezza di Dio per l’uomo, è una
sensazione affettuosa e intensa che, come ha portato Cristo verso l’uomo,
così porta ciascuno di noi verso il fratello in cui cogliamo il mistero della
dignità divina.
Questo rapporto di persona a persona rimane sempre privilegiato, in
qualche maniera ultimativo e decisivo. In esso è più difficile indossare
maschere o divise che diano alibi, scuse, o mettano dietro un regolamento.
Le relazioni dirette e personali si sono sempre svolte nell’ambito di una
relazione sociale.
Il samaritano ha infatti bisogno dell’albergatore dell’ospitalità,
dell’ospedale. Ha bisogno di altre cose per vivere la sua carità: del denaro
(deve quindi fare riferimento a Cesare per dare i due denari), ha bisogno
dell’olio e del vino. E chi fabbrica l’olio e il vino si fa prossimo al ferito.
È tutta una serie di rapporti che si redime nella misura in cui sono
coinvolti nell’agire di carità. Dobbiamo perciò affermare chiaramente,
contro ogni frustrazione o tentativo di fuga, che il farsi prossimo passa per
una via lunga, tessendo una moltitudine di rapporti reali.
Non tutti saranno necessariamente immediati: ciò che conta tuttavia è
l’intenzione di prossimità, la carità originaria. È per questo che la giustizia
distributiva, con i suoi numerosi apparati, si rivela come una vera via della
carità, da cui non si può prescindere, sebbene vada continuamente purificata
nelle intenzioni e nelle modalità.
Potremmo qui applicare, spingendo un po’ in là le parole dell’ultimo
giudizio («Quando mai ti abbiamo visto nudo, affamato»): «Ma io ho
soltanto riempito delle carte, fatto dei certificati». «No, tu lo hai fatto a
me» 26.

Provvidenza
Tutte le vicende hanno un significato e forse non possiamo scoprirlo
immediatamente caso per caso, ma possiamo accoglierle sapendo che hanno
certamente questo senso: Dio mi ama e mi conduce.
Riconoscere che Dio educa me,vuol dire riconciliarmi con me stesso e
con la mia vita, con i doni che ho e con quelli che non ho, con quelli che
vorrei avere, con ciò che ho perduto e con il poco cammino, forse, che ho
fatto. Riconciliarmi con la mia vita perché in essa Dio mi guida, mi sta
guidando, Dio continuamente rimette a posto le situazioni sbagliate, piccole
o grandi che siano.
Malgrado quindi le mie negligenze, la mia vita è portata avanti da Dio e,
nel suo piano di amore – dinamico e sempre rinnovato – tutta la mia storia
ha un senso.
Dalla pace con noi stessi nasce la pace con la Chiesa così com’è, con le
persone che mi sono vicine, con la società, con la storia: tutto conduce al
bene per coloro che amano Dio. La Scrittura testimonia questa verità; per
gli Ebrei ha avuto senso il trionfo del regno di Davide e la decadenza di
Salomone, ha avuto senso l’esilio e il vivere in mezzo ai pagani e ha avuto
senso il ritorno dall’esilio.
Per me ha senso questa vita con i suoi contrasti e le sue lacerazioni, con
le sue luci e con le sue oscurità. Sempre Dio mi conduce verso la
purificazione del cuore, la maturità della fede, la somiglianza con Cristo 27.

Purgatorio
Il purgatorio è lo spazio della vigilanza esteso misericordiosamente e
misteriosamente al tempo dopo la morte; è un partecipare alla passione di
Cristo per l’ultima purificazione che consentirà di entrare con lui nella
gloria. La fede nel Dio che ha fatto sua la nostra storia è il vero fondamento
del credere a una storia ancora possibile al di là della morte, per chi non è
cresciuto quanto avrebbe potuto e dovuto nella conoscenza di Gesù.
L’anticipazione di tale spazio è il tempo dedicato alla cura della finezza
dello spirito che si nutre di sobrietà, di distacco, di onestà intellettuale, di
frequenti esami di coscienza, di trasparenza del cuore, di unificazione della
vita sotto la regia della sapienza evangelica: come pure dell’ascesi e della
purificazione necessarie per fortificarci nella tentazione, scioglierci
dall’inerzia delle nostre colpe e liberarci dall’opacità delle nostre abitudini
cattive 28.
Q come…

Quaresima
Il Vangelo descrive le tre grandi tentazioni di Gesù che ha vinto per noi.
Esse sono un simbolo di tutte le tentazioni umane e di tutto ciò che si
oppone alla missione messianica, salvatrice, di Gesù.
E Gesù risponde a satana in tre modi.

– Anzitutto appoggiandosi alla parola di Dio: «L’uomo vive di ogni


parola che esce dalla bocca di Dio».

– In secondo luogo rifiutando la via facile dei miracoli spettacolari ed


entrando, invece, nella via dell’umiltà, nella via nascosta e semplice del
dovere quotidiano.

– Infine, rifiutando ogni potere terreno, ogni successo mondano per


proclamare il primato assoluto di Dio. Perché il primato di Dio è la radice di
tutto ciò che è giusto e retto, mentre la negazione di tale primato è la radice
marcia di una cultura incapace di difendere i valori più sostanziali
dell’onestà e di promuovere la vita là dove essa è maggiormente
minacciata.

Gesù ci insegna quindi a vivere la quaresima appoggiandoci alla parola


di Dio, quotidianamente meditata nelle letture della liturgia; vivendo
serenamente e umilmente la nostra vita senza cercare spettacolarità, cose
straordinarie, ma nascondendoci nel servizio e nell’amore che il Signore ci
mette davanti; proclamando sempre e ovunque il primato di Dio, Dio
sommamente amato, Dio al di sopra di tutto: «Adorerai il Signore soltanto,
a Lui solo servirai» 1.
R come…

Raccoglimento
Quando vuoi incontrare Dio «entra nella tua camera e, chiusa la porta,
prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà».
Gesù, con queste parole molto semplici, ci insegna un metodo: il segreto
del raccoglimento.
Tante volte noi facciamo l’esperienza che per vivere dei momenti di
preghiera vera è necessario un determinato clima. Dobbiamo ritirarci in
camera, appartarci, non parlare con altri e non ascoltare: raccoglierci, in una
parola.
Questo termine ha un significato psicologico profondo perché sottolinea
che spesso le nostre forze sono disperse. Parliamo, ascoltiamo, ridiamo, ci
muoviamo, ci distraiamo in mille cose.
La spiritualità orientale – anche fuori dalla tradizione cristiana – ha
trattato ampiamente il tema del raccoglimento. L’immagine che gli orientali
usano solitamente per esprimerlo è quella della tigre, o della pantera, che
prima di scagliarsi sulla preda si ritrae in se stessa per raccogliere il
massimo della forza.
Per incontrare Dio, bisogna ritirare le nostre forze dentro di noi e
concentrarci, sottrarci, per così dire, all’esterno.
Concentrazione infatti vuol dire avere un centro unico: se riusciamo a
metterci così davanti al Signore, da noi si sprigiona una capacità incredibile.
Ci pare persino di essere diversi, con una lucidità e una chiarezza mai
sperimentate, e comprendiamo meglio la domanda: «Chi sono io?» 1.
Regno
Il Regno di Dio è un seme: come tale è piccolo, preso e gettato nel giardino.
È un pezzo di lievito: come tale è nascosto nella pasta del mondo.
Le sue caratteristiche sono le stesse di Gesù, che devono rispecchiarsi
nel discepolo e nella Chiesa che voglia testimoniarlo. Piccolo e
insignificante dal punto di vista mondano, immondo e disprezzato dal punto
di vista religioso, egli «fu crocifisso per la sua debolezza». Preso, gettato e
nascosto nel sepolcro, lievitò la terra, la spaccò e ne fece germinare il
grande albero di vita, che ora si innalza fino al cielo.
Il modo che Gesù segue per realizzare il Regno è quello della solidarietà
e della compassione, che lo porta a patire con noi il nostro stesso male.
Questo modo rivela l’identità sua e la verità stessa di Dio: la misericordia.
È questo il tempo del Regno? La domanda significa anche: che senso ha
questa nostra storia, che sembra continuare sempre allo stesso modo? qual è
la salvezza offerta a questo mondo posto nel male?
Gesù risponde. E, per prima cosa ci dice: «Non spetta a voi conoscere i
tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta». Ciò significa
che i tempi e le opportunità del Regno stanno totalmente nelle mani di colui
del quale ci possiamo fidare, perché è nostro Padre e Signore del creato. Il
Regno di Dio è di Dio e non dell’uomo! Questo ci basti a liberarci da ogni
ansia e paura.
Dio è prima di questo mondo e di questa storia; lui solo la conosce fino
in fondo e la conduce a vantaggio di tutti i suoi figli, che ama infinitamente.
Bisogna abbandonare l’idea di un tempo o di un momento privilegiato in
cui inizia il Regno o finisce il mondo.
L’unico tempo privilegiato è il solo che c’è: il momento presente, in cui
siamo chiamati a vivere da figli e da fratelli. Chi sogna altri tempi, toglie
alla fede cristiana il suo aggancio con la realtà 2.

Religioni
Le religioni sono una straordinaria potenza di pace. Quando vanno al fondo
della loro genuina esperienza, si scoprono capaci di dialogo, di mutuo
ascolto, capaci di favorire la fratellanza tra gli uomini e di contribuire al
superamento delle barriere che li separano.
Come mostra la Sacra Scrittura nella storia di Giuseppe, quando i figli di
Giacobbe si sono incontrati e riconosciuti quali fratelli di colui che avevano
voluto uccidere, non c’è stato più posto per l’odio, ma per il pentimento e il
perdono. Quando si prende davvero coscienza di un Padre comune, si
pongono le premesse per un abbraccio fraterno.
Nei processi di pacificazione attualmente in atto in varie parti del
mondo, le grandi religioni possono e debbono svolgere un importante
compito; esse sono in grado di gettare ponti tra i singoli e i popoli. La loro
forza è debole: non ha nulla a che vedere con la forza delle armi o dei
sistemi economici.
È una forza che trasforma l’uomo dal di dentro per renderlo imitatore di
Dio, giusto e misericordioso. Una forza che non è dagli uomini, ma viene
dell’alto.
Le religioni, nella loro povertà, hanno la ricchezza di un’aspirazione
universale. Proprio perché deboli, non debbono incutere paura a nessuno,
ma poter parlare a tutti con volto e con cuore amico. La loro forza sta nella
libertà che esse, se sono fedeli alla loro originaria vocazione e ai loro
fondatori, hanno dai grandi interessi che dominano le società umane. La
loro forza non viene dall’uomo, ma da Dio.
La terra degli uomini nella quale viviamo è piena di sofferenze,
ingiustizie, sopraffazioni. È uno spazio geografico conteso, nel quale vi
sono molte coabitazioni difficili: politiche, etniche, religiose. È un pianeta
che si sta guastando, il cui equilibrio è sempre più turbato dallo spreco delle
risorse naturali e dall’inquinamento. La terra degli uomini è appesantita e
greve, e sembra velare la vista del cielo.
Orbene, è da questa terra avvolta nella nebbia che salgono le invocazioni
a Dio ed è su di essa che discende un fascio di luce dall’alto.
Le religioni sono questi fasci di luce. Le religioni purificano la terra, la
rendono più leggera, dolce, vivibile, danno la forza di guardare in alto e di
sperare a chi aveva la faccia piegata nell’angoscia, nella nevrosi e nel lutto 3.
Ricerca
L’evangelista Matteo ci descrive, attraverso simboli evocativi, il faticoso
peregrinare dell’uomo e dei popoli alla ricerca della verità e centro della
loro unità. Itinerario tormentoso, che si risolve nel riconoscimento del Re
Messia, nell’adorazione e nell’offerta di quanto si ha di più prezioso. Nel
peregrinare dei magi, ciascuno di noi riconosce se stesso, le sue oscurità e i
suoi momenti di luce.
Ricercare il volto di Dio nei segni della storia, particolarmente nei segni
non ambigui lasciati da Gesù di Nazaret, è ancora oggi vocazione degna e
possibile per ogni uomo; offrirne gli strumenti è servizio reso a ogni
persona umana.
Neppure Erode si ritrae da quel minimo di ricerca che consiste nel
consultare i sacerdoti e gli scribi, nel farsi leggere le pagine della Scrittura!
E una civiltà, soprattutto dell’Occidente – che ha ricevuto in eredità i tesori
della Bibbia –, che ritenesse lo studio dei testi sacri come un’occupazione
marginale e facilmente dispensabile misconoscerebbe l’anelito più profondo
del cuore umano, che è l’interrogazione e la ricerca della verità.
Nel brano di Matteo noi vediamo espresse le operazioni essenziali di
questa ricerca: domandare, informarsi, leggere, ascoltare, sono momenti
della ricerca spirituale e religiosa, che non richiedono più viaggi lunghi e
avventurosi, come quelli dei magi, ma esigono un minimo di vittoria sulla
propria pigrizia, un minimo di fatica nell’interrogare e nel riflettere 4.

