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EMMA ENTRA IN UNA FRASE DI ELIZABETH BISHOP

La lenta caduta del frassino

Emma aveva paura di Elizabeth Bishop. Emma s’immaginava Elizabeth Bishop distesa
nuda accanto a una nuda Marianne Moore, con le punte dei nasi e i capezzoli che si
toccavano; ed Emma s’immaginava che ogni sensazione che le due poetesse avevano
provato nelle loro sobrie e briose vite fosse presente lì nei due capezzoli, proprio dove i
capezzoli si baciavano. Emma, dal canto suo, era di una magrezza eterea e la sua pelle
traslucida suscitava ammirazione. Le si vedevano le ossa, come ombre di alberi, ombre
prive di foglie.
Forse avrebbe dovuto avere paura della signorina Moore invece che della
signorina Bishop, visto che Emma si sentiva minacciata dalle somiglianze – specchi,
metafore, nuvole, gemelli – e la signorina Moore era una vecchia zitella dalle cosce
secche come lei; portava un’aureola di capelli stopposi e quelle scarpe nere di vernice con
un solo cinturino che tanto piacevano a Emma, oltre a un capello sghembo come quello
di un capitano britannico, per quanto non in casa, com’era invece abitudine di Emma; e
scriveva similitudini che Emma ammirava profondamente, ma che non poteva in alcun
modo sottoscrivere: che l’incanto della mente fosse come Gieseking che suona Scarlatti
… che snob la signorina Moore; che i suoni di una chitarra fugacemente pizzicata
fossero – sul serio – come se Palestrina avesse orchestrato le tre file di semi di una mezza
banana… un’immagine preziosa quanto un uovo di ceramica. In ogni caso, Gieseking
dava il meglio di sé quando suonava Mozart senza pedali. Non era affatto vero che aveva
le orecchie tutte piene di cerume, checché ne avesse detto suo padre.
Quando sedevi all’ombra di una finestra e lasciavi vagare lenta la tua mente non-
da-signorina-Moore come un cucchiaio dentro un secondo caffè, i pensieri riaffioravano
in superficie, trasportati dalla corrente alla maniera delle chiatte fluviali della signorina
Bishop e scivolavano via lenti sull’acqua, lasciandoti ispezionare il loro carico, come
quando suo padre le gridava dietro “cerume”, con la bocca chiassosa come un motore
scassato, su di giri fino all’inverosimile. Sei cresciuta d’altezza e basta, diceva lui. Perché
non ti sono cresciute le tette? Il naso t’è cresciuto però, e anche quel bel mento sottile e
sporgente. Perché non un bel paio di mammelle?
William Gass

Emma si grattava il cuoio capelluto fino a farselo sanguinare e la forfora si


depositava sul lavandino o si appiccicava al pettine; la forfora dei gatti provocava attacchi
d’asma; Elizabeth Bishop era a corto di fiato la maggior parte del tempo; coccolava gatti
e bambini di altri; era molto spesso soffocata dalle circostanze, fin da bambina, e così
finiva relegata a letto; ecco dove conduceva la somiglianza, come il sentiero nel bosco
dove viveva la strega.
Forse Emma aveva paura di Elizabeth Bishop perché anche il suo cognome da
zitella era Bishop. Emma Bishop: metà di lei romanzo, così le pareva, l’altra metà poeta.
Nessuna metà adultera, figurarsi poi amante delle donne. S’immaginava la testa di
Elizabeth Bishop china a vomitare nel lavabo di Emma. I poeti non dovrebbero
vomitare. Né farsi male cadendo dal marciapiede. Era qualcosa da vietare a qualsiasi
amica di Marianne Moore. Lì distesa, Emma sognava di essere intontita dall’alcol,
d’inumidire la gomma, riservandosi di stare male più tardi, dopo aver concepito un altro
misero verso, dopo averlo scritto con la gomma inumidita su una piccola macchia di
whisky come la scia… la scia…
Nella brina mattutina, pensò, ma cancellò il verso con un palmo immaginario,
perché non sapeva nulla del corpo di Elizabeth Bishop, se non che era stata una donnina
dalla faccia tonda e la testa grossa, con la tendenza ad appesantirsi un po’ con l’età, di
sicuro non magra quanto Emma – Emma le cui vene sfuggivano all’ago dell’infermiera.
Quindi non fu alcun palmo in particolare a far svanire il pensiero della lumaca fino a
renderlo qualcosa d’indistinto sul piano del tavolo, e vaga era anche l’umidità che
bagnava la pelle della signorina Bishop.
Emma aveva paura di Elizabeth Bishop perché Emma aveva desiderato
ardentemente diventare poeta, ma non era stata in grado di stilare un elenco, di tagliare
del tessuto per riprendere un modello, di disporre le cose per la notte, pulire il pettine,
decidere dove piantare il frassino non ancora smantellato, badare alle oche. Guardò fuori
dalla finestra, vide un piccione abbarbicato al ramo di un albero, strano, malato,
immobile, lei.
la nuvola
Certi segni, certi fatti, certi tipi di ordinamento, forse, la spaventavano, e queste
cose erano frequenti nella poesia di Elizabeth Bishop; di conseguenza gran parte delle
poesie di Elizabeth Bishop restarono inosservate, taciute, nel suo volume delle poesie
complete della Bishop. L’occhio di Emma svicolava di fronte alla prima rima, quindi
faceva un balzo in avanti, in un fascio di nervi, cadeva dalla pagina, fuggiva.

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

l’uccello
Quindi non poteva veramente dire di aver capito Elizabeth Bishop, né di aver
letto accuratamente le poesie di Elizabeth Bishop, né di aver approfondito la sua amica
Marianne Moore, che credeva di essere meglio della Bishop, di questo Emma era
convinta, perché così andava il mondo, amiche che oscurano altre amiche come se la
pelle di una delle due fosse distesa sopra gli alberi invernali dell’altra. una
nuvola
Sì, era perché i versi assomigliavano alle sue ossa, non erano versi di passaggio né
versi del respiro, com’erano di solito i versi nelle migliori poesie, ma linee che
inducevano l’infermiera a cercare di colpirle, di trafiggerle per estrarne il sangue – no, le
vene viola erano soltanto ossa; così quando la morte si annuncia agli uccelli, loro, così
come sono, s’irrigidiscono sui rami dove il vento scompiglia le loro piume più fini, ma
restano ancora più immobili, ancora più rigidi di quando deperiranno.
Quando, scorrendo oziosamente (o quanto meno così dava a vedere), l’occhio di
Emma si posava su una frase come “dal fondo di ogni roca gola”, la pelle le impallidiva
come se su un sentiero grigio fosse caduta una spolverata di neve leggera, dopo di che il
distico si chiudeva con un grido soffocato, soffocato da quel piccolo pugno che s’infilava
nella bocca irragionevolmente grande, spalancata. “…un assurdo comando poi
sorvola…” Emma sentiva di seguire l’esempio di ogni verso sfrondato, sgombrando la
propria pelle dalle nuvole in modo che chiunque potesse vedere l’uccello lì sulle sue ossa
come un bozzo, un livido gonfio. Aveva timore perché sentiva l’occhio del falco su di lei.
Aveva timore della donnola tra le ginocchia. timore
Emma aveva una casa in Iowa, vuota e grande e fresca in autunno. Altrimenti
inospitale. Aveva finestre strette con ampie vedute, una cucina con ripiani di legno
levigati, una legnaia fatta di assi ormai languide, una veranda in parte avvallata, un
cortile infestato di erbacce. Al tavolo della cucina, solcato da crepe e sfregi di coltelli,
Emma Bishop sedeva nella luce traditrice di una lampadina nuda e vedeva entrambe le
poetesse, pettorute e piatte, toccarsi le punte delle dita allungate, mentre in realtà il
piccione, come una pietra avvolta di piume, le moriva nell’occhio.
Emma viveva del proprio corpo alla maniera in cui un tempo si diceva che
certuni vivessero dei frutti della terra, e di lei non era rimasto molto. I fiumi di Elizabeth
Bishop solcavano la campagna di Emma, si allungavano come lamine, ne creavano la
geografia: capo, baia, lago, stretto… niente neve sulle colline

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William Gass

Sarebbe dimagrita abbastanza, pensava, da scivolare dentro una delle frasi della
poetessa come dentro un abito primaverile. Si chiedeva se quando grosse porzioni del
proprio piacere si toccano, si provava qualcosa di veramente localizzato, o se era tutta
una vampa di calore verso la testa o qualche altra parte? Quando la matita blu di
Marianne Moore cancellava una parola di Elizabeth Bishop – una delle sue parole, sua
soltanto in virtù di dove si trovava, le parole non erano proprietà di nessuno, le parole
erano materia della mente – quel segno era un rimprovero materno o un gesto materno
di amore? Non dovresti usare sputo in una poesia, mia cara, né vomitare nei lavandini.
Una volta ce n’era uno di latta, sostituito ormai da tempo da un basso catino
smaltato. Dava l’impressione di poter essere sollevato come un vassoio. Era butterato di
nero, ma non erano cadaveri di mosche. Una lacrima correva lungo un fianco, granulosa
per via del gocciolio del lavandino, secca e risecca.
Com’era arrivata qui, con la corrente? a starsene immobile come un piccione su
uno sgabello della cucina a fissare la finestra senza che le venissero o uscissero pensieri se
non uno sulla Moore o un paio sulla Bishop e sui boccioli duri dei loro seni e su cosa
poteva voler dire essere lambita da un genio.
Sarebbe dimagrita abbastanza da poter dire: “Non sono più legata a questo
mondo; non ne faccio più parte; i suoi arredi m’ignorano; mi nutro di un po’ di canto
piano al giorno e di un cucchiaio di parole comuni; di conseguenza non caco, né mi
svuoto granché i polmoni e gravo sugli altri poco più di un’ombra sul prato, e ancor
meno sui ricordi.” Da mesi infatti era ben oltre gli svenimenti.
Di conseguenza, qualche volta sveniva con la delicatezza di un rotolo di carta
natalizia caduto a terra, avvolta nella sua camicia verde, per poi risvegliarsi più tardi,
dopo il tramonto, più leggera dell’oscurità, un tantino infreddolita, senza segni, ossa
oltremodo fragili, senza sapere dove
o come era arrivata alla decisione di distendersi in un verso di poesia ed esservi
sepolta, vale a dire rinascere come un semplice insieme di parole, “la bolla nella livella”.
Quindi, ripeteva a ciò che restava di lei, che parole dovevano essere? Parole da sepoltura,
segnali in una cartina
Quello diventò il progetto della signorina Emma Bishop: trovare un altro corpo
per le proprie ossa, ossa che inizialmente riusciva appena a intravedere, ma che ora erano
spigolose, formavano W, Y e Z, la loro presenza più che di circostanza, la loro presenza
più che semplici lettere a tergo.

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

L’avrebbero sepolta in un libro. La gente in lutto avrebbe sbirciato oltre la


copertina aperta. Una signora tutta truccata si asciuga le lacrime scure su un fazzoletto.
Senti la pressione del suo piede sul margine della pagina? la vedi inalare lentamente il
proprio cordoglio come se stesse annusando menta? mai stata così in forma, avrebbe
detto qualcuno. provvidenziale
La rinuncia era il suo dovere e lo fece, lei, il suo dovere; rinunciò a se stessa;
rifiutò calcoli, rifiutò denaro, rifiutò saluti, rifiutò abbracci, respinse biglietti di stampata
compassione; digiunò finché le tende non diventarono diafane e i mobili non riuscivano
più a stare fermi; disse: “questo sarà il mio ultimo respiro”. Il vetro aveva più pesantezza
di lei. Non l’energia del vapore, né l’umidità della nebbia, ma proprio come quella
nuvola che soffiamo sui nostri occhiali quando alitiamo per pulirli. Eppure lei era tutta
attenzione, tutta
Perché ora, ora che era libera da catarro, aria, sputo, lacrime, cerume, sudore,
moccio, sangue, cibo masticato, l’ultima bava di escrementi – la punta di un cucchiaino
di zucchero era stato il suo ultimo boccone – tutto il suo io vedeva; la pelle vedeva, i
sottili capelli grigio-gialli vedevano, persino i denti profondi erano in sintonia, i suoi
pori ricettivi, il fuori entrava, la luce le lasciava dei lividi dove si posava, il bordo dello
sgabello su cui sedeva le tagliava l’arto dalla coscia come un filo metallico passa attraverso
la parte molle del formaggio e il dolore passava a sua volta attraverso di lei come un
grido in una stanza in affitto. Poiché aveva rinunciato a qualsiasi cosa – alla vita stessa –
la vita sapeva che lei era un’amica, avvicìnati, porta tutto
Non chiedere niente. tutto ti sarà dato
Stava guardando la maniglia circolare della tenda alla finestra, la sua pelle ne era
attratta, le dita la cercavano a tastoni, il naso sapeva e fu quel buco tondo che il mondo
usò per gocciolare dentro di lei. Con Emma ridotta alla sola E, spazio ce n’era in
abbondanza e poi lei, sarebbe, sarebbe scivolata dentro una frase, con il naso pieno di
sostanza, non solo di odore, non solo del caffè che non si era versata da un’eternità, o del
pane fresco di chissà quando, o di qualche peonia a margine di un sentiero accidentato,
ma la sensazione nelle dita quando si spinge un ago attraverso un cerchio di tessuto, o la
ruvidezza del pane tostato senza burro, tra le dita dei piedi il ricordo di quand’era
ragazzina, il sole dell’estate, caloroso come un abbraccio, pezzetti di carta rossa sparati da
un petardo che riempiono di petali un cespuglio, le voci dei ragazzi, l’acqua che esce da
un tubo di gomma, risate, scherno, paura che le facessero vedere qualcosa che non voleva
sapere

