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Louis-Claude de Saint-Martin

IL MIO RITRATTO
STORICO
E FILOSOFICO

(1789-1803)

Introduzione, traduzione e note di Ovidio La Pera

1
INTRODUZIONE

Alla morte di L. C. de Saint-Martin avvenuta, secondo alcuni come il suo amico e discepolo
J.B.M. Gence, ad Aulnay presso Parigi il 13 ottobre 1803, o il 14 dello stesso mese, come invece
sostiene Robert Amadou, la maggior parte dei suoi manoscritti furono affidati al cugino di parte
materna Nicolas Tournyer, con il consenso della sorella del Saint-Martin, Louise-Françoise,
marchesa de l’Estenduère, unica sua erede; fra questi manoscritti vi era anche il manoscritto
autografo “Il mio ritratto storico e filosofico”.
Quest’ultimo è composto da 1139 articoli numerati da 1 a 1137, tenendo presente nella conta
che due articoli, e precisamente il n° 445 e il n° 627, per probabile errore dell’autore, sono ripetuti
due volte. Dopo l’ultimo articolo, e cioè il n 1137, il Saint-Martin ha tracciato il n° 1138 per
indicare l’articolo successivo che però non ha potuto redigere a causa della sua morte.
Nicolas Tournyer pubblicherà nel 1807 in una raccolta in due volumi intitolata Opere
postume, parte dei manoscritti ereditati; ma per quanto riguarda il Ritratto autografo, inserirà nel
primo volume solamente dei frammenti, e precisamente 295 articoli non sempre corrispondenti agli
articoli dell’originale portanti lo stesso numero. Inoltre alcuni articoli sono riprodotti in modo
incompleto sì da sembrare censurati, come ad esempio l’articolo n° 165, dove, tra l’altro, è
soppresso perfino il nome di Willermoz, carissimo amico e compagno fraterno del Saint-Martin alla
scuola di Martinez de Pasqualis.
È da chiedersi il perché di tante censure da parte di Tournyer. Quest’ultimo in una nota
preliminare della sua pubblicazione ci dice: “Abbiamo in effetti soppresso un gran numero (di
pensieri), non perché abbiamo preteso fare una scelta, ma solamente perché sarebbe stato necessario
nominarvi parecchie persone rispettabili ancora viventi, il che non ci saremmo permessi prima di
averli consultati”.
Ma tale spiegazione e del tutto insoddisfacente; e per tale motivo proponiamo quella data da
Robert Amadou, che indubbiamente è oggi il conoscitore più prestigioso di L. C. de Saint-Martin: Il
Ritratto vuol essere, ed è in larga misura, un ritratto fedele del suo autore. Questi non aveva niente
del personaggio mediocre e Tournyer desiderava accampare di Saint-Martin un’immagine
rassicurante fino alla banalità. Per contraddire - attraverso Saint-Martin stesso, la leggenda di un
Saint-Martin stregone, quanto per dissimulare certi tratti autentici del Filosofo incognito che il
bravo Tournyer riprovava, e favorire (quindi) un’altra leggenda: quella di un Saint-Martin
perfettamente ortodosso in religione, in politica e, si osa dire, nei costumi. Saint-Martin secondo
Tournyer diviene il predicatore della pietà. Un predicatore, nel peggior senso del termine, vale a dire
un uomo senza rilievo, dalla personalità debole; e questo mesto predicatore insegna una pietà
dolciastra, perché Tournyer concepiva così la via spirituale”.
Noi condividiamo appieno in giudizio dell’Amadou, in effetti nell’edizione delle Opere
postume, non appaiono i passi relativi alla più intima vita dell’autore, che, come afferma l’Amadou,
non era quella di un santo, e che mai egli ha aspirato ad esserlo. Mancano in essa tutti i fatti relativi
ai suoi progetti matrimoniali, ai suoi rapporti con Martinez de Pasqualis e con l’Ordine degli Eletti
cohen, come pure le sue opinioni favorevoli alla Rivoluzione francese e sfavorevoli ai preti; ma
soprattutto mancano tutti gli articoli in cui l’autore parla di certe sue opere, in cui è fortemente
evidenziato il suo atteggiamento critico nei confronti del cattolicesimo, quale ad esempio la terza
parte del Ministero dell’Uomo-spirito, o la Lettera ad un amico o considerazioni politiche,
filosofiche e religiose, sulla Rivoluzione francese.
Ma veniamo ora all’edizione integrale del Ritratto. Il manoscritto rimarrà di proprietà della
famiglia Tournyer fino al 1854, anno in cui passa nelle mani di un certo Jules Taschereau
amministratore della Biblioteca Nazionale. Da qui comincia una lunga serie di passaggi di proprietà
da parte di bibliofili e librai che non starò a rammentare, e che Robert Amadou con infinita pazienza
ha ricostruito e ripercorso per giungere alla fine nel 1954 al libraio antiquario di Monaco, Jacques
Rosenthal che nel 1905 aveva acquistato il manoscritto; ma avendo questi subito la distruzione
dell’archivio a causa della seconda guerra mondiale non fu in grado di dire a chi lo aveva venduto.
2
Prima di abbandonare le ricerche, l’Amadou fa un ultimo disperato tentativo, fa pubblicare
dal giornale bavarese Süddeutsche Zeitung un appello. 24 ore dopo l’annuncio la Signora Lotti von
Wedel, di Possenhofen informa l’Amadou di aver ereditato dal nonno, Wilhelm von Gwinner il
manoscritto autografo.
Finalmente, quest’opera, fondamentale per la conoscenza di L. C. de Saint-Martin, e
complemento necessario e correttivo indispensabile di tutta la sua erudizione, vede la luce nel 1961
nella sua interezza, pubblicata da René Julliard a cura di Robert Amadou, alla memoria di Wilhem
von Gwinner e di sua nipote.
Chiediamoci ora per quale motivo L. C. de Saint-Martin si è dedicato alla stesura di questo
giornale biografico.
Egli stesso ci dà la risposta nell’articolo n° 352: “Mi sono lasciato andare a comporre dei
pezzi e delle idee staccate di questa raccolta storico-morale e filosofica solamente per non perdere i
piccoli tratti sparsi della mia esistenza; essi non avrebbero meritato la fatica di farne un’opera in
regola ed io non do a questo piccolo lavoro che dei minuti molto rari e molto passeggeri, credendo
di dovere il mio tempo a delle occupazioni più importanti. Il vero vantaggio che mi procurerà è di
poter ogni tanto mostrarmi a me stesso tale quale sono stato, tale quale avrei voluto essere e tale
quale l’avrei potuto se fossi stato assecondato..........”.
È molto importante notare che Saint-Martin ha iniziato il Ritratto nel 1789 e cioè in un
momento capitale che segna una svolta nella sua vita, e cioè nel tempo in cui a Strasburgo scopre
Jacob Böhme; per cui dopo la prima esperienza avuta con Martinez de Pasqualis giunge al punto in
cui questo nuovo incontro lo porta necessariamente a rivisitare il suo passato per meglio proseguire
in ciò che lui identificava come il suo grande oggetto, ossia la propria ed altrui reintegrazione.
Egli era talmente convinto di dover svolgere un’alta missione d’insegnamento alfine di
condurre i suoi fratelli a condividere gli scopi del suo oggetto, da rinunciare perfino alle vie comuni
dell’amore e quindi alle esperienze del matrimonio; offrendo così il suo cuore a Dio ed agli uomini
tutti, (vedi ad esempio l’art. n° 1006); a conferma di quanto abbiamo detto riportiamo una parte
dell’art. n° 1135, in cui scrive: “Il mio compito in questo mondo è stato di condurre lo spirito
dell’uomo per una via naturale alle cose sovrannaturali che gli appartengono di diritto, ma di cui
egli ha perduto totalmente l’idea, sia per la sua degradazione, sia per l’insegnamento falso dei suoi
istitutori. Questo compito è nuovo, ma è pieno di numerosi ostacoli; ed è così lento che sarà
solamente dopo la mia morte ch’esso produrrà i suoi più bei frutti...........”.
Chissà! forse pensava scrivendo questo articolo ad una eventuale futura pubblicazione di
questo Ritratto, e viene da pensare che essendo egli ormai giunto ad una fase della sua vita in cui
cominciava ad avvicinarsi a quei godimenti dello spirito annunciati da tempo, (vedi art. n° 1092),
presagiva il futuro ed avvertiva l’importanza e la risonanza che tutta la sua opera avrebbe avuto nel
tempo: e se consideriamo l’influenza ch’egli ha già avuto su personaggi quali Joseph de Maistre,
Honoré de Balzac, Charles Augustin de Sainte-Beuve, Franz Von Badeer, i romantici tedeschi, ed
altri, è da ritenere che non mancherà ancora di esercitarla su tutti coloro che si accosteranno al suo
pensiero, tenuto conto della sua vastità e delle possibilità di ricerca e di rivelazione ch’esso
racchiude.

Ovidio La Pera

3
IL MIO RITRATTO STORICO E FILOSOFICO

cominciato nel 1789 e continuato


in libertà, e senz’altro
ordine che quello nel quale
la mia memoria mi ha delineato
gli avvenimenti della mia vita
e i pensieri che ho ricevuto
in tempi diversi.

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IL MIO RITRATTO STORICO E FILOSOFICO.

1. Io sono stato allegro; ma l’allegria non è stata che una sfumatura secondaria del mio
carattere; il mio colore reale è stato il dolore e la tristezza a causa dell’enormità del male
(Baruc 2: 18) e del mio profondo desiderio per la rinascita dell’uomo. Perciò sono allegro
solamente di sfuggita, e perché non potendo sempre trattare i miei simili, come degli uomini
fatti, mi sento portato a non trattarli che come bambini, il che fa che mi annoio quando
l’allegria dura a lungo, o divengo sgradevole e duro per impazienza, cosa di cui mi pento, e
che è molto contraria alla mia maniera d’essere.

2. Tutti gli uomini possono essermi utili, non ve n’è alcuno che possa bastarmi. Mi occorre
Dio.

3. Il mio più grande incanto è stato d’incontrare della gente che investigasse le verità, poiché
non vi è che questa gente che è in vita.

4. Le stesse persone sono talvolta indignate del mio orgoglio e nell’ammirazione della mia
modestia; se queste persone si elevassero un po’ più in alto, forse non sarebbero più
imbarazzate sul mio conto; poiché ciò che io sento è più bello dell’orgoglio.

5. Non mi si è dato il corpo che in progetto.

6. Mi è occorso continuamente mietere dove non si era seminato per me.

7. Vi sono stati due esseri nel mondo in presenza dei quali Dio mi ha amato; così sebbene uno
di questi due esseri fosse una donna (la mia B.) 1, ho potuto amarli tutti e due tanto
puramente quanto amo Dio, e per conseguenza amarli in presenza di Dio; e non vi è che
questa maniera con cui si deve amare, se si vuole che le amicizie siano durevoli.

8. Sono stato meno l’amico di Dio che il nemico dei suoi nemici, ed è questo moto
d’indignazione contro i nemici di Dio che mi ha fatto scrivere la mia prima opera.2

9. Non ci si può mai pronunciare sulla misura di qualcuno che è dolce e riservato, a meno che
ciò non sia a suo vantaggio. Ora siccome sono due maniere d’essere che mi sono spesso
inteso concedere, ne devo concludere che tutti coloro che mi hanno condannato si sono
troppo affrettati.

10. Sono stato commosso un giorno fino alle lacrime a queste parole di un predicatore: come Dio
non sarebbe assente dalle nostre preghiere, poiché non vi siamo presenti noi stessi?

11. Vi è in me un così grande ardore per l’avanzamento del regno di Dio, che ho spesso pregato
la mano suprema di operare per me qualcuna delle opere che il mondo taccia di follie, e che
sono disgraziatamente quasi sempre le sole capaci di colpire i saggi stessi, tanto l’essere
interiore dorme in noi, ed è lo schiavo dell’uomo esteriore.

12. Tutti gli uomini avrebbero dovuto essere dei medici gli uni per gli altri. Credo che in questa
ripartizione di proprietà curative, la mia sarebbe stata di guarire i mali di testa. Quanto ai

1
molto probabilmente si tratta di Madame Charlotte de Boecklin. Vedi a tale proposito l’art. 187.
2
si tratta dell’opera “Degli Errori e della Verità”.
5
mali di cuore, è Adamo che li ha dati a tutta la sua posterità, perciò è occorsa una potenza
molto superiore alla sua per guarirli. Vale a dire che è occorso il cuore di Dio.
13. Ho detto spesso come i deboli e i pigri: Il più grande dono che Dio possa fare all’uomo è
quello delle circostanze. Ma ho detto pure altre volte: Tutti i doni sono stati fatti all’uomo
poiché Dio gli ha dato l’essere.

14. Non ho avuto che due posti in questo mondo: cioè il paradiso o la polvere; non ho saputo
dimorare nei posti intermedi; ecco perché sono stato così poco conosciuto dalla maggior
parte degli uomini, e perché coloro che mi hanno avvicinato mi hanno sempre biasimato o
lodato con eccesso. Potrei dire in altri termini che ho avuto solamente del divino e del
terrestre , e punto di astrale. Leggi il n° 16.

15. La natura della mia anima è stata di essere estremamente sensibile, e forse più suscettibile
dell’amicizia che dell’amore. Tuttavia quest’amore stesso non mi è stato estraneo; ma non ho
potuto abbandonarmi liberamente come gli altri uomini, perché perché (sic) sono stato
troppo attirato dai grandi scopi, e non avrei potuto godere realmente della dolcezza di questo
sentimento se non per quanto il sublime appetito che mi ha sempre divorato avesse avuto il
permesso di soddisfarsi; ora è un permesso che dei padroni sacri mi hanno sempre rifiutato.
Infine non avrei voluto abbandonarmi al sensibile se non per quanto il mio spirituale non
fosse sembrato delitto e follia. Oh se questo spirituale fosse stato a suo agio, quale cuore
avrei avuto da dare!

16. Ho cambiato sette volte di pelle stando a balia; non so se è a questi accidenti che devo di
avere così poco astrale. Inoltre non avevo in quell’età che delle digestioni le più imperfette;
ed è questo senza dubbio ciò che mi ha valso una costituzione debole sebbene suscettibile di
tutte le passioni della materia, il ché è ciò che io chiamo terrestre. Vedi n° 14.

17. La fortuna inesprimibile che ho ricevuto dalla Provvidenza è d’essere stato talmente
attaccato al carro da non esserne mai stato sciolto, sebbene abbia talvolta dormito, mi sia
talvolta fermato, e mi sia lasciato spesso distogliere dagli incanti ingannevoli dei paesi che
percorrevo, o abbattere dalle fatiche della strada; ma siccome ero sempre attaccato, il minimo
colpo di frusta mi faceva riprendere vigore, e continuare il mio cammino.

18. La sorte e la fortuna sono per me in questo basso mondo come un vascello di conserva che fa
strada con me per procurarmi dei soccorsi e delle sostanze al bisogno; ma che deve andare
così accanto a me fino al porto, offrendomi sempre delle belle speranze, e tuttavia non
potendo mai mettere una scialuppa a mare per consolarmi nel mio vero affanno, tanto la
tempesta è violenta, e i flutti agitati.

19. Vi sono troppi germi di debolezza seminati in me, perché io sia mai un uomo forte, ma vi
sono pure troppi germi di felicità seminati in me perché io non sia felice per sempre.

20. Mi si era posto in mezzo ad un mare agitato, e mi si era dato una grande barca da governare,
da me solo. Invece di trovare dei soccorsi nei miei vicini spirituali o temporali, gli uni mi
hanno fatto un delitto di voler apprendere l’arte della navigazione, gli altri mi hanno portato
via la galletta, la fortuna mi ha rifiutato di che comprare gli strumenti, la natura mi ha
rifiutato la forza di remare a lungo, indipendentemente dal fatto che erano stati posti talvolta
vicino a me diversi formicai che in una maniera o in altra tendevano solamente ad infettare il
mio carico. Malgrado ciò il mio vascello non si è ancora capovolto, e spero, mediante Dio,
ch’esso arriverà in un buon porto.

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21. Non ho avuto il dono di mostrare lo spirito che ci accompagna e ci segue dappertutto,
circondandoci incessantemente delle sue opere fisiche, sensibili, ed effettive, ma ho avuto,
per grazia di Dio, il dono di dimostrare questo spirito e la certezza dei suoi atti reali e
costanti intorno a noi; e queste prove sono scritte nell’intelligenza di tutti gli uomini.

22. Alcune persone mi hanno detto in faccia che mi trovavano molto ragionevole e molto poco
di spirito, altre mi hanno detto che mi trovavano molto di spirito e molto poco ragionevole; è
ciò che mi ha insegnato a non basarmi sul giudizio degli uomini, ma a proseguire
tranquillamente la mia carriera senza consultare le opinioni, ed a sopportare del mio meglio
il fardello delle circostanze, che spero, finiranno con l’essermi più favorevoli di quanto non
lo sono state finora, poiché non posso impedirmi di contare sulle compensazioni sia quaggiù
sia altrove.

23. È una verità costante che degli spiriti ardenti hanno spesso cominciato col frenare tutte le mie
facoltà, ed anche col ferirle; e poi quando mi mostravo così con le mie ferite, questi stessi
spiriti ardenti, lungi dall’imputarsele, me ne facevano un delitto, ed invece di guarirle con dei
calmanti, non sapevano applicarvi che dell’acquaforte e delle sostanze caustiche.

24. La Divinità mi ha rifiutato tanto l’astrale solamente perché voleva essere lei sola il mio
motore, il mio elemento, e la mia meta universale.

25. Quasi tutte le circostanze della mia vita mi hanno provato che vi era su di me un decreto che
mi condannava ad avvicinarmi al mio bersaglio, ed a non toccarlo. Ma non avevo ancora
scoperto lo spirito di questo decreto. È oggi 31 gennaio 1792 che questa conoscenza mi è
stata data. Essa m’insegna che questo decreto è stato portato su di me per una prudenza della
saggezza; poiché se avessi avuto delle circostanze tanto favorevoli quanto il mio spirito era
trattabile, sarei penetrato più lontano di quanto non conviene ad un essere in privazione, e
avrei comunicato ciò che deve forse rimanere ancora nascosto, tanto il mio astrale era
trasparente. Non parlo delle scienze umane nelle quali avrei potuto anche troppo soggiornare,
e che mi avrebbero potuto nuocere in più di un senso.

26. Questo stesso giorno 31 gennaio 1792, si è fatto un battesimo sotto un nome che avevo
creduto essere Wishoa pronunciandolo alla maniera inglese; ma esaminandolo l’indomani
mattina con più cura ho presunto che poteva essere wie     come Dio, simile a Dio, o
vis     forza di Dio. Il primo senso è quello del tedesco wie. Il secondo quello del latino
vis. E questo secondo senso è più conforme alle circostanze nelle quali questo battesimo è
stato dato, ed alle impressioni più abituali del catecumeno. Non oserei credere che fosse vir
    uomo di Dio, sebbene lo desiderassi molto ardentemente. La mia idea porta
ancora più su
 

27. Tre persone hanno voluto che io mi sposassi, e queste tre persone sono una signorina che
chiamo l’angelo, io, ed il diavolo; ma una quarta persona non l’ha voluto, e la spunterà
secondo ogni apparenza sulle altre tre, poiché questa quarta persona è il buon Dio che non ha
cessato di rovesciare tutti i progetti dei desideri umani e temporali che ci governavano tutte e
tre, e di venire in soccorso delle mie debolezze preservandomi egli stesso da me.

28. All’età di 18 anni mi è accaduto di dire al centro delle confusioni filosofiche che i libri mi
offrivano: Vi è un Dio, io ho un’anima, non mi serve nulla di più per essere saggio; ed è su
questa base che è stato elevato poi tutto il mio edificio.

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29. Il mio regno non è di questo mondo. Questa verità evangelica non è caduta riguardo a me
sulle sole avidità mondane di cui mi sono in effetti poco curato, ma anche sulle diverse
avidità spirituali inferiori in cui ho visto gli uomini precipitarsi come in un torrente e che
erano molto al di sotto del posto che mi attraeva. Oso credere anche che questo posto era il
vero senso del passaggio evangelico suddetto, poiché vedo incessantemente San Paolo, e tutti
i profeti, non dargli un’altra spiegazione. Come dunque avrei potuto fermarmi a tutte le
rivoluzioni spirituali che ho visto accadere nel mio tempo, esse mi parlavano molto, come
ogni spiritualista, di colui del quale il regno non è di questo mondo, ma non mi conducevano
a questo regno, e perciò in realtà si contentavano quasi sempre della figura, e proprio dicendo
che questo regno non era di questo mondo, si stabilivano tuttavia in questo mondo con tutte
le loro speculazioni ristrette, con i loro fenomeni inferiori, e piegando incessantemente lo
spirito delle Scritture su degli avvenimenti temporali, lui, che come i cedri del Libano, tende
solamente a portare la sua testa maestosa fino nel cielo dei cieli.

30. Parecchie volte nella mia vita ho detto che ringraziavo Dio di due cose; la prima del fatto che
avevo dei capi, la seconda del fatto che io non lo ero. Mi sono confermato più che mai in
questo sentimento il venerdì 3 febbraio 1792, come deputato della Società filantropica del
Re.

31. Il mio vero dissolvente del fisico era il latte. Ed in effetti è con il latte che parecchie volte
nella mia vita mi sono guarito dalla febbre, mentre prima di conoscere il mio temperamento
mi sono inutilmente lasciato trattare dai medici che non mi guarivano. Posso dire che
moralmente è ancora lo stesso dissolvente che mi servirebbe, poiché con la dolcezza sola si
può farmi uscire da me stesso. Ma gli uomini che ho veduto l’hanno così poco creduto per la
maggior parte in quanto mi davano quasi sempre ciò che non mi serviva. Perciò mi hanno
fatto per così dire continuamente rientrare in me stesso, e poi mi accusavano o d’essere
troppo chiuso, o d’essere orgoglioso. Poveri uomini, quanto vi siete ingannati sul mio conto!

32. Fin dai primi passi che ho fatto nella carriera che mi ha interamente assorbito, ho detto: o
avrò la cosa in grande, o non l’avrò. E da quel momento ho avuto parecchie ragioni di
credere che questo movimento non era falso.

33. È molto chiaro che la mia croce fosse un decreto poiché non potevo né evitarla né
combatterla, ed è così che devono essere tutte le croci, senza di che non ci verrebbe detto di
portarle.

34. Ho provato quanto la troppo grande solitudine, e la mancanza di reazione concorrerebbero ad


aumentare la mia timidezza che è già eccessivamente grande. E ciò talvolta fino a farmi
perdere la parola. Segnatamente nell’intrattenimento tenuto il 13 febbraio 1792 in presenza
di 7 vescovi. Non avevo che una frase da dire, ed è questa. Non solamente non è con lo
spirito che si provano gli spiriti, ma è con più che lo spirito, allo stesso modo dei metalli i
quali si provano con una sostanza più attiva dei metalli. Ma la timidezza mi fermò e resi
solamente a metà la mia idea; questa stessa timidezza mi ha impedito di fare una più ampia
conoscenza con altre persone che in vero erano troppo attorniate perché la mia maniera
d’essere potesse farsi scorgere da esse, e perché pure ne facessi il tentativo, ma vi ho poco
perduto.

35. Le persone alle quali non sono convenuto sono state comunemente quelle che non mi hanno
conosciuto da se stesse, ma attraverso le opinioni, e le dottrine degli altri, o con le loro
proprie passioni, e con i loro propri pregiudizi. Quelle che hanno lasciato che mi mostrassi
quale io sono non mi hanno respinto, ed al contrario mi hanno aiutato a mostrarmi ancora di
più. Fra quelle che mi hanno maggiormente fatto uscire da me stesso devo contare la
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marchesa de Chabonois. Ben inteso che la mia B. viene prima di tutte.

36. Nell’ordine della materia sono stato piuttosto sensuale che sensibile; e credo che se tutti gli
uomini fossero di buona fede, converrebbero che in quest’ordine essi sono come me. Quanto
alle donne, credo che sia comunemente il contrario, e che esse sono disposte naturalmente ad
essere più sensibili che sensuali.

37. È una verità che io sono venuto in questo mondo con dispensa, come ho detto più volte. Si è
anche portato l’attenzione fino a scoprirmi le meraviglie segrete nelle quali viviamo, e questo
senza farmi lavorare per acquisirle, e sicuramente nell’intenzione di risparmiarmi ogni
sorpresa allorché sarà per me venuto il momento di riunirmi a queste magnificenze.

38. Un’altra attenzione che si è avuto per me, è di risparmiarmi tutti i tormenti politici, finché
fossi abbastanza preparato per esserne al di sopra.

39. Ho sentito bene che dobbiamo divinizzare tutto intorno a noi se vogliamo essere felici, e
nelle misure della verità; ma ho sentito pure che invece di adempiere questa legge essenziale,
noi materializziamo Dio tutti i giorni, e lo immoliamo incessantemente sull’altare di tutti gli
oggetti che ci circondano.

40. Dacché l’inesprimibile misericordia divina ha permesso che l’aurora delle regioni vere si
scoprisse per me, non ho potuto guardare i libri se non come oggetti di lamentazione, poiché
essi sono solamente le prove della nostra ignoranza, ed una specie di offesa fatta alla verità,
tanto essa si eleva al di sopra di essi. Questi libri morti ci impediscono pure di conoscere il
libro di vita; ed ecco perché fanno tanto male al mondo, e ci allontanano tanto sembrando
farci avanzare. Boeh, caro Boeh 3, tu sei il solo che eccettuo, poiché sei il solo che ci conduce
realmente a questo libro di vita. Ancora bisogna che vi si possa andare senza di te.

41. Allorché nei primi tempi della mia istruzione vedevo il maestro P. 4 preparare tutte le
formule e tracciare tutti gli emblemi e tutti i segni impiegati nei suoi procedimenti teurgici,
gli dicevo: Maestro, come, occorre tutto ciò per pregare il buon Dio! Non avevo quasi che 25
anni allorché gli tenevo questo linguaggio; oggi che sono prossimo ad averne il doppio, sento
quanto la mia osservazione fosse fondata, e quanto fin dalla mia più tenera età, ho offerto
degli indizi della specie di germe che era seminato in me.

42. Ho ricevuto dalla natura troppo poco fisico per avere la bravura dei sensi. La mia anima
animale stessa era troppo debole per natura, ed è stata troppo mal governata dai miei
superiori e dalle circostanze, per elevarsi fino all’eroismo, ed anche fino all’intrepidezza
ordinaria fra gli uomini. Ma la mia anima divina è talmente stata cara e favorita da Dio, che
è lui che ha fatto tutto per me nei mille avvenimenti della mia vita, di modo che con i
soccorsi ch’egli vuole darmi, malgrado i miei sbagli, e le mie sozzure, mi trovo al di sopra di
ogni timore e pieno di ogni specie di sicurezze.

43. I tre quarti e mezzo degli uomini non hanno visto che ero un uomo impaziente della giustizia
e nello stesso tempo, sia per natura, sia per educazione, molto timoroso di dispiacere loro, e
di ferire le loro passioni, mentre non cercavo che di risvegliare la loro attività ed il loro zelo
per la conquista del regno di Dio.

44. Si è preso la precauzione di uccidermi, altresì facendomi nascere, e ciò, affinché avessi meno

3
é probabile che l’autore si riferisca al Böhme del quale il nome a volte viene scritto Boehme.
4
l’autore si riferisce al suo iniziatore Martinès de Pasqually.
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lavoro da fare per morire. Nondimeno la mia costituzione era sana, o forse era troppo debole
per subire gli urti così ordinari per gente robusta. Perciò ho detto più volte che non mi
portavo abbastanza bene per essere malato.

45. I libri che ho scritto non hanno avuto per scopo che di impegnare i lettori a lasciare tutti i
libri senza escludere i miei.

46. Sono stato derubato due volte nel 1792 allorché dimoravo presso la d. d. B. 5 Dio mi ha fatto
la grazia di non essere quasi neppure scalfito da questi avvenimenti che mi riducevano a
mezzi più limitati. Il fine della mia grande opera è sempre davanti ai miei occhi, e la bontà
suprema permette che questa affezione in me la spunti su tutte le altre. Perciò ho visto da ciò
che il diavolo ci tenta solamente in ciò che non è il nostro debole; e da questo ne risulta la
manifestazione di ciò che siamo. Dio ci tenta pure talvolta, ma in ciò che è il nostro debole, e
siccome ci sostiene egli stesso, ne risulta la sua gloria ed il nostro amore.

47. La mia mancanza di siderico avendo influito sulla mia mancanza di elementare è stata la
causa per cui ho avuto molto pochi umori. Perciò non ho saputo trattare la più piccola
questione con coloro che vi portavano delle passioni. Ma se so così poco difendermi contro
una passione, non sono stato così timido né così impacciato verso gli errori, e posso dire che
non ve n’è stato sulla terra con il quale avessi rifiutato di battermi. È forse ancora la mia
mancanza di siderico che mi ha valso ciò, perché la mia testa ne è stata più diafana.

48. Vi è stato un momento in cui ho creduto che la mia potenza faraonica venisse a restituirmi la
libertà; ma ho pagato molto caro questa credenza.

49. È la mia mancanza di siderico che è stata la causa per cui ho avuto così poco movimento
temporale nella mia carriera. È questa stessa mancanza che è stata la causa per cui così poche
persone mi hanno conosciuto, perché la cosa veniva da così lontano ch’esse non si davano la
pena di aspettare; infine è per questo che tanta gente l’ha spuntata su di me perché era più a
livello con il momento, e perché io non vi ero abbastanza.

50. Tutte le circostanze della mia vita sono state come delle scale che Dio poneva intorno a me,
per farmi salire fino a lui; poiché non voleva che io ricevessi le gioie, le consolazioni, le luci
e la felicità reale per alcun’altra mano che la sua; ed il suo solo scopo era che io vivessi, e
che dimorassi esclusivamente con lui. Verità scritta, fin dalla mia più tenera età, nel mio
destino, e che non ha fatto che svilupparsi in tutte le epoche della mia vita.

51. Poca gente ha avuto la pazienza e la saggezza d’aspettare fino alla cristallizzazione delle mie
idee per assicurarsi di quale natura fosse il mio sale. Essa mi ha giudicato solamente sulle
scorie con cui esso era mescolato. tuttavia se non si porta il proprio colpo d’occhio fino a
questo risultato, non si ha alcuna conoscenza positiva né sulle cose né sulle persone.

52. Siccome era nell’intelligenza della parola che avevo ricevuto alcune grazie, è nell’uso di
questa parola che ho dovuto essere contrariato, e soprattutto nelle circostanze che avrebbero
potuto procurarmene i vantaggiosi sviluppi, perché il nostro nemico che è principe di questo
mondo, e che ne dispone, non manca mai di molestarci e di attaccarci nello scopo stesso al
quale siamo chiamati, e nella specie di dono che ci è stato accordato.

53. Non è il mio lavoro di spirito che ha consumato il mio corpo prima del tempo; al contrario

5
Con tutta probabilità l’autore si riferisce alla duchessa di Bourbon per la quale scrisse e pubblicò nell’anno 1792 la sua
opera Ecce Homo.
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questo lavoro mi avrebbe continuamente ringiovanito, poiché era legato alla giovinezza
universale. Sono gli ostacoli e le inavvedutezze degli uomini nei miei confronti che hanno
prodotto quest’effetto. Poiché vi è una cosa nel mondo che domina in essi, che è la sola che
essi scorgono e che desiderano, e questa cosa, la natura non me l’aveva data; mi sarebbero
dunque servite delle mani attente che mi avessero curato nel mio difetto, invece di
biasimarmene e di farmene dei rimproveri. D’altro canto avevo ricevuto due proprietà
naturali che questa cosa (che è lo spirito del gran mondo) non conosceva, cioè la proprietà
naturale dei due estremi, del divino e dell’infanzia; ma gli uomini mi hanno ancora così
misconosciuto in questo genere che avendomi preso per falso in tutti i punti, mi hanno
rovinato con i loro rabbuffi, mentre con un po’ di aiuto da parte loro, non so chi avrebbe
potuto raffigurare la dolcezza della sorte che poteva aspettarmi, anche quaggiù.

54. Grazie a Dio, ho riconosciuto perché la sorte mi aveva rifiutato tutte quelle circostanze che
mi avrebbero aiutato a svilupparmi nel genere del mio oggetto essenziale, ed anche ad
acquisire perciò molto nel genere degli oggetti di gradimento per lo spirito; è che mi sarei
troppo gettato con questo nell’esteriore, non avrei vissuto sia divinamente, sia spiritualmente
che nell’esteriore, e si voleva che la mia opera fosse tutta centrale ed invisibile.

55. Si è voluto giudicarmi prima che fossi nato di nuovo; non è tuttavia che allora che la nostra
natura radicale si fa conoscere.

56. Io non ho nulla di più che gli altri uomini. Ho sentito che essi ed io eravamo tutti, i figli di
Dio. Soltanto ho avuto talmente la persuasione della nobiltà di quest’origine che ho cercato
del mio meglio di conservare qualche brandello del mio estratto battesimale.

57. Una persona molto raccomandabile per le sue buone qualità non ha mai potuto vedermi se
non di sbieco. Ho pensato qualche volta che quando essa si fosse accorta un giorno quanto
mi prendeva sinistramente, si sarebbe corretta. Ma aspettando portavo le conseguenze; e
d’altronde credo che concepirei invano una simile speranza; la testa spirituale di questa
persona è nel suo cuore, ed il suo cuore è nella sua testa temporale. Non vedo quale
equilibrio vi sia da aspettare da questa complessione.

58. Nell’iniziazione che ho ricevuto ed alla quale ho dovuto in seguito tutte le benedizioni di cui
sono stato colmato, mi accadde di lasciar cadere lo scudo per terra; il che fece pena al
maestro; ciò me ne fece pure a me, in quanto questo non m’annunciava per l’avvenire molti
successi. Ma ho compreso poi che era una conseguenza della mia personale economia
compositiva la quale voleva che per le cose di questo mondo, stessi sempre in disparte o al
di sotto, senza che ciò possa fare nulla per il mio avanzamento e le mie speranze in un altro
ordine di cose. Era perciò un tipo del mio divino semplice.

59. Nel 1787, ho visto in Inghilterra un vecchio chiamato Best che aveva la proprietà di citare a
ciascuno molto a proposito dei passaggi della Scrittura senza che ci avesse mai conosciuto.
Vedendomi, cominciò col dire di me: He threw the world behind him, egli ha gettato il
mondo dietro di sé. Il che mi fece piacere, poiché (in questa frase) vi è del vero. Poi mi citò il
3° versetto di Geremia, cap. 33, Clama ad me, et exaudiam te, et docebo te grandia et firma
quae nescis: Grida verso di me ed io t’insegnerò delle cose grandi e sicure che non sai.
Questo mi fece pure molto piacere, ma ciò che me ne fece di più, è che questo si verificò
nell’arco di quindici giorni.

60. Alla lettura delle Confessioni di J. J. Rousseau sono stato colpito da tutte le somiglianze che
mi sono trovato con lui, tanto nelle nostre maniere assunte con le donne, che nel nostro gusto
ad un tempo difensore della ragione e dell’infanzia, e nella facilità con la quale siamo stati
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giudicati stupidi nel mondo quando non avevamo un’intera libertà di svilupparci. Ma le
differenze che ho trovato pure fra noi due, sono la costanza con la quale egli seguiva un fine
quando lo aveva intrapreso, costanza che io non ho potuto avere se non forzatamente, e
nell’attrattiva urgente che mi ha dominato; la ricchezza del suo stile e la forza delle sue
espressioni, la facilità con la quale formava i suoi affetti, mentre io non ne ho potuto formare
di reali se non con coloro in cui trovavo delle tracce della saggezza e dello spirito di Dio.
Credo che quest’uomo valga più di me, e che se avesse ricevuto le stesse grazie di me ne
avrebbe fatto un uso migliore. Quanto ai doni dello spirito, credo che il mio fosse così facile
quanto il suo, ma che io non mi sarei mai avvicinato alla sua profondità se non mi si fosse
aperto delle porte che mi hanno mostrato ciò che né Rousseau né tanti altri non sospettarono
mai che esistesse. La mia penna perciò non era così lenta e così tarda quanto la sua. Io ho
spesso scritto di primo getto, ed anche è ordinariamente ciò che ho scritto di meglio. Quanto
al suo fisico egli è stato trattato meglio di me con l’astrale, e ciò ha costituito la sorgente
della sua grande sensibilità che è stata più mossa in rapporto a questo mondo, mentre la mia
lo è stata più in rapporto all’altro. Il nostro temporale ha avuto qualche similitudine, visto le
nostre posizioni differenti in questo mondo; ma sicuramente s’egli si fosse trovato al mio
posto con i suoi mezzi, ed il mio temporale, sarebbe divenuto un uomo diverso da me. (vedi
n° 419).

61. Nella mia infanzia, ed anche nella mia giovinezza ho mentito qualche volta a mio padre, per
debolezza e per timidezza, perché questo padre così rispettabile e così tenero aveva tuttavia
così poco conosciuto il mio carattere, che mi ispirava solamente il terrore là dove avrebbe
potuto così facilmente ispirarmi la fiducia. (Testimone la storia del coltello). Da quell’età ho
talmente ripreso il mio gusto naturale per la verità che è essa che amo sopra tutto, e che mi
procura più del piacere e del bene dicendo il vero anche contro me stesso, che mentendo a
mio vantaggio.

62. Di tutte le strade spirituali che si sono offerte a me, non ne ho trovato di più dolce, di più
sicura, di più ricca, di più feconda, di più durevole, di più divina di quella della penitenza, e
dell’umiltà.

63. Io sono così debole che avrei avuto continuamente bisogno che mi si spingesse per farmi
andare avanti, e non ho quasi mai incontrato che della gente che voleva al contrario
respingermi, e farmi andare indietro; Dio lo sa, se questa gente avesse potuto conoscermi, si
sarebbe messa in ginocchio per pregarmi di continuare.

64. La mia mancanza d’astrale ha influito molto sulla regione inferiore del mio essere corporeo,
o sugl’intestini che, a dire della gente istruita, hanno un gran rapporto con questo astrale. A
loro volta, questi intestini hanno un gran rapporto con le basi dell’edificio che sono le
gambe. Perciò il minimo freddo alle gambe mi procura subito la diarrea. I sei anni che ho
passato in servizio non mi hanno lasciato due giorni di seguito senza questa indisposizione
perché la fatica del mestiere era troppo grande per me, e perché le forze passando tutte nelle
gambe, non ne rimaneva più per le digestioni, è questo ciò che ha esaurito il balsamo del mio
sangue, e mi ha reso gracile per il resto dei miei giorni. Una sola idea di più in una testa che
mi è molto cara mi avrebbe risparmiato molti di questi inconvenienti, ma quest’idea non gli
era data, e la mia vita intera è stata un’immolazione perpetua operata su di me da questa
potenza.

65. Nel viaggio che ho fatto in Inghilterra, ho sentito che in quel paese, tutto mi parlava perfino
le pietre, perciò ho scritto alcune note su questo paese che mi sono sembrate avere qualche
interesse. Nel mio viaggio in Italia, ho sentito che in quel paese gli uomini stessi non mi
dicevano nulla; perciò non vi ho nulla scritto. Tuttavia se le pietre moderne di Roma non mi
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parlavano come quelle d’Inghilterra, le pietre antiche mi parlavano molto, ed avevo
cominciato a mettere su questo punto mano alla penna. Ma l’amico Tieman mi fece qualche
disputa scientifica sulla parola Kittim di Geremia e di Mosè, da cui io facevo derivare la
grande Grecia, e da cui vedevo uscire la fine dei profeti, e delle conquiste dei Romani sui
Giudei, ed infine la distruzione di questi stessi Romani. Ciò mi fermò al primo passo e non
ho continuato, tanto ho bisogno d’essere incoraggiato nelle mie occupazioni, e di non essere
respinto dalle difficoltà che non mi sembrano giuste. Del resto questo amico Tieman è un
uomo pieno di merito, di conoscenze e delle più eccellenti qualità.

66. Ho riconosciuto che era una cosa molto salutare, ed anche molto onorevole per un uomo
essere, durante il suo passaggio quaggiù, un po’ scopino (sic) della terra.

67. Il rispetto filiale è stato fin dalla mia infanzia un sentimento sacro per me. Ho approfondito
questo sentimento nella mia età avanzata, ed esso non ha fatto che fortificarsi con questo;
perciò lo dico apertamente: Per quante sofferenze proviamo da parte di nostro padre e di
nostra madre, pensiamo che senza di essi non avremmo il potere di subirli e di soffrirli, ed
allora vedremmo annientarsi per noi il diritto di lamentarci; pensiamo infine che senza di essi
non avremmo la fortuna d’essere ammessi a discernere il giusto dall’ingiusto; e se abbiamo
occasione d’esercitare nei loro riguardi questo discernimento, rimaniamo sempre nel rispetto
verso di essi per questo bel dono che abbiamo ricevuto per loro mezzo, e che ci ha reso loro
giudici; se anche sappiamo che il loro essere essenziale è nel bisogno e nel pericolo,
preghiamo istantaneamente il Sovrano padrone di dare loro la vita spirituale in ricompensa
della vita temporale ch’essi ci hanno dato.

68. Sono stato nella mano di Dio come la selvaggina davanti al cacciatore. Egli mi ha spinto ora
da una parte, ora dall’altra, fiancheggiando incessantemente il mio cammino di barriere per
impedirmi di cadere nei precipizi, o fiancheggiandolo di precipizi per impedirmi di
allontanarmi dalla linea in cui voleva farmi procedere, ed all’estremità della quale voleva
prendermi.

69. La mia debolezza fisica è stata tale, e soprattutto quella dei nervi, che sebbene abbia suonato
passabilmente il violino per un amatore, le mie dita non hanno mai potuto vibrare abbastanza
forte per fare una cadenza.

70. Di tutti gli stati della vita temporale i due soli che avrei amato esercitare sarebbero stati
quello di vescovo e quello di medico; perché, sia per l’anima, sia per il corpo sono i soli in
cui si possa fare il bene puro, e senza nuocere a nessuno, il che non è possibile nell’ordine
militare, nell’ordine giudiziario, nell’ordine degli appaltatori delle imposte, ecc.. Non avrei
amato d’essere solamente curato, non per orgoglio, ma perché un curato non è tanto libero
nel suo insegnamento quanto può esserlo un vescovo.

71. La maniera in cui ho sentito talvolta che la preghiera dovrebbe procedere per essere buona,
sarebbe che ogni atto della preghiera dell’uomo fosse un inno o un cantico generato dal suo
cuore; vale a dire che dovrebbe creare egli stesso i suoi salmi, e non contentarsi di leggerne.

72. In uno degli incontri che ho avuto con l’ex ultimo duca d’Orleans, mi è venuta una chiave (di
un’opera) superba sull’ammirazione che è la sola sostanza di cui l’anima umana possa
vivere, e di cui nello stesso tempo l’anima umana è la sola che sia suscettibile sulla terra.
Questa chiave si trova fra tutte le note che io raccolgo giornalmente. Avevo avuto anzitutto il
progetto di farne un opera in regola, ma la mia tepidezza per le opere di scrittura mi ha
impedito di realizzare questo progetto.

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73. Mi sembra ch’io potevo imparare, e non insegnare; mi sembra ch’io ero in condizione
d’essere discepolo, e non maestro. Ma eccettuato il mio primo educatore M. de P. ed il mio
secondo educatore J. B. morto 150 anni fa, ho visto sulla terra solamente persone che
volevano essere maestri, e che non erano neppure in condizione d’essere discepoli. 6

74. Ho avuto dei rimproveri d’insensibilità da farmi nella casa Le Bret nei primi tempi del mio
arrivo a Parigi nel 1760; la morte della madre non mi addolorò tanto quanto avrebbe dovuto
secondo i favori e le cortesie che io ricevevo in quella casa soprattutto da parte della figlia
che era di un carattere incantevole; ma la mia anima era già accasciata per le tortuosità della
mia educazione; e l’imbarazzo e il disagio in cui ciò la teneva hanno tolto in mille occasioni
l’uso dei suoi sentimenti, piuttosto che i suoi sentimenti stessi. È anche questo ciò che mi ha
fatto giudicare dalla Signorina Le Bret alcuni anni dopo in maniera forse precipitosa,
allorché mi disse nel parlatorio del Prezioso-Sangue che io non ero fatto per essere amoroso.
Tuttavia convenni di ciò in parte qualche tempo dopo in sua presenza, dicendole come per
spirito di profezia, che le mie più grandi imprese gloriose sarebbero negli scritti.

75. Sebbene non sia sposato, ho sentito che se gli sposi non hanno cura di guarirsi dai disgusti
dei loro corpi con il gusto dei loro spiriti, la loro società non può essere che un inferno.

76. Ho visto le scienze false del mondo, ed ho visto perché il mondo non poteva nulla
comprendere della verità, perché essa non è una scienza, ed esso vuole sempre compararla
con queste false scienze con cui si culla, e si nutre continuamente.

77. La debolezza di cui ho parlato nel n° 69 a proposito delle cadenze, si è estesa, per me, anche
sul meccanismo della versificazione. Ho fatto pochi versi nella mia vita, ed inoltre è un
genere che avrei temuto, ma sono tali versi, particolarmente nel mio piccolo poema sulla
poesia 7, che hanno tanto inciso sui miei nervi che per partorirne, sono stato obbligato a
sdraiarmi per terra.

78. Nella mia giovinezza, una persona che mi è cara mi domandò a quale stato mi destinavo;
risposi che mi destinavo a studiare. Mi si disse con sdegno: A cosa porta ciò? questa sola
parola è stata per me una sorgente inestinguibile di mali, sia per il momento in cui la si
pronunciò sia per tutti quelli che l’hanno seguito, tanto la mia sensibilità era grande in
rapporto allo scopo dominante che costituiva tutta la mia ambizione.

79. Mi è stato facile vedere che agli occhi degli uomini, se non avete corpo, passate presto per
non avere spirito, poiché tutto il loro spirito è nel loro corpo.

80. Talvolta mi sono detto: non conosco che un solo peccato nell’uomo sulla terra, cioè (quello)
di avvicinare gli altri uomini, e questo peccato è la sorgente di tutte le sue sofferenze, di tutte
le sue tenebre, di tutte le sue ignoranze, di tutti i suoi vizi, di tutte le sue passioni. Dio e la
verità si trovano solamente nell’isolamento; e la pace si trova solamente in Dio e nella verità.
Non frequentiamo dunque gli uomini che in occasioni urgenti, vale a dire per alleviarli nel
fisico e nel morale quando lo possiamo, ma guardiamoci d’accostarcene nello spirituale
senza averne l’ordine, poiché non faremmo che turbarli, o ingannare noi stessi; o se portiamo
loro la verità ce ne faremo dei nemici, perché essi non sono pronti a riceverla ed a
comprenderla.

6
L’autore si riferisce a Martinès de Pasqually,suo primo maestro, ed a Jacob Böhme di cui conobbe le opere e la
dottrina, a partire dal giugno1788, per mezzo della sua cara amica Charlotte de Boecklin .
7
Si riferisce a: Phanor, Poema sulla Poesia- Opere postume. Altre opere in versi dell’autore sono: Versi a Racine e
Stanze, sempre in Opere postume; infine: Il Cimitero d’Amboise e Stanze sull’origine e la destinazione dell’uomo.
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81. Le occasioni in cui ho ricevuto i segni più notevoli della protezione divina è: per il corporeo,
in una circostanza spiacevole che ebbe il reggimento a Nantes nel 1766, con i giovani della
città; per il morale, in una circostanza in cui mi trovavo di guardia in questo stesso
reggimento ed in questa stessa città; per lo spirituale, la conoscenza del mio primo educatore;
per il divino, la conoscenza del mio secondo educatore.
In questo spiacevole affare che ebbe il reggimento, un camerata, al quale ero legato perché
sapeva le matematiche, fu gravemente ferito, e ne morì; io l’ho rimpianto, ma ho creduto di
vedere compiersi su di lui alcuni tratti della giustizia in questo avvenimento. Era un uomo
molto bravo. Era anche audace, piuttosto tuttavia per speculazione mondana che per natura.

82. Un famoso ministro il duca di Choiseul è stato senza saperlo lo strumento della mia fortuna,
allorché volendo entrare in servizio, non per gusto, ma per nascondere ad una persona cara le
mie inclinazioni allo studio, mi pose nel solo reggimento in cui potevo trovare il tesoro che
mi era destinato. Qualcuno mi disse un giorno, a questo proposito, molto piacevolmente che
Dio ha fatto talvolta nutrire i suoi profeti dai corvi.

83. Più volte nella mia vita ho riconosciuto che era più facile avere la pace con il diavolo che con
gli uomini, perché con questi bisogna sempre fare dei complimenti anche se li sapete più
nelle irregolarità e nello smarrimento, mentre al demonio, abbiamo il diritto di dirgli il nostro
modo di pensare, ed egli è obbligato ad intenderlo, per quanto poco lusinghiero sia per lui.

84. Se il tempo, e le circostanze non ci privano dei legami e degli ostacoli del nostro destino,
bisogna privarcene da noi; poiché la morte stessa delle persone che ci sono contrarie non ci
libera sempre dai loro impedimenti e dalle loro influenze, se non abbiamo preso la
precauzione di privarcene prima. Posso dire che tale è il mio compito.

85. Sono circa venticinque anni che la Signorina Guimard fu molto lodata a Parigi per aver
compiuto alcuni sacrifici pecuniari in favore dei poveri. Ne sentii soprattutto fare degli elogi
enfatici dal Signor de Zurlauben, colonnello del reggimento delle Guardie svizzere; ne fui
indignato, e non posso impedirmi di dire che bisognava che il denaro fosse una cosa di un
valore molto grande agli occhi degli uomini, poiché essi celebravano così tanto coloro che
avevano il coraggio di disfarsene.

86. È un dolore per me sentire gli uomini di pietà parlare con tanta leggerezza di questo sublime
amore che è il vero ed il solo fine dell’opera; essi non sentono che questo bel nome dovrebbe
pronunciarsi da parte nostra solamente nella maniera in cui si pronuncia da parte di Dio, vale
a dire, con delle opere, dei doni, e delle meraviglie viventi.

87. Nelle idee di matrimonio che mi hanno occupato di tanto in tanto, ve ne sono state che mi
hanno attratto per il desiderio e la speranza d’impiegare utilmente le preghiere della mia
sposa e le mie per ottenere la grazia e la salvezza di una persona preziosa per me. Talvolta
sono stato trattenuto dal timore che il pensiero di questa persona preziosa si portasse sulla
nostra unione, e la macchiasse con la sua influenza. Mio Dio, perdonala.

88. Mi è stato chiaramente dimostrato che vi sono due vie: una in cui ci si intende senza parlare,
l’altra in cui ci si parla senza intendersi.

89. Tre persone hanno concorso a sviluppare in me l’allegria. Carlin della Commedia Italiana;
d’Hayange del reggimento di Foix, e Moliere, al momento delle commedie che la Signora
Poncher mia zia rappresentava nel suo teatro di Chassenay in Champagne, e nelle quali
svolgeva dei ruoli. Questa Signora Poncher è stato uno dei personaggi più notevoli per me,
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per la straordinaria ripulsa che provai allorché mio padre mi presentò a lei a Parigi nel 1759.
È presso di lei che ho passato i primi tempi della mia giovinezza; vi vedevo talvolta del
mondo amabile, e particolarmente la vecchia duchessa di Chantillon che adoravo quasi a
causa delle sue maniere oneste e delle sue virtù attraenti, sebbene avesse 75 anni, ed io 16.
Mia zia non aveva altra cosa che il ridicolo, la vanità in tutti i suoi gusti, ed era dominata da
tutte le avarizie, e tutti gli orgogli di questo mondo. Era difficile che ciò che mi serviva fosse
meno di (quanto poteva darmi) questo educatore, poiché a tutto questo ridicolo ed a tutte
queste vanità, essa aggiungeva tutta la sua ignoranza, e tutta l’inavvedutezza in tutti i generi,
sia scienze, sia talenti, ma avendone nondimeno tutte le pretese; ed è sotto simili auspici che
io entravo per così dire nella vita! Veramente quando rifletto sugli ostacoli che sono stati
seminati nella carriera del mio spirito, devo meravigliarmi ch’esso sia ancora al mondo.
Ritornerò ancora qualche volta su questi primi tempi della mia vita, e sul mio soggiorno
presso mia zia.

90. Gli uomini di mondo mi sono sembrati molto da compiangere, tanto il loro spirito era
trascinato dalla strada distruttiva che dissipa continuamente i loro pensieri. Ne ho conosciuto
uno che avendo studiato la geografia nella sua infanzia, mi diceva in un’età matura: La
geografia! non è un libro in cui vi è la Moldavia e la Valachia? E questa persona si
applaudiva ancora della sua ignoranza. Un altro che aveva appreso le matematiche definiva
l’algebra una scienza in cui si fanno dei tondi.

91. Rousseau diceva che un’operazione d’algebra era per lui come suonare un’aria con un
organetto per ammaestrare i canarini. Io mi dico che la scienza geometrica tutta intera, è nei
confronti delle alte verità, ciò che sono in musica, gli strumenti a tasto nei confronti della
voce umana. Non si può stonare con questi strumenti, ma anche non si può dar loro la vita e
l’espressione dell’organo naturale. Ne è la stessa cosa delle scienze matematiche. Esse
tengono forzatamente lo spirito nelle misure giuste, ma non gli lasciano gli slanci della sua
natura divina, libera, e che ama perdersi nell’infinito. In una parola le matematiche sebbene
ravvivanti ed infinitamente utili non devono essere che una delle scale dello spirito, e non
possono essere il suo posto.

92. La mia debolezza mi ha portato talvolta a fare come la maggior parte della gente di mondo
che non chiede consigli e luci se non perché ha la pigrizia di non volerne cercare essa stessa.

93. Ho sentito che alla natura del mio spirito, ed al gusto che gli si era dato, era impossibile che
io non fossi nato uomo per il sesso, sebbene fossi misero di corpo. Ho conosciuto delle
donne che era impossibile che non fossero nate donne; ma ne ho conosciute pure che
avrebbero dovuto nascere uomini, per l’elevazione del loro spirito, testimone la mia
carissima B., ed ho conosciuto degli uomini che dovevano nascere donne per la piccolezza
del loro, testimone.......m.

94. Mi dicevo nella mia giovinezza:


Fai in modo d’essere abbastanza fortunato da non essere mai contento se non di ciò che è
vero.
Cosa puoi temere? Tu hai un punto d’appoggio in ogni istante sotto la mano.
Tenere duro, è la vera preghiera, in quanto è quella che mantiene tutto il posto nel debito
ordine.
Non parlare mai della preghiera che a coloro che vi sono preparati, altrimenti non saresti
compreso.
Lavora il tuo campo senza riposo dall’oriente all’occidente, e dal nord al sud; è il vero modo
di renderlo fertile.
Vi sono degli uomini abbastanza fortunati da non poter ingannarsi quand’anche lo volessero.
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Te ne ringrazio; ma bisogna stare attenti ad inorgoglirsene.
Non lasciarmi fare il male che voglio, e fammi fare il bene che non voglio.

95. Ho preteso a lungo una cosa impossibile, cioè che vi fosse una senza frode, poiché
appena vi è qualche cosa, bisogna nascondere la difformità.
A ciò la mia B. rispose: Colui che ha un pungiglione si difende col pungiglione; colui che ha
delle ragioni si difende con delle ragioni, colui che è agile cerca piegandosi, e ripiegandosi di
eludere i colpi del suo avversario, e colui che è defraudato di tutto, fa almeno vedere il
pugno.

96. È una verità che non vi sarebbe abbastanza carta nel mondo per scrivere tutto ciò che avrei da
dire. È da 25 anni che ho avuto questo pensiero. Che sarebbe dunque oggi che i miei fondi si
sono talmente accresciuti che mi prosterno di vergogna e di riconoscenza per la mano
benefica e misericordiosa che veglia con tanta attenzione su di me, e che non teme di
colmarmi delle sue grazie malgrado le mie ingratitudini e le mie viltà!

97. Il mondo frivolo (soprattutto le donne) passa la propria vita in una catena di nulla che si
succedono, e che gli tolgono perfino i modi di accorgersi che vi sia una verità, come pure la
capacità di coglierla; perciò quando si viene per caso ad agitarne qualcuna davanti ad esso,
bisogna vedere come essa vi brilla, e come vi è intesa. Esso è talmente identificato con il
nulla, che tutto lo stanca, l’annoia, e l’importuna, eccettuato il nulla. Le donne vi sono come
dei bambini che guardano tutto, che gridano alla minima contraddizione, ma che non hanno
altra forza che quella di gridare, e che bisogna difendere da tutto, perché la paura e
l’impotenza sono i loro elementi costitutivi. Dio sa quanto io eccettuo la mia B. da questo
giudizio, come pure parecchi altri.
Questo stesso mondo frivolo tiene continuamente lo spirito del saggio nell’angoscia, non
nell’angoscia della generazione che farebbe la sua vita, ma nell’angoscia dell’inazione che fa
la sua morte.

98. Mi sembra di sentire già gli annunci della mia distruzione fisica. Tutti i miei nervi si ritirano,
e si ripiegano su se stessi. La mia vista perde sensibilmente la sua forza, le mie membra
perdono la loro scioltezza e la loro agilità, non posso quasi chiudere le mani senza dolore
quando mi sveglio; se lasciassi andare questa dissoluzione come va per tanti infelici mortali,
essa trascinerebbe con sé il prigioniero, e lo serberebbe inghiottito sotto le sue macerie. Ma,
grazie a Dio, sento che questo prigioniero ha la libertà di respirare talvolta, e spero, mediante
i soccorsi con cui lo si è come colmato, che respirerà meglio ancora allorché la sua prigione
arriverà al suo termine. Provo anche tali consolazioni, e mi sono date tali idee che
convengono per così dire solamente ad una regione diversa da quella che abito, e che
contribuiscono forse ad accelerare questa distruzione fisica che mi diventa ogni giorno più
sensibile. Petit-Bourg 25 maggio 1792, all’età di 49 anni e 4 mesi.

99 Nella mia infanzia e nella mia giovinezza ho avuto una figura e degli occhi abbastanza
notevoli da avermi attirato degli sguardi ed anche degli elogi imbarazzanti per me che ero
timido, particolarmente a Nantes da parte delle Signore della Musanchere e de Menou; e ciò
a tavola, e talvolta nelle strade, da parte dei passanti. Ma la verità è che quando mi sono
guardato in uno specchio, senza trovarmi brutto, ero ben lungi dal trovarmi tale quale
sembravo essere per gli altri, e mi sono persuaso che la loro immaginazione faceva la metà
delle spese.

100. Il Sig. de La Chevalerie è uno di quelli che mi ha maggiormente nascosto le inconseguenze


del mio primo educatore, non appena quest’educatore l’aveva ammesso ai suoi misteri. Io me
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ne spiegai abbastanza chiaramente con questo discepolo per eccitare la sua collera; e senza la
prudenza del Signore e della Signora de Luzignan tra le mani dei quali cadde una lettera
ch’egli mi inviava e che io non ho visto, sarebbe stato necessario tagliarci la gola.

101. All’età di 22 anni, andando a raggiungere il reggimento di Foix a Bordeaux, mi trovai a


Poitiers in un albergo con un ufficiale di un altro corpo che aveva 36 anni. Fui estremamente
stupito nel vedere quest’uomo fare ancora il galante accanto alle donne, e stringere da vicino
una ragazza della casa. Non potevo persuadermi che a 36 anni, si pensasse ancora a queste
cose. Il tempo è un abisso di durata per l’infanzia e per la giovinezza; siccome sono abituate
a vedere succedersi per esse le gioie e le sensazioni, ed a non averne di permanenti, credono
che non ve ne sono affatto che abbiano questo carattere. Ed esse avrebbero ragione
nell’ordine inferiore e materiale perché tutte queste sensazioni dovrebbero avere il loro fine e
la loro misura se fosse la saggezza a dirigerle. Ma siccome è sfortunatamente il contrario per
i novantanove centesimi della specie umana, accade che le tenebre e le illusioni dell’uomo lo
inseguono fino alla fine della sua vita; e che si trovi nella sua vecchiaia occupato ancora
(quando ciò non sarebbe che in pensiero) in tutte queste funeste seduzioni che lo ritardano, e
che lo sguardo più puro della giovinezza gli aveva mostrato come dovente cessare più presto,
e non ingannarlo così a lungo.

102. Il mio debole fisico avrebbe richiesto più soccorsi che un altro, e ne ho avuti meno. Avrei
avuto bisogno di un nutrimento frequente ed abbondante per sostenermi nelle mie imprese di
scrivano che in verità accelerano le mie digestioni, e sono stato spesso impreparato. La mia
costituzione avrebbe richiesto che avessi cenato ancor più che desinato; ed ho
l’inconveniente di non poter cenare solo senz’essere malato, per la mancanza d’azione, che
almeno la presenza di altri convitati, e la conversazione mi procurano.
Tuttavia sta a me di optare, poiché sono solitario. Io posso più facilmente desinare da solo;
ma le circostanze mi trascinano spesso a desinare in casa d’altri, e vi si desina troppo per me.
Ecco quelle false posizioni di cui l’uomo è il giocattolo e la vittima. Ma posso dire
nondimeno che i miei giorni sono d’oro in confronto a quelli degli altri uomini.

103. Io ho nel mondo un’amica come non ve n’è affatto; non conosco che lei con cui la mia anima
possa effondersi tutta a suo agio, ed intrattenersi sui grandi scopi che mi occupano, perché
non conosco che lei che si sia posta nella misura in cui desidero che si sia per essermi utile;
malgrado i frutti che otterrei accanto a lei, siamo separati dalle circostanze. Dio mio, che
conosci il bisogno che ho di lei, falle pervenire i miei pensieri, e fammi pervenire i suoi; ed
abbrevia se è possibile i tempi della nostra separazione.

104. Mi è stato facile sentire che nulla rende l’anima tiepida come la prosperità nella materia,
poiché la nostra vita corporea non è che una penitenza, e poiché tutte le lacrime dell’uomo
non basterebbero per lavarla; perciò mi si è insegnato più volte a non seppellirmi nelle
prosperità, ma ad impiegare tutti i miei sforzi a pregare ed a progredire mentre stavo bene,
affinché non mi si dimenticasse allorquando fossi malato. Consiglio molto salutare, e che si
applica a tutti i casi.

105. A Brailly, ad Abbeville, ad Etalonde vicino alla città d’Eu ho creato dei legami interessanti
con le Signore d’Openoi, de Bezon, i Signori Duval, Fremicourt, Felix, i Dumaisniel.
Fremicourt è uno di quelli che è stato il più lontano nell’ordine operativo. Ma se n’è ritirato
per il potere di un’azione benefica che lo ha illuminato. Io non ero abbastanza progredito in
questo genere, né in alcun altro genere attivo per svolgere un grande ruolo in questa
eccellente società, ma vi si sta così bene che mi si è colmato d’amicizie.
Duval era un incredulo che aveva resistito a tutti i dottori, ed a tutti i teologi. Egli venne a
vedermi a Parigi, e Dio permise che in due o tre incontri gli facessi fare completamente
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mezzo giro a destra; di modo che è divenuto così esemplare quanto lo era stato poco un
tempo. L’ho rivisto nel 1792, allorché fu nominato colonnello dei dragoni. Le sue virtù
m’incantarono, e non ho potuto definirlo altrimenti che dicendo che è un corpo di ferro, un
cuore di fuoco, ed un’anima di latte. Le sue conoscenze non mi sembravano uguagliare le sue
virtù; ma cosa c’è da rammaricarsi in ciò? Egli è divenuto poi luogotenente generale.

106. Una via particolare si è aperta a Lione nel 1785. Vi fui chiamato per prendere parte al
raccolto. In mezzo a numerose ricchezze ch’essa offriva, racchiudeva anche della falsa
moneta, e si è finito col disgustarsene. Vi si era abusato dei numeri e della dottrina da me
conosciuta anteriormente sugli animali. Vi si era soprattutto abusato del gusto di Willermoz
per la massoneria, poiché se n’era messa dappertutto. Io venni a questa iniziazione con il
desiderio più puro, l’anima al meglio disposta; ma siccome non trovai in alcun genere
l’alimento che mi serviva, mi trovai alla fine più arretrato che all’inizio. In effetti quali erano
gli eccellenti? Il decano Castellas, la Rochette, la Berger, Madamigella Belle-Cire,
Paganucci, ecc., ecc., ecc.. Ve n’erano che avrebbero potuto andar lontano se fossero stati
altrimenti imboccati; tali sono Savaron, Monspey, e Milanois soprattutto, che era stato tanto
bene trattato dalla natura fisica e morale, e che ha finito con l’abbandonare tutto, perché il
pilota che si era incaricato di lui non sapeva porre il suo compasso altrove che sulle finte e
sulle apparenze, sebbene dotato di grandi virtù e di più conoscenze di quanto non si avrebbe
dovuto dargliene.

107. Avevo detto a 25 anni che tutti gli uomini erano dei profeti senza saperlo; l’ho stampato poi,
e non me ne pento, poiché è molto chiaro che bisogna che sia la volontà altra che la nostra
che si faccia, ora colui che fa la volontà altra che la nostra non è profeta? Ma è più facile
negare questo principio che seguirlo. Ecco ciò che determina tanti empi o profeti mancati.

108. Gli avari sono dei ladri. Non vi è che da vedere come la Scrittura li tratta. Io lo sono forse
stato talvolta; ma non sono mai stato avido di denaro, ed ho anche provato per esperienza che
il denaro non mi faceva mai più piacere di quando lo donavo. Perciò non ho mai ricevuto una
monetina da chi che sia sulla terra, se non da mio padre; ancora gli ho perfino rinviato le sue
lettere di cambio quando credevo di non averne bisogno, il che lo stupiva massimamente.

109. La speranza della morte fa la consolazione dei miei giorni, perciò vorrei che non si dicesse
mai: l’altra vita; poiché non ve n’è che una.

110. La mano che ci governa non vuole assolutamente che la si conosca; io mi dirò dunque:
Lasciamola fare, poiché è quanto vi è di più sicuro, e quanto le conviene meglio; non
compiangiamoci neppure se le sue vie sono lente, poiché essa non può nulla fare per noi che
con il tempo; ma non dimentichiamo che stava a noi di uccidere il tempo, e che se non ci
stiamo attenti, è lui che può ucciderci, e che ci uccide realmente tutti i giorni; e si voleva
forzarmi a lasciarmi fare!

111. Io ho una matrigna alla quale devo forse tutta la mia fortuna poiché è lei che mi ha dato i
primi elementi di quella educazione dolce, attenta e devota che mi ha fatto amare da Dio e
dagli uomini. Mi ricordo d’aver sentito in sua presenza una grande circoncisione interiore
che mi è stata molto istruttiva e molto salutare. Il mio pensiero era libero accanto a lei, e lo
sarebbe sempre stato se avessimo avuto soltanto noi come testimoni; ma ve n’era uno con cui
eravamo obbligati a nasconderci come se avessimo voluto fare del male.

112. La mia carissima B. leggeva un giorno alcune delle mie note, dove avevo scritto: La parola
che si serba fa divenire più forti, poiché niente rafforza l’uomo come il silenzio. Essa prese la
sua penna, e aggiunse di sua mano: da capo. (nel testo in italiano).
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113. In una circostanza critica della mia vita in cui avevo dei torti (accadeva a Tours in casa del
mio primo cognato Signor Aubry) mi dissi con sicurezza: La vera maniera d’espiare i propri
sbagli, è di ripararli, e per quelli che sono irreparabili, di non esserne scoraggiato.

114. La casa di Pont-Carré a Parigi mi ha offerto il grande esempio di una donna forte. Essa era la
figlia del Signor de La Tour 1° presidente d’Aix, e della Signora d’Aligre. Essa si è immolata
a ciò che ha creduto essere il suo dovere verso i suoi parenti, ed ha visto la sua fine con la
calma di un eroe. Suo marito ha avuto qualche parte nei miei scopi attraverso la
comunicazione che gli aveva fatto, d’Hauterive, e ne aveva tratto abbastanza buoni frutti.
Alla morte della sua donna, lo seguii nella sua casa di campagna dove essa aveva voluto
essere sepolta nel cimitero. Ero stato freddo vedendo il suo corteo partire da Parigi; fui
freddo vedendo la sua fossa. Non so perché i morti non mi rattristano estremamente. È forse
per l’idea che ho avuto spesso che la morte non era che una promozione. Le cerimonie
religiose che accompagnano le sepolture mi toccano molto di più; ho rivisto dopo il Signor
de Pontcarré a Rouen, e presso il Signor d’Etteville vicino a Gaillon, dove fui molto
dispiaciuto di non poter restare che 3 giorni, perché avevo la speranza di dissodarvi utilmente
qualche terreno.

115. La maggior parte dei padri danno la nascita ai loro figli, e poi li lasciano là come delle bestie.
Gli sventurati! non vogliono darsi la cura di pensare all’estensione dei loro diritti, ed a tutti i
vantaggi che ne risulterebbero per la loro posterità.

116. È perché l’uomo fa troppo le cose che vuole, che non può più fare quelle che vorrebbe la sua
guida, poiché questa guida essendo sovranamente buona, bisogna che la volontà dell’uomo
sia nulla, o non faccia che uno con la sua, ed è questo lo scoglio e il capolavoro della
saggezza. Io non ho, per così dire, che dei rimproveri da farmi in questo genere, e forse anche
per una conseguenza dei miei errori, e della mia debolezza mi persuado che non avrei tanto
di queste specie di rimproveri da farmi se avessi avuto altre circostanze, mentre non dovrei
mai dimenticare ciò che ho scritto nel n° 13.

117. Fin dai miei primi anni spirituali, mi sono detto:


È bene fare sforzi vani che correre dietro alla materia.
Se Dio non perdonasse, dove saremmo noi?
L’uomo è uno degli attributi di Dio, perciò è anche antico quanto Dio, senza che vi siano per
questo più Dei.
Noi siamo tutti vedovi, il nostro compito è di risposarci.
Non è che nella tendenza verso il nostro essere che si fa la purificazione, tutti coloro che non
la sentono non espiano nulla, non fanno che macchiarsi maggiormente.
Quanto gli uomini sono ciechi credendosi in vita!
Che cos’è l’uomo fintanto che non ha la chiave della sua prigione?
Non mettere il tuo denaro in una borsa, per essere più pronto a fare l’elemosina.
Ciò che è, è più lontano da noi di ciò che non è.
Oh come Dio è piccolo, si potrebbe dire, egli non fa nulla che in una sola maniera.
I corpi sono degli esseri di vita, se fossero degli esseri viventi non mangerebbero né
morirebbero.
Gli uomini fanno servire il vero al culto dell’apparenza, mentre l’apparenza era stata loro
data per il culto del vero.

118. La città di Strasburgo è la seconda dopo Bordeaux verso la quale ho degli obblighi
inestimabili, perché è là dove ho fatto conoscenza con delle verità preziose di cui Bordeaux
mi aveva già procurato i germi. E queste verità preziose è per mezzo della mia intima amica,
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che mi sono pervenute poiché essa mi ha fatto conoscere il mio caro B. 8
Allorché fui pronto ad andare in questa città per la prima volta nel 1788, la Signorina
Labourot mi fece sperare la conoscenza della famosa Gros-Jean. Io volevo interrompere il
mio viaggio. Ma essa disse: No, partite, tutto è combinato per la vostra partenza, non sapete
ciò che vi attende a Strasburgo. Non tardai a vedere ch’essa aveva avuto ragione senza
saperlo.
Indipendentemente da ciò vi ebbi pure l’avventura più romanzesca che possa esistere e che
sola avrà forse in questa raccolta un articolo a parte.

119. La mia stupidaggine accanto alle donne non è mai meglio apparsa che all’età di 20 anni, in
casa della Signora Duvau a Paradis vicino ad Amboise. Vi presi simpatia per una giovane
signora. Mi limitavo a scrivere la mia dichiarazione su un foglio di carta che andavo a
depositare di nascosto in un cofanetto nella sua toeletta; poi quando mi venivano altri
pensieri, ritornavo al mio foglio di carta per scriverli. Poi dicevo alla signora ch’essa avrebbe
trovato i miei sentimenti sulla sua toeletta. Non ottenni nulla con queste maniere. Qualche
tempo dopo fui obbligato a partire per il reggimento. Volli esprimere il mio amore
verbalmente, ma trovai un’accoglienza così fredda che ciò mi guarì quasi subitamente.

120. Ho visto quasi generalmente nel mondo che coloro che non sapevano le verità, erano i più
solleciti a dirle.

121. Verso l’anno 1780 lessi nel mio studiolo presso le Signore d’Arquelay via Saint-Thomas-du-
Louvre un quadro allegorico molto istruttivo; cioè una mano tenente un bulbo di fiore che in
capo a qualche tempo si sviluppò e produsse un fiore di cui la radice toccava in terra, e di cui
la sommità si elevava fino ai cieli. Questo quadro mi interessò molto, e credo di scorgerne la
spiegazione nelle fioriture in cui entro e che mi annunciano così bei raccolti per il resto dei
miei giorni.

122. Presso queste stesse signore ebbi un giorno una confronto sul magnetismo animale, con il
Signor Bailly, divenuto, poi, sindaco di Parigi. Egli era stato uno dei commissari nominato
dal Re per esaminare questo fenomeno, ed aveva firmato la miserabile relazione che la
commissione ne rese. Allorché per persuaderlo dell’esistenza del potere magnetico senza
sospetto di furberia da parte dei malati, gli citai i cavalli che venivano trattati allora a
Charenton con questo procedimento, egli mi disse: Cosa sapete voi se i cavalli non pensano?
Invece di approfittare con modestia del vantaggio che mi dava su di lui con questa
proposizione, gli risposi, con storditezza; Signore, voi siete molto avanzato per la vostra età.
È stato ghigliottinato in piazza d’armi.

123. Agli occhi del mondo, ciò che è difficile diviene presto impossibile, poiché esso si guarda
bene dal darsi il minimo movimento per vincere, e per ottenere; perciò, siccome non
guadagna nulla, e perde sempre, finisce col non avere nulla, e col dire che non vi è nulla, e
che per conseguenza non si può nulla avere. Oh quanto questo mondo mi ha fatto soffrire!

124. La mia anima teme naturalmente di svilupparsi, essa ama meglio concentrarsi, ed uccidersi,
per così dire, che mettersi nella circostanza con il suo sviluppo, ed il suo accrescimento di
mostrarsi agli occhi che la misconoscerebbero, e la prostituirebbero; ma essa non deve
abbandonarsi a questa impressione; deve sapere che sviluppandosi, può sempre mettere
qualcosa di Dio al mondo, e che ciò che essa avrà messo al mondo, vi può anche fare onorare
talvolta il grande principio. Bisogna infine che arda incessantemente dello zelo della casa del
Signore; e non deve mai lasciare spegnere questo fuoco con la pigrizia, ed un falso timore,

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Si tratta di Jacob Böhme, visto dal nostro autore come la più grande luce umana mai apparsa.
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ma nutrirlo continuamente con saggezza, con prudenza, e attività.

125. A Siena in Toscana nel mese di ottobre 1787, sentii un terremoto, il primo che sentivo nella
mia vita. Sebbene fosse leggero, temetti che la notizia si diffondesse, ed inquietasse degli
amici che avevo lasciato a Lione. Scrissi durante le scosse alla Signora Provensal, e per
giustificare gli scarabocchi e le raspature di gallina che il movimento, e un po’ la paura, mi
facevano fare, dissi che faceva un gran freddo, e che avevo le dita gelate. Quando ebbi modo
d’osservare il tremolio, non lo giudicai pericoloso, e rassicurai alcuni abitanti. Essi erano
tutti nelle piazze e nelle grandi vie. Non vi fu in effetti alcuna disgrazia.

126. Provate a far valere accanto agli uomini senza intelligenza e senza gusto per la verità, i diritti
della vostra ragione, e i privilegi della saggezza, essi vi risponderanno come il Faraone
rispose al popolo giudeo che si lamentava delle ingiustizie dei suoi esattori: che si tolga la
paglia a questo popolo che mormora, e tuttavia che si esiga da esso che fornisca la stessa
quantità di mattoni.

127. Lavater ministro a Zurigo è uno di quelli che ha più gustato L’Uomo di desiderio. Ne ha fatto
un elogio molto particolare nel suo giornale tedesco del mese di dicembre 1790. Egli
confessa ingenuamente che non lo comprende tutto; ed in vero, Lavater, sarebbe stato fatto
per comprendere tutto se avesse avuto delle guide. Ma in mancanza di questo soccorso è
rimasto nel regno delle sue virtù che è forse più bello e più ammirevole di quello della
scienza; ed inoltre, ciò che aveva di scienza, lo ha un po’ prodigalizzato nei libri. Forse mi
devo da me stesso un simile rimprovero? Quest’uomo rispettabile non lo conosco
personalmente.

128. Si avvertono i progressi del nemico dalla forma e dal colore delle sue opere; si avverte inoltre
fino a quale regione si estendono i suoi attacchi, e fino a quale circonferenza egli è disceso.
Allora si prende coraggio.

129. Il maresciallo de Richelieu voleva farmi parlare con Voltaire che morì nell’arco di 15 giorni.
Un’altra persona di cui ho dimenticato il nome voleva farmi parlare con il Signor de Voyer
che morì pure nell’arco di 15 giorni. Credo che avrei avuto più piacere e più successo
accanto a Rousseau, ma non l’ho mai visto. Quanto al maresciallo, ho avuto parecchi
confronti con lui, tanto a casa sua che presso la nobile marchesa de La Croix; e gli ho trovato
una facoltà di giudizio abbastanza giusta. Penso anche che se avesse avuto 20 anni di meno,
avremmo potuto intrattenerci con più frutto. Ma la sua età e la sua sordità erano ostacoli
troppo potenti, e l’ho lasciato là.

130. Le opere sono la moneta delle nostre luci.

131. È invano che si dice felice colui che fugge sempre i sensi del suo spirito. Ma questo spirito,
non bisogna cercarlo, bisogna attenderlo in pace nella sottomissione e nella fiducia. Bisogna
ancor meno fare dei nostri occhi il limite del nostro spirito, mentre ne devono essere
solamente la guida ed il segno. Così è felice colui che si lascia sempre portare e che non si
porta egli stesso, che fa in modo di non mai vivere se non della vita della sua anima
spirituale, che non cerca fra gli uomini il suo migliore amico; costui potrà dirsi: non vi è
gioia come quella che dà la saggezza.

132. Gli sventurati uomini! non si danno che alla pittura! E ciò in tutti i generi.

133. Allorché l’uomo va di buona fede nella saggezza, essa prende così bene cura di lui, che fa
volgere a suo profitto perfino i suoi vizi, ed è questa la vergogna e la punizione del malvagio.
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Ed è ciò che fa che l’uomo pervenga a sentire talmente le dolcezze che sono fatte per lui,
ch’egli non vuole più gustare altra cosa.

134. Sì, se l’uomo non morisse mai sarebbe sempre in istato di morire, poiché ciò che è vivente
non conosce neppure la morte. Ma anche, come ciò che è vivente non conosce la morte, così
ciò che è morto non conosce la vita.

135. Un tempo non amavo condurmi nelle passeggiate pubbliche tanto avevo l’inquietudine che
tutto il mondo mi guardasse. Ora, credo al contrario che nessuno mi guardi, e ciò fa sì che io
passeggi più arditamente. Ho cambiato ugualmente la maniera d’essere nella comunicazione
delle mie idee; un tempo temevo di dirne sempre troppo; ora sento che si può dire tutto. È
vero tuttavia che penso ancora talvolta alle misure della prudenza, ed all’osservazione dei
gradi per coloro che ascoltano. Ma sono su questo molto meno difficile che per il passato, e
sento che agli uomini bisogna dare per nutrirli, e per far loro nascere il gusto.

136. Uno dei movimenti d’allegria più vivi che abbia provato nella mia vita, è stato alla lettura di
una spiegazione dell’Apocalisse data da un gesuita italiano di nome Pastorini. La sua opera è
in tre volumi in 12°, ed è stata composta in inglese. Mi fu prestata dal Signor de Scé parente
dei Montbarey, da parte del maresciallo de Broglio. A proposito delle cavallette a faccia
d’uomo, che vanno a cavallo e che gettano fumo e fuoco, cap. 9, l’autore (Pastorini) dice:
Esse erano a cavallo, apparentemente per andare più presto. Esse erano nel numero di
duecento milioni ciò vuol dire molto. Esse gettavano fumo, fuoco, ecc. erano delle pistole e
delle carabine che sparavano, ma San Giovanni non poteva sapere ciò che era perché la
polvere da sparo non era ancora inventata nel suo tempo. L’amabilissimo Signor de Scé volle
far finta di dolersi del fatto che facevo così poco caso di un libro che aveva creduto dovermi
interessare maggiormente; lo assicurai, al contrario, ridendo a mia volta, che mai un libro mi
aveva fatto tanto piacere, e mi aveva causato tanta allegrezza; invero, mi smascellavo dalle
risa, ed egli non poteva dubitare di quanto gli dicevo.

137. Piangi, uomo, finché sarai vergine, e non troverai marito, ma procura anche di non prendere
che un marito con il quale tu possa rimanere vergine. Pensa che tutto consiste nei preparativi,
e dì incessantemente a Dio: apporrò il tuo nome su tutte le mie azioni affinché esse siano
buone. Ecco il mio compito.

138. Sono stato disgustato molto per tempo dalle spiegazioni scientifiche degli uomini; o per
meglio dire, non ve n’è mai stata una che abbia potuto trovare accesso in me; vi era in me
qualcosa che le respingeva naturalmente. E mi dicevo: Come gli uomini possono trovare
qualcosa in fatto di scienza? Essi spiegano la materia con la materia, di modo che secondo le
loro dimostrazioni si avrebbe ancora bisogno di una dimostrazione.

139. È stato molto dolce per me trovare nel mio Libro rosso9 , scritto vent’anni fa, questo
passaggio al n° 400, Prima della creazione visuale, ne è servita un’altra che non lo è. Questa
profonda verità che non potevo sviluppare allora mi è stata meravigliosamente chiarita e
provata dall’amico J. B.10 Il Signor de Buffon 11 ha anche voluto parlarci di questo
argomento nelle sue Epoche della natura; ma egli ha completamente grossolaneggiato, in
quanto per lui esiste la stessa sostanza e la stessa natura nei due regni, o nelle due epoche.
Questo Libro rosso è disseminato in tutti i miei scritti posteriori.

9
è un’opera giovanile risalente ai primi anni della sua iniziazione nell’Ordine degli Eletti cohen, composta
originariamente da 800 articoli dei quali oggi se ne conoscono solamente 479.
10
Si riferisce a Jacob Böhme.
11
Buffon Georges Louis Leclerc (1707-1788) Naturalista francese, precursore dell’evoluzionismo.
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140. Il duca de Bouillon presso il quale andai a passare quindici giorni nella sua terra di Navarra
nel 1780, è uno di quelli in cui ho trovato la maggiore giustezza di spirito, e di attitudine ad
afferrare le cose astratte. Vidi presso di lui la Signora Dubarry; e notai con quale affezione si
parlava a bassa voce in sua presenza; sebbene il suo regno fosse passato da parecchi anni, la
si trattava sempre da principessa e da favorita. Macdonald mio antico camerata era ospitato
presso il duca di cui era parente; vi era benvenuto perché il duca era, in effetti un eccellente
uomo; e soprattutto aveva una sensibilità molto grande; tuttavia vidi in lui un contrasto molto
sorprendente. Egli soffriva solamente a vedere sgozzare un pollo, ma ha assistito da capo a
fondo al supplizio di d’Amiens, perché questo d’Amiens era l’assassino del suo amico
intimo.

141. La mia anima dice talvolta a Dio: Sii talmente con me, che non vi sia assolutamente che te
che sia con me. E questa parola non è che la reale espressione di ciò che è stato in ogni
tempo il vero desiderio della mia anima.

142. Una donna chiamata Signora Bert... de Bl.... che veniva spesso in casa di mia zia, mi vi notò
nell’età della mia freschezza e nella giovinezza della mia figura. Siccome ero molto stupido
vicino alle donne, non trassi partito dalle sue cortesie, sebbene fossero abbastanza
significative. Un giorno mia zia volle averla a desinare e mi incaricò del biglietto d’invito.
Allorché arrivò mi disse: Scommetto che siete voi che avete scritto il biglietto che ho
ricevuto. Come lo sapete? le risposi. Voi non avete mai visto la mia scrittura. Oh, mi rispose
lei, il mio cuore me l’ha detto molto prima dei miei occhi. Questa insipidezza mi disgustò
talmente che non ho rimesso piede poi in casa di questa signora. Essa veniva sempre in casa
di mia zia, e mi faceva degli occhi che mi avrebbero sterminato se avesse potuto. Vent’anni
dopo questa scena ci rincontrammo faccia a faccia ad uno spettacolo; eravamo ciascuno in
palchi adiacenti, ed ebbimo nello stesso tempo la curiosità di vedere chi avevamo per vicini;
essa si ritirò come se avesse visto il diavolo.

143. La sorte non ha fatto tutta la mia vita che raschiarmi come una carota gialla per paura che
ricevessi qualche appoggio dalle cose di questo mondo che non sono in effetti che una
buccia. Mi ha raschiato nella fortuna, nei legami di famiglia, nei legami spirituali umani,
nella forza e la salute del mio corpo, nelle alleanze maritali che si sono offerte per me, negli
incarichi ed impieghi o dignità della società, nelle conoscenze di gradimento quali la
letteratura e la storia in cui avrei fatto dei progressi se avessi avuto degli emuli, nelle scienze
esatte che mi sarebbero state utili quanto gradevoli se questi stessi soccorsi non mi fossero
mancati; infine, vorrebbe raschiarmi anche nei vasti scopi che mi sono stati offerti e
nell’unione che mi necessita fare esclusivamente con essi. Sta a me di stare in guardia, e di
difendermi dai suoi colpi dopo essere stato così ben avvertito.

144. Ho trovato nel mondo degli uomini che ero dispiaciuto che fossero preti, perché ciò
impediva che io insegnassi loro a diventarlo.

145. Il mio primo soggiorno a Lione nel 1773, ‘74 e ‘75, non mi è stato realmente molto più
profittevole di quello del 1785. Vedi n° 106. Vi provai una ripulsa più marcata ancora di
quella del n°89. Ma era di un altro genere; era nell’ordine spirituale, mentre quella che provai
da mia zia era solamente dell’ordine terrestre, non conoscendone altro allora. Nondimeno
queste repulse non sono mai cambiate né l’una né l’altra; e le loro radici non hanno fatto che
mostrarsi di più; oso anche credere che la via di Lione, vedi n° 106, è stata una ramificazione
di questa radice. È tuttavia al momento di questo primo soggiorno a Lione che ho sviluppato
e messo su una stessa linea le istruzioni che avevo ricevuto a Bordeaux; e questo lavoro mi
ha esercitato alle luci dello spirito e del ragionamento; ma l’azione vi mancava talmente
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tanto da parte mia, che da quella dei miei colleghi che non ho fatto allora i veri profitti che
avrei desiderato, e che sono realmente i soli che si contano.