Riconciliazione
La coltivazione della vita spirituale ci rende attenti agli ostacoli
peccaminosi che noi opponiamo alla guida dello Spirito Santo. Di qui
l’atteggiamento penitenziale, che trova suggello e alimento nella
celebrazione del sacramento della penitenza.
Si dice che questo sacramento è in crisi perché in crisi è la coscienza dei
valori morali e conseguentemente la coscienza dei peccati che negano i
valori morali.
Forse va colta anche una prospettiva complementare: stiamo
attraversando una pericolosa crisi della coscienza morale, perché è in crisi
la celebrazione del sacramento della penitenza. Infatti la percezione dei
nostri peccati è connessa con la percezione del bene che viene violato dal
peccato.
La percezione del bene, a sua volta, si ha soltanto in quell’atteggiamento
spirituale ricco e complesso, con cui noi, a partire dall’esperienza dei beni
parziali, provvisori, penultimi, ci apriamo al riconoscimento e
all’accoglimento del Bene ultimo e definitivo, che è il mistero di Dio.
Il Bene, quindi, più che descritto e precisato, può essere cercato,
invocato, celebrato, accolto. In particolare il cristiano cerca, celebra,
accoglie la rivelazione definitiva del Bene in Gesù, nella sua vita e nella sua
Pasqua. Anche la scoperta, il riconoscimento, il superamento dei peccati,
pur radicandosi in atteggiamenti che nascono dal di dentro del cuore,
ultimamente avvengono alla presenza di Gesù, si suggellano nella
celebrazione dell’amore misericordioso del Padre.
Ecco perché la tradizione considera la celebrazione di questo sacramento
non solo come un evento eccezionale per colpe gravissime, che hanno
causato una rottura irreparabile dell’alleanza, ma anche come un gesto da
ripetere frequentemente per prendere coscienza della nostra quotidiana
miseria davanti a Dio, per intuire la distanza tra la nostra vita e gli ideali
evangelici, per sperimentare la forza rinnovatrice della Pasqua, per diradare
quella nebbia interiore che non ci permette di scoprire ed eseguire i compiti
che il Vangelo ci affida 5.

Rimprovero
Quando si ama poco non si sa rimproverare davvero: ci si lamenta, si
diviene pungenti, si punisce col silenzio o con la recriminazione astiosa o
rassegnata. Ma il rimprovero diretto, franco, preciso non emerge, perché il
cuore è fiacco, oppure gravato lui stesso da sensi di colpa.
Come possono infatti i genitori rimproverare sul serio ai figli cose che
essi, in fondo, non sono capaci di evitare nella loro vita?
«Rimproverare» non è dunque il semplice buttare in faccia le colpe,
quasi scaricandosi di un peso. Il verbo greco usato in Apocalisse significa
«confuto, refuto, mostro il torto».
Rimproverare è smascherare le false certezze, smontare le ragioni
fasulle, contestare le legittimazioni improprie, che stanno dietro ai
comportamenti sbagliati. Tutto ciò è molto di più del semplice «rimbrotto»
di cui spesso ci accontentiamo, lamentandoci poi che non ha avuto effetto.
Occorrono molto amore, molta intelligenza, anche molta riflessione per
giungere a un rimprovero che abbia il calore e la forza persuasiva e insieme
l’umiltà del rimprovero fatto dal cardinale Federigo a don Abbondio 6.

Riparare
Non possiamo imparare ad amare senza imparare a servire. Il nostro amore
marcisce quando è fatto solo di parole, di bei propositi, di slanci della
mente. Bisogna mettere in azione le braccia, farsi carico delle necessità
concrete di chi ci sta intorno; non cercare neppure tanto lontano gesti
straordinari di solidarietà, ma imparare per così dire a fare la maglia, a
rammendare le calze, a riparare cioè continuamente e con amore tutto ciò
che di sbrecciato, di rotto, di sfilacciato, di bisognoso c’è accanto a noi,
cominciando da chi è più vicino.
Sta qui, per noi, il primo senso della parola: Ripara la mia casa. Questa
casa è oggi non una chiesa diroccata, come al tempo di Francesco, ma la
società che va riparata a partire dalle sue realizzazioni più semplici come
sono anzitutto la nostra famiglia, le nostre relazioni di amicizia, quelle
scolastiche, quelle del gruppo di lavoro o di conversazione o di svago,
quelle del comune e della città.
Quanta voglia, invece, c’è stata di rompere, di sbrecciare, di sporcare, di
rovinare, di fare del teppismo facile e sconsiderato, con l’idea che tocca a
qualche altro riparare, che ci sarà una nettezza urbana che dovrà ripulire
tutto, che ci sarà un servizio pubblico o un padrone privato che pagherà,
metterà a posto le cose, si farà carico di ciò che noi abbiamo trattato
malamente, rovinato, distrutto!
Questa gestione allegra e irresponsabile della casa di tutti, è la prima
causa di quanto soffriamo e deploriamo 7.

Risurrezione
La risurrezione di Cristo ci rivela il senso di tutta la storia umana e degli
avvenimenti che viviamo ogni giorno; ce lo rivela con la parola di speranza
proclamata da Pietro nel discorso riferito dagli Atti degli Apostoli: «Non era
possibile che la morte lo tenesse prigioniero».
Questa parola ci stupisce: come mai non era possibile? Noi siamo
purtroppo abituati alla realtà che la morte non soltanto è possibile, ma
addirittura inevitabile, insieme a tutto quello che la morte rappresenta: la
tristezza, l’odio, la guerra, le distruzioni. Ma la proclamazione di Pietro dice
che il mistero di Dio in Cristo risorto è vittoria sulla morte, su tutto ciò che
nella nostra esistenza ce ne porta il senso e la tristezza.
La risurrezione di Cristo ci rivela la direzione della realtà umana che è
tesa verso la vita e, in ciascuno di noi, verso la pienezza di espressione,
della nostra libertà.
La risurrezione di Cristo rigenera la nostra libertà, guarisce le sue
illusioni, le assegna nella storia mete autentiche e costruttive. Ci dispone a
collaborare con l’amore di Dio che a tutto dà la vita, nell’attesa umile e
operosa di quella risurrezione di tutto l’essere umano e di tutto l’universo
che è già iniziata nella risurrezione di Cristo, ma avrà il suo pieno
compimento e la sua luminosa manifestazione quando e come il Padre
vorrà 8.

Rito
Gli atteggiamenti dell’uomo verso Dio devono cotinuamente rinascere dalla
libertà dell’uomo; ma sono così importanti che non possono essere lasciati
all’improvvisazione del momento o a una totale spontaneità.
Vengono allora in aiuto le tradizioni religiose proprie di ogni civiltà, le
forme di celebrazione del mistero che coinvolgono anche la corporeità, i riti
variamente espressivi delle diverse sensibilità culturali. Questi fatti danno
una certa consistenza e stabilità alle espressioni religiose nelle quali l’uomo
dice il senso di tutta la propria esistenza.
Il rito plasma i gesti religiosi; questi, a loro volta, esprimono, in modo
più esplicito, quella generale attitudine a celebrare il mistero di Dio, la
quale permea tutta l’esistenza.
Purtroppo queste connessioni possono essere infrante: il rito può
diventare ritualismo esteriore, puramente formale, che genera gesti religiosi
separati dalla vita e incapaci di esprimere l’orientamento religioso
dell’esistenza.
Questi rischi, però, non devono gettare un discredito generale sulla
dimensione rituale e celebrativa dell’uomo.
Nelle sue forme autentiche essa è un aspetto fondamentale del nostro
essere, perché ci aiuta a dare consistenza esplicita e rilevanza storica a
quella perenne e intima apertura al mistero che è presente nelle profondità
della persona e anima i rapporti dell’uomo con le altre persone e con le
cose 9.

Rivelazione
La divina rivelazione, attuata in Gesù, dice che cosa propriamente e
realmente Dio – come Dominus historiae – ha voluto, vuole fare e farà nella
storia: Dio ha voluto, anzitutto, prima di tutto e soprattutto, che un evento
della storia, cioè la vita di Gesù, fosse la rivelazione piena del suo amore,
fosse la vicenda di una libertà veramente e pienamente umana, che si lascia
riempire di Dio con una totale obbedienza filiale e riempie di sé l’universo,
attraendo in unità tutte le creature: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò
tutti a me»; «Gesù doveva morire per radunare in unità i figli di Dio
dispersi».
La vicenda umana di Gesù non solo è piena di Dio e riempie di Dio, ma
è segno talmente intenso dell’amore di Dio per l’umanità, da essere
realmente una cosa sola con Dio stesso, perché è la vicenda umana del
Figlio eterno di Dio. Vicenda che ha il suo vertice nella Pasqua, quando
nella morte e risurrezione Gesù rivela fino a che punto egli è pronto a fare
la volontà del Padre e fino a che punto l’amore del Padre è capace di
comunicare vita, gioia e pace all’intera umanità 10.
S come…

Sacra Scrittura
Parlando di adesione alla parola di Dio non si può non dare un posto
primario alla Parola scritta, soprattutto oggi che la gente ha raggiunto un
grado di cultura che le permette di accostarla. In una civiltà «del libro»
come è la nostra, la Scrittura diventa uno strumento attualissimo
dell’accostamento alla parola di Dio in senso generale, strumento
necessario per nutrire la fede. Si tratterà di collegare l’accostamento
personale alla Scrittura con la predicazione, il magistero, la liturgia, la
tradizione intesa nel senso più ampio.
Il cristiano maturo è un credente che vive la vita della liturgia e quindi,
nella liturgia, è guidato dalle letture e dall’omelia. È un credente che vive
un’iniziazione catechetica globale e ordinata del mistero cristiano. È un
credente che si lascia istruire dai documenti del magistero che applicano via
via, a questo o a quel momento della vita cristiana, le grandi realtà della
Parola. Se dunque il cristiano maturo vive questa pienezza, può accedere
con tutta tranquillità alla complessità della Scrittura, perché istintivamente
sa ricollocarla nel quadro della proposta della Parola che ci viene dalla
Chiesa nel suo insieme.
Il nuovo lezionario ci offre un grandissimo aiuto. Chi segue con
attenzione quello festivo, nel suo ciclo triennale; e chi cerca di tenere un
certo ritmo quotidiano di rapporto con il feriale, può assorbire
gradualmente, secondo le diversità dei tempi liturgici, il disegno di Dio
come la Scrittura ce lo manifesta, giungendo a una familiarità con la Parola,
nutritiva della propria fede 1.
Sacrificio
Sant’Agostino definisce il sacrificio cristiano una qualunque operazione
eseguita per entrare in filiale comunicazione d’amore con Dio: il sacrificio è
quindi una pasqua, l’ingresso nella terra divina.
Ciò che conta, nella concezione agostiniana propria a tutta la patristica,
non è l’azione ma il fine dell’azione. Anche il sacrificio, è, allora, grazia
dello Spirito Santo che suscita nell’uomo redento, e a partire dallo spirito di
fede, lo spirito di sacrificio. In altre parole, possiamo dire che il sacrificio
inteso in senso oggettivo è l’uomo stesso che, mosso dall’amore, passa
dall’attenzione alle molte cose alla dedicazione unica della propria esistenza
a Dio, dando al proprio vivere il significato di un atto di amore: ecco il
sacrificio per eccellenza.
Ancora: per chiamarlo cristiano occorre giungere al termine della
riflessione, cioè al sacrificio fondamentale, principale, quello del Calvario
in cui Cristo si offre per portare tutta la Chiesa sua sposa alla gloria del
Padre nella risurrezione.
Tutta la nostra vita, come sacrificio cristiano è dunque in relazione
all’Eucaristia che, a sua volta, è in relazione alla Croce, sacrificio perfetto,
dedicazione totale di Cristo-uomo alla volontà e all’amore del Padre, e
capace di attrarre a sé l’umanità intera.
Come entra nella nostra vita quotidiana il sacrificio? Mediante la «giusta
direzione del cuore», che un tempo si chiamava la retta intenzione: in essa
si riassume l’ascetica cristiana. L’uomo che ha raccolto tutta la sua esistenza
nel proposito di voler piacere a Dio solo, entra nel sacrificio di Cristo, e
quindi nel Regno del Padre; partecipa della pienezza di Dio e ne fa
partecipare le realtà che egli santifica con la giusta direzione del cuore 2.

Scelta
Con il sostantivo «scelta» si esprime la consapevolezza di una libertà che si
misura e si gioca davanti a Dio e alla storia, di fronte a un arco di opzioni
cristianamente, teologicamente, pastoralmente possibili, significative e
valide. Non è semplicemente un dilemma drammatico, tra bene e male, ma
è una continua progressione e un’attenzione ai tanti beni e alle tante realtà,
diffuse nel mondo dalla forza dello Spirito, in vista di una scelta pienamente
edificativa e costruttiva della società.
L’impegno a scegliere, che è sostanziale, mette in evidenza una
responsabile libertà, e non un arbitrio solitario non correlato a nessuno e
privo di criteri di riferimento. I criteri di riferimento caratteristici dei
discepoli di Gesù Cristo e dell’intero popolo di Dio, che «ha per condizione
la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cui cuore lo Spirito Santo abita
come in un tempio», sono dati dall’arco dei segni dello Spirito Santo, da
quelli più spontanei a quelli gerarchicamente mediati, da quelli di ordine
più sacro sino ai cosiddetti «segni dei tempi», a cui Giovanni XXIII e poi il
Concilio ci hanno insegnato a prestare un’attenzione né superficiale, né
mista a sufficienza 3.

Segni
«Nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove,
prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà
loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno.»
I “segni che accompagneranno quelli che credono” non sono
direttamente religiosi (andare in chiesa, pregare), bensì sono segni civili,
umani, sociali, che riguardano l’insieme della vita come scelta non violenta.
Esprimono la capacità di affrontare realtà avverse non superandole in
maniera offensiva o polemica, ma nella totalità della pace, nella inermità
della pace.
Per questo sono un formidabile segno del nostro tempo le vocazioni a
essere operatori di pace, a scegliere la mitezza evangelica, a non rendere
male per male, a non preparare offesa per chi ci offende o ci potrebbe
offendere.
È la vita nuova in Cristo, la testimonianza che Gesù è Signore della
storia e produce una generazione nuova di uomini e di donne, la cui
caratteristica è la pace, la capacità di perdono a cominciare dalle più piccole
circostanze della vita, non l’aggressività e la polemica. Sono i segnali di
una profezia di pace, di un agire che neutralizza le guerre; sono i segnali di
una profezia del disarmo, che mostra l’inanità delle armi; sono i segnali di
fiducia nella forza di una verità pacificante, non bellicosa, di una guarigione
dei cuori dai veleni della violenza.
Noi dunque, pur riconoscendo di non saper prendere in mano i serpenti o
di non avere il coraggio di bere il veleno, sappiamo di essere resi forti
dall’inermità di Cristo, dalla potenza della sua croce 4.