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William Gass

righe rosse le assicelle di legno su cui il suo occhio scivolava inghiottendo


solennemente come se le avessero appena detto dell’amore di qualcuno, non per lei, no,
per il vicino mare nelle poesie della Bishop, una lenta ondata di parole su una spiaggia
che sfrigolava come lardo sulla fiamma, breve vampata prima della fumata finale
Zie che si provano cappelli, con piatti di carta sulle ginocchia – no – cane della
casa a fianco che abbaia nel sonno, come ti sembra, eh? Il flauto, il coltello, le scarpe
rinsecchite, questo come ti sembra? Il suo orecchio nella maniglia, quell’anello avvolto
nel filo, flutti marini lungo lidi al tramonto, magari in Maine, ora sono il desiderio che
riempirà quel verso non appena mi ci stendo dentro, io, il mio occhio, i miei capezzoli, i
polpastrelli, sì, costole e labbra allineate a quelle della Moore, i cui cappelli, forse, erano
voluti nella poesia, la poesia, la poesia sulle zie carpellifere, esemplari e magre, occhi
avernali, ombreggiate dalle visiere, preoccupate dalle loro preoccupazioni, a proteggersi
la pelle. una nuvola
Ora sono l’ex di ist sono il sono che sarei dovuta sempre essere. Ora sono così
sibilante così sottile così frizzante sono piena di segni vitali, di elenchi che a suo tempo
non seppi compilare, della vita che ho perduto perché avevo paura, l’occhio del falco, e
della civetta, la cupidigia della donnola, le burle dei bulletti, i botti, batuffoli sanguinanti
sparati in un cespuglio, ora urino come loro contro i motivi a spray del mondo e provo
sollievo orgoglio mi vanto nel loro circolo mi strattono con i compagni e sputo sui ragni
calpesto le formiche strappo sbuccio vanto tasto, perché ora mi è facile, come andare in
barca, o impastare torte, con i capelli che sentono attraverso l’anello il brontolio delle
acque costiere, strappate dagli scogli, lontano da ogni finestra dell’Iowa, ora sono un ab,
un dis, il fisso del pre, verso del salto.
Là fuori, vicino al cortile spoglio, si ergeva in un disco di sole la legnaia dove un
tempo lei andava a esercitarsi nei suoi urli e la luce come due ciclisti su una strada
stretta, la luce che passa attraverso gli interstizi tra le assi deformate della capanna,
l’accetta che non voleva maneggiare, la lama affondata in un ceppo di frassino attorno a
cui era stata costruita la capanna in modo che il ceppo fosse ancora utile anche se l’albero
era dovuto venir giù, diceva papà, avrebbe avuto una sua vita come incudine o come
ceppo del macellaio perché finché avevi una funzione eri vivo, i passeri scapparono al
primo colpo, quindi per non piangere l’albero tagliato, gemente nella sua lunga caduta,
rami di foglie che sfioravano rami di foglie come sospinti dal vento, peraltro con gran
stormire di frasche, come un fuoco crepitante, il tronco pesante che collassava sulle
proprie ossa per gemere contro la terra, disseminando nidi di uccelli e scoiattoli, ma

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

ormai lei si era sgolata, sfrondata di tutte quelle cose, così come del pensiero di ciò che è
nobile lento pazientemente cesellato, di come l’albero aveva trasformato la polvere in
aspirazione, meraviglia abbattuta, rami alteri ora bassi e spezzati, nidi di uccelli e
scoiattoli lanciati come si lanciano i berretti, la sua dispersa ombra ancora come terra,
sulla capitolata cima la ragnatela di un verme che assomiglia a un frammento di nuvola,
avrebbe dovuto poter affrontare eretto in cielo la propria morte, aveva letto che ovunque
c’era amore, doveva essere obbedito, be’, un pugno di frasche e foglie e saliva di uccelli
rotolarono via, le foglie dell’albero ancora vagamente tremolanti e la ragnatela

a sussurrare
ciò che era rimasto

Una grassa nuvola, bianca come un cuscino di vapore, era sospesa sopra l’albero,
immobile, come disegnata, come se il vento fosse svanito, la Terra fosse immobile,
interamente di pietra, mentre l’albero solo cadeva, dopo che l’ultimo colpo era stato
inferto e le erbacce che avevano cercato senza riuscirci di essere un prato attendevano il
loro livido.
La casa, come lei del resto, non era più da alcuna parte. Era il motivo per cui lei
sfuggiva dai fatti quando vi s’imbatteva, parole come “Worcester, Massachusetts”, date
come “Febbraio 1918”. Em aveva deciso di non andare incontro al proprio destino,
bensì di attenderlo. Eppure, supponiamo che un verso del genere fosse venuto a
reclamarla. Era un rischio.
Ho perso questo, perso quello, non sono forse un’esperta? Ho perso più
dell’amore. Ho perso persino il suo barlume. La caduta dell’albero. Fragore di rami.
Tutto qua. Ho dato. Dato. Dato via. Guardato mentre facevano a pezzi il mondo. Ora
persino il mio tutto è piccolo. Per cui sono pronta. Né spero nell’immane lezzo bruno …
piuttosto in una nuvola calma, sopra la spiaggia un lento rivolo d’acqua
aspetta

lontano dalla fiamma,

Erano donne. Erano poetesse. Ma la signorina Bishop probabilmente uno o due


uomini li conosceva, li teneva nascosti, mentre la signorina Moore s’infilava l’ennesimo
paio di mutandoni. Non erano proprio fatte una per l’altra. La signorina Bishop fumava,

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William Gass

beveva, starnutiva, sfidava le onde, andava in giro scalza, pescava. La signorina Moore
andava a caccia di parole strane. Esercitava la propria immaginazione alle corse. Mio
padre mi fissava il corpo ossuto. Scuoteva la testa affranto. Niente che potesse far rizzare
un uccello. Ero nuda. Me ne stavo lì in piedi. Di fianco al letto. Spaventata. Oh sì,
mortificata. Vergognosa. Tutto il mio sangue in due righe sotto gli occhi. Screziate di
rosa come nuvole al crepuscolo. Me ne stavo lì. In piedi di fronte al grande specchio.
Sarebbe stato come vedere come vedeva lui la mia pelle allora morbida, tinta di rosa,
guancia su cui appoggiare un’altra guancia, morbido contro morbido probabilmente, o
su cui asciugare un occhio bagnato.
Erano donne. Erano poetesse. Ma la signorina Bishop bramava l’amore. La
signorina Moore invece sbolliva come una torta sul davanzale. Non erano proprio fatte
una per l’altra. Non è mio desiderio essere Elizabeth Bishop. Né il mio, del resto, essere
la signorina Moore. Eppure uguali come le gocce di uno stesso rubinetto.
Inadatta a perdere tempo in sciocchezze. Come le Emme che mi hanno
preceduto, ho letto di amore alla luce di una mezza vita e l’ombra della metà assente dà
profondità alla pagina. Le mie fantasticate romanticherie forse sono meglio, o forse
peggio, della realtà. Sono un fuoco a cui il mio corteggiatore si scalda le mani. Sono un
fuoco smorzato da uno scroscio di sdegno. Tenerezza e desiderio si alternano a crudeltà e
avversione. Studio come sopravvivere a monsoni di neve sferzante.
Fammi vedere come vieni su. Io dovevo sfilarmi il vestito. Perché porti il
reggiseno? cosa ci sarà mai da reggere. Dopo che se ne andava, io restavo nella fredda
pozza dei miei vestiti, facevo un passo verso lo specchio per vedermi con i suoi occhi e
vedere le labbra della vagina strette come mani devote, che pregano Dio di lasciarmi
morire prima che venga un altro giorno.
Non c’era niente da vedere, diceva, quindi perché doveva ispezionarmi come se
dovessi ricevere il sigillo di origine controllata? Il padre di Elizabeth Bishop era morto di
nefrite quando lei era ancora bambina e la madre era impazzita quando Elizabeth era
adolescente. Mia madre si prese il suo bel tempo testardo a morire. Il giorno in cui morì
nel suo letto in questa stessa casa, aveva lavato le finestre della sua stanza, per quanto
facesse fatica anche solo a stare in piedi, e aveva sbattuto le tende con le braccia
indebolite dalla malattia. Si aggirava qua e là come un’ape, ma senza il minimo ronzio.
Si teneva fuori tiro, ora lo so. A ripulire gli specchi da ogni immagine. Stava in disparte
fingendo di preoccuparsi e custodire e pulire e spolverare e rammendare e sfregare e

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

lucidare. Sposata a una passerella di uomo. A me rivolgeva a malapena la parola.


Secondo me si vergognava del modo in cui gli permetteva di farmi vivere.
Imparai a leggere di nascosto. A scuola prendevo brutti voti, ma in questo
paesucolo ti facevano andare avanti in modo da non contaminare quelli più piccoli con
la tua pubertà. Anche se per me la pubertà non era mai arrivata, diceva mio padre. In
compenso leggevo di nascosto allo stesso modo in cui alcuni ragazzini fumano o si
strusciano gli uni con gli altri con i vestiti addosso. Leggevo con la paura di essere
interrotta. Così imparai a leggere velocemente. E leggevo per lo più i primi versi, i primi
capitoli, quindi procedevo a sbandate attraverso il resto, visto che il mio orecchio,
quando si voltava per catturare un passo in lontananza, trascinava gli occhi insieme alla
fronte in direzione del suono.
Il frassino venne giù, ma io non credetti mai al motivo. La capanna fu costruita
attorno al ceppo in modo da farlo diventare un altare su cui mio padre spaccava la legna
per il fuoco oppure mutilava le galline della loro testa. A poco a poco il ceppo fu tutto
solcato di tagli, scurito da strati di sangue rappreso e coperto da folle molitorie di
minuscole formichine. Tradizionalmente, i ragazzini andavano nella legnaia per
trastullarsi un po’. Anche se un tempo me ne stavo immobile come un bastone di fianco
al mio letto da bambina, ora andavo nella capanna per svestirmi di fronte allo sguardo di
disapprovazione di mio padre. Che mi fissava i peli. E se avesse detto qualcosa di
sconcio, allungato una mano, se si fosse chinato ad alitarmi sul petto, se il pene gli avesse
gonfiato i pantaloni, la sua ipotesi si sarebbe rivelata sbagliata. Avrei sollevato un po’ di
interesse.
Mi guardò crescere come un giardiniere segue le sorti delle sue piante e quello
che cercava era la normalità. Mi ricordo vagamente quando, da bambina, mio padre mi
teneva in braccio e mi esaminava i denti. Qua sta spuntando qualcosa. Spingeva il suo
dito in quel punto. Questo dente dondola, diceva, quasi con piacere, facendolo oscillare
dolorosamente avanti e indietro. Be’, era un contadino. E io il suo raccolto. Cosa c’era di
male?
Trovarsi un uomo era la cosa più importante. Mia madre un uomo se l’era
trovato e con cosa s’era ritrovata? Con il pancione. Di me. Ecco con cosa. Magari
quando mi spogliavo mio padre sperava di vedere un pene sollevare il proprio timido ego
dalla fessura che avevo tra le gambe. Piatta com’ero, avrà pensato che magari qualche
possibilità c’era pure. Invece possibilità non ce n’erano, né in un senso né nell’altro.

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William Gass

Magari ero anche stato un maschio nelle sue palle, ma mi ero smontato nel
grembo di mia madre.

un residuo di pioggia

Emma Bishop lasciò che fosse la luce sul tavolo a dirle che tempo faceva. La
tristezza era il soggetto. Delusione. Rimpianto. La ricetta? un po’ di vuoto come quello
dei campi in inverno quando il vento li spazza feroce; accettazione, sì, un po’, la stretta
di mano di uno sconosciuto; rassegnazione, perché cosa può fare un campo nel vento se
non congelarsi? cosa può fare la mano se non stringere quella che le è offerta? e un
pizzico di apprensione, come le zolle di terra ammucchiate contro il gelo che sapevano
avrebbe bussato un giorno, o la contrarietà di una busta nei confronti della lettera che è
destinata a contenere; quindi un disgusto nei confronti della lenta e gentile varietà, un
tocco di tedio, una rivalutazione della ripetizione. Questa tristezza ha la qualità di un
bouquet guarni aggiunto con discrezione alla salsa; offriva un soffio di malinconia, sottile,
quanto basta per far arricciare i petali delle piante nelle punte. Un giorno di piovischio
nelle profondità novembrine. Non è ancora abbastanza definito? D’accordo: l’ora
silenziosa dopo… i pressoché trascurabili avanzi… una quasi eco.
Il tema: commiato. Dare l’addio all’infelicità familiare. Ad… dio…… La casa era
vuota. La luce era tarda, pallida, finanche fiacca. Il tavolo stava nella luce come se
inumidito da un cencio. Emma Bishop vide le proprie dita richiudersi come un
ventaglio. La propria vivida luce. Ad…dio…… Nulla è fisso dicevano gli antichi, eppure
le nuvole erano fisse sopra la cima dell’albero quando capitolò, immobili come se fossero
dipinte, mentre suo padre assassinava le lunghe membra del suo albero prima che
avessero ceduto le foglie. Perché amare una cosa, qualunque cosa, se poi doveva essere
portata via così brutalmente? Lui aveva visto l’albero essere negli occhi lucidi di Emma
Bishop. Sotto, l’erba su cui lei riposava e leggeva. Quando non doveva più nascondere la
sua occupazione.
Emma aveva notato con un certo interesse che suo padre aveva interrotto le
ispezioni della sua nudità dopo la morte della madre. Come se… Come se fosse stato per
angosciare sua madre che la svestiva, che le camminava intorno come a una macchina
che avrebbe potuto comprare, come se avesse un elenco di coefficienti da controllare per
la sicurezza del volo, che giustificavano quello che le aveva detto allora: guarda cosa
m’hai dato, cos’hai tirato su, sei un quadretto di terra arida, la tua bambina è secca,