146. Vorrei tre cose. 1° Che l’uomo non dimenticasse mai che vi è un’altra luce che l’elementare, e
di cui questa non è che il velo e la maschera (verità che mi è venuta un giorno andando da
Beauvais-sur-Cher, alla mia casa d’Athée, e che mi è stata magnificamente confermata poi
dal mio amico J. B). 2° Che l’uomo si persuadesse che nulla può e deve impedirgli di fare il
proprio lavoro. 3° Che sentisse che ciò che l’uomo sa meglio, è ciò che non impara.
Ho venduto questa casa d’Athée che mi era venuta in eredità da mia madre. Potrei trovare nel
nome di questa casa, nella vendita che ne ho fatto, alcuni accostamenti col mio destino e con
il genere spiccato d’opposizione che mi ha dominato; ma questi cenni sarebbero troppo
leggeri perché mi fosse permesso di fermarmici a lungo. Mio padre ha abitato questa casa per
parecchi anni, e ne ha fatto un altro uso di me; la sua anima dolce vi ha goduto dei piaceri di
un soggiorno gradevole. Quanto a me, vi ho molto goduto nella mia infanzia, giocandovi
molto con il piccolo Bernardo, figlio del mezzadro o fattore che si chiamava il vecchio
Jacques, il quale, mi ricordo, non si sedeva mai che dicendo: Addio giovinezza. Vi ho goduto
anche molto vivamente nella mia adolescenza, leggendovi un giorno in un prato all’età di 18
anni i Principi del diritto naturale di Burlamaqui. Provai allora una sensazione viva, e
universale in tutto il mio essere, che ho guardato poi come l’introduzione a tutte le
iniziazioni che mi aspettavano.

147. I piccoli pesci si lasciano facilmente prendere all’amo, essendo ancora aperti solamente
all’incanto ed all’attrattiva dell’esca. I vecchi pesci lo sono inoltre all’esperienza, perciò si
prendono più difficilmente all’amo. Ho visto questa verità compiersi per coloro che sono
ancora novizi nelle cose spirituali; non sono sensibili che agli incanti, e non sanno difendersi
dagli errori che ne sono il nocciolo.

148. Ciò che dovrebbe essere il vero merito della giovinezza, sarebbe ch’essa ha più tempo
davanti a lei per per (sic) procurarsi una miglior sorte nell’ordine della verità. Ciò che
dovrebbe fare il vero merito della vecchiaia, sarebbe che lei si è in effetti assicurata già
questa migliore sorte che deve fare l’ambizione della giovinezza. Ecco ciò che avrei voluto
praticare ed ottenere.

149. Quand’è che mi sono sentito di non temere nulla, nei cieli, sulla terra e negl’inferi? Allorché
ho temuto il peccato.

150. Il nemico ha avuto un bel fare, la mia parola è venuta al mondo malgrado lui, ed essa gli sarà
un giorno abbastanza importuna perché se ne affligga, come lo farà di tutte le parole vere che
si saranno ingenerate sulla terra; è questo che fa la mia consolazione, poiché noi veniamo
tutti alla vita terrestre solamente per questo sublime e magnifico scopo, e coloro che
l’avranno raggiunto devono attendersi delle ricompense, perché tanto le parole vere
peseranno sul nemico, tanto esse soddisferanno il principio di ogni verità, ed egli non
chiederà di meglio che di ripagare coloro che avranno esteso il suo regno.

151. Nella mia giovinezza, allorché sentivo tutti sia nelle case, sia nelle strade parlare insieme per
dolersi tutti gli uni degli altri, per discutere su dei frivoli motivi d’interesse, e mormorare
tutti contro l’ingiustizia, mi dicevo: bisogna sicuramente che vi sia un segreto generale ed
una legge nascosta che metterebbe tutti gli uomini d’accordo se conoscessero questo tesoro;
poiché non vedo le bestie agitarsi così, e manifestare così universalmente la loro
inquietudine. In un’età più avanzata, ho avuto la soluzione di questo problema, ed è questo
problema risolto che ha fatto la felicità della mia vita .
Talvolta quando vedevo tutti agitarsi incessantemente e tentare di provare con i loro discorsi,
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con i loro movimenti, e con i loro gesti stessi che avevano ragione, mi dicevo: è sorprendente
che dal tempo che gli uomini dimostrano tutti e ad ogni passo, vi siano tuttavia così poche
verità fra essi.

152. Se non si è completi nell’intelligenza, nelle luci, nelle conoscenze, nei doni della parola, e
nelle opere, non bisogna presentarsi davanti agli uomini, poiché siccome essi mancano di
tutto, non vi aiuteranno con facilità in tutte queste cose, e vedranno solamente ciò che vi
manca e non ciò che avete; è un’idea che mi è venuta dopo alcuni abboccamenti con i due
Segur figli del maresciallo, ed aventi tutti e due molto spirito. 1788.

153. Durante il ministero del Signor de Montbarey mi sarebbe stato molto facile avere la croce di
San Luigi, se avessi saputo approfittare della buona volontà che avevano per me sua moglie,
sua figlia la principessa di Nassau, e sua sorella, la contessa de Coaslin; ma al primo rifiuto
ch’egli fece di farmi avere un rilievo per l’interruzione dei miei servizi, desistetti; quando fu
uscito dal ministero io gli riparlai di ciò, ed egli mi tenne un linguaggio tutto differente.
Quando sono stato nell’umano ho talvolta rimpianto questa bagattella; perché sapevo ch’essa
è niente quando la si ha, e che è tutto quando non la si ha (il che è comune a tutte le cose di
questo mondo), ma quando sono stato ragionevole non vi ho neppure pensato; e quando sono
stato giusto mi sarei biasimato d’averla accettata poiché non l’avevo guadagnata.
La d. d. B.12 ha voluto pure fare un tentativo a questo proposito allorché ebbe l’idea di farmi
suo scudiere; ma il ministro Puységur vi rimediò.

154. Per la ragione che Dio vuol’essere il solo ad aver relazione con me per l’istruzione, egli
vuol’essere il solo con il quale io abbia relazione per la comunicazione, e la fiducia.

155. Se è per la mia debolezza naturale che non ho progredito tanto quanto avrei dovuto nella mia
carriera, è anche per il potere segreto ma dominante della persona che è stata il motore
universale della mia vita. Non avrei potuto progredire senza divenire estraneo al mondo (in
tutta l’estensione del termine) e forse ugualmente estraneo a questa stessa persona; ora
siccome in ogni momento posso dovergli le mie cure e i miei giorni, mi sono spesso fermato,
per essere in grado di potergli rendere ciò che gli devo. Nessun altro essere sulla terra
potrebbe farmi fare una simile combinazione.

156. Nella mia giovinezza essendo in campagna presso mia zia con un musicista chiamato
Quentin ch’essa mi aveva dato per maestro di violino, mi venne in mente di comporre una
sinfonia, sebbene non avessi nella mia vita appreso la composizione. Non poteva essere che
una raccolta di errori, ed in effetti non era altra cosa. Il musicista Quentin al quale la mostrai
e che era buon compositore non potè leggerne due battute senza buttarla via. Volevo tuttavia
che mi rendesse conto degli errori che vi trovava, mentre per rendere questo conto avrebbe
dovuto necessariamente cominciare con lo studiare sei mesi di seguito, prima di conoscere le
basi e i principi sui quali doveva appoggiarsi. Io ho riconosciuto in mille occasioni della mia
vita, che tale era il procedere della maggior parte della gente di mondo, e degli ignoranti; e
poi essi si irritano quando non li fate capire. È soprattutto nel mio oggetto che questo falso
procedere è contrariante per colui che è un po’ al corrente. Perciò mi sono detto spesso che è
una grande scienza saper fare le domande.

157. Nel collegio di Pontlevoi dove ho studiato si dava in proprio alla fine della seconda (classe)
le due croci che erano servite da ricompensa momentanea durante le classi precedenti. I due
scolari che le riportarono allora nella mia classe, furono uno chiamato Gautier di Tours, ed
uno chiamato Douat di Saint-Jean-de-Luz. Io mi trovai a salire nella retorica,

12
La duchessa di Bourbon.
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immediatamente dopo loro due; è questo posto d’approssimazione che è sembrato essere il
mio in tutte le altre occasioni della mia vita.

158. Ho sentito perché l’uomo cieco aveva delle inquietudini sebbene avesse la vita in lui; è
ch’egli non può persuadersene, tuttavia se si applicasse ad istruirsi dei principi delle cose,
vedrebbe quanto la conoscenza del resto gli diverrebbe semplice e familiare, poiché dopo
aver conosciuto l’esistenza di questi principi, perverrebbe a conoscerli nel loro movimento, e
nel loro gioco, il che è la sola cosa che sia la vera scienza.

159. Ho detto nel Libro rosso al n° 260, Egli nasce sempre. Allorché scrissi ciò venticinque anni
fa non ne avevo che il sentimento; da allora ne ho avuto la prova, e la convinzione.

160. Sarebbe una gran sventura per l’uomo, che dopo essere passato attraverso le miserie della
vita, ciò fosse ancora da ricominciare, e tale è la sorte di coloro che si credono al loro posto
su questa terra. Poiché chi è che sarà abbastanza forte per avere così toccato questo fango
senza sporcarsi? Ecco la mia dottrina profonda.
13
161.

162. Mio padre non avendo potuto spegnere in me il gusto che avevo per gli argomenti profondi,
cercò verso i miei trent’anni di darmi degli scrupoli sulle ricerche nelle verità religiose le
quali devono essere tutte di fede. Mi impegnò a leggere un sermone del padre Bourdalouë nel
quale questo predicatore provava che non bisognava ragionare. Io lessi il sermone, poi
risposi a mio padre: è ragionando che il padre Bourdalouë ha voluto provare che non
bisognava ragionare. Mio padre serbò il silenzio, e non è ritornato poi alla carica.

163. È molto chiaro che gli uomini devono essere guidati, e che essi hanno soltanto i loro occhi
per condurli; è per questo che vi è solamente la scienza falsa che dà l’orgoglio, perché non vi
è che essa che allontana dal principio, e nella quale gli uomini si guidano da sé.

164. Essendo ancora giovane dicevo alla mia matrigna: voi intendete parlare di me senza che io
possa dirvi ancora in quale genere sarà. Essa mi ricordò queste parole allorché nel 1791,
l’Assemblea nazionale fece una lista di coloro fra i quali sarebbe stato scelto un governatore
per il principe reale, e che io mi trovai non so come su questa lista; poiché sicuramente non
l’avevo cercato, e quest’idea non era potuta venire che a qualcuno che ignorava quanto io
fossi poco adatto ad un simile posto.

165. È a Lione che ho scritto il libro intitolato: Degli Errori e della verità, l’ho scritto a Lione.
L’ho scritto per oziosità, e per collera contro i filosofi. Fui indignato nel leggere in
Boulanger che le religioni avevano preso origine solamente nella paura causata dalle
catastrofi della natura. Scrissi subito una trentina di pagine che mostrai al circolo che istruivo
presso il Signor Willermoz, e mi si impegnò a continuare. Esso è stato composto verso la
fine del 1773 e l’inizio del 1774, in quattro mesi di tempo, e accanto al fuoco della cucina,
non avendo una camera in cui potessi scaldarmi. Un giorno pure la pentola con la minestra si
rovesciò sul mio piede, e lo bruciò abbastanza fortemente.
È a Parigi, parte presso la Signora de Luzignan al Lussemburgo, parte presso la Signora de
La Croix che ho scritto il Quadro naturale, su istigazione di alcuni amici. È a Londra ed a
Strasburgo che ho scritto L’Uomo di desiderio su istigazione di Tieman. È a Parigi che ho
scritto Ecce homo secondo una nozione viva che avevo avuta a Strasburgo. È a Strasburgo
che ho scritto Il Nuovo uomo su istigazione del caro Silverielm anziano elemosiniere del re

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Questo articolo è stato cancellato interamente dall’autore. Di esso sono rimaste leggibili soltanto alcune parole.
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di Svezia, e nipote di Swedenborg. Ho preso l’epigrafe di ciascuna di queste opere in quella
che precedeva la loro pubblicazione e se ne pubblico altre, seguirò probabilmente
quest’usanza.

166. Mai un poeta di professione può ascoltare, bisogna sempre ch’egli parli e che non vi lasci
altri sensi che quello dell’orecchio tanto è abituato a farsi ascoltare. È un’osservazione che
ho fatto presso il visconte di Segur ascoltando l’abate di Lilla che è veramente un poeta
considerevole. Ho più conosciuto là la specie poetica in due ore di tempo di quanto ne avevo
conosciuto in tutta la mia vita.

167. Dopo il duca de Choiseul, è Grainville, primo capitano dei granatieri nel reggimento di Foix,
che è stato lo strumento della mia entrata nelle alte verità che mi necessitavano. Era il 1765,
qualche giorno dopo il mio arrivo nel reggimento. Io non ero molto digiuno, egli mi distinse
tra i miei camerati, e venne da me sulla piazza del Chateau-Trompette. Mi fece alcune
domande alle quali risposi del mio meglio secondo le deboli conoscenze che avevo; fu
contento nondimeno, ed in pochi giorni, mi si aprì tutte le porte che potevo desiderare.
Champoleon, capitano nello stesso reggimento era più istruito di Grainville, ed avrebbe
potuto essermi più utile di quanto non mi è stato se non si fosse creduto obbligato a velarsi
ed a farmi metter fuori la lingua. Non vi era zelo così vivo, e così puro quanto il mio. Se
Martinez de Pasqualis che era il maestro di tutti noi avesse voluto conoscermi, mi avrebbe
condotto diversamente da come ha fatto, ed avrebbe fatto di me un altro soggetto, sebbene
tuttavia abbia per lui degli obblighi inesprimibili, e ringrazio Dio tutti i giorni d’aver
permesso ch’io partecipassi, sebbene in piccola misura, alle luci di quest’uomo straordinario
che è stato per me il solo uomo vivente, di mia conoscenza, con cui non abbia girato a vuoto.

168. Ho sentito che sarebbe bene chiedere i doni e le conoscenze solamente a misura che se ne ha
bisogno, perché allora è la natura e non la volontà umana che ci dirige; perciò ci è detto che
dobbiamo procedere solamente con la volontà del nostro capo, e che non bisognerebbe mai
scrivere, parlare, agire senz’ordine.

169. Perché tutti gli uomini non lavorano per conoscere e sentire la semplicità delle leggi
immutabili con le quali tutto è governato! Perché non le rispettano abbastanza da temere
sempre di snaturarle e di corremperle, sicuri di non poter trovare fuori di esse che la
confusione! Sì, bisogna che l’uomo sia un grande mostro, egli era stato scelto per ristabilire
l’ordine, ed è lui che ha messo e mette il disordine dappertutto.

170. I principi che mi sono stati dati mi hanno così ben servito che posso dire di non aver perduto
delle cause sui miei grandi oggetti, se non quelle che non ho difeso, sebbene tuttavia tutte
quelle che ho difeso non le ho vinte per questo, perché ve ne sono state alcune di cui il
successo è stato incerto, ed altre di cui non ho prodotto niente del tutto; ma in nessuna sono
stato obbligato a indietreggiare, e sebbene le mie idee trovino sempre da diffondersi e di
procurarsi un titolo con tutte le persone che mi fanno l’onore di voler intrattenersi con me,
queste stesse idee non sono mai cambiate in questo attrito e vi si sono spesso grandemente
confermate; devo molto in questo genere particolarmente, al marchese de Luzignan, al curato
di Saint-Sulpice Tersac, al maresciallo de Richelieu, al duca d’Orleans-Egalité, al medico
Brunet, al cavaliere de Boufflers, al Signor Thomé, tutte conoscenze che non sono durate che
un momento, e non sono state che dei brevi passaggi.

171. Andavo verso il 1780 a La Faleize a casa del Signor de Tournis con le due signore Ainslies
sorelle dell’ambasciatore d’Inghilterra a Costantinopoli che avevo conosciute a Bordeaux,
con il poeta Roucher, ed una giovane e bella donna Signora Pergaux ed un signore di cui ho
dimenticato il nome. Fui incantato dalla bellezza del luogo; feci dei versi, essendo
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elettrizzato dall’atmosfera del poeta. Ma il padrone di casa, ben lungi dal sospettare il mio
genere d’occupazione, e la libertà del mio cuore, mi credette l’amante della giovane donna
che non avevo mai veduto, e di cui egli stesso divenne innamorato. Ciò mise tanta freddezza
nelle sue maniere a mio riguardo che sebbene l’abbia incontrato poi parecchie volte a Parigi,
eravamo come due estranei. Ciò che mi colpì maggiormente nella sua terra, sono la mummia,
le iscrizioni dei boschetti, e soprattutto il desinare improvvisato nella piccola capanna,
davanti ad una fontana a cascata dove mi sorpresi le lacrime agli occhi.

172. Nel 1768, essendo di guarnigione a L’Orient ebbi un sogno che mi colpì. Ero nei primi anni
dei miei grandi oggetti, ed è a L’Orient stesso che ne avevo avuto le prime prove personali
leggendo un libro di matematica. La notte vidi un grosso animale rovesciato per terra
dall’alto degli spazi da un gran colpo di frusta; vidi poi un altare che io presi per essere
cristiano, e sul quale vidi quantità di persone passare e ripassare con precipitazione, e come
volendo calpestarlo. Mi risvegliai con molta afflizione di ciò che avevo visto; ed il seguito
della mia vita mi ha insegnato quanto gli avvenimenti che mi sono accaduti poi hanno l’aria
d’essere la conferma di questo sventurato sogno. Tuttavia è solamente una prova, e non un
decreto. Ho le mie ragioni per pensarla così. Era l’annuncio del rovesciamento della Chiesa.
Vedi il n° 834.

173. Non ho cessato di dire ad alta voce ciò che mi mancava per avanzare nella mia opera e per
completarla; ma non ho quasi trovato che della gente che invece di aiutarmi ad acquistare ciò
che non avevo, si facevano una virtù di contestarmi ciò che avevo.

174. Una delle mie persuasioni è stata che per avere il permesso di parlare, bisognava aver
passato quindici anni sul ventre, e nella polvere. Poiché è là che l’uomo apprende la grande
scienza di non aver fretta, quanto egli si eleva quando è umile e semplice, e quanto è forte e
felice quando contempla solamente dall’alto la regione inferiore, e che non può più pensare
che è quaggiù.

175. Uomo, mi sono detto talvolta, tu hai delle pene, ed hai il potere di pregare il tuo Dio! Ma
nello stesso tempo mi dicevo: Come gli uomini non avrebbero delle pene, poiché tutte le loro
cure non tendono che a dispensarli dal pregare il loro Dio?

176. Il Signor de La Mardelle, fratello della Signora Duvau, procuratore del Re al tribunale di
prima istanza di Tours, lo stesso che invogliò mio padre a farmi entrare nella magistratura,
sebbene vi fossi così poco adatto, volle a lungo poi impegnarmi a prendere un posto nel
Consiglio sovrano del Port-au-Prince di cui era divenuto procuratore generale sotto il
ministero del duca de Schoiseul. Seppi i progetti vicini a colui che lo dirigeva, li seppi dal
mio primo educatore14 che allora era a San Domingo dove è morto nel 1774. Risposi a La
Mardelle che dopo che ci eravamo conosciuti, avevo fatto alcuni passi nella carriera delle
decisioni, e che sebbene mi rimproverasse nella sua lettera di restare a non far niente in
Europa, avevo appreso che vi era ancora un’altra maniera d’essere utile agli uomini che
quella di giudicarli, di spremerli, o di ucciderli. Non furono i suoi progetti secondari che mi
fecero scrivere così, fu l’effetto delle mie grandi persuasioni che mi dominavano già da
lungo tempo. Nel 1785 questi progetti secondari si ripresentarono con il concorso della
Signora d’Alzac, ma senza maggiori successi.

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L’autore si riferisce a Martinès de Pasqually.


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177. Non ho visto nulla fra gli uomini che non mi dimostrasse la verità del loro principio, ma è
sullo scopo che essi s’ingannano. Tuttavia vi è una proporzione continua tra l’accrescimento
delle forze spirituali dell’uomo, e gli ostacoli successivi ai quali egli è esposto; ma siccome
non mette le sue forze a profitto, e gli ostacoli seguono costantemente la loro progressione
crescente, egli è vinto. Con chi lamentarsene?

178. Il mio crimine agli occhi degli uomini è stato di aver compreso. Questo crimine mi è stato
vivamente rimproverato, particolarmente da coloro che non comprendevano. Alcune donne
soprattutto sono state in questo genere le mie più grandi avversarie, esse erano per me come
altrettanti Saturni che spiavano i miei parti alfine di divorare tutti i miei figli, in maniera che
ero obbligato a ricorrere alle astuzie per generare. D’altronde le donne essendo comunemente
più legate al sensibile dell’uomo, quando hanno sentito, credono che hanno compreso, e la
verità stessa è obbligata a tacere ed a nascondersi davanti alle loro tenebre. Ma tutti i miei
Saturni avranno un bel fare, la mia preghiera è nata malgrado i loro giudizi, e un giorno essa
giudicherà i loro giudizi stessi, con loro grande dispiacere.

179. Alcuni anni fa dopo una cerimonia religiosa di cui mi ero sforzato di approfittare per la mia
purificazione, mi trovai gli occhi così netti che in meno d’un quarto d’ora, commisi cinque o
sei colpe che non mi sarebbero sembrate nulla in un altro momento, ma che allora mi
sembrarono gravi e contrarie alla carità che dovrebbe sempre animarci. Una di queste colpe
fu verso un povero nella Chiesa di San Rocco. Le altre furono in casa della Signora de Saint-
Martin la magnetizzatrice, presso la quale arrivò La Signora de Fourqueux con cui volevo
evitare le questioni e le conversazioni filosofiche, per averne avute già parecchie volte con
lei molto inutilmente. Era colpa mia, se era così ardente. I miei primi scritti ne erano la
causa; poiché siccome essi sono stati fatti senz’ordine, non devo lusingarmi ch’essi siano
stati sempre secondo la misura. Questa signora de Fourqueux, si rivolgeva, in effetti, a tutti,
all’abate Rozier, a Willermoz, a Cazotte, a D’Hauterive, ai Luzignan, e ci metteva
incessantemente in panna gli uni davanti agli altri, o piuttosto sembrava davanti a ciascuno
lagnarsi di tutti, alfine di esercitare la fiducia o la voglia di parlare in colui con il quale essa
parlava da ultimo.

180. Lo spirito è per la nostra anima, ciò che i nostri occhi sono per il nostro corpo. Se non
avessimo che lo spirito, noi non saremmo nulla, così come senza la vita dei nostri corpi, gli
occhi ci sarebbero inutili; le statue hanno pure gli occhi, ma non ne approfittano per questo,
poiché non hanno la vita.

181. Dio permette talvolta che noi ascoltiamo i nostri pregiudizi, allorché sa ciò che vi sarà dopo
per aspettarci. Io lasciai così prontamente l’incarico che La Mardelle mi aveva fatto
assumere, solamente per non avere l’imbarazzo e la vergogna di apparire in uomo di toga
davanti al reggimento di Chartres che veniva in guarnigione a Tours; senza questa
circostanza, e senza questa puerilità sarei rimasto per debolezza in uno stato che aborrivo,
che non mi conveniva sotto alcun rapporto, e nel quale non avevo alcuna conoscenza, e non
potevo sperare d’acquisirne. Se vi fossi rimasto, non avrei preso lo stato del servizio militare,
non sarei andato a Bordeaux, e non avrei intrapreso la carriera che sola poteva fare la mia
felicità in questo mondo. Vedi il n° 82, e 167.

182. È dal fondo del mio essere che mi sono detto spesso, che noi ci lusingheremo invano di
riuscire in qualunque cosa, se prima non prendiamo la precauzione di pregare.

183. Il senso assolutamente falso mi ha accorato meno del senso per metà vero, perché questa
metà vera impediva l’altra di rettificarsi.

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184. Ho avuto molti piaceri nella famiglia Burdin a Tours. Mi si è colmato di bontà e di amicizia.
Il padre era un uomo di molte letture e di conoscenza, ma in nessun modo nel genere che mi
ha dominato. I disastri accaduti nella loro casa per i disordini del figlio maggiore mi hanno
portato un colpo mortale portandomi via una compagnia preziosa per me. La figlia, Signora
de La Mardelle, era un modello di buona educazione, e d’amabilità. Non dimenticherò mai
che essendo presso di lei a Reugny con sua sorella, suo marito ed alcuni altri, si fece una
passeggiata a cavallo, dove le sfuggì una parola che divertì molto la compagnia; che da lì
andammo per prendere del latte in un podere vicino, e che sebbene amassi prodigiosamente il
latte, rifiutai di prenderne, e mentii dicendo che non l’amavo, il tutto, perché mi accorsi che
non avevo soldi in tasca, e perché credevo che stava a me di pagare.

185. Gli uomini hanno creduto che fosse un cattivo movimento che mi tratteneva così spesso di
parlare loro della saggezza, mentre ciò derivava solamente dalla mia paura che non se ne
fosse degni; ed ho una tale idea della sublimità di questa saggezza che presumo che la strada
che vi conduce non possa esser loro sviluppata in tutta la sua profondità, ed ancora meno
divulgata alla moltitudine.

186. Avevo ricevuto dalla natura un genere di spirito che avrebbe preso in tutto ciò che si sarebbe
voluto, tanto più che la mia anima non volendo che il bene non avrebbe offuscato in nulla il
mio spirito, ma gli uomini e le circostanze si sono riuniti a gara perché io non prendessi
nulla; e invero, senza i colpi di forza che la Divinità ha dato al mio destino, sarei stato
l’uomo più nullo, più ignorante, e più insignificante di tutta la terra, sebbene con grandi
disposizioni per essere altra cosa.

187. Uno dei tiri di colui che non ha cessato di combattermi, è quanto mi accadde a Strasburgo nel
1791. Erano tre anni che vedevo tutti i giorni la mia amica intima; noi avevamo avuto da
lungo tempo il progetto di abitare insieme, senza aver potuto eseguirlo; infine l’eseguimmo.
Ma in capo a due mesi, bisognò abbandonare il mio paradiso, per andare a curare mio padre.
Il tafferuglio della fuga del Re mi fece ritornare da Lunéville a Strasburgo dove passai ancora
quindici giorni con la mia amica; ma bisognò giungere alla separazione. Io mi raccomandai
al magnifico Dio della mia vita per essere dispensato dal bere questa coppa; ma lessi
chiaramente che sebbene questo sacrificio fosse orribile, bisognava farlo. E lo feci versando
un torrente di lacrime. L’anno seguente a Pasqua, tutto era combinato per ritornare presso la
mia amica, una nuova malattia di mio padre venne ancora come al momento buono, ad
arrestare tutti i miei progetti. Mi ricordo che essendo in collegio dove prendevo gusto nei
miei piccoli studi, mio padre me li fece interrompere in capo a sei mesi e mi fece ritornare
per farmi fare un abito. Sebbene l’interruzione non fosse che di quindici giorni, essa spezzò
tuttavia abbastanza il mio andamento, perché non ho mai potuto riprenderlo poi, con il gusto
e l’incanto che vi trovavo prima. La mia vita intera non è stata che un seguito di simili
rotture; e ciò sarà lo stesso finché avrò vinto completamente, e che il mio congiungimento
cominciato sia perfetto; allora la ruota del mondo e delle sue potenze non mi trascinerà più
sebbene io sia ancora nel mondo.

188. Dio mi ha fatto sentire ch’egli ama solamente coloro che si amano abbastanza da sacrificare
tutti i loro giorni, e tutti i loro momenti alla cura del loro essere, e che stimano tanto la
nobiltà della loro esistenza spirituale divina, da non darsi per tutti i tesori di tutti gli universi.
Ma quante volte ho dimenticato questa subblime verità! Quante volte non mi sono dato per
delle vanità, e per niente!

189. Non è difficile riconoscere che i mali della natura sarebbero tanto giustamente delle semplici
apparenze per noi, che se fossimo fedeli alle nostre misure, guarirebbero con delle semplici
diete, invece di quei rimedi violenti che siamo obbligati tutti i giorni ad impiegare. È
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un’esperienza che ho fatto parecchie volte.

190. Allorché ho avuto la ventura di fare qualcosa, non sono stato sorpreso di nulla; è quando non
si fa niente che si è sorpresi di tutto.

191. Quando ho avuto la ventura di perseverare qualche tempo nella saggezza, sono pervenuto
presto al punto d’essere per gli altri uomini, come una nazione a parte, e che parla una lingua
straniera; provare a farsi ascoltare da essi è perciò allora una fatica inutile da prendere; ecco
perché gli uomini che si occupano della verità divengo così facilmente degli anacoreti.
Ne è ugualmente delle false affezioni di cui la specie umana è la preda, e che le impediscono
di elevarsi alla regione libera e viva; gli uomini sono quasi tutti come quegli insetti rinchiusi
nella pania o nelle gomme, ed in quei fossili trasparenti che s’incontrano nella terra. È
impossibile ch’essi si muovano, e che li si tragga dalla loro prigione.

192. Scrivendo, come ho fatto, parecchi pensieri staccati, mi sono giustamente detto che non
dovevo contare d’aver fatto con questo una produzione durevole, perché i pensieri staccati
sono pressappoco come dei pensieri perduti. In effetti i pensieri staccati non convengono che
agli spiriti molto deboli, o agli spiriti molto forti. Ma per coloro che sono tra questi estremi,
servono delle opere ben concatenate che li nutrano, li riscaldino, e l’illuminino ad un tempo.
E questi vantaggi sebbene possano esserci nei pensieri staccati, vi si trovano tuttavia in una
maniera troppo concisa perché la massa possa trarne una sussistenza sufficiente.

193. Il genere di spirito che ho amato maggiormente è quello delle persone che hanno del gusto
per le dimostrazioni. Ma sfortunatamente non ho quasi visto che della gente che si
contentava di asserzioni, che raccoglieva qua e là alcuni teoremi, e poi veniva a ripeterli con
un’aria di fiducia e di superiorità che faceva male; è soprattutto nel mio oggetto che ho visto
con dispiacere molte persone seguire questo procedere; e siccome esse mancavano di
dimostrazioni, non potevano pesare i teoremi che avanzavano, e professavano delle
bestemmie con tanta sicurezza quanto una verità la più sacra. Ciò è stato per me un grande
supplizio.

194. Nel 1788, andavo con un degnissimo mio amico, Signor de Kacheloff, a Montbeliard presso
la Signora duchessa de Wirtemberg che avevo conosciuto precedentemente a Parigi. Essa ci
trattò come aveva trattato il granduca di Russia suo genero. Durante i due giorni che vi
fummo, non si cessò di festeggiarci. Mi ricorderò per tutta la mia vita la colazione che
facemmo tutti e tre nella grotta del castello d’Etupes. Vi provai un sentimento così puro, ed
una commozione così viva che non potetti impedirmi di piangere. Siccome non si possono
avvicinare le grandezze reali senz’essere titolati, la duchessa mi faceva conte tutte le volte
che mi parlava; allora io dicevo gaiamente al mio compagno di viaggio: bisogna sicuramente
che noi siamo degli imperatori travestiti, dalla maniera con cui ci trattano.

195. Una delle ragioni che ha assecondato gli ostacoli matrimoniali per me, è stato di sentire che
l’uomo che resta libero non ha da risolvere che il problema della sua propria persona; ma che
colui che si sposa ne ha da risolvere uno doppio.

196. Io sono stato nemico della scienza poiché amavo gli uomini, e li vedevo traviati da essa ad
ogni passo. I dottori, al contrario divengono nemici e rivali degli uomini a causa della
scienza che considerano solamente sotto i colori dell’orgoglio e dell’ambizione terrestre.

197. Sono stato a lungo a convincermi che vi fossero più gradini nell’interno dell’uomo, e spesso
mi sono creduto (in esso) inoltrato mentre non ne ero ancora che alla superficie; ignoravo
allora ciò che ho sentito poi, cioè che non siamo niente finché il fuoco non è acceso perfino
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nel nostro centro.

198. È una cosa che mi è stata dimostrata, che le verità sono di parecchi ordini, io ne ho ricevute
che non potevo dire a nessuno, ne ho ricevute che potevo dire ad alcuni, ne ho ricevute che
potevo dire a parecchi, ne ho ricevute che potevo dire a molti, ne ho ricevute che potevo dire
a tutti.

199. Ero in un grande errore allorché credevo che vi fosse una posizione che io dovessi preferire
ad un’altra, e che credevo più adatta a rendermi felice. Era senza dubbio, perché la guardavo
come vera e sicura, ma come potevo averne quest’idea senza abbandonarmi all’illusione,
poiché questa posizione è stata sempre nella regione apparente, come tutte le altre posizioni?

200. Una delle cause che mi ha ritardato nella mia opera, è stata una considerazione fondata
sull’indole del mio essere che sapevo estremamente misero, e non essendo capace di nulla
per le poche forze che la natura mi ha dato. Ho sentito che se volessi risolvere risolutamente
la cosa con i miei sforzi, mi lascerebbero facilmente per strada prima di coglierla, o non
saprei conservarla dopo averla ottenuta; sono dunque stato obbligato a rassegnarmi all’attesa
ed alla pazienza con me stesso, a dirigere le mie vedute, la mia condotta, i miei movimenti di
ogni genere perché il grande Essere facesse egli stesso questa cosa in me, infine ad impormi
per prima ed universale opera di non porre in me degli ostacoli a questa opera, vale a dire, di
concentrarmi e rendermi passivo affinché la cosa stessa mi trasformasse in sua attività.
Poiché è questo il solo modo con cui questa cosa attiva può in effetti essere durevole in me e
perseverante. È forse perciò con questa intenzione che mi si è fatto così debole, e così
misero, affinché tutta la gloria appartenesse alla sorgente alla quale appartiene tutta la forza.

201. Ho sentito che l’uomo può elevarsi fino a Dio; ed ho visto che comunemente le donne si
elevano solamente fino all’uomo, e che è per questo che bisogna tanto condurle con il
sensibile e con l’esteriorità, per sostenerle nella carriera, ed alimentare la loro religione; il
mio venerabile Böhme me ne dà chiaramente la ragione, dicendomi che nessun essere si
eleva al di là di sua madre.

202. Vi sono parecchie probabilità che il mio destino è stato di farmi delle rendite in anime; se
Dio permette che questo destino si compia, non mi lamenterò della mia fortuna, perché
questa ricchezza ne vale molte altre.

203. Per un uomo qualunque passo facilmente per uno che non ha spirito; ma per nessuno passo
per uno che ha lo spirito sinistro; poiché vi sono delle basi alla portata di tutti, e secondo le
quali ciascuno può rettificarsi secondo le sue misure; ma disgraziatamente, chi sa resistere
alla ruota che trascina il nostro spirito?

204. Uno degli uomini più pieni dello spirito evangelico che io abbia trovato nella mia vita è
l’abate Pépé, che ho visto a Napoli; quest’uomo è veramnte un angelo per la virtù e la
dolcezza. Egli aveva per amico un nobile genovese della famiglia dei Grimaldi; questo
nobile genovese era nato a Napoli e vi era rimasto sotto il semplice nome di don Gioacchino.
Aveva 70 anni, ed aveva passato la sua vita nella pietà più austera, avendo dato tutti i suoi
beni ai poveri, e vivendo egli stesso come l’ultimo dei poveri; sempre in preghiere, e in
opere, poiché la sua preghiera era efficace. Riceveva l’elemosina, ma non la chiedeva mai, ed
anche quando gli si presentavano alcuni aiuti, li accettava solamente secondo che gliene era
dato un ordine diretto dalla sua guida. Egli ha molto scritto, ma era un linguaggio
napoletano, e differente dal buon italiano che non avevo mai saputo se non molto
imperfettamente. Annunciava dei grandi avvenimenti, ma non si spiegava affatto su questi,
né in generale sulla sua dottrina, eccettuato con la sua virtù e con la sua condotta. Don Diego
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Nazelli siciliano, cavaliere di Malta, al servizio del re di Napoli era pure di questa società.
Willermoz l’aveva posto alla testa della sua cara massoneria in questa contrada; ma siccome
non aveva alcun filo di Arianna in questo labirinto, non sapeva comportarsi nel posto che gli
si era dato. Ma tutti questi uomini erano così eccellenti che ho respirato vicino ad essi le
migliori influenze. Il Vesuvio, Polsillipo, la grotta del Cane, il lago Agnano, Pozzuoli, Veio,
Cuma, Pompei, Ercolano, Caserta dove ho visto il famoso pittore Hakertz, l’istituto cinese, la
società dei nobili dove intravidi il barone de Collowrath che La Chevalerie mi aveva
presentato a Parigi, il Museo di cui il direttore era anche della società dell’abate Pépé, il
cavaliere de Réquésens che era un ricercatore nel mio affare, ecco i principali oggetti che
sono rimasti nella mia memoria, e che mi hanno molto interessato. Se mi ritorna (alla mente)
qualcosa su questo paese, lo metterò per iscritto.

205. Mi è accaduto molte volte nella mia vita di fornire delle penne a delle gazze, che dopo
essersene ben ornate, hanno voluto strapparmi le penne che mi restavano, ed hanno finito col
dire che io non ne avevo. Ciò mi ha reso talvolta sensibile quando mi sono lasciato andare
all’egoismo ed all’amor proprio. Cio mi ha reso sensibile pure quando ho visto quanto le
verità, (se ne avevo) potevano soffrirne. Devo incessantemente difendermi dalla prima specie
di sensibilità, ma non devo temere molto la seconda.

206. La donna mi è sembrata essere migliore dell’uomo, ma l’uomo mi è sembrato più vero della
donna. Un uomo che non è sempre conseguente sulle verità non è un uomo; egli ha un bel
voltarsi dalla parte della bontà che è certamernte una qualità preziosa sotto tutti gli aspetti,
gli mancherà ancora qualcosa, poiché non sarà che una figura di donna. Similmente una
donna che vuole regnare nelle verità dimentica il suo carattere, e non sarà che una caricatura
dell’uomo. Il sentimento è il focolare e il crogiolo delle virtù e dell’amore; l’attenzione è il
crogiolo e il focolare delle verità. Se si avesse cura di non confondere queste due basi, si
vedrebbe molto più chiaro nei loro risultati; ma chi è che si dà questa cura penosa e
indispensabile? Quasi nessuno, perciò quanto ho avuto da soffrire! Baucham.

207. Nel tempo in cui si trattò di farmi entrare nella magistratura, ero così accorato
dall’opposizione che questo stato aveva con il mio genere di spirito, che dalla disperazione
fui due volte tentato di togliermi la vita. È forse la debolezza che mi trattenne, ma senza
dubbio, è ancora più la mano suprema che mi curava da molto vicino che non mi lasciò
andare a questo smarrimento; e che probabilmente voleva che io servissi a qualcosa nei suoi
piani. Perciò in capo a sei mesi trovai il modo di uscire da questa spaventosa angoscia. Vedi
n° 181.
Non dimenticherò che durante i sei mesi che sono stato nella magistratura, avevo un
bell’assistere a tutte le arringhe difensionali, alle deliberazioni, alle voci, ed al
pronunciamento del presidente, io non ho mai saputo chi vinceva, o chi è che perdeva il
processo, eccettuato il giorno del mio ricevimento, in cui si era combinata una piccola difesa
che si era convenuta prima che fosse compiuta. Non credo che sia possibile lasciar fare a
qualcuno un passo più sinistro di quello che io feci entrando in questa carriera. Dio sa ch’io
versai una grande quantità di lacrime, il giorno di questo maledetto ricevimento, in cui mio
padre assistette a mia insaputa da una tribuna. Se l’avessi visto, ciò mi avrebbe
assolutamente tolto la parola.

208. Mi sono trovato più in difficoltà a lavorare per l’opera generale, che a concentrarmi
nell’opera particolare. Quest’opera particolare, è quella di un proprietario che coltiva
diligentemente il suo giardino, e cerca di ornarlo di tutto ciò che vi è di bello e di curioso.
L’opera generale, è quella del granatiere che difende lo Stato, e lavora alla gloria dell’impero
intero. Questo granatiere non pensa a sé, ed è dispensato da ogni cura particolare per il suo
mantenimento, e per le cose della vita; egli si dà assolutamente alla salvezza dei suoi
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concittadini. Quest’immagine può far comprendere facilmente il mio pensiero. Perciò mi
trovo in rapporto solamente con coloro che si occupano di quest’opera generale; io non so
quasi nulla dire a coloro che sono ancora a dissodare il loro proprio terreno; e l’esperienza
che ho fatto ne viene in appoggio. Coloro che sono nell’opera generale, mi fanno sempre
uscire qualcosa di nuovo, coloro che sono nel particolare, e soprattutto nel figurativo mi
chiudono talmente, che mi fanno tutto rientrare, e sono assolutamente sterile accanto ad essi.

209. Sventura a colui che si abbandona ai gusti sensibili, prima di essere abbastanza grande per
disprezzarli! Questo tratto è uno dei più reali colori del mio essere, ed esprime una delle mie
più certe persuasioni.

210. In parecchie occasioni della mia vita, ho riconosciuto che era bene lasciare ignorare se
sappiamo qualcosa.

211. Io facevo molte domande nella mia infanzia, e ne avrei fatte molte di più, se avessi avuto
intorno a me delle persone che avessero saputo rispondermi. Un giorno mio padre fece
abbattere delle acacie del suo giardino per farne fare delle sedie e delle poltrone. Allorché
vidi l’operaio portarle tutte fatte in casa, dissi: io vedo bene chi è che ha fatto queste sedie e
queste poltrone; ma chi è che ha fatto il legno? Non ricevetti alcuna risposta soddisfacente.
Ho riconosciuto poi che i figli non farebbero mai che delle domande conseguenti se si avesse
la cura di non tenere vuota la loro testa, ed allora si potrebbe dare loro delle risposte
istruttive. La natura e la saggezza che veglia su di essi non darebbe loro l’idea di una
domanda se non dopo aver fatto loro sentire un bisogno relativo all’oggetto di questa
domanda; così se si sapesse governare i figli non li si sentirebbe quasi prima dell’età della
pubertà, domandare come si fanno i figli, a meno che non fossero precoci in ispirito; così si
sarebbe ancora meno nella circostanza di dare loro la disgustante risposta di Rousseau: le
donne li pisciano con dolore.

212. Vi è un passaggio di S. Marco, cap. 10 vers. 29, (chiunque abbandonerà per me suo padre,
sua madre, le sue case, ecc., ne troverà fin da questo mondo cento volte di più), che si è
verificato per me alla lettera. Io ho lasciato le opinioni dei miei parenti, ho pure lasciato la
loro casa allorché i doveri sacri di figlio e di fratello non mi chiamavano accanto ad essi; ho
rinunciato con questo all’agiatezza che avrei avuto nei loro focolari; ma è certo che ne sono
stato più che risarcito con i legami che i miei oggetti mi hanno procurato nel mondo, e con i
palazzi stessi nei quali mi sono trovato alloggiato e nutrito; tanto è vero che la Scrittura non
manca mai di adempiersi fino all’ultimo iota. Ma questi risarcimenti non mi hanno traviato,
perché nella mia carriera, si conoscono delle gioie al di sopra delle gioie di questo mondo.
Perciò sebbene abbia passato la mia vita (dedicandola) a dei grandi quadri, io desino
perfettamente con un pezzo di pane ed un pezzo di formaggio.

213. Indipendentemente dalla mia stupidaggine accanto alle donne, ho avuto pure molta fierezza.
Io dicevo loro: un uomo vale una donna, per lo meno, e quando egli fa tanto di parlare,
bisogna che lo si ascolti, o egli deve tacersi e non parlare una seconda volta. Perciò con
queste maniere la lista delle mie conquiste non è stata lunga. Il vero è che avrei saputo
(essere) molto più di gradimento ad una donna che, nel caso in cui avesse preso un vero
gusto per me, me l’avesse confessato nella sua franchezza, e si fosse condotta in
conseguenza, anziché a quelle che mi avrebbero lasciato passare attraverso tutte le loro prove
ordinarie nelle quali il loro amor proprio, ed il timore d’essere umiliate con delle
indiscrezioni le occupano molto di più che il desiderio ed il bisogno d’essere amate.

214. Ho sentito quanto sarebbe felice l’uomo che lasciasse aprire nel suo cuore, e nel suo spirito
soltanto la buona sorgente; perché con questo egli è sicuro non solamente della giustezza di
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tutte le sue idee, e della regolarità di tutte le sue opere, ma ha anche la consolazione di
vedere che le une e le altre sono inesauribili.

215. Nella mia giovinezza, ed anche fino alla mia età virile, ero sicuro di sognare la notte, quando
di giorno mangiavo della lepre. Non ho ancora chiarito questa corrispondenza. Dacché sono
nei miei oggetti, mi è accaduto spesso di sognare che planavo negli spazi, e d’avere una così
ferma persuasione di possedere questa proprietà, ch’essa mi sembrava essere legata
all’essenza del mio essere. Vi è qualcosa che è legata alla nostra primitiva esistenza? Lascio
il problema da risolvere.

216. Prima d’andare in Inghilterra, avevo fatto la conoscenza a Parigi presso la Signora de
Coaslin, di milord Beauchamp figlio di milord Erford ex ambasciatore in Francia. Andammo
insieme a Windsor dove vedemmo il famoso Herschel 15. Questo lord mi riceveva solamente
in rapporto ai miei oggetti. Ma non restai abbastanza a lungo nel suo paese per fargli fare un
gran cammino. D’altronde, il terreno sebbene buono, non era vivo. La sua donna è molto
bella, ma mi sembrò come gli altri inglesi avere molta paura di perdere il suo usufrutto... Ho
mangiato in casa loro con il Signor Lauzin, il Signor del Tems, ed il Signor Horseley.
Abitavo presso il principe Galitzim e Tieman che erano di tanta bontà con me che ne ho
vergogna. Qualcuno dal quale avrei, credo, tratto miglior partito, se ne avessi avuto il tempo,
era il Signor di Woronsow ambasciatore di Russia a Londra. Egli mi fece pure molte
cortesie, e nei pochi incontri che avemmo insieme, trovai in lui uno spirito molto buono.
Avrò parecchie note da fare sui Russi in questa raccolta, nella quale il mio ritratto è un po’
legato a quello degli altri.

217. Come avrei potuto aspettare dagli uomini ch’essi mi vedessero tale quale avrei potuto
essere? Essi non mi hanno quasi mai neppure visto tale quale sono. Perciò sono stato spesso
nel caso di dire loro; (allorché pretendevano governarmi, in questa ignoranza in cui erano di
me): Spero bene che andrò a Dio ancorché vogliate condurmici.

218. Una delle mie dolci vittorie nell’ordine spirituale, è stata la Signora de Chastenay figlia del
Signor d’Herouville, e moglie del secondo Puysegur il marinaio, e famoso magnetizzatore.
Tutto ciò che avevamo detto insieme portava conseguenza e metteva radici; e per quanta
distanza vi fosse tra i nostri incontri la ritrovavo sempre al punto in cui l’avevo lasciata. Da
me essa fece legame con la Signora duchessa de Bourbon alla quale fu utile, nello stesso
genere, e la quale nello stesso genere le fu utile a sua volta portandola alla religione pratica.
Ma siccome il suo carattere è vivo, ed il suo entusiasmo rapido, si è lasciata trascinare nel
sistema anticostituzionale, nel sonnambulismo, e nella dottrina dei seguaci di questi due
oggetti. Con dei talenti superiori, ed un cuore delizioso, essa non sarà tutto ciò che avrebbe
potuto essere se avesse attinto solamente in lei stessa.

219. Al momento della mia prima entrata nei miei oggetti, mi credevo il solo al mondo ad averne
conoscenza, dopo i miei maestri, e i miei camerati. Ho riconosciuto poi che era questa
l’opinione e l’errore di tutti i novizi. Talvolta ciò procura loro l’orgoglio, ma anche talvolta
ciò procura loro la riservatezza e la precauzione; e questo è un gran bene.

220. Sebbene abbia detto, vedi n° 201, che le donne si elevano comunemente soltanto fino
all’uomo, vale a dire che sembrano ricevere Dio solamente dall’uomo, ho tuttavia osservato
anche che esse vorrebbero non avere l’aria che di riceverlo da se stesse. Esse hanno una gran
paura che colui che facciamo loro scorgere e facilmente prendere per il loro Dio, non sia che

15
Herschel Friedrich Wilelm (1738-1822),astronomo. Celebre costruttore di telescopi riflettori e scopritore del pianeta
Urano, nonché dei suoi satelliti e di due satelliti di Saturno.
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un Dio inferiore. Siccome possono raramente elevarsi più in alto, esse fanno un crimine
all’uomo di non voler discendere al loro punto, e dimenticare il proprio Dio per il loro. Il
fondo di questo movimento in esse è l’amor proprio; e quando vi si unisce il favore delle
circostanze, e l’ardore del carattere, il male è incurabile. Questa osservazione mi è venuta in
occasione da qualcuno molto rispettabile per le sue virtù, e che non ha altro difetto che di
non saper essere uomo, né contentarsi di essere donna. Ve n’è un altro molto caro al mio
cuore, e sul quale questa osservazione non può mai cadere; poiché sebbene quest’essere sia
una donna, ho detto a voce alta, e lo penso, che è una donna nella quale vi sono dieci grandi
uomini.

221. Fino all’età di 40 anni o circa, ero nell’abitudine di pregare a voce bassa, o semibassa, e con
degli sforzi concentrati che non avendo tutto il loro gioco, hanno operato qualche disordine
nella mia milza, o nelle regioni vicine. Barberin il magnetizzatore se ne accorse toccandomi,
sei mesi prima che l’avessi sentito io stesso. Dacché l’ho sentito, ho cambiato il mio tono di
preghiera, che non è più se non muta, o a voce alta, e l’inconveniente di cui parlo ha cessato
d’essere sensibile per me, sebbene sappia che il disordine stesso non è cessato. Ho trovato
anche che questa nuova forma di preghiera mi era più vantaggiosa dell’altra sia allo spirituale
che al fisico. Era forse per condurmi a questa vera natura della preghiera, e per farmi meglio
conoscere il procedere della parola interna che la saggezza ha permesso che facessi
l’esperienza precedente. Vedi n° 200.

222. Ho avuto un legame con il Signor de Sçeaux il cadetto nel quale ho fatto ciò che ho potuto
perché egli si mantenesse nelle misure mediocri sebbene buone, che la natura gli aveva dato.
Avevo talmente sentito la portata della sua testa che evitavo di portarlo alle cose
straordinarie, perché non avendo seguito la catena delle istruzioni, non era abbastanza
preparato. Durante il mio viaggio in Italia, un Signore di mia conoscenza lo ha talmente
rimpinzato di misticità, e di corrispondenze con la Santa Vergine che gli ha fatto girare la
testa, e si è stati obbligati a contenerlo. Il pubblico non ha mancato d’imputarmi questo
spiacevole disordine, così come mi ha confuso, con Mesmer, Cagliostro, e tutti i ciarlatani
che sono venuti a sua conoscenza, perché per esso tutto ciò che non è nei suoi piccoli sentieri
non ha che un solo colore che è la follia.

223. Spesso sono stato sorpreso di vedere gli uomini di verità incontrare tanti ostacoli quando
vogliono solamente procurare di stabilire il regno di questa verità. Ma ho sentito che
bisognava per questo che attaccassero delle regioni di cui il nemico è il padrone; e che questo
nemico aveva cura come i guerrieri terrestri di porre delle sentinelle in tutti i posti per
impedire al suo avversario di entrare. E ciò al punto che talvolta sono stato tentato di dire a
Dio: Tu vuoi dunque che il tuo regno si arresti, poiché poni i tuoi inviati in circostanze tanto
distruttive e tanto funeste!

224. Il mio uomo spirituale ha riconosciuto che non potrebbe cominciare a vivere, se non quando
fosse divenuto grande figlia, perché è solamente allora ch’egli sarà in grado di generare.

225. Perché Dio permette, mi sono detto, che gli uomini siano abbandonati a tanti disordini, a
tante false luci, e a tante false situazioni politiche, o altre? È, mi si è risposto, per dimostrare
loro visibilmente che tutte queste regioni non sono la verità.

226. I Kacheloff, il principe Repnin, Zinovief, la contessa de Rasoumoski, un’altra principessa di


cui D. mi ha parlato in una delle sue lettere, due Galitzin, il Signore de Maskof, il Signor de
Scavrouski ambasciatore a Napoli, il Signor de Voronzoff ambasciatore a Londra sono i
principali Russi che ho conosciuto personalmente, eccettuato il principe Repnin che ho
conosciuto solamente per corrispondenza. La loro imperatrice Caterina II ha giudicato a
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proposito di comporre due commedie contro i martinisti dei quali si era adombrata. Queste
commedie non fecero che accrescere la setta. Allora l’imperatrice incaricò il Signor Platon
vescovo di Mosca di renderle conto del libro Degli Errori e della verità che era per lei una
pietra dello scandalo; egli gliene rese il conto più vantaggioso e più rassicurante. Malgrado
ciò, per quante siano le istanze che mi abbiano fatto le mie conoscenze per andare nel loro
paese, non vi andrò finché vive la presente imperatrice; e poi arrivo ad un’età in cui simili
viaggi non si fanno più senza serie riflessioni; più l’uomo avanza in età, meno il tempo è sua
proprietà.

227. Mi è accaduto talvolta scrivendo di sentire che non sapevo ciò che scrivevo, ma tuttavia di
poter assicurare che scrivevo grandi cose. Mi è accaduto pure in un banchetto al Chatelier-
en-Berry con le L... di dire alla signora: lei deve vedere qualcosa nel tal passo, il che era
vero, e tuttavia io, non vi vedevo niente.

228. Gli spiriti ardenti vanno saltelloni, e più per impulso che per cognizione. Gli spiriti ardenti e
chiusi nelle loro misure si aggrappano al posto in cui si trovano senza scomodarsi di sapere
di quale natura esso è, e come vi sono arrivati. Essi sono nemici delle sfumature, perché non
è loro dato di coglierle, né di contemplarle. Gli spiriti calmi non hanno forse tanto vigore
quanto essi; ma hanno molto più la consapevolezza delle sfumature, e quando questa calma è
presa da un certo ordine di cose, può far scorrere queste sfumature con giustezza, e con un
incanto inesprimibile. Io so in questo genere quali sono le grazie che ho da rendere alla
saggezza; ma so pure quante poche persone se ne sono sospettate e quante pure sono
divenute miei nemici a causa di questo genere che non potevano seguire, e che, io, non
volevo abbandonare. Uno dei miei torti è stato senza dubbio di tenermi accanto a delle
persone alle quali causavo simili affezioni, e che rendevo forse colpevoli con questo degli
sbalzi e dei movimenti violenti che non avrebbero provato senza di me. Ahimé, sì, è questo
uno dei miei torti. Un gradino di più nella mia scelta, o nelle mie circostanze me li avrebbe
tutti risparmiati.

229. La felicità di cui la mia anima ha goduto è tale che molte persone non potevano formarsene
alcuna idea; e parecchie l’hanno attaccata, senza dubitare forse che fosse per orgoglio, e per
rammarico di non essere così felici quanto me.

230. Parecchie persone sono state funeste al mio spirito, ma non nella stessa maniera. La prima
Ph. voleva assolutamente farlo morire d’inedia; la seconda che era mia zia voleva nutrirlo
solamente di vento; la terza che è W.... operava su di esso come uno spegnitoio per la brace.
La quarta che è la Signora de La Cr. gli metteva i ferri ai piedi ed alle mani. La quinta che è
la Signora de Lu. gli sarebbe stata utile se non avesse voluto tagliarlo in due. La sesta che è
la Signora de Coasl...lo raspava di soppiatto e lo estirpava; la settima che è la Signora de B.
b. gli metteva un cilicio aguzzo su tutto il corpo. Parecchie altre di cui non mi ricordo lo
nutrivano di legumi all’acqua, e si stupivano ch’essi (sic) si lamentasse di questa insipidezza,
mentre altri gli facevano fare dei salti e dei balzi come ad un pallone, e si stupivano ch’egli si
lamentasse di non camminare con un passo regolare, senza contare coloro che gli facevano
mangiare delle lische di pesce che lo strangolavano, ecc., ecc., ecc.. Non vi è che Dio, non
che Dio, che nutra i nostri spiriti secondo tutte le misure della saggezza, e secondo tutte le
proporzioni dei nostri bisogni; e questo nutrimento è tutto nelle Scritture Sante.

231. Nell’ordine delle comunicazioni sociali d’istruzione ho preso spesso il partito di lasciarmi
morire agli occhi degli altri quando sapevo ch’essi non mi darebbero il permesso di nascere,
e quando vedevo che erano nell’uso di tutto sfiorare, e di non approfondire nulla. Io non
volevo commettere la prevaricazione di concorrere a questa prodigalità leggera ed
indifferente in cose tanto rispettabili, non volevo cominciare ciò che vedevo non avere il
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tempo di finire. In una parola, non vi era che la gente estremamente difficile che
m’interessava, e m’impegnava a mettermi in movimento; perciò non vi era che la gente
estremamente difficile alla quale convenivo in questo basso mondo; per gli altri, ho spinto
talvolta la pazienza, e la tolleranza, fino a lasciarmi onorare della loro compassione.

232. Quando ho amato più di Dio, qualcosa che non era Dio, sono divenuto sofferente e infelice;
quando sono ritornato ad amare Dio più di ogni altra cosa, mi sono sentito rinascere, e la
felicità non ha tardato a ritornare in me.

233. Ho visto che nell’ordine delle cose umane, si scambia il divino ed il naturale, per il sociale
ed il politico, ed infine il sociale ed il politico per il convenzionale ed il figurativo; ma ho
visto che nell’ordine delle cose reali, si riceve il naturale ed il divino per il figurativo, perché
là si riceve sempre più che non si dà, considerato che è alla vivente verità che ci si rivolge;
mentre nell’umano si riceve meno di quanto si dà, perché vi si vive nel regno della morte.

234. Mi è stato facile sentire quanto i fatti dello spirito sono pronti e rapidi, perché i pensieri
stessi che ci sfuggono dopo averci colpito, durano tanta fatica a riapparire in noi, o, ci
riappaiono come dei lampi che duriamo tutta la fatica del mondo a cogliere. Perciò una delle
grandi occupazioni del saggio dev’essere di tenersi incessantemente sotto sorveglianza, e
come in agguato dello spirito, per non lasciar perdere una sola delle semenze ch’esso
c’invia.

235. Ecco ciò che ho pensato a proposito degli intrattenimenti sugli oggetti essenziali. Quando
due persone disputano su questi oggetti, è più che probabile ch’essi non sono conosciuti né
dall’una, né dall’altra. Quando uno degli interlocutori s’inasprisce e si irrita, l’altro proverà
la sua scienza tacendosi. Quando i due interlocutori sono istruiti, non vi sono tra essi che
degl’intrattenimenti dolci ed istruttivi, e che potrebbero durare tanto quanto il mondo, senza
che avessero mai l’occasione né il motivo di una disputa.

236. Mi irrita vedere i poeti quando hanno combinato le parole in una maniera ben compassata, e
che sembra felice e brillante, e credono di averle inventate. Ma questo orgoglio puerile mi ha
offerto anche l’immagine istruttiva, e rappresentativa di una verità del primo ordine che
c’insegna che le parole dovrebbero sempre essere tutte nuove.

237. Mi si è detto un bene infinito del Signor Archbold, medico di Bordeaux che è forte della
conoscenza del conte Maxime de Puysegur genero del presidente Pichard, e di quella del
Signor Vialet d’Aignan, e dell’abate Sicard istitutore dei sordomuti in sostituzione dell’abate
de L’Epée, così come della Signora Crasson-Jacquet de La Rochelle; egli mi ha scritto una
lettera graziosissima senza che ci siamo mai visti. Questo degno medico sembra essere tutta
anima, e credo che avrei passato vicino a lui dei gradevoli momenti, se avessi avuto la
ventura di conoscerlo personalmente e di potermi avvicinare a lui. Forse questa inclinazione
che sento per lui è legata a quella ch’egli ha la bontà di avere per me, poiché l’uomo ama
essere lusingato; ma ciò è legato ancor più, oso affermare, al desiderio di poter dare luce a
ciò che è in me, che so poter essere utile ai miei fratelli, e glorioso a Dio, ma che non posso
lasciar uscire se non con coloro che provano almeno d’essere uno con me, e che non
cominciano col massacrarmi prima d’ascoltarmi.

238. Come poca gente ha bevuto la coppa che io ho bevuto, poca gente così ha gustato le gioie
che io ho gustato.

239. Il Signor Boulon giovane medico che mi era stato premurosamente raccomandato dal mio
amico Duval, venne a discorrere tre o quattro volte con me sulle opinioni filosofiche non
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appartenenti all’ordinario. Ebbi tuttavia piacere di discorrere con lui perché aveva dello
spirito, dello studio, e della logica. Dopo il terzo incontro, ritornò da me, per confessarmi che
non vi era niente da opporre a quanto gli avevo detto. Credetti allora che il mio uomo era
arrivato, tanto che concepimmo subito insieme il progetto di vederci molto. Tuttavia d’allora
non ci siamo più rivisti, ed ho saputo che sebbene trovasse in me dell’istruzione e dei modi
io non avevo scosso il suo modo di pensare. Ho avuto del rammarico di non più vedere
questo giovane uomo di cui lo spirito mi aveva interessato. Forse il mio amor proprio è stato
per qualcosa in questi dispiaceri perché sono uomo; ma è stato molto più per il dolore che la
cosa divina prova tanti ostacoli, poiché questa cosa divina è, Dio lo sa, la mia passione
dominante.

240. Nel tempo dei quadri matrimoniali che mi travagliavano a Strasburgo, a proposito dello
straordinarissimo tentativo che vi si fece riguardo a me, mi fu detto una volta questo
passaggio di San Paolo: Correvi così tanto. Queste parole aggiunte a tutte le altre circostanze
spiacevoli che scorgevo, non aiutò poco a fermarmi.

241. Ho sentito parecchie volte che questa universale avidità di scrivere, e di mostrare il proprio
sapere, dal quale tanta gente si lascia facilmente dominare, era un grande abuso, ma ho visto
che questo abuso stesso provava una grande verità, che è il sentimento del bisogno che
avremmo tutti d’essere rigenerati, e che fa che crediamo doverci mostrare come se lo
fossimo, tanto sarebbe vergognoso per noi non esserlo, o non essere guardati come tali.

242. Il mondo mi ha dato una conoscenza che non gli è vantaggiosa; ho visto che siccome aveva
spirito solamente per essere cattivo, esso non concepiva che si potesse essere buono senza
essere una bestia.

243. Noi abbiamo quasi tutti quaggiù degli impedimenti da parte dei nostri simili. Emmanuel
Swedenborg (secondo quanto mi ha detto suo nipote Silverhielm) ne aveva di terribili da
parte di Carlo XII. Quando questi uomini-ostacoli vengono a scomparire da sopra la terra,
perdono poco a poco l’azione falsa che incatenava essi stessi, e che per mezzo di essi
incatenava noi pure, quando il nostro destino ci aveva uniti nel loro cerchio, ed entrano in
una azione che li assorbe abbandonandoli alla legge esclusiva della loro punizione o della
loro purificazione, o del loro avanzamento. Ed è così che noi ci troviamo liberi, perché
l’azione che ci travagliava per mezzo di essi, non ci travaglia più, non avendo più organi.
Fino ad ora ho talmente provato una parte di questa verità che non posso avanzare alcun
dubbio circa la sua certezza.

244. Ora ho creduto non dovermi sposare perché mi sentivo troppo casto; ora ho creduto non
dovermi sposare perché sentivo che non lo ero abbastanza.

245. Vi è un grande inconveniente a voler istruire le donne sulle grandi verità; è che queste grandi
verità si insegnano bene solamente nel silenzio, mentre tutto il bisogno delle donne è che si
parli e che esse parlino; ed allora tutto si disorganizza, come ho provato più volte.

246. Aspettare che gli uomini vi confortino nella vostra penosa carriera spirituale, è come se voi
foste caduti in mezzo ai flutti del mare, e che immaginaste di chiedere alle onde di sostenervi
e d’impedire di farvi naufragare; per tutta risposta, esse si schiuderebbero e vi lascerebbero
cadere nel fondo dell’abisso.

247. È meno per istruire che ho scritto dei libri, che per esortare e per preservare. Io so che se tutte
le nostre parole, tutti i nostri pensieri, tutte le nostre azioni, tutti i nostri scritti non sono
generati per mezzo del centro, e non escono continuamente dal centro come da una sorgente
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inesauribile, noi non produciamo un compiuto, e soffriremo nelle nostre opere poiché la loro
generazione sarà imperfetta e suscettibile d’arrestarsi; so che la vera generazione è così
naturale, così feconda, e nello stesso tempo così insensibile che non ce ne accorgiamo quasi,
ma che anche non ci accorgiamo mai della sua interruzione. Ma se ho mancato in qualcosa
alla saggezza scrivendo, non ne soffrirò tanto quanto se avessi voluto insegnare, e ciò, di
testa mia; e siccome ho voluto solamente esortare e preservare, la bontà divina userà, spero,
l’indulgenza verso di me, in favore delle mie intenzioni.

248. Il mio destino è stato di vedere continuamente affluire intorno a me tutte le azioni nulle,
false, ed ignoranti che paventavo, e di veder arrestare e contrariare le azioni vere, vive, ed
istruttive di cui desideravo con passione lo sviluppo; di modo che la mia preghiera avrebbe
dovuto non avere che due caratteri e due scopi; quello d’ottenere che la mano suprema non
mi lasciasse investire e riempire che dal reale, invece che dall’illusione, e quello di ottenere
ch’essa stessa facilitasse l’esito ed il progresso di ciò che avrebbe posto in me, e che non
poteva mai tornare se non alla sua gloria ed alla mia soddisfazione più viva.

249. Rousseau si lamenta d’essere stato frustato tre volte molto ingiustamente per una colpa che
non aveva commesso. Io lo sono stato una volta nella mia infanzia dall’abate Devérelle per
aver macchiato un abito rosso in cui avevo messo una bottiglia d’inchiostro che si ruppe
gettando il mio abito su una sedia. Questa bottiglia era nella mia tasca per cortesia, ve
l’avevo messa per aiutare l’abate, che era il mio precettore, a cambiare casa; ed essendo
tutto sudato gettai il mio abito senza pensare alla bottiglia. Io non ero innocente quanto
Rousseau senza tuttavia essere più colpevole, e bisognava essere molto maldestro per
infliggermi una simile pena, per una simile distrazione. Quest’abate aveva una zia, la Signora
Dury, una donna molto buona. Egli aveva per governante una vecchia donna chiamata
Galbrun che mi amava molto. L’abate Royer era in pensione presso quest’abate per il pasto
soltanto. Egli amava la lettura, parlava con spirito, ed è a lui che ho dovuto i miei primi
piaceri per la letteratura, e se fossero stati mantenuti avrei potuto penetrare in questa carriera
che aveva per me molte attrattive. Ma il mio giogo pesava già.

250. Uno dei miei dolori è stato di vedere certe persone le quali perché erano benefiche si
credevano in possesso del privilegio di avere lo spirito contorto, come se la virtù fosse
incompatibile con un senso retto e misurato.

251. È un proverbio accolto nel mondo, che Dio è sempre dalla parte della giustizia; ma mi è
rimasto un imbarazzo su questa asserzione; poiché quando nelle differenti dispute che si
sollevano fra gli uomini, non vi è alcuna giustizia né da una parte né dall’altra, Dio non deve
più sapere da quale parte mettersi. Ciò può essere vero negli estremi punti di disgiunzione di
questo mondo, e non può esserlo in tutt’altro ordine di cose in cui la potenza di Dio e la sua
saggezza sono in attività.

252. Verso l’anno 1779 o ‘80, i Montbarey su sollecitazione della Signora de L. C. volevano
procurarmi una sistemazione onoraria con dei mezzi molto legittimi che, secondo quanto si
era loro detto, il ministero poteva ad essi fornire. Io non me ne curai affatto, tanta è
l’indifferenza che ho avuto per la fortuna. Allora essi immaginarono di trovarmi un posto
come precettore presso il giovane principe Henri de Nassau-Sarbrich il quale, malgrado la
sua grande sproporzione di età, aveva sposato la loro figlia. Io non rifiutai affatto,
prevedendo un modo onesto di procurarmi una sistemazione, ed ancor più quella di poter
esercitare le facoltà del mio cuore e del mio spirito. Il Nassau padre mi dà un appuntamento
presso di lui per trattare la cosa; io vi vado all’ora fissata; mi si fa attendere, e poi mi si fa
dire che il principe è molto dispiaciuto di non potermi ricevere, essendo molto occupato. Io
me ne vado, e non vi ritorno più e non ne ho sentito parlare poi.
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253. È stato molto chiaro per me che vi era una grande differenza tra saper farsi uccidere, e saper
morire. I sensi ci aiutano più nel primo che nel secondo (caso), la saggezza e la verità ci
aiutano più nel secondo che nel primo. È una trasposizione delle loro facoltà che insegna agli
uomini a farsi uccidere; ma l’ordine naturale di queste stesse facoltà insegnerebbe a tutti a
saper morire.

254. È per esperienza che posso dire che il nutrimento giornaliero di un uomo di desiderio è un
piccolo pezzo di legno della vera croce infuso nelle lacrime del profeta. Sventura a lui se
passa un giorno senza pascersi di questo alimento! Egli non avrà mangiato il suo pane
quotidiano.

255. Ho conosciuto e condannato il metodo dei dottori e degli accademici che è di non adottare
alcun sistema, neppure quello della verità, perché se ne adoperassero uno e allontanassero
l’incertezza, non si avrebbe più bisogno di essi, considerato che si avrebbe solamente da
procedere sulla linea che fosse conosciuta. Ma l’interesse del loro amor proprio, così come
quello della loro fortuna è di condurre continuamente il genere umano nelle regioni vaghe e
tenebrose, alfine di esserne permanentemente le guide e i conduttori. È contro questi
avversari della luce, e del vero alimento delle anime che la mia si è levata sulla terra: il che
mi ha fatto dire che se ciascuno avesse la sua bestia in questo mondo, i filosofi sarebbero la
mia.

256. Mi è necessario vegliare continuamente contro un inconveniente che s’incontra conversando


con gli uomini, è che essi sono così inclini a confondere le cose con le persone, che quando
prendete davanti ad essi la difesa di una verità che non conviene loro, si irritano e vi
accusano di non difendere che voi stessi.

257. Nei momenti di saggezza mi sono detto: bisogna talvolta solamente aver gustato i piaceri del
libertinaggio per non volerne più. Ma siamo circondati da tante terribili e pericolose potenze,
che se non abbiamo una cura continua di sottrarci al loro imperio, esse non tardano a
sommergerci, al centro anche delle nostre risoluzioni più consolidate in apparenza.

258. Quando sono stato in opposizione con gli uomini solamente per le loro passioni, ho sentito
che si poteva trarsene con il silenzio o la collera; perché le passioni non sono legate che
all’essere inferiore dell’uomo. Quando questa opposizione si estendeva fino alle opinioni, ho
sentito che bisognava stare in guardia per non abbandonarsi all’odio, perché l’opposizione
delle opinioni è legata all’essere superiore dell’uomo, o allo spirito. Le bestie fuggono o si
battono perché hanno solamente delle passioni, non avendo che un essere inferiore; ma non
si odiano perché non hanno opinioni, non avendo alcun essere superiore.

259. È degli uomini essere obbligati a fare, come se fossero stati aiutati, sebbene siano stati soli
quasi in tutti i momenti della loro vita. Io ho sentito più che un altro questa necessità; ma in
uno dei miei buoni momenti, ho detto: Ebbene....! ed io ne sono stato grandemente
ricompensato poi, perché ho visto che si voleva che apprendessi fisicamente e con
l’esperienza che il mio grande padrone era tutto, e voleva tutto operare.

260. All’età di 36 anni, contando troppo sulle mie forze, e volendo giocare con il Signor de
Luzignan figlio a Lussemburgo, a saltare in una corda, come nella mia giovinezza in cui
facevo dei tripli giri di seguito, mi procurai un acciacco che mi restò per tutta la mia vita, il
quale non mi fa alcun male, e del quale anche non fui sicuro che quando nel dubbio, il
chirurgo che consultai, mi confermò nel sospetto che ne avevo. Io abitavo allora presso la
Signora de La C. in via Pot-de-fer, nella stessa casa del Signor Tiercent. Se l’amor proprio, e
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la voglia di fare il giovanotto non mi avesse portato a questa allegria da monello, non mi
sarebbe accaduta simile avventura.

261. Il genere che è stato accordato al mio spirito, e che è di poter combattere la falsa filosofia, e
di desiderare ardentemente la manifestazione del regno, ha fatto che io non avessi mai
dovuto avere quaggiù altro posto se non accanto agli increduli per sottometterli, o accanto
alla gente che avesse avuto i doni degli apostoli, affinché non abbandonassi la loro ombra, e
baciassi la polvere dei loro piedi tutti i giorni della mia vita.

262. Nell’Ecce homo ho detto che quasi sempre noi siamo i primi autori dei torti che
rimproveriamo agli altri. Posso dire che questo rimprovero ha maggior presa sulla nazione
francese che su alcun’altra, per la leggerezza che fa il suo carattere costitutivo; posso dire
inoltre che tra i Francesi io sono uno di quelli al quale questo rimprovero sia più applicabile;
ed è soprattutto nella mia carriera dove ho potuto riconoscere questa verità. Ho gettato troppo
nell’esteriore, e con questo, ho causato negli altri dei movimenti falsi che altrimenti non
avrebbero avuto. Me ne correggo un po’ oggi, e spero, per mezzo di Dio, di rientrare
talmente nell’opera interiore, che non faccio più le cose se non a proposito. È nell’uomo, che
noi dobbiamo scrivere, pensare, parlare; non è affatto sulla carta, nell’aria, e nei deserti, dove
troviamo solamente le bestie che non ci sentono, o dei lupi che irritiamo e che ci divorano.

263. Una volta scrissi a mio padre, in un sentimento profondo, che ero nato per la pace e per la
felicità; e invero, niente è comparabile alla calma dolce di cui gode la mia anima, e di cui
essa potrà godere ancora meglio in seguito, allorché avrà fatto qualche passo di più; e questi
passi sono come assicurati per lei, tanto ne ha di felici annunci.

264. La principale delle mie pretese era di persuadere gli altri che io non ero altro che un
peccatore per il quale Dio aveva delle bontà infinite.

265. La donna ha in sé un focolare d’affezione che la travaglia, e l’imbarazza; essa non è a suo
agio se non quando questo focolare trova alimento; non importa poi ciò che diverrà la misura
e la ragione. Gli uomini che non vanno più in là del noviziato, sono facilmente attirati da
questo focolare, che non sospettano essere un abisso. Essi credono di trattare delle verità
d’intelligenza, mentre che trattano solamente delle affezioni e dei sentimenti; non vedono
che la donna va al di là di ogni cosa pur di trovare l’armonia dei suoi sentimenti, non vedono
ch’essa sacrifica volentieri a questa armonia dei sentimenti, l’armonia delle opinioni; non
vedono che alla lunga questo abisso deve corrodere e consumare la loro propria misura che è
il dono dell’uomo; e non è che con l’esperienza ch’essi acquistano questa conoscenza. Perciò
allorché i legami dell’uomo e della donna non riposano, come quello della mia B. e me, su
delle basi fuori di noi, è impossibile ch’essi sussistano, e presto o tardi l’uomo s’accorge
della sua diminuzione e si ritira. È un’osservazione che ho fatto in un luogo in cui tutti i
modi erano sotto i miei occhi. Io non l’ho fatto per esperienza, perché in questo genere, come
in centomila altre occasioni, mi si è tutto insegnato gratis e con dispensa. Perciò ho così ben
conosciuto prima lo spirito della persona di cui parlo qui che mi sono ben guardato di
cercarvi posto, considerato che ho sentito tutto di seguito che bisognava finire o col rompere,
o col lasciarsi divorare. Stiamo in guardia contro le fornaci.

266. Verso lo stesso tempo in cui ho ricevuto una graziosa lettera dalla Signora Crasson-Jacquet
(vedi n° 237), ne ho ricevuto un’altra non meno interessante dal barone Kirchberguer de
Liebistorf membro del Consiglio sovrano di Berna. Quest’uomo che non conosco
personalmente mi sembra avere un’anima ed uno spirito che mi sarebbero molto analoghi;
egli dice altrettanto di me. Perciò ho seguito la sua corrispondenza con grande piacere; ma
per provargli quanto meritavo poco tutti gli elogi che mi faceva a paragone dei grandi eletti
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della verità, gli ho raccomandato la lettura del mio carissimo J. B. assicurandolo che io non
ero degno di sciogliere il laccio delle scarpe di quest’uomo meraviglioso che la Provvidenza
ha inviato sulla terra più di 150 anni fa; il mio barone avrà anche avuto in ciò un grande
vantaggio su di me, in quanto egli può leggere questo autore nella sua lingua materna che è
anche la sua, mentre io posso solamente trascinarmi in questa lettura, avendo cominciato
molto tardi a studiarne la lingua. Il mio barone d’altronde scrive molto bene il francese, ed è
istruito in parecchi generi che non sono affatto del tutto inutili al grande affare.

267. Devo almeno un ricordo alla famiglia de Luzignan che mi ha colmato di bontà sia a Parigi sia
nella loro terra del Chatelier-en-Berry. La nostra corrispondenza intima durante un anno
senza esserci visti, il nostro primo abboccamento al Chatelier dove si fu infuriati di avermi
parlato come ad un vecchio, mentre avevo solamente 28 anni, la nostra compagnia di Parigi,
metà spirituale, metà umana, i Modene, i Sauran, i Turpin, i Montulé, i Suffrens, i Choiseul, i
Ruffé, la rispettabile vecchia madre Luzignan morta in tre ore senza esser mai stata malata
(senza dimenticare la storia singolare della sua piccola cagna), i Puymaudans, i Nieul, i
Dulau di cui il nome della figlia fa epoca nel mio spirito, i Bélabre, l’abate de Dampierre, il
giovane Clermont molto eloquente - ucciso a Parigi il 10 agosto 1792 - 16, il vecchio
buonuomo La Riviere, i Signori de Worms, e de Marjelai, il Signor Duvivier d’Argenton,
l’abate d’Aubêz, il Signor de Thiange cordone rosso e gran guardaroba del Signor d’Artois,
ritagliato nella pietra, i Crillon, il chimico Sage, il genealogista Chérin forte in istoria, i
Culan, i La Côte, il signor Ricci luogotenente degli Invalidi del castello, i degli Ecottais, la
Signora de Noailles (storia del formaggio), i Flavigny che incidentalmente non andai affatto
a vedere a Parmes nel 1787, i Tésan, i Montaigu, la storia dell’uomo nero che si uccise a
colpi di coltello nel giardino del Lussemburgo, infine la famosissima famiglia Ricé, perno
della storia del vecchio spagnolo o egiziano, di Dombêz, delle due lettere che guarderò fino
alla mia tomba, dell’apprendimento della scrittura, del viaggio a Bordeaux, delle riflessioni
del gabinetto, ecc., ecc., ecc., basta perché il ricordo di questa casa rispettabile non esca mai
dalla mia memoria.17 È la Rivoluzione di Francia che ha riunito là tutti questi emigrati; e i
Luzignan sono stati dei primi ad espatriare. Ho conosciuto uno dei loro servitori chiamato La
Ruë che nel suo stato merita tutta la considerazione possibile. 1787.

268. La saggezza mi ha dato una lezione molto salutare, lasciandomi notare che gli uomini che
hanno solamente conoscenze volgari, ne compongono ordinariamente un cerchio al di là del
quale, non vedono più nulla; ma lasciandomi notare che i saggi hanno pure un cerchio, ma un
cerchio che racchiude tutto, e per conseguenza nel quale possono tutto vedere, atteso che
niente è ad esso estraneo.

269. I momenti in cui sono stato maggiormente felice sono quelli in cui mi sono sentito sollecitato
a chiedere a Dio che dipendessero da lui solo tutte le mie reazioni, poiché attenderei invano
che gli uomini mi procurassero quelle che mi sono indispensabili ed esclusivamente
necessarie; poiché allora sentivo che Dio doveva finire col prendere così bene possesso di
me, che la facesse da padrone al centro di me e di tutte le mie sostanze, e che facesse tremare
tutto ciò che vorrebbe nuocermi, di qualsiasi genere esso fosse.

270. Non è una cosa rara trovare dei calabroni fra la gente, che non solamente consumano il miele
delle api, e rimangono nella pigrizia, ma che inoltre uccidono le api stesse, e le divorano.
Non è una cosa straordinaria neppure che ciò sia un vero dolore per coloro che amano la
16
I due trattini son stati aggiunti al testo originale dal curatore dell’edizione francese Robert Amadou, per una miglior
comprensione.
17
In questo punto, nel manoscritto originale, vi è un passaggio di cui certe parole sono state cancellate con un tratto di
penna ed altre alterate; le parole intatte formano un seguito inintellegibile. Evidentemente era nell’intenzione dell’autore
di distruggerne il senso.
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giustizia. Ora Dio sa quanto io ho amato questa giustizia!

271. Vi sono cinque precetti che mi sono stati dati per la buona via e che non avrei mai dovuto
dimenticare. Eccoli.
Se in presenza di un uomo onesto, degli uomini assenti sono oltraggiati, l’uomo onesto
diviene di diritto il loro rappresentante.
Conduciti bene, ciò ti istruirà più nella saggezza e nella morale che tutti i libri che ne
trattano, poiché la saggezza e la morale sono cose attive.
Sarebbe un gran servizio da rendere agli uomini interdire loro universalmente la parola,
poiché è per questa via che l’abominio li inebria, e li ingoia tutti viventi.
La strada della vita umana è servita dalle tribolazioni che si danno il cambio di posta in posta
e di cui ciascuna non ci lascia se non quando ci ha condotto alla stazione seguente, per
esservi attaccata con una nuova tribolazione.
Non bisogna andare nel deserto, a meno che non sia lo spirito che vi ci spinga; senza di che
esso non è obbligato a difenderci dalle tentazioni che vi incontriamo. Perciò quanta gente vi
è che vi soccombe?

272. Ho visto degli uomini che non stavano male con nessuno, ma di cui non si poteva dire
neppure che stavano bene; poiché non avevano abbastanza misure sviluppate per essere
afferrati da ciò che è vero e vivo, né per essere urtati da ciò che è nullo e falso. È a
Strasburgo dove ho fatto questa osservazione; e qui devo ricordarmi almeno i nomi di
parecchie persone che mi hanno interessato, (il nome della mia cara B. è a parte da tutti
questi qui presenti) o che vi ho visto.
Meyer, la casa Franque, la casa Turquem, la casa d’Oberkirch, la casa Baltazar dove ebbi la
storditezza di suonare il violino, e di accompagnare una valente clavicembalista, mentre io
non ero d’eguale valore, la casa Mouillesaux, il barone de Razenrid, la younfer 18 della via
degli Har, la calzolaia Westerman, la vecchia che aveva la fiducia di Salzmann, e che la mia
B. mi fece consultare al momento dell’avventura romanzesca, e che mi rispose abbastanza
rettamente attraverso i miei bossi, il dottor Haffner, il dottor Blessig, il dottor Oberlin, un
maestro d’astronomia e di matematica, la casa d’Aumont, i Klinglin, Luzelbourg, e Tersac,
tre ufficiali dei carabinieri, Mercy, Murat, e Tersac, senza contare il giovane de Vogué, ferito
a Luneville al momento della rivolta contro il Signor de Malsaigne, tre ufficiali de Neustrie,
Desbreil, Montbeliard, e il maggiore Pesplane, due ufficiali di Bretagna, Gilbert, e Deslandes
che è del mio paese, e della conoscenza della Signora Daën, la casa Saint-Marcel, la
baronessa de Rosenberg che voleva condurmi seco a Venezia per fuggire la Rivoluzione di
Francia, la bella contessa de Potoka che mi aveva promesso di scrivermi, e che non ne ha
fatto di nulla, il padre Ildefonse benedettino d’Etenheim, l’abate Poinsignon, lo zelante abate
Cascaroti polacco, il famoso musicista Ploeyel, i de L’Or, il Signor Wittenkof il quale aveva
dell’amicizia per me, i Lefort, e il loro zio Falkeneïm, il conte de Welsperg ex ministro a
Vienna, il Signore e la Signora Ebertz, il Signor Clermond, parecchi ufficiali del genio,
Laubadere, Chasseloup, d’Hauterive, Laborde. Devo dire che questa città di Strasburgo è una
di quelle alla quale il mio cuore è maggiormente legato sulla terra, e che senza le sinistre
circostanze che ci affliggono in questo momento mi affretterei velocemente a ritornarvi. 10
luglio 1792.

273. La mia saggezza m’ha detto talvolta che non bisognava scrivere i miei pensieri per aiutare la
mia memoria in quanto sarebbe mancare di fiducia in colui che me li dà; ma la mia saggezza
è stata tanto debole che ho scritto anche questo consiglio che mi dava. Ecce homo.

274. Uno dei miei dolori è stato di vedere che si dava la luce alle persone senza sapere se esse

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il significato di questa parola forse fiamminga o dell’antico tedesco potrebbe essere giovane donna.
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credevano che mancasse loro qualcosa, poiché coloro che sono contenti e credono d’avere
tutto, non ne hanno bisogno.

275. Ho riconosciuto che per l’uomo non vi erano che due maniere d’uscire dalla vita; cioè come
gli insensati, con orgoglio e disperazione, o come i saggi e i santi con rapimento o
rassegnazione.

276. Sarei forse stato molto infelice sulla terra, se avessi avuto ciò che il mondo chiama il pane.
Poiché non mi sarebbe nulla mancato, ora bisogna quaggiù che ci manchi qualcosa perché vi
siamo al nostro posto.

277. Io non ho mai strisciato davanti a coloro che erano provveduti di grandi uffici, perché in ogni
tempo sono stato al di sopra degli uffici di questo mondo. Durante il periodo che ho passato
in servizio, tutta la corte che ho fatto al ministro Choiseul si è limitata ad andare a farmi
scrivere una volta presso il suo Guardaportone, essendovi trascinato da mio padre. Questo
buon padre aveva voluto farmi avanzare nella magistratura, perché essendo il mio prozio
Poncher consigliere di Stato, e noi, i suoi soli eredi, fossi destinato al suo posto; ma io dissi a
mio padre: Ecco il cammino che ciò seguirà. Entrerò subito nella magistratura inferiore, poi
sarò consigliere al Parlamento, poi, referendario, poi intendente poi consigliere di Stato, poi
ministro, poi esule. Vorrei semplicemente cominciare il romanzo dalla coda, ed entrare in
questa carriera esiliandomene.

278. Il mio destino divino era così dolce e così bello che sembrava dovere compiersi da solo, e
senza il soccorso e l’appoggio del tempo; ma siccome bisogna che questo tempo si faccia
sentire da tutta la posterità dell’uomo, è accaduto che il destino temporale si è avvicinato
costantemente, e potentemente al mio destino divino, alfine di farmi sentire che se si voleva
che io mangiassi del pane, non si voleva che lo mangiassi senza ch’esso non costasse dei
sudori alla mia fronte. Questo destino temporale, ha fatto nei confronti del mio destino
divino, come le onde del mare nei confronti di un vascello che entra nel porto dopo violenti
tempeste e tempo cattivo. Esse lo seguono e vi si lanciano sopra, alte quanto possono, e lo
inondano almeno se non possono sommergerlo.