Sequela
«Vieni e seguimi.» Sono le ultime parole di Gesù al giovane ricco.
Queste parole esprimono la novità del Vangelo. Sono la formulazione del
primo comandamento della legge: «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è
l’unico Signore; amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il cuore, ecc.».
Amare il Signore, l’unico buono, consiste in concreto nel venire verso Gesù
e seguirlo.
Dopo aver allontanato ciò che lo allontana da lui e lo divide dai fratelli,
il discepolo è chiamato ad avvicinarsi a lui e seguirlo. Ciò è possibile
perché ha scoperto il tesoro, e il suo cuore è là dove è il suo tesoro. Per lui
«vivere è Cristo», ed è mosso da un unico desiderio, principio e fine del suo
cammino: stare «con lui».
Per questo Gesù ha fatto i Dodici. «Essere con» Gesù, il Figlio,
costituisce per noi il raggiungimento del fine per cui siamo stati creati:
attingiamo la nostra vera identità, la salvezza del nostro volto di figli, fatti a
immagine e somiglianza di Dio. Essere con Gesù implica un’unione
personale con lui che costituisce la vita del discepolo, e che nel Vangelo si
esprime in vari modi. Innanzitutto con gli occhi (= fede), che guardano e
contemplano, lasciando entrare lui in noi e attirando noi a lui. Poi con i
piedi (= speranza), che camminano per raggiungere colui che ha rapito il
nostro cuore. Infine con le mani (= carità) che lo toccano, per guarirci da
ogni male causato dalla sua assenza.
Il nostro andare verso Gesù e seguirlo è una risposta al suo sguardo: «Lo
fissò e lo amò». Questo è la sorgente del nostro desiderio di lui, che non
cesserà in eterno 5.
Senso
L’uomo è un essere in cammino e bisognoso di significato: fino a quando
non l’ha trovato è triste, annoiato, nervoso, iroso con se stesso e con gli
altri.
L’uomo si chiede il senso del progresso economico e industriale che
abbiamo vissuto, il senso dell’attuale crisi che stranamente si pone come
smentita della fiducia riposta nel progresso industriale. Perché, allora,
affaticarsi ad accumulare ricchezze, che produrranno nuova inflazione,
nuovi poveri, nuove crisi? perché dare fiducia agli altri se poi tanta gente
manca di fiducia? che senso ha la fedeltà? Da una parte sembra aver senso
perché se non c’è la fedeltà non c’è nemmeno un rapporto: dall’altra parte è
sempre più frequente la mancanza di fedeltà nel matrimonio, nella parola
data, nei fatti, nell’amministrazione anche pubblica dei beni. L’uomo
avverte questo terribile contrasto e va alla ricerca di un’ipotesi più ampia,
che accolga le contraddizioni della storia e riveli però la possibilità di
comprenderle.
L’uomo non si rassegna alla possibilità di essere colpito personalmente
dalla malattia, in un momento in cui gli è assolutamente necessaria la buona
salute: non si rassegna alla morte, che colpisce gli altri mentre sono ancora
giovani, con famiglia a carico, ecc
L’uomo si chiede il senso di tutto questo dolore, il senso della vita: forse
non sarà sempre un senso religioso che cerca, ma è egualmente molto
importante fare cammino, accompagnarsi a quest’uomo alla ricerca del
senso 6.

Serietà
La missione e la carità dicono che la vita cristiana è un caso serio.
Il Dio a cui ci apre la dimensione contemplativa della vita; il Dio che ci
parla in Gesù e nella Scrittura; il Dio a cui Gesù ci unisce, attirandoci a sé
nell’eucaristia, è un Dio che ci ama in modo estremamente serio.
L’amore di Dio è serio, perché suscita la nostra libertà e rischia fidandosi
di essa. Corre il rischio che essa dica di no, condannando se stessa alla
rovina e al fallimento. È serio, perché ci mette in guardia contro questo
rischio, parlandocene apertamente, avvisandoci della dannazione
irreparabile a cui andiamo incontro, se ci ostiniamo nel rifiutare l’amore.
È serio, perché quando l’uomo ha effettivamente detto di no col peccato,
Gesù si è avvicinato all’uomo peccatore, ha preso su di sé il dramma del
peccato e della morte, è diventato un amore maltrattato e crocifisso, per
liberare l’uomo dal peccato e restituirgli la possibilità di dire di sì all’amore
e di testimoniare l’amore presso i fratelli.
La contemplazione, l’ascolto della Parola, l’eucaristia non raggiungono
il loro pieno valore, se non ci portano a scoprire la serietà delle nostre scelte
libere, il dramma in sé irreparabile del nostro rifiuto, l’amore di Dio che
perdona persino il peccato e ci affida di nuovo il compito di amare 7.

Servire
Legata a Cristo e al suo amore, alla sua iniziativa di carità misericordiosa, la
comunità cristiana non può lasciare il popolo in balìa dei suoi bisogni, ma
deve sforzarsi di rendersi in qualche modo presente, portando avanti l’opera
del Maestro.
Non possiamo dire: «Arrangiatevi!». Abbiamo l’impegno di servire la
gente.
A questo servizio la Chiesa non può sottrarsi, come non può sottrarsi alla
fatica e ai rischi del dialogo con la società limitandosi alla vita
intraecclesiale e lasciando che la storia vada per conto suo. Il ministero
della comunità cristiana è dunque lo sforzo di realizzare un complesso
raccordo fra parola di Dio e storia. La Chiesa, sapendo che la vita divina si
è per amore concessa all’uomo, non può leggere il presente soltanto alla
luce delle scienze umane, anche se importanti; essa vive e serve pienamente
questo presente riconoscendovi i segni della presenza di Dio.
Il «Date loro voi stessi da mangiare» ci incalza nella nostra storia di
Chiesa e ci impegna a mostrare come in ogni realtà umana vibra una
tensione verso un più grande mistero. Qui l’obbedienza della Chiesa alla
Parola si trasforma in un servizio culturale, per ritrovare aperture e per
introdurre fermenti che aiutino a vivere la gioiosa ricchezza dell’amore
divino. E allora il «Date voi stessi da mangiare» si misura anche con le
situazioni di miseria e di povertà, con i progetti e le esigenze umane, per
inventare la missione pastorale della Chiesa e per orientare alla promozione
totale della persona 8.

Silenzio
Se in principio c’era la Parola e dalla parola di Dio, venuta tra noi, è
cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che da parte nostra
all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio: il
silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. Certo, alla Parola
che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine,
di adorazione, di supplica; ma prima c’è il silenzio.
Se, come è avvenuto per Zaccaria, padre di Giovanni Battista, il secondo
miracolo del Verbo di Dio è quello di far parlare i muti, cioè di sciogliere la
lingua dell’uomo terrestre ricurvo su se stesso nel canto delle meraviglie del
Signore, il primo è quello di far ammutolire l’uomo ciarliero e disperso.
«La Parola zittì chiacchiere mie»: così Clemente Rebora, nobile spirito
di poeta milanese dei nostri tempi, descrive con rude chiarezza gli inizi
della sua conversione.
Possiamo anzi dire che la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore
connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità. L’uomo che
ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante,
il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare ai margini del
nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. L’uomo “nuovo” – cui la
fede ha dato un occhio penetrante che vede oltre la scena, e la carità un
cuore capace di amare l’Invisibile – sa che il vuoto non c’è e il niente è
eternamente vinto dalla divina Infinità; sa che l’universo è popolato di
creature gioiose; sa di essere spettatore e già in qualche modo partecipe
dell’esultanza cosmica, riverberata dal mistero di luce, di amore, di felicità
che sostanzia la vita inesauribile del Dio Trino.
Perciò l’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva sulla
cima del monte, aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni
frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire
qualcosa della festa eterna e della voce del Padre 9.

Simboli
È esperienza che spesso facciamo: le parole talora non bastano a dire la
ricchezza dei nostri sentimenti. Allora ricorriamo, per esempio, a dei gesti,
a dei segni, a dei simboli che aiutino a comunicare ciò che le parole non
sono capaci di manifestare.
Ogni dono, per esempio, è guidato da questa comunicazione non
puramente verbale ma simbolica, cioè dalla capacità di istituire una
comunicazione più ricca delle parole. Tutti i simboli infatti dicono di più,
dischiudono al di là dei significati immediati e letterali ulteriori valori
comunicativi.
Ecco perché la comunicazione simbolica è una grande ricchezza umana
alla quale, da sempre, l’uomo ha fatto ricorso.
Non è senza significato il fatto che proprio gli eventi decisivi
dell’esistenza siano stati, nelle più diverse culture, accompagnati da
linguaggi e gesti simbolici; pensiamo al nascere e al morire, alle scelte di
vita, al pasto e alla casa. Tutti questi eventi e questi luoghi, ben al di là della
loro funzionalità e del loro significato immediato, racchiudono un valore
simbolico senza del quale la nostra esistenza sarebbe davvero
insignificante. È qui che l’arte, in particolare l’arte sacra, si innesta per
interpretare queste dimensioni simboliche della vita, proporle, farle vibrare,
approfondirle.
Per questo la qualità umana della nostra comunicazione non può fare a
meno dei simboli; ma neppure la qualità della nostra esperienza di fede può
fare a meno di tale peculiare forma di comunicazione. Del resto non c’è
tradizione religiosa che non sia ricorsa a tale tipo di comunicazione.
Pensiamo ancora a un altro aspetto così pervasivo della vita come il
tempo: possiamo semplicemente ridurlo a una dimensione quantitativa, alla
transizione inesorabile di anni, mesi, giorni, ore? perché la Chiesa non
rinuncia ad avere un suo calendario, scandito non dai ritmi sempre identici
delle stagioni, bensì da una storia, da un cammino verso il fine (e non verso
la fine)? il tempo, senza spessore simbolico, non sarebbe forse una:
insopportabile condanna 10?

Solidarietà
In una primissima approssimazione potremmo dire che la solidarietà è la
disponibilità a riconoscere l’altro, anche quello che sembra estraneo e non
prossimo, come altro che mi riguarda. Così intesa, la solidarietà esprime un
volto particolare della carità: quel volto che la carità assume quando è
vissuta nel quadro di un rapporto di interdipendenza materiale tra gli
uomini.
In questo quadro, dai miei comportamenti dipende la condizione
dell’altro e dai suoi la condizione mia, anche a prescindere dalle nostre
intenzioni. Con riferimento a tale situazione, la solidarietà assume il
compito di trasformare l’interdipendenza materiale, oggettiva, quasi
meccanica, in prossimità umana. O meglio, la solidarietà porta a
riconoscere, nella necessità fisica di riferirsi all’altro e ai suoi
comportamenti e di dipenderne materialmente, il segno di una nativa
fraternità tra gli uomini.
I rapporti di interdipendenza materiale tra i singoli e tra le diverse
aggregazioni umane si fanno oggi sempre più fitti e intricati. Ora è proprio
l’intensificarsi e il complicarsi della rete di rapporti sociali, che rende più
urgente il compito della solidarietà 11.

Solitudine
Intendo per solitudine la situazione di tutti coloro che sono privi di
quell’aiuto e compagnia che sarebbe loro in qualche modo necessaria e per
questo sono in stato di prostrazione, di sofferenza, spesso di disperazione.
Vi è la solitudine degli anziani, soli in casa (quanti nella nostra città!), o
soli, uno vicino all’altro, nei ricoveri: anziani non di rado infermi o con
acciacchi che non permettono loro di provvedere convenientemente a se
stessi. Vi è la solitudine di tanti ammalati che non si sentono
convenientemente assistiti dalle strutture pubbliche, che debbono aspettare
turni logoranti per ricevere le cure dovute, che non sentono attorno a sé, pur
nella prestazione delle indispensabili cure fisiche, l’attenzione e la premura
di cui, nella loro sofferenza, avrebbero tanto bisogno.
Vi è la solitudine degli handicappati, in particolare di quelli psichici, dei
malati di mente e delle loro famiglie.
Penso ancora alla solitudine dei carcerati, di quelli in attesa di giudizio,
esposti ogni giorno a stressanti aspettative; alla solitudine e alla fatica di
coloro che, a titoli diversi, operano nel carcere.
Penso alla solitudine degli stranieri anonimi che vivono a decine di
migliaia, al margine o fuori della legalità, senza protezione e senza lavoro
fisso.
Penso, infine, a quelle solitudini che nel seno stesso delle famiglie e
delle comunità si creano per l’incomprensione e la mancanza di dialogo.
Sono tante le lacrime amare che nessuno conosce 12!