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

goffa, piatta, con il mento a punta e gli occhi grandi, e tutta curva, ma curve niente,
come se fosse vecchia.
Lei aveva dieci mesi, così le avevano detto. Magari era stato in quel decimo mese
che il pistolino le si era appassito.
Col tempo, Emma iniziò a percepire il mondo dei suoi genitori per quel che era.
Suo padre coltivava la terra strappandola, seminando soia con spranghe di ferro,
disinteressato del terreno come dei legumi, interessato solo a ciò che i legumi potevano
portare: interessato al cielo per la stessa ragione, così al vento, alla pioggia. Una volta il
torrente straripò e allagò un campo. Lui vide soltanto un campo allagato. Non vide un
foglio di luce brillante disteso come un vessillo sul campo arato. E la luce diventava più
scura nei punti in cui le zolle si avvicinavano alla superficie. Emma guardò il vento
increspare l’acqua facendo emergere di tanto in tanto la cima di una zolla come una
nuova terra. Crusoe in Inghilterra? in Iowa. Questo s’immaginava lei.
E sua madre sfregava i loro vestiti per rimuovere il fango, non per ripulire i capi;
e toglieva la polvere per spostarla, non per liberare il riflesso nello specchio o la vista
attraverso il vetro o un bagliore nel legno. Appendeva il bucato al filo come se stesse
ammanettando un criminale. Emma vedeva il disgusto scorrerle lungo le braccia come
sudore e trasformare il compito. Non diceva alla padella: “Lascia che ti porti via l’unto”.
Diceva all’unto: “Vattene, schifoso demonio”.
Emma in definitiva preferiva i mobili costruiti a incastro, incollati piuttosto che
inchiodati, perché i chiodi non solo avevano affisso le mani di Cristo alla Croce, ma
avevano anche condotto Eva alle doglie e a una vita di dolori. Sua madre non piangeva
sul latte versato, bensì imprecava sottovoce, con le labbra che si ritraevano da un
assaggio. Emma imparò a vedere negli schizzi una dimostrazione delle leggi di natura e
un’eccentrica composizione di chiazze grigio-blu chiare. Quando lesse che i bambini
talvolta giocavano con le loro feci, capì perché.
Magari suo padre smise d’ispezionarla quando si vide guardato, semplicemente
guardato da lei; quando la sua faccia nuda e il suo sguardo nudo finirono per essere
osservati, osservati come urina nel vaso, gialla e perlacea; quando i suoi duri commenti
finirono per essere ascoltati come musica da camera.
Portava gli stivali per via del letame, diceva lui, anche se all’epoca di Emma non
avevano né cavalli né animali di alcun tipo. A eccezione delle galline. Il canto del gallo si
levava roco e orgoglioso dal tetto della stia e dal picco della poesia della Bishop. Magari
aveva un verso adatto all’occasione. Lui si toglieva gli stivali e li lasciava nella veranda

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William Gass

dietro casa e lì Emma trovava le sue impronte digitali sui fianchi impolverati. Le
impronte, pensò Emma, erano belle. Erano impronte preistoriche lasciate nelle caverne.
Gli stivali di suo padre erano alti quattro spanne. Forse cinque.
Da ragazzina, Emma aveva corso a piedi nudi, prima d’iniziare a disprezzare ogni
parte scoperta di sé, a cominciare dal viso e dalle mani per finire con i piedi; e si era
accorta che le piante dei piedi le si erano indurite fino quasi a perdere completamente la
sensibilità. Ora i piedi erano entrambi ossuti e teneri e riuscivano a sentire il pavimento
tremare quando passava il treno, a tre campi e un boschetto di distanza.
Lei stessa era un residuo, la sua vita fioca come la luce nella casa ereditata. La
madre di Emma era morta nel letto che senza dubbio aveva finito per disprezzare, un
letto pieno di lui ogni notte finché la malattia di lei non lo spinse via, distesa lì
rannicchiata, a fissare la morte nel buio sopra di lei: chi non avrebbe desiderato che
arrivasse presto? Emma si chiedeva se sua madre avesse mai avuto un momento di…
esultanza. Le piccole crudeltà l’abbattevano. Il tran-tran del lavoro di tutti i giorni, che
andava avanti finché c’era luce. Gli stessi vecchi piatti da due soldi in tavola. La stessa
vecchia polvere che s’infiltrava per offuscare gli specchi e rivestire i ripiani. Lo stesso
vecchio rabarbaro portato dall’orto, le carote e le mele e le patate con i germogli messe
da parte. Lo stesso inesorabile sole in estate. Quindi freddo pungente e neve a raffiche.
Loro tre in angoli diversi della casa. Emma si sedeva per terra nella sua stanza, a leggere,
con la schiena rivolta contro un radiatore tiepido, una coperta sulle ginocchia, strizzando
gli occhi per vedere le pagine attraverso un paio di occhiali inadeguati. Di tanto in tanto
sentiva sua madre spazzare o lavare, o il rumore ritmico della pedalina della macchina da
cucire. Suo padre era tutto preso dalle sue cifre, a risistemare, ricalcolare, sperando di
migliorare le nere previsioni delle colonne, visto che le uscite minacciavano regolarmente
di sopraffare le entrate. Eppure si cucivano da soli quei vestiti simili a sacchi,
mangiavano le fredde barbabietole messe da parte, ammazzavano e spennavano e
cucinavano le loro galline, anche se Emma quelle sere aveva smesso di cenare, da quando
era svenuta di fronte a una manciata di interiora appena estratte; racimolavano pezzi di
legna dal boschetto del vicino; raccoglievano bacche e mele selvatiche e foglie di
tarassaco, e preparavano vasetti di sambuco e composte di mele e inscatolavano fagioli e
pomodori e persino alle galline davano il mais che coltivavano loro: quindi dov’erano
tutte queste uscite? Non erano tante, concedeva suo padre. Però si nutrivano dal loro
orto come scoiattoli o conigli, dai boschi di bacche e noci come cervi. La soia non era

12
Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

fertilizzata e non potevano permettersi i moderni prodotti chimici. L’unica macchina


ancora funzionante erano le braccia e le gambe e la bocca oltraggiosa di suo padre.

sull’erba del mattino,

Muoio che sei già troppo grande, disse la madre a Emma, che si stava
dondolando lentamente nella sedia accanto al suo letto. Emma si domandò cosa voleva
dire, visto che pareva una sorta di compendio, ma sapeva che una spiegazione non
sarebbe stata piacevole da sentire perciò non la chiese; lei a sua volta non voleva
chiederselo, ma si sentiva tormentata da quella che sembrava una frase di un certo tipo e
quindi continuò a chiederselo. Il suo dondolio non era un vero e proprio dondolio. Era
più un piccolo tremolio nervoso trasmesso alla sedia. Emma non avrebbe mai avuto un
marito che le guardava: per questo aveva suo padre; non avrebbe mai dovuto darsi da
fare per un uomo, né cucirgli bottoni alle camicie, né aprire le gambe, né farlo alzare in
tempo per andare a messa. Eppure la sua vita sarebbe stata comunque uguale a quella di
sua madre. Sarebbero sopravvissute fino alla morte. Quella sarebbe stata la fine.
Ovunque, per quel che le era dato di capire, quella era la fine.
I morenti avevano un potere enorme. Emma si chiedeva se sua madre lo sapesse.
Tutto ciò che dicevano i morenti era detto “sul letto di morte”. Tutto ciò che dicevano i
morenti era un’incriminazione, una ricapitolazione, un’estrapolazione, una confessione.
“Muoio che sei già troppo grande.” Quale di queste? confessione, estrapolazione,
delusione, ricapitolazione, provocazione?
Sua madre cercò di fare in modo che Dio prendesse le sue difese contro la
malattia, ma andare in chiesa non le valse nulla; le preghiere rimasero senza risposte
come gran parte delle lettere; i giorni andavano e venivano senza essere apprezzati. Non
riusciva a tenere niente nello stomaco. Passava più tempo in bagno che a letto. “Magari
dovrei fare come Emma e stare senza mangiare” disse. Era un dono, aver ricevuto una
vita del genere? Senza nessuno vicino. Senza mai vedere il piacere prendere forma negli
occhi degli altri quando ti vedono. Caro Padre Eterno, lasciami soffrire ancora un po’.
Lasciami indugiare in questa valle di lacrime e tormenti. Ho delle patate da inforcare e
sciacquare, finestre da pulire, piatti da lavare, strappi da rammendare.
Suo padre cadde riverso in un campo. Col naso nel fango. Lo trovò un cane.
Al suo funerale qualcuno disse, be’, comunque è morto con gli stivali indosso, e
qualcuno dei convenuti parve disorientato da quel commento, altri perplessi e altri

13
William Gass

ancora sorrisero nei limiti della decenza, ma nessuno dei convenuti compianse il
defunto.
Il mondo era una nebbia e figure nere emergevano lente dalla nebbia come in
uno dei pochi film che Emma aveva visto, in cui la gente del paese dava sepoltura a una
famiglia massacrata dagli indiani. Era una giornata grigia e umida e i più portavano un
cappotto scuro per ripararsi dal freddo. Emma nel suo orrore si strinse a sé e rimase
lontana dalla buca in modo da non vederli calare l’uomo che l’aveva messa al mondo e le
aveva fatto provare vergogna nel mostrarsi nuda e aveva fatto a pezzi il suo frassino e
mozzato la testa alle galline e le aveva lasciato qualche ettaro di terreno incolto e una casa
dilapidata. C’era ormai nella sua memoria una buca quasi esattamente della forma del
padre.
Emma sedette in veranda e salutò donne vestite di scuro e prive di grembiule,
mentre gli uomini rimasero sparpagliati in gruppetti impacciati in attesa di potersene
decorosamente andare. Alcune mogli avevano portato casseruole di vario tipo. Emma
alzò i coperchi solo quando capì che si aspettavano che li restituisse. Allora rovesciò il
contenuto andato a male nel prato – odorava di maionese e tonno – e ripulì le pentole
con l’erba. Se ne dimenticò un’altra volta. Salvo imbattersi di nuovo in quella piccola
collezione durante una passeggiata, una settimana dopo. A quel punto non riusciva più a
ricordare a chi appartenessero. Emma ammucchiò le stoviglie dentro un sacco di plastica
e arrancò per i due chilometri e mezzo che la separavano dalla casa di una vicina che
sapeva aver portato qualcosa e le lasciò il sacco sui gradini dell’ingresso. Avevano cercato
di rendersi utili, pensò, ma certo che la gente era un bel problema.
Con la sera l’aria si fece più umida. La luna e la bruma, come scrisse la Bishop,
erano impigliate come bioccoli ai cespugli di un pascolo. Se non che il chiaro di luna era
parecchio sbiadito. Furono i fari dell’ultimo treno a consentirle di vedere la nebbia come
capelli grigi in un pettine, ma solo per un istante prima che tutto svanisse: boschi,
nebbia, bagliore del treno, lana di pecore, capelli grigi, pettine.
Sedette nella stessa sedia su cui aveva salutato i convenuti al funerale, sedette per
tutta una sera in cui solo il cielo si degnò di frignare, sedette anche dopo che se ne
furono andati tutti nel piovischio della notte fonda e sperò di trovarvi la morte; ma
quando al mattino il sole finalmente si aprì un varco tra la nebbia e la trovò seduta in
quella stessa sedia, immobile come le foglie e i fiori impressi a fuoco sulle stecche dello
schienale, inondò impersonalmente il suo freddo bagnato solitario spaventato immobile
viso, come se fosse il frammento di una statua rotta, prima di spostarsi sulle colonne

14
Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

della veranda, appena zigrinate per sembrare elaborate, ma scelte da un catalogo per
economia, e quindi trovò una finestra sudicia da tingere come se l’ingrigito rossore
dell’alba fosse stato attratto da quel punto. Il sole le fece chiudere gli occhi aperti.

neve nell’aria immobile

L’arte di perdere s’impara presto. Emma ricordò con gratitudine quella lezione.
Ma la portò un passo oltre. Perse il senso della perdita. Imparò a non chiedere nulla al
mondo. Imparò a non bramare nulla. Non aveva bisogno di affilare i suoi coltelli. Del
resto i coltelli non erano nemmeno suoi. Abbandonò la proprietà. Non esigeva l’alba.
Quando arrivò la neve, non sospirò al pensiero di doverla spalare. Non c’era alcun
bisogno di spalare. Lasciò che la neve la rinchiudesse dentro casa. Avrebbe fatto le sue
passeggiate in giro per casa, invece che lungo lo stretto sentiero nel bosco. Si muoveva
come poteva fare uno spiffero da una stanza all’altra. Saliva e scendeva le scale silenziosa
come un odore. Non per tenersi in esercizio. Non perché fosse annoiata, ingabbiata,
disperata. Per fare visita alle cose e portare loro il suo silenzioso saluto.
Emma faceva i suoi giri in mezzo alle mantidi. Quando da adolescente doveva
occuparsi dell’orto, a volte trovava una mantide intenta alla sua mortifera devozione. E
aveva scoperto che le mantidi si avventuravano di rado lontano dal loro luogo sacro.
Mantis religiosa. Lentamente assumevano il colore delle circostanze. Ce n’era una sul
tetto della capanna della stessa sfumatura delle assicelle. Un’altra in mezzo alle zucche,
verde come gran parte delle erbacce. Immobile, Emma restava a guardare la mantide
guardare e ora capì la differenza tra la loro immobilità e la sua. La mantide era alla
ricerca di una preda, suo padre dava giudizi, sua madre faceva i lavori, Emma invece
osservava… perché?... stava lasciando entrare il mondo dentro di sé; e questo poteva
esser fatto, come aveva imparato, ovunque, in qualsiasi momento, da qualsiasi posizione,
da qualsiasi pertugio: il cerchietto della maniglia delle tende. Mangiò la sua bella
porzione di mondo.
Non più larga di uno stuzzicadenti, una mantide si posava su una foglia con una
leggerezza tale che il peso dell’insetto non la muoveva nemmeno. La mantide si alzava e
si abbassava con la foglia, in parte foglia anche lei, l’occhio fisso sul filo lucente che stava
tessendo un piccolo ragno. Anche Emma Bishop si alzava e abbassava, leggera come
un’ombra che scivola sul pavimento, eterea come uno sguardo, ma ampia come un
tappeto, e altrettanto confortevole sotto i piedi, affidabile dentro la teiera quanto il tè.

