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In questa attuale congerie dominata e vissuta allinsegna del pessimismo, della sconfitta morale prima ancora che materiale

di un sistema economico che ha inteso affermarsi come unico, sopraffacendo quei patterns culturali altri da s, viene da chiedersi dove vadano le voci che si sono levate non proprio in coro, ma quasi allunisono. Se cio esse debbano rimanere con la propria irriducibilit, o sia possibile se non affibbiargli perlomeno farle convergere verso un obiettivo comune, o collocarle entro un frame, una cornice teorica supposta labile anchessa, ma capace di dare un senso, almeno allinizio, a tutte queste pratiche e alle idee soggiacenti che stanno per alzarsi e mettersi in cammino per controbattere allo scempio che abbiamo fatto della nostra vita come specie e di questo povero pianeta simulacro di noi stessi. Verrebbe da dire: ma cos che cerchi, una specie di parola magica? Beh, non proprio. Ma mi accorgo che troppo spesso si va per circumlocuzioni, perifrasi, se non quando proprio per idee che non si costituiscono e si integrano in un quadro organico di senso. Eppure, ultimamente, ho ascoltato un documento, una piattaforma propositivorivendicativa, in cui si dichiaravano concetti come crescita infinita, finitezza del pianeta, limiti delle risorse e via cos. Sono le ovvie terminologie con cui il discorso dellimpossibilit della crescita economica infinita in un pianeta limitato si andato caratterizzando negli ultimi anni, vuoi per la necessit atona di concettualizzazione sic et simpliciter, vuoi perch essi non a caso rappresentano gli elementi pi semplici, e per ci stesso i pi generali, contro cui in ogni istanza argomentatrice si trova a finire e inevitabilmente a sbattere. Quelli in cui consiste questo unico e inestricabile vincolo tra trasformazioni ambientali, necessit o volont economiche e interrogativi esistenziali: che ne facciamo di noi stessi? Che sar di noi? Come salviamo economia e ambiente? (domanda un po balzana, questultima: come se dovesse necessariamente porsi un aut/aut) E non per una smania o desiderio forzoso di etichettatura, ma mi riesce penoso constatare come la parola decrescita sia ancora in bocca a troppo pochi. Come se fosse un tab che, anche in un testo di ragazzi universitari di rientro dal G8 a Siracusa come quello sopra, non riuscisse a trovare accoglienza [per tacer della vergognosa posizione dell'Accademia..con eccezioni]. Come se si preferisse indugiare sullatto di denuncia e opposizione, piuttosto che passare alla fase (ri)costruttiva. Forse, credo, perch il problema ben avvertito, ma le idee sono ancora confuse; o ancora, perch si preferisce lasciarle libere evitando di cristallizzarle in qualche forma, sviluppandole cos, senza precostituzioni. Eppure lidea forte alla base delle nuove pratiche che si andranno affermando questa lidea mia come di altri esiste gi, ed appunto quella della decrescita: che lungi dallessere qualcosa di anche lontanamente simile a un mito progressista potrebbe e vuole darsi come risposta di fondo a quello che lerrore umano del sempre pi: pi grande, pi veloce, pi buono. Se questa tendenza stata giudicata sbagliata, perch ci siamo accorti che ci conduce allimpasse, nel vicolo cieco contro il cui muro siamo diretti a schiantarci, dovremo risolverci ad adottarne unaltra di segno inverso. A una tendenza universalista deve essere opposta una dello stesso tipo, ma che si prefigga di farci comprendere la

pluralit di modi in cui necessitiamo di rallentare, arrestarci e fare retromarcia, verso unaltra strada,o meglio ancora un open space dove la strada viene costruita giorno dopo giorno ma guardando al futuro con la consapevolezza del passato e dei rischi cui lumanit si trovata a dover fare i conti a causa della sua irragionevolezza. (dimostrando come questa crescita sia stata una questione pi di peso, che di intelligenza) Per questo, poich una cosa vagamente troppo importante da permettere che sulla questione fondamentale, centripeta (perch ad essa tutte le altre fanno ritorno, per quanto cerchino di sfuggirle), vi siano perplessit o timori su quello che non giusto ma necessario fare, occorre che questidea sia chiara e intelletta da tutti nella sua minimale enunciazione: che la crescita infinita equivale al suicidio della specie umana, e che se il nostro fine la sopravvivenza dobbiamo attuare pratiche diametralmente opposte a quelle che abbiamo posto in essere fino ad oggi. Per fortuna, la decrescita, per quanto imperativa nella sua necessit, non un comandamento divino o umano. Non nemmeno un ideale, nel senso valoriale o metafisico del termine. puramente unidea, che si presta a molteplici realizzazioni, nessuna delle quali per contravviene a quelli che sono i principi animatori e propulsori: quali che siano queste pratiche, di cui si parlava sopra, esse sono accomunate dal riferirsi a un impegno globale nella sua risultanza e locale nelle sue svariate applicazioni. Ecco: la decrescita come strategia esistenziale. Momentanea, per quanto servir. Universale, ma non totalizzante, come si diceva delloralit secondaria Eppure questa parola oggi mi sembra incuta un timore non indifferente, ma deleterio, perch non vorrei ritardasse o impedisse la costruzione di un percorso comune, tanto pi necessario in questi tempi in cui fin troppo chiaro che lazione di uno destinata ad avere effetti ben pi rapidi e maggiori sugli altri che non in precedenza. Se ognuno trova il suo modo di stare in questa strada, armonicamente, con gli altri, perch in modi diversi si capita la stessa cosa: che la lotta delluno contro laltro assicura soltanto una precoce scomparsa del genere umano. E dimostra unincredibile stupidit che mal contrasta con la maturit che a una specie dominante si vuole attribuire. Una specie non in grado di auto-dominarsi, in questo caso. Le vie della decrescita sono molteplicima tutte formano un unico fascio e tutte vanno nella stessa direzione: la societ sobria di Illich, la bioeconomia di GeorgescuRoegen, e tutte le altre visioni immaginazioni, le chiamerei di societ che non siano problematiche a s stesse, ovvero alle persone che le fanno. Non mi aspetter di sentirla ripetutamente in televisione o sui giornali, ma se se ne cominciasse a parlare di pi e apertamente, come un grande contenitore sottoposto a critiche incrociate e sempre rivedibile nei contenuti, si farebbe una cosa ottima perch aiuterebbe a informare i propri atteggiamenti secondo una prospettiva etica, che ci che ritengo sia indispensabile. Perch le soluzioni alle crisi sociali e ambientali devono essere affrontate e attuate da tutti, come individui facenti parte del collettivo umano. Spero che questa parola, questa idea, si faccia presto strada nelle menti, specialmente in chi non lha mai pensata e non vorrebbe neanche sentirne parlare. E che quel

giorno non sia pi un tab, se mai lo stata.