Speranza
Ci chiediamo: Che cosa è la speranza? Incominciamo col dire, facendoci
aiutare da san Paolo secondo il quale ciò che vediamo non è oggetto di
speranza, ciò che speranza non è. Per esempio, non è speranza un semplice
ottimismo che fa dire: La vita non mi va poi tanto male, in qualche modo
me la cavo, ne esco alla fine con un saldo positivo. Semmai è una
valutazione di una situazione felice che il Signore ci ha dato.
Perché san Paolo afferma che la speranza cresce nella caducità, cioè là
dove c’è il non senso, dove c’è il deserto, dove c’è un mondo che si sa
condannato alla morte. La speranza non è un chiudere gli occhi di fronte a
una fine ineluttabile, per contentarsi di poco; non è non voler guardare una
storia che si va degradando, pensando che, in fondo, io sto abbastanza bene.
La speranza è, sempre secondo le parole di Paolo, attendere la
rivelazione dei figli di Dio, attendere la gloria futura. È anzitutto volgere gli
occhi a quella vita che ci viene da Cristo, che è al di là e al di sopra di tutto
ciò che ci delude e che ci sfugge di mano.
In questo senso, la speranza è dono gratuito di Dio, è accettazione di tale
dono, è guardare al futuro anche in un mare di oscurità; non dipende
dunque da condizioni esterne più o meno favorevoli. Dipende dal saper
levare in alto lo sguardo verso la gloria che inonda Cristo e noi in lui.
La speranza è fissare gli occhi in Cristo risorto, che è al di là di ogni
corruzione e mortalità.
A partire da qui, la speranza è pure apertura degli occhi, per vedere
quanto e quando fin da ora questa forza, che è al di sopra della storia, opera
dentro di essa e l’attrae a sé.
Quando tale speranza c’è si diventa capaci di guardarsi intorno e di
vedere i segni di Cristo risorto in mezzo a noi 13.

Spirito Santo
Lo Spirito opera mediante un’introduzione profonda nel mistero pasquale,
nel mistero della croce, follia e scandalo per gli uomini, ma sapienza e
potenza di Dio. Lo Spirito non crea una consonanza esteriore artificiale o di
timbro volontaristico (perché è necessario, perché l’azione risulta più
efficace), ma getta le basi profonde di una conversione al mistero della
croce.
Lo Spirito favorisce la collaborazione e l’unità all’interno della
comunità, attraverso l’umiltà di chi sa di possedere un dono (soccorre qui la
stessa denominazione di carisma, cioè dono gratuito) che va subordinato
all’utilità comune.
L’azione dello Spirito culmina in una carità, che non è progetto
dell’uomo ma condivisione dell’atteggiamento di pazienza, di disponibilità,
di hésèd, di tenerezza amorosa, che sono propri di Dio e del Cristo storico.
Può essere interessante analizzare gli elenchi delle qualifiche della carità,
domandandoci quali modelli biblici e quali riferimenti cristologici sono
implicati in queste scelte di vocabolario 14.
Spiritualità
Che cosa si intende per spiritualità? Per rispondere a tale domanda mi lascio
guidare da un brano della Lettera di Paolo ai Romani, dove parla di «una
vita secondo lo Spirito»,
In maniera preliminare, si può intendere per «spirito» l’autotrascendenza
umana, il desiderio di autenticità, quel qualcosa dentro di me, che mi spinge
ad andare oltre, ad andare sempre più in là.
«Vita secondo lo Spirito», è quindi una vita che obbedisce secondo i
casi, all’impulso di fare attenzione ai dati, di voler capire, di lasciare spazio
alla fantasia, all’intelligenza, alla creatività, alla inquietudine, al
superamento morale, alla passione politica o artistica o amorosa, allo
slancio mistico.
Possiamo affermare che la spiritualità umana si pone in obbedienza a
quattro precetti essenziali: sii attento, sii intelligente, sii responsabile, sii
capace di giocarti per quanto appare giusto e vero. Senza questo cammino
quadruplice non si ha sforzo di autenticità, non si ha spiritualità; si ha
invece approssimatività, o deriva, o degrado.
Quando il cammino viene percorso secondo le quattro tappe, allora
fioriscono vari ambiti della spiritualità umana: culturale, sociale, artistico,
religioso.
Che cos’è la spiritualità cristiana? La definizione non cambia: è «vita
secondo lo Spirito», dove però non si intende più lo spirito in senso
universale e generico, ma determinato e concreto, cioè lo Spirito di Gesù
Cristo.
Per il cristiano, vivere «secondo lo Spirito» significa lasciarsi muovere,
ispirare, condurre da quello Spirito che ha mosso, ispirato, condotto Gesù
Cristo.
La spiritualità cristiana ha quindi il suo punto di riferimento principale e
preciso in Cristo, così come è presentato dai quattro Vangeli (pensiamo alle
Beatitudini, alle parabole).
In secondo luogo, essa ha come punti di riferimento concreti le figure
storiche a cui, lungo i secoli, è stato riconosciuto il carattere di «quinto
evangelio», come direbbe Pomilio, cioè di presentazione autentica, nel
proprio tempo, della vita secondo lo Spirito o della spiritualità che era in
Gesù Cristo 15.

Storia
Che significa «storia» alla luce della fede? Per rispondere alla domanda, è
utile partire da un brano biblico.
Scelgo un passo del Discorso della montagna, dove Gesù parla delle
buone opere, concretamente dell’elemosina, della preghiera e del digiuno.
Gesù oppone due tipi di opere, potremmo anche dire due tipi di storia, due
storie.
Una è la storia dell’elemosina fatta «suonando la tromba davanti a te,
come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli
uomini». È storia perché si può documentare, perché fa scena, fa opinione
pubblica: l’opinione umana mette in luce un determinato agire e lo
riconosce rilevante, capace appunto di fare storia.
C’è tuttavia un secondo tipo di opere, un secondo modo di agire: quello
del «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra», quello che resta
segreto, nascosto e non è quindi storia nel senso corrente, perché nessuno lo
sa, quasi neppure la persona che opera. Dunque non è doxa, non fa
opinione, non ha peso, rilevanza. Però «il Padre tuo vede nel segreto»
questo secondo modo di fare l’elemosina.
Anche per la preghiera è così. C’è la preghiera pubblica di chi sta ritto
nelle sinagoghe, agli angoli delle piazze, che si può fotografare,
documentare, sottoporre ad analisi sociologiche, e quindi fa storia. E c’è la
preghiera nel segreto della propria stanza, dopo aver chiuso la porta, che
nessuno può conoscere, che non crea neppure documenti, diari spirituali.
Solo il Padre la vede, ma Gesù afferma che questa è storia, che questa ha
peso, rilevanza.
E c’è il digiuno davanti agli uomini, che viene ammirato, che fa storia,
nei tempi sacri. Come c’è il digiuno nel segreto, che Dio approva, che per
Gesù «fa gloria».
Possiamo allora dire che storia, nel senso pregnante del termine, in senso
positivo e denso, è ciò di cui Dio ha opinione positiva, non ciò che gli
uomini vedono, registrano e ritengono rilevante. Storia è ciò che Dio
approva, mentre tutto il resto non gli interessa, passa, svanisce 16.

Stranieri
Spesso le nostre città presentano un volto stanco manifestano l’inquietudine
di una convivenza disordinata, l’oppressione di un crescente degrado
ambientale, la stanchezza per le ragioni della costruzione politica, il
disinteresse per la vita; soprattutto per chi è malato, debole, anziano, e forse
anche una sorta di sazietà di fronte al ”troppo” di proposte, di evasioni, di
divertimenti.
Davanti a tutti questi problemi la collettività e gli individui tendono a
ripiegarsi su se stessi, scaricando magari sul ”diverso”, sullo straniero,
l’irritazione l’insoddisfazione per la realtà che non riescono ad affrontare.
Tuttavia gli stranieri che invadono le nostre città sono un prezioso segno
dei tempi, che ci sveglia e ci interroga. Non sono una presenza fastidiosa e
importuna, ancor meno sono la causa di una decadenza che prepari un
futuro minaccioso. Non sono, insomma, una maledizione, ma rappresentano
una chance, anche per il rinnovamento della nostra vita.
Sta a noi scegliere se questa invasione sarà pacifica o conflittuale, se la
nostra sprovvedutezza o intolleranza scatenerà un’intolleranza sociale,
politica, religiosa ancora più terribile.
Sta a noi decidere se vogliamo che il lavoro di generazioni, il patrimonio
culturale e morale della nostra tradizione occidentale diventi oggetto di
rapina e di distruzione, oppure se vogliamo preparare, nella generosità e
nell’accoglienza, una via di condivisione con chi è povero e diverso verso
un futuro comune.
Sta a noi, nella grazia dello Spirito Santo, fare in modo che l’utopia della
confluenza delle nazioni nella valle di Giosafat si accompagni alla
realizzazione della nuova Gerusalemme 17.
T come…

Talenti
Il termine «talenti» ricorre insistentemente nella letteratura psicologica e
padagogica per indicare le doti naturali innate da sviluppare, e talora anche
in quella sociale ed economica in riferimento alle risorse di cui si dispone e
che vanno sfruttate e moltiplicate.
Nella parabola evangelica il talento appare non come qualità innata o
risorsa di possesso personale bensì come dono ricevuto e come
responsabilità.
Il fatto che si tratti per tutti di «doni» e non di possesso rende umili e
attenti coloro che li ricevono, non induce l’uno a prevalersene di fronte agli
altri. Pur se la parabola non sviluppa esplicitamente questo aspetto, c’è già
qui una radice di solidarietà.
Il talento non è distribuito in maniera meccanica e puramente egalitaria.
A uno vengono dati cinque talenti, a un altro due, a un altro uno.
L’apparente disuguaglianza è, di fatto, una proporzionalità che rispetta la
capacità di ciascuno, che mette ciascuno a proprio agio, che dà a ciascuno la
possibilità e la gioia di rispondere davvero alle attese che su di lui si
ripongono.
Siamo dunque di fronte a una uguaglianza reale, che vuole il vero bene e
il vero sviluppo di ogni persona, ciascuno secondo la sua vocazione. È una
saggia uguaglianza di proporzionalità.
Appare strana, nella parabola, anche la sproporzione tra il talento e il
risultato, e la non proporzionalità tra i diversi sforzi e l’unico risultato
finale. Molto, anzi moltissimo, viene dato a chi è stato fedele nel poco: è la
partecipazione stessa alla gioia del Signore, quindi un salto di qualità
imprevedibile e impressionante, riguardante non un favore, una grazia, un
premio che si ottiene, ma l’intera persona.
E non c’è proporzione tra il risultato di chi ha fruttato dieci e quello di
chi ha fruttato quattro: entrambi partecipano al medesimo salto di qualità
esistenziale, entrano nella gioia del Signore.
Frutto del trafficare i talenti non è un guadagno quantitativo, bensì lo
sviluppo dell’intera personalità che giunge così ad un suo insperato, totale e
gratificante compimento 1.

Tempio
C’è «un santuario vivente», non statico, che cammina e si muove nella
storia: il popolo dei credenti.
San Paolo considera la Chiesa nell’immagine di una casa ricca di carismi
e di doni diversi, alcuni appariscenti, altri umili, che paragona a dei vasi. Ci
sono calici d’oro e d’argento, recipienti di legno e terracotta; vasi che
resistono al tempo e altri che facilmente vanno in frantumi. Questa casa,
tanto varia, è un popolo in cammino. La Chiesa non è semplicemente una
società, tanto meno una sètta o un partito; è il luogo dove Dio è presente
perché alcuni sono uniti nel suo nome: «Dove due o tre sono uniti nel mio
nome, io sono in mezzo a loro».
La Chiesa è anzitutto un’unità di uomini tra loro e con Dio in Cristo
Gesù.
La scelta per Gesù, la volontà di essere una cosa sola con lui, il suo
essere in noi, è il vero tempio che abbraccia la storia e l’universo intero, è la
casa dell’umanità, la cattedrale luminosa che attraversa i secoli e li porta a
compimento.
La cattedrale è là dove risuona la Parola divina, dove la si ascolta come
voce che dice parole definitive e giuste, dove ci si mette in cammino per
seguire la Parola, dove si accoglie in pienezza il dono della vita che non
muore. Di questa cattedrale Cristo è il centro, il senso fondamentale e
ultimo 2.
Tempo
«Il Signore veglierà su di te quando esci e quando entri, da ora e per
sempre.» Il Dio della Bibbia ha cura del tempo dell’uomo e veglia su di noi
nel succedersi delle vicende umane: «Come ho vegliato su di essi per
sradicare e demolire, per abbattere e per distruggere e per affliggere con
mali, così veglierò su di essi per edificare e per piantare». Ogni frammento
del tempo è custodito e vegliato dalla fedeltà del suo amore.
La vigilanza di Dio sul tempo, il suo essere custode del tempo, dà a esso
dignità e valore indicibile. Il tempo dell’uomo è il settimo giorno di Dio, di
cui nel racconto della creazione si dice che è santo: «Dio benedisse il
settimo giorno e lo consacrò». È il tempo del Padre che veglia nell’attesa
del ritorno del figlio che si è allontanato, perché non si senta
definitivamente perduto! Il tempo non è allora spazio vuoto, luogo neutro,
bensì partecipazione alla vita divina, provenienza da Dio, venuta di Dio e
avvenire aperto a Dio in ogni istante; esso riflette la provenienza, la
presenza e l’avvenire dell’Amore eterno.
Il tempo viene dalla Trinità, creato con la creazione del mondo; si svolge
nel seno della Trinità, perché tutto ciò che esiste, esiste in Dio, nel quale
viviamo, ci muoviamo e siamo; è destinato alla gloria della Trinità, quando
tutto sarà ricapitolato nel Figlio e consegnato al Padre, perché sia tutto in
tutti. Vivere seriamente il tempo è dunque vivere nella Trinità; cercare di
evadere dal tempo è fuggire dal grembo divino che ci avvolge. Il
cristianesimo non è la religione della salvezza dal tempo e dalla storia, ma
del tempo e della storia 3.