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William Gass

Grossi fiocchi di neve scivolavano lenti da un cielo grigio. In maniera non


diversa dai semi sparpagliati nei campi, scendevano ondeggiando fino a posarsi sull’erba
o sulle ultime foglie, ancora intatti e candidi come centrini. Le cadevano sui capelli, si
aggrappavano a un ciglio, si scioglievano sulla lingua protesa provocandole un brivido e
facendola arrossire. Usciva fuori a passeggiare anche sotto la pioggia quando la pioggia
era calda e cadeva a goccioloni. Le guance le grondavano e le orecchie le gocciolavano. E
i capelli le si riempivano molto lentamente di acqua fino a imbiancarsi piano piano allo
stesso modo in cui si erano ingrigiti, fino a diventare un cappellino, non i suoi capelli. Le
mani protese le si raffreddavano al punto che, come era accaduto con alcune farfalle, i
cristalli le si depositavano placidi sui palmi.
Suo padre scoprì che, per quanto Emma si prendesse cura dell’orto, non
estirpava le erbacce né uccideva gli scarafaggi. Per cui la sollevò dall’incarico e le fece
reggere le interiora che toglieva dai polli spennati.
Elizabeth Bishop era un tipo più tosto. Pescava, per esempio, e teneva i corpi
sgravati dei pesci a distanza di braccio per studiare i vermicelli bianchi di mare che li
infestavano. Viveva a contatto con l’acqua in Nova Scotia e a Key West e bazzicava per
gli allevamenti di pesce per annotare il grado di lucentezza delle vasche, rivestite di
scaglie di aringhe e le minuscole mosche iridescenti che vi aleggiavano intorno. Il braccio
viscido del padre scivolò fuori dalle viscere, con il pugno pieno della vita del pollo. Non
guardò Emma. Disse: tieni, reggi qua. Poteva forse godere delle mucose e delle
membrane, del cioccolato e del rossobruno del fegato e delle… delle chiazze bianche di
grasso come nevischio sui mattoni? La parola era ventttrrriggli.
Forse no. Ma chi mai ha davvero raggiunto la santità in questa vita ed è disposto
a osservare ogni cosa in maniera equanime?
I suoi passi malfermi la portarono lungo il sentiero dove aveva buttato il cibo del
funerale e lì trovò le pentole in un mucchio sporco, come pietre. “C’è ancora della roba
rinsecchita nelle terrine. Ma quante moine. È la loro giusta fine! ” L’erba cresce alta ai
margini del prato. Sta già spuntando tra le pentole. Lascia che stiano lì. La vita che ho
perduto per paura. È lì che lo seppellimmo. Una giornata scura. Crepuscolare dall’alba al
crepuscolo, quindi al crepuscolo si fece notte. Restano questi da lavare. I suoi resti, i suoi
pugni, sono racchiusi in una cassa da due soldi due metri sottoterra, gramigna su fango,
nebbia su gramigna, cielo notturno su nebbia, nerissimo spazio. Stavolta ne porto a casa
una e la metto in ammollo nel lavandino. Lo stesso lavandino in cui i miei pensieri

16
Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

hanno fatto vomitare la poetessa. Io sola so quanto sia sublime il sudiciume. Fai da te.
Dio. Fai da te.
Mi ripromisi di diventare brava. A fare da me. Con in mano la terrina, alle cui
pareti erano ancora attaccati i fili d’erba con cui l’avevo strofinata settimane prima,
promisi a me stessa un miglioramento. Se n’erano andati tutti e due. Ero libera dallo
sguardo desolato di mia madre, libera dalla rabbia di mio padre. La casa era mia, ricordai
a me stessa. Per cui era libera di stare anche senza di me. Stare, essere. Riconosciuta.
Perché io abbandonai tutto ciò che mi era appartenuto. I pensieri li lasciai liberi come
cocorite ingabbiate. Un piatto al giorno. Li restituirò come pasticche. Era rimasta una
tacca a forma di nido nell’erba su cui aveva poggiato la terrina. Che cosa meravigliosa!
che una forma di quel tipo potesse trovarsi ai margini di un sentiero tra campo e bosco:
il bacino di una terrina refrattaria come un’impronta del funerale.
Emma si ricordò, proprio in quel momento, mentre faceva a se stessa la solenne
promessa di fare meglio, di essere migliore, di diventare nessuno, nessuno, dei giorni
primaverili in cui correva nei boschi per cercare le campanule e trovava invece i cornioli
in fiore ai margini della radura, ogni petalo come bruciato da una sigaretta esattamente
come la sua poetessa aveva scritto in una poesia scoperta proprio quel giorno, in versi
solo allora letti e capiti, prima che l’occhio di Emma si levasse come una mosca
impaurita dalla tovaglia della cena.
Così quando le terrine furono relativamente sciacquate, le infilò in un sacco di
juta, tutte e sei, insieme ai coperchi, per poi trascinarsi più barcollante del solito
attraverso tutti quei campi e prati fino al primo vicino e, con un sospiro e il braccio
stanco, posare il sacco a terra sulla veranda così com’era, così le avrebbero trovate tra non
molto qualche moglie e madre che di nome non facevano né Nellie né Agata, non era
forse così? che senza dubbio le avrebbero rilavate tutte e avrebbero trovato loro una
buona casa come se fossero orfanelli. Una storiella che avrebbero raccontato anche alle
signore che avevano prestato le terrine a Emma, che le avevano rifilato il loro cibo, la
loro indifferente benevolenza, i loro sforzi di affetto. Sì, le signore avrebbero riso o
quanto meno sogghignato di fronte al modo in cui erano state restituite, ammassate
dentro un sacco come patate, le loro pignatte, dopo tutte quelle settimane passate a
chiedersi… che ne era stato… e chissà… se le avrebbero mai riviste.
La neve scendeva furtiva da un cielo grigio e cadeva come cenere, con la stessa
lentezza, la stessa leggerezza, per posarsi sull’erba fredda, sui rami degli alberi, mentre i
boschi si chetavano e la casa silenziosa di Emma si faceva ancora più silenziosa, pacifica

17
William Gass

come la polvere; e di lì a poco tutto era diverso, tronchi neri diventavano più neri, un
mucchio di foglie scompariva, il tetto della capanna rimaneva sospeso a mezz’aria, la
pompa spuntava dal nulla e la sua ombra dalla vaga impugnatura sembrava l’unica cosa
che la neve non era in grado di coprire.

ferite che abbiamo subìto,

Emma Bishop non era nata nella fattoria, bensì in un paese vicino, dove
cinquemila persone si ritrovavano a mangiare e dormire e lavorare, incontrarsi e salutarsi,
cucinare e pulire, andare avanti e indietro, vendere e firmare, concedere licenze e pareri,
perché era il capoluogo della contea. La fattoria era proprietà della famiglia. Apparteneva
alla prozia di Emma, Winnie, ma alla sua morte la fattoria, già cadente, sprofondò
ancora di più, finendo nelle inette e tozze mani da meccanico di suo padre. Il padre,
all’epoca in cui sua madre lo conobbe, riparava trattori. Sotto, le sue unghie erano nere
di grasso verde. Quand’ecco che, al di là di ogni immaginazione di Emma Bishop, i suoi
genitori si conobbero, sposarono e accoppiarono, dopodiché sua madre portò prima in
grembo e quindi alla luce una bambina nuda, nel modo in cui cioè, come si sarebbe
scoperto più tardi, la voleva il padre di Emma. Perché la neonata era stata esaminata alla
ricerca di eventuali difetti. Nessuno ne aveva trovati.
La madre di Emma era bassa smilza smunta, suo padre invece era largo e piatto
sul davanti, perfino nodoso, modello asse di abete. Emma, contrariamente alla stirpe, era
leggera come un foulard e il doppio più alta, spigolosa per contraddire la nodosità del
padre, incline a ondeggiare anche quando stava ferma, a ondeggiare come un lungo stelo
di granoturco in un campo battuto dal vento. Il che rendeva difficile parlarle, seguirne il
viso, specie se dovevi guardare in su com’erano costretti a fare entrambi i genitori.
Emma non aveva i tratti recessivi di Marianne Moore. I suoi assomigliavano più a quelli
di Edith Sitwell, tanto erano scavati.
Però Marianne Moore vedeva dentro le cose, vedeva i semi dentro il frutto e
vedeva come un viticcio nato da una vite si sarebbe avvolto come un capello attorno a un
dito, appigliandosi a qualunque cosa; oppure si chiedeva che genere di linfa scorreva
attraverso il picciolo della ciliegia per tingerla di rosso. Emma Bishop si allenò
guardando camminare un verme, come raccoglieva l’estremità posteriore verso il centro e
poi avanzava a soffietto dal davanti. Un elastico non avrebbe saputo far di meglio.

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

Lasciando una piccola scia umida destinata presto a perdersi in una sottile linea secca
sulla pietra.
Il suo albero, sotto al quale Emma andava a leggere, era un albero da seme. Ne
produceva a gruppi, a grappoli, a nugoli. Erano affusolati come pagaie. Il suo albero
metteva le foglie molto tardi e ogni anno suo padre dichiarava il frassino morto e di fatto
non era altro che una fioritura di stecchi finché, finalmente, non apparivano i primi
germogli e gli scoiattoli si arrampicavano sui rami per mangiarne i teneri piccioli. Il
terreno attorno al suo albero si ricopriva dei loro resti. Quando erano ancora piccoli e
verdi, i semi cominciavano a cadere e allora suo padre diceva che il frassino era malato,
perché i semi erano così prematuri; ma ce n’erano ancora a bizzeffe, folle di semi, che
penzolavano da ogni nuovo ramoscello come mani piene di dita. Marianne Moore
chiamava i semi della mela i frutti dentro i frutti, ma in questo caso i semi del frassino
restavano sospesi a mezz’aria senza lusinghe né protezione di buccia o polpa, soltanto un
guscio sottile e resistente che diventava color paglia e volava via dall’albero in autunno
come strepiti di locuste impaurite.
Il frassino succhiava tutta l’acqua dal terreno e disegnava anche un ampio cerchio
d’ombra in cui non cresceva granché, qualche minifrassino ovviamente, uno o due
erbacce, lanciola per lo più, che bucava la terra grigio-argilla per ergersi insolentemente
verde tra le radici. Il tronco era solcato da rughe profonde, la corteccia stessa era
scorticata, come se la pioggia l’avesse erosa. “È da quest’albero che ha parlato il serpente
di Satana” diceva il padre di Emma, con il tono sicuro delle Scritture. “È l’albero più
lurido nella Terra di Dio.” L’emblema eretto di un mondo caduto.
I semi prima si posavano a terra, per poi mulinare sul terreno secco a ogni
minima brezza, mossi dal primo accenno di vento, e circondare il tronco con baccelli che
disegnavano un’elegante linea curva compresa tra una testa ovale e la punta di uno spillo,
per poi depositarsi in caldi strati ocra come tante minuscole foglie. Suo padre imprecava
contro l’albero come se stesse gettando spazzatura per strada contro la legge.
E un discreto numero di ramoscelli si spezzavano e si spezzavano ancor di più
non appena toccavano terra, provocando ulteriore fastidio in suo padre, perché i rami
morti di quel frassino erano morti in maniera completa e violenta, seccati com’erano dal
cielo. Infine cominciavano a cadere le foglie a cinque punte, e a venir giù a grappoli i
semi dell’albero e a quel punto tutti sapevano che l’autunno era finito e che il sole si
ritirava sempre attraverso i rami ormai spogli, e così la luna.

19
William Gass

Suo padre diceva che era un acero di montagna e non un frassino. Il legno era
spugnoso, ma fragile come un rovo. Emma protestava. Era un frassino comune. Aveva
fatto lei stessa l’identificazione. Non c’erano aceri di montagna nel suo libro. Così lo
chiamiamo da queste parti: acero americano, erbacciona, alberaccio. Un vero frassino
mica vien giù così.
Nonostante il disappunto di suo padre, Emma si sedeva su una radice nuda e
liscia, con la schiena contro il tronco, circondata da semi e foglie, ramoscelli ed erbacce,
e leggeva libri di poesia. Se fosse stata un maschio, magari lui l’avrebbe picchiata. Lei
sentiva il suo occhio su di sé, severo come quello di un uccello. Resisteva alla rabbia di
suo padre come un albero resisteva al vento. Poi un giorno un ramo, spezzato da una
precedente tempesta, ma rimasto intrappolato tra altri rami, scivolò giù come una lancia
e la colpì alla caviglia in maniera così improvvisa che lei gridò, sentendosi morsa da una
vipera. Vide piena di stupore il sangue uscirle dalla ferita, il ramo a terra vicino a lei,
rigido e secco, tagliente dove si era spezzato. Emma pianse, non per il dolore né per lo
spavento, ma perché era stata tradita.

polvere là sul davanzale,

A Marianne Moore piaceva usare parole come apteryx nelle sue poesie. Davvero
manierato, il suo stile. Anche a Edith Sitwell piaceva. Emma d’un tratto diceva: “Una
indigena onda è alta e grave” e d’un tratto cantava: “Calava la calda siesta del
moscatello…”. Sua madre l’ascoltava con stupore, perché Emma già rideva molto di
rado, figurarsi poi cantare. Persino in chiesa si limitava a muovere le labbra.
Ora che non aveva dovuto avvelenare sua madre né abbattere suo padre nel
campo con la pala, ma era completamente sola visto che anche le galline rimaste senza
cibo se n’erano andate, avrebbe potuto cantare senza sorprendere nessuno, o imprecare
senza scandalizzare suo padre con un linguaggio poco adatto a una signorina. Qualche
volta in realtà cantava tra sé e sé. “Nel salotto tanto, tanto freddo, mia madre aveva
composto Arthur...”. Non ricordava nient’altro di quella poesia così brutalmente
meravigliosa. Le parole le si ammucchiavano negli occhi. Quando leggeva, era sempre
estate sotto il frassino e le parole le ricadevano leggere attraverso le pupille come il
polline del frassino, che si depositava lentissimo per ore per giorni d’estate per una
stagione, persino per una vita intera, tanto che quell’accumulo rappresentava
un’ulteriore coperta. Sollievo per la pelle.

