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Già intorno al VI secolo a.C.

la città di Atene si distingueva per un sistema politico innovativo: con la


partecipazione del popolo infatti molte delle scelte politiche erano affidate ai cittadini che erano
chiamati a esprimere un proprio contributo, e si sa che in democrazia vince chi sa comunicare,
persuadere con l'arte del linguaggio. Inizia a svilupparsi quindi un nuovo mestiere, ovvero quello dei
sofisti, maestri della comunicazione che tramandano il loro sapere in cambio di denaro.

La funzione principale di queste figure è quella di educare i giovani da cui dipende il futuro della città, e
si distinguono dai filosofi presocratici in quanto spostano la loro attenzione dal mondo naturale a quello
umanistico, all'arte della parola, con l'obiettivo di mostrare ai loro clienti la strada della virtù, del
successo nella vita politica. Si interessano inoltre alle tradizioni, alle leggi e al linguaggio.

Protagora
Protagora nasce all'inizio del V secolo ad Abdera, in Asia Minore, ed è considerato come il maggiore
esponente della sofistica. Si ritiene però che durante la sua vita abbia creato una grande controversia con
la sua affermazione "L'uomo è la misura di tutte le cose", interpretata da Platone come l'inesistenza di
una verità oggettiva e quindi qualunque cosa gli individui ritengano essere la verità è vera. Questo
concetto era atipico per l'epoca, in contrasto sia con l'opinione popolare che con altre dottrine
filosofiche, secondo cui la verità doveva avere un fondamento oggettivo.

La tesi filosofica di Protagora si basa appunto sul principio per il quale l'uomo è misura di tutte le cose, e
quindi quello che è o che non è dipende dal punto di vista soggettivo dell'individuo, e può essere
interpretata secondo tre definizioni:

- se si intende l'uomo come singolo individuo, allora la verità delle cose dipende dalla singola persona e
non esiste una verità assoluta. Da questo consegue che l'esperienza di una persona è sempre veritiera in
quanto rappresenta il modo in cui la persona e quella cosa entrano in relazione. Ad esempio una
bevanda può risultare amara per qualcuno e dolce per qualcun'altro.

- se intendiamo invece l'uomo come comunità, allora la frase di Protagora significa che gli uomini,
vivendo in comunità, stabiliscono cosa è giusto e cosa è sbagliato secondo dei criteri di correttezza, che
sono misura delle cose appunto.

- se invece la parola uomo assume il senso di umanità nel suo complesso, allora questo indica che il solo
fatto di essere umani ci vincola a considerare certe cose giuste e altre sbagliate.

Con l'avvento dei sofisti il linguaggio assume un ruolo determinante come strumento di persuasione,
infatti chi riesce ad ammaliare con lughi discorsi l'ascoltatore è più propenso ad ottenere il suo consenso:
è proprio questa arte del linguaggio che rende una tesi più forte rispetto a un'altra. Questo discorso va
però in contrasto con quella che è la visione di Protagora, infatti se il singolo individuo è misura di tutte le
cose, non c'è bisogno di discutere e di stabilire quale delle due tesi è quella vera. Per Protagora la
discussione ha uno scopo collettivo, ovvero quello di cambiare le opinioni dei cittadini per il bene della
polis, prendendo in considerazione ciò che è utile agli uomini e alla comunità come criterio di
valutazione di giusto e sbagliato.

Protagora inoltre non concepisce la religione in quanto non può accertarsi se gli dei esistono o no, la vita
dell'uomo è troppo breve per concedere il lusso di investigarsi su questioni divine, creando così un
distacco tra la realtà sociale e il mondo degli dei. Per questa sua concezione della religione Protagora
verrà accusato di empietà, seguita dalla sua morte nel 411 in un naufragio tentando la fuga da Atene.

Gorgia
Gorgia nasce in Sicilia intorno al 480 a.C. e arriva ad Atene all'età di 50 anni, già celebre in tutto il mondo
greco per le sue opere, in particolare "Del non essere", un'opera che ribalta il pensiero Parmenideo
dell'essere, arrivando, attraverso delle deduzioni per assurdo, a delle tesi completamente opposte;
Gorgia nega infatti che l'essere sia.

In modo più specifico sostiene tre tesi principali:

- l'essere non è
Per Parmenide l'essere è ingeneraro, imperituro, unico, ma Gorgia dimostra che niente può soddisfare
questi requisiti. Qualcosa per esistere dovrebbe trovarsi in un luogo, ma per essere unico dovrebbe
coincidere con quel luogo. Se però coincide con il luogo è due cose contemporaneamente e perde il suo
valore di unicità.

- se l'essere fosse, non sarebbe conoscibile


Possiamo pensare sia a cose che esistono sia a cose che non esistono, senza sapere se queste cose
esistono o meno. Una cosa pensata può sempre esistere o non esistere. L'unico modo che abbiamo per
stabilire ciò è con l'osservazione, ma l'essere di Parmenide non si basa sulle esperienze sensibili, quindi è
impossibile appurare se qualcosa esiste o meno.

- se l'essere fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile


Le parole si basano sulle apparenze: infatti non sono le parole che danno senso ai dati esterni, ma i dati
esterni che danno senso alle parole; essendo l'essere parmenideo indipendente dal mondo delle
apparenze, non esiste parola che possa comunicare qualcosa che è.
Con il linguaggio non si può quindi stabilire come stanno veramente le cose, ma secondo Gorgia serve ad
alterare l'andamento degli eventi, diventando quindi una retorica, un'arte della persuasione, dove
bisogna sfruttare in modo vantaggioso il contesto e la mente degli interlocutori, per indurre o alterare un
determinato pensiero. Ed è proprio grazie a ciò che si afferma l'arte della eristica, centrata a far prevalere
una tesi senza essere necessariamente la tesi più giusta.