Tenerezza
Tenerezza è amore rispettoso, delicato, concreto, attento, festoso. Tenerezza
è amore sensibile, aperto alla reciprocità, non avido, non cupido, non
pretenzioso, non possessivo, ma forte della sua debolezza, efficace e
vittorioso, disarmato e disarmante.
È vero, sono aggettivi che accostiamo l’uno all’altro perché ci rendiamo
conto che è difficile definire la tenerezza, pur se intuiamo che cosa sia e che
è importante, è un po’ l’ingrediente di tutta la comunicazione umana.
Se l’idea che abbiamo di Dio è di un Dio violento che impone il suo
volere come legge inesorabile, non potremo mai comprendere la tenerezza e
tanto meno viverla sia nel rapporto con Dio sia nel rapporto con gli altri, e
non potremo capire le figure che più risplendono della tenerezza di Dio,
come Maria, Gesù, il bambino.
La tenerezza comporta la disciplina, anche del corpo: disciplina degli
occhi, del cuore, rinuncia all’avidità sensuale.
La tenerezza comporta il coraggio di fare piccoli passi e piccoli
investimenti affettivi (un sorriso, una parola, un grazie, un augurio a tempo
debito, una frase: “eccoti il giornale, ti faccio un caffé, ti cedo il programma
televisivo”). È la sapienza dei gesti discreti che costituiscono il tessuto della
vita quotidiana; è la saggezza e il coraggio di prevenire con un gesto
affettivo che è sempre un piccolo rischio, perché non sappiamo se troverà
nervosismo o gradimento.
La tenerezza richiede la contemplazione, il silenzio, che dono esperienze
del rispetto di Dio, del rispetto dell’uomo, della natura, delle cose. Di
questa contemplazione si nutre la tenerezza 4.

Terra
Talora il versetto della Genesi: «Riempite la terra; soggiogatela e dominate
sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che
striscia sulla terra» è stato interpretato come permesso e licenza di dominio
assoluto sulla natura.
Tuttavia è assolutamente improbabile dal punto di vista storico.
Paragonando i tempi, ci accorgiamo che l’odierno sfruttamento della natura
è concomitante con periodi nei quali ci si è allontanati molto dalla fede
cristiana e ci si è rivolti a concezioni illuministiche e immanentistiche del
cosmo. Ma è pure importante sottolineare che l’accusa misconosce il vero
senso del versetto della Genesi che vuole esprimere e insieme interpretare
l’esperienza, sorprendente e grata, che l’uomo fa delle meraviglie del creato
mentre avverte ancora la sua fragilità; la parola di Dio ha quindi il senso
della benedizione, non solo del comandamento. Intende sottolineare che la
terra è un dono e che va custodita e coltivata con amore e gratitudine.
Letto correttamente, il testo biblico richiama l’attenzione del cristiano e
di ogni uomo su un’esigenza facilmente dimenticata: la terra, assai più che
un repertorio di risorse di cui possiamo disporre ad libitum, è luogo entro
cui l’uomo percepisce l’esperienza della vita come dono. Essa viene
incontro all’uomo assai prima che l’uomo sappia volere la vita e sappia che
cosa sia la vita, viene incontro come dono di un Dio creatore dando
all’uomo la certezza che questo Dio ha cura anche di lui 5.

Tradizione
C’è un fenomeno ampio che raccoglie in unità organica le parole, i gesti, i
comportamenti spirituali, gli interventi dogmatici e pastorali con cui l’intera
comunità cristiana, assistita (anche se non più ispirata come avveniva per i
profeti e gli apostoli) dallo Spirito Santo, e continuamente in ascolto
dell’insegnamento degli apostoli, partendo dalla Scrittura e avvalendosi dei
diversi ministeri – tra cui ha particolare importanza il magistero gerarchico
– accoglie lungo i secoli la parola di Dio, la parola della croce, la parola
profetica e apostolica orale e scritta, la riattualizza, la prega, la difende dalle
false interpretazioai, la rende viva ed efficace dentro le sempre nuove
situazioni umane, la proclama nell’oggi di ogni tempo.
Questo fenomeno complesso – difficile da definire nel suo insieme –,
questa matrice sempre vivente è la cosiddetta Tradizione.
La Tradizione designa il contesto vitale in cui la parola di Dio è
tramandata da una generazione cristiana all’altra. Ed è proprio questo
contesto vitale che aiuta i singoli credenti e le diverse comunità ad
accostarsi alla Sacra Scrittura in modo che, per un verso, sia libero da errori
e deformazioni e, per un altro verso, sia ricco, fecondo, risonante, capace di
suggerire le strade concrete mediante le quali Gesù, parola vivente di Dio,
attraverso l’eucaristia, la Bibbia e la predicazione della Chiesa, fa sì che
ogni uomo diventi parola di Dio, kérygma per il suo ambiente e per il suo
tempo 6.
U come…

Ultimi
L’attenzione agli ultimi si fonda su motivazioni ovvie e immediate. Sono i
più bisognosi, i più trascurati, al limite della resistenza: occorre intervenire
con urgenza, con assoluta priorità.
In realtà l’attenzione media della gente è rivolta ai bisogni medi. Gli
ultimi sono tali non solo per la situazione in cui versano, ma anche perché
non riescono a farsi sentire, ad attirare l’attenzione.
È importante allora che le ragioni istintive di intervento a favore degli
ultimi vengano rese efficaci e risonanti dalle perentorie ragioni della carità.
Gli ultimi vanno preferiti perché sono coloro che Gesù ha maggiormente
amato; sono coloro che hanno maggiormente bisogno della speranza che
deriva dall’amore pasquale. In loro la Pasqua rivela più chiaramente la sua
capacità di essere una vittoria definitiva proprio sui mali più irreparabili.
A loro in modo particolare bisogna dire che Cristo è vicino; che anche
nella loro situazione è possibile far nascere un germe di amore. In loro
bisogna far sorgere urgentemente la certezza che, se riescono a credere
all’amore e a vivere nell’amore, hanno trovato la salvezza.
Bisogna ribadire l’importanza di vivere la vicinanza agli ultimi in una
prospettiva di fede: la carità; chi si accosta deve radicarsi, mediante la fede,
nell’amore pasquale di Gesù. Altrimenti si rischia l’entusiasmo passeggero,
che non ha tenuta. Oppure si rischia l’enfatizzazione sentimentale o
ideologica degli ultimi, cadendo in una strana contraddizione: da un lato, in
nome del Vangelo, si vogliono levare gli ultimi dalla loro condizione di
povertà; dall’altro si dichiara che la loro condizione permette una vita più
vicina al Vangelo 1.
Umiltà
Umiltà è una parola che ripetiamo mille volle, ma di cui non è sempre facile
cogliere tutte le implicazioni. In senso generale si potrebbe dire che l’umiltà
è l’opposto della superbia descritta nel Magnificat: «Dio ha disperso i
superbi nei pensieri del loro cuore». I superbi sono quelli che credono di
essere qualcuno, che hanno di sé un concetto così alto da farne quasi una
ragione di vita, per cui gli altri devono piegarsi al loro servizio, e neppure
vanno ringraziati perché fanno ciò che è dovuto. È l’atteggiamento che
Paolo stigmatizza altre volte nelle sue Lettere. Ad esempio scrivendo ai
Romani: «Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili.
Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi». L’atteggiamento umile è quello
di chi non si gonfia e non si illude.
È importante riflettere su questo atteggiamento di non-sapere: esso è
utile sempre, ma è indispensabile soprattutto nel rapporto con Dio. Infatti
«noi non sappiamo neanche pregare, non sappiamo neanche cosa chiedere».
Spesso non riusciamo a pregare bene perché incominciamo con la
presunzione di saper pregare, mentre dovremmo partire sempre
confessando: «Signore, non so pregare; so di non saper pregare». Già questa
è preghiera; perché fa posto allo Spirito che dobbiamo invocare.
La dimensione sociale dell’umiltà è assenza di pretese e attenzione agli
altri. «Ho cercato di essere tra voi senza pretese, non pretendendo per me
niente di speciale, ma stando molto attento a ciascuno di voi» direbbe
Paolo.
L’umiltà è socievolezza senza pretese, colma di affetto, di attenzione,
amorevolezza, prevenienza. L’umiltà come virtù sociale comporta anche
distinzione, correttezza, un certo riserbo, un’educazione profonda, finezza
che conquista il cuore perché non è espressione semplicemente di
un’affettazione esteriore.
Niente commuove di più le persone che sanno di contare poco nella
società, che il vedersi trattare con estremo rispetto e con grande
valorizzazione di ciò che sono 2.
Umorismo
Occorre conservare un certo spirito di umorismo per potere interpretare
serenamente i fatti. Cerchiamo di arrivare a interpretazioni disincantate
della realtà, quelle nelle quali il torto o la ragione non sono messi in
anticipo da una parte sola, quelle nelle quali l’istinto non ci spinge fin
dall’inizio a metterci tra i colpevolisti, tra gli innocentisti, tra i membri di
un partito o di un altro. Conserviamo lo spirito di umorismo e lo sguardo
disincantato sulle cose, che ci permettono attenzione, docilità, rispetto dei
fatti. Dobbiamo essere pronti a riconoscere che non avevamo visto bene e
che si poteva vedere meglio.
Tutto questo è semplice saggezza quotidiana, ma è saggezza importante
perché ci tiene lontani dagli errori interpretativi più gravi, che – come dice
Gesù – non avranno perdono in eterno. Il timore di questi sbagli totali
nell’interpretare le situazioni, nell’affibbiare giudizi di giusto e sbagliato, di
buono e cattivo, ci terrà umili e prudenti, ci aiuterà ad acquistare la
saggezza che ci permette di riconoscere – pur in situazioni complesse – la
verità e soprattutto di riconoscere, per accettarlo e non per respingerlo, il
mistero di Dio che si manifesta a noi come mistero di amore e di perdono 3.

Unità planetaria
Malgrado tutto ciò che ci può intralciare, mostrandoci le difficoltà del
cammino, noi sappiamo che l’unità cosmica, planetaria, sociale, economica,
culturale, civile, politica, religiosa, la vuole Dio perché Cristo è il centro del
cosmo, e tutto è da lui attratto.
Non possiamo voler tornare in Egitto. Il paese in cui dobbiamo andare –
l’unità planetaria che ci attrae – è «un paese molto buono. Se il Signore ci è
favorevole, ci introdurrà in esso e ce lo darà; è un paese dove scorre latte e
miele. Soltanto, non vi ribellate al Signore e non abbiate paura del popolo
del paese».
Al di là delle nostre divisioni e delle nostre paure, c’è la speranza
profonda in Cristo centro dell’universo, a cui tutto converge
misteriosamente, anche se tale convergenza richiede tempo.
Non si tratta solo di una speranza, anche se formidabile perché si tratta di
speranza teologica; si tratta di un’esperienza.
Vi sono, nella storia, mirabili momenti in cui, nonostante le differenze
teologiche, linguistiche, culturali e sociali, si possono vivere stupende
esperienze di unità.
Tale unità è lo Spirito Santo diffuso nei cuori, è la grazia dello Spirito
che penetra tutto, che emerge talora pur se è stato soffocato dalle pietre, dai
sassi, dai rovi, dalle spine.
In quelle esperienze di unità, che colmano di gioia e di certezza, ci si
accorge che il mistero di Dio che muove me è lo stesso mistero che muove
chi è distante da me.
È lo Spirito che fa l’unità mistica, spirituale, quella che anzitutto importa
e che teologicamente corrisponde allo Spirito Santo diffuso dalla croce di
Cristo e dal cuore del Risorto nel cuore di tutti gli uomini 4.

Uomo
«O Dio nostro Creatore e nostro Padre, noi ti lodiamo e ti benediciamo
perché tu sei grande e perché ci comunichi la vita. Ti ringraziamo perché ci
hai fatto come un prodigio, perché ci hai tessuto nel profondo. Sei tu che
hai creato le nostre viscere e ci hai tessuto nel seno materno. Stupende sono
le tue opere e tu ci conosci fino in fondo.»
Il più spontaneo atteggiamento dell’uomo, di fronte alla sua vita, è di
stupore e meraviglia. E il nostro canto di lode, le cui radici e motivazioni
profonde sono bene espresse nella preghiera del Salmo 138, è un canto alla
misteriosa azione di Dio che sta «intessendo» e «impastando» la creatura
umana all’interno del grembo della madre.
Dio conosce l’uomo fin dalle sue origini più arcane; egli conosce il feto
che nessun occhio può discernere perché egli è fin dall’origine il Signore
dei reni dell’uomo, delle sue viscere, cioè di quanto vi è di più segreto in
lui. L’uomo, quindi, appartiene a Dio fin dal grembo materno e in questo
risiede il fondamento ultimo della sua grandezza e della grandezza della sua
vita.
L’occhio del Signore non percepisce soltanto un essere invisibile a ogni
sguardo umano, ma intravede, al di là di ciò che è ancora informe, l’adulto
di domani i cui giorni sono già scritti nel suo libro. In tale prospettiva,
l’uomo è il prodigio, il miracolo più alto di Dio, è una delle azioni gloriose
e rivelatrici di Dio stesso. L’embrione umano è già un segno dell’amore
creativo di Dio, una manifestazione della sua fantasia creatrice, del suo
splendore, è la prefigurazione di un progetto, è l’introduzione a una delle
pagine del «libro della vita», è l’avvio di una vocazione. Davvero grande è
il mistero dell’uomo creato da Dio 5.
V come…