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

Portava i libri fuori sotto l’albero e li impilava uno sull’altro. Suo padre la
guardava di traverso. Perché così tanti? Concentrati su uno. Uno è già tanto. Emma però
non riusciva a concentrarsi su uno. Iniziava: “Quando scese la sera, con un suono simile
alla crescita degli alberi...” o “Nel salotto tanto, tanto freddo...” e sentiva salire la
tensione, erano le gambe accavallate come su per il fondoschiena alla maniera del verme
e le braccia piegate all’infuori come le mantidi che la turbavano? Emma aveva questi
occhi volubili e dopo un po’ saltava a un’altra pagina, o doveva mettere via il libro per
passare a un altro. Edith prendeva Emma alla sprovvista con la bellezza del “suono simile
alla crescita degli alberi”. Emma doveva fermarsi, ripetere, assaporare, apprezzare in testa,
meravigliarsi di fronte a quella meraviglia, perché quella veglia in Nova Scotia era così
devastante? non semplicemente perché era vista da un ragazzino. “Il suo petto era
profondo e bianco, freddo e carezzevole.” Il modo in cui il ragazzo nella cassa e l’anatra
impagliata si penetravano a vicenda: questo era fare l’amore nel modo in cui
s’immaginava potesse essere, se fatto nella giusta maniera. Tutti erano penetrati.
Nessuno stava sotto.
Una poesia come quella della Nova Scotia, nella sua brevità, a volte le richiedeva
settimane di lettura, o meglio settimane per registrare tutte le parole, e mai nell’ordine in
cui erano stampate. Quell’ordine veniva in un secondo momento. Un giorno,
finalmente, avrebbe rimesso i versi in riga e li avrebbe fatti marciare come se fossero
stampati sul suo sguardo. Non poteva dire a suo padre, quando la guardava di traverso,
arrabbiato, questo lo sapeva, perché i libri, l’albero, la sua posa assorta, il secco cielo
estivo, erano tutti un’accusa, il ricordo di un altro fallimento, che le parole che leggeva e
da cui fuggiva erano tutto ciò che la teneva in vita. “La mente è una cosa incantata, come
lo smalto sopra un’ala di locusta…”. Erano le parole a redimere il mondo. Pensa! Come
lo smalto sull’ala di una locusta, sud… suddivisa… sud… dal sole finché le trame erano
una legione… le trame erano una legione… Suo padre avrebbe fatto meglio a tenersi il
grasso sotto le unghie, invece di rimpiazzarlo con il sudiciume delle piante e la terra dei
campi. Il suo mondo era meccanico, non organico. Era causa ed effetto, non scata
seguito da fasci e fasci di erbacce.
La sagoma di suo padre le appariva, nera e distante, mentre si apriva un varco tra
la soia. Emma si sforzò anche di non prendersela per i fallimenti di sua madre. Perché
sua madre non si era opposta ai crudeli scrutini del padre? Persino le lavate di capo che
riceveva, sua madre le sopportava in silenzio, per quanto curvando la testa. Perché
Emma stessa era rimasta così immobile sotto il suo sguardo, solo meno nuda in seguito

21
William Gass

grazie al pelo pubico? Scarso peraltro. Niente pellicciotto. Avrebbe potuto rifiutarsi.
Scappare. Urlare. In piedi nella capanna si metteva a gridare. A strillare. A sgolarsi. Loro
però erano sottoterra, meno capaci dei semi di spuntare fuori, rigenerarsi, germogliare in
un vaso o levarsi da sotto le scompigliate coperte che li avvolgevano, al sentirla gridare.
Solo questo faceva nella capanna. E ci andava sempre meno, sentiva sempre meno il
bisogno di quello stupido sfogo. Era quasi fiera di poter gridare così forte, leggera e
piatta com’era, debole e disabituata alla parola.
Edith Sitwell aveva una certa cadenza. Faceva ding-dong. Ma i suoi versi,
respiravano?, si chiedeva Emily Dickinson. “Sicuri nelle loro camere di alabastro…”.
Uuh. “Non toccati dalla mattina…”. Emma non era mai stata toccata. Nessun uomo
l’aveva mai sfiorata. A malapena si era sfiorata lei; una volta soltanto, curiosa, in via
sperimentale, segretamente, vergognosamente, si era toccata come pensava facessero gli
uomini, poi aveva ritratto la mano incredula. E non l’aveva mai più fatto. “I miti
membri della resurrezione…”. Emma era in piedi al centro di se stessa e lentamente
osservava tutt’intorno. C’erano finestre, davanzali, tende, oltre le finestre un mondo,
campi, sagome di abeti e querce, un fulmineo uccello scuro e quindi un muro un angolo
una crepa e intonaco crepato e scrostato, motivo di foglie e gambi e fiori, ripiano di
legno duro, stipi di legno, uno sportello aperto, scuro come un sopracciglio, intorno al
pomello di vetro si era raccolta la poca luce rimasta e il pomello risplendeva e la sua
debole debole ombra, resa luce e non già interruzione della luce, toccava l’abete sudicio e
mai tinto.
La mamma e il papà che non ha mai avuto attendono la resurrezione, secondo
Emily. Solenni scorrono anni… ere… eoni… imperi… ma solo le parole risorgeranno,
sopravvivranno a ogni debolezza. Emma lo sapeva. È per questo che aspettava un verso.
Non una stanza di alabastro né la cassa di un ragazzino – la bara di Arthur era un tortino
glassato – ma la bara di Arthur.
Ecco cos’era l’anima, come il fondo di una foresta, i piedi di un grande albero,
terra su cui semi foglie ramoscelli cadevano e si depositavano una stagione dopo l’altra,
tutte le parole cui gli occhi hanno dato luce e le orecchie suono ammucchiate lì anno
dopo anno dal primo no all’ultimo mai.
Sua madre morì di una malattia cronica, suo padre invece in un sol colpo. Emma
sarebbe diventata un determinato gruppo di parole, coniugata, si potrebbe dire,
finalmente, e il petto piatto e i capezzoli bitorzoluti sarebbero finiti vicini a quelli della
Bishop dov’erano stati quelli della Moore. Il viso di sua madre era chiuso come una

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

noce, ma si sarebbe potuto dire lo stesso di quello di Emma, che aveva imparato, come
aveva indubbiamente fatto anche sua madre, a nascondere i suoi sentimenti così a lungo
da dimenticare di averne.
Grido. La capanna sembrava rabbrividire a quel suono. Era un riparo
improvvisato e orribile, fatto di scarti di legno e latta. Magari era la latta che tremava.
Ronzava. Non servivano finestre. C’erano degli spazi tra le assi. Una gallina poteva
chiocciare finché non veniva sgozzata. Dopo, i loro corpi continuavano a oscillare. Il
ceppo del suo albero, l’albero della conoscenza, era cosparso di sangue. Gridava perché
c’era un mondo che conteneva quelle scene, per quanto sapesse che cattiverie molto
molto molto peggiori erano frequenti in quel mondo.

rugiada, fiocchi di neve, croste:

Conversazioni, per esempio, Emma non aveva mai fatte. Ora non credeva di
poterne sostenere una neanche se si fosse presentata l’opportunità, ma a un certo punto
aveva pensato che le mancava il chiacchiericcio, il suono di parole, risate, canzonature,
burle. La sua famiglia a volte si scambiava delle smorfie; di tanto in tanto c’era uno
scoppio di proteste, ma per il resto le parole erano per lo più ordini, avvertimenti,
desideri: stenografate. Emma aveva l’impressione che suo padre parlasse spesso da solo.
Era una specie di mugugno, la testa gli oscillava o ciondolava, le labbra gli tremavano.
Sua madre aveva un repertorio impressionante di sospiri, qualche gesto di rassegnazione,
sopracciglia aggrottate e guance risucchiate. Mai una parola di elogio, tutt’al più un
grugnito di approvazione, un cenno con la testa, per cui o non erano permesse
dimostrazioni di affetto o non c’era affetto da dimostrare.
Così Emma parlava con la pagina. Divenne una sorta di faccia di carta piena di
discorsi di carta. “Le conversazioni sono semplici: si parla di cibo.” “Quando mia madre
mi pettina i capelli mi fa male.” Emma però non era molto brava a parlare di cibo. Non
lo coltivava più. Non lo sapeva cucinare. Non lo mangiava. E cosa poteva rispondere a
eventuali commenti sui suoi capelli? Emma se li sbrogliava da sola. Così almeno sapeva
che dolore si provava nel tirarsi i capelli e che sensazione provavano le carote. Ovunque
tu sia, tutto il mondo è con te. Un bel motto. Emma Bishop vi si applicò. Ci si mise di
buona lena, ma inizialmente con scarso successo. Nel suo piccolo spazio vitale non c’era
posto per le stelle. Uno stivale impolverato, una scodella, un pezzetto di terreno dietro
casa. Non giudicare. Un’altra massima. Lo stivale però era di suo padre e andava dove

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William Gass

andava il suo piede ed era sformato dal suo modo di camminare; gli stivali erano per via
del letame, diceva lui, anche se sulla terra dei Bishop nemmeno i piccioni ci cacavano. La
terra è sporca. Questo era il giudizio che ne dava lui, così come lei di lui. “Illuminato,
solenne.” Il fatto era che Emma Bishop odiava sua madre per la sua debolezza, per aver
ceduto alle piccole tirannie del marito. Dàgli la pala di piatto quando volta la schiena.
Invece la madre di Emma voltava la sua di schiena e filava in casa a sbrigare qualche
faccenda come un cowboy a cavallo nei film. Il cucchiaio girava nella scodella come un
uccello in gabbia.
Quando neve e freddo li stipavano insieme, riuscivano tutti in maniera
assolutamente meravigliosa a evitarsi a vicenda. Se sentiva suo padre salire gli scalini
davanti a casa, Emma usava quelli sul retro. Se c’era il rischio che suo padre e sua madre
s’incontrassero nel pianerottolo al piano di sopra, uno dei due s’infilava in una camera
da letto finché l’altro non era passato. Suo padre aveva sempre l’aria di essere
preoccupato, con la mente altrove, una postura e uno sguardo che scoraggiavano ogni
interruzione. Ognuno di loro tre in realtà voleva vivere da solo e per Emma alla fine quel
desiderio si avverò. Ognuno di loro era affamato di morte, della morte degli altri. Ora la
fame di Emma era stata placata.
Comunque le abitudini di una vita restavano. Emma ne era tormentata e si
ritrovò più volte a comportarsi come se da un momento all’altro dovesse spogliarsi o
incontrare sua madre come un ratto sulle scale che portavano in cantina.
Più di una volta Emma rifletté sul loro accanito evitarsi. E concluse che ognuno
di loro era spaventato dalla rabbia accumulata dentro come un gas intestinale, la cui
fuoriuscita avrebbe rappresentato un’espressione di rumorosa e imbarazzante
maleducazione. Al tempo stesso s’immaginavano che quella rabbia paludosa fosse
ugualmente feroce negli altri e ne temevano la presenza in pubblico. A fronte di così
scarse soddisfazioni, il piacere della violenza sarebbe stato bruciante, come se la
rimozione di uno degli attori potesse redimere un passato cupo, o creare nuove
emancipanti opportunità, cosa che ovviamente non sarebbe accaduta… non lo era
mai… non poteva…
Di tanto in tanto dovevano andare in città per provviste varie. Il trattore, loro
unico veicolo, e peraltro molto vecchio, filava ancora. Emma e sua madre viaggiavano su
un vecchio traino per il fieno, senza tante cerimonie, Emma con le gambe a penzoloni
dal retro aperto, il che inquietava sua madre. In queste occasioni, Emma indossava
quella che sua madre definiva il “vestito buono”. A proteggere il vestito buono dal piano