279. Non ho mai cercato di occupare i primi posti. Mi sono detto spesso durante i miei pochi anni
di servizio che preferivo meglio essere soldato che ufficiale. Allorché il mio primo maestro
faceva dei viaggi a Parigi, ed io mi trovavo a capo della sua scuola a Bordeaux, in qualità del
più anziano, fuggivo questo posto e lo lasciavo ad altri. In Casa della d. d. B., quando la
dama d’onore era assente io ero incaricato degli onori della tavola, avrei desiderato che altri
se ne incaricassero. Non do tutto ciò come delle prove della mia umiltà; confesserò anche
che vi entra molto la pigrizia; ma una verità del tutto certa, è che vi entra un gran bisogno
della libertà, e di agevolezza per abbandonarmi ai miei oggetti ed al mio pensiero che è
sempre occupato; e più mi sottraggo a tutto ciò che è esteriore e temporale, più mi trovo la
forza ed il tempo per l’interiore e lo spirituale.

280. La luce elementare mi è sembrata essere il nemico della luce superiore, in quanto la luna è al
nord, ed il sole a mezzogiorno. Il mondo fisico non mi è sembrato essere altra cosa che una
figura, ed ho visto perché la Scrittura Santa lo chiami così. Ho visto che in questo luogo di
figura che noi abitiamo, gli uomini non si occupavano nell’ordine del loro pensiero che delle
imitazioni, e delle figure di figure. Perciò mi dicevo che fanno essi dunque! Perché non
sentono che vi è altra cosa che ciò che vedono! O piuttosto perché non la vedono quest’altra
cosa! Allora ho concluso che la grande aria era buona solamente per i corpi. Ho concluso che
non bisognava scoraggiarsi prima d’essere uscito da sopra la terra, perché finché vi si è si
può sperare di produrre la sua riconciliazione; infine ho concluso che è nella privazione che
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bisogna mostrare la propria forza, e che se abbiamo il coraggio e la pazienza di sostenere
tutta l’amarezza di questo stato, possiamo essere sicuri di esserne ricompensati con delle
realtà.

281. Talvolta ho trovato delle persone che avevano solamente delle credenze ch’essi chiamavano
fede, e decretavano; io avevo delle certezze e delle dimostrazioni, e non affermavo. Forse la
mia moderazione era colpevole per i suoi eccessi; ma gli spiriti con i quali avevo da fare
erano così ardenti che non avevo altre risorse. Ho fatto questa osservazione a C. B. a
proposito della resurrezione della carne.

282. Vi sono tre città in Francia, di cui una è il mio paradiso, ed è Strasburgo. L’altra è il mio
inferno, e l’altra ancora è il mio purgatorio. Nel mio paradiso potevo parlare e sentire parlare
regolarmente delle verità che amo. Nel mio inferno non potevo né parlarne, né sentirne
parlare, perché tutto ciò che era legato allo spirito vi era antipatico; era propriamente un
inferno di ghiaccio. Nel mio purgatorio, non potevo quasi parlarne, e non ne sentivo mai
parlare se non obliquamente. Ma ancora valeva meglio sentirne parlare obliquamente o
indirettamente che non sentirne parlare del tutto; perciò me ne stavo nel mio purgatorio
quando non potevo andare nel mio paradiso. Devo anche dire, che questo parlare obliquo o
indiretto non mi è sempre stato inutile, poiché ha esercitato il mio spirito a tenersi abbastanza
saldo sui suoi piedi per poter resistere a molti urti. Siccome è nello spirito che ero
particolarmente chiamato a lavorare, è nello spirito che dovevo subire le maggiori prove;
perciò in questo genere ho mangiato il mio pane per tre quarti della mia vita, col sudore della
mia fronte, e quando penso alle scosse che ho provato, sono talvolta stupito che la mia testa
sia ancora al mondo. Vedi n° 89.

283. Non posso impedirmi di guardare come una grandissima fortuna per me, il fatto che per la
maggior parte del tempo gli uomini non mi hanno inteso; poiché mi sarei fermato nelle
misure in cui mi avrebbero trattenuto, e mi avrebbero impedito con questo forse di giungere
a delle cose che potevo intendere solamente con Dio, e attraverso il canale vivente della sua
istruzione diretta ed intima.

284. Mi si è fatto conoscere che bisogna, per così dire, uccidersi, se si vuole impedirsi di morire;
che coloro che non si uccidono, non potranno mancare d’essere uccisi, allorché la grande
spada della giustizia sarà tratta, e che lo saranno allora in una maniera che sarà loro
orribilmente pregiudizievole, mentre che se avessero avuto il coraggio di uccidersi,
avrebbero ottenuto la vita in cambio della morte volontaria che si sarebbero data; verità
spirituale, che possiamo tutti verificare fin da questo mondo, e prima di entrare nella nostra
tomba materiale.

285. Non occorre avvicinarsi per molto tempo ai potenti di questo mondo, per vedere che si dà
loro realmente una verga di ferro, con la quale rompono tutto, a piacimento dell’azione che li
conduce. Talvolta quest’esperienza mi è stata penosa, ma anche mi ha procurato taluni
insegnamenti. 1789.

286. Posso io rammaricarmi di qualcosa, se il regno che è seminato in me viene a fiorire? Ed al


contrario se questo regno venisse a fiorire, non dovrei difendermi da tutto, e separarmi da
tutto? Ecco l’idea che mi è maggiormente servita nei diversi combattimenti che ho avuto e
che ho ancora quotidianamente da sopportare, particolarmente in rapporto ai quadri
dell’angelo ed agli inconvenienti della mia solitudine.

287. Fra le pene di spirito che ho provato sulla terra, una delle principali è stata di vedere quanto
gli uomini allontanassero il tempo del regno della verità, lasciandosi condurre dai movimenti
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falsi o limitati che li dirigono; perché allora bisogna che l’uomo intero dia tutto il suo essere
e tutte le sue cure per guarire, mentre quest’essere e queste cure non dovrebbero essere
impiegate che al dissodamento della terra. Noi non dovremmo essere occupati che a curare la
cosa pubblica, e gli uomini si mettono così facilmente al posto di questa cosa pubblica, da
attirare tutte le ore, e tutte le idee sulla loro persona.

288. Mi sono sentito talmente nato per la pace e per la felicità, ed ho avuto così frequenti
esperienze che mi si era anche, fin da questo mondo, come circondato del luogo di riposo, da
avere la presunzione di credere che in qualsiasi luogo abitassi, non sarebbero mai accaduti
grandi disordini, né grandi disgrazie. Ciò si è verificato per me non solamente in parecchie
epoche della mia giovinezza, ma anche nella mia età avanzata, al momento della Rivoluzione
di Francia. Scrissi ciò l’anno 4° della libertà il 25 luglio 1792. Fino a questo momento, non
sono stato testimone d’alcuno dei disastri che hanno desolato la mia patria in questa
circostanza, sebbene non abbia voluto abbandonare il regno malgrado le istanze che mi
erano state fatte, particolarmente dalla Signora de Rosenberg che voleva condurmi con lei a
Venezia. Ho attraversato inoltre tre volte quasi tutto il regno durante questi tempi di
disordine, e la pace si è trovata ovunque dov’ero (eccettuato l’avventura del Campo di Marte
dell’estate del 1791, durante la quale ero a Parigi); tutto ciò mi fa credere che senza osare di
guardarmi come un elemento di preservazione per il mio paese, esso sarà tuttavia garantito
da mali estremi, e da disastri assoluti finché io l’abiterò; non poiché vengo dal dire che mi
credo un elemento di preservazione, ma perché credo che si preservi me stesso, considerato
che si sa quanto la pace mi è cara, e quanto desideri l’avanzamento del regno del mio Dio.
Del resto lascerò qui alcune righe in bianco che riempirò solamente quando la Rivoluzione
sarà finita, se i miei giorni si prolungheranno fin là.
Dopo che ho scritto ciò, mi sono trovato a Parigi il famoso giorno del 10 agosto 1792. Vedi
il n° 298. Mi sono pure trovato ad Amboise al momento della piacevole spedizione che gli
abitanti della città e di numerosi altri comuni andarono a fare a Tours il 29 novembre 1792.
Io fui dispensato dall’esservi, visto lo stato di malattia di mio padre, e per il fatto che non mi
si guardava come domiciliato. Ma ero anche ad Amboise al momento del giudizio e
dell’esecuzione di Capet a Parigi il lunedì 21 gennaio 1793. Ero a Petit-Bourg al momento
dell’esecuzione di Antonietta il 16 ottobre 1793, a Parigi al momento dell’esecuzione di
Egalité; e il 12 germinale ed il 1° pratile dell’anno 3 della Repubblica. Ero ad Amboise al
momento del 18 fruttidoro in cui si deportò Barthelemi, Pichegru, ecc.. Ero a Parigi al
momento del decreto sui nobili, ed infine allorché ci venne annunciata la pace sottoscritta tra
Bonaparte e l’Imperatore a Udine il 26 vendemmiaio anno VI, o il 17 ottobre 1797 19, vale a
dire l’indomani del 4° anniversario dell’esecuzione della Regina. Ero a Parigi al momento
della pace con gli Inglesi o la pace generale firmata a Londra il I° ottobre 1801 20, il 9
vendemmiaio anno 10, sotto il I° Console Bonaparte.

289. Vi sono parecchie persone con le quali sono stato nell’occorrenza di dire delle parole che
sembravano dure mentre non erano che delle parole vere tali quali queste: spero bene che
andrò a Dio, ancorché vogliate condurmici.

290. Se non avessi trovato Dio, mai il mio spirito non avrebbe potuto fissarsi ad alcunché sulla
terra. Ed anche sebbene Dio solo abbia potuto soggiogare la mia incostanza, devo dire, a mia
vergogna, che non l’ho servito con lo zelo e la fedeltà che dovevano attendere da me la sua
tenerezza e la sua munificenza nei miei riguardi. Oh sì, se non vi fosse stato Dio, sarei stato
in balia di tutte le inezie che governano gli uomini di questo basso mondo, ed avrei avuto
meno di essi la fissità che la maggior parte hanno per quelle di queste inezie che adottano,

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L’autore si riferisce all’armistizio di Cherasco e la pace di Campoformio dopo la sconfitta degli austro-piemontesi.
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In realtà la pace con gli inglesi fu firmata ad Amiens nel 1802.
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perché hanno quasi tutti più carattere di me. Ma con le grazie che ho ricevuto, non cambierei
di carattere con essi, poiché il mio carattere è d’avere tutto da attendere con fiducia dalla
mano che vuole prendersi cura di me, e d’essere convinto che se la lascio fare, essa produrrà
per me tutto il carattere e tutti i movimenti che mi saranno necessari.

291. Nei miei studi di collegio, e nel mio legame con La Mardelle a Tours, il mio stile, ed il mio
gusto letterario si erano un po' girati dalla parte della pompa e delle immagini. Ciò mi è stato
forse utile al momento delle mie tre prime opere, nelle quali la forma era necessaria per far
passare il contenuto che conveniva a così poche persone, e che doveva dispiacere a tante
altre. Ma oggi devo meno occuparmi di questa forma, e di queste figure, avendo così grandi
verità da raccogliere e da diffondere che possono fare a meno di ogni ornamento. Non posso
in questo genere avere un miglior modello della mia carissima B.. Non vi è un fiore nelle sue
opere, perché non vi è una parola delle sue opere che non sia un frutto.

292. Nelle contrarietà che ho provato, ho notato una differenza sensibile che ha gettato una gran
luce sul mio carattere e la mia maniera d’essere; è che gli attacchi e gli equivoci che
cadevano su di me mi affliggevano molto senza dubbio, ma non giungevano sempre fino a
turbarmi; ma quelle che cadevano sulle verità, e la grande cosa, mi turbavano al punto di
farmi realmente soffrire. Ho riconosciuto con questo che la verità mi aveva dato più
sensibilità per essa che per me stesso; ho creduto anche di poter dire che la sensibilità che mi
era propria, sebbene potesse venire dal mio orgoglio, poteva venire anche dal mio supremo
amore per questa verità che idolatro, perché la maggior parte delle persone non sapendo
giudicarla che attraverso le persone e non attraverso essa stessa, potevano prevenirsi contro
di lei, non appena sarebbero maldisposti in mio favore. Piaccia al cielo che non m’inganni in
questa osservazione! E se essa è giusta, possa esso ricevere le mie azioni di grazie del premio
che mi avrà dato!

293. Io non ero proprio che ad una sola specie di elemento; e i tre quarti del tempo, le persone
anche le più desiderose del bene si tenevano sempre in elementi estranei a quello, e mi vi
trattenevano con esse. Di modo che dopo un ben lungo soggiorno in questi elementi estranei
(e supponendo anche che queste persone vi avessero avuto dei trionfi e delle vittorie) la cosa
vera ed essenziale che io chiamo il mio elemento, non se ne trovava più avanzata di una
tacca.

294. Ecco un piccolo memoriale sulla mia storia a Bordeaux. La mia strana entrata nel reggimento
di Foix, i miei primi passi con il colonnello, conte de Langeron sulla piazza d’armi del
Chateau-Trompette, accanto ad un sergente del reggimento di Condé che era venuto ad
addestrare il reggimento tutto di reclute dopo il suo ritorno dalle Isles. I nomi che mi sono
rimasti degli ufficiali. St-Cou, Fitz-Patrik, del Laurent, Courteville, del Chastelet, Mayac,
Champoleon, del Rosel, Renti, Concarnau, San-Dominguo, Montal, d’Hayenge, Guillemain
(ucciso a Nante), il maggiore Cher d’Ary, il luogotenente colonnello d’Anderni (il suo buon
valletto La Pierre), Macdonald, L’Epine, La Haye, degli Hayes, La Cottiere, Deval, Sigoyer,
La Serre, Flamenville, Cauliere, Chasteigner, Gayot, Malherbe, Legrand (nipote di
Grainville, e il più bell’uomo che abbia mai visto in vita mia), Trenonay (che m’impegnò a
desinare il giorno dell’affare di Nante), i due Mondion, d’Au, Rey, La Girousiere,
Montredon, i due Dustou, Villars, Bouvet, de Lys Cleramboust, Vanosq, Cohasseau, Bayeux,
La Richardiere, Grandoit, d’Amfreville, Fremont (che fu ucciso in combattimento dal Signor
Destaing), Milly; non devo dimenticare il famoso padre Bullet, cappellano del reggimento,
né Strolle chirurgo maggiore, ne il bello L’Esperance tamburo maggiore, Maxa che da
sergente della mia compagnia divenne ufficiale, come pure Langevin, ecc.. Le mie
guarnigioni sono state Bordeaux, Blaye, Nantes, L’Orient, Rochefort, Longwy, e Tours ad
interim per vegliare al deposito dei malati. Ho abbandonato il reggimento nel 1771 allorché
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esso era a L’Ile, per un semestre. Quei semestri che andavo sempre a passare a Bordeaux
dispiacevano un po’ al Signor de Langeron; ero anche obbligato a fingere alla fine con lui e
con mio padre, per coltivare i miei grandi oggetti in questo paese come se avessi avuto dei
cattivi progetti, testimonio l’affare delle reclute per le quali supposi una missione.
Ma passo ad altri dettagli e ad altri legami in questa stessa città. Legami mondani, il
maresciallo de Richelieu, le Signore Ainslie, Sandilan, Grace, Montbrison, i musicisti Beck,
e de La Lande, il Signor Prune, i Vertamon, i Signori Pifon al Chateau-Trompette, ecc..
Legami spirituali, il Signor P... alcuni ufficiali del reggimento e in città de Serre,
d’Hauterive, l’abate Fournier, Fatin, Shild, Laborie, i Coëffard, alcune persone di Libourne,
Fortin e sua sorella, (egli mi condusse a Polliac presso il Signor de Loupes de Geres),
Mathias un ingegnere di ponti e di strade, il maggiore Colas, suo fratello Benoni, il padre
Verillac. Avvenimenti spirituali, sia a Saint-Surin, sia nella strada dei Giudei, sia nella strada
Carpenteyre, sia nella strada Sainte-Croix; bruciatura di carte un martedì grasso, al momento
dell’arresto del Signor de Labaume, ecc.. Tutti questi luoghi, tutte queste persone, tutti questi
avvenimenti lasciano nel mio spirito dei ricordi interessanti, e i colori che il mio essere ha
preso in questo paese in differenti viaggi sono nel numero dei più essenziali che possono
entrare nel mio ritratto.

295. Mille volte mi si è fatto dei rimproveri di non parlare; ma io amavo parlare solamente
quando potevo dire tutto, e amavo dire tutto solamente a coloro che erano risoluti ad
abbandonare tutto per la verità; e invece di ciò incontravo quasi sempre delle persone che ne
sapevano giustamente abbastanza per non poter più mai nulla sapere, e che inoltre portavano
alle scienze divine una specie di disposizione così mista che non si poteva darvisi con alcuna
fiducia.

296. Una verità molto singolare e che ho notato da non molto è che i discepoli valgono
comunemente più dei loro maestri sebbene non siano così sapienti. La contessa Julie de
Sérent valeva più del mondo ch’essa vedeva. La duchessa de B. valeva più di tutti i dottori
che la circondavano. Oso dire che io valevo più del mio primo maestro nelle cose spirituali,
sebbene egli fosse un pozzo di scienza vicino a me che non sapevo nulla; valevo più della
persona che volle istruirci a Lione nel 1785, sebbene essa fosse più favorita di me; valevo più
del Signor Herenshwand gran giudice delle Guardie svizzere, dei Signori (sic) Chabonon,
l’accademico, dei Signori de Merinville, Moussu, e Piat du Plessis al quale mi rivolgevo
nella mia giovinezza per acquisire delle conoscenze. Coloro che in seguito si sono rivolti a
me valevano più di me soprattutto quando erano ancora giovani, e non avevano avuto la
sventura di lasciarsi corrompere lo spirito dai sistemi. La ragione di tutte queste grandi
differenze è che l’allievo si dà sempre per intero e che il maestro si diminuisce sia per
mettersi alla portata dei suoi allievi allorché è saggio e vuole loro bene, sia per regolare bene
il suo amor proprio, e conservare del rispetto per la sua riserva ed il suo mistero; infine
l’allievo è un essere di cui l’anima è sempre pronta a seguire; ma il maestro è un essere di cui
l’anima non è sempre pronta a procedere, a meno che non proceda egli stesso sulle tracce di
colui solo che si è reso il maestro di tutti i maestri della terra.

297. In me ogni passione non era, per così dire, che un’idea; ed è questo il mio difetto, e per cui
pago tributo all’umanità; è tanto più sventura per me, che le mie passioni stesse erano pure e
non respiravano che il vero. Ho visto al contrario delle persone di cui ogni idea era una
passione, ed era altrettanto più spiacevole per esse che le loro idee fossero quasi sempre
false.

298. Il 10 agosto 1792, mi sono trovato a Parigi. Tutto questo giorno fu pieno di omicidi e di
massacri sanguinosi. Gli altri giorni furono un po’ meno agitati, e non è che a capo di sette o
otto giorni che la tranquillità fu ristabilita. Ero venuto a Parigi per prendere dei documenti di
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negozio che bisognava inviare a casa di mio padre ad Amboise. Il sonare a stormo ed i
tamburi non cessarono di farsi sentire dal 10 al mattino (successivo), vale a dire fino a sei o
sette ore (dopo) mezzanotte. Tutto fu in armi in Parigi. Alle ore dieci volli uscire per andare
a vedere qualcuno che era alloggiato in via Montmartre vicino alle diligenze; io ero
alloggiato all’hôtel de Bourbon in via del Fauxbourg Saint-Honoré, tutte le persone della
casa piangevano, e si mettevano quasi ai miei piedi per impedirmi di uscire. Ma io dissi loro
che ero venuto per un dovere sacro, e che bisognava adempierlo qualunque cosa potesse
accadere. Esco e vado molto tranquillamente fino verso la metà del mio cammino per il
viale. Allora vedo sboccare improvvisamente delle colonne di popolo da più strade e urlanti:
Alle armi, alle armi, tutti, ci s’ingorga alle Thuilerie. Io non ebbi, grazie a Dio, la più piccola
emozione per il mio proprio conto; solamente affrettai il passo per recarmi dalla persona che
cercavo; nelle corse che facevo giornalmente da casa sua a casa mia, fui molto spesso
esposto ai furori del popolo armato. Ma fui calmo, e non mi accadde nulla. Devo la serenità
di cui ho goduto allora ai buoni nutrimenti che prendevo giornalmente nella mia cara B. e
soprattutto a quelli che avevo presi nelle vive preghiere fatte durante tutta quella notte del 10,
in cui il sonare a stormo e le campane m’impedirono di dormire; l’ho detto altrove (n° 42), io
non ho abbastanza fisico per avere la prodezza dei sensi. Ed ancora perché io abbia della
prodezza, bisogna ch’essa sia tutta divina; non appena mi sottraggo un istante alla mano di
questa suprema potenza non sono più nulla. Io non devo omettere una circostanza in cui la
mano attenta della Provvidenza s’è fatta conoscere, e mi ha sorvegliato nel tafferuglio. Essa
mi fece uscire da casa mia un quarto d’ora prima che la grande cannonata cominciasse, e
questa cannonata fu così forte che scosse tutta la casa e turbò molto tutti coloro che vi erano.
Questa stessa mano mi fece passare per il viale; ed il vento essendo (proveniente da nord)
respinse il suono e lo scoppio dei cannoni, di modo che non sentii assolutamente nulla.
Ebbene, malgrado queste attenzioni eccessive che questa mano vigilante ebbe per me, sono
stato abbastanza ingrato da dimenticarlo due giorni dopo, in presenza di qualcuno che mi
mostrava i viaggi di Cook. Cosa son’io!!!!

299. Nella mia giovinezza, e nei primi tempi della mia carriera spirituale, vi erano certi passaggi
della Scrittura Santa che, allorché li leggevo, sembravano essere come altrettante sbarre di
ferro rosso che attraversavano il mio cuore e che lo bruciavano fisicamente. Le differenti
circostanze distruttive per cui sono passato, e particolarmente la costanza del giogo di
Gessen hanno un po’ alterato questa deliziosa sensibilità; ma credo ch’essa non è
interamente perduta, né affatto impossibile da riacquistare; non vi è nulla che la penitenza
non possa restituirci.

300. Mi è stato dato di sentire che nulla di ciò che è relativo al nostro essere fisico e morale
dovrebbe rimanerci sconosciuto, e che tutti i particolari, e tutta la storia dei nostri due esseri,
sia nel passato, sia nel presente dovrebbero esserci estranei, perché ho sentito che era una
cosa naturale che un padrone di casa sapesse ciò che accade presso di lui.

301. Vi sono degli esseri che hanno disdegnato il mio interesse a causa della mia persona; se non
si fossero affrettati avrebbero fatto grazia alla mia persona in favore del mio interesse.

302. Tutto ciò che io volevo era di difendermi dai movimenti viziosi, dai falsi piaceri, dai falsi
attacchi, dalle false pene, e fronteggiare il nemico, le malattie, gli elementi, le assemblee
sante lasciando sempre pesare su di me la grande azione, e tenendomi sempre prosternato
nell’umiltà.

303. Ho goduto a Tolosa della compagnia di una amabilissima famiglia, i Du Bourg. E ho avuto
occasione di vedervi i Signori Villenouvet, Rochemontès, Quelus, Labadens, Mazade, uomo
molto di spirito; le incantevoli passeggiate di Rochemontès mi restarono a lungo nella
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memoria. La situazione è magnifica. Sono stato colpito dalla bontà delle anime pure che ho
incontrato nella deliziosa famiglia Du Bourg. Vi è stata questione di alcune velleità di
matrimonio per me, prima con la primogenita Du Bourg, e poi con una Inglese chiamata
Signorina Rian. Ma tutti questi progetti sono svaniti come tutti quelli che erano legati
solamente alle cose di questo basso mondo, poiché mille esperienze mi hanno insegnato che
invano la sorte tenterebbe di legarmi alla terra, e che io ero nato soltanto per una sola cosa.
Felice, felice, se le circostanze non avessero lasciato così spesso la mia debolezza a se stessa,
e non mi avessero esposto con questo a discendere, invece di salire come non avrei dovuto
cessare di fare. 1778.

304. Verso la metà del mese di settembre 1792, sono stato richiamato dall’autorità di mio padre,
dal mio tranquillo soggiorno di Petit-Bourg ad Amboise. Senza i potenti soccorsi del mio
amico Böhme, e senza le lettere della mia carissima amica B.... sarei stato annientato fin dai
primi momenti che sono andato nella mia città paterna, tanto erano nulle le cure che avevo
da recarvi, e gli appoggi che avevo da attendervi. Ancora malgrado questi due sostegni ho
provato tali scosse di nulla che posso dire d’aver appreso a conoscervi l’inferno di ghiaccio e
di privazione. Tuttavia vi ho trovato pure alcuni leggeri compensi, e ne parlerò in articoli a
parte; ma ahimè, quanto questi compensi sono deboli in ragione di ciò che mi servirebbe!
Dio mio, Dio mio, che la tua volontà sia fatta! La mia carissima amica mi chiese a questo
proposito il passo di San Paolo 1 Cor. 7: 20 ecc.. Che ciascuno resti nella vocazione in cui
Dio l’ha chiamato. Vi è un grande senso per me in questa citazione. Poiché ero sotto questa
stessa potenza allorché mi si è aperta la carriera.

305. Una delle mie pene è stato di vedere che non appena vi era dello spirito, gli uomini erano
abbastanza bestie ed abbastanza disgraziati per abbandonarsi alla materia. Ma la sorgente di
tutti i miei tormenti è stato il fatto che la sorte mi aveva posto accanto a questi uomini che
non volevano darsi la pena di cercare lo spirito, e che avevano su di me per il loro diritto
naturale un’autorità ad un tempo potente e distruttiva.

306. Indipendentemente dal : Correvi così tanto (vedi n° 240), mi è stato detto pure: Se ti sposassi
non si saprebbe più che il tuo regno non è di questo mondo. Questo passo mi è sembrato più
forte dell’altro, sebbene si somiglino un po’. Mi è parso pure più forte di ciò che ho ricevuto
a Mariendal a proposito della inclinazione della propria carne. Ma tutte queste suggestioni
non mi sembrano tuttavia contenere un ordine positivo, talvolta anche mi sono sembrate
altrettanti intoppi seminati sulla mia strada per impedirmi di formare un’unione nella quale
avessi potuto trovare alcuni appoggi. Poiché debole come mi conosco, sono sicuro di
decadere nel mio isolamento, mentre è possibile che un secondo mi aiuti a procedere, e se
questo secondo ed io avessimo la ventura di intenderci, nessuno sarebbe più felice di noi. La
mia situazione attuale ad Amboise fortifica un po’ queste riflessioni, ma non voglio
affrettarmi ad abbandonarmici. Poiché non devo dimenticare l’art. n° 286.

307. Ho da rimproverarmi nei miei modi tre lesinerie. Una ad un pranzo che diedi a Versailles
presso Calon dove alloggiavo, all’abate di Saint-Simon, ed al cavaliere de Chateigner; la
seconda alloggiando presso Privat a Lione, e la terza ad una colazione che diedi in via della
Senna alla Signora de Florange, ed ai Puiségur; è vero che le mie fortune erano piuttosto
mediocri allora, ma finché abbiamo di che guadagnarci la vita, non dobbiamo pesare sugli
altri, e se non abbiamo di che trattare convenientemente dei convitati, non bisogna invitarne.
Durante il breve soggiorno che ho fatto in questa città di Versailles, vi ho conosciuto i
Signori Roger, Bonroger, Mallet, Jance, Mouët; ma la maggior parte di questi uomini erano
stati iniziati pro forma, perciò le mie cognizioni erano un po’ lontano da essi. Mouët era uno
di quelli che era più adatto a coglierle.

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308. Cazotte che avevo visto con piacere nella società, era uno degli uomini del tempo che ebbe il
massimo dalla letteratura leggera. D’Hauterive che non aveva sondato la forza della sua testa
l’aveva ammesso ai nostri oggetti; perciò non ne prese che la parte dolce, e ne abbandonò la
parte forte che denigrò tuttavia senza mai averla posseduta. È in questo stato ch’egli fece
conoscenza con la Signora d. L. C. che avendo la testa molto più viva di quanto era
necessario per lui, l’ha trascinato in mille credenze più esagerate le une delle altre; e siccome
tutto si concilia nelle teste che non sono nella misura, egli ha unito la devozione, con lo zelo
del realismo; questo zelo si è riscaldato in lui con questa devozione stessa; ha creduto di
parlare in nome del cielo, e questa credenza l’ha condotto al patibolo. Io amavo quest’uomo,
e tuttavia ho sempre sentito che non avremmo mai potuto fare niente insieme.

309. Ho così poche occasioni di fare uso dei miei tesori spirituali (nella mia patria) che sento
spesso piuttosto il timore che la voglia d’acquistarne. Sono come quei principi maomettani,
ed altri asiatici che sono obbligati a nascondere le loro ricchezze, negli abissi dove esse si
perdono, poiché non trovano il momento per farle circolare, o anche che esse sarebbero lì per
lì sottratte dai loro despoti se fossero conosciute.

310. Ho abbastanza mostrato nei miei scritti quanto la preghiera dell’uomo interiore fosse al di
sopra delle preghiere (fatte) di formule, ma ho provato nello stesso tempo quanto le preghiere
fatte nelle chiese avessero talvolta il vantaggio sulle preghiere fatte nella solitudine, e senza
compagni. Questo vantaggio consiste nel fatto che nelle chiese, si è più facilmente contenuti
nel proprio stesso posto che nella camera dove il minimo intelletto, o la minima idea vi
distoglie, e vi fa passare facilmente da un oggetto all’altro, così come da un posto all’altro;
ora è nella fissità non solamente dei nostri pensieri, ma anche della nostra persona che la
cosa discende in noi con più abbondanza, e ci riempie maggiormente della sua vita nutriente
istruttiva, e vivificante.

311. L’uomo fa ciò che vuole, proposizione che ho sentito avanzare quasi generalmente, anche da
coloro che non cercavano di sapere se erano o meno nelle misure; come Bonneville autore
dello Spirito delle religioni. Posso risponde a ciò che è vero che certi uomini possono fare
ciò che vogliono, quando certi altri non fanno ciò che devono. Questo scrittore ingegnoso,
caldo e fecondo, mi inviò la riedizione della sua opera. Ecco il giudizio che la lettura me ne
ha fatto nascere; vi è stato un architetto che costruendo una casa, ne aveva dimenticato la
scala; l’autore in questione sembra nel suo edificio non aver saputo fare che la scala, ed aver
dimenticato la casa fino al più piccolo alloggio.

312. Ecco la mia posizione spirituale, ad Amboise il 22 ottobre 1792. Mi necessita lavorare senza
riposo per imparare e conservare la sola lingua che mi conviene, e questo senza poter mai
parlarla; mi necessita al contrario parlare incessantemente ogni sorta d’altri linguaggi che
non devo mai imparare, né conservare. M’inorgoglisco talvolta considerando le diverse
situazioni in cui mi sono trovato nella mia vita. Mi dico: Bisogna che Dio conti molto su di
me, e che mi sappia di grandi mezzi, poiché vuole che io sia anche il creatore delle mie
circostanze. Io gemevo così il 22, e il 24 mio padre cadde malato. Devo rendere qui una
consolante testimonianza alla mia coscienza, e cioè che in ciò che concerne le mie
tribolazioni sono stato sempre più addolorato dai disordini che erano legati al morale ed allo
spirituale, che da quelli che erano legati al corporeo. La mia anima è stata afflitta dalla pietà
vedendo a qual punto di miseria l’uomo poteva discendere con la negligenza del suo morale,
allorché ho appreso ad un tempo la storia delle baldracche e la storia dei pidocchi. La mia
anima è stata afflitta allorché ho visto la testa di mio padre smarrirsi nella sua malattia dal
mese di ottobre 1792. Non sentivo la stessa commozione sul suo stato corporeo; tuttavia sia
per il rispetto filiale, sia per la ripugnanza, non sopportai di vederlo salassare, ne di guardare
il suo sangue nel recipiente, sebbene abbia visto spesso senza turbamento salassare altre
53
persone.

313. Sono stato così spesso obbligato a trattenere il mio cuore, che parecchie volte, le persone che
non mi conoscevano avrebbero potuto dubitare che ne avessi uno. Ma come potevo
determinarmi a dare il mio cuore a delle persone che non l’avrebbero preso che per
seppellirlo nelle loro ignoranze, nelle loro debolezze, nei loro discorsi sconci, e nelle loro
sozzure? Quanto altri l’avrebbero sepolto nel loro nulla, o nelle loro bramosie vane ed
abusive? Oh no, essi non hanno conosciuto il mio cuore, coloro che l’hanno così impedito di
mostrarsi, non hanno avuto la prima idea del suo dissolvente.

314. È nell’effusione del mio cuore che ho domandato a Dio di dare la vita spirituale a colui per
mezzo del quale egli ha permesso che io ricevessi la vita temporale, vale a dire, il modo di
evitare la morte. Questa ricompensa in favore di quest’essere che io onoro è stato uno dei più
dolci godimenti che potesse essermi accordato, ed avrebbe fatto la bilancia di tutte le prove
che ho subito per mezzo di lui ed a causa di lui.

315. Vi è una verità che si vuole sicuramente che io non dimentichi, tanto si prende cura di
ripetermela, è lo spirito delle diverse situazioni spirituali umane buone o cattive attraverso
cui sono passato sulla terra, e attraverso cui passo continuamente; questo spirito è che Dio ha
intenzione con questo che le situazioni buone non mi seppelliscano nella pigrizia, e che le
situazioni cattive non mi seppelliscano nello scoraggiamento, infine è che egli ha intenzione
che io senta che le situazioni buone non possono nuocermi, senza di lui, né le situazioni
cattive rovesciarmi accanto a lui, e che così non avendo niente da attendere dagli altri se non
da lui, ne da temere da essi con lui, non cessi un solo istante di tenere i miei occhi attaccati
esclusivamente su di lui, di modo che le buone o le cattive situazioni umane spirituali siano
sempre per me come non essenti, e come nell’impossibilità di dovermi o potermi fare né
bene, né male.

316. Nei miei tempi di libertà di spirito, mi sono divertito in alcune opere di gaiezza che non avrei
potuto fare in altri tempi, e soprattutto ora. La prima è intitolata Il Coccodrillo, è un poema
epico in prosa, eccettuato alcuni versi qua e là. Quest’opera è stata finita a Petit-Bourg, come
è segnato alla fine; ma è molto cambiata ed aumentata dopo quest’epoca.
La seconda è una tragedia nel genere burlesco, ed intitolata La Congiura delle polveri,
soggetto che ho preso nella storia d’Inghilterra e che ho trasportato in Cina; quest’opera è
stata soltanto cominciata, e di tutto ciò che ve ne è stato di fatto, è un monologo che mi è
parso il più gaio; ma la catastrofe!
La terza è un’opera, nella quale ho avuto cura che i sordi fossero tanto ben trattati quanto
coloro che non lo sono, poiché quest’opera consiste in un silenzio, un sospiro, e poi da
capo.21

317. Mi è stato facile notare che gli uomini passavano i loro giorni a nascondersi gli uni davanti
agli altri, ma con questa differenza, che gli insensati e gli ipocriti nascondono agli altri la
loro ignoranza, e le loro passioni, mentre che i saggi nascondono loro le proprie luci e le
proprie virtù.
Mi è stato facile pure notare che gli uomini agiscono con i loro corpi come i bambini con le
loro bambole che vestono e svestono continuamente, che fanno i riccioli e li disfanno, che
adornano e spogliano il momento dopo dei suoi ornamenti.

318. Mille volte nella mia vita ho sentito che ero posto al centro delle mie nazioni avverse
faraoniche ed altre perché 1 fosse in derisione agli occhi di 2, come Gerusalemme lo era agli

21
Quest’espressione, nel manoscritto, è in lingua italiana.
54
occhi delle nazioni straniere che tentennavano la testa per lo sdegno guardandola. Ma se
questo trattamento ha avuto luogo talvolta per me per giustizia, esso ha avuto luogo altre
volte per prova.

319. Tutti i miei scritti hanno provato che noi non possiamo avere alcuna fiducia nelle nostre
dottrine se non per quanto abbiamo messo il nostro spirito a pensione nelle Scritture Sante.
Bisogna eccettuarne la mia prima opera intitolata: Degli errori e della verità, perché in
quest’opera non avendo per scopo che di combattere la filosofia della materia, non potevo
lasciar vedere la meta dove io conducevo il lettore senza esporlo a disgustarsi
anticipatamente, tanto le Scritture sono in discredito fra gli uomini. D’altronde sono stato
nutrito di principi naturali; sono i soli che si devono anzitutto presentare all’intelligenza
umana, e le tradizioni che vengono poi, per quanto sublimi e profonde esse siano, non
devono mai essere impiegate se non come conferma, perché l’intelligenza dell’uomo esisteva
prima dei libri.

320. La mia educazione spirituale è cominciata molto tempo prima della mia educazione fisica e
morale. Perciò siccome mi necessita cominciare tardi queste due ultime educazioni, durerò
più fatica a portarle a termine che se fossero state intraprese nelle loro epoche naturali che
sarebbero state quelle della mia infanzia, e della mia giovinezza. Ma tale è stato il potere del
regno temporale stabilito su di me che non ho potuto evitare questo terribile rovesciamento.
Fortunatamente che gettandosi a corpo morto nella fiducia attiva in colui che può tutto, nulla
deve apparirmi impossibile.

321. Per dare un’idea delle mie gaiezze, ecco dei versi che feci ad Amboise nel novembre 1792,
nonostante le seccature e le privazioni che vi provavo. Si trattava di una mia casa, di cui il
banditore pubblico chiamato Roguet pubblicava la vendita per aggiudicazione, e ciò al suono
del suo tamburo:

Achille, Idomeneo, Aiace, Agamennone,


Di vostra gloria Omero ha saputo riempir il mondo;
Così il Signor Roguet ha sparso il mio nome
E l’ha fatto risuonar sul sole.

322. Nel mese di novembre 1792, vi fu ad Amboise come in parecchie altre città e dipartimenti,
una tassa forzosa su tutti gli alimenti. Gli abitanti furono obbligati di andare a dare la loro
commozione a Tours come l’avevano ricevuta in essi. Niente era più ridicola di questa
armata. Gli uni erano saliti su degli asini, gli altri avevano dei manicotti; alcuni dei parasole
sebbene si marciasse in piena notte. Questo rumore non m’ispirò che la pietà, presunsi
ch’essa si sarebbe trovata presto fermata, così come ciò accadde a Tours, ad Orleans, a
Chartres, ad Alençon.

323. Ho visto che gli uomini erano meravigliati di morire, e che non erano meravigliati di nascere.
È questo tuttavia ciò che meriterebbe maggiormente la loro sorpresa e la loro ammirazione.
Ho visto che il bambino sdegnava e lasciava al di sotto di sé le cose del mondo che occupano
gli uomini perché esse sono al di sopra di loro; ma ho visto anche che gli uomini che sono
solamente dei grandi bambini ne facevano altrettanto relativamente alle luci, ed alle verità
eterne della divina saggezza, ed è questo ciò che ha così spesso attraversato la mia anima
come con una spada.

324. Allorché la d. d. B. mi fece passare le lettere del vescovo della Dordogna Pontard, vi
riconobbi un’anima angelica e piena dell’amore di Dio. Ma siccome lo so travagliato da
un’idea che richiede un lungo esame ed un gran sceveramento non potetti impedirmi di
55
vedere quanto mancava ancora a questo degno uomo per essere ciò che mi bisogna. Perciò a
quel punto scrissi a qualcuno che quando questo caro Pontard sarà vescovo andrò a gettarmi
ai suoi piedi per pregarlo di farmi prete. La mia risposta alla d. d. B. non piacque. E invero,
non vi avevo posto prudenza, visto la conoscenza che avevo dei suoi elementi. Ma siccome il
suo cuore è pieno di voglia del bene, essa non ha meno amicizia per me, per quanto può
tuttavia averne per qualcuno che la lusinga così poco, e che sa così poco piegarsi sui principi.

325. La sorte mi ha dato più tempo di quanto me ne bisognerebbe per i lavori esterni e di gabinetto
se fosse questo il mio scopo; ma siccome il mio scopo è il lavoro interno, e che in questo
genere le mie forze sono infinitamente mediocri, la Provvidenza ha disposto le cose in
maniera che la lunghezza del tempo ch’essa mi dà possa supplire alle forze che mi mancano.

326. Vi è un pericolo che mi è parso poter esistere nell’esercizio stesso della compiacenza e della
carità, è quello di rendersi talvolta il fornitore delle debolezze, delle ignoranze o dei vizi
degli altri. Questo pericolo tuttavia non deve sempre fermarci, e se è bene considerarlo, ed
evitarlo per quanto è possibile, e bene anche ricordarci che dobbiamo scorgere il meno che
possiamo i difetti dei nostri fratelli, e che forse questo sentimento d’amore che proveremo
per essi attirerà loro dall’alto le forze, le luci, e le virtù che loro mancano.

327. Nel mio primo anno di servizio che era a Bordeaux, fui distaccato al forte del Ha per un
mese. Una sera andai a cenare al Chartron, e feci differire la chiusura del portoncino fino al
mio ritorno, cosa che i miei camerati mi avevano detto potersi fare senza conseguenza.
Ritornandomene dal cenare trovo nel posto Saint-Surin un gran tumulto, sento delle grida,
vedo delle armi; mi avvicino e riconosco che sono i miei soldati che la guardia di polizia
della città aveva raccolto, e che conduceva al suo corpo di guardia fino all’indomani. Li
richiedo all’ufficiale che li aveva fermati, ed egli ha la compiacenza di restituirmeli. Faccio
loro una reprimenda riconducendoli al forte; ma raccogliendomi in me stesso durante la notte
riconobbi che ero più colpevole di loro, che non potevo punirli senza sottomettere me stesso
alla stessa punizione, e non li punii; la ragione che mi trattenne fu dunque personale, poiché
non potevo punendoli dispensarmi dal render conto al comandante del loro delitto, e per
conseguenza senza espormi a far conoscere il mio. Dopo quel tempo mi sono rimproverato il
mio egoismo, ed ho sentito che avrei dovuto per il bene del servizio dichiarare tutto al
comandante, e pregarlo anche di cominciare col punirmi, affinché il mio esempio facesse più
impressione sui miei soldati.

328. Allorché ho visto i poveri e gli ambiziosi domandare dei soccorsi e delle grazie ad altri
uomini, mi sono detto: bisogna che gli uomini abbiano in altri tempi indirizzato le loro
preghiere ad altri esseri che a Dio, e ciò che essi fanno oggi ne è sicuramente la conseguenza
e la punizione.

329. Quando mi sono avvicinato alla saggezza, ho sentito che l’uomo che avesse la ventura di
empirsene non avrebbe indifferenza per niente, che darebbe ad ogni cosa il grado d’interesse
che loro appartiene, a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio, poiché
comprenderebbe troppo di quale importanza fossero i disinganni di questa specie di calcolo.

330. Vi è una cosa che avrei molto desiderato per l’avanzamento della nostra felicità, e che ho
detto spesso nelle colazioni della p. a Parigi; è che se vogliamo, essere in pace con i nostri
simili dovremmo cercare di considerarli nelle similitudini ch’essi hanno con noi, e chiudere
accuratamente gli occhi sulle nostre differenze. Ma al contrario ci adoperiamo solamente per
calcolare le differenze al fine di prevalere contro di essi, e chiudiamo gli occhi sulle
similitudini. Perciò non vi è che il principe delle tenebre, dei turbamenti e dei disordini che
faccia dei profitti nelle nostre combinazioni.
56
331. Mi sono chiesto perché Dio è così pieno di pazienza e di longanimità? Perché non ha fatto
fare più presto le superbe rivelazioni, tali quali quelle di J. B.? È che se il tempo fosse finito
più presto, le generazioni non avrebbero avuto luogo, e tutta la posterità umana non avrebbe
passato i cerchi della rigenerazione, e che Dio voleva che tutti vi passassero perché potessero
conoscere il suo amore. D’altra parte se il tempo non fosse stato abbreviato in favore degli
eletti, nessuno sarebbe stato salvato.

332. Le circostanze mi hanno quasi sempre posto accanto alle persone che mi facevano vendere il
mio spirito per il mio stomaco; ma vi è stata una mano vigilante che ha continuamente
separato per me questi due regni, ed io arrivo nel momento in cui la loro esistenza sarà
talmente in disparte, che non si accorgeranno più l’uno dell’altro.

333. Quando ho avuto da combattere solamente gli errori, mi sono sentito tutto di fuoco; quando
ho avuto da combattere le passioni, mi sono trovato tutto di ghiaccio. Ho notato che allorché
si discuteva solamente degli errori, la luce si mostrava sempre più; ho notato che quando ci si
batteva con le passioni, il furore e le tenebre non facevano che accrescersi. Quale la semenza,
tale il raccolto, e questo in tutti i generi.

334. Le mie opere, particolarmente le prime, sono state il frutto del mio tenero attaccamento per
l’uomo, ma nello stesso tempo della poca conoscenza che avevo della sua maniera d’essere,
e della poca impressione che gli fanno le verità, in questo stato di tenebre e di noncuranza in
cui si lascia marcire. È in effetti una cosa pietosa vedere il poco frutto ch’egli trae da tutto
ciò che gli si offre per il suo avanzamento. Non sono le mie opere che mi fanno
maggiormente gemere su questa noncuranza, sono quelle di un uomo di cui non sono degno
di sciogliere i lacci delle sue scarpe, il mio carissimo B. Bisogna che l’uomo sia divenuto
interamente macigno, o demonio per non aver approfittato più di quanto non ha fatto di
questo tesoro inviato al mondo 180 anni fa. Gli apostoli che non ne sapevano quanto lui
hanno infinitamente più di lui portato avanti l’opera; è che per gli uomini imbevuti di
pregiudizi come sono, i fatti sono più efficaci dei libri.

335. Ho visto l’universalità degli umani non essere occupati che a guadagnare ciò che essi
chiamano la vita. Mi è sembrato che avrebbero fatto meglio a chiamare questo guadagnare la
loro morte. Poiché adempiono il loro scopo solamente con delle cose morte, e con dei
cadaveri, e ciò tanto nel morale che nel fisico.

336. Gli impegni umani e terrestri sono troppo pieni di pericoli e d’inconvenienti perché colui che
ne è avvertito debba azzardare di avvicinarsene senza averne l’ordine diretto. Poiché in
queste specie di impegni, avremmo bisogno che non ci si abbandonasse un solo momento più
che i bambini, poiché in ciascuno dei nostri momenti siamo esposti a cadere nel fuoco o
nell’acqua.
Ecco ciò che ho spesso pensato, e tuttavia senza l’assurdo papismo di qualche angelo, non so
se avrei evitato di legarmi a queste catene umane e terrestri.

337. Vi sono state parecchie circostanze che mi hanno insegnato che non bisognava confondere la
punizione con la correzione, che vi erano degli esseri che Dio puniva senza correggerli, ma
che ve n’erano pure che Dio correggeva senza punirli, tanto questo Dio è un profondo e
saggio medico.

338. Una delle meraviglie che ha maggiormente attirato la mia ammirazione è vedere quanto è
stato necessario che Jacob Böhme avesse una grande dose d’amore e d’acqua viva perché
questa non fosse disseccata dalla grandezza del suo fuoco e delle sue conoscenze.
57
339. Invano ho provato a ricondurre gli uomini per le semplici vie della ragione, e tenendoli
lontani da quelle misure apparenti e prestigiose ch’essi stentano ad abbandonare; per alcuni
dai quali mi sono fatto sentire, ve ne sono molti sui quali ho sentito che sarebbe impossibile
operare alcunché se non ci si facesse folle, vale a dire se non ci si portasse per intero in
quelle regioni ed in quelle meraviglie di cui il volgo non può neppure sentir parlare senza
guardarle come demenziali. Quest’inconveniente non attacca l’opera la quale invero deve
farsi solamente in questa maniera; ma è una fatica ed una afflizione per il genere di dono che
ho ricevuto e che, (se le circostanze ordinarie gli fossero più favorevoli) avrebbe potuto
venire fuori per mezzo delle vie dolci dell’intelligenza esercitata, e per mezzo delle tranquille
riflessioni naturali.

340. È stato molto doloroso per il mio spirito, e per il mio zelo vedere che coloro che erano
incaricati dal loro stato di professare e di predicare la fede, erano coloro che avevano meno
fede, e che ridevano perfino di coloro che avevano il minimo raggio di questa fede.

341. Ho sentito l’inconveniente che vi sarebbe a contemplare continuamente la vita dal lato
cattivo. Ho sentito che questo potrebbe scoraggiare; e che era bene guardare perciò spesso la
bellezza della verità, perché la sua vista ci rallegra, ci eleva e ci fortifica. D’altronde ho
sentito che l’uomo non dovrebbe procedere che con rispetto fra tutte le opere della natura,
poiché non vi può fare un passo senza trovarvi il suo Dio. Infine ho sentito che coloro che
sono abituati a salutare la croce, dovrebbero ad ogni passo avere il cappello in mano, poiché
l’universalità degli esseri non esiste e non si muove che per mezzo di questo perno. Queste
tre idee sono della mia giovinezza; ma nell’età che ho attualmente ne ho ricevuto delle
dimostrazioni così consolanti ch’esse fanno ad un tempo la mia vita e la mia felicità. I°
febbraio 1793.

342. Lo spettacolo del mondo mi ha insegnato che gli uomini in generale cercavano con i loro
legami, i loro impegni, e con le società che formavano, di soddisfare un interesse particolare
qualsiasi, che li facesse passare sugli inconvenienti inseparabili di questi stessi legami, e che
non li portasse ad abbandonarsi così a delle contrarietà e a delle sofferenze, se non perché
questo desiderio particolare non trovava in essi il modo di appagarli, e perché avevano
bisogno di altri uomini. Il bisogno che io ho avuto è stato di un altro genere, nessun uomo
sulla terra poteva soddisfarlo, e non vi era che nella sorgente suprema dove potessi attingere
per estinguere la mia sete; ecco perché ho formato così pochi legami, ed impegni terrestri,
sebbene ne abbia formato molti di spirituali; ancora ho detto e scritto che in quest’ordine di
cose stesse, gli uomini potevano essermi utili, ma che non ve n’era alcuno che mi dovesse
essere indispensabile se ero saggio e coraggioso. Vedi art. n° 2.

343. Io sono il quarto rampollo del soldato alle guardie il più antico capo conosciuto della
famiglia; da questo ceppo fino a me, siamo sempre stati figli unici durante le quattro
generazioni; è probabile che queste quattro generazioni non andranno più in là di me. Ho
avuto nella mia vita parecchi esempi di rapporti quaternari, sia in collegio, sia presso la p. sia
nelle mie epoche settenarie. I miei sviluppi spirituali hanno mostrato anche quanto questo
quaternario avesse coltivato e fertilizzato la mia intelligenza; tutti questi accostamenti mi
fanno piacere nel considerarli. Ma li traccio solamente per me, considerato che tutti coloro
che vi sono estranei, tanto in fatto di principi, che in fatto di risultati non vi vedrebbero che
della stravaganza o nulla.

344. L’esperienza ancor più che la riflessione mi ha insegnato che invano ci lusingheremmo di
fare una felice navigazione se non prendessimo la precauzione d’imbarcare nel nostro
vascello una grande provvista di penitenza.
58
345. Avrei molto voluto evitare più spesso la compagnia di coloro che erano grandi nelle piccole
cose e che erano piccoli nelle grandi, ma se non ne ho avuto sempre la forza, non ne ho avuto
sempre inoltre il permesso né la possibilità.

346. Sono stato molto casto nella mia infanzia, e l’agente di Lione mi ha designato tale allorché
mi ha visto nella mia radice nel 1785. Se coloro che devono vegliare su di me mi avessero
condotto come avrei desiderato di esserlo, e come essi avrebbero dovuto, questa virtù non mi
avrebbe mai abbandonato, e Dio sa quali frutti ne sarebbero risultati per l’opera alla quale
ero chiamato! Le mie debolezze in questo genere mi sono state pregiudizievoli al punto che
ne gemo spesso, e che ne gemerei ancora di più se non sentissi che con del coraggio e della
costanza noi possiamo ottenere che Dio ripari tutto in noi. Il mondo è lontano dal poter
calcolare i vantaggi che trarrebbe dalla coltura di questa virtù. Tuttavia è una specie di
omaggio che le persone civili rendono alla verità arrossendo nel parlare apertamente degli
atti sensuali che non arrossiscono d’operare. L’uomo rozzo non ha questa delicatezza perché
la conoscenza di questa moralità non è neppure sviluppata in lui. Ma l’uomo civile non ne è
più progredito, poiché non ha nemmeno questa delicatezza nel cuore né nella condotta,
checché abbia nelle parole; le luci non sono per lui che nella sua memoria, e nella moda; e lo
spirito del mondo ha una cura continua di impedirgli di entrare nel suo cuore.

347. Il mio destino è stato d’essere in guerra con tutti gli uomini, poiché ve ne sono così pochi che
cercano la verità. Sono stato in guerra con il mondo che lavora solamente ad affamare lo
spirito dell’uomo ed a farlo cadere in rovina, quand’egli non è abbastanza forte per darsi alle
grandi iniquità; sono stato in guerra con i filosofi che hanno voluto degradare la natura
dell’uomo, ed abbassarlo al rango delle bestie; sono stato in guerra con i sapienti che hanno
talmente sfigurato la natura che questo specchio è divenuto assolutamente irriconoscibile tra
le loro mani; sono stato in guerra con i teologi e i prìncipi dei preti che hanno traviato
l’anima umana, e l’hanno talmente distolta dalle sue vie ch’essa non sa più dove trovare il
nutrimento. Mi sono sforzato di compiere il mio dovere finché l’ho potuto nelle diverse
circostanze in cui mi sono trovato, e mi auguro che i miei servizi in questo genere possano
un giorno far passare la spugna sui miei traviamenti e le mie infedeltà; ma è solamente lassù
che conoscerò precisamente la mia sentenza.

348. Spesso ho notato che le donne, e quegli uomini che si lasciavano effeminare nel loro spirito,
erano soggetti a nazionalizzare i problemi, come il ministero inglese ha voluto nazionalizzare
la guerra che ci fa in questo presente anno 1793. Esse pensano a mettere al riparo la loro
persona piuttosto che la verità e la giustizia. (Eccettuo sempre da questo giudizio la mia
deliziosa amica B. che non è donna). Ho creduto di vedere negli uomini al contrario
un’inclinazione a difendere piuttosto la verità che essi stessi; il che mi è sembrato aver luogo
anche al centro dei loro errori e dei loro falsi sistemi. La ragione che se n’è presentata al mio
spirito è che l’uomo al momento della sua antica prevaricazione è stato più debole che
criminale, che dopo che la donna è stata estratta da lui in seguito a questa prima negligenza,
questa donna è stata più criminale che debole, che infine la donna essendo in qualche modo
un essere apocrifo, ha più sollecitudine a prendere per legittimarsi, mentre l’uomo avendo
meno da pensare alla difesa del suo essere originale, può essere più ostinato nella difesa della
verità.

349. Mi è accaduto di dire talvolta che credevo poco ai nostri penati. Ma era una distrazione,
avendo scritto su questo delle idee differenti nel mio trattato dell’ammirazione22. Ma inoltre
ho provato il contrario andando a vedere il Signore e la Signora Morèt di nazionalità inglese,

22
Di questo Trattato dell’ammirazione, rimangono soltanto alcuni frammenti pubblicati nelle Opere postume vol. 2°.
59
e che occupano la casa in cui sono nato nel grande mercato ad Amboise. Vi ho provato una
sensazione dolce e commovente rivedendo i luoghi in cui ho passato la mia infanzia, e che
sono segnati da mille circostanze interessanti della mia tenera età.

350. Ecco alcune osservazioni che mi spiegano molte cose per mio proprio conto.......
È per attenzione per se stessa che la saggezza attende il compimento delle misure per
mostrarsi, perché finché esistono delle misure false, che la incomodano, e davanti alle quali
non trova da far riposare la sua pace, non vuole e non deve mettersi in evidenza. Questa
violenza le è infinitamente penosa; non è tuttavia che per questo che può sperare di
adempiere i suoi piani con sicurezza e senza provare alcuna perdita.
Quando questa saggezza ha delle opere di giustizia da produrre è ancora obbligata ad
aspettare che le misure siano colme affinché quest’opera di giustizia sia utile alla sua propria
gloria, o all’emendamento dei malfattori.

351. Uno dei grandi dolori della mia vita è stato di vedermi nell’obbligo d’essere il padrino di mio
padre nel suo battesimo di morte. (E ciò) poiché egli non aveva allora né la testa, né la parola
abbastanza libere perché potessi intrattenermi con lui sulle consolazioni di un’altra vita.
Pregai allora la d. de B. di volergli servire da madrina. Ho avuto mille esempi della giustizia
divina nella malattia mortale di mio padre. La degradazione e corruzione fisica geografica; la
lunghezza della sua malattia che faceva una triste compensazione con le gioie ch’egli aveva
amato; la privazione della sua testa che m’impediva di procurargli i soccorsi di un ordine di
cose di cui si era sempre adombrato. Ho appreso in queste dolorose circostanze quanto gli
uomini s’ingannavano curando così attentamente i loro corpi a spese del loro spirito; essi
rovesciano con questo tutte le misure, fanno morire lo spirito invece di farlo vivere, fanno
vivere il corpo invece di farlo morire, uccidono il padrone, e fanno re lo schiavo. Mio padre è
spirato l’11 gennaio 1793, due ore dopo mezzogiorno, senza dolore, aprendo gli occhi più
dell’ordinario, voltando la testa tutto intorno a lui per guardare tutte le persone che lo
circondavano, poi lasciandola cadere in avanti, ciò che fu il suo ultimo movimento. Due ore
prima ero a desinare con l’abate Habert; ebbi la sensazione dolorosa di ciò che accadeva
allora, poiché la morte faceva già un assalto in quel momento. Le lacrime mi vinsero e non
potetti più mangiare. Ho fatto una nota sulla morte di quest’autore dei miei giorni. Essa ha
avuto luogo il secondo mese del 76° anno della sua età, l’11 del mese alle ore 14. Il suo
temperamento era acquatico e molle. Io ottengo da lui la sua costituzione molle, sebbene
fosse sano ed io pure, ma non ho ottenuto la sua qualità acquatica, perciò non vivrò
sicuramente tanto quanto lui. Mia zia, Giulia, è una persona incomparabile per le cure
costanti che gli ha prestato durante la sua malattia, e fino al suo ultimo sospiro.
L’anno che ha preceduto quello della sua morte avevo avuto un vivo presentimento sul 58,
che è l’epoca in cui mi sembrava ch’egli dovesse morire. Non avevo allora il senso di questo
58, e portavo questo numero nel mio spirito fino al mio 58° anno. Ma ciò si è compiuto in
un’altra maniera. Il giorno in cui egli è morto, mancavano otto giorni al compimento del mio
50° anno di età. Così l’otto e il cinquanta hanno avuto il loro ruolo da giocare in questa
circostanza, e vi sono per me sotto questi numeri delle cose consolanti, e che sono legate a
delle verità sviluppate altrove sull’8 e sul 50 che non fanno che uno. La morte di mio padre
doveva portare ad un tempo sul mio anno sabbatico temporale, e sul mio anno sabbatico
spirituale. Fino a 50 anni l’uomo è in Egitto, ed io vi sono stato come gli altri. Il numero 823
è il mio liberatore, come quello di tutti gli altri uomini.
Devo aggiungere una seconda nota sul numero dei giorni della malattia di mio padre; essa è

23
Secondo la dottrina del nostro autore e del suo primo maestro M. de Pasqualis, il numero 8 è il numero cristico per
eccellenza.
60
durata 78 giorni meno alcune ore. Questo senario24 conveniva alla sua decomposizione,
poiché aveva avuto un regno nel tempo.
La mia amabile cugina Lombreuil ha diffuso salutari diversioni su questa nera epoca della
mia vita.

352. Mi sono lasciato andare a comporre dei pezzi e delle idee staccate di questa raccolta storico-
morale e filosofica solamente per non perdere i piccoli tratti sparsi della mia esistenza; essi
non avrebbero meritato la fatica di farne un’opera in regola ed io non do a questo piccolo
lavoro che dei minuti molto rari e molto passeggeri, credendo di dovere il mio tempo a delle
occupazioni più importanti. Il vero vantaggio che mi procurerà è di poter ogni tanto
mostrarmi a me stesso tale quale sono stato, tale quale avrei voluto essere e tale quale l’avrei
potuto se fossi stato assecondato. Del resto ho già notato le ragioni per le quali questi
appoggi mi sono stati rifiutati, ed ho la consolazione di sentire che è perché i risarcimenti mi
siano resi cento volte.

353. Spesso ho sentito il bisogno di incontrare delle occasioni per sviluppare agli uomini le basi
sulle quali riposa tutto il mio edificio, e i principi che fanno la mia fortuna; ho anche talvolta
mormorato per il fatto che queste occasioni fossero tanto rare, ma quando ho riflettuto su
quanto l’uomo fosse lontano dalla sua vera via, ed anche dal voler ascoltare la lingua del suo
desiderio, quando inoltre ho sentito quanto poco tempo egli darebbe all’istruzione in ragione
degli immensi e numerosi giri che bisognerebbe fargli fare per condurlo solamente a
riconoscere che ha una grande opera da compiere e che questa grande opera è la sola cosa
che egli abbia da fare, allora mi taccio, mi calmo, mi ripiego su me stesso, mi contento di
gettarmi nelle braccia del mio Dio, e di pregarlo di richiamare a questo dolce focolare tutti i
miei fratelli.

354. Se ho evitato talvolta gli uomini nel timore d’essere infettato dalla loro corruzione, mi è
accaduto anche altre volte di evitarli per debolezza, ed anche per orgoglio, per il fatto che
sentivo che i loro mali, e soprattutto i poteri della loro volontà corrotta erano al di sopra dei
miei mezzi di vittoria, e non avrebbero fatto che palesare la mia umiliante impotenza;
rimprovero che molti altri diversi da me sulla terra possono farsi, ma che ho dovuto farmi più
di un altro, poiché sono stato il più debole degli uomini, e senza i soccorsi che la
Provvidenza mi ha fornito sarei stato del tutto nullo; ora trovando ovunque degli uomini che
erano completi nella loro mollezza e nella loro corruzione, ed io non essendo che una metà di
spirito o una metà di eletto, non è sorprendente che dovessi avere dello svantaggio; perciò ho
avuto piuttosto la forza di resistenza che la forza di riduzione, e se non si ha sotto tutti i
rapporti quest’ultima forza, la prudenza e l’amor proprio devono impegnarci a non cercare il
combattimento.

355. Nel 1775 feci un viaggio in cui mi imbarcai da Nizza a Genova. Si trovò nella feluca un
inquisitore di Torino con il quale attaccai discorso, ed al quale parlai forse un po’ troppo
francamente su certi argomenti, e su certe persone. Lungo la rotta gli chiesi quanto vi era dal
luogo in cui ci trovavamo ad una città che vedevamo davanti a noi, egli mi rispose in
francese ma in idioma italiano, ils sont dies lieuës25 . Quando fummo vicini a Genova egli mi
invitò molto ad andare a vederlo a Torino dove dovevo andare. Al mio rifiuto mi sollecitò a
dire il perché, io non mi difesi che con delle ragioni d’affari, e con delle cortesie. Ma dopo
riflettendo sulle nostre conversazioni e sui pericoli che avrei potuto correre ad avvicinarmi
24
Il 78 è riconducibile al 6 operando la somma teosofica e cioè: 7+8 = 15, da cui 1+5 = 6; ovvero il numero dei giorni
per la creazione del regno temporale.
25
Considerando la storpiatura, dovuta all’idioma italiano, della parola dies che dovrebbe essere dix, traducendo si ha:
sono dieci leghe. Altrettanto dicasi per l’ultima espressione che dovrebbe essere : Ils sont dix raison, ovvero Sono dieci
ragioni.
61
troppo a questa santa persona, mi venne nel pensiero che avrei potuto rispondergli: Ils sont
dies raison.

356. Ho avuto già due testimonianze potenti della bontà paterna che veglia su di me, cioè la mia
prima scuola P. e la mia seconda B. La prima era più attiva, e la seconda più istruttiva. Ma
siccome la prima non aveva che un’attività che posso chiamare collaterale e precaria, credo
di poterne sperare una terza che legherà l’attività e l’istruzione in una unità vivente e
luminosa, e stabilirà ciò che io chiamo la chiave di volta.

357. Allorché mi disponevo a pubblicare la mia seconda opera26 , mi fu detto in una pia casa della
via dei Petits-Augustins (Piccoli Agostiniani): Tu mi prostituisci. Malgrado questo consiglio,
andai avanti, non senza qualche imbarazzo interiore. La mia carissima amica di Strasburgo,
quando le raccontai ciò, mi disse che se in caso simile le si fosse detto altrettanto sarebbe
stato per lei una ragione di più per non fermarsi. Ho riconosciuto poi che essa poteva non
avere torto poiché B. ne ha pubblicato di più forti di me; tuttavia vi potrebbero essere ancora
delle differenze nelle epoche, nelle località, e soprattutto nell’elezione. Ma non voglio
guardare in dietro, ed abbandono tutto, sia l’opera, sia l’operaio tra le mani del grande
riparatore dei torti.

358. Si è molto spesso accarezzato il mio spirito, e le intelligenze ch’esso riceveva, senza che ciò
avvenisse assai difficilmente sulle virtù e la rinascita interiore da cui tuttavia tutto deve
partire; oggi mi si fa pagare queste predilezioni smisurate, e si lascia il mio spirito in una tale
privazione che non ha per così dire altra risorsa che tagliarsi a pezzi per bastare alle
circostanze e far fronte a tutti gli impieghi; poiché sono circondato solamente da persone che
si scannano da sé, e che poi vorrebbero persuadermi che non è colpa loro se non possono
vivere. A coloro che non hanno dei mezzi naturali non faccio loro un così grande crimine
d’avere poca volontà, perché è il desiderio che ingenera questa volontà, ma coloro che non
hanno volontà, e che tuttavia hanno i mezzi, ecco, questi mi affliggono veramente. Ad
Amboise questo 7 marzo 1793, giorno in cui ho dato 270 lire alla nazione per
l’equipaggiamento dei soldati che vengono reclutati oggi in tutta la Repubblica nel numero di
300.000.

359. Il mio timore più vivo nell’ordine delle cose spirituali non è il timore di non essere un giorno
tratto dal pantano dalla grande misericordia, ma è di vedere che ve ne lascio, e che ve ne
lascerò tanti altri! Questo dolore spirituale è il vero tesoro prezioso che la Divinità mi ha
dato, per quanto amaro esso sia per il mio cuore, tuttavia esso è il mio prezzo del riscatto, e
sta a me di non lasciarlo perdere inutilmente.

360. La più grande prova che io abbia subito durante la mia vita, e che fino a 50 anni mi sono
messo nelle situazioni spirituali più pericolose, è che mi si costringeva a separare il mio
cuore dal mio spirito, e che non mi si dava il permesso di lasciarli fraternizzare. Questa prova
è stata sul punto di costarmi il mio tesoro spirituale che ho ben sentito poi non poter
consistere che in questa unione. Essi erano buoni l’uno e l’altro grazie al mio Dio, ma
essendo separati non avevano né le forze, né i trionfi, né i godimenti che li avrebbero
riempiti se fossero stati riuniti; ed è perché poche persone sono state costrette come me a
questa spaventosa separazione, che ho trovato tanta gente che aveva vantaggio su di me, e
che nello stesso tempo mi giudicavano così male. Essi non distinguevano il mio stato
naturale dal mio stato dovuto alle circostanze.

361. Altra cosa è essere un bravo e sperimentato generale, altra cosa è apprendere col cuore le

26
Si tratta dell’opera Quadro naturale dei rapporti che esistono tra Dio, l’uomo e l’universo.
62
leggi della guerra, o, come un sapiente pittore, ben rappresentare delle battaglie sulla tela. È
tuttavia qui dove ho visto che si rinchiudevano la maggior parte dei curiosi e dei dottori nella
vera scienza; e non si vorrebbe che la mia anima fosse straziata! Essa lo è stata anche da
queste specie di abusi che regnano ugualmente nelle scienze ordinarie, come non lo sarebbe
essa allorché questi abusi riguardano l’unico e universale fondamento di tutte le scienze.

362. La mia opera ha la sua base, e il suo corso nel divino. Ecco perché è così estranea al
sensibile, e così poco notevole nell’ordine esteriore. Essa non mancherà, lo spero, d’avere
anche il suo termine in questo stesso divino; ecco perché si farà liberamente, deliziosamente
e completamente soltanto quando sarò svincolato dal mio involucro terrestre. Questo mondo
non è capace di ricevere e di cogliere l’opera di un uomo di pace che vuole vivere ed agire
solamente nel principio. Perciò le mie sospensioni, le mie privazioni, le mie tribolazioni
stesse non mi allarmano sebbene mi affliggano, e mi facciano soffrire e piangere. Sento che
al centro di tutte queste tenebrose angosce un filo segreto mi tiene legato per preservarmi.
Credo di essere come un uomo caduto da un vascello in mare, ma che tiene in mano una
corda da cui il suo polso è fortemente cinto, e che arriva fino al vascello. Malgrado che
quest’uomo sia in balia dei flutti, malgrado le onde lo investano e passino sopra la sua testa,
esse non possono inghiottirlo; egli sente di tanto in tanto il suo sostegno, ed ha la ferma
speranza che presto rientrerà nel vascello.

363. I disordini politici in cui la Francia è abbandonata, quest’anno 1793, il tradimento di


Dumouriez27 che prolunga così crudelmente le conseguenze della Rivoluzione, le angosce
spirituali, morali e fisiche in cui lo stato delle cose attuali ci trattiene per tempi che non si
possono misurare, secondo la ragione umana, mi hanno fatto sentire che la bontà e la gloria
divina sono come interessate a porre un termine a questi mali che ci travagliano. Se essi
durassero fino a rendere scipito il sale negli uomini di desiderio, le vivande divine ne
soffrirebbero, ed amo pensare che mediante Dio, questo sale sarà conservato, e raggiungerà
infine delle epoche in cui potrà sviluppare il suo sapore. Il regno di Dio non può permettere
al regno terrestre ed infernale di sostituirlo, non può permettergli che di provarlo e di farlo
soffrire. Dio ha messo in me un desiderio ed una sensibilità spirituale su questi oggetti e sulle
circostanze in cui ci troviamo, e mi sono detto in un movimento segreto e vivo: No mio Dio,
tu non vorrai che il tuo regno soccomba, lo stato delle cose del momento è troppo contrario
ad esso, e tu non puoi mancare di darci incessantemente i modi di respirare l’aria libera della
tua saggezza; gli uomini e tu hanno troppo da guadagnarvi; e tu non vuoi che la vita
dell’uomo di desiderio sia vana e divorata dal nulla.

364. Un abuso che ho riconosciuto molto tardi, sebbene l’abbia presentito per quasi tutta la mia
vita, è quello in cui lo spirito dell’uomo è trascinato dall’incanto delle scienze umane, e
dall’imperio dell’occhio dei suoi simili. Questo pericolo è tale che l’uomo non si vede più se
non come il solo termine dell’impresa; e purché la sua gloria sia salva e soddisfatta non crede
di avere altro scopo da proporsi. Ecco questo vorace spirito del mondo che inghiotte
giornalmente gli umani, e che li nutre di questo veleno corrosivo di cui è ad un tempo il
principio e l’organo. Il principio di verità impone agli uomini altre leggi; esso non comunica
loro nulla se non per la sua opera, non lascia loro il piacere di contemplarsi, e di pensare ad
essi; li tratta come dei mercenari, non gli fa guadagnare il loro pane che con il sudore della
loro fronte, non gli fa fare un solo passo che non lo paghino con degli sforzi penosi, e dei
lunghi dolori; e tuttavia è solamente così ch’essi sono felici, e nulla è paragonabile alla
felicità d’essere impiegato al servizio di un simile padrone.

27
Dumouriez, Charles-Francois (1739-1823), a capo dell’esercito francese, sconfitto a Neerwinden il 18/3/1793 prese
accordi con il nemico al quale consegnò i commissari inviati dalla Convenzione per indagare sul suo operato. Fuggito
quindi in Gran Bretagna determinò la caduta del governo Girondino e il declino di G. J. Danton.
63
365. Una verità certa, e che ho sovente ripetuto, è che si può trovare Dio dappertutto; ecco perché,
sventura a colui che si scoraggia, e che lascia indebolire la sua fede in Dio, come se cessasse
di credere alla sua universale e sovrana esistenza. Ma è una verità che non è meno certa che
si può perdere Dio dappertutto se non si è perpetuamente sotto i suoi sguardi. Ecco perché
sventura a coloro che si lasciano andare alla negligenza, o che si lasciano prendere dalle
troppo numerose illusioni di cui tutti i luoghi del nostro triste deserto sono pieni!

366. Il mio amico B. nel suo Fuenfte Punct28 mi ha dato una nuova chiave del mio essere, la quale
si accorda con con (sic) ciò che ho detto negli art. n° 14 e n° 47. Egli mi ha mostrato la
distinzione di magus, e di magia. L’uno è il Verstand l’altra il Thun. È molto chiaro che io
sono più abbondantemente diviso nell’uno che nell’altra, ed è questa mancanza di Thun o di
magia che è causa che le occasioni utili alla mia opera ed al mio sviluppo attivo nascano
tanto difficilmente per me, e nello stesso tempo, che quando nascono, ho così poco l’arte di
vivificarle. Gli uomini non vogliono scorgermi nel mio posto, e per scacciarli dal loro, mi
servirebbe il compimento fisico, spirituale, attivo di questo Thun che mi manca, e che è la
sola cosa che possa avere azione su di essi visto lo stato crasso in cui soggiornano le loro
facoltà; o mi servirebbero delle occasioni costanti, stabili e ben condotte. Questi due modi mi
sono rifiutati; ma ho tante grazie da rendere per quello che mi è accordato, che se avessi la
saggezza e la forza di dargli tutto il mio tempo e tutta la mia fiducia, ho luogo di credere
ch’esso non mancherebbe di fare tutto per me; mille testimonianze mi portano a pensare che
è qui dove si vuol arrivare a mio riguardo.

367. Mi è venuto talvolta nel pensiero che il dono che mi era fatto era di natura da non potersi
esercitare quaggiù, e che era solamente nella regione vera, che la mia inclinazione per la
verità potesse mostrarsi e farsi intendere. Mi giungono inoltre da qualche tempo tali sviluppi
e tali ragguagli, sia in luci, sia in consolazioni, che sono tentato di guardarli come delle
provviste che la Provvidenza m’invia, e delle precauzioni ch’essa mi fa prendere per alcune
grandi afflizioni e angosce che potrebbero venirmi. I momenti attuali sembrano in effetti
dover condurne in più di un genere, e voler confermare quanto ho scritto nell’art. n° 38. Il
tempo m’insegnerà se m’inganno. Scrivo ciò ad Amboise il 25 aprile 1793.

368. Vi sono delle circostanze penose che sembrano dover attirare la pietà su un uomo, quando
esse sono l’effetto del corso naturale delle cose, e quando quest’uomo sembra non avervi
influito per niente; ma agli occhi della verità, il giusto stesso è colpevole d’essere esposto a
simili circostanze a meno che non vi sia abbandonato, ed inviato per ordine; poiché, a meno
d’una simile ragione, egli ha soltanto ciò che merita quando subisce quaggiù delle pene e
delle violenze, poiché non ha fatto uso dei suoi diritti per conoscerle prima, e per penetrare
tutte le regioni che si oppongono al suo passaggio. Vi sono in ciò alcuni consigli per il mio
proprio conto; ma la mia fiducia nella Provvidenza mi lascia sempre una speranza
incommensurabile. Ho pagato il mio tributo alla mia mancanza di magismo (vedi n° 366) per
quelle negligenze in cui sono caduto e dalle quali mi sarei preservato in parte se fossi stato
più attivo; ma ciò non è una scusa per me, poiché il mio divino è così dolce che sarebbe
bastato a tutto, se avessi avuto la perseveranza di coltivarlo come avrei dovuto. Infine ho
trovato in questa mancanza di magismo la ragione per la quale i templi costruiti dalla mano
degli uomini mi erano utili, è che essi sono pieni del magismo della preghiera e del
sacrificio, e che questo magismo influisce su di me, e mi restituisce in parte ciò che mi
manca. I forti fanno a meno di tutto ciò.

369. Uno dei miei torti è stato di lasciarmi un po’ troppo mondIFICARE, dalle differenti

28
L’autore fa riferimento al Quinto (Fünfte) Punto dell’opera Sex puncta teosofica di J. Böhme.
64
circostanze comode, gradevoli, e lusinghiere che ho incontrato nella mia vita. La mia
debolezza è stata tale per il fatto che spesso ho sacrificato delle cose utili, per queste puerili
futilità. Sembra che la Provvidenza voglia purgarmi oggi di questa sordida miseria. La mia
Ch.e. (Charlotte) impietrita il 6 aprile 1793, allorché si occupava di farmi preparare un
incantevole alloggio nel luogo della Scuola, si muta pensiero, la mia bianca afflitta alla stessa
maniera, e nello stesso mese, mentre io mi davo speranza d’andare a vederla, mille altre
contrarietà che mi attendono forse nel momento in cui vi penso meno, tutto ciò mi riconduce
alla semplicità, ed alla oscurità della vita che avrei dovuto sempre condurre, e che è stata
sempre sostanzialmente di mio gusto, sebbene ne abbia così spesso condotto un’altra.
(piccola conferma qui dell’art. n° 367).

370. Ho compreso che se vi fosse stato un tempo una torre di Babele perpendicolare nella pianura
di Sennaar29, ve ne sarebbero state e ve ne sarebbero ancora molte altre orizzontali sulla
terra. Queste sono molto meno criminali dell’altra, ma visto l’ignoranza e le tenebre che
servono loro da base, e visto lo spazio, e le superfici che abbracciano, esse non causano
meno rovine, sebbene le rovine che causano siano di un’altra natura; traccio qui una di quelle
torri di Babele orizzontali, per ragione da me conosciuta, e come memoriale di una
osservazione che la prudenza mi ha impedito d’esporre altrove.

Torre di Babele orizzontale.

371. L’uso in cui si è di chiedersi: Come state, quando ci s’incontra, è sicuramente degenerato
dalla sua origine, come ho accennato in alcune delle mie note. Quest’uso non poteva cadere
primitivamente sull’uomo materiale, ed aveva rapporto senza dubbio con la salute dello
spirito, e con i progressi che noi dovremmo tutti fare in ogni istante nella via della
rigenerazione. Allorché dunque abbiamo abbassato quest’uso alla sola salute del corpo, è
come se chiedeste, quando un uomo viene da voi, in groppa alla sua bestia da soma,
esclusivamente delle nuove sulla salute del suo asino, della sua mula, o del suo cavallo.

372. Finora nei disordini dei dipartimenti vicini a quello che abito, ho avuto delle prove della
bontà della Provvidenza che veglia su di me, e che conoscendo la mia debolezza fisica, i miei
costumi pacifici, e la mia opera lontana da ogni guerra umana, ha graduato le sue attenzioni
secondo gli avvenimenti in una maniera notevole. I primi movimenti sono stati mediocri,
sono stato dispensato dal prendervi parte, perché non ero abbastanza vecchio abitante per
esser guardato come domiciliato. I disordini che si elevano in questo momento sembrando
essere più considerevoli, ed io essendo più vecchio abitante, sono ancora dispensato dal
prendervi parte, e ciò per autorità della legge, ed a causa della mia età. La Provvidenza
dispone tutto per il bene di coloro che l’amano. Oh se l’avessi amata, come essa mi ama,
quali fiumi di felicità sarebbero scorsi su di me, e quanto sarei più avanzato di quanto non lo
sono nella mia carriera! L’8 maggio 1793, nuova conferma dell’art. n°367.

373. È nel mestiere delle armi che la mia vita spirituale mi è stata aperta; ma era al centro della
pace, ed io non ho mai fatto la guerra. Sembra che la mano che mi ha condotto allora voglia
farlo oggi nello stesso modo, tenendomi in pace in mezzo ai disordini che mi circondano, ed
aprendomi ogni giorno delle vie dolci e luminose sia con la preghiera, sia con la lettura
dell’amico B. Tuttavia questi disordini si accumulano e si avvicinano talmente che è molto
probabile che ne avrò la mia parte. Ne riconosco anticipatamente tutta la giustizia per
richiamarmi a delle saggezze più severe di quelle che ho seguito; poiché al centro dei sentieri

29
Genesi 11, 1-9.
65
attraenti ed istruttivi che ho percorso, vi è una cosa che avevo dimenticato, cioè di soffrire e
di far penitenza, e sembra che questa cosa si voglia ricordarmela oggi, il che mi parrebbe
essere in questo momento il vero, ed il salutare scopo della mano misericordiosa che non ha
cessato di vegliare su di me, ed in effetti senza questa cosa che ho quasi sempre dimenticato,
tutto il resto delle grazie che ho ricevuto non sarebbero niente per me, esse volgerebbero
piuttosto a mia condanna, ed il mio edificio sarebbe costruito sulla sabbia. L’11 maggio
1793.

374. La carriera spirituale alla quale sono consacrato, e le differenti persone ch’essa mi ha fatto
conoscere, mi hanno insegnato che l’attivo vale meglio che lo speculativo, la fabbrica che la
commissione, il diretto che il secondario, il positivo che il congetturale. Perciò coloro che
non ottengono le cose dalla prima mano, non possono né diffonderle con sicurezza, né
difenderle con una invincibile misura, e lasciano vedere in mille occasioni che non
conoscono il valore della loro merce.

375. Ho sentito bene che lo studio delle scienze esatte in generale non ci conduceva direttamente
alla verità, che spesso anzi esso ci fermava in cammino quando non avevamo attenzione di
considerare gli oggetti sotto il loro vero punto di vista; ma ho riconosciuto pure che non ci
conduceva al disordine, ai vizi, ed agli smarrimenti dove ci trascinano altre mille
occupazioni; e se le società politiche fossero piene di persone che si dessero a questa specie
di lavoro, e che impiegassero così il loro tempo, non vi si vedrebbero tanti brigantaggi e
stravaganze. Ho anche detto a proposito delle matematiche ch’esse potevano avere il
vantaggio di mettere la misura nella testa, e che quando si aveva la misura nella testa, era
possibile che ciò ne mettesse poi in tutta la persona.

376. Le circostanze mi hanno insegnato che l’astrale era la parte sulla quale, e con la quale si
facevano più rivelazioni. Ne conosco parecchie per parte mia. 1° Swedenborg. 2° L’agente di
Ly.... 1785. 3° Avignone. 4° i . Queste rivelazioni sono differenti senza essere tuttavia
inconciliabili; ve ne sono mille altre senza dubbio che non mi sono conosciute, segnatamente
fra quelle che vengono dalla sorgente sonnambulica. Si può dire perciò che è in questa parte
astrale che si fanno i più grandi movimenti giornalieri nel pensiero dell’uomo. È il solo trono
che resta oggi in presa al nemico, perciò esso lo scuote con tutte le sue forze. Fra le
rivelazioni astrali mi guardo bene dal confondere il mio carissimo B. ed anche non vi
comprendo i  se non a causa del loro misto; poiché essi hanno delle basi così sacre e
così sicure quanto le basi eterne.

377. In un romanzo del Signor de Mayer, prima parte, pag. 29, a Parigi presso de Fer Maison-
Neuve 1790, ho trovato un’idea che mi è sembrata molto dolce e molto vera. Amare non è
aver perduto l’innocenza; non vi sono che le conseguenze dell’amore che possono essere
criminali; ma niente è così puro quanto la sua culla.
L’autore che ha scritto questa affascinante idea ne aveva compreso tutta l’estensione? Lo
ignoro. Potrei presumere di no; poiché non avrebbe fatto dei romanzi. Fontenelle30 tuttavia
pretendeva che vi erano più verità nei romanzi che nella storia; la ragione potrebbe essere
che i romanzieri traggono le loro favole dai principi, mentre che gli storici traggono spesso i
loro principi dalle favole. Ma le verità dei romanzi non saranno per questo altra cosa che
delle verità poco fruttuose per il fatto che gli autori non vanno ad attingerle nella sorgente
diretta, e non le applicano al loro vero scopo. La Signora Clement pensa come Fontenelle.

378. Non mi è stato difficile sentire che tutti i disordini non essendo che delle trasposizioni, ci

30
Fontenelle, Bernard Le Bovier de, (1657-1757), letterato francese che per il suo scetticismo, la chiarezza cartesiana e
l’ironia fu anticipatore dell’illuminismo.
66
espongono ancora a nuovi disordini, o a nuove trasposizioni perché presentano i nostri
principi degenerati e disordinati all’azione dei principi armonizzati ed uni che operanti con
una più grande forza che non può essere la resistenza, aumentano l’eccesso di confusione. Il
contrario accade allorché i nostri principi sono pure in armonia atteso che si trova allora un
analogo che mette i nostri principi nel caso di trarre la loro utilità dall’unità che li rimette in
azione, e che impedisce loro d’essere rovesciati.
Si è giustamente detto che un errore non era che una verità pervertita, e che un vizio era nello
stesso caso relativamente alla virtù; si è dovuto insistere molto più ancora sulle conseguenze
che sulla definizione.

379. Prolungandosi il mio soggiorno ad Amboise più di quanto avevo calcolato, non solamente ho
deciso di non mangiare più in casa dell’abate Habert che mi aveva fatto troppe cortesie
perché non evitassi di essergli più a lungo a carico, ma ho ceduto ai desideri di alcune
persone che mi sollecitavano a farmi ricevere in una società puramente ricreativa, composta
di gente onesta e dove si leggono le carte. In un’altra epoca, questo passo avrebbe potuto
nuocermi e trascinarmi ancor più in questo nulla che è il mio nemico; ma oggi esso può
impedirmi al contrario di cadervi del tutto, per il fatto che almeno avrò occasione di vedere
delle creature umane nelle quali è possibile che io semini qualche grano che mi risarcisca in
parte dell’intero isolamento in cui sono, e dell’assoluta privazione di tutti i miei legami di
luci, di desiderio, e di spiritualità.

380. Da lungo tempo mi sono detto che noi non abbiamo alcun diritto di penetrare nella
profondità di colui che è, e sentiamo che non ne abbiamo bisogno. Ma abbiamo il diritto di
penetrare in tutto ciò che esce dalle sue mani e che se ne distacca, perché nulla se ne distacca
se non per un fine, e che noi possiamo penetrare in tutte le cause finali. Perciò possiamo
chiedere conto ad ogni uomo dei principi ch’egli avanza, finché essi non sono il principio
divino stesso, e se quest’uomo non sa motivare i principi che espone, gli manca qualcosa
nelle luci del suo giudizio. Ma c’è in chi le luci del cuore suppliscono a quanto manca nelle
luci di colui che insegna, e non è questa classe di uomini che questa osservazione concerne.

381. Il più bel verso che a mio avviso vi sia, in tutta la letteratura degli uomini, è l’853° del VI°
libro dell’Eneide.

Parcere subiectis et debellare superbos.31

Il merito eminente di questo verso e di rappresentare perfettamente lo spirito dei Romani, e


di rappresentarlo nella maniera più naturale, senza parole superflue, senza epiteti, senza
inversione qualsiasi, e tuttavia con parole che sembrano talmente appropriate a ciò che
devono dire che hanno l’aria di umiliarsi con gli umili e di gonfiarsi d’arroganza con i
superbi. Questo verso è troppo bello per la giustezza dell’idea, e per la semplicità
dell’espressione per non tener posto fra le cose ispirate.