Vangelo
Il Vangelo è la realtà più profonda da cui tutto deriva: cioè l’iniziativa
divina che ci salva, ci viene incontro e si fa conoscere. Questa iniziativa
salvifica di Dio è la radice di tutto, l’origine di tutto, il punto di confronto di
tutto, la realtà alla luce della quale tutto va rapportato e giudicato.
È la buona notizia – come dice il profeta Isaia – che cambia la vita,
riempie di gioia, è corona invece di cenere, olio di letizia invece di abito di
lutto, canto di lode invece di cuore mesto. È la perla preziosa per la quale,
pieni di gioia, senza riflettere si vende tutto, è il tesoro nascosto nel campo
per il quale si fanno follie pur di poterlo acquistare.
La buona notizia dell’evangelo è il centro, il cuore, la fondamentale e
unica preoccupazione del ministero del vescovo, dell’azione della Chiesa. È
la prima ortodossia di cui il vescovo si preoccupa affinché sia
autenticamente proclamata, rispecchiata e trasparente da ogni azione e
struttura e movimento di Chiesa.
Prima ancora di vigilare sulla correttezza delle parole con cui il
messaggio viene annunciato, il vescovo pone ogni attenzione perché il
messaggio stesso nella sua realtà sia splendente e visibile.
Tutto questo è molto importante. Vuol dire infatti che di fronte a ogni
ambito di Chiesa – dalle realtà di carattere proclamatorio a quelle di
servizio, dalla catechesi fino alle ultime determinazioni della disciplina e
del culto, dalla formulazione del vivere cristiano fino alle strutture
amministrative, economiche e giuridiche – ciò che importa è chiedersi se e
come quell’ambito metta in luce e proclami l’evangelo 1.
Vecchiaia
La terza età è veramente un caso serio dell’esistenza umana. Siamo di
fronte a un problema fondamentalissimo della vita dell’uomo, quello che
con parole indimenticabili è stato proposto dal Qoelet nell’ultimo capitolo,
quando dice: «Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza,
prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire:
“Non ci provo alcun gusto”». In questo testo biblico viene espresso in modo
molto forte il caso serio dell’invecchiare dell’uomo. Questa esperienza non
è riducibile all’andare avanti degli anni, ma consiste piuttosto nel dramma
che ciascuno di noi vive e vivrà per la diminuzione delle forze fisiche e
psichiche, per la moltiplicazione degli impedimenti e degli acciacchi e,
dunque, per il crearsi di una situazione di sofferenza profonda e spesso poco
comunicabile.
Questo dramma è, in certo modo, irrisolvibile se non a partire dall’uomo
stesso. Non vi sarà nessuna assistenza di tipo ”svedese” che impedirà le
disperazioni degli anziani. L’uomo stesso è invece chiamato a rigenerarsi
dall’interno attraverso quei valori perenni e definitivi che gli permetteranno
di superare la ripugnanza e la sofferenza del venir meno di valori
temporanei.
La persona deve essere aiutata a comprendere che può riqualificarsi, pur
perdendo inevitabilmente «colpi» in termini di efficienza. I suoi valori di
sapienza e di saggezza sono permanenti.
Occorre avere il coraggio di aiutare le persone in termini sostanziali, il
che è estremamente difficile. Non servono parole brutali, ma non servono
nemmeno parole illusorie. Tra le une e le altre va cercato lo spazio della
parola suggerita dalla carità, che coglie delicatamente il punto cruciale e fa
respirare la persona che si sente capita nel suo dramma quasi
incomunicabile, e così simile a quello di Gesù nel Getzemani, decisamente
posto di fronte alle formidabili coordinate del suo destino 2.

Verità
«Pro veritate adversa diligere et prospera formidando declinare: per la
verità amare le avversità ed essere cauti e guardinghi di fronte al successo.
È vero che ciascuno di noi è piuttosto portato a fare il contrario di ciò che
san Gregorio ci dice. Noi amiamo il successo, desideriamo l’approvazione
di tutti, la critica e la contestazione ci disturbano. Portiamo dentro di noi
piuttosto le paure di don Abbondio che non il coraggio del cardinale
Federigo. Soltanto la grazia del Vangelo, quella che trionfa sulla paura della
morte, è capace di farci superare ogni riguardo umano, facendoci
contemplare la verità di Dio manifestata in Gesù Cristo, fatta nostra nello
Spirito Santo. Lo Spirito trasforma la nostra vita e ci rende capaci di amare
talmente la verità del Vangelo da mettere da parte, per amore di essa, anche
la paura di non riuscire. È soltanto a partire da un cuore così liberato che è
possibile praticare la giustizia fino in fondo, amare anche coloro che non ci
amano, salutare coloro che non ci salutano, perdonare le offese e pregare
per quelli che non ci capiscono o ci avversano. È questa verità del vangelo
che ci libera dall’inquinamento della possessività, dell’ambizione e
dell’orgoglio, e che ci rende capaci di servire i fratelli con prontezza e
disinteresse 3.

Vescovo
Il vescovo è colui che è chiamato a ricondurre continuamente all’unità e
alla genuinità la molteplicità delle situazioni storiche in cui i credenti, i
battezzati, vivono il proprio sacerdozio battesimale: la sua vita è riferimento
a Cristo e servizio ai fedeli, per interpretare il cammino che lo Spirito fa
compiere a ciascuno di loro.
Egli deve leggere e capire il dinamismo del reale con gli occhi della fede
e con gli occhi del cuore, deve percepirlo con l’affettività che è l’affetto
stesso di Cristo per l’uomo, l’affetto di Dio per ogni creatura. E lo
percepisce proprio nel momento in cui avviene l’integrazione tra il
dinamismo dello spirito battesimale di ciascuno e le realtà familiari, sociali,
di gioia, di sofferenza, di creatività, di costruzione della città. Egli è
chiamato a interpretare il dinamismo profondo del credente che cammina
nella temperie spirituale del mondo contemporaneo, ponendo in esso segni
di perfetta giustizia, libertà, lode di Dio.
Questa è la funzione e il punto di vista del vescovo.
È questo punto di vista che lo stimola e che unifica tutti i suoi sforzi.
Necessariamente non coincide con nessun altro punto di vista: né con il
giudizio politico né con quello sociale, economico, culturale. Piuttosto, tutti
li integra nel giudizio contemplativo di fede, per cui vede le cose e ciò che
sta dietro le cose, vede le persone e i dinamismi profondi di bene che stanno
dietro le persone 4.

Vigilanza
Che cosa significa guardare e vigilare? Significa che la storia è il tempo del
discernimento, la storia è il tempo nel quale il cristiano è invitato ad aprire
gli occhi e a non lasciarsi sommergere dagli eventi come pure e brute
fatalità; è invitato a reagire positivamente e chiaramente, con intelligenza e
coraggio.
Per comprendere meglio l’esortazione a guardare e a vigilare, possiamo
considerare tre aspetti del vigilare biblico, che il Vangelo ci presenta.
Il vegliare del padrone di notte, quando ha paura perché ha avvertito che
il ladro sta per venire. È il vegliare della cautela, è la precauzione, l’essere
guardinghi, lo stare bene attenti, il guardarsi intorno.
Il vegliare del servo che attende il padrone volendo farsi trovare al suo
posto di lavoro, non pigro, non inetto, non dissipato. È il vegliare della
fedeltà.
Il vegliare della sposa che attende lo sposo, ricordato soprattutto nel libro
veterotestamentario del Cantico dei Cantici. La donna attende l’amato del
suo cuore e il suo è il vegliare dell’amore, del desiderio, di chi grida:
«Vieni, Signore Gesù».
Sono i tre aspetti della vigilanza cristiana, che cogliamo contemplando
Gesù nell’agonia del Getsemani. Veglia, mentre i suoi discepoli si
addormentano, come il padrone che attende il ladro, perché vuole aspettare
l’arrivo di Giuda in piedi; veglia nella fedeltà affermando di voler compiere
la volontà del Padre, non la sua; veglia nell’amore gridando al Padre che si
compia su di lui il calice della passione.
Nel Getsemani Gesù è il modello della vigilanza cristiana, della
precauzione, della fedeltà, dell’amore.
Talora noi rimandiamo a tempi migliori il nostro agire, il nostro
esprimerci, a tempi in cui ci sarà più giustizia, più pace, più comprensione
tra gli uomini. Il Vangelo ci richiama a esprimerci adesso, perché è adesso,
ora, il venire di Dio 5.

Violenza
Il primo dei grandi mali del nostro tempo, la prima delle grandi pesti è la
violenza in tutte le sue forme.
Si va dalla violenza politica che ha prodotto le crudeli aberrazioni del
terrorismo – e ho ancora negli occhi il sangue degli innocenti uccisi nei
luoghi di lavoro, nelle aule universitarie o a pochi passi dalle abitazioni –,
alla violenza criminale che, o per rapina o per vendette tra cosche,
insanguina anche le nostre strade e le nostre case. Si va fino alla violenza
inflitta alla vita nascente, che costituisce una delle dolenti e amare
pestilenze del nostro tempo e che miete innumerevoli vittime senza voce e
senza difesa.
Vi è poi la violenza sociale, che si esprime in ogni forma di ingiustizia
soprattutto a danno di chi non può difendere il proprio lavoro o i propri
risparmi e quella forma di violenza implicita nelle strutture economiche che
tollera la morte per fame di milioni di uomini.
Vi è infine, sintesi di tutte le violenze e aberrazioni sociali, la guerra che
insanguina tanti paesi del mondo ed è presente anche tra noi nelle minacce
di morte che nascono dagli arsenali di armi capaci di distruggere l’umanità.
Flagello senza precedenti nella storia, da far impallidire le più atroci
descrizioni della peste di san Carlo o della peste descritta dal Manzoni 6.

Vita
Ecco come l’apostolo descrive con poche parole la vita nuova che a tutti noi
piacerebbe vivere e che ci auguriamo possa diventare la regola comune
dell’umanità: «vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo».
Al centro delle tre caratteristiche della vita nuova c’è la giustizia:
giustizia è la conformità a tutto ciò che è giusto, alle leggi divine e umane, è
l’agire come si deve in ogni circostanza, il dare a ciascuno il suo. La
giustizia è quindi la virtù regolatrice di tutti i rapporti. In essa sta la radice
della pace. Vivere nella giustizia vuol dire vivere trovando ovunque la
regola di comportamento in relazione ai valori, alle persone, alle situazioni
e ai loro fini.
La pietà significa avere Dio familiare, sentirne la vicinanza intima,
sentirla con gusto e con gioia. Significa vivere i rapporti di giustizia non
secondo un rigore freddo bensì come trasparenza della bontà e della
tenerezza di Dio nella vita quotidiana, in tutte le ore del giorno e non
limitatamente al tempo della preghiera.
Infine, la sobrietà è la temperanza, il saggio uso dei beni di questo
mondo. Non dobbiamo respingere qualunque bene del mondo: piuttosto
siamo chiamati a valorizzare le cose secondo il loro peso, il loro merito, a
saper esercitare sui nostri desideri il controllo e la disciplina: disciplina dei
sensi, del corpo, dello spirito, della vita, ordine nelle cose, in modo da
vivere la giustizia nel calore della familiarità di Dio.
Seguendo ancora il testo di san Paolo noi ci domandiamo: è possibile
vivere queste realtà “in questo mondo” in questa società? viverle ora per
ora?
San Paolo risponde: «È apparsa la grazia di Dio». La vita nuova, cioè, è
dono, è elargizione gratuita che Dio ci fa. Non è semplicemente un ideale
che ci proponiamo e dal quale sappiamo inesorabilmente di essere lontani: è
una grazia che è apparsa 7.

Vocazione
La vocazione è una parola che mi viene rivolta, è un dato relazionale che
nasce e cresce nel rapporto; viene meno e si affievolisce quando viene meno
il rapporto e il dialogo.
Vocazione è l’accettazione di un dialogo in cui non dico io né la prima
né l’ultima parola: io devo rispondere. L’importante è che si accetti il
dialogo. Come far sì, allora, che esista il dialogo e che, per esempio, la
nostra preghiera o ricerca di vocazione non sia un semplice monologo?
Non c’è altra via che prendere sul serio la parola di Dio come Parola,
lasciarla parlare, dare ad essa il primato, e poi rispondere. Prendere sul serio
la Scrittura come parola detta a me, come inizio del dialogo vocazionale, e
mantenermi in questo dialogo.
Senza una meditazione quotidiana, perseverante della parola di Dio, fatta
magari per un tempo breve e però perseverante, è difficile entrare e poi
crescere nel dialogo vocazionale, è difficile lasciare aperta la porta alla
Parola 8.

