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la prima committenza importante, per Palladio, fu la Basilica di Vicenza, il palazzo pubblico

della regione. A commissionargli il lavoro fu il suo stesso mecenate: Trissino. Palladio


dovette lavorare su un edificio medievale preesistente, restaurando solo la facciata e la
copertura. L’elemento su cui Palladio si focalizza per realizzare la facciata è la serliana:
elemento architettonico composto da un arco a tutto sesto affiancato simmetricamente da
due aperture sormontate da un’architrave (invenzione di Sebastiano Serlo).

nel caso di questa basilica, palladio organizza due registri di serliane, separate da un
architrave decorato. Per separare le coppie di serliane l’architetto ha posto colonne di ordine
dorico nel registro inferiore e colonne di ordine ionico nel registro superiore. sopra il registro
inferiore è presente una cornice a dentelli aggettanti, oltre la quale si trova il parapetto
decorato con statue classiche. Pur utilizzando forme classiche si va verso una ricchezza
formale tipica barocca (ci troviamo in una sorta di ‘via di mezzo’ tra la confusione barocca e
l’ordine classico)
parte centrale: trionfo di bacco e arianna
Il grande affresco centrale della volta, domina l’intera galleria. Sulla sinistra il dio Bacco,
seduto su una ricca carrozza d’oro trainato da due tigri, con una corona d’edera. Al suo
fianco c’è Arianna su una carrozza d’argento trainata da due arieti . Arianna, dopo aver
aiutato Teseo ad uscire dal labirinto di Creta dove l’eroe aveva ucciso il Minotauro, era
fuggita con lui ma in seguito abbandonata sull’isola di Asso (da qui il detto: piantata in
asso). Mentre piangeva per il dolore incontrò il dio Bacco che, conquistato dalla sua
bellezza, si innamorò di lei e la volle in sposa portandola sull'Olimpo. le due figure principali
sono attorniate da molte persone che elogiano bacco, ninfee e satiri, suonatori, servi con
cesti contenenti cibo e in cielo troviamo molti putti che reggono i simboli di Bacco: pinozze
con l’uva, corone, anfore, catini. Bacco ha in mano il tirso (il bastone con pampini d’uva
attorcigliati), uno dei suoi simboli con in capo una corona d’edera mentre un puttino regge
sopra la testa di Arianna una corona di stelle (ad evocare il diadema di Arianna che Bacco
lanciò in cielo e fu trasformato in costellazione). Sileno, maestro di Bacco, apre il corteo:
troppo ubriaco per poter camminare cavalca un asino. in basso a sinistra chiude l'opera un
satiro, posizionato in forte scorcio per creare profondità. questa postura, così come tutte
quelle del dipinto ricordano la pittura manieristica (michelangelo, raffaello, tiziano. la
composizione sembra confusa ma in realtà è ben organizzata, a partire dai 4 putti distribuiti
sopra i personaggi; più precisamente la composizione è classica: gruppo folto a sinistra e a
destra mentre al centro è vuoto (imbuto prospettico: vuoto al centro pieni agli estremi