382. Un giorno dicevo a qualcuno: Vuoi comprendere ciò che la Scrittura insegna, comincia col
fare ciò che la Scrittura ordina. Guarda su cosa riposano tutte le promesse fatte da Mosè e dai
profeti al popolo ebreo; sulla fedeltà di questo popolo nell’osservare le ordinanze del
Signore. Guarda su cosa riposano le minacce; sulla sua negligenza nel seguire le leggi
cerimoniali e spirituali della promessa, e dell’alleanza. Vedi quali erano queste promesse; di
possedere la terra, d’essere il popolo di Dio, e di avere Dio ed il suo spirito per guida. Vedi
quali erano le minacce; di languire nelle tenebre e nell’ignoranza. Ora siccome i dottori e
tutti coloro che s’impadroniscono della chiave della scienza non osservano la legge e le

31
Risparmiare coloro che si sottomettono e domare i popoli superbi.
67
ordinanze della Scrittura, poiché non credono a queste ordinanze, non comprendono neppure
queste stesse ordinanze, e perdono di vista lo spirito e il senso della verità; quindi tutto ciò
che non comprendono lo modificano a loro piacimento, e finiscono col sopprimerlo del tutto,
o con lo spiegarlo con un senso vago e materiale; il che è devastare e rovesciare da cima a
fondo la vigna del Signore. Lex lux.

383. Quando mi rendo un po’ presente fra gli uomini e vedo a qual punto sono sepolti, sia nelle
loro occupazioni temporali, sia nelle loro false avidità, non posso impedirmi di rendere
grazia al mio Dio, poiché non posso impedirmi di sentire quanto egli mi ha circondato dei
suoi elementi di preservazione e del suo amore; al punto che non posso dubitare che mi abbia
posto in questo mondo come in una atmosfera separata dal mondo; non posso impedirmi per
conseguenza d’avere una viva fiducia che il suo amore e la sua vigilanza continueranno ad
accompagnarmi fino alla fine della mia carriera, come hanno fatto dacché essa è cominciata.
Felice se avessi risposto più fedelmente agli insigni favori di cui egli mi ha colmato, invece
di mormorare talvolta come ciò mi è accaduto, e di giungere fino a dire a Dio: Signore, tu
giochi a colpo sicuro con me se mi abbandoni a me solo, e mi lasci senza reazione da parte
degli uomini, senza attrazione dalla tua, senza azione dalla mia, e che con questo io sia
esposto temporalmente a tutte le contrazioni. Una sola impressione della mia divina
atmosfera dovrebbe soffocare per la vita simili mormorii, poiché essa mi mostra, quanto ho
detto mille volte, cioè che Dio vuole essere solo ad incaricarsi dei miei affari, e che io non
posso fare nulla di meglio che di abbandonarglieli tutti tra le mani. Ho fatto questa
osservazione all’udienza del giudice di pace La Brosse ad Amboise il 18 maggio 1793, dove
intendevo patrocinare un processo di uno scudo per degli alberi.

384. A Roma alloggiai durante le prime settimane all’albergo presso Damon, aspettando l’arrivo
del principe Galitzin e di Tieman. Un giovane pittore francese chiamato Neveu, e molto
conosciuto da Clermont-Tonner ucciso il 10 agosto 1792, si trovò per otto giorni nello stesso
albergo ed alla stessa tavola con me. Questo giovane uomo aveva saputo incidentalmente a
Lione che io dovevo venire a Roma, e si dava da fare molto per cercare di riconoscermi.
Siccome non dicevo mai una parola a tavola, ciò non gli sarebbe stato facile senza la
circostanza di un inglese che dopo desinare cominciò con lui una conversazione sui miei
oggetti. Vidi dalla maniera di parlare del giovane uomo ch’egli aveva letto le mie opere, e
soprattutto che aveva dei grandi mezzi naturali per difendere la sua causa. Non dissi ancora
gran che. Ma siccome si formò la partita per andare a passeggiare a Villa Borghese seguii la
compagnia. Là feci in modo di attaccare discorso con il giovane uomo. Egli era molto
riservato, poiché lo si era prevenuto che vi erano molti ciarlatani in questo genere, e che
soprattutto bisognava diffidare di coloro che si offrirebbero per niente. Demolii tuttavia in
parte la sua riservatezza parlandogli di alcuni miei amici che erano pure di sua conoscenza;
infine gli chiesi il suo nome, dopo che mi ebbe esposto il suo desiderio di conoscere l’autore
di Degli Errori e della verità 32. Giunti a questo punto, riconoscente dei segni che mi dava
della sua fiducia, dandogli la mia, mi dichiarai. Mai ho visto uomo più sorpreso; egli pensò
di cadere lungo disteso, soprattutto se ne volle estremamente d’aver mangiato per otto giorni
con me senza avermi né scoperto, né neppure presentito. Dopo questo momento ci vedemmo
tutti i giorni, come pure con un altro giovane uomo chiamato Meximieux che faceva il
viaggio da Roma con lui. Era l’autunno 1787, ci vedemmo pure presso il cardinale de Bernis,
e presso l’abate de Bayonne. Le diverse persone che ho visto in queste due case ed in quella
del balivo di La Brillane ambasciatore di Malta sono, indipendentemente dai cardinali
Acqua-Viva, Doria, Buon-Compagnon ecc., il principe Borghese, i duchi e la duchessa di
Braschi, il principe di Liechtenstein, il conte di Fortia e sua moglie, Santini, la principessa di

32
È da tenere presente che L. C. de Saint-Martin non si è mai dichiarato ufficialmente col suo proprio nome come autore
delle sue opere, bensì con lo pseudonimo Philosopfe Inconnu, ossia Filosofo Incognito.
68
Santa-Croce, il commendatore d’Olomieux, la contessa Piccolomini, un giovane Polignac, il
conte di Vaudreuil, il Signore e la Signora di Jonville, il conte di Techernichef e sua figlia,
due inglesi di cui una era ambasciatrice a Firenze, il Signor di Vigensten specie di agente
della Russia, il padre Jaquier gesuita e famoso matematico, il grande Narbonne ed il suo
nipote, o piuttosto il nipote del cardinale, il vescovo di Vesoul, il senatore e sua moglie, ecc.
Ciò che ho notato maggiormente in questa città, è San Pietro, Santa Maria Maggiore, San
Giovanni in Laterano, i bagni di Costantino, il Colosseo, il monte Palatino, le terme di
Caracalla, i bagni di Tito, il quadro della Trasfigurazione al Gianicolo, il Colombario
d’Arrenzio, il museo del papa, il museo del Campidoglio, la lupa di rame bruciata da un
fulmine a ciel sereno il giorno dell’assassinio di Cesare, la corsa dei cavalli, la lunghezza
degli appartamenti (con le stanze) in fuga, le famiglie, le abominevoli maniere di cantare
della gente del popolo, in un paese così famoso per la musica, la piazza di Spagna, il
Vaticano, il castello di Sant’Angelo, ecc., ecc., ecc. In generale ho l’abitudine di essere
piuttosto urtato dai difetti, quanto colpito dalle bellezze di tutto ciò che vedo, e questo mi è
accaduto a Roma come altrove. Ero venuto da Torino in sei giorni e sei notti con il corriere.
Ne ripartii con dei vetturini con una famiglia siciliana che andava a Genova; fummo
obbligati a fermarci 21 giorni, sia a Lerici, sia a Porto Venere, sia a Sarzana a causa del
cattivo tempo. Restai ancora cinque giorni a Genova prima di potermi recare ad Antibo, da
dove andai a passare otto giorni ad Avignone con tre degne persone in via della Colomba.
Devo aggiungere che il Signor Neuveu che avevo visto a Roma è una delle persone in cui ho
visto l’elocuzione più ornata e più pomposa. Egli volle assolutamente fare il mio ritratto.
Tieman se ne impadronì e l’ha portato in Russia al principe Repnin.

385. Ho esaminato qual era il motivo che impegnava i ricchi e i fortunati del secolo a costruirsi
nei loro parchi e vicino ai loro superbi castelli, delle capanne, delle casucce coperte di paglia,
con tutta l’apparenza della semplicità, ed anche della miseria. Mi sono chiesto perché
amavano tanto parodiare i costumi agresti, e rustici, mentre accanto a queste capanne hanno
le magnifiche abitazioni che annunciano gusti e costumi così differenti. Non ho potuto
trovarne altra causa che l’orgoglio il quale vorrebbe avere ad un tempo, e l’apparenza della
modesta povertà, e la realtà di tutti i godimenti del lusso e dell’opulenza; ho visto che
l’immagine della virtù piaceva loro, a patto che fossero ben sicuri d’avere tutti i modi
d’essere dispensati dal seguirla. Ma infine questo gusto stesso ch’essi hanno ancora per la
sua immagine, è una scintilla della loro fiaccola originale, e che depone in favore della loro
primitiva natura.

386. Ho visto spesso paragonare la vita dell’uomo ad un vasto mare, della quale si guardano come
altrettante onde e tempeste tutte le circostanze e le situazioni attraverso cui passiamo. Si
sarebbe potuto aggiungere che vi sono pochissime navigazioni che non siano in tutto il loro
corso un naufragio continuo.

387. Conformemente al mio carattere geremiaco (vedi art. n° 1), mi sono spesso afflitto
dell’inconseguenza dell’uomo. La voce dello spirito e della verità ci grida incessantemente di
riposarci in tutto e per tutto, su colui che veste i gigli, e che nutre i piccoli uccelli. E noi, al
contrario, non pensiamo, non agiamo, non viviamo che in una sfiducia universale, poiché
siamo occupati solamente dalla cura di soddisfare i nostri bisogni, o di prevenirli; non
viviamo che nell’oblio dell’universale potenza di colui che produce tutto, che sostiene tutto,
mantiene e nutre tutto, e ciò sotto i nostri propri occhi, e nel nostro proprio essere; di modo
che viviamo in uno stato di offesa abituale verso il principio, per il fatto che ci allontaniamo
incessantemente dalla fede nelle cose che colpiscono giornalmente i nostri occhi, e che ci
sono fisicamente dimostrate per essere la verità, e che noi non ci soddisfiamo e non
respiriamo che per un sentimento di sfiducia che è una specie di menzogna ingiuriosa, ed
anche un furto manifesto, poiché vogliamo possedere le cose senza credere ch’esse siano
69
esclusivamente di colui che le fa essere, e che ce le dona, ed è in questo stato che
pretendiamo di pervenire alle ricompense della verità violandone le leggi più chiare e più
sacre. Perché non fare a riguardo di questa verità ciò che facciamo nell’ordine temporale
umano? Poiché vogliamo tutti essere riconosciuti per i padroni delle nostre proprietà; se ve
ne sono alcune porzioni che ci vengono ingiustamente contestate, ricorriamo ai tribunali ed
abbiamo fiducia che la giustizia dei nostri diritti trionferà. Conduciamoci in questa maniera
nei confronti di Dio. Sappiamo che tutto ciò che esiste è sua proprietà, poiché tutto viene da
lui. Non cessiamo di lasciarlo riconoscere per il proprietario di tutto ciò che è, e per
conseguenza di tutte le nostre facoltà, e di tutto il nostro essere, poiché siamo quindi la sua
proprietà. Nelle tribolazioni, nelle ingiustizie che proviamo ricorriamo a lui come al supremo
tribunale, e rimettiamo così la nostra causa tra le sue mani, sicuri che i nostri avversari non
possano mai vincerla. Egli non farà sicuramente allora che aumentare i doni con cui ci colma
giornalmente.

388. Un inconveniente nel quale sono spesso caduto, e che mi ha portato il più grande pregiudizio,
è stato di lasciarmi andare al piacere di leggere il mio amico B., o piuttosto al desiderio di
riempirmi dei suoi tesori più che al bisogno ed al dovere di scavare nella mia propria cava, e
di lavorare a risvegliare ciò che dorme in me ed a resuscitare ciò che vi è morto. Come
digerire, e soprattutto degli alimenti così sostanziali, senza avere cura di mantenere in buono
stato le mie forze digestive, e senza occuparmi costantemente della cura di vivificarle e di
aumentarle con tutti i mezzi che sono sempre alla portata dell’uomo. Questo lavoro è
talmente necessario che ci basterebbe se ci dessimo ad esso con la perseveranza e
l’ostinazione che richiede; ed il nostro essere ci restituirebbe tutto ciò che cerchiamo ed
aspettiamo da parte degli altri.

389. Per parecchi anni della mia vita ho provato a volontà ed improvvisamente un conforto alle
pene, agli affanni, ed anche alle privazioni morali che potevo avere, e ciò semplicemente
elevando i miei occhi in alto sia all’aperto, sia nella mia camera. Ho attribuito questa
proprietà all’amante di Venere che gli astrologi chiamerebbero il pianeta Giove, a causa della
sua influenza gioiosa ed aerea che è il relativo della mia costituzione; questa proprietà non si
è totalmente perduta per me; essa si è solamente un po’ rallentata quanto al fisico; ma si
accresce quanto all’interiore perché la mia età e i frutti che colgo giornalmente mi portano in
una regione al di sopra dell’astrale; essa mi sembrava così naturale e così facile, che ero
sorpreso che gli uomini avessero ancora dei dispiaceri, avendo avuto un modo così facile per
guarirne.

390. Sebbene la mia vita sia stata un seguito di privazioni che in ogni epoca mi sottraevano i
vantaggi che la sorte mi inviava, non ho mai rimpianto le epoche anteriori a quelle in cui mi
trovavo; poiché ho sempre sentito che sia per il momento attuale, sia per il momento che
andava a seguire, dovevo attendere più consolazioni e gioie di quanto non provavo ostacoli e
contrarietà; d’altronde sebbene abbia immensi rimproveri da farmi nella maniera in cui ho
usato il mio tempo, ringrazio Dio di non aver fatto ancora peggio, e non vorrei ricominciare
nel timore di trarmene molto più male di quanto non abbia fatto.

391. Passeggiando nei giardini di Petit-Bourg nel 1792 trovai un mietitore che mi assicurò che
fintanto che fosse durata la Rivoluzione non avremmo avuto il vino, perché le nostre Guardie
nazionali sarebbero andate nelle osterie e si sarebbero battute (tra loro) invece d’andare a
battersi contro il nemico. La sua profezia si è adempiuta per il 1792. Essa sembrava voler
adempiersi anche per il 1793. Lascerò qui dello spazio bianco per segnare fino a qual punto
essa sarà vera se la Rivoluzione si prolunga; poiché vi è una persona che crede ch’essa si
prolungherà fino al 1796. Le vigne vengono dal gelare il 31 maggio 1793. Questo stesso
giorno rivoluzione a Parigi senza effusione di sangue. Arresto di 32 membri. La raccolta di
70
vino è stata buona; molto persone credono alla pace vicina. Il 12 germinale anno 3° una crisi
a Parigi in cui ero, deportazione di Collot, Barrere, Billaud, Vadier, ecc. Guardo questa crisi
come la conclusione; vi è stato poi quella di pratile, e di vendemmiaio.
La pace con l’Imperatore firmata il 17 aprile 179733, 26 vendemmiaio anno VI, a Leoben dal
generale Bonaparte.

392. Ho notato che si trovano meno folli fra le persone di fatica, e di cui il corpo è laboriosamente
occupato che fra coloro che sono oziosi o dediti alle arti frivole ed alle occupazioni false, il
tutto, fatte le debite proporzioni tra queste due classi di cui la prima è la più numerosa; da
questa verità ho creduto doverne concludere che l’azione del nemico invisibile dell’uomo
opera nella follia più che non si pensi, poiché coglie piuttosto quelli di cui lo spirito lavora al
falso, che quelli di cui lo spirito non lavora affatto.

393. Estratto di una lettera scritta da me al Signor Vial. d’Aig. a proposito della Vergine. «Lo
spirito che presiede alla terra non è in nessun modo la Vergine, come lei crede così come il
Signor Dutoit. La Vergine è dell’ordine delle anime umane e privilegiate. Essa ha avuto per
opera la rigenerazione del suo cerchio servendo da focolare e da ricettacolo alla formazione
umana della chiave divina che doveva aprire per noi la regione eterna. Lo spirito della terra è
legato allo spirito generale del mondo temporale, e non ha per opera che il compimento dei
piani fisici spirituali di Dio per il tempo. Allorché quest’opera sarà compiuta, esso rientrerà
nella sua azione spirituale semplice per lavorare ai nuovi cieli ed alla nuova terra. Ma la
Vergine ed esso saranno eternamente di una categoria differente. Guardi questo spirito e tutti
quelli della sua classe come il tempio, guardi l’anima della Vergine e di tutti gli uomini,
particolarmente degli eletti, come gli adoratori, guardi le potenze eterne e sacre di Dio come i
ministri, e il nostro sovrano creatore come il Dio unico che brillerà al centro di tutti questi
agenti e di tutte le regioni da cui egli riceverà un eterno omaggio, e lei avrà l’idea che io
credo che bisogna avere di questa grande ed armoniosa disposizione nella quale tutte queste
classi faranno tuttavia solamente uno e saranno consumate nell’unità».

394. Mi è molto difficile non affliggermi, come ho detto nel L’Uomo di desiderio, quando vedo
che la Scrittura era una guida dolce e benefica che la saggezza suprema aveva dato agli
uomini, e che essi non abbiano saputo farne che un’autorità dura e tirannica con la quale ci
conducono imperiosamente nei precipizi. Quanto non devo affliggermi maggiormente
quando vedo il poco frutto della virtù sacerdotale sulla terra! Le arti meccaniche stesse mi
mostrano ciascuna la loro produzione. Quando un artigiano ha lavorato durante il giorno, io
vedo la sua opera alla fine della sua giornata. Perché lo stato sacerdotale è quello che non mi
mostra niente, e che nondimeno si fa così ben pagare? Ecco quegli abusi che la verità non
può tollerare e che presto o tardi essa abolirà. La 34 stessa è ciò che ha perduto il
cristianesimo, per il fatto che la Chiesa dei preti impedì che questa 35 si perfezionasse come
le altre arti.

395. Ho detto e scritto che bisognava che l’uomo di verità passasse attraverso una grande
solitudine, e attraverso grandi deserti prima d’arrivare alla terra promessa; ma non avevo
realizzato questo precetto temporalmente. È senza dubbio per adempiere questa legge nei
miei confronti, e per riparare ciò a cui ho mancato in questo genere, che le circostanze mi
tengono veramente in questo assoluto deserto nella mia propria città natale, dove malgrado vi
sia dello spirito e dell’onestà, gli affari assorbono talmente che non trovo giorno per porre
33
In realtà vi fu firmato solamente l’armistizio in data 18/4/1797 da cui scaturirà il successivo trattato di Campoformio
(17/10/1797).
34
Dopo l’articolo La, nel manoscritto vi è la parola messe,ossia messa, cancellata con un tratto di penna dall’autore, ma
ancora leggibile.
35
Come per la nota precedente anche qui nel manoscritto è cancellata la parola messe.
71
una sola idea, ed ancor meno per farla fruttificare. 30 maggio 1973.

396. Il numero delle persone che ingannano è sicuramente considerevolissimo, ma quello delle
persone che s’ingannano esse stesse lo è infinitamente di più. Quest’idea mi è venuta a
proposito di alcune lettere che reclamavo presso le autorità costituite, e che sembravano loro
misteriose e sospette perché erano fuori dalla loro portata; ho sentito nello stesso tempo in
questa circostanza quanto gli uomini fossero ciechi a sollecitare gli impieghi pubblici, poiché
ciò li poneva in posizioni che li condannavano a non credere all’onestà.

397. Facendo un censimento delle mie carte, ho giudicato bene di bruciare un giornale di fisica
cominciato a L’Orient nel 1768, perché era là dove la fisica aveva cominciato per me. Ne
traccerò tuttavia qui le principali note per servirmi da memoriale. La Signorina d. B.l.c.
allorché era questione del nostro matrimonio. Mio padre che giocava spesso un ruolo
importante da cui avrei potuto trarre partito s’egli l’avesse voluto. La morte di .
Una scimmia. Il discorso di Donat. Parecchie donne. Quantità di alberi, particolarmente di
alberi verde carico. Un altro albero che chiamo stellare. Il mio certificato del reggimento
allorché lo abbandonai nel 1771. Le firme degli ufficiali e del colonnello Nieul. Le mie basi

di convenzione 5 e per la dama d’Av.. Il superbo, e divenuto regolatore .


Mille altre basi che riporterò qui a misura che mi ritorneranno. Vi consacrerò questa pagina.

per l’origine dell’uomo allorché ero nella guarnigione a Longwy. Il mio libro di
matematica allorché ero nella guarnigione a L’Orient, leggere nubi iniziatrici. L’elefante
elettrizzato a colpi di frusta, e precipitato. Qualcuno di mia conoscenza amico intimo che
dice la messa, un altro che dice la messa accanto, ma che finisce più presto, e che si porta poi
lui e il popolo sull’altare del primo. Grande afflizione n° 172. A Lione, a Bordeaux, a Parigi,
al Chatelier fino e compreso l’anno 1784. Uccelli, serpenti, scheletri. I Burdins.

che mi è stato caro e che si è assentato dopo l’anno 1770. a Tours

con J. nel 1766. La morte di Lambert numero di batterie di cui alcune molto
importune. Il mio abituale dal 1768. Un bel Giove alla morte di Provensal. La
trasposizione delle batterie da destra a sinistra dopo circa il 1795. Le mie grandi basi e le mie
grandi elezioni verso la stessa epoca, e dopo, con costanza e sviluppo.

398. Le tribolazioni della terra, se mi hanno fatto mormorare talvolta, mi hanno insegnato pure
perché la Provvidenza permetteva ch’esse ci accadessero; è che noi abbiamo tutti troppa
inclinazione a credere che la terra dev’essere dolce, ed è per insegnarci ch’essa dev’essere
amara. Il giusto stesso deve provare queste tribolazioni, non solamente perché conservi il
sentimento di questa amarezza della terra, ma anche per una conseguenza della spaventevole
degradazione delle cose dopo il peccato. Poiché allorché Dio ha dei piani in rapporto alla
terra, l’esecuzione ne è dolorosa per la sua saggezza stessa la quale si trova allora compressa
e come nelle strettezze. Dopo ciò come il giusto oserebbe mormorare di trovarsi tanto offeso
a sua volta per dei mali che non avrebbe fatto?

399. Il mio zelo per la giustizia ha spesso sofferto nel vedere che coloro che per stato si sono

72
stabiliti medici delle coscienze non cercavano che di governarle, mentre dovrebbero
occuparsi solamente di guarirle, e poi starsene là. Ma ho detto, come vi comincerebbero?

400. Con l’ultimo peggioramento di fortuna che ho provato, (che è quello di una vendita autentica
dichiarata nulla), mi sono ricordato il passo di Giobbe: Dio me l’ha dato, Dio me l’ha tolto;
ho trovato anche che questo passo non poteva più bastare, né andare alla pari con lo spirito
Evangelico, la giustizia è divenuta molto più abbondante che al tempo di Giobbe. Ora se Dio
c’insegna che egli è un padrone severo che raccoglie dove non ha seminato, a maggior
ragione egli vuole raccogliere i frutti del campo di questo Vangelo in cui egli ha seminato
con tanta abbondanza.

401. In un romanzo intitolato: Romeo e Giulietta, per mezzo della già d. d. B. (nella) terzultima36
lettera ho trovato un’immagine di sensibilità molto toccante e molto vera. Eccola.
È un amore più delicato che prendendo la sua sorgente nel cuore non ha bisogno che della
certezza d’essere amato per vivere e riaccendersi nel suo proprio focolare. All’infuori delle
donne non v’è quasi altri capace di conoscere quest’amore. Perciò sono esse quasi sempre
vittime della loro propria debolezza, poiché si legano tanto con i loro desideri vinti, quanto
con il godimento, e la loro anima simile alla spugna, riceve da ogni parte e s’imbeve di
questo sentimento, mentre il fuoco che hanno acceso svanisce, e non causa loro più che dei
rimpianti e delle lacrime.

402. Ho visto che è nel regno del disordine e dell’ingiustizia che gli uomini si occupavano
giornalmente di stabilire la loro saggezza umana, il loro ordine convenzionale, e la loro falsa
giustizia, e che quando erano pervenuti a far così trionfare l’apparenza, erano fortemente
tranquilli sulle realtà. Come la mia anima non si sarebbe afflitta di questo disprezzo in cui
essi lasciano perciò languire la verità? Così chi sarebbe abbastanza imprudente per seminare
in simili terreni? In effetti se un campo è coperto di rovi e di ortiche, che ricava esso dal
vedere il sole portargli del calore, e della luce? Ciò non serve che a far fruttificare
maggiormente le cattive piante di cui è coperto. È così che le luci non fanno che aumentare
le disgrazie dell’uomo colpevole facendo crescere tutte le piante velenose da cui si è lasciato
infettare, e come sovraccaricare.

403. Il 7 giugno 1793 ad Amboise ho ricevuto la più utile e la più salutare di tutte le intelligenze
che mi siano state inviate finora. È quella del verbum plorans37. Ne avevo posto il germe nel
L’Uomo di desiderio, cantico n° 4, ma non ne avevo ancora colto il frutto. Dio, fa che il
gusto di questo frutto succulento sebbene amaro, non mi abbandoni più!

404. Unisco qui l’ultima delle note ricopiate su una piccola raccolta cominciata e non finita, e che
ho fuso in tutte le mie diverse collezioni. Non è per la sua novità che la conservo, è per
l’usanza che ho di conservare tutto ciò che mi viene nel pensiero. Ecco questa nota.
Gli uomini che vivono solamente alla superficie non hanno che piccole pene, e piccoli
piaceri, essi sono subito consolati quanto afflitti, subito afflitti quanto consolati. Non sono
che delle figure d’uomo. Perciò bisognerà che la vita di questi uomini ricominci allorché
avranno abbandonato questa regione visibile ed apparente, poiché non avranno vissuto per il
tempo che avranno attraversato, ed è questo prolungamento di tempo che farà il loro
supplizio, perché la combinazione delle loro sostanze non sarà in una misura tanto dolce e
tanto armoniosa quanto in questo mondo in cui tutto è nelle proporzioni di misericordia e di
salvezza.

36
Nel testo originale vi è l’espressione troisieme avant-derniere; letteralmente terza penultima.
37
Verbo gemente.
73
405. Negli affanni che mi causano le scosse della Rivoluzione e di cui la battaglia e la presa di
Saumur non sono una delle più piccole, ho riconosciuto dolorosamente che il principio che
governava questo basso mondo era un essere che cominciava tutto e non finiva niente, che
spingeva in diversi luoghi dei germi di cupidigia, d’ignoranza e di fanatismo, ma non li
faceva fruttificare altrimenti che facendoli battere gli uni contro gli altri, poiché non può
produrre dei frutti, considerato che è sterile. (Ad Amboise il 13 giugno 1793). Perciò le sue
opere non si consumano mai, esse non fanno che cessare ed arrestarsi con l’annientamento
delle sue potenze cooperatrici.

406. Gli uomini del torrente di cui malauguratamente ho visto che l’universo era pieno, mi
affliggono per le spaventevoli incoerenze della loro logica. Un partito si eleva e per provare
la giustezza delle sue pretese vi tira dei colpi di cannone. Un altro partito che ha delle pretese
opposte vi tira pure dei colpi di cannone per provarvi ch’esse sono giuste. Come è possibile
che la stessa specie di prova possa testimoniare il pro ed il contro? Poveri uomini!

407. Non mi è stato difficile e non lo sarebbe a nessuno vedere la differenza della maniera in cui
ci tratta la natura, e della maniera in cui ci trattano gli uomini. Tutta la natura si sollecita a
prodigarci i suoi soccorsi; la terra non cessa di offrirci i suoi frutti; il cavallo viene a portarci.
Il bue prende il nostro giogo per fertilizzare i nostri solchi; gli animali necessari al nostro
nutrimento vengono nei nostri climi in stagioni regolate. E l’uomo trova delle difficoltà da
parte dei suoi simili a respirare l’aria che la sorgente della natura c’invia, ed a percorrere a
suo piacimento e senza il loro permesso le differenti località di questo recinto terrestre in cui
essi sono condannati tutti a vegetare per un tempo. Se questi quadri fossero meno tristi, si
sarebbe tentati talvolta di guardare gli uomini in compagnia come divertentesi al gioco della
mosca cieca, con questa differenza che in questo gioco ordinariamente vi è uno solo che
porta la benda; mentre che qui la portano tutti, e vanno incessantemente ad urtarsi gli uni con
gli altri.

408. A cosa l’esperienza delle cose della vita mi ha condotto? A riconoscere che il giogo
dell’illusione e dell’errore sembrava dolce agli uomini, e non li conduceva che all’amarezza,
mentre il giogo della verità e della luce sembrava loro duro e li conduceva alle consolazioni
inesauribili, ed alle inesprimibili dolcezze della pace divina.

409. Le angosce di ogni genere che ho provato ad Amboise per le conseguenze della Rivoluzione
mi hanno insegnato una grande verità, cioè che le tribolazioni che la saggezza lascia cadere
su di noi sono sempre analoghe alla specie di virtù che ci manca per questa circostanza, e che
questa specie di tribolazione ci è inviata alfine di far uscire da noi questa virtù che ci manca.
Si può aggiungere che siccome siamo tutti malati, vale a dire, deboli e sprovvisti di virtù, lo
stato di pene, di violenza e di tribolazioni è lo stato più naturale per noi, ed il più salutare.
Devo confessare nello stesso tempo che fino a questo giorno sono stato trattato da bambino
viziato, malgrado le contrarietà che mi sono state inviate. Quanti milioni di uomini sono stati
mille volte più afflitti, tormentati ed inquietati di me? 26 giugno 1793.

410. Si potrebbe facilmente provare agli uomini che la materia stessa, e i corpi terrestri non
sembrano loro niente, malgrado tutte le avidità da cui la specie umana è divorata, e ciò
mostrando loro che sono sempre pronti a sacrificare la loro propria vita, sia alla gloria
militare, sia all’onore umano quando esso è ferito; poiché il disprezzo che annunciano o che
affettano per questa vita terrestre è un indizio molto significativo che questa vita terrestre è
spregevole, vale a dire, ch’essa non è nulla; ma questi argomenti sono un po’ sottili per essi,
perciò non mi sollecito a proporli loro.

411. Il 24 giugno 1793, sono andato a Beauvais con il Signor Calmelet figlio e La Sauvagere.
74
Questa casa posseduta un tempo da mia sorella, ed in cui ho goduto dei piaceri e
dell’agiatezza della vita terrestre non ha potuto rimostrarsi ai miei occhi senza causarmi
dell’emozione, meno in rapporto a me che in rapporto alla mia povera sorella. I nuovi
proprietari, (Clement) sono molto amabili. Il padre e la madre sono pieni di bontà e di
sensibilità. La loro figlia sebbene molto giovane annuncia un essere raro. Il terzo ed ultimo
dei loro bambini maschi di cinque anni, mi sembra dover essere un giorno un fiero uomo. Il
Signor Réchon ex oratoriano, ed istitutore dei figli mi è sembrato un uomo di merito. Mi si è
portato qualche colpo sulle mie opinioni, ma con dolcezza e riserva; da parte mia, mi sono
poco mostrato, eccettuato sulla malattia della signorina e sulla medicina, in cui senza essere
versato dissi tuttavia le stesse cose che aveva detto il medico. Malgrado tutta l’innocenza
apparente di una simile passeggiata, ho sentito al ritorno quanto nella mia carriera si debba
permettersi poche distrazioni, soprattutto con la gente di mondo, che sebbene onesta, è
troppo estranea alle vie che mi attraggono perché io non sia in sofferenza con essa, e perché
non ne provi alcun calo, almeno la prima volta. Vedi art. n°417.

412. Quando considero la crudele ignoranza dell’uomo, e le orribili rovine che causa sulla terra
con le sue guerre, le sue avidità, e i suoi orribili abomini, ritorno all’idea che ho avuto spesso
sul suo conto, cioè che si ha più buon gioco con il demonio che con lui, e mi dico: del
demonio, ci si può liberare con la fede; dalle catastrofi della natura, si può trarsene con il
coraggio, o la rassegnazione. Dell’uomo, non ci se ne può liberare che con il furore, ed ecco
il vero male ch’egli ha portato nel mondo. Vedi art. n° 83.

413. Le situazioni più rovinose in cui mi sono trovato nella mia vita sono quelle in cui non avevo
che me solo per padrone e per appoggio, e tutto me per ostacolo e per avversario.

414. Nel 1780, o ‘81, la moglie del maresciallo di Noailles venne un giorno al Lussemburgo dove
desinavo per conferire con me sull’opera Degli Errori e della verità. Essa arrivò, il libro
sotto il braccio, e pieno di piccole carte per segno. So che non entrai di molto nella materia
con lei, e che anche le spiegai le lettere F.M.38 in maniera stramba e ridicola che poi mi sono
rimproverato. La persona che formava il terzo con noi non mi lasciava abbastanza libero
sulla mia vera serietà, perché lo fossi anche sulla mia vera gaiezza. Ma ciò non è una scusa.

415. Ho avuto un godimento durante il mio soggiorno ad Amboise nel 1793 dal quale spero di
trarre dei frutti durevoli. Si tratta di una somma di 1250 lire sulla quale non mi permetterò di
spiegarmi più chiaramente; tutto ciò che posso dire è che il mio buon uomo interiore se n’è
trovato molto più a suo agio.

416. Una persona molto rispettabile mi ha spesso opposto le virtù di una certa altra persona molto
rispettabile pure, come una testimonianza in favore delle sue luci. Avrei potuto rispondergli
che le virtù di questa persona essendo dell’ordine naturale ed umano non provavano nulla per
le cose dell’ordine dello spirito, perché le virtù dello spirito sono di un’altra classe, e che il
Vangelo ce le fa conoscere in noi dicendo ciò che servirà di prova ai figli dello spirito e della
luce: essi guariranno le malattie, resusciteranno i morti, toccheranno gli animali velenosi, ed
i pesci senza soffrirne, ecc. ecc. ecc..

417. Al momento della mia visita a Beauvais, vedi art. n° 411, ecco ciò che avrei potuto
rispondere alla signora che gettava delle pietre nel mio giardino citandomi il passaggio del
Vangelo: L’uomo non vive solamente di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Avrei potuto risponderle, dico, ch’essa stessa non viveva solamente di pane e di carne, ma
che il suo spirito aveva pure bisogno di vivere di conversazione sia con gli uomini, sia con i

38
Abbreviazione di Franc-Maçon ovvero Libero Muratore o Massone.
75
libri, e, che inoltre, Rousseau, suo autore preferito, avendo detto che la parola era stata
necessaria per l’istituzione della parola, è probabile che la fame ch’essa voleva canzonare in
me, lei ne provava la stessa dose di me, e che viveva così come me e tutti gli uomini, della
parola che usciva dalla bocca di Dio; avremmo visto ciò ch’essa avrebbe avuto da obiettare;
ma quest’idea non mi venne che dopo quando non era più tempo. Questa lentezza nelle mie
idee si fa sentire dacché non sono più in esercizio. Sento anche ch’essa aumenta col mio
soggiorno ad Amboise dove vivo assolutamente solo, e dove ho così poche occasioni di
esercitarmi.

418. È all’opera di Abbadie intitolata: L’Arte di conoscersi, che devo il mio distacco dalle cose di
questo mondo. Lo leggevo nella mia infanzia, in collegio, con delizia, e mi sembrava che
anche allora lo capissi, il che non deve infinitamente sorprendere, poiché è piuttosto
un’opera di sentimento che di profonda riflessione. È a Burlamaqui, come ho detto altrove
che devo il mio gusto per le basi naturali della ragione e della giustizia dell’uomo; è al
Maestro de P.39 che devo la mia entrata nelle verità superiori; è a J. B.40 che devo i passi più
importanti che ho fatto in queste verità. Attendo le opere di Jeanne Leade, e del medico
Pordage che devono mi si è detto, consolidare fortemente i miei passi in questa carriera che è
la sola in cui si concentrano tutti i miei voti. Vedi art. n° 438.

419. Non è solamente nel carattere, e nel destino che mi sono trovato delle somiglianze con J.J.
Rousseau. Vedi art. n° 60. È anche nei principi filosofici che le diverse situazioni della
nostra vita ci hanno fatto scorgere ed adottare. Quando egli dice, 1. vol. delle Confessioni
pag. 127: Questa grande massima di morale, la sola forse d’uso nella pratica, di evitare le
situazioni che mettono i nostri doveri in opposizione con i nostri interessi, e che ci mostrano
il nostro bene nel male altrui; sicuro che in tali situazioni, per quanto sincero amore della
virtù che vi si porta, si viene meno presto o tardi senza accorgersene, e si diviene ingiusto e
cattivo nel fatto, senza aver cessato d’essere giusto e buono nell’anima. Quando egli dice,
stesso vol. pag. 147, La virtù ci costa solamente per il nostro errore, e se volessimo essere
sempre saggi, raramente avremmo bisogno d’essere virtuosi; mi è impossibile non
riconoscermi, come lui in queste verità; infine non getto quasi mai gli occhi sulla sua
narrazione, e sui quadri della sua anima senza scorgere quanto la natura ci aveva dato di cose
in comune l’uno con l’altro, sebbene, come ho detto, non mi paragono in niente con lui né
per la virtù, né per i talenti. Intendo qui per la virtù la forza e l’energia, nella qual cosa,
Rousseau mi è stato molto superiore; ma ne eccettuo l’onestà dell’anima, e il dolce
sentimento della riconoscenza per i favori, soprattutto per quelli che concernono lo spirito, il
cuore e la ragione. Poiché quest’attrattiva era così viva in me che mi sarei dato senza riserva,
e sicuramente senza ingratitudine alle persone che avrebbero avuto la bontà di prendersi cura
di me in quest’ordine di cose; e non temo di dire che se nella mia giovinezza avessi
incontrato, come Rousseau, un abate Gaimes, ed un abate Gouvon, ne avrei tratto un partito
diverso da lui, e non avrei loro dato luogo di credermi indegno del loro interesse.

420. Più mi occupo del mio caro Böhme, più sento che per darsi utilmente e con frutto al grande
oggetto dell’opera dell’uomo bisogna essere o nella pace politica, o nella pace della
rigenerazione, e sebbene mi creda più nell’ultima che nella prima, non sono tuttavia
completamente né nell’una né nell’altra.

421. Il 10 luglio il Signor Mazade de Percin deputato alla Convenzione è venuto a vedermi ad
Amboise al ritorno di una missione di cui era incaricato per La Rochelle. È un uomo di molto
spirito, e che ho conosciuto con grande piacere a Tolosa nella casa Du Bourg di cui ha

39
Martinez de Pasqualis.
40
Jacob Böhme.
76
sposato la figlia minore. Siccome non lo vedevo da quindici anni, ed in questo intervallo ha
fatto dei grandissimi viaggi che l’hanno un po’ cambiato, l’ho riconosciuto solamente dopo
qualche secondo. Ma fui molto soddisfatto di rivederlo. Al momento del nostro legame egli
non è mai stato che agli inizi dei rapporti con me relativamente ai miei oggetti; dopo questi
inizi di rapporti, la via si è ancora molto più aperta per me, di modo che non ho spinto
lontano la conversazione su questa parte, e ciò tanto meno in quanto aveva con sé un altro
deputato di Saintes chiamato Garnier che non conoscevo affatto. Mazade è stato istruito nei
buoni principi, e ne ha approfittato.

422. Sono stato spesso colpito d’ammirazione alla lettura di Young, e di Klopstock41; sono stato
nello stupore di vedere quali risorse questi due scrittori avevano trovato nel loro genio per
bastare ai piani che si erano proposti, ma ho riconosciuto nello stesso tempo che se fossero
stati più istruiti dal paese che percorrevano, non avrebbero supplito con degli ornamenti
letterari e poetici alle profonde verità che ignoravano. Un solo passo dei nostri profeti
cancella tutti i prodigi della loro penna. Milton42 stesso era un po’ soggetto all’astrale.
Sentiva il suo estro solamente negli equinozi.

423. Ecco una delle mie differenze da Rousseau. Egli ha detto nella sua Heloise che prima di
uccidersi bisognava guardare se non rimaneva ancora intorno a sé qualche buona azione da
fare. Ho detto, io, ad una persona che prima di battersi furiosamente come fanno gli uomini
nelle loro guerre essi dovrebbero guardare intorno a sé se non restava ancora qualcosa da
apprendere. Rousseau era migliore di me, l’ho riconosciuto senza difficoltà. Egli tendeva al
bene con il cuore, io vi tendevo con lo spirito, le luci e le conoscenze; sta qui ciò che ci
caratterizza entrambi. Lascio tuttavia agli uomini l’intelligenza nel discernere ciò che io
chiamo le vere luci, e le vere conoscenze, e a non confonderle con le scienze umane che non
fanno che degli orgogliosi, e degli ignoranti.

424. Il 1° agosto 1793 sono arrivato da Amboise a Petit-Bourg, un po’ per riprendervi
l’andamento delle mie idee spirituali che avevano tanto sofferto dopo il mio soggiorno nella
mia patria, un po’ anche con la speranza di evitare in parte i movimenti che minacciavano i
dipartimenti vicini della Vandea. La padrona della casa era ancora a Marsiglia. Io lo sapevo,
ma ciò non aveva impedito di mettermi in viaggio, sapendo che avrei trovato una parte della
compagnia, il che accadde in effetti. Ma non dimenticherò mai che a qualche distanza dal
castello mi prese improvvisamente un tale orrore dei palazzi che mi sono promesso di non
farvi mai la mia dimora abituale. Perciò scrissi lì per lì a casa mia perché si pensasse di
prepararmi un piccolo alloggio campestre dove la mia intenzione era di stabilirmi se i nostri
affari politici non mi permettessero di proseguire le mie gite progettate. Questa impressione
di orrore contro i palazzi è tale che li guardo come una delle più grandi prove della
degradazione di tutti i nostri principi: non solamente sono un insulto alla miseria del povero,
non solamente consumano invano immensi terreni che potrebbero essere impiegati più
utilmente, ma impiegano ancora falsamente le nostre facoltà, e i nostri talenti che non
dovrebbero svilupparsi nell’architettura, come in tutte le altre arti se non per tutto ciò che
potrebbe concorrere ad onorare Dio e non l’uomo.

425. Nessun dolore mi è sembrato paragonabile al dolore che ci fanno provare gli uomini quando
noi vogliamo procedere nella linea di vita. In effetti vi è niente di più crudele che sentire che
gli uomini che dovrebbero tutti procedere in questa linea di vita siano al contrario i soli di cui
dobbiamo guardarci e che dobbiamo sfuggire, poiché tutto il resto può essere sottoposto alla

41
Young Edward, 1683-1765, poeta inglese considerato precursore del romanticismo. Klopstock Friedrich Gottlieb,
1724-1803, poeta tedesco la cui fama è legata ad un poema in 20 canti sulla vita di Cristo.
42
Milton Jon, 1608-1674, poeta inglese, celebri i suoi capolavori Paradiso perduto e Paradiso riguadagnato.
77
nostra sincera e franca risoluzione?

426. Ho avuto occasione di vedere a Petit-Bourg una zitellona chiamata C..... che m’interessava
per le sue virtù, e per la forte attrazione che vi aveva senza il suo spirito, ma che non mi
persuadeva in nessun modo con la sua dottrina sulla sua missione, sul nuovo vangelo, sul
regno non iniziato, sulla nullità del passato, sulla non mortalità, ecc., tutte cose che i suoi
discepoli adottavano con il più grande entusiasmo. Questo nuovo ramo del commercio
spirituale si è presentato a me senza che l’abbia cercato come tutti gli altri che mi sono
conosciuti, ed esso mi fornì l’occasione di esercitare la mia professione in questa partita, che
consiste principalmente da parte mia nell’essere ispettore.

427. Uno dei torti più gravi, ed al quale tuttavia non faccio attenzione che molto tardi, è di essermi
troppo dato nella mia vita, alla gaiezza, ed allo scherzo. Questo frivolo uso dello spirito è
pernicioso per coloro che vogliono procedere nella carriera della saggezza; non solamente
questo dà al loro spirito una tinta di leggerezza che gli impedisce di prendere la parte più
sostanziale delle verità di cui deve nutrirsi, ma ciò fa ancora che il suo cuore stesso alla lunga
passi così nello stesso spirito, e finisca con l’evaporarsi. Sventura a colui che non fonda il
suo edificio spirituale sulla base solida del suo cuore in perpetua purificazione ed
immolazione col fuoco sacro; non è che questo dunque che può essere impiegato per il
grande Betzaleel43. È al mio incomparabile Böhme che devo d’aver fatto questa riflessione
su me stesso. Non vi è niente che possa mettersi in parallelo su questo punto, e sulla legge
dei sacrifici levitici con il suo cap. 27 del suo Misterium magnum.

428. Qualcuno ha detto un giorno a mio proposito una cosa ch’egli non immaginava forse essermi
tanto onorevole; cioè che io non potevo stare un istante senza cercare o di apprendere o di
insegnare. È vero che l’appetito del mio spirito era tale che avrei potuto impiegare e
consumare le provviste dei più ricchi fornitori s’essi fossero stati alla mia portata, o, nutrire
coloro che avrebbero avuto il mio stesso desiderio, e che avrebbero atteso pazientemente gli
sviluppi che sono ancora in aspettazione in me, e che sono sempre pronti a manifestarsi.

429. Al centro dei mali che devastano la mia patria, e che mi risparmiano, non ho potuto
impedirmi di provare un momento di sorpresa nel vedere che io che ho così male approfittato
delle grazie di Dio, sono da lui trattato come se egli non avesse alcun rimprovero da farmi,
mentre molti uomini che avrebbero mille volte meglio di me approfittato di queste stesse
grazie, se le avessero ricevute, non solamente ne sono stati privati, ma sono trattati come se
ne avessero abusato. Ma ho appreso che nessuno di noi sa ciò che vi è di nascosto nel fondo
del nostro essere se Dio non ce lo rivela, e che ciò che causa talvolta questa sorprendente
predilezione di Dio per certi uomini, è il granello del suo proprio desiderio che gli è piaciuto
di porre in essi, e sul quale portano tutti i suoi sguardi, e tutte le sue attenzioni.

430. È per una conseguenza delle tenebre della nostra cieca regione che tante persone anche di un
buon desiderio non sanno sostenere la verità che con degli errori, e non si accorgono quante
volte accade loro d’impiegare delle verità per combattere questa stessa verità credendo di
combattere solamente degli errori. Serve una grande pratica di discussione, ed un grande
discernimento d’intelligenza spirituale per essere sempre al riparo da questo inconveniente;
Questa riflessione mi è venuta a proposito di un grande difensore delle Caterinettes 44.

431. La Rivoluzione francese mi ha aiutato a fare un ritorno essenziale su me stesso, e sul

43
Betzaleel o Bezaleel, artista segnalato a Mosè dall’Eterno per i lavori dell’Arca della Testimonianza ed altri. Esodo
31, 1-11.
44
sartine di Parigi.
78
procedere che la saggezza divina tiene nei miei confronti, e che senza le tribolazioni che
questa rivoluzione causa, non fosse che per le inquietudini che ne risultano giornalmente,
non sarei andato verso Dio che per la via del mio proprio spirito, mentre che Dio voleva
farmi sentire che non potevo andare verso di lui che per egli stesso. G. J. ha aggiunto a
questo un’idea giusta cioè che nei tempi di rivoluzione la prudenza è come inutile, perché la
ruota gira così forte e così universalmente che bisogna che tutti sentano l’urto di qualcuno
dei suoi raggi. La rivoluzione attuale ci mostra anche quanto essa è mutata per mezzo di una
mano superiore, poiché lo spirito stesso ne sente le scosse.

432. Il mio seggio è un po’ elevato, ecco perché è solamente quasi nel mio cinquantesimo anno
che ho cominciato a salirvi. Il regno naturale è stato debole presso di me, il regno spirituale
non è quasi stato più forte; sembra che il regno divino è quello che mi è realmente destinato,
e che gli altri due regni non devono più ricevere che da questo la loro esistenza in me, come
fanno nell’ordine universale. Se sta qui il mio premio, come ho da sperare, non avrò perduto
per aver atteso.

433. Quando considero tutti gli eletti di Dio dalla prima età del mondo fino al mio tempo vedo che
essi hanno tutti provato lo stesso dolore che è di sentire la verità restituire loro più beni e
magnificenze di quanto non potessero diffonderne intorno ad essi. Così bisogna
necessariamente che coloro che sono nella carriera s’attendano di sentire le stesse angosce,
bisogna che rinuncino a trovarsi in misura con gli uomini che li circondano, bisogna che si
abbonino ad incontrare queste misure giuste, vere, e complete solamente nel loro Dio.

434. Una circostanza in cui mi sono trovato a Petit-Bourg relativamente a dei documenti di
sicurezza nazionale mi ha insegnato chiaramente che vi sono due mondi, cioè il mondo di
Dio, ed il mondo degli uomini; mi ha insegnato che gli uomini procedono giornalmente nel
mondo delle tenebre, mentre Dio procede perpetuamente nella luce; mi ha insegnato che gli
uomini hanno un bel fare delle leggi, non vi è che Dio che ne ordina l’esecuzione, e che
pronuncia fin dove quest’esecuzione deve andare, e dove deve fermarsi, infine quali sono
quelle su cui essa deve cadere, e quali sono quelle vicino alle quali essa deve fermarsi.

435. Verso la metà di ottobre 1793 ritornai a Parigi con l’amico Gombault, provai arrivando
un’impressione pressappoco simile a quella che avevo provato poco tempo prima arrivando a
Petit-Bourg. Sentii vivamente la differenza dell’atmosfera delle città con l’atmosfera
campestre. Sentii tutta l’influenza delle falsità dello spirito degli uomini di mondo i quali
s’impongono frivole usanze, e vane abitudini sociali, e condannano con una severità
esagerata tutto ciò che non è conforme a queste abitudini. Sentii tutto ciò al punto che se
avessi avuto un asilo sicuro nel luogo che lasciavo, mi sarei creduto obbligato a ritornarvi
subito. Ma l’incertezza relativamente al locale essendo uguale sia in città sia in campagna,
poiché gli alloggi che occupavo nell’uno e nell’altro posto potevano divenire nazionali in
ogni momento, non mi sollecitò a seguire questo movimento interno che mi aveva colpito
arrivando. Forse ho avuto torto, poiché, come ho scritto in qualche luogo, lo spirito si
abituava anche al male che noi gli facciamo, sta a noi di fargli il meno del male possibile
standocene in situazioni che gli danno troppo da lavorare. Ma questo torto, se ve n’è uno,
non mi è sembrato abbastanza grave per bilanciare gli inconvenienti di una solitudine
completa, come quella che avrei avuto nell’osteria di campagna di Petit-Bourg, soprattutto
durante l’inverno. Avrei avuto gli stessi inconvenienti nella mia casa di Chandon che ho
ottenuto dall’eredità di mio padre. Mi sono dunque lasciato andare alle seduzioni degli amici
che mi hanno impegnato a venire a passare l’inverno a Parigi; ed ho la dolce consolazione di
provarvi che si può trovare Dio dappertutto, che dappertutto dove si trova il proprio Dio, non
si manca di niente, non si teme niente, si è al di sopra di tutto, infine che si possono ottenere
tutte le conoscenze che ci sono necessarie sulla nostra propria condotta, se le si chiedono con
79
fiducia.
Al centro delle incertezze in cui ho ondeggiato per alcuni tempi su questo punto, pensai di
alloggiarmi in via del Doyenné presso delle persone che mi volevano molto bene. Vi era un
appartamento libero da sei mesi; Tentennai un po’ per andarne a fare la domanda, e al
momento in cui la feci, esso era stato dato in affitto da quattro ore. Credetti quest’avventura
troppo segnata perché non vi fosse da parte dell’alto qualcosa di nascosto sotto; Appresi
l’indomani che non era che un resto di contratto d’affitto, che avrei avuto a 300 lire meno di
quanto ne pagava il locatario, ed ho sentito che avrei avuto da soffrire ad approfittare così
della miseria di uno sventurato; ma persisto a credere che vi è sotto una ragione più forte, e
sarà il tempo che me l’insegnerà. (Il decreto sui nobili me l’ha insegnato).

436. Una delle ragioni che mi ha svogliato di fare dei libri, è che ho sentito che in questo genere il
raccolto diminuisce a misura che la semenza si moltiplica; è l’inverso della coltura ordinaria,
dove più si semina più si raccoglie.

437. Quale distanza ho trovato tra l’uomo dello spirito e l’uomo del torrente relativamente
all’opera della carne! I primi attingono in Dio l’unione del loro spirito, nello spirito l’unione
della loro anima, e nella loro anima l’unione del loro corpo, come ho detto nel L’Uomo di
desiderio; vale a dire ch’essi dominano l’atto carnale, quand’anche l’operano.

438. Ho ricevuto alla fine di novembre 1793 a Parigi due volumi tedeschi, traduzione di una parte
delle opere inglesi di Jeanne Leade, e di Pordage. È il mio amico Kirchberguer che me li ha
inviati da Basilea dove è venuto a comandare il contingente del cantone di Berna per
difenderne la neutralità. Queste opere mi sembrano dolci, interessanti ed istruttive ma non mi
fanno dimenticare il mio carissimo Böhme che guardo stando a numerose persone come il
principe dei filosofi divini.

439. Ho rimpianto con ragione Grainv...... mio primo introduttore nella mia deliziosa carriera,
colui che era venuto da se stesso incontro a me sulla piazza d’armi del Chateau-Trompette.
La sua fine nel mese di novembre o dicembre 1793, è stata tanto deplorevole quanto è
possibile; e dovevo sperare ch’egli avesse subito un’altra sorte; l’ho rimpianto per
riconoscenza del fatto che mi aveva condotto fino alla porta; ho rimpianto P....... con un vivo
attaccamento, perché è lui che mi aveva fatto entrare; perciò ho pianto questo caro P....... e
non ho pianto l’altro.

440. I libri mi sono sembrati non essere che le finestre del tempio della verità, e non la porta; in
effetti essi non fanno che mostrare le cose agli uomini, e non gliele danno. Ora gli uomini
sono in un tale stato di languore e di trascuratezza, che non basta attirarli, se non li si trascina
di forza. Non è niente attirarli, bisogna ancora trascinarli come degli aratri pesanti ed inerti;
perciò il Riparatore che era la via, non ha fatto dei libri, ma è salito in alto sulla croce, alfine
di attirare e di trarre tutti a lui.

441. Vi sono delle occasioni in cui voi fate piacere a certe persone di parlar loro delle cose
religiose; ma è piuttosto allo spirito di pigrizia e di dilazione che li ferma che questo piacere
appartiene, perciò si può dire che a queste persone non si fa realmente né piacere né bene. La
maggior parte degli uomini sono come i bambini; o per meglio dire, vogliono che li si tratti
come tali, vogliono che si attacchi loro degli appoggi, alfine di poter a loro piacimento fare
delle cadute, ed avere il diritto di prendersela con il conduttore. Vogliono guidare il loro
conduttore per orgoglio, ma vogliono lasciarsi portare e trascinare da lui per pigrizia. Ecco
ciò che accade all’uomo che non discende fino al fondo di se stesso, ed ecco ciò che ho
notato a proposito di una corrispondenza religiosa alla quale mi si era trascinato e di cui
sapevo anticipatamente quale sarebbe stato il mediocre risultato.
80
442. Uno dei miei dolori spirituali è stato di vedere la maggior parte degli uomini, anche di quelli
che si lanciano nella via, dare giornalmente a Dio solamente i resti del mondo, mentre il
mondo intero non è nemmeno degno dei resti di Dio. Ho avuto senza dubbio questo torto
come loro, ma se comincio così tardi ad accorgermene, spero che la bontà divina mi darà
abbastanza perseveranza per portare la mia opera fino alla meta, e per farmi sfregare dalla
lima fino alle mie radici naturali sulle quali sole Dio ama riposare; cose che il mondo non
comprende perché non fa mai limare né lavorare le radici.

443. Nessuno può meglio di me assicurare quanto l’azione che regna sui padri è comune ai figli.
Quante volte, J....45, me ne avete fatto ricordare!

444. Mi è accaduto non so più in quale anno di ricevere da un savoiardo a Parigi una lezione che
mi fu utile, e che considero qui per buona ragione. Venivo dal riscuotere un pagamento, non
mi ricordo più presso quale banchiere. Mi sembrò che mi fosse stato dato dodici lire di
troppo. Non mi fermai abbastanza su quest’idea per assicurarmi del fatto, forse anche perché
trattenuto dalla segreta e colpevole soddisfazione di questo mediocre motivo di cupidigia.
Uscendo dalla casa del banchiere, mi feci pulire le scarpe da un lustrascarpe, pagandolo gli
diedi per distrazione due soldi attaccati al grosso soldo che gli avevo destinato. Il savoiardo
stacca i due soldi e mi corre dietro per restituirmeli. Fui vivamente colpito dal suo
comportamento, e arrossendo di vergogna del fatto ch’egli era mille volte più onesto di me,
glieli lasciai, e ritornai subito a restituire al banchiere le 12 lire che credevo avere di troppo.

445. Montando la guardia durante i nostri tempi di Rivoluzione, mi sono accorto con quale facilità
l’uomo discendeva e si stabiliva nelle differenti regioni che lo circondano; al punto che ero
prossimo a congratularmi con coloro che erano legati alle occupazioni di questo mondo,
perché esse costituivano ciascuna per essi tanti piccoli universi che li riempivano, ed
impedivano loro di vedere e di sentire i loro veri nemici; aggiungevo a ciò che con questo
lavoro forzato essi si purgavano forse anche di molto delle loro sostanze eterogenee che nel
riposo pesano su di essi e li prostrano. Ma l’uomo di desiderio, l’uomo chiamato e
determinato al bene supplisce a tutto e basta a tutte le circostanze.

445.46 Non vi è di che gemere vedendo come gli uomini si governano nel loro regime animale! Il
nutrimento è dato loro per sostenere i loro corpi, e mangiano talmente che è molto per essi
quando i loro corpi possono sostenere il loro nutrimento. In vero il solo lavoro della gente di
mondo è di resistere al lavoro che danno al loro stomaco, e quando sono pervenuti a digerire
il loro desinare, la loro giornata è fatta, e si credono pieni di giorni, vale a dire in misura,
poiché non conoscono altro compito.

446. Dio ha detto ch’egli raccoglieva dove non aveva seminato; ed io sono stato obbligato quasi
continuamente a seminare dove non vi era terra. Gli uomini che ho visto esigevano che nel
momento in cui essi apparivano io fossi sempre pronto a mostrare loro la fine, e tuttavia ci
vedevamo così raramente che non si applicavano neanche al principio. Occorre molto tempo
per applicarsi altresì a questo principio.

447. Nel febbraio 1794 (vecchio stile) la casa che abitavo a Parigi divenne nazionale. Ne fui
molto afflitto per la padrona dell’alloggio di cui la sorte non sembrava migliorare con questo;
ne fui molto afflitto anche per tutte le persone legate a questa casa che sembravano con
questo avvenimento essere minacciate nella loro piccola fortuna, e nel loro piccolo

45
Probabile abbreviazione di Jésus ossia Gesù.
46
Il numero 445 del presente articolo nel testo originale è ripetuto due volte.
81
benessere; quanto a me particolarmente ne ringraziai la Provvidenza, perché questa casa era
troppo bella per me, e perché ho sempre i palazzi in orrore. Vedi art. n° 424.

448. Siccome sono sempre stato eminentemente convinto dell’illusione dello spirito del mondo, le
tribolazioni che questo spirito invia a coloro che lo seguono non mi hanno quasi mai
avvicinato se non in figura, e posso dire che finora la Rivoluzione francese mi ha trattato da
bambino viziato. Ma siccome anche, malgrado la mia persuasione dell’illusione dello spirito
del mondo, non me ne sono sempre preservato come avrei dovuto, è stato necessario ch’esso
colpisse un po’ su di me; e non vi ha mancato.

449. Costringendomi il decreto del 27 germinale ad uscire da Parigi come molti altri, sono
ritornato ad Amboise mia patria, molto votato a tutto ciò che la sorte può prepararmi, poiché
ho una persuasione segreta che questo decreto non è che la prefazione di quelli che potranno
succedergli. Ed in vero se fra i nobili vi sono degli individui rispettabili, onesti, e giusti,
bisogna convenire nondimeno che la nobiltà in se stessa è una cancrena che sussiste
solamente divorando ciò che la circonda; la specie non ne vale niente, ora la specie non
essendo composta che dagli individui, come colpire sull’albero senza colpire sui suoi rami e
trascinarli nella sua caduta? Queste idee possono guardarsi come il commentario di quanto
ho scritto nell’art. n° 367.

450. L’ultima guardia che ho montato prima di abbandonare Parigi l’anno 2° della Repubblica è
stata al Tempio nel cortile interno, ed alla base della torre dove è rinchiuso il piccolo Capeto.
Non posso impedirmi di fare delle riflessioni sullo stato delle cose politiche nel momento
attuale, di guardare questo luogo in cui mi trovavo, come il punto di mira sul quale portavano
ad un tempo tutti gli occhi dell’Europa, e di ricordarmi che quando mi si era messo nel 1791
sulla lista di coloro fra i quali ci si proponeva di scegliere il precettore del delfino di allora,
non si pensava che io l’avrei guardato un giorno in un’altra maniera che non s’immaginava.

451. Pochi giorni dopo il mio ritorno ad Amboise sono stato a vedere mio nipote nella sua casa di
Puy vicino a Montbazon. Sono stato incantato dalla maniera in cui si conduce verso sua
moglie e verso mia sorella, e dal fatto ch’egli fa tutto ciò che è in lui per renderle felici. Ho
colto l’occasione di dargli delle testimonianze sensibili della mia soddisfazione. Nella mia
strada ho visto la famiglia Clement di cui la compagnia è infinitamente dolce ed interessante;
ho visto pure degli sventurati che le scosse del momento inquietano; ed ho osservato quanto
gli uomini s’ingannano sulla felicità di questo mondo. Questa felicità non è loro accordata se
non perché vadano più lontano e perché salgano; al contrario se vi si fermano, fanno come i
preti nelle cose religiose, prendono il mezzo per il fine; e quando questo mezzo ch’essi
prendono per il fine è loro tolto, cadono; mentre se fossero saliti più in alto, la scala potrebbe
essere tolta, che rimarrebbero ancora sui loro piedi. Clementina ha molto gustato ciò.

452. Il disgusto reciproco che provano spesso gli amanti e gli sposi mi è sembrato avere una
sorgente molto superiore a quella che il mondo gli dà comunemente. Poiché questa sorgente
mi sembra non essere altra cosa che l’orgoglio stesso, per il fatto che, secondo il mio
carissimo B. ciascuno di essi cerca la yongfraw47, e non la riceve né la dà. Ora ciascuno di
essi prova la vergogna d’aver ingannato e d’essere stato ingannato, nella sua aspettativa.

453. Ho sentito che vi erano solamente due maniere di trovare la verità, l’una il silenzio assoluto,
e più esclusivo ancora di quello dei Pitagorici, a patto che il desiderio interno sia acceso;
l’altro di parlare sempre di questa verità, e di non parlare che di questa. Il che determina che
gli uomini la trovino così raramente, e finiscano col non più credere ch’essa esista, per cui

47
Yongfraw, ossia vergine.
82
parlano sempre, e non parlano mai di essa.

454. All’inizio di pratile l’anno 2 della Repubblica sono venuto ad alloggiare in un piccolo
appartamento presso la cittadina di Marne in piazza del Grand-Marché ad Amboise. Dal
giardino di questa casa vedevo accanto a me la casa in cui ho passato la mia infanzia. Vi
vedevo la camera in cui sono nato, quella che vi ho abitato con mio fratello fino alla sua età
di otto anni in cui egli ha terminato la sua carriera, quella in cui mio nonno è morto; al di là
di questo giardino vi è la collina in cui riposano le ceneri di mio padre. Sebbene le mie
occupazioni mi portino a forza nelle regioni dell’altro mondo, tuttavia non ho visto tutti
questi oggetti con indifferenza, e questi quadri non sono inutili alla saggezza.

455. Il 27 fiorile dell’anno 2° sono stato nominato dal distretto di Amboise, commissario per la
composizione del catalogo dei libri nazionali, operazione che mi fornì l’occasione d’essere
utile alla Repubblica secondo i pochi mezzi in mio possesso. Ogni altro posto mi avrebbe
infinitamente imbarazzato, per la mia poca conoscenza degli affari. Vi è nel mio caso un po’
di pigrizia corporea, se tuttavia si deve chiamare pigrizia, l’effetto della debolezza di un
corpo come il mio che non può sopportare alcuna fatica, ma vi è anche molto calcolo
spirituale, poiché essendo prevenuto come io lo sono che la grande cosa non si deve fare che
nel riposo e nell’annientamento di tutto il nostro essere, ogni azione esteriore alla quale ci
abbandoniamo è a pregiudizio di quell’azione viva che deve nascere ed esistere
continuamente in tutti i nostri centri. Ora, le occupazioni umane sono altra cosa
dell’esteriore, e vanno altrove che in questo esteriore? La mia commissione stessa non va più
lontano, poiché non vi è in alcun modo richiesta di farvi uso del mio giudizio e del mio
spirito. Perciò sento molto nel mio interiore che se i miei compatrioti mi giudicassero
secondo le mie vere misure mi impiegherebbero ad altra cosa; sento infine che nel riposo e la
pace dello spirito, potrei fare dei libri di catalogo, invece di fare solamente dei cataloghi di
libri. Del resto l’orgoglio è vicino a tutte queste cose inferiori e che non sono che di riflesso,
bisogna salire per essere al riparo di questo veleno, poiché allora non si vede più che una
luce, e si vede bene ch’essa non è noi.

456. Quante volte sono stato in grado di fare una triste riflessione sugli umani; essi somigliano
quasi tutti ad un uomo che sarebbe caduto in un fiume, e che aspetterebbe per mettersi a
nuotare, che questo fiume fosse prosciugato, sperando sempre che le acque scorrano! Quante
volte sono stato io stesso quest’uomo.

457. Vi è una cosa che mi è sembrata disgraziatamente troppo vera, cioè che molte persone
piangeranno un giorno d’aver riso, mentre al contrario ve ne sono altri che rideranno d’aver
pianto. Ho visto pure con afflizione che i mali del mondo erano fondati su un errore di
calcolo che consiste nel fatto che gli uomini si abbandonano a delle affezioni nulle o false, e
che allora gli oggetti di queste affezioni divengono loro necessari per guarirne; si credono
allora al colmo della perfezione ed in una gioia vera, mentre sono solamente allo stesso
gradino in cui erano prima di abbandonarsi a questa affezione. I legami di questo mondo
sono tutti qui. Essi fanno come i poeti di cui ho detto nel L’Uomo di desiderio che ci
mettevano la gaiezza di cuore in posizioni false per avere la gloria di trarcene.

458. Considerando lo stato dell’uomo in questo basso mondo, e la mia situazione personale al
centro di tanti mortali da cui non posso attendere alcun soccorso spirituale, ed anche ai quali
non ne posso procurare, mi è venuto di pensare di guardarmi là dove io sono, come il
Robinson della spiritualità, ed obbligato come lui a provvedere solo alla mia sussistenza, a
difendermi dagli animali voraci, e ad impiegare incessantemente tutto il mio essere alla mia
preservazione ed al mio mantenimento. Ma mi sono trovato come lui una fiducia che mi
procura delle consolazioni, ed una forte speranza che un giorno qualche vascello ospitale
83
venisse a trarmi dal mio deserto. Aspettando, la scialuppa Relud si è mostrata all’orizzonte, e
può divenire un’epoca notevole nella mia vita. (Mi sono ingannato su questa scialuppa).

459. Poche persone crederebbero ciò che sto per dire, e ciò che sento, cioè che nelle più grandi
tribolazioni, e nelle più grandi ingiustizie che possiamo provare, saremmo ancora più
imbarazzati delle nostre prosperità e dei nostri favori, che tormentati dai nostri mali e dai
nostri disastri se avessimo cura di contemplare i soccorsi potenti che ci circondano, e non ci
abbandonano mai.

460. Quand’ero in collegio per la retorica fui scelto con qualche altro mio compagno per essere
lettore al refettorio durante il pasto. I giorni di gazzetta questa ci veniva data da leggere
prima della lettura ordinaria, e quando vi si trovavano delle parole abbreviate o difficili da
leggere, si consultava ordinariamente a bassa voce il religioso che presiedeva al refettorio.
Un giorno che ero di settimana per la lettura, mi viene data la gazzetta; vi trovo parecchie
volte S. M. Imp. Io non sapevo assolutamente allora cosa fosse una Maestà, ed ancor meno
cosa fosse una Maestà Imperiale. Ma anziché consultare (il religioso) tradussi di testa mia
con le parole: San Martino Stampatore48, e ciò a più riprese di modo che il religioso venne da
se stesso a correggermi; ma i miei compagni che mi avevano sentito non mancarono di
burlarsi di me come meritavo, e di darmi il soprannome di San Martino stampatore che mi è
rimasto. Tuttavia ne avevo un altro che è durato ancora di più, cioè quello di bambino.

461. Se gli uomini volessero aprire gli occhi maggiormente vedrebbero bene perché Dio distrugge
incessantemente le loro opere, è che essi non fanno che delle opere senza parola, e che Dio
vorrebbe da essi solamente delle opere prese nella parola, vedrebbero perciò quanto
affliggono l’uomo di desiderio giornalmente con le loro opere fuori della parola, poiché ne
soffrirebbero tanto finché la parola ritorni ad animare le loro opere.

462. Il mio lavoro bibliografico è stato ricevuto ed approvato dal Comitato d’Istruzione pubblica,
salvo alcune osservazioni su degli oggetti relativi a questo lavoro, e contenuti nella lettera
che ne accompagnava l’invio. Questo lavoro fa pietà, e tuttavia è stato necessario darmici
come se fosse importante e profittevole per il mio spirito. Ma ciò che mi ha sostenuto è la
persuasione che la nostra Rivoluzione ha un grande scopo ed una grande causale, e si deve
perciò stimarsi fortunato tutte le volte che ci si trova per qualche cosa in questo grande
movimento; soprattutto quando avviene in questa maniera, in cui non si tratta né di giudicare
gli umani, né di ucciderli.

463. La mia scialuppa Relud non mi ha reso tutti i servizi che ne attendevo. È un po’ per
attenzione per essa che non mi ci sono gettato a mare incontro; non mi sembrava abbastanza
sicura della sua direzione, né abbastanza fidente nella mia. Ne faccio nondimeno un gran
caso; e se fossi stato in grado di conoscerla di più, forse avremmo viaggiato insieme.

464. A seguito della battaglia di Fleurus (in missidoro) abbiamo avuto così grandi successi nel
Belgio e nella Fiandra austriaca che ciò ha veramente del prodigio. La scoperta della
congiura di Robespierre del 9 o 10 termidoro ha aggiunto ancora nuove forze alla nostra
Rivoluzione; essa ne ha date molto anche allo spirito della libertà che ha aperto allora le
prigioni ad una infinità di detenuti. Di questo numero era un eccellente uomo rinchiuso
molto ingiustamente da tre mesi, l’amico Gomb.... che mi ha informato di numerosi altri
arresti che ignoravo e che sono finiti come il suo con la liberazione. Ho avuto qui una bella
occasione di riconoscere quella inesauribile Provvidenza che non cessa di trattarmi come un
bambino viziato. Erano state arrestate molte persone legate, o attaccate ad una amica comune

48
Saint-Martin Imprimeur ossia San Martino Stampatore.
84
a noi; e si proponevano di arrestarne molte altre della stessa categoria. Sebbene io datassi più
che un altro in questa cerchia per molte ragioni, mi si è talmente dimenticato che non è stato
nemmeno domandato di me. Se fossi stato a Parigi, sicuramente non sarei sfuggito; ed è il
decreto del 27 germinale sui nobili che è stato la mia salvaguardia. Vedi dunque come siamo
saggi quando mormoriamo. Ho appreso poi che avevo avuto un mandato d’arresto lanciato
contro di me; ma non l’ho saputo che un mese dopo. Vedi l’art. n° 542.

465. Tu non vuoi dunque essere lodato, dicevo spesso a Dio nelle mie preghiere durante lo
spaventoso regime che la Francia ha passato sotto la tirannica disciplina di Robespierre. Non
mi aspettavo che la Provvidenza si vendicasse così presto. Per avere un’idea di questa
abominevole infernale giustizia con la quale la Francia era governata allora, ecco un fatto che
mi è stato raccontato da un detenuto di Amboise ritornato da Parigi all’epoca della
distruzione del tiranno. Venivano chiamati giornalmente nelle prigioni i nomi dei detenuti
con cui si formava la lista d’esecuzione per il giorno o per l’indomani; e per la forma si
cominciava con l’inviarli al tribunale rivoluzionario. Questo detenuto in questione si sente
chiamare e non si affretta a rispondere. Un vicino vedendo il suo imbarazzo gli dice: dammi
cento scudi ed io andrò al tribunale per te. Il detenuto non esista, conta i cento scudi
all’uomo di buona volontà che risponde all’appello e si lascia condurre al tribunale, dicendo
ch’egli sapeva bene come tirarsene fuori. Cerchiamo nella storia delle nazioni un simile
tratto, in cui la giustizia sia così travestita in un ruolo da teatro, e non so se lo troveremo.

466. Mi si sollecita sempre a scrivere, particolarmente da parte dell’amico Gomb..... e ciò sulla
politica e la Rivoluzione, atteso che la libertà di stampa possa lasciarmi la facilità di
spiegarmi. Ho, ne convengo, grandi cose da dire su questi grandi argomenti; ma ciò che mi
mette molta lentezza nell’esecuzione di una simile impresa, è in generale il poco frutto che
vedo che si possa aspettare dai libri, e i progressi enormi che bisogna fare nel lavoro e nelle
idee prima di pretendere ad una raccolta che ancora è tanto casuale che non si osa neppure
contarvi. In effetti bisogna in primo luogo fare il libro, in secondo luogo farlo bene; bisogna
poi che gli uomini lo leggano, bisogna che esso convenga e che piaccia loro soprattutto nella
forma; bisogna poi che il fondo li attacchi e li sorprenda; bisogna dopo ciò che si
determinino ad appropriarsene i principi e di metterli in valore ed in pratica. Qual è lo
scrittore sulla terra che possa lusingarsi di un simile successo. Sicuramente non è leggendo i
nostri libri che gli uomini ci ricompensino per averli fatti; poiché essi non leggono e non
sanno leggere. Noi ne siamo ricompensati dall’opera stessa che passa in noi prima di passare
nella nostra penna. Perciò non ho ancora rinunciato a fare la piccola opera che mi si chiede,
senza contare il grande lavoro di cui ho già tutti i materiali e che finirà solamente con la mia
vita.

467. È una verità che nella mia grande carriera, mi si è condotto piuttosto attraverso le meraviglie
che attraverso l’alleanza (secondo la superba distinzione del mio caro B.) sebb ene nel fondo
mi sentissi più adatto all’alleanza che alle meraviglie. È derivato da qui che sono poco
penetrato nelle meraviglie per le quali non ero fatto, e che sono rimasto lontano dall’alleanza
che sarebbe stato il mio paese naturale; ma in mezzo a queste due vie che non coglievo
completamente ne è nata una intermedia che talvolta mi dispensava dall’una e dall’altra. È
l’intelligenza; ed è ciò che mi ha fatto dire e scrivere che ero venuto in questo mondo con
dispensa; poiché in vero, non ho guadagnato col sudore della mia fronte tutto il pane che la
mia intelligenza vi ha mangiato. Il mio primo maestro mi diceva anche che non avevo
bisogno di visioni dal momento che avevo l’intelligenza. Avrei avuto bisogno ch’egli non
fosse stato così noncurante sull’alleanza.

468. Sento nel fondo del mio essere una voce che mi dice che sono di un paese in cui non vi sono
donne. Ecco perché senza dubbio tutte le imprese maritali che si sono compiute per me
85
hanno mancato. Ciò non impedisce che da quando ho acquistato profonde luci sulla donna
non la onori e non la ami meglio che durante le mie effervescenze della mia giovinezza,
come ho fatto sapere a Relud. Ma amo la donna disossata come dicevo all’angelo prima che
avessi su questo argomento le luci che ho oggi poiché la sua materia è ancora più degenerata
e più terribile della materia dell’uomo.

469. Il telegrafo inventato dal cittadino Chappe49 è una cosa che daterà nella storia delle nazioni,
sebbene finora questa scoperta sembri più adatta a soddisfare la curiosità, ed a far piacere,
che ad essere di una grandissima utilità; ma quando si scava nella natura di questo fenomeno
e si considera ch’esso si mostra nel momento in cui noi passiamo attraverso una grande
epoca dell’età del mondo, si è contenti di vedere così le cose procedere assieme, perché si
spera ch’esse arriveranno ad un termine in cui si potranno scoprire dei telegrafi ancora più
solleciti, e più infallibili. Confesso che questo telegrafo m’interessa molto.

470. Dal momento che l’uomo è uscito dalla donna, egli non vi deve più rientrare, poiché non sta
più all’uomo d’essere il marito, è la donna che dev’esserlo perché il vero matrimonio si
compia. Questo paradosso o questo enigma mi farà passare per bizzarro agli occhi del lettore;
ma io ho anticipatamente i miei risarcimenti.

471. Per sfuggire alle compagnie nulle e frivole di questo mondo sono nell’occorrenza talvolta di
dire loro che il fuoco è presso di me, e che bisogna ch’io vada a vigilarvi. Non mi si
comprende, e ci si guarda; almeno ci si accorda a non trovare la mia follia penosa. Vi è anche
uno (l’amico Sanche) che trovava che ero un folle che faceva ridere. Se mi avesse conosciuto
di più avrebbe visto che ero un folle che faceva piangere.

472. Fra le cause celebri ho scorso il processo della Signora S. e dei suoi due figli con i quali
aveva ucciso suo marito. Era una famiglia di Marsiglia. Il crimine restò nascosto parecchi
mesi; fu scoperto per un errore del Signor de Cavoy che rimettendo al Signor de
Pontchartrain allora cancelliere, delle carte d’affari da esaminare, vi lasciò in mezzo senza
farvi attenzione una lettera in cui il crimine era narrato specificatamente. Non è solamente
questo procedere segreto della giustizia che mi ha colpito in questo avvenimento, è la viva e
toccante eloquenza del cappuccino che accompagnando i criminali al supplizio ad Aix,
diceva al popolo: Pregate per questi disgraziati, ma pregate anche per voi. Noi siamo tutti dei
peccatori, e se voi vedete come Dio tratta coloro stessi ai quali perdona, giudicate come
tratterà coloro ai quali non perdonerà e che non avranno fatto penitenza. Se i cappuccini non
avessero mai detto che di queste cose, e non avessero messo la loro virtù nella loro cocolla,
non li si sarebbe tanto disprezzati. Colui del quale è questione richiamò a dei sentimenti così
ravveduti e così pii i penitenti di cui si era preso carico ch’essi furono un esempio di
devozione e di rassegnazione dopo essere stati la vergogna dell’umanità; sono questi
movimenti attinti nella sublime logica dell’amore che hanno sempre avuto su di me il
maggior imperio.

473. Ho avuto un bell’esempio dell’instabilità delle cose di questo mondo allorché essendo ad
Amboise vedevo vendere alla cittadella ed a Chanteloup tutto quel superbo bene mobile che
secondo la legge della Rivoluzione era divenuto proprietà nazionale. Avevo visto fare
altrettanto a Parigi in via del Fauxbourg Saint Honoré n° 66. Non avevo bisogno di queste
lezioni per essere sicuro che se la ruota della natura non fa che girare, a maggior ragione
dev’esserne lo stesso della ruota delle opere dell’uomo. Ma tuttavia queste piccole prove
materiali ogni tanto non nuocciono affatto. D’altronde io che vado sempre cogliendo le

49
Chappe, Claude (1763-1805), fisico francese, ideò un sistema per la trasmissione a distanza delle informazioni basato
su una catena di stazioni dotate di un dispositivo a braccia mobili che prese il nome di telegrafo ottico.
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piante che s’incontrano, sono stato afflitto nel vedere il puerile ardore di tanta gente
nell’accumulare tutte queste inezie per lasciarle l’indomani o per morte , o per disgusto.

474. Grazie al mio amico Böhme, mi è stato dato di comprendere perché la Rivoluzione francese
era cominciata con i gigli; è che gli estremi si toccano. È che un eccesso di smarrimenti
conduce ad un eccesso di perdizione. D’altronde come primi nati essi devono essere i più
corretti.

475. Nella mia giovinezza, allorché il separatore era in me nella sua integrità mi accadeva
qualcosa di abbastanza singolare quando la sete mi prendeva, e mi disponevo a soddisfarla;
se era dell’acqua pura che cercavo di bere, ero sicuro che prima di averla toccata, non
mancavo di provare la voglia di orinare, il che non mi accadeva mai quando mi accingevo a
bere del vino.
50
476.

477. Se avessi visto dei preti perire ai piedi dell’altare dove essi pretendevano trattare
direttamente con la Divinità, sarei stato più persuaso della verità di quanto annunciavano,
poiché con le macchie fisiche, morali e spirituali di cui sono coperti, se avessero avvicinato
tanto quanto essi dicono la Divinità, non avrebbero potuto evitare di esserne consumati, più
rapidamente di quanto le sostanze della terra non lo sono dal fuoco della folgore.

478. Durante la Rivoluzione di Francia, trovandomi ad Amboise che è il mio luogo natale ed il
mio ordinario domicilio, mi recai come gli altri con i cittadini della mia compagnia nei
boschi di Chanteloup nel mese termidoro l’anno due della Repubblica per lavorarvi a
tagliare, portare e bruciare dell’erica di cui le ceneri sono impiegate per fare la polvere da
sparo. Durante il pasto andai a riposarmi in disparte ai piedi di un albero e là non potetti
impedirmi di riflettere sulla bizzarria dei destini dell’uomo in questo basso mondo;
vedendomi, a causa della Rivoluzione, isolato da tutti i rapporti che ho in Europa per i miei
oggetti di studio, e da tutte le persone che mi fanno la cortesia di desiderare la mia presenza,
e costretto al contrario a venire a passare il mio tempo a lavorare con le mie braccia in mezzo
ad una foresta per concorrere all’avanzamento della Rivoluzione. L’ho fatto nondimeno con
piacere perché la causale segreta ed il fine della Rivoluzione si legano con le mie idee e mi
colmano anticipatamente di una soddisfazione sconosciuta a coloro stessi che si mostrano i
più ardenti. Ciò non impedisce che mi venisse talvolta lì per lì durante il mio lavoro qualche
riflessione in rapporto all’abburattamento. Poiché mi sono gettato nei forse e per
conseguenza nelle incertezze, il che fa che non posso più nulla affermare. Del resto le
semplici contribuzioni mi mettono nella stessa circostanza. Ho saputo poi che le ceneri erano
ancora là.

479. La cosa che mi è sembrata più rara frequentando gli uomini è d’incontrarne uno che abitasse
a casa sua; essi abitano quasi tutti in camere ammobiliate, ed ancora non sono le più spoglie
e le più da compiangere; ve ne sono che abitano solamente sotto le porte come i lazzaroni di
Napoli, o anche nelle strade e sotto le stelle, tanto hanno poca cura di conservare la loro casa

50
Quest’articolo è stato annullato dall’autore con un tratto, però il testo rimane leggibile; eccolo: «Ho abbastanza
vissuto ed abbastanza visto il mondo per poter giudicare in generale ciò che si chiama popolo. L’ho paragonato ad un
pungolo nella mano del conduttore, che lo impiega a suo piacimento per condurre il suo bestiame dove gli piace, e che
con questo stesso strumento conduce indifferentemente il bue, al pascolo, o all’aratura, o alla macelleria». L’articolo
termina con un abbraccio che comprende le parole: Eclair politique et pphique (? forse philosophique) sur l’association
humaine,ossia Chiarimento politico e (? filosofico) sull’associazione umana; queste parole, e quest’abbraccio, sono
stati aggiunti a cose fatte, nello stesso tempo che è stato tracciato il tratto che annullava l’articolo. (Tratto dalle note di
Robert Amadou).
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patrimoniale, e di non lasciarsi sfrattare dal loro proprio dominio.

480. Poco tempo dopo essere stato all’erica nei boschi di Chanteloup nel mese termidoro, l’anno
due, servii da testimonio per un bambino maschio che nacque al cittadino de La Barre, uomo
di fiducia della cittadina de Marne nella casa della quale ero alloggiato così come lui, in
piazza della Repubblica ad Amboise; chiamai il piccolo neonato André Regulus; il primo
nome per i suoi parenti, il secondo per la Repubblica, non conoscendo nella storia un patriota
più grande e più adatto per servire da modello quanto questo cittadino romano51. Io lo metto
al di sopra di Decio che mi pare un po’ fuori di misura. Lo metto al di sopra dei due Bruto, di
cui il primo è tuttavia infinitamente più rispettabile del secondo. La nascita di questo piccolo
Regolo mi ha ricordato delle stanze52 che feci 9 o 10 anni fa a Parigi in simile occasione,
allorché abitavo nella casa di M.d.T. con M. Gregoire. Queste stanze furono l’espressione
della mia commozione alla vista di quel piccolo cittadino della valle di lacrime. Esse sono
intitolate Il bambino53 ; e sono state trovate dolci. Non ho provato le stesse impressioni nella
seconda circostanza, perciò non ho nulla prodotto. Divengo ogni giorno troppo occupato del
mio avanzamento nei miei grandi oggetti perché abbia il tempo di darmi ai movimenti del
mio cuore in questo mondo; non è che il mio cuore sia indurito, ma è ch’esso ha da
commuoversi in un’altra maniera.

481. Come si è fatto portare ai preti le loro patenti di sacerdozio, ed ai nobili le loro patenti di
nobiltà, così noi dovremmo accordare la pace ai nostri nemici solamente per quanto tutti i
falsi re avranno portato le loro patenti di regalità. La famosa battaglia di Fleurus vinta da
Jourdan su Cobourg nella prima decade di messidoro l’anno due, deve aggiungere in questo
genere un gran peso alle nostre pretese; questa vittoria mi pare una delle più belle che abbia
fatto la Rivoluzione.

482. Non è un dolore per il pensiero vedere che l’uomo passi la sua vita a cercare come la passerà!
Ho disgraziatamente da farmi questo rimprovero come gli altri uomini, mentre avevo
ricevuto molti più soccorsi di essi per preservarmene.

483. Il carattere della mia stella tanto spirituale quanto temporale è stato piuttosto la
preservazione che il movimento. Il mercurio è stato leggero e debole in me nei due generi,
perciò le mie opere sono state brevi e mediocri nell’uno e nell’altro; ma nello stesso tempo la
mia salute nell’uno e nell’altro genere è stata incantevole, e molto poco cagionevole, perché
il movimento non era abbastanza forte per ingenerare in me degli umori, ed in vero non ne
ho né nel morale né nel fisico. Forse anche non ne ho abbastanza poiché sono essi che
sostengono nell’azione e che danno la forza; ora confesso che non è per questo che brillo.