Volontariato
Il volontariato è una scelta: una scelta di chi ode il grido degli oppressi,
vede la necessità di bisogno di incarnarsi nella storia: «Ho sentito il grido
del mio popolo».
Porta in sé da un lato la carica profetica di ogni denuncia dell’ingiustizia,
di ogni miseria, dei condizionamenti, dell’inumanità di tante strutture e di
tanti uomini, che in queste strutture hanno coagulato, cristallizzato il male e
l’oppressione degli altri.
Dall’altro lato porta in sé anche il senso dell’invito a tutti, espresso non
con discorsi, ma con la testimonianza, a trovare una strada, un coraggio,
una speranza: tanto più validi in quanto il volontariato si muove anche su
vie nuove, non battute, anzi le deve scoprire e inventare, ed è quindi un atto
di fiducia nell’uomo e per l’uomo, senza adagiarsi solo in strutture più
riposanti e visibili ma spesso inadeguate.
Da questo punto di vista il volontariato costituisce anche un nuovo
spazio per gli uomini del nostro tempo, e specialmente per i giovani. Se si
parla di un mondo nuovo è perché ci sono problemi nuovi, che una volta
non esistevano e per i quali è inutile perciò cercare nel passato le soluzioni
concrete, e per tutto questo è necessario lanciare grida di speranza e aprire
spazi di vita e di azione. Il volontario sa questo e nel suo agire è
consapevole di battere vie nuove e di doverle saper discernere 9.
Z come…

Zizzania
Una parabola evangelica ci presenta, a proposito della lotta spirituale, la
concorrenza spietata tra il buon grano e la zizzania: «In quel tempo Gesù
lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per
chiedergli: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”» (Matteo 13,
36).
Era una parabola che aveva messo in difficoltà i discepoli i quali
speravano ancora in un Gesù trionfatore e restauratore politico, perché
diceva: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del
buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico,
seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e
fece frutto, ecco, apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal
padrone di casa e gli dissero: “Padrone, non hai seminato del buon seme nel
tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?”. Ed egli rispose: “Un
nemico ha fatto questo”. E i servi gli dissero: “Vuoi dunque che andiamo a
raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania,
con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano
insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori:
Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece
riponetelo nel mio granaio”» (Matteo 13, 24-30).
Gesù, dunque, su richiesta dei suoi, la spiega: «Colui che semina il buon
seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli
del Regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha
seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i
mietitori sono gli angeli. Come quindi si raccoglie la zizzania e la si brucia
nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i
suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli
operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e
stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel Regno del
Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!» (Matteo 13, 37-43).
Grano e zizzania tendono ambedue a vivere e la zizzania tenta di
soffocare il buon grano. L’esistenza cristiana non va intesa come un
semplice cammino educativo che procede da luce in luce sempre maggiore;
è conflittuale, è una lotta incessante tra luce e tenebre, tra bene e male, una
lotta dura e faticosa che mette a prova la nostra fede, speranza e carità.
Nello stesso tempo la parabola ci insegna che non sta a noi giudicare,
bensì accettare tale situazione pazientando, resistendo, sopportando.
Resistere al male richiede un combattimento non da poco.
Agostino d’Ippona ha commentato spesso la parabola della zizzania per
difendersi dall’accusa di certi zelanti che denunciavano la sua comunità di
essere tiepida, neghittosa. In quell’epoca la religione cristiana, terminate le
persecuzioni, era non solo tollerata, ma addirittura protetta e perciò la gente
aveva convenienza a farsi battezzare. Incominciavano cioè le difficoltà di
una Chiesa di massa, che raccoglie tutti: i maturi nella fede, i deboli, gli
sprovvisti, gli entusiasti e gli zelanti, i tiepidi e i lenti.
Gesù però ci avverte fin dall’inizio che anche questa è la comunità
cristiana. E vero che in altri passi del vangelo di Matteo ci dirà che a mali
estremi occorre provvedere con estremi rimedi; quando, per esempio, il
fratello non ascolta né in privato, né di fronte a due testimoni, né di fronte
all’ assemblea, bisogna allontanarlo (cfr. Matteo 18, 15-17). Resta
comunque altrettanto vero che la Chiesa arriva alla scomunica soltanto per
motivi gravissimi, in casi assolutamente straordinari. Altrimenti sopporta,
ed è dura la sopportazione.
Un terzo insegnamento della parabola: dobbiamo sentire il dramma della
lotta tra Dio e satana che si sta svolgendo nella storia. Un combattimento
senza esclusione di colpi, per il quale Cristo muore sulla croce.
Non c’è tregua, non c’è armistizio tra luce e tenebre: si affrontano notte e
giorno, dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina. Quando ti alzi, la lotta
è già presso il tuo letto, e non ti abbandona neppure di notte; si svolge
anzitutto dentro di noi che siamo il primo campo dove sono seminati il buon
grano e la zizzania, e a essa dobbiamo prepararci ogni giorno con cuore
rinnovato. Non c’è tentazione, non c’è prova che venga risparmiata a chi
vive il Vangelo 1.
Indice delle fonti

A come…
1. Accogliersi gli uni gli altri, Omelia nella Domenica delle Palme, Duomo, 24-3-1991, pagg. 8-9.
2. L’atteggiamento eucaristico, Meditazione al clero piemontese, Milano, 18-5-1983, pagg. 10-11.
3. Omelia nella solennità di Tutti i Santi, 1-11-1983, pagg. 11-12.
4. Denaro e coscienza cristiana, Relazione al Convegno della Chiesa di Bologna, Bologna, 10-4-
1987, pagg. 12-13.
5. «Attirerò tutti a me». Lettera al clero e ai fedeli, 24-6-1982, pagg. 13-14.
6. Aprire le porte a Cristo amore, Catechesi per il Giubileo dei giovani, Roma, 14-4-1984, pagg. 14-
15.
7. Videro Gesù risorto e furono cristiani, «Corriere della Sera», 18-4-1982, pagg. 15-16.
8. La sola cosa necessaria, Veglia di preghiera del Convegno ecclesiale di Acerra, Acerra, 7-9-1986,
pagg. 16-17.
9. La donna della riconciliazione, 1985, 11, pagg. 17-18.
10. Sto alla porta. Lettera pastorale alla diocesi per l’anno 1992-93, Milano, 6-8-1992, pagg. 18-19.
11. Cerco una verità, Sabato «in Traditione Symboli», 1980, pagg. 19-21.

B come…
1. Omelia nella solennità dell’Immacolata Concezione, 8-12-1982, pagg. 23-24.
2. Una coraggiosa tensione tra il visibile e l’invisibile, Omelia nella solennità di Tutti i Santi,
Duomo, 1-11-1991, pagg. 24-25.
3. Per una pace duratura, Omelia nella Giornata della Pace, Duomo, 1-1-1988, pagg. 25-26.
4. Sperare contro ogni speranza, Intervento al Convegno per la Giornata della Solidarietà, Milano,
30-1-1993, pagg. 26-27.

C come…
1. La Lectio Divina, Al clero di Venezia, 2-12-1982, pagg. 29-30.
2. Dare a ciascuno una voce, Per la Festività di S. Ambrogio, 7-12-1980, pagg. 30-31.
3. Una splendida catechesi sulla preghiera, Meditazione ai presbiteri del decanato di Paderno
Dugnano, 11-10-1991, pagg. 31-32.
4. Una Chiesa aperta a tutti, Per la posa della statua del Beato Luigi Guanella, Duomo, 25-4-1987,
pagg. 32-33.
5. Alzati, va’ a Ninive, la grande città. Lettera per la città, Milano, 28-3-1991, pagg. 33-34.
6. Gli orizzonti della pace alla luce dell’esperienza in India, Intervento all’incontro con gli obiettori
di coscienza operanti nella Caritas diocesana, Milano, 17-2-1989, pagg. 34-35.
7. La Chiesa e i media, Intervento al Congresso dei teologi moralisti, Salisburgo, 24-9-1993, pagg.
35-36.
8. La nostra comunione presbiterale, Lettera al Clero per il Giovedì Santo, 1981, pagg. 36-37.
9. Con voi cristiano, per voi vescovo, Conversazione con i decani a Tavernola, 5-1-1981, pagg. 37-
38.
10. Il consigliere nella Chiesa, Conversazione al Consiglio pastorale diocesano, Triuggio, 15-4-1989,
pagg. 38-39.
11. Alcune vie evangeliche per cambiare vita, Meditazione alla giornata di spiritualità per gli adulti
impegnati nel socio-politico, Milano, 4-12-1988, pagg. 39-41.
12. Omelia del Sabato «in Tradizione Symboli», 3-4-1982, pagg. 41-42.
13. Dio educa il suo popolo. Lettera alla diocesi sul programma pastorale, 27-8-1987, pagg. 42-43.
14. Verso una città unita, Nella processione penitenziale cittadina, 20-4-1984, pagg. 43-44.
15. «Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo», Omelia nella Giornata della pace, Duomo,
1-1-1991, pagg. 44-45.
16. Esiste un’etica del lavoro pubblico?, Relazione al Convegno dell’IREF, 30-3-1984, pag. 46.
17. A Cristo ogni cattedrale appartiene, Omelia nella dedicazione della cattedrale, Duomo, 15-10-
1989, pag. 47.
18. Omelia nella Veglia pasquale, 25-3-1989, pagg. 47-48.
19. Città senza mura, Conversazioni alla Rai Tv, quaresima, 12-4-1984, pag. 49.
20. Il popolo di Dio: unità e fraternità, sacerdozio e ministeri, Conferenza alla XXV sessione SAE,
La Mendola, 26-7-1987, pagg. 49-50.
21. La morte in croce, Omelia al Venerdì Santo, 20-4-1984, pagg. 50-51.
22. Il popolo di Dio: unità e fraternità, sacerdozio e ministeri, Conferenza alla XXI sessione SAE,
La Mendola, 26-7-1987, pagg. 51-53.
23. Andiamo a scuola. Lettera alle Famiglie, 17-11-1985, pagg. 53-54.
24. Partecipare alla carità di Dio, Meditazione alla «Lecco giovani», Lecco, 8-5-1992, pagg. 54-55.
D come…
1. Camminare nel deserto, nel deserto di Giuda, 22-2-1992, pagg. 57-58.
2. Tempo di lotta dello Spirito, Omelia nella prima domenica di quaresima, Duomo, 24-2-1985, pagg.
58-59.
3. Quaresima e digiuno, Omelia nella prima domenica di quaresima, 16-3-1986, pagg. 59-60.
4. La sapienza di Dio nelle realtà umane, Omelia alla Messa per la terza età, Milano 18-10-1987,
pagg. 61-62.
5. Spiritualità del laico, Meditazione all’Università Cattolica, Milano 20-3-1987, pag. 62.
6. Vi affido una parola: speranza, Convegno nazionale dell’A.C. Roma, 31-10-1982, pag. 63.
7. Vescovo a Milano, Conferenza ai Lions di Milano, 17-11-1982, pagg. 64-65.
8. Gli orizzonti nuovi del compito storico, Meditazione ai preti della città di Milano, Milano 19-1-
1990, pag. 65.

E come…
1. Educare i figli alla fede, Intervento all’istituto dei Padri Salesiani, Milano 31-1-1983, pagg. 67-68.
2. Farsi prossimo. Lettera pastorale alla diocesi, 10-2-1985, pagg. 68-69.
3. Nella quotidianità l’esperienza del Risorto, Omelia nella Domenica di Pasqua, 31-3-1991, pagg.
69-70.
4. La dimensione contemplativa della vita. Dalla lettera alla diocesi per l’anno pastorale 1980-81,
pagg. 70-72.
5. Dare parola alla morte, Intervento al convegno «La morte oggi», 25-5-1984, pagg. 72-73.
6. Alzati, va’ a Ninive, la grande città! Lettera per la città, Milano 28-3-1991, pagg. 73-74.

F come…
1. Farsi prossimo così. Lettera alla diocesi per il S. Natale, Milano, dicembre 1986, pagg. 75-76.
2. Testimoni del Risorto con Pietro, Esercizi spirituali alla città, Duomo, 15/19-10-1984, pagg. 76-77.
3. I giovani tra Sichem e Ninive, Meditazione al «Gruppo del Cenacolo» di AC, Milano, 7-1-1990,
pagg. 77-78.
4. Da «Colloquio sulla parrocchia», Pragelato, 5/8-5-1980, pagg. 78-79.
5. Farsi prossimo in famiglia, Meditazione alle famiglie, Duomo, 23-1-1987, pagg. 79-80.
6. In visita con S. Carlo. Lettera alla diocesi, 12-7-1985, pagg. 80-81.

G come…
1. Lasciarsi educare da Dio in famiglia, Meditazione alle famiglie della diocesi, Duomo, 23-1-1988,
pagg. 83-84.
2. L’Eucaristia centro e forma della vita della Chiesa, Relazione alla XX assemblea CEI, Milano,
26/30-4-1982, pagg. 84-85.
3. Collaboratori della vostra gioia, Omelia per le Ordinazioni presbiterali, Duomo, 11-6-1988, pagg.
85-86.
4. L’uomo di fede secondo la Parola di Dio, Al Consiglio pastorale diocesano, Leggiuno, 5-10-1985,
pagg. 86-87.

I come…
1. L’uomo attesa di Cristo, Meditazione quaresimale ai giovani universitari, Milano, 22-2-1983,
pagg. 89-90.
2. Ho sentito il grido del mio popolo, Convegno degli Organismi cristiani di volontariato, Milano, 9-
5-1982, pagg. 90-91.
3. Il cammino di libertà interiore, Intervento al Convegno «Libertà e Nuova evangelizzazione in
Europa», Milano, 24-1-1992, pagg. 91-92.
4. Educare i figli alla fede, Intervento all’istituto dei Padri Salesiani, Milano, 31-1-1983, pagg. 92-93.
5. Un grido di intercessione, Omelia nella Veglia per la pace, Duomo, 28-1-1991, pagg. 93-94.
6. L’uomo di fede secondo la Parola di Dio, Al consiglio pastorale diocesano, Leggiuno, 5-10-1985,
pagg. 94-95.

L come…
1. Spiritualità del laico, Meditazione all’Università Cattolica, Milano, 20-3-1987, pagg. 97-98.
2. Sto alla porta. Lettera pastorale alla diocesi per l’anno 1992-1993, Milano, 6-8-1992, pagg. 98-
99.
3. Esiste un’etica del lavoro pubblico?, Relazione al convegno dell’IREF, 30-3-1984, pagg. 99-101.
4. In principio la Parola. Lettera al clero e alla Diocesi per l’anno pastorale 1981-1982, 8-9-1981,
pagg. 101-102.
5. Strutturare la convivenza civile secondo i valori del Regno, Intervento all’inaugurazione delle
scuole di formazione per l’impegno socio-politico, Milano, 16-1-1993, pagg. 102-103.
6. Di quale libertà Cristo ci ha liberati?, Meditazione all’incontro con i politici, Milano, 15-12-1991,
pagg. 103-104.
7. In principio la Parola. Lettera al clero e alla diocesi per l’anno pastorale 1981-1982, 8-9-1981,
pagg. 104-105.
8. In principio la Parola. Lettera al clero della diocesi per l’anno pastorale 1981-82, 8-9-1981, pagg.
106-107.
9. Il Magnificat, Meditazione alla Conferenza episcopale brasiliana, ltaci, S. Paulo, 15-4-1985, pagg.
107-108.
10. In principio la Parola. Lettera al clero e ai fedeli per l’anno pastorale 1981-1982, 8-9-1981,
pagg. 108-109.

M come…
1. Il Magnificat, Meditazione alla conferenza episcopale brasiliana, ltaci, S. Paulo, 15-4-1985, pagg.
111-112.
2. Il Signore ama la vita. Lettera alla diocesi per la festività di S. Ambrogio, 7-12-1981, pagg. 112-
113.
3. Omelia nella solennità dell’Immacolata Concezione, 8-12-1982, pagg. 113-114.
4. Martirio, eucaristia e dialogo. Lettera al clero e ai fedeli allo scadere del terzo anno di
episcopato, 10-2-1983, pagg. 114-116.
5. Il lembo del mantello. Lettera pastorale alla diocesi per l’anno 1991-1992, Milano, 31-7-1992,
pagg. 116-117.
6. Il matrimonio cristiano, Meditazione alle giovani coppie, Duomo, 27-2-1990, pagg. 117-118.
7. Sulle strade del Signore, 1985, 126-128, pagg. 118-119.
8. Per una memoria costruttiva, Omelia nella commemorazione dei defunti, Milano, 2-11-1986,
pagg. 119-121.
9. Passione, Eucaristia, misericordia, Omelia nella messa del Giovedì Santo, 16-4-1987, pagg. 121-
122.
10. Partenza da Emmaus. Lettera al clero e agli operatori pastorali, 7-7-1983, pagg. 122-123.
11. La mitezza evangelica, Omelia nella festa di Tutti i Santi, Duomo, 1-11-1984, pagg. 123-124.
12. Quale verità al malato: chi, come perché, Relazione al Policlinico di Milano, 14-5-1987, pagg.
124-125.

N come…
1. Natale, la vera questione morale, «Corriere della Sera», 12-12-1982, pagg. 127-128.
2. Gli orizzonti della pace alla luce dell’esperienza in India, Intervento all’incanto degli obiettori di
coscienza operanti nella Caritas diocesana, Milano, 17-2-1989, pagg. 128-129.
O come…
1. La scelta di Gesù, Omelia nella Messa in Coena Domini, Duomo 8-4-1982, pagg. 131-132.
2. La Lectio Divina, Al clero di Venezia, 2-12-1982, pagg. 132-133.
3. Predicate il Vangelo. Lettera al clero per il Giovedì Santo, 31-3-1983, pagg. 133-134.
4. Ciò che è sicuro e ciò che è insicuro nei prossimi venti anni, Intervento al convegno promosso da
Noopolis, Roma, 21-2-1985, pagg. 134-135.
5. Relazione al 2° convegno diocesano della Caritas Ambrosiana, 25-10-1980, pagg. 135-136.
6. La Lectio Divina, Al clero di Venezia, 2-12-1982, pagg. 136-137.

P come…
1. La pace sfida del Regno, XX settimana del SAE, agosto 1982, pagg. 139-140.
2. Una splendida catechesi sulla preghiera, Meditazione ai presbiteri del decanato di Paderno
Dugnano, Paderno D., 11-10-1991, pagg. 140-141.
3. La parabola del seminatore, Meditazione ai docenti dell’Università Cattolica, Milano, dicembre
1982, pagg. 141-142.
4. Sto alla porta. Lettera pastorale alla diocesi per l’anno 1992-1993, Milano, 6-8-1992, pagg. 142-
143.
5. In principio la Parola. Lettera al clero e alla diocesi per l’anno pastorale 1981-82, 8-9-1981,
pagg. 143-144.
6. In principio la Parola. Lettera al clero e alla diocesi per l’anno pastorale 1981-82, 8-9-1981,
pagg. 144-146.
7. La Parola tra le parole: essere segno di speranza oggi in Università, Relazione al congresso
straordinario della FUCI, Brescia, 4-1-1981, pagg. 146-147.
8. La nostra libertà, Omelia nella messa di Pasqua, 11-4-1982, pagg. 147-148.
9. Da “Colloquio sulla parrocchia”, Pragelato, 5/8-8-1980, pagg. 148-150.
10. Passione di Cristo, passione dell’umanità, Omelia nella Passione del Signore, 17-4-1981, pagg.
150-151.
11. La forza dell’Evangelo, Omelia in occasione del convegno nazionale delle Comunità di vita
cristiana, Milano, Coll. Leone XIII, 11-9-1992, pagg. 151-152.
12. La Chiesa nella forza dello Spirito, Omelia nella solennità di Pentecoste, Duomo, 7-5-1992,
pagg. 152-153.
13. Partenza da Emmaus. Lettera al clero e agli operatori pastorali, 7-7-1983, pag. 154.
14. Il dono della perseveranza, Omelia negli anniversari di professione religiosa, 3-5-1985, pagg.
155-156.
15. L’umanesimo della carità, Conversazione al M.E.I.C., Milano, 11-4-1987, pagg. 156-157.
16. L’unità planetaria, Incontro con i giovani al Palazzetto dello sport, Varese, 21-5-1985, pagg. 157-
158.
17. Esiste un’etica del lavoro pubblico?, Relazione al convegno dell’IREF, 30-3-1984, pagg. 158-
159.
18. Farsi prossimo. Lettera pastorale alla diocesi, 10-2-1985, pag. 159.
19. Sulle strade del Signore, 1985, pagg. 160-161.
20. Predicate il Vangelo. Lettera al clero per il Giovedì Santo, 31-3-1983, pagg. 161-162.
21. La dimensione contemplativa della vita. Lettera alla diocesi per l’anno pastorale 1980-1981,
pagg. 162-164.
22. Omelia nella Domenica di Pasqua, 26-3-1989, pagg. 164-165.
23. Cammino di povertà. Lettera al clero, 8-4-1982, pagg. 165-166.
24. Il carcere e i carcerati, Relazione al convegno, Quercinella Sonnino, 30-8-1985, pagg. 166-167.
25. La formazione pubblica, elemento qualificante di una corretta comunicazione sociale,
Riflessione all’Istituto professionale lombardo di formazione per l’amministrazione pubblica,
Milano, 11-5-1992, pagg. 167-168.
26. Parola di Dio e prossimità, Conversazione alla Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma, 4-
12-1985, pagg. 168-169.
27. Educazione personale e pastorale dei presbiteri, Conversazioni ai sacerdoti della VI zona
pastorale, Chiaravalle, 11-11-1987, pag. 170.
28. Sto alla porta. Lettera pastorale alla diocesi per l’anno 1992-1993, Milano, 6-8-1992, pag. 171.

Q come…
1. I frutti della conversione quaresimale, Omelia nella prima domenica di Quaresima, Duomo, 28-2-
1993, pagg. 173-174.

R come…
1. Sulle strade del Signore, 1985, pagg. 175-176.
2. Il prolungarsi della pazienza di Dio, Omelia nella solennità dell’Ascensione, Duomo, 31-5-1987,
pagg. 176-177.
3. La pace sia con voi!, Saluto all’inaugurazione del convegno internazionale “Uomini e religioni”,
Milano, Teatro alla Scala, 19-9-1993, pagg. 177-179.
4. Il comune destino dell’umanità, Omelia nella Solennità dell’Epifania, Duomo, 6-6-1987, pagg.
179-180.
5. Partenza da Emmaus. Lettera al clero e agli operatori pastorali, 7-7-1983, pagg. 180-181.
6. Dio educa il suo popolo. Lettera alla diocesi sul programma pastorale, 27-8-1987, pagg. 181-182.
7. Riparare con il Signore questa casa che va in rovina, Omelia nella veglia del sabato «in Traditione
Symboli», Duomo, 3-4-1993, pagg. 182-183.
8. La nostra vera libertà, Omelia nella Veglia Pasquale, 10-4-1982, pagg. 183-184.
9. “Attirerò tutti a me”, Lettera al clero e ai fedeli, 24-5-1982, pagg. 184-185.
10. “In religioso ascolto della Parola di Dio”: Intervento al convegno: “Il Vaticano II: memoria e
profezia”, Assisi, La Cittadella, 30-12-1985, pagg. 185-186.

S come…
1. L’uomo di fede secondo la Parola di Dio, Al consiglio pastorale diocesano, Leggiuno, 5-10-1985,
pagg. 187-188.
2. Sulle strade del Signore, 1985, pp. 362-363, pagg. 188-189.
3. La spiritualità laicale, Nel II anniversario della morte di Vittorio Bachelet, 12-2-1982, pagg. 189-
190.
4. La gioia del Vangelo, 1988, pp. 122-123, pagg. 190-191.
5. Vieni eseguimi, Meditazione ai religiosi/e di Spagna, Madrid, 23-4-1987, pagg. 191-192.
6. La Lectio Divina, Al clero di Venezia, 2-12-1982, pagg. 192-193.
7. In visita con S. Carlo. Lettera alla diocesi,12-7-1985, pagg. 193-194.
8. Denaro e coscienza cristiana, Relazione al convegno della Chiesa di Bologna, Bologna, 10-4-
1987, pagg. 194-195.
9. La dimensione contemplativa della vita. Dalla Lettera alla diocesi per l’anno pastorale 1980-81,
pagg. 195-197.
10. Effatà-apriti! Lettera alla diocesi per il programma pastorale, Milano, 11-8-1990, pagg. 197-
198.
11. Perché la Chiesa ambrosiana si interessa del lavoro pubblico?, Intervento al convegno per la VII
giornata della solidarietà, Milano, S. Fedele, 16-1-1988, pagg. 198-199.
12. Verso una città unita, Nella processione penitenziale cittadina, 20-4-1984, pagg. 199-200.
13. La speranza è in noi e in mezzo a noi, Intervento al convegno giovani di AC di Varese, Sacro
Monte, 27-4-1990, pagg. 200-201.
14. Omelia nel sabato «in Traditione Symboli», 3-4-1982, pagg. 201-202.
15. Le trasformazioni della spiritualità, Relazione alla facoltà di architettura, Milano, 30-3-1992,
pagg. 202-204.
16. La parola di Dio e la parola dell’uomo. Una sola storia, Riflessione alla diocesi di Albano per il
«Sinodo degli anni ’90», Castelgandolfo, 13-5-1992, pagg. 204-205.
17. Un segno dei tempi che interpella i cristiani nella città, Relazione al convegno “Per dare
un’anima alla città”, Milano, 15-4-1989, pagg. 205-206.

T come…
1. La scuola tra efficenza e solidarietà, Relazione al Congresso dell’Università Cattolica, Brescia, 8-
5-1987, pagg. 207-208.
2. A Cristo ogni cattedrale appartiene, Omelia nella dedicazione della cattedrale, Duomo, 15-10-
1989, pagg. 208-209.
3. Sto alla porta. Lettera pastorale alla diocesi per l’anno 1992-1993, Milano, 6-8-1992, pagg. 209-
210.
4. La donna della riconciliazione, 1983, 45-48, pagg. 210-211.
5. L’obiettività della scienza e le regole dell’etica, Relazione al convegno “Impresa ed ecologia: un
rapporto fondato sull’etica”, Rocca di Valmadrera, 12-5-1990, pag. 212.
6. In religioso ascolto della Parola di Dio, Intervento al convegno “Il Vaticano II: memoria e
profezia”, Assisi, La Cittadella, 30-12-1985, pag. 213.

U come…
1. Farsi prossimo. Lettera pastorale alla diocesi, 10-2-1985, pagg. 215-216.
2. Sulle strade del Signore, 1985, 56-57, pagg. 216-217.
3. Saggezza ed equilibrio di giudizio, Omelia nella messa per i giornalisi, Milano, 23-1-1989, pag.
218.
4. L’ecumenismo è il futuro dell Europa, Conversazione alla Facoltà teologica dell’Italia Meridionale,
Napoli, 9-3-1989, pagg. 218-220.
5. Nel volto di ogni uomo il segno del Dio vivente, Alla veglia di preghiera per l’indizione del
convegno della Chiesa di Lombardia “Nascere e morire oggi”, Duomo, 1-2-1992, pagg. 220-221.

V come…
1. Conversazione con i decani a Tavernola, 5 gennaio 1981, pagg. 223-224.
2. Sulle strade del Signore, 1985, pagg. 224-225.
3. Camminare insieme nella fede, dal discorso pronunciato nel Duomo di Milano il giorno di
ingresso, 10-2-1980, pagg. 225-226.
4. Vescovo a Milano, Conferenza ai Lions di Milano, 17-11-1982, pagg. 226-227.
5. La vigilanza cristiana, Meditazione agli impegnati nel campo socio-politico, Milano, 2-12-1990,
pagg. 227-229.
6. Verso una città unita, Nella processione penitenziale cittadina, 20-4-1984, pag. 229.
7. Speranza di una vita nuova, Omelia nella solennità del Natale, Duomo, 25-12-1985, pagg. 230-
231.
8. L’unità planetaria, Incontro con i giovani al Palazzetto dello sport, Varese, 21-5-1985, pag. 231.
9. Ho sentito il grido del mio popolo, Convegno degli organismi cristiani di volontariato, Milano, 9-
5-1982, pag. 232.

Z come…
1. Ritrovare se stessi, Piemme, 1996, pagg. 233-236.
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Parole per l’anima


di Carlo Maria Martini
Questo libro è la riedizione rivista del volume Dizionario Spirituale, Piemme 1997.
© 2017 - EDIZIONI PIEMME Spa, Milano
Ebook ISBN 9788858518090

COPERTINA || ILLUSTRAZIONE DI COPERTINA: © TULLIO PERICOLI, LIBRI, 1990,


ACQUERELLO E CHINA SU CARTA, CM 38X57 | COPERTINA: ANDREA BONELLI |
ART DIRECTOR: CECILIA FLEGENHEIMER

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