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

sudicio del carro era preposto un pezzo di tela ruvida e sporca, per cui su quella si sedeva.
E guardava la polvere sollevarsi languida dietro le ruote del carro e la campagna sfilare
loro a fianco da entrambi i lati come su uno schermo. Le erbacce più vicine erano
bianche come se fossero state infarinate.
Per il suo compleanno – due volte – l’avevano portata al cinema. In paese c’era
una sala piccola e mal ventilata, dall’acustica scarsa e con un proiettore sgangherato. In
realtà, visto che potevano permettersi un solo biglietto, sarebbe più giusto dire che
avevano mandato Emma al cinema. Entrambe le volte sua madre si era raccomandata –
entrambe le volte con gran sorpresa di Emma – “Non lasciarti toccare le ginocchia da
nessuno”. Di fronte alla faccia interdetta di Emma, sua madre aveva risposto: “È buio,
capisci”. Buio e desiderio furono, per Emma, coniugati per sempre. I film la
impressionarono profondamente. Sfarzosi, esotici, splendidi, non assomigliavano per
niente alla sua vita di tutti i giorni, ma erano comunque esperienze aggiuntive e
mostravano come lo strano e il distante fossero inesplicabili quanto il vicino e il comune.
Le parole nelle sue pagine, dal canto loro, anche quand’erano congiunte in maniera
misteriosa, si spiegavano da sole. La luna e la bruma erano mute. Invece un verso che
descriveva la luna e la bruma impigliate come bioccoli ai cespugli di un pascolo, per
esempio, si offriva alla comprensione. Un film poteva catturare la nebbia mentre vagava
attraverso i pascoli, ma non c’era alcuna lana di pecora abbarbicata alle sue immagini.
Il cinema non era il suo mondo per un altro motivo. Le fotografie, le figure, le
scene, i cavalli, il traffico, sfilavano come una parata. Autostrade correvano contro
montagne, torrenti zampillavano su rocce e precipitavano tra la spuma. Le nuvole
fuggivano nel cielo e le loro ombre screziavano la terra. Il sole tramontava come una
pietra luccicante. Il pozzo di Emma passava settimane senza un briciolo di luce e il
cortile giaceva immobile sotto il suo strato di polvere e semi, disturbato soltanto da una
sporadica raffica di vento. La mantide restava in attesa, testa china, occhi spietati. Sua
madre occupava una stanza come se fosse una domestica. Randolph Scott invece spariva
dalla vista in un lampo. E tutti quei suoni… i suoni erano scintillanti.
Per tutto il tempo che rimase seduta in quella strana stanza buia con poche
strane figure scure, nessuna delle quali si offrì di toccarle il ginocchio, a guardare quei
movimenti immaginari sfarzosi e sgranati, Emma era consapevole che suo padre e sua
madre erano fuori nella luce grigia del paese e che presto avrebbero finito di fare
compere e si sarebbero messi ad aspettare la fine del film per tornare a casa. La gente li
avrebbe guardati, avrebbe fissato il loro carretto e il trattore. Con il lento scorrere del

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William Gass

tempo e del film, Emma si faceva sempre più ansiosa. Se mai aveva ricavato qualche
diletto dallo spettacolo, svaniva quasi subito. Sulla via di casa, sua madre ricopriva il suo
broncio con un altro cappotto.
Emma sedeva riparata dal caldo sole estivo dal suo frassino-acero e andava
mentalmente a New Brunswick per salire su un autobus per un breve – nella poesia –
viaggio e vedere la sua amata nebbia ancora una volta. Di gran lunga la sua nebbia
prediletta. Eppure rendeva in maniera quasi perfetta la neve dell’Iowa. “I suoi cristalli
tondi e freddi si formano, scivolano e si posano…”. Eccolo finalmente il cambiamento:
il cielo piatto e chiuso, i grossi fiocchi che cadevano più soffici di un sussurro. Però la
neve finiva per incrostarsi e abbagliare e incupirsi, per catturare colori come il lillà e il
violetto per via di tutto il freddo in quei blu e ripeterli ogni giorno come il pane e i
cereali della colazione. Si posano su cosa? “Sulle penne bianche delle galline…”, “…sulle
grigie verze glassate…”. Non la stancavano mai. “…sulle grigie verze… sulle grigie verze
glassate…” “sulle rose centifoglie…”. Le ripetizioni la incantavano. Per questo le
ripeteva.
Effimera come la rugiada, così dicevano – più solubile della margarina – eppure
la neve restava per mesi e ricopriva i semi rimasti per mesi sul terreno ormai da tempo
duro e secco. Poi ci sarebbe stato fango per mesi, melmoso come cereali ammosciati;
invece Randolph Scott filava da un fotogramma all’altro come un gatto scottato. La
rugiada si poteva giurare sarebbe sparita verso metà mattinata. Ma non si riusciva mai a
capire quando accadeva. Che genere di cambiamento era il cambiamento immutabile –
asciugare impercettibilmente l’occhio lacrimante del mondo – se Ann Richards per
cambiarsi d’abito impiegava meno tempo di quello che impiegava Randolph per
montare in sella? E quando Emma era stata ferita dal suo infedele acero canadese, la
crosta si era formata così lentamente che mai aveva dato l’impressione di farlo.
Di fianco alla strada ombreggiata, ai margini di una radura, in pieno bosco,
crescevano i podofilli, le foglie strette in pugni chiusi finché gli steli non raggiungevano
la lunghezza di uno stivale e un po’, al che ogni pugno si apriva lentamente svelando un
doppio ombrello largo un piede: centinaia di quelle foglie tonde di lì a poco avrebbero
nascosto il fondo della foresta. Questo era il genere di cambiamenti che Emma riusciva a
capire. Le differenze si rivelavano dopo giorni di pioggia grigia e vento smorzato.
Prevedibili come il treno, però. Poi spuntavano alcuni fiori bianchi lucidi come tazze
capovolte. Le campanule erano più ardite e diffondevano una nebbiolina blu sopra i
luoghi più sudici. Labbra di mucca, le chiamava sua madre. I fiori dei podofilli invece

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

spuntavano da una biforcazione nello stelo e ben sotto le grosse foglie verdi scure della
pianta. Alla fine si formava un piccolo frutto itterico a forma di limone, grosso quanto
un uovo. Dietro insistenza di suo padre, ne raccoglievano alcune grosse ceste e quindi ne
mettevano a bollire i frutti per farne una marmellata insipida e gelatinosa da spalmare sul
pane.
Suo padre sosteneva che il vero nome del podofillo era mandragola, eppure la
pianta non gridava quando Emma la strappava dalla terra, né aveva radici a forma di
uomo; cresceva lontana dalla legnaia, il loro unico patibolo, e lei dubitava che avesse il
potere di trasformare gli uomini in bestie. In compenso permetteva a qualche improbo
frutto di crescere e ingombrare la loro dispensa.
Suo padre gironzolava per prati e boschi in cerca di cose commestibili, erbe e
cortecce che sosteneva essere medicinali una volta trasformate in tè, tinte vegetali che sua
madre non usava mai. Dal momento che quelle terre non erano loro, Emma si sentiva a
disagio per quello che riteneva una specie di furto: di noci e bacche, uva spina e verdura.
Emma non nutriva alcuna fiducia nella pretesa di suo padre di capire la natura, visto che
lui era a suo agio e contento solo attorno alle macchine. Il trattore era il suo amore.
Né del resto lei cambiò mai troppo idea. La sua mente era una specie di piccolo
museo locale. I reperti giacevano nelle loro teche anno dopo anno. Magari lo scoiattolo
impagliato cominciava a perdere il pelo. I ritratti continuavano a essere rigidi e torvi.
Finché la poesia non le insegnò a prestare attenzione. E allora notò una piccola ombra –
di vergogna, s’immaginò lei – attraversare la faccia di suo padre mentre guardava la sua
nudità. Perché stava mettendo su peli, s’immaginò. E individuò il dolore in una ruga
sotto l’occhio di sua madre. Un duro cielo blu spazzato dal sole divenne un paesaggio.
Anche ora che erano entrambi morti, le era impossibile andare nella capanna se non per
gridare e, per gran parte della sua adolescenza e della sua vita adulta, da gran parte delle
cose continuò a fuggire.
Stava gridando per le galline o per l’albero?
Lentamente come la crosta della ferita, prese forma la risoluzione di suo padre.
L’acero aveva ferito la figlia. Doveva venir giù. Dopotutto lui era depositario del solenne
diritto paterno della liberazione.

Si posa, indugia, se ne va

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William Gass

I poeti dovevano conoscere e amare la natura. “La Natura, è la Madre più


gentile.” I poeti puramente urbani o industriali erano pazzi sospetti. “I calabroni si
insinuano dentro le digitali, e la sera ha inizio.” Aveva dato per scontate la conoscenza e
l’amore. “Le carote formano mandragole o qualche volta una radice simile a un corno
d’ariete.” Poi però capì che non era bene essere “poeta della natura” e che le descrizioni
erano cose da ragazzine, mentre i ragazzi narravano e riflettevano e scandagliavano. Le
signore stavano a guardare. I gentiluomini intervenivano. “‘Natura’ è quel che vediamo –
la collina – il pomeriggio – scoiattolo – eclisse – calabrone.” Di sicuro lei vedeva in se
stessa un’osservatrice e cercava la propria salvezza nella visione. Stava cercando di vedere
con disinteressata purezza, con l’intento sempre di lasciare che l’Essere potesse essere, e
diventare quello che doveva diventare senza preoccupazioni, brame o intervento di terzi.
Se qualcosa doveva alterarsi, lei doveva lasciare che si alterasse da sé; se qualcosa doveva
congelarsi, persino i germogli appena spuntati, lei doveva essere grata per quella
decisione; se qualcosa doveva morire, si sarebbe rallegrata della loro morte. Perché ogni
processo è legittimo.
Una volta raggiunta questa serenità, questo disinteresse altruista, Emma sarebbe
stata pronta per sparire nel suo abito funebre, per distendersi su un sublime verso di
poesia, un verso di Elizabeth Bishop. Dal momento che non disponeva dell’arte
necessaria per esprimere gli alti livelli di deumanizzazione cui aspirava, avrebbe dovuto
rivolgersi a qualcuno che quell’abilità l’aveva, se non proprio a un’incarnazione compiuta
dell’impersonalità. Perché chi l’aveva? Lei
E l’albero gemette e si schiantò con il rumore che fa parecchia carta
appallottolata con rabbia, come se Dio stesse stracciando il Contratto. Una nuvola era
ferma sopra l’albero come la suggestione di un sudario che ne marcasse il punto ed
evidenziasse il misfatto.
La signorina Moore, con quel suo frivolo cappello nero tondo, che sembrava il
Monitor, o era il Merrimack?, le mani infilate per metà in un enorme manicotto fatto
della pelliccia di qualche povera bestia, fissava Emma con consumata calma
dall’immagine di copertina. Non uno specchio. Non nuda, bensì avvolta in un
soprabito, a eccezione del volto pallido e della pallida gola. Nessun segno di capezzoli
delle dimensioni di una monetina, né di seni seminesistenti, fianchi ossuti o peli che
cercavano di nascondersi vergognosi dentro la fessura. Sorriso lieve, contegno calmo,
composta. La luce è linguaggio, diceva come la macchina fotografica la sua poesia.
“Libera franca imparziale luce di sole, luce di luna, luce di stelle, luce di faro, sono

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

linguaggio”. Ma non la luce del fuoco, della candela, della lampada, luci tremolanti,
guizzanti. La favilla della lucciola, ma non il rossore dei tizzoni, non il lume del
fiammifero né la luce della torcia. Lì stava. Forse che bugie, inganni, apprensioni,
riluttanze, scortesie non sono linguaggio? Lì stava. Lì stava. Ci si poteva mai riprendere?
Di motoseghe suo padre ne capiva. Portavano addosso un motorino come si può
portare un orologio da polso.
I Bishop si schivavano a vicenda per giorni. Di tanto in tanto Emma vedeva di
sfuggita sua madre seduta in cucina che beveva un tè medicinale preparato da suo padre
per calmarle i dolori allo stomaco. Dalla finestra le poteva capitare di vedere il profilo
arancio bruciato del trattore ruminare in un campo distante. S’immaginava mucche che
non avevano mai avuto, o di tenere un cavallo nel piccolo granaio, di andare con un po’
di lattuga e una carota a trovare i conigli nella stia, quand’ecco che una gallina bianco-
colla spuntava tra cumuli di legno di scarto e pezzi di metallo come se fosse stata
spremuta da un tubetto.
L’occhio di Emma si posava; indugiava; se ne andava. Anche la vita, stava
evitando. C’erano giorni in cui conosceva la verità ed era oppressa da quella conoscenza.
Quelli erano giorni di scoramento, durante i quali, quasi come una penitenza, cuciva su
cartoncini bianco perla oggetti disparati che aveva meticolosamente messo da parte e
quindi vi scriveva sopra con una grafia da calligrafa un motto o un detto, un piccolo
incoraggiamento o un consiglio di vita, che le sembrava esprimere il messaggio
intrinseco nella disposizione di bottone o perlina o vetrino lucente accanto a una stella di
semi incollati, erbe essiccate o petali pressati, quindi, qualche volta, appesa a una catena
sottile o a un filo di pelle, una piccolissima chiave di ottone, con del riso colorato a
ricordare un albero autunnale e un filo di seta rosso come qualcosa di reciso.
Non-ti-scordar-di-me era un sentimento ricorrente.
Li metteva in piccole buste fatte a mano che lasciava nella cassetta per le lettere
vicino alla strada perché il postino le recapitasse ai clienti che avevano risposto al suo
modesto annuncio su Farm Life. Emma non traeva il minimo godimento da questa
attività, che le richiedeva di andare in giro a raccogliere minuscole stranezze di ogni
minuscolo genere, di scegliere nel mucchio quelle che si rivelavano giuste compagne,
immaginarne la composizione come a infilare gambi in un vaso di fiori e infine
comporre una poesia, una massima, un epigramma adatto alla loro improbabile
convergenza. Per questo lo faceva nei giorni di vero sconforto, nei giorni di mesta verità,
il che potrebbe spiegare la svolta crudele che assumevano talvolta i suoi versi, virando dal