484. La famiglia in cui sono nato è stata segnata dalla felicità sebbene non in maniera uniforme
per tutti i suoi membri. Mio padre ha avuto la felicità della materia e del nulla, mia sorella la
felicità mondana, io ho avuto per parte mia la felicità spirituale; noi tutti siamo stati divisi
secondo i nostri desideri; ma non si può essere più pieno di contrasti con gli uomini di
quanto non lo sono stato io con i miei parenti. (Nonostante ciò) non li ho meno amati, e non
ho meno reso ad essi quanto loro dovevo. Mio nipote ha avuto la felicità pecuniaria.

485. Percorrendo il mondo ho provato spesso dei rudi contraccolpi. Il principale è stato che (per)
la maggior parte del tempo allorché avvicinandoti agli uomini conti di avere da trattare con
una ragione, non trovi da trattare che con una seggetta piena di bile, ed ancora per trovare

51
Si tratta di Attilio Regolo.
52
Nella metrica la stanza è una strofa come parte di una poesia o canzone.
53
In italiano nel testo.
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questa seggetta bisogna andarla a cercare in luoghi tenebrosi e senza luce in cui le si pone
ordinariamente. Io avevo poco di questa bile come ho detto più sopra; avevo al contrario
molto sale marino, vale a dire del sale esagonale e cubico54. Ecco perché le mie basi sono
incrollabili; ma questo sale marino si trasformava facilmente in me in sale nitroso, e lanciava
la folgore. Gli uomini biliosi non vedevano che della bile perché mi giudicavano per
analogia. Ed ecco ciò che si guadagna con gli umani. L’ho detto altrove, non vi è che l’uomo
che mi molesta sulla terra, tutto ciò che non è lui è sotto una potenza che invia ogni cosa
buona o cattiva dove deve andare. L’uomo è il solo che avendo in sé una volontà unita ad
una potenza invia giornalmente le cose buone e cattive ciascuna dove esse non devono
andare.

486. La mia pigrizia di spirito o piuttosto di corpo, è stata legata con la mia facilità. Ero di una
regione in cui tutto si operava e si sviluppava naturalmente; le linee si prolungavano senza
angoli; non vi era combattimento, punta resistenza, non era dunque necessario che vi fosse
nella mia costituzione di che fare questa resistenza, poiché incessantemente ne ero
dispensato, e che ci si comportasse con me, come se si avesse avuto paura che non avessi
pena e fatica. Oh no. Non dico che nessuno sia stato amato più di me, ma sicuramente
nessuno è stato amato come me.

487. Il mio temporale ed il mio filosofico divino hanno proceduto per così dire, sotto la stessa
stella. Mi si è dato delle ricchezze nell’uno e nell’altro ordine; e nell’uno e nell’altro ordine
mi si è quasi sempre posto in maniera da non poterne godere. La Rivoluzione francese
esegue per me questo doppio decreto, nello spirituale con la mia separazione assoluta da tutti
i miei rapporti con gli uomini dello spirito; nel temporale con la lentezza ed anche
l’incertezza del rientro di tutti i miei crediti, il che fa che con molta ricchezza, sono al di
sotto della minima agiatezza. Del resto ho scritto ciò che avevo sentito e detto fin dalla mia
giovane età allorché mi occupavo già di scrutare il mio essere, cioè ero felicemente nato, ma
non ero nato felice; posso aggiungere che non avevo bisogno d’essere nato felice, poiché ero
nato molto soddisfatto, giacché con l’uno si fa facilmente a meno dell’altro.

488. La mia setta è la Provvidenza, i miei proseliti sono io, il mio culto è la giustizia; è da lungo
tempo che tale è il fondo di tutte le mie idee, di tutti i miei sentimenti e di tutta la mia
dottrina; più avanzo in età, più questi principi e questi movimenti si fortificano in me, perché
il nutrimento che prende il mio spirito è assolutamente nello stesso genere; non è
sorprendente che questo rapporto e questa corrispondenza lascino in me degli effetti che
siano loro analoghi.

489. Siccome ho avuto tanti motivi di dolore nella mia vita, devo delineare qui quello che è stato
uno dei principali; è stato di vedere gli uomini non aver conservato dell’infanzia che la
puerilità, ed impiegare per difenderla e farla regnare tutta la potenza e l’imperio dell’età
virile senza avere neppure da unirvi né una ragione né un principio; mentre che al contrario
l’uomo dovrebbe dissipare le tenebre della sua infanzia con le luci, e temperare la rudezza e
l’orgoglio delle sue conoscenze con la dolcezza e l’ingenuità della sua prima età.

490. Montando la guardia nella cittadella d’Amboise verso l’inizio di fruttidoro vicino ai detenuti,
mi venne questa nozione sui mali e le disgrazie di questo mondo contro i quali non cessiamo
di mormorare: Noi non riflettiamo che non dovendo rimanere in questo mondo, ci serve
molto un modo per uscirne, e che non dovremmo guardare così tanto per il sottile circa la
specie e la natura di questo modo, poiché esse tendono tutte allo stesso fine.

54
gli aggettivi esagonale e cubico sono stati aggiunti da Robert Amadou.
89
491. La famosa catastrofe di Robespierre e del suo partito accaduta dal 9 al 10 termidoro l’anno 2
è un’epoca che contribuirà molto all’avanzamento della Rivoluzione; se ne vedono già gli
effetti dal procedere più misurato che prende il governo, e dalla rottura dei ferri di una
moltitudine d’innocenti vittime che erano prossime ad essere immolate. Ho ricevuto una
lettera dall’amico Gombault che mi annuncia la sua liberazione dopo tre mesi di detenzione,
e m’informa che sarà lo stesso per parecchie delle nostre conoscenze. Mi serviva questa
lettera per farmi un po’ respirare in pace sul loro conto. Vedi l’art. n° 464 che è stato
ritoccato secondo questo per la ragione del po’ d’ordine che ho annunciato dover mettere in
questa raccolta.

492. Quando l’uomo si fa cattivo non ha che la felicità del furore e della rabbia; quando non si fa
che bestia o materia rimane nell’apparenza e non ha realmente né pena né piacere; quando si
fa spirituale ha realmente molto piacere; ma non è che quando si fa divino che conosce la
pace vivente e la felicità completa. Io ho percorso, sebbene incidentalmente, tutti questi
gradi, perciò non posso essere in dubbio su quello di tutti che merita la preferenza.

493. Le persone del torrente che conoscono solamente la conversazione dall’esterno sono state
talvolta urtate dal mio silenzio. Una di esse soprattutto che in ragione del suo stato
ecclesiastico è più immersa delle altre nell’ignoranza e nella sua opposizione alla verità mi
ha fatto spesso dei rimproveri per il fatto che non parlavo; in primo luogo se quest’uomo
fosse stato giusto, avrebbe visto che non doveva lamentarsi del fatto che ero muto, poiché la
sola cosa di cui so un po’ parlare è della verità, e che questa verità gli fa male; in secondo
luogo se fosse stato un po’ meno confuso nelle pene del tenebroso nulla di questo mondo,
avrebbe visto che mi tacevo solamente affinché la conversazione non cadesse, poiché quando
coloro che parlavano tanto non dicevano nulla, bisognava bene che ve ne fosse che non
dicessero nulla alfine di parlare.

494. La Bodeau che era cameriera presso la ex principessa di Montbarrey mi ha dato una volta
una lezione che ho avuto torto a non seguire. Essa m’impegnava a camminare, dicendomi
che dovrei solamente dare alcuni giorni all’attivo, e che ciò basterebbe per aprirlo e
determinarlo. Non devo dimenticare neppure i suoi servizi funebri che non ho avuto il
coraggio di seguire.

495. La coda di Robespierre che ha fatto tanti movimenti dopo la morte della sua testa, e che
minaccia niente meno che la deportazione di tutti i nobili e di tutti i preti mi ha insegnato di
nuovo quanto avevo provato già tanto spesso, cioè che noi siamo talmente legati ed
appesantiti dalla nostra pigrizia che non sappiamo fare un passo in linea che a colpi di sferza.
Perciò nello slancio che questa circostanza mi ha dato ho conosciuto fisicamente i due
mondi, e le due eternità, perché per conseguenza avevamo due mani di cui una serviva a
contenere l’eternità tenebrosa, e l’altra ad aprire l’eternità luminosa, infine a cosa poteva
servire in noi la musica reale che ha la proprietà di portare la gioia dappertutto, anche nella
morte; ho appreso, dico, che tutte le cure di colui che mi ama, tendevano ad impedirmi di
posare semplicemente il piede sulla terra.

496. L’indomani della terza decade del mese fruttidoro, dell’anno 2 della Repubblica francese che
risponde al 21 settembre dell’antico stile o all’equinozio d’autunno mi sono trasferito da
Amboise alla mia casa di Chandon, tanto per raccogliervi la vendemmia che per cercare il
nuovo genere di vita che andavo ad essere obbligato di condurre, trovandomi solo con una
serva, io che fino a quel momento avevo sempre vissuto in compagnia. Mi disposi del mio
meglio perché questa nuova carriera non mi fosse pregiudizievole, e perché i grandi lavori
che avevo da seguirvi non risentissero della mia pigrizia. Ero estenuato dalla fatica, non
solamente per aver montato la guardia la vigilia, ma ancora a causa del trasporto di tutti gli
90
imballaggi; non ero che a metà nelle mie misure. Prima di partire andai a dire addio ai Cal.....
e sebbene non abbia alcun rimprovero da farmi per aver detto delle cose fuori posto, sentii
tuttavia un momento di vuoto che mi fece conoscere quanto dobbiamo sorvegliarci, e non
contare sulle semipreparazioni. Questa partenza, e questo nuovo genere di vita può e deve
divenire un’epoca per me. Ho preso nella casa per mio studio la camera dove venti anni
prima ricevetti nel cuore la circoncisione.

497. Nel supplemento alle Confessioni di J.J. Rousseau ho notato di nuovo quanto lui ed io
avessimo d’analogia nei nostri umori, nel nostro carattere, nei nostri gusti, ed anche nelle
nostre passioni, come pure in alcune delle nostre infermità. Ho visto pure con piacere ch’egli
aveva conosciuto il mio amico Kirchberguer e che ne diceva del bene. Del resto sono stato
meno contento di questo supplemento che delle Confessioni, anche se ad intervalli, avendo
trovato di tanto in tanto dei movimenti d’animo deliziosi. Questo supplemento mi sembra
pure meno ben scritto; esso mi ha dato in qualche modo la chiave dello stile dell’autore. Il
suo più grande valore consiste nei contrasti, ed alcune volte più nel contrasto dei moti che
nel contrasto delle idee; perciò questo interessante autore ci lascia spesso nelle vie d’accesso
della verità, e nelle regioni dell’apparenza. Le sue lettere che completano il supplemento in
questione sono a mio avviso ancora più inferiori per lo stile, se ne sente facilmente la
ragione. Essere erano meno elaborate delle altre opere dell’autore, e lui stesso confessa il
bisogno che aveva di limare a lungo i suoi scritti. Ciò non impedisce che io gli renda tutta la
giustizia che merita. È per circostanza ch’egli è rimasto nelle regioni inferiori. Per natura egli
era fatto per andare molto più lontano. Lo guardo come il profeta del sensibile naturale. Egli
aveva il germe del sensibile divino, più ancora che il germe del sensibile spirituale, e se la
Provvidenza avesse permesso che egli ricevesse la decima parte di quanto essa ha voluto
lasciar venire fino a me, ne avrebbe talmente messo a profitto il valore che credo avrebbe
fatto discendere Dio nel mondo. Senza dubbio che il momento non ne era ancora venuto.

498. Quando rifletto sui pochi rapporti che mi trovo con ciò che bisogna essere in questo basso
mondo per non apparirvi estraneo e fuori luogo, sono tentato talvolta di dirmi scherzando che
mi ci si è posto solamente per distrazione.

499. Ho osservato in pochi giorni tre spiccate attenzioni per me da parte dei miei buoni amici, nei
primi tempi del mio soggiorno in campagna. Di queste tre attenzioni le due prime
sorprendenti e come di una utilità necessaria; la terza sebbene essendo pure un segnale molto
manifesto sembrava tuttavia considerarmi come un gran fanciullo in grado di andare tutto
solo. Nondimeno sento ogni giorno che ho sempre bisogno d’appoggio. Ie. lo. se. rs. id. id.
an. at. ne.

500. Mentre leggevo Emile di Rousseau, ed ero al punto in cui egli raccomanda così fortemente di
non contrariare lo sviluppo della natura, soprattutto nella prima età dei bambini ebbi
occasione di gemere sulla sorte del mio piccolo figlioccio, vedi art. n° 480. Sua madre me lo
fece vedere nel cortile, e notai con quale piacere il bambino vedeva la luce. Io lo impegnai a
fargliela vedere frequentemente ed a tenerlo abitualmente all’aria. Oh, mi disse lei,
bisognerebbe senza posa portarlo, e durante questo tempo non potrei fare nulla; va meglio se
è coricato. Compresi che questa parola voleva dire nascosto, e me ne andai col dolore nel
cuore.

501. Alle attenzioni dell’art. n° 499 devo aggiungerne una quarta che designerò sotto la forma di
un serpente in un cerchio perfetto ed avente l’estremità della sua coda sotto o nella sua
bocca. Ho sviscerato questa quarta attenzione fino al suo fondo, ed ho visto che il male
avrebbe i suoi decreti, se vogliamo, e che secondo la legge delle proporzioni, la specie di
bene che lo deve combattere non ha neppure conoscenza che sia un decreto, senza di che non
91
lo combatterebbe.

502. L’ho già detto da qualche parte, tutti i nostri mali vengono dal fatto che il nostro spirito ed il
nostro cuore sono separati. Sta qui ciò che ci fa sentire dei riflessi d’orgoglio nelle nostre
produzioni d’intelligenza, ed anche di virtù; mentre quando l’ordine e la misura regnano
presso di noi, tutte queste cose escono da noi naturalmente e non ci sorprendono; il che
determina anche che in tutti i generi noi siamo sedotti, trascinati, e sviati dalla forma, invece
d’essere dominati e redarguiti dal principio; infine è questo che fa la differenza tra la
lussuria, la lascivia, e l’amore; l’uomo debole ha più lascivia e lussuria che amore, l’uomo
forte ha più amore che lascivia.

503. Nelle mie idee d’infanzia, e riflettendo, alla mia maniera, sull’essere sconosciuto che mi si
dava per la Divinità, mi è accaduto talvolta di chiedermi perché non ero io ad essere il buon
Dio; posso dire con verità che questa straordinaria questione era legata alla mia ignoranza, ed
in nessun modo al mio orgoglio, poiché la facevo in una età in cui questo vizio non è ancora
sviluppato nell’uomo.

504. Una ragazzina, che credo essere quella dell’amico Kasheloff mi diede un giorno una risposta
che mi piacque molto per il fatto che mi diede una lezione che meritavo. Ci si divertiva,
come si fa spesso con i bambini, a domandare i nomi delle diverse capitali dell’Europa, ecc.
Ed io, sia per beffarmi di queste sciocche questioni, sia per mettere in imbarazzo la bambina,
(poiché non mi ricordo quale) le chiesi qual era la capitale della luna; essa mi rispose tutto di
seguito: È il sole.

505. È una triste verità che ho malauguratamente troppo provato, che non solamente noi ci
istruiamo con i nostri errori, ma si potrebbe dire anche con i nostri crimini. È certo che ho
sempre appreso qualcosa di grande a seguito di qualche grande traviamento, soprattutto la
stupidaggine del nemico e l’amore del padre.

506. Per la mia salute mi sarebbe utile usare molto zucchero. Per il mio piacere mi sarebbe stato
gradevole poter usare parecchie candele la sera per aiutarmi nel mio lavoro, e alleviare i miei
occhi che s’indeboliscono, ed anche era questa una delle mie speculazioni sulla fortuna che
doveva venirmi. La Rivoluzione fa che noi non abbiamo né zucchero, né luce d’alcuna
specie. Bisogna giustamente imparare dall’esperienza che vi è un altro re di questo mondo
che la nostra volontà.

507. Ecco come mi sono figurato ciò che era un saggio in confronto al resto degli uomini. Mi
sono detto che un saggio (tuttavia nel senso completo, e che si estende fino alla formazione
delle lingue) era un uomo che prendeva tanta cura di nascondere ciò che aveva, mentre gli
altri ne prendono per mostrare ciò che non hanno. A Chandon il 5 vendemmiaio anno 3.

508. Il mio primo maestro col suo regime esponeva i suoi discepoli a degli avvenimenti
importantissimi, poiché aprendo tutte le porte come faceva, poteva accadere che il vero
maestro entrasse a forza del movimento che noi ci davamo; ma era possibile ugualmente che
dei ladri, e degli abominevoli tiranni entrassero pure, ed allora dove eravamo! Oh quanto la
via del mio carissimo B. è più saggia e più profonda; vi giungo tardi senza dubbio, ma,
mostro che sono, che ho fatto altresì per meritare solamente di sentirne parlare?

509. I flagelli che la Rivoluzione ha fatto cadere sui preti ed i nobili, mi hanno fatto fare delle
riflessioni su questi due ordini; ed ho visto che il sacerdozio valeva più dei preti, ma che la
nobiltà era più cattiva dei nobili. Da ciò non sono stato sorpreso che la giustizia cadesse
ancora più severamente sui preti; poiché essi, è per una buona cosa che erano divenuti cattivi,
92
mentre i nobili per una cosa cattiva.

510. Sarebbe forse una cosa pericolosa dire a tutti ciò che mi passa (per la testa) in questo
momento; cioè che sotto la legge levitica, le più piccole negligenze ci separavano dal
sacrificio e ci davano la morte, mentre la nuova legge ci segue, ci raggiunge, e ci abbraccia
ancora in mezzo ai nostri crimini; ma se è una cosa pericolosa da dire, non mi è pericolosa da
pensare, poiché essa esprime l’idea che ho dell’inesauribile amore, e dell’universale potenza
di colui che ha vinto la morte per noi.

511. Ho riconosciuto in alcune persone, e forse anche in me stesso che l’uomo sia per saggezza,
sia per follia desidererebbe spesso d’essere morto, ma che sarebbe ancora più spesso pronto a
dire che ciò fosse a condizione di non morire. La morte è dolce, ma non il suo modo.

512. Nella mia casa di Chandon vedevo, tutti i giorni, un ragazzo chiamato Silvano che era uno
dei bambini più vivi, e più giocosi che abbia mai visto. Quando incontravo degli uomini che
si lamentavano di sé, e che domandavano come bisognava fare per riempire il proprio tempo,
ed evitare la noia, dicevo loro che questo ragazzo era il più gran dottore che io potessi loro
indicare in questo genere; poiché a lasciarlo tutto solo, egli non chiederebbe a nessuno ciò
che bisognerebbe che facesse, raccoglierebbe da se stesso un filo d’erba, un pezzo di legno,
una paglia, e sicuramente essendo tanto ricco in attività avrebbe di che bastarsi. Senza
dubbio è questo il proprio dell’infanzia, e dei grandi vantaggi ch’essa ha su di noi, poiché il
piccolo Silvano non era per me che un primus inter pares. Io lo chiamavo il mio piccolo
maestro di scuola.

513. Sebbene abbia molto scritto, ed abbia probabilmente molto da scrivere ancora, poiché vengo
dall’intraprendere un opera intitolata: 55 che non finirà che con la mia vita, non ne ho meno
sentito che vi era un opera superiore a quella dei libri, e che anche senza nuocere alle mie
altre occupazioni, sarà oramai il mio scopo dominante; (poiché è pronto a trascinarmi) perciò
facendo queste riflessioni ecco due versi che mi sono venuti:

Non esser che per iscritto riempie poco la scarsella;


Lo scettro della penna è volatile come lei. Vedi art. n° 535 .

514. Ho provato quanto abbiamo bisogno di tutto il nostro essere per fare il nostro cammino, e
quanto la minima scossa possa divenire pregiudizievole; è dopo degli errori che ho fatto
questa prova. Non ne ho commessi di un po’ marcati senza che la forza e l’attività del mio
spirito non se ne siano risentite. Sembra che ci si tolga da un lato ciò di cui abbiamo fatto
cattivo uso dall’altro. Sì, bisogna noi costantemente, e noi interamente, poiché abbiamo da
procedere e d’avanzare nel tutto.

515. Vi sono delle cose che più le lavate più diventano sporche e di cattivo odore, perché scoprite
di più il centro che è la corruzione; mentre il sudiciume esteriore contiene questa corruzione
del centro e gli impedisce di esalarsi. Non è nulla pulire soltanto i bordi del piatto in tutti i
generi. I paesani si lavano meno degli uomini di mondo, e metto al corrente che essi sono
tuttavia meno sporchi. Quest’idea sembrerà stramba. Ma non è da oggi che corro i rischi di
simili giudizi.

516. Jean-Jacques di cui amo parlare mi ha fatto talvolta leggendolo una singolare impressione.
Mi è sembrato che il suo stile faceva sullo spirito, ciò che la presenza di un grande signore
ben abbigliato e coperto di decorazioni faceva agli occhi. Vedendo costui così ben parato, e

55
A questo punto nel manoscritto vi sono due o tre parole cancellate illeggibili.
93
così carico di segni di dignità, si è tentati naturalmente di prenderlo per un uomo molto
meritevole e di cui non vi sono che delle buone cose da attendere; leggendo Rousseau, e
vedendo che è un uomo che dice così bene, si è tentati di pensare che è un uomo che può dire
solamente il vero; d’altronde non vi lascia sempre il tempo di guardarvi. Egli vi trascina,
serba così bene tutti i passaggi che voi non potete sfuggire da lui; fa un così riguardevole
baccano che nessuno ha il potere né il tempo di avvicinarsi. Avevo avuto anzitutto il progetto
d’inserire queste idee nel Chiarimento politico e filosofico 56 ; ma sarebbe stato troppo
considerevole contro un uomo che onoro; E ve n’è abbastanza, in questa lettera, contro di lui.
Ho messo a questa lettera una epigrafe inglese tratta dalle Nuits di Young: For human weal
heav’n husbands all events. Night 1, verso 105 57, perché questa non mi è sembrata un’opera
abbastanza considerevole per trarla, secondo il mio uso, dalle mie opere. Il titolo è cambiato.
Vedi art. n° 534.

517. Nel mese di brumaio l’anno 3, il mio amico Kirchberguer mi ha inviato dalla Svizzera un
volume contenente parecchi trattati di Jean Leade tradotti in tedesco; ed una traduzione
francese di Weg zu Hernn58 della nostra carissima amica B. (Boecklin). Ma ciò che mi ha
fatto ancora più piacere, sono i particolari che vi ha unito della vita di uno chiamato Gichtel
59
, nato a Ratisbona e che si è fatto l’editore delle opere di B. (Böhme) ad Amsterdam nel
1682. Quest’uomo raro è probabilmente uno di quelli che hanno meglio approfittato dei
ricchi tesori racchiusi negli scritti del nostro amico.

518. In questo stesso mese di brumaio di cui all’art. n° 517, sono andato a passare un giorno a
Chesnaie presso la famiglia Daën, dove ho ritrovato con piacere la loro madre e suocera
Bois-le-Comte che non avevo visto da vent’anni, e che usciva dall’arresto per conseguenza
delle crudeltà di uno chiamato Senar agente delle supreme autorità. Ho sondato là lo spirito
di questo mondo, ed ho visto quanto colui che ne è il capo cerchi di condurre i suoi sudditi
come a tastoni e con una lanterna cieca. Il benessere della vita, e le gioie umane impastano
talmente le anime ch’esse non possono più né digerire, né neppure mangiare. Perciò mi
venne nello spirito che per guarire gli uomini in generale, bisognerebbe fare con essi, come
certi medici di cani fanno con i cagnolini delle belle dame di Parigi; vale a dire che
bisognerebbe tenerli spiritualmente a dieta per un periodo di tempo, e sferzarli ogni giorno
cinque o sei volte. Al termine di questo trattamento essi sarebbero freschi e gagliardi, e più
disposti a prendere nutrimento, ed a digerirlo. È un uomo che passa per avere dello spirito,
ma non mi ci è voluto molto per accorgermi che è dello spirito di Parigi; perciò mi sono
tenuto da parte. Vi ho visto pure uno di Tours chiamato Saint-Sauveur che abita nella casa, si
tratta di un uomo attempato ma ben conservato, e che mi sembra avere del merito, ed il senso
molto retto, salvo qualche punto.

519. Parecchie volte ho detto che gli ostacoli che noi incontreremmo da parte delle circostanze,
nella nostra carriera di verità esisterebbero solamente perché non avessimo altra guida, né
altro appoggio che Dio; bisogna aggiungere che noi troviamo tanta difficoltà a penetrare
nell’anima degli uomini solamente perché sappiamo che non vi dobbiamo penetrare che con
la preghiera.

56
L’autore si riferisce ad una lettera a cui poi cambierà titolo e precisamente: Lettera ad un amico da un allievo delle
Scuole normali.
57
L’autore riproporrà questo verso tratto dalle Nuits di Yung, anche nell’art. n° 550, dove in una nota ci darà la sua
traduzione.
58
Il cammino verso il Signore.
59
Johan Georg Gichtel (1638-1710); straordinaria figura di esoterista che oltre al merito di aver pubblicato tutte le opere
del Böhme, riuscì pure a formulare una teoria di sincretismo cristiano basata sulla philosophia perennis, e propose per
primo in occidente, senza averne alcuna nozione diretta la teoria degli Shat Chakra. Vedi la sua opera Theosophia
Practica..
94
520. Indipendentemente dai segni generali ed universali che troviamo nei grandi principi e nella
costante fissità dei loro risultati, noi abbiamo ciascuno i nostri segni particolari che ci
servono da guide. Il mio che è quello che mi indica il passaggio dal male al bene, va dalla
destra alla sinistra. Ciò mi è sembrato straordinario per un periodo di tempo; perché secondo
le nozioni comuni questo deve andare dalla sinistra alla destra. Ma ciò deriva dal fatto che
quaggiù noi procediamo verso il sole levante. Quando l’avremo raggiunto, l’ordine dei segni
riprenderà il suo vero posto.

521. Nel mese di frimaio l’anno 3, vale a dire alla fine del 1794, sono stato chiamato dal mio
distretto per andare come allievo alla Scuola normale; e il comitato di Salute pubblica mi ha
inviato un precetto per rientrare a Parigi, considerato che il decreto del 27 germinale
precedente me ne aveva cacciato. Se avessi consultato solamente il mio gusto particolare,
avrei preferito che se ne chiamasse un altro che me, perché questa missione mi sembrava che
dovesse piegarmi lo spirito sulle istruzioni della tenera età, ed inoltre gettarmi nell’esterno,
io che mi sento crescere in desiderio ed in bisogno di rientrare nell’interno. Ma siccome mi
sono tenuto passivo in tutto quest’affare, e ignoro se la Provvidenza non mi destini
l’occasione di lavorare per lei contro lo spirito del nemico, ho accettato, e non sento
interiormente molti cattivi presagi su questo passo. Gli avvenimenti m’insegneranno se
m’inganno.
Potrei riportare qui ciò che mi accadde nell’uscire dal distretto e che mi vi fece ritornare per
dichiarare che accettavo; potrei raccontare le parole relative alle pietre che potrebbero essere
gettate in fronte a qualche Golia, il che ha avuto luogo. Ma è bene che di tutto ciò non se ne
parli.
Prima di partire per questa Scuola normale sono stato a vedere mia sorella, mio nipote, e mia
nipote a Puy. Ho trovato dolce essere in mezzo ai miei, e vi avrei goduto di più se non vi
avessi visto quanta rovina fanno le farfalle sulla terra, al punto che ci lasciamo
continuamente inghiottire da qualcuna di esse, spesso da parecchie, e poi ci glorifichiamo
ciascuno della farfalla che ci domina, e ci avviluppa, e vogliamo ottenerle la superiorità sulle
farfalle degli altri. Ho avuto anche una triste idea sui cauteri, vedendo che è questo ciò che
divengono tutte le nostre parole; poiché quando le lasciamo pervenire a questo punto di
flusso, esse attirano sempre all’esterno e finiscono con l’attirare anche il nostro sangue
spirituale, e divenire così dei vampiri più pericolosi di quelli del corpo. Sta qui ciò che io
chiamo essere forato, il che è l’inverso d’essere penetrato.
Passando da Tours ho cenato con un cittadino che si è occupa con profitto quanto ai talenti;
egli ha anche molto più ragione di quanta non ne hanno i pensatori del mondo; malgrado ciò
la sua scienza come quella di tutti gli uomini di mondo è d’essere molto più forte sui dubbi
che sulle convinzioni. Egli si chiama Frederic Fleuri, ed è fratello di un genero della cittadina
Bois-le-Comte. Da quel tempo questo Frederic ha guadagnato molto.

522. Allorché nella mia giovinezza mi accadde di gettare i libri e di dire: Vi è un Dio, io ho
un’anima, non mi serve niente di più per essere saggio, non compresi tutto il senso di questa
grande intelligenza; era il germe di tutto il mio destino spirituale, e sento più che mai che Dio
solo vuol essere il mio maestro, il mio appoggio, il mio amico, e tutte le mie risorse.

523. Mi si è fatto abbastanza generalmente il rimprovero di parlare poco. Supposto che lo


meritassi, si sarebbe potuto anche trovarmi qualche scusa. 1° La mia abitudine di speculare
profondamente; il che si sposa poco con la parola esteriore. 2° I frutti di questa abitudine
stessa che danno ai miei pensieri un’estensione più vasta che agli uomini comuni e che fa che
con pochissime parole posso dire più di quanto possano dire essi con molte. 3° La scarsezza
di pensieri in cui questi uomini stanno e che li porta a fare mille questioni inferiori e mille
difficoltà del secondo genere che potrebbero risolvere facilmente essi stessi se volessero
95
darsene la pena. 4° l’uso così frequente fra tutti di raccontare invece di cercare; di riempire il
vuoto con dei racconti invece di riempirlo con dei principi, ed eccone più di quando ne
bisogna perché io sia raramente con questo mondo nelle misure che gli fanno piacere e che
gli convengono.

524. È probabile che lo scopo che mi conduce alla Scuola normale è per subirvi una nuova prova
spirituale nell’ordine della dottrina che fa il mio elemento; è solamente nel genere che si
segue che si è provato; sarei dunque come un metallo nel crogiolo, e probabilmente ne uscirò
più forte e più persuaso ancora di prima dei principi di cui sono impregnato in tutto il mio
essere.

525. Quante volte ho provato che la cosa difficile non era trovare Dio, ma conservarlo!

526. Si direbbe dalle cure continue che si è preso di preservarmi dai legami di questo mondo, che
non mi si sarebbe inviato che per esservi come qualcuno che vorrebbe passare alcuni
momenti di ricreazione nella sua casa di campagna, ma che per gusto e per abitudine sarebbe
incessantemente nell’impazienza di ritornare alla città.

527. Al mio rientro a Parigi per la Scuola normale, ho ritrovato con piacere parecchie persone di
mia conoscenza, tali quali i Davaux Archbold, Vialette, Bachelier d’Agès, La Ramiere,
Sicard, Lizonet, Clementin, Maglasson, Heisch, il giovane d’Hervier, Mailly, Gros, Stall,
Maubach, gli Orsel, Segur, Gombauld, Gros-Jean, d’Arquelay, Menou; ne ho conosciuti
parecchi altri per la prima volta, quali Nioche, Isabeau, Bodin, Monlord, Lacroix il
matematico, i Montijeau, Miss Adams, White, Beaupuy, Berthevin, La Tapye, La Roque, la
coppia Tiroux, Falconet, i La Corbière, Krambourg, Chaix, Relud.

528. Ciò che ho provato alla Scuola normale, vedi art. n° 524, ha avuto luogo il 9 ventoso nella
conferenza con Garat60 sull’intendimento umano61. Io avevo già parlato una volta ma molto
poco, e ottenni le correzioni che chiedevo sulle parole fare le nostre idee ecc. e sulle cause
della diversità dello spirito umano. Questa volta ne chiesi altre tre, una sul senso morale, la
seconda sulla necessità di una prima parola, la terza sulla materia non pensante. Fui male
accolto dall’uditorio che era in gran parte devoto a Garat a causa dei gioiosi colori della sua
eloquenza, e del suo sistema delle sensazioni. Malgrado ciò mi si lasciò leggere fino alla
fine; e il professore non mi rispose che con delle asserzioni, e delle ragioni collaterali, in
maniera che le mie tre osservazioni rimasero in sé interamente. E posso dire che vi si trovano
delle basi nuove che non avrei avuto senza questa circostanza. Garat aveva l’aria di
desiderare che io mi facessi conoscere di più e che entrassi più ampiamente nella materia, ma
io non mi ci sentii in nessun modo sollecitato, e mi contentai di aver lanciato il mio dardo; è
probabilmente tutto ciò che avrò da fare in questa scuola, e credo che il mio ruolo vi è come
finito. Ho saputo l’indomani che tutti i facili al riso erano stati per me.

529. Devo rimanere più che convinto che la mia egida ha voluto preservarmi dalle scienze umane,
e non lasciarmene conoscere se non ciò che me ne bisognava per combatterle, poiché nella

60
Garat Joseph Dominic (1749-1833), scrittore e uomo politico francese, deputato agli Stati Generali ed anche ministro
degli interni; fu professore di storia al Lycée e docente di filosofia alla Scuola normale; mutò frequentemente idee e
partiti; privi di qualità critiche i suoi saggi letterari.
61
In questa conferenza,del 27 febbraio del 1795 e pubblicata nel 1801 nella collezione della Scuola normale (tomo III
dei dibattiti), il prof. Garat sosteneva l’anteriorità dei segni sulla formazione delle idee. Nel 1799 è stato pubblicato a
Parigi dall’Istituto Nazionale di Francia il Saggio: Determinare l’influenza dei segni sulla formazione delle idee, con
l’epigrafe: Nascuntur ideae, fiunt signa. In esso L. C. de Saint-Martin risponde al prof. Garat trattando la questione
seguendo modi in parte teosofici ed in parte accademici. Di tale Saggio, anche se con toni differenti, se ne ha il
contenuto nel canto 71 del suo romanzo, o come lui lo definisce, poema epico-magico, Il Coccodrillo.
96
mia giovinezza allorché ero pieno d’ardore per esse, ero privato delle circostanze e dei mezzi
che avrebbero potuto aiutarmi a soddisfarmi; e nella mia età avanzata durante il mio
soggiorno a Parigi in mezzo a tutti i dottori della Scuola normale, avevo tutti i mezzi se
avessi voluto approfittarne; ma non avevo più il furore, ed ero trascinato dall’incanto
dell’angoscia che mi apriva tutte le vie, e mi riempiva di speranze inesprimibili; non è
dunque sorprendente che io dessi esclusivamente la preferenza a questo sentire.

530. La mia vita spirituale in questo mondo è stata così dolce che potrei dire che si è voluto in
qualche modo che guadagnassi il cielo con le pantofole ed in veste da camera. La mia più
grande sofferenza è stato di vedere come la verità era trattata nel mondo; esso è così lontano
da lei e così impuro che è un vero prodigio d’amore ch’essa degni solamente di gettare uno
sguardo su di esso. Esso al contrario, che non dovrebbe mai cessare un momento d’essere
fedelmente e rispettosamente al suo seguito, è molto quando vuole lasciarla avvicinare a sé,
ancora se non a condizione ch’essa non sarà altro che il suo lacchè. Devo convenire che
questa sofferenza era viva; ma le consolazioni che ne risultavano lo erano ancora di più. Ho
avuto un altro genere di sofferenza, cioè la privazione di appoggi e di sostegni umani e di
circostanze; ma ho appreso in queste prove che ci si esercitava anzitutto a fare a meno delle
circostanze sfavorevoli ed attivamente nemiche.

531. Come, mi sono detto, talvolta, gli uomini non si confonderebbero con il loro corpo? Essi si
confondono tutti i giorni con il loro abito.

532. Ciò che ho detto nell’art. n° 529 sul procedere che le scienze hanno tenuto riguardo a me
richiede una grande modifica. È meno dalle scienze umane che si è voluto preservarmi che
dai loro abusi e dalla loro seduzione; non si è voluto lasciarle avvicinare a me se non quando
la mia sostanzialità sarebbe divenuta abbastanza abbondante perché esse non potessero più
mitigarla come hanno fatto tante volte nella giovinezza della mia età spirituale; e comincio a
sentire che esse non hanno più questo pericolo per me, al contrario la fortificano, e la fanno
crescere; ne ho giudicato così nei piccoli colpi d’occhio che ho dato alla geometria
descrittiva di Monge 62 professore alle Scuole normali. La Roque vi vedeva la geometria
trascendente, ed io vi ho visto perfino l’origine delle lingue; ma ho appreso anche quanto le
scienze matematiche facevano progredire poco lo spirito dell’uomo, e che non facevano che
preservarlo come le ciambelle del bambino. Disgraziatamente legando lo spirito dell’uomo,
esse fanno scaturire in alto alcuni barlumi ch’egli prende per il vero chiarore, se ne glorifica,
e si ferma, ecco ciò di cui il volgo non sospetta.

533. Dio è così magnifico che dopo avermi fatto sentire che avrei la cosa in grande o che non la
possederei mai, mi ha fatto sentire inoltre ch’egli non si dava con misura, e che non poteva
avvicinarsi se non con il compimento e l’unità delle sue meraviglie, dei suoi doni e dei suoi
virtuali favori. Egli non vuole mostrarsi né lasciarsi dimostrare senza le sue opere. Vuole che
noi siamo con lui, come egli vuol essere con noi. Tale è la regola irrefragabile dell’alta e vera
istruzione. Tutte le altre per quanto buone possano essere nelle loro misure d’intelligenze, di
discorsi e di ragioni soddisfacenti non sono che delle istruzioni preparatorie.

534. A proposito dell’amico B.ne V.le che si è dato con zelo alla pubblicazione della Lettera ad
un amico da un allievo delle Scuole normali l’anno 3, ho notato che se i buoni cuori erano
una cosa rara, le buone teste lo erano ancora di più.

62
Monge, Gaspard (1746-1818 matematico francese: Fu collaboratore dell’Encyclopédie,e uno dei fondatori della
Scuola normale e della Scuola politecnica, molti i suoi interessi scientifici e tra l’altro fu il fondatore della geometria
descrittiva, scienza della rappresentazione dei corpi nello spazio.
97
535. Io mi modero molto oggi in fatto di opere scritte, poiché esse sono poca cosa a meno che la
radice stessa non le comandi e non le partorisca. È nelle nostre anime che dobbiamo scrivere,
è là solo dove i pensieri germinano in una maniera profittevole.

536. Durante il mio soggiorno a Parigi al momento delle Scuole normali sono stato in grado di
scorgere la superficialità delle persone di corte. Nel tempo in cui esse erano alimentate
dall’atmosfera reale, il loro orgoglio, la loro cupidigia, e tutte le loro altre corruzioni non
spuntavano che attraverso un’amabilità, ed una eleganza di tono e di maniera d’essere che
faceva passare sopra ogni cosa. Oggi che questa sorgente non esiste più per esse, non si vede
quasi più in loro se non ciò che era nascosto sotto queste apparenze tanto seducenti;
disprezzavano il commerciante allorché avevano la certezza d’essere caratterizzate dai loro
titoli. Oggi che non sarebbero più caratterizzate dai loro titoli, si fanno commercianti alfine
d’essere caratterizzate dalla loro fortuna, poiché tutta la loro paura è d’essere confuse con gli
altri uomini. Un tempo esse erano circondate da ciò che vi era di famoso in ogni genere e
questa sola vicinanza stendeva talvolta dei veli sulla loro ignoranza; oggi denudate di questa
risorsa la loro ignoranza piatta e grossolana si mostra apertamente. Un tempo esse erano
contenute nell’apparenza della moralità e nella decenza esteriore che bisognava affettare a
corte; oggi la brutalità e la grossolanità vegetano sole; ed è da questi tristi effetti che avrei
appreso ciò che vi era nel fondo di un uomo di corte quando non l’avessi saputo per così dire
fin dai primi momenti della mia vita in cui sono stato in grado di esercitare il mio pensiero.

537. Il 4 pratile sono partito da Parigi per ritornare nel mio dipartimento, essendo state chiuse le
Scuole normali il 30 floreale, non adempiendo esse lo scopo che ci si era proposto. Questo
scopo mi era sembrato abbastanza chiaro fin dall’inizio; era (quello) di stabilire l’ateismo e
la dottrina della materia in tutta la Repubblica, e parecchi dei miei camerati hanno pensato
che la mia seduta con Garat (vedi n° 528), era stata il colpo di grazia della Scuola. Ciò che vi
è di sicuro è che alla chiusura in cui Garat dopo più di otto decadi d’assenza venne a parlare
a lungo ed a fare i suoi addii all’assemblea, sentii che era un favore della Provvidenza che
questa Scuola fosse sciolta, poiché la Scuola sarebbe stata perduta se fosse continuata, e si
può giudicare quali ne sarebbero state le conseguenze.
Prima della mia partenza fui testimone per tre giorni e mezzo dello scotimento che provò
Parigi dal 1° pratile per le infernali macchinazioni dei nemici della Rivoluzione che
costarono la vita al rappresentante Feraud al quale il popolo tagliò la testa e la portò su una
picca alla Convenzione. Ammirai nondimeno il potere della nostra stella che liberò la
Francia come con un colpo di bacchetta magica dal pericolo imminente ch’essa corse per
parecchie ore ed anche parecchi giorni. Avevo avuto ugualmente da ammirarlo al momento
dello scotimento del 12 germinale precedente, in cui si trovò Pichegru, in cui Collot
d’Herbois, Barrere, e Billaud furono arrestati, e che perciò si calmò facilmente.
Partendo da Amboise per venire a questa scuola ebbi un piccolo contrattempo da parte dei
navalestri (inglesi) i quali ci fecero scendere molto al di sotto del porto, e che non
approdarono se non con grande difficoltà; questo avvenimento che avrebbe fermato un
Romano mi lasciò semplicemente un presentimento segreto che la conclusione del mio
viaggio non sarebbe stata senza nubi, e sebbene non ne abbia parlato ad alcuno, non ho
potuto impedirmi di ricordarmi questo presentimento al momento dell’avventura dei primi
giorni di pratile.

538. Lo spettacolo delle società umane mi causa delle impressioni dolorose, per il fatto che vi
vedo degli esseri che sarebbero fatti per la permanenza nel positivo, vivere al contrario in
permanenza solamente nel fortuito, ed essere esposti per conseguenza a tutte le catastrofi di
questa regione casuale in cui esse si succedono in una maniera tanto pronta e tanto inattesa, e
nello stesso tempo a tutti i dolori, ed a tutti i lamenti che queste catastrofi gli procurano e gli
suggeriscono perché si fermano continuamente in queste reti, e perché l’opera non avanza.
98
539. Al momento della mia residenza a Parigi per le Scuole normali alloggiai in via Tournon
nell’ex albergo dell’Imperatore, dove stetti tanto male quanto è possibile, ed in tutte le
maniere. Avrei potuto cambiare se avessi voluto. Ma riflettei che avevo avuto nella mia vita
delle situazioni tanto al di sopra del mio stato per il loro gradimento e le loro comodità, che
non fui dispiaciuto a rimanere per un po’ in una situazione che era al di sotto di quella che
avrei potuto procurarmi, e ciò senza che avessi cercato da me stesso di stare così male. Mi
sembrò che vi fosse con questo una specie di compensazione che non potrebbe essermi
pregiudizievole. Alla fine del mio viaggio ho avuto almeno in progetto la ricompensa di
questo calcolo. Un amico mi offrì, e s’impegnò molto cordialmente di procurarmi al mio
ritorno a Parigi un’esistenza molto diversa da quella che avevo appena lasciato. Ciò è ancora
da venire.

540. Riflettendo sull’opposizione che ho trovato in tutti i tempi nella mia famiglia relativamente
ai miei oggetti di cara occupazione, ho riconosciuto che lo spirito di questa opposizione che
ha avuto luogo per tanti altri nella mia stessa situazione, era di causare con questo un
trapiantamento. Senza ciò le piante rimanendo indigene correrebbero il rischio d’indebolirsi,
e di non sviluppare le loro virtù; mentre rendendosi esotiche ricevono delle reazioni diverse e
virtuali che fanno nascere in esse nuove proprietà, e le rendono con questo naturali a
parecchi paesi. Non posso dubitare che questa legge non si sia adempiuta su di me, e che io
non ne debba i felici effetti all’opposizione di mio padre e di mia sorella, vicino ai quali il
mio pensiero non trovava alcun riposo, sebbene fossero l’uno abbastanza di giudizio, e l’altra
abbastanza di spirito. Se volessi approfondire il passaggio del Vangelo: nessuno è profeta in
patria, avrei di che riempire risme di carta.

541. Lo stato fragile in cui cadono le teste umane che vivono solamente del nulla e dello spirito
del mondo è realmente deplorevole. Ne ho viste per le quali perfino i primi canti del mio
poema del Coccodrillo erano tanto forti che sarebbero divenute folli se avessero voluto
continuarne la lettura. È a Puy presso mio nipote che ho avuto modo di fare questa
osservazione.

542. Un giorno prima di quello in cui la notizia della caduta di Robespierre ci giunse ad Amboise
mi sentii pressato da un bisogno di pregare al quale mi lasciai andare. Ripassavo nel mio
spirito gli orrori del regno in cui eravamo, e di cui potevo in ogni momento provare
personalmente i crudeli effetti. Mi rassegnavo di conseguenza all’arresto, alla fucilazione,
all’annegamento; e dicevo a Dio che dappertutto mi troverei bene, perché sentivo e credevo
che vi sarei con lui. Quando appresi la notizia dell’indomani, caddi di sorpresa e
d’ammirazione per l’amore di questo Dio verso di me; poiché vidi ch’egli aveva preso di
buon occhio questo sacrificio che gli avevo fatto, mentre al momento stesso che gliel’offrivo,
sapeva bene che non mi costava nulla.

543. La mia linea è somigliata molto a quella di Socrate; essa è stata più di preservazione che
d’impulso. Vedi art. n° 483.

544. Gli abitanti della mia provincia natale sono talmente trattenuti nelle dolci ma spesse catene
di un bel clima, e di godimenti materiali che non pensano di avere in essi un altro essere
diverso da quello fisico; e mi sembrano essere un popolo che sarà da ricominciare nelle
regioni posteriori a quella del tempo.

545. Ho paragonato una volta le cattedre dei sapienti e tutti i loro libri ad un’asta da pappagallo al
centro di una camera; tuttavia essi non ripetono sempre le lezioni così bene quanto l’uccello
che sale e scende sull’asta cinguettando.
99
546. Non è stata una cosa difficile da riconoscere per me che mi bisognava procedere in questo
mondo come su una corda tesa ed elevata al di sopra della terra, e con tutte le precauzioni dei
funamboli.

547. Sono stato talvolta talmente compreso della mia indegnità che mi credevo in condizione di
nulla chiedere a Dio, tanto temevo d’insozzarlo con l’infezione del mio pensiero e della mia
parola. Perciò mi abbandonavo a lui fino al punto di lasciarlo pregare per me. Avevo anche
la persuasione che si ottengono da lui i doni che gli si chiedono; ma avevo nello spesso
tempo il presentimento che questi doni non si ottengono quando sono così il frutto del nostro
desiderio e delle nostre domande, e perciò non volevo domandarglieli, e aspettavo ch’essi
venissero gratuitamente da parte sua in me, perché ero sicuro che allora si sorreggerebbero da
se stessi e non deperirebbero.

548. Il benessere terrestre mi è sembrato così bene un ostacolo al progresso dell’uomo, e la


demolizione del suo regno in questo mondo un così grande vantaggio per lui che al centro
dei gemiti che causavano il rovesciamento delle fortune durante la Rivoluzione, per una
conseguenza della balordaggine e dell’ignoranza dei nostri legislatori, mi sono spesso trovato
pronto a pregare che questo genere di disordini aumentasse ancora fino a far sentire all’uomo
la necessità di appoggiarsi al suo vero sostegno in tutti i generi. Vedi art. n° 578.

549. Allorché il Vangelo ci dice: Cercate anzitutto il regno di Dio e la giustizia, ed il resto vi sarà
dato per di più, esso non intendeva solamente con questo la felicità animale ed il nutrimento
corporale così come ho scritto a Maubach poco tempo dopo il suo arrivo a Louhans partito
da Saone-et-Loire; e questo intendimento è un frutto divino che si lega molto bene con l’art.
n° 547.

550. Il mio opuscolo in forma di lettera sulla Rivoluzione francese è stato a fatica guardato. Ciò
non mi ha sorpreso, lo avevo annunciato; ma più è stato rigettato, più mi sono congratulato
di averlo fatto. La ragione della mia scarsa sorpresa viene dal fatto che un’opera che rovescia
i troni di ogni specie di cui la società è piena non può sicuramente convenire a nessuno. La
ragione della mia soddisfazione viene dal fatto che bisognerà bene che un giorno essi
mandino giù questa pillola per quanto amara sia, e che ho la speranza che vi sarà allora una
piccola gratificazione per il povero garzone farmacista, come ho fatto sapere a parecchi miei
amici. Quest’opera è intitolata: Lettera ad un amico, o considerazioni politiche, filosofiche e
religiose sulla Rivoluzione francese, seguite dal compendio di una conferenza pubblica tra
un allievo delle Scuole Normali ed il professor Garat. Opera di un allievo delle Scuole
Normali. Con l’epigrafe: For human weal heaven husband all events.63 Night thoughts.
Night 1. verso 105. Stampato da Migneret via Jacob n° 1186. Anno terzo della Repubblica
francese.

551. Durante il mio soggiorno a Puy in messidoro e termidoro dell’anno 3, ho fatto una
conoscenza interessante a Candé nella persona della padrona di casa, ed ho rinnovato quella
della ex canonichessa Komacre di cui il carattere è molto socievole e molto amabile in
compagnia. Ho provato nei legami mondani che si trovano a Puy, quanto i due mondi sono
differenti l’uno dall’altro, e quanto ci si espone a far profanare o soffrire ed umiliare la verità
ed i suoi amici quando si va a fare la guerra nel paese del mondo leggero e frivolo.

552. Sento spesso gli uomini dire: L’altro mondo; io credo che è di questo che bisognerebbe
parlare così, poiché esso non è che l’involucro del mondo vero, come i corpi di balene, e tutti

63
Dio prepara tutti gli eventi per il bene dell’umanità. (Appello e nota dell’autore). Pensieri notturni. Prima notte.
100
i nostri abiti sebbene essendo i più esteriori e i più sensibili, non sono tuttavia che il nostro
secondo corpo, il nostro altro corpo in confronto del nostro corpo naturale.

553. Quando mi si chiede se credo agli spettri, rispondo di no, perché io non credo a coloro che se
ne vanno64, considerato che malgrado la nostra morte terrestre, i nostri spiriti non se ne
vanno realmente, e che è la loro affezione che costituisce tutta la loro circostanza locale.

554. Gli ostacoli spirituali che ho provato durante la mia vita sono legati ancora ad un’altra chiave
che quelle che ho esposto nei diversi passi di questa raccolta. Essi sono legati alla grandezza
ed alla natura dell’opera che io sento seminarsi in me, e che è tale che se si fosse sviluppata
più presto, non sarei stato in misura per farla arrivare completamente alla sua meta;
d’altronde se non si fosse limitata come nei profeti a causarmi dei dolori e delle lacrime, mi
avrebbe causato delle gioie che il mio essere non avrebbe potuto sopportare.

555. Il mio destino spirituale ha avuto un carattere mille volte più toccante per me che quello dei
più grandi eletti, e dei famosi saggi della terra; è che il loro ha avuto da attraversare dei
dolori e delle angosce continue, e che il mio non ha avuto per così dire da attraversare che
delle gioie e delle soddisfazioni inesprimibili, e che è stato conservato al centro di tutti questi
godimenti ed è sopravvissuto loro. Quando rifletto sulla dolcezza del mio carattere, non
posso impedirmi di vedervi una prova che la grande opera della pace divina avanza.

556. La maggior parte delle cose che passano per virtù presso gli uomini, la loro ardente giustizia,
il loro coraggio, la loro forza fisica stessa che spesso tiene loro luogo di tante altre qualità,
tutto ciò mi è sembrato talvolta non essere realmente per essi che una malattia; è una
sovrabbondanza ed un eccesso di uno dei loro elementi sia corporei, sia spirituali. Senza
questa sovrabbondanza, e senza quest’eccesso, questi uomini non avrebbero niente da
mostrare. Sarebbero nulli. Quale disgrazia che noi dobbiamo a simili cause tutto ciò che è in
onore ed ammirato dagli uomini! Il Vangelo non ha ragione di dire che ciò che è in onore
davanti agli uomini è in abominio davanti a Dio?

557. Nella mia carriera e nei miei legami diversi ho fatto un’esperienza di cui non ho approfittato
tanto e subito quanto avrei dovuto, ma (la cosa) che non ne è meno importante, è che non ci
esaminiamo abbastanza in tutte queste circostanze. Ora ecco la fiaccola che non dovremmo
mai perdere di vista: il segno che si è in linea, si ha allorché nel nostro procedere il successo
della cosa ci è più caro del nostro, e quando i nostri disastri ci toccano meno di quelli della
cosa. Questa verità mi è stata soprattutto sensibile a Beauvais, dove ho passato un mese
molto gradevole al mio ritorno da Puy, e da dove sono ritornato ad Amboise per
l’accettazione della costituzione dell’anno 3.

558. Il rallentamento della mia penna (vedi art. n° 535), lo devo, senza dubbio in parte alla mia
pigrizia, ma anche forse al mio dolore per il ritardo in cui lascerei i miei ff.65 i quali posso
sempre aiutare un po’ di più col mio lavoro vivo.

559. Ho visto la maggior parte dei miei concittadini molto allarmati ai minimi pericoli che in ogni
momento minacciano l’edificio della nostra Rivoluzione; essi non possono persuadersi che
essa sia diretta dalla Provvidenza, e non sanno che questa Provvidenza lascia andare il corso
delle cose secondarie che servono da velo alla sua opera; ma che quando gli ostacoli e i
disordini arrivano fino accanto alla sua opera, è allora che agisce e mostra ad un tempo le sue

64
Con la traduzione si perde il senso dovuto al gioco di parole, infatti agli spettri, in francese revenants, ossia
letteralmente coloro che ritornano, sono contrapposti i s’en allants, cioè coloro che se ne vanno.
65
ff. sta probabilmente per frères, ossia per fratelli.
101
intenzioni e la sua potenza; perciò malgrado le scosse che la nostra Rivoluzione ha subito e
che subirà ancora, è molto sicuro che vi è stato qualcosa in essa che non sarà mai rovesciato.

560. Vi è un’idea che mi è spesso venuta nello spirito, per puerile ch’essa mi sembrasse, perché
non sentivo allora la ragione della sua puerilità; era quella di volere che tutte le case degli
uomini fossero costruite uniformemente, come si vede fra i castori e le api. Mi fermavo di
fronte alle diversità del locale, dei climi; a quella delle materie prime, delle fortune, ma non
era che in modo passeggero, e la mia idea presa dagli animali la spuntava. Solamente molto
tardi la vera soluzione mi è giunta. Essa è legata radicalmente alle diverse facoltà intellettuali
ed immaginative che sono così diversificate fra gli uomini, e che devono manifestarsi con
una eguale diversità tanto nelle loro costruzioni, che in tutte le loro altre opere. Dopo che
questa soluzione è apparsa, l’idea precedente non è più ritornata.

561. Se il nostro spirito gettando al di fuori non sente che al di dentro ne ha ancora di più, si
esaurisce e si rovina. È un calcolo che non dovremmo mai perdere di vista un solo istante.
Ciò si lega all’art. n° 535.

562. È una cosa molto notevole per coloro che sono in linea, che dalla parte di questa linea io
abbia sentito solamente delle parole dolci, salutari e teneri avvertimenti; quali: Correvi così
bene; Lazzaro alzati; Il figlio prediletto; La carne non potendo più disporre di se stessa; Dio
attraversandoci interamente; Il nemico non avendo noi per organo, ecc. Le parole dure,
minacciose; i mali, i pericoli, non si è cessato di tutto risparmiarmi, io al contrario che avrei
tutto meritato dalla giustizia! Voglio rendere qui questa testimonianza autentica all’immensa
ed inesprimibile bontà del nostro delizioso principio.

563. Con l’universalità dei nulla che mi si è fatto misurare e sentire, non dubito che non si voglia
farmi valutare anticipatamente l’universalità delle realtà che esistono, e che mi attendono.
Poiché questi nulla sono molto numerosi e molto continui.

564. Nel lavoro che ho fatto alla biblioteca di Amboise, l’anno 2, trovai un’opera intitolata La vita
di suor Margherita del Santo Sacramento, e non potei impedirmi di gettarvi uno sguardo.
Questa religiosa è per me un così grande prodigio per le virtù, quanto il mio carissimo B. per
le luci. Degli occhi severi vi vedranno forse un po’ di astrale nel fatto che la sua
consumazione ha avuto l’aria di farsi con un fuoco inferiore, come con una turba anticipata,
che ha roso le sue sostanze invece di reintegrarle, ma se è un male, essa ha avuto accanto a
ciò un rimedio tanto equivalente che si avrebbe gran torto di compiangerla. Passando a
questa eroina, alle dimostrazioni del suo stato, non si può dispensarsi dal guardarla come una
delle più grandi elette. La sua vita è un tesoro. Io l’ho cercata invano presso le librerie di
Parigi. Essa è stata stampata a Parigi presso Pierre Le Petit via Saint-Jacques a la Croix d’or
nel 1655.

565. Parecchie volte Dio mi ha sottratto le occasioni delle lordure; ed io ne ho reso grazie invece
di rimpiangerle.

566. Dacché l’art. n° 562 è scritto ho scoperto nei miei usi delle lingue, delle parole dure, ma
molto istruttive; tali quali l’uomo riposante sul fuoco dell’abisso che non cessa di
travagliarlo nel dolore perché questo dolore si estenda in tutte le nostre membra e faccia loro
produrre i loro frutti; e tali quali queste parole simili a quelle di Giobbe 19: 17, Habitum
meum exhorruit uxor mea66; trasponendole tuttavia dal femminile al maschile. Queste due
parole sono dei sentieri profondi, inesauribili, e d’una immensa utilità.

66
Il mio fiato è ripugnante per mia moglie.
102
567. Durante la mia breve carriera militare, essendo di guarnigione a L’Orient, Rey uno dei miei
camerati, mi raccontò un giorno a tavola l’avventura di due ufficiali di un altro reggimento
che per dei crimini commessi avevano meritato la tortura, e di cui uno essendo ricondotto
dalla camera di tortura, disse all’altro che vi andava, e che incontrò; Ecco dove mi hai
condotto, ecco la condizione in cui mi hai messo. Questo quadro mi fece talmente
rabbrividire che ne fui colpito come da uno strale, e per un lunghissimo periodo di tempo i
miei nervi ne furono come in una specie di dissoluzione.

568. Vi è una nozione sentimentale che l’uomo di desiderio non dovrebbe mai dimenticare, cioè
che nella preghiera non è affatto abbastanza raccogliere il nostro proprio piacere e la nostra
propria utilità. Noi non dobbiamo contarla che per quanto essa giunge fino a procurare il
piacere di Dio, l’utilità di Dio. Ora ciò non ha luogo che per quanto perveniamo fino a farvi
gli affari di Dio. Ma per farvi gli affari di Dio, bisogna che ve li faccia egli stesso, e non può
farveli egli stesso se non attraverso l’angoscia. Uomo impara il tuo mestiere.

569. Il 7 vendemmiaio dell’anno 4, ho ricevuto la prima lettera dell’amica che chiamo mia cara E.
e che mi scriveva dopo la sua liberazione, al suo arrivo a Moulins. Questa degna persona
sembrava aver fatto grandi passi durante la sua prigionia. Io le avevo scritto al momento
stesso della sua liberazione che contavo dopo queste difficili prove di trovare in lei molto più
della mia antica E. e vedo che non mi ero ingannato.

570. Ho seminato spesso nei miei scritti delle nozioni sul bene e sul male. Eccone una che posso
aggiungere; cioè che dandoci al male, noi sentiamo che cerchiamo di passare accanto al bene,
o di saltare oltre, per paura ch’esso non ci scorga e non ci fermi; quando al contrario ci diamo
al bene, sentiamo che disdegniamo il male, che lo disprezziamo, e che possiamo guardarlo
con intrepidezza, e senza temere ch’esso possa paragonarsi in niente alle dolci e vive
affezioni che proviamo.

571. Secondo Godeau vescovo di Vence nel suo Discorso sugli ordini sacri, pag. 290, la prima
divisione dei templi che conteneva l’altare, e si chiamava il sacrario, o il santuario, portava
67
anche il nome di diaconium, apsis e . Questo nome bema suona troppo bene al mio
orecchio per i suoi rapporti col mio carissimo B.68 perché io non mi esponga al ridicolo di
farne l’osservazione; poiché sicuramente se qualcuno è stato nel santuario è questo carissimo
B. Del resto l’opera del vescovo di Vence mostra dolorosamente come la verità si è alterata
passando per la mano degli uomini, e come a forza di farle un regno umano, metodico e
ristretto, essi hanno perduto di vista il suo regno vivente, libero ed immenso, e lo fanno
perdere di vista ugualmente a tutti coloro ch’essi introducono nel loro ovile. Essi procedono
come nelle altre scienze, con una progressione aritmetica, mentre dovrebbero procedere
soltanto con la progressione geometrica.

572. Quante volte ho avuto modo di verificare l’art. n° 565! Soprattutto il 16 vendemmiaio
dell’anno 4, giorno in cui si apprese ad Amboise la sanguinosa catastrofe di Parigi a
proposito della sezione Le Pelletier. Due volte lo stesso giorno, ebbi dei segni annunciati che
il buon amico sapendo la mia poca forza, vi supplì chiaramente con le sue, o piuttosto
semplicemente con le sue attenzioni. Come non amerei questo buon amico che vuole così
tanto venire a vivere nel mio posto! Io gli ho offerto con molto buon cuore la mia azione di

67
Questo vocabolo greco, bema, significa letteralmente passo, tribuna, ciò su cui si cammina. I due termini latini stanno
per Diaconio e abside.
68
L’autore oltre che i rapporti di tipo spirituale tra lo spazio architettonico dell’abside, ovvero il santuario, e l’amico
carissimo B., gioca sul rapporto di tipo fonetico tra la parola bema ed il nome Böhme.
103
grazia; e sono stato lietissimo di potergli dire nell’effusione della mia anima che non vi era
che gloria e trionfo per lui, come pure non vi era che vergogna e turpitudine per me in tutto il
mio io.

573. Gli uomini e i dottori vi dicono talvolta: Pregate. Ma come vogliono che io preghi se la
preghiera non viene essa stessa a dirigermi e ad insegnarmela? È come se si dicesse ad una
tromba: Suona. Essa risponderebbe, come volete che io suoni se qualcuno non viene a
soffiare in me?

574. L’indomani dell’art. n° 572, ebbi delle forti immagini del pericolo che è sempre vicino ai
favori che riceviamo. Tutto è parziale oggi per noi. Le bontà dell’amico sono ridotte a delle
misure. Allorché queste misure sono colme e compiute, egli cessa il suo ministero, e
l’avversario ritorna a conglobarci nelle sue illusioni. Oh! uomo! sventura a te, se ti riposi un
solo minuto.

575. Nel mese vendemmiaio dell’anno 4, dal mio comune di Amboise fui chiamato a far parte del
numero dei membri che dovevano formare l’assemblea elettorale del dipartimento a Tours il
20 dello stesso mese. Esitati sull’accettazione. Ma vedendo che non vi era cura di anime,
poiché il mio voto non obbligava nessuno, e poiché non avevo alcuna legge da fare né da
pronunciare, cedetti. Ero molto risoluto a non accettare alcun posto qualsiasi alla nomina
dell’Assemblea; perché tutti ripugnano ai miei principi. Non fui nella condizione, poiché non
vi fui menzionato. Sentii forse un po’ tardi che potevo partecipare al sangue con il mio voto
per i giudici criminali; ma essendomi lasciato imbarcare in questo vascello credetti d’essere
obbligato a fare il mio dovere, e non provai ad eluderlo con dei voti perduti. Feci conoscenza
in questa assemblea del Signor del Petit-Houars e rinnovai quella del Signor de Biancour. Ho
resistito abbastanza costantemente al nulla di questa assemblea fino all’ottavo giorno; ma il
mattino di questo ottavo giorno che fortunatamente fu l’ultimo sentii quanto alla lunga gli
affari umani hanno presa su di noi e ci allontanano. Vi ho provato anche quanto lo spirito
segreto che li dirige ha cura di seminarvi numerosi impedimenti perché il regno del nulla si
prolunghi, e che quello del vivo rimanga sempre nascosto agli uomini. Ho rivisto a Tours
durante quest’assemblea un vecchia amica mia chiamata Soulas che malgrado la sua età di
80 anni è sorprendente per la sua salute e la gaiezza del suo spirito come pure per l’immagine
della sua buona coscienza. Vi ho rivisto la signora di Comacre e la casa Papion. Tours mi ha
incantato con la sua bellezza; é prodigiosamente imbellita dopo trent’anni che non l’avevo
abitata, e mi ha preso un vivo desiderio di venire ad abitarla nuovamente, almeno durante
quest’inverno, aspettando che le facilità ritornino per ritornarmene nella mia Parigi ed
all’estero. Un ostacolo di famiglia vi si è opposto.

576. Deslandes, un tempo ufficiale al reggimento di Bretagne mi diede un giorno il titolo di


spiritualista, in opposizione a quello di naturalista al quale probabilmente i suoi successi nel
magnetismo gli facevano dare la preferenza. Malgrado il suo spirito che è molto amabile, e le
sue virtù eroiche, egli ignora che non è abbastanza per me essere spiritualista; e se mi
conoscesse, lungi dall’attenersene, mi chiamerebbe divinista, poiché è il mio vero nome.
Vedi l’art. n° 2.

577. I libri di J. J. Rousseau sono riconosciuti con ragione per essere molto meglio fatti che i miei.
Io sono il primo a dirlo. Ma aggiungo che la carriera che mi è stata aperta era diversamente
spaziosa di quella che lo è stata a Rousseau; che la sua poteva limitarsi a dei libri, e che così
quando aveva fatto bene i suoi libri, poteva credere di aver adempito il suo compito; mentre
per me i libri non hanno dovuto essere che un accessorio, e che ho dovuto farli come non
facendoli affatto, tanto l’opera dell’uomo è al di sopra dei libri. Perciò sono ben lungi dal
contare i miei per qualcosa. Potrei dire inoltre che le basi dei miei libri sono talvolta così
104
semplici e nello stesso tempo così profonde ch’esse devono in generale sfuggire ai
lettori. Rousseau colpiva più basso di me.

578. Nell’art. n° 548 ho detto che mi trovavo talvolta prossimo a pregare che i nostri avvenimenti
cattivi aumentassero ancora. Il decreto sulla contribuzione di guerra che la Convenzione ha
emesso al momento della sua chiusura sembrava in questo genere aver ampiamente
adempiuto le mie intenzioni. Sembrava così assurdo che molte persone si persuadano ch’esso
è stato portato solamente per lasciare alla legislatura che segue, il merito di revocarlo.

579. Ero nato un essere quasi spezzato, o un debole stoppino che fumava ancora. Il reggente di
questo mondo ha talmente arrangiato le cose che invece di lavorare per raddrizzarmi e per
riaccendermi ha messo una specie di perseveranza ostinata per spezzarmi del tutto, e per
spegnermi. Ma grazie a Dio, spero che vi sarà ancora qualcosa di me che sfuggirà al
naufragio.

580. La scienza di Dio è di far trovare l’abbondanza al centro della penuria. La scienza universale
degli uomini è di far trovare la penuria al centro dell’abbondanza. La Rivoluzione francese
ne è una prova parlante.

581. Mi sono state fatte delle confidenze su mio padre che sono state per me un salutare elemento
di preservazione; poiché senza ciò sarebbe potuto accadere che io avessi dei grandi
rimproveri da farmi. È un grande e continuo dolore per me, che questo degno uomo non mi
abbia meglio conosciuto.

582. Avrei potuto dire dell’interesse, ciò che ho detto dell’umiltà nell’art. n° 279. Io non ho
alcuna cupidigia dei beni di questo mondo, ma il mio disinteressamento riposa un po’ sulla
mia pigrizia, e molto sul bisogno che ho di sottrarmi ad ogni occupazione estranea al mio
grande oggetto. Per la stessa ragione, senz’essere attaccato al denaro, non sono tuttavia
generoso in ogni momento. Mi necessita ricordarmi dell’altro mondo per mettermi in misura
in questo con le circostanze che vi s’incontrano d’esercitare la propria generosità. Quando
questo lavoro è fatto, la mia anima gusta una vera delizia nel dare. Prima di questo lavoro
essa prova una lentezza, che si potrebbe talvolta prendere per avarizia, ed è tutt’altro che
questo. Vedi art. n° 108.

583. Vi è una corrispondenza tra la limpidezza della mia testa, e la debolezza dei miei intestini
che non mi stupisce più dopo gli sviluppi che ho ricevuto sulla nostra composizione, e sui
rapporti combinati del siderico e del terrestre. Questa debolezza d’intestini ha influito su
quella di tutta la mia persona corporea, e per conseguenza su parecchie circostanze della mia
vita spirituale, relativamente alla condotta.

584. Nel mio primo viaggio a Chassenay presso la Signora Poncher, essa scrisse a mio padre che
io sarei amabile se lo volessi. Siccome era affezionata solamente al mondo, questa parola da
parte sua voleva dire che avrebbe desiderato trascinarmi assolutamente nelle vie stravaganti
del mondo. Ma siccome il mio vero istinto mi tratteneva già contro le stravaganze, posso dire
che fin da quei tempi il mio ritratto cominciava a disegnarsi senza che lo sapessi; ed è questo
stesso schizzo gettato allora che non ha fatto che svilupparsi per tutta la mia vita.

585. Malgrado quanto ho detto delle cattedre dei sapienti nell’art. n° 545, mi è parecchie volte
passato nello spirito la voglia di occuparne una a Tours nelle Scuole centrali. Pensavo
anzitutto a quella d’intendimento umano. Poi a quella di storia quando l’altra fu soppressa.
Ma me ne sono stato all’idea, e non ho fatto alcun passo per questo. Malgrado i quadri
seducenti che queste idee formavano nella mia testa, una voce più profonda e più imponente
105
mi ricordava il mio vero impiego che è l’angoscia e la grammatica genesiaca; e rientravo
allora nel nulla esterno al quale sono condannato in tutti i generi, per portare tutto il mio
essere verso la realtà interna. Sebbene in queste due cattedre d’intendimento umano, e di
storia avrei potuto trovare di far filtrare alcuni raggi, non so se i terreni sarebbero stati
preparati, non so se mi sarei lasciato trascinare troppo in fuori, e non so se il gusto e la voglia
dei suffragi non mi avrebbero fatto deviare dalla mia linea, non so se l’obbligo di parlare nei
momenti stabiliti non mi sarebbe stato molto pregiudizievole, io che amo parlare solamente
quando mi piace. Ora non devo espormi senz’ordine a tutti questi pericoli.

586. Sento sempre parlare gli uomini della legislazione e mai dell’autorità; sempre
dell’amministrazione e mai della proprietà; sempre di giudici e di giudizio e mai della
giustizia. Quanto questa disarmonia mi pugnala, e mi dà dei colpi di lancetta69!

587. Ciò che mi è molto servito dacché penso, e ciò che ha alleviato i mali dell’esistenza terrestre
che mi sono comuni con tutti i miei simili, è di vedere che tutti gli uomini non sono su questa
terra che sul loro letto di morte, e che anche la terra è essa stessa sul suo letto di morte, la
qual cosa si può dire ugualmente della creazione universale.

588. Volere che la grande opera dello spirito sia sensibile al mondo, è un tentativo inutile da fare;
è impossibile ch’esso se ne accorga; per la stessa ragione non si può cominciare ad essere
sicuro d’avanzare che per quanto non ci si accorga nemmeno del mondo, né nel pensiero, né
nella volontà, né negli atti.

589. Nella mia giovinezza non ho avuto per così dire, che le gioie della saggezza; nella mia età
matura ne ho avuto alternativamente le gioie e le angosce, mi avvicino all’età in cui non ne
avrò più che i tormenti e i dolori, e quest’età così come questa dolorosa prospettiva che le è
mostrata, fanno la fortuna dei miei giorni, e la più dolce speranza del mio cuore. Posso
aggiungere un’idea simile alla precedente, cioè che nella giovinezza, della saggezza si scrive
o si dice tutto ciò che si presenta; nell’età della ragione si scrive solamente con riflessione;
nell’età completa non si scrive che per ordine.

590. Coloro che non sono interamente al rango degli atei e degli empi dicono a proposito del
suicidio che il soldato non deve abbandonare il suo posto senza che il suo generale non lo
ritiri. Ma coloro che parlano così non sono forse in fondo più saggi degli altri, senza contare
che lasciano sempre un po’ sospettare del loro coraggio. Il vero rimprovero che ho da fare
loro è di confondere tanto leggermente le parole d’essere al suo posto, o di occuparlo la qual
cosa è tuttavia molto differente. Ora di tutti gli uomini che, secondo questi saggi, sono al loro
posto dacché sono nella vita umana, quanti ve ne sono che lo occupano? Che non si
dimentichi la scena d’Arlecchino soldato di sentinella, che si lascia spogliare delle sue armi e
dei suoi abiti da un ladro, contentandosi di chiedergli, se è la ronda ordinaria o straordinaria,
e si avrà un’idea giusta di questi moralisti così ristretti e così facili. Poiché Arlecchino era
parimenti al suo posto.

591. Felici coloro che scrivono solamente con le loro lacrime! Io ho la speranza che tale sarà un
giorno il mio destino; è l’insieme degli sviluppi e dei movimenti della mia vita passata che
trascina il mio spirito a queste congetture.

592. Più l’opera che mi chiama e che mi attende è grande, più essa mi preserva dall’orgoglio,
poiché più sento che mi è impossibile di farla io stesso.

69
Antico strumento chirurgico usato nel trattamento del salasso.
106
593. Non è una cosa pietosa e straziante che noi non sappiamo per così dire conoscere l’amore di
Dio per noi che con i nostri crimini! Ahimè! se lo troviamo così dolce e così grande quando
ci siamo traviati, cosa deve esso dunque essere quando siamo saggi e virtuosi! Sì, sarebbe
nell’interesse stesso dei nostri piaceri che dovremmo essere fedeli ai suoi precetti ed alle sue
leggi. Sventurato nemico dell’uomo tu sai troppo quanto vi perderesti tu stesso se egli fosse
saggio, perché ti occupi incessantemente della cura di impedirglielo; ma ignori anche che
Dio è dolce anche dopo i nostri crimini, e che con questo tutti i tuoi progetti sono gabbati;
poiché siccome hai perduto la scienza del principio delle cose, non puoi avere quella della
loro meta e del loro fine.

594. Uno dei grandi scopi della Rivoluzione francese è stato di mostrare agli uomini ciò che
diverrebbero se Dio li abbandonasse interamente al furore della sua giustizia, vale a dire al
furore delle loro tenebre. Egli ha voluto far loro scorgere la radice infetta sulla quale riposa il
regno della potenza umana, ed ha voluto insegnare loro visibilmente ch’egli è la sorgente di
una potenza molto più amabile e più salutare per essi. Ma ahimè quanti ve ne saranno che
approfitteranno della lezione! Quanti ve ne saranno al contrario che fin dall’indomani che la
prova sarà passata dimenticheranno il servizio che la mano suprema aveva voluto loro
rendere con questo, e si ritufferanno nuovamente nel fiume dell’oblio, o nel torrente! Chi non
gemerebbe di vedere quanto è difficile per l’uomo pescare in quest’acqua torbida, quante
volte il pescatore getta la lenza invano e senza nulla prendere! Sventura, sventura a coloro
che lasceranno passare senza profitto la grande lezione che ci viene data! Essa tendeva a
riavvicinarci a Dio, e gli sventurati uomini non fanno e non faranno che allontanarsene di
più!

595. Quando si avanza un po’ nella linea viva, e si avvicinano poi gli uomini di questo mondo, si
sente che bisognerebbe avere con sé un supplente che s’incaricasse di fare per noi accanto ad
essi il ruolo dell’uomo di spirito, poiché bisogna necessariamente che noi facciamo quello
dell’imbecille in loro presenza, ed essi ci prendono per delle bestie, atteso che non dobbiamo
per così dire neppure aprire la bocca in questa atmosfera di menzogna.

596. Nel 1787 essendo a Roma, vidi il papa officiare solennemente il giorno di Natale nella chiesa
di San Pietro. Egli si mise sul corpo per questa cerimonia una quantità innumerevole di vesti
pontificali, sacerdotali, ecc. così tanto da soffocare dal caldo, e da sudare abbondantemente.
Siccome si sa che lo stato di prete è per lui come per tanti altri un mestiere, e che è questo
che lo fa vivere, non potei impedirmi di dire al maggiore Tieman che era con me, questo
passaggio della Genesi: In sudore vultus tui vesceris pane70 .

597. Salomone ha detto che sotto il sole aveva visto tutto. Io potrei citare qualcuno che non
mentirebbe affatto quand’anche dicesse d’aver visto qualcosa di più, vale a dire, ciò che vi è
al di sopra del sole; e questo qualcuno è molto lontano dal gloriarsene.

598. Prima di compiangerci dei mali che soffriamo, e delle privazioni che proviamo, soprattutto
se fosse per ordine della Provvidenza, dovremmo cominciare col ringraziare dei beni che
essa ci fa, e dei doni continui che c’invia.

599. All’inizio dell’anno 4, il mio amico Kirchberguer conoscendo la rarità del contante in
Francia, e la difficoltà di avervi il necessario, con degli assegnati m’inviò da Berna dove è la
sua residenza, dieci luigi in oro. È il primo denaro, diverso dal mio proprio che sia entrato
nelle mie mani, malgrado le angustie in cui spesso mi sono trovato. Il mio primo movimento
fu di rimandarglielo lì per lì, tanto più che non ne avevo bisogno, avendomi uno dei miei

70
Con il sudore della tua fronte mangerai il pane.
107
fittaioli dato il giorno prima qualche contante in pagamento. La fierezza di Rousseau che è
stato anche suo amico mi venne alla mente. Ma vi vidi anche una contraddizione; cioè che se
egli predica la beneficenza, bisogna dunque non fermarla nel suo corso, e bisogna lasciargli il
prezzo delle sue opere. Quest’idea mi ha trattenuto. Un movimento più delicato del primo,
sebbene meno eclatante mi ha fatto sentire che bisognava lasciare al mio amico il dolce
piacere di aver seguito il suo onesto impulso, e di averlo condotto al suo termine. Ho dunque
tenuto la somma unicamente per lui , e non per me, poiché non vi porrò mano; gliene ho
inviato una ricevuta per sua sicurezza; e gli rimetterò il suo denaro alla sua prima richiesta,
se tuttavia non glielo porto io stesso, non appena i nostri affari politici e di finanze mi
renderanno la cosa facile. Gli ho inviato nello stesso tempo la mia figura dipinta dal mio
cuginetto Tournier. Poco tempo dopo egli mi ha anche fatto regalo del suo ritratto.

600. Nella notte dal 5 al 6 gennaio 1796, ho perduto il solo nipote che avessi e di cui avevo
motivo d’essere molto soddisfatto a causa della sua buona condotta verso sua moglie e verso
mia sorella. Questo avvenimento mi ha causato una crisi che mi ha strappato molte lacrime, e
che ha preso sui miei nervi per qualche tempo. È il terzo morto che ho pianto amaramente;
ma il mio dolore era meno l’effetto della rottura dei nostri legami di parentela, che dei miei
dispiaceri che le circostanze mondane che l’hanno circondato non mi avevano permesso di
trarre dal suo morale tutto il partito che se ne poteva attendere; perciò coloro che ne sono la
causa mi faranno un giorno soffrire di più. Quindi mi sono detto: Se lo piango con
dell’acqua, bisognerà loro che li pianga con del sangue. Mia sorella per questo avvenimento
divenne interamente a mio carico; le contribuzioni forzate del momento, e tutti i non valori
della mia fortuna attuale concorrono ancora a diminuire la mia agiatezza pecuniaria. Ma ho
altro da fare che pensare a queste miserie.

601. San Paolo avrebbe consentito d’essere anatema per la salvezza dei suoi fratelli; con quanta
più giustizia dovremmo noi consentire d’essere anatemi per Dio, vale a dire, perché la sua
gloria arrivi! Perciò ho avuto talvolta per sua grazia la felicità di dirgli, che quand’anche la
sua gloria dovesse coprirmi di vergogna e perdermi a causa dei miei crimini, lo pregherei di
non fermarsi, tanto sentivo in me il desiderio ch’egli avanzasse nelle sue vie, e che spargesse
la sua conoscenza e la sua luce fra la famiglia umana, la sola che potesse sentirlo,
contemplarlo e lodarlo!

602. Quando vedo gli uomini passare i loro giorni a calcolare tutti i motivi del loro servile
interesse, mi affliggo grandemente, perché sento quanto con questo essi si fermano e si
disorganizzano; ma noto anche quanto la leggerezza del loro spirito è facilmente distolta da
quei calcoli che li interessano maggiormente. Del resto quand’anche li seguissero con una
vera stabilità, e li conducessero al punto di perfezione al quale sembrano tendere, avrei
ancora da chiedere loro: sapete almeno ciò che avrete da fare quando tutti questi modi
saranno nella loro misura che voi cercate? Sarebbero sicuramente molto imbarazzati a
dirmelo. Così gli uomini passano la loro vita a cercare i modi necessari secondo loro per
sapere come la passeranno, e non solamente passano fino all’ultimo momento della loro vita
senza aver ottenuto questi modi, ma anche quando li avessero ottenuti, non avrebbero ancora
assolutamente nulla, poiché non imparerebbero mai che cos’è vivere, e come bisogna
prendervisi.

603. Malgrado gli sbagli e le imprudenze che ho commesso nell’amministrazione del mio talento,
mi sono sentito spesso un tale rispetto per le alte verità (soprattutto nel genere attivo) che
avrei talvolta preferito passare per un uomo lordo e vizioso che per un uomo che fosse
pervenuto a quest’alto rango; avrei voluto per così dire inviluppare queste alte verità sotto
una scorza ripugnante per lasciarle ignorare al volgo ed al tempo, persuaso come sono che né
l’uno né l’altro sono degni ch’esse siano loro conosciute e che gli si avvicinino. Vedi art. n°
108
606.

604. Quale dolore per me, vedere giornalmente l’uomo degenerato fare tanti sforzi per farsi
credere rigenerato! Non vi è un movimento sulla terra che non abbia questo scopo per
motore. Vedete ora quante verità vi sono nel commercio della famiglia umana. Ma se
sondate più profondamente questo procedere dell’uomo, vi troverete anche una grande
dimostrazione dello scopo per il quale egli attraversa questo basso mondo.

605. La Signora de B. uscendo dalla sua prigione di Marsiglia l’anno 3, fece un quadro della sua
casa di campagna in cui non poteva andare ancora, e vi si era dipinta con un libro in mano.
Essa dedicava quest’opera alla sua amica Felicité, e volle aggiungervi dei versi; essa
m’indirizzò i due primi incaricandomi di fare il resto che estendeva con l’intenzione a circa
cinque o sei strofe. Ecco ciò che le inviai conservando i due primi versi di sua fattura.

1
Guarda questo ritiro,
O mia Felicité!
La natura l’ha fatto
Per la tranquillità.
In giorni più propizi
Vi gustai quella pace
Che il mondo ed i suoi vizi
Non conobbero mai.

2
Vi consultavo quei saggi
Che con dei dardi divini
Nelle differenti età
Hanno colpito gli umani;
Dalla loro dottrina santa
Sentendomi attirare,
Alle loro lezioni senza timore
Venivo ad abbandonarmi.

3
Essi alleviavano anticipatamente,
(Poiché li si ispirava),
I mali che nella sua bilancia
La sorte mi preparava.
Essi infiammavano il mio zelo
Alle grida degli indigenti;
Verso la sorgente eterna
Dirigevano i miei canti.

4
Quante volte le mie lacrime
Riempirono questo soggiorno!
Tu li conosci quest’incanti
Che offre il puro amore.
Tu conosci questo mistero
Tu che vedi in ogni luogo,
Nel tuo simile un fratello,
109
Un padre nel tuo Dio.

5
Perciò nel mio asilo
Il tuo cuore regolava i miei passi,
Ne facevo il mio motore,
Non lo abbandonavo.
Per me della saggezza
Era lo specchio;
Senza di esso, nella mia semplicità,
Non sapevo nulla vedere.

6
Ore tanto preziose
In quei tempi fortunati,
Ore deliziose,
Ritornate, ritornate!
Che al nome della vostra aurora,
I più dolci tempi futuri
Vengano ad unirsi ancora
A questi dolci ricordi.

Il regalo fu molto ben ricevuto come pure i versi. Mi si interpretò, e ciò richiamò antiche
epoche che non ho giudicato a proposito di far rivivere, avendo messo il papa in difetto. Del
resto ho trovato che la Signora de B. faceva un eccesso d’amicizia verso la persona, ed io un
eccesso di moina. Noi vogliamo sempre produrci, ed occupare gli altri di noi.

606. La grande e rispettabile verità mi è sempre sembrata così lontana dallo spirito degli uomini
che temevo di apparire molto più saggio che folle ai loro occhi. Perciò, quante volte mi sono
gettato davanti ad essi in gaiezze e parabole forzate ch’essi potevano spiegare solamente a
mio detrimento. Sento anche che talvolta avrei spinto il timore d’essere conosciuto da essi
fino a lasciarmi coprire dalla vernice dei vizi e della bruttura. Ed è questo uno dei miei
grandi dolori in questo mondo, poiché Dio sa se li amo questi sventurati mortali, e quanto
vorrei che essi conoscessero i veri sentieri per cui dovrebbero procedere. Vedi l’art. n° 603 in
cui la stessa idea è espressa con altre parole.

607. Se il mondo offre talvolta al saggio uno stimolante che fa uscire da lui delle verità utili e di
cui alcune buone anime possono approfittare, esso gli offre anche uno spettacolo molto
affliggente, per il fatto che gli mostra quanto gli uomini vi sono ingannati con dei grossolani
equivoci. In effetti quando gli uomini di mondo hanno pensato al loro essere animale, che
non hanno lasciato mancare di nulla, ed hanno soddisfatto e prevenuto tutti i suoi desideri e
tutti i suoi bisogni, credono d’aver fatto tutto, mentre non solamente non hanno ancora
cominciato l’opera del loro essere, ma non sanno che il loro essere abbia un’opera da fare, e
neppure che abbiano un altro essere che il loro corpo. Sebbene l’accostamento che faccio sia
un po’ ilare, non posso rifiutarmi di scriverlo; essi mi sembrano dunque somigliare al medico
malgrado lui che dice a sua moglie che quando egli ha ben bevuto e ben mangiato pretende
che tutto sia satollo in casa sua.

608. Ho avuto modo di credere che la bontà del mio padrone mi avrebbe reso al centuplo ciò che
avevo perduto con le mie lentezze e la barbarie delle circostanze, ma anche ciò che sembrava
essersi sospeso per me per i giri che ero stato obbligato a fare per combattere presso gli altri i
nemici della verità, invece di lavorare per stabilire vivamente in me l’azione universale di
110
questa verità; e posso dire che nulla è comparabile all’immensa munificenza del nostro Dio.

609. Un tempo ponevo molti misteri per parlare della verità agli uomini; è alla mia prima scuola
che devo questo procedere che è molto lontano d’avere tutti i vantaggi che essa annuncia, e
che conviene soltanto a coloro che sono al primo rango, non solamente per le luci, ma anche
per l’attivo. Oggi prendo una strada più analoga alla mia franchezza. Mostro la meta subito a
coloro tuttavia che non hanno le palpebre rovesciate dalle dottrine filosofiche; gliela mostro,
ma confesso loro che io non vi sono, e che non sono io che posso condurveli. Sebbene il
mondo sia poco progredito, la verità lo è tuttavia troppo perché la si tratti diversamente oggi,
e mi trovo bene con questo metodo.

610. Non so se m’inganno, ma mi vengono tanto spesso dei giri di idee, e delle armi tanto
numerose e così perentorie a proposito della mia discussione pubblica con Garat (vedi art. n°
528), che mi prende voglia di credere che le cose non resteranno qui, che questa discussione
non è stata che una scaramuccia che avrà un giorno altri seguiti, e che avrò occasione di
servirmi sia contro questa persona, sia contro ogni altra, dei mezzi che mi sono inviati per
combattere la sua causa. Il tempo e le circostanze m’insegneranno se ho torto.

611. Nel genere delle comunicazioni ho avuto più spesso del cattivo che del buono. Nel genere
delle intelligenze ho avuto molto più del vero che del falso; ed anche posso dire che ciò è
avvenuto con una superiorità incommensurabile poiché mi è accaduto talvolta di osare di
dire che se potevo molto ingannarmi in qualità d’uomo, ciò non mi era tuttavia ancora
accaduto in fatto dei grandi oggetti. Posso aggiungere che ho avuto pochi successi in fatto di
opere vive in tutti i generi, ma molto più nell’ordine delle comprensioni, e del giudizio
sommario; ciò che dice B. che la Vergine non genera mi raffigura al naturale il carattere del
mio spirito.

612. Il Cristo nel travaglio della rigenerazione mi è sicuramente molto caro e molto prezioso; cosa
sarà dunque del Cristo trionfatore e reintegrato nella sua gloria? È questo l’ultimo Cristo
verso il quale tutte le facoltà del mio essere si sono trovate continuamente dirette; e finora ho
sempre sentito che non vi era che questo che potesse corrispondermi, come non vi è che il
Cristo laborioso che deve occuparci durante il nostro passaggio. Se mi sono troppo, e troppo
presto portato verso l’altro, ciò è dovuto alla mia maniera d’essere costitutiva che, come ho
detto altrove, fa che mi si è inviato qui con delle dispense.

613. Quando rifletto sui numerosi e continui ostacoli che si sono legati per incalzare la mia
vocazione spirituale, e soprattutto sulla specie e sulla natura di questi ostacoli che tendono
piuttosto a lasciarla perire da se stessa che a combatterla ed a perseguitarla, oso credere che
vi sarà per me un giorno una compensazione analoga, e che sarà perciò eccessivamente
abbondante in gioia, in delizie, ed in libertà quanto gli ostacoli sono stati abbondanti e
perseveranti in privazioni, ed in strettezze. È solamente nell’ordine dello spirito che attendo
questa compensazione sia in questo mondo, sia nell’altro; poiché sono stato troppo ben
avvertito sulle cose terrestri per nulla cercarvi e per nulla attenderne. D’altronde le
compensazioni sono sempre nel genere degli ostacoli.

614. Io non ho niente con coloro che non hanno niente, ho qualcosa con coloro che hanno
qualcosa, ho tutto con coloro che hanno tutto. Ecco perché quando si vuol sapere ciò che ho,
bisogna prima domandare con chi sono. Ecco perché sono stato così diversamente giudicato
nel mondo, e la maggior parte del tempo così svantaggiosamente, poiché nel mondo, dove
sono coloro che hanno tutto? Dove sono inoltre coloro che hanno qualcosa? È una risposta
che io non feci, ma che avrei potuto fare alla Signora de La Bastrie che mi chiedeva se ero un
po’ penetrato nella letteratura.
111
615. Nel secondo trimestre dell’anno 4, fui messo sulla lista della giuria per il tribunale penale del
mio dipartimento. Non nascosi la mia opinione; dissi apertamente che non credendomi nel
diritto di condannare un uomo, non mi credevo più in diritto di trovarlo colpevole, e che
sicuramente obbedendo alla legge che mi convocava io mi proponevo di non trovare mai le
informazioni e le prove abbastanza chiare per osare disporre così dei giorni del mio simile; e
non stentavo a giustificare il mio principio, perché qual è il testimone che io possa affermare
non essere un mentitore? E quand’anche l’accusato si confessasse colpevole, non vi sono
degli esempi di innocenti che si sono sacrificati per altri? Senza contare che le mie idee sulle
giustizie e le esecuzioni umane non hanno fatto che acquistare più forza con gli anni, e che
sono ben lontano dal credere, non solamente che gli uomini sappiano fare giustizia, ma anche
che non ne abbiano il diritto. Le mie osservazioni pervennero alle autorità, e vedendo che io
non adempirei il loro scopo, non mi si mise più poi sulla lista. Se fui contento allora, tuttavia
mi rimproverai d’aver parlato, perché se avessi lasciato agire il corso delle cose, avrei potuto
portando le mie disposizioni a questo tribunale, portarvi anche segretamente alcuni
emendamenti agli abusi che gli uomini vi commettono tutti i giorni sotto il nome della
giustizia. Ma sebbene fossi sulla lista, la sorte non mi chiamò tuttavia nella giuria di
giudizio.

616. Mi si è lasciato vedere la falsità del mondo in una maniera così perseverante, ed anche mi si
è lasciato avvicinare tanto da vicino e così spesso i precipizi dove noi tutti camminiamo su
questa terra solamente per insegnarmi a conoscere l’estensione delle astuzie, delle cattiverie
e delle potenze del nemico.

617. Gli ornamenti, gli abiti, e i vezzi servono talvolta per risvegliare le idee, e le immaginazioni
sensuali dello spettatore, ma servono più generalmente per distrarre lo spirito, e per sottrargli
il pensiero delle nudità; ed è così che la saggezza sa trarre partito dal lusso e dalla
frivolezza. Inoltre gli abiti della specie umana impediscono la troppo grande reazione del
siderico attraverso il quale passa il nemico. L’uso di seppellire i cadaveri con delle
biancherie proprie deve avere pure un vantaggio, quello di fare che la reintegrazione sia
meno contrariata; annoto queste piccole riflessioni in questa raccolta perché le grandi si
trovano altrove, e perché si può sempre vedere il costrutto del mio spirito che è
incessantemente al lavoro, non importa su quale oggetto.

618. Il passaggio del Vangelo: Ecco da quali segni li si riconoscerà: i veleni non faranno loro del
male, essi toccheranno i serpenti, ecc., si è verificato su di me nell’ordine filosofico. Ho
letto, visto, ascoltato i filosofi della materia, e i dottori che rovinano il mondo con i loro
insegnamenti, e non vi è una goccia del loro veleno che sia penetrata in me, né uno solo di
questi serpenti di cui il morso mi sia stato pregiudizievole. Ma tutto ciò si è fatto
naturalmente in me, e per me, poiché quando ho fatto queste salutari esperienze, ero troppo
giovane e troppo ignorante per poter fare conto sulle mie forze per qualcosa.

619. Quanto l’atmosfera del mondo e i suoi usi trattengono l’uomo nell’ignoranza e gli
impediscono di trovare la verità, quand’anche quest’uomo sembri tanto cercarla! Questi
sventurati uomini sentono giustamente in essi il bisogno di questa verità, sanno anche fare
dei quadri satirici ed incisivi contro coloro che si allontanano da essa e che c’ingannano. Ma
tutto sembrando desiderare ch’essa venga a stabilirsi nel suo tempio, hanno cura di murarne a
calce e sabbia le porte e le finestre, e dopo averle così impedito d’entrare in essi, si
burlerebbero e riderebbero apertamente di qualcuno che pretendesse di aver fatto una più
ampia conoscenza con essa.

620. Le passioni carnali insudiciano il corpo, ma le nullità del mondo lasciano lo spirito esposto a
112
tutte le influenze più distruttive e più adatte a gettarci nel nulla ed a farvici soggiornare; sì,
penso che le ferite che ci facciamo attraverso la via della carne sono meno difficili da guarire
di quelle che ci facciamo al centro del nulla del mondo.

621. Se siamo saggi, serviamo da ludibrio alla gente del torrente; se siamo folli facciamo ridere il
demonio. A quali tristi estremità ci troviamo esposti quaggiù!

622. La mia pigrizia nello studiare, e per conseguenza il mio poco progresso in fatto di ciò che si
chiamano scienze ed erudizione sono legati alla natura del mio spirito che è più proprio a
discernere, a giudicare, a scoprire, ed a generare delle luci, che ad ammassare penosamente e
lentamente le scoperte e le luci degli altri. Sono, credo, più proprio alla generazione in
quest’ordine di cose, che all’azione laboriosa di raccogliere, come le donne nel parto; quando
esse hanno generato il loro frutto, rimangono poi sulla loro poltrona a sdraio a non fare
niente. Credo in effetti che se avessi vissuto più abitualmente con delle persone più in grado
di conoscermi e di applicarmi al mio vero impiego, avrei potuto passare la mia vita a
generare ed a rimanere sulla mia sedia a sdraio. Non ho io detto nel mio Uomo di desiderio:
Prega nel vivo, e dormi. Era la mia storia che facevo senza saperlo.

623. Ho un po’ peccato materialmente, e per questo ho fatto grandi torti al mio spirito. Ma ho
avuto nel mio intimo una consolazione immensa, cioè di sentire che il mio spirito non ha
potuto un solo istante durante la sua vita peccare, (ciò che si chiama) contro Dio; poiché l’ho
sempre guardato come così grande, come così al di sopra di me, che la sua gloria mi è
sempre stata cara, e che l’ho talvolta pregato di sacrificarmi piuttosto che lasciarla esposta a
strisciare ignominiosamente sotto il regno di Faraone.
Sì la sua gloria è stata il mio oggetto supremo in questo mondo, ecco perché andrò a lui con
fiducia e speranza; poiché se questa gloria mi è stata così cara in questo luogo dove non la
conosco, cosa sarà nel luogo dove essa si svilupperà nel suo splendore, e dove non avrò più
dei veli materiali che me la sottrarranno?

624. È fare un gran male agli uomini affaticare la loro intelligenza senza assicurarsi prima se sono
veramente risoluti a mettere in opera la loro azione. Poiché non vi è allora profitto che per la
gloria del dottore; non ve n’è per la sua saggezza, né per le sue ricompense future, non ve n’è
per il discepolo, ma al contrario; infine non ve n’è per la gloria della verità che si mostra e si
mantiene solamente nelle vie in cui le misure sono regolate, preparate, e conservate in buono
stato per lei.

625. Sono così poco desideroso d’aver guadagnato con gli uomini che quando mi combattono e
non trovo con essi di che porre a profitto le mie grandi basi, fornisco loro apposta nuovi
argomenti e nuove proposizioni contro di me, affinché siano ben sicuri che il mio scopo non
è di essere approvato da loro. È quanto mi è accaduto con una onesta persona alla quale ero
stato obbligato a dire, per precauzione contro le sue cortesi ma disorganizzatrici istanze, che
io ero. Lì per lì essa mi rispose con dei passaggi evangelici che mostravano il pericolo di
questa persuasione; allora gli inviai a mia volta quelli di San Paolo: Io non sono neppure
degno d’essere chiamato apostolo; colui che crede di sapere qualcosa non sa nemmeno in
quale maniera si deve sapere71 . E non gli inviai che questo.

626. La preghiera dello Spagnolo: Mio dio, serbami da me è legata ad un movimento molto
salutare quando possiamo risvegliarlo in noi, cioè quello di sentire che siamo il solo essere di
cui dobbiamo avere paura sulla terra, mentre che Dio è il solo essere che abbia paura

71
La prima parte del passo citato è ripresa da 1 Corinzi cap. 15 vers. 9, la seconda parte riassume sostanzialmente
quanto è detto in tutto il capitolo in cui si parla della resurrezione del Cristo.
113
solamente di ciò che non è lui. Si potrebbe pure aggiungere alla preghiera suddetta la
preghiera seguente: Mio Dio abbi la bontà di aiutarmi a far a meno di assassinarti. E questa
preghiera potrebbe anche tener luogo di tutte le altre.

627. Gli uomini con i loro attaccamenti ai loro falsi godimenti, e coi loro rammarichi quando la
sorte li priva (di essi) mi sembrano tali quali quel fanciullo che grida e si dispera quando gli
si strappa di mano un pezzo di biscotto; come se essendo nella casa di suo padre e di sua
madre, mai può mancargli alcunché.

627. (bis). Mi sono detto talvolta con sincerità e desiderio che io non sarei nulla finché Dio non
fosse con me, interamente, ovunque e perpetuamente; ma mi sentivo rispondere
interiormente dalla giustizia: Tu vuoi che io sia così con te, e tu non sei mai con me in questa
maniera in qualsiasi cosa; avrei tuttavia il diritto d’aspettarmi da te il contraccambio, ed
anche dei vantaggi.

628. La mia carissima amica di Strasburgo è la sola che mi abbia parlato chiaramente sulla mia
Lettera ad un amico, a proposito della Rivoluzione francese. Le sue opinioni mi sono
sembrate molto sensate su parecchi punti; e quand’anche su certi altri la sua opinione non
fosse così ben fondata, questi certi altri punti sarebbero essi stessi abbastanza poco
importanti perché guadagnassi molto ad aver ragione a loro riguardo. Questa amica è dopo il
mio caro B..... la più preziosa perla visibile che io abbia in questo mondo.

629. È stato spesso un’afflizione per me vedere quanto l’uomo fosse ingiusto nei suoi mormorii, e
quanto nuocesse a se stesso con questi mormorii ingiusti. Noi lo vediamo tutti i giorni
lamentarsi dei rigori della sorte e della fortuna a suo riguardo, senza ch’egli esamini anzitutto
se realmente è così privo del necessario e così sventurato come annuncia; in secondo luogo
senza sondare se stesso, e senza osservare se ha meritato anche il poco di fortuna e di
agiatezza che gli restano. Così malgrado questa inconseguenza, non trae alcun frutto dalle
sue prove sebbene le abbia spesso meritate, ed attirate egli stesso su di lui. Ora è qui dove
vediamo quanto egli è da compiangere; poiché invece di lamentarsi come fa su delle prove
così spesso meritate, egli dovrebbe sentire che vi sono solamente le prove non meritate che ci
mandano avanti e che ci siano contate nei registri della giustizia. Così dunque, se vi è tanta
pena nel sopportare le prove meritate, e che anche l’ingiustizia della sorte non cessa di
caricarne, come farà egli per sopportare le prove non meritate? Poiché le prime non
dispensano dalle seconde; al contrario esse non ne sono ordinariamente che l’iniziativa e la
preparazione; e ciò che mi affligge maggiormente in questa osservazione, è di vedere che
coloro che si abbandonano di più a questi ingiusti mormorii, sono coloro che nondimeno si
annunciano per dei credenti, per degli esseri religiosi, mentre che ai miei occhi essi sono
peggiori dei pagani, poiché prendono un titolo ed un nome rispettabili, sotto il quale si
conducono come coloro che ne hanno uno tutto opposto.

630. Non è che agli uomini manchi di più la chiave per penetrare nelle verità, non è neppure la
serratura, poiché la serratura è ovunque, e la chiave la portiamo tutti in noi stessi, ma ciò che
loro manca è il discernimento e l’attenzione di fare dell’una e dell’altra l’uso convenevole, di
fare accuratamente la riconciliazione delle cose analoghe, e di non cercare nella materia con
lo spirito, né nello spirito con la materia; poiché nell’ordine della verità la serratura e la
chiave sono della stessa sostanza, vale a dire ch’esse sono spirito tutte e due. Ma gli uomini
fanno sempre come se non vi fosse che una delle due ad esserlo; vale a dire che se si credono
spirito, non cercano tuttavia che nelle scienze della materia, e se credono nel principio divino
universale, non lo lasciano abbastanza avvicinare ad essi per dimostrare a se stessi la dignità
della loro propria natura.

114
631. Ne voglio molto meno ad un idolatra che a un deista, perché costui abiura e proscrive ogni
comunicazione tra l’uomo e Dio, mentre l’altro non fa che ingannarsi sul modo e sullo
strumento di questa comunicazione.

632. Sebbene la mia fortuna soffra molto della Rivoluzione, io non persisto meno nella mia
opinione sulle proprietà; vi posso comprendere particolarmente le rendite. Niente è più
lontano dalla radice che quest’uso abusivo del segno rappresentativo della proprietà; perciò
lo trovo molto più falso della proprietà stessa. Tutti i nostri profitti, tutte le nostre rendite
dovrebbero essere il frutto del nostro lavoro, e dei nostri talenti; e questo rovesciamento delle
fortune operato dalla nostra Rivoluzione ci riavvicina a questo stato naturale e vero forzando
tutti a mettere in attività la loro abilità ed il loro ingegno.

633. Uno dei vivi dolori della mia anima è di vedere quanto è grande il peccato che divora il
mondo. Poiché questo peccato non è altro che abbandonarsi universalmente all’inquietudine,
alla sfiducia, ed a tutti quei movimenti cupidi, ed impazienti che si tirano dietro tutti gli
umani mentre hanno così vicino ad essi l’abbondante sorgente che potrebbe procurare loro
tutto! Essi sono in Dio, vivono con Dio, vivono di Dio; e tuttavia vivono come se Dio fosse
assente, o piuttosto come se Dio non fosse.

634. Mi sono detto talvolta che l’uomo era un essere che attraversava senza parapioggia la regione
burrascosa di questa natura sempre piena di tempeste; e dicevo perciò con la gaiezza che mi
è abbastanza ordinaria ch’egli vi appariva con i suoi riccioli.

635. Vi è per la preghiera un grado ancora più elevato di quello dell’art. n° 626. Cioè sentire che
la sola preghiera che avremmo da fare sarebbe di lavorare continuamente a non impedire di
pregare in noi colui che non può cessare di pregare per noi, sia in noi, sia fuori di noi. Poiché
è in noi che egli ama di più pregare, poiché noi siamo il suo oratorio, ma quando non gli
lasciamo l’accesso libero va a pregare fuori di noi e porta la sua pace con lui.

636. Quando ci riavviciniamo alle cose di questo mondo, non facciamo che coprirci di catene,
perché le cose di questo mondo non sono libere, ed hanno un procedere che le fa sempre
andare curvandosi, il che tiene in uno stato di violenza e di soggezione tutto ciò che si trova
preso in questa curva; allorché cerchiamo il regno della vita, per quanti sforzi ce ne costi,
perveniamo alla regione della libertà dove tutto ciò che si trova agisce per noi, mentre
nell’altra regione tutto agisce contro di noi.

637. Talvolta i nostri crimini stessi volgono a nostro profitto, grazie alla grande misericordia
divina. Poiché le giravolte che essi ci fanno fare su noi stessi, eccitano in noi una sensibilità
che dispone il nostro cuore a provarne una di un genere molto superiore, e Dio approfitta di
questa disposizione per inviarci questa incomparabile sensibilità. Ecco come l’infinita
saggezza ha l’arte di trarre in noi il bene dal male.

638. Io non ho quasi avuto godimenti pieni in fatto di giochi e divertimenti, sia nella mia infanzia,
sia nella mia giovinezza, ed ancor meno nella mia età matura. Ero nato per godere senza
dubbio in un’altra maniera. Si era compresso la mia anima, per così dire, fin dal momento in
cui ho respirato; ecco perché nella mia infanzia, sebbene essendo molto vivo, una cupa
soggezione sembrava arrestare e distruggere in me gli aspetti lieti di cui il mio cuore è stato
tanto suscettibile! Questa soggezione mi ha seguito nella mia giovinezza; e i posti del mio
cuore che avrebbero tanto amato di riempirsi di questi godimenti franchi e completi,
trovandosi vuoti si riempivano spesso con l’orgoglio. Tra mille tratti che ne ho avuto sia in
collegio, a proposito della musica, degli abiti di teatro in alcune commedie ecc., sia nei miei
studi ed in tutti i miei movimenti durante il mio troppo lungo soggiorno nel mondo, mi
115
ricordo che giocando alla guerra francese a Nantes mentre vi ero di guarnigione, ebbi da
lamentarmi del tamburo maggiore che avendo troppo tardato a far fare il rullo per una presa
fatta dal mio partito, ci aveva fatto perdere un punto; facendogli questo rimprovero fui molto
meno occupato da ciò che gli dicevo che dalla folla che aveva gli occhi attaccati su di me, e
di cui mi piaceva attirarne gli sguardi. Questi riflessi d’amor proprio, mi hanno troppo
seguito nella mia grande carriera, tanto i frutti amari che si seminano in noi nella nostra
tenera età, estendono lontano le loro ramificazioni! Ma grazie a Dio questa carriera si
sviluppa per me sotto auspici così salutari e così immensi che non dubito ch’essa mi soddisfi
abbastanza per essere interamente nei godimenti che mi procurerà, e per non più avere dei
posti nel mio cuore per altra cosa.

639. Dacché i miei grandi oggetti si annunciano in una maniera così vasta, così imponente, e nello
stesso tempo così dolce, credo di vedere la ragione perché la Provvidenza non ha voluto
lasciarle aprire così prima del declino della Rivoluzione francese, è che se ciò fosse accaduto
durante lo spaventoso rigore del suo corso, avrei avuto troppo da soffrire, ed ho mille prove
reiterate che la Provvidenza non si occupa per così dire che di aver cura di me.

640. Tutti gli esseri e particolarmente tutti gli uomini hanno un fondo segreto, provenuto dalla
separazione delle proprietà al momento della loro origine particolare, e che fa che malgrado
le scosse e le alterazioni che questo fondo prova sia da parte delle circostanze sia da parte
delle loro proprie debolezze, giunga tuttavia alla sua meta allorché la volontà di Dio è
abbastanza pronunciata per farvisi riconoscere, poiché allora è essa stessa che con le sue
ingegnose longanimità, o con dei nuovi lampi che lancia nell’anima, la risveglia dal suo
assopimento, e la riconduce nella vera via. Ecco perché con il più piccolo grano di buona
volontà da parte nostra, non vi sarebbe nulla che non potessimo sperare.

641. Ho visto una giovane persona (Clementine) favorita dei doni del cuore e dello spirito, e
molto più matura di quanto non lo si è alla sua età, essere poco contenta di questo verso di
Voltaire. Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo. Essa trovava il dubbio nel primo
emistichio, e l’empietà orgogliosa nel secondo. Forse vi era un po’ di severità nel suo
giudizio, ma certamente vi erano della profondità e dei sentimenti di buon genere. Essa mi
diede anche un buonissimo consiglio sul discorso accademico del 5° canto del mio
Coccodrillo, in cui le cose vere e rispettabili avrebbero potuto essere comprese nella
derisione come le cose ridicole che vi si trovano se non avessi preso la precauzione di
mettere una piccola parola di avviso al lettore prima del discorso.

642. Non è la testa che bisogna rompersi per avanzare nella carriera della verità, è il cuore.
Coccodrillo. Canto 5°.

643. Nel mese di giugno 1796, un giovane soldato alloggiando a Tours mediante bolletta 72 senza
dichiararsi presso i suoi parenti che non lo riconobbero per il loro figlio, sebbene egli li
riconoscesse per suo padre e sua madre, affidò la sera in deposito a sua madre fino
all’indomani una somma di denaro abbastanza considerevole; ciò la tentò. La notte essa
persuade suo marito d’andare ad uccidere il giovane uomo; il marito si lascia convincere, lo
uccide e lo deruba. Il mattino lo zio che aveva visto il giovane uomo il giorno precedente e
che sapeva che alloggiava là, viene per vederlo. I parenti negano ch’egli vi sia. Lo zio sale in
camera, trova il cadavere; dichiara agli assassini che è il loro figlio; li denuncia e li fa
arrestare. Io rabbrividii d’orrore a questo racconto; e lì per lì mi venne in mente che se fossi
stato più giovane, avrei fatto di questo soggetto un dramma in cui dopo aver messo in scena

72
In quell’epoca si diceva che un soldato loge par billet in una località quando gli si dava un piccolo scritto che
indicava la casa in cui esso doveva alloggiare.
116
tutti i particolari di questo avvenimento che avessero potuto esservi presentati, avrei serbato
per la fine la dichiarazione che l’assassinato era il figlio dell’assassino, il che sarebbe stato
possibile, facendo denunciare il colpevole per un’altra via che lo zio, e facendo giudicare e
condannare il colpevole per le vie ordinarie della giustizia. Poi quando il giudizio sarebbe
stato vicino ad essere eseguito avrei fatto giungere una proroga per autorità del governo, al
centro della quale si sarebbe dichiarato al colpevole la notizia che dovendo essere più crudele
per lui il suo supplizio si riterrebbe punirlo maggiormente; infine gli si sarebbe detto: È suo
figlio che lei ha assassinato; lei deve trovare nel suo crimine stesso la punizione d’aver
abusato della fiducia, e d’aver versato il sangue di un uomo per cupidigia; che lei viva per
espiare nel dolore l’abominevole orrore che ha commesso.
Ma non sono più in età di compiere queste imprese, la mia linea viva mi incalza troppo.

644. Il compimento dei nostri desideri secondari e temporali ci dà piacere, ma non vi è che il
trionfo e la vittoria che ci danno la pace ed il riposo. Perciò allorché proviamo alcuni di
questi desideri di cui parlo, vorrei, per quanto onesti essi fossero, che non ci dessimo al loro
compimento che non avessimo cominciato col sottometterli ed elevarcene al di sopra; ed è il
solo modo per nulla temere dal loro declinare, né da tutte le insidie di cui essi possono essere
composti. Quest’idea mi venne discorrendo con mia cugina la Perchais, con la quale trattavo
delle materie abbastanza importanti e che non erano estranee alla sua bell’anima.

645. Non si tratta d’essere istruito che ci è maggiormente necessario, non si tratta neppure
d’essere ben informato, si tratta d’essere sostenuto, e non si può esserlo realmente che
attraverso le grandi e continue occupazioni del grande compito; ancora è poca cosa quando
esso non è che personale ed individuale. Noi siamo fatti per l’universalità.

646. Bisogna che la mia attrazione divina sia stata ben decretata e ben pronunciata, poiché né tutte
le gioie umane, né tutte le seduzioni, illusioni, passioni, ecc. per cui sono passato non hanno
mai potuto non solamente distruggerla, ma neppure lasciarne nascere nel mio cuore un’altra
che le fosse contraria. Dio in me è stato più grande dei miei sbagli e delle mie debolezze
sebbene esse siano state estreme. Perciò quali consolazioni non ho da sperare! Ma anche
quali dolori non ho da soffrire! Sì esse sono tali che se avessi avuto la sventura di
commettere i più grandi crimini, fosse anche d’aver ucciso mio padre, per quanti fossero i
dolori che proverei d’aver commesso questi crimini gli altri dolori la spunterebbero ancora
su questi. Infine essi sono tali che i piaceri più vivi non potrebbero neppure cancellarli,
poiché sento che piangerei fino nelle braccia della mia innamorata se ne avessi una; e non
bramo che il momento in cui le circostanze mi permetteranno di dare un libero corso al mio
dolore senza che il mondo se ne accorga. Tuttavia se bisogna ch’esso se ne accorga, dirò
come il Riparatore: Sia fatta la tua volontà!

647. È molto facile riconoscere che nelle gioie della nostra materia, non siamo noi ad essere felici,
ma la nostra bestialità.

648. Prima di abbandonarci a degli atti importanti avremmo tre risoluzioni da esaminare; 1° se
possiamo; 2° se vogliamo; 3° se dobbiamo. Sfortunatamente quasi sempre sono le
circostanze che ci valgono per volontà e desiderio, e sono le nostre volontà ed i nostri
desideri che valgono per doveri. Ecco perché vi sono così poche cose nell’ordine, e perché vi
sono tante delusioni e sventure fra gli umani.

649. Vedendo i pochi frutti che la semplice intelligenza, per quanto delicata sia, raccoglie e fa
crescere nel mondo, sono stato talvolta come angosciato d’essere stato chiamato, per così
dire, a lavorare in una carriera tanto ingrata; ma quando ho riflettuto quanto la carriera divina
stessa aveva poco da dichiararsi soddisfatta del trattamento che le facevano i mortali, e
117
quanto la verità trarrebbe poco dal cuore degli uomini in confronto a quanto aveva seminato,
ho cessato di compiangermi, ed ho preso il partito di raccomandarmi a Dio.

650. Ci è detto che non vi era altro modo d’avanzare che di prendere la nostra croce e di seguirlo.
La mia mi è chiaramente conosciuta, essa consiste nel fatto che devo procedere senza
aspettarmi alcun soccorso umano, nel cercare e trovare Dio in mezzo a tutto ciò che non è
Dio, ed a non vivere, pensare ed agire che in lui, per lui, e con lui senza pensare neppure se
vi sono delle circostanze, o se non ve ne sono. La mia spaventosa debolezza mi fa gemere su
ciò ad ogni passo. Perciò dico spesso a questo Dio di risparmiarmi in questo genere, non
lasciandomi così spesso alla mia propria saggezza, perché non vi sarebbe gloria a lui
nell’espormi a dei combattimenti nei quali egli può essere sicuro anticipatamente che sarò
sconfitto. Ma sta a me di ricordarmi di ciò che è la mia croce, e di non lasciarla per quanto
penosa sia.

651. Uomo, vuoi tu fare qualche progresso nella carriera della saggezza e della verità, non entrarvi
che tu non abbia in qualche modo schiacciato il mondo intero sotto la tua unghia come una
cimice.

652. Bisogna ad un tempo ch’io possa essere felice dappertutto e che non lo sia da nessuna parte;
e viceversa.

653. Il mio dolore nella Rivoluzione francese è stato di vedere che poiché si rigettavano i
vignaioli, la maggior parte degli uomini credevano anche che bisognava rigettare la vigna, ed
è questa terribile conseguenza che è così affliggente che mi rende come inconsolabile,
sentendo quanto ne deve costare a coloro che ne sono le cause.

654. L’uomo è in rapporto alla verità, ciò che il bambino è in rapporto all’ordine politico; essi non
sono maggiormente progrediti l’uno dell’altro in queste rispettive classi; e il bambino di tre
anni comprende il congresso della camera di Vetzlard, tanto quanto gli uomini
ordinariamente comprendono che cos’è la verità.

655. Ho detto talvolta: Se Dio mi ha perdonato, chi potrebbe disperarsi, e chi non avrebbe al
contrario la più ferma fiducia? Ho detto anche: Poiché mi ha perdonato come non si perdona,
farò con lui l’alleanza di amarlo come non lo si ama, e di non pensare che a lui.
Disgraziatamente non ho sempre avuto la costanza e la forza necessarie per mantenergli la
parola, sebbene abbia sentito che esse si erano convocate in me. Ma la mia tintura è così
impastoiata e così fragile che non mi crederò un po’ avanzato se non quando essa sarà
divenuta più sostanziale, poiché è solamente allora che si può conoscersi dal nostro nome.
Senza lo sviluppo di questa tintura, e ciò in una maniera permanente noi non siamo nulla.
Leggi le 3 pagine di B. capitolo 13, dall’art. n° 23, ecc.

656. Talora la dignità dell’uomo si è talmente fatta sentire in me che guardavo quest’uomo come
obbligato a conservare perpetuamente l’incognito nell’universo, tanto l’universo intero era
poco degno di contemplarlo.

657. Molte persone dicono spesso che sono ben pagate per credere che il nostro regno non è di
questo mondo; ma non dicono ciò se non perché gli si toglie i loro possessi e i loro usufrutti
in questo mondo, mentre per parlare giustamente, dovrebbero dire ciò solamente per quanto
avrebbero ricevuto in effetti alcune porzioni dei tesori dell’altro regno; non vi è che questo
modo di farne il confronto.

658. Una persona devota mi consultò un giorno su alcune operazioni relative ai suoi beni per
118
sapere se la sua coscienza vi sarebbe o no interessata. Gli risposi che i due estremi della
legge erano conosciuti, in quanto che la legge di Mosè aveva detto di non rubare, e che la
legge del Cristo aveva detto di dare tutto il proprio bene ai poveri, che tutto lo spazio di
mezzo tra questi due punti era rimesso alla condotta dell’uomo, che vi era senza dubbio nel
mezzo di questa grande linea un centro di demarcazione, che stava a ciascuno di conoscere
se egli era al di qua o al di là di questo centro, e che ciascuno era libero di avvicinarsi più o
meno a quello dei due estremi che lo soddisferebbe maggiormente.

659. Quante volte i ragionatori mi hanno afflitto dicendo con la loro tenebrosa ed arrogante
ragione: l’uomo nasce senza piacere, vive nella stravaganza, e muore nel dolore, a cosa
dunque serviva crearlo per essere così un quadro esclusivo delle tenebre e della sofferenza?
Ma io avevo da dire loro: perché fate questa domanda se credete che non vi si può
rispondere; e perché avete bisogno di farla se siete nella vostra situazione naturale, e se non
ve ne è per voi un’altra che quella in cui siete? Ora se ve n’è un’altra perché non procurate di
conoscerla prima di lamentarvi. Forse che allora non vi lamentereste più come fate, o se vi
lamentaste, sarebbe di voi e non della vostra sorte.

660. Sono stato sorpreso talvolta nel vedere il mestiere che facevano i soldati, cioè quello di
uccidere per vivere. Ma quando ho riflettuto più attentamente ho visto dappertutto la mia
incoerenza. Ho visto che tutto dipendeva dal fatto che non abbiamo mai ad un tempo due
affezioni dominanti; che tutti i giorni noi siamo nell’uso di sacrificare senza pensarvi la
nostra salute e la nostra vita, alla nostra intemperanza, alle nostre veglie, alle nostre
occupazioni, ai nostri doveri di stato, ecc. perché la cura di conservarci è in noi un atto
naturale e come sordo tanto esso opera nel silenzio, mentre le affezioni dei nostri piaceri e
dei nostri godimenti sono dei sentimenti al di là delle linee che sussistono solamente nel
disordine e ci circondano molto facilmente con il loro gran chiasso, atteso che le porte al di
là delle linee sono molto più aperte in noi che le porte naturali.

661. Molto spesso mi sono accorto a mia vergogna ed a quella dell’umanità che le afflizioni che ci
facciamo noi stessi fossero molto più forti di quelle che Dio ci inviava. Poche persone sanno
dire: Laetati sumus pro diebus ecc. Salmo 89: 1573 .

662. Dei tre termini se possiamo, vogliamo e dobbiamo (vedi art. n° 648), l’ultimo ha come
sospeso da se stesso un matrimonio per me perché non lo si è compreso, e perché si è
ricaduti nell’umano.

663. Un balletto, una collera male intesa sono state per me una salvaguardia che mi ha preservato
da un precipizio da cui non avrei forse saputo trarmi da parte da me stesso, ed ancor meno
strapparmi; ecco come la buona Provvidenza veglia incessantemente su di noi e trae il bene
dal male nel momento in cui ci aspettiamo tutto il contrario.

664. Gli uomini che riducono la loro preghiera a domandare delle guide e dei chiarimenti su ciò
che li concerne nella loro condotta e nel loro regime particolare non hanno la vera idea
dell’opera. Dio è molto più sollecitato da quest’opera che è la sua che da tutti i nostri regimi
particolari morali e spirituali che noi riteniamo essere in condizione di discernere e di
dirigere noi stessi poiché ciò ci è raccomandato. Perciò allorché gli uomini gli fanno queste
domande egli non dà loro alcuna risposta (per) la maggior parte del suo tempo; e se ne desse
loro una sarebbe per non dir loro altra cosa che: Cominciate col fare la mia opera; dopo
farete i vostri affari.

73
Rallegraci pei giorni in cui ci affliggesti, ecc.
119
665. Mi si è giudicato incostante nelle cose di questo mondo; si sarebbe piuttosto dovuto
giudicarmi indeciso se dovevo abbandonarmici, poiché in effetti sono stato spesso in
combattimento tra l’attrattiva di queste cose e la persuasione che il mondo ed io non eravamo
fatti l’uno per l’altro.

666. Ho visto gli uomini abbandonati generalmente ad un tale nulla che ne ero grandemente
stupito che non fossero ancora più cattivi e più disgraziati, tanto lasciavano in essi le porte
aperte al male; ed era questo per me anche una delle grandi prove della sorveglianza
continua della Provvidenza che agisce con essi come con dei bambini che non bisogna
abbandonare un solo istante, e che bisogna preservare incessantemente da ciò di cui essi
stessi non si preservano. Senza la mia grande occupazione avrei potuto forse divenire ancora
più nullo e più cattivo degli altri uomini, poiché ero nato molto più debole74 .

667. Per conoscere veramente la sorgente dell’orgoglio, bisogna prima aver conosciuto anche
veramente la sorgente dell’umiltà, e questo segreto non si trova che nelle esperienze della
rigenerazione. Ho provato lavorando alla correzione delle mie Stanze sull’origine e la
destinazione dell’uomo75 , come i poeti e gli altri scrittori umani arrivassero facilmente
all’orgoglio; ma ho provato anche perché non ne conoscevano la sorgente. Ve ne sono alcuni
indizi nel mio piccolo poema sulla poesia 76.

668. Colui che come me è di complessione sanguigna, ed al quale si aprono tante porte deve
procedere con grandi precauzioni; poiché se può andare lontano senza nuocere a sé, potrebbe
nuocere molto a coloro che non avrebbero gli stessi aiuti, se egli li avvicinasse troppo alle
regioni più grandi e più forti delle loro misure. E sono ben lungi dal dire che io abbia avuto
sempre questa prudenza sia nei miei discorsi, sia nei miei scritti, sia nella mia condotta. La
mia facilità è stata molto spesso compensata dalla mia debolezza. Guardo talvolta come un
prodigio che io non sia divenuto folle, tanto il mio spirito ha avuto regioni diverse da
percorrere! E tanto posso dire di aver fatto salti pericolosi in fatto di scienze!

669. Sono le ore 13 del martedì 7 agosto 1792 ed ho finito il Coccodrillo, nel piccolo studiolo del
mio appartamento di Petit-Bourg, che dà sulla Senna; è in questa stessa settimana che la
Rivoluzione francese ha fatto un così grande passo, poiché è il 10 agosto che avvenne il
grande tumulto a Parigi dove mi ero recato il giorno 8. Ritornai a Petit-Bourg il 16. Il
Coccodrillo ha ricevuto d’allora numerose aggiunte, ma il fondo è lo stesso di quando fu
finito all’epoca suddetta.

670. Nella costante privazione in cui mi sono trovato spesso di circostanze favorevoli al mio
sviluppo ed al mio sostegno, vi è stata una riflessione che mi è stata inviata e che
sicuramente mi sarà contata, cioè di dire a Dio che qualunque fosse la tenacia di questa
privazione, e la pertinace permanenza del regno della vanità mai io potrei pervenire a
prendere il nulla per un Dio. Vedi art. n° 650.

671. È un grande errore chiamare questo mondo un regno mentre tutti i troni che noi vi formiamo
nel termine di un giorno sono talmente intarlati che ci occupiamo solamente di puntellarli in
tutti i punti per paura che crollino, e malgrado tutti i nostri sforzi, essi sono in un franamento

74
È da notare come l’autore, non a caso, parli del male, al quale lasciamo le porte aperte, in questo articolo che porta il
numero della grande bestia dell’Apocalisse (666). In effetti, nelle opere del nostro autore, la Scienza dei numeri o
aritmosofia diviene talvolta una chiave di lettura. Nel L’Uomo di desiderio, ad esempio, spesso il contenuto dei singoli
cantici è già preannunciato dal numero del cantico stesso. Per una maggiore comprensione dell’importanza di questa
chiave di lettura, è necessaria la consultazione dell’opera Les nombres (I numeri) dello stesso autore.
75
Opere postume vol. 1°
76
Opere postume vol. 2° con il titolo: Phanor, Poema sulla poesia.
120
continuo che finisce con un crollo completo.

672. Ho ritoccato l’Ode sull’origine e la destinazione dell’uomo, e gli ho dato il nome più
modesto di Stanze. Alcune persone hanno preteso che i principi che vi erano esposti fossero
più indicati a fissare gli occhi della gente distratta se fossero stati scritti in prosa. Per me sia
in versi sia in prosa mi aspetto molto poco profitto da tutte queste cose a meno che il lettore
non sia rigenerato. Vi è forse anche più pericolo per lui che questi quadri filosofici e religiosi
siano tanto curati quanto alla forma; perché quando sente il verso rombare negli orecchi, si
trova contento, e si ferma senza riflettere che bisogna inoltre che i principi o il succo di
questa poesia entri fino nel suo cuore, e vi si fissi in maniera da non poter mai essere
strappata.

673. Tutto consiste per l’uomo nell’arruolare tutti i suoi desideri sotto il grande stendardo. Quante
volte mi sono detto ciò! E quante volte vi ho mancato!

674. Una delle mie più utili vie è stato di mirare costantemente e ostinatamente all’or ora, al tutto
intero, al dappertutto, ed al perpetuamente.

675. Mi sono creduto talvolta nella condizione di paragonarmi piuttosto ad un granatiere della
verità che è incaricato di impedire ai ladri di entrare nella camera del suo Consiglio, che ad
un ministro che entra egli stesso in questa camera del Consiglio; talora ho creduto di poter
paragonarmi al facchino di Dio, e di questa stessa verità; e questo titolo mi è gradito ancor
più dell’altro, non solamente perché è più umile, ma perché mi sembra ancora più utile. Il
granatiere arresta il male, il facchino può portare il bene quand’anche non sapesse ciò che
porta.

676. La voglia di cambiare di posto e di trasferirsi in altri luoghi che quelli in cui siamo, o anche
di cambiare solamente la nostra situazione e la nostra maniera di esistere, non domina mai in
noi che nell’oblio dell’opera, e nell’assenza di una saggezza ferma, profonda, e costante; con
una saggezza di questo genere, non abbiamo altro desiderio che di portare avanti la nostra
opera, e possiamo dappertutto portare avanti la nostra opera, perché essa è fuori dal dominio
dei luoghi, e dalle situazioni. Ho sentito soprattutto per mio proprio conto che io non
prendevo mai da me stesso una risoluzione, che non facevo un passo nelle cose di questo
mondo, che ciò non fosse un errore, ed una debolezza; ma ho sentito anche che spesso la
Provvidenza abbandonandoci a questi errori ed a queste debolezze poteva avere dei piani
segreti relativamente a noi, e che questi passi sconsiderati o nulli in apparenza potevano
talvolta avere per fine un risultato utile e differente da ciò che le nostre osservazioni umane
ci presentano.

677. Un teologo, (poiché è solamente in questa classe che ci si può aspettare simili giudizi) un
teologo, dico, leggendo le mie Stanze sull’origine e la destinazione dell’uomo, disse,
credendo di conoscerne l’autore: Se colui che ha scritto ciò non avesse che diciotto anni, ciò
sarebbe abbastanza buono.

678. Tutte le persone di mondo hanno due volte più spirito di me; ecco perché io mi trovo alla
fine ad averne sempre più di essi, perché io non mi servo che di quello che ho, mentre esse
cercano di servirsi di un altro spirito che quello che la natura aveva loro dato, e che, secondo
i principi, uno deve spuntarla su ogni altro numero, o che secondo una proposizione
conosciuta, lo spirito che si vuole avere nuoce a quello che si ha.

679. A proposito delle spaventose tribolazioni che hanno afflitto la Francia durante la
Rivoluzione, mi si è fatto talvolta delle obiezioni sulla sorte di tante persone che hanno avuto
121
l’aria d’essere come abbandonate dalla Provvidenza. Ciò che ho avuto di meglio da
rispondere è che siamo talmente sprofondati nella regione inferiore e materiale, che quando
questa regione viene ad essere turbata per noi, o ad esserci tolta, noi crediamo che tutto ci è
portato via, e che siamo senza risorsa. Siamo come lo scolaro in collegio; allorché lo si
condanna alla frusta, egli piange come se tutto fosse perduto per lui; si crede morto, perché
prende il suo sedere per tutta la sua persona. Non è meno vero che la sorte di un gran numero
di emigrati è veramente pietosa, in quanto che sono senza asilo, che li si costringe ad uscire
da quelli che potevano avere, e che per uscirne, bisogna entrare in altri asili che sono loro
proibiti, poiché le nostre armate e i nostri differenti trattati di pace producono questo
desolante inconveniente. Io stesso sono stato imbarazzato un momento nel risolvere questa
questione. Ma siccome ho creduto nella mano della Provvidenza nella nostra Rivoluzione,
posso ben credere ugualmente che è forse necessario che vi siano delle vittime di espiazione
per consolidare l’edificio; e sicuramente allora non sono inquieto sulla loro sorte, per quanto
orribile sia in questo basso mondo quella che noi vediamo loro provare.

680. L’elemosina non mi è sembrata esser legata all’opera, sebbene essa sia legata alla nostra
purificazione, e che copra molto i peccati come dice la Scrittura; perciò questa elemosina
quando l’ho fatta non mi è sembrata una cosa tanto importante in rapporto all’opera sebbene
essa lo sia infinitamente in rapporto alla nostra salvezza; mi sembra che quando ho dato ad
un infelice ed ho confortato un povero non abbia neppure fatto qui una cosa che possa
contarsi, tanto ciò va di diritto. Questa maniera di sentire da parte mia viene dal fatto che non
ho alcuna vera ed intera inclinazione che per l’opera, che per ciò che è legato all’opera e per
ciò che ci porta avanti verso l’opera. Perciò il mondo che non sa che cos’è l’opera si estasia
davanti alla beneficenza e davanti all’elemosina, e poi rimane lì.

681. Nelle mie gaiezze ho badato talvolta a chiamare l’uomo il cicerone 77 delle regioni divine, e
delle curiosità eterne.

682. Non ho cessato di dire che tutti si affaticavano continuamente a cercare la pietra filosofale e
la quadratura del cerchio, ma che tutti cercavano queste cose nel falso come i geometri e gli
alchimisti; e che era per questo che non si trovava nulla. Poiché non si tratterebbe di trovare
queste cose quanto di trovarle nella materia e nei calcoli e nelle figure geometriche.

683. Talvolta mi persuado che io ho vissuto il mondo, come nella mia giovinezza ho vissuto per
tempo la frivolezza. Ma se in vero ho vissuto il mondo nella mia intelligenza sento bene che
il mio uomo di peccato è molto lontano d’essere al di là di questo mondo, e che ne è quasi
sempre al di qua.

684. Fra i dolori spirituali che ho così frequentemente provato, e che sembrano essere il mio
destino in questo mondo, ve n’è uno che è come giornaliero per me, è di vedere gli uomini
così poco curiosi di spiegarsi le cose. Ciò mi prova o che essi non hanno in sé il minimo
desiderio al di sopra di coloro che sono della classe della bestia, o che, se hanno già qualche
idea sommaria delle verità superiori, bisogna che le giudichino molto male da credere
ch’esse si fermino al punto in cui essi sono pervenuti, e che non procedano in tutti i
momenti, e non ingenerino incessantemente da se stesse nuove verità.
Ho avuto un altro dolore, cioè di vedere dei curiosi riposarsi con tanta fiducia in sé su dei
nomi per avanzare, mentre è poco conoscere il cammino dello spirito, non più che quello di
Dio stesso che di ripetere loro il loro nome con tanta sollecitudine come se non dobbiamo
essere sicuri ch’essi sappiano questo nome molto meglio di noi.

77
In italiano nel testo.
122
685. Mi si è detto ogni giorno nel mondo: Tale idea, tale opinione sono accettate. Non si sa che in
fatto di opinione e di idee filosofiche io amo molto meglio le cose che sono rigettate che
quelle che sono accettate.

686. Per poco che avviciniate gli uomini, non tardate ad accorgervi ch’essi non sono quasi tutti
che come altrettanti pezzi di lardo parlanti, irrequieti, moventesi da un luogo all’altro, ecc.

687. Lettere sulle opere ed il carattere di J. J. Rousseau della Signora baronessa de Stael78.
Essa dice a pagina 94, che egli era un uomo che bisognava lasciar pensare senza esigerne
niente di più, che bisognava condurre come un bambino, ascoltare come un oracolo.
Essa fa torto a quest’ultimo tratto del suo quadro dicendo a pagina 91, che l’immaginazione
era la prima delle sue facoltà, e che assorbiva perciò tutte le altre, che egli sognava anzi che
non esisteva; e dicendo a pagina 93, che Rousseau non era folle, ma che una facoltà di lui
stesso, l’immaginazione, era in demenza. Quindi se la sua principale facoltà era in demenza,
quale fiducia le altre potevano ispirare? E cosa non si rischiava volendolo ascoltare come un
oracolo?
Del resto vi sono in questo ritratto alcuni colori che mi somigliano infinitamente, e che si
aggiungono a ciò che ho detto in parecchi passi di questa raccolta sui rapporti di quest’uomo
con me.

688. Ho estremamente trascurato la mia casa di Chandon durante il mio soggiorno ad Amboise
dopo la chiusura delle Scuole normali; non vi andavo quasi per niente. Preferivo rimanere in
città; non che io non sia un essere abitudinario e che non avessi passato, utilmente per me, il
mio tempo in campagna, sebbene tuttavia una solitudine assoluta mi sia poco favorevole, ma
è che trovavo sempre in città qualche colpo di zappa da dare a delle buone anime, e che
questo genere di lavoro mi attrae ancor più di quello che mi è solamente personale.
D’altronde ho trovato tanta falsità nella gente di campagna che mi circondava che l’ho
fuggita finché ho potuto, soprattutto dopo un certo giorno che mi erano state rubate delle
pere nel mio giardino, e che volendo chiarire la cosa vidi che avevo da fare con della gente
che non poteva aprire la bocca che non ne sortisse una menzogna.

689. Si è rimasti sorpresi che io sia apparso tanto freddo sulle mie piccole produzioni poetiche; ed
in effetti so che malgrado che alcune persone hanno ben voluto farne caso, esse sono molto
lungi dal meritare gli sguardi degli eccellenti in questo genere. D’altronde fossero esse più
mirabili, so che vi sono delle occupazioni e dei piaceri così tanto al di sopra di queste che io
non ho alcun merito nel classificare le mie poesie come faccio.

690. Discutendo una sera con mia cugina Perchais, le dissi che la ragione per la quale mi gettavo
con tanto ardore e così esclusivamente nella mia via superiore e provvidenziale è che per me
stesso io ero l’essere più meschino, e più sprovvisto che fosse al mondo, e che senza questa
via così dominante e così imperiosa per me io non avrei assolutamente nulla. Ve ne sono che
vengono trattati diversamente da me, e siccome nella loro qualità d’uomo si è dato loro più
che a me, essi non hanno bisogno di risalire tanto in alto quanto me per trovare la loro
sussistenza. Ma ciò che io faccio per mio conto, invito perciò molto gli altri a farlo per il loro
piacere e la loro felicità. Ecco uno dei miei tratti più reali.

691. È una verità certa che le migliori cose che apprendiamo sono quelle che gli uomini non si
dicono affatto gli uni agli altri; così probabilmente sapremmo tutto, se gli uomini non ci

78
Anne-Louise-Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein (1786-1817). Scrittrice francese, animatrice di un celebre
salotto politico-letterario a Parigi. Con i suoi romanzi dà l’atto di nascita al romanticismo francese nonché la
teorizzazione della nuova sensibilità e dei nuovi ideali romantici.
123
dicessero nulla; e nello stesso tempo la ragione per la quale gli uomini non sanno nulla è
perché non cessano di dirsi tutto.

692. Nel mio libro Degli Errori e della verità ho detto che Dio era il nostro termine di paragone, e
che allora per quanto avanzati fossimo, non avremmo mai motivo d’inorgoglirci poiché
saremmo sempre tanto lontano dal nostro modello. Per coloro che questa idea, forse un po’
troppo elevata, non potrebbero cogliere, ho sostituito nei miei discorsi la parola dovere alla
parola Dio, e mi sono accorto che essa non operava un cattivo effetto; e dico agli uomini: Se
volete essere umili ed in misura, non confrontatevi con gli uomini, ma confrontatevi con i
vostri doveri.

693. Quando apparirò davanti al tribunale di Dio gli dirò: So che sono stato sozzo, che ho mille
colpe da rimproverarmi, e che è impossibile che non mi facciate subire tutti i rigori della
purificazione; ma so anche che mi avete inviato mille favori e mille bontà che non sono che
voi stesso, e che si sono talmente combinate con me, che esse ed io facciamo ormai
solamente uno; è dunque impossibile perciò che mi respingiate per sempre dal vostro
cospetto, poiché se me ne respingeste bisognerebbe anche che ne respingeste nello stesso
tempo voi stesso.

694. Vi è un numero infinito di persone che non possono pregare senza immagine, e senza
crocifisso. Esse non sanno che la sola immagine che ci sia permessa ed utile da contemplare
è noi (stessi), essendo i soli ad essere l’immagine di Dio. Esse non sanno inoltre che non è
davanti agli occhi ma nel cuore che dovremmo cercare d’avere il crocifisso, che inoltre
dovremmo cercare d’avervi il crocifisso, alfine di poterne cacciare chi crocifigge.

695. Vi sono degli esseri nei quali ciò che B. chiama il salnitro e l’astringente sono, l’uno troppo
poco vivo, e l’altro troppo poco chiuso perché le esplosioni dello spirito siano molto salienti,
e le opere attive ancor meno; per questa debolezza, e questo rilassamento, le esplosioni sono
dolci, la comunicazione insensibile, e i fatti più inclini alla generalizzazione, che alla
violenta particolarizzazione di cui questi esseri sono poco suscettibili. Alla gloria temporale
vicina, la sorte di questi esseri è forse la migliore che si possa desiderare; sebbene essi siano
nel tempo vi sono come non essendovi, e rimangono tanto per natura quanto per nascita, e
per circostanza nell’eternità. Conosco qualcuno che mi tocca da vicino al quale questo
ritratto somiglia molto.

696. La Signorina Le Couvreur nel letto di morte, disse ai suoi amici che la compiangevano
ch’essa lasciava al mondo solamente dei morenti; io potrei dirne un po’ più di lei, in quanto
tutti gli uomini della terra non mi offrono durante tutta la loro vita che l’immagine del loro
interramento; tanto nel morale che nel fisico. Il loro corpo non esce dal seno della loro madre
che per procedere ogni giorno verso il loro cimitero. Donde mi è venuto questo verso:
Questo lungo interramento che si chiama la vita.......!.. E il loro spirito non si mette in
movimento se non per incamminarsi incessantemente verso le tenebre che sono il loro
sepolcro.

697. Mi dico talvolta che noi non abbiamo altra cosa da pensare sulla terra che alla cura continua
di farci papi; e coloro che hanno l’orecchio aperto alla parola sanctitas79 mi capiranno. Ne
ho detto una parola nel piccolo scritto: Dello Spirito dell’uomo pagina 7, a proposito dei
diversi nomi dell’uomo.

698. In uno dei miei scritti ho detto che non era della morte che gli uomini avevano paura, ma

79
Santità
124
della vita; ho aggiunto poi in una conversazione che gli animali non avevano la vita e che
conseguentemente non avevano paura della morte sebbene si opponessero alla loro
distruzione.

699. Dio ci abbandona talvolta nel nostro cammino terrestre ai nostri semplici movimenti vaghi e
indeterminati nei quali dobbiamo provare o delle contrarietà, o delle privazioni, e ciò
affinché abbiamo occasione d’esercitare la nostra pazienza, ed il nostro coraggio che
potrebbero cedere senza questo. Ho fatto questa riflessione ad Amboise all’inizio dell’anno 5
mentre si trattava per me d’andare a Montigny vicino Cloyes, e da lì a Parigi, poi in Svizzera,
e mentre si trattava anche altri progetti per trattenermi nel mio paese natale. La mia prima
epoca ha avuto luogo nel mio viaggio a Bordeaux, viaggio che intrapresi senza avere alcun
motivo molto saliente agli occhi della ragione come ho detto altrove. La mia seconda epoca
ha avuto luogo nel mio viaggio a Strasburgo, viaggio che era ancor più vago del primo,
sebbene tuttavia avessi già qualche conoscenza in quella città. La terza epoca che attendo
non può dunque aver luogo in un viaggio? È ciò che mi rende meno lontano da quello che si
progetta. Non è che questa terza epoca tale quale mi si mostra non sia di natura da compiersi
dappertutto; ma anche essa è di natura da richiedere forse qualche confratello nello stesso
genere, e non sarei sorpreso che il viaggio in questione non me lo procurasse. (Questo
viaggio non si è fatto).

700. Ho spesso provato con i miei sforzi di ogni specie di darmi un carattere virile nell’umano, ed
ho sempre finito col sentire che si voleva darmi un carattere virile solamente nel divino.
Spesso anche ho sentito che questa caratterizzazione virile divina soffriva un po’ della mia
debolezza nella mia caratterizzazione virile umana, perché è questa che dovrebbe essere la
terra dell’altra, e come il suo vaso. Ora siccome questo vaso era misero e troppo facile a
travasare, il balsamo che vi discendeva sfuggiva troppo facilmente e non vi restava.

701. Talvolta la violenza nel mio cammino spirituale mi ha fatto portare innanzi alcuni passi, ma
questi passi forzati erano di poca consistenza per il fatto che il mio cammino forzato non era
sostenuto; preferisco infinitamente la via dolce, semplice ed interiore per la quale la radice
intima stessa può risvegliarsi; poiché se questa radice intima e divinamente centrale può
risvegliarsi deve portare tutto con essa, e la sua riproduzione universale non deve più poter
interrompersi; ecco perché è tanto vantaggioso camminare per questa via, perché allora non
abbiamo per così dire più niente da fare. Perciò nei miei momenti di contentezza mi sono
detto spesso che il commercio della verità finirebbe con l’essere un vero commercio da
poltroni considerato ch’essa faceva tutto per noi.

702. È senza cattiveria ed unicamente come osservatore che ho notato che il primo della terza
razza dei nostri re aveva il soprannome di Capeto, e che l’ultimo di questa stessa razza sia
finito con l’amputazione della sua testa, caput. Questo accostamento dell’inizio e della fine
di questa dinastia mi è sembrato singolare; e quanto a questo giudizio ed a questo supplizio
che l’ultimo Capeto ha subito, ho abbastanza mostrato che l’uomo non aveva né il diritto di
giudicare né il diritto di uccidere. Perciò non vorrei essere al posto di coloro che se ne sono
impicciati.

703. Le Scritture Sante sembrano talvolta cercare di stuzzicare la gelosia di Dio figurandolo (in
modo) che se egli non ferma il male si potrà dire a Gerusalemme: Dov’è il tuo Dio. In quanto
a me in alcune circostanze in cui la forza minacciava di legare sotto il proprio giogo, degli
uomini che cercavano solamente Dio, ho osato dire a questo Dio: Ti si prenderà per lo
schiavo dell’iniquità, e ti si crederà costretto a farne il servizio. Quest’idea ardita ha sempre
avuto solamente dei buoni effetti.

125
704. Finora vale a dire l’ottobre 1796 posso dire di non aver mai ancora passato una serata a mio
piacimento; e quella di ieri è la prima. Essa è trascorsa ragionando delle matematiche con il
figlio Perceval de Toumaux che vi è molto versato e che si adattò alla mia piccola cena.
Questa dolce serata mi valse la notte un sonno dolce di sette ore continue, il che non mi era
forse accaduto dopo la mia giovinezza eccettuato al mio ritorno dall’Inghilterra nel 1787. Ero
stato alcuni giorni prima a Mosne presso suo padre, al quale i miei scritti hanno avuto la
ventura di fare qualche bene, e presso il quale vidi una amabile ex religiosa, la Signora Saint-
Potentien figlia della Signora de Saint-André e sorella della Signora Dervaux.

705. Un giorno che era quello della festa della mia cugina Perchais mi s’impegnò di fare per lei
solamente quattro piccoli versi. Considerato il mio poco gusto per questo genere di lavoro,
non volli impegnarmi a nulla positivamente, ma promisi di riflettervi. Non avevo che la
mattinata per pensarvi. Mi rinchiudo, mi consulto, e poi mi metto a scrivere quanto segue.

Della cugina si sa che è domani


La festa patronale, perciò vengo al leggio
Ad intonar in pieno cuore, in nome della vicina,
Un inno in cui non ho risparmiato il mio latino.
(L’ortografia di cuore a quanto immagino,
Sembrerà d’un ignorantello,
Ma è così che scrive il povero cappellano
Della cugina).

Io amo, (che si faccia ritornello,)


Ed il suo umor uguale o l’allegria domini
Ed il suo candor, ed il suo giudizio sano.
Amo soprattutto la sua amicizia divina,
Che, sia la sera, sia la mattina,
Le dà uno zelo più che umano.
Amo quand’ella mi celia
Con la sua piccola aria vivace.
Amo tutto ciò che viene infine

Quando su tutto ciò rimugino,


vedo due sorti incantevoli nel mio felice destino,
L’una di offrire in questo giorno e di mia propria mano
Questo fiore alla Serafina,
E l’altra d’essere il cugino
Della cugina,
Della cugina.

_________________

706. Potrei trovare una ragione segreta perché il solo dei duecento reggimenti di Francia in cui
dovevo fare la scoperta della mia preziosa miniera si chiamasse il reggimento di Foi-X 80 e
perché è in questo reggimento che il ministro Choiseul mi assegnò sebbene non conoscessi
alcuno in tutta l’armata. Ma questa ragione non converrebbe a tutti; perciò la serbo per me.

707. Sebbene abbia riconosciuto la mano di Dio nella soppressione del culto in Francia per
l’effetto della Rivoluzione, sento nondimeno il torto che questa soppressione fa ai deboli, e
non posso impedirmi di attribuirne la colpa ai preti. Questo culto, tale qual è divenuto per
l’ignoranza non porta molto avanti l’uomo, ma malgrado la sua efficacia precaria, esso ha
80
L’autore gioca sul nome del luogo del reggimento, Foix, srivendolo Foi-X, che starebbe ad indicare la Fede (Foi)
seguita dalla croce di S. Andrea (X).
126
una pompa che fissa i sensi grossolani ed inferiori, ed impedisce loro di andare al di là della
linea e di espandersi come incessantemente fanno; inoltre le anime pure, ed anche le anime
forti hanno sempre in questo culto dei profitti da fare. Così guai a coloro stessi che sono
solamente gli strumenti della sua abolizione; ma guai ancor più a coloro che ne sono le
cause. Questa parte religiosa che ho trattato nella mia Lettera81 è stata guardata come un
sermone da parte della gente di mondo e come un’empietà da parte dei preti e dei devoti.
Credo sempre nondimeno che sono i preti che hanno ritardato o perduto il cristianesimo, che
la Provvidenza che vuole far avanzare il cristianesimo ha dovuto anzitutto allontanare i preti,
e che così si potrebbe in qualche modo assicurare che l’era del cristianesimo in ispirito ed in
verità cominci solamente dopo l’abolizione del dominio sacerdotale; poiché quando il Cristo
è venuto, il suo tempo non era ancora che nel millennio dell’infanzia, e doveva crescere
lentamente attraverso tutti gli umori corrosivi di cui il suo nemico doveva cercare
d’infettarlo. Oggi esso ha acquistato un’età maggiore, e quest’età essendo una generazione
naturale deve dare al cristianesimo un vigore, una purezza, una vita, di cui non poteva godere
ancora alla sua nascita.

708. Volete che il vostro spirito sia nella gioia? Fate che la vostra anima sia nella tristezza.
Quest’idea che non è che una sfumatura della base fondamentale del lavoro universale
dell’uomo mi è venuta dopo la lettura di un passaggio che l’amico D...... ha inserito in una
lettera del mio Svizzero 82, ed in cui raffigurava fortemente a proposito delle mie Stanze ciò
che aveva sentito il rumore della rinomanza della verità, della luce, e della vita. Questa
mano mi è servita, ma avrebbe potuto servirmi maggiormente, o almeno servirmi altrimenti
se io non fossi stato tanto misero.

709. Il 13 brumaio dell’anno 5, vale a dire il 4 novembre 1796 sono partito da Amboise per
Parigi, senz’altro motivo che quello di informarmi sui diversi oggetti relativi alle mie
occupazioni preferite; bisogno che si faceva un po’ sentire dopo i 18 mesi che avevo passato
nel mio deserto, bisogno, tuttavia che non credevo assolutamente insormontabile se avessi
avuto la forza di seguire solo e costantemente la vasta carriera che mi si è aperta. Sono
venuto ad abitare presso i Corberon in via Barbette al Marais n° 473. Vi stavo perfettamente
bene quanto alle cure del corpo, quanto alla testimonianza dell’amicizia e quanto alle
dolcezze di una società sicura e ben pensante; malgrado ciò ho provato una così grande
opposizione da parte dell’atmosfera di Parigi in confronto all’aria pura che avevo lasciato
che i miei pensieri si portarono involontariamente verso il mio paese, dove d’altronde avevo
formato già dei legami spirituali, e dove sentivo che potrei darmi alla mia opera con più agio
e più frutto. La Desbordes abitava nella stessa casa; ma la vedevo poco perché non
camminavamo con lo stesso passo.

710. A proposito dei miei scritti, particolarmente quelli sul nocciolo dell’associazione umana, mi
sono detto talvolta che se gli uomini avessero avuto orecchi per intendere queste verità non
avrei avuto bisogno di scriverle; ciò può apparire bizzarro, ma tuttavia quest’idea merita la
riflessione del lettore.

711. Fra i tratti sorprendenti della Rivoluzione ne ho appreso uno a Parigi che mi è sembrato dei
più significanti, cioè che quegli stessi marchesi ed altri grandi che dovevano così poco
piacere a questa Rivoluzione sono ridotti per la maggior parte a servire da supplenti nei corpi
di guardia per difenderla; e non hanno altro modo per guadagnarsi la vita che questo triste
ruolo che precedentemente era quello degli ultimi sventurati; spesso anche può accadere che

81
Lettera ad un amico, o considerazioni politiche, filosofiche e religiose, sulla Rivoluzione Francese. Parigi 1795.
82
Lo Svizzero sarebbe il barone Kirchberguer già più volte citato in quest’opera. Chi possa invece essere l’amico
indicato con l’iniziale D... non è dato sapere.
127
siano questi stessi sventurati che divenuti ricchi danno oggi, quando il loro turno di guardia
arriva, uno scudo a questi marchesi per sostituirli, e fanno loro anche con questo un gran
piacere perché senza ciò morirebbero di fame.

712. Il 14 novembre o dieci giorni dopo la mia partenza da Amboise per Parigi, il mio cugino
germano, Habert, è morto ad Amboise di un’apoplessia che gli ha tolto lì per lì la
conoscenza, e l’ha portato via come un fulmine in capo al secondo giorno. Questo parente
aveva camminato nel temporeo ed aveva messo tutto il suo spirito e tutta la sua volontà
nell’allontanare da lui tutto ciò che la mia linea avrebbe potuto procurargli. La sua morte mi
ha vivamente addolorato, tuttavia meno di quella di mio nipote, senza che io sappia perché.
Mi sono gettato nell’unione della pienezza divina con la mia pienezza per poter poi versare
su di lui la sovrabbondanza dei soccorsi di cui poteva aver bisogno; ho presentato al
tribunale la sua ignoranza per ottenergli misericordia. Ho sentito che noi potevamo divenire
come dei cannoni divini di cui Dio si serve per distruggere i suoi nemici e i nemici dei nostri
fratelli e dei nostri amici.

713. Berthevin libraio ad Orleans mi ha fatto delle confidenze che richiederebbero da me più virtù
che io non possieda, ma gli ho risposto del mio meglio.

714. Sfogliando vecchi libri a Parigi il 21 ottobre 1796 sul ponte Notre-Dame ho trovato un
commerciante che vendeva dei libri ad un soldo l’uno. Mi avvicino al suo mucchio di libri
che erano per terra su di un tappeto, e frugando me ne cadde uno sotto mano intitolato: Luce
nata nelle tenebre di Anthoinette Bourignon. Prendo il libro, do un soldo, e me ne vado. Non
è stata un’avventura indifferente per me vedere che si dava a così vile prezzo un’opera che
senza essere corretta né molto capita racchiude tuttavia delle cose infinitamente preziose.

715. Ho fatto un grosso errore alla Biblioteca nazionale a Parigi. Vi chiedevo di leggere un’opera
relativa ai miei oggetti, e che designai col nome del suo autore. Mi si domandò di che
trattava. Risposi che trattava di misticità, che la persona che l’aveva scritto era un folle, un
visionario. Questa menzogna era dovuta al mio timore egoista di passare per credere in simili
cose; ma essa oltraggiava la verità anzitutto riguardo a me, poi riguardo alla persona di cui
pensavo molto diversamente di quanto non dicessi, infine riguardo a Dio ed alla saggezza di
cui credevo questa persona piena, ed alla quale ho mancato evitando di riconoscere
apertamente questa saggezza sulla terra.

716. La prima scienza che molte persone dovrebbero cercare di acquisire, sarebbe quella di saper
farsi insegnare; ho visto delle persone ricercarmi, e non sapermi trarre una parola, io, che non
chiedo di meglio che di parlare, quando trovo occasioni favorevoli.

717. Ho sentito spesso nel mondo obiettare delle storie di cane per combattere la spiritualità
dell’uomo; ed è anche l’argomento più in uso fra gli ignoranti e gli spiriti leggeri che non
sanno nulla approfondire. Ma ho risposto perciò talvolta a queste persone: Signori fateci
dunque ugualmente delle storie di uomo; poi le confronteremo con le storie di cane, e ne
vedremo la differenza. Un giudice ascolta sempre le due parti.

718. Mi è servito un tempo molto lungo per scoprire perché ho trovato tanti ostacoli nella mia vita
ai godimenti dei talenti sia nelle arti sia nella letteratura e ciò che il mondo chiama i piaceri
dello spirito. La ragione di ciò è che tutte queste cose sono solamente per la nostra gioia
particolare e per il nostro proprio tornaconto, mentre non dobbiamo essere quaggiù se non
per il tornaconto di Dio; è una verità di cui per quanto mi riguarda mi è oggi impossibile
dubitare, avendo appreso nella maniera più convincente cos’è essere al mondo per il conto di
Dio. Vedi art. n° 828.
128
719. Gli uomini in generale mi hanno creduto dolce; ma pochi tra essi hanno conosciuto fin dove
andava questa dolcezza da parte mia riguardo a loro. Essa andava spesso fino ad ascoltarli in
silenzio ed a lasciarli ciarlare davanti a me a loro agio su ogni sorta di argomenti sebbene
fossi ben convinto della loro ignoranza dal flusso della loro parola, e sebbene fossi
interiormente nella sofferenza per il fatto che essi essendo avvertiti come dovevano esserlo
(parlo per coloro che mi circondavano) si abbandonavano tuttavia con tanta imprudenza a
tutti i turbini che trascinavano giornalmente il loro spirito e la loro lingua, come se non
avessero dovuto condursi diversamente dai pagani. Giungevo talvolta fino a lasciare da parte
il mio oggetto stesso per lasciarli che mi stordissero con le loro chiacchiere, e non osavo dare
loro il minimo segno di disapprovazione per paura di dispiacere loro. Essi non sospettavano
che io li guardassi come dei bambini, e come dei bambini viziati, e che non li trovavo
neppure abbastanza progrediti per poter essere informati. Oh se sapessero che cos’è avere da
sottrarre agli occhi degli altri la cosa divina, vedrebbero che cos’è la dolcezza, e quanti mezzi
e risorse la cosa divina dà in questo genere.

720. Non è un gran male credere d’avere dello spirito davanti agli uomini, ma, credere di averne
davanti a Dio. E disgraziatamente la prima di queste credenze ha troppo spesso condotto
all’altra; quest’idea mi è venuta in seguito ad un colloquio con Savalette de L’Ange al quale
somministrai una dose del mio specifico sulla restaurazione, confrontando secondo la mia
gaiezza ordinaria questo specifico all’amore medicatore.

721. Riflettendo sui rigori della giustizia divina che sono caduti sul popolo francese durante la
Rivoluzione, e che lo minacciano ancora, ho sperimentato che si trattava di un decreto da
parte della Provvidenza; che tutto ciò che potevano fare in questa circostanza gli uomini di
desiderio, era di ottenere con le loro preghiere che questi flagelli li risparmiassero ma che
non potevano giungere fino ad ottenere di impedire che essi cadessero sui colpevoli e sulle
vittime.

722. Quando la gente di mondo vede un uomo di Dio avanzare nelle sue vie, ride di lui; quando
un uomo di Dio vede la gente di mondo avanzare nelle sue misure false e nulle, piange ed
implora su di essa la misericordia.

723. Una delle grandi astuzie del nostro nemico è di suggerirci continuamente dei motivi di
indugio per metterci all’opera; ci ispira sempre di aspettare che le circostanze temporali di
occupazioni e di luogo siano più favorevoli e più accomodanti, come se fosse da tutte queste
modificazioni temporali che la nostra opera dovesse essere il prodotto ed il risultato, e come
se non fosse la nostra opera stessa che dovrebbe operare le sue proprie modificazioni, e le
sue circostanze, poiché il più piccolo arbusto della natura ottiene solamente da essa la
corteccia di cui si riveste.

724. Ho provato una dolce gioia arrivando al mio 54° anno. Mi è sembrato che entravo in una
regione nuova e più imponente ancora di tutte quelle per cui ero passato. Perciò ho potuto
giudicarne favorevolmente pochi giorni dopo dalla direzione degli alberi che s’inclinavano
dalla sinistra alla destra come pure dal ritratto che una mia buona amica m’inviò dopo una
lunga assenza e che si sballò con un po’ di fatica. Ero allora a Parigi in via Barbette.

725. L’angoscia del peccato ha fatto nascere in me parecchie volte il fuoco divorante che solo può
dissolvere i nostri crimini. L’angoscia della penitenza e del desiderio vi ha fatto nascere
ancora più spesso il fuoco della gioia, della luce, e della vita.

726. Il 21 gennaio 1797, si è fatto a Parigi nella chiesa di Notre-Dame una festa in cui le autorità
129
costituite hanno giurato odio alla monarchia. Questa festa corrispondente all’anniversario
della morte di Luigi XVI è sembrata feroce a molti. Quanto a me che voglio considerarla qui
solamente sotto il rapporto religioso, ho trovato che far giurare l’odio in un luogo in cui deve
risiedere l’amore, fosse compiere la profezia di Daniele: Allorché l’abominio della
desolazione sarà nel tempio ecc.83

727. Se ci persuadessimo che tutto ciò che concerne solamente il nostro mondo temporale, e che
tutte quelle variabili situazioni passeggere che ci occupano tanto, non sono neppure degne di
entrare un istante nel vero specchio in cui Dio si contempla, non ci lamenteremmo tanto delle
nostre pretese sventure e delle nostre immaginarie afflizioni. Vi è solamente un male che Dio
conta, è quello che ci tiene lontano dal nostro centro e che c’impedisce di cadervi, come vi
cadremmo per la nostra propria propensione se non cercassimo continuamente di accumulare
gli ostacoli.

728. Ho visto a proposito delle verità tanto importanti per l’uomo, che non vi era niente di così
comune quanto le invidie, e niente di così raro quanto il desiderio. Perciò chi è che fa il suo
cammino?

729. Gli apostoli ed il Cristo non erano circondati che d’avversari davanti ai quali potevano
servirsi delle loro forze. Io non sono quasi mai stato circondato che da coloro davanti ai quali
dovevo corroborare le mie, ed ai quali dovevo lasciare il libero uso di tutte le loro, per
quanto puerili, nulle ed insignificanti esse potessero essere. Ma, in vero, mi sono spesso
creato io stesso questa sorte.

730. Dovrei non più mai dubitare che il mio destino mi chiami al tutto poiché la mia linea
temporale mi tiene nel nulla con una perseveranza tanto sostenuta; la somma di questi
elementi repressivi indica la somma degli elementi che devono fare il contrappeso. Senza
dubbio questo tutto sarà terribile, ma esso non fa che nascere per me, e non è ancora al suo
punto.

731. Quando si vedono i celebranti nelle chiese consumare il loro tempo e tutta la loro virtualità
in cerimonie esteriori ed impotenti e ritardare così lo spirito dell’uomo che si dissecca
aspettando un nutrimento sostanziale, si è afflitti fino in fondo al cuore, e si è tentati di
applicare il passo del Vangelo in cui un cieco conduce l’altro, ed in cui entrambi cadono nel
fosso. Cosa deve dunque essere quando non si vede più che le macerie di questa stessa
Chiesa che si dimena oggi contro la sua fine? Ecco un bozzetto di ciò che ho provato a Saint-
Germain-l’Auxerroix nel febbraio ‘97. Vi bisogna unire una deliziosa e forte intelligenza
sulla terra viva che è Dio stesso dove Dio viene ad impiantarsi; come pure una dolce
commozione alla vista di un uomo pio e timorato che stava in un angolo in ginocchio, e che
di tanto in tanto baciava umilmente la terra.

732. Non siamo qui che per scegliere. È un’idea che mi è venuta a Roma sul ponte Sant’Angelo
conversando con il Signor Neveu che ho ritrovato con grande piacere a Parigi nel 1797, e che
mi ha procurato delle conoscenze gradevoli ed utili in questo soggiorno dell’infezione e delle
tenebre.
Lo scopo dell’associazione dev’essere solamente (quello) di cercare; e non di portare in essa
un piano e delle vedute particolari che tendono unicamente al dominio dell’individuo. È
un’idea che mi è venuta pure con questo Signor Neveu presso il quale conferivo con il suo
amico Signor Alma sulle scienze. Queste due idee sono delle masse di verità.

83
Vedi Daniele 9: 27. La profezia è comunicata a Daniele dall’arcangelo Gabriele apparsogli in visione per istruirlo.
Tale profezia è riportata anche in Matteo 24: 15 e in Marco 13: 14.
130
733. Non devo dimenticare la strada della via Boucher nella quale ho appreso tutta la storia
passata presente e futura dell’incognito Bruneter. Centosessantasei testimoni sono troppo
numerosi per essere sospetti, e questi testimoni sono per la maggior parte troppo ignoranti
per poter inventare e professare da se stessi quanto annunciano. Ciò che mi sorprende
nondimeno è che simili fatti siano rimasti nascosti. Ma la mia sorpresa non dura tanto contro
le ragioni che posso fornirmi da me stesso per dissiparla.

734. Nel 1797 a Parigi, ho stampato il Lampo sull’associazione umana. Non l’ho fatto per gli
uomini che sapevo che non ne avrebbero approfittato, l’ho fatto per me, e per liberarmi della
mia professione di difensore ufficioso della Provvidenza.

735. Durante il mio soggiorno a Parigi nel 1797, ho creduto di dovermi dare alla compagnia della
Signora de Clermont dove avevo la speranza di trovare l’occasione di fare la mia
professione. Vi ho visto alcuni uomini celebri e tra essi Laharpe84 che sapevo essere stato
convertito in prigione. La sua conversazione è sincera ma non è ancora illuminata se non
dalle luci e dallo scettro dei preti. Non so se lo vedrò abbastanza per fargliene presumere
altre. Ma in tutto ciò che sta alla mia condotta verso gli uomini mi lascio interamente
condurre dalle circostanze, essendomi promesso di non mai fare un passo in avanti per
cercare qualcuno, ma anche di non farne uno in dietro per fuggirlo. Questa compagnia non
mi ha reso tutto ciò che me n’ero promesso.

736. Un giorno attraversando il ponte di Luigi XVI, vidi un piccolo lustrascarpe rubare un ceppo
da una carretta di legna che passava. Mezzo occupato dalle mie idee che mi seguono
dappertutto, mezzo tiepido, non dico nulla a questo piccolo ladro sebbene fossi indignato
della sua azione. Tutto il resto della giornata fui tormentato dal rammarico di non essermi
mostrato più zelante per la giustizia, e mi raffigurai le conseguenze che tutto ciò poteva avere
per questa giovane anima. Ritornai l’indomani sui luoghi per riparare i miei torti e fare
un’ammonizione al ragazzo; non lo trovai più. Feci allora del mio meglio una preghiera nel
luogo, e supplicai la Provvidenza di preservare per il futuro quello sventurato, e di purificare
questo luogo dalle false influenze che il suo crimine vi aveva attirato. Venendone via mi
sentii in pace per il mio conto; malgrado ciò non lo sono per quello del colpevole e la sua
sorte mi affligge.

737. Mi rimaneva qualche scrupolo sui pagamenti che avevo fatto al Signor le Clere in via di
Saint-Martin per la stampa della mia Associazione umana. Andai parecchie volte da lui per
togliermelo; trovai ogni volta solamente il suo commesso che gliene parlò, e mi è rimasta
nondimeno una persuasione ch’egli s’ingannava, e quest’idea mi agita ancora talvolta,
sebbene non si tratti che di inezie relativamente al prezzo della legatura in brossura.

738. Bisognava per mettere in obbligo mia sorella un essere completo nella forza attiva perché lei
era debole: a me serviva un essere indulgente, riflessivo, e calmo per darmi il tempo di
svilupparmi, considerato che il mio sviluppo dev’essere lento e prudente, visto la profondità
da cui deve partire. Mia sorella aveva troppo di ciò che non mi serviva; io non avevo
abbastanza di ciò che le serviva; ecco perché mi è stato come necessario vivere
separatamente, tanto più che ciò che essa ha acquistato nel mondo non ha fatto che
aumentare gli ostacoli naturali che portava con se stessa, invece di diminuirli.

739. Non bisogna rimanere a Parigi se non si vuole essere meno di Parigi; non vi sono che coloro
che abitano vicino che possono essere superiori. Ma ovunque si può essere superiore a tutto.

84
Si tratta probabilmente di Jean-François de La Harpe,(1739 - 1803) autore di poemi e drammi , nonché conferenziere.
131
740. Ho desiderato di fare del bene; ma non ho desiderato di fare del rumore, perché ho sentito
che il rumore non faceva del bene, come il bene non faceva del rumore.

741. La mia eternità mi tallona oggi più che mai. Inoltre ho meno che mai il fondo necessario per
le nullità, e per tutto ciò che è legato solamente al tempo. Possa mia cugina persuadersi di
ciò!

742. A Champlatreux vicino Corbeil ho avuto il piacere di godere di una compagnia molto
graziosa, cominciando dalla padrona di casa (Signora de Clermont). Al mio ritorno a Parigi,
una sera a cena ho avuto un’avventura che era assolutamente piacevole, e che mi ha molto
divertito. Le due mele cotte, la pioggia, il per se stesso, il Signor Bouchard che parte per
Napoli con il Signor de Canclaux, La Signorina de Montbas, le voci di pace con l’Imperatore
nel momento in cui è stata impostata la mia lettera per annunciare la mia partenza, la seconda
idea di scrivere di nuovo per domandare il parere finale prima di partire, le prevenzioni
disapplicate tanto a Champlatreux che a Parigi sugli oggetti fondamentali e sacri, ecco un
compendio che può essere utile al mio spirito, alla mia intelligenza, al mio cuore, alla mia
saggezza, ed alla mia memoria.

743. Mi si è guardato abbastanza generalmente come un illuminato, senza che il mondo sappia
tuttavia cosa dovrebbe intendere con questo vocabolo; quando mi si taccia così rispondo che
questo è vero, ma che sono un illuminato di una rara specie, poiché posso quando mi piace
rendermi talmente come una lanterna cieca da stare trent’anni di seguito dietro a qualcuno il
quale non si accorgerebbe neppure della mia illuminazione se egli non mi sembrasse fatto
perché gli se ne parlasse.

744. Il 16 Germinale dell’anno 5, Garat * nel giornale chiamato La Chiave del Gabinetto dei
Sovrani ha parlato del mio Lampo sull’associazione umana più vantaggiosamente di quanto
mi aspettassi. * Non si tratta di Garat, ma di Amalric 85.

745. Per quanta cura l’uomo prenda di procurarsi quaggiù un posto di riposo, un ricovero in cui
trovare la misura e l’ordine di cui il suo pensiero ha bisogno, è necessario ch’egli sia fuori di
posto dappertutto; poiché sulla terra, a causa delle rotture universali in cui sono le cose, non
vi è più per lui (alcunché) di analogo.

746. Bisogna stare molto attenti a commettere degli sbagli volontari poiché come (potremmo)
contare sul rimorso che è solamente l’opposizione del sentimento del nostro smarrimento,
con il sentimento di ciò che ci resta di giustizia, mentre che col nostro traviamento volontario
abbiamo ucciso in noi questo sentimento stesso della giustizia? Perciò in questi casi non
possiamo essere riabilitati che per quanto Dio fa realmente in noi una creazione tutta nuova e
tutta intera; ora non si è obbligati a ciò poiché ci ha creati una volta, è abbastanza ch’egli ci
abbia dato l’essere, e che inoltre abbia avuto la caritatevole generosità di restaurare e di
guarire in noi le ferite che ci sono state fatte dal crimine primitivo.

747. Alcune persone mi hanno trovato vacillante, ed hanno sentito che non era affatto questo il
carattere degli uomini che hanno figurato in grande sulla scena del mondo. La ragione ne è
semplice è che gli uomini di cui si parla avevano da scegliere tra la gloria umana e la verità;
e la prima ha maggiore attrattiva dell’altra, soprattutto per coloro che hanno delle passioni e
dei talenti. Io che non volevo questa gloria umana, e che avevo pochi mezzi per acquistarla,
mi sono trovato quasi sempre posto tra diverse circostanze che tutte mi offrivano del buono e

85
Il richiamo e la nota corrispondente sono stati aggiunti dall’autore a cose fatte.
132
del vero, malgrado gli spaventosi ostacoli di cui sono stato anche quasi sempre circondato;
ora io ondeggiavo spesso tra queste circostanze per scegliere quella che doveva procurarmi i
maggiori vantaggi spirituali sia per me, sia per Dio, sia per il mio prossimo.

748. L’accanimento delle circostanze nel circondarmi di tutto ciò che poteva fermare il mio
spirito, e nell’allontanare da me tutto ciò che poteva contribuire a nutrirlo ed a svilupparlo,
inoltre il sentimento di quanto uscirebbe da me se fossi in situazioni che mi assecondassero
mi hanno fatto pensare talvolta che ero una specie di leone incatenato e di cui le catene non
si romperebbero mai se non per usura.

749. Ho fatto talvolta dei grandi sbagli; ma per la bontà della Provvidenza questi grandi sbagli mi
hanno preservato da passi falsi che sarebbero forse stati più grandi ancora.

750. Il mio amico Kirchberguer mi ha scritto il 13 aprile 1797 una lettera molto graziosa sulla mia
Associazione umana. Sembra che quest’opera è più alla portata degli stranieri che dei
Francesi. Egli mi parla in essa del Signor Joung autore tedesco del Heimweh, che è molto
sorpreso del fatto che in Francia malgrado le tempeste che ci perseguitano da tanti anni possa
esserci qualcuno che studia la lingua tedesca espressamente per leggere Böhme in originale.
Malgrado gli orrori della nostra Rivoluzione, egli non sa che vi sono state delle persone in
Francia alle quali per la sua durata non è mancato nulla, e non sono state tormentate in niente
personalmente, e che io sono del numero di queste persone; ho sofferto molto per la perdita
dei miei amici, e soprattutto per i sentimenti di giustizia che in me si rivoltavano contro i
nostri brigantaggi; ma non ho sofferto per mio conto se non nella mia fortuna; tuttavia ciò è
stato essendo piuttosto privato delle mie speranze, che per la perdita di quanto possedevo.

751. Una delle cose che mi ha più colpito nei racconti che mi ha fatto il Signor Monlord della
condotta di Luigi XVI al momento del suo processo non è stato che egli sarebbe stato tentato
come re di non rispondere ai suoi giudici che non riconosceva per tali, ma che egli dimenticò
la sua propria gloria, dicendo che non si poteva sapere ciò che le sue risposte potrebbero
produrre, e che non bisognava rifiutare al suo popolo la più piccola delle occasioni che
potrebbero impedire ad esso di commettere un grande crimine. Ho trovato molta virtù in
questa risposta. Del resto il Signor Monlord mi ha raccontato numerosi tratti dei più
sorprendenti e nello stesso tempo dei più orribili che sono accaduti nella nostra Rivoluzione
e che io ignoravo. La mia anima si è straziata al racconto di tutte queste ingiustizie, ed ho
sentito che in simili situazioni il coraggio era facile, perché il sentimento dell’ingiustizia era
più forte di quello della vita; perciò quasi tutte le vittime sono morte da eroi. Quale pena può
paragonarsi a quella di sentire che tutti questi assassini hanno inviato con ciò davanti al
tribunale supremo, numerosi testimoni che li accusano e li condannano prima ancora dell’ora
della sentenza?

752. Non vi è nel mondo per l’uomo che un solo stato che sia senza inconveniente, è quello in cui
egli soffre nello spirito, e per lo spirito. Tutte le altre sofferenze potrebbero essergli utili se
sapesse trarne partito, perché umilierebbero l’uomo di materia che è sempre troppo pronto
solamente a farsi re; ma quasi sempre esse non fanno altra cosa che dar luce ai mormorii ed
alle bestemmie, quando non si è avuto la fortuna di conoscere le sofferenze dello spirito per
prime.

753. L’altro mondo mi sembra essere l’ospedale di questo; è questo che mi ha fatto pensare
talvolta quanto è inutile cercare di guarire quaggiù coloro che non vogliono guarire da se
stessi. Vi è su di loro una crosta che essi ispessiscono giornalmente con la loro volontà
tenebrosa ed ostinata; bisogna dunque rinviarli alla grande luce perché si accorgano del loro
errore, e perché questa crosta spessa si dissolva all’ardore del fuoco divorante.
133
754. Perché gli uomini in generale, e soprattutto gli sposi si conoscessero bisognerebbe che
cominciassero col lasciar depositare tutti i sedimenti, e tutte le sostanze seduttrici di cui essi
compongono giornalmente la loro atmosfera. Questo lavoro sembra loro tanto difficile ed il
vuoto che temono di trovare a seguito di questo lavoro sembra ad essi così spaventoso che si
guardano bene dall’avvicinarsene; perciò l’uomo passa la sua vita nel delirio, quando non nel
crimine. Vi è uno strumento di fisica contenente un liquore misto di diverse sostanze; è
solamente nel riposo che questo liquore riprende la sua limpidezza dopo essere stato
rimestato ed agitato.

755. Felici coloro che pervengono fino a lasciare Dio sposarsi con se stesso in essi. Questo
matrimonio è indissolubile! Inoltre genera continuamente dei figli con una dote, e degli
appannaggi convenienti. Felici anche coloro che ottengono una promessa da parte di questa
sorgente superiore; poiché essendo essa onesta non ritira mai la sua parola!

756. In alcune circostanze in cui era questione di matrimonio per me mi è accaduto di dire a delle
donne scherzando: Siete una bestia se non mi sposate, ed io sarei un folle se vi sposassi: Ma
per non troppo irritarle aggiungevo che nel mondo accadevano più facilmente le follie che le
bestialità. Coloro che vedranno in queste singolari frasi più orgoglio di quanto non mi
conviene averne non conosceranno la parola che scioglie l’enigma, poiché in verità non è
l’orgoglio che mi ha fatto parlare così.

757. Avevo messo nel mio Coccodrillo che la teologia era divenuta una vera papologia, e la tiara
conciliatrice una corona di devastazione che si occupava solamente dei guasti di tutto il
mondo conosciuto. Mi si è consigliato di togliere ciò; ed ho ceduto con piacere.

758. Quando mi limito a speculare sulle occupazioni e sui progetti legittimi che riguardano le cose
di questo mondo, tali quali il matrimonio, gli impieghi civili, ecc. trovo tutto facile ed
attraente perché le giudico secondo la purezza della loro istituzione, e secondo la bellezza dei
frutti sacri che potrebbero risultarne, ma presto le difficoltà e l’attività che questi differenti
stati si tirano dietro ed esigono mi lasciano lontano dalla meta delle mie speculazioni perché
non poggio abbastanza sulla forza ed il coraggio che possono soli realizzare queste
speculazioni. D’altra parte quando porto le mie vedute su questa forza e su questo coraggio,
dimentico troppo le mie speculazioni, e l’appoggio che potrebbero trovare in esse per
sostenersi e consolidarsi. Sta qui la sorgente di parecchie varietà che si sono mostrate nella
mia condotta, e che sarebbe stato più giusto attribuire alla mia debolezza da una parte, e alla
mia sublimazione dall’altra, che alla mia incostanza, poiché sono stato abbastanza stabile nei
miei gusti sebbene sia stato poco perseverante nei modi di adempierli, se non è questo, dove
mi è giustamente necessario marciare, poiché mediante Dio, mi vi si faceva andare mio
malgrado. È anche questo che mi ha esposto ad essere così mal conosciuto dagli uomini, e
particolarmente dalla cugina che come la sua amica non mi giudicava che terra terra, mentre
bisognava giudicarmi piuttosto in alto.

759. Ho rivisto Petit-Bourg nel giugno 1797. Vi ho passato cinque giorni con la signora del luogo,
la sua amica Julie, e l’amico Maubach. Vi ho goduto dei dolci ricordi passeggiando in
quell’incantevole parco in cui ho ricevuto un tempo delle deliziose intelligenze, e delle
impressioni interiori che non dimenticherò mai. Andandovi con le carrozze d’Essone, fummo
presi da un temporale terribile; i cavalli spaventati furono prossimi a gettarci in un fosso. Si
credette d’aver corso il più grande pericolo. Quanto a me, non ve ne vidi alcuno, ed ho
abbastanza l’abitudine di non credere al pericolo ovunque mi trovi, tanto ho ricevuto i segni
della bontà dall’alto. In capo a cinque giorni andai a passarne altri cinque a Champlatreux
dove ho ritrovato tutto il mondo amabile come al solito. Al ritorno con la diligenza di
134
Corbeil avemmo ancora un’avventura, poiché rimanemmo incagliati per tre quarti d’ora; ma
non vi era neppure l’apparenza di un pericolo.

760. Una persona di cui faccio gran caso mi diceva talvolta che i miei occhi erano doppi d’anima.
Gli dicevo, io, che la sua anima era doppia del buon Dio, e che è questo ciò che faceva il mio
incanto e la mia seduzione accanto ad essa.

761. Voglio convenire qui che la mia gioia tanto viva, tanto dolce e tanto profonda è d’essere
chiamato alla parola. So che non mi si comprenderà; perciò la mia intenzione non è che mi si
comprenda. Come mi si comprenderebbe? Non si conoscono che i miracoli passeggeri. Il
raddrizzamento delle sostanze è senza dubbio al di sopra di questi. Ma questo
raddrizzamento è invisibile. Non posso dirne di più. Fino ad ora il fiat stesso non ci ha
insegnato che per metà la destinazione della parola.

762. Oh no, il mondo ed il suo spirito si guarderebbero bene dal prestarmi soccorso e di
assecondarmi nella mia via, essi avrebbero troppo da perdervi; e posso dire anche che
avrebbero troppo da guadagnarvi.

763. È perché sono venuto in questo mondo con dispensa, come ho detto e scritto più volte, che il
genere che mi è dato come pure tutte le delizie che l’accompagnano sono invisibili e
sconosciuti al mondo. Esso ed io non siamo della stessa età. È anche per questo che le
tribolazioni temporali mi raggiungono poco.

764. La scienza matematica ci occupa solamente della superficie delle cose, e ci espone a
prendere questa superficie per la realtà. Ecco perché mi si è tolto le occasioni di progredire
in questa scienza, perché si voleva ch’io potessi essere stabilito solamente dalla realtà.

765. Noi ci meravigliamo del fatto che l’esperienza degli altri uomini non ci serva a niente. Ma la
nostra stessa ci è inutile, poiché i nostri propri errori non ci correggono; come possiamo
dunque lusingarci che l’esperienza degli altri ci sia più profittevole?

766. Vi è una buona ragione perché noi duriamo tanta fatica a combinare la nostra esistenza
temporale in questo mondo, ed anche perché non vi troviamo che imbarazzo per poco che
solamente pensiamo di occuparcene, è che non dovremmo toccare nulla di questo mondo,
neppure con la punta delle dita; la rinascita abbracciando tutto, supplendo a tutto.

767. È una cosa dolorosa vedere gli uomini non portarsi reciprocamente che il peso ed il vuoto
dei loro giorni mentre non dovrebbero tutti che portarsene i frutti, e i fiori.

768. Ho visto molte persone che avevano dello spirito, ne ho visto molto poche che avessero della
spiritualità. Sono in effetti due cose molto diverse.

769. Noi non dovremmo dare agli impegni di questo mondo che il superfluo della nostra
saggezza; e chi è colui che in questo genere abbia solamente il necessario?

770. Non si sospetta quanto la negligenza del nostro regime alimentare può influire sul nostro
stato morale.

771. Vorrei nel mio commercio spirituale con gli uomini non mai comunicare un’intelligenza che
prima d’ogni altra cosa non mi si fosse comunicata una virtù.

772. Il mio primo maestro mi disse un giorno che avevo molta materia da purgare prima di
135
riuscire; sento che egli aveva ragione.

773. Oh quanti germi di virtù lasciamo perire per pigrizia!

774. La Signora de La Croix mi diceva con un’aria profetica che io non sarei stato mai felice!
Essa mi conosceva molto poco. Poiché non sono mai stato altra cosa.

775. Gli uomini dovrebbero aiutarsi reciprocamente a correggere il loro cattivo destino, e non
fanno al contrario che punirsene gli uni e gli altri.

776. Aborro lo spirito del mondo, e tuttavia amo il mondo e la compagnia; ecco dove i tre quarti e
mezzo dei miei giudici si sono ingannati.

777. La mia accondiscendenza che si è spesso avvicinata alla debolezza mi avrebbe aperto ancor
più facilmente al bene che al male, se le occasioni di questo bene fossero state più frequenti
e più attive, poiché Dio sa quanto io fossi mobile.

778. Il 15 messidoro anno 5, martedì 3 luglio 1797, ho assistito alla seduta pubblica dell’Istituto
nazionale al Louvre. Montvel ha letto una favola un po’ lunga e di una morale un po’ vaga;
questa favola è quella dello struzzo e dell’uccello del paradiso; Talleyrand- Perigord ha letto
una bella memoria sulle colonie; il suo stile è alto e molto distinto tale quale conviene
quando si vuol giocare il ruolo di un uomo di Stato. Legouvé ha letto una traduzione del
primo canto della Farsaglia di Luciano; vi sono dei versi molto buoni. Ho sempre sofferto
un po’ a sentire quanto gli uomini si ritardassero gettandosi senza riserva in queste scienze
apparenti; ma ho sentito anche che valeva ancor meglio per essi esercitare un po’ il loro
spirito che lasciarlo incrostare della spessa ignoranza sotto la quale sovente non si preserva
più dagli errori e dalle pericolose delusioni se non quando si orna del mantello di queste
scienze.

779. È ben sicuro che la cosa non mi può venire che per la via dolce.

780. Le debolezze ritardano, le passioni smarriscono, i vizi sterminano.

781. Qual è il vero motore delle cupidità, e delle ambizioni di questo mondo? È di apparire
reintegrato nel nostro splendore primitivo; la soddisfazione stessa delle nostre sensualità non
è qui a prima vista che un accessorio, sebbene presto essa divenga fondamentale.

782. Avrei potuto aggiungere nel numero precedente che tutte queste cupidità sono ricercate dalla
nostra pigrizia, perché servono a dispensarci dalle virtù, e fanno che le si supponga.

783. Fin dalla culla le madri amano i loro figli per esse e non per essi; ecco perché fanno con essi
tante puerili osservazioni, e tante chiacchiere, dalle quali non possono sicuramente
trattenersi, e che non possono essere loro utili poiché non le capiscono; e se tutte queste cose
li colpiscono, è piuttosto per sviarli ed alterarli; ed ecco i servizi che le madri rendono loro
con i loro teneri egoismi.

784. San Paolo si duole di fare talvolta il male che non vuole. Io devo lodarmi, o piuttosto lodare
Dio del contrario; poiché è una verità che la sua bontà è stata talvolta abbastanza grande
verso di me per farmi fare il bene allorché volevo il male.

785. Frequentemente sono stato obbligato di cominciare ad andare a cercare Dio; ma è una cosa
certa che mai lui mi abbia abbandonato per primo.
136
786. L’uomo smarrito, e che ha interesse a prendere le difese dei suoi smarrimenti, cerca di
pervenirvi obiettando incessantemente le ignoranze e gli errori degli altri uomini. Ciò che ho
da rispondere ad un simile essere è che se egli vuole interamente svilire queste ignoranze e
questi falsi passi, il modo più utile ch’egli possa impiegare è di combatterli con delle
saggezze e delle regolarità.

787. Coloro che chiamo realmente miei amici, vorrei vederli a tutte le ore ed in tutti gli istanti,
poiché non è che con un uso continuo dell’amicizia ch’essa può mostrare tutto ciò che è, e
rendere tutto ciò che vale. Coloro che mi chiamano talvolta loro amico, e che non hanno
queste stesse idee e questi stessi desideri sono semplicemente degli amici di superficie.

788. È singolare che la scialuppa Relud (vedi art. n°458), e di cui ho riconosciuto poi l’inutilità si
sia trovata naturalmente alloggiata sotto il mio stesso tetto in via Barbette, nel 1797. Persisto
in ciò che ne ho detto pro e contro nell’art. n° 463.

789. Rileggendo alcuni estratti di Swedenborg, ho sentito ch’egli aveva più di ciò che si può
chiamare la scienza delle anime che la scienza degli spiriti; e sotto questo rapporto sebbene
egli non sia degno d’essere paragonato a B... per le vere conoscenze, è possibile ch’egli
convenga ad un gran numero di persone; poiché B... non conviene quasi che agli uomini
interamente rigenerati, o almeno, aventi grande voglia di divenirlo.

790. Io non ho avuto abbastanza azione spirituale per soddisfare il gusto di coloro che corrono
dietro alle manifestazioni sensibili; vale a dire che non ho avuto il dono di far vedere gli
spiriti. Ma ho avuto quello di poter impedire che l’uomo fosse sorpreso se ne vedesse; e
questo dono vale tutto il suo prezzo come l’altro.

791. Io non avevo delle varietà se non a causa delle mie molteplicità alle quali mi occorreva
bastare. Le persone che avevano una porzione più semplice o più scarsa, non vedevano in me
che titubanza. Bisogna in effetti avere grandi occhi per ben istruire il mio processo.

792. Mi si è accusato d’indecisioni in questo mondo. Non si è scorto che in effetti ne avevo assai
perché gettassi in questo tutte quelle che avevo, alfine di non conservarne per l’altro.

793. Ritornando dall’Uffizio centrale per far vidimare il mio passaporto l’11 termidoro dell’anno
5, 29 luglio 1797, mi ritrovai in piazza Greve nel momento in cui si andava a giustiziare
quattro assassini. Malgrado il mio orrore del sangue restai all’esecuzione con l’intenzione di
aiutare del mio meglio quegli sventurati con le mie preghiere in quei momenti tanto
importanti. Ebbi la consolazione di sentire che la giustizia divina procede talvolta sotto la
giustizia umana; ed è questo ciò che causa sugli assistenti, quello spirito di raccoglimento da
cui la maggior parte tra essi non può difendersi. Provai nondimeno un forte soffocamento
alla vista di questo spaventoso spettacolo. È veramente l’immagine dell’inferno.

794. La sera di questo stesso giorno, ebbi uno spettacolo molto differente; fu la festa data
all’ambasciatore turco nel giardino dell’Elisée-Bourbon, dove si trovava riunito tutto ciò che
le circostanze possono fornire di piacevole. Non potei impedirmi di fare il raffronto di questi
oggetti tanto contrastanti che mi si offrivano in questi due diversi momenti della mia
giornata. Vidi anche non senza farvi attenzione il contrasto del lusso delle dame del tempo
attuale che guarnivano la scena in basso, con i semplicissimi abiti delle dame dell’Antico
regime con le quali ero allora al primo piano. Infine sentii che i repubblicani, e soprattutto
dei repubblicani così nuovi che potevano pretendere alle virtù guerriere e terribili, non
dovevano occuparsi di dare delle feste di cui l’anima dev’essere la delicatezza, il gusto, e
137
l’urbanità, poiché essi non capiscono niente di queste cose. Perciò la festa fu completamente
mancata, e mi parve somigliare ad una ressa insignificante.

795. Per provare che si è rigenerati, bisogna rigenerare tutto ciò che è intorno a noi.

796. Gli uomini che si danno alle semplici arti dell’apparenza, cominciano con l’essere vittime
dell’inganno e finiscono con l’essere bricconi, per il fatto che vogliono persuaderci che
quanto ci danno ha la vera sostanzialità, credenza che li inganna fin dal momento del loro
debutto nella carriera, e che durano poi molta fatica ad annientare. Quest’idea mi è venuta
alla ripetizione della Medea di Cherubini 86, dove fui indignato dalla serietà con la quale i
grandi figli si abbandonano a queste menzognere e ridicole puerilità.

797. Io sono troppo dolce perché coloro che hanno voglia di dominare non la spuntino su di me;
sono troppo profondo perché coloro che hanno lo spirito corto mi scorgano e mi approvino.
Ecco perché faccio così poca fortuna presso gli uomini.

798. Bisognerebbe che il nemico non avvicinasse mai un solo istante la nostra indole, e che la
verità non stesse mai un solo istante senza mettere in azione il nostro spirituale.

799. Sì, Dio, spero che malgrado i miei errori tu troverai ancora in me di che consolarti.

800. Nelle mie note sul tempo, scritte ad Amboise nel 1792, ho scritto che il tempo era passato
per me, che dimoravo nell’eternità; ho detto poi che la mia eternità mi tallonava; queste due
idee che vanno insieme non avendo che me per oggetto, mi sono sembrate di dover essere
trasferite in questa raccolta.

801. Ripeto con piacere che il torto dell’uomo è di credere ch’egli sia quaggiù per il suo proprio
tornaconto, invece di esservi per il tornaconto di Dio.

802. È meno per agire che sono venuto nel mondo che per spiegare coloro che spiegano.

803. Un terzo viaggio fatto a Champlatreux mi ha fatto sentire di nuovo il mio soffocamento
rientrando a Parigi. Ma ho sentito anche la forza dell’art. n° 801, il che mi fa dire che se non
consultassi che me fuggirei Parigi; ma che consultando il mio padrone ne devo fare il mio
capoluogo.

804. Mi si è tolto il mio siderico fin dalla culla, perché non si voleva che lavorassi in questo
genere; e ci si è limitati a farmelo conoscere, ma mi si voleva tutto intero nell’atto divino, in
cui non si ha più bisogno d’altra forza.

805. I sapienti del mondo non fanno che parlare, e ciò sul falso, i saggi non parlano affatto, e ad
immagine della saggezza operano incessantemente il vivo ed il vero.

806. La tragedia della Morte di Abele di Legouvé è interessante per la profondità del soggetto più
che per la maniera in cui l’autore l’ha trattato e per lo stile che è spesso difficile, oscuro e
scabroso. Vi sono pochi spettatori che non debbano essere commossi vedendo esporre
davanti ad essi dei quadri così imponenti di cui i colori e gli elementi sono nell’essenza
costitutiva di tutti gli uomini. Leggendo questo dramma, (poiché non l’ho visto
rappresentare), la dottrina dell’amico B... sull’amore e la collera si è offerta al mio spirito, e

86
Cherubini Luigi, celebre compositore fiorentino (1760-1842), operante a Parigi fin dal 1786, fu uno dei musicisti più
rappresentativi della Francia rivoluzionaria.
138
sono stato toccato fino nelle mie profondità.

807. Non avrei avuto, credo, né la forza di sopportare le delizie del matrimonio né quella di
sopportarne le avversioni. Ecco perché ne sono stato così costantemente preservato. Io non
ho che un solo impiego da adempiere, quello di piangere; e quest’impiego deve fornirmi
tutte le ricchezze e tutti i piaceri. Ho fatto talvolta questa confidenza a quella che io chiamo
l’Amore, e con la quale si voleva sposarmi. Questa persona virtuosa e piena di giudizio,
dimenticava tuttavia facilmente questo punto, tanto desiderava rientrare nell’indipendenza
domestica col nostro matrimonio. In un piccolo viaggio che ho fatto ad Amboise nel mese di
agosto 1797 ho fatto ricorso per fortificarla a due consulti di Parigi di cui uno non mi
giudicava adatto a questo stato, e l’altro non restituiva per risposta che un silenzio assoluto.
Ciò le parve molto più chiaro e decisivo. Così sembra che tutto è rimasto lì.

808. Se io non sono fatto per una solitudine assoluta, lo sono ancor meno per la compagnia di
persone che non si servono di me.

809. È un segno molto notevole della misericordia divina che dopo essere stati tanto colpevoli, gli
uomini abbiano ricevuto ancora dalla sua munificenza l’incomparabile proprietà di
perpetuarsi. Questa proprietà più sublime ancora nel suo scopo di quanto non sia dolce nella
sua azione non è stata data al nemico. Cosa sarebbe dunque se avessimo conservato questa
proprietà nella sua purezza!

810. Ho dato abbastanza nella mia vita il mio spirito per il mio corpo, è tempo che io dia il mio
corpo per il mio spirito.

811. Poco tempo dopo il mio arrivo ad Amboise verso settembre 1797, mi sono trovato nei miei
stessi rapporti serpenteschi in cui ero stato tre anni prima, con questa differenza che il
serpente era colore di carne per il corpo, e che la testa sola era guarnita e alquanto bruna. Ne
ebbi l’intelligenza, ed ho trovato grandemente di che riflettere.
Nello stesso tempo mi sono trovato anche negli stessi rapporti in cui ero stato
precedentemente a proposito dell’arresto di una illustre amica da cui ero lontano. Sono stato
soffocato da questo colpo fulminante; e Parigi è divenuta di nuovo per me un oggetto di
orrore; tuttavia non posso dimenticare gli art. n° 801 e 803.

812. Durante il soggiorno di cui sopra ad Amboise, la buona amica dell’art. n° 807, trovandosi
maltrattata dal rapporto dei decreti, nella famosa giornata del 18 fruttidoro, e tormentata
dalle inquietudini della sua famiglia che è debole mi disse che se aveva desiderato la nostra
unione, oggi non potrebbe permettersi di legare alle sue sfortune la sorte di qualcuno ch’essa
stima ed ama. Questi movimenti me la resero più cara, e avrei trovato bello ripagarla con un
sacrificio che sarebbe stato più completo; ma vi è sempre il potere nascosto del mio destino
che non vuole lasciare andare, e che fa che io non mi affretti.

813. La Signora de Mion mi diceva a Parigi che la debolezza dei nostri occhi quando essi
cominciano a declinare aumenterebbe se non li esercitassimo. Mi sono convinto che diceva il
vero. Poiché i miei occhi se ne vanno da parecchi anni, e mi accorgo che meno li esercito,
più se ne vanno presto.

814. La mia azione è come nulla nell’ordine superiore. È nell’inferiore ch’essa si manifesta di più.
Perciò è singolare quanto il mio atto exc.........87 è legato al movimento inferiore delle
persone che mi circondano, poiché ho notato molte volte che essi non andavano quasi mai

87
exc..., probabile abbreviazione di excellent, ossia, eccellente.
139
l’uno senza l’altro. Ho notato pure, che le mie comunicazioni mi offrivano molto più spesso
il quadro dei mali che quello dei beni, per la ragione ch’essi sono più inferiori. Nell’ordine
superiore tutto il mio atto è nell’intelligenza, perciò non (me) ne avvicino mai che non vi
faccia una scoperta.

815. Ho conosciuto qualcuno che aveva molto spirito, e che non se ne serviva mai se non per
farsene un baluardo contro la sua ragione. Ne conosco un altro che passa per avere ragione in
quantità e che non se ne serve molto spesso se non per farsene un baluardo contro il suo
spirito.

816. In uno scritto abbastanza vecchio avevo parlato del peccato degli indiscreti sotto
l’espressione ardita di onanismo dello spirito. Tieman ebbe paura di questa espressione e me
la fece togliere. Me ne è venuta una più ardita ancora, è quella di farci violare dallo spirito se
vogliamo essere utili all’opera e divenire fecondi.

817. Mi è parso talvolta che la scomunica fosse l’inverso di ciò che dovrebbe essere la cosa
istituita, poiché è avvicinandosene, e non allontanandosene ch’essa può operare per la
punizione o per la gloria. Ora se la giustizia si allontana, dove sarà il giudizio?

818. Bisogna che gli organi divengano essere in noi perché lo spirito analogo vi circoli, e ciò nel
falso come nel vero. Non vi è che questo che ci rende ciò che si può chiamare forti.

819. Felice quando i buoni amici, come le gocce d’acqua che imbevono la terra si rincontreranno
in me perché si riuniranno e si lamenteranno sui mali che facciamo a Dio, si abbracceranno
struggendosi in lacrime, si fortificheranno tutti e sette immolandosi gli uni e gli altri e
riceveranno il segno dell’accettazione dei loro sacrifici! Più felice ancora allorché il divino
stesso vi si mostrerà di nuovo, e vi si lamenterà del fatto che lo si trascura, e che lo si
oltraggia!

820. Ho una persuasione segreta che la mia felicità è costruita su palafitte.

821. È stata per me una felicità inesprimibile sentire che sebbene io non abbia né nemici né
sventure sulla terra abbia potuto dire a Dio: toglimi da questo mondo se vuoi, e ciò non
domani ma or ora; spero che questa semenza butterà fuori dei rami e dei frutti.

822. Si può dire delle cose di questo mondo ciò che si dice con ragione delle scienze matematiche
manipolate dalla mano degli uomini, cioè che tutto non vi si fa che per approssimazione.

823. Ritornando a Parigi nell’ottobre 1797, sono passato da Lombreuil, da Montargis, Chateau-
Neuf, Loris ecc. Il cugino e la cugina di Lombreuil mi hanno colmato di bontà; la loro terra è
piacevolmente situata per il paese; ho visto nei loro dintorni una giovane persona che ha dei
rapporti teneri con il fratello della Signora de Fitzherbert moglie del principe di Galles. Ho
visto presso di loro la buona Mérance che è piena di pietà; le mie gratificazioni sono state
ricalcate non sull’orgoglio ma sull’amicizia. A Montargis sono stato trattato molto bene
presso la Signora de La Tour. E ritornando ho fatto conoscenza nella vettura pubblica con il
Signor de Gassicourt, uomo di spirito, votato ai sistemi del barone d’Holbach 88 e di altri
materialisti, ma legatovi più per orgoglio e per fiducia che per persuasione. Egli ha scritto
contro di me in alcune opere; ma spero che nella nostra conversazione, non avrà neppure

88
Paul-Enry Dietric, barone d’Holbach (1723-1789). Filosofo illuminista francese di famiglia tedesca che collaborò
all’Enciclopedia di Diderot; la sua filosofia fu di un materialismo polemico fondato su una esplicita professione di
ateismo che spinse il nostro autore a combatterlo scrivendo nel 1775 la sua prima opera Degli Errori e della Verità.
140
sospettato che io vi avessi fatto la minima attenzione.

824. Nel mese di settembre 1797, ho perduto la mia nutrice che era molto vecchia ed alla quale
fornivo annualmente qualche aiuto. Questa perdita mi è stata sensibile. Vi è qualcosa di
doloroso nella separazione dalle persone che ci hanno tenuto tanto vicino, quando le
opposizioni spirituali non hanno come tagliato i nostri nodi naturali.

825. Il gusto degli uomini in generale per la verità e le cose divine non mi è quasi sembrato essere
altra cosa che un riempimento, o tutt’al più un amore impudico; mentre ciò non è niente se
non è una passione, una rabbia ed un furore.

826. È meno sui morti che sui viventi che bisognerebbe affliggersi; e in effetti come il saggio si
affliggerebbe sui morti, mentre la sua giornaliera e continua afflizione è d’essere in vita, o in
questo basso mondo?

827. La compagnia del mondo in generale mi è sembrata come un teatro in cui bisogna
continuamente passare il proprio tempo a giocare il proprio ruolo, ed in cui non vi è mai un
solo momento per apprenderlo. La compagnia della saggezza al contrario, è una scuola in cui
si passa continuamente il proprio tempo ad apprendere il proprio ruolo, ed in cui si attende
per giocarlo che il sipario sia alzato, vale a dire, che il velo di questo universo sia scomparso.

828. Una nuova ragione da me conosciuta perché le occasioni e i soccorsi scientifici secondari ed
umani tanto nelle cose naturali che nelle cose spirituali mi siano stati così ostinatamente
rifiutati, è perché la cosa voleva essere viva in me un giorno, e che avrebbe potuto esservi
solamente figurativa, storica, o semplicemente intellettuale se tutte queste vie seconde mi
fossero state più favorevoli, tanto noi amiamo approfittare della minima circostanza per
tranquillizzarci, e dispensarci di andare più lontano. Vedi art. n° 718.

829. In un pranzo che ho fatto a Parigi nel novembre 1797 ho avuto modo di notare l’effetto della
Rivoluzione. Essa avvicina degli esseri che precedentemente erano molto differenti. Dà al
tono sconsiderato ed incompleto in fatto di cortesia e di usanza, la facilità di diffondersi
dove esso non avrebbe mai dovuto apparire e di diffondervisi devastando tanto più i domini
del gusto e della delicata urbanità. Costringe d’altra parte l’amabilità deliziosa che faceva
l’incanto della antica società del gran mondo ad aver relazioni con questo tono mal
abbozzato che non è il suo; perciò la si vede svanire insensibilmente, e perdersi davanti a
questo nuovo tono che è troppo scarso per non vedere che è solamente un usurpatore. La si
vede dico eclissarsi come se essa stessa fosse nel numero delle cose che la Rivoluzione deve
distruggere, e che sia riprovata dalla verità; essa non sarebbe sicuramente riprovata dalla
verità se riposasse in effetti su questa base. Ma siccome non è stata troppo spesso elevata che
sull’orgoglio, e sui vantaggi precari e falsi delle distinzioni e dei beni di questo mondo, essa
deve fuggire e cadere allorché tutti questi appoggi le sono tolti. Essa si potrebbe conservare
al contrario in mezzo a tutti questi disastri se il suo fondamento fosse stato la vera virtù;
poiché sarebbe rimasta sola, e vivere con se stessa e non esporsi così a questi amalgami
demolitori e distruttori.

830. Non so se ho notato un quadro che mi fu inviato al Lussemburgo verso l’anno 1778 o ‘80.
Mi accingo in ogni caso a proporlo qui e per buona ragione. Esso rappresentava una grande
crisi che alcuni avrebbero potuto prendere per la fine del mondo. L’oscurità regnava sul
globo. L’erba seccava sulla terra, gli animali urlavano, Mosè, sua sorella ed un’altra persona
che conoscevo si portavano successivamente tutti e tre verso i quattro punti dell’orizzonte; la
terza persona pregava molto, e ottenne con questo d’essere preservata dai mali di cui
l’universo era minacciato, ed essa si elevò abbastanza per trovarsi portata fino nella regione
141
della pace.

831. Ciascuno nota negli altri solamente ciò che è analogo con se stesso. Vi è qualcuno di mia
conoscenza che era poco colpito dai getti della mia anima perché questo qualcuno era meno
dotato dell’anima che dello spirito. Un’altra persona non vedeva niente nei getti della mia
intelligenza e delle mie osservazioni, ed al contrario gustava la mia anima perché questa
persona era maggiormente fatta per le affezioni dell’anima che per le magnificenze dello
spirito. Devo aggiungere che la prima di queste due persone era un uomo, e che la seconda
era una donna. N. e C.

832. Era la Chiesa che doveva essere il prete, ed è il prete che ha voluto essere la Chiesa. Ecco la
sorgente di tutti i mali.

833. Il 18 vendemmiaio anno 6, o l’8 ottobre 1797, ho avuto occasione di cenare a Parigi con il
famoso astronomo La Lande 89 presso la Signora de Montreuil in via Barbette. Egli si
mostrò poco sotto le sue apparenze conosciute. Non lo cercai affatto inoltre su questo
argomento. Ebbi la ventura di essergli utile nella spiegazione di alcuni vocaboli tedeschi che
desiderava capire relativamente all’astronomia. Egli fu contento della mia lezione e sembrò
desiderare che gli servissi da maestro per questa lingua. Gli chiesi in compenso di voler
essere il mio per alcuni punti di astronomia sui quali avevo da consultarlo. Egli accettò; ci
vedemmo sotto questi due rapporti. Se trovo l’occasione di batterlo sul suo sistema
conosciuto, lo farò, tanto più che se non crede in Dio, io non credo nel suo ateismo. Ma in
tutto questo voglio fare solamente ciò che le occasioni forniranno, poiché non temo niente
quanto procedere da me.

834. La Chiesa umana pende ogni giorno verso la sua rovina secondo il compimento di tutti i
presentimenti delle persone del mestiere, e per preparare l’arrivo della Chiesa di Enoch di
cui parla l’amico B. nel capitolo 30 del Mysterium magnum. I Teofilantropi sono una delle
lime sorde che corrodono. Non si ha che da vedere quanto accade nei templi dei cristiani in
cui questi filantropi s’introducono; ne ho visto abbastanza semplicemente attraversando
Saint-Eustache a Parigi per vedere che Dio vuole condurci all’esecuzione del precetto del
Vangelo sulla preghiera che ci dice, quando vorremo pregare, di chiuderci nelle nostre
stanze. Poiché è molto chiaro che non si potrà più quasi pregare nelle chiese degli uomini. È
questa una delle spiegazioni più significative di ciò che avevo avuto a L’Orient in Bretagna
nell’anno 1768. Vedi l’art. n° 172.

835. Le persone di mondo non cercano altra cosa nella società che di far regnare le loro affezioni
dominanti, o di far approvare la loro pigrizia. Esse cominciano col mostrarvisi con modestia,
e come qualcuno che chiede umilmente l’elemosina; se non si lascia loro ottenere il dominio
al quale tendono, cercano di supplirvi con l’astuzia e la scaltrezza come dei borsaioli. Se
tutto ciò non riesce, vi mettono la pistola sotto la gola, e vi chiedono la borsa o la vita come
dei ladri abituali.

836. Non ho trovato la pace che quando mi sono elevato abbastanza verso il mondo delle realtà
per poter metterlo in parallelo con il nostro, e convincermi con ciò che questo mondo
terrestre, temporale, politico, sociale, non era che una figura.

837. Non vi è che il mio regno divino che sia realmente caratterizzato, ecco perché ho un
bell’attendere qualcosa dai miei altri regni, non vi è che questo che vuol finire col caricarsi
di tutto, anche in ciò che concerne i miei regni terrestri e temporali; perciò in tutte le

89
Si tratta diJoseph Jerôme Lefrançois de Lalande (1732-1807).
142
circostanze incomode in cui mi espone la Rivoluzione, la mia legge è d’aver meno prudenza
umana che fiducia.

838. Nel mese di novembre 1797, attraversando le Thuleries ho avuto un grande rimprovero da
farmi accanto ad uno dei bacini sulla destra, verso qualcuno che chiedeva di parlami. Vi
sono dei momenti in cui non so più realmente avere relazioni in questo mondo.

839. Ho ricevuto il decreto sui nobili con rassegnazione. Ne considero le conseguenze che
possono giungere fino a porci in ogni momento senza pane e senza patria. Sono le
indiscrezioni e le iattanze dei nobili e degli emigrati che ci hanno condotto qui. In questo
mondo gli innocenti devono patire per i colpevoli. D’altronde chi non ha da espiare
qualcosa? E posso io essere trattato più dolcemente e più favorevolmente che essere
molestato per una macchia che non dipende da me? Sono stato tanto risparmiato, tanto
perdonato per degli errori che ne dipendevano, che devo guardarmi come troppo fortunato
d’avere qualcosa da offrire per fare la compensazione!

840. Mi avvicino alla classe in cui non si parla più; ecco perché soffro tanto quando frequento le
classi in cui si parla ancora.

841. Che cos’è che vedo giornalmente nel mondo? Della gente che vuole che la si tratti come
delle grandi persone, e che bisogna tuttavia condurre come dei bambini.

842. Avrei una tendenza segreta perché la mia opera potesse farsi all’insaputa degli uomini e che
essi non si accorgessero mai di ciò che sono. Essi s’ingannano tantissimo quando
attribuiscono il mio riserbo alla cattiva volontà, mentre esso è legato realmente alla mia
timidezza, e spesso anche alla prudenza, visto che gli uomini sono così raramente in misura
per ricevere le grandi verità! Ma malgrado la mia tendenza, per questa oscurità che mi
piacerebbe tanto, è possibile che la cosa prenda in me una piega ed un carattere che non si
accordano con le mie prime inclinazioni. Avrei potuto essere solamente uno che spiega, e
tutto sarebbe potuto accadere con questo senza che ciò avesse recato stupore, poiché tutto
non sarebbe avvenuto che con preparazione. In mancanza di questa risorsa che le circostanze
mi hanno tolto, tutto potrà accadere al contrario bruscamente, poiché bisogna bene che ciò
avvenga. Ma avrei desiderato evitare questo sgarbo.

843. La gente difficile mi conviene molto; ma non è la stessa cosa per la gente difficoltosa. La
prima mi esercita e mi fa uscire dal mio mutismo; l’altra mi abbatte più che mai, e mi fa
ripiegare tutte le mie facoltà. La gente suscettibile è per me come la gente malata.

844. La mia relazione con Lalande, vedi art. n° 833, non è andata in là nel tempo. 1° Dopo avermi
esposto le basi del suo sistema che sono le più grandi puerilità che si possano immaginare,
egli non ha neppure voluto considerare un istante la prima osservazione che avevo da fargli.
2° Egli ha trovato un giovane tedesco che è molto più in condizione di me per adempiere il
suo scopo per le spiegazioni e traduzioni che attendeva da parte mia, in fatto di opere
tedesche sull’astronomia; così ce ne siamo rimasti lì; e se altre circostanze non ci
riavvicinano, è probabile che non ci rivedremo quasi affatto. Del resto sebbene non creda al
suo ateismo, egli si trova tuttavia posto in maniera da immergersi sempre più nel suo
sistema. Il nemico ha cura di formargli un regno in questo mondo, e non gli lascia né il
tempo, né il modo di vedere al di là di questo regno fantastico e menzognero.

845. Non si ha il diritto di non concedere nulla agli altri, che per quanto non si concede nulla a se
stessi. Perciò quale idea posso io avere di certe persone che si sono dette miei amici, e che
non solamente non mi facevano grazia, ma neppure mi facevano giustizia? Io non ne voglio
143
loro; ma temo che la ragione per la quale non mi concedono nulla, non sia perché essi se ne
concedono troppo.

846. Ho detto nella mia Lettera sulla Rivoluzione francese che questa Rivoluzione era fatta dalla
parte di Dio, sebbene non fosse ancora fatta dalla nostra. Il senso di queste parole non mi è
venuto che tre anni dopo averle scritte; significa che lo scopo della Rivoluzione essendo di
condurre gli uomini a persuadersi che non dovrebbero avere altro governo che il governo di
Dio, finché questo genere di spirito non è entrato nel loro pensiero, la Rivoluzione non è
fatta dalla loro parte, sebbene sia fatta dalla parte di Dio per il fatto che ha lasciato abolire il
regno umano, e rigettare il falso sacerdozio. Vi sono delle buone anime che si sono rivolte a
Dio in tutti questi flagelli; ma non vi si sono rivolte che per esse, e non per lo scopo suddetto
che non conoscono. Perciò sebbene questa Rivoluzione ha fatto loro del bene, non è tuttavia
avanzata molto per questo.

847. La Signora de Gain, una vecchia mia conoscenza, mi ha fatto ascoltare l’abilissimo
clavicembalista Adam. Io amo i talenti e le arti. Ma malgrado la perfezione alla quale il
Signor Adam è pervenuto, gemo sempre quando vedo gli uomini immolarsi interamente a
queste cose inferiori; essi che potrebbero andare tanto lontano in un altro genere! Il giorno in
cui l’ho ascoltato è quello in cui il Corpo legislativo ha dato una grande cena nel Museo a
Bonaparte.

848. È molto chiaro che Dio ci ha creati per sua soddisfazione ancor più che per la nostra; e si
avrebbe torto a lamentarsene, poiché siccome egli è tutto, deve giustamente essergli
permesso di disporre di ciò che gli appartiene; perciò ho sentito che non eravamo degni di
nulla di quanto faceva per noi, e la mia intelligenza mi diceva che se fossimo degni di
qualcosa, egli non sarebbe Dio.

849. A tutto ciò che ho ammesso a proposito di matrimonio, ho da aggiungere che se in effetti
tutto l’universo è nel sonnambulismo, (come ho detto da qualche parte) ne consegue che
dandoci ai nostri gusti temporali noi ci gettiamo in questo sonnambulismo, e che così tutto
ciò che facciamo per la nostra propria soddisfazione è un furto reale che facciamo alla cosa
divina alla quale dovremmo lavorare esclusivamente; ed allorché ci decidiamo a questa
specie di furto, contraiamo con questo l’obbligo di lavorare doppiamente a quest’opera
divina per riparare il torto che le facciamo. Resta da sapere se possiamo impegnarci ad
adempiere quest’obbligo. Questa riflessione mi venne una sera andando dalla Signora de
Clermont. Gliene feci parte, come pure della mia risposta a Mariendal. Malgrado ciò essa
persistette nelle sue idee della mia unione con l’Amore.

850. Uno dei miei torti, (e senza dubbio anche quello di molti dei miei simili) è stato di credere
che la cosa viva dovesse cessare un istante d’andare crescendo e sviluppando in ogni
momento delle nuove forze.

851. Nelle mie lettere all’amica dell’Amore mi ricordo di aver scritto una volta che nel contratto
che una donna ed un uomo negoziavano proponendosi i legami del matrimonio, ci si
intrappolava sempre da ambo le parti; ma che la prudenza reciproca esigeva che vi si
guardasse abbastanza per non lasciarsi troppo intrappolare.

852. Giungo tardi allo studio delle matematiche, ma vi giungo con una guida tale quale me la
faceva, il giovane Dumouchet della Scuola Politecnica, soprattutto avendo fatto questa
scienza dei progressi prodigiosi da dieci anni. Del resto il mio scopo non è di penetrare in
questa scienza, non ne avrei né il tempo né il permesso, voglio solamente farmi rendere
conto della maniera in cui gli uomini hanno avuto la destrezza e l’audacia di entrarvi.
144
853. Non oserei dire che la mia opera avanza, ma sento almeno avanzare l’ora della mia opera; e
dopo aver ricevuto tanti documenti dall’intelligenza, comincia a divenire convenevole che io
li giustifichi con delle realtà corrispondenti.

854. Nelle lettere della Signora de Guyon volume 1° pag. 392 ho letto un passo di San Filippo di
Neri che è una vera storia: Signore se non mi sorvegli ti tradirò. Del resto questa celebre
donna confondeva l’opera dell’anima con l’opera di Dio, come accade agli spiritualisti
mistici. Ho letto molto poco delle sue opere. La sua elezione non era del genere mascolino
come quella del mio amico B.

855. Non solamente mi è stato necessario indovinare tutto, ma ancora mi è stato necessario
sfuggire a tutto, poiché non ho quasi mai avuto che delle posizioni da cui bisognava
difendermi.

856. Siccome mi si è posto in questo mondo con dispensa, mi si è dato anche un’infinità di cose
senza fatica, e se me le si è spesso lasciate indovinare, era senza pena, e come naturalmente.
Perciò i miei insegnamenti, quando ne facevo, oltrepassavano presto la misura dell’auditorio,
se non per la loro profondità, almeno per la loro facilità. Ecco perché ho finito con l’amare
così poco di parlare, e perché i miei uditori ne avevano presto più del loro carico,
considerato che gli uni non erano ancora che al regno della materia, e gli altri al regno
spirituale laborioso.

857. Sono stato ridotto a mettere il mio cuore sulla carta, tanto ho avuto poche occasioni di
metterlo nelle anime degli altri.

858. Non ho avuto abbastanza virtù per non essere con me stesso un cattivo soggetto, se fossi
stato ridotto a me solo. Il mio miglior elemento di preservazione era d’incontrare intorno a
me dello spirito e della profondità. Quando non trovavo ciò, cadevo; meno per corruzione
che per vuoto, e come riempitivo.

859. Mi è sembrato talvolta che ero gravido della mia anima, e che non potevo partorirne che
uscendo da questo mondo. Ecco ciò che mi dava tanta voglia di passare da questo mondo
nell’altro.

860. I miei sbagli mi sono stati utili, per il fatto che mi forzavano con i rimorsi che essi mi
causavano a scavare più avanti nella miniera alfine di trovarvi il rimedio; e questa ricerca
forzata mi faceva scoprire dei più grandi tesori che il mio pensiero non avrebbe potuto
concepire. Tale è l’immensa bontà di Dio. Più ci siamo lasciati cadere nell’abisso, più ci
palesa grandi contrappesi per rialzarcene, e per ristabilire il livello.

861. Il 18 gennaio 1798, giorno in cui ho raggiunto il mio 55° anno ho appreso che il mio libro
Degli Errori e della verità era stato condannato in Spagna dall’Inquisizione in quanto
attentatore alla Divinità ed al riposo dei governi.
Ho provato in questo 55° periodo della mia vita una profonda e vasta impressione su questa
novità che mi succedeva nella carriera. Mi è sembrato che entravo in una nuova e sublime
regione che mi separava come assolutamente da ciò che occupa, diverte e inganna sulla terra
un così gran numero dei miei simili.

862. Non è abbastanza per gli uomini non credenti, incerti o diffidenti, che voi consentiate
d’essere colui che accende i lumi della loro casa; essi vogliono ancora che vi incarichiate
dell’olio, non potendo spingere la loro pigrizia, o la loro cattiva volontà a fornirvene la
145
minima porzione. Quest’idea mi è venuta a proposito di un avvocato che ho visto e con il
quale ho parlato presso la Signora de Gain.

863. Ciascuno ha qualche tipo da fare in questa vita. Io sono venuto per farvi quello dell’immensa
bontà divina per me, e quello della più grande debolezza umana e della più grande
negligenza nel seguire i precetti dell’alto.

864. Mi è impossibile negare i rapporti dello spirito di mio padre con quello del mio destino
temporale. L’uno e l’altro hanno avuto una similitudine troppo perfetta; l’uno era con la sua
volontà il nemico di tutto ciò che poteva tendere allo sviluppo del mio io integrale; l’altro lo
è stato con l’azione, e lo è ancora, e ciò in una maniera troppo marcata perché io non creda
all’influenza immensa dei nostri parenti sulla nostra esistenza. Sembra che questo spirito
ostinato che governa il mio destino temporale si avvicini alla fine del suo regno. Oh se prima
che io muoia lasciasse un più libero corso alla mia stella divina, quale compensazione e
quali arature avrebbe da pagarmi!

865. Non conosco niente di più espansivo, di più comunicativo, e anche se osassi, direi, di più
loquace di Dio. Egli vorrebbe in ogni momento mostrarci il suo cuore, e spiegarci tutti i suoi
segreti.

866. La Provvidenza ha le sue prove in lei, e le sue proprie armate; essa non ha bisogno di truppe
ausiliarie. Ecco perché ho tanto detto a volte che la si poteva provare senza la natura e senza
i libri.

867. Ho sentito e devo confessare che non vi è di indispensabile per l’uomo che ciò che egli può e
deve fare senza alcun soccorso degli uomini e delle circostanze. Ecco perché la verità è la
più semplice e la più facile delle scienze.

868. Gli sbagli che ci sono personali, quelli che condividiamo con gli altri, quelli che loro ci
causano con le nostre seduzioni formano tre gradi di cui l’ultimo è il più doloroso, il più
terribile e quello che ci ritarda maggiormente; è quello per il quale bisogna riconciliarci con
il nostro nemico prima d’andare ad offrire il nostro sacrificio.

869. Mi è bisognato trovare la scienza divina in mezzo al fango militare; gli insegnamenti meno
elevati in mezzo all’ignoranza ed alla frivolezza; la purezza in mezzo all’infezione; l’attività
in mezzo al nulla, e ciò con una perseveranza notevole. Tale è il senso dell’art. n° 855.

870. Se fossi stato più libero di darmi al lavoro del mio pensiero e della mia penna in un’altra età,
ciò sarebbe venuto a freddo, e senza il fuoco e la vita del centrale, ecco perché la bontà
divina mi ha tanto contrariato in questo genere. Mi sono tuttavia chiesto talvolta perché essa
non aveva permesso che questo centrale stesso venisse più presto. Ed ho creduto di vedere
che era per riguardo per le persone circostanti che non erano preparate. Poiché ne ho trovate
molto poche che lo fossero per il mio oggetto tale quale mi è giornalmente presente. Perciò
non ne parlo a chi che sia.

871. La sorte ha talmente disposto e diretto le cose a mio riguardo che nei miei rapporti verso gli
uomini ho quasi sempre perduto la partita sebbene avessi quasi dappertutto il più bel gioco
del mondo; mentre verso Dio, con il più cattivo gioco, l’ho quasi sempre vinta.

872. È stato necessario che la vita del mio spirito nascesse e si sostenesse in mezzo a tante
disavventure e circostanze strane, che fosse, in verità, come un perpetuo miracolo.

146
873. Devo dire in continuazione dell’articolo precedente che sono stato obbligato a trovare la forza
in mezzo alla debolezza, la scienza in mezzo all’ignoranza, lo spirito in mezzo alla
stupidaggine, la dolcezza in mezzo alla rudezza, l’amabilità in mezzo alla grossolanità, il
coraggio in mezzo alla pusillanimità, l’attività in mezzo all’inazione, la generosità in mezzo
all’avarizia, la santità in mezzo al materialismo, la pienezza in mezzo al nulla, la saggezza in
mezzo alla follia, il genio in mezzo all’imbecillità, la luce in mezzo alle tenebre, la vita in
mezzo alla morte, la ragione sacra in mezzo all’incredulità ed al fanatismo. Vedi art. n° 855
e n° 869.

874. Non è quasi che verso l’inizio del mio 56° anno che ho sentito che otterrei infine in questo
basso mondo il permesso di pensare. Ancora la mia parte avversa si difende sempre con un
grande accanimento, e sembra non voler arrendersi che in caso di estrema necessità.

875. Mi sono persuaso talvolta che avevo tra gli uomini uno degli incarichi di riscotitore del buon
Dio delle altrui entrate che si contenta di poco per la sua opera, ed è questo ciò che fa la
gioia della mia vita. D’altronde mi sono annunciato come un difensore ufficioso della
Provvidenza.

876. Fino ad ora sono stato pressappoco sulla terra come un cane in mezzo ad un gioco di birilli.
Ma spero che si avvicini il tempo in cui vi sarò come un gioco di birilli in mezzo ai cani, ed
è allora che essi non si divertiranno più, poiché Dio sa come li respingerò.

877. Siccome la via per cui ero chiamato a procedere era separata da tutti, non è sorprendente che
tutti ne fossero l’avversario sia per corruzione, sia per ignoranza.

878. Non ho, per così dire, alcuna disgrazia terrestre, e tuttavia sono l’uomo del mondo più
disgraziato; non ho, per così dire, alcuna gioia terrestre, e tuttavia sono l’uomo del mondo
più felice. A buon intenditore salute.

879. La vecchiaia contempla con piacere la giovinezza in cui vede i dolci quadri dell’innocenza.
La giovinezza ha bisogno d’essere accanto alla vecchiaia per trovarvi delle guide e degli
appoggi. I sentimenti veri avvicinano tutte le età, non vi è che la corruzione che rompe e
cancella tutte le utili relazioni. È cenando in via de Matignon con il Signor de Sonavert che
ebbi quest’idea.

880. È perché non ho scienza che non temo di misurarmi con coloro che ne hanno. Mi sono anche
talvolta ricordato a questo proposito la scena del borghese gentiluomo che fa la scherma con
la sua serva e che riceve il colpo, precisamente perché aveva la scienza, e che essa non ne
aveva.

881. Il mondo della società ha sempre lo spirito occupato, sebbene in cose inferiori; si ha cura
d’altronde di risparmiargli la minima fatica poiché bisogna avere l’attenzione di non dirgli
che ciò a cui il suo spirito è preparato dal procedere della conversazione del momento. È un
bambino sempre con le dande, e che cade e si annoia non appena lo lasciate a se stesso. Ecco
perché le grandi profondità, e le verità un po’ elevate sono tanto lontano da esso, soprattutto
allorché esse si annunciano con lo stile che è loro proprio. Questa osservazione fece
dell’effetto sulla Signora Le Groing con la quale conversavo una sera in via del Grand-
Chantier presso la Signora de Poriny. Del resto mi divertii molto a disorientare questa dama
che ha dello spirito, e che prendendomi per folle, secondo la mia reputazione, era pertanto
stupita di trovarmi semplice, naturale, senza calore di testa, e facentegli delle risposte alle
quali essa non era apparentemente abituata, né per la giustezza né per la novità del senso. È
un’amica della Signora de Gain.
147
882. Sono obbligato a procedere, e non ho intorno a me ciò che servirebbe per ungere la mia
vettura. Avviene il contrario per gli uomini di mondo; tutto concorre incessantemente ad
ungere la loro vettura e tuttavia non procedono affatto.

883. È separandosi dalle scienze dei dottori che si può sperare d’ottenere la scienza universale,
perché essi non hanno tutti che del parziale, e non potrebbero che prendere nella nostra
universalità.

884. Siccome sono stato grandemente ed attentamente curato dalla Provvidenza nella mia carriera
temporale, non dubito che essa mi curerà ancor più nella mia carriera spirituale, e che mi
riservi anche fin da questo mondo una ineffabile felicità. Perciò vedo con piacere distaccarsi
da me numerosi appoggi terrestri sia in uomini, sia in mezzi di fortuna, essendo ben persuaso
che la Provvidenza vuole da sé sola essere il mio intendente, il mio uomo d’affari, il mio
governo, il mio mentore, infine che essa vuole senza restrizione ed in tutti i generi
gratificarmi incessantemente della e con la sua universalità.

885. Framicourt mi ha indotto a farmi un dovere di tradurre Böhme per il bene dell’umanità; mi
ha reso con questo un gran servizio. Questo lavoro rimette in ordine in me molte cose che
non vi erano. Ho cominciato col tradurre l’Aurora 90, e spero che quest’opera sarà come un
colpo di tuono per gli umani. Avevo già tradotto alcune altre opere dello stesso autore; ma
era per me, e non vi avevo messo per così dire alcuna attenzione, perciò bisognerà che le
riveda con cura. Nondimeno il compito è duro.

886. Di non essere un mostro, spesso bastava perché mi credessi saggio. Che cos’è l’uomo!

887. La Signora de Ligondais amica della Signora Le Groing abbandonò la sala in cui eravamo a
discorrere con la sua amica, perché credette di vedere nella mia maniera di parlare che io non
credessi in Dio. Essa sarebbe molto sorpresa se sapesse che io avrei potuto lasciarla anche
perché essa credeva che il mondo esiste.

888. È perché sono stato fedele alla difesa dell’uomo che si vuole affidarmi un più grande
impiego.

889. Mi sono guardato talvolta in questo mondo come se vi fossi venuto solamente per esservi la
palla dei filosofi e dei cappuccini.

890. Dio è stato così buono per me, che mi ha preservato egli stesso finché non ho avuto l’età né
la forza di difendermi, e non ha voluto espormi alle catastrofi che quando avrei ricevuto da
lui le vere armi dell’uomo, ed il potere di farne uso.

891. Mi sono lamentato spesso delle circostanze ripugnanti e tanto contrarie allo spirito che mi
hanno circondato. Ho provato che era a torto che mi lamentavo; poiché è con questi mezzi
che la Provvidenza riuniva il mio spirito e le mie forze che hanno solamente troppa
inclinazione a perdersi.

892. Le persone di mondo che mi credono folle sono tutte stupite di trovarmi del tutto differente
da ciò che mi avevano giudicato per i miei libri che non hanno letto. Io rispondo loro talvolta
con una imitazione di quei versi in cui si dice ad un eroe:

90
L’Aurore Naissante (L’Aurora Nascente).
148
Tu sei invitto
Ma non invincibile.

Ed io sono incompreso
Ma non incomprensibile.

893. Non mi sono mai sentito la forza di uccidere alcuno; e i doveri di onore o di guerra in cui la
condizione militare mi avrebbe esposto, non li avrei mai adempiti che con contrazione
contro il mio amore per i miei simili; ma ho sentito spesso che non mi costerebbe gran cosa
lasciarmi uccidere; semplicemente avrei avuto un gran desiderio di supplicare prima il mio
assassino di uccidermi senza mettersi in collera. Egli non avrebbe avuto meno per questo la
mia vita, ed avrebbe avuto a suo carico una macchia di meno.

894. In seguito ad alcuni lavori esteriori come Le Riflessioni di un osservatore 91 sulla questione
delle migliori istituzioni ecc., e come le correzioni del Coccodrillo, nel germinale anno VI,
ho avuto forti sospensioni del mio grande oggetto. Ma ho riconosciuto che la Provvidenza le
aveva lasciate venire, sebbene per mia colpa, per darmi l’occasione di sorvegliare in me dei
posti molto importanti che avevo trascurato fino a quel giorno, tanto per la mia debolezza
che per la mia cattiva educazione. Questi posti sono così essenziali che è impossibile fare un
passo nella carriera se non sono muniti di tripla batteria; poiché è in essi, con essi, e per essi
che il grande oggetto in questione può mettersi in movimento, corroborarsi, manifestarsi,
abbattere i suoi nemici, ed installare la luce.

895. Vi è qualcuno per il mondo che vuole assolutamente che io sia folle. Vedi l’art. n° 892.
Questa persona non vuole affatto i miei principi, e tuttavia vuole attaccarli, ma accade che
essa è sempre battuta; allora io le dico: Spiegatemi dunque che cos’è una follia che ha
sempre ragione, e che cos’è una saggezza che non l’ha mai, poiché io non ho ancora alcuna
nozione di queste due cose.

896. Nel floreale anno VI, sono andato a Saint-Germain dove ho fatto la conoscenza di tutta la
famiglia Vernetti Vaucrose, Bourbers, d’Arcis, Folard che non fa che uno. È uno spettacolo
patriarcale questa famiglia. È la pietà, la bontà personificate. Ho provato un’impressione
inversa di quella che provavo un tempo in rapporto a Parigi. Una volta mi dicevo che Parigi
era per tutta la Francia; ora mi dico che la Francia non è più che a Parigi; e questa
impressione non mi aiuterà poco a farmici restare, salvo le circostanze.

897. Dopo le Riflessioni di un osservatore vedi art. n° 894, mi si è impegnato a scrivere


sull’argomento del valore dell’Istituto: Determinare l’influenza dei segni sulla formazione
delle idee. Se scrivo su questo punto, saranno delle semplici osservazioni come
sull’argomento precedente. Quand’anche avessi il talento necessario per concorrere, crederei
di mancare alla dignità del mio impiego quanto di rendermi soggetto alla giurisdizione dei
sapienti umani, e di aspettare la loro opinione per sapere se quanto ho da dire loro è vero o
no; soprattutto sapendo anticipatamente qual è la loro opinione.

898. Non devo dimenticare l’avventura dell’angelicissima persona che si destina ad una
istituzione, e che volle fare conoscenza con me perché l’aiutassi nel suo progetto secondo i
miei mezzi. Io guardo questa persona come il Mosè dei sapienti, così come io mi sono
guardato come il Mosè delle scienze; poiché abbiamo avuto tutti e due, grandemente da
combattere, e tutti e due abbiamo vinto. Avrò spesso occasione di ritornare su questa

91
Riflessioni sulka questione proposta attraverso l’assunto: Quali sono le istituzioni più proprie a fondare la morale di
un popolo. Opera pubblicata nell’anno VI (1798).
149
persona. Ma credo giustamente che la regione filosofica in cui essa vive gli nuoccia senza
che se ne accorga.

899. Del fatto che salvo il mio grande affare, io non fossi niente né nelle scienze, né nei talenti,
né nelle occupazioni di questo mondo, ho concluso che in effetti ero chiamato a questo
grande affare, in ragione della grande legge delle compensazioni; poiché ho visto quantità di
persone che fuori di questo grande affare erano ancora qualcosa, e che per conseguenza non
avevano bisogno di esso per avere un posto; perciò non sapevano neppure che esso fosse al
mondo.

900. Ciò che fa che niente di ciò che è parziale e nel tempo possa guarirmi, è che la mia malattia è
legata all’universalità.

901. Ho detto talvolta che Dio era la mia passione. Avrei potuto dire con più giustizia che ero io
ad essere la sua, per le cure continue che egli mi ha prodigato, e per le sue persistenti bontà
per me, malgrado tutte le mie ingratitudini; poiché se mi avesse trattato come meritavo, non
mi avrebbe neppure guardato.

902. Sarei stato per troppo tempo sofferente e disgraziato se Dio mi avesse fatto conoscere più
presto le cose che mi fa conoscere oggi, grazie ai frutti che mi nascono dalle feconde basi del
mio amico B. Ecco perché questi magnifici regali sono stati differiti così a lungo.

903. È ordinariamente per imitazione che gli uomini si determinano ai differenti talenti,
vocazioni, gusti, e professioni a cui si dedicano durante la loro vita. Quanto a me, il genere
che mi ha fissato e che solo poteva fissarmi, non è affatto per imitazione che mi ci sono dato,
poiché non trovavo quasi fra gli uomini di che darmene l’idea, considerato che non lo
conoscono essi stessi; tuttavia bisogna convenire che senza i soccorsi e i modelli che ho
incontrato nel mio 22° anno a Bordeaux non l’avrei conosciuto io stesso.

904. Ho una tale antipatia per gli affari d’interesse, e per le discussioni con le persone di finanza e
di commercio, che quando ho solamente una lettera di cambio da far pagare, e che bisogna
presentarla, dare la mia quietanza, e ricevere la mia somma, chiamo ciò un processo.

905. Gli uomini impetuosi, e corti di spirito, quando scorgono alcuni difetti nel loro simile non li
spiegano che con la cattiveria, e non con la debolezza, perché questa debolezza non è loro
analoga. Gli uomini dolci spiegano al contrario le cattiverie del loro simile con l’errore e la
debolezza, perché non hanno il loro analogo nelle cattiverie. È così che il nostro giudizio è
legato alla tinta del nostro carattere; ma la sola e vera tinta che gli conviene è la dolcezza e la
carità; non vi è che questo che ne allontana tutte le nubi; e quando questa carità allenta i suoi
diritti, il suo giudizio non ne soffre perché agisce con cognizione di causa.

906. Qualcuno diceva un giorno a Rousseau che voleva parlare: Essi non ti capiranno. Si potrebbe
dire a me spesso la stessa cosa, e si potrebbe aggiungere: Essi non ti vorranno; senza contare
che bisognerebbe dire prima: Essi non ti crederanno.

907. La vigilia della mia partenza da Parigi per Amboise il 19 pratile dell’anno 6, ho avuto una
prova notevole della sorveglianza e dell’attenta protezione divina allorché l’amico entra
inopinatamente nella mia camera; in verità quest’attenzione fu tanto notevole che ne caddi in
ammirazione. Ne ebbi altre tutte così caratterizzate al mio arrivo ad Amboise. Bisogna che
Dio conosca e stimi molto singolarmente il fondo ch’egli ha messo in me perché sappia così
seguirlo e proteggerlo sia relativamente al tempo che egli combina fino al minuto, sia
relativamente alle tenebre dalle quali ha la bontà di liberarmi, e che ha l’arte di rendere come
150
impotenti, malgrado la loro terribile potenza. Oh, sì, posso dire che niente è paragonabile
all’industriosa vigilanza di Dio.

908. L’interessante Clementine mi aveva detto alla sua età di 17 anni che se essa fosse nel letto di
morte, desidererebbe che io mi trovassi accanto a lei. Queste parole mi ritornavano
vivamente al cuore ed alla memoria, ma la povera Clementine morì senza che io avessi
potuto essere presente. Non aveva che 20 anni. I suoi parenti portarono il dolore fino
all’idolatria, e vollero conservare il suo cuore. Io ho parlato loro su ciò come dovevo,
secondo i principi che volevano che non si invertissero le leggi della reintegrazione.

909. Il lavoro della penna non doveva e non poteva essere per me che un lavoro posticcio, e di
supplente; perciò non è stato che questo. Il vero lavoro al quale ero chiamato, il solo che nel
mio conto può avere qualche peso e qualche valore per l’opera di Dio, è quello di cui la mia
anima ha già avuto dei ragguagli tanto notevoli sebbene tanto tardivi. Ogni altro lavoro che
questo è il frutto della mia pigrizia e della mia negligenza per il mio vero mestiere.

910. Vi sono degli uomini che Dio fa eunuchi al centro dei loro falsi desideri, ed al centro dei loro
traviamenti, ed è questo uno dei più bei trionfi della sua vivente sorveglianza, e della sua
grande potenza sul nemico dell’ordine e della verità.

911. Sento spesso parlare nel mondo di servire Dio; ma non vi sento quasi parlare di servire a
Dio; poiché ve ne sono ben pochi che sanno che cos’è questo impiego.

912. L’11 messidoro, 30 giugno 1798, sono andato con alcuni amici a vedere il mio acquisto di
campi da pascolo nazionali a Bléré che mi era assolutamente sconosciuto. Vi ho visto ad
ogni passo le prove del potere sostenuto da quel paio di forbici che è stato posto accanto a
me dalla mia nascita, e che non ha cessato di tosare tutti i vantaggi temporali che mi si sono
presentati in questo mondo. Desinammo presso il c.92 Chaillou che è un onestissimo ed
amabilissimo uomo.

913. Gli affari nazionali mi tolgono seimila lire di rendite sulla mia fortuna. Lungi dall’esserne
irritato per il mio conto, ne ringrazio la Provvidenza, perché non avrei saputo che fare di
tanto bene, o perché ciò avrebbe potuto tenermi staccato dagli uomini senza tenermi staccato
dalla terra.

914. Le elezioni patriarcali si facevano nelle famiglie che per la loro credenza, e le loro abitudini
erano in favorevoli misure morali, sociali, e naturali. Ecco perché gli eletti che erano scelti in
queste famiglie potevano senza nuocere alla loro opera dedicarsi anche a tutte le opere
corrispondenti a queste misure. Gli eletti del nuovo regno appartenendo ad un ordine al di
sopra di questo mondo, non trovano che molto raramente di poter abbandonarsi a tutte
queste misure secondarie senza nuocere alla loro opera. Sembra che si voglia far loro pagare
il prezzo della loro elezione con i sacrifici di tutte le altre gioie. Conosco una famiglia che è
stata una prova molto sorprendente della giustezza di questo principio. Essa ha avuto uno dei
suoi membri che può sicuramente passare per essere stato scelto per certi riguardi; e
giustamente essa non ha desiderato per lui di vederlo abbandonarsi ad alcune di queste
misure se non nella speranza che questo l’allontanasse per sempre dal suo scopo, che essa
non considerava che con dolore, perché non ne poteva avere alcuna idea, non considerandola
se non con il microscopio del mondo, e certamente con il più falso di tutti questi microscopi.

915. Non ho sempre rimpianto di non essere sposato. E neppure mi sono detto talvolta che ero più

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forse abbreviazione di comte, ossia conte.
151
avanzato di coloro che lo erano, perché essi non erano ancora che sposati, e che io ero già un
po’ divorziato. Lo ero anche assolutamente per mia necessità.

916. I dottori e le scienze umane hanno talmente fatto discendere l’uomo, che bisognava che altri
uomini si obbligassero ad insegnarlgli che egli era uomo, vale a dire a provargli l’esistenza
dei grandi privilegi di cui era rivestito. Credo di essere stato del numero di questi operai.
Sebbene questo posto sia grazioso e glorioso, ve n’è che lo sono ancora di più; sono quelli in
cui si può insegnare a quest’uomo a servirsi dell’uomo, e di questi grandi privilegi che gli
appartengono; poiché senza ciò si ha un bel dimostrargli la sua esistenza ed i suoi titoli, non
si fa ancora con questo che la metà del cammino. Ma tali sono le conseguenze della malattia
filosofica che ha incancrenito tutta la specie.

917. Si vuole senza dubbio che io non abbia una famiglia spirituale, poiché mi si è sempre
impedito d’avere una famiglia temporale adottiva, col matrimonio, e mi si è tolto la mia
famiglia temporale naturale dandomene una che era per me come inesistente.
93
918.

919. Ho trovato pochi uomini tanto fortemente di mia convenienza quanto il padrone della casa di
Candé dove ho trascorso quindici o venti giorni, alla fine dell’anno 6, o a metà del 1798. Sua
moglie unisce pure eccellenti qualità al molto spirito. È una coppia delle meglio assortite che
io conosca.

920. Ho finito a Candé la traduzione dell’Aurora di Böhme di cui ho parlato nell’art. n° 885.
Malgrado i miei vivi desideri per l’avanzamento dei miei simili, li trovo così lontano dalle
alte verità, e soprattutto così difficili le forme e la maniera con cui queste verità sono loro
presentate, che non mi lusingo più tanto di (raggiungere) quel grande effetto che mi ero
promesso.

921. Molto spesso nella mia vita, ero di una sorpresa che diveniva talvolta indignazione nel
vedere che gli uomini erano tanto freddi sulle meraviglie semplicemente umane che li
circondavano, come ho riconosciuto da parte dei romani a proposito delle superbe antichità
in mezzo alle quali essi vivevano con tanto di noncuranza ed anche di poca attenzione
quanta ne farebbero dei semplici selvaggi o dei semplici bruti. Me ne sono reso conto poi,
perché ho riconosciuto che ovunque l’uomo stava sotto il peso del suo temporale, per quanto
piccolo esso fosse; che così vedendolo ovunque prostrato sotto il giogo dei suoi bisogni,
delle sue occupazioni domestiche ed altre, e sotto quello delle potenze politiche che lo
governano e che lo rimpiccioliscono, egli non ha, per così dire, alcun modo, di salire al di
sopra dell’atmosfera che toglie ogni libertà. Ora s’egli non ha la forza di salire neppure fino
all’ammirazione di queste meraviglie umane, come salirebbe dunque fino alle meraviglie
naturali e divine che richiederebbero tanta libertà nell’anima e nello spirito?

922. Era mancare essenzialmente ai grandissimi di questo mondo scusarsi sotto qualsiasi pretesto
allorché vi facevano l’onore di invitarvi alla loro tavola; ebbene un giorno La Signora
duchessa de Bourbon mi invitò a cenare con lei, ed io le risposi, come avrei fatto ad un’altra,
che non potevo perché ero impegnato; il che era vero.

923. Non è abbastanza che la verità sia in noi un’intelligenza; non è neppure abbastanza ch’essa
vi divenga un sentimento; bisogna ch’essa vi divenga una forza ed una resistenza universali.
È una legge che non ho mai così ben sentito se non dopo alcuni giorni. Un tempo quando

93
Quest’articolo è stato interamente cancellato dall’autore.; nell’originale non è leggibile alcuna lettera.
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avevo afferrato qualche punto con il pensiero, ero contento come lo sono tutti i novizi in
caso simile; o quando avevo gustato qualche dolce movimento interiore, credevo d’aver tutto
raggiunto come credono le donne; si tratta al contrario di divenire una potenza, poiché tutto è
potenza; e bisogna anche divenire una potenza provata, poiché quella con la quale abbiamo a
che fare è armata d’una misura di forza originale, ignea che è incalcolabile. A Parigi il 9
vendemmiaio dell’anno 7, o il 30 ottobre 1798. Vi sono ritornato da Amboise il 22
fruttidoro; avendo lasciato nel mio paese la cugina sempre allo stesso punto di tenebra, e di
misure inferiori. Vi ho risolto l’affare dell’abitazione di Marne.

924. Siccome la mia debole costituzione non mi lascerebbe lo spirito d’essere malato, il mio
studio dev’essere d’avere lo spirito di non esserlo.

925. Non devo essere stupito che si trovino così poche persone in rapporto con me, mentre io
avrei di che essere in rapporto con tutti. Nel fisico non ho affatto scorza, il che fa che quanto
ho non si sostanzializza abbastanza per il mondo che ha tanta scorza. Nello spirituale la mia
diafanità mi mette a tanta distanza dagli occhi ordinari che essi ed io non ci scorgiamo più;
nel sensibile interiore il mio cuore incorporeo è un regno senza limite in cui si troverebbero
ad un tempo luce ed unità; e nei migliori del mondo, non vedo in essi che un cuore corporeo
in cui si trovano assai spesso oscurità e tetraggine.

926. Al mio ritorno a Parigi ho fatto conoscenza della Signora de Rivarole, tra tutte le donne del
Petit-Thouars che sono amabili, ed ho rinnovato quella di Bergasse, della sfortunata Signora
de Virieu, e dell’ex abate di Saint-Simon.

927. Comunemente gli uomini hanno più da soffrire delle loro passioni che del loro destino;
quanto a me ho avuto più da soffrire del mio destino che delle mie passioni.

928. Non è per me questo proverbio comune: dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei. Poiché sono
quasi sempre stato obbligato ad essere il contrario di coloro che frequentavo.

929. Sarebbe dunque vero che si sarebbe messo il principio della mia vita contro di me!... Oh!
dolore!

930. Coloro che si estasiano sulla bontà umana di alcuni individui, non mi soddisfano che a metà:
talvolta anche mi fanno soffrire, poiché fissando così i nostri occhi e la nostra ammirazione
sull’uomo, essi ci impediscono di fissarli su Dio, o piuttosto sulle sue meraviglie. Lodiamo
Dio, studiamo le sue opere; non vi è che lui d’altronde che sia buono. Le virtù dell’uomo e le
sue bontà sono così poca cosa che non vorrei quasi che se ne parlasse, tanto più che si deve
supporle necessariamente se si procede in linea, e che sono una condizione sine qua non.

931. Ho visto il procedere dei dottori filosofici sulla terra, ho visto che con le loro
incommensurabili divagazioni, allorché discutevano, allontanavano talmente la verità che
non sospettavano neppure più la sua presenza; e dopo averla così cacciata, la condannavano
in contumacia.

932. Ho avuto la ventura di sentire e di dire che mi crederei molto disgraziato se qualcosa mi
prosperasse nel mondo.

933. Gli uomini esigono che tu sia con essi, come se fossi rigenerato, ma si guardano bene dal
permetterti né dal lasciarti il tempo di lavorarvi.

934. Voi sarete perseguitati a causa del mio nome. È da dove hanno finito gli apostoli; ed è da
153
dove io ho cominciato; poiché sono stato perseguitato per il suo nome, fin dall’età di quattro
anni, vale a dire prima ancora che potessi sapere ch’egli aveva un nome; perciò è perché le
persecuzioni sono cominciate per prime per me, che ho tanto da sperare in consolazioni, e
che anche ne ho già avute, e che ne ho tante tutti i giorni.

935. Le donne, anche le più oneste non hanno potuto indovinare che cos’era il mio cuore, ecco
perché non hanno saputo appropriarselo. Credo dunque di poter dire qui che esso era nato
suddito del regno evangelico. Ora noi siamo stati avvertiti che questo regno si prendeva con
la violenza. È questa la causa per cui ho fatto così poche spese accanto alle donne; poiché la
mia dignità originale me ne impediva. Non era affatto con i sensi che le donne avrebbero
guadagnato il mio cuore; esse non avrebbero preso con questo che il mio corpo, e ciò non era
molto difficile; non era neppure con la testa, esse non avrebbero avuto con questo che la mia
testa, supponendo tuttavia che quella che mi avrebbero opposto fosse stata sana, viva e
luminosa; era dunque ad armi uguali che bisognava battersi con il mio cuore, vale a dire con
le armi del regno evangelico e divino. Era in un simile combattimento che le donne non
dovevano temere di compromettersi usando la violenza contro il mio cuore, e mi piace
pensare che non avrebbero avuto da pentirsi dei loro sforzi.

936. La mia sorte mi aveva dato una sete divorante di conoscenze, ma nello stesso tempo una
debolezza che non mi permetteva molto d’acquisirne da me stesso; ecco perché le atmosfere
istruttive e spirituali mi sarebbero state tanto necessarie; poiché non potendo sostenermi che
con questo, allorché esse mi mancavano, non mi sostenevo più, ed il nemico era sempre
pronto a riempire il vuoto. Ora si è voluto farmi fare delle prove di ogni genere, e molto
lunghe, di questa specie di pericolosi nulla, non essendo stato quasi mai circondato che da
circostanze nulle, in cui la materia e l’ignoranza tenevano il posto d’onore; ero, oso dirlo,
adatto a tutto, con queste atmosfere istruttive, e attive; senza esse mi riducevo proprio a
nulla, se non, al male. Ciò che mi ha fatto dire spesso che io avevo solamente due posti; o il
paradiso, o il fango; Dio mi voleva nell’universalità, ecco perché il suo avversario non mi
voleva che nel niente.

937. Dopo il mio ritorno a Parigi, il mio nulla atmosferico mi ha fatto pensare di nuovo alla mia
casa, ed alla ...94, ed essa è giunta fino al: io ve l’ordino. Ma la stella che non vuole ha
suggerito nuovi allarmi sui nobili, e nuovi lampi delle mie opere che, presumo, fermeranno
tutto e lasceranno le cose in statu quo.

938. La maggior parte dei mali e delle contrarietà che il mio spirito ha provato, mi hanno
preservato dalle illusioni e dai pregiudizi che avrei infallibilmente attinto nelle situazioni
meno spiacevoli. La mia opera non sarebbe stata che nelle apparenze, bisognava ch’essa
fosse reale e centrale.

939. Ho rinnovato la conoscenza con un vecchio educatore chiamato Roger che sa a fondo
parecchie lingue, e parecchie scienze, e particolarmente le matematiche. Egli ha una
chiarezza di idee, ed una giustezza d’espressione che mi si conformano molto. Lo ritrovo in
un momento in cui i miei grandi oggetti avanzano al galoppo; ma prenderò sempre ciò che
potrò da quest’uomo interessante che d’altronde è estraneo ai miei oggetti, e prevenuto
contro di essi per non averli scorti se non in un’atmosfera che non era a loro vantaggio.

940. Ho visto degli uomini dabbene di cui le lacrime colavano con abbondanza alla minima
occasione; e tuttavia questi uomini hanno molto poca presa sul mio cuore; è che essi non
versavano, secondo il mio senso intimo, che delle lacrime di acqua, mentre per toccarmi e

94
a questo punto nel manoscritto vi è la parola cousine ossia cugina cancellata dall’autore.
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soddisfarmi, vorrei vedere gli uomini versare lacrime di sale, lacrime d’olio, e soprattutto
lacrime di sangue.

941. Le opposizioni concentrano e riuniscono i nostri mezzi; l’esplosione abituale li dissipa; la


saggezza combina ed amministra queste due sfere secondo i nostri bisogni; io ne ho spesso
fatto la prova; ma bisogna rispondere alle sue vedute perché esse ci siano profittevoli. Gli
uomini troppo compressi hanno una sovrabbondanza che li tormenta, ma che è loro inutile;
gli uomini di mondo che sono sempre in esplosione, consumano tutto, e finiscono col non
avere più nulla.

942. Mi si è preservato quasi universalmente dalle tribolazioni e dalle grandi e terribili scene di
questa vita, perché tutte queste cose non accadono che nel e per il regime delle figure, e che
mi se n’era dato anticipatamente il senso e la realtà. Esse hanno per scopo di istruire con le
immagini gli uomini che senza questo non crederebbero che vi fosse altra cosa che la
monotonia uniforme della loro bestiale ed apatica esistenza; e siccome mi si era dato di
buon’ora la parola che scioglie tutti questi enigmi, si è creduto che non era più necessario
darmi da scomporre e da esaminare gli enigmi stessi.

943. Dalla maniera in cui gli uomini di mondo passano il loro tempo, si direbbe che hanno paura
di non essere abbastanza bestie.

944. Conosco delle persone nelle quali la materia stessa è spirito; ma disgraziatamente ne
conosco in cui lo spirito stesso ha il colore della materia.

945. Siccome il mio oggetto veniva tutto dalla regione divina, esso non poteva compiacersi,
intrattenersi e commerciare che con questa stessa regione divina; se gli uomini avessero
voluto del divino, io avrei potuto, grazie a Dio, spartirne con loro alcune piccole particelle;
ma essi non vogliono che il temporale, (anche i più sottili fra essi) e siccome ho poco di
questo spirito temporale da trasmettere loro, sono quasi ovunque molto estraneo per essi; ed
essi sono per me come se fossero ancora nulli.

946. È invano che i miei desideri di scienze e le mie opere di penna hanno teso a farmi prendere
piede in questo mondo. I miei gusti di scienza sono sempre stati contrariati per mancanza di
soccorsi e di circostanze, e i miei scritti non essendo che delle opere secondarie e di
supplemento, non li ho fatti per così dire che inaspettatamente e molto a malincuore; si
voleva troppo che prendessi piede nel vero mondo, per lasciarmi prendere piede in questo.

947. Vi sono due vizi in teatro; il primo è che l’attore che riesce a far bene il suo ruolo è
applaudito fino a soddisfarlo altrettanto che se fosse il personaggio reale, e l’inventore di
quanto esprime (abuso che si estende fino all’autore relativamente ai suoi eroi); il secondo è
che lo spettatore si crede fortemente saggio e pieno di merito quando vede delle
raffigurazioni orribili e forzate, ed è ben convinto ch’egli non somiglia loro. Perciò tutto è
vanità.

948. Siccome era nella regione dello spirito che ero chiamato a camminare, è stato necessario che
bevessi fino alla feccia la coppa della stupidaggine.

949. Nella mia giovinezza spirituale mi si è preservato come con la mano in mille circostanze.
Nella mia adolescenza spirituale ci si è contentati d’avvertirmi con l’intelligenza. Nella mia
virilità spirituale bisognerà bene ch’io sia alle prese con il nemico. Vedi art. n° 956.

950. È nel mestiere delle armi, ma non in istato di guerra che mi ha colto la mia prima epoca; è
155
all’inizio della guerra della Rivoluzione, (guerra da cui nondimeno sono stato preservato)
che mi ha colto la mia seconda epoca. Non posso essere sicuro anticipatamente dello stato
nel quale la mia terza epoca mi troverà; essa avrebbe gran bisogno, per il mio gusto, di
trovarmi in istato di pace; ma visto il genere di cui essa è, potrebbe trovarmi in istato di
guerra, sia da parte degli uomini, sia da parte della natura.

951. Leggendo Don Chisciotte 95, si vede che l’autore ne voleva a qualcuno, e questa punta di
cattiveria fa pena, soprattutto a coloro che come me non vorrebbero vedere che delle malizie
innocenti. Gli faccio inoltre il rimprovero d’aver attutito eccellenti cose e grandi virtù legate
a quello stato di cavalleria ch’egli ha annientato con il suo libro. Bisognava saggiamente
attendere la mietitura per strappare il loglio, per paura che cogliendovene troppo presto
venisse strappato anche il buon grano.

952. Aborro la guerra, adoro la morte.

953. Ho detto talvolta a Dio: Combatti contro di me come Giacobbe contro l’angelo finché io
t’abbia benedetto.

954. Tutto ciò che ho ricevuto di luci da parte dei miei istitutori, anche dal mio carissimo Böhme
non poteva mai servirmi che da testimonianza; bisognava sempre che anzitutto andassi a
prendere tutto nella mia propria fontana, e poi i testimoni venivano a confermare. Quando ho
voluto cominciare dai testimoni o dai maestri, ciò non andava mai tanto bene.

955. Sarà possibile che io passi la mia vita a riceve i calci dell’asino.

956. Nella mia prima età spirituale, la sorveglianza divina è stata gratuita a mio riguardo, e mi ha
accompagnato e preservato sensibilmente parecchie volte senza che me lo aspettassi. Nella
mia seconda età si vuole lasciarmela chiedere e ricercare con tutta la cura ch’essa merita.
Forse che nella mia terza età mi si lascerà difendermi da solo, perché si presumerà che io
debba averne acquisito la forza, se ho saputo approfittare di tutto ciò che sarà stato fatto per
me nelle epoche precedenti. Vedi gli art. n° 949 e n° 950.

957. Il genere della mia stella spirituale è stato di mostrarmi molto e di darmi poco. Quello della
mia stella temporale è stato di togliermi nello stesso tempo ch’essa mi dava. Quello della
mia stella divina sarà di darmi molto e di mostrarmi poco perché essa è tutta azione, ed è
superiore alle forme.

958. Sono ritornato per passare l’estate ad Amboise il 20 floreale dell’anno VII, o all’inizio del
maggio 1799. Vi ho trovato la mia amica più ragionevole e più avanzata nei principi
spirituali di quanto me n’ero aspettato. Quanto all’orizzonte politico esso si oscurò tutti i
giorni per i progressi degli Austriaci in Svizzera, sotto gli ordini del principe Charles, e per
quelli dei Russi in Italia sotto gli ordini dei Souvorow. I rumori di Parigi che occupano tante
persone, sono quelli che mi occupano meno, perché il fuoco nazionale non è più lo stesso, e
gli agitatori non possono più servirsene come per il passato per causare gli incendi. Tuttavia
lo stato delle cose è realmente sempre vulcanico.

959. Durante il mio ultimo soggiorno a Parigi la Signora de Brissac mi ha fatto dire parecchie
volte delle cose cortesi. Era molti anni che non l’avevo vista. Avevo passato una notte nel
porto di Nizza nel 1788 mentre essa era nella città con la Signora de Nadaillac, ed io non ero
stato a vederle, malgrado le cortesie che ne avevo ricevuto. Ho avuto la stessa negligenza in

95
Quest’opera di Miguel de Cervantes è stata pubblicata nel 1605.
156
questa seconda epoca, e non ho cercato di rinnovare la conoscenza; credo che è un torto che
ho avuto sotto più di un rapporto; ma i miei oggetti mi trascinavano e mi separavano
giornalmente da questo mondo. Ho riparato a ciò in una terza epoca, e ne sono infinitamente
più soddisfatto.

960. Il Coccodrillo, apparendo, non ha fatto una grande sensazione, perché le basi sulle quali esso
riposa sono così lontano dalle nozioni ricevute che non lo si è capito. In vero, esso è pieno di
negligenze, e risente del desiderio smisurato che l’autore aveva di esserne sbarazzato. Non è
meno sicuro che con una ripulitura in più, esso sarebbe potuto divenire un gioiello, tanto la
sostanza prestava ed era suscettibile di fornire dello straordinario, del dolce, del piccante,
infine tutto ciò che si sarebbe voluto. Ciò sarà riservato per una seconda edizione se tuttavia
essa si farà mai, della qual cosa dubito.

961. Dio non ha voluto lasciarmi accostare un po’ le regioni delle scienze umane se non dopo
avermi delineato il mio bisogno che consiste nel lavorare al suo servizio in un genere che mi
impietrisce di sorpresa, di gioia, e d’ammirazione. Egli ha preso questa precauzione per
paura che queste scienze umane mi procurassero distrazioni o orgoglio. Ora l’opera in
questione è di natura da mettervi buon ordine.

962. La Rivoluzione francese nel suo scopo morale, ha per oggetto come tutte le catastrofi di
questo basso mondo, di toglierci questo riposo apatico nel quale dormiamo, in mezzo a tutti i
precipizi che servono da base alle nostre gioie terrestri quaggiù. Ma non è questo che il suo
scopo secondario. Dio vorrebbe con questo insegnarci che dovremmo avere la stessa
sorveglianza ed una vigilanza ancora più inquieta nell’ordine spirituale che è quello della
nostra vera natura. Poiché è una verità certa, che a meno d’essere rientrati assolutamente
nella nostra patria divina, il nostro spirito è sempre esposto a perdere ciò che ha, ed a
divenire la preda del suo nemico.

963. I terribili decreti tanto relativamente al prestito di 100 milioni, che alla responsabilità civile e
solidale dei nobili, ascendenti di emigrati, ed altri, che sono stati resi nel messidoro
dell’anno 7 che si dice per la repressione dei brigantaggi ed assassinî, ma eccellenti per
annientare la razza dei nobili, questi decreti, dico, che espongono i nobili ad essere rovinati,
ad essere messi in ostaggio, ad essere deportati e tutto ciò che ne segue, mi annunciano che
le afflizioni di cui ho parlato nell’art. n° 367, si fanno grandemente avanti sul nostro
orizzonte, e m’avvertono di tenermi pronto a tutto, ed in ogni momento. Nell’esame che ciò
mi fa fare, ritrovo chiaramente le sfumature degli art. n° 368 e n° 369. Ma vi ricevo anche
degli sviluppi magnifici sui diritti del nostro essere, sull’estrema prossimità in cui Dio è di
noi, e nello stesso tempo sull’estremo allontanamento in cui l’amore ch’egli ha per la sua
propria bellezza lo tiene da coloro che si addormentano, e non si determinano risolutamente
a farlo uscire dal proprio interno, sì, non posso dubitare d’essere vicino ad una grandissima
epoca, in cui i mali estremi vanno a diffondersi, ma in cui si diffonderanno anche
grandissime consolazioni per le anime di desiderio che sapranno far rivivificare i loro
privilegi dal grande, ed incomprensibile restauratore degli umani.

964. Nei momenti in cui sono allegro, dico talvolta che se gli uomini s’ingannano giornalmente
sforzandosi di guardare questo mondo in rapporto ad essi come delle confetture, la potenza
giusta e severa che lo governa non trascura niente per far giustamente sentire loro ch’esso è
altra cosa. Essa fa con loro ( e sta qui il mio punto d’allegrezza) come si fa con i piccoli gatti
che hanno fatto la cacca nell’appartamento; s’immerge e si strofina loro così bene il naso
dentro, ch’essi non possono più sconoscere la cosa, ed imparano con questo a non tornarvi.

965. È perché lo spirito del mondo non è retto, ch’esso ha bisogno d’essere accorto. Ma lo spirito
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di verità non si cura d’essere accorto, ed è al di sopra di questa risorsa; tutta la sua forza e
tutta la sua fiducia sono nella sua rettitudine.

966. La stella superiore che mi conduce ha vegliato chiaramente su di me, e mi ha voluto


preservare dalle grandi catastrofi di questo mondo; la stella inferiore che mi combatte si è
opposta costantemente a ciò che si facesse in me uno sviluppo saliente, sostanzializzato e
consolidato, sia nelle opere attive dello spirito, sia nelle scienze ordinarie e comuni che si
sarebbero così ben legate al mio grande oggetto! Di modo che io non posso negare di
costituire due tipi netti: L’uno della grande bontà e della grande dolcezza della mano
favorevole che mi protegge; l’altro della grande gelosia e dell’ostinata opposizione di colui
che mi perseguita; di modo infine che per gli occhi volgari io devo essere come incognito, e
come non notevole per i successi, né per i disastri. Tutte le mie vie e tutti i miei atti sono
invisibili.

967. Io sono una cittadella che è stata continuamente assediata e che non la si cessa di voler
prendere con il bisogno.

968. Nella mia prima educazione mi si era avvezzato a credere che il mio corpo doveva essere il
mio idolo; nella mia educazione posteriore ho appreso al contrario che non dovevo neppure
contarlo.

969. Lo scopo del flagello che la Rivoluzione fa cadere sui nobili è di purgare coloro che possono
esserlo, delle influenze d’orgoglio che questo titolo aveva loro comunicato, e di renderli più
puliti e più presentabili allorché appariranno nelle regioni della verità.

970. È con l’anima che si ama. Il mondo non ha che dello spirito, dell’orgoglio, e dei polmoni;
perciò quando gli uomini di mondo vi dicono che vi amano, non credeteci affatto.

971. Gli uomini di mondo sembrano non essere ricchi che di tempo; perciò sono così affaticati e
così trattenuti dalle cose nulle, frivole, o false. In ogni momento bisogna che si sgravino di
ciò di cui si sono lasciati impregnare, e reciprocamente la loro progenitura s’attacca ad essi
ad ogni passo. Essi sono sotto l’astrale passivo come i bambini. Fortunati se se ne stanno in
questa misura!

972. Verneti Vaucrose d’Avignon è venuto nel mese di fruttidoro anno 7, a passare alcuni giorni
con me ad Amboise. Sebbene egli non sia ancora molto avanzato nella carriera, per
mancanza di soccorsi, sono tuttavia molto contento d’averlo visto. È una buon’anima; e poi
abbiamo sempre potuto discorrere dei nostri affari secondo la sua misura; e questa sua
misura è un po’ più estesa di quella delle persone che mi circondano qui, perché egli ha visto
un più gran teatro ed almeno sentito parlare di parecchie cose, di cui qui non si sanno
neppure i nomi.

973. Si è voluto che io vedessi tutto sulla terra. Vi avevo visto a lungo l’abuso della potenza dei
grandi; bisognava bene che vi vedessi poi l’abuso della potenza dei piccoli.

974. Senza che io abbia fatto alcun passo per questo, mi sono legato ad Amboise con la Signora
d’Augustin, ed il Signor de Martigny suo fratello. Credo che queste due conoscenze mi
procureranno per l’avvenire delle occupazioni gradevoli nel mio paese. (Ho avuto modo di
credere dopo quest’epoca che il Signor de Martigny m’avesse ingannato).

975. Nel mese di vendemmiaio l’anno 8, sono ritornato a Parigi, come vi ritorno tutti gli anni.
Sono disceso a Confians-Charenton, dove ho passato un mese presso i miei vecchi
158
albergatori della via de Lille. Sono venuto da là a stabilirmi nella vecchia via del Tempio
dove mi avevano fissato un quartierino. Ma il locale non essendo comodo, e trovandomi
lontano da tutto, mi sono lasciato alloggiare da altri amici, nella casa Matan in Via Nuova
dei Cappuccini al n° 20, dove abita la sorella di Villemanzy. Ho nel mio vicinato Laran,
Perceval, e Tonnellier nella casa delle Miniere. Cercherò di approfittare di queste circostanze
per fare alcune escursioni nelle scienze umane, alfine di aver occasione di vendicarli dei torti
che si fa loro. È con questa intenzione che mi sono lasciato mettere al corso di mineralogia
che fa Haui, nella casa delle Miniere. Io non ho il tempo né la voglia di diventare
matematico, chimico, né mineralogo, ma è a proposito che io abbia su tutte queste scienze
alcuni dati e non devo rifiutarmi d’acquisirli.

976. Ho passato deliziosamente la serata dell’ultimo giorno dell’anno 99 del diciottesimo secolo
presso la mia buona amica Signora Lenoir-Laroche 96, una delle donne più virtuose ch’io
abbia conosciuto, e che ha delle vedute molto lodevoli sull’educazione delle giovani persone
del suo sesso. Essa mi ha dato un’idea sorprendente (che non avevo) sulla ragione per cui io
non mi sono sposato, cioè che ero nato una donna che poi si era sposata con un uomo; e che
così non avevo bisogno d’altro. Ciò potrebbe avere tuttavia dei rapporti con l’art. n° 915.
Ho cominciato perciò molto soavemente l’indomani come per conseguenza della buona
serata della vigilia. Infine ho delle dolci speranze per ciò che mi riguarda per l’anno 1800 in
cui entreremo, e che risponde all’anno 8 repubblicano. Il numero di questo anno
repubblicano, il numero prossimo del 19° secolo, il numero della mia età che nel 18
dell’attuale mese di gennaio comincerà il mio 58° anno, mi offrono tutti e tre delle
corrispondenze notevoli, e che unito a mille altre segrete testimonianze non possono essere
indifferenti per la mia intelligenza.

977. Le persone di mondo mi trattano da folle. Voglio non contestare con esse su ciò. Solamente
vorrei che esse convenissero che se vi sono dei folli da legare, vi sono forse anche dei folli
da slegare; e dovrebbero almeno esaminare in quale di queste due specie bisognerebbe
collocarmi, affinché non ci si ingannasse.

978. A proposito dell’articolo precedente feci un giorno l’applicazione inversa di San Matteo 10:
12, ecc. sull’apostolato della pace; e misi a riscontro l’apostolato della derisione. Ciò non
fece un cattivo effetto. Al contrario.

979. Il buon Geremia non era che il Geremia di Gerusalemme. Oggi bisogna essere il Geremia
dell’universalità.

980. Le persone di mondo credono che non si può essere un santo, senza essere uno stolto. Esse
non sanno al contrario che la sola e vera maniera di non essere uno stolto, è d’essere un
santo.

981. Non è abbastanza avere dello spirito, bisogna avere anche della spiritualità.

982. Come intendersi con gli uomini del torrente, a proposito dell’articolo precedente? Per le
scienze umane non serve che dello spirito, ed esse non chiedono dell’anima. Per le scienze
reali e divine non serve dello spirito, perché l’anima le genera tutte. Così è impossibile che
vi sia niente di più inverso che il mondo e la verità.

983. Dio è geloso dell’uomo. Mi sono accorto che lo era di me come di tutti i miei simili, e che
aspettava per fare un’intera alleanza con me, che io avessi rotto con tutti i rivali che

96
È in casa Lenoir-La Roche, ad Aulnay, che la notte del 13 ottobre 1803, il nostro autore morirà.
159
occupavano ancora troppo spesso, la mia anima, il mio cuore, ed il mio spirito.

984. Quasi tutti gli amanti, e tutti i mariti sono delle specie di Don Chisciotte a riguardo delle loro
innamorate e delle loro spose, poiché pretendono da esse sempre un po’ più di quanto non è
loro dovuto. La sola differenza è che Don Chisciotte nella sua illusione era stato obbligato a
comporre e ad immaginare la sua Dulcinea per intero, mentre gli amanti e i mariti si
contentano d’immaginarne ciascuno una frazione.

985. Dio non cessa d’impiegare tutti i mezzi possibili per far conoscere agli uomini che il loro
regno non è di questo mondo. La maggior parte hanno la testa così dura, ed hanno una
condotta così mal ordinata, ch’egli non può loro insegnare questa verità che con le
tribolazioni, le disgrazie, e le infermità; quanto a me egli si è degnato di insegnarmelo in due
maniere che sono infinitamente più dolci; poiché con l’una m’inonda di magnificenze
dell’altro mondo; e con l’altra si contenta di provarmi con le stupidaggini di questo. Vedi
l’art. n° 942.

986. Nel mese di floreale dell’anno 8, ho pubblicato un’opera in due volumi intitolata: Dello
Spirito delle cose. Non è che un assembramento di alcune delle note numerose di cui i miei
portafogli sono pieni, perché ho avuto cura di scrivere pressappoco tutto ciò che mi è
capitato. Gli amici della verità hanno gustato molto quest’opera. Gli uomini di mondo vi
hanno trovato della negligenza nella disposizione e nello stile. Io non nego che vi siano un
po’ di questi difetti; non voglio neppure scusarli con le difficoltà di circostanza, con il mio
isolamento che mi ha privato di ogni specie di collaboratore, perché nessuno ammetterebbe
queste ragioni; ma dico che i vantaggi della forma e dello stile non producono quasi altro
effetto per il mondo che di attirare tutto all’esterno, e poi di lasciarvelo, mentre sarebbe al
contrario l’esterno che bisognerebbe attirare all’interno. Perciò coloro che hanno il gusto
delle grandi verità passano sopra queste imperfezioni esteriori; e d’altronde tutti convengono
che di tutti gli scrittori spiritualisti io sono il solo che si sia tanto occupato del lusso dello
stile, e della disposizione metodica del contenuto. Credo che queste imperfezioni sarebbero
state molto più piccole se avessi avuto almeno gli aiuti esteriori più ordinari; ma talvolta
pure mi persuado che la Provvidenza non ha permesso che le evitassi tutte, alfine di lasciare
alcune nubi attorno al sole che sarebbe troppo grande per non abbagliare, o che forse sarebbe
profanato da occhi ancora troppo estranei alla sua luce.

987. Poco tempo dopo la pubblicazione di Dello Spirito delle cose pensavo di andare a fare un
piccolo viaggio ad Amboise per rifarvi un po’ la mia salute che il mio cattivo alloggio ed il
mio cattivo regime avevano messo in cattivo stato. Accelerai la mia partenza, avendo
appreso la morte della madre di mia cugina.

988. Nel Giornale di Parigi n° 242, il 2 pratile anno 8, Mercier ha inserito una lettera in cui dice:
(Dio si porta perpetuamente fra le sue opere per rivivificarne l’esistenza.... lasciando
dappertutto i segni della sua beneficenza e del suo amore). Questo passo è preso del mio
Uomo di desiderio, paragrafo 188 al 3° versetto. Mercier ne ha soppresso la terza riga a
causa del sistema repubblicano.

989. Andando a fissare il mio posto nella diligenza per Amboise, ebbi un movimento che mi
annunciò che avrei (avuto) qualche dispiacere a proposito di questa partenza da Parigi. In
effetti Div... La Forêst vi arrivò lo stesso giorno che io arrivai ad Amboise. Ora Dio sa
quanto desiderio ho di rivederlo.

990. La principale ambizione che ho avuto sulla terra è stata di non più esservi, tanto ho sentito
quanto l’uomo fosse fuori posto ed estraneo in questo basso mondo.
160
991. Vedendo i brigantaggi e le rapine che si praticano universalmente da parte degli uomini, e
che mi hanno colpito tanto sensibilmente nella nostra Rivoluzione, ho detto, nel mio stile
gaio che avevamo avuto un bel cancellare tutti i santi del calendario, ve n’era uno
inamovibile e che era il più cattolico di tutti i santi; è anche quello di cui il culto è il più
generale ed il più assicurato. Ora questo santo è, Sancte Rapiamus; poiché al suo nome, non
vi è alcuno che non dica: Ora pro nobis.

992. La Provvidenza mi ha fatto lasciare il servizio nel momento in cui a forza di praticarne e di
sentir parlare solamente di questo, ero pronto a credere ch’esso fosse qualcosa. La
Provvidenza non mi ha lasciato avvicinare le scienze umane che quando sono stato ben
convinto ch’esse non erano niente. La Provvidenza mi ha tenuto lontano da tutti i soccorsi
umani quanto all’azione ed alla reazione spirituali, alfine di provarmi con i fatti che essa
stessa vuol essere la mia esclusiva azione e la mia esclusiva reazione. Perciò spero bene di
non lasciare questo mondo senza sapere positivamente che cos’è il regno, e senza essere
naturalizzato, ed iscritto come cittadino attivo sul registro nazionale.

993. 97
Vedi l’art. n° 615.

994. Il mondo mi ha respinto a causa dell’oscurità e dell’imperfezione dei miei libri. Se si fosse
dato la pena di scrutarmi un po’ più profondamente, forse avrebbe gustato i miei libri a causa
mia, o piuttosto a causa di ciò che la Provvidenza ha posto in me e che esso era ben lungi dal
vedere, poiché non vedeva neppure ciò che vi era nei miei libri.

995. Siccome il mio affare è e dev’essere tutto divino, e che Dio è un Dio geloso, tutto il
tormento di ciò che non è lui, si adombra della minima cosa, ed allora non si mostra più che
a metà, o affatto del tutto. Ecco perché ho tanto svantaggio con il mondo che è sempre in
esercizio e in godimento completo del suo falso dominio, e del suo impero di menzogna. Io
posso giustamente attribuire alla mia debolezza una gran parte di quest’effetto repressivo;
ma certamente non ne devo attribuire una minima parte al mio destino divino che veglia alla
conservazione della sua propria base, e che non vuole lasciarla avere relazioni e confondersi
con lo spirito delle nazioni.

996. Il mondo è uno spirito che è una voragine in tutti i generi; esige che gli si dia tutto, e ciò
continuamente; ma quanto ad esso si guarda bene di nulla dare del suo. Esso ha così poca
cosa, e ciò che ha è così falso e così precario, che per poco che faccia il più leggero
sacrificio, non avrebbe più nulla, poiché sguscerebbe via presto con questo il nulla di tutti i
suoi vantaggi.

997. Le persone delle grandi città, e soprattutto delle città di piacere e di frivolezza come Parigi
sono degli esseri ai quali bisognerebbe in qualche modo tirare al volo se si volesse
raggiungerli. Ora essi volano mille volte più veloci delle rondini; ed inoltre hanno gran cura
di non lasciarvi che una finestrella sopra il tetto così piccola che a fatica avete il tempo di
vederle passare, ed è tuttavia tutto ciò che avete di posto per tirare. Poi se le mancate,
trionfano. Il mio destino temporale si è distinto in questo genere a mio riguardo; esso non ha
cessato di farmi una finestrella che non avesse una linea di larghezza; spesso anche non me
ne ha lasciato del tutto. E i giudizi non ne hanno meno seguito il loro corso. Ma il guadagno
97
Quest’articolo è stato annullato dall’autore che l’ha sostituito con la menzione su riportata. Ma il testo primitivo è
rimasto leggibile, ed è il seguente: Mi si è messo una volta sulla lista dei giurati del mio comune per assistere ai processi
penali, conformemente alle leggi dello Stato. Ma le autorità appresero che senza disobbedire alla legge che mi
convocava, io non avrei mai trovato tuttavia un processo abbastanza istruito da permettermi di condannare alcuno, non
sono ritornate alla carica, e non mi si è più rimesso su questa lista dei giurati.
161
della mia causa non è che differito.

998. Queste stesse persone delle grandi città fanno d’altra parte, un grande onore alla specie
umana, poiché si occupano talmente dei loro piaceri, della loro gloria, e dei godimenti del
loro spirito, che voi non potete avere accesso presso di essi che sotto queste specie di
rapporti; essi non vi attribuiscono né la mancanza di fortuna, né la mancanza di circostanze
favorevoli, per il vostro sviluppo, guardano l’uomo come essente nella regione superiore, ed
al di sopra di tutti gli impedimenti di questo mondo, mentre essi stessi sono tre volte legati
da tutti questi impedimenti che lo compongono.

999. Io sono pagato per avere fiducia nei miei principi, perché sono persuaso che sostanzialmente
tutti gli uomini della terra pensano come me, senza eccettuarne coloro che mi sono più
opposti in apparenza. Noi siamo tutti come uno stesso sale sotto delle acque differenti tanto
per la qualità, che per la quantità, ora non bisognerebbe altra cosa che lasciar evaporare negli
uomini queste acque diverse che sono i loro pregiudizi, la loro ignoranza, le loro passioni,
ecc., e si troverebbe dappertutto in essi lo stesso sale, come accade nelle evaporazioni
naturali dei sali che dissolviamo tutti i giorni nei differenti liquidi.

1000. Il 21 messidoro anno 8, sono ritornato a Parigi per vedervi l’amico Div... sperando che mi
consolerà della perdita del mio amico Kirchberguer che è morto all’inizio di quest’anno;
lascio ad Amboise la mia buona cugina, e la Signora d’Augustin in eccellenti disposizioni.
Durante il mio soggiorno, nel mio paese è avvenuta la famosa battaglia di Marengo il 25
pratile, in cui il sorprendente Bonaparte ha talmente portato innanzi la sua gloria, e la pace
dell’Europa che lo guardo come uno strumento temporale dei piani della Provvidenza in
rapporto alla nostra nazione. Quest’avvenimento mi conferma sempre più nelle opinioni che
ho impresso da sei anni sulla nostra Rivoluzione.

1001. Le parole ci sono date in conto, come le pecore sono date in conto ad un pastore; e se le
lasciamo smarrire, dimagrire, o mangiare dai lupi verremo trattati con ancor più rigore di lui.

1002. Siccome ho un’universalità per me, bisogna bene che abbia una universalità contro di me;
perciò il nemico non manca di seminare intorno a me, e soprattutto intorno al mio oggetto,
dell’insidie di ogni genere.

1003. Sono stato toccato dalle tenere cortesie di Dégérando nei miei riguardi, allorché un giorno
entrando in una compagnia in cui egli si trovava, senza che lo sapessi, venne incontro a me,
e mi abbracciò affettuosamente; è un uomo di cui mi si è vantato le buone qualità, e che può
come mio amico e membro dell’Istituto, essermi di un grande aiuto nella carriera
dell’insegnamento; e delle scienze umane.

1004. Ho trovato i Le Noir a cento leghe al di qua del punto in cui li avevo lasciati, soprattutto la
moglie. Ho trovato la madre Briquet presso a poco nelle stesse occorrenze nei miei
confronti. I Fleuri, Bachelier, de Liérres hanno gustato Dello Spirito delle cose. Neveu è
stato assente per incarico del governo in Germania.

1005. Div... ha del buono, e del buonissimo. Non ha avuto d’occuparsi d’altro che di lui, ed ha
messo il suo tempo a profitto. Bisogna solamente che si preservi dal brio per il quale ha
dell’inclinazione, e per il quale anche prende facilmente ammirazione. Mure e lui hanno
dell’analogia; tuttavia è cento volte al di sopra di Mure; e se può arrivare alla vera dirittura,
sarà un uomo prezioso.

1006. Sono stato occupato finora a lavorare per gli altri; vorrei oggi lavorare per me. Sono stato
162
obbligato, per occuparmi degli altri, a chiudere la mia fontana d’amore; è tempo che io la
riapra per rimediare al tempo perduto, poiché gli uomini non me ne terranno conto, sebbene
l’abbia perduto per essi; spero mediante Dio che questa fontana d’amore sarà abbondante ed
abbastanza viva per inondare perpetuamente ed universalmente tutte le mie praterie.

1007. Saint-Pierre, dell’Istituto mi sembra un eccellente uomo. Abbiamo cenato insieme presso i
nostri buoni amici Maison-Neuve. È sempre persuaso della perfezione della natura, e lavora
a raffigurarne le armonie. Vorrei sapere come vi si prenderà per raffigurarci le armonie della
colica, del bubbone velenoso, del serpente a sonagli, e di tutti gli insetti malefici.

1008. Uno dei prodigi più inspiegabili per me, è che la Divinità mi colmi di tante dolcezze e
consolazioni, e che tuttavia vi sia in me così poca cosa che possa fissare i suoi sguardi.

1009. Ho detto talvolta che gli scrittori ci davano quasi sempre solamente del fango dorato; e che
io davo loro dell’oro infangato.

1010. La scienza degli uomini di mondo, non è altra cosa che la scienza delle persone. Non ci si
occupa nella società che dei nomi degli individui e della loro storia. Nessun’altra conoscenza
vi trova il suo posto.

1011. Quando leggo o assisto ad un dramma teatrale, mi sembra di vedere e sentire delle persone
giocare al ragionamento discordante.

1012. È una cosa dolorosa per me allorché considero gli uomini di essere obbligato a guardarli o
come dei folli, o come dei bambini, o come delle cattive bestie.

1013. Nel mese di brumaio anno 9 (novembre 1800) ho pubblicato una traduzione dell’Aurora
nascente, di Jacob Böhme. Ho sentito rileggendola di seguito, e tutto a mio agio, che
quest’opera sarebbe benedetta da Dio e dagli uomini, eccettuato dal turbine delle farfalle di
questo mondo che non vi vedrebbero nulla, o che non ne faranno che l’oggetto della loro
critica e dei loro sarcasmi.

1014. Da lungo tempo desidererei essere vicino a Parigi, ma non nella Parigi che nel morale come
nel fisico è sempre per me come una cloaca. Ho adempiuto il mio scopo venendo ad abitare
in via delle Poste al n° 2, vicino l’Estrapade. Godo qui di un’aria più pura, vi provo delle
influenze più salutari, e non mi ci guardo come se fossi a Parigi, sebbene sia nella sua cinta.
Ho attorno a me numerose cattedre dottorali di tutti i generi; vado di tanto in tanto ad
ascoltare alcuni dei professori: Ma è per essere al corrente relativamente alla scienza umana,
e per prendere ciò che chiamo la loro misura. Poiché è una verità che si conferma sempre più
per me che non vi è che una sola scienza, e che tutti questi dottori non la conoscono. Perciò
non abito in questo quartiere che provvisoriamente.

1015. Al momento dell’arresto del senatore Clement de Ris, nella sua terra di Beauvais fui
vivamente toccato dal suo stato e da quello della sua sventurata moglie. Fui fortemente
sollecitato a pregare in quella circostanza. La mia preghiera si rivolse naturalmente verso due
soli scopi, cioè la liberazione dello sfortunato innocente, e l’insuccesso dei progetti dei
malvagi. Ho provato, lo confesso una grande gioia quando ho appreso che Clement de Ris
era libero e che i suoi detentori non avevano né la loro vittima né il suo prezzo del riscatto.

1016. La peste di Spagna, e i sospetti ch’essa guadagni Jersey e Gurnesey hanno risvegliato la mia
preghiera. Non è solamente per la Francia che prego, (sperando bene d’altronde ch’essa sarà
preservata) è soprattutto per le anime di tante miserabili vittime che questo flagello porta via
163
prima che esse si siano liberate dagli accascianti impedimenti della loro prigione; poiché non
so quasi pregare per i corpi, considerato che quando l’anima ha saputo salire di grado, la
morte del suo corpo non è più una disgrazia per essa.

1017. Quando vado ad ascoltare i dottori pubblici che mi circondano a mo’ di montagna, provo
un’impressione spiacevole nei loro confronti, cioè che vi è un inconveniente maggiore legato
alla qualità di professore, e questo inconveniente è d’aver sempre ragione poiché non vi è
mai nessuno che risponda loro, né che li corregga.

1018. Per spiegare l’uomo, faccio a meno della materia; per spiegare le cose religiose faccio a
meno dei cappuccini, tale è stata la mia opera; tale è l’equilibrio che mi è stato necessario
tenere tra questi due scogli di cui l’uno vi getta nell’abisso dell’ateismo, e di cui l’altro vi fa
coprire di ridicolo.

1019. Il 3 nevoso anno 9, alle otto di sera, scoppiò in via Saint-Nicaise l’ordigno infernale diretto
contro Bonaparte che andava all’Opera alla prima rappresentazione del famoso oratorio di
Haydn. Il suo cocchiere era ubriaco; andò più veloce dell’ordinario e passò dove non sarebbe
passato a sangue freddo. Ciò fece che la carrozza superasse l’ordigno di alcuni secondi, il
che bastò perché l’esplosione non la potesse cogliere. Io non posso impedirmi di riverire
Bonaparte tanto per i talenti che ha mostrato, quanto per la protezione notevole della
Provvidenza a suo riguardo. Non si può negare che vi siano grandi destini legati su
quest’uomo ragguardevole.

1020. Ho rivisto con molto piacere la Signora de Montbarrey che caduta dall’alto d’una grande
fortuna nell’indigenza, sopporta la sua situazione con una rassegnazione edificante; essa mi
ha fatto grande piacere anche comunicandomi la pietà con la quale suo marito aveva
terminato la sua vita.

1021. I Perrier, i Rollin, compresovi Camille Jourdan mi sembrano una via preparata per far cadere
le opinioni sfavorevoli che il mondo si fa di me e del mio oggetto, senza conoscere né l’uno
né l’altro.
Il padre è morto il 19 piovoso. Ho raccolto dei frutti al suo trasporto, ed al suo servizio
funebre fatto in Saint-Roch.

1022. 24 piovoso anno 9 (13 febbraio 1801) la pace continentale (viene) firmata quattro giorni
prima a L’Uneville tra Giuseppe Bonaparte ed il Signor Cobentzel; l’Imperatore ha trenta
giorni per ratificare. È questo stesso giorno 24 che ho dato allo stampatore Laran il mio
Cimitero d’Amboise. Divengo sempre più certo che giungo ad un epoca che sarà notevole
per me. Ho pressappoco terminato quanto avevo da fare di ostensibile per il servizio degli
altri. Voglio ora, mediante Dio, lavorare per il mio proprio servizio che non è altra cosa che
il suo. Ma è su questo che non mi spiegherò mai se non con coloro che mi penetreranno
nell’animo.

1023. Vi sono degli uomini che sono condannati al tempo. Ve ne sono che sono condannati (o
chiamati) all’eternità. Conosco qualcuno di quest’ultimo genere; perciò quando coloro che
sono condannati al tempo volevano giudicare la sua eternità e governarla con lo scettro del
tempo, si può presumere come egli li trattava.

1024. La pace continentale è stata promulgata a Parigi il 30 ventoso, vigilia del 1° germinale anno
9, rispondente all’equinozio di primavera 21 marzo 1801. La pompa è stata modesta,
riservando le feste per il 14 luglio; la gioia è stata mediocre; il tempo abbastanza cattivo. In
generale ciò che vi è stato di ostensibile in quest’epoca sembra d’accordo con ciò che ne è
164
nascosto, cioè che questa pacificazione esteriore, e quest’ordine apparente prodotto
dall’effetto della Rivoluzione non sono la meta a cui la Provvidenza ha avuto esclusivamente
l’intenzione di condurci; e che così gli agenti e gli strumenti che hanno concorso a
quest’opera si inganneranno se si crederanno arrivati. Io li guardo al contrario come dei
postiglioni che hanno fatto la loro posta; ma essi non sono che i postiglioni di provincia, ne
bisogneranno altri per farci arrivare alla meta del viaggio, che è di farci entrare nella capitale
della verità.

1025. All’inizio dell’anno 1801, ho rivisto a Parigi la Signora de Lusignan che non avevo visto da
dieci o dodici anni. Essa aveva perduto per il vaiolo, ritornando da Lubeck suo marito, la
Signora de Ricé la madre, la Signora de Ricé figlia della precedente, e si era preso carico
della piccola de Ricé in età di 7 od 8 anni. Essa aveva avuto il braccio rotto a Costance. L’ho
rivista soltanto come ufficialmente. Il quadro delle sue pene mi ha straziato l’anima.

1026. Le scienze umane, le arti, la letteratura, infine tutti questi frutti dell’ingegno dell’uomo
hanno un inconveniente notevole, cioè tendono solamente a persuaderci che siamo giunti
allo scopo per il quale abbiamo ricevuto l’esistenza, mentre al contrario non fanno che velare
assolutamente questo scopo ai nostri occhi. Ciascuno dei godimenti che ci procurano è
usurpato sui veri godimenti di cui siamo suscettibili, e che non sono altra cosa che il
progresso, l’estensione, e la vivificante propagazione della base radicale della verità. Base di
cui queste stesse scienze, e queste stesse arti non solamente non ricercano la conoscenza, ma
che proscrivono con tutta la loro forza; ed è in questo stato d’accecamento che esse trionfano
e fanno trionfare coloro che le coltivano.

1027. Vi è un’idea che mi è venuta spesso nello spirito, a proposito del fatto che il mondo
dottorale, ed il mondo ignorante pretendono che le mie produzioni letterarie, e filosofiche
siano secondo loro così poco conformi al senso comune; essi non sanno che non è affatto a
ciò che si chiama il senso comune che io ho mirato; non sarebbe stato sufficiente per me; mi
bisognava il senso distinto; è questo solo che poteva convenire alla misura ed
all’inclinazione che mi si era data. Ora questo senso distinto è ancora più estraneo a questi
dotti ed a questi uomini di mondo, di quanto ciò che essi chiamano il senso comune non lo
sia per me.

1028. Quando rifletto sulla mia carriera, e sulle dolcezze di cui essa è piena, mi confermo sempre
più in una opinione che ho avuto da lungo tempo e che non fa che realizzarsi sempre più per
me tutti i giorni, cioè che sono venuto in questo mondo con dispensa. Questa verità ha avuto
luogo in due maniere. La prima in ciò che ho ricevuto fin dalla mia giovane età delle nozioni
e degli sviluppi che per la loro natura sembravano non dover appartenere che ad un’età più
avanzata. La seconda in ciò che i frutti attivi più dolci e più estesi mi sono pervenuti senza
che li abbia acquistati a prezzo dei miei sudori, come ciò accade quasi indispensabilmente
per la maggior parte dei miei confratelli.

1029. I fisiologi ed i conoscitori nelle proporzioni del corpo umano hanno notato, guardandomi,
che la mia testa era troppo grossa per la mia statura e la mia corporatura. È una sproporzione
che caratterizza il bambino. Perciò sono rimasto come bambino in rapporto al mio corpo.
Sono rimasto tale ugualmente quanto al mio carattere; ed il nome di bambino è il
soprannome che mi si dava comunemente in collegio, senza pregiudizio di soprannomi
accidentali che vi avevo meritato; infine sono rimasto tale quanto al mio spirito, poiché tutte
le mie forze sono passate nella mia intelligenza o nella mia testa; ed è a questo che devo in
gran parte le grazie spirituali che ho ricevuto.

1030. Nell’inverno dell’anno 9, o del 1801, ho pubblicato il Cimitero d’Amboise, piccolo poema in
165
420 versi. La buona gente è stata contenta della sostanza delle cose e vi ha trovato dei versi
felici. La gente dell’arte non l’ha giudicato che per la forma e non ha neppure guardato la
sostanza. Du Rosay ne diede da parte mia un esemplare a Bonaparte. Ma non ho neppure
mai saputo se l’avesse letto o meno.

1031. Nella mia vita ho quasi sempre trovato gli uomini migliori o peggiori della loro reputazione.

1032. Come spazzino del tempio della verità, non devo essere sorpreso d’aver avuto tanto mondo
contro di me. Le immondizie si difendono dalla scopa tanto quanto possono.

1033. Ciò che mi dà tante gioie nella mia carriera, è di sentire che, grazie a Dio, ero come arrivato,
prima ancora di partire, mentre che ve ne sono tanti che non sono partiti neppure dopo essere
arrivati.

1034. Mi si era fatto eunuco, e sebbene abbia avuto la stupidaggine di lasciarmi andare ad
ostacolare questa destinazione, si è voluto forzatamente farmi eunuco di nuovo, tanto la
legge superiore è invariabile nei suoi piani. Ed anche la mia seconda maniera d’essere
eunuco sarà molto più bella della prima.

1035. Ho creduto spesso che guadagnerei gli uomini mostrando solamente alcune esche; ed in vero
bisogna ch’essi abbiano molto poco naso per abboccare tanto poco a quelle che io ho loro
mostrato; ma colui che vede meglio di me, non ha voluto che queste esche fossero più
abbondanti, nel timore senza dubbio, che io mi limitassi a questo; inoltre mi ha talmente
privato delle circostanze che quelle che parrebbero dover essere le più favorevoli, al primo
cenno, hanno quasi sempre finito con l’essermi contrarie. La sua intenzione in questo mi è
conosciuta oggi; egli vuole che io mi mostri solamente in una maniera perentoria; e per
questo non vi è altra via che i grandi mezzi. Ne sono molto dispiaciuto, tanto avrei amato
che gli uomini sapessero farne a meno. Ma la sua vol. sia fatta!

1036. Vi sono buone ragioni perché i libri dei sapienti e dei letterati la spuntino sui miei. 1° essi
sono meglio fatti, ed in vero i loro autori hanno grande bisogno di supplire con la forma a
ciò che manca alla sostanza nelle loro produzioni; invece le mie riposano su una sostanza
così solida e così inespugnabile che possono fare a meno della forma, sebbene, se questi
autori fossero giusti, converrebbero che di tutti gli scrittori spiritualisti io sono quello che ha
dato a questa sostanza vera e profonda la forma meno spiacevole. 2° Le loro opere devono
fare fortuna più che le mie perché essi pensano più di me a lavorare per questo mondo,
considerato che io lavoro solamente per l’altro. Le loro opere sono delle curve a doppia
curvatura, e che riposano su due piani. Le mie non riposano che su un solo piano. Infine essi
vogliono parlare bene dell’altro mondo al lettore, ma avendo gran cura di lasciarlo in questo,
senza di che si farebbero pochi partigiani, mentre io tendo chiaramente a strapparlo da esso.
Non è dunque sorprendente che io sia per il mondo e coloro che lavorano per esso, come un
vero reprobo.

1037. Si sarebbe dovuto inzepparmi di luci e di forze, e non mi si è inzeppato che di ignoranze e di
debolezze.

1038. Verso la fine del 1802, assistetti al matrimonio del giovane d’Arquelai. Suo padre
ottuagenario e morente si fece portare ai piedi dell’altare, e venne ad aggiungere le sue
benedizioni a quelle del prete. Quindici giorni dopo il padre morì, ed io assistetti alla
cerimonia funebre nello stesso luogo in cui avevo assistito a quella del matrimonio. Allorché
vidi il figlio gettare dell’acqua benedetta sulla bara, fui colpito fino al vivo dal quadro di
questa catena di benedizioni ora dolci ora strazianti che lega tutta la famiglia umana e che la
166
legherà fino alla fine delle cose. Ciò sarebbe un motivo inesauribile di magnificenze divine.

1039. Poco tempo dopo il mio ritorno da un piccolo viaggio fatto ad Amboise durante l’estate
dell’anno 9, lessi l’opera di Mounier contro Baruel, il quale Baruel m’aveva detto corna ed
altro, senza conoscermi. Mounier, più moderato di lui e più onesto, manca tuttavia della
conoscenza che gli bisognerebbe per giudicare della cosa di cui si tratta. La Signora Perrier e
la Signora de Rollin desidererebbero che io mi legassi con lui. Ma sebbene l’abbia incontrato
una volta o due nella casa della Signora Rollin, noi non ne siamo più legati per questo, e non
lo saremo probabilmente di più. Egli ha troppi scopi di questo mondo da perseguire.

1040. Il Signor de Fondbrune mi è sembrato avere profonde e sane conoscenze in musica. Il suo
sistema dell’accordo perfetto come generatore di tutti gli altri accordi perfetti è imponente
per la sua maestà e la sua semplicità.

1041. Il Barone de Bonde ed il Barone de Silveryelhm mi hanno ampiamente compensato


dell’oblio in cui il pubblico ha lasciato il Coccodrillo. Essi vi hanno visto molto meglio che
la mia nazione tutto ciò che in effetti quest’opera racchiude sia chiaramente ed allo scoperto,
sia sotto i geroglifici e le allegorie. Ho visto anche con piacere la Signora Sanlo ed il Signor
Isnard; ma questi due ultimi non sono ancora che delle conoscenze appena cominciate. La
Signora Forget, e la Signora de Chastenet hanno pure preso gusto per il Coccodrillo.

1042. Parlando con me di cose religiose, una persona mi diceva questa frase tanto conosciuta, che
bisognava starsene alla fede ingenua degli umili. Io risposi, ridendo, a questa persona,
ch’egli non era buono ad avere la fede degli umili se non perché noi abbiamo con questo il
modo d’avere più presto la fede di carbone (sottintendendo acceso).98

1043. Io non sono stato disposto all’orgoglio se non con coloro che lasciavano a me stesso il tempo
di contemplarmi, e che non mi mostravano abbastanza virtù, o abbastanza luci perché
fissassi su di essi i miei sguardi. Quando ho avvicinato delle persone di un’altra tempra, non
ho provato che dell’attaccamento e dell’ammirazione. Perciò non vi sono che le persone
mediocri, leggere e imprudenti che mi abbiano trovato dell’orgoglio; gli uomini sublimi, e
profondi, quando ne ho incontrato mi hanno trovato semplice.

1044. Nel mese di floreale anno 10, ho visto mia sorella a Tours molto in buona salute. Verso
questo stesso tempo, vi sono stati dei registri aperti per fare Bonaparte 1° Console a vita.
Verso questo stesso tempo vale a dire il 16 maggio 1802, vi è stata una gelata terribile ed
universale che ha rovinato tutte le vigne in tutta la Francia, e che ha un po’ nuociuto alle
votazioni fra la gente del mio cantone, perché il pane vi era ad un prezzo esorbitante.

1045. Nello stesso mese di floreale anno 10, mi si inviò da Parigi il libro del Signor de
Chateaubriant 99 sul Genio del cristianesimo. Pur ammirando il suo talento, ho creduto
ch’egli s’ingannasse sul titolo; poiché è del cattolicesimo ch’egli parla, e non del
cristianesimo.

1046. Ho notato che tutte le volte che Dio mi ha tolto qualche godimento di questo mondo, o
qualche vantaggio temporale, è stato nel momento in cui ero vicino a credere ch’essi erano
qualche cosa.

98
L’autore gioca sulle parole: La foi du charbonnier (carbonaio), ovvero la fede ingenua degli umili e la foi de charbon
la fede di carbone.
99
François-René de Chateaubriant (1768-1848) scrittore cattolico conservatore legittimista, con la restaurazione fu pari
di Francia, ambasciatore e ministro.
167
1047. Fin dalla mia più tenera giovinezza ho sentito, ed ho detto che ero felicemente nato, ma che
non ero nato felice; e ciò si è verificato in mille circostanze della mia vita, sia per il fisico sia
per il temporale, sia per lo spirituale. Ho detto ancora che per quest’ultimo articolo, le mie
più grandi imprese gloriose sarebbero in scritture; e ciò è stato ugualmente confermato tanto
con la mia volontà che senza la mia volontà; talvolta anche in progetto ed in semplice
annuncio; come a Lione. (Remember the beasts) 100.

1048. Ho fatto mille sbagli sulla terra, perché non trovavo il mio analogo fra gli uomini, e perché
non avevo la forza completa d’andare a cercarlo con costanza nel luogo elevato in cui egli
risiede. Felice colui che può ottenere un appoggio in questo mondo.

1049. Sento che i più grandi sbagli che ho commesso non sono mai stati che l’effetto della mia
pigrizia e per riempire i vuoti che mi lasciavano la mia debolezza e la mia negligenza. Ho
sentito pure che quando avevo preso un po’ cura di me, l’amico fedele che ci segue
dappertutto, mi accompagnava fino al centro dei miei traviamenti, e ne fermava spesso le
dolorose conseguenze.

1050. Dacché esisto e penso, non ho avuto che una sola idea, e tutto il mio voto è di conservarla
fino alla tomba; ciò che fa che la mia ultima ora è il più ardente dei miei desideri, e la più
dolce delle mie speranze.

1051. Non ho mai gustato molto a lungo le bellezze che la terra offre ai nostri occhi, lo spettacolo
dei campi, i paesaggi, ecc.; il mio spirito si elevava presto al modello di cui questi oggetti ci
raffigurano le ricchezze e le perfezioni; ed abbandonava l’immagine per godere del dolce
sentimento del suo autore. Chi oserebbe negare ancora che tutti gli incanti che gustano gli
ammiratori della natura fossero presi nella stessa sorgente senza ch’essi lo credano?

1052. È una verità ed io ne devo rendere grazie al cielo che in mille occasioni in cui il corso della
vita assoggetta l’uomo a delle prove per la sua istruzione, esso mi ha dispensato
dall’esperienza.

1053. Sono rimasto molto poco tempo al servizio della patria, ma le ho fatto più grandi sacrifici di
coloro che l’hanno servita tutta la loro vita. Le ho sacrificato il mio tempo, la mia
giovinezza, la mia salute stessa che richiedeva un pieno riposo, infine il mio gusto più vivo,
senza trarne altro frutto che opprimere di dolore un padre che mi avrebbe condannato senza
poter mai conoscermi; ma quali risarcimenti mi attendevano in mezzo a tutti questi ostacoli!

1054. Vi sono delle persone di un carattere freddo e riservato con le quali non si sa come condursi.
Tale fu per me il Signor d’And.... ten.... col.... al reggimento di Foix. Se gli avessi lasciato
vedere il mio disgusto per il mestiere, sarebbe stato tagliarmi il collo. Se apparivo
attaccarmici, mi prendeva per un giovane uomo senza esperienza. Cosa bisognava dunque
fare? Obbedire così freddamente quanto ero comandato.

1055. Champoléon capitano al reggimento di Foix mi pronunciò un giorno questa sentenza: Non è
che l’interesse o l’esempio che ha reso gli uomini cattivi; essi non lo sono naturalmente;
poiché allora gli uomini buoni sarebbero dei mostri, in quanto contrari alla loro natura.
Questa proposizione è più speciosa che vera. L’uomo nasce con un misto nel suo morale
come nel suo fisico. Egli diviene buono o cattivo nella società, secondo che è l’uno o l’altro
di questi germi che vegeta. La proposizione che attacco supponeva l’uomo nell’epoca

100
ricorda la bestia.
168
primitiva in cui tutto era puro; quest’epoca non è più.

1056. Mi sono detto talvolta:


Ma spirito mio, perché ti stanchi?

Mi sono sentito rispondere:


È che sono ridotto alla mia sola virtù;
E se mi abbeverassi alla sorgente eterna,
Agirei senza fatica, e senza riposo come lei.

1059. Il cielo ha voluto per così dire che io fossi saggio, malgrado me. Esso mi ha dato, è vero, un
carattere facile che mi ha fatto cedere in parecchie circostanze, ma mi ha dato nello stesso
tempo una certa timidezza che mi ha evitato molte occasioni. Ha corretto l’uno dei miei
difetti con l’altro. Così posso guardare l’ultimo, se non come una virtù, almeno come un
felice elemento di preservazione, che è anche mio interesse conservare.

1060. Il successo di tutte le cose della vita dipende dalla maniera in cui esse sono presentate. Non
si poteva immaginare le ragioni che mi rendevano tanto indifferente ai diversi stati ai quali
mi si è applicato nella mia giovinezza. Non si contava per niente il mio gusto per le
conoscenze. Io stesso non avevo per esse che un gusto vago, indeterminato, ma suscettibile
di prendere un carattere vicino a qualcuno che me ne avesse fornito l’occasione. Essa si è
trovata nel mio 22° anno; e da lì è dipeso il resto della mia vita. Sventura a coloro che li si
trattiene nella carriera che non è loro naturale! Gli oggetti falsi a cui li si avvicina crescono
per essi, e gli oggetti veri diminuiscono. Quali doni, quali talenti possono svilupparsi in
simili esseri! Perciò di quali uomini il mondo è composto!

1061. Uno dei miei amici mi diceva un giorno: noi scaviamo la nostra tomba con i denti. In effetti
credo che la tavola ha ucciso, uccide, e ucciderà più mondo che la peste, la guerra e tutti gli
altri grandi flagelli del genere umano. Poiché non vi è quasi alcuna delle nostre malattie
mortali che non provenga in primo luogo dalla nostra intemperanza in fatto di nutrimento; e
dagli alimenti contrari che prendiamo consultando più il nostro gusto che la nostra salute.

1062. Ho avuto per lungo tempo la curiosità di conoscere il rapporto dell’intelligenza solare che
esiste dall’anno 1768, e che è cominciato nella città di L’Orient. Essa è legata al mio
elementale ed alla mia felice complessione fisica sebbene debole. Vi è un’altra intelligenza
che è legata alla mia complessione divina; ed essa è molto diversamente importante. Ma non
lo scrivo, tanto la rispetto.

1063. Bisogna che l’uomo soffra per dove pecca. Io ero buono per seguire l’esempio, e non ero
abbastanza forte per darne. Perciò mi si è punito lasciandomi quasi sempre senza esempio, e
senza reazione. Ma mi lamenterò? No. mi se n’è ancora accordato più di quanto non ne
dovevo aspettare.

1064. Lo studio ed il pensiero sono un affare di bisogno per me, ed in nessun modo un affare di
vanità. Io non ho abbastanza conoscenze per lusingare il mio orgoglio scientifico, ma sono a
disagio quando lascio digiunare il mio spirito; ecco il motore del mio gusto per gli studi e le
speculazioni.

1065. La maggior parte degli uomini hanno da combattere le loro passioni e le attrattive che si
presentano ad essi. Quanto a me ho avuto da combattere l’ozio e molte goffaggini che hanno
fatto sul mio conto le persone che mi hanno circondato. Mi sono trovato soprattutto in una
singolare posizione allorché ho passato alcuni momenti nel mestiere delle armi. Non potevo
169
sperarvi dell’avanzamento, se non mi lasciavo guadagnare dalla stupida abitudine che le
occupazioni di questo stato fanno contrarre. Se vi soccombevo, perdevo di vista il mio
grande oggetto. Dio mio, Dio mio, ho molto sofferto. Tu sai perché. Quest’idea mi consola e
mi lascia la speranza che alcuni dei miei sbagli saranno dimenticati.

1066. Ho talvolta mormorato contro le circostanze che mi hanno portato così poco all’azione, e
tanto abbandonato alla speculazione. Sono giunto fino a fare un crimine ad una virtuosa
amica di non aver preso cura d’attivare il mio cuore maggiormente. Ma tutti questi lamenti
sono i rifugi dell’amor proprio. Non imputiamo i nostri sbagli che a noi stessi. Non vi è una
posizione in cui siamo scusabili di trascurare una sola virtù.

1067. Nel 1778 mi dicevo: A vedere le crudeltà che esercitiamo contro gli animali, si è molto
tentati di credere che vi sono alcuni rimproveri da fare al principio che li ha formati. Nel
1785 ciò è stato chiarito dai Raab. E molto più ancora nel 1790 da Jacob Böhme.

1068. Mi ricordo sempre la morte edificante del cavaliere de Savaron a Lione il 13 luglio 1786.

1069. Nome del mio paese scritto sulla sabbia. Un aquila che lo cancella con le sue ali a misura
che lo sventurato lo voleva leggere. Non dovendo scoprire ciò ch’egli ha perduto per
malattia se non dopo che avrà potuto leggere questo nome. Ricerche di colui che glielo
aveva tracciato. Nuovo Tobia. Poema progettato.

1070. Ho trovato sul mio cammino quantità di persone di cui il cuore era così lontano dal loro
spirito, che per ricondurveli, mi è bisognato a mia volta tenere il mio spirito lontano dal mio
cuore. Ciò è stato un vero supplizio per me; ciò mi ha esposto al disseccamento, e ciò ha
impegnato coloro stessi per i quali mi ero sacrificato a coprirmi poi del loro sdegno e del
loro disprezzo.

1071. Conosco qualcuno di cui tutta l’ambizione sulla terra è stato di avere di che farsi seppellire.
Egli diceva anche di aver visto in una commedia che si poteva molto bene farsi seppellire
per uno scudo.

1072. Sono persuaso che la Provvidenza che mi ha colmato di tante misericordie e di cure non mi
ha voluto accordare i soccorsi e i vantaggi temporali che avrei potuto desiderare, e di cui
mancavo costantemente, per la sola ragione ch’essa mi conosceva debole e facile, e che se
avessi avuto più mezzi, avrei fatto ancora più sbagli, poiché ne ho fatti tanti, non avendone
avuti. Sono persuaso anche che se mai essa mi tratti diversamente, non sarà che quando mi
avrà abbastanza purificato, e solidificato perché io sia al riparo dal pericolo di mal impiegare
i miei mezzi temporali e spirituali.

1073. Dacché sono al mondo, posso dire che attorno a me tutto ha giocato con me a proponimento
discordante, tanto le cose e gli avvenimenti sono venuti fuori stagione, e quasi sempre troppo
tardi. Ho senza dubbio questo di comune con tutta la mia specie, poiché è certissimo che
quaggiù tutto è rovesciato! Sarei tuttavia molto ingrato se estendessi generalmente questa
osservazione a tutto ciò che concerne la mia esistenza. Al contrario vi sono delle cose che mi
sono venute tanto a proposito che tutta la saggezza umana non ne avrebbe potuto scegliere
meglio le epoche. Ma anche sono delle cose che escono dalla classe comune.

1074. Mi si è raccontato a Tolosa un fatto sorprendente in cui il signor de Puget membro del
parlamento di questa città fu tanto chiaramente lo strumento della giustizia divina per la
punizione di un albergatore assassino.

170
1075. Spesso la Divinità ci lascia abbandonati a delle distrazioni, ed anche ci invia delle piccole
contrarietà per preservarci da una più grande disgrazia. È per una conseguenza di questa
ingegnosa attenzione da parte sua che ho evitato d’essere schiacciato dal camino del mio
studiolo che cadde a Parigi al momento del grande uragano del 13 dicembre 1786. Ho
ricevuto d’altronde tanti altri segni della sua vigilante carità per me, che sarei molto ingrato a
misconoscerla. Tuttavia ragionerei come un uomo profano se dicessi che la morte sarebbe
stata una disgrazia per me. Essa non sarebbe stata tale che per quanto non sarei stato pronto.
E senza dubbio non sono ancora morto poiché non si è giudicato a proposito di prendermi.
Poiché quando si ha la ventura d’essere pronto questo avvenimento deve riempire il giusto di
più piacere di quanto non ne proverebbe l’ultimo ed il più sventurato degli uomini, se si
venisse ad annunciargli ch’egli è nominato re della sua nazione, e che va a salire sul trono.

1076. Vi è una persona nel mondo, che onoro e stimo infinitamente per le virtù e le buone qualità
di cui è piena. Ma vi è una tale mancanza di connessione nelle sue idee e nella sua logica
ch’essa mi fa soffrire tutto ciò che si può immaginare. È al punto che non augurerei al più
crudele dei miei nemici due minuti dei supplizi ch’essa mi ha fatto provare. Il mio cuore
soffre senza dubbio a non vederla. Ma mi consacro a queste sofferenze del mio cuore, per
conservare i giorni del mio spirito. Poiché sicuramente esso non potrebbe vivere a lungo in
sua presenza.

1077. Vale meglio fare il gentiluomo borghese che il borghese gentiluomo.

1078. In tutte le circostanze della mia vita temporale ho avuto l’apparenza della prosperità, e la
realtà della sfortuna. Nella mia carriera spirituale, ho provato spesso il contrario. Vi ho avuto
delle tribolazioni spaventose in apparenza, e delle consolazioni inesprimibili in realtà. La
ragione di ciò è conforme all’ordine.

1079. Ho detto da qualche parte che la gioia dei saggi è sconosciuta al volgo, e non può essere
veramente sentita che da Dio all’uomo. In effetti un terzo per quanto intimo egli sia la fa
discendere di un grado, sebbene fortifichi questo stesso grado con la riunione. Così gli
uomini possono assecondarsi gli uni e gli altri per andare a Dio; ma quando vi sono,
ciascuno non ha più bisogno che di Dio e di sé.

1080. Giungono talvolta nello spirito dei pensieri di cui gli uomini potrebbero fare un grande abuso
se li conoscessero. Di questo genere sono quelli che sono venuti a qualcuno di mia
conoscenza sui supplizi. S... R...

1081. Quanto l’attrattiva delle cose spirituali rende tiepidi su quelle di quaggiù! Un tempo sarei
corso in capo al mondo per vedere le cose di questo mondo. Oggi mi bisognano i più vivi
impulsi per farmi muovere. Così sembra che la saggezza suprema non mi destinava ai
godimenti di questo mondo. Allorché desideravo viaggiare e vedere, i mezzi mi erano
rifiutati. Oggi Tieman e Zinovief me li prodigano ed io non me ne curo più. La saggezza
aspettava questo momento per offrirmeli, per paura che se me li avesse offerti troppo presto,
il mio gusto mi avrebbe trascinato fuori della misura, e mi avrebbe portato pregiudizio nella
sola cosa ch’essa vuole da me. Essa mi conosce così debole e così facile che ha sempre agito
con me come con un bambino.

1082. Il 18 gennaio 1787 è il giorno in cui ho compiuto 44 anni. Fu in questo giorno che si celebrò
a Londra (dove ero allora) l’anniversario della Regina. Io guardai questo giorno come
l’inizio di una grande epoca per me. Fui preso quel giorno da vivi dolori, e particolarmente
nell’ora che corrispondeva a quella della mia nascita corporea; e mi dissi: Dio vuole che
questi dolori abbiano un felice risultato! e che mi conducano al parto!
171
1083. Bisogna sempre che le prove che subiamo siano di un genere nuovo, senza di che esse non
sarebbero delle prove. Posso dire che in questa parte ho fatto violente esperienze, e
probabilmente non sono alla fine. Ma ciò che mi hanno insegnato mi ha talmente disposto
alla rassegnazione ed alla pazienza che faccio in modo di tenermi pronto a tutto, e di
aspettarmi tutto senza dissensione e senza sorpresa.

1084. È ordinariamente accanto agli uomini puri e virtuosi che io ricevo salutari idee sulla
grandezza di Dio, sulla nostra miseria, e sui vantaggi della preghiera per guarirci. Accanto
agli uomini impuri e cattivi ricevo idee dolorose. Accanto agli uomini elevati nello spirito, il
mio spirito si eleva con essi. Accanto agli empi ed ai filosofi, il mio spirito si irrita, e riceve
quasi sempre delle soluzioni più forti e più vere dei loro argomenti. È anche accanto ad essi
che ho ricevuto quasi tutte le armi che ho promulgato contro di loro, e tutte quelle che sono
depositate nei miei magazzini, aspettando che ne faccia l’uso convenevole. Bisogna che noi
passiamo quaggiù per tutte queste diverse impressioni. Non è che con questo che possiamo
divenire o degli uomini di Stato consumati, o dei militari sperimentati nell’intelligenza.
Coloro che sono destinati ad esserlo nell’azione hanno anche le loro prove da subire, perché
bisogna che l’antico decreto In sudore ecc. si compia.

1085. Nella mia infanzia non potevo persuadermi che gli uomini che conoscevano le dolcezze
della ragione e dello spirito potessero occuparsi un istante delle cose della materia. Il mio
pensiero è ancora lo stesso sebbene sia molto lontano dal pretendere che la mia condotta e le
mie azioni siano state sempre conformi a dei sentimenti così elevati; ed è questa una delle
sorgenti delle mie pene. Ma anche ho una grande sorgente di consolazione quando penso alla
sorgente delle misericordie che cola sempre su di noi quando la cerchiamo con zelo, con
ardore e con fiducia.

1086. Ordinariamente gli autori fanno i loro libri come non facendo che questo. Ed io sono stato
obbligato a fare i miei come non facendoli. Potrei dire anche che faccio i miei libri
solamente come si rende un serviziale. Ecco perché essi sono così trascurati, e così poco
attraenti per il mondo.

1087. Vi sono delle persone che mi stanno accanto temporalmente, e che saranno sorprese un
giorno di trovarsi nell’altro mondo, quanto io lo sono di trovarmi in questo; poiché questo
mondo è un mondo da cui non avrebbero mai dovuto uscire; mentre io non avrei mai dovuto
entrarvi.

1088. Talvolta ho osato pensare che la sorte temporale era stata tanto sconnessa e tanto strana per
me, solamente perché Dio mi trovava abbastanza amabile per non volere cedermi agli altri.

1089. Non mi si è lasciato prendere nelle scienze umane se non ciò che me ne bisognava per
mostrarne il vuoto; ed ancora mi si è tenuto su questo in una misura ridottissima. Non si è
voluto che avessi una dose abbastanza grande di queste scienze da essere il loro credenzone
e la loro vittima, come lo sono i sapienti ufficiali.

1090. Sulla fine del 1802, la pace mi ha ricondotto alcuni amici a Parigi fra gli altri i Kachaloff, i
Puysegur, le Signore de Montbarey, de Lusignan, d’Asfeld, il vescovo de Meaux (Barall)
ecc.
Verso questo stesso tempo ho pubblicato Il Ministero dell’Uomo-spirito. Ne ho dato un
esemplare al principe Obolinski amico dei Kachaloff, alla Signora de Talaru ex Clermont-
Tonnere, ed a tutte le altre persone avvezze a ricevere le mie precedenti opere. Questa
sebbene più chiara delle altre è troppo lontana dalle idee umane perché io abbia contato sul
172
suo successo; ho sentito spesso scrivendola che facevo come se andassi a suonare sul mio
violino dei valzer e delle controdanze nel cimitero di Mont-martre, dove avrei un bel far
andare il mio archetto, i cadaveri che sono là non sentirebbero alcuno dei miei suoni, e non
danzerebbero affatto.

1091. È anche verso la fine del 1802 che è apparsa la nuova edizione delle Scuole normali in cui si
trova la mia battaglia Garat, nel 13° volume. Non è senza difficoltà che si è lasciato apparire
questa battaglia che è la pietra gettata sulla fronte di Golia e che mi fu annunciata nel 1795
ad Amboise allorché il distretto mi scelse per inviarmi come allievo a queste Scuole normali.
Del resto devo rendere giustizia a Garat che si è molto ben comportato al momento delle
difficoltà che si facevano alla pubblicazione del mio scritto contro di lui.

1092. Il 18 gennaio 1803 che completa la mia sessantina mi ha aperto un nuovo mondo. Le mie
esperienze spirituali non vanno che accrescendosi. Avanzo, grazie a Dio, verso i grandi
godimenti che mi sono annunciati da lungo tempo, e che devono porre il colmo alle gioie da
cui la mia esistenza è stata come costantemente accompagnata in questo mondo.

1093. Coloro che hanno dell’anima pretendono dalle mie opere ciò che loro manca. Coloro che
non le leggono con la loro anima, rifiutano loro anche ciò ch’essi hanno.

1094. Le circostanze mi hanno procurato la conoscenza della famiglia Sanlot, senza che me ne sia
occupato. Questo legame può produrmi dei frutti gradevoli per me, ed utili per la cosa.
L’accordo Clery del 29 gennaio ha finito d’appianare tutte le difficoltà procurandomi, in una
maniera inattesa la conoscenza della Signora Esmengard.

1095. Il 27 febbraio 1803 ho avuto un primo abboccamento con il Signor de Chateaubriant, in una
cena combinata per questo presso il Signor Neveu alla Scuola politecnica. Avrei molto
guadagnato a conoscerlo più presto. È il solo uomo di lettere, onesto con il quale mi sia
trovato in presenza dacché esisto; ed ancora non ho goduto della sua conversazione che
durante il pasto; poiché subito dopo apparve una visita che lo rese muto per il resto della
seduta; e non so quando l’occasione rinascerà; perché il re di questo mondo ha gran cura di
mettere dei bastoni tra le ruote del mio carretto. Del resto, di chi ho bisogno, eccettuato di
Dio?

1096. Sebbene il re di questo mondo abbia gran cura di mettere i bastoni fra le ruote del mio
carretto, io non devo lamentarmene poiché non sta che a me di farmi condurre in un carretto,
dove egli non possa colpire, e nel quale per conseguenza gli sia impossibile di mettere dei
bastoni fra le ruote.

1097. Nelle dolci affezioni che il mio oggetto mi fa provare, credo talvolta che se i miei lettori,
risentissero meno del mondo, la sostanza dei miei principi, e lo scopo al quale vorrei veder
tendere tutta la specie umana, (e ciò sarebbe loro molto facile, poiché da lungo tempo
stordisco le loro orecchie, ed abbaglio i loro occhi) credo, dico, che passerebbero facilmente
sui difetti della forma di cui peccano spesso i miei scritti. Ma quest’idea non è che
un’illusione. Lungi che la sostanza comporti la forma, come ciò dovrebbe essere se i miei
lettori fossero diversamente disposti, è al contrario la forma che per essi comporta
giornalmente la sostanza. Eccettuo da questo giudizio il Signor de Talaru.

1098. La morte di La Harpe avvenuta all’inizio dell’anno 1803, è una perdita per la letteratura. La
sua fine è stata molto edificante. Io non ho mai avuto dei legami con lui. Ma non ho mai
dubitato della sincerità della sua conversione, sebbene non la creda diretta per le vere vie
luminose. La morte di quest’uomo celebre è ugualmente una perdita per la cosa religiosa,
173
perché egli era uno spauracchio per coloro che la disprezzano. Credo che avremmo finito
coll’intenderci lui ed io se avessimo avuto il tempo di vederci. Vedi il Giornale dei dibattiti
del 16 ventoso anno XI. La Signora de Talaru ci ha raffigurato l’uno e l’altro in una maniera
abbastanza significativa dicendo, che egli mordeva fino al vivo gli avversari della verità, e
che io provavo loro evidentemente ch’essi avevano torto.

1099. Non è all’udienza che i difensori ufficiali ricevono il salario delle cause che patrocinano; è
fuori dell’udienza, e dopo ch’essa è finita. Tale è la mia storia, e tale è anche la mia
rassegnazione di non essere pagato in questo basso mondo.

1100. Dio ha talvolta forzato le leggi a mio proposito, facendomi camminare per delle vie
temporali che mi erano interamente opposte secondo il mio uomo terrestre, ma nelle quali
dovevo trovare tutto ciò che era necessario al mio uomo celeste. Quando cessava d’aprire
queste vie per me io ricadevo nelle vie naturali del mio destino temporale; ora queste vie
naturali del mio destino temporale sono piene di rotture e di incoerenze che mi fanno vedere
chiaramente da dove sono uscito, e che non mi permettono di dubitare che bisogna
combattere incessantemente, e che dobbiamo mangiare il nostro pane solamente con il
sudore della nostra fronte.

1101. Il genere di cui si vuole che io sia occupato è tale che nessun ingrediente di questo mondo
può entrare nella sua composizione.

1102. Durante il viaggio gradevole che ho fatto a Chamarandes ed a Lormoi, la Signora La Roche-
Le Noir è venuta a cercarmi a Parigi, per riannodare il nostro legame che si era un po’
allentato. Ho trovato questa degna persona, più eccellente del suo solito. Ma suo marito che
ho rivisto pure nello stesso tempo mi è sembrato essere attualmente più avanti della moglie;
mentre che precedentemente era la moglie più avanti del marito.

1103. Ho rivisto poco dopo l’epoca suddetta la cortesissima ed amabile Perrier madre di dieci figli
di cui fa la felicità, e i quali tutti sono felicemente nati.

1104. Vi sono degli esseri ai quali la sorte ha permesso in questo mondo di sviluppare tutte le loro
essenze, e tutte le loro forme. La mia non vuole assolutamente che vi sviluppi altre essenze
che le mie essenze divine, ma anche vuole che ve le sviluppi tutte senza eccezione.

1105. Giungo ad un’età e ad un’epoca in cui non posso più avere relazioni che con coloro che
hanno la mia malattia. Ora questa malattia è lo spleen dell’uomo. Questo spleen è un po’
differente da quello degli inglesi. Poiché quello degli inglesi rende neri e tristi; e il mio mi
rende interiormente ed esteriormente tutto color di rosa. 101

1106. La veduta d’Aunay vicino Sceaux e Chatenay mi è sembrata gradevole per quanto possono
sembrarmelo ora le cose di questo mondo. Quando vedo l’ammirazione di molti per le
bellezze della natura, e dei siti felici ch’essa ci presenta, rientro presto nella classe dei
vegliardi d’Israele che vedendo il nuovo tempio, piangevano sulla bellezza dell’antico. Vedi
Esdra 3: 12 e 13.

1107. Mi necessita avere grande attenzione a non dimenticare lo scandalum mundi che ho avuto a
101
lo spleen degli inglesi, come dice l’autore è in realtà l’humor melancholicus della psicologia galenica che colpisce i
comuni mortali rendendoli tetri; lo spleen dell’autore, ovvero la sua malattia, è invece la melancolia ispirata del Dürer e
di cui parla l’Agrippa nella sua opera “De occulta philosophia” secondo la quale il temperamento melanconico viene
rivalutato con la solitudine e la concentrazione negli studi per diventare quello dei grandi uomini, dei grandi pensatori,
profeti, veggenti, ecc., portando l’uomo in prossimità del divino; da cui il color di rosa di cui parla l’autore.
174
seguito di ciò che mi viene riferito di una indiscrezione commessa a Barcellona a proposito
della terza parte del Ministero dell’Uomo-spirito. Ecco una delle sfumature della mia linea.

1108. La famiglia Santot con la quale ho fatto una conoscenza più ampia verso la fine della
quaresima del 1803, mi sembra amabile ed interessante sotto tutti i rapporti. Non ne ho
conosciute che riuniscano ad un tempo più vantaggi, tanto quelli dello spirito che quelli del
cuore e di una eccellente filosofia, vale a dire di quella che riposa su una base religiosa.

1109. Ho detto da qualche parte che nei miei assalti filosofici comincio sempre con l’avere la
parte inferiore. La ragione ne è che la testa degli uomini in generale è come un brulicare di
farfalle, o anche come un alveare di calabroni; ora quando si mette il fuoco in questi covi
bisogna spettarsi d’essere assaliti dalle nuvole d’insetti che li abitano, e d’essere soffocati dal
fumo; ed è il caso di cominciare col fuggire ed allontanarsi. Ma così passati i primi momenti,
ci si trova poi ad avere tutto il vantaggio.

1110. La malattia da cui sono preso e di cui ho parlato nell’art. n° 1105, mi obbliga al regime e a
non uscire di camera, come nelle malattie ordinarie. Poiché come poter fare i propri rimedi,
e le proprie medicature davanti al mondo? Necessita ad un malato l’uso più libero dei suoi
movimenti; bisogna ch’egli possa a suo piacimento camminare, fermarsi, parlare, tacere,
prendere tutte le attitudini analoghe alla sua situazione, ai suoi bisogni ecc. e ciò anche
spesso e ovunque dove ciò gli convenga; ecco perché devo tanto sottrarre la mia presenza al
mondo.

1111. Il primo maestro che ho avuto, conobbe molto bene le essenze della mia origine allorché mi
disse che vi era molta materia in me. Se la Provvidenza non avesse fatto contrasto,
attenuando questa materia fin dalla mia culla in cui ho cambiato di pelle sette volte, mai il
giorno dello spirito avrebbe potuto attraversarmi; e sarei rimasto come tanti altri sotto il
potere assorbente dell’elementale. D’altra parte questo maestro conobbe anche la diafanità
del mio spirito, allorché mi disse che non avevo bisogno di visioni poiché avevo
l’intelligenza.

1112. Ogni uomo che vuol procedere nella linea vera, o piuttosto che vi è chiamato deve aspettarsi
d’essere trattato nella sua misura particolare, come il Cristo lo è stato relativamente
all’atmosfera universale delle cose spirituali; vale a dire che tutti gli uomini dello spirito
hanno tutti accanto ad essi un pretorio nel quale li si trascina, e dove li si tratta come il
Cristo lo fu nel pretorio dei Romani a Gerusalemme. Ciò può rapportarsi all’art. n° 540.

1113. All’inizio dell’aprile 1803, sono stato a restituire ai Signori de Boisguerin a Saint-Germain
la visita che mi avevano fatto qualche tempo prima. La buona accoglienza che mi fecero,
l’aria salubre di cui godetti sulla loro terrazza, e nella strada, la bellezza dello spettacolo
della natura che ebbi modo di contemplare tutta la giornata mi rinnovarono al punto che
rientrando in Parigi provai vivi soffocamenti nel morale e nel fisico, e mi dissi molto
sinceramente che bisognava avere delle ragioni maggiori, o essere nemico di se stesso per
abitare in questa cloaca babilonese.

1114. Un giorno a Saint-Roch, assistetti al rinnovo dei voti del battesimo che si fece fare ai
bambini dei due sessi che avevano fatto la loro prima comunione nella quindicina di Pasqua.
Questa cerimonia mi causò molta commozione, e mi parve propria ad operare anche sulle
persone attempate delle impressioni molto salutari. In generale allorché si considera la
Chiesa nelle sue funzioni essa è bella ed utile. Essa non dovrebbe mai uscire da questi limiti.
In questo modo diverrebbe naturalmente una delle vie dello spirito.

175
1115. In una cena che ho fatto in piazza Vendôme, l’indomani della mia corsa a Saint-Germain
(vedi art. n° 1113) mi trovai con parecchie persone interessanti, e di mia conoscenza, eccetto
una. Mi accorsi che le opposizioni dei miei avversari diminuivano sensibilmente, il che mi fa
credere che Parigi deve sempre essere un centro per me sebbene io persista nell’idea di
alloggiarmi nei pressi, e non nel suo seno a meno di circostanze che mi ci trascinino. Quello
dei convitati che non conoscevo, (M. l’abate de La Jarre) parlò quasi sempre per tutta la
seduta. Parlò con spirito, con una grande facilità di eloquio e l’ascoltai con interesse. Ma mi
guardai bene dal pronunciare davanti a lui una sola parola, tanto gli argomenti che ci
occupano sono separati l’uno dagli altri. La società è un liceo, dove vi sono dei professori di
ogni genere. Ora siccome non vi sarei che un professore di cinese, il mio turno per farvi la
mia lezione non giunse mai, e la mia cattedra vi restò vuota e la mia lingua nel silenzio.

1116. Vi sono in alcune delle mie opere parecchi punti che sono presentati con negligenza, e che
avrebbero dovuto esserlo con molta precauzione per non risvegliare gli avversari. Tali sono
gli articoli in cui parlo dei preti e della religione, nella mia Lettera sulla Rivoluzione
francese e nel mio Ministero dell’Uomo-spirito. Capisco che questi punti hanno potuto
nuocere alle mie opere perché il mondo non si eleva fino ai gradi in cui esso, se fosse giusto,
troverebbe abbondantemente di che calmarsi, e farmi grazia, mentre non è neppure
abbastanza misurato per farmi giustizia. Credo che le negligenze, e le imprudenze in cui la
mia pigrizia mi ha trascinato in questo genere, hanno avuto luogo con un permesso divino
che ha voluto con questo allontanare gli occhi volgari dalle verità troppo sublimi che
presentavo forse con la mia semplice volontà umana, e che gli occhi volgari non dovevano
contemplare.

1117. Dalla maniera in cui vivono gli uomini, e dai nuvoli di farfalle che li circondano e li
ombreggiano, bisognerebbe che il Santo-Spirito fosse stregone, (come ho detto un giorno ai
Kacheloff presso i Caraman), per poterli acchiappare ed impadronirsi di essi. Perciò quanto
essi si tengono lontano da lui! E quanto lo costringono con questo a tenersi lontano da loro!

1118. Il 1° maggio 1803 ho perduto a Parigi il Signor de Langeron mio vecchio colonnello al
reggimento di Foix. Era un uomo dabbene, e che è stato rimpianto da tutti coloro che lo
conoscevano. Non posso mai pensare a questo reggimento né occuparmi di coloro che lo
componevano, senza commuovermi di riconoscenza per la Provvidenza, poiché era per
questa via, in apparenza tanto estranea per me, ch’essa aveva avuto il disegno di compiere i
suoi progetti su di me.

1119. Comunemente i grandi e i ricchi non sono che i Gengis Khan del mondo, mentre non
dovrebbero esserne che i modelli, i sostegni e i benefattori.

1120. Quando gli uomini saggi, dopo essersi riempiti delle influenze della verità vanno a
diffondersi nel mondo, vi perdono il più delle volte ciò che avevano acquisito. Essi sono
come la gente di mestiere e gli operai che vanno a mangiare e bere all’osteria, la domenica,
tutto ciò che hanno guadagnato nella settimana.

1121. Il mondo non conosce la via di mezzo tra l’ipocrisia e l’empietà. Ora è questa via di mezzo
che mi è sempre stato necessario tenere sia nei miei discorsi sia nei miei scritti; di modo che
da una parte gli ascoltatori o i lettori non trovando niente in ciò che usciva da me che avesse
l’aria dell’insegnamento d’un cappuccino, e dall’altra niente che avesse l’aria dell’ateismo
né del deismo, non vi erano più; ecco perché così poca gente, e si potrebbe dire quasi
nessuno mi ha compreso. Vedi art. n° 1135.

1122. Tra il 14 e il 15 maggio 1803, nel momento del riposo ho avuto delle consolazioni sensibili a
176
proposito del buon Signor de Langeron. Esse erano un po’ di minor pregio a causa delle
deboli disposizioni in cui mi ero trovato nella giornata, e questo in un grado abbastanza
penoso ed abbastanza sgradevole per me; malgrado ciò queste consolazioni non erano da
rigettare. Ho potuto sentirvi le idee che avevo già della vita, della resurrezione, ed anche
della comunione eucaristica.

1123. J. C. diceva ai suoi apostoli che essi potevano fare le stesse opere di lui, ed anche più grandi.
Non era dire loro che tutti i doni potevano appartenere a ciascuno di essi, poiché vediamo,
secondo San Paolo, che lo stesso spirito divide i suoi doni tra i differenti uomini. Ma ogni
uomo dopo la venuta del Cristo, può nel dono che gli è proprio andare più lontano che il
Cristo. Oso dire che nel genere che mi è proprio, quello degli sviluppi dell’intelligenza, sono
stato più lontano che il Cristo, poiché il Cristo non era tanto venuto per istruire quanto per
salvare, e che sebbene fosse la sola sorgente radicale di tutte le intelligenze che noi possiamo
ricevere e manifestare, tuttavia egli non aprirebbe in questo tempo questa sorgente, negli
uomini, come ha fatto dopo. Ho verificato la sua parola, con l’intelligenza. Un altro lo può
con i miracoli ecc.

1124. Ho paragonato talvolta le signore che tengono circolo e ricevono le piaggerie degli uomini,
ad un Gran Turco. E questi uomini frivoli e oziosi, ai sultani del suo serraglio che gli fanno
la corte, e che incensano tutti i suoi capricci. Questo ruolo di Gran Turco è in effetti quello
che giocano le signore di casa in Francia e particolarmente a Parigi; e gli uomini non vi
giocano che il ruolo dei sultani, tanto il potere corrosivo della società nulla e vuota ha
cambiato i rapporti e la natura delle cose.

1125. I dolori che ho provato talvolta relativamente alla lentezza dell’opera, ed all’oblio in cui il
mondo la lascia sono molto più forti di quelli che sento sulle mie proprie infedeltà, ed anche
esse li assorbono talmente che non ho il tempo di lasciarli entrare nel mio cuore.

1126. Un semplice colpo d’occhio dà la chiave della politica. Quasi tutti coloro che ne parlano
sono dominati da un’affezione particolare, tale quale il gusto della cupidigia, il gusto della
gloria, il gusto della potenza, il gusto delle dignità che aspettano da tal sovrano piuttosto che
da tal altro. Sono tutti questi gusti che ciascuno vuole dare per la scienza politica; mentre se
non cercassero realmente che la scienza politica, tutti questi differenti gusti che si disputano,
sparirebbero, e la pace regnerebbe. Ora siccome io cerco di non avere nessuno di questi gusti
che fanno tutta la scienza politica degli uomini, ne risulta che io non ho scienza politica,
secondo gli uomini, e che quando ne voglio parlare, mi prendono tutti per un apoquo 102 .

1127. I sovrani che vogliono farsi la guerra non mancano mai di pubblicare bei manifesti per
provare la giustizia della loro causa. Questi manifesti mi sembrano essere la confessione
generale delle due parti, con questa eccezione che ciascuna parte s’incarica dell’esame di
coscienza dell’altra, ed anche di applicare ad essa tutta la colpa, ed a sé l’assoluzione; ed il
confessore che è il pubblico non è che un uditore obbligato e non benevolo che fa in vero la
penitenza dei due peccatori, o anche è un giudice che subisce la sentenza e non la pronuncia.

1128. Ho visto che le passioni si alimentavano più con la resistenza che con la loro propria forza.
La freddezza e l’indifferenza sono soprattutto i migliori calmanti che si possa loro opporre.
Mi ricordo che una donna virtuosa allontanò da lei per sempre un uomo appassionato,
solamente presentandogli una delle sue mani da baciare, dopo che egli aveva già baciato

102
probabilmente si tratta di una parola composta da una radicale greca apo e da un suffisso latino quo, il cui significato
oggi potrebbe essere dietrologo in quanto l’autore, quando parla, si riferisce al mondo delle cause, mentre i suoi
interlocutori si riferiscono al mondo degli effetti.
177
l’altra con ardore, ma senza che la dama fosse sembrata accorgersene, ed ebbe fatto il
minimo sforzo per difendersi.

1129. Se nella mia giovinezza fossi stato abbastanza libero per seguire la carriera dell’amore, le
donne avrebbero visto che con la franchezza si sarebbero rese sovrane del mio essere. Una
donna con dell’amicizia per me, e che avesse compreso il caso che avrei fatto della sua
sincerità, si sarebbe acquisito su di me, sul mio rispetto, e su tutti i miei sentimenti un diritto
imprescrittibile. Quelle che avrei ottenute solamente per diritto di conquista, mi sarebbero
state molto meno preziose. È quest’ultimo metodo che s’insegna alle donne nel mondo. In
mancanza della virtù naturale, non si dà loro che la virtù di pregiudizio. Perciò quanto tempo
essa dura? Perciò quante donne cadute in trappola? Il solo amore dei sensi ha molti più
inconvenienti ancora, soprattutto nel matrimonio. Prima di quest’impegno gli incanti della
donna non offrono che la seduzione di tutta la loro esteriore coloritura. L’impegno contratto,
non offre più che le segrete e progressive degradazioni ed amarezze della natura. Poiché
questa natura è così tanto un velo ch’essa stessa ha bisogno d’essere velata per essere
sopportabile.

1130. È un gran torto agli occhi degli uomini essere un quadro senza cornice, tanto essi sono
abituati a vedere delle cornici senza quadro.

1131. Ho spesso ringraziato Dio di due cose. La prima del fatto che vi erano dei sovrani e dei
governanti, la seconda del fatto che io non lo ero. In effetti è per essi che sono tutti gli oneri
della società. I suoi benefici non sono che per i privati.

1132. Nell’estate del 1803 ho fatto un piccolo viaggio ad Amboise dove ho ritrovato con piacere
alcuni buoni amici. Ne ho trovati anche ad Orleans, tali quali del L..., de V.... e Bert.... ma
non ne ho conosciuto ancora nessuno nel grado in cui li desidero, e di cui avrei così gran
bisogno. Prima della mia partenza ebbi alcuni piccoli avvertimenti della presenza di un
nemico fisico che, secondo ogni apparenza, è quello che mi porterà via, come ha portato via
mio padre 103. Ma non me ne affliggo, né me ne compiango. La mia vita corporea e spirituale
è stata troppo ben pensata dalla Provvidenza perché io abbia altra cosa che delle azioni di
grazia da renderle; e non le chiedo che di aiutarmi a tenermi pronto.

1133. Ultimamente leggendo Milton mi dicevo che gli abitanti delle regioni invisibili sia buoni sia
cattivi dovevano ridere e stringersi nelle spalle quando vedevano come i poeti li
rappresentavano, e li caratterizzavano; come li fanno parlare, come li fanno agire. Credo in
effetti che non vi è niente di simile alle parodie ed alle caricature che i poeti ci danno di
questi grandi oggetti.

1134. Un tempo non potevo avvicinare le compagnie nulle del mondo senza pregiudicarmi in
modo strano, perché mi lasciavo andare troppo facilmente a quanto esige l’uso, e che
consiste nel fare armonia con gli altri concertanti. Oggi mi trovo talora più forza per
resistere a quest’impulso. Perciò ho passato alcune serate a Chatillon-sous-Juvisy dove
sebbene vi dessi qualche ora all’amabile compagnia, mi contenevo così bene che non vi
discendevo di una tacca. Ma nondimeno, questa coazione è penosa, e fa rimpiangere il
godimento che si gusta quando si può abbandonarsi all’oggetto essenziale e nutriente per
eccellenza.

1135. Il mio compito in questo mondo è stato di condurre lo spirito dell’uomo per una via naturale

103
Il nemico fisico è in effetti l’emorragia cerebrale che dopo alcuni mesi (il 13 ottobre 1803, secondo il Gence, o il 14
dello stesso mese ,seondo R. Amadou) lo avrebbe portato alla morte , come appunto era accaduto per il padre.
178
alle cose sovrannaturali che gli appartengono di diritto, ma di cui egli ha perduto totalmente
l’idea, sia per la sua degradazione, sia per l’istruzione falsa dei suoi istitutori. Questo
compito è nuovo, ma è pieno di numerosi ostacoli; ed è così lento che sarà solamente dopo
la mia morte che esso produrrà i suoi più bei frutti. Ma è così vasto e così sicuro che devo
grandemente ringraziare la Provvidenza di avermi come incaricato di questo impiego che
non ho visto fin qui esercitare da nessuno, poiché coloro che hanno insegnato e che
insegnano tutti i giorni non lo fanno che esigendo la sottomissione, o raccontando dei fatti
meravigliosi. Vedi art. n° 1121.

1136. Nel numero delle mie nuove conoscenze dell’anno 1803, non devo dimenticare le Signore
d’Abany, de Kruedner, e de La House che sono tutte molto interessanti, sebbene ciascuna in
un genere differente. Devo anche contare fra le conoscenze di questo anno, i Signori Gense,
Bonafox, Nauche, ed alcuni altri che probabilmente mi occuperanno fruttuosamente
nell’esercizio del mio impiego.

1137. Nell’ottobre 1803, mi si è inviato una nota stampata sui separatisti del ducato di
Würtemberg. Sono delle persone semplici e che hanno delle buone vedute. Ma temo che
alcuni ambiziosi, sia secondo il mondo sia secondo lo spirito, si mettano alla testa di questi
settari ed abusino della loro semplicità per operare grandi rovine sia politiche, sia religiose.
L’unità non si trova quasi nelle associazioni, essa si trova solamente nella nostra
congiunzione individuale con Dio. E soltanto dopo ch’essa è fatta che noi ci troviamo
naturalmente fratelli gli uni degli altri.

1138.

____________________

179
QUARTA DI COPERTINA

Per quale motivo L. C. de Saint-Martin si è dedicato alla stesura di questo giornale biografico?
Egli stesso ci dà la risposta nell’articolo n° 352: “Mi sono lasciato andare a comporre dei pezzi e
delle idee staccate di questa raccolta storico-morale e filosofica solamente per non perdere i
piccoli tratti sparsi della mia esistenza; essi non avrebbero meritato la fatica di farne un’opera in
regola ed io non do a questo piccolo lavoro che dei minuti molto rari e molto passeggeri, credendo
di dovere il mio tempo a delle occupazioni più importanti. Il vero vantaggio che mi procurerà è di
poter ogni tanto mostrarmi a me stesso tale quale sono stato, tale quale avrei voluto essere e tale
quale l’avrei potuto se fossi stato assecondato..........”.
Egli era convinto inoltre di dover svolgere un’alta missione d’insegnamento alfine di condurre i suoi
fratelli a condividere gli scopi del suo grande oggetto, e a conferma di ciò nell’art. n° 1135 scrive:
“Il mio compito in questo mondo è stato di condurre lo spirito dell’uomo per una via naturale alle
cose sovrannaturali che gli appartengono di diritto, ma di cui egli ha perduto totalmente l’idea, sia
per la sua degradazione, sia per l’insegnamento falso dei suoi istitutori. Questo compito è nuovo,
ma è pieno di numerosi ostacoli; ed è così lento che sarà solamente dopo la mia morte ch’esso
produrrà i suoi più bei frutti...........”.
Chissà! Forse scrivendo quest’articolo presagiva il futuro ed avvertiva l’importanza e la risonanza
che tutta la sua opera avrebbe avuto nel tempo, se consideriamo in effetti l’influenza ch’egli ebbe su
personaggi quali Joseph de Maistre, Honoré de Balzac, Franz Von Badeer ed altri, e che non
mancherà ancora di esercitare su tutti coloro che si accosteranno al suo pensiero.

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