Lavora come i suoi maestri in maniera classica; pur seguendo la tradizione però, si dirige
verso un primo barocco, rappresentando il pathos, le emozioni nei volti delle figure.
Il giovane Apollo guida il carro d'oro del Sole,
trainato da quattro cavalli, che, allineati in un unico
volume, portano sulla terra la luce del nuovo giorno.
L'Aurora, posta a destra dell’opera precede la corsa del
Sole, è avvolta di veli leggeri, che spiccano sul cupo
violetto delle nubi, e riflettono il bianco luminoso della
luce che proviene da sinistra. L'Aurora caccia verso
destra l'oscurità della notte, e diffonde il rosa e
l'arancio del nuovo giorno sul vasto paesaggio che
ricorda quello romano (senso del reale). L'Aurora
solleva piccole corone di fiori. Fra l'Aurora ed il carro del
Sole c'è un putto alato, il Crepuscolo, che reca una
specie di lanterna. Sul carro, il giovane Apollo è avvolto
da un ampio, roteante mantello; la sua pelle è rosea, i
lineamenti delicati, la luce calda che si diffonde dal
carro illumina i veli che avvolgono i giovani corpi delle
fanciulle, le Ore, che danzano attorno al Sole, in un
trionfo di luce.
L'affresco è incorniciato da stucchi dorati, con figure
muliebri e motivi floreali, sui lati dell'affresco, la stessa
cornice racchiude due lunette simmetriche, nelle quali
sono raffigurati zefiri alati su di un fondo azzurro.
L'affresco è riportato sulla volta senza tener conto del
fatto che va guardato da basso; non si avvale di
prospettive barocche dal sotto in sù, e per osservarlo
più a lungo è preferibile usare uno specchio. Anche in
questo caso, come per i marmi della facciata, la
contemplazione del bello è una tappa da conquistare.
D'altra parte il modellato delle figure, la luminosa
espressività dei volti, che si richiamano alla scuola
bolognese e a Raffaello, la vivacità cromatica dell'intera
composizione, l'azzurro struggente della marina,
compensano ampiamente gli occhi e il cuore.
"L'Aurora" è forse una delle opere più felici di Guido
Reni, che la dipinse durante il suo secondo soggiorno
romano. L'artista bolognese era già stato a Roma una
prima volta; si era guadagnato il favore del Cavalier
d'Arpino, aperto nemico del Caravaggio, il quale lo
aveva introdotto presso la corte pontificia e
l'aristocrazia della città, e gli aveva fatto ottenere
numerosi incarichi. Tuttavia, i suoi rapporti con il
tesoriere del Papa si deteriorarono, e il Reni fece ritorno
a Bologna, dove lo attendevano numerosi incarichi e
dove la sua fama si era notevolmente accresciuta. Fu
papa Paolo Vº che lo richiamò a Roma, nel 1613;
l'artista fu accolto trionfalmente, e durante quel suo
secondo soggiorno decorò, fra le altre cose, la cappella
Paolina, all'interno del palazzo pontificio di Monte
Cavallo. Dai documenti dell'Archivio Borghese risulta
che il 24 settembre 1616 furono pagati "Per la Pittura
del quadro nella volta di detta loggia fatta dal signor
Guido Renzi (!) quale contiene li Carro del sole...
V247-54 (V 200 d'oro)", ovvero 247 scudi e 54
baiocchi.
Numerosi sono i critici d'arte, i poeti, gli scrittori, che
attraverso i secoli hanno citato in termini encomiastici
sia l'affresco de "L'Aurora" che Guido Reni: dal de
Brosses ad Hawtihorne da Francesco Wey al
Burckhardt. La critica contemporanea appare invece
divisa: alcuni, come il Golzio, esaltano il Reni come
pittore della bellezza ideale, dalla raffinata coloritura, e
richiamano paragoni con Raffaello e Correggio. Altri,
come lo Zeri, sottolineano la distanza che ci separa
dalla cultura e dal gusto dell'epoca, e la tendenza
all'oleografia che certa pittura può aver sollecitato
attraverso il tempo.
In un vecchio albergo di Istanbul, un pò decaduto ed
in stile Orient-Express, sopra la vetrata che immette
nel ristorante è collocata una grande riproduzione de
"L'Aurora". È una curiosa testimonianza che sembra
avvalorare ambedue le tesi: da un lato sembra
riconfermare la fama indiscussa, attraverso il tempo, di
una pittura che si rifà allo studio dell'antico e alla
ricerca della bellezza in assoluto; dall'altro sottolinea un
uso oleografico degli stessi canoni estetici, che spesso
finisce per prescindere dai valori formali che li hanno
generati.

la scena è rappresentata interamente nel primo piano. Sono presenti due sicari e
cinque madri che dimostrano diverse reazioni al massacro. Dietro una di loro
compare il viso di una sesta donna urlante. I neonati uccisi, o in procinto di esserlo,
sono, invece sei. A terra, in prossimità dell’angolo di destra, vi sono due piccoli
cadaveri. Uno di essi è rivolto verso il fronte del dipinto e l’altro parzialmente tagliato
dal bordo e appoggiato al primo. A terra, il sangue sparso, testimonia il terribile atto
compiuto su di loro. Alla loro destra, una madre è inginocchiata, con le mani giunte,
e guarda in alto con un’espressione di rassegnazione sul viso.
i volti dei sicari sono oscurati e privi di espressione

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