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William Gass

sentiero mieloso degli ammonimenti moralizzanti alle umide profondità del fossato in
cui fiorivano i lillà e le stiance, solamente per puntualizzare – poiché non poteva farne a
meno, dato che non aveva prospettive, bell’aspetto, né piaceri suoi – che il bello era
rischioso, il piacere un’insidia, il successo una delusione, che sotto il vivido fiore e
l’attraente frutto cresceva una radice velenosa.
I bigliettini di Emma erano, comunque, uno strumento verso un bene più
ampio, perché era con le piccole somme che quella vendita le procurava che si comprava
la poesia: libri di Bishop, Moore, Sitwell e Dickinson, in ordine volumi di Elinor Wylie
e Louise Bogan, che, notava regolarmente, incomprensibilmente non le erano mai
arrivati.
Divideva l’Erba-del-Parnaso con Elizabeth Bishop perché cresceva vicino ai fossi
delle campanule e anche in Nuova Scozia. Faceva parte della poesia intrinseca dei nomi:
scarpetta di Venere, non-ti-scordar-di-me, botton d’oro, verga d’oro, millefoglio erba-
rotta, caprifoglio, bozzolina, linaiola, bocca di leone, sigillo di Salomone, centauro giallo;
amor nascosto, violacciocca; con certi nomi fondati sulla somiglianza, sul carattere della
pianta o sull’attitudine umana, come velo di sposa, orecchino di dama, cornucopia,
regina Margherita, riccio di dama, Susanna dagli occhi neri, fanciullaccia, piede di
elefante, monachetta, begliuomini, quattrinella, cipripedio, pie d’oca, fior di cuculo. E
anche la berretta del vescovo; o perché erano connessi ad animali come baffi di gatto,
coda di volpe, coda di leone, occhio di pernice, tortella di lupo; oppure erano basati sul
luogo e sulla funzione e sul loro grado di benevolenza, come pepe d’acqua, ruta di muro,
tè dei boschi, soldanella di mare, pianta del vetro, spazzaforno, scilla marina,
rompiocchiali; o erano semplicemente derivati dal loro periodo di fioritura, come
l’albero dei coralli, o da radici, steli, gambi, frutti, fiori, foglie, come maggiociondolo,
rosamela, pungitopo, spadacciola, imbutino, corbezzolo, fior di stecco; mentre altre volte
guadagnavano i loro nomi principalmente attraverso le abitudini di crescita, come bella
di giorno, riparella, bucaneve, scapigliata, pentolini, perpetuino, spaccasassi; per quanto
spesso i nomi servissero da monito per l’ostilità o la timidezza della pianta alla maniera
di non-mi-toccare, stracciabrache, legnopuzzo, malerba; oppure erano pensati per essere
sarcastici e taglienti come succiamele, elabro puzzolente, erba dei ladri, moneta di
Giuda, latte di gallina; pochi dei quali Emma conosceva personalmente, dal momento
che suo padre aveva fatto della commestibilità una delle condizioni necessarie per la
coltivazione nell’orto di famiglia e aveva calpestato il nasturzio di Emma nonostante lei
avesse sostenuto che si poteva mangiare in insalata. Ma ciò che lui voleva erano piselli,

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

fagioli e rape. Le insalate non danno né fanno muovere i muscoli, diceva. Così invece di
coltivare e osservare erbe e fiori nel campo, Emma collezionava e ammirava e odorava i
loro nomi e guardava le loro foto nei libri.
“La commiserazione ha inizio a casa propria” diceva Crusoe, completamente
isolato proprio come Emma. A volte Emma cercava di dispiacersi per se stessa, ma le
restava a malapena un ego o l’energia necessaria o quello che lei riteneva potesse essere
un buon motivo. Sì, difficilmente aveva lasciato un segno nel mondo, la sua vita era una
desolazione e aveva avuto poche gioie, ma in compenso doveva ammettere che preferiva
aver potuto leggere la parola tette che averle avute. Un alce sbuca dai boschi e rimane
immobile in mezzo alla strada. Quando la corriera si ferma, si avvicina per annusare il
cofano caldo. “Torreggiante, privo di corna, alto come una chiesa, familiare come una
casa…”. Be’, erano tante le cose che non aveva visto, incluso l’alce, ma era riuscita a
raffigurarsi quella sua grossa testa pesante che annusava il cofano caldo dell’autobus, lì in
quella strada racchiusa dalla foresta, di notte, e a capire la profonda dignità insita in ogni
cosa. “Ogni cosa”, lo sapeva, abbracciava il corpo nudo e familiare di Emma Bishop in
piedi al centro della sua camera. Priva di corna… di tette… con il pube glabro…

come una mosca schiacciata,

Le sue estati in Iowa erano lunghe e calde e polverose e piene di mosche.


Formiche e mosche… I primi tempi, prima che il disinteresse si facesse endemico, sua
madre insisteva perché sulla tavola si mettesse una tovaglia candida come un lenzuolo.
Perfino i bicchieri dei grandi magazzini brillavano, i piatti da due soldi risplendevano e
le posate di stagno rilucevano sulla tovaglia inamidata, nelle loro pozze di ombre bluastre
e curve grigio chiaro. Ma attraverso le zanzariere mal sistemate e bucherellate le mosche
entravano non a nugoli, bensì a fiotti sibilanti. A colazione non c’era male. Una o due o
tre dovevano essere allontanate dal porridge. Magari però è lì che nacque l’avversione di
Emma per il cibo. Mosche. Uvette per il porridge, diceva suo padre, agitando il
cucchiaio. È lo zucchero che le attira. Vanno pazze per i dolci, diceva sua madre. A
quanto pare sì, e anche per le briciole, sulle quali cercavano di stare in equilibrio.
Non erano prole di letame né piaga del bestiame, ma normali mosconi, ostinati e
numerosi nel pacifico sole. Emma doveva sbattere la tovaglia nel cortile dietro casa per
mandarle via. A quanto pare adoravano zucchero, sale, briciole di pane, cereali, avanzi di

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William Gass

qualsiasi tipo, marmellata ed Emma imparò a detestarle e a detestare quel ronzio


sommesso e i passi incerti, il loro numero e la loro impavida avidità.
La profonda dignità in ogni cosa – pfu – non nelle mosche, o negli scarafaggi, o
nei padri, o nel piscialletto.
“La natura è quel che vediamo – la collina – il pomeriggio – scoiattolo – eclisse –
calabrone – no – la natura è il cielo.” Neanche una parola sulle mosche. C’era una
canzone su una mosca e quella filastrocca sulla vecchia che ne aveva ingoiata una, chissà
perché poi, ma Emma non riusciva a ricordare di aver mai letto una poesia che parlasse o
anche solo che includesse una mosca. La signorina Moore scriveva di cavalli, puzzole,
lucertole, ma mai di mosche. Le piccole liste di Emily D includevano il bobolink, il
mare, il tuono, il grillo, ma tralasciavano formiche, zanzare e ovviamente le mosche. A
ragione. Perché lei voleva dire che la Natura era Paradiso, era Armonia. La poesia,
Emma avrebbe dovuto ammettere in seguito, ripensando a tutte quelle mosche, la poesia
a volte diceva cose a vanvera. Le sue nobili risoluzioni avrebbero vacillato di fronte al
fenomeno della mosca. Come poteva onorare qualcosa che depositava le proprie uova in
una ferita? Portavano malattie con maggior regolarità del postino la posta e campavano
di avanzi, carogne, escrementi di cavallo, fango. Come passerotti e piccioni. Pfu,
davvero.
Non era forse campata di avanzi anche lei?
La mantide serrava le zampe anteriori come un coltellino e mangiava una vespa
una mosca un coleottero in un baleno. Si alzava per immobilizzare la vespa per la paura,
squadrandola con il suo sguardo triangolare, quindi serrava così rapidamente le sue chele
che si riusciva a malapena a vederle, artigli da ogni parte, l’abbraccio della Vergine di
Norimberga.
La natura era ratti e topi, spine e punture d’insetto, sterco di mucca e piante
velenose, galline decapitate e minuscole formiche rosse a sciami attorno a un ceppo
intriso di sangue. Era il corpo delle mosche schiacciate raccolte in un sacchetto di carta.
L’acchiappamosche, uno strumento efficace, era fatto con il fil di ferro di un
attaccapanni e di un pezzo di zanzariera, orlata con una striscia sottile di tessuto che
portava il nome di una ferramenta. Emma diventò, finalmente, esperta in qualcosa. A
volte le colpiva mentre erano immobili in aria e le schiacciava contro il muro, riducendo
in poltiglia i loro storditi io. E comunque erano dei diavoletti furbi, in grado di sentire la
paletta avvicinarsi, nonostante fosse pensata per tagliare l’aria senza lasciare scie o suoni.

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

Sapevano che stava arrivando una palettata ed erano quasi sempre sul punto di volare via
quando la rete spezzava loro le ali.
Emma ne uccise parecchie sul tavolo della cucina, facendone poi scivolare le
carcasse dentro un sacchetto di carta con il bordo della paletta. Si accorse che non c’era
una parola che definisse il corpo schiacciato di una mosca ammazzata. A suo padre
piaceva passare con la mano destra sulla tovaglia e prenderne una in pugno, con un
leggero sorriso che gli si allargava sempre più in viso come i cerchi che fa un ciottolo
lanciato in acqua. Dove ce l’hai il sacchetto, diceva, e mentre Emma glielo teneva aperto,
lui scrollava il corpo della mosca dal palmo della mano a cui era attaccato. Di tanto in
tanto, con quel suo minuscolo sorriso, cercava di tenere il pugno vicino all’orecchio di
Emma in modo da farle sentire il ronzio, ma lei scappava dalla stanza con un gridolino
di paura, mentre il ghigno di suo padre la inseguiva come una mosca a sua volta.
Dopo mangiato, Emma toglieva i piatti e aspettava un po’ che le mosche si
posassero in presunta sicurezza sulla tovaglia impanata e inzuccherata. Sua madre
dolcificava incurante il tè con un cucchiaio. Anche le tisane che le preparava a volte suo
marito, le addolciva con il miele in qualche modo. Le mosche atterravano leggere come
fuliggine. Si aggiravano con le loro zampette appiccicose e le proboscidi protruse come
se avessero bisogno di un bastone. Suo padre provava piacere nello spiegarle che le
mosche ammorbidivano il cibo con lo sputo in modo da poterlo poi risucchiare.
A Emma piaceva prenderne due alla volta. Ogni palettata metteva in agitazione
alcune delle altre che quindi vivevano per un po’ in un infastidito zig-zag prima di
cercare di nuovo di nutrirsi, senza aver imparato niente, la carneficina delle loro
compagne una cosa di poco conto, tanto che alcune rimanevano al lavoro anche quando
veniva sferrato un colpo a un metro dal loro pascolo.
Le mosche sembravano stare in branchi come gli storni, ma la verità era che non
avevano compagne, né un minimo senso di comunità. Di tanto in tanto una mosca
zoppa ronzava e incespicava senza causare alcuno scompiglio, oppure un moscone
arrivava in mezzo alle altre accolto da una colossale indifferenza. In piedi di fronte al
centro della tavola, Emma riusciva a colpire rapidamente a entrambe le estremità in
successione, sussurrando ogni volta dei dimessi ma sentiti ecco: ecco ecco ed ecco.
Oh, quanto odiava quelle creature; forse perché trattavano il mondo come era
trattata lei. Era senz’altro estraneo al carattere di Emma gioire dello spargimento di
sangue. Suo padre però approvava quel suo zelo e a sua madre non sembrava dare
fastidio, se non per la

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William Gass

traccia di cui dolersi,

per le piccole macchie rosse che le loro morti lasciavano sulla tovaglia. Si
accumulavano, quelle macchie, finché la loro presenza non diventava intollerabile per
sua madre e allora ricordava a Emma quant’era difficile togliere quelle macchie, e quanto
costava la candeggina, e quanto odiava quel sacchetto con il suo incalcolabile contenuto,
da dove di tanto in tanto aveva come l’impressione di sentire un ronzio, che le dava i
brividi. Emma si chiedeva cosa fossero i brividi, in sua madre. In seguito, quando sua
madre era sempre malata, e vomitava spesso, Emma pensò che forse i brividi avevano
preso il sopravvento.
Quando la mosca veniva scalzata dal tavolo dentro il sacchetto, lasciava quasi
sempre una traccia dietro di sé, un punticino rosso vivo come il ragnetto rosso, solo un
po’ più grande. E dopo cena, Emma aggiungeva una decina di punticini e a volte anche
più al suo registro.
Da dove venivano? Dal mucchio del letame? Suo padre diceva che non c’erano
prove. Sua madre scrollava la testa. C’era qualcosa di morto da qualche parte? Suo padre
non aveva visto niente e dire che camminava parecchio in giro. Vengono dai boschi? Sua
madre scrollava la testa. Emma pensava che se la proliferazione di quelle mosche era un
miracolo, Dio stava senz’altro sprecando i suoi doni. Dio ti ha trovato qualcosa da fare,
diceva suo padre.
C’era qualcosa in Emma che la spingeva a contare e altre cose in Emma che
inorridivano all’idea.
I giorni si succedevano, per lo più con una monotonia che portava a confonderli
gli uni con gli altri, cosicché il tempo non sembrava né lento, né veloce, né niente. E lei
era bocciata agli esami, ma andava avanti comunque e cresceva come un albero
scheletrico a vedersi e diventava sempre più inutile, come se l’inutilità fosse un fine.
Perché, si lamentava suo padre, Emma non si dava da fare con gli scarafaggi dell’orto
quand’era così mortifera con le mosche? Come se non avesse notato che Emma aveva
smesso di ucciderle a palettate ormai molti mesi, anni e bocciature prima. Le cose
proseguivano nelle loro menti, pensava Emma, per inerzia. Forse la memoria era più che
tanti piccoli punticini rossi. Le palette erano ancora lì a distribuire palettate. Il sacchetto
di carta era ancora su una sedia in cucina, come un ospite. Ed Emma rimaneva sulla
pagina anche quando tutti i suoi libri erano chiusi. La nuvola

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

La capanna fu costruita attorno al ceppo del frassino. Emma riusciva a sentire le


martellate. Fatta di rami e tronchi, pendeva da un lato, quindi dall’altro. Forse che suo
padre nutriva qualche interesse nel numero di chiodi che aveva martellato mentre
prendeva forma la baracca del frassino? Sapeva qual era la distanza dalla cassetta delle
lettere? Quanti metri? Senza libri, Emma non poteva sparirvi dentro. Così iniziò a fare e
spedire i suoi bigliettini ricordo, i suoi oggetti versificati, ricevendone in cambio qualche
dollaro, e poi, con quegli esili introiti, a ordinare libri di poesie di Elizabeth Bishop da
una libreria di Iowa City. Fu un grande giorno quello in cui arrivò