Con la parola si ha il potere sconfinato di plasmare il comportamento degli esseri umani. (Un esempio
concreto è presente dell'Encomio di Elena: Gorgia spiega infatti come la donna non abbia nessuna colpa
per aver scatenato la guerra, in quanto le parole di Paride abbiano influenzato il suo animo)

Socrate
Socrate è senza dubbio uno un pilastro della filosofia, una figura imponente con capacità dialettiche e di
discussione fuori scala in grado di plasmare a proprio piacimento la mente atrui; eppure viene descritto
come uno strano personaggio, quasi buffo: occhi sporgenti, volto schiacciato e animalesco, barba incolta
e abiti logori, circondato da gruppi di giovani. Ma non è per questo che viene definito come una figura
controversa nell'Atene del V secolo.

Egli infatti è definito un antisofista, in quanto impartisce i suoi insegnamenti gratuitamente, a beneficio
della città, e in quanto alla ricerca del come stanno realmente le cose. Ma Socrate non si ferma a ciò,
infatti non vuole solo sapere come stanno le cose, ma anche come è giusto che le cose siano. Va in cerca
di una conoscenza che gli permetta di descrivere i fatti piuttosto che valutarli, inizia la sua indagne quindi
nel mondo sociale, degli umani. Durante il suo percorso di formazione Socrate si rivolge ai sofisti per
avere chiarimenti ma giunge ad un esito insoddisfacente, il loro unico obiettivo era infatti quello di
sostenere con efficacia una tesi, a prescindere dal fatto che fosse giusta o meno.

La svolta del percorso di Socrate arriva intorno al 430 a.C., quando, durante un oracolo, la sacerdotessa
del tempio di Apollo definisce Socrate come l'uomo più sapiente di tutti. Questa affermazione lascia il
filosofo interdetto, convinto di non avere nessuna certezza; inizia così una serie di discussioni con coloro
che si reputano sapienti: politici, poeti, artigiani, ma anche loro sono incapaci di dare risposte concrete,
si confondono, si contraddicono, rivelando così che il sapere non è un vero sapere senza fondamenta
certe. Dopo questi confronti Socrate capisce cosa fa di lui l'uomo più sapiente, ovvero la consapevolezza
di non sapere che lo spinge a cercare la verità. Questo è infatti un punto di partenza fondamentale alla
ricerca del sapere.

Le indagini di Socrate gli permettono inoltre di usare l'ironia, un metodo che consiste per trattare gli
interlocutori come sapienti e analizzare quello che credono di sapere, per poi svelarne la mancanza di
fondamento. L'interlocutore alla fine del discorso di rende conto di non sapere e si trova nella stessa
situazione di Socrate. Viene infatti messo in difficoltà dalle numerevoli domande del filosofo che
smontano le convinzioni e portano in superficie le lacune e le contraddizioni.

A questo punto Socrate mette in atto la maieutica: ovvero cerca di estrapolare la verità insita in noi
stessi. Il ruolo di insegnante non è quello di insegnare a un allievo una verità esterna , bensì tirarla fuori
dall'interno. In questo caso Socrate si paragona a sua madre, un'ostetrica, infatti egli ha la capacità di
estrarre qualcosa di estremamente prezioso dalle persone. Quello che il filosofo cerca di estrarre dalle
anime è il sapere che consente di usare la virtù, che porta all'eccellenza del comportamento, a sapere
come agire in ogni momento nel modo più opportuno, e che deve essere mossa da un'estrema
consapevolezza, non da una semplice buona educazione; bisogna essere in grado di decifrare e mettere
in atto ciò che è meglio per sè stessi. Inoltre secondo Socrate nessun uomo è malvagio per natura, bensì
è malvagia una persona che conosce come bisogna agire ma lo ignora.

Esaminando il proprio rapporto con ciò che è sbagliato, egli fa riferimento alla sua voce interiore come
"daimon", cioè demone, un'entità che cerca di dissuaderlo dalla retta via. Per questa sua concezione
Socrate viene accusato di empietà, per l'intento di voler inserire ad Atene una nuova divinità. Nel 399
Socrate finisce sotto processo, ma pur di andare contro ciò che sono stati i suoi insegnamenti e i suoi
pensieri, rifiuta di fuggire e accetta la condanna a morte: le leggi infatti per Socrate sono sacre ed esse
non sono responsabili degli usi scorretti per le quali vengono usate; pur di rispondere ad un torto con
un'altro torto, Socrate obbedisce e beve un veleno ricavato dalla pianta di cicuta.

Nel corso della sua vita Socrate non trascrive mai il suo pensiero, ma lavora unicamente per via orale:
questo perchè lo scopo e gli effetti di una discussione con una persona dal vivo non sarebbero percepiti
allo stesso modo da un lettore. Disponiamo perciò di fonti di Socrate da altri autori: Aristofane,
Senofonte, Platone e Aristotele.

Aristofane fa di Socrate una caricatura, enfatizzando i suoi caratteri già inusuali rendendolo un ciarlatano
bersaglio di satira e alimentando ancora di più controversia nei suoi confronti. Senofonte non si focalizza
sul pensiero di Socrate ma sulla sua vita, riportando molte informazioni biografiche. Aristotele non scrive
niente di nuovo su Socrate ma brilla per la sua estrema chiarezza e fluidità attraverso i suoi resoconti. Da
Platone invece deriva senza dubbio la maggior parte dei dialoghi socratici, ma essendo lui stesso un
filosofo, spesso tende a esprimere i suoi pensieri attraverso quelli di Socrate: non sappiamo quindi con
precisione dove finisce finisce il pensiero di Socrate e dove inizia quello di Platone.

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