POEMS
North & South
A Cold Spring

il titolo impresso su una foglia certosina di simil-gingko distesa sulla congiuntura di due
campi, uno bianco per la neve del nord, s’immaginava lei, l’altro blu per i mari del sud.
Anche le bandelle erano stampate e c’erano vive raccomandazioni di Marianne Moore e
Louise Bogan, oltre ai soliti uomini. Emma aprì il libro e vide una poesia su una pagina
come un tesoro in uno scrigno e richiuse di nuovo il libro e lo riaprì e lo richiuse diverse
volte. Lo teneva con due mani. Alla fine, sembrò aprirsi di sua spontanea volontà. Iniziò
“The Monument”. Pagina 25. Sì, se lo ricordava. Anche le parentesi [ 25 ]. “Ora riesci a
vederlo il monumento?”. Ci riusciva. Riusciva a vederlo. “È di legno, fatto un po’ come
una scatola.” Sì, Emma lo vedeva. I suoi occhi volarono un po’ come mosche verso il
cortile dove stava la capanna. Fu una rivelazione.
Ne sarebbero seguite altre.
Voltò pagina e lesse la conclusione. “È l’inizio di un dipinto” diceva la poesia,
“una scultura, o una poesia, o un monumento ed è tutto di legno.” Tutto di frassino.
“Guardalo attentamente.”
Al padre di Emma probabilmente non importava affatto che lei potesse scoprirlo.
Probabilmente si era dimenticato di dirle che le intercettava la posta, sia in entrata che in
uscita, solamente perché non gliene importava nulla, in un senso o nell’altro. Si era
limitato ad ammucchiarle, le buste quadrate con i loro bigliettini di emblemi e
sentimenti cuciti e incollati e inchiostrati, quelle con qualche richiesta dei committenti,
altre con piccole somme al loro interno, un ordine per la libreria – alla rinfusa su un
tavolino di rovere nella stanza in cui dormiva ora che sua moglie era malata e vomitava.
È lì che, da una porta aperta, Emma vide le sue buste, dall’aspetto altrimenti innocente e

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William Gass

ancora chiuse e disse ad alta voce, colta di sorpresa: ecco perché non m’è mai arrivata
May Sarton.
Non cercò di recuperarle. Per lei erano morte come mosche, residui di una vita
passata. La turbavano quasi, tanto le sembravano remote dalla condizione in cui si
trovava sospesa al momento, per quanto non fossero passate poi molte settimane, così le
sembrava, da quanto aveva composto l’ultimo biglietto: quattro granelli di piselli verdi
sistemati come asole in una ghirlanda di foglie screziate di mahonia, come macchiate di
iodio e fiamma. In una sorta di sogno a occhi aperti, Emma si trascinò per i cento e più
metri fin dove la cassetta delle lettere pendeva a lato della strada in mezzo a ciuffi d’erba
e l’aprì, scoprendola vuota. Si appoggiò al coperchio come se quello potesse volare via e
fissò a lungo la lamiera vuota, più interessata allo spazio in cui la confisca aveva avuto
luogo che al cosiddetto contrabbando. Vuota. Il suo vuoto era formato di zinco.
Zzzzzz… in…cccco. Emma finalmente capì per certo una cosa: suo padre stava
avvelenando sua madre.
In ogni caso non erano affari suoi.
Chiuse la cassetta delle lettere con cura in modo che non fuoriuscisse niente del
suo vuoto.
In effetti sua madre si avviò rantolante al riposo di lì a una settimana. Suo padre
avvolse la madre nelle lenzuola e poi nelle coperte del letto e la mise stesa, per quanto in
un certo senso piegata – be’, con le ginocchia parecchio alte – dentro una cassapanca di
legno. Buttò un bel po’ di palline di naftalina nei recessi. Non ci servono, disse,
sigillando il coperchio con chiodi da carpentiere. Fece scivolare la cassa giù per le scale e
la trascinò a fatica, imprecando perché era più pesante di quanto pensasse e difficile da
maneggiare, giù fino al carro – fortunatamente il carro aveva le ruote piccole ed era basso
– dove puntellò una delle due parti a terra e sollevò l’altra, quindi spinse su la cassa. Non
si era mai aspettato alcun aiuto da parte di Emma. In fatto di aiuti, su Emma non era
proprio dato contare. Per oggi basta così, disse. Devo trovare un posto buono.
Andò in casa e lavò tutti i piatti che avevano. Il dolore, decise Emma, era l’unica
spiegazione.
Il giorno successivo vide la sagoma distante di suo padre scavare in un campo in
lontananza. Doveva scavare lentamente perché scavò molto a lungo. La testa di Emma
era vuota di pensieri come la cassetta delle lettere. Non c’era ragione per stare in piedi, o
seduta, o camminare.
La ginnastica l’ho fatta, per oggi, disse lui.

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Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

Marianne Moore ed Elizabeth Bishop erano entrambe morte. E così Edith


Sitwell. Elizabeth Bishop era crollata di colpo in cucina. Non lo seppe nessuno. Le sue
poesie non le erano valse una sola ora in più.
Devo escogitare un modo per farcela entrare, disse suo padre. Non posso
buttarcela dentro. Con un salto del genere la cassa potrebbe rompersi. Lo faremo
domani.
Suo padre trovò un uovo, con cui fece colazione. Emma salì sul retro del carro
insieme alla bara e a un asse da stiro. Il trattore trascinò il carro a fatica sul terreno
dissestato. Poi con riluttanza attraverso il pascolo paludoso. L’incedere più dolce le fissò
l’orizzonte. A Emma tornò in mente il film con Randolph Scott. Suo padre aveva scelto
un punto vicino agli alberi che non sembrava avere nulla di speciale. La terra era
ammucchiata diligentemente ai due lati lunghi. Emma guardò dentro la buca. “Freddo
oscuro profondo e limpidissimo.”
Suo padre fece retromarcia verso una delle estremità aperte della fossa. Poi
sollevò la cassa con un palanchino e v’infilò sotto l’asse da stiro. Non si era mai aspettato
alcun aiuto da parte di Emma. Sistemò la cassa sull’asse e fece scivolare l’asse giù dal
carro. Era, capì allora Emma, un problema meccanico. L’asse fu poi calata nella fossa e la
cassa ancora una volta le fu fatta scivolare sopra. In un angolo in fondo alla buca, suo
padre divincolò l’asse da sotto la cassa e finalmente si ritrovò in posizione, più stabile che
mai. I chiodi zincati riflettevano un po’ di luce.
Bisogna dire due parole, disse suo padre, perché non lo fai tu?
La poesia non redime, pensò Emma. La santità non redime. La sera non redime
il giorno, lo conclude e basta. Suo padre aspettava con un pugno di terra in mano,
pronto a gettarla nella buca.
Era piccola e magra e amareggiata, mia madre. Nessuno riusciva a rallegrarla. Un
vestito, una bevuta, un pollo arrosto erano la stessa cosa per lei. Si aggirava per la casa
senza speranza, senz’aria. La sua faccia era chiusa come una noce, chiusa come quella di
una lumaca guardinga. Una volta la vidi sorridere, ma non fu bello, più come una specie
di crepa in un piatto. Cos’aveva mai fatto per ricevere così poco in cambio? Mi cuciva i
vestiti, ma gli orli erano storti.
Emma restò un istante in silenzio, cercando di ricordare qualcos’altro da dire, da
recitare, ma suo padre gettò una manciata di terra sulla cassa e andò verso la pala. Spalò
adagio come se gli facesse male la schiena. La terra scomparve nella terra. La mattinata
era nuvolosa ma la tomba era fredda e scura e non così profonda com’era stata. I chiodi

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William Gass

scomparvero: occhi di animale dentro una caverna. Strato dopo strato: lenzuolo coperta
canfora assi, terra su terra su terra. Peccato che non ci siamo potuti permettere qualcosa
di meglio, disse suo padre, ma non ce la siamo cavata male. Emma capì che delle sue
parole non gli era importato niente, probabilmente non le aveva nemmeno sentite. Le
parole erano uno degli strati – per proteggere da cosa?
Non dissero preghiere. Emma odiava i canti sacri. Non erano abbastanza privati.
E poi ti dicevano quali cantare. Questa mattina andiamo a pagina [ 25 ]. La tomba si
riempì e sopra si formò un monticello, con il terreno che sembrava meno aspro, più
friabile. Emma fece il viaggio di ritorno di fianco all’asse da stiro che era tutto sporco e
inzaccherato. L’asse rimbalzava come non aveva fatto durante il viaggio di andata,
quando era puntellato. Emma si trascinò malferma verso la cassetta delle lettere e guardò
dentro. Così doveva essere dentro la cassa, s’immaginò. Vuota, anche se
Nei giorni, nelle settimane, nel mese che seguì, Emma sparì quasi
completamente nel suo assoluto distacco. Si liberò del cibo, delle sensazioni, del padre.
Lui era un fantasma. Lei un’ombra che nessuno proiettava. Lui aveva smesso di lavorare
nei campi, anche se qualche volta se ne stava nel campo come uno spaventapasseri. Il
dolore, decise Emma, era l’unica spiegazione. Ma il suo dolore non era affare di Emma.
Pensò di liberarsi dei versi, ma poi capì che era sempre stata libera, perché non aveva mai
rispettato, mai seguito, la forma, né era mai stata fedele al carattere di stampa.
Attese che il mondo, spontaneamente, confluisse dentro di lei, ma non ne aveva
ancora ricevuto la prorompente piena. E se non era un liquido? E se invece di scorrere
rimaneva immobile come un dipinto nella cornice? E se era come una mosca indifferente
alla sua stessa morte? Poco importava. Si stava liberando dalla riflessione. Tutt’a un
tratto, pensava, sarebbe arrivato il verso letale: “gli uccelli morti caddero, ma nessuno li
aveva visti volare”. Forse poteva essere quello. E allora che importava se era stato sparato
da un sonetto. L’unico modo in cui le mosche potevano entrare in una poesia era in
forma di parola. “Erano neri, gli occhi erano chiusi e nessuno sapeva di che razza
fossero.” Ogni sera, la notte cadeva a goccioloni come la pioggia e correva lungo le
grondaie e foderava i vetri delle finestre. Lui si muoveva da qualche parte della casa. Si
muoveva. Lei lo sentiva. “Via come rugiada dalle foglie.” Quel suono se ne sarebbe
andato con il mattino.
Mamma sotto terra. Altri lo sono, perché lei no? Lui mi aspetta nel campo di
soia. Devo portargli la pala. È sottile come me. Quasi consumata come me, dura come
me. Mamma è senza lapide. Molti riposano sconosciuti in tombe senza nome. Sentiremo

38
Emma entra in una frase di Elizabeth Bishop

forse mamma agitarsi sotto tutte quelle coperte, nel tentativo di distendere le ginocchia?
Passare la morte a ginocchia piegate. La lapide lui non la metterà mai. Il tumulo
sprofonderà come sciroppo nel suolo. Crescerà l’erba. Magari spunteranno more nere
come nelle poesie della Bishop. I miei passi sono sordi sulla terra soffice.
Emma colpì suo padre in mezzo alle scapole con il piatto della pala. Lo colpì con
tutta la forza che aveva, ma non possiamo credere che sia stato un gran colpo. Gli sentì i
polmoni sbuffare e poi lo vide cadere a faccia in giù. Emma lanciò via la pala quanto più
lontano le riuscì, qualche metro. E adesso cosa vedi, si chiese. O hai sempre visto solo
fango?
Non aveva considerato che un colpo inteso come rimostranza potesse avere
conseguenze mostruose. Balzò leggera verso casa, un po’ come un palloncino. Ecco: la
rabbia redime. Cosa redime? La sera.
E venne la sera. Gli uccelli morti caddero. Trovati nel campo. Lui non le era
mancato neanche un minuto. Non si era preoccupata un solo istante di quanto si
sarebbe arrabbiato, o di come avrebbe potuto scaricare la propria rabbia su di lei, una
figlia talmente presuntuosa da colpire il suo sconsolato padre alla schiena. Trovato a
faccia in giù. Dopo una tempesta. Attacco di cuore. La zuppa di mais piace un po’ a
tutti. Caddero gocce scure. Il campo era pieno di solchi e pozze. Emma scrutò sempre
più intensamente attraverso la maniglia tonda della tenda. E sentì il flusso. Il mondo era
un fluido. I pesi mi sono stati tolti di dosso. Sono sola, no? come una nuvola
Emma aveva paura di Elizabeth Bishop. Emma s’immaginava Elizabeth Bishop
distesa nuda accanto a una nuda Marianne Moore, con le punte dei nasi e i capezzoli che
si toccavano; ed Emma s’immaginava che ogni sensazione che le due poetesse avevano
provato nelle loro sobrie e briose vite fosse presente lì nei due capezzoli, proprio dove i
capezzoli si baciavano. Emma, dal canto suo, era di una magrezza eterea e la sua pelle
traslucida suscitava ammirazione. Le si vedevano le ossa, come ombre di alberi, ombre
prive di foglie.
Certi sogni si dimenticano. Ma Emma Bishop ora li ricordava con un sorriso
felice. Cogliere bacche nei boschi, vedere bacche nere scintillanti appese a un cespuglio e
pensare, non cogliere queste, potrebbero essere velenose… che parola emozionante da
pronunciare… veleno… avvelenateci. Elizabeth Bishop aveva usato la frase piante cariche,
quasi potessero come una pistola far partire un colpo. Finalmente… finalmente…
finalmente, pensò: “Quali fiori si riducono a semi come questi?”.

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William Gass

Il punto in cui